La rinascita del Partito Comunista Indonesiano

Srechko Vojvodich, Communism, 12 novembre 2017

Il seguente saggio tratta della ripresa dell’attività legale del Partito comunista indonesiano dopo 50 anni di proibizione. È un adattamento ed elaborazione della presentazione di Vladimir M. Soloveichik, pubblicata su Leningrad Internet TV e YouTube il 27 giugno 2016, in lingua russa. L’articolo offre interessanti informazioni sulla storia eroica e tragica del Partito Comunista non al potere più grande del mondo ed esprime l’ottimismo che le nuove generazioni di comunisti indonesiani continuino la lotta, unendosi al movimento marxista-leninista per la materializzazione dell’ideale comunista.Prologo
Questo argomento ha grande importanza morale per noi comunisti. Qui parliamo del Partito Comunista Indonesiano, la cui storia è ricca di eventi, tragedie e coraggio dei comunisti e di crimini contro di loro commessi dalla reazione borghese. Ora, dopo un divieto di 50 anni, il Partito Comunista Indonesiano ha tenuto il suo congresso e riprende l’attività legale nel Paese.

Origini
Uno dei più grandi partiti comunisti del mondo, uno dei più grandi partiti comunisti dell’Asia, il Partito Comunista dell’Indonesia aveva, al momento del divieto nel 1965, circa tre milioni di seguaci, tra cui due milioni di iscritti. Era il terzo partito comunista più numeroso del mondo, subito dopo il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e il Partito Comunista Cinese (PCC). La storia di quel partito iniziò nel maggio 1920. L’Indonesia è un Paese su un vasto arcipelago nel sud-est asiatico, che in quel momento era colonia olandese. Il socialdemocratico olandese Henk Sneevliet iniziò a radunare i compagni, lasciando i socialdemocratici olandesi e locali organizzò il congresso fondativo del partito, che entrò nella storia come Partito comunista indonesiano. Porta questo nome dal 1924. Chi era Henk Sneevliet? Già non molto giovane, quasi 40 anni, aveva accumulato molta esperienza nel lavoro sindacale nei Paesi Bassi e, in quanto tale, fu nominato rappresentante della sezione orientale del Comintern. Dopo aver fondato il Partito Comunista Indonesiano, andò in Cina, dove si trovò alla fondazione del Partito comunista cinese. Fu lui che organizzò, nel luglio 1921, il Congresso fondativo del Partito Comunista cinese a Shanghai. Non fu nientemeno che lui che invitò al Congresso, tra gli altri, un giovane studente dell’Università di Pechino, Mao Tse-tung, vedendo in lui i tratti del futuro leader comunista. Dopo aver lavorato nella sezione orientale del Comintern, Henk Sneevliet tornò nei Paesi Bassi e poi ruppe drammaticamente con la leadership comunista olandese, passando al trotskismo e poi separandosi da Trotzkij. Più tardi, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, deputato indipendente dell’Olanda, il rappresentante dei lavoratori Sneevliet guidò la resistenza clandestina olandese ed organizzò il più grande sciopero durante l’occupazione nazista dell’Europa occidentale contro l’hitlerismo, nel novembre 1941. Fu arrestato e giustiziato dalla GeStaPo di Hitler nell’aprile del 1942. Non aveva ancora 60 anni.
Il Partito fondato da Sneevliet si sviluppò come molti altri partiti orientali del Comintern, i partiti comunisti asiatici, attraverso il Terrore Bianco nel 1926, la lotta ai colonizzatori, l’occupazione giapponese e la resistenza armata agli alleati giapponesi di Hitler. Dopo la debacle del militarismo giapponese nel 1945, i nazionalisti indonesiani, guidati dal presidente Sukarno, iniziarono la lotta per l’indipendenza contro gli olandesi e il loro dominio coloniale. Il PKI sostenne Sukarno, come doveva fare qualsiasi forza patriottica, e ciò fu ricambiato con oscura ingratitudine. Non fu altri che Sukarno che, insieme ai nazionalisti e ai generali islamici, organizzò una provocazione armata nel 1948 coinvolgendo l’esercito e le formazioni armate del partito, il cui esito fu il sanguinoso massacro dei comunisti indonesiani, l’assassinio dell’allora Segretario generale della Comitato centrale del Partito comunista indonesiano, Munawar Musso, e del membro del Politburo Amir Sjarifuddin, ministro della Difesa nel governo di coalizione tra comunisti e nazionalisti, il governo anticolonialista di Sukarno. Tuttavia, comprendendo di dover ancora aver bisogno dei comunisti nella lotta contro i generali islamici e i colonizzatori olandesi, Sukarno evitò di bandire il PKI, sperando che i nuovi leader fossero più leali nei suoi confronti di Munawar Musso e Amir Sjarifuddin, che fece giustiziare. In realtà, al timone del Partito arrivarono Dipa Nusantara Aidit, Njoto, MH Lukman e alcuni altri, orientati verso il vittorioso Partito Comunista Cinese e la collaborazione del Partito Comunista Indonesiano con il PCC. Nel 1951, la piena attività legale del PKI fu ripristinata e quell’anno i comunisti indonesiani adottarono il programma di partito, che conteneva, come si rivelò in seguito, molti punti errati e confusi che costrinsero il Primo Segretario del CC del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica, Stalin ad esprimere critiche al progetto di programma del PKI. Sfortunatamente, nelle condizioni di semi-legalità e terrore condotte contro il PKI dai generali islamici, in assenza di contatti diretti tra PKI e PC(b)US, le deliberazioni di Stalin raggiunsero la nuova leadership del PKI solo dopo l’adozione del nuovo programma. Invece di considerare queste critiche mentre sviluppavano l’attività, i leader del PKI scrissero una risposta a Stalin rifiutando praticamente tutte le considerazioni e mostrando l’aplomb dei neofiti: il loro leader Aidit non aveva allora 30 anni! Solo uno dei membri del Politburo, Rinto, in realtà il prof. Iskandar Subekti, marxista che parlava correntemente olandese, inglese e molte altre lingue straniere, istruito in Europa e che conosceva a fondo le opere dei classici del marxismo, espresse dissenso e scrisse una lettera a Stalin chiedendogli di abbozzare alcune idee sulle prospettive della rivoluzione indonesiana. Con stupore di Aidit e Njoto, Stalin rispose alla lettera di Subekti, invitandolo con altri comunisti indonesiani al 19° Congresso del PCUS nell’ottobre 1952. Subekti arrivò a Mosca e più tardi, nel dicembre del 1952, Dipa Nusantara Aidit con Njoto