La nuova politica navale della Russia

Alessandro Lattanzio, 30/7/20151025067312Il 26 luglio 2015, nel giorno della Marina, il Presidente Vladimir Putin ha tenuto una riunione sulla nuova Dottrina Navale della Federazione Russa a Baltijsk, la principale base della Flotta del Baltico (regione di Kaliningrad), a bordo della nuovissima fregata Admiral Gorshkov. Tra i partecipanti vi erano il Viceprimo ministro Rogozin, il Ministro della Difesa Shojgu, il Capo di Stato Maggiore della Marina Viktor Chirkov e il comandante del Distretto militare occidentale Generale Anatolij Sidorov. Rogozin aveva osservato che il documento precisa le quattro funzioni e i sei aspetti regionali delle attività navali della Russia. “I quattro aspetti funzionali sono operazioni navali, trasporti marittimi, scienza marittima e sfruttamento delle risorse naturali sotto il fondale oceanico“, mentre i sei aspetti regionali sono Oceano Atlantico, Artico, Pacifico, Indiano, Antartico e Mar Caspio. “L’Atlantico riflette la nostra attenzione sull’espansione ad est della NATO e la creazione di sue infrastrutture presso i nostri confini“. Il documento afferma che fattore determinante nelle relazioni della Russia con la NATO è l’inaccettabilità dei piani per avvicinarne le infrastrutture militare ai confini della Russia. Determinando la politica nazionale sull’Atlantico, la dottrina discute le “condizioni esistenti in questa regione comprendendo la centralità della NATO e l’insufficiente quadro giuridico sulla protezione internazionale“. Rogozin osservava che le modifiche erano motivate dalla riunificazione di Crimea e Sebastopoli alla Russia e dalla necessità di integrarle nell’economia nazionale al più presto, e dal ristabilimento della presenza russa nel Mediterraneo. Le priorità del documento includono “perfezionare composizione e struttura della Flotta del Mar Nero, espansione delle infrastrutture navali in Crimea e sulle coste della Krasnodar Kraj, realizzazione dei collegamenti marittimi con la Crimea e sviluppo dei collegamenti marittimi tra la Krasnodar Kraj e Crimea“. L’Artico ha ricevuto particolare attenzione con la crescita dell’importanza delle rotte nel Mare settentrionale, richiedendo che la Russia ricostruisca la flotta di rompighiaccio nucleari. “Il presidente è stato informato sui progressi nella costruzione dei rompighiaccio nucleari Arktika, Sibir e Ural la cui entrata in servizio è prevista per il 2017, 2019 e 2020”. Secondo Vladimir Anokhin, Vicepresidente dell’Accademia dei Problemi Geopolitici, gli aspetti più importanti della nuova dottrina navale riguardano, “l’approccio sistemico per eliminare le minacce al nostro Paese da diverse direzioni. Questo è un aspetto. L’altro è l’elevata importanza dell’Artico. La situazione marittima della Russia non è cambiata da Pietro il Grande e non cambierà. Abbiamo sempre dovuto affrontare minacce e sempre le abbiamo respinte, non c’è niente di nuovo. Le nostre politiche attuali continuano una politica russa secolare. Questo è il primo fattore, il secondo è che non si tratta di una dottrina aggressiva, ma comunica l’intento di rafforzare le nostre posizioni. Inoltre, nessuno parlava dell’Artico durante l’era sovietica perché tutti presupponevano che fosse territorio sovietico. Eltsin aveva altre cose di cui preoccuparsi, doveva evitare che i pantaloni gli calassero. Ma ora la Russia ha superato le trasformazioni liberal-democratiche. Data la portata della guerra contemporanea, l’Atlantico è il potenziale campo di battaglia dove lo scontro può decidere l’esito della guerra navale. Né Mar Nero, né Mediterraneo sono oggi teatro di operazioni della nostra Marina. Con Bosforo e Dardanelli che bloccano la flotta, si può presupporre che l’Atlantico sia la zona neutra che separa i belligeranti. Quindi è fondamentalmente importante controllarlo, per far avanzare le nostre forze e stabilire le condizioni per il successo militare. Già controlliamo il Pacifico dove abbiamo alleati e basi. L’Atlantico, naturalmente, non ci è nuovo ma siamo meno presenti. Pertanto dobbiamo dare ai nostri marinai l’opportunità di sentirsi a casa nell’Atlantico come nel Mar Nero. … Il problema è che abbiamo perso basi e formazione tecnica. Il nostro tallone d’Achille. Non abbiamo personale tecnico sufficiente. Abbiamo buoni comandanti, ma non abbastanza equipaggi. Abbiamo solo iniziato e ci vorrà molto tempo. Ma oggi non abbiamo un sistema di formazione tecnica, né il livello d’istruzione che avevamo durante il periodo sovietico. Dovremo ripristinare gran parte di ciò che è stato distrutto, e ci vorrà tempo. … Le nuove dottrine sono una risposta alle nuove minacce di gravi cambiamenti globali. Il tempo dirà come si evolvono. È un processo assai dinamico e la cosa più importante oggi è che i nostri politici non dormano con l’emergere di nuove minacce”.2137ce31-23d9-4449-b7d6-3cbbf25c416e-2060x1236In effetti, la Russia amplia compiti e dimensioni della Flotta del Nord assegnandole nuove forze aeree, di difesa aerea e di sorveglianza. La decisione di assegnare queste forze alla Flotta del Nord fu annunciata dal Capo di Stato Maggiore russo Generale Valerij Gerasimov, a fine 2014. “Abbiamo iniziato lo sviluppo della forza aerea e delle forze di difesa aerea della Flotta del Nord“, dichiarava l’Ammiraglio Vladimir Koroljov, aggiungendo che una divisione della difesa aerea e un reggimento aereo composito avevano già aderito alla Flotta del Nord, e descriveva la costruzione di infrastrutture nella regione artica come prioritaria per la Russia. La flotta rafforza anche le truppe della difesa costiera e migliora il comando. Infine, Koroljov concludeva che la Flotta del Nord sviluppa “un sistema di tracciamento avanzato” aeronavale già parzialmente in funzione. Alla fine del 2014 la Russia riattivava 12 basi aeree artiche per ospitare intercettori e bombardieri strategici, ne costruiva una nuova sulle isole della Nuova Siberia e costituiva una rete di 10 stazioni radar per la difesa aerea strategica. Infine, organizzava il comando strategico congiunto della Flotta del Nord, con il compito di tutelare gli interessi nazionali della Russia nell’Artico, dove nel 2015 si terranno esercitazioni congiunte con forze d’assalto anfibio, la 200.ma Brigata di fanteria motorizzata, truppe aviotrasportate e forze speciali, mentre presso Norilsk e sulle Isole della Nuova Siberia si svolgeranno esercitazioni di sbarco anfibio con grandi navi d’assalto. Inoltre, per le operazioni nel Mar Bianco della Guardia di Frontiera, il cantiere Zelenodolsk varava, nel maggio 2014, il pattugliatore artico da 2700 tonnellate Proekt 22100 Poljarnaja Zvezda. Per le operazioni sotto la calotta polare, i sovietici completarono il 16 luglio 1990 il mini-sottomarino Proekt 10831 Kalitka, in grado di operare a 6000 metri di profondità. Il 26 agosto 1995 fu varato il nuovo mini-sottomarino nucleare in lega di titanio AS-12 Losharik che nel 1997 entrò a far parte della Flotta del Nord della Federazione Russa. Il Losharik ha una lunghezza di 50 metri, una larghezza di 3,8 metri, un’altezza di 4,2 metri e un dislocamento di 730 tonnellate. Propulso da un reattore nucleare da 15000 kW raggiunge la velocità di 45 nodi in immersione. Il suo equipaggio è composto da 14-16 marinai. È dotato di radar millimetrico, sonar, proiettori, bracci articolati, sistemi di sollevamento per lavorare sul fondo del mare, e droni. Può operare in immersione per 50 giorni. Nell’agosto 2003 il Losharik riprese le missioni di addestramento e successivamente fu utilizzato per l’installazione di oleodotti e piattaforme off-shore al largo della Siberia. Nell’ottobre 2012 partecipò alla più grande spedizione di ricerca scientifica sui fondali dell’Artico, sulla cresta Mendeleev, operando sul fondo dell’Oceano Artico per 20 giorni e raccogliendo 500 kg di rocce da analizzare. La Russia starebbe costruendo 3 nuovi mini-sottomarini classe Kalitka. Il 30 settembre 2008 l’SSBN Rjazan avrebbe trascorso 30 giorni immerso sotto la calotta artica, viaggiando dalla Penisola di Kola alla penisola della Kamchatka.Delta+Stretch+Orenburg_20120927_2_North+Pole La Russia reintroduce in servizio anche l’elicottero antisom Mil Mi-14 presso le Flotte del Mar Nero e del Mar Baltico dov’è possibile utilizzarlo da terra, senza la necessità di piattaforme navali. Il Mi-14 è un elicottero anfibio dotato di sonar, boe idroacustiche e radar, ed è armato con 1 siluro o 12 cariche di profondità da 64 kg o 8 da 120 kg. Inoltre, il Mi-14 può essere armato con una bomba atomica subacquea da 1 kT, capace di neutralizzare tutti i bersagli immersi fino a 800 metri di profondità. Il Mi-14 ha un’autonomia di 5 ore e un raggio di azione di 1135 km. I 150 Mi-14 furono ritirati dalla Marina russa nel 1996, su pressione di Washington. La reintroduzione dei primi 60 elicotteri Mi-14 richiederà un paio di anni. Nel 2015 la Marina russa riceverà 8 navi da guerra e 2 sottomarini, oltre a 45 impianti a terra e a 20 nuovi cacciabombardieri navalizzati MiG-29K, in conformità con il piano di approvvigionamento degli armamenti dello Stato, affermava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu. I 2 sottomarini convenzionali Proekt 636 Novorossijsk e Rostov si uniranno alla Flotta del Mar Nero, che riceve anche 10 tra aviogetti da combattimento Sukhoj Su-34 e Sukhoj Su-30M2, ed elicotteri da guerra elettronica Mil Mi-8MTPR. Il Novorossijsk e il Rostov raggiungono i primi 2 nuovi sottomarini della Flotta del Mar Nero, lo Starij Oskol e il Krasnodar, divenuti operativi alla fine del 2014. Nel 2016 anche i sottomarini Kolpino e Velikij Novgorod entreranno in servizio nella Flotta del Mar Nero. Tra le 8 nuove navi vi sono la corvetta Sovershennij e la fregata Admiral Sergej Gorshkov. La Sovershennij, varata il 22 maggio 2015, è la prima nave ad entrare nella Flotta del Pacifico nel XXI secolo. Si tratta di una nave multiruolo per operazioni antinave ed antisom e di supporto alle operazioni della Fanteria di marina. La nave è armata con 1 complesso di missili antinave Uran, 1 sistema di difesa aerea Redoubt, 3 cannoni, 8 lanciasiluri e 1 elicottero Ka-27. La fregata Admiral Gorshkov è stata varata nel 2010 ed entrerà in servizio nella Flotta del Nord. La nave è armata con 1 cannone A-192 da 130mm, 16 missili antinave Oniks/Kalibr, 1 sistema di difesa aerea Redoubt, 2 sistemi di difesa aerea Palash e 1 elicottero Ka-27. Il 22 luglio, mentre il comandante della Marina russa, Ammiraglio Viktor Chirkov, annunciava che la Marina russa riceverà 18 nuove navi lanciamissili Proekt 22800, veniva impostata nel cantiere Amur di Komsomolsk-na-Amur la corvetta Geroj Russijskoj Federatsij Aldar Tsydenzhapov, della classe Proekt 20380 Steregushij. Di queste unità, delle classi Proekt 20380/20380M/20385, ne sono in servizio 4 e altre 7 sono in costruzione, proseguendo la ricostruzione della Marina militare russa (VMF).DSC_0826Secondo il direttore generale del cantiere navale Sevmash, Mikhail Budnichenko, l’aggiornamento dell’incrociatore da battaglia lanciamissili nucleare Proekt 1144 Admiral Nakhimov si concluderà nel 2018, un anno prima del previsto, “Stiamo testando e rimuovendo parti dello scafo, abbiamo completato le riparazioni nel primo e nel secondo compartimento. Stiamo anche lavorando per ottimizzare il tempo assegnato ai lavori elettrici. Il nostro compito nel prossimo anno è costruire le principali strutture dello scafo, chiglia, paratie, installare apparecchiature di grandi dimensioni e il sistema elettrico”. Una volta ultimati i lavori, l’incrociatore Admiral Nakhimov sarà dotato dei più recenti sistemi d’arma navali come 80 missili superficie-superficie Klub/Kalibr e antinave Oniks/Jakhont, missili antiaerei della versione navale dell’S-500, oltre ai sistemi di difesa aerea a corto raggio e antisom. L’Admiral Nakhimov, ex-Kalinin, è il terzo incrociatore della classe Kirov, entrata in servizio dal 1980. Solo uno dei 4 incrociatori della classe, il Pjotr Velikij, è operativo, ma la Russia prevede di riattivarli tutti: Admiral Nakhimov, Admiral Lazarev e Admiral Ushakov. Sevmash si prepara anche a costruire la futura portaerei russa, dopo la modernizzazione del cantiere. Si tratta della superportaerei Proekt 23000E Shtorm, proposta dal Nevskoe Design Bureau per “condurre operazioni in aree remote e oceaniche, ingaggiare bersagli terrestri e marittimi, garantire la stabilità operativa delle forze navali, proteggere le truppe d’assalto anfibio e provvedere alla difesa aerea“. La portaerei a propulsione convenzionale avrà un dislocamento di 100000 tonnellate, sarà lunga 330 metri, larga 40 metri (80 metri al ponte di volo), avrà un pescaggio di 11 metri e imbarcherà 80-90 velivoli, tra cui il PAKFA T-50 e velivoli di allarme immediato. Il progetto si basa sull’esperienza della portaerei Admiral Kuznestov e sul concetto inglese del double deck. Il design dello scafo è progettato in modo tale da ridurre la resistenza del 20 per cento, permettendo di navigare a 32 nodi riducendo i consumi e aumentando l’autonomia a 120 giorni. Il ponte di volo della portaerei avrà un ponte angolato e quattro postazioni di decollo: due rampe di lancio (Sky jump) e due catapulte elettromagnetiche. La difesa sarà fornita da quattro sistemi missilistici antiaerei e da una suite anti-siluri. Il complesso elettronico di bordo comprenderà sensori integrati, un radar multifunzione a scansione digitale, sistemi di guerra elettronica e di telecomunicazioni. La portaerei verrebbe costruita dal 2025 e completata non prima del 2030. Il programma rientra nella previsione per l’ammodernamento della VMF per il 2050. La superportaerei sarà scortata da unità della nuova classe Proekt 23560E Shkval, cacciatorpediniere da 18000 tonnellate di dislocamento, lunghi 200 metri, larghi 23 metri, con un pescaggio di 6,6 metri, una velocità di 32 nodi e autonomia di 90 giorni. Saranno armati con 64 missili da crociera, 16 missili ABM, 224 missili antiaerei, 24 missili antisom, 3 CIWS Palma, 1 cannone da 130 mm e 2 elicotteri. Il cacciatorpediniere sarà propulso da turbine a gas e avrà un sistema di combattimento integrato tattico e operativo-tattico ACSS, radar multifunzione phased array, sistemi da guerra elettronica, di comunicazione e ricognizione subacquea. Secondo il vicedirettore del Centro di Ricerca di Stato Krylov (KSRC) Valerij Poljakov, “Il cacciatorpediniere Proekt 23560E condurrà operazioni off-shore e oceaniche per distruggere obiettivi terrestri e navali, dare supporto in combattimento alle forze navali, difesa areale antiaerea e antimissile, e adempiere in tempo di pace ad attività in tutti gli oceani del mondo“.
