Il ‘Pivot in Asia’ dell’Arabia Saudita

Jean Perier, New Eastern Outlook, 25/03/2017

L’anno scorso non va descritto come il periodo migliore nelle relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti, dato che gli interessi di queste due nazioni sono mutati drasticamente negli anni. Oggi, Washington e Riyadh hanno posizioni diverse su argomenti importanti come Siria, Iran, conflitto israelo-palestinese, Egitto, cosiddetta “democratizzazione” del Medio Oriente e dumping del prezzo del petrolio proposto da Washington nel tentativo di minare l’economia della Russia. Uno dei principali confronti nelle relazioni bilaterali USA-Arabia Saudita è il cosiddetto Justice Against Sponsors of Terrorism Act approvato dal Congresso l’anno scorso. La risposta saudita è stata dura, con Riyadh che annunciava piani per vendere 750 miliardi di dollari di titoli del Tesoro e altre attività nel tentativo d’impedirne il sequestro. In queste circostanze l’Arabia Saudita cominciava ad esplorare la possibilità di sviluppare rapporti bilaterali con Stati che potrebbero sostituire gli Stati Uniti quale principale sostenitore, avviando contatti attivi con la Russia e numerosi Stati membri dell’UE. Finalmente rendendosi conto che l’era unipolare è finita, Riyadh ha deciso che è il momento di cercare un posto nel mondo in cui diversi Paesi, culture e civiltà hanno un ruolo. Inoltre, questo processo viene usato per mostrare il dispiacere di Riyadh verso la politica di Trump compiendo un’inversione a U distanziandosi dal globalismo che persegue gli interessi degli Stati Uniti. Così, il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud decise di recarsi in Malaysia, Indonesia, Brunei e Maldive, oltre che in Giappone e Cina. Nell’annuncio ufficiale del viaggio, l’obiettivo fu indicato come ricerca per rafforzare i legami con i maggiori importatori di petrolio saudita in Asia, oltre ad esplorare le possibilità di mitigare la dipendenza dalle esportazioni di petrolio. Commentando questo viaggio, un giornalista di uno dei principali giornali sauditi notava che c’erano due componenti in questo viaggio:
La visita di Salman nei Paesi musulmani (Malesia, Indonesia, Brunei e la Repubblica delle Maldive) nel quadro del progetto di Riyadh di ristrutturazione economica e sociale denominata “Vision 2030″, per acquisirne l’esperienza nella coesistenza di rappresentanti di varie religioni e gruppi etnici e nello sviluppo economico.
Le visite agli “amichevoli giganti economici” Cina e Giappone nel tentativo di migliorare la cooperazione strategica con essi.
Il viaggio era volto a dimostrare il Perno in Asia di Riyadh e si concluse il 18 marzo, di fatto, riprendendo il cambiamento geopolitico che Washington di Obama e Mosca perseguono. Nella visita di Salman nei primi quattro Paesi, Ryadh dimostrava il desiderio di costruire legami militari e politici, in particolare con Malaysia e Indonesia a maggioranza musulmana e che rientrano nella cosiddetta “alleanza militare islamica” proposta dall’Arabia Saudita nel 2015. Non va dimenticato che l’Indonesia è uno dei maggiori fornitori di manodopera dell’Arabia Saudita, con la cifra record di 1,4 milioni di cittadini che lavoravano in Arabia Saudita nel 2010, anche se il numero è sceso recentemente. A tal proposito, uno dei temi cardine della discussione fu la domanda sulla futura presenza nel regno dei migranti provenienti da questi Paesi, soprattutto alla luce dell’intenzione di Riyadh di espellere circa cinque milioni d’immigrati clandestini. Il valore degli accordi firmati nel quadro del Project Vision 2030, con la Malaysia sarà di 9 miliardi e con l’Indonesia di 4,6 miliardi di dollari, indicando che la prima parte del viaggio del monarca saudita è riuscita.
Nella visita di Salman in Giappone, è stato il primo re saudita a visitare questo Stato negli ultimi cinque decenni. La delegazione saudita era composta da un migliaio di uomini arrivati a Tokyo su dieci aerei di linea. Mentre commentava il viaggio, la stampa giapponese sottolineava che l’Arabia Saudita rimane il “primo fornitore di petrolio” del Giappone, con Riyadh che copre un terzo delle importazioni di petrolio di Tokyo. Un grande successo della visita di re Salman in Giappone è stato l’accordo per lo sviluppo della partnership strategica basata sulla “Joint Saudi-Japanese Vision 2030”, con l’intenzione saudita di sostenere la presenza militare giapponese al largo delle coste della penisola arabica e in Africa orientale. La visita in Cina è stata avviata dal fatto che Vision 2030 che re Salman propose un anno prima, è destinato a fallire senza investimenti cinesi. A questo punto è chiaro che nessun altro investirà denaro o tecnologie nel regno saudita. Dopo tutto, l’Europa è occupata dai propri problemi, come gli Stati Uniti, mentre il deficit di bilancio del regno continua a crescere, soprattutto alla luce delle guerre del dumping dei prezzi del petrolio in cui era impegnato. La cooperazione tra Cina e Arabia Saudita negli ultimi anni guadagna slancio, riflettendo i cambiamenti delle priorità strategiche di Pechino. Oggi la Cina è il secondo maggiore importatore (18% del totale delle importazioni) e il primo maggiore esportatore (22% delle esportazioni totali) del regno saudita. Allo stesso tempo, la Cina è l’importatore più significativo di prodotti non-petroliferi sauditi (petrolchimico, agricolo e allevamenti). Il volume commerciale cino-saudita ha raggiunto i 42,3 miliardi di dollari nel 2016. Questo, naturalmente, è significativo per un Paese relativamente piccolo, ma per la Cina non è un così grande affare. Tuttavia, la visita di re Salman è stata molto importante per la Cina, dato che la necessità di proteggere le comunicazioni marittime (come nel caso del Giappone) la costringe ad espandere la propria presenza militare in varie regioni del mondo. Il dispiegamento di pattuglie militari nei mari Arabo e Rosso (con la possibilità di rifornirsi a Jidah), così come la creazione di una base militare a Gibuti, sono l’ulteriore conferma di questa nozione. Tuttavia, la cooperazione saudita-cinese diventa molto più ampia. Secondo il Ministro del Commercio della Repubblica popolare cinese, Gao Hucheng, nel 2017 un centinaio di aziende cinesi ha iniziato ad operare in Arabia Saudita, lavorando in settori come esplorazione di petrolio e gas, petrolchimica, costruzione di alloggi, ferrovie, porti oltre che di centrali elettriche. Pertanto, il risultato naturale del viaggio di Salman a Pechino era attrarre investimenti dalla Cina, con accordi raggiunti dal valore totale di quasi 65 miliardi di dollari.
Inoltre, non va dimenticato che l’Arabia Saudita rimane un grande importatore di armi, tra i più alti rapporti tra armi acquisite e PIL nel mondo. E se in precedenza i sauditi acquistavano armi per lo più statunitensi, questo mercato è oggi sempre più occupato da produttori di armi cinesi. In particolare, nel prossimo futuro una parte di tale cooperazione militare vedrà la partecipazione di produttori di materiale militare cinesi nella costruzione di almeno una fabbrica di velivoli senza pilota in Arabia Saudita.Jean Perier ricercatore indipendente, analista e noto esperto del Vicino e Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Unione Sovietica costruì la bomba atomica?

Decisa a non restare indietro nella corsa al nucleare, l’Unione Sovietica ottenne l’atomica
Aleksandr Vershinin, RBTH, 23 marzo 2017Le armi nucleari sono una seria preoccupazione per l’umanità, ma la loro creazione pose fine all’era delle guerre mondiali. La mutua distruzione assicurata costrinse le superpotenze a deporre le armi e a cercare un serio dialogo, mentre prima il conflitto avrebbe prevalso. Nei primi anni dell’era atomica, gli Stati Uniti fecero da apripista. Nell’agosto 1945 Washington dimostrò la potenza devastante delle armi nucleari quando sganciò due bombe sul Giappone, avvertendo i Paesi al di fuori del blocco occidentale. Tuttavia, la situazione cambiò il 29 agosto 1949, quando l’Unione Sovietica testò la propria arma nucleare.

Inizia la corsa
L’idea che l’energia colossale rilasciata quando l’atomo di uranio si scinde potesse essere utilizzata per scopi militari, fu discussa dai fisici alla fine degli anni ’30. I pionieri furono i tedeschi, che compirono i maggiori progressi nel sviluppare le basi teoriche del programma nucleare. Il programma atomico tedesco era già attivo nell’estate del 1939. I fisici fuggiti dalla Germania dopo l’ascesa di Hitler capirono subito a cosa avrebbe portato la positiva conclusione del progetto. I tedeschi dovevano essere anticipati, e al più presto possibile. Nell’agosto 1939, il Presidente F. D. Roosevelt ricevette una lettera dallo scienziato Albert Einstein. Il premio Nobel per la fisica attirò l’attenzione del presidente sul fatto che i nazisti conducevano le ricerche per sviluppare un’arma nucleare e propose che l’attivazione di un programma simile iniziasse negli Stati Uniti; nei successivi due anni iniziarono grandi opere negli Stati Uniti, fondi significativi furono investiti e alcune delle più grandi menti del tempo, come Niels Bohr e Edward Teller, vi furono reclutate. L’URSS seppe tutto questo. I fisici sovietici sapevano del lavoro dei loro colleghi stranieri. Neanche i servizi segreti sovietici stettero a guardare. Nel giugno 1940 seguirono da vicino le prime ricerche statunitensi sull’Uranio-235. Un anno e mezzo più tardi, quando la Grande Guerra Patriottica era già iniziata (con l’invasione tedesca dell’URSS), una notizia ancor più allarmante giunse: la Gran Bretagna poteva sviluppare un’arma nucleare già nel 1943. Questo significava che i tedeschi, le cui truppe erano sulla via di Mosca, dovevano anche essere vicini a possedere un’arma nucleare. L’Unione Sovietica era gravemente in ritardo nella corsa al nucleare.

Fisici e spie al lavoro
Le informazioni sui progressi dei Paesi occidentali nello sviluppo dell’arma nucleare si riversano al Cremlino. Josif Stalin rapidamente si rese conto che si trattava di una questione di vitale importanza per l’URSS. Il suo verdetto fu inequivocabile: “Non abbiamo la bomba: lavoriamo male“. I tedeschi furono bloccati davanti Mosca, e la svolta nella guerra presto seguì. Ma nessuno poteva garantire che la situazione non cambiasse se i tedeschi mettevano le mani sulla super-arma. Anche le realizzazioni di statunitensi ed inglesi furono viste con allarme: dopo aver acquisito la bomba atomica, potevano sconfiggere Hitler da soli e poi minacciare l’Unione Sovietica. Nel settembre 1942, la leadership dell’URSS autorizzò la fondazione di un laboratorio specializzato per lavorare al programma nucleare. Fu effettivamente l’inizio della storia del programma atomico sovietico gestito da un piccolo ma altamente qualificato gruppo di fisici guidati da Igor Vasilevic Kurchatov, oggi considerato il padre della bomba atomica sovietica. I servizi segreti collaborarono strettamente con gli scienziati. La rete spionistica sovietica negli Stati Uniti ebbe il quadro completo dell’avanzamento del programma atomico statunitense, e ne conosceva i centri di ricerca principali. Un notevole aiuto fu fornito anche dai fisici nucleari statunitensi, simpatizzanti dell’URSS. Grazie a loro, il programma della bomba statunitense fu già sulla scrivania di Kurcatov due settimane dopo averla prodotta, nel 1945.

Fine del monopolio atomico statunitense
La Germania fu schiacciata senza l’uso di armi nucleari. Le bombe atomiche che gli statunitensi sganciarono su Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945, furono in linea di massima simboliche. Fu il modo con cui Washington proclamò al mondo intero di avere la super-bomba. Il messaggio era diretto soprattutto a Mosca. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli ex-alleati della coalizione anti-hitleriana si trovarono sugli opposti lati della barricata. I militari statunitensi e inglesi elaborarono i piani per una possibile guerra contro l’URSS, proponendo il bombardamento delle principali città sovietiche con armi nucleari. Questo poteva essere evitato solo eliminando il monopolio nucleare statunitense. Due settimane dopo la distruzione di Hiroshima fu istituito un comitato speciale su ordine di Stalin per coordinare il lavoro nel programma della bomba atomica. Significò l’efficace creazione di un super-ministero dalle enormi risorse e dai poteri d’emergenza, guidato da uno dei più stretti collaboratori di Stalin, Lavrentij Pavlovich Beria. Sotto la sua guida diretta, una nuova industria nacque nell’URSS nel giro di pochi anni, l’industria atomica. Impianti di arricchimento dell’uranio, reattori, centrifughe e fabbriche per le bombe furono creati in breve tempo. In Siberia e Urali nuovi complessi industriali furono costruiti tra le montagne, da cui furono estratte centinaia di tonnellate di roccia. Intorno a loro intere città sorsero, ignorate dalle mappe. Solo chi era collegato al programma atomico ne sapeva dell’esistenza.
La leadership statunitense era convinta che l’Unione Sovietica avrebbe acquisito le armi nucleari non prima del 1954. Il test nucleare nel poligono di Semipalatinsk del 1949 fu una brutta sorpresa per gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica distrusse il loro monopolio nucleare, ponendo le basi per la sicurezza internazionale su cui l’ordine mondiale poggia oggi.

Igor V. Kurchatov

Aleksandr Vershinin, dottore in scienze storiche, docente di storia presso Università Statale di Mosca, ricercatore presso il Centro Analisi e Problemi del Governo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Iran: “road map” per il sistema di cooperazione

EADaily, 20 marzo 2017

L’economia iraniana mostra segnali di ripresa. Il Presidente Hassan Ruhani e il suo governo sono riusciti a raddrizzarla dopo le sanzioni paralizzanti dell’occidente. L’inflazione a due cifre che ossessionava l’Iran per decenni s’è ridotta al 7,5% (contro il 40% nel 2013). Nel 2016, il PIL del Paese è cresciuto del 7% rispetto al -5,8% nel 2013, con 9,5 miliardi di dollari investiti nell’economia durante l’anno scorso. Ma non possiamo chiamarlo passo avanti, con una disoccupazione che continua ad essere molto alta, 12,7% nel 2016 contro il 14,4% nel 2013. Tra i giovani, che rappresentano i 2/3 della popolazione iraniana, arriva al 30%. Gli esperti danno due ragioni a questo piccolo miracolo economico. La prima è che a differenza del predecessore Mahmud Ahmadinejad, Ruhani assegna maggiore comprensione monetaria e minore populismo economico-sociale in politica interna. La seconda ragione è che il petrolio iraniano è tornato sul mercato europeo e alcune sue attività in occidente sono state scongelate (la somma totale ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari). Soprattutto, dopo l’accordo nucleare del 2016, l’Iran ha migliorato i rapporti con la maggior parte delle capitali europee. Ma gli ultimi sviluppi in Medio Oriente hanno tenuto gli iraniani in allerta. La peggiore minaccia proviene dagli Stati Uniti. Donald Trump non è neutrale nei confronti dell’Iran, come lo fu Barack Obama. L’accordo dell’Iran Air con la Boeing avvenne prima dell’elezione e potrebbe essere l’ultimo grande accordo. Trump sembra preferire il linguaggio delle sanzioni e questo può avere conseguenze dannose per gli occidentali che desiderano espandersi nel vasto mercato iraniano.
C’è un piccolo gruppo di grandi potenze che può aiutare l’Iran a confrontare tale turbolenza geopolitica. Russia e Cina. L’Europa è ancora fortemente dipendente dagli Stati Uniti e difficilmente agirà contro la loro volontà. Così, a due mesi dalle prossime elezioni presidenziali, Ruhani ha un grande obiettivo, migliorare le relazioni economiche con la Russia e la Cina e mostrare al popolo che l’Iran ha alleati che possono aiutarlo a scansare Trump. Ma anche i rivali geopolitici dell’Iran sono in allerta. Il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud ha visitato Pechino a metà marzo e firmato accordi per 65 miliardi di dollari. Così, gli iraniani devono agire in fretta finché i cinesi possono concedere ampi investimenti. I russi possono aiutare con la tecnologia nucleare, petrolio e gas, metalmeccanica e difesa. E questo sarà un ottimo guadagno per Ruhani. Nella prossima visita a Mosca, il presidente iraniano dovrebbe firmare una serie di accordi miliardari, in particolare, nelle comunicazioni ed idrocarburi, adottando una road map per la cooperazione economica a medio-lungo termine. Una delle opzioni è il programma “petrolio per beni e servizi”. Per l’Iran c’è la possibilità di diversificare le esportazioni di petrolio, per la Russia la buona occasione di ottenere attrezzature per le sue industrie del petrolio, gas e trasporti. Alcune fonti dicono che i russi pagheranno agli iraniano la metà del petrolio in denaro e metà in beni e servizi, questa metà sarà pari a circa 45 miliardi di dollari l’anno. L’anno scorso, i russi decisero di prestare agli iraniani 1,2 miliardi di euro per la costruzione di nuove unità elettrotermiche e 1 miliardo per il programma per l’elettrificazione della tratta ferroviaria Garmsar-Ince Burun. Questo mese le ferrovie russa, iraniana e azera hanno deciso di dimezzare le tariffe promuovendo il corridoio di trasporto Nord-Sud. L’Iran guadagnerà ancora di più se questo corridoio sarà collegato alla cintura economica della Via della Seta cinese (1). La cosa migliore è che l’Iran acquisti dai russi prodotti e servizi e non solo carburante. Ma il problema è che il commercio con l’Iran non è mai stato molto elevato, finora. Il livello più alto si ebbe nel 2011, pari a 3,75 miliardi di dollari. Nel 2015 scese a 1 miliardo. Secondo gli esperti, l’anno scorso fu di 1,5 miliardi, ma il Ministero dello Sviluppo Economico della Russia sostiene che avvivò a 2,1 miliardi, e in cui le esportazioni russe crebbero dell’80% e le importazioni iraniane del 13%.
