Cosa succederà il 5 marzo?

Gigi Moncalvo, giornalista e scrittore, che ha conosciuto Berlusconi e ne è stato l’ombra per diverso tempo, racconta come e quando sia avvenuto l’incontro con Matteo Renzi e perché Renzi sia la “pecora Dolly” della politica italiana.

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Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

I motivi della vittoria bolscevica nella Guerra Civile Russa

Weapons and Warfare 22 giugno 2016Sebbene i bolscevichi vinsero la guerra civile, la vittoria all’inizio non era affatto scontata, né sembrava così ovvia ai contemporanei. Più volte la sopravvivenza del governo rivoluzionario fu appesa a un filo. Nella primavera 1918, ad esempio, il regime fu quasi travolto dall’anarchia; la primavera successiva Kolchak sembrò inarrestabile; e nell’autunno 1919, le forze combinate di Denikin e Judenich presentarono una tale minaccia militare che molti previdero che il regime di Lenin sarebbe crollato. I bianchi godevano di molti vantaggi significativi. Avevano il sostegno della chiesa. I loro eserciti erano quasi sempre migliori e non dovevano temere il tradimento tra gli ufficiali. Nelle condizioni vigenti, dove il fronte cambiava rapidamente, la cavalleria cosacca era una forza estremamente preziosa. I bianchi occupavano terre agricole migliori e dovevano nutrire popolazioni senza grandi città. Questi fattori, combinati con gli aiuti alleati, resero migliori le condizioni di vita nei territori bianchi. Quando i bianchi occupavano una città, il prezzo del pane quasi sempre scendeva. Naturalmente, nella penuria i prezzi dei prodotti alimentari ridotti attraevano e avevano un significato politico di grande portata. Tuttavia, i bolscevichi vinsero, almeno in parte, a causa della debolezza dei nemici. I bianchi non avevano un’ideologia attraente né la giusta mentalità per adempiere al compito più importante: imporre l’ordine a una popolazione riottosa. Dato che vedevano il loro compito come militare, non fecero alcun serio tentativo di conquistare le popolazioni con una visione attraente del futuro. In effetti, non ce l’avevano. I generali stavano bene nella Russia imperiale e sebbene i più illuminati tra loro avessero compreso che alcune riforme fossero necessarie, tutti desideravano fervidamente che le rivoluzioni del 1917 non ci fossero mai state. Quando furono costretti ad articolare i loro obiettivi, i bianchi ricaddero in un neo-nazionalismo esagerato. Proclamarono di combattere per la “Russia”. Il guaio di tale ideologia era che non attraeva i politicamente più importanti, i contadini. E forse ancor più significativamente, fatalmente si alienarono le minoranze nazionali, che potevano diventare utili alleati nella crociata antibolscevica. Poiché i bianchi combatterono in aree abitate da non russi, l’ostilità delle minoranze ebbe conseguenze fatali. La disintegrazione dell’impero, un tempo potente, e l’ovvia debolezza delle autorità centrali determinarono l’avanza straordinariamente rapida della coscienza nazionale tra le minoranze. I politici che si professavano internazionalisti e socialisti ora erano al potere in Stati appena indipendenti, abbracciando la causa nazionalista con passione. I bolscevichi e gli antibolscevichi adottarono diverse politiche verso gli Stati di recente costituzione nella periferia. L’atteggiamento bolscevico era molto più duttile: laddove non potevano impedire la creazione di tali Stati, non li ostacolarono apertamente. Sembravano accettare il principio dell’autodeterminazione nazionale, sebbene aggiungessero che si applicasse nell’interesse del proletariato. I bianchi non fecero alcuna concessione simile. I contadini russi non erano spinti dal nazionalismo; erano interessati alle terre dei padroni. I politici bianchi lavorarono per mesi per elaborare una riforma terriera. Furono lenti, perché non capirono il valore politico di conquistarsi i contadini affamati. Quando pubblicarono un progetto di riforma terriera, nell’estate 1920, era troppo tardi. Ed essa offriva pochissimo. Dopo tutto, i bianchi si appoggiavano socialmente a destra e non potevano alienarsela. I contadini videro che dietro gli eserciti bianchi, proprietari e funzionari ex-zaristi riapparivano per riprendesi ricchezze e potere. Non importa ciò che i politici bianchi dicessero nei loro manifesti, i contadini compresero correttamente che i bianchi volevano la restaurazione.
Ma i bolscevichi vinsero la guerra civile non solo per le debolezze e gli errori dei nemici. Anche la comprensione delle esigenze del momento e i principi della politica rivoluzionaria li aiutarono. Il programma politico con cui presero il potere non poteva essere realizzato e pertanto i rivoluzionari dovettero improvvisare. Ma fortunatamente, esperienza ed ideologia gli permisero di avere successo. I bolscevichi, da marxisti-leninisti, intuirono istintivamente il valore dell’organizzazione e della mobilitazione di massa. Lavorarono instancabilmente per presentare il loro programma agli operai e ai contadini creando organizzazioni per ripristinare l’ordine. Una parte importante del contributo alla vittoria nella guerra civile va al partito. Originariamente organizzazione rivoluzionaria, rapidamente si trasformò in strumento di governo. In quelle circostanze sarebbe sbagliato pensarla come organizzazione rigida, disciplinata e gerarchica. I leader spesso litigavano, e il centro spesso ebbe solo il controllo nominale sulle città più lontane. Tuttavia, come base organizzativa, conferì ai bolscevichi un vantaggio inestimabile. Il partito era presente in ogni aspetto della vita nazionale: era responsabile dello sviluppo della strategia della vittoria; era l’agenzia di reclutamento che portò avanti quadri capaci e ambiziosi; era il principale ente d’indottrinamento; nei territori controllati da nemici si organizzò clandestinamente e soprattutto sorvegliò il lavoro delle altre istituzioni governative e sociali. Le competenze organizzative e i principi bolscevichi si illustrarono al meglio nella costruzione dell’Armata Rossa, grande opera di Trotzkij. Trotzkij e Lenin capirono subito che, contrariamente agli utopismi che loro stessi ebbero, il lavoro degli esperti era essenziale per guidare uno Stato moderno. Nel caso dei militari, questo significò che il giovane Stato sovietico aveva bisogno dell’esperienza degli ufficiali ex-imperiali. Questi furono obbligati o cooptati al servizio di un’ideologia che quasi sempre trovarono inutile. Inoltre, tale politica comportava dei rischi: creava indignazione tra certi vecchi comunisti e gli ufficiali non erano affatto affidabili. Il tradimento era un pericolo costante. Eppure Trotzkij aveva ragione: solo una forza disciplinata, guidata da professionisti, poteva sconfiggere il nemico.
Alla fine della guerra civile i bolscevichi, tramite un’ampia propaganda oltre alla coscrizione, costruirono un esercito di cinque milioni di soldati, incomparabilmente più grande delle forze combinate dei nemici. Solo una piccola percentuale dell’esercito andò in battaglia; il resto provvedeva alla logistica e all’amministrazione. In un momento di anarchia, il nuovo Stato aveva bisogno di tutto il supporto che poteva ottenere. La Cheka contribuì alla vittoria bolscevica. Il terrore fu sanguinario da entrambi i lati; Rossi e bianchi commissero atti di straordinaria brutalità. Tuttavia, la repressione politica ebbe carattere diverso. I bianchi, la cui visione era ottocentesca piuttosto che contemporanea, non capirono il ruolo delle idee politiche e tollerarono una gran varietà di opinioni politiche. La Cheka, al contrario, permise solo un’organizzazione politica e una visione politica, quelle dei leninisti. I bolscevichi adeguarono con successo la propria politica socio-economica alle esigenze della vittoria in guerra. Lenin presentò il famoso decreto sulla terra il giorno successivo alla vittoria. Come concessione ai contadini, il decreto legalizzò i precedenti sequestri di terreni e permise ai contadini di coltivare terre dei vecchi proprietari come propria proprietà. Lenin, il grande realista, ne vide chiaramente i benefici politici. Eppure, nonostante il fatto che i rossi concedessero la terra e che i bianchi non dessero niente, i bolscevichi poterono vincere avendo solo pochi sostenitori attivi tra i contadini. La grande debolezza della posizione bolscevica era che dovevano alimentare le città, ma non avevano nulla da dare ai contadini in cambio del grano. In tali circostanze, i principi del libero mercato ovviamente non funzionavano, e i bolscevichi requisirono il grano. Questa politica alienò i contadini, ma è difficile capire cos’altro avrebbero potuto fare i rivoluzionari. La politica economica introdotta dai bolscevichi a metà del 1918, come la sospensione del mercato del grano, fu chiamata Comunismo di guerra. Questo sistema mobilitò l’economia per la vittoria della guerra per mezzo della coercizione. I bolscevichi nazionalizzarono commercio ed industria. Sebbene tali sviluppi fossero chiaramente il risultato dell’improvvisazione, i teorici al momento professarono la scomparsa dell’impresa privata e anche dei soldi come passo verso la società comunista. Il sistema creò miseria e difficoltà per la popolazione e, a lungo termine, devastò l’economia nazionale. Tuttavia, a breve termine fu efficace: le fabbriche produssero abbastanza armi per combattere il nemico e la popolazione urbana fu nutrita, per quanto male.
La rivoluzione bolscevica, come tutte le grandi rivoluzioni, combatté per l’uguaglianza sociale. I rivoluzionari fecero molto per creare una nuova élite politica. Giovani e ambiziosi contadini e operai, con una miscela di convinzione e carriera, passarono ai bolscevichi. Poterono avvicinare i loro colleghi operai e contadini con molto più successo di qualsiasi propagandista bianco. Mobilitando questa capacità finora non sfruttata, i bolscevichi balzarono in avanti. La politica bolscevica così come la miseria imposta dalla guerra e dal Comunismo di guerra, difatti ridussero notevolmente le diseguaglianze.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Grandi Rischi”

Grandi Rischi

Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora