La quintessenza dell’esperienza cinese

He Wenping, Histoire et Societé 08/12/2017Quando Deng Xiaoping, capo architetto della riforma ed apertura della Cina, s’incontrò nell’agosto 1985 col presidente della Tanzania Julius Kambarage Nyerere, in visita in Cina, disse: “La nostra riforma è un esperimento per la Cina e il mondo. In caso di successo, possiamo fornire la nostra esperienza per la causa e lo sviluppo socialista nei Paesi sottosviluppati di tutto il mondo“. Oggi, a più di 30 anni dal lancio della politica di riforma e apertura, la Cina attrae l’attenzione del mondo sul suo fenomenale successo economico. Non solo ha raggiunto l’obiettivo di far uscire oltre 700 milioni di persone dalla povertà, ma è anche diventata la seconda economia mondaile proprio dietro gli Stati Uniti. In che modo la Cina ha compiuto questa brillante metamorfosi? Durante la riforma, come fece il Partito Comunista Cinese (PCC), da partito di governo, a consolidare la capacità di governare e ottenere sempre popolarità?

Sviluppo economico e governance politica
Negli ultimi trent’anni di riforme e apertura, la Cina ha accumulato una ricca e variegata esperienza nello sviluppo in molte aree: agricoltura, industria, commercio estero, riduzione della povertà, cultura e istruzione, sviluppo delle risorse umane, capacity building, ecc. Da tempo, i risultati dello sviluppo economico cinese sono ammirati e lodati dal mondo, anche nei Paesi occidentali. Per molti Paesi in via di sviluppo, attingere all’esperienza cinese, in particolare quella acquisita nella riduzione della povertà e nello sviluppo economico, sono l’obiettivo principale. Le conquiste della Cina in queste due aree sono applaudite e difficilmente contestate a livello internazionale. Tuttavia, la strada è ancora lunga e tortuosa prima che il mondo possa comprendere appieno la politica del governo cinese. Secondo alcuni, la riforma cinese si limita alla dimensione economica, mentre segna il passo nella dimensione politica. Secondo altri, la riforma economica cinese va troppo veloce, mentre il sistema politico, inadatto, alla fine crollerà. Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, con la disgregazione dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, nel mondo occidentale emersero grandi dibattiti e prognosi sul “crollo della Cina”, riecheggiando la tesi della “fine della storia” predicata dal ricercatore statunitense di origini giapponesi Francis Fukuyama. Come dimostrò di seguito, la Cina non è crollata, anzi! È impegnata a un passaggio più sicuro sul sentiero dello sviluppo e della stabilità. Tuttavia, i pregiudizi e le idee negative sul governo cinese, che hanno radici nell’ignoranza sulla Cina o nella mentalità da Guerra Fredda, persistono nell’opinione pubblica internazionale dominata dall’occidente. Questa “nuvola” formata a priori cominciò a dissiparsi all’inizio del XXI secolo, nel momento caratterizzato da un mondo globalizzato e scosso da nuovi sconvolgimenti, soprattutto nell’ultimo decennio. Mentre il mondo ha subito la crisi finanziaria nel 2008 e la primavera araba iniziava alla fine del 2010, due test di portata globale che minacciavano lo sviluppo economico e socio-politico, la Cina socialista guidata dal PCC non subì la crisi finanziaria, in risposta al terremoto che colpì l’epicentro capitalista, né subì le crisi socio-politiche come i disordini conosciuti nel mondo arabo, nonostante le previsioni di certi osservatori occidentali. D’altra parte, grazie al sistema politico con determinati vantaggi, si è dimostrata più resistente a pressioni e shock rispetto a Stati Uniti ed Europa, coi loro sistemi capitalistici. Pertanto, negli ultimi anni, la governance cinese è diventata oggetto di attenzione di una serie di analisi, oltre che a condividere l’esperienza dello sviluppo cinese. Nel settembre 2014 fu pubblicato per la prima volta il libro di Xi Jinping: La Governance della Cina. In soli due anni e mezzo, questo libro fu tradotto in molte lingue (inglese, francese, russo, arabo, spagnolo, portoghese, tedesco, giapponese, ecc.) e stampato in più di sei milioni di copie in oltre un centinaio di Paesi e regioni del mondo. Sempre più governi e partiti esteri, affascinati dalla prodezza attribuita alla “via cinese”, iniziarono a trarre idee dalla saggezza del partito al potere e dalla leadership cinesi. In particolare, molti Paesi in via di sviluppo sperano di trovare, attraverso l’esperienza cinese, il proprio sviluppo sull’attuale scacchiera internazionale, caratterizzata dal crescente multilateralismo e dall’ascesa del mondo non occidentale. Pertanto, l’esperienza cinese vede la propria attrattiva oltrepassare il quadro dello sviluppo economico raggiungendo la sfera governativa. Soprattutto dal 18° Congresso del PCC, i risultati della Cina, ad esempio nella costruzione del Partito e nella lotta alla corruzione, sono visti dalla comunità internazionale. Quindi, naturalmente, l’interesse dei Paesi in via di sviluppo nel “modello cinese” non è più limitato allo sviluppo economico, ma inizia ad interessare lo sviluppo politico, riflesso nella costruzione del Partito e della governance dello Stato. Inoltre, alcune misure come la formazione di partiti politici esteri, i dialoghi tra partiti e l’istituzione di meccanismi di scambio hanno svolto un ruolo importante nelle relazioni dei Paesi in via di sviluppo con la Cina.

Riforma progressiva
Uno dei principi al centro dell’esperienza cinese è procedere nella riforma in maniera graduale, bilanciando il rapporto tra riforma, sviluppo e stabilità, in un concetto di sviluppo che evolve col tempo. In un Paese in via di sviluppo in transizione, importanti riforme hanno inevitabilmente ripercussioni su struttura sociale e stabilità. Tuttavia, la riforma deve considerare la stabilità come premessa e lo sviluppo come finalità. La via cinese a riforma e apertura aderisce quindi al principio che “la stabilità è la priorità”. Come osservato da Deng Xiaoping, “la stabilità viene prima di tutto“. È necessario placare i disordini sociali e consolidare la stabilità prima di cercare lo sviluppo, e quindi mantenere la stabilità attraverso i frutti della riforma e dello sviluppo, al fine di raggiungere l’equilibrio coordinato tra stabilità, sviluppo e riforme. Nel corso della riforma economica e dello sviluppo, il governo cinese applicava l'”approccio per tentativi ed errori” per assicurarsi una transizione armoniosa, considerando che una riforma radicale potesse causare turbolenze nell’economia nazionale e quindi aumentare rischio e probabilità di fallimento della riforma. In altre parole, affrontare prima le domande più semplici e poi quelle più difficili, passo dopo passo. Inoltre, iniziare sempre con l’implementazione di progetti pilota e, in base ai risultati ottenuti, decidere se generalizzarli e promuoverli. Che si tratti dell’introduzione di un sistema di agricoltura a tasso fisso, basato sulla famiglia nelle zone rurali o della promozione delle imprese rurali, della riforma delle imprese pubbliche o della riforma del settore finanziario, senza dimenticare le riforme su occupazione, sicurezza sociale, distribuzione del reddito e registro civile, mirando a sostenere la transizione da un’economia pianificata a un’economia di mercato… In queste riforme, l’obiettivo è sempre stato ridurre lo shock dei gruppi più vulnerabili, oltre a limitarne o disperderne costi e rischi. In campo politico, anche nel rispetto di questa premessa sulla stabilità, ebbero luogo le riforme che consistevano nell’allargare gradualmente la partecipazione politica, promuovendo attivamente la ricerca e i saggi sulle elezioni democratiche (inizialmente organizzate a livello di base) e la democrazia di partito, con l’obiettivo di raggiungere massima partecipazione ed uguaglianza politica. È grazie a questa graduale e ordinata progressione che la riforma cinese ha potuto approfondirsi ciclo dopo ciclo. Allo stesso tempo, la riforma metodica ha permesso alla Cina di raggiungere, nel complesso, una transizione socioeconomica particolarmente ampia e profonda, in un periodo molto breve e in circostanze relativamente armoniose e stabili.
Dall’avvio delle riforme e dell’apertura più di trenta anni fa, oltre ad equilibrare le relazioni riforma-sviluppo-stabilità, il governo cinese, con le diverse generazioni di leader, si è impegnato a guidare lo sviluppo sempre, considerandolo secondo una concezione evolutiva, in modo da soddisfare costantemente le esigenze del momento. Considerando che “i problemi derivanti dallo sviluppo vanno risolti dallo sviluppo” e che “lo sviluppo è fonte e soluzione dei problemi”, utilizzando lo “sviluppo” come chiave multifunzionale nell’avviare le varie riforme. Proprio come sfide e compiti che la Cina deve affrontare si evolvono secondo le fasi dello sviluppo, il concetto di sviluppo cinese s’è rinnovato più volte negli ultimi trenta anni. Negli anni ’70 e ’80, alla fine della Rivoluzione Culturale, la maggiore sfida per la Cina era uscire dallo stato di debolezza e povertà e realizzare le “quattro modernizzazioni” dell’industria, dell’agricoltura, della difesa nazionale, delle scienza e tecnologia. Così, il capo architetto e pioniere della riforma e dell’apertura, Deng Xiaoping, avanzò i famosi precetti “Lo sviluppo è la pietra di paragone” o “Non importa se il gatto è nero o bianco, a condizione che prenda i topi”. Guidata da questo concetto di sviluppo, l’economia cinese è cresciuta rapidamente, con un tasso a due cifre. Tuttavia, questo sviluppo esponenziale ha prodotto effetti collaterali, tra cui lo sviluppo estensivo, l’inquinamento ambientale e l’aumento delle disparità di reddito. Al fine di risolvere i problemi derivanti dallo sviluppo, la terza sessione plenaria del 16° Comitato Centrale del PCC, tenutasi nell’ottobre 2003, presentava il nuovo concetto di sviluppo scientifico. I principi fondamentali di questo concetto sono: insistere sulla pianificazione generale senza trascurare ogni particolare area; porre l’uomo al centro di tutte le preoccupazioni; stabilire un concetto di sviluppo globale, coordinato e sostenibile; e promuovere sia lo sviluppo socioeconomico che umano. Secondo questo nuovo concetto di sviluppo scientifico, sarebbe semplicistico equiparare la crescita del PIL allo sviluppo e al progresso sociale e, a tale riguardo, gli squilibri in certe aree e regioni, dove il progresso sociale, il valore attribuito all’uomo e il benessere a lungo termine sono trascurati a favore di indici economici, acquisizioni materiali ed interessi immediati. In un momento in cui l’ambiente economico e commerciale internazionale è sempre più complesso e rischioso, il Comitato Centrale del PCC, con il compagno Xi Jinping al centro, lanciava il concetto di sviluppo innovativo, coordinato ed ecologico in modo tempestivo, aperto e condiviso. Xi ha detto: “Dobbiamo renderci conto che l’economia cinese, nonostante il volume che rappresenta, non è ancora solida e che, nonostante la crescita molto rapida, non mostra un qualità ottimale. Il nostro ampio modello di sviluppo, basato principalmente sui fattori di produzione, in particolare le risorse, stimolando crescita economica ed espansione del volume economico, non è sostenibile. È tempo di accelerare il passo dalla crescita guidata da fattori di produzione e massicci investimenti allo sviluppo guidato dall’innovazione”. In conclusione, è persistendo nell’idea di sviluppo, in sintonia col momento, che la Cina è diventata senza dubbio l’esempio tipico di Stato in via di sviluppo.

Governo forte e politiche adeguate
Il secondo principio al centro dell’esperienza cinese è avere un governo forte e impegnato nello sviluppo, così come leader visionari e politiche adeguate. In un Paese in transizione, è necessario avere, in determinati momenti e in alcune aree un “governo forte” con grande autorità politica e forte capacità di governance. L’obiettivo è unire la popolazione nazionale attorno a desiderio comune e senso di coesione, nonché combinare gli sforzi dell’intero Paese per far progredire le riforme economiche, sociali e politiche. Nella storia umana, i fatti hanno da tempo dimostrato che lo sviluppo economico può essere raggiunto in circostanze politiche diverse dalla democrazia occidentale. Negli anni ’60 e ’70 alcuni Paesi e regioni in via di sviluppo (come i “quattro dragoni asiatici”) registrarono una crescita economica piuttosto rapida. Per spiegare l’ascesa delle economie emergenti nell’Asia orientale, inclusa la Cina, molti ricercatori occidentali fecero ricorso al cosiddetto “Stato di sviluppo”. Secondo la loro definizione, “uno Stato in via di sviluppo è caratterizzato da un modello di sviluppo economico guidato da un governo forte e che mostra forte impegno allo sviluppo economico, un governo capace di mobilitare e ridistribuire efficacemente le varie risorse per promuovere sviluppo nazionale”. Sul regime politico, sebbene il sistema di collaborazione multipla e consultazione politica sotto la guida del PCC sia da tempo interpretato dalle società occidentali come “Partito unico e datato”, tutte le analisi oggettive riconoscono che “un solo partito al Potere da tempo” sa meglio assicurare la continuità politica. Elaborato per la prima volta nel 1949 sotto la guida del PCC, il piano quinquennale per il progresso sociale e lo sviluppo economico è giunto alla tredicesima edizione. Conformemente ai successivi piani quinquennali, la Cina continua gli sforzi in modo ordinato nella costruzione di infrastrutture, sviluppo di zone economiche speciali, nonché cooperazione internazionale nelle capacità produttive e nella costruzione della Nuova via della Seta. Inoltre, il PCC continua a sviluppare le squadre di management nei vari livelli col sistema del mandato, della leadership collettiva, della selezione per merito e della proposta competitiva. È quindi assicurando il “buon governo” piuttosto che perseguendo indiscriminatamente la “democratizzazione elettorale” che il PCC cerca di accrescere la popolarità, fondamento del governo dello Stato. Inoltre, sebbene i risultati dello sviluppo economico della Cina siano noti e riconosciuti in tutto il mondo, pochissimi sembrano capire che la Cina ha condotto la riforma economica simultaneamente e in simbiosi con la riforma socio-politica. I risultati ottenuti con la riforma economica sono quindi indissociabili dagli sforzi compiuti nell’ambito della riforma socio-politica. Negli ultimi trent’anni sono state condotte numerose riforme progressive con la supervisione del potere e l’attuazione del contropotere, come nel sistema di gestione, nel sistema di nomina di alti dirigenti, nel sistema elettorale (elezioni interne del partito, ma anche elezioni di base), nei sistemi legislativo e giudiziario, così come nel sistema decisionale. In questo modo, la riforma economica può progredire continuamente e in profondità, e durante la grande transizione socio-economica, i diversi gruppi etnici e strati sociali riescono a vivere in armonia e a conciliare i propri interessi. Certamente, la Cina deve ancora affrontare molte sfide nel processo di sviluppo, come il divario tra ricchi e poveri o disuguaglianze tra le diverse regioni. Ma dal punto di vista diacronico, i cinesi godono sempre più di diritti economici, sociali e politici, oggi a un livello senza precedenti nella storia. Questo è forse il motivo per cui il “Consenso di Pechino” incentrato sullo sviluppo può competere col “Washington Consensus” della liberalizzazione economica. Inoltre, il “consenso di Pechino” è oggi apprezzato da un numero crescente di Paesi in via di sviluppo.*He Wenping, ricercatore presso l’Istituto Chahar e presso l’Istituto di ricerca dell’Asia occidentale e dell’Africa dell’Accademia delle scienze sociali cinese.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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ARA San Juan. I dati tecnici puntano sull’ipotesi del siluro

ARA San Juan. Il sottomarino argentino ha subito un’esplosione di oltre 100 chili di tritolo
Pajaro RojoL’esplosione registrata nell’area del sottomarino San Juan era più forte di 100 chili di esplosivo, secondo la Marina argentina. La Marina argentina aveva condotto test nell’oceano per verificare il tipo di suono lasciato dall’esplosione effettuando detonazioni di TNT sott’acqua. In questo senso, gli specialisti hanno simulato l’incidente facendo detonare 100 chili di esplosivo a una profondità di 40 metri “per confrontarne il suono con quello rilevato nella stessa area di ricerca“, riportava il notiziario Todo Noticias. “Si è constatato che l’area dell’incidente era quella, ma che il rumore era maggiore quando fu colto“, secondo l’Organizzazione del Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (OTPCEN). Secondo quanto confermato il 23 novembre dalla Marina argentina, fu rilevata un’esplosione circa tre ore dopo l’ultima comunicazione del sottomarino, “30 miglia a nord di dove si trovava al momento del contjatto e sulla stessa rotta per la Plata” che il sottomarino doveva seguire. Nel frattempo, il ministro della Difesa argentino Óscar Aguad indicava la possibilità che le operazioni di ricerca cessino dopo aver confermato che i 44 membri dell’equipaggio del sottomarino ARA San Juan, scomparso il 15 novembre nell’Oceano Atlantico, sono morti. A questo proposito, spiegava che l’Argentina non può continuare a cercare i sopravvissuti della tragedia, poiché fa parte dell’accordo internazionale di “ricerca e salvataggio” che inizia quando vi sono dispersi in mare e finisce quando vengono salvati oppure si verifica che “non ci sono sopravvissuti”. Tuttavia, la Marina argentina riferiva che la ricerca del sottomarino continua.

ARA San Juan. I dati tecnici puntano sull’ipotesi del siluro
Esteban Mcallister, Pajaro Rojo, 06/12/2017Ragiono sui dati forniti dai media sulle dimensioni dell’esplosione (o erano due?) registrate sull’ARA San Juan. La Marina argentina s’incaricò di testare 100 kg di TNT a una profondità di 40 metri, in modo che il sensore che catturò la presunta esplosione nel sottomarino potesse confrontarlo con questa. Il risultato è che la presunta (prima) esplosione nel sottomarino ammontava a più di 100 chili di tritolo. Il Trinitrotoluene (TNT) misura, secondo le convenzioni internazionali, delle esplosioni. Come il metro per le distanze. L’ARA General Belgrano fu affondato dal sottomarino nucleare HMS Conqueror con due siluri dalle testate con esplosivi equivalenti a 230 chili di TNT ciascuna. Il sottomarino San Juan disponeva di 960 batterie, metà a prua e metà a poppa; ciascuno di questi conglomerati è a sua volta diviso in quattro compartimenti stagni, otto in totale, ciascuno con 120 batterie. Già nella prima guerra mondiale, i sommergibili avevano un motore alternativo che muovendo una dinamo caricava le batterie. Sotto il mare navigavano con un motore elettrico. Lo snorkel cominciò ad essere usato dagli U-Boote, i sommergibili tedeschi della Seconda Guerra, per espellere i gas di combustione dei motori diesel ed immettere ossigeno per la combustione e rinnovare l’aria all’interno. A causa dello snorkel, entrava sempre acqua accidentalmente, dato che il tubo in emersione subiva il movimento delle onde, ma vi si era preparati. Perché i sottomarini usano motori elettrici in immersione quando sono in pericolo? Fondamentalmente, perché fanno poco rumore. I sottomarini vengono rilevati con microfoni sommergibili (sensori passivi) o sonar (sensori attivu). Un sonar invia un impulso sonoro che rimbalza contro le superfici metalliche e un microfono cattura l’intensità dell’eco, il rimbalzo… Solo i motori alternativi sono utilizzati quando non ci sono rischi. I sottomarini nucleari hanno un reattore per generare elettricità e caricare le batterie, e possono anche navigare coi motori elettrici. I sottomarini hanno sempre avuto problemi con le batterie, inoltre le batterie dei sommergibili della seconda guerra mondiale usavano liquidi, come le vecchie batterie delle auto, inclini a fuoriuscite di acido, cortocircuiti e incendi. Quelli attuali non usano liquidi, quindi sono sicuri. Qualsiasi batteria che va in cortocircuito può fondere o esplodere (si prenda una batteria AA a lunga durata o ricaricabile, e se va in cortocircuito, in 10 secondi emetterà calore). Chi progetta sottomarini prevede tali incidenti, inclusa l’esplosione di uno o più batterie. Quant’è l’esplosione di una batteria per sottomarino? Si ricordi che per ogni esplosione c’è un sistema di misurazione basato sul TNT. Potrebbe una o più batterie dell’ARA San Juan produrre un’esplosione superiore a 100 kg di TNT? Non credo. Quale elemento nel sottomarino potrebbe esplodere con più intensità di 100 kg di TNT? Non lo trovo. Qualcuno dirà: un siluro. Ma oltre a dire che l’ARA San Juan non portava siluri, questi sono progettati per evitare di esplodere all’interno del sottomarino, quindi vengono attivati per esplodere quando già solcano le acque verso il bersaglio. I siluri che affondarono l’ARA Belgrano andavano a 65 chilometri all’ora e potevano essere sparati da una distanza di 24 chilometri, quindi potevano essere attivati a metà strada. C’è qualche elemento esterno all’ARA San Juan che potrebbe aver prodotto un’esplosione superiore a 100 chili di tritolo? Solo un siluro come quelli che affondarono l’ARA Belgrano. Tutti gli attuali siluri inglesi hanno una potenza esplosiva di oltre 150 chili di tritolo, tranne uno progettato per essere lanciato dai velivoli antisommergibile. Posso sbagliarmi? Sì. Ma solo se qualche tecnico delle batterie può spiegare a quanti chili di TNT equivale l’esplosione congiunta delle 960 batterie dell’ARA San Juan. Riuscirebbe a superare l’esplosione di 100 chili di tritolo? Questa è la domanda.

Iridium ha confermato che il telefono satellitare del sottomarino non è attivo dal 15 novembre, sollevando dubbi sulle informazioni ufficiali
el Disenso 20 novembre 2017

La società di comunicazioni satellitari statunitense Iridium smentiva la dichiarazione del ministero della Difesa e del ministro Aguad, confermando che il telefono satellitare che si trova a bordo dell’ARA San Juan fece l’ultima chiamata il 15 novembre alle 11:36 GMT (8:36 ora argentina). El Disenso indica come questi dati sollevino nuovi dubbi sulle informazioni fornite ufficialmente secondo cui l’ultima comunicazione ricevuta dal sottomarino fu alle 7:30 del 15 novembre. Iridium veniva contattata la mattina del 17 novembre per avere informazioni sul dispositivo dell’azienda segnalato a bordo del sottomarino. La società confermava la natura del dispositivo Iridium e il servizio fu identificato, raccogliendo informazioni su posizione e attività dello stesso. “Sfortunatamente, il nostro sistema d’informazione non mostra alcun tentativo di comunicazione o comunicazione da quel dispositivo dal 15 novembre, alle 11:36 GMT, quando fu fatta l’ultima chiamata“. Questa informazione crea nuovi dubbi sulla versione ufficiale che indica l’ultimo contatto del sottomarino ARA San Juan alle 7:30 dello stesso giorno. Con chi aveva comunicato alle 11:36 GMT? (Secondo il nostro GMT-3 l’ultima chiamata fu effettuata alle 8:36) Rispetto alle chiamate via satellite del 16 novembre, il comunicato stampa Iridium, ignorato dalla stampa egemone argentina, indica che “Iridium può confermare che queste chiamate non sono collegate al nostro sistema” anche se aggiunge che “è possibile che un’altra società di comunicazioni satellitare disponga di attrezzature a bordo del sottomarino“. Iridium, compagnia satellitare nordamericana che gestisce le comunicazioni via telefono delle nostre forze di sicurezza, consegnava i dati di geolocalizzazione delle apparecchiature a bordo al Centro di coordinamento dei soccorsi e continua a monitorarne i sistemi nel caso nuove informazioni siano apportate all’operazione di ricerca e salvataggio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Quali sono i nemici degli USA?

Prof. James Petras, Global Research 24 novembre 2017Per quasi 2 decenni, gli Stati Uniti hanno steso la lista dei “Paesi nemici” da affrontare, attaccare, indebolire e rovesciare. La ricerca imperialista per rovesciare i “Paesi nemici” agisce a vari livelli e in base a due considerazioni: priorità e vulnerabilità per un’operazione di “cambio di regime”. I criteri per decidere un “Paese nemico” e il suo posto nella lista degli obiettivi prioritari negli Stati Uniti nella ricerca del dominio globale, nonché la vulnerabilità a un cambio di regime “di successo”, sono al centro di questo saggio. Concluderemo discutendo le prospettive realistiche delle future opzioni imperialiste.

Avversari principali degli Stati Uniti
Gli strateghi imperialisti badano a criteri militari, economici e politici nell’individuare i primi avversari. I seguenti sono in cima alla “lista dei nemici” degli Stati Uniti:
1) Russia, per la potenza militare, è un contrappeso nucleare al dominio globale degli Stati Uniti. Ha una forza armata enorme e ben equipaggiata con presenza europea, asiatica e mediorientale. Le risorse di petrolio e gas la proteggono dal ricatto economico degli Stati Uniti e le sue crescenti alleanze geopolitiche limitano l’espansione statunitense.
2) Cina, per il potere economico globale e la portata crescente di commercio, investimenti e reti tecnologiche. La crescente capacità militare difensiva della Cina, in particolare la protezione degli interessi nel Mar Cinese Meridionale, contrasta il dominio degli Stati Uniti in Asia.
3) Corea democratica, per la capacità balistiche e nucleari, la sua feroce politica estera indipendente e la posizione geopolitica strategica, è vista come minaccia per le basi militari statunitensi in Asia e gli alleati regionali di Washington.
4) Venezuela, per le risorse petrolifere e le politiche sociali che sfidano il neoliberismo centrato negli Stati Uniti in America Latina.
5) Iran, per le risorse petrolifere, l’indipendenza politica e le alleanze geopolitiche in Medio Oriente, sfida il dominio statunitense, israeliano e saudita nella regione e presenta un’alternativa indipendente.
6) Siria, per la posizione strategica in Medio Oriente, il partito di governo nazionalista laico e l’alleanza con Iran, Palestina, Iraq e Russia, è un contrappeso ai piani di USA-Israele per balcanizzare il Medio Oriente in conflitti etno-tribali.

Avversari di medio livello degli Stati Uniti
1) Cuba, per la politica estera indipendente e il sistema socio-economico alternativo, è in contrasto coi regimi neo-liberali centrati negli Stati Uniti nei Caraibi, America centrale e meridionale.
2) Libano, per la posizione strategica sul Mediterraneo e l’accordo di condivisione del potere nel governo di coalizione col partito politico Hezbollah, sempre più influente nella società civile libanese anche per la comprovata capacità della sua milizia di proteggere la sovranità nazionale libanese espellendo l’invasore esercito israeliano e aiutando a sconfiggere i mercenari SIIL/al-Qaida nella vicina Siria.
3) Yemen, per il movimento nazionalista indipendente guidato dagli huthi, che si oppone al governo fantoccio imposto dai sauditi, e le sue relazioni con l’Iran.

Avversari di basso livello degli Stati Uniti
1) Bolivia, per la politica estera indipendente, il sostegno al governo chavista in Venezuela e la difesa di un’economia mista; ricchezza mineraria e difesa delle rivendicazioni territoriali dei popoli indigeni.
2) Nicaragua, per la politica estera indipendente e le critiche all’aggressione statunitense nei confronti di Cuba e Venezuela.
L’ostilità degli Stati Uniti verso gli avversari prioritari è espressa attraverso sanzioni economiche, accerchiamento militare, provocazioni e intense guerre di propaganda. Dati i potenti legami sul mercato globale della Cina, gli Stati Uniti hanno applicato poche sanzioni. Invece si affidano ad accerchiamento militare, provocazioni separatiste e intensa propaganda ostile quando vi hanno a che fare.Avversari prioritari, bassa vulnerabilità e aspettative irreali
Con l’eccezione del Venezuela, gli “obiettivi prioritari” di Washington hanno limitate vulnerabilità strategiche. Il Venezuela è il più vulnerabile per l’ampia dipendenza dalle entrate petrolifere, le principali raffinerie situate negli Stati Uniti, l’alto indebitamento tendente al default. Inoltre, ci sono i gruppi di opposizione clienti degli statunitensi e il crescente isolamento di Caracas in America Latina per l’ostilità orchestrata da importanti clienti statunitensi, Argentina, Brasile, Colombia e Messico.
L’Iran è molto meno vulnerabile: è una forte potenza militare regionale strategica legata a Paesi vicini e movimenti religiosi e nazionalisti. Nonostante la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l’Iran ha sviluppato mercati alternativi, come la Cina, liberi dal ricatto statunitense e relativamente al sicuro da attacchi creditori avviati da Stati Uniti o UE.
La Corea democratica, nonostante le paralizzanti sanzioni economiche imposte al regime e alla popolazione civile, ha “la bomba” come deterrente all’attacco militare statunitense e non ha mostrato alcuna riluttanza a difendersi. A differenza del Venezuela, né Iran né Corea democratica affrontano significativi attacchi interni da un’opposizione finanziata dagli USA o armata.
La Russia ha piena capacità militare, armi nucleari, ICBM e una forza armata enorme e ben addestrata, scoraggiando qualsiasi minaccia militare diretta degli Stati Uniti. Mosca è politicamente vulnerabile alla propaganda degli Stati Uniti, ai partiti di opposizione e alle ONG finanziate dall’occidente. I miliardari russi collegati a Londra e Wall Street esercitano una certa pressione contro iniziative economiche indipendenti. In misura limitata, le sanzioni statunitensi hanno sfruttato la precedente dipendenza della Russia dai mercati occidentali, ma dopo l’imposizione di sanzioni draconiane del regime di Obama, Mosca ha efficacemente neutralizzato l’offensiva di Washington diversificando i mercati verso l’Asia e rafforzando l’autosufficienza in agricoltura, industria e alta tecnologia.
La Cina ha un’economia mondiale ed è sulla buona strada per diventare il leader economico mondiale. Le deboli minacce di “sanzioni” verso la Cina semplicemente illustrano la debolezza di Washington piuttosto che intimidire Pechino. La Cina ha contrastato provocazioni e minacce militari statunitensi espandendo il potere economico di mercato, aumentando la capacità militare strategica e abbandonando la dipendenza dal dollaro.
Gli obiettivi prioritari di Washington non sono vulnerabili ad attacchi frontali: mantengono o aumentano la coesione interna e le reti economiche, migliorando al contempo la capacità militare d’imporre costi assolutamente inaccettabili agli Stati Uniti con un qualsiasi assalto diretto. Di conseguenza, i capi statunitensi sono costretti ad affidarsi ad attacchi marginali, periferici e per procura con risultati limitati. Washington stringerà le sanzioni su Corea democratica e Venezuela, con dubbiose prospettive di successo con la prima e possibile vittoria di Pirro con Caracas. Iran e Russia possono facilmente liquidare gli agenti nemici. Gli alleati degli Stati Uniti, come Arabia Saudita e Israele, possono badare, fare propaganda e scagliarsi contro gli iraniani, ma i timori che una guerra vera e propria con l’Iran distrugga Riyadh e Tel Aviv li costringe a lavorare in tandem per indurre la corrotta dirigenza politica degli Stati Uniti alla guerra, incontrando le obiezioni di una popolazione stanca di guerre. Sauditi e israeliani possono bombardare e affamare le popolazioni di Yemen e Gaza, che non hanno alcuna possibilità di rispondere, ma Teheran è un’altra questione. Politici e propagandisti di Washington vociferano di interferenze della Russia nel teatro elettorale corrotto degli Stati Uniti e sabotano i legami diplomatici, ma non possono contrastare la crescente influenza della Russia nel Medio Oriente e il commercio in espansione con l’Asia, specialmente la Cina.
In sintesi, a livello globale, gli obiettivi ‘ prioritari’ degli Stati Uniti sono irraggiungibili e invulnerabili. Nella continua faida tra élite negli Stati Uniti, sarebbe troppo sperare nell’emergere di un qualsiasi politico razionale a Washington che possa ripensare le priorità strategiche e calibrare le politiche di mutuo accordo adattandosi alle realtà globali.Priorità, vulnerabilità e aspettative medie e basse
Washington può intervenire e forse infliggere gravi danni ai Paesi di media e bassa priorità. Tuttavia, vi sono diversi inconvenienti a un attacco su vasta scala. Yemen, Cuba, Libano, Bolivia e Siria non sono nazioni in grado di plasmare allineamenti politici ed economici globali. Il massimo che gli Stati Uniti possono garantirsi in questi Paesi vulnerabili sono cambi di regime distruttivi con massicce perdite di vite umane d infrastrutture e milioni di profughi disperati… ma con gravi costi politici, prolungata instabilità e gravi perdite economiche.

Yemen
Gli Stati Uniti possono sostenere la totale vittoria saudita sui popoli affamati e colerici dello Yemen. Ma a chi giova? L’Arabia Saudita è in pieno sconvolgimento di palazzo e non può esercitare egemonia, nonostante centinaia di miliardi di dollari in armi, addestratori e basi USA/NATO. Le occupazioni coloniali sono costose e danno pochi, se non alcuno, beneficio economico, specialmente da una povera nazione devastata e geograficamente isolata come lo Yemen.

Cuba
Cuba ha un potente esercito professionale sostenuto da una milizia di milioni di componenti. È capace di una resistenza prolungata e può contare sul supporto internazionale. L’invasione di Cuba richiederebbe occupazione prolungata e pesanti perdite. Decenni di sanzioni economiche non hanno funzionato e la loro re-imposizione da parte di Trump non ha colpito i settori chiave turistici. L'”ostilità simbolica” del presidente Trump non ha ridotto le distanze coi principali gruppi agroindustriali statunitensi, che vedono Cuba come un mercato. Oltre la metà dei cosiddetti “cubani d’oltremare” si oppone all’intervento diretto degli Stati Uniti. Le ONG finanziate dagli Stati Uniti possono dare vantaggi marginali nella propaganda, ma non possono sovvertire il sostegno popolare all’economia mista “socializzata” di Cuba, le eccellenti educazione pubblica ed assistenza sanitaria e la politica estera indipendente.

Libano
Il blocco congiunto USA-Arabia Saudita e le bombe israeliane possono destabilizzare il Libano. Tuttavia, l’invasione israeliana costerebbe vite e fomenterebbe disordini interni. Hezbollah ha i missili per contrastare le bombe israeliane. Il blocco economico saudita radicalizzerà i nazionalisti libanesi, specialmente tra sciiti e cristiani. L”invasione’ della Libia da parte di Washington, senza perdere un solo soldato statunitense, dimostra che le invasioni distruttive si traducono in caos nel continente. Una guerra USA-Israele-Arabia Saudita distruggerebbe completamente il Libano, ma destabilizzerebbe la regione esacerbando i conflitti nei Paesi confinanti: Siria, Iran e forse Iraq. E l’Europa sarà inondata da milioni di rifugiati disperati.

Siria
La guerra per procura USA-Arabia Saudita in Siria ha subito gravi sconfitte e la perdita di risorse politiche. La Russia ha acquisito influenza, basi e alleati. La Siria mantiene la sovranità e forgia una forza armata nazionale temprata dalle battaglie. Washington può sanzionarla, prendere alcune basi in alcune fasulle “enclavi curde”, ma non avanzerà oltre lo stallo e sarà ampiamente considerata un invasore. La Siria è vulnerabile e continua a essere un bersaglio medio nella lista dei nemici degli Stati Uniti, ma offre poche prospettive di far avanzare il potere imperiale degli Stati Uniti, oltre alcuni vincoli limitati con l’instabile enclave curda, suscettibile di guerra intestina e grandi rappresaglie turche.

Bolivia e Nicaragua
Bolivia e Nicaragua sono secondarie nella lista dei nemici degli Stati Uniti. I responsabili delle politiche regionali degli Stati Uniti riconoscono che i due Paesi non hanno potere globale o addirittura regionale. Inoltre, entrambi i regimi hanno respinto la politica radicale e coesistono con oligarchi locali, potenti e influenti, e con multinazionali internazionali collegate agli Stati Uniti. La loro critica in politica estera, principalmente di carattere interno, sono neutralizzate dalla quasi totale influenza degli Stati Uniti nell’OAS e sui principali regimi neo-liberali in America Latina. Sembra che gli Stati Uniti accettino questi avversari retorici marginalizzati piuttosto che rischiare di provocare il risveglio dei movimenti radicali nazionalisti o socialisti di massa a La Paz o Managua.Conclusione
Un breve esame della “lista dei nemici” di Washington rivela le limitate possibilità di successo anche tra gli obiettivi vulnerabili. Chiaramente, con questa configurazione del potere mondiale in evoluzione, denaro e mercati statunitensi non modificheranno l’equazione di potere. Gli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, spendono enormi quantità di denaro attaccando una nazione devastata, ma distruggono i mercati mentre perdono le guerre. Potenti avversari, come Cina, Russia e Iran, non sono vulnerabili ed offrono al Pentagono poche prospettive di vittorie militari in futuro. Sanzioni e guerre economiche non sono riuscite a sottomettere Corea democratica, Russia, Cuba e Iran. La “lista dei nemici” è costata prestigio, soldi e mercati agli Stati Uniti, un bilancio imperialista grave. La Russia ora supera gli Stati Uniti nella produzione di grano e nelle esportazioni. Sono finiti i giorni in cui le agro-esportazioni statunitensi dominavano il commercio mondiale, anche a Mosca. La lista dei nemici è facile da comporre, ma politiche efficaci sono difficili da attuare contro rivali dalle economie dinamiche e preparazione militare potente. Gli Stati Uniti riguadagnerebbero parte della credibilità se operassero nella realtà globale perseguendo un programma conveniente per tutti invece di essere perdenti nel continuo gioco a somma zero. I capi razionali potrebbero negoziare accordi commerciali reciproci con la Cina, sviluppando legami tecnologici, finanziari e agrocommerciali con produttori e servizi. E potrebbero sviluppare accordi congiunti economici e di pace in Medio Oriente, riconoscendo la realtà di un’alleanza tra Hezbollah e Siria con Russia, Iran e Libano. Allo stato attuale, la “lista dei nemici” di Washington continua ad essere composta e imposta dai suoi capi irrazionali maniaci filo-israeliani e russofobi del Partito Democratico, senza alcun riconoscimento della realtà attuale. Agli statunitensi, la lista dei nemici interni è lunga e ben nota, ciò che manca è una leadership politica civile per rimpiazzare tale banda di capibranco.Traduzione di Alessandro Lattanzio