arrivò nella capitale dell’Unione Sovietica, dopo aver partecipato al Congresso del Partito Comunista dei Paesi Bassi. Così, ai primi del gennaio 1953, iniziarono le conversazioni di Stalin con la dirigenza del PKI su come muovere le forze, prospettive e carattere della rivoluzione indonesiana. Le conversazioni furono abbastanza interessanti e significative, tra amici. Stalin cercò di convincere i comunisti indonesiani che le sue conclusioni erano corrette. Nel complesso, ci riuscì. Sulla base di questi colloqui, Stalin compose un ponderoso documento il 16 febbraio 1953, indirizzato a Aidit: “Sul carattere e le forze mobili della rivoluzione indonesiana, sulle prospettive del movimento comunista in Asia orientale, sulla strategia e le tattiche dei comunisti sulla domanda agraria“. Di fatto, fu l’ultima opera teorica di Stalin, purtroppo ignota nell’URSS per molto tempo. Per la prima volta fu pubblicata in russo nel 2009, stampata direttamente dal suo manoscritto. Questo originale manoscritto è conservato nell’Archivio Presidenziale della Federazione Russa, nel Fondo Stalin. Quest’ultima opera teorica di Stalin del 16 febbraio 1953, solo due settimane prima della scomparsa, è molto interessante, in primo luogo perché formulava il punto chiave della rivoluzione indonesiana: la questione agraria. Criticò i comunisti indonesiani quando scrivevano: “Combatteremo contro il feudalesimo”, senza chiarire di quali resti del feudalesimo nella società indonesiana parlavano e insistendo chiaramente che il PKI doveva puntare allo slogan sulla consegna della terra ai contadini indonesiani come proprietà privata e senza indennizzo, fornendo una spiegazione teorica per cui doveva essere fatto esattamente così, dato che la situazione agraria in Indonesia all’epoca era diversa dalla situazione agraria nella Russia pre-rivoluzionaria e dell’Europa orientale, quindi in Indonesia era esatto lo slogan della consegna della terra ai contadini indonesiani come loro proprietà privata e senza un compenso, mentre spiegava perché lo slogan sulla nazionalizzazione della terra non avrebbe funzionato nella situazione data. È esattamente in questo lavoro che Stalin sollevò la questione del Fronte nazionale, mettendo in guardia la leadership del Partito Comunista Indonesiano sul possibile assorbimento del Partito da parte della borghesia nazionale, sulla conversione del Partito in appendice del presidente Sukarno e della sua cricca, in modo che i comunisti dell’Indonesia non divenissero pedine nella lotta di clan tra nazionalisti e islamisti, tra colonizzatori diretti e loro complici, in modo da condurre una linea autonoma di alleanza tra classe operaia e contadini e sottolineando che più forte era l’alleanza, più solide sarebbero state le posizioni del Partito nel Fronte Nazionale. Il lavoro è interessante di per sé, per l’approccio completamente non dogmatico. Ad esempio, analizzando la situazione agraria in Russia alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin valutò positivamente non solo il programma agrario dei bolscevichi ma anche dei socialisti rivoluzionari (SR), definendoli entrambi “partiti socialisti”. Dichiarò inoltre che l’ottobre fu vittorioso grazie all’alleanza della classe operaia coi contadini, che si materializzò politicamente nelle azioni comuni dei due partiti socialisti, bolscevico e socialista rivoluzionario, una visione assolutamente non tradizionale nelle scienze sociali sovietiche del tempo!
In questa situazione, il PC indonesiano si armò, naturalmente, di tutti questi chiarimenti. Le formulazioni di Stalin trovarono il loro posto anche nella una nuova versione del Programma, adottata nel 1954, e in un grande lavoro teorico di Aidit, pubblicato l’anno dopo. Naturalmente, date le circostanze della campagna di Krusciov per screditare la lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo, sotto l’apparenza insensata dell'”anti-stalinismo”, il nome di Stalin non fu mai menzionato in questi documenti e le sue formulazioni divennero note solo dopo la pubblicazione del testo in lingua russa nel 2009. In pratica, la semplice attuazione dei suggerimenti di Stalin per spostare l’attenzione del lavoro politico del PKI nei villaggi comportò una tale crescita del PKI in numero e forza che divenne il terzo partito comunista più potente del mondo! L’afflusso massiccio di contadini, la creazione di associazioni di contadini, guidate dai comunisti, il rafforzamento delle posizioni del partito nel movimento operaio, portarono a vittorie elettorali, nonché all’impulso della reputazione dei comunisti nella società indonesiana. Tre milioni di iscritti e seguaci, tra cui due milioni aderenti al Partito e un milione alle organizzazioni giovanili, sindacali, contadine, delle donne e altre guidate dai comunisti. Questi numeri parlano da soli. E non sono miti, sono accuratamente documentati. La crescita delle contraddizioni sociali in Indonesia, mancata soluzione della questione agraria, peggioramento della situazione dei lavoratori, coperta da slogan nazionalisti e retorica antimperialista del presidente Sukarno e dalla sua amicizia con Krusciov; provocarono la graduale transizione del PKI all’opposizione al regime di Sukarno, anche se due dei suoi aderenti erano ancora ministri nel Gabinetto di Sukarno, uno dei quali era il membro del Politburo Njoto, e a un nuovo passaggio alle posizioni del maoismo, vedendo nel motto di Mao che il fucile porta al potere una soluzione semplicistica a tutti i problemi della società indonesiana. Le azioni di Krusciov vi contribuirono molto. Aveva incontrato Sukarno sempre presentandogli regali esclusivi del Tesoro dell’URSS, senza consultare nessuno, e definendolo “distinta figura progressista dei nostri tempi“, mentre trattava i comunisti indonesiani da servitori. A differenza di Stalin, che non risparmiava tempo o sforzi per convincerli sulla validità delle sue argomentazioni, Krusciov li trattava come un padrone che cammina altezzoso trattandoli da suoi servi: “Il capo ha parlato, punto! Chi non è d’accordo: esca!” Tutto questo contribuì all’atmosfera psicologica della transizione della leadership del PKI all’idea maoista di sviluppo del Partito. E questo fu una delle cause più importanti della tragedia avvenuta il 30 settembre 1965 e della successiva debacle del PKI, della liquidazione fisica di un milione di comunisti e di loro seguaci per mano della reazione borghese.Incombente esplosione
In superficie e al centro di una marea di contadini analfabeti ma devoti, l’Indonesia era gestita con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria di Sukarno sul “socialismo indonesiano”, che dichiaratamente si adattava a tutti, dagli abitanti dei villaggi senza terra ai proprietari terrieri ereditari, con la borghesia compradore e la burocrazia dilagante al centro. In verità, vi furono dei risultati significativi, soprattutto nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione, ma l’economia in generale declinò: all’inizio degli anni Sessanta, la produzione era inferiore ai livelli del 1940. L’industria lavorava a un quarto della capacità, principalmente per la cronica mancanza di materie prime, e il budget ricevuto nel 1961 era solo 1/8 delle entrate previste dal settore statale! Anche le costose apparecchiature importate inutilizzate in assenza di una pianificazione sistematica, furono spesso lasciate arrugginire o semplicemente rubate. In tali circostanze, il finanziamento per l’esercito si prosciugò e i comandanti badarono agli affari, fino al saccheggio delle proprietà dello Stato, al contrabbando e al traffico di droga. Molti giovani ufficiali, nati nella povertà, si unirono rapidamente a compradores e proprietari terrieri e il tutto favorì inevitabilmente lo sviluppo dei sentimenti militaristi e della visione del mondo avversa ai politici in generale, ma in particolare ai comunisti. Preparando le condizioni per l’instaurazione della dittatura e della soppressione di ogni resistenza, i militaristi indonesiani concentrarono gli sforzi sui villaggi. Dai tempi in cui fu introdotto lo Stato di emergenza, nel 1957, i comandanti dell’esercito gestirono tutti gli affari dei villaggi: nominarono e sostituirono gli anziani, gli amministratori e così via. Infatti, la cupola dell’esercito decise, come disse un giornalista statunitense, “di competere col PKI nel campo del lavoro con le masse“. Poi il ministro della Difesa, generale Nasution, assegnato alle truppe, avviò dopo il conflitto sull’Irian con l’Olanda tra il 1961 e il 1963, una “missione civica”, denominandola “operazione lavoro”. Quei soldati ararono le terre vergini insieme agli abitanti dei villaggi, costruirono e ripararono abitazioni, scuole, centri sanitari, strade, canali e dighe; distribuivano cibo e semi agli abitanti dei villaggi, ai quali insegnavano ad alfabetizzarsi e a purificare l’acqua. Alla luce della costante protrazione della riforma agraria, questa “missione civica” dell’esercito attirò molti contadini. Tuttavia, il lavoro utile era sempre accompagnato dal lavaggio del cervello propagandistico di soldati e contadini con spirito anticomunista. Secondo la dottrina di Nasution, l’attività “civica” delle forze armate era intervallata dalla preparazione per la “difesa del Paese” insieme ai contadini, come ai tempi della guerra contro gli olandesi. Tuttavia, questa volta “il nemico” non era estero, ma interno. I villaggi non furono preparati alla guerra, ma al terrore di massa. Scorte armate dei proprietari terrieri, distaccamenti di fanatici religiosi e bande criminali furono fusi in un sistema di formazioni terroriste stragiste. Come in America Latina, sarebbero diventati noti, diversi anni dopo, come “squadroni della morte”, dal nome di una di esse. Lo spazio di manovra del regime tra blocchi sociali e classi antagoniste si esaurì gradualmente, evolvendo verso la transizione di tutti i poteri nelle mani di uno di essi. La crisi nazionale generale poteva essere risolta solo in uno dei due modi: o attraverso
· la dittatura democratico-rivoluzionaria dei lavoratori, con l’egemonia del proletariato, aprendo una prospettiva socialista al Paese, o attraverso
· la dittatura reazionaria delle classi sfruttatrici, con l’egemonia della burocrazia corrotta (solo 100 ministri!) amalgamata ad imprenditori in divisa. I comunisti li chiamavano “cabiri” (capitalisti-burocrati).
Lo scontro si avvicinò inesorabilmente. Nell’agosto 1965 il presidente si unì pubblicamente all’appello del CC del PKI a “rafforzare l’offensiva rivoluzionaria”. Il procuratore generale dichiarò che la magistratura era pronta a liquidare i “cabiri”. A settembre, le forze di sinistra scesero più volte nelle strade di Giacarta con lo slogan “Morte ai cabiri!” L’8 e 9 settembre, i manifestanti comunisti assediarono il consolato statunitense a Surabaya. Il 14 settembre, Aidit invitò il Partito alla vigilanza. Infine, il 30 settembre, la Gioventù popolare e l’Unione delle donne organizzarono a Giakarta una manifestazione di massa contro l’inflazione e la crisi economica. Alla vigilia, durante una manifestazione studentesca, il presidente invitò apertamente a “distruggere i generali che sono diventati protettori dei controrivoluzionari“. Se questa non era una situazione rivoluzionaria, cos’era? Tuttavia, come Lenin avvertì ne “Il crollo della Seconda Internazionale“: “…non sempre ogni situazione rivoluzionaria porta alla rivoluzione; la rivoluzione nasce solo da una situazione in cui i summenzionati cambiamenti oggettivi sono accompagnati da un cambiamento soggettivo, vale a dire la capacità della classe rivoluzionaria d’intraprendere un’azione di massa rivoluzionaria è abbastanza forte da spezzare (o abbattere) il vecchio governo, che mai nemmeno in periodi di crisi, “cade” se non viene rovesciato“. Soprattutto osservò: “Non si può vincere solo con l’avanguardia. La vittoria richiede che non solo il proletariato, ma anche vaste masse di lavoratori oppressi dal capitale, arrivino con la propria esperienza al diretto sostegno all’avanguardia o, perlomeno, a una benevola neutralità e piena incapacità di sostenere il nemico“. Pertanto, il carattere oggettivo della base di massa della controrivoluzione indonesiana dimostrò che, in quella situazione, era inutile e anche peggio, mortalmente pericoloso, aspettare un più favorevole equilibrio di forze. C’era solo un modo per impedire la catastrofe: sfruttare tutte le possibilità per elevare la rivoluzione al nuovo stadio democratico popolare, aprendo non solo al proletariato ma anche alle masse piccolo-borghesi la prospettiva visibile di una vita migliore.

N. Aidit e Revang, segretario del PKI di Giava.

La battaglia persa
Il 30 settembre 1965 un gruppo di giovani ufficiali, per lo più della Guardia Presidenziale e dell’Aeronautica, cercarono di catturare e distruggere i vertici dell’Esercito, dalle posizioni islamiste. Cinque generali e il loro seguito furono uccisi ma la figura principale tra i comandanti catturati dagli ufficiali di sinistra, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, fuggì, si nascose e poi lanciò, insieme al comandante dell’esercito Suharto, il contrattacco al Consiglio rivoluzionario, costituito da questi giovani ufficiali di sinistra. L’esercito aveva la superiorità numerica e il supporto delle truppe aviotrasportate e della Marina. La loro superiorità numerica sulla Guardia presidenziale e l’Aeronautica fu così grande che alla fine del giorno successivo, il 1° ottobre, distrussero il Consiglio rivoluzionario, che praticamente fu fatto a pezzi dal feroce assalto delle truppe di Suharto e Nasution. I leader del Consiglio rivoluzionario si nascosero nella base aerea di Halim e l’esercito l’assaltò. Esattamente in quel momento, né un giorno prima né un giorno dopo, la dirigenza del PKI dichiarò di sostenere il Consiglio rivoluzionario e il Movimento del 30 settembre! Nel momento in cui era già crollato, ed era abbastanza chiaro che i suoi avversari vincevano. Resta inteso che non fu facile convocare un congresso, una conferenza o il plenum del Comitato centrale. Ma il presidente del Comitato centrale, Aidit, non convocò nemmeno la sessione del Politburo. Cinque di loro, Aidit, Njoto, il primo vice di Aidit Saidman, il suo secondo vice Lukman e il membro del Politburo Sudisman, decisero di sostenere il Consiglio rivoluzionario. Poi, la mattina del 2 ottobre, quando la base aerea di Halim fu praticamente conquistata dai nemici della Rivoluzione, i comandanti islamisti, l’organo centrale del PKI pubblicò l’appello a sostenere il Consiglio rivoluzionario che, in quel momento, non esisteva più, e una dichiarazione della posizione del PKI.Catastrofe
Va da sé che tutto questo fu il pretesto per massacrare i comunisti da parte delle forze islamiste. Incendiarono l’edificio del Comitato centrale, la redazione dell’organo centrale del PKI e la sua tipografia. In tutto il Paese, fanatici furiosi iniziarono a uccidere comunisti, in modi bestiali. Sul torace dei comunisti catturati e dei loro familiari incidevano martelli, falci e stelle a cinque punte; poi fecero lo stesso sulla schiena e sulla fronte; tagliarono i loro genitali; li sventrarono; l’impalarono, li decapitavano nei villaggi mettendo palizzate intorno ai villaggi con le loro teste in cima.. Il terrore di massa anti-comunista nell’ottobre del 1965 uccise 500000 membri del PKI mentre la sua leadership sperava che Sukarno li proteggesse. Ahimè, non successe niente del genere! Il 6 ottobre, Sukarno consegnò all’esercito il suo ministro e membro del Politburo del PKI Njoto, che giustiziò il giorno dopo; poi il 7 ottobre, il Primo Vicepresidente del CC del PKI Sakirman, e il Secondo Vicepresidente Lukman furono giustiziati. Aidit stesso scappò in un villaggio, cercando di organizzare la resistenza, ma fu catturato il 22 novembre 1965 dai paracadutisti e fucilato. Sudisman, che guidò il Partito dopo l’assassinio di Aidit, Lukman, Sakirman e Njoto, sopravvisse fino al 1967, organizzò la resistenza clandestina nelle città, ma fu catturato dal controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo ed ucciso dopo essere stato torturato in modo bestiale. Il 12 marzo 1966, su pressione di Suharto e Nasution, il presidente Sukarno, amico di Krusciov, decise di bandire il Partito Comunista Indonesiano. Il mese successivo, i sindacati furono banditi, così come altre organizzazioni di massa guidate dai comunisti. I fanatici islamisti furono sostituiti dalle truppe di controintelligence dell’ammiraglio Sudomo e dalle forze speciali che lanciarono il terrore di massa anti-comunista. Uccisioni per strade, detenzione di comunisti e membri delle loro famiglie nei campi di concentramento e loro esecuzione, uccisioni per mano di soldati, forze speciali, truppe di contro-intelligence, squadroni della morte islamici… Sembrava che un’ombra scura avesse coperto l’Indonesia. Tuttavia, un fattore umano giocò, come sempre, il suo ruolo e gli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo commisero un errore di calcolo. Il membro del del Politburo del CC del PKI Iskandar Subekti, messo da parte da Aidit e Njoto come elemento filo-sovietico, teorico, intellettuale ed oratore ma non organizzatore, l’uomo che non tenne mai tra le mani qualcosa di più pesante di una penna o una matita, rimase fuori della zona d’influenza degli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo, che conclusero fosse emigrato in Unione Sovietica a scrivere le memorie alla periferia di Mosca, o tenere conferenze sul marxismo nelle università europee. Tuttavia, Iskandar Subekti non emigrò ma andò invece nelle zone rurali del Giava Orientale, dove i comunisti avevano la maggiore influenza nelle associazioni dei contadini, e lanciò l’insurrezione dei contadini! Insieme ai suoi compagni: il leader della gioventù cominista indonesiana Sukatno e il vicepresidente del sindacato Ruslan Wijayasastra. L’esercito dei contadini iniziò ad attuare la riforma agraria, quella che Stalin scrisse nel 1953! La distribuzione delle terre dei proprietari terrieri ai contadini senza compenso ne fece una vera forza di massa. I distaccamenti armati di comunisti non solo combatterono i fanatici islamisti, ma schiacciarono le loro bande, espellendole dal territorio e assaltarono le forze militari e di polizia del regime di Sukarno. Allo stesso tempo erano in corso i preparativi per la costituzione di un fronte comune dei distaccamenti di tutti gli insorti su tutte le isole dell’arcipelago indonesiano, per l’istituzione di un comando congiunto e dell’Armata Rossa Indonesiana. Dopo le prime vittorie acquisirono armi pesanti.
I primi a riprendere il combattimento furono i diplomatici statunitensi, le spie degli Stati Uniti. spaventati dal fatto che l’Indonesia divenisse un altro Vietnam. Fecero forti pressioni su Sukarno e Suharto; diedero supporto finanziario e tecnico all’esercito indonesiano, nonché armamenti ed istruttori. Misero a tacere le contraddizioni tra i regimi malese e indonesiano, consentendo a Suharto di ritirare le truppe dal confine con la Malesia e organizzare, di fatto, la rappresaglia contro i territori rossi liberi. Avendo sia superiorità numerica e tecnica, che migliore addestramento, l’esercito indonesiano distrusse gli ultimi focolai di resistenza nel 1968. Il Prof. Iskandar Subekti, che incontrò Stalin, cadde e anche i suoi compagni Ruslan e Sukatno caddero insieme a migliaia di comunisti indonesiani…

Robert Kennedy e il generale Nasution

Epilogo
L’ombra della reazione borghese cadde infine sul Paese e Sukarno, avendo venduto tutti e tutto, non era più necessario ai generali islamisti e fu gettato via nel nulla politico. Suharto divenne presidente e Nasution vicepresidente. Per più di trent’anni il Paese fu preda al terrore anticomunista. I comunisti furono uccisi o inviati nei campi di concentramento e nelle prigioni. Le ultime condanne a morte per la partecipazione agli eventi del 30 settembre 1965 furono eseguite alla fine del regime di Suharto, nel 1996. Per trent’anni la gente fu in carcere, in attesa nei bracci della morte. Tuttavia, scoppiò la crisi finanziaria asiatica. Dato che il regime di Suharto e Nasution non risolse alcuno dei gravi problemi economici, non solo non migliorò la situazione dei lavoratori ma, anzi, la peggiorò, massicce dimostrazioni popolari spazzarono via questo regime come mera spazzatura politica. Il presidente Abdurrahman Wahid, che fu il primo presidente eletto dell’Indonesia dopo le dimissioni di Suharto nel 1998, dichiarò l’amnistia generale e chi era da trenta e più anni nelle prigioni e nei campi di concentramento iniziò ad uscire. Nel 2000 cercò di legalizzare l’attività del Partito Comunista invocando la Costituzione. I generali, tuttavia, si opposero. Ugualmente infruttuoso fu il secondo tentativo di legalizzare il PKI nel 2009, gli islamisti obiettarono sostenendo che non fosse ammissibile avere in Indonesia un partito che dichiarasse apertamente il suo ateismo.

Boccioli testardi
Tuttavia, nel 2004 e dopo quarant’anni, tutte le limitazioni relative ai diritti civili dei comunisti furono rimosse. Cominciarono a comparire circoli marxisti, organizzazioni comuniste aziendali, studentesche, ecc. Inoltre, il Comitato estero del PC dell’Indonesia lavorò per 50 anni tra la numerosa emigrazione indonesiana in Europa e in Cina, tra i leader degli attivisti di sinistra indonesiani, sebbene senza connessione diretta con la madrepatria. Infine, la crescita delle contraddizioni sociali, lo sviluppo della lotta di classe e del capitalismo in Indonesia, così come il coraggio e la tenacia dei comunisti indonesiani costrinsero il regime a cedere. Eccoci nel giugno 2016, il PC dell’Indonesia riprende l’attività legale. Tuttavia, le autorità non hanno revocato il divieto. Pertanto, il prossimo congresso del PC dell’Indonesia sarà considerato il primo, e non l’ottavo, dopo il settimo del 1962, come se il Partito fosse costituito da zero. Tuttavia, il Partito manterrà il nome: Partito Comunista dell’Indonesia e i suoi simboli fondamentali: la bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Ciò vale per l’ideologia del marxismo-leninismo e la leadership collettiva. Il Partito unirà tutti coloro fedeli alle idee comuniste nei lunghi decenni di clandestinità, sotto Suharto o nell’emigrazione, tutti coloro che erano e rimangono comunisti.Conclusione
La ripresa dell’attività legale dei comunisti indonesiani è di per sé un importante evento morale, indipendentemente da come si svilupperà il PKI, quale ruolo giocherà nella vita politica e sociale del Paese e quanto i comunisti riusciranno ad avere la fiducia delle masse, dei lavoratori. Dimostra che le idee del comunismo non possono essere squartate, abbattute o bruciate vive. Non possono essere uccise o bannate. Anche dopo cinquanta anni di divieto, come è successo in Indonesia, continuano la loro strada, sotto la stessa bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Questa è l’ideologia fondata dai nostri grandi maestri: Marx, Engels e Lenin!
Siamo sicuri che la nuova generazione di comunisti indonesiani continuerà le tradizioni dei maestri: Munawar Musso, Iskandar Subekti e molti, molti altri che caddero nelle mani degli islamisti, della reazione militare e borghese. Siamo sicuri che il Partito Comunista Indonesiano si unirà al movimento comunista internazionale, all’esercito dei combattenti per il comunismo e il socialismo. Pertanto, auguriamo con tutto il cuore ai comunisti indonesiani, a nome di tanti compagni, la vittoria nella lotta per la nostra causa comune, la materializzazione del nostro ideale comunista!
In sintesi: il comunismo non può essere ucciso, non può essere vietato. L’idea rossa, l’idea di giustizia sociale e fratellanza dei lavoratori di tutte le terre, dell’uguaglianza sociale vinceranno, indipendentemente dagli ostacoli!
Così sarà! Riferimenti principali:
· Presentazione di Vladimir M. Solovejchik su Leningrad Internet TV, 27 giugno 2016
· ТЯЖКИЙ УРОК ИСТОРИИ: К 50-летию антикоммунистического геноцида в Индонезии автора А.В. Харламенко © Рабочий Университет им. И.Б. Хлебникова 2007 – 2016
· Pretesto per la stage: il Movimento del 30 settembre e il colpo di Dtato di Suharto in Indonesia, John Roosa, Univ. di Wisconsin Press, 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Sul monumento ad Alessandro III

Kremlin, 18 novembre 2017Vladimir Putin ha preso parte alla cerimonia d’inaugurazione del monumento allo zar pacificatore Alessandro III. Il monumento è stato eretto nel parco di Livadia, in Crimea. Il monumento è un dono dell’Unione degli artisti russi. L’autore della composizione scultorea è lo scultore Andrej Kovalchuk, capo dell’Unione degli Artisti del Popolo della Russia. Il monumento è stato eretto nel parco del Palazzo Livadia, dove l’imperatore Alessandro III amava risiedere con la famiglia. Il monumento in bronzo alto quattro metri è stato forgiato in una fabbrica negli Urali. Alessandro III si presenta seduto su un tronco d’albero, in uniforme e appoggiato sulla spada, con un bassorilievo alle spalle sormontato da un’aquila a due teste. Dopo la cerimonia, il presidente ha avuto una breve conversazione con i residenti e i giovani.

Vladimir Putin: amici,
Oggi qui in Crimea, nel famoso Palazzo Livadia, sveliamo un monumento ad Alessandro III, statista e patriota eccezionale, uomo di resistenza, coraggio e volontà incrollabile. Ha sempre sentito una tremenda responsabilità personale per il destino del Paese: ha combattuto per la Russia nei campi di battaglia, e dopo essere diventato sovrano, fece tutto il possibile per il progresso e il rafforzamento della nazione, proteggerla dalle turbolenze, dalle minacce interne ed estere. I contemporanei lo chiamavano Zar Pacificatore. Tuttavia, secondo Sergej Vitte, concesse alla Russia 13 anni di pace non cedendo, ma con decisa ed incrollabile fermezza. Alessandro III difese direttamente e apertamente gli interessi del Paese, e questa politica assicurò la crescita dell’influenza e dell’autorità della Russia nel mondo. Il potenziale industriale del Paese crebbe dinamicamente, mentre fu adottata un’innovativa legge sul lavoro a tutela dei diritti dei lavoratori, una legge che era molto più avanzata di quelle in molti altri Paesi. Nuove fabbriche e stabilimenti si aprivano, nuovi settori industriali nascevano e le ferrovie si espandevano. Fu un decreto dello zar che avviò la costruzione della Grande Strada Siberiana, la Transiberiana, risorsa della Russia da oltre un secolo. Alessandro III iniziò anche un importante programma per la modernizzazione dell’esercito. Furono attuati ampi programmi di costruzioni navali, anche per la Flotta del Mar Nero. Credeva che uno Stato forte, sovrano ed indipendente debba affidarsi non solo sul potere economico e militare, ma anche sulle tradizioni; è fondamentale per una grande nazione preservare la propria identità mentre qualsiasi avanzata è impossibile senza il rispetto di propria storia, cultura e valori spirituali. Il regno di Alessandro III fu definito epoca del risveglio nazionale, con vera elevazione dell’arte, pittura, letteratura, musica, educazione e scienza russe, al momento di tornare alle nostre radici e patrimonio storico. Fu sotto Alessandro III che la bandiera bianco-blu-rossa venne largamente utilizzata come bandiera nazionale, ora diventata uno dei principali simboli dello Stato del nostro Paese.
Alessandro III amava la Russia e ci credeva, e oggi svelando questo monumento rendiamo omaggio alle sue azioni, ai suoi successi e ai suoi meriti, dimostrando il nostro rispetto per la storia continua del nostro Paese, per le persone di ogni ordine e classe sociale che hanno servito con serietà la Patria. Ho fiducia nelle generazioni attuali e future, che faranno del loro meglio per il benessere e la prosperità della Patria, così come fecero i nostri grandi antenati.Grazie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina testa armi che raggiungeranno gli USA in 14 minuti

ZerohedgeUna galleria del vento ipersonica segreta, soprannominata “Hyper Dragon“, aiuta gli esperti a rivelare molti fatti che gli statunitensi ignorano“, secondo un ricercatore cinese in un documentario… Stephen Chen del South China Morning Post riferisce che la Cina sta costruendo la galleria del vento più veloce del mondo per simulare il volo ipersonico fino a velocità di 12 chilometri al secondo. Il velivolo ipersonico che vola a questa velocità dalla Cina potrebbe raggiungere le coste occidentali degli Stati Uniti in meno di 14 minuti. Zhao Wei, scienziato che lavora al programma, ha detto che i ricercatori mirano ad attivare la struttura entro il 2020 per soddisfare la pressante richiesta del programma di sviluppo di armi ipersoniche della Cina. “Potenzierà l’applicazione ingegneristica della tecnologia ipersonica, principalmente nei settori militari, replicando l’ambiente dei voli ipersonici estremi, in modo che i problemi possano essere scoperti e risolti subito“, affermava Zhao, Vicedirettore del Laboratorio di Stato per la Gasdinamica ad Alta Temperatura presso l’Accademia delle Scienze di Pechino. I test ridurranno in modo significativo il rischio di fallimento quando inizieranno i voli di prova dell’aeromobile ipersonico. La galleria del vento più potente al mondo attualmente è la struttura LENX-X di Buffalo, nello stato di New York, che opera a velocità massima di 10 chilometri al secondo, 30 volte la velocità del suono. Velivoli ipersonici sono definiti i velivoli che volano a Mach 5, cinque volte la velocità del suono o più.
L’esercito statunitense ha testato l’HTV-2, un velivolo senza pilota da Mach 20 nel 2011, ma il volo ipersonico durò pochi minuti prima che il velivolo si schiantasse nell’Oceano Pacifico. A marzo, la Cina ha condotto sette voli di prova riusciti dell’aliante ipersonico WU-14, noto anche come DF-ZF, alla velocità tra Mach 5 e Mach 10. Altri Paesi, come Russia, India e Australia, hanno anche testato dei primi prototipi di velivoli che potrebbero essere utilizzati per armare missili, anche con testate nucleari. “Cina e Stati Uniti hanno iniziato la corsa ipersonica“, affermava Wu Dafang, professore presso la Scuola di Scienza ed Ingegneria Aeronautica della Beihang University di Pechino, che ha ricevuto il premio tecnologico nazionale per l’invenzione di un nuovo scudo termico utilizzato dai velivoli ipersonici nel 2013. Wu ha lavorato allo sviluppo dei missili da crociera ipersonici, un velivolo orbitale, droni ad alta velocità e altre possibili armi per l’Esercito di Liberazione Popolare. Ha detto che vi sono numerosi tunnel del vento ipersonici nella Cina continentale che contribuiscono all’alto tasso di successo nei test delle armi ipersoniche. La nuova galleria del vento sarà “una delle più potenti e avanzate strutture di collaudo per velivoli ipersonici nel mondo“, affermava Wu, che non è interessato al programma. “Questa è sicuramente una buona notizia. Non vedo l’ora che sia completata“, aggiungeva.
Nel nuovo tunnel ci sarà una camera di prova per modelli di aerei relativamente grandi dall’apertura alare di quasi tre metri. Per generare un flusso d’aria dalla velocità estremamente elevata, i ricercatori faranno detonare diverse valvole contenenti una miscela di ossigeno, idrogeno ed azoto per creare una serie di esplosioni che producano un gigawatt di potenza in una frazione di secondo, secondo Zhao. Cioè più della metà della potenza della centrale nucleare di Daya Bay nel Guangdong. Le onde d’urto, incanalate nella camera di prova attraverso un tunnel metallico, avvolgeranno il prototipo del veicolo e aumenteranno la temperatura della cellula a 8000 gradi Kelvin, o 7727 gradi Celsius, secondo Zhao. Quasi il 50% più caldo della superficie del Sole. Il velivolo ipersonico deve quindi essere coperto di materiali speciali con sistemi di raffreddamento estremamente efficienti nella cellula per dissipare il calore, altrimenti potrebbe facilmente deviare dalla rotta o disintegrarsi durante il volo a lunga distanza. Il nuovo tunnel sarà utilizzato anche per testare lo scramjet, un nuovo tipo di motore a reazione progettato specificamente per i voli ipersonici. I motori a reazione tradizionali non possono gestire flussi d’aria a tali velocità. Secondo Zhao, la costruzione della nuova struttura sarà guidata dallo stesso team che ha costruito il JF12, uno shock tunnel a denotazione iperveloce di Pechino, in grado di replicare le condizioni di volo a velocità che vanno da Mach 5 a Mach 9 e ad altitudini tra 20 e 50 chilometri. Jiang Zonglin, capo sviluppatore del JF12, ha vinto l’annuale Ground Test Award rilasciato dall’American Institute of Aeronautics and Astronautics lo scorso anno, per l’avanzamento di “modernissime strutture di test per l’ipersonicità su larga scala“. Il progetto del JF12 di Jiang “non utilizza parti mobili e genera test dalla durata maggiore e un flusso di energia più elevato rispetto ai tunnel tradizionali“, secondo l’istituto statunitense. Secondo i resoconti dei media il tunnel JF12 funziona a piena capacità con un nuovo test ogni due giorni dal completamento nel 2012, poiché il ritmo dello sviluppo delle armi ipersoniche è aumentato significativamente negli ultimi anni.
In un articolo pubblicato sulla rivista National Science Review il mese scorso, Jiang scriveva che l’impatto dei voli ipersonici sulla società potrebbe essere “rivoluzionario”. “Con pratici aeroplani ipersonici sarà possibile un volo di due ore verso qualsiasi parte del mondo”, mentre il costo dei viaggi nello spazio potrebbe essere ridotto del 99% con la tecnologia riutilizzabile dei velivoli spaziali. “Il volo ipersonico è, e nel prossimo futuro sarà, l’avanguardia della sicurezza nazionale, trasporto civile e accesso allo spazio“, aggiungeva. La velocità di fuga, o velocità minima necessaria per lasciare la Terra, è di 11 chilometri al secondo. Traduzione di Alessandro Lattanzio

NATO: una pericolosa tigre di carta

Patrick Armstrong, SCF 16/11/2017I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.

BTR-50 egiziani, 6 ottobre 1981

Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Brexit e il cavallo di Troia dell’UE

Rodney Atkinson, Freenations 12 novembre 2017

14000 tedeschi, francesi ed italiani hanno chiesto la cittadinanza inglese a fine giugno 2017, rispetto ai 4500 nel giugno 2015. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo che si svela “un focolaio di molestie sessuali” o leggono delle nuove manovre di guerra dell’esercito tedesco prevedono la dissoluzione dell’Unione europea con “altri Stati che lasciano il blocco”.Le buone notizie della Brexit
Le notizie economiche della Brexit rimangono eccellenti. La disoccupazione è diminuita di 52000 unità nei tre mesi prima di agosto. Il tasso di disoccupazione del 4,3% rimane il più basso da decenni! L’attività nei servizi (pari a due terzi dell’economia) è salita a 55,6 ad ottobre partendo da 53,6 di settembre, dove qualcosa in più di 50 significa crescita. L’indice di produzione a ottobre è salito a 56,3 da 56 di settembre, quindicesimo mese consecutivo di espansione. Più del 50% dei produttori ha dichiarato di prevedere una produzione più alta quest’anno. La produzione industriale del Regno Unito è cresciuta al ritmo più veloce fino a settembre, secondo i dati ufficiali, con una crescita del 0,7% rispetto al mese precedente. È cresciuta per sei mesi consecutivi, un’attività realizzatasi 23 anni fa. La City di Londra rimane, come mostrato in un recente articolo, il principale centro finanziario mondiale. Da alcuna parte l’UE vi si avvicina. Se c’è una minaccia dallo scenario “niente accordo”, riguarda l’UE. La Banca d’Inghilterra (continuando con Mark Carney a giocare il gioco politico del “piano della paura”) recentemente suggeriva che 75000 posti di lavoro potrebbero lasciare Londra in caso di “niente accordo” sulla Brexit. Ma il 60% delle istituzioni finanziarie dell’UE passa dal Regno Unito rispetto al contrario. Quindi, in caso di mancato accordo, con entrambe le parti che cercano di accedere al mercato altrui spostando posti di lavoro da una giurisdizione all’altra, il risultato netto sarà un grande guadagno di posti di lavoro per Londra. Ma, naturalmente, ciò non viene riportato dalla BBC, è una verità “indesiderata”! È emerso inoltre che le banche inglesi fanno prestiti equivalenti al 9 per cento dell’economia dell’UE, per cui qualsiasi restrizione alla City sarebbe un suicidio per l’UE! Nelle assicurazioni, Londra è il quarto mercato mondiale e nel mercato dell'”insurtech” ad alto valore, in cui vengono sviluppati modelli assicurativi innovativi, il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti. Nel caso delle flottazioni aziendali (offerte pubbliche iniziali come sono oggi chiamate), Londra è molto più avanti rispetto alla concorrenza europea. Nel 2017, i valori delle flottazioni a Londra è stato pari a 7,2 miliardi di dollari, secondo era un altro non aderente all’UE, la Svizzera, con 5 miliardi, Francoforte aveva solo 2,2 miliardi. Nel frattempo il segretario al Commercio statunitense Wilbur Ross salutava la prospettiva di un accordo commerciale cogli Stati Uniti, sottolineando il già “enorme traffico” tra Stati Uniti e Regno Unito e accusava l’UE di “protezionismo estremo”. Infatti sappiamo da anni (ma i media inglesi non lo dicono) che il peggior commerciante al mondo è l’Unione europea. L’UE è accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio più di qualsiasi altro Stato.

Restano arroganza, ignoranza e snobismo
Il deputato laburista Barry Sheerman causava un flame sui social media sostenendo che “la gente più istruita ha votato per rimanere“. Riflettendo la moglie giudice e di sinistra che citammo dopo il voto per la Brexit, che affermò che il futuro dei suoi figli era stato compromesso dalla “spazzatura operaia del nord“. E mi accorgo che quel burlone perenne di Richard Branson aveva detto che il Regno Unito rientrerà nell’UE “dopo che i vecchi elettori saranno morti“. Come al solito, il “bimbo dalle attenzioni speciali” Branson (“c’erano alcuni argomenti di cui non so proprio nulla, intendo (inintelligibile) la matematica, per anni non sono riuscito a risolvere la differenza tra lordo e netto“) mostra un’ignoranza straordinaria. Un recente sondaggio ha mostrato che ben il 74% del pubblico concorda sul fatto che “alcun accordo è meglio di un pessimo accordo” e tra i 18 e i 34 anni la percentuale arriva al 75%. I sondaggisti dell’Opinium hanno scoperto che il 37% sostiene il “niente accordo” con solo il 25% che sostiene un periodo di transizione nel mercato unico e solo il 23% che ancora pensa che la Brexit vada abbandonata.

Il cavallo di Troia dell’UE, sfruttamento imperialista di 3 milioni di cittadini dell’UE nel Regno Unito
Come molti di noi pensavano possa accadere, i tentativi di May di prendere tempo hanno portato solo a maggiori pretese dall’UE prima d’iniziare i negoziati commerciali. Ogni volta che May menziona una cifra più elevata, viene smentita da Bruxelles come insufficiente. Presto anche gli ingenui vedranno che “abbastanza non basta mai per l’UE” ma “basta è abbastanza” per noi. In realtà non possiamo ritardare la liberazione da tale sistema protezionistico, intrusivo e corporativo-fascista dell’UE. I studiati ritardi dell’UE, incoraggiati dal governo francese, tentano di prolungare la vecchia certezza affaristica che le grandi aziende lascino il Regno Unito, sperando vadano a Parigi. Il negoziatore dell’UE Michel Barnier affermava al giornale Les Echos che la seconda fase dei colloqui “sarà molto difficile e durerà anni“. Il futuro rapporto commerciale tra UK e UE è “la cosa più importante”, perciò l’UE ha bloccato i negoziati commerciali per così tanto tempo? La portata degli atteggiamenti imperialisti della classe politica dell’UE (come dimostrano Barnier e Guy Verhofstadt, negoziatore eurofanatico anti-inglese del Parlamento europeo) è chiaro nello sfruttamento dei 3 milioni di cittadini dell’UE fuggiti nel Regno Unito per sottrarsi alla disoccupazione di massa nell’UE, ampliando i lavoratori che vivono a Londra, per richiederne uno status speciale proiettando il potere della Corte europea anche dopo la Brexit; questi “cittadini” vengono sfruttati come cavallo di Troia imperialista.

Il commercio per l’UE è una questione di “vittoria o morte”
Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di solito tra i più affabili funzionari dell’UE, ha tradito una mentalità “da somma zero, dominio e fortezza Europa” dell’Unione europea, dicendo che la Brexit è stato il “test di stress più duro dell’Unione europea, e quindi va mantenuta la nostra unità indipendentemente dalla direzione dei colloqui. Se non ci riusciamo, i negoziati si concluderanno con la nostra sconfitta”. Solo chi cerca il confronto e la “sconfitta” dell’altro considera i negoziati su commercio e cooperazione una battaglia in cui una parte deve “perdere”. Nella fortezza imperial-corporativa Europa “gli stranieri” non sono amici, ma nemici. Il potere è la chiave, non democrazia o volontà internazionale o libero scambio. Come disse Helmut Kohl “Possiamo avere ragione in politica e in guerra“. La Gran Bretagna per decenni fu azionista per il 16% e “beneficiaria” dei prestiti della Banca europea per gli investimenti. Infatti i prestiti valgono poco poiché confezionati nelle diverse valute e ogni mutuatario inglese deve pagare di più per coprire il rischio del cambio, e sempre legati al commercio e ai governi del “progetto europeo”. Alexander Stubb, vicepresidente della banca, affermava che il Regno Unito dovrà attendere il 2054 per riavere indietro gli investimenti. Il valore del capitale inglese presso la banca è circa 8,9 miliardi di sterline. Uscendo dall’UE, naturalmente desideriamo vendere tale quota ad altri investitori. Questo sembra ciò che l’UE vuole bloccare. Quando l’UE afferma che abbiamo ancora delle responsabilità, ci chiede di pagare prima di andarcene. E quando abbiamo un patrimonio come l’EIV, ci chiedono di aspettare 40 anni.

Sempre più europei abbandonano l’UE

Questi continui attacchi dall’UE non incoraggiano le persone a lasciare il Regno Unito. Piuttosto è il contrario. Infatti, nel massimo impegno che la gente può rivolgere al Regno Unito, richiederne la cittadinanza, c’è stata una corsa dei “cittadini” dell’UE. 14000 tedeschi, francesi e italiani hanno richiesto la cittadinanza inglese nell’anno precedente fine giugno 2017 rispetto ai 4500 al giugno 2015, mentre le domande da Polonia, Lettonia e Lituania sono aumentate da 6000 nel giugno 2015 a 9900 nel giugno 2017. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo rivelatosi “un focolaio di molestie sessuali” o forse hanno letto delle nuove manovre dell’esercito tedesco, in cui uno degli scenari è la rottura dell’Unione Europa con “più Stati che lasciano il blocco”. Un vero scenario realistico!Traduzione di Alessandro Lattanzio