admiral_makhimov_cruiser_sevmashLa Marina russa attualmente dispone di 60 sottomarini, di cui 12 SSBN e 30 multiruolo nucleari, ma prevede di espandere la flotta sottomarina con 2 nuovi tipi di sottomarini di quinta generazione, noti come “distruttore di portaerei” e “intercettatore subacqueo”. Il “killer delle portaerei” sarà equipaggiato con missili da crociera da utilizzare contro obiettivi costieri o di superficie, come le portaerei, mentre l’“intercettatore subacqueo” dovrà proteggere i sottomarini dotati di missili balistici (SSBN) e cacciare i sottomarini nemici. Il programma è gestito dal Malakhit Marine Engineering Design Bureau, nell’ambito dell’ammodernamento militare della Russia da completarsi entro il 2020. La loro costruzione dovrebbe iniziare presso il cantiere Sevmash una volta che l’ammodernamento del cantiere sarà completato. “Questo processo fornirà una piattaforma per la futura costruzione di navi di nuova generazione“, dichiarava Budnichenko, in “linea con il programma federale per la modernizzazione” che, secondo il comandante della Marina russa Ammiraglio Chirkov, prevede piattaforme con moduli unificati ed armi robotizzate integrate. Il Cantiere navale Sevmash, il più grande complesso per le costruzioni navali della Russia, si trova nella città di Severodvinsk, sul Mar Bianco. Sevmash provvede alla sostituzione di attrezzature e materiali importati da “potenziali aggressori” con prodotti nazionali russi. La “sostituzione delle importazioni non è un problema per Sevmash. Penso sia inutile dire quanto sia rischioso nell’epoca delle capacità quasi illimitate delle tecnologie IT equipaggiare i sottomarini con materiali e sistemi prodotti da ‘potenziali aggressori‘”. A seguito delle sanzioni occidentali, nel dicembre 2014 la Russia ha iniziato un programma di sostituzione delle importazioni di attrezzature e armi, volto ad eliminare la dipendenza della Russia da prodotti della difesa esteri. Infine, la Flotta del Nord della Marina russa testava un nuovo sonar capace di rilevare i sottomarini nucleari di 4.ta generazione in agguato negli abissi. L’unità trasmittente/ricevente del sonar Batareja può immergersi fino a 300 metri e a 30 chilometri dalle coste per rilevare i sottomarini e trasmetterne i dati tramite un cavo in fibra ottica. Sergej Tsygankov, progettista del nuovo sonar, afferma “Abbiamo adottato questo metodo di trasmissione dei dati perché non c’è un solo Paese occidentale che oggi saprebbe rilevare le informazioni che viaggiano attraverso fibre ottiche subacquee“. A sua volta, Shamil Alev, capoprogettista della Dagdiesel nel Daghestan, annunciava che l’azienda lavora su “armi subacquee ad alta precisione“; un nuovo siluro assai silenzioso, dotato d’intelligenza artificiale e sistema di controllo digitale. L’arma, svolgerà compiti di ricognizione, osservazione e inganno, oltre che distruggere i bersagli. Inoltre l’azienda lavora alla modernizzazione del siluro VA-111 Shkval e su un nuovo siluro furtivo da 305mm. Lo Shkval è un siluro in grado di raggiungere la velocità di circa 300km/h per ‘cavitazione’.
1634522_-_mainNel 2011, Francia e Russia firmarono un accordo da 1,5 miliardi di dollari per la costruzione di 2 navi da assalto anfibio classe Mistral per la Russia. Ma quando le navi già pronte dovevano essere consegnate nel novembre 2014, la Francia s’è rifiutata a causa della crisi ucraina. Da allora la Russia segue una propria via per sostituire le Mistral. Nel novembre 2014, il Contrammiraglio Victor Bursuk, Vicecomandante della Marina russa, aveva dichiarato: “Non dipendiamo dalla Francia per nulla, era solo uno contratto di cooperazione tecnico-militare e nulla più. Il programma prevede la costruzione di navi da guerra di questo tipo, e sarà certamente implementato“, poi a luglio, a San Pietroburgo, Vladimir Pepeljaev, a capo della divisione cantieristica navale del Centro di Ricerca di Stato Krylov, dichiarava che un progetto russo “si adatta alla tattica delle nostre forze, alla nostra mentalità e al nostro approccio alle operazioni anfibie. Le Mistral e altre navi straniere simili… seguono una ‘mentalità atlantica’. Il compito delle nostre navi è appoggiare le truppe in prima linea nella difesa dei confini, in altre parole, sbarcando gruppi d’assalto nelle retrovie delle forze nemiche. Naturalmente, sono progettate in modo diverso“. Pepeljaev affermava quindi che la sua azienda aveva presentato dei progetti alla Marina russa, “Il concetto proposto alla Marina Militare è all’esame. Attendiamo che la Marina si esprima“. La dottrina militare del 2014 mette l’accento sulle operazioni fuori dai confini dello Stato. L’articolo 32 parla di “dispiegamento avanzato di truppe nei settori strategici potenzialmente pericolosi” e, come già visto, di “tutelare gli interessi nazionali della Russia nella regione artica“. Quindi la VMF prevede una forza anfibia da inviare rapidamente nelle aree di conflitto. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la VMF fino al 2008 aveva solo le navi d’assalto anfibio Proekt 1171 Tapir, Proekt 1174 Nosorog wwnd6t13e Proekt 775 di epoca sovietica. Per migliorare la flotta d’assalto anfibio, fu ordinata la nave da appoggio assalto anfibio Proekt 11711BDK Ivan Gren, varata il 18 maggio 2012, mentre l’11 giugno 2015 veniva impostata la gemella Pjotr Morgunov presso i cantieri Jantar di Kaliningrad, dove sarà completata nel 2017. In totale verranno costruite 6 navi Proekt 11711BDK. Le navi classe Ivan Gren possono trasportare 13 carri armati o 36 BTR o 300 truppe da sbarco a 3500 miglia nautiche di distanza, e possono svolgere funzioni di centro comando nei teatri operativi assegnati. Sempre l’11 giugno 2015, V. Trjapinchikov, a capo del Direttorato delle costruzioni navali della VMF, dichiarava che navi di gran lunga superiori alle Ivan Gren saranno costruite nei prossimi 5 anni. Si tratta della nave d’assalto anfibio Priboj, che secondo Trjapinchikov, “E’ la nostra risposta alle Mistral. Questa nave è ancora un modellino, ma le sue specifiche ci permettono di calcolare che le navi UDK Priboj riusciranno a rispondere con successo alle sfide su carico, trasporto e sbarco delle truppe anfibie“. Le UDK Priboj dislocheranno 14000 tonnellate, avranno una velocità di 20 nodi e trasporteranno 60 mezzi a 6000 miglia. Avranno un’autonomia di 60 giorni. L’UDK Priboj trasporterà 8 elicotteri antisom Ka-27 e d’attacco Ka-52K, 4 mezzi da sbarco Proekt 11770M o 2 Proekt 12061M. La Marina russa dovrebbe acquisire 4 unità UDK Priboj, che saranno costruite da imprese nazionali per evitare il ripetersi della farsa delle Mistral. In tale ambito, quindi, la Marina russa ha intenzione di riprendere la produzione di due tipi di hovecraft d’assalto anfibio (LCAC), dotati di nuovi motori e sistemi d’arma. “Siamo pronti a presentare il progetto dei nuovi LCAC: ne abbiamo già progettato i sistemi d’arma e i propulsori“, dichiarava il capo dell’Almaz Central Marine Design Bureau. Si tratta dei Proekt 12322 Zubr e Proekt 12061 Murena. Il Zubr può trasportare 3 carri armati o 10 BTR o 500 soldati. Il Murena può trasportare 2 BTR o 1 carro armato o 130 soldati. Inoltre, sempre in ambito di operazioni anfibie, il Centro di Ricerca di Stato Krylov (KSRC) presentava il progetto del sostituto delle Mistral, la nave d’assalto anfibio Lavina da 24000 tonnellate, lunga 200 metri, larga 34 metri e un pescaggio di 7,5 metri. La nave trasporterà 50 carri armati e BTR, 500 soldati, 6 mezzi da sbarco e 16 elicotteri antinave e d’assalto. La Lavina sarà anche più veloce delle Mistral, con una velocità di 22 nodi, rispetto ai 19 nodi delle Mistral. La nave del tipo semi-trimarano avrà un’autonomia di 5000 miglia a 18 nodi. In sostituzione temporanea delle Mistral, sarebbe allo studio l’aggiornamento e la riattivazione delle 2 grandi navi d’assalto anfibio Proekt 1174 Ivan Rogov e Mitrofan Moskalenko, capaci di trasportare 4/5 elicotteri Kamov Ka-52K sviluppati per le Mistral russe. Infine, la nuovissima corvetta stealth trimarano Rusich-1 è in fase di sviluppo in Russia, capace di combattere anche in condizioni meteo Forza 6, “Una cosa che alcuna altra nave può fare”. Intanto, nel Cantiere Severnij di San Pietroburgo veniva impostata la prima corvetta di nuova generazione Proekt 20386, destinata alla Marina Russa.
wwnd6t12Infine, il 22 luglio Russia e Guinea Equatoriale firmavano un accordo per facilitare l’ingresso di navi da guerra russe nel porto di Malabo della Guinea Equatoriale. La Guinea equatoriale è il terzo Paese con cui la Russia raggiunge un accordo per l’ingresso delle sue navi da guerra, dopo Vietnam e Nicaragua. Nel marzo 2015 dalla base vietnamita di Cam Rahn i bombardieri a lungo raggio russi Tupolev Tu-95MS e Tu-160 svolgevano i primi voli presso la base militare statunitense di Guam, assistiti dalle aerocisterne Iljushin Il-78. Il ministro della Difesa russo Shojgu aveva detto nel febbraio 2014 che la Russia pianifica l’espansione della propria presenza aerea e navale all’estero.d0b0d180d0bcd0b8d18f-118Fonti:
Anàlisis Militares
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Anàlisis Militares
Defense News
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Il patto faustiano tra Obama ed Erdogan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 luglio 2015U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in CannesDopo tutto, gli attacchi aerei turchi in Siria iniziati la settimana scorsa contro lo Stato islamico sembrerebbero essere un cambio della posizione di Ankara verso il gruppo terroristico. L’esercito turco ha denominato l’operazione “Yalcin Nane” dal sottufficiale turco ucciso in uno scontro con il SIIL (che a sua volta ha compiuto un attentato suicida al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone). Ovviamente, Ankara ritiene opportuno proiettare “Yalcin Nane” in risposta ai presunti attacchi del SIIL in Turchia. I cinici potrebbero obiettare che l’immagine di “duro” può avvantaggiare il gioco del presidente Recep Erdogan, cavalcando l’ondata di nazionalismo e cercando un rapido sondaggio per migliorare i risultati poco brillanti delle elezioni di giugno, che hanno impedito al suo Partito Giustizia e Democrazia di avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia la grande domanda rimane: la politica turca sulla Siria è cambiata radicalmente? Erdogan ha rigettato il sostegno clandestino ai gruppi estremisti islamici e deciso finalmente di addentare la giugulare del SIIL? Il punto è ambiguo, per la doppia natura della diplomazia turca, ed è difficile credere che Ankara recida i legami con il SIIL. The Guardian ha pubblicato un rapporto esclusivo secondo cui Erdogan semplicemente sarebbe alle prese con un nuovo atteggiamento. Secondo il Guardian, Washington avrebbe ricattato Erdogan costringendolo suo malgrado ad agire contro il SIIL. Sembra che Washington abbia prove altamente dannose, come “centinaia di pen drive e documenti” che svelano l'”alleanza non dichiarata” tra Ankara e SIIL, stabilendo che “i rapporti diretti tra ufficiali turchi e membri del SIIL” siano “innegabili“. The Guardian citava un funzionario europeo dire, “Questo non è un loro pensiero (turco). E’ una reazione a ciò che gli hanno imposto statunitensi ed altri“. Ciò che accredita l’articolo del Guardian è che Erdogan, per qualche motivo inspiegabile, ha improvvisamente cambiato idea e deciso di aderire alla richiesta statunitense di permettere ai loro aerei da guerra di attaccare il SIIL in Siria dalla base di Incirlik nella Turchia orientale. Chiaramente Erdogan ha ceduto dopo aver rifiutato l’accesso ad Incirlik l’anno scorso. Ma ciò che è ancora più interessante è che anche il presidente Barack Obama ha fatto un’inversione di marcia, con un rovesciamento politico ha accettato la vecchia richiesta di Erdogan d’imporre una limitata “no-fly zone” nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che gli statunitensi avevano respinto finora. La proposta “no-fly zone” in Siria è relativamente piccola rispetto a quella imposta nel nord dell’Iraq dopo la guerra del Golfo nel 1991, lunga circa 100 km e profonda 30-50 km. Ma poi, come già stabilito, permette alle forze aeree turche e statunitensi di agire congiuntamente sul territorio siriano senza assicurarsi un mandato delle Nazioni Unite. Infatti, né Stati Uniti né Turchia si sono curati di avere l’approvazione del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Damasco. Evidentemente la “no-fly zone” impone restrizioni agli aerei da guerra del governo siriano. Ma l’obiettivo turco è in primo luogo che alcuna entità curda indipendente si formi nel nord della Siria. In poche parole, il patto faustiano tra Obama e Erdogan funziona così:
– Erdogan si assicura che Obama non sveli i suoi legami occulti con il SIIL e si compra il silenzio di quest’ultimo consentendo agli aerei da guerra degli Stati Uniti di operare dalla base di Incirlik;
– Come contropartita, Obama cede all’insistenza di Erdogan nel creare una “no-fly zone” nel nord della Siria, come primo passo verso la creazione di una base operativa nel territorio siriano al confine con la Turchia, che può essere utilizzata dai ribelli (sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) per far avanzare l’agenda per rovesciare il regime guidato dal presidente Bashar al-Assad;
– Né Erdogan, né Obama badano a che la loro “no-fly zone” sulla Siria sia istituita nell’ambito del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Erdogan ha mano libera nel schiacciare i ribelli curdi mentre agevola gli aerei da guerra statunitensi operanti liberamente su Iraq e Siria.
A prima vista si tratta di una formula “win-win“. Obama trarrà conforto dagli Stati Uniti che non s’impegnano ulteriormente e in modo significativo a sostenere l’operazione turco-saudita-qatariota in Siria e comunque placa Ankara e Riyadh sull’accordo nucleare iraniano. Dal punto di vista turco, il coinvolgimento statunitense nella “no-fly zone” significa che non avvierà un’incursione unilaterale in Siria, cosa che si vuole evitare. D’altra parte, Ankara rabbonisce gli statunitensi, dato che l’uso della base di Incirlik è estremamente importante per i militari statunitensi, se prima i loro aerei dovevano volare per 1000 miglia verso gli obiettivi in Siria, voleranno assai meno da Incirlik, appena oltre il confine con la Siria, affinché la campagna aerea di Obama contro il SIIL sia molto più intensa e, si spera, anche più efficace. Nella mente contorta di Erdogan, un pensiero potrebbe anche essere apparso dopo l’accordo nucleare iraniano, nel caso Washington e Teheran collaborino nella lotta contro il SIIL diminuendo l’importanza strategica della Turchia per l’occidente. In sintesi, Erdogan ha deciso che è utile per la Turchia aprire la base aerea agli aerei degli Stati Uniti, presentandosi come Stato in prima linea nella lotta di Obama contro il SIIL. Ironia della sorte, ciò che accade non è molto diverso da quello che gli amici pakistani di Erdogan fecero presentando il loro Paese come “Stato in prima linea” nella guerra degli Stati Uniti al terrore, per averne gli aiuti. Naturalmente il Pakistan non ci ha mai ripensato ed ha estratto miliardi di dollari di aiuti statunitensi fin quando iniziò il contraccolpo trasformando il Paese nel campo di battaglia dei terroristi. Il tempo mostrerà se il patto faustiano di Erdogan con Obama avrà un esito diverso. D’altra parte, tale patto appare mentre il bilancio per Obama resta incerto. Non c’è dubbio che il secondo fronte della Turchia contro i curdi non può che complicare la guerra di Obama in Iraq, ma segnala anche la fine al processo di pace e il dialogo di Erdogan con i curdi e la tregua di due anni fa. Aiuta la strategia regionale degli Stati Uniti se uno dei suoi principali alleati della NATO s’impantana? È interessante notare che l’unico partito ad applaudire gli attacchi aerei turchi sulla Siria è la screditata alleanza dell’opposizione siriana, naturalmente sostenuta da Ankara. La Casa Bianca attaccava con il suo mantra ogni volta che l’esercito turco intraprendeva missioni punitive contro i separatisti curdi, cioè sul diritto di difendersi di Ankara. Che altro dirà Obama in tali circostanze? Paradossalmente, la milizia curda è anche alleata degli Stati Uniti nella guerra di Obama al SIIL.1168704275Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la Cina vede l’adesione alla SCO dell’India

MK Bhadrakumar Indian Punchline 20 luglio 2015Xi Jinping, Jacob Zuma, Narendra ModiL’ultimo numero della Beijing Review presenta un’analisi di ciò che l’adesione di India e Pakistan alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) presagisce per il raggruppamento regionale e per questi due Paesi. I principali obiettivi della strategia di sviluppo della SCO per il 2025, adottati al vertice di Ufa, indicano che nel prossimo decennio gli Stati aderenti si concentreranno sul consolidamento delle fiducia reciproca e relazioni amichevoli, lavorando a stretto contatto per far fronte alle sfide alla sicurezza, approfondire i legami economici e commerciali ed estendere la cooperazione su tecnologia, sanità e istruzione. In breve, la SCO prevede di concentrarsi sulla “costruzione di due piattaforme“: uno per “aiutare lo sviluppo degli Stati membri” e due “per promuovere la comprensione reciproca e il dialogo tra gli Stati aderenti“. Inoltre, la strategia incoraggia gli Stati aderenti alla SCO a partecipare all’Iniziativa Fascia e Via della Cina come modello chiave della cooperazione economica regionale. In effetti, l’India ha un compito ritagliato per essa date le relazioni tese con il Pakistan e l’atteggiamento tiepido verso i progetti della Via della Seta della Cina. La questione è chiaramente fino dove l’India sarà disposta a utilizzare le “piattaforme” della SCO, in linea al suo discorso sul “secolo asiatico”. Beijing Review cita un esperto cinese secondo cui la motivazione principale per l’espansione degli aderenti alla SCO (includendo India e Pakistan) deriva dalla consapevolezza che “i problemi attuali in Asia centrale vanno oltre i confini degli Stati aderenti alla SCO. Inoltre, minacce terroristiche si riversano dal Medio Oriente al Centro e Sud Asia. La SCO non può affrontare queste sfide con una cooperazione limitata a soli sei Paesi membri. Pertanto, la SCO deve espandere l’adesione e migliorare il meccanismo operativo per svolgere un ruolo maggiore nella cooperazione per la sicurezza regionale“. L’articolo precisa come India e Pakistan possano trarre beneficio dalla loro appartenenza alla SCO, illustrando le possibilità di non meno sei direzioni diverse:
– India e Pakistan sperano di partecipare alle “questioni regionali” attraverso la SCO, vista la crescente statura internazionale dell’ente.
– sperano di tutelare meglio i propri interessi sulla sicurezza tramite la rete della SCO. In realtà, dovrebbero “rafforzare la cooperazione con la SCO… (di cui) la lotta al terrorismo è una delle missioni condivise“.
– la SCO contribuirà a promuovere la crescita economica dei due Paesi.
– India e Pakistan non vogliono “perdere l’opportunità” data dalla connettività avanzata risultante dalla proposta d’integrare l’Iniziativa Fascia e Via della Cina al progetto dell’Unione economica eurasiatica della Russia, con l’obiettivo dell’integrazione economica regionale.
– da economia in rapida crescita, l’India può utilizzare l’appartenenza alla SCO per approfondire la cooperazione energetica con Russia e Paesi dell’Asia centrale.
– infine, date le irrisolte “controversie territoriali” tra India e Pakistan, la SCO “potrebbe agire da piattaforma del dialogo” dei due Paesi “per alleviare le tensioni al confine e migliorare le relazioni nel quadro multilaterale“.
È interessante notare che l’articolo si conclude con l’osservazione che la SCO affronta “nuove sfide” con l’adesione di India e Pakistan; il raggruppamento “deve riformare la propria infrastruttura per preparare i nuovi aderenti“. In particolare, la SCO “deve trovare un modo migliore per impostare l’agenda e rendere più efficaci le politiche“. Finora, locomotiva della SCO sono Cina e Russia. Secondo Pechino ciò cambierebbe con l’ingresso dell’elefante indiano nella tenda. Il senso globale dell’articolo è positivo in termini neutri. Infatti, la Cina si aspetta che l’adesione alla SCO di India-Pakistan possa promuoverne la normalizzazione, ma farebbe anche sapere che solo il tempo dirà se sia un’aspettativa esagerata. Da parte sua, la Cina ha usato brillantemente la piattaforma della SCO per “normalizzare” i rapporti con i vicini dell’Asia centrale svezzati con la pesante dieta della propaganda sovietica violentemente anti-cinese, armonizzando le propria politica in Asia centrale con quella della Russia. In teoria, l’India potrebbe fare lo stesso per la stabilizzazione della situazione afghana lavorando sugli interessi comuni con il Pakistan. Ma se la Cina ha una grande visione regionale, l’India ne ha una? Se c’è, si aprono possibilità interessanti. Resta il fatto che i processi nella SCO hanno luogo a livello politico, economico, di sicurezza e militare, riunendo regolarmente le dirigenze di India e Pakistan e delle relative agenzie di sicurezza e militari. Ovviamente, la Cina spera che nell’ambito della SCO l’India superi la reticenza (scetticismo) verso le strategie win-win della Via della Seta di Pechino. In realtà, il Pakistan potrebbe effettivamente esser posto sotto pressione per facilitare i rapporti tra India e gli altri Paesi della SCO. Senza dubbio, l’India seguirà la sua strada bilaterale per la normalizzazione delle relazioni con il Pakistan. Ma detto questo, gli Stati Uniti furono attivi promotori delle relazioni tra India e Pakistan e Delhi vi era disponibile. L’India dovrà tollerare un ruolo simile della SCO da dietro le quinte, e non sarebbe una brutta cosa se accadesse. A dire il vero, d’ora in poi la SCO è un'”azionista” delle relazioni tra India e Pakistan a vantaggio della sicurezza nelle regioni dell’Asia centrale e meridionale. Anche in questo caso, la cooperazione regionale nella SCO non può terminare sulla frontiera Wagha. Può funzionare solo a vantaggio dell’India a condizione, naturalmente, che abbia anche un grande piano vantaggioso nello spirito del compromesso.
Non molta attenzione è rivolta all’adesione alla SCO del Nepal quale “Paese partner”. Questo sviluppo va attentamente osservato. In teoria, Pechino l’ha promosso da una prospettiva di medio e lungo termine. Perché il Nepal? La mossa della SCO di stabilire una partnership formale con il Nepal avrà un impatto significativo sul rafforzamento della sicurezza del Tibet e collegherà Tibet e India (via Nepal), oltre a creare un contesto ulteriore per lo sviluppo delle relazioni sino-nepalesi. L’India non dovrebbe vederlo in termini di somma zero. L’articolo della Beijing Review è qui.

nepal-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E’ tempo per il Giappone di ascoltare la Russia

Jibril Khoury, Takeshi Hasegawa e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 23 luglio 2015 south-korea-japan-russia-and-china-concerned-abou-11634-1243436308-3La crisi degli ostaggi in Algeria nel 2013 comportò la morte di dieci cittadini giapponesi insieme a molte altre persone di diverse nazioni. Purtroppo era evidente fin dall’inizio che la connessione libica rientrava nel caso. Dopo tutto, l’infiltrazione terroristica avveniva dal vicino confine della Libia. Inoltre, dalla morte di Gheddafi la regione è piena di armi ed innumerevoli gruppi terroristici. Nella stessa Libia vi sono varie organizzazioni terroristiche islamiste e milizie che ne controllano delle parti. Pertanto, nella Libia del 2015 vi è il caos e uno Stato assente che non può controllare tutto.

Ingerenze esterne
Nel 2015 il Giappone deve mettere in discussione i cosiddetti alleati quando si tratta di contrastare il terrorismo e di geopolitica, e non dell’economia. Dopo tutto, le nazioni del Golfo e le grandi potenze della NATO continuano a creare instabilità in Medio Oriente e Nord Africa, aggiungendosi al caos in Afghanistan. Un caos che va dall’Afghanistan estendesi al Mali in Africa occidentale. Il Pakistan, potenze del Golfo, USA e Regno Unito s’intromettono in Afghanistan da più di 40 anni. Da allora migliaia di miliardi di dollari sono stati spesi per cercare di stabilizzare e centralizzare la nazione, nonostante il sostegno ai settari taqfiri e l’indottrinamento islamista negli anni ’80 e ’90. La politica adottata in Afghanistan non fu solo un misero fallimento totale, ma permise anche la destabilizzazione del Pakistan (auto-indotta), l’emergere della rete dell’11 settembre e il prosperare del potente movimento jihadista internazionale. Il Giappone di oggi è ormai sempre più trascinato dagli obiettivi di Washington. Ciò si vede nella politica estera negativa verso il governo della Siria, nonostante la crisi sia lontana dal Giappone. Altrettanto importante, è chiaro che i cittadini giapponesi brutalmente assassinati nella regione hanno subito tale destino per le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti alleati del Giappone. Non serve un attacco terroristico che uccide cittadini giapponesi per svegliare il governo del Giappone. Sì, purtroppo, sembra che le nazioni spesso ne prendano atto quando le conseguenze uccidono civili inermi. Gli Stati Uniti l’hanno scoperto nel modo più barbaro quando migliaia di civili furono uccisi l’11 settembre. Dopo tutto, le forze terroristiche di al-Qaida erano collegate a CIA, ISI del Pakistan e servizi segreti inglesi manipolando la causa islamista in Afghanistan e replicarla in Bosnia (11 settembre, attentati di Madrid ed altri legati ad Afghanistan e Bosnia). Pertanto, quando il Giappone annunciò la morte del suo decimo cittadino per la brutale crisi degli ostaggi dei terroristi islamisti in Algeria, allora questo semplicemente non fu sufficiente. Le ratlines che collegano le politiche di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e le altre nazioni de Golfo, vanno esaminate per ciò che hanno creato in Libia e continuano a creare in Siria. Tale realtà deve anche concentrarsi su come Mali e Pakistan siano stati inghiottiti dalle politiche fallimentari di altre nazioni (Pakistan vi si è autoindotto a differenza del Mali). Ugualmente allarmante è l’ampia evidenza che le nazioni che si sono ingerite in Afghanistan e Iraq, e poi in Libia, non solo hanno creato Stati falliti divenuti terreno fertile per i gruppi jihadisti islamici, ma hanno iniziato a destabilizzare altre nazioni come la Siria. Tutto ciò è stato fatto mentre la carneficina quotidiana continua in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Non solo è una follia, ma è una politica “vergognosa” che rovina USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo.

Federazione Russa
La Federazione russa cerca di “contenere gli incendi” appiccati dalle suddette nazioni perché le élite politiche di Mosca comprendono chiaramente appieno realtà ed implicazioni geopolitiche a lungo termine delle fallimentari politiche di NATO e Golfo. Ciò vale per l’instabilità massiccia, le sempre più ampie reti terroristiche, settarismo, asservimento delle donne, povertà, assenza di strutture sanitarie, Stati falliti e altre potenti forze negative. Pertanto, è giunto il momento per le élite politiche del Giappone del 2015 di riconoscere alla Federazione russa priorità invece di seguire Washington e gli altri che creano “nuove strade pericolose”. Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha dichiarato: “lo sconvolgimento della Libia, accompagnato dalla proliferazione incontrollata delle armi, ha contribuito al deterioramento della situazione in Mali. Gli attacchi terroristici in Algeria che hanno ucciso persone innocenti, anche straniere, sono conseguenza di tali sviluppi tragici“. Il Presidente Vladimir Putin continuava affermando che la Federazione russa “si sente responsabile del mantenimento della sicurezza globale ed è volta a collaborare con i partner al fine di affrontare i problemi globali“. E’ tempo per l’establishment politico di Tokyo di guardare profondamente agli eventi dall’Afghanistan all’Africa occidentale, in Mali. Ciò vale per molte aree instabili e le nazioni estere che continuano a partecipare, avviare o essere coinvolte in operazioni segrete destabilizzanti. La cosiddetta “primavera araba” ha inaugurato solo l'”inverno islamista” e la creazione di Stati falliti per ingerenza estera creando grandi aree di odio taqfirita. Basta guardare alle politiche contraddittorie attuate da varie nazioni verso Bahrain, Egitto, Libia, Siria, Yemen e altre nazioni dai gravi problemi interni. Ciò vale per le politiche distruttive basate su “interessi dalla mentalità ristretta”. La Federazione russa conosce le convulsioni di intere aree dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’indipendenza dei popoli in Europa orientale. Una volta che Vladimir Putin ha preso il timone, gradualmente la Federazione russa è divenuta potente con la centralizzazione e l’esecuzione di diverse politiche interne ed estere. Inoltre, la Federazione Russa ha una posizione unica essendo prevalentemente di fede cristiana ortodossa, ha anche una consistente minoranza musulmana nazionale. Infatti, in alcune parti della Federazione russa la fede musulmana è maggioritaria. Inoltre la realtà geografica della nazione appartenente alla casa eurasiatica, collega Europa ed Asia. Pertanto, i leader politici della nazione vogliono smorzare le divisioni attualmente esistenti in molte parti dello spazio geografico coincidente con la Federazione russa, insieme alla tradizionale proiezione di potenza in alcune parti di Medio Oriente, Balcani, Asia centrale, Asia del Nord-Est ed Europa.

Giappone e crisi degli ostaggi
La morte di dieci cittadini giapponesi in Algeria (2013) per mano di terroristi islamici è un chiaro richiamo al governo di Tokyo di dover svolgere un ruolo più costruttivo nella politica internazionale. Il Giappone sostiene le Nazioni Unite e altre importanti istituzioni che si occupano di educare, alleviare la povertà e sostenere i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, spesso sembra che il Giappone sia troppo legato agli USA, anche quando ciò gli è dannoso. Naturalmente, le relazioni tra Giappone e USA rimarranno la spina dorsale della politica estera del Giappone, non del tutto negativa. Ad esempio, le forze statunitensi aiutarono notevolmente il Giappone dopo il brutale terremoto di magnitudo 9.0 che innescò lo tsunami che uccise molte persone. Inoltre, la regione del nord-est asiatico è molto volatile e data la realtà dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, è chiaro che gli USA hanno un ruolo importante nella difesa del Giappone, contenendo possibili situazioni regionali pericolose. Nonostante ciò, quando si tratta di altri aspetti connessi alle ambizioni geopolitiche degli USA il Giappone dovrebbe valutare ogni situazione per merito, piuttosto che dare carta bianca agli USA. Hillary Clinton, ex-segretaria di Stato, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che i terroristi algerini ricevano armi dalla Libia. Non vi è dubbio che i maliani dell’AQIM ricevano armi dalla Libia”. L’omissione di Hillary Clinton è un altro richiamo deciso al contraccolpo che ha creato l’attuale crisi regressiva in Afghanistan e Pakistan, permettendo l’11 settembre. Gli USA ancora una volta confermano che la destabilizzazione della Libia e i tragici eventi nel 2013 in Algeria sono correlati. Nel complesso, il governo del Giappone dovrebbe chiedersi chi siano gli attori della destabilizzazione della vasta regione che si estende dall’Afghanistan al Mali? La Federazione russa o, in tutta onestà, USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo? Altrettanto importante, cittadini giapponesi muoiono a causa dell’ingerenza degli alleati negli affari interni altrui, o sono minacciati dalle politiche della Federazione Russa? Se il Giappone ne vuole uscire cercando di proteggere i propri cittadini, allora è giunto il momento di promuovere relazioni più strette con la Federazione russa e di temere le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti amici.f04da2db148412e969f204Il Giappone accusa la Cina di rubare gas dal mare
Tyler Durden Zerohedge 22 /07/2015

Negli ultimi mesi la Cina si trova al centro di un piuttosto vivace “dibattito” internazionale sulla bonifica delle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Per ricapitolare, Pechino ha creato più di 1500 acri di territorio sovrano sull’arcipelago Spratly utilizzando draghe per costruire isole artificiali in cima alle scogliere. Anche se la Cina non è il primo Paese ad intraprendere la bonifica nella regione, i suoi progetti sono descritti da Stati Uniti e alleati come molto più ambiziosi dei vicini. La situazione è peggiorata rapidamente quando la marina cinese ha minacciato un aereo-spia statunitense con a bordo un team della CNN. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno affermato di aver avvistato artiglieria su una delle isole e l’intera situazione è culminata nella propaganda esilarante dei cinesi apparentemente pronti a dimostrare che la vita sulle nuove isole è solo ragazze, giardinaggio, maiali e cuccioli. Ora la Cina si trova al centro di un altro contenzioso marittimo, questa volta la costruzione di piattaforme petrolifere e gasifere nel Mar Cinese Orientale. Reuters: “La Cina si riserva il diritto di una “reazione necessaria” dopo che il Giappone ha pubblicato una revisione della Difesa invitando Pechino a fermare la costruzione di piattaforme di esplorazione nei pressi delle acque contese nel Mar Cinese orientale, ha detto il Ministero della Difesa. Nel documento Tokyo ha espresso preoccupazione che le trivellazioni cinesi possano colpire i giacimenti che si estendono nelle acque del Giappone. “Questo tipo di azione mette completamente a nudo la natura bifronte della politica estera del Giappone e ha un impatto negativo su pace e stabilità nella regione Asia-Pacifico”, ha detto il Ministero della Difesa cinese in una dichiarazione. La Cina valuterà ulteriormente la revisione della Difesa del Giappone, o libro bianco, quando il testo completo sarà diffuso e per poi adottare la “reazione necessaria a seconda della situazione”, ha detto. Nell’escalation della polemica, il Giappone ha pubblicato le foto aeree delle attività di costruzione cinesi nella zona, accusando Pechino di agire unilateralmente e di atteggiamento svogliato verso l’accordo del 2008 per lo sviluppo congiunto delle risorse. “Le attività di sviluppo della Cina nel Mar Cinese orientale non mostrano alcun segno di cessare. Dato l’aumento delle preoccupazioni dentro e fuori il Giappone sui vari tentativi della Cina di cambiare lo status quo, abbiamo deciso di diffondere ciò che può essere appropriatamente pubblicato”, ha detto il Capo del Segretario di Gabinetto Yoshihide Suga, in conferenza stampa“. A quanto pare “ciò che può essere diffuso”, sono le seguenti immagini:

ChinaOilRigs_risultatoEd ecco una mappa che mostra dove le piattaforme sono situate, in relazione alla linea di demarcazione che separa le zone economiche esclusive dei due Paesi.

ChinaOilRigMapAllora, qual è il problema, vi chiederete? Sembra che tutte le strutture siano nella parte cinese della linea. Bloomberg: “Il Ministero degli Esteri del Giappone ha presentato una mappa e fotografie di ciò che afferma siano 16 piattaforme marine cinesi nei pressi della parte giapponese delle acque contestate sul Mar Cinese Orientale. Le piattaforme sono sul lato cinese della latitudine che il Giappone sostiene debba segnare il confine tra le loro zone economiche esclusive. Il Giappone ha da tempo espresso preoccupazione che tali strutture aspirino gas dai giacimenti sottomarini che si estendono sul suo lato”. Quindi, in sostanza, il Giappone ritiene che la Cina stia tentando di derubarlo con la costruzione di impianti di perforazione proprio accanto alla linea per succhiare gas sottomarino verso la parte cinese. In altre parole:

Per quanto riguarda la posizione di Pechino, il Ministero degli Esteri afferma che le sue attività di esplorazione sono “giustificate, ragionevoli e legittime”. In ogni caso, la controversia non aiuterà le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà il processo diplomatico, va ritenuto che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali.
Dichiarazione completa dalla Ministero degli Esteri giapponese: “Negli ultimi anni, la Cina ha rivitalizzato lo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, mentre il governo ha confermato che nella parte cinese della linea di divisione geografica vi sono 16 strutture finora. Le 2 zone economiche esclusive sulla piattaforma continentale del Mar Cinese orientale non sono ancora state definite, e il Giappone ritiene che ciò vada effettuato sulla base della latitudine. Così in assenza di confini definiti, anche se nella parte cinese della linea di divisione, è estremamente deplorevole che la parte cinese promuova attività di sviluppo unilaterali. Il governo chiede alla parte cinese di fermare le attività di sviluppo unilaterale, coerentemente all’accordo sulla cooperazione tra Giappone e Cina sullo sviluppo delle risorse del Mar Cinese Orientale del giugno 2008. Richiedendo la rapida ripresa dei negoziati per l’attuazione; richiesta ancora una volta con forza. La posizione giuridica del Giappone sullo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, oggi, in base alle disposizioni pertinenti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM), che definiscono la zona economica esclusiva e territoriale sulla piattaforma continentale marittima per 200 miglia marine. Dato che la distanza tra i confini territoriali marittimi sul Mar Cinese Orientale è meno di 400 miglia marine, la zona economica esclusiva e la piattaforma continentale si sovrappongono e vi è la necessità di ridefinirle. Alla luce delle pertinenti e precedenti disposizioni internazionali del CNUDM, vanno definite le acque territoriali con soluzione equa. (Nota: un miglio marittimo = 1,852 chilometri, 200 miglia marine = 370,4 km) (1) La parte cinese estende la divisione nel Mar Cinese orientale quale naturale estensione della terraferma sulla piattaforma continentale e le isole del Mar Cinese Orientale, in contrasto agli obblighi, dato che la divisione non segue la latitudine e senza che la parte cinese ne definisca i limiti, sostenendo che la piattaforma continentale si estenda naturalmente fino ad Okinawa. (2) D’altra parte, si tratta dell’estensione del teoria del 1960 che utilizza la giurisprudenza sulla delimitazione della piattaforma continentale dei Paesi confinanti, concetto adottato in passato dal diritto internazionale. Sulla base delle disposizioni internazionali pertinenti e successive della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, adottata nel 1982 sui confini delle acque territoriali dei Paesi a meno di 400 miglia nautiche, si è piuttosto ricorso alla teoria dell’estensione naturale, anche se non ha alcun significato giuridico, come ad Okinawa (perforazione del fondale marino). Pertanto, l’idea che si possa vantare una piattaforma continentale fino al Canale di Okinawa non ha fondamento alla luce della normativa internazionale vigente. (3) Su tale premessa, il nostro Paese ha preso posizione sui confini e può esercitare diritti sovrani e giurisdizione nella parte giapponese del territorio marittimo delimitato. Ciò senza abbandonare la latitudine quale confine definito al momento per l’esercizio dei diritti sovrani e la giurisdizione nelle acque delimitate. Pertanto, poiché la demarcazione nel Mar Cinese orientale non è definita, in una situazione in cui la parte cinese non riconosce alcun reclamo relativo ai confini e alla zona economica esclusiva a 200 miglia marine, le acque territoriali del nostro Paese non diversamente, infatti, hanno titolo sulla piattaforma continentale”.map-locating-disputed-southLa Cina furiosa sulle immagini: “Il Giappone cerca il confronto”
Tyler Durden Zerohedge 23/07/2015

IslandDispute_risultatoAvevamo dettagliato l’ultima disputa marittima della Cina con un alleato degli Stati Uniti. Proprio mentre l’incessante andirivieni per la dimostrazione di forza sulle attività di bonifica di Pechino nelle Spratlys diminuiva, Washington e Manila hanno passato il testimone a Tokyo nella gara per vedere chi può spingere l’ELP allo scontro navale. Ricapitolando, il Giappone crede che la Cina stia posizionando strategicamente piattaforme nei pressi della linea di divisione geografica per dirottare il gas sottomarino dalle acque giapponesi.… La posizione di Tokyo è che le attività di esplorazione di Pechino violano l’accordo del 2008 sullo sviluppo congiunto tra i due Paesi. Pechino, d’altra parte, “erroneamente” ritiene di avere il diritto di sviluppare i giacimenti di ga situati nelle sue acque territoriali. Come avevamo notato, la garanzia del capo di gabinetto Yoshihide Suga che il battibecco non mette in pericolo il lento disgelo delle relazioni sino-giapponesi non convince, date le circostanze: “La disputa non aiuterà per nulla le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà i progressi diplomatici, va immaginato che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali”. Certo, la Cina alza la retorica di una tacca. Reuters: “La diffusione da parte del Giappone di immagini sulle attività di costruzione cinesi nel Mar Cinese Orientale possono soltanto provocare lo scontro tra i due Paesi e non aiutano gli sforzi per promuovere il dialogo, ha detto il Ministero degli Esteri cinese. In una dichiarazione il Ministero ha detto che ha tutto il diritto di sviluppare le risorse petrolifere e gasifere nelle acque che rientrano sotto la sua giurisdizione. Quello che ha fatto il Giappone provoca il confronto tra i due Paesi, e non è affatto costruttivo per la gestione della situazione nel Mar Cinese Orientale e il miglioramento delle relazioni bilaterali”, ha detto”. Secondo alcune fonti, le operazioni di sviluppo cinesi sono legate alla lunga disputa sulle isole tra i due Paesi. Ancora Reuters: “Nel 2012, il governo giapponese fu irritato da Pechino con l’acquisizione di una contestata catena di isole disabitate nel Mar Cinese orientale. Finora Pechino aveva ridotto le attività secondo un accodo con il Giappone per lo sviluppo congiunto delle risorse sottomarine nelle zone contese”. Quindi, dispettosa rappresaglia o legittimi esplorazione e sviluppo? Lasceremo ai lettori decidere con l’aiuto dei seguenti dati della BBC sulla storia sulla isole Senkaku. Dalla BBC, “Al centro della disputa vi sono otto isole disabitate e scogli nel Mar Cinese Orientale, dalla superficie totale di circa 7 kmq a nord-est di Taiwan, ad est del continente cinese e a sud-ovest della prefettura più meridionale del Giappone, Okinawa. Le isole sono controllate dal Giappone, e sono importanti perché vicine alle più importanti rotte, hanno fondali ricchi e vicini a potenziali giacimenti di petrolio e gas. Sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente competizione tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico. Il Giappone dice che esplorò le isole per 10 anni nel 19.mo secolo scoprendo che erano disabitate. Il 14 gennaio 1895 il Giappone vi pose la sua sovranità, annettendole formalmente al territorio giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone rinunciò alle pretesa su una serie di territori e isole tra cui Taiwan, nel Trattato di San Francisco del 1951. Queste isole, tuttavia, passarono sotto amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti e furono restituite al Giappone nel 1971 con l’accordo di restituzione di Okinawa. Il Giappone dice che la Cina non sollevò obiezioni e che solo dal 1970, quando emerse la questione delle risorse petrolifere della zona, le autorità cinesi e taiwanesi iniziarono ad avanzare le loro richieste. La Cina dice che le isole fanno parte del suo territorio da sempre, essendo importanti zone di pesca gestite dalla provincia di Taiwan”.

201292553837941734_20Il Giappone tenta di affondare i tedeschi sulla costruzione di sottomarini per l’Australia
Sputnik 23/07/2015

Con l’Australia che vuole assegnare un contratto da 50 miliardi di dollari per dei sottomarini, l’opzione populista riguarda una società tedesca che favorisce l’economia australiana utilizzando manodopera locale. Ma un consorzio di aziende giapponesi e inglesi tenta di farsi assegnare il contratto, mettendo i politici di Canberra in una posizione difficile. Puntando a un programma per sottomarini da 50 miliardi di dollari, l’azienda della difesa tedesca ThyssenKrupp (TKMS) ha lanciato un appello al partito liberale del primo ministro Tony Abbott. In caso di aggiudicazione, TKMS assumerà imprenditori australiani per costruire i sottomarini. Questa sarebbe una spinta importante per l’economia australiana, facendo del Paese un costruttore navale regionale a lungo termine. Ma TKMS ha una nuova concorrenza, secondo anonimi funzionari del governo giapponese. Due grandi aziende inglesi, Babcock International Group e BAE Systems, sono in trattative con il governo giapponese. L’obiettivo è assicurarsi che il contratto dell’Australia vada alle aziende giapponesi Mitsubishi Heavy Industries e Kawasaki Heavy Industries.Con la Mitsubishi Heavy che prende l’iniziativa, raccogliamo informazioni da aziende giapponesi e straniere sull’industria australiana, ma non possiamo rivelarne i nomi“, un portavoce del ministero della Difesa giapponese ha detto a Reuters. Le società inglesi sono saldamente insediate in Australia. Babcock esegue lavori di manutenzione per la flotta sottomarina di Canberra, mentre BAE Systems impiega 4500 persone nella costruzione di navi d’assalto anfibio da 27000 tonnellate. Le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i concorrenti europei fuori dal mercato. “Il Giappone è senza dubbio avanti tecnologicamente a tedeschi e francesi, ma è in ritardo negli affari in Australia e nell’organizzarvi un pacchetto industriale“, ha detto una fonte giapponese. Vi è inoltre la possibilità che la società svedese SAAB collabori con il Giappone, anche se non ha commentato un coinvolgimento. Nonostante la crescente opposizione del gruppo internazionale, TKMS rimane fiduciosa che i benefici che fornirebbe all’economia australiana, saranno troppo forti per essere ignorati dal governo. “Ci sono molti politici… che non saranno molto felici se questo costoso e sofisticato programma da 50 miliardi risolverà il disavanzo del Giappone“, ha detto alla Reuters il Presidente della TKMS Australia John White. “Penso che sia interessante costruire sottomarini in Australia“, ha aggiunto il senatore Sean Edwards, presidente della commissione economica, “Credo che sia un problema per il Giappone“. Tuttavia, la pressione politica potrebbe favorire Tokyo. Il primo ministro Abbott l’ha descritto come il più importante alleato regionale dell’Australia, e anche gli Stati Uniti spingono per relazioni più forti tra Canberra e Tokyo. Soprattutto a causa dell’interesse nel contrastare ciò che considera come crescente minaccia cinese nel Mar Cinese Meridionale, Washington fa pressioni sugli alleati del Pacifico per avere legami più stretti. Giappone e Australia sono cruciali per gli obiettivi del Pentagono nella regione. Una decisione non sarà presa prima di novembre, dopo che il Ministero della Difesa avrà tempo di rivedere i preventivi presentati dagli offerenti.1024979564Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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