Russia e Giappone costruiscono la cooperazione economica

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 16.01.2018Come è noto, sia la posizione geografica del Giappone che la necessità d’importare idrocarburi hanno facilitato lo sviluppo delle relazioni del Paese con la Russia. Solo la lunga disputa sulle isole Curili ha impedito al Giappone di diventare uno dei principali partner economici della Russia già diversi decenni fa. Non avendo proprie risorse, la “Terra del Sol Levante”, tuttavia, ha creato una delle industrie più potenti del mondo, importando carburante da vari Paesi. Per cui la Russia, tradizionalmente ricca di petrolio e gas, sebbene vicina al Giappone, non è tra i suoi principali fornitori, a causa dei rapporti annebbiati avutisi tra i due Paesi dopo la Seconda guerra mondiale. Ora, il principale fornitore di idrocarburi del Giappone è il Medio Oriente. L’invio via marittima di grandi vettori energetici lungo le coste meridionali dell’Eurasia è sempre stato difficile e costoso. Negli ultimi anni sono emersi diversi fattori che lo rendono ancora meno conveniente. Si può fare riferimento ad instabilità e minaccia terroristica in Medio Oriente, così come all’Iniziativa One Belt One Road (OBOR). Il Giappone, sconcertato dal rafforzamento delle posizioni della Cina in Asia, non è particolarmente entusiasta dell’OBOR e della “Rotta della Seta del 21° secolo”, che mira a unire tutte le rotte marittime lungo le coste dell’Eurasia in un unico sistema, comprese le rotte da cui il Giappone riceve gli idrocarburi dal Medio Oriente. La Cina mette sotto controllo i principali porti su questa rotta e il Giappone inizia a preoccuparsi della sicurezza energetica. Tutto questo accade con l’indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti nella regione Indo-Pacifica, considerati tradizionale alleati e partner dei giapponesi. Ovviamente, tali processi nella loro integrità fanno sì che il Giappone riveda le relazioni con la Russia. Ora, la cooperazione tra Russia e “Terra del Sol Levante” è attivamente promossa nell’energia, nelle finanze e nei trasporti. La fine del 2017 fu notevole per le molte notizie sulla cooperazione russo-giapponese. Ciò è legato alla riunione regolare del capo del Ministero degli Esteri della Federazione russa Sergej Lavrov e Tarou Kouno, del Ministero degli Esteri del Giappone, svoltasi il 24 novembre a Mosca. I due ministri discussero in dettaglio le questioni sull’interazione bilaterale, comprese le prospettive dell’attività economica congiunta sulle isole Curili. Lo stesso giorno si svolse la 13.ma riunione della Commissione intergovernativa russo-giapponese sulle questioni economiche e commerciali, in cui erano presenti il Primo Viceprimo ministro russo Igor Shuvalov e il Ministro degli Esteri del Giappone Tarou Kouno. Furono discussi i temi della cooperazione russo-giapponese nei trasporti, energia e alte tecnologie. Furono trattati i seguenti argomenti: partecipazione del Giappone allo sviluppo dei giacimenti di gas dell’Artico e dell’Estremo Oriente russo, progetti di investimento congiunti e molte altre questioni. A conclusione dell’incontro, Tarou Kouno annunciava che le relazioni russo-giapponesi hanno un enorme potenziale e che è necessario fare tutto il possibile per attuarle. Subito dopo l’incontro di entrambi i capi del Ministero degli Esteri russo e giapponese, e la riunione della Commissione intergovernativa, una notizia dopo l’altra apparve sui mass media, a proposito della cooperazione delle maggiori aziende russe e giapponesi.
All’inizio di dicembre 2017, a Mosca, il Presidente del Comitato di gestione di Gazprom, Aleksej Miller, incontrava Nobuhide Hayashi, Presidente della Mizuho Bank Ltd, una delle più grandi organizzazioni finanziarie del Giappone, con cui Gazprom coopera dal 1999. L’argomento dei negoziati era la possibilità della partecipazione del capitale di Mizuho Bank nei progetti strategici di Gazprom, a cui l’azienda russa inizierà a lavorare nel 2018. Mizuho Bank può investire in progetti come i gasdotti Power of Siberia-1, TurkStream, Nord Stream 2 e l’Amur Gaz Processing Plant ed altro. Allo stesso tempo, i mass media informavano dell’inizio della produzione di gas naturale liquefatto (GNL) sul primo processo di trasformazione del nuovo impianto russo costruito nella penisola di Jamal nell’ambito del progetto “Jamal LNG“. L’impianto è costruito con la partecipazione di compagnie russe e straniere, utilizzando il giacimento Tambej Sud come base delle risorse nel distretto autonomo Jamalo-Nenets della Federazione Russa. L’8 dicembre 2017, il primo carico di GNL partiva su una nave cisterna da Sabetta, il porto artico russo al centro della rotta del Mare del Nord. Il lancio della seconda e terza parte del progetto, noti come processi di trasformazione, è previsto per il 2018-19; tuttavia la capacità operativa già produce 5,5 milioni di tonnellate di GNL all’anno. Le parti della joint venture, le società di costruzioni giapponesi JGC Corporation e Chiyoda Corporation, che hanno completato numerosi progetti nel settore gasifero, hanno partecipato allo sviluppo del progetto Jamal LNG. Come è noto, il Giappone è tra i principali importatori globali di GNL, ed è più vicino alla rotta del Mare del Nord di Cina e Corea del Sud. Forse, la “Terra del Sol Levante” sarà il principale consumatore dello Jamal LNG. Il progetto Jamal (??? ‘Jamal LNG’) è di proprietà a maggioranza della società russa Novatek, secondo produttore di gas nella Federazione Russa. Ha partecipato attivamente allo sviluppo dei giacimenti di gas nell’estremo nord della Russia e allo sviluppo della rotta del Mare del Nord. Novatek persegue la cooperazione strategica con i partner giapponesi: a fine novembre 2017 firmava un memorandum d’intesa con le giapponesi Marubeni Corporation e Mitsui OSK Lines, Ltd. Le tre società hanno intenzione di esplorare opzioni per un complesso per il gas naturale liquefatto in Russia, nella Kamchatka, che prevede trasposto e marketing. Secondo il piano, il GNL trasportato da petroliere rompighiaccio lungo la rotta del Mare del Nord, verrà ricaricato su navi cisterna convenzionali per ridurre il costo del vettore. Da questo punto, il GNL sarà consegnato a tutti i Paesi interessati della regione Asia-Pacifico, e prima in Giappone, territorialmente vicino alla Kamchatka. Si prevede che le società giapponesi effettueranno importanti investimenti nel progetto. Inoltre, è stato riferito che il progetto ha il sostegno del governo della regione Kamchatka, in quanto parte del gas sarà utilizzato per le esigenze di questa regione della Federazione Russa.
Il trasporto è la sfera più importante della cooperazione russo-giapponese. Come accennato in precedenza, la Cina e la “Rotta della Seta del 21° secolo” svolgono un ruolo sempre più significativo nel traffico merci marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia, in cui il Giappone non desidera partecipare da partner di minoranza. Non è impossibile che la “Terra del Sol Levante” abbia bisogno di vie di comunicazione alternative con i Paesi del continente eurasiatico, liberi dall’influenza cinese. A tale proposito, il Giappone mostra interesse per la ferrovia transiberiana russa e la rotta del Mare del Nord lungo le coste settentrionali dell’Eurasia. All’inizio di dicembre 2017, l’holding Russian Railways annunciava la creazione di uno sportello unico per le società giapponesi che intendono inviare carichi in Russia ed Europa dai porti dell’Estremo Oriente russo, e lungo la Transiberiana. I rappresentanti delle aziende giapponesi possono ricevere tutte le informazioni necessarie sulla gestione dei trasporti sul territorio della Federazione Russa in breve tempo. A metà dicembre 2017, si seppe che le principali società commerciali giapponesi SBI Holdings e Hokkaido Corporation decidevano di unire gli sforzi per assistere le piccole aziende giapponesi che desiderano fare affari in Russia. Le imprese che desiderano aprire strutture e condurre affari sul territorio della Federazione Russa riceveranno supporto finanziario e informativo. Pertanto, si può concludere che le relazioni russo-giapponesi possano prosperare. È auspicabile che le parti consolidino il successo raggiunto e la cooperazione tra Russia e Giappone si sviluppi costantemente con vantaggio reciproco e dell’intera regione Asia-Pacifico.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La nuova “Via della Seta”, Panama e America Latina

Oscar René Vargas, Mondialisation, 26 novembre 2017L’accordo Panama-Cina è stato firmato nel giugno 2017 nell’ambito del gigantesco progetto “Fascia e Via” tessendo una rete globale da est a ovest. La Cina ha attualmente il più alto prodotto interno lordo (PIL) al mondo, calcolato a parità di potere d’acquisto, secondo la classifica del World Factbook World Intelligence Agency (CIA). Si prevede che, in termini di PIL nominale, la Cina supererà, intorno al 2020, Unione europea (UE) e Stati Uniti, rispettivamente prima e secondi. La Cina ha ora le maggiori riserve valutarie, con 3100 miliardi di dollari, contro 775 miliardi dell’Unione europea (quattro volte meno) e 117,3 degli Stati Uniti (26 volte in meno). Il Presidente Xi Jinping si è impegnato a “ricostruire” la Via della Seta come corridoio economico tra Oriente e occidente. Ha fatto una grande scommessa strategica. La Cina ha la più grande rete ferroviaria del mondo, 112000 chilometri, compresi oltre 20000 ad alta velocità. Entro il 2025 ne sono previsti altri 15000 chilometri. La Via della Seta è una gigantesca rete di rotte marittime e terrestri chiamata “Fascia e Via”. L’iniziativa comprende investimenti, finanziamenti, accordi commerciali e decine di zone economiche speciali (SEZ) per un valore di 900 miliardi di dollari. In totale, la Cina vuole investire non meno di 4 trilioni di dollari in 64 Paesi. Il suo progetto è il simbolo della nuova diplomazia della seduzione attuata da Pechino per conquistare i vicini e fare del Paese uno dei principali attori mondiali, se non il principale. Proprio come gli Stati Uniti consolidarono l’influenza economica sull’Europa col Piano Marshall, creato per promuovere la ricostruzione dei Paesi distrutti dalla Seconda guerra mondiale, Pechino intende costruire una vasta rete di trasporto e di gasdotti ed oleodotti per esportare la propria forza economica oltre i confini di Asia, Europa, Africa e America Latina.
La Cina diventa rapidamente il più grande “impero commerciale” al mondo. Basta confrontare il Piano Marshall da 800 miliardi di dollari USA (in valore attuale) degli Stati Uniti cogli investimenti della Cina che sono già a 300 miliardi di dollari e prevede di investirne un altro trilione nel prossimo decennio. La sola Cina ha concesso più crediti ai Paesi in via di sviluppo della Banca mondiale. Il progetto “Fascia e Via” ha una componente terrestre, una marittima e una oceanica. Le SEZ sono guarnigioni commerciali nelle catene di approvvigionamento internazionali attraverso le quali la Cina può proteggere il proprio commercio senza creare vincoli coloniali. In questo piano, dobbiamo analizzare il trattato tra Panama e la Cina. Nella strategia della crescita della Cina, l’Europa svolge un ruolo fondamentale come mercato per i prodotti cinesi e per acquisizione e cooperazione ad alta tecnologia su temi prioritari come l’ambiente. Pertanto, la nuova Via della Seta terrestre consiste di due rami principali con una moltitudine di terminali e diramazioni. Il primo, basato sulla vecchia carovaniera (e ancora senza una rotta definita), è il più conflittuale, poiché attraversa aree di marcata instabilità in Asia centrale e Medio Oriente. Le guerre in Afghanistan e Siria rallentano questa rotta terrestre; povertà, sfiducia e quasi totale mancanza di infrastrutture in alcuni di Paesi, come Kirghizistan e Tagikistan. Nel dicembre 2015 la Cina collegava ad alta velocità Pechino e la capitale della provincia più occidentale Urumqui (Xinjiang). Il progetto ferroviario cinese avrebbe unito Urumqui (Cina) a Sofia (Bulgaria), attraverso Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran e Turchia. La tattica di questi Paesi per consentire la costruzione di ferrovie, strade ed oleodotti è impegnare miliardi di dollari per finanziare i vari progetti. Il secondo ramo, attraverso Russia e Kazakistan, è già operativo, ma richiede una modernizzazione. Attualmente vi sono treni regolari tra Pechino e Mosca che impiegano sei giorni e mezzo. Ma la Cina ha già investito 6 miliardi di dollari per la costruzione del treno ad alta velocità Mosca-Kazan, per un valore di 24 miliardi di dollari, che in seguito consentirà il collegamento tra la capitale russa e la Cina attraverso il Kazakistan.; ciò ridurrà la durata del viaggio Mosca-Pechino a 33 ore.
L’iniziativa “Fascia e Via” integra anche la dimensione marittima. Come la Via della Seta terrestre, la rotta ha anche diverse diramazioni principali e una moltitudine di secondarie. Lasciando la provincia del Fujian, a sud-est, attraverso il Mar Cinese Meridionale, entra nell’Oceano Indiano e raggiunge il Corno d’Africa. Una di esse si dirige a nord attraverso Mar Rosso e Mediterraneo fino a Venezia. L’altra va verso Dar as-Salam (Tanzania) e la costa sud-orientale dell’Africa. La terza va verso l’America Latina. In seguito all’accordo di Stato tra Panama e Cina, firmato il 17 novembre 2017, Panama aderisce all’iniziativa della Via della Seta e della Rotta della Seta del 21° secolo (accordo 14) diventando la terza diramazione marittima dell’Iniziativa. Secondo me, con Panama beneficiaria della clausola della nazione più favorita dalla Cina, si annulla la possibilità di costruire un canale inter-oceanico attraverso il Nicaragua. È prevista la possibilità di finanziare grandi progetti infrastrutturali in futuro: ad esempio, la quarta chiusa del Canale di Panama. Pertanto, il trattato Ortega-Wang (del 2013, tra D. Ortega e l’uomo d’affari Wang) assomiglia al trattato Chamorro-Bryan (del 1914) servendo solo per ottenere un diritto specifico (un “brevetto”) per costruire il canale attraverso il Nicaragua in modo che nessun altro possa farlo. La Via della Seta marittima può dare impulso agli sviluppi in Africa. Dall’inizio del decennio, la Cina è il principale partner commerciale del continente nero, la Cina vuole raddoppiare il volume di affari entro il 2020. Nel 2015, l’investimento del gigante asiatico in Africa ha raggiunto i 25 miliardi di dollari. Più di 2000 aziende cinesi sono presenti in diversi Paesi in settori come miniere, petrolio e altre risorse, infrastrutture, costruzioni, agricoltura, tessuti e altri manufatti. La Via della Seta marittima mira a creare grandi infrastrutture portuali che, secondo un rapporto del Pentagono, servirebbe non solo per scopi commerciali, ma il cui obiettivo finale sarebbe sostenere l’ambizione della Cina di diventare potenza navale. Una delle basi principali della politica “Fascia e Via” è il Pakistan. Si prevede che il suo territorio servirà ad unire le rotte marittime e terrestri attraverso la ferrovia che attraverserà il Pakistan dal porto di Gwadar, all’estremità sud-ovest all’estremità nord-est, con la rete ferroviaria cinese.
La Cina sembra aver trovato la pietra filosofale nella Via della Seta. Se nel 2013 il Presidente Xi Jinping sorprese tutti col progetto di rivitalizzare la vecchia rotta dei cammelli, quattro anni dopo, programma non solo di unire Cina ed Europa con una vasta rete di treni, automezzi e navi. Asia centrale, Medio Oriente, Sud-est asiatico e Africa orientale ne sono integrati, ed anche America Latina. La Cina è passata da ruolo secondario ad attore fondamentale nella comprensione delle dinamiche economiche e commerciali dell’America Latina. Nel 2010, gli investimenti cinesi in America Latina ammontavano a 31,72 miliardi di dollari. A fine 2016, ammontavano a 113,662 miliardi. In altre parole, un aumento di 81,942 miliardi di dollari USA. A fine 2016, gli investimenti cinesi erano concentrati in tre Paesi: Brasile (54,49 miliardi di USD), Perù (12,372 miliardi di USD) e Argentina (10,587 miliardi di USD). Questi tre Paesi rappresentano il 71% degli investimenti cinesi in America Latina. In America Latina, il progetto cinese prevede la costruzione di una linea ferroviaria che collega Atlantico e Pacifico attraverso Brasile e Perù, dimostrando l’intenzione della Cina di diventare il principale partner commerciale dell’America Latina, nonché l’aspirazione ad essere una potenza mondiale. Il commercio tra Cina e America Latina è aumentato di 22 volte nell’ultimo decennio e gli enormi investimenti di Pechino prevedono che continui a crescere. La tratta pianificata collegherà il porto brasiliano di Açu (315 chilometri a nord di Rio de Janeiro, in piena espansione, divenendo il terzo più grande al mondo e il primo in America Latina) al porto peruviano di Ilo (1200 chilometri a sud di Lima). Questa Via della Seta transoceanica ridurrà notevolmente il tempo degli scambi. Ora, i prodotti sudamericani devono attraversare il Canale di Panama e, da lì, navigare per 30 giorni per raggiungere il porto di Tianjin (a sud di Pechino). Le relazioni economiche tra Cina e America Latina sono state così rapide da diventare il secondo partner commerciale, con 263,6 miliardi di dollari nel 2014. Ciò significa che ha superato l’Unione europea e si trova solo dietro gli Stati Uniti. Tra il 2005 e il 2013, la Cina ha erogato 102 milioni di prestiti all’America Latina. Pechino ha trovato in America Latina il quadro appropriato per la sua diplomazia della seduzione: 600 milioni di persone e una classe media relativamente ampia che rappresenta un grande mercato per prodotti economici e tecnologici. Il piano di Xi Jinping per rivitalizzare la vecchia Via della Seta ha innescato tutti gli allarmi a Washington.
La nuova Via della Seta svolge anche un ruolo fondamentale nel matrimonio di convenienza tra Cina e Russia. “Se la Cina riesce a connettere la fiorente industria con il cuore dell’Eurasia, dalle vaste risorse naturali, allora è possibile, come previde nel 1904 il geografo inglese Halford Mackinder, profilarsi un impero mondiale“, avverte lo storico Alfred McCoy dell’Università del Wisconsin-Madison (USA). “La vittoria migliore è quella ottenuta senza combattere, e questa è la distinzione tra un uomo prudente e uno ignorante“, dice Sun Zu nel suo libro L’Arte della Guerra, la cui filosofia governa le relazioni estere della Cina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’anno che avrà il volto di Kim

Fjodor Lukjanov, Amitié France-CoreeIn un articolo pubblicato il 26 dicembre 2017 su Russkaja Gazeta (edizione federale 7460/294), col titolo “L’anno che avrà il volto di Kim” (Jong-un), Fjodor Lukjanov, professore e ricercatore presso la School of Economics, riteneva che la Repubblica democratica popolare di Corea, avendo raggiunto l’obiettivo del deterrente nucleare operativo, ritornerà ai negoziati, allentando la morsa delle sanzioni economiche. Un’analisi che si è dimostrata premonitrice, data l’offerta al dialogo del Maresciallo Kim Jong-un nel discorso di Capodanno: dopo il dialogo inter-coreano è stato rinnovato con le Olimpiadi di Pyeongchang. Il presidente della Repubblica di Corea Moon Jae-un annunciava di essere pronto ad incontrare la controparte nordcoreana, mentre il presidente Donald Trump dichiarava di essere pronto a colloqui col Presidente Kim Jong-Un, Qui la traduzione dal russo dell’articolo di Fjodor Lukjanov.

L’anno che avrà il volto di Kim
Alla vigilia del nuovo anno, ero interessato a sapere da un collega giapponese come a Tokyo guardino alla Corea democratica e alla possibile escalation della crisi sulle armi nucleari e i missili. Con mia sorpresa, reagiva tranquillamente: probabilmente non ci saranno più provocazioni, Pyongyang ha raggiunto i suoi obiettivi (la creazione del deterrente nucleare) e ora si concentrerà sugli strumenti diplomatici. Il nuovo compito sarà ridurre la pressione sull’economia, causata dalle sanzioni, pressione aumentata considerevolmente lo scorso anno. Washington non è interessata a una guerra, i generali che circondano Trump non vogliono rischi superflui. Il mio interlocutore riassume come segue: i negoziati diretti sono possibili nel 2018. È ciò che la RPDC ha cercato sin dall’inizio. Nell’abbondanza di importantissimi eventi internazionali del 2017, va evidenziato il problema della Corea democratica. Il regime del Juché, dalle radici nel sistema del socialismo mondiale della seconda metà del XX secolo, ha sperimentato il sistema per 30 anni. Dopo la scomparsa dell’URSS, alcuni ritennero che i giorni di Pyongyang fossero contati. Prima col modello principale e il supporto spariti, e poi con le ondate della democratizzazione generale, la Corea democratica era sempre più considerata un anacronismo (per alcuni un Paese di selvaggi). Ma lo scenario fu più capriccioso. La famiglia Kim trasse la conclusione della crisi degli ex-alleati, che cercarono di allentare le tensioni interne con la liberalizzazione diretta. Stringere i bulloni, non lasciare spazio a dubbi, non mostrare debolezza politica, questa ricetta ha funzionato. Da allora il potere nella RPDC è cambiato di mano due volte, il Paese ha subito la prova di una crisi economica e di una carestia terribili, ma ha tenuto duro, e a un certo punto sono apparse riforme prudenti che hanno permesso di passare da un regime di sopravvivenza a un modello di sviluppo originale.
Oltre alla stabilità interna c’è il problema della stabilità estera, qui la leadership nordcoreana ha anche manifestato senso politico. Il lavoro intensivo sul programma nucleare iniziò molto prima che diventasse chiaro che “dittature fuori dall’ordinario” avrebbero lasciato la scena politica non solo con la forza delle idee e della pressione economica, ma anche con l’intervento armato. Quindi l’unica garanzia era la loro capacità di causare danni inaccettabili in risposta. Sadam Husayn, Muammar Gheddafi… ci pensarono, ma osservando da vicino si nota quanto fu deplorevole il loro destino, esitando su questa via. Il leader della RPDC è un attore molto attento che sa cosa fare. Il 2017 è stato l’anno decisivo. Da un lato, una serie di azioni aperte col test nucleare e i lanci di missili di Pyongyang, e la completa inosservanza della reazione della comunità internazionale. Dall’altra parte le minacce dagli Stati Uniti fino alla dichiarazione del presidente Trump all’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul desiderio di spazzare via la Corea democratica. A metà dell’anno si cominciò a parlare seriamente della possibilità di guerra. Verso l’autunno si delineava. La pressione delle sanzioni al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite raggiunse il culmine. Ma non successe niente. E ora si inizia a parlare di possibile rilassamento. In questa storia ci sono due componenti. Una legata alla specificità del regime nordcoreano, estremamente originale e personalizzato. La volontà di Kim Jong-un di andare dritto e di alzare la posta impressiona, e la maggior parte degli osservatori riconosce che il leader della Corea democratica è molto cauto e agisce con la piena comprensione della situazione. Ma c’è un’altra componente. La crisi nordcoreana è un tipico esempio di ciò che accade quando il sistema internazionale è squilibrato, con tutti gli attori chiave impegnati a risolvere i propri problemi e non interessati a risolvere problemi complessi. Kim Jong-un, molto prima di Trump, formulò il suo slogan: “La Corea democratica prima di tutto”. Ecco perché Kim non è affatto disturbato dalla reazione estera, di certo non ne viola la linea. Sa anche che, nonostante i voti unanimi del Consiglio di sicurezza, le grandi potenze non si ritroveranno su un approccio comune al problema nucleare nella penisola coreana. La necessità di mantenere il regime di non proliferazione non è contestata da nessuno, ma quasi tutti hanno altri obiettivi e priorità.
Il 2017 ha definitivamente dimostrato la fine dei vecchi schemi, il cambio dei modelli di direzione, considerati degli assiomi negli ultimi trent’anni. All’avanguardia gli Stati Uniti, la cui svolta “verso i propri affari” non è iniziata con Trump, ma è diventata chiara e netta. Gli USA non rifiutano il primo posto, ma non rivendicano più la “posizione di leader globale”. Questo influenza tutti gli altri e apre possibilità ad altri attori, immergendoli però nel disordine. Per alcuni, il dominio degli Stati Uniti è diventato naturale e punto di partenza per adattare la propria condotta, e non sono sicuri di cosa fare quando la forza predominante volta le spalle. In questo contesto, la strategia della Corea democratica, da sempre autarchica, preferendo affidarsi alle proprie forze, è più adatta alle nuove condizioni. Un risultato inaspettato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le lodi di Putin a Kim Jong-un sono un messaggio per Trump

M.K. Bhadrakumar, Asia Times 14 gennaio 2018Se lo statista A continua a chiamare lo statista B “ragazzo intelligente”, ma quest’ultimo, invece di ricambiare, procede ad elogiare lo statista C, noto nemico dello statista A come “politico scaltro e maturo”, il messaggio dovrebbe essere abbastanza ovvio. Quando il Presidente Vladimir Putin ha elogiato l’omologo nordcoreano Kim Jong Un, che il presidente Donald Trump deride come “Little Rocket Man” dal “piccolo bottone”, è allo stesso tempo simbolico e significativo per i legami USA-Russia.
Durante un incontro con i principali redattori russi al Cremlino, Putin ha detto: “Penso che Kim Jong Un abbia ovviamente vinto questo round. Ha raggiunto l’obiettivo strategico. Ha testate nucleari, e ora anche missili dalla gittata globale di 13000 chilometri, raggiungendo quasi ogni parte del globo, almeno nel territorio del potenziale avversario. E ora vuole chiarire, placare o calmare la situazione. È un politico scaltro e maturo. Tuttavia, dovremmo essere realistici e… agire con estrema attenzione. Se vogliamo raggiungere il difficile obiettivo di denuclearizzare la penisola coreana, dovremmo farlo attraverso il dialogo e i colloqui… possiamo realizzare questa missione se tutte le parti, anche i nordcoreani, si convinceranno che la loro sicurezza può essere garantita anche senza armi nucleari“. In poche parole, Putin si congratulava con Kim per aver guidato Trump lungo il sentiero del giardino, concentrandosi sull’unica determinazione a raggiungere l’obiettivo centrale della “distruzione reciprocamente assicurata” (MAD) nei confronti degli Stati Uniti. Kim ora ha le sue testate nucleari e i suoi vettori. D’ora in poi, la denuclearizzazione della Corea democrazia sarà possibile solo se Stati Uniti e Corea democratica “si convincono che la loro sicurezza può essere garantita anche senza armi nucleari“. Putin indicava che piccoli Paesi con un acuto senso di vulnerabilità ricorrono alla via nucleare come risposta asimmetrica alle minacce. L’avvertimento arrivava alla vigilia della seria decisione di Trump di mantenere gli Stati Uniti nell’accordo nucleare iraniano, rinunciando a una serie di sanzioni fino al 12 maggio.
Le somiglianze sono sorprendenti. In entrambi i casi, non c’è davvero alcuna opzione militare per gli Stati Uniti, tranne quelle che rischiano l’enorme distruzione di propri beni e vite umane. La capacità dell’Iran di contrastare l’aggressione statunitense non è inferiore a quella della Corea democratica. Entrambi si sono sentiti in dovere di intraprendere la strada verso la padronanza nucleare alla luce della minaccia esistenziale che gli Stati Uniti pongono. Il nazionalismo si è trasformato in anti-americanismo e nessuna demonizzazione può nascondere questa verità sgradevole. I rischi statunitensi sono marginalizzati. Putin ha sottolineato che Mosca vede il tentativo occidentale di “distruggere” i rapporti della Russia con Iran e Turchia, aggiungendo che “mostreremo solidarietà agli uni e agli altri“. Le sue osservazioni volano sui quattro mesi di conto alla rovescia di Trump sull’Iran. Ancora una volta, la Russia si posiziona per agire se i colloqui tra le due Coree ingraneranno, estendendo la linea ferroviaria Trans-Siberiana attraverso la Corea democratica fino alla Corea del Sud e anche costruendo oleodotti e gasdotti che colleghino Siberia ed Estremo Oriente russo con i mercati coreani. Su un piano più ampio, Putin senza dubbio aveva in mente gli attuali colloqui russo-statunitensi sul nuovo START (Trattato di riduzione delle armi strategiche). In effetti, menzionava i colloqui come addendum alle osservazioni commendevoli sulla sfida strategica di Kim agli Stati Uniti. Washington insiste sul fatto che si riserva il diritto di convertire unilateralmente alcuni suoi vettori (aerei e sottomarini) e silos, mentre Mosca sostiene che il trattato concede in particolare alla Russia la prerogativa di verificare tali conversioni e di accertarsi che non implichino una “potenziale rottura”. In altre parole, silos, aerei e sottomarini non sono adatti al lancio di armi nucleari.
In superficie, l’encomio di Putin all’intelligenza di Kim nel prevalere sugli Stati Uniti è una constatazione di fatto, ma è anche un messaggio più ampio per le élite statunitensi. Putin citava efficacemente gli esempi di Corea democratica e Iran (e Turchia) per segnalare la realtà geopolitica in cui gli Stati Uniti saranno neutralizzati nel tentativo (come previsto dalla Strategia di sicurezza nazionale di Trump del 2017) di modificare l’equilibrio strategico globale a proprio favore. L’ampia spinta del messaggio di Putin è che è ora per le élite statunitensi rendersi conto che non è intelligente cercare la “sicurezza assoluta” nel sistema internazionale emergente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio