Cala il sipario sul secolo americano

Wayne Madsen SCF 16.10.2017La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Aral: un mare di bugie tra perestrojka e capitalismo

Luca BaldelliIl mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’URSS ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo–ambientalisti privi di senso e di base logico–argomentativa.
Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazione” lessico– oncettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord–occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: sono l’Amu Darja (l’Oxos del mondo greco classico, il Jayhun del mondo antico persiano) ed il Syr Darja (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2540 km, con una portata media di 2134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2212 km, con una portata media di 1234 metri cubi al secondo. Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapshin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere d’irrigazione (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darja e del Syr Darja) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’URSS ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera d’ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!) Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico–infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali d’irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Jusupovich Jusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darja ed il Syr Darja, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’URSS era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60–70% del totale.
Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’URSS virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti–leninisti, hanno sempre sostenuto ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro le loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico–sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral. Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che nello stesso periodo la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa dell’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle. Basti pensare che negli anni ’80 solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136000000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era all’epoca il più grande produttore di frutta e verdura dell’URSS! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centroasiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’URSS pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3348000 tonnellate di vegetali (su 165700 ha) e 914000 tonnellate di meloni (su 83200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2936000 e a 479000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro–capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1800000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5000000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai media per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto quest’ultimo a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo d’inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5000000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1400000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.
Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51675 kmq (negli anni ’50-’60 era di 68000) e un livello medio pari a 46,40 m (negli anni ’50-’60 era di 53–54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile) ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano–gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non recò benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti! Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’URSS. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse! Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36182 kmq, per poi restringersi fino a 17200 kmq nel 2004, con 30,40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7434 kmq, per risalire a 13836 nel 2010 e ridiscendere a 8303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.
Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Ujalij, Bijiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%). Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore). A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral. Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce l’hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo–ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’URSS, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa). Pjotr Zavjalov, Vicedirettore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centroasiatica, 390000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral. Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000-2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5,9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare poi il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci–quindici anni prima, era in aumento. Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.
In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista–leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “tutto rose e fiori” e la vis delendi del “tutto va male”, del “tutto è una catastrofe”. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.Riferimenti:
Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.
Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило “Причина исчезновения Арала найдена?“, in “Наука в России“, N° 6 – 1995
Sulla storia del Mare di Aral (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).
Sul dibattito inerente il Mare di Aral
Mappa “evolutiva” del Mare di Aral
Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan

I sauditi continuano a perdere sul mercato cinese, a vantaggio della Russia

La Cina preferisce comprare petrolio dalla Russia pagando in yuan
Tsvetana Paraskova, Russia Insider 13 ottobre 2017

Il ritmo delle importazioni di petrolio greggio e la crescita della domanda in Cina sono elementi chiave dei dati sul mercato petrolifero e per gli analisti nel valutare la crescita globale della domanda di petrolio. Accanto all’India, la Cina è il fattore principale della crescita della domanda, divenendo destinazione ambita per i maggiori produttori di petrolio, in particolare del Medio Oriente. Quest’anno, coi tagli della produzione dell’OPEC, le importazioni di greggio in Cina mostrano come le quote di mercato sono cambiate e chi vince e perde nella gara a rifornire di petrolio l’Asia, mentre il cartello e gli alleati russi limitano la produzione. Il più grande perdente nella guerra sul partenariato con la Cina è senza dubbio il maggiore produttore e capo de facto dell’OPEC, l’Arabia Saudita, che porta avanti gli sforzi per ridurre l’offerta e aumentare i prezzi del petrolio. I maggiori vincitori nell’ambito del taglio della produzione sono Russia e Angola. I vincitori che non vi rientrano sono Stati Uniti e Brasile, che hanno aumentato significativamente l’esportazione di greggio in Cina. I dati doganali cinesi offrono uno sguardo su quanti barili di petrolio i sauditi hanno rinunciato per la Cina cercando di riequilibrare il mercato, scrive l’autore di Reuters Clyde Russell. Tra gennaio e agosto, la Russia era il principale fornitore di petrolio della Cina, seguita da Angola e Arabia Saudita. Le importazioni cinesi dalla Russia sono aumentate del 13,2 per cento, a 1,16 milioni di bpd nei primi otto mesi del 2017. Le importazioni dall’Angola sono salite del 16,6 per cento, a 1,05 milioni di bpd, mentre le importazioni dall’Arabia Saudita sono diminuite dell’1,7 per cento, per 1,03 milioni di bpd nel periodo gennaio-agosto. La Russia aveva già superato l’Arabia Saudita come fornitore di petrolio della Cina nel 2016, ma i tagli dell’OPEC hanno reso più pronunciato il dominio russo quest’anno. Mentre i sauditi tagliano le esportazioni verso alcuni acquirenti asiatici, la Russia aumenta le esportazioni di petrolio, afferma Bloomberg. Anche se la Russia limita la produzione (a 300000 bpd, massimo livello post-sovietico), le esportazioni globali hanno superato le esportazioni del 2016 in ciascuno dei mesi, fino ad agosto. Nel mercato cinese, la Russia era al primo posto come fornitore ad agosto, per il sesto mese consecutivo. Al secondo posto arrivava l’Angola. E al terzo l’Arabia Saudita, con un calo del 16,2% rispetto all’agosto dello scorso anno, a circa 861200 bpd. L’Angola, da parte sua, ha visto le esportazioni di petrolio per la Cina salire di quasi il 28 per cento, a 983500 bpd, secondo i dati doganali cinesi. Le importazioni cinesi da Iran e Iraq sono aumentate ad agosto. Le vendite di petrolio iraniano in Cina sono aumentate del 5,45 per cento, a 786720 bpd, il livello mensile più alto dal 2006, secondo Reuters Eikon. Le importazioni cinesi di agosto dall’Iraq sono aumentate del 30 per cento, a 736400 bpd.
La quota saudita del mercato cinese è diminuita notevolmente nei mesi estivi, dopo che i sauditi avevano tagliato drasticamente le esportazioni di petrolio scegliendo i mercati su cui accelerare la riduzione del surplus nella speranza di aumentare i prezzi del petrolio. Secondo i dati di Bloomberg, la quota saudita delle importazioni petrolifere cinesi è scesa a una media dell’11 per cento tra giugno e agosto, rispetto a una quota del 15 per cento in media nel 2015. Mentre i membri dell’OPEC e la Russia lottano per attirare gli acquirenti cinesi, gli outsider Brasile e Stati Uniti aumentano le vendite alla Cina. La minore offerta dall’OPEC e le differenze di prezzo favorevoli hanno spinto gli acquirenti cinesi ad aumentare gli acquisti dalle Americhe. Le esportazioni di petrolio brasiliano in Cina da gennaio ad agosto sono aumentate del 41,8%, a 480000 bpd, mentre le vendite di greggio statunitense in Cina hanno superato i 128000 bpd, un aumento di oltre il 1000%, secondo Reuters. Secondo i dati dell’EIA, disponibili fino a luglio, la Cina è il secondo maggiore acquirente di greggio statunitense quest’anno, e da febbraio ad aprile il volume delle esportazioni statunitensi in Cina superava quello dal Canada. La quota di mercato che l’Arabia Saudita ha perso in Cina è il risultato della politica del regno volta ad aumentare i prezzi del petrolio. Ma una volta terminati i tagli dell’OPEC, che finiscano prima (marzo 2018) o dopo (fine 2018), la gara per rifornire le regioni dalla domanda di petrolio maggiormente crescente, ricomincerà. La Saudi Aramco attualmente cerca accordi con le raffinerie cinesi per assicurasi le esportazioni future. Aramco persegue una partnership con CNPC per avere una quota della raffineria Anning da 260000 bpd nella provincia di Yunnan, oltre a una serie di accordi possibili a valle. Nel frattempo, finché i tagli dell’OPEC non finiranno, i sauditi continueranno a sacrificare quote di mercato per avere prezzi più elevati del petrolio per sostenere una valutazione maggiore di Aramco nell’OPA per l’anno prossimo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La potenza della Russia supera quella degli USA

Andrej Martjanov UNZ 27 settembre 2017Le dimensioni contano, come gittata e velocità, ogni volta che si parla di armi. Sembra che ci sia una grande confusione sul contingente militare russo relativamente piccolo in Siria. L’indicatore più popolare di tale confusione è l’infinita discussione su un possibile attacco statunitense alle forze russe in Siria, soprattutto sulla base aerea di Humaymim. Può tale attacco, una volta considerate le dimensioni delle forze che gli Stati Uniti possono schierare contro i russi, “sconfiggerle”? Questa è una questione legittima ma anche poco professionale. Infatti, negli Stati Uniti ci sono molte persone di grande rilievo che, oltre a considerare tale scenario terrificante, l’istigano. Il tenente-colonnello Ralph Peters non lesina le parole quando si tratta di attaccare i russi; infatti, è un tizio diretto quando prescrive come combattere i russi: ciò potrebbe divenire incontrollato, e velocemente. Se avviene, si deve vincere rapidamente e decisamente, e limitarsi alla Siria. Non c’è dubbio che Peters e i militari e politici statunitensi che rappresenta conoscano la saggezza strategica del passato, da Clausewitz a Moltke e Guderian, ma qui la questione apparentemente legittima sulla probabilità del successo statunitense nel rigettare i cattivi russki nell’età della pietra a Humaymim e altrove in Siria, smette di essere seria. Naturalmente, gli Stati Uniti possono lanciare tutto ciò che hanno di convenzionale su Humaymim forse superando qualunque cosa abbiano i russi, dai Su-35 agli S-300 e S-400, e forse il sogno erotico di Peters di confinare il conflitto in Siria sarebbe molto reale. Funzionerebbe, cioè contro qualsiasi contingente militare tranne quello della Russia.
A questo proposito non conta il fatto che la Russia sia una superpotenza nucleare: tutti lo sanno. Anche i russofobi più rabbiosi lo sanno e possono capire, anche se male coi loro poveri cervelli, il concetto che diverrebbero cenere radioattiva abbastanza velocemente se commettono l’impensabile, ad esempio attaccare la Russia direttamente con armi nucleari. La Siria, tuttavia, è un po’ diversa: l’escalation nucleare potrebbe essere, in effetti, controllato da chi ha un decisivo vantaggio convenzionale. La guerra convenzionale è proprio il tipo di conflitto cui militari statunitensi sono proiettati da 30 anni, vantandosi di potere affrontare qualsiasi avversario. Alla base di tale approccio piuttosto assertivo, c’è un’autosufficienza reale ma non un così reale vantaggio degli Stati Uniti nelle armi a lunga gittata. L’aggressione alla Jugoslavia mostrò che le forze armate statunitensi potevano sopraffare la difesa aerea di una nazione come la Serbia abbastanza velocemente e da distanze oltre la portata delle sue obsolete difese aree. C’erano missili da crociera Tomahawk, lanciati in Serbia a migliaia e che ne resero la difesa aerea inutile dopo le prime due settimane di bombardamenti incessanti. Ma qui c’è il problema per gli Stati Uniti: la Russia può affrontare tale conflitto convenzionale ben oltre la Siria e quando vuole, e non si parla di altri teatri strategici, come l’Ucraina, in cui la Russia può “compensare” un’ipotetica “sconfitta” in Siria. La ragione di ciò è meramente tecnologica: la Russia può affrontare un conflitto convenzionale in Siria e in qualsiasi parte del Medio Oriente. Infatti, l’esercito russo ha il più avanzato arsenale di armi ad alta precisione a lunga gittata, illustrato in azione affinché tutto il mondo lo vedesse. Questo è ciò che rende chiacchiere i discorsi su come “sconfiggere” il contingente russo in Siria. La guerra è molto più che una sparatoria tra belligeranti, la guerra comincia nelle sale operative e negli uffici politici ben prima che un colpo sia sparato. Se il contingente russo in Siria fosse stato dispiegato nel 2005, non ci sarebbe stato alcun problema ad immaginare lo scenario di Ralph Peters. Ma non è il 2005 e un elefante, che molti continuano a ignorare, si trova nella stanza: la capacità di colpire a lunga gittata della Russia, semplicemente superiore a quella statunitense, aprendo una porta operativa, in caso di un ipotetico attacco convenzionale su Humaymim, per una massiccia reazione contro qualsiasi base statunitense nella regione.
Dopo la morte del Tenente-Generale Asapov in Siria, presumibilmente con l'”aiuto” della cosiddetta coalizione, in prossimità di Dayr al-Zur, l’Aviazione Strategica della Russia lanciava missili da crociera a lungo raggio Kh-101 su bersagli dello SIIL in Siria. Non c’è nulla di nuovo nell’impiego della Russia di missili da crociera da 5500 chilometri di gittata, né nella Marina russa che lancia missili della famiglia 3M14 Kalibr da 2500 km di gittata da qualsiasi punto del Mediterraneo orientale o del Mar Caspio. Sono semplicemente al di là di qualsiasi arma nell’arsenale statunitense, come i Tomahawk TLAM-A Block II dalla gittata massima di circa 2500 chilometri, o i TLAM Block IV, attualmente i più prodotti, dalla gittata di 1600 chilometri. Raytheon dice che questi missili sono deterrenti e che il Tomahawk può colpire obiettivi in movimento. Va tutto bene, ma la chiave sono gittata e precisione e gli Stati Uniti non sono nella posizione di brandirla. La gittata offre flessibilità operativa senza precedenti e il lancio dai Tu-95 Bear russi era un messaggio assai chiaro, non per la gittata dei Kh-101, missili da crociera con maggiore gittata vengono realizzati dalle industrie, con gittate da 10000 chilometri. Il messaggio era il fatto che i missili furono lanciati dai cieli iraniano e iracheno. Potevano non farlo, potevano farlo facilmente dall’area del Mar Caspio. Ma i Bear lanciarono mentre erano scortati nei cieli iraniani dai Su-30 e Su-35 delle Forze Aerospaziali russe e che, a parte l’evidente accenno alla piena capacità russa di raggiungere qualsiasi bersaglio statunitense nell’area, iniviavano altri segnali inquietanti. L’Iran sa sicuramente che, se accadesse l’impensabile ma non l’improbabile, come l’attacco statunitense alle forze russe in Siria, non sarà tralasciato, ma ne sarebbe immediatamente coinvolto, “volente o meno”. Così, seguendo logica, perché non dare il meglio quando tutte le scommesse, tranne quelle nucleari, saranno fatte. Anche l’Iran può avere le forze russe al suo fianco e nel suo spazio aereo, aiutandolo notevolmente. Ma ciò apre anche un’altra grave possibilità operativa in caso di conflitto convenzionale tra Russia e Stati Uniti, uno scenario che i neocon, analfabeti su cose militari e totalmente distaccati dalla realtà strategica, sognano. Mettendo da parte le inevitabili emozioni e guardando i fatti, la Dottrina Militare della Russia dal 2010, riaffermata nel 2014, considera l’uso delle armi ad alta precisione elemento chiave della Forza strategica di contenimento, come afferma chiaramente l’articolo 26. La Russia non vuole la guerra con gli Stati Uniti, ma se viene spinta, potrà non solo raggiungere le basi terrestri statunitensi, come la sede di CENTCOM in Qatar, ma ancora più significativamente anche le navi nel Golfo Persico.
Oltre a 66 bombardieri strategici a lungo raggio Tu-160 e Tu-95, la Russia dispone di oltre 100 bombardieri Tu-22M3, che possono esser riforniti in volo e trasportare un’arma piuttosto intimidatoria: il missile da crociera Kh-32, la cui gittata è di 1000 chilometri e la velocità supera Mach 4,2. Questo missile, oltre a poter attaccare qualsiasi cosa sul terreno, è progettato principalmente per colpire qualsiasi cosa si muova sulla superficie del mare. Il missile, per non parlare di una salva di essi, è incredibilmente difficile da intercettare, e come ha dimostrato, l’Iran probabilmente non avrà alcun problema a consentire ai Tu-22M3 di operare dal suo spazio aereo, nel caso peggiore. Lanciata dalla zona di Darab, la salva non solo coprirebbe tutto il Golfo Persico ma escluderebbe il Golfo di Oman a qualsiasi forza navale. Alcuna nave, alcun Gruppo portaerei potrà entrarvi in caso di conflitto convenzionale con la Russia in Siria; le conseguenze strategiche sarebbero enormi. Anche la salva di 3M14 dal Mar Caspio del 7 ottobre 2015 impressionò tanto che l’USS Theodore Roosevelt e il suo gruppo di scorta abbandonarono immediatamente il Golfo.
Infine, questo semplice fatto operativo dimostra perché per due anni un contingente militare russo relativamente piccolo ha potuto operare in modo efficace in Siria e, infatti, detta le condizioni a livello nazionale e nell’ambito delle operazioni. La risposta è semplice: molti drogati di adrenalina vengono abbassati in una gabbia nel mare per affrontare gli squali, con solo le aste di metallo che li separano dalle mascelle mortali degli squali. Tuttavia, laggiù, su una barca si può sempre mettere un uomo col fucile da usare in caso di emergenza, se la gabbia cedesse. Il contingente militare russo in Siria non è solo una base militare: è una forza integrata con le Forze Armate russe dalle possibilità e capacità di affrontare certe decisioni estremamente spiacevoli, incluso una Russia, e non gli Stati Uniti, che controlla l’escalation, spiegando la continua isteria russofoba sui media statunitensi da quando il risultato della guerra in Siria è diventato chiaro. Speriamo solo che quanto descritto rimanga speculazione e non si avveri per nulla; se questi scenari non si avverano, tanto meglio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Intervista al Ministro degli Esteri della RPDC

TASS, 12 ottobre 2017Intervista al Ministro degli Esteri della RPDC, dove definisce la posizione ufficiale di Pyongyang sulle armi nucleari e le relazioni con gli Stati Uniti. La situazione sul programma nucleare coreano è diventata l’argomento più teso della politica mondiale negli ultimi mesi. Gli Stati Uniti, che chiedono a Pyongyang di abbandonare le armi nucleari, e la leadership della RPDC si scambiano dichiarazioni sempre più dure, non mostrando alcuna volontà d’incontrarsi. La delegazione TASS, guidata dal Direttore Generale Sergej Mikhailov, su invito dell’Agenzia Centrale Telegrafica di Corea, s’incontrava con il Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea Li Yong-ho, che pochi giorni prima accresceva il proprio status nella leadership del Paese entrando nel Politburo del Comitato Centrale del PLC durante la sessione plenaria di ottobre. In un’intervista a TASS ha spiegato la posizione del suo Paese sul programma nucleare, ribadendo la tesi secondo cui tutte le minacce di Washington sono inaccettabili e sottolineando che le armi di distruzione di massa sono uno strumento per salvaguardare e proteggere la sovranità del Paese dall’aggressione estera. L’incontro si è tenuto alla vigilia dell’anniversario della costituzione delle relazioni diplomatiche del suo Paese con l’URSS, avviando quindi una conversazione con una breve analisi delle relazioni bilaterali.
Domani, 12 ottobre, è il giorno del 69° anniversario della creazione della relazioni diplomatiche tra RPDC e Russia e, a questo proposito, desidero esprimere la speranza che l’amicizia e la cooperazione tra i nostri popoli si rafforzino e che l’importanza strategica dell’interazione cresca nel tempo.
Oggi il nostro Paese è vincente, rappresentando un saldo contrappeso agli Stati Uniti definiti “unica superpotenza”. Credo che sia nell’interesse della Russia avere un vicino così forte. Recentemente, a causa di fattori interni ed esteri, alcune difficoltà e ostacoli, le relazioni coreano-russe non sono al livello desiderato, ma siamo ancora ottimisti sui potenzialità e prospettive, poiché esiste una forte base per lo sviluppo dei nostri rapporti che si basano su una lunga storia di amicizia e cooperazione. Ora gli Stati Uniti perseguono una politica di sanzioni nei confronti di entrambi i Paesi, RPDC e Russia, cercando di collegare la Russia alle sanzioni contro la RPDC, seminando discordia tra i nostri Paesi. Spero che TASS porti a conoscenza dei ussi l’assurdità di tale politica e contribuisca quindi a rafforzare l’amicizia tra i nostri popoli, assicurando pace e sicurezza in questa regione. Ho fiducia nella leadership e nel popolo della Russia, che supereranno tutte le sfide e le difficoltà, e che la Russia risorgerà e riconquistando il potere di grande potenza. Con la sua dichiarazione bellicosa e folle all’arena delle Nazioni Unite, Trump, si può dire, ha innescato la guerra contro di noi. Il Caro alto dirigente Kim Jong Un ha avvertito con severità: gli Stati Uniti dovrebbero agire con ragionevolezza e smettere di infastidirci se non vogliono disonorarsi di fronte al mondo, subendo i nostro colpo. Ha detto che le nostre forze strategiche, che hanno un potere inesauribile che nessuno ancora conosce, non lasceranno gli USA, gli aggressori, impuniti. Ora è il turno degli Stati Uniti pagare, e il nostro esercito e tutto il popolo insistono per chiedere che gli statunitensi la smettano per sempre solo infliggendogli una grandine ardente, non con le parole. Abbiamo quasi raggiunto il punto finale sulla via per raggiungere l’obiettivo finale, avere un reale equilibrio di forza con gli Stati Uniti. E le nostre armi nucleari non saranno mai negoziabili finché non viene eliminata la politica statunitense volta a spezzare la RPDC. Al secondo plenum della sedicesima convocazione del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori della Corea, che si è tenuto il 7 ottobre, il rispettato leader supremo ha ribadito che le nostre armi nucleari sono il risultato di una lotta sanguinosa volta a proteggere il destino e la sovranità del Paese dalle minacce nucleari statunitensi, garantendo pace e sicurezza nella regione e il diritto della nazione coreana ad esistere e svilupparsi, spada sacra della giustizia che ci permette di disperdere le nuvole nere della tirannia nucleare e garantire la vita indipendente di tutta l’umanità con un cielo lindo e chiaro.
La causa principale dell’attuale escalation delle tensioni sulla penisola coreana è degli Stati Uniti, ma comunque i Paesi che hanno votato l’adozione della “risoluzione sulle sanzioni” illegali, concepita dagli Stati Uniti, ne sono anche responsabili. Il governo della nostra repubblica ha ripetutamente dichiarato che qualsiasi tentativo di soffocaci, di strangolarci con il pretesto di attuare la “risoluzione delle sanzioni”, equivalente ad un atto di aggressione e di guerra, e in cambio non abbandoneremo i nostri mezzi estremi. Il Presidente Putin ha ammesso anche che i coreani non lasceranno mai le armi nucleari, anche se mangiassero erba, sottolineando che sanzioni ed isteria militare non porteranno nulla di buono. I Paesi limitrofi nel secolo scorso, a costo di perdite e prove gravi, adottarono le armi nucleari per resistere alle minacce e pressioni degli Stati Uniti. E se oggi cercano di essere in prima linea nella campagna delle sanzioni e delle pressioni contro di noi, allora si distruggeranno e trascinandosi nel disastro. Implementeremo costantemente la politica di sviluppo parallelo dell’economia e delle forze nucleari, delineata dal rispettato leader supremo, e completeremo con successo storico il miglioramento delle forze nucleari nazionali. Al tempo stesso, affidandoci alla forza trainante dell’auto-sviluppo e delle potenzialità scientifiche e tecniche, daremo nuovo impulso nella costruzione di una potenza economica socialista, smascherando la politica del nemico delle sanzioni e dello strangolamento e rendere i problemi felicità. Speriamo che TASS capisca correttamente lo spirito del nostro popolo, che si oppone in quest’ultima battaglia e che presenta alla comunità mondiale la verità sul nostro Paese, contribuendo a garantire pace e sicurezza regionale e giustizia internazionale.

La Russia ha sviluppato una tabella di marcia per risolvere i problemi della penisola coreana. Quanto realistico pensate sia l’attuazione di questa proposta, in questa fase?
Rendiamo omaggio al fatto che la Russia, come negli anni precedenti, presta molta attenzione ai problemi della penisola coreana e compie sforzi attivi per risolverli. E comprendiamo appieno motivi e scopo per cui la Russia ha sviluppato una tabella di marcia. Secondo le nostre stime, la situazione attuale, quando gli Stati Uniti ricorrono alla massima pressione e alle sanzioni, alle scandalose minacce militari contro la RPDC, non c’è affatto l’atmosfera per negoziare. In particolare, la nostra posizione di principio è che non accetteremo mai qualsiasi negoziato in cui le nostre armi nucleari saranno oggetto.

A quali condizioni pensare sia possibile avviare un dialogo tra RPDC e Stati Uniti?
Come abbiamo affermato più di una volta, la cosa più importante è che gli USA rimuovano la politica ostile e la minaccia nucleare contro la RPDC con tutte le loro fonti e radici.

Cosa pensa della politica delle nuove autorità della Corea del Sud?
Il caro leader supremo, il compagno Kim Jong-un, nella relazione al VII Congresso del Partito dei Lavoratori Coreani ha chiaramente illustrato i compiti per migliorare le relazioni inter-coreane. Recentemente le autorità sudcoreane propongono di avviare negoziati tra i militari di nord e sud, organizzano incontri di famiglie separate, forniscono assistenza umanitaria, ecc. Tuttavia, il problema è che essi sono contrari ai principi per “risolvere tutti i problemi delle forze della nazione coreana” e si attengono ciecamente alla politica ostile alla RPDC. Mentre seguono gli Stati Uniti, ricorrono a sanzioni e pressioni contro di noi, e non vediamo prospettive per migliorare le relazioni inter-coreane. Perciò, innanzitutto, è necessario che le autorità della Corea del Sud smettano l’obbediente sottomissione agli Stati Uniti nella loro politica ostili e campagna per sanzioni e pressione sulla RPDC. È importante che cambino politica a favore dell’interazione nazionale e della soppressione delle aggressioni ed interferenze estere.Traduzione di Alessandro Lattanzio