Un’altra cosa che sarà discussa da Ruhani a Mosca è il progetto di zona economica speciale russo-armena. I mass media dicono che la zona sarà aperta al confine tra Armenia e Iran stimolando il commercio iraniano con l’Unione economica eurasiatica. I russi hanno fatto dichiarazioni ufficiali, ma gli armeni discutono attivamente il progetto sia a livello governativo che di esperti. La zona dovrebbe essere aperta entro la fine dell’anno, coprendo circa 10-15 h presso la città armena di Meghri, ospitando 100-120 aziende. Le autorità armene sono pronte a spendervi 32 milioni di dollari. Secondo il Ministero per lo Sviluppo Economico dell’Armenia, nei prossimi 10 anni la zona potrà ricevere 350-400 milioni di dollari in investimenti e si prevede che avrà una produzione annua di 80-100 milioni. Se il progetto viene realizzato, sarà il primo di questo tipo nell’area post-sovietica. I beneficiari del progetto potranno godere di esenzione da IVA, tassa sul profitto e tassa di proprietà. Un’altra cosa buona è che la zona economica speciale russo-armena entrerà nella zona economica libera di Aras, in Iran. L’Armenia spera che Iran, Russia e gli altri membri dell’Unione economica eurasiatica stilino presto la lista dei beni che attraverseranno il confine con bassa o senza tariffa doganale. La visita di Ruhani a Mosca chiarirà la questione. Secondo il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak, il presidente iraniano dovrebbe firmare un accordo per creare una zona di libero scambio tra Iran e Unione economica eurasiatica. Nella fase iniziale, l’area riguarderà solo l’industria leggera e i prodotti agricoli. Ma l’unico problema è che l’Iran non è membro del WTO (2).
I contatti dell’Iran con la Russia possono provocare una reazione a catena in occidente. Alcuni esperti iraniani mettono in guardia le autorità da contatti attivi con i russi. Gli esperti russi dicono che i contatti russo-iraniani non sono stabili, abbastanza sistematici e che sono vulnerabili ad interventi da Stati terzi. In ogni caso, entrambe le parti sono ansiose di sviluppare le relazioni economiche, tanto più che uno scambio di 2 miliardi è in stridente disaccordo con il reciproco accordo geopolitico. Una visita non potrà risolvere tutti i problemi. Qui le parti devono compiere sforzi coerenti, in particolare, su una serie di progetti comuni efficaci in settori come energia nucleare (3), petrolio e gas, e difesa. Questo sarà una buona base per trasformare i contatti economici iraniani-russi in un sistema.1) Russia e Iran: il riavvio economico – vestifinance.ru, 15/03/2017.
2) Rustem Faljakhov, La zona armena può avvicinare Russia e Iran – Gazeta.ru, 16/03/2017.
3) Il 14 marzo, l’Atomstroexport iniziava la costruzione di due reattori nucleari a Busher, in Iran, in linea con l’accordo del novembre 2014 con la società di sviluppo e produzione nucleare dell’Iran. Nei prossimi 10 anni, i russi aiuteranno gli iraniani a costruire due reattori VVER-1000 a Bushehr. La seconda unità sarà attivata nel 2024, la terza nel 2026. La prima unità fu commissionata nel 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’URSS ha vinto in Afghanistan?

Andrej Mikhailov, Pravda, 13/03/2017

Il 25 dicembre 1979, alle 15:00, le truppe sovietiche entravano in Afghanistan. 500000 soldati sovietici parteciparono alla guerra in Afghanistan. Quasi 50000 ne furono feriti, 6669 resi disabili, 13833 soldati furono uccisi in battaglia, 312 scomparvero e 18 furono internati in altri Paesi. Questi furono i costi dell'”aiuto internazionale”. Del materiale militare, le perdite furono le seguenti: 147 carri armati, 1314 blindati, 510 veicoli per genieri, 11369 autocarri e autocisterne, 433 sistemi di artiglieria, 118 aerei, 333 elicotteri. La guerra non dichiarata, durata nove anni, un mese e 19 giorni, rimane ancora sconosciuta. La verità sulla guerra in Afghanistan durante l’era sovietica nascosta, anche con la glasnost di Gorbaciov. Si può affrontare la guerra in Afghanistan da diversi punti di vista: politico, militare e morale. La guerra lasciò traccia in tutti questi ambiti e non è mai divenuta questione passata. Negli anni ’90 ci fu la tendenza nella società russa a criticare la guerra. Tuttavia, si criticava tutto ciò che era legato all’Unione Sovietica. Molti dicevano che il nostro Paese aveva tristemente perso la guerra in Afghanistan, proprio come gli Stati Uniti in Vietnam.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica decise d’inviare un limitato contingente di truppe in Afghanistan il 12 dicembre 1979. Solo una persona, Aleksej Kosygin, membro del PolitBurò, votò contro. L’URSS schierò le truppe in Afghanistan dopo la 21.ma richiesta del governo afgano. All’inizio, l’Unione Sovietica inviò tre divisioni, una brigata, due reggimenti e diverse unità della 40.ma Armata. Nei mesi successivi, un’altra divisione e altri due reggimenti si unirono. Così, vi erano 81000 effettivi nel contingente afgano. Nel 1985, l’anno della massima presenza dell’esercito sovietico in Afghanistan, la struttura del contingente aumentò a quattro divisioni, cinque brigate, quattro reggimenti, sei battaglioni, quattro unità dell’aviazione e tre unità di elicotteri. In totale, quasi 108000 effettivi. Come dicono numerose fonti, la decisione di schierare le truppe in Afghanistan era dettata dalla necessità di garantire la sicurezza alla stessa URSS. Il Paese agì anche per preservare la leadership politica mondiale. In ogni caso, gli storici dicono che se l’URSS non avesse schierato le truppe, gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo. Le guerre dell’URSS in Afghanistan e degli Stati Uniti in Vietnam hanno molto in comune. Ma v’è anche una certa differenza. Proviamo a confrontare. Gli Stati Uniti persero 58000 uomini in Vietnam (47000 uccisi in battaglia) in otto anni. Le perdite nell’aviazione furono 3339 aerei (di cui 30 bombardieri strategici B-52). Di elicotteri ne furono persi 4892. A differenza dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti non ritirarono le truppe dal Paese normalmente. Tutto si concluse con l’evacuazione caotica. Gli statunitensi dovettero gettare molti elicotteri in mare per sgombrare il ponte delle portaerei utilizzate per l’evacuazione. Pertanto, la guerra afghana drl 1979-1989 impallidisce in confronto alla guerra in Vietnam.
Nikolaj Farjatin, dottore in scienze storiche, colonnello in pensione, e veterano dell’Afghanistan, ha condiviso le sue opinioni sulla guerra con Pravda. “Non importa ciò che si posa dire dell’Afghanistan oggi, si può credere che l’Unione Sovietica abbia vinto la guerra. Il Paese raggiunse tutti gli obiettivi decisi. L’Afghanistan era più o meno utile per l’URSS. Nonostante l’assistenza degli Stati Uniti all’opposizione afgana, il governo di Najibullah sopravvisse all’URSS, poiché il suo governo rimase al potere fino al 1992”. Tuttavia, l’URSS non riuscì a gestire i problemi politici interni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la nuova Russia cominciò a criticare il passato sovietico, ignorando deliberatamente molte cose ovvie. Quale sia il risultato della guerra in Afghanistan, che può essere descritto positivo dal punto di vista geopolitico, se l’amministrazione sovietica non sfruttò il successo non significa che non vi fu alcun successo. “C’è anche un’altra cosa. Molti credono oggi che il dispiegamento delle truppe sovietiche in Afghanistan fosse aggressione, intervento ed occupazione. Tuttavia, la forma della presenza militare sovietica nel Paese esclude l’occupazione. L’Unione Sovietica non ne sfruttò le risorse naturali, né l’economia. Considerando il volume degli aiuti umanitari e i costi per inviarli, si può dire che fu l’Afghanistan che sfruttò l’economia dell’Unione Sovietica. Tra l’altro, l’opposizione armata in Afghanistan non ebbe successo con alcuna grande operazione e non prese alcuna grande città. L’URSS vinse quella guerra. “Non voglio dire che non ci fosse nulla di negativo. Abbiamo ancora molte organizzazioni di veterani afgani in Russia, orgogliosi delle loro medaglie e ancora orgogliosi di ciò che fecero“.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa indicano le dimissioni dell’imperatore del Giappone

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 06/03/2017Uno degli eventi più significativi dell’ultimo anno in Giappone è stato il discorso ufficiale dell’imperatore Akihito alla televisione nazionale dell’8 agosto, in cui sottolineava la possibilità delle dimissioni per motivi di salute. L’eccezionalità dell’affermazione spiegherebbe le informazioni contraddittorie giunte al pubblico un anno e mezzo prima. Il monarca ha detto, in particolare, che rifletteva sulle mansioni incombenti in relazione alle sue condizioni di salute negli ultimi anni. Secondo lui, “finora” lo stato generale di salute gli consentiva di esercitare tali funzioni, ma aveva anche la sensazione del deterioramento della salute, sia per l’età, 82 anni, che per i numerosi interventi chirurgici subiti in passato. L’imperatore ha chiarito, utilizzando espressioni accuratamente misurate, che vorrebbe dimettersi esprimendo la speranza della comprensione dal popolo giapponese. Le parole accuratamente scelte della dichiarazione di Akihito possono essere spiegate dal contenuto inedito. Nella storia della monarchia giapponese ci fu un solo caso di dimissioni: nel 1817, quando la monarchia stessa era condizionata. L’importanza aumentò notevolmente nella seconda metà del 19° secolo, quando l’urgenza di ampie riforme volte a creare un Giappone moderno, che all’epoca era semi-feudale, dopo 250 anni di regno dello shogunato Tokugawa, divenne ovvia. “La rivoluzione dall’alto”, che in un primo momento innescò la guerra civile, fu attuata da un gruppo di aristocratici guidati dall’imperatore Mutsuhito. Il suo regno, che durò fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1912, fu nominato Meiji (“governo illuminato”). Sotto il suo governo, il Giappone moderno divenne una potenza mondiale. L’attuale imperatore Akihito è il successore di terza generazione di Mutsuhito. Il suo regno, iniziato nel 1989, ricevette un nome simbolico, “fautore della pace”. I due periodi precedenti, del padre di Akihito e del nonno, furono designati dallo stesso simbolismo verbale. È importante notare che ciascuno di questi nomi, in qualche misura, riflette un aspetto sostanziale di un certo periodo della modernizzazione del Giappone, iniziata nella seconda metà del 19° secolo, tranne il periodo Showa (“Pace Illuminata”), quando suo padre Hirohito era al potere.
Per ovvie ragioni, gli storici tendono a dividere il periodo Showa: anteguerra (1926-1945) e dopoguerra (fino al giorno della morte di Hirohito, il 7 gennaio 1989). Ciò è dovuto al fatto che fino ai primi due anni del secondo dopoguerra, il problema principale non era stabilire se il periodo Showa dovesse continuare, ma decidere se l’imperatore andava consegnato al tribunale di Tokyo. Hirohito riuscì a sfuggire a tale destino soltanto grazie al comandante alleato generale D. MacArthur, che credette (giustamente) che la questione della gestione più o meno pacifica del Giappone occupato potesse essere risolta solo alleandosi con l’imperatore, il cui potere agli occhi del popolo giapponese aveva natura divina. Tuttavia, dopo la sconfitta, la monarchia e la base legislativa del Giappone subirono cambiamenti radicali rispetto a prima della guerra. Secondo la Costituzione del 1947 (stesa presso la sede di MacArthur), la fonte del potere in Giappone non era più l’imperatore, ma il popolo e i suoi rappresentanti, il parlamento. L’attuale amministrazione del Paese fu affidata al governo, approvato formalmente dall’imperatore diventato simbolo (non il capo come in precedenza) dello Stato e dell’unità nazionale. Il principio della separazione dei poteri e dell’uguaglianza insieme ai cambiamenti nel sistema economico e dell’istruzione, venne introdotto. Ciò che fu cruciale nel dopoguerra, fu il governo giapponese aggiungere l’articolo 9, che non ha analoghi nelle costituzioni di altri Paesi. Le principali disposizioni dell’articolo prescrivono il rifiuto “eterno” del Giappone ad utilizzare la guerra come mezzo per risolvere i problemi di politica estera, così come il possesso di forze armate. In generale, quasi tutte le innovazioni legislative del dopoguerra, adottate su pressione delle autorità di occupazione, possono essere considerate una fase della forte accelerazione della tendenza nella trasformazione del Paese, lanciata nella seconda metà del 19° secolo dall’élite giapponese. Questo fu soggetto al ruolo dei militari nello Stato.
È importante, tuttavia, notare che un problema sorse per la “squadra” di Mutsuhito nel trovare un equilibrio tra conservazione delle tradizioni e dimensione “europea” della trasformazione socio-politica. In realtà, l’accusa agli “illuministi” di “tradire l’alleanza degli antenati” di allora, scatenò la guerra civile. Basti dire che il parere unanime sui cambiamenti del quadro giuridico della statualità del Giappone, dopo il 1945, insieme all’effettivo trasferimento delle questioni sulla sicurezza nazionale nelle mani del nemico, assicurò il rapido progresso economico del Paese. Tuttavia, intorno al volgere del millennio, il senso del “trauma culturale” cominciò ad intensificarsi dopo le trasformazioni inflitte dal dopoguerra. La prima area della vita sociale ad essere toccata dal crescente stato d’animo “restaurazionista” fu il sistema dell’istruzione. La convinzione che la “Legge fondamentale sull’istruzione” del 1947 fosse “troppo occidentale e non molto giapponese”, incominciò ad essere espresso. Il risultato di anni di dibattito tumultuoso su natura e necessità di rivederla fu la nuova versione adottata nel 2006 in cui, in particolare, c’era la voce simbolica sulla necessità di “rispettare le tradizioni e la cultura, così come preservare l’amore per il nostro Paese e la patria”. La tendenza “restaurazionista” prevista dalla legge continuò nel programma elettorale del Partito liberal-democratico, che ottenne una clamorosa vittoria alla fine del 2012, nelle elezioni legislative anticipate. Tra l’altro, il programma parlava della necessità di ripristinare lo status dell’imperatore a capo dello Stato e mostrare rispetto per i simboli nazionali, come la bandiera nazionale. Calzando a pennello con la tendenza “restaurazionista”, comparve nei primi anni ’90 il desiderio delle élite giapponesi di eliminare le restrizioni su difesa e sicurezza dell’articolo 9 della Costituzione. Come più volte sottolineato su NEO, trovare la soluzione al problema è l’obiettivo principale del l’intera carriera politica del leader del LDP ed attuale primo ministro Shinzo Abe.
Oggi possiamo sicuramente dire che Abe sarà di nuovo a capo del LDP nelle elezioni parlamentari del prossimo anno. Inoltre, non esistono tendenze visibili che possano impedire al LDP di vincere e ad Abe di restare primo ministro (per la terza volta). Pertanto, la tendenza “restaurazionista” continuerà (e riprenderà ritmo) a dominare il processo del cambiamento della struttura socio-politica del Giappone. Il Giappone entra in un periodo di grandi cambiamenti e, seguendo la tradizione storica, dovrebbe essere guidata dal nuovo imperatore, il cui regno avrà un proprio nome. Ovviamente, il tempo non risparmia nessuno e gli argomenti che l’imperatore Akihito ha usato per spiegare l’intenzione di andare in pensione, sono abbastanza convincenti. Ma non è certo una coincidenza che il suo discorso avvenisse in questo momento, quando il processo di “rinnovamento” completo del Paese ha appena mostrato la tendenza ad accelerare. Tuttavia, l’erede (il 56enne Naruhito, primogenito di Akihito), non può ancora salire al trono non esistendo una procedura legale presso la famiglia imperiale nel sostituire il monarca ancora in vita. La preparazione delle necessarie modifiche legislative, dall’ottobre 2016, è gestita da una commissione governativa speciale composta da 16 avvocati. La bozza della legge è soggetta all’approvazione del governo, seguita dalla presentazione al Parlamento. Attualmente non ci sono rapporti su differenze nella commissione, i cui membri ancora condividono uno stato d’animo “favorevole” ai desideri dell’imperatore. Il pubblico vuole apparentemente lo stesso. L’esame da parte del Parlamento del progetto di legge è fissato per maggio. Se approvato, Akihito lascerà l’incarico il 1° gennaio 2019.
L’insediamento del nuovo imperatore sarà accompagnato dalla comparsa di un nuovo meme, che segnerà il continuo processo di profonda trasformazione dell’immagine socio-politica, culturale e militare del Giappone. È del tutto possibile che qualcosa di simile alla parola “restauro” venga utilizzata. Gli attori regionali e globali dovranno accettare il ritorno del Giappone al “grande gioco geopolitico”, dato che ne è uno dei membri più importanti. Del resto, dovettero accettarlo per la Germania, alleata del Giappone durante la seconda guerra mondiale.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora