Erdogan vuole le Isole greche

Erdogan ha apertamente espresso il rammarico per le decisioni sulla frontiera del Trattato di Losanna: “Abbiamo ceduto le isole da cui potrebbero urlarci”
Alex Christoforou, The Duran, 29 settembre 2016fatih-sultan-mehmed-uni-erdogan-2Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan riesuma i fantasmi importuni e dolorosi delle sofferenze subite dalla Grecia sotto l’impero ottomano. Siamo ben consapevoli che Erdogan dice molte idiozie, ma le ultime si riferiscono alle isole del Dodecaneso e al trattato di Losanna, giustificando le preoccupazioni su un’UE indebolita e uno Stato greco in crisi. In un discorso ai funzionari regionali ad Ankara, Erdogan ha apertamente espresso rammarico per le decisioni sulle frontiere del Trattato di Losanna. Erdogan si lamentava,lanciando tale avvertimento velato alla Grecia… “Alcuni cercano d’ingannarci presentando Losanna come una vittoria. A Losanna, abbiamo ceduto le isole da cui potrebbero urlarci“. Il Trattato di Losanna delimita i confini di Grecia, Bulgaria e Turchia. Formalmente annullava le pretese turche su isole del Dodecaneso, Cipro, Egitto, Sudan, Siria e Iraq (insieme ai trattato di Ankara), tracciando i confini di queste ultime due nazioni. La Turchia già occupa illegalmente il 37% di Cipro ed attualmente guida l’invasione jihadista per rovesciare la Siria. Le isole del Dodecaneso sono nel Mar Egeo vicino alle coste turche, alimentando i desideri espansionistici neo-ottomani di Erdogan, e la Grecia deve prendere atto di tali osservazioni. Kathimerini riporta… “Reagendo ai commenti di Erdogan, una fonte del Ministero degli Esteri greco ha osservato che “tutti dovrebbero rispettare il Trattato di Losanna”, sottolineando che si tratta di “una realtà del mondo civilizzato che nessuno, neanche Ankara, può ignorare“. La stessa fonte ha indicato che i commenti del capo turco sono probabilmente volti al pubblico interno. Pur chiarendo il dispiacere sul Trattato di Losanna, Erdogan ha indicato che chi ha tentato il colpo di Stato contro la Turchia a luglio avrebbe imposto una situazione di gran lunga peggiore. “Se il golpe fosse riuscito, avremmo avuto un trattato come quello che subimmo prima di Sevres“, riferendosi al patto che precedette il trattato di Losanna nel 1920, che aboliva l’impero ottomano. “Stiamo ancora lottando per la piattaforma continentale, e ciò che vi sarà in aria e a terra. La colpa è di chi si sedette al tavolo di tale trattato. Coloro che vi sedettero non fecero giustizia, lo subiamo ancora oggi“, ha detto.
Le disposizioni del Trattato di Losanna (da Wikipedia)… “Il trattato prevedeva l’indipendenza della Repubblica di Turchia, ma anche la tutela della minoranza cristiana greco-ortodossa in Turchia e della minoranza musulmana in Grecia. Tuttavia, la maggior parte della popolazione cristiana della Turchia e della popolazione turca di Grecia fu deportata in base alla Convenzione precedente riguardante lo scambio di popolazioni greche e turche firmato da Grecia e Turchia. Furono esclusi i greci di Costantinopoli, Imbro e Tenedos (circa 270000 all’epoca) e la popolazione musulmana della Tracia occidentale (circa 129120 nel 1923), L’articolo 14 del trattato concesse le isole di Gokçeada (Imbros) e Bozcaada (Tenedos) “all’organizzazione amministrativa speciale”, diritto revocato dal governo turco il 17 febbraio 1926. La Turchia accettò formalmente anche la perdita di Cipro (affittata dall’impero inglese al Congresso di Berlino nel 1878, ma de jure territorio ottomano fino alla Prima guerra mondiale), così come di Egitto e Sudan anglo-egiziano (occupati dalle forze inglesi con il pretesto di “abbattere la rivolta di Urabi e ristabilire l’ordine” nel 1882, ma de jure territori ottomani fino alla Prima guerra mondiale) a favore dell’impero inglese che li aveva unilateralmente annessi il 5 novembre 1914. Il destino della provincia di Mosul fu lasciato alla Società delle Nazioni. La Turchia inoltre rinunciò espressamente alle pretese sulle isole del Dodecaneso, che l’Italia doveva restituire alla Turchia secondo l’articolo 2 del trattato di Ouchy del 1912, dopo la guerra italo-turca (1911-1912)”.nomos_dodekanisouTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India e Iran: manovre tra Oriente e occidente

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 28/09/2016

110India e Iran avevano un rapporto abbastanza stretto per affinità religiose e culturali, nonché una cooperazione economica. L’Iran era divenuto il terzo fornitore di petrolio dell’India. La domanda del prezioso oro nero era in rapida crescita presso l’industria dell’India. Tuttavia negli ultimi dieci anni, dall’istituzione di diverse sanzioni contro l’Iran per il programma nucleare, le relazioni tra i due Paesi si sono complicate. Su pressione degli Stati Uniti, l’India fu costretta ad aderire alle sanzioni. All’epoca fu molto importante per Delhi, essendo influenzata dalla firma dell’accordo nucleare con gli Stati Uniti dalle ampie conseguenze per l’industria nucleare indiana. Quando il test segreto di armi nucleari dell’India del 1974 divenne noto, fu creato il Nuclear Suppliers Group (NSG) su iniziativa degli Stati Uniti, per controllare l’approvvigionamento di combustibile nucleare e la diffusione delle tecnologie nucleari in India. All’epoca l’organizzazione non era abbastanza potente da controllare l’industria nucleare indiana. Molti Paesi, tra cui l’URSS, continuarono a cooperare con l’India nonostante le pretese del NSG. Di conseguenza, nel 1988, URSS e India firmarono l’accordo per la costruzione della centrale nucleare di Kudankulam. Dieci anni dopo, Mosca e Delhi stipularono un nuovo contratto basato su questo accordo, avviandone l’operatività nonostante l’opposizione di Stati Uniti e NSG. Tuttavia, durante questi decenni, quasi tutti i Paesi che esportano tecnologie e combustibile nucleari aderirono al NSG, aumentandone il potere. Negli anni 2000, l’industria nucleare indiana affrontava momenti difficili. Inoltre, l’NSG frenò la fornitura di uranio all’India. Dato che le riserve di uranio dell’India non erano inesauribili, i reattori dovettero ridurre l’operatività. L’unica condizione affinché l’NSG rimuovesse le sanzioni era il disarmo nucleare dell’India. Tuttavia, l’India si rifiutò sostenendo che Cina e Pakistan già possedevano armi nucleari. Tali sviluppi bastavano a condannare l’industria nucleare dell’India, che fu quindi costretta ad accordarsi con gli Stati Uniti. Nel 2006, i due Paesi firmarono un accordo di cooperazione sulla tecnologia nucleare civile, che prevedeva una serie di requisiti che l’India doveva adempire per far togliere le sanzioni del NSG. Una di esse era il sostegno alle sanzioni internazionali degli Stati Uniti contro l’Iran. Da allora l’India votò più volte le risoluzioni anti-Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ed inoltre aderì alle sanzioni commerciali, riducendo l’approvvigionamento energetico dall’Iran sostituendolo con idrocarburi provenienti da altri fornitori. Se l’Iran fu il terzo maggior esportatore di petrolio per l’India prima, nel 2015 era solo settimo. Inoltre, l’India smise di utilizzare il dollaro per pagare il petrolio che continuava ad acquistare. Negli ultimi anni, il 55% delle merci veniva pagato in euro, e il 45% in rupie.
faa47c3c-caac-40aa-9ad2-ea7dfc359a75 Tali azioni, insieme all’attuazione di altri requisiti decisi dagli Stati Uniti, portarono alla revoca delle sanzioni contro l’India del NSG, nel 2008. Fu una decisione controversa, dato che difatti gli Stati Uniti permisero all’India di possedere armi nucleari in diretta violazione del trattato di non-proliferazione. Tali concessioni incredibili vanno spiegate con il fatto che l’India è d’importanza strategica per gli interessi di Washington, che vuole mantenere l’influenza nell’Asia-Pacifico e avere un alleato contro la Cina. L’accordo nucleare è solo una parte dei numerosi accordi attraverso cui gli Stati Uniti cercano di legare l’India separandola dal resto dell’Asia. Tuttavia, i recenti eventi hanno dimostrato che tali tentativi non hanno raggiunto gli obiettivi di Washington. L’India è disposta ad accettare aiuti e regali dagli Stati Uniti, ma ha anche un proprio ordine del giorno e non ha intenzione di estraniarsi dall’Asia. Allo stesso tempo, gli indiani sanno che gli Stati Uniti non l’aiuteranno a risolvere i problemi più gravi. Oggi il potere economico e militare di qualsiasi Stato si basa sull’industria energetica, e l’India deve garantirsene la sicurezza indipendentemente dagli interessi degli Stati Uniti. L’attuale rapido ripristino delle relazioni tra India e Iran lo dimostra. Nei primi mesi del 2016 le sanzioni anti-iraniane furono abolite. Nell’aprile 2016, il Ministro del Petrolio e Gas naturale dell’India Dharmendra Pradhan visitava l’Iran. Lo scopo era aumentare gli scambi di idrocarburi. A Teheran s’incontrava con il Ministro dell’Industria Petrolifera iraniano Bijan Zangeneh, annunciando che l’India voleva acquistare gas naturale liquefatto iraniano (GNL), raggiungendo un accordo con il governo iraniano che avrebbe preso in considerazione la richiesta indiana e i più convenienti metodi per inviarlo. Un altro aspetto importante seguito dalla riunione tra i ministri indiano e iraniano era la partecipazione dell’India allo sviluppo del giacimento di gas Farzad B, scoperto nel 2012 e avviato nel 2013. D. Pradhan informava il collega iraniano di un piano dettagliato di sviluppo del giacimento preparato poco prima della visita. Tra l’altro, il piano tiene conto degli investimenti che l’India attua con un programma da 10 miliardi di dollari. Poco prima della visita, D. Pradhan riferiva che le imprese indiane prevedono d’investire circa 20 miliardi di dollari nel porto di Chabahar, in Iran, d’importanza strategica per l’India in quanto apre l’accesso ai mercati dell’Asia centrale nonostante il blocco del Pakistan. Chabahar si trova anche vicino al porto pachistano di Gwadar, che la RPC usa dal 2013. Al momento la Cina dichiarò che il porto non sarebbe stato utilizzato dai militari cinesi. Tuttavia, l’India sospetta di piani per istituirvi una base militare, una delle tante dispiegate dalla Cina nell’ambito del Filo di Perle. Pertanto, Chabhar è importante per l’India non solo economicamente, ma anche dal punto di vista della difesa. L’India ha investito centinaia di milioni di dollari nello sviluppo del porto, quando ancora l’Iran era sotto sanzioni. Gli Stati Uniti hanno cercato d’impedirlo, ma l’India trova che i propri interessi strategici siano più importanti dei requisiti di Washington.
Attualmente, l’Iran sviluppa rapidamente il commercio di risorse energetiche dopo le fine delle sanzioni, prestando particolare attenzione alla regione Asia-Pacifico. Se l’India vuole assicurarsi l’approvvigionamento energetico, data la costante crescita della domanda di petrolio e gas, deve concentrarsi sullo sviluppo delle relazioni con l’Iran e altri esportatori, mentre gli Stati Uniti andranno in secondo piano. L’India ha ottenuto tutto ciò che voleva dagli Stati Uniti, tra cui la revoca delle sanzioni del NGS e il riconoscimento, anche se non ufficiale, del diritto a possedere armi nucleari. Delhi ora persegue nuovi obiettivi.629139587effd2e2384fa6939f5b757d-origDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il lato sino-giapponese del triangolo “Russia-Cina-Giappone”

Vladimir Terehov New Esatern Outlook 25/09/2016´äº¯ÇÏ´Â ¹Ú±ÙÇý ´ëÅë·ÉAlcuni aspetti dei due ultimi forum (il secondo Forum Economico Orientale (EEF) tenutosi a Vladivostok e il vertice dei G20 ospitato ad Hangzhou) hanno creato terreno fertile per la discussione relativa a vari problemi inerenti al rapporto tripartito “sino-russo-giapponese”. Nel corso del tempo, l’importanza della discussione aumenterà, soprattutto se il futuro presidente della prima potenza mondiale decidesse di cambiare la politica estera del Paese per il crescente malcontento degli statunitensi verso l’impegno del loro Paese nei giochi politici globali, in particolare in regioni a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti. Così, lo stato delle relazioni tripartite “russo-sino-giapponesi” avrà un’importanza crescente, almeno sulla situazione nella parte settentrionale della Regione marittima, dalla penisola coreana allo Stretto di Malacca. Oggi, lo stato delle cose in questo settore ha lo stesso peso sull’ordine mondiale che i “Balcani” avevano una volta. Pertanto, è importante per la Russia assicurarsi la chiara comprensione dei processi in questa regione. Tanto più che la Russia è costretta a “spostarsi verso est” in politica estera per via di certi motivi oggettivi.
Parlando alla sessione plenaria dell’EEF, la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye definiva la principale controversia della situazione dei moderni “Balcani” come “paradosso asiatico”. Questo termine fu utilizzato recentemente per descrivere un fenomeno in cui due Paesi, nelle relazioni interstatali, (uno dei quali spesso, ma non sempre, è la Cina) mostrano contrastanti aspirazioni economiche e politiche. Le ambizioni politiche sembrano essere diventate un’importante ostacolo nel continente asiatico alla realizzazione di progetti multilaterali reciprocamente vantaggiosi. In particolare, gli ostacoli politici impediscono l’attuazione dei pomposi appelli a rilanciare la Via della Seta. “Il paradosso asiatico” si manifesta al massimo sul lato “sino-giapponese” del triangolo “Russia-Cina-Giappone”. Sembra che anche le parti di questo “lato” troverebbero impegnativo un ragionamento sensato sul motivo per cui le due principali potenze asiatiche non possano riconciliare (e, preferibilmente, nel modo meno conflittuale) i loro interessi assurgendo a nuovi attori politici di primo piano. Questa domanda, tuttavia, sembra non essere più rilevante. C’è un altro, molto più importante per la Russia, aspetto: Cina e Giappone hanno un atteggiamento sempre più competitivo, non solo nel nord della regione menzionata, ma anche nel sud, nonché nell’Oceano indiano, Africa, America Latina ed Europa. La parte peggiore di tale scenario già pessimistico è che non sembrano offrirsi margini di miglioramento. Nei precedenti articoli veniva osservato che il comportamento dei leader giapponesi e cinesi al G20 era profetico. Una risposta alla domanda se il Premier giapponese Abe e il Presidente cinese Xi Jinping si sarebbero incontrati al vertice, e in caso affermativo, come, è rimasta un mistero fino al G20. Poi qualche fonte anonima del governo giapponese fece sapere che una riunione si sarebbe tenuta subito dopo la chiusura del vertice e che i leader si sarebbero incontrati in modo formale. Tuttavia, la dichiarazione del PM Abe prima del viaggio a Pechino, dove “esprimeva la posizione del Giappone sulla situazione nei Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale”, sottolineava l’importanza del rispetto del diritto internazionale, garantendo la libertà di navigazione, rendeva scettici sulla possibilità di un incontro tra i due leader. Non si poteva non prendere atto che (piuttosto in modo ingenuo) l’osservazione di Abe fosse di per sé suggestiva. In primo luogo, è implicito che Tokyo non aveva piani per discutere con Pechino dello status delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale, e in secondo luogo, il Giappone aveva approvato la risoluzione del 10 luglio sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale adottata dalla Corte di arbitrato dell’Aia. Tale risoluzione era la fonte dei peggiori problemi della politica estera della Cina negli ultimi anni. Ma nonostante tutto, i leader delle due principali potenze asiatiche hanno avuto brevi colloqui per la prima volta in un anno e mezzo. E il senso della riunione non è scambiarsi luoghi comuni sulla necessità di stabilire relazioni bilaterali “a lungo termine, sane e stabili”, sempre sentite nel vertice APEC ospitato da Pechino due anni prima, ma nel fatto che avessero effettivamente luogo.
Se l’incontro indicava l’inizio del disgelo nelle relazioni sino-giapponesi sarà chiaro solo dopo il vertice tripartito in programma per dicembre. La finalizzazione del lungo processo per “segnare il tempo” in cui Giappone, Corea del Sud e Cina non trovavano un accordo di libero scambio, è destinato a divenire il tema centrale del vertice. Questo programma è affetto da ambizioni politiche nel modo più evidente e negativo. A peggiorare le cose, negli ultimi mesi, un altro grave problema si è aggiunto alla “collezione” di “punti dolenti” giapponese-sudcoreani, con il dispiegamento del sistema di difesa missilistico statunitense (THAAD) avviato in Corea del Sud. Quando incontrò Park Geun-hye, al G20, Xi Jinping espresse esplicitamente la preoccupazione della Cina su ciò. Ma non importa quanto le relazioni sul “lato” sino-cinese del triangolo “Russia-Cina-Giappone” si sviluppino in futuro, è ovvio che le due principali potenze asiatiche (e la potente vicina Russia) continueranno a competere sulla scena politica mondiale. Dato che la Russia sarà inevitabilmente influenzata dall’andazzo di tale “concorso”, deve mantenere sangue freddo e, in primo luogo, ricordarsi di costruire la propria politica estera e, in secondo luogo, adottare misure per mitigarne l’impatto negativo su politica estera e programma per lo sviluppo economico di Siberia ed Estremo Oriente. Inoltre, attuando la propria strategia in relazione a questi Paesi asiatici, la Russia dovrebbe, in primo luogo, ridurre al minimo le conseguenze del (apparentemente inevitabile) dilagare dei problemi sino-giapponesi in territorio russo e, dall’altro, non adottare alcun passo volontario o involontario che aggravi ulteriormente la situazione. Per raggiungere gli obiettivi, la Russia dovrebbe pensarci due volte e decidere una volta quando si tratta di Cina o Giappone. Questa tattica potrebbe essere particolarmente utile risolvendo il “problema delle isole Curili” o dei “Territori del Nord”, come i giapponesi le chiamano.

Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Esatern Outlook“.

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Shinzo Abe chiede maggiore cooperazione rafforzata con la Russia
Abe invoca anche migliori rapporti con la Cina e la Corea del Sud
TASS 26 settembre 2016RBTHРабочая поездка президента РФ В. Путина в Дальневосточный федеральный округIl Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha detto alla camera del parlamento il 26 settembre che si aspetta di risolvere la vecchia disputa territoriale con la Russia e di rafforzare la cooperazione bilaterale. “Questo mese ho avuto il 14° incontro con il Presidente russo Vladimir Putin. Risolvendo la questione territoriale porremo fine alla situazione anomala in cui i nostri Paesi non hanno un trattato di pace a 71 anni dalla fine della guerra”, ha detto Abe alla sessione plenaria per annunciare il suo programma. Aprendo grandi possibilità alla collaborazione giapponese-russa in campo economico, energetico e altri, aggiungeva. “La visita del Presidente della Russia in Giappone quest’anno ci permetterà di avanzare i colloqui secondo il ruolo di primo piano dei nostri Paesi”. Abe sottolineava anche che l’alleanza con gli Stati Uniti è alla base della politica estera e della sicurezza del Giappone. Il primo ministro sottolineava anche l’intenzione di migliorare le relazioni con la Cina e approfondire la cooperazione con la Corea del Sud, definendola “vicina importante”.
Russia e Giappone non hanno ancora firmato il trattato di pace della Seconda guerra mondiale. La soluzione del problema, ereditato dall’Unione Sovietica, è ostacolata dalla disputa sulle Curili meridionali, le isole di Shikotan, Habomai, Iturup e Kunashir, che il Giappone chiama “Territori del Nord”. Nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica prese le isole, e nel febbraio 1946 le isole Curili furono dichiarate territori dell’Unione Sovietica. Nel 1956, URSS e Giappone firmavano la dichiarazione congiunta per stabilisce rapporti bilaterali diplomatici, commerciali ed altri. Secondo il documento ratificato dai parlamenti di entrambi i Paesi, l’URSS espresse la disponibilità di restituire unilateralmente Shikotan e Habomai come gesto di buona volontà, ma solo dopo aver firmato il trattato di pace. L’accordo fu respinto dal Giappone che, nel contesto della guerra fredda, pretendeva anche le isole Kunashir e Iturup.
All’inizio di settembre, Putin e Abe s’incontravano a Vladivostok in Russia durante il Forum economico orientale (EEF) decidendo d’intensificare i colloqui bilaterali e d’incontrarsi in Perù al vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) di novembre. A dicembre, il leader russo dovrebbe vistare il Giappone.putin-abe-meeting-e1473094900427-840x440Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India passa all’occidente?

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 26/09/2016cgtuf8jw4aayaw1Alla luce della lotta tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese per l’influenza nel sud-est asiatico, aggravatasi negli ultimi anni, gli altri principali attori della regione acquisiscono un’importanza particolare in quanto capaci di far pendere la bilancia in un senso o nell’altro. I principali attori sono i giganti asiatici India e Giappone. La situazione con il Giappone è abbastanza chiara, storicamente non ha rapporti molto amichevoli con la Cina, e in caso di conflitto non farebbe affidamento che agli USA. Tuttavia, il ruolo dell’India nel crescente confronto non è ancora evidente. Essendo uno degli Stati più potenti, con forti esercito e flotta ed armi nucleari. 7.ma nel mondo e terza in Asia per PIL, l’India è tradizionalmente considerata uno dei principali avversari della Cina, a causa della lunga frontiera con territori contesi. I ricordi delle guerre di confine del 1962, 1967 e 1987 sono ancora freschi mentre piccole controversie continuano ad esserci. Entrambi i Paesi costruiscono costantemente strutture militari lungo il confine. L’India è anche scontenta dalla collaborazione della Cina con il suo principale avversario, il Pakistan, così come coi tentativi della Cina di rafforzare l’influenza in altri Stati vicini, come Myanmar, Nepal e Sri Lanka. Se la Cina ci riesce, l’India sarà dentro una cerchia di alleati dei cinesi. Tali disaccordi avvantaggiano gli Stati Uniti, che cercano di farsi alleata l’India nella lunga lotta contro la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciò che il partenariato con l’India è di vitale importanza per gli interessi statunitensi nella regione Asia-Pacifico. Gli Stati Uniti sono uno dei principali partner commerciali dell’India. Nel 2015, il fatturato commerciale e degli investimenti fu pari a 64 miliardi di dollari. Dal 1992 conducono regolarmente le manovre militari e navale congiunte Malabar, cui la Cina reagisce in modo estremamente negativo. Ogni anno tali manovre acquisiscono una natura sempre più provocatoria. Ad esempio, il Giappone vi partecipa dal 2015. Nel giugno 2016, le Marine statunitense, indiana e giapponese condussero manovre nel Mar Cinese orientale, vicino alle isole Senkaku, oggetto di controversie tra Cina e Giappone. Nel maggio 2016 gli USA avrebbero assegnato all’industria della Difesa dell’India lo status si partner. Così gli ufficiali statunitensi hanno una più stretta cooperazione con gli ufficiali indiani. fornendogli la tecnologia militare degli Stati Uniti.
Nel giugno 2016, il Primo ministro dell’India Narendra Modi visitava gli Stati Uniti incontrando il presidente degli USA B. Obama. Dopo l’incontro riferirono che India e Stati Uniti avevano per obiettivo principale la sicurezza del traffico marittimo. Subito dopo l’incontro, Delhi avanzò a Washington la proposta di acquistare un lotto di Predator Guardian, il velivolo senza equipaggio (drone) per pattugliare il mare. Questi mezzi interessano gli ufficiali indiani da tempo, ma la loro acquisizione era impossibile dato che l’India non partecipava all’accordo Missile Technology Control Regime (MTCR). Tuttavia, nel giugno 2016, qualche tempo dopo l’incontro tra N. Modi e B. Obama, l’India aderiva al MTCR e otteneva il diritto di acquistare le apparecchiature che voleva. Nell’agosto 2016, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar e il segretario della Difesa Ashton Carter firmavano un memorandum sulla cooperazione tecnica. Poi, nel settembre 2016, i media riferivano dell’intenzione degli Stati Uniti di vendere all’India 22 di quei droni, che quest’ultima voleva acquisire a giugno. Veniva ufficialmente annunciato che la vendita dei droni alla Marina indiana contribuirà al rafforzamento della collaborazione militare e politica tra USA e India. Tali notizie sarebbero considerate la prova che l’India avanza verso l’alleanza militare anti-cinese guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, va ricordato che le relazioni tra India e Cina non sono pessime. Il confine di 3380 chilometri contribuisce a contenziosi e anche riconciliazione, entrambi i Paesi sanno che devono stabilire un buon rapporto. Nel 2005, l’India riconobbe il Tibet come regione autonoma della Cina, mentre la Cina riconosceva il Sikkim come territorio indiano. Il mutuo commercio è in costante crescita. Così nel 2008 la Cina divenne il principale partner commerciale dell’India. Nel 2015, il fatturato commerciale tra i due Paesi superava i 71 miliardi di dollari. L’India conduce l’addestramento militare congiunto non solo con gli avversari della Cina, ma con la stessa Cina. Così, le esercitazioni congiunte di confine tra truppe indiane e cinesi Cooperation-2016 si sono svolte a febbraio. Nell’aprile 2016, il Ministro della Difesa indiano M. Parrikar visitava Pechino per incontrare il collega cinese Chang Wanquan. Dopo l’incontro fu annunciato che i due Paesi attribuivano grande importanza alla cooperazione nel campo militare, e che India e Cina erano pronte a garantire la sicurezza nella regione.
Sul riconoscimento dell’India a partner degli Stati Uniti nell’industria militare, questo status nell’Asia-Pacifico fu anche concesso a Australia, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Filippine e Giappone, facilitando l’accesso alle tecnologie militari statunitensi, ma non è vincolante. Il memorandum sulla cooperazione tecnico-materiale, inoltre, non è vincolante. Ciò significa che l’India utilizzerà i droni ma non è obbligata a sostenere le azioni avventurose delle forze navali degli Stati Uniti. Ricordiamo la visita del Presidente indiano Pranab Kumar Mukherjee in Cina nel maggio 2016. Allora annunciava che India e Cina avevano fatto enormi progressi nelle relazioni dal 1990, e il fatturato commerciale era aumentato più di 20 volte negli ultimi 16 anni. In conclusione, il presidente indiano aveva detto che se 2,5 miliardi di indiani e cinesi si uniscono e collaborano, verrebbero compiuti rapidi progressi in entrambe le nazioni. Forse questo è il meglio che si può dire delle attuali relazioni India-Cina. Se gli Stati Uniti ritengono che permettere l’accesso alle tecnologie militari e vari sconti all’India ne facciano un alleato affidabile, si sbagliano di grosso. Il rifiuto di partecipare a blocchi militari e politici è uno dei primi principi della politica estera indiana dal 1961, quando fu creato il Movimento dei Paesi Non Allineati. Una delle menti di ciò fu il Primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, seguace del Mahatma Gandhi. Inoltre, gli Stati Uniti sono lontani mentre la Cina è vicina. L’India capisce chiaramente che con un conflitto con la Cina affronterebbe difficoltà a lungo termine, il che significa che userà la partnership con gli Stati Uniti quale strumento per frenare l’espansione cinese, ma non correrà rischi a vantaggio degli interessi statunitensi.Indian soldiers and Chinese soldiers salute during celebrations to mark 60th anniversary of founding of People's Republic of China, at Indo-China borderDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I signori della guerra dell’Impero Americano rullano i tamburi

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation 19/09/2016

Ammiraglio Harris

Ammiraglio Harris

Era dai tempi dell’impero romano che i signori della guerra regionali non avevano tanta autorità da avere una propria politica militare e diplomatica rispetto al governo centrale. Gli Stati Uniti chiamano i propri signori della guerra “comandanti combattenti” e non sbagliano. Tali comandanti combattenti sono sempre alla ricerca di nuove guerre, sempre nell’interesse personali propri e dei vertici militari, ma non certo del popolo statunitense. I comandanti combattenti statunitensi dominano propri feudi virtuali, che il Pentagono chiama “aree di responsabilità” o AoR. I signori della guerra dell’impero romano venivano chiamati “proconsoli” ed erano comandanti nominati per governare i territori appena conquistati. Questi AoR romani, conosciuti come proconsoli imperiali, differivano di poco dai moderni AoR statunitensi. Tuttavia, i proconsoli romani erano molto più responsabili verso gli imperatori dei comandanti combattenti verso l’attuale presidente degli Stati Uniti. Il complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti ha diviso il mondo in AoR su cui i comandanti combattenti esercitano autorità su militari, politici, diplomatici statunitensi, e sempre più sulle decisioni economiche. Tali comandi, Comando Centrale, Comando del Pacifico, Comando Europeo, Comando Meridionale, Comando Settentrionale e Comando Africa degli Stati Uniti, sono coinvolti anche nelle attività militari e politiche delle nazioni delle rispettive AoR, alleate o dipendenti da accordi con gli Stati Uniti. Per comodità, il capo del Comando Europeo degli Stati Uniti era anche il Comandante supremo alleato in Europa, il capo militare dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO). In effetti, la NATO è parte integrante dell’egemonia militare degli Stati Uniti. Nel terzo secolo d.C. vari governatori romani presero le armi l’uno contro l’altro per la carica d’imperatore, al collasso dell’impero romano. Oggi, lo stesso fenomeno avviene tra i signori della guerra statunitensi che cercano di espandere le loro AoR a spese dei rivali. Uno dei più aggressivi signori della guerra e comandante combattente degli USA è il capo del Comando del Pacifico, o PACOM, ammiraglio Harry Harris. Da avanguardia militare del “perno in Asia”, idea mal concepita e pericolosa di Obama, Harris ultimamente ha esteso la sua AoR a zone già appartenenti al Comando Centrale degli Stati Uniti, o CENTCOM. Il capo di CENTCOM, generale Joseph Votel, è occupato a confrontarsi militarmente con l’Iran nel Golfo Persico: Harris, in un discorso a San Diego, disse che la sua AoR comprende la regione “Indo-Asia-Pacifico”, una chiara indicazione che Harris espande il suo governatorato militare su Oceano indiano e Asia meridionale. Harris ha usato il termine “Indo-Asia-Pacifico” per descrivere la sua “ciotola di riso” militare a un gruppo di militari del complesso industriale-militare, il Consiglio Amministrativo Militare di San Diego.
Come un generale romano dittatoriale, Harris avvertiva il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte e il suo governo dal fare altre dichiarazioni anti-americane. Duterte si è ribellato alla volontà di Harris adottando una politica conciliante verso la Cina sulla disputa sul Mar Cinese Meridionale e chiedendo che gli Stati Uniti ritirino le forze speciali dal sud delle Filippine. Duterte proviene dall’isola meridionale di Mindanao. Ulteriormente urtante per Harris è stata la dichiarazione del Ministro degli Esteri delle Filippine Perfecto Yasay, secondo cui il suo Paese non va più trattato come il “fratellino scuro” degli USA. La tradizione della Marina di Harris è che gli amministratori filippini una volta dovevano soddisfare ogni capriccio degli ufficiali di marina statunitensi, cucinando pasti, lustrando scarpe, pulendo i bagni e stirando le uniformi. L’atteggiamento paternalistico nei confronti delle Filippine di ufficiali come Harris non è mai scomparso. Harris lascia che il gruppo militarista di San Diego sappia che la sua pazienza con Duterte si esaurisce avvertendo duramente il presidente Filippine: “Siamo alleati delle Filippine da lungo tempo. Abbiamo versato il nostro sangue per loro… Abbiamo combattuto fianco a fianco durante la seconda guerra mondiale. Ritengo che la nostra alleanza con le Filippine sia ferrea”. In altre parole, Harris sfida Duterte facendogli sapere che il Comando del Pacifico degli Stati Uniti non tollera alcun movimento delle Filippine verso la neutralità o una politica filo-cinese. Ciò che allarma della dichiarazione di Harris è che da sempre competeva a presidenti e segretari di Stato degli USA avviare iniziative verso i leader stranieri. Secondo Obama, tale autorità è discesa sui comandanti combattenti, ulteriore segnale che la diplomazia statunitense è sequestrata dal Pentagono e dai suoi vertici. L’estensione in Asia meridionale degli interessi militari di Harris significa che la sua AoR e quella del CENTCOM ora dominano la stessa “linea di controllo” militarizzata nel Kashmir conteso, come tra i militari di India e Pakistan. La regione di Gilgit-Baltistan nel nord del Pakistan e nel Kashmir Ladakh, che rivendica legami culturali e storici con i regni buddisti dell’Himalaya, vorrebbe percorrere una propria strada. Ma è a cavallo del confine PACOM-CENTCOM. Forse Harris e Votel giocheranno a poker al Fort Myer Officers Club, vicino al Pentagono, per decidere chi avrà l’autorità finale su questi territori secessionisti. Come governatori romani rivali, Harris e Votel concorrono per influenzare le stesse regioni. La differenza tra i due generali che giocano ai videogiochi militari, Votel e il suo cliente Pakistan, e Harris e il suo cliente India, è che sono concorrenti nucleari in una regione pericolosa. Ogni scontro convenzionale lungo la linea di controllo che separa le forze indiane e pakistane nel Kashmir, o lungo il loro confine nazionale, rischia di accelerare rapidamente in un conflitto nucleare regionale, che potrebbe precipitare gli Stati Uniti in una guerra.
Harris si muove anche sul teatro Indo-Asia-Pacifico più vicino al CENTCOM, espandendo le manovre del PACOM all’Oceano Indiano. Recentemente, PACOM ha svolto esercitazioni con le forze dello Sri Lanka nella regione irrequieta del Tamil, nel nord dello Sri Lanka, e pretende gli stessi diritti a basi navali che ha con l’India, col memorandum d’intesa sullo scambio logistico, da Sri Lanka e Maldive. Harris prevede una coalizione navale alleata di quattro potenze composta dalle marine statunitense, australiana, indiana e giapponese, per affrontare la Cina nel Pacifico e nell’Indiano. La Marina giapponese ha recentemente aderito alle esercitazioni della Marina statunitense nel Mar Cinese Meridionale per avvertire la Cina. Tuttavia, molti Paesi nel Mar Cinese Meridionale ricordano ancora cose fosse il Giappone e la sua Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale, quando soggiogò le loro terre durante la Seconda Guerra Mondiale. Essi e la Cina subirono la stessa sorte con l’aggressione militare giapponese. Harris e la sua cricca di militari a Pearl Harbor e a San Diego sembrano dimenticare la lezione della Seconda guerra mondiale e di come l’aggressione giapponese unì i popoli del Sud-Est e dell’Asia orientale contro un nemico imperialista comune. Per tali dilettanti della storia militare asiatica, è come se l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor sia avvenuto in una realtà parallela. Con il PACOM che va verso l’Oceano Indiano e il CENTCOM che punta ad est, alla fine ci sarà una faida militare su quale governatore militare dovrà gestire l’espansione della presenza navale cinese a Gibuti, nel Corno d’Africa, quale governatore degli Stati Uniti avrà il controllo delle proposte basi militari degli Stati Uniti sull’isola yemenita di Socotra, nel Golfo di Aden, e quale giurisdizione militare supervisionerà le Chagos a sud delle Maldive, controllate dalla Gran Bretagna ma rivendicate dalle Mauritius, parte dell’AoR del Comando Africa. Una questione prevale su tutte. Generali e ammiragli statunitensi non hanno alcun diritto di dividersi il mondo in campi da gioco personali. I comandanti combattenti dovrebbero diventare oscure note della storia, come i loro antenati romani, oppure i principi fondamentali del diritto internazionale verranno formalmente rigettati dall’Impero Americano.

Generale Votel

Generale Votel

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora