Cala il sipario sul secolo americano

Wayne Madsen SCF 16.10.2017La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Afghanistan: gli USA sponsorizzarono al-Qaida per abbattere un governo socialista

Gaither Stewart, Countercurrents 8 ottobre 2017Quando nel 1978 l’attivista politico comunista afgano Mohammad Najibullah, di 31 anni, arrivò a Teheran, “esiliato” nel vicino Iran come ambasciatore dell’Afghanistan, avevo appena lasciato l’Iran dove aveva lavorato nel 1977. Il partito politico di Najibullah, il Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) andò al potere a Kabul nell’aprile 1978, in ciò che è conosciuta come Rivoluzione di Saur, dal nome del mese del calendario afgano quando si svolse. Lungi dall’essere unito, il PDPA era diviso in due fazioni: la fazione più rivoluzionaria (Khalq o Popolo) che per prima prese il potere a Kabul in quel cruciale 1978 (cruciale in Afghanistan e in Iran), preferiva avere il carismatico Najibullah della fazione Parcham (Bandiera) del PDPA lontano dal centro del potere. Inoltre, il Paese si era diviso, gran parte contrario alla rivoluzione comunista. Le principali forze di opposizione erano i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti. Si potrebbe concludere che la guerra afghana fosse una guerra tra URSS e USA che controllava i due Paesi contigui vicino alla cima del mondo, Iran e Afghanistan, entrambi confinanti con la parte islamica dell’Unione Sovietica, che si difese dalle incursioni nelle repubbliche islamiche dell’Asia centrale. Come mostrò la storia, l’approccio di Najibullah nel risolvere la guerra civile in Afghanistan fu piuttosto diverso da quello della fazione PDPA al governo che favorì passi più rapidi verso la realizzazione della rivoluzione socialista. Tuttavia, per l’osservatore di oggi, la politica di Riconciliazione nazionale di Najibullah (che fallì) tra governo e mujahidin e clero è una chiave per comprendere non solo l’Afghanistan contemporaneo, ma anche le relazioni afgano-sovietiche e il ritiro delle truppe sovietiche ordinato da Mikhail Gorbaciov nel 1989: non va sottovalutato il significato della presenza militare sovietica per 10 anni in Afghanistan. Dal 1979 le 110000 truppe sovietiche avevano garantito la relativa stabilità del governo del PDPA. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti controllassero molte parti del Paese, non poterono sconfiggere le forze governative e abbattere il governo PDPA a Kabul finché le truppe sovietiche erano presenti. La direzione sovietica doveva sapere che questa stabilità si sarebbe spezzata rapidamente quando i suoi ultimi soldati partirono. Le cose cambiarono con l’arrivo di Mikhail Gorbaciov al potere a Mosca nel 1986. Anche se l’Afghanistan controllato dai sovietici era un posto pericoloso, uno dei peggiori errori di Gorbaciov fu ritirare le truppe nel 1989, lasciando Najibullah e il suo governo ad affrontare la crescente potenza dei mujahidin… e la minaccia dell’intervento statunitense. L’allora presidente Najibullah lo capì bene e fece tutto il possibile per convincere le autorità sovietiche a lasciare le truppe.
La rivoluzione islamica nell’Iran vicino, sempre nel cruciale 1978-79, rovesciò la dinastia Pahlavi sostenuta dagli Stati Uniti, al momento sotto Mohammad Reza Shah Pahlavi. La rivoluzione iraniana fu un violento e popolare rovesciamento del feroce regime ispirato dagli Stati Uniti ed installato dopo il rovesciamento organizzato dalla CIA del governo democratico del Premier Mohammad Mossadegh, il 19 agosto 1953. Il successo iniziale delle forze della sinistra nella rivoluzione islamica fu un’ispirazione per Najibullah. Il boom petrolifero dell’Iran negli anni ’70 accelerò il divario tra ricchi e poveri nelle città e nelle province. Non vidi una simile ostentazione di ricchezza come nei palazzi in cima a Teheran, dove vivevano alcuni dei più ricchi del mondo e i cui escrementi cadevano letteralmente nei fossati di scarico che scendevano lungo le strade dei quartieri più poveri della città di sotto… simbolo dell’enorme disparità tra ricchi e poveri. Di certo, come viene detto di tanto in tanto, la disuguaglianza uccide veramente. Esempio: l’aspettativa di vita nel 1970 nell’Iran pre-rivoluzionario era del 58%; oggi del 70%. Nella vicina Siria, nel 1970 era del 70%. Inoltre, si aggiunse al diffuso odio per il regime di Shahinshah la presenza di decine di migliaia di impopolari lavoratori qualificati ed imprenditori stranieri, associati alla ricerca di contratti lucrosi nei campi che andavano dalle costruzioni dell’infrastruttura all’industria pesante, all’estrazione e perfino alla produzione di piastrelle in cui i persiani erano padroni. La maggior parte degli iraniani era arrabbiata dal fatto che la famiglia dello Shah fosse la principale beneficiaria del reddito generato dal petrolio, tanto che reddito statale e guadagni familiari si confusero. Nessuno dovrebbe credere che l’ultimo Shah Pahlavi fosse un benefattore del popolo iraniano; era un tiranno e, in effetti, un burattino degli Stati Uniti, parte fondamentale degli sforzi statunitensi per controllare la regione.
Ero a Teheran nel 1977 come interprete per una società italiana di nuova costituzione, prima di essere nominata suo rappresentante in Iran. Anche se non capivo nulla di affari, amavo l’Iran e il suo popolo e consideravo il lavoro propostomi un’ottima opportunità per conoscere il Paese. In quell’anno assistei ad alcune manifestazioni contro la Shah, iniziate nell’ottobre 1977, visto che l’hotel in cui vivevo era il più vicino all’Università di Teheran e alle ambasciate straniere, dove si svolsero importanti manifestazioni. I gruppi marxisti, soprattutto il Partito Comunista Tudeh e i guerriglieri Fedain erano stati notevolmente indeboliti dalla repressione dello Shah. Malgrado ciò, i guerriglieri di sinistra ebbero un ruolo importante alla caduta del febbraio 1979 dello Shah, portando al colpo di Stato contro il regime installato dagli Stati Uniti. Molti dei più potenti gruppi guerriglieri, i mujahidin, erano di sinistra ed anche islamisti, anche se si opponevano all’influenza del clero reazionario. Insieme a guerriglia dei Fedain del Popolo, superstiti del partito Tudeh, diversi gruppi islamici e la potente organizzazione dei bazari, il movimento rivoluzionario nacque dai disordini generali nel Paese, dalla diffusa povertà e dal terrore della famigerata polizia segreta, la SAVAK. Mentre le proteste s’intensificarono alla fine del 1977, vidi come le persone circondavano i camion che trasportavano i soldati dell’esercito, alcuni dei quali gettavano le armi e saltavano giù per unirsi alla folla. In altri luoghi invece militari più arditi aprivano il fuoco, e circolavano notizie di migliaia di vittime. A quel punto l’azienda per cui lavoravo si dissolse e molti imprenditori stranieri abbandonarono l’Iran. Anche io tornai a Roma da dove cercavo di seguire gli eventi in Iran. La rivoluzione nacque dalla diffusa resistenza civile. Tra agosto e dicembre 1978 scioperi e manifestazioni paralizzarono il Paese. Lo Shah lasciò l’Iran il 16 gennaio 1979. Invitato in Iran dal governo transitorio, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini fu accolto al ritorno a Teheran da milioni di iraniani. Poco dopo, il regno finì definitivamente quando i ribelli travolsero le truppe fedeli allo Shah in esilio, portando Khomeini al potere. L’Iran votò il referendum nazionale divenendo una Repubblica islamica il 1° aprile 1979. A quel tempo sapevo poco degli eventi in Afghanistan. Cominciai a sentire il nome di Najibullah quando diresse il Partito Comunista a Kabul negli anni ’80. Con il sostegno dell’Unione Sovietica, divenne presidente dell’Afghanistan nel 1987… per me l’unico periodo, a mia memoria, in cui una parvenza di ordine esisteva nel caotico Afghanistan. Il Dr. Najibullah deve aver imparato molto dalla rivoluzione islamica iraniana.

Kabul
Sebbene diviso per conflitti interni tra le tribù e gli interventi esteri per secoli, l’Afghanistan aveva compiuto alcuni progressi verso la modernizzazione degli anni ’50 e ’60, verso uno stile di vita più liberale e occidentalizzato, ma obbligato a soddisfare le fazioni conservatrici. Kabul, esotica ed orientale in quel periodo, era un posto “in” per l’élite internazionale che frequentava l’Afghanistan visitando le montagne aride dell’Hindukush, l’enorme area centrale dell’Afghanistan, certamente al vertice del mondo. Dopo l’assassinio del padre, Mohammad Zahir Shah salì al trono e regnò (non governò) dal 1933 al 1973. Nel 1964 aveva promulgato una costituzione liberale che produsse poche riforme serie, ma permise la crescita di partiti estremisti non ufficiali a sinistra e a destra. A causa delle turbolenze interne, il re andò in esilio in Italia nel 1973 e visse nella periferia romana vicino la mia residenza. Provai ad intervistarlo, ma non superai mai il suo cane da guardia segretario; era sopravvissuto a un attentato nel 1991 e quindi era estremamente contrario alle interviste. Anche se ufficialmente neutrale durante la guerra fredda, l’Afghanistan fu corteggiato da USA e Unione Sovietica: macchinari e armi dell’URSS e aiuti finanziari degli Stati Uniti. La campagna fu interrotta negli anni ’70 da una serie di colpi di Stato e guerre civili. Si rimarrà sorpresi che, nonostante la modernizzazione, l’aspettativa di vita media per gli afghani nati nel 1960 era di 31 anni. Il Dottor Najib, come Najibullah veniva chiamato perché laureatosi in medicina all’Università di Kabul, divenne Presidente dell’Afghanistan nel 1987 a 40 anni. Nato nel 1947 a Gardiz, figlio di una famosa famiglia pashtun, aderì alla fazione Parcham del PDPA nel 1965 a 18 anni, divenne un attivista e fu arrestato due volte per la sua militanza. La sua fazione del PDPA era in disaccordo con il Khalq sul corretto percorso al comunismo in Afghanistan, il Khalq favoriva passi più rapidi verso la realizzazione del socialismo rispetto al Parcham. Dal ritorno dall’esilio nel 1980, la cui parte più lunga e più importante fu a Mosca, il Dottor Najib guidò la temuta Khad, la polizia segreta, durante cui personalmente acquisì la reputazione di brutalità: torture ed esecuzioni degli oppositori erano la norma, come in Iran, come nella maggior parte del mondo di oggi. Aveva il sostegno diretto, se non il controllo, del KGB. Il Khad fu modellato sul Comitato della Sicurezza Statale (KGB) sovietico, militarizzato crebbe fino al punto da avere 300000 soldati; fu considerato efficace nella pacificazione di ampie parti del Paese.Mosca
Nel tentativo di dare un tocco personale alla storia afghana, aggiungo questa curiosa coincidenza storica. Mi trasferii nei Paesi Bassi nel 1978, dove entrai nel giornalismo olandese con articoli sull’Iran. Come risultato degli articoli pubblicati e del mio soggiorno a Teheran, in qualche modo divenni consulente di un noto produttore televisivo che in quel momento lavorava su una serie di promozioni sull’Iran. Dato che studiai turco all’Università di Monaco e m’interessavo delle repubbliche asiatiche sovietica, l’ex-Turkestan russo, in particolare Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikstan che confinano con l’Afghanistan, proposi una serie di reportage sui punti di riferimento delle repubbliche dell’Asia centrale, come Samarcanda e Bukhara. Quindi, alla fine della primavera 1978, armato di una pila di credenziali televisive olandesi andai a Mosca. Il piano era interessare la televisione sovietica a una cooperazione. Alla fine incontrai una persona al centro TV di Ostankino e presentai l’idea di una coproduzione tra televisioni sovietica e olandese sull’Asia centrale sovietica. Retrospettivamente capì che le persone della TV di Mosca dovevano pensare che fossi un folle: uno statunitense che rappresenta la televisione olandese propone una produzione televisiva sull’ampia area confinante con l’Afghanistan dal governo comunista sostenuto da sovietici a Kabul, nello scontro contro l’opposizione filo-USA. Ridicolo. Inoltre, e senza saperlo, Najibullah era presente a Mosca per sostenere l’intervento sovietico nel suo Paese a supporto del governo comunista di Kabul, mentre proponevo una produzione televisiva sulle aree tra Mosca e Afghanistan. Le persone della TV sovietica non erano interessate e feci una figura ridicola, mentre i contatti del Dottor Najib erano estremamente interessati alle sue proposte e a lui personalmente. Il suo principale sponsor fu il potente KGB, un rapporto che durò fino alla conclusione amara della sua vita. La serie documentaria che proposi riguardava le terre su cui carri armati e blindati sovietici sarebbero passati ben presto in cammino verso l’Afghanistan. Accompagnati dalla giovane figura di Mohammad Najibullah.

Kabul
Una volta tornato a Kabul, il Dottor Najib divenne il direttore del Khad, la polizia segreta che operava sotto il controllo sovietico. Non solo era un’organizzazione d’intelligence, ma era una forza militare. Aveva carri armati, blindati ed elicotteri. Uno stato nello Stato, il Khad fu incaricato delle attività controinsurrezionali e della raccolta di informazioni per eliminare i controrivoluzionari attivi e potenziali. Il Dottor Najib potrebbe essersi ispirato a Feliks Dzerzhinskij, il fondatore della Cheka sovietica, predecessore del KGB. Su come combattere i controrivoluzionari, Dzerzhinskij disse nel 1918: “Non pensate di cercare forme di giustizia rivoluzionaria; non ne abbiamo bisogno. Ora c’è la guerra, faccia a faccia, una lotta fino alla fine. Vita o morte”. Ci credeva anche Che Guevara decenni dopo. E questo doveva essere l’orientamento di Mohammad Najibullah, che regnò con pugno di ferro nel Khad dal 1980 fino a diventare capo del partito e Presidente dell’Afghanistan nel 1987. Una volta al potere, il Dr. Najib intraprese la politica di riconciliazione nazionale. Eliminò la parola comunista e il riferimento al marxismo dalla nuova Costituzione nel 1990, con l’etichetta Repubblica islamica dell’Afghanistan (come l’Iran), introducendo un sistema multipartito, libertà di parola e magistratura indipendente. Ma i mujahidin, che controllavano ampie parti del Paese, si rifiutarono di aderirvi. Con il sostegno di Stati Uniti ed occidente i taliban (fanatici studenti religiosi) emersero conquistando il Paese. Quando nel 1992 presero Kabul, il dottor Najib trovò rifugio nel complesso delle Nazioni Unite dove visse fino al 1996. Il 27 settembre i taliban presero Najibullah nel suo rifugio, lo castrarono e lo trascinano con un’auto sulle strade di Kabul, finendolo con un colpo di arma da fuoco, impiccandone il corpo su un semaforo.
In conclusione, alcuni risultati della guerra trentennale in Afghanistan sono chiari: il sogno degli USA di controllare queste terre in cima al mondo, Afghanistan e Iran, è stato spezzato. Tendo a pensare insieme Iran e Afghanistan. Venticinque anni di oppressione e sfruttamento furono troppo per gli iraniani che si ribellarono con una rivoluzione scacciando gli USA. Anche la Russia perse in Iran mentre l’Ayatollah Khomeini governava; ora che è passata, Russia e Iran sono alleati… contro l’aggressivo imperialismo yankee. L’Iran fu così perso dagli USA, ma rimane l’Afghanistan, forse nelle menti di certuni. Per i neocon continua ad essere un’alternativa promettente. Niente petrolio, ma molti papaveri e terre rare, e la posizione. La Russia sovietica aveva sognato un Afghanistan progressista favorevole per proteggere e assicurarne le vaste regioni islamiche dal Caucaso all’Estremo Oriente. Non riuscì a governare gli afgani, implacabili, come neanche gli statunitensi oggi. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli USA non poterono sconfiggere i sovietici a Kabul negli anni ’80, li convinsero ad abbandonare una missione persa lasciando una lezione che gli Stati Uniti non hanno ancora imparato dopo 16 anni. Sulla base delle scuse per invadere l’Afghanistan indomabile nel 2001, dopo l’11 settembre… continuano ad affrontare mulini a vento, incapaci di abbandonare un’altra guerra perduta. Il Dr. Najib non c’è più. Il sogno di un Afghanistan comunista è scomparso. L’Unione Sovietica è scomparsa. Ma gli USA sconfitti controllano ancora una piccola porzione del complesso Afghanistan.Gaither Stewart è un giornalista; i suoi dispacci su politica, letteratura e cultura, sono stati pubblicati (e tradotti) su molti siti della stampa online e sulla stampa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

16 domande inevase sulla strage di Las Vegas

Michael Snyder, The Economic Collapse 3 ottobre 2017Al pubblico non viene detta la verità su ciò che è veramente accaduto a Las Vegas. Come vedrete, è evidente che c’erano più tiratori e che questa era un’operazione ben pianificata. Ma secondo i media, un ragioniere di 64 anni dal fisico flaccido, senza addestramento militare e poco esperto di armi poté fare tutto da solo. Ci è stato detto che Paddock era un “lupo solitario” senza legami con gruppi terroristici e dato che è morto nessuno potrà mai interrogarlo. Ma il popolo statunitense merita sicuramente delle risposte e questo significa che tutti dovremmo continuare a cercarle. Di seguito sono riportate 16 domande senza risposta sulla sparatoria di Las Vegas che i media mainstream non pongono…
# 1 Le foto della camera d’albergo di Stephen Paddock trapelarono e una sembra mostrare un biglietto d’addio. Perché non è stato detto al pubblico nulla di quel biglietto?# 2 C’erano altri tiratori? Un tassista ha ripreso un’arma automatica sparare da una finestra a un piano inferiore. Un video da un altro angolo e brevi video di Dan Bilzerian sembrano confermare che il tiro automatico provenisse da un piano molto più in basso del 32esimo piano dove si trovava Stephen Paddock. E se non siete convinti dai primi tre video, ecco il quarto che dovrebbe sicuramente farlo.
# 3 Perché le autorità dell’ordine pubblico hanno parlato di “un altro sospetto al quarto piano” e perché i media mainstream non ne parlano?
# 4 Come ha sottolineato da Jon Rappoport, sarebbe stato impossibile che Stephen Paddock uccidesse e ferisse 573 persone in meno di cinque minuti di tiro con le armi che si suppone abbia usato. Allora, perché le autorità non lo riconoscono?
# 5 Come diavolo Paddock si portò 42 fucili e “parecchie migliaia di munizioni” nella sua stanza d’albergo senza che nessuno se ne accorgesse?
# 6 Come ha fatto qualcuno senza “esperienza militare” e che non era affatto un “tipo da arma da fuoco”, a saper usare questi fucili? Perché ciò che ci viene detto dai media mainstream non ha alcun senso. Mi piace come Natural News ne ha trattato… “Lungi da ciò che i media analfabeti sulle armi da fuoco affermano, non sono strumenti che un Joe da strada possa semplicemente raccogliere e usare per abbattere facilmente 500 persone. L’uso di queste armi richiede un esteso addestramento, esperienza e resistenza. È fisicamente impossibile per un tizio come Stephen Paddock usare tali armi in modo continuo ed efficace come visto, specialmente quando si spara da una posizione elevata vanificando la gittata delle armi. Lungi dall’essere un SEAL della Marina, Stephen Paddock era un pensionato urbano afflitto dal gioco e dal fisico flaccido. L’unico modo in cui avrebbe potuto sparare così era divenire un superman con la bacchetta magica. Chiamamola “Missione Impossibile” per l’impossibilità fisica di un pensionato senza addestramento di fare una cosa del genere”.
# 7 Perché una donna ha detto alla gente che sarebbe morta 45 minuti prima dell’attacco?
# 8 Perché la polizia impiegò 72 minuti per entrare nella camera d’albergo di Stephen Paddock?
# 9 Perché Paddock inviò 100000 dollari nelle Filippine la settimana prima?
# 10 Perché la fidanzata di Paddock, Marilou Danley, era nelle Filippine quando l’attacco è avvenuto? Sapeva cosa sarebbe successo?
# 11 Paddock usava antidepressivi come tanti altri stragisti in passato?
# 12 Perché lo SIIL era così desideroso di assumersi la responsabilità dell’attentato e perché l’FBI è stato così rapido nel rigettarla?
# 13 Apparentemente Paddock aveva guadagnato milioni di dollari “con accordi immobiliari”. Se era così ricco, perché avrebbe fatto una cosa del genere?
# 14 Perché si spostava così spesso? Paddock avrebbe vissuto in 27 residenze diverse.
# 15 Perché quasi tutte le uscite dalla sala concerti erano chiuse?… “In sostanza, il concerto intrappolò la gente, impedendole di fuggire e negandole la possibilità di ripararsi. Da lì, con una fucilazione a pieno tiro automatico, è quasi impossibile sopravvivere. Alla Fox News, un chiamante dal nome Russell Bleck, sopravvissuto alle sparatorie, disse in diretta: “C’erano muri di dieci metri che ci bloccavano. Non potevamo scappare. Fu solo un massacro. Non avevamo dove andare“.
# 16 Perché è stato scelto un festival di musica nazionale come obiettivo? Per uccidere il maggior numero di sostenitori di Trump e altri conservatori? Ci sono prove che Stephen Paddock fosse legato agli Antifa?
All’inizio pensai che anche questa fosse una storia abbastanza chiara, ma più scavo e più diventa complessa. Personalmente sono giunto alla conclusione che Stephen Paddock non agì da solo. Ciò significa che gli altri coinvolti nella sparatoria sono ancora in giro e devono essere processati. Non dimentichiamo mai ciò che questi individui estremamente malvagi fecero a civili innocenti, come alla 27enne Tina Frost… “Una donna di 27 anni ha perso l’occhio destro dopo che un proiettile le ha lacerato il volto durante il massacro del concerto di Las Vegas. Tina Frost rimane in coma in ospedale dopo l’operazione per rimuovere il proiettile finito nell’occhio quando un criminale ha aperto il fuoco sulla folla di appassionati di musica, la domenica sera. Frost, originaria del Maryland, si era trasferita in California diversi anni fa, dovrebbe rimanere in coma per una settimana”.
Chiunque abbia fatto questo dovrà pagarla cara. Sì, credo che Stephen Paddock fosse coinvolto. Ma non ha agito da solo, e i media mainstream ingannano il pubblico, ignorando tutte le prove che smentiscono il caso del “lupo solitario”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Relazioni tra catalanismo e sionismo

Somatemps, 17 maggio 2015Quando il movimento sionista dopo la Seconda guerra mondiale fondò lo Stato d’Israele nei territori palestinesi, nel 1948, una parte del nazionalismo catalano, in particolare quella borghese, trovò in Israele un mito da riprendere. Tuttavia, l’uso del termine “ebrei” applicato ai catalani fu un insulto di molti che aborrivano i nazionalisti. Pío Baroja, per esempio, nel 1907 accusò i catalani di essere “gli ebrei di Spagna” (1). Le figure eccezionali catalane furono accusate di essere ebrei, come Companys o Cambó. Anche se i nazionalisti catalani del primo Novecento usavano lo stesso insulto verso i castigliani. Uuna costante del confronto tra politici nazionalisti e non. Josep Huguet, ex- ministro della Generalitat, continua a dire: “nel pensiero della destra radicale spagnola, noi catalani occupiamo il posto degli ebrei” (2). Molti catalani, indipendentemente dalla loro posizione politica, hanno simpatia per lo Stato d’Israele, la cui creazione influenzò sia i franchisti e Josep Pla, meravigliato quando si recò in Israele nel 1950, che l’anti-franchista Salvador Espriu, che presentò Israele “come mitica proiezione della Catalogna” (3). Contro la tradizione di ultra-sinistra di sostegno ai palestinesi, troviamo alcuni radicali nazionalisti identificarsi col mito sionista. È il caso di Toni Gisbert, ex-leader del Partit Socialista di Alliberament Nacional (PSAN), responsabile dell’Azione Culturale del Paese di Valencià e marito di Nuria Cadenas (indipendentista imprigionata per anni per terrorismo). Questo radicale identifica giudaismo e catalanismo con testi ricchi di manipolazioni storiche, vero omaggio al nazionalismo razziale: “I punti in comune con l’ebraismo sono notevoli… una parte importante del nostro popolo rivendica, come anche una parte importante dell’ebraismo, una propria patria. (…) Un territorio dove non siamo solo noi: come gli ebrei, siamo stati convertiti in una minoranza in alcune parti della nostra terra dopo secoli di occupazione. (…) Ma come loro, vi abbiamo vissuto sempre fin dalla nascita come popolo. (…) Né rinunciamo ai territori in cui siamo una minoranza: perché per noi la terra ha valore, ci identifica e ci unisce“(4). Le relazioni tra catalanismo e sionismo iniziarono già sotto il franchismo, forgiate, ad esempio, all’amicizia del padre di Jordi Pujol con l’imprenditore David Tennenbaum, creatore della Banca Dorca de Olot, da cui nacque la futura Banca Catalana (5). Le relazioni tra il nazionalismo dell’alta borghesia (al di là di CiU e PSC) sono il termometro delle vere aspirazioni della Catalogna all’indipendenza. Le pressioni politiche delle élite nazionaliste catalane permisero nel 2005 che le relazioni tra Israele e Catalogna avessero un balzo. Queste relazioni furono mantenute con l’incontro di Maragall con Shimon Peres e il consolidamento della cooperazione tecnologica tra Catalogna e Israele attraverso la Fondazione per la ricerca catalana.

Reti d’influenza politica, giornalistica e culturale
Secondo il quotidiano La Vanguardia (6), i politici dalla maggiore sensibilità verso Israele, riponendovi la fiducia per un possibile sostegno in caso d’indipendenza, sono: l’ex-presidente Jordi Pujol (ora caduto in disgrazia); Josep Lluís Carod-Rovira, quando era presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente della Generalitat; Miquel Sellarès, giornalista e ex-capo della sicurezza nei governi del CiU; Joan Oliver, ex-direttore di TV3 e militante dek CiU, e Maria Josep Estanyol, dottoressa di filologia semitica presso l’Università di Barcellona e militante di ERC. Tra i giornalisti più influenti troviamo Pilar Rahola, partigiana viscerale delle politiche radicali di Ariel Sharon (a cui la lobby pubblicitaria ebraica di La Vanguardia chiese di mantenerla come giornalista, a qualsiasi prezzo); il giornalista Pere Bonín; Joan B. Culla, storico dell’Università autonoma di Barcellona e uno degli intellettuali indipendentisti più impegnati; la scrittrice Marta Pessarrodona e Lluís Bassat, di origine ebraica e uno dei catalani più influenti. Vicenç Villatoro merita un’attenzione particolare: fu vicepresidente di Convergencia i Unió (CiU), scrittore, giornalista ed ex-direttore del quotidiano nazionalista Avui e della Catalan Corporation of Radio and Television, che comprende le emittenti della Generalitat. Villatoro ha un impressionante curriculum formato all’ombra del potere e dei posti concessigli. Tra i media più filo-sionisti della Catalogna vanno innanzitutto indicati i quotidiani Avui e La Vanguardia, come abbiamo già detto, con Pilar Rahola come sua polena. Le stazioni radio e televisive pubbliche (TV3, C33 e Ràdio Catalunya), quando Vicenç Villatoro si dimise da direttore, ne rivelarono l’orientamento pro-Israele. Ciò perché una parte del nazionalismo catalano, risentito verso la borghesia, si paragona ai palestinesi (un popolo senza Stato oppresso da Israele). Anche così, nelle trasmissioni di TV3 e C33, Villatoro, Rahola, Joan B. Culla e altri rimangono ospiti fissi. Pilar Rahola era una degli ospiti fissi della rete televisiva controllata dal gruppo Godó (8TV). Anche la Fundació Catalunya Oberta, nel cui patronato troviamo figure indipendentiste cooptate da TV3 come Xavier Sala i Martin, è sempre a favore delle tesi israeliane sui palestinesi. C’è anche una rete mediatica impegnata a sostenere lo Stato d’Israele a tutti i costi. È la Tribuna Catalana, pagina dedicata alla politica generale che ha collegamenti con il Centre d’Estudes de Catalunya (CEEC) diretto da Miquel Sellarès, e la rivista Debat Nacionalista, che soprattutto pubblica interviste allo storico Joan B. Culla a cui dedica la copertina. Il Centre d’Estudis Estratégici de Catalunya, mostra una chiara linea anti-jihadista e a favore delle tesi israeliane. Quando la NATO invase l’Afghanistan, il CEEC parlò di “opzione che potrebbe sembrare “dura”, ma in verità realistica” (7). Ad esempio, in un altro articolo, la politica estera di Zapatero veniva attaccata come antiamericana, anti-israeliana e pro-araba. Con tale posizione, un altro articolo lamentava la decisione (finalmente revocata) di vendere aerei e navi al Venezuela del governo Zapatero, che avrebbe compromesso l’amicizia con gli Stati Uniti (8). Alcune pagine del sito web riportano articoli importanti come: “La Spagna si oppone al governo d’Israele?” o giustificano gli attacchi preventivi israeliani (9). Tribuna Catalana pubblica articoli anti-palestinesi, come quelli contro la vittoria elettorale di Hamas o gli aiuti europei all’Autorità palestinese. Ci sono anche dichiarazioni sorprendenti contro la posizione filo-palestinese di parte della sinistra israeliana. L’argomento avanzato da Tribuna Catalana è denunciare: “l’auto-odio dell’estrema sinistra israeliana avvicinatasi ai gruppi palestinesi” (10). Un altro media totalmente sovvenzionato dalla Generalitat, ma con sede a Valencia, è la rivista El Temps, chiaramente filo-Israele e contraria ai palestinesi. In essa, Pilar Rahola ha scritto una relazione sulla comunità ebraica dei “Paissos Catalans”, giustificando i massacri israeliani in Libano a seguito alla cattura di soldati israeliani per mano di Hezbollah.Dall’opinione… alla repressione
Vicenç Villatoro, quando era responsabile della radiotelevisione catalana, licenziò il giornalista Eugeni García, corrispondente a Gerusalemme di Ràdio Catalunya. Il comitato dei giornalisti della stazione radio denunciò con un comunicato che il licenziamento era dovuto alla “ripetuta pressione della comunità ebraica di Catalogna, che s’interroga sull’imparzialità delle informazioni nella redazione e del suo corrispondente a Gerusalemme” (12). Un’altra famosa polemica nel mondo del giornalismo catalano si ebbe quando Vicenç Villatoro attaccò il giornalista Antoni Bassas, di Radio Catalunya, con una lettera al giornale Avui, per non aver silenziato un ascoltatore che chiamando il programma di Bassas disse che “ebrei e Israele sono l’asse del male“. Altri attacchi, ad esempio dalla Tribuna Catalana, furono diretti contro l’infantilismo di TV3 nel trattare la guerra in Iraq o le informazioni su USA e Israele, accusandone il giornalista Joan Roura (13). Roura fu attaccato anche su La Vanguardia da Joaquim Roglán, che “denunciò” il giornalista televisivo per non essere “imparziale” nel conflitto arabo-israeliano, riferendosi in “modo sproporzionato” alle violenze dello Stato d’Israele.

La divisione nell’ERC sulla posizione palestinese
ERC è un partito che ha tradizionalmente favorito le tesi israeliane, coincidenti col pulpito di Pilar Rahola. Ma dato che l’ERC viene soverchiata dal nazionalismo di ultra-sinistra del PSAN e di Terra Lliure, le tesi pro-palestinesi guadagnano terreno. Ciò ha portato a conflitti interni sempre più o meno latenti. Carod-Rovira, quando era presidente, ebbe un forte scontro su questo argomento con Rosa Bonàs e Joan Puigcercós. La JERC, gioventù dell’ERC, seguendo questa posizione di ultrasinistra, manifestò ripetutamente a favore della causa palestinese. Tuttavia, l’ERC non si è mai espresso pubblicamente a favore della Palestina. Un esempio dell’influenza israeliana nell’ERC può essere verificato sul nº 70 (aprile-maggio 2006) di Esquerra Nacional, rivista ufficiale dell’ERC. Nella prima pagina di questo numero viene intervistato Jaime Fernández, storico e attivista dell’ERC, spiegando l’equilibrio di una conferenza su sionismo e catalanismo in cui partecipavano i consiglieri della Generalitat. Secondo Fernández, che per una “curiosa” coincidenza è anche membro del CEEC, la conferenza denunciava il “pensiero unico” contro Israele, “ancorato a una posizione ideologica ereditata da un marxismo esagerato” (15). Quando Carod-Rovira visitò Israele insieme a Maragall nel maggio 2005, per rendere omaggio a Yitzhak Rabin, ucciso da un ebreo ultraortodosso, polemiche esplosero nella sinistra sulla solidarietà con la causa palestinese, anche se la stampa ufficiale mantenne il silenzio assoluto sulla questione. Il collettivo Palestina Resisteix ricordò a Carod il passato terrorista di Rabin, quando ordinò alle unità militari di svolgere operazioni di pulizia etnica (16). Sembra che Carod fosse più simpatizzante del Partito laburista israeliano, e in alcune delle sue manifestazioni elettorali, ad esempio nel 2006, invitò l’ambasciatore israeliano.

Josep Lluis Carod-Rovira

Rosa Bonàs, la rappresentante della dissidenza anti-israeliana
Rosa Bonàs, che fu deputata al Parlamento spagnolo per l’ERC, è una delle eccezioni nel panorama nazionalista catalano filo-ebraico. Il suo merito è anche di aver sposato un israeliano, avendo figli di quella nazionalità e di aver trascorso diversi anni in Israele, Paese da cui fuggì, come spiega: “Poiché gli insediamenti si moltiplicavano a Gaza e Cisgiordania, l’esercito israeliano da difesa divenne d’occupazione con tutto ciò che comporta. (…) nel 1989, nostro figlio aveva dieci anni, sapevamo che aveva due opzioni: essere un soldato di un esercito di occupazione o passare la gioventù in prigione, come tanti amici che si rifiutarono di prestare servizio nei territori occupati” (17). Rosa Bonàs fu nell’occhio del ciclone sionista quando propose al Congresso dei Deputati, insieme a Puigcercòs, la sospensione di tutti gli aiuti statali spagnoli ad Israele, inclusa la cooperazione culturale, in segno di protesta contro la politica genocida di Ariel Sharon e l’occupazione dei territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania, proprio mentre Carod e Maragall omaggiavano Rabin. Ciò sollevò le proteste irate dell’ambasciata israeliana e gli insulti gutturali di Pilar Rahola, accusandola di essere una nazista. Carod e Rovira risolsero la questione chiedendo scusa con una lettera in cui descrissero l’iniziativa di Rosa Bonàs come “grave errore politico che peraltro non è in alcun modo conforme alle nostre convinzioni” (18).

Se si hanno dubbi
Il quotidiano El País pubblicò il seguente articolo il 29 ottobre 1988: “Tutti sanno che sono interessato alla causa sionista e che sostengo gli ebrei dal 1950“, ricordò Jordi Pujol nel gennaio 1986 commentando il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Israele. Ma la devozione di Pujol alla causa d’Israele può essere spiegata solo dalle sue convinzioni e concezioni religiose del nazionalismo. “Dobbiamo avere (noi catalani) la mistica collettiva del popolo israeliano e anche di più. Solo chi crede in se stesso e ha una profonda convinzione nella storia può sopravvivere“, disse nel maggio 1987 ai membri della maggiore organizzazione ambientale israeliana durante una visita di cinque giorni in Israele. Il viaggio si concluse con la firma di un documento di cooperazione agraria, ufficialmente una lettera d’intenti, tra la Generalitat catalana e il governo israeliano; l’impegno a creare una cattedra di catalano presso l’Università di Tel Aviv; la realizzazione di un’altra sull’uso del catalano nella comunità ebraica; un accordo per scambiare le produzioni televisive tra TV-3 e televisione israeliana, e la promessa di donare mezzo milione di lisas, un pesce d’acqua dolce, per ripopolare il lago di Tiberiade. Un anno dopo, nel maggio 1988, CiU impedì la votazione al Parlamento della condanna della repressione israeliana a Gaza e Cisgiordania. Il governo Pujol concesse la croce di Sant Jordi all’ex-ambasciatore d’Israele in Spagna, Samuel Hadas.Note:
1) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
2) Idem
3) Idem
4) Indymedia
5) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
6) Idem
7) CEEC
8) CEEC
9) CDC
10) Tribuna
11) Xevi Camprubí, L’altro lato del conflitto. El Temps, n. 1555, 1/8/2006
12) Jordi Rovira, Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
13) Tribuna
14) Tribuna
15) Esquerra n°70
16) Palestina Resisteix
17) Rosa Maria Bonas
18) Desde Sefarad

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il governo catalano contatta il Mossad per creare la propria intelligence

El Confidencial Digital 26/09/2014Il governo catalano continua a lavorare sulle strutture del suo futuro Stato indipendente, incluso il desiderato servizio d’informazione. I rappresentanti della Generalitat hanno contattato agenzie d’intelligence occidentali per chiedere aiuto, come BND tedesca, DGSE francese e Mossad israeliano. Richiedendo l’avvio di una collaborazione e offrendo scambio di informazioni. Secondo quanto El Confidencial Digital ha appreso da fonti politiche, gli interlocutori che “parlano per conto del governo catalano” hanno recentemente contattato almeno tre agenzie d’intelligence straniere per cercare di averne il sostegno nella creazione della cosiddetta ‘CNI catalana’.

Lettere a Mossad, BND e DGSE
Approcci sono stati effettuati tramite telefonate e anche lettere inviate a Bundesnachrichtendienst, l’agenzia d’intelligence estera del governo tedesco, Direzione della sicurezza estera francese e Mossad israeliano. Secondo queste voci, sono stati contattati anche servizi di altri Paesi, anche se per ora non è noto quali. Come affermato da fonti consultate, le lettere sono state indirizzate ai responsabili delle relazioni istituzionali di tali enti, e sono state scritte in tedesco (BND), francese (DGSE) e inglese (Mossad).

Collaborare con una “nazione europea”
La richiesta specifica del governo è l’inizio dei colloqui bilaterali per fondare una futura collaborazione tra questi servizi d’informazione e un futuro ente d’intelligence catalano. Nelle lettere, come rivelato dalle fonti consultate, viene rivelato che “le esigenze informative” esistono in tutti gli Stati “per la sicurezza dei propri cittadini”. E descrivono la Catalogna come “nazione alleata europea”.

Armi, droghe, terrorismo islamico
Le lettere inviate alle tre organizzazioni d’intelligence indicavano tre settori specifici della collaborazione sulla sicurezza: lotta al traffico di armi e droga, alle reti della criminalità organizzata e alle cellule del terrorismo islamico. Quest’ultimo punto, il terrorismo islamico, è una delle più preoccupanti per le autorità catalane. Gli Stati Uniti sostengono che, come territorio, la Catalogna è “il più grande centro mediterraneo del jihadismo”, come si è visto in alcuni documenti dei servizi statunitensi pubblicati sulla rete da Wikileaks.

“Fuori dall’ombrello protettivo”
Il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz ha recentemente affermato che se la Catalogna sarà indipendente, il territorio sarà “al di fuori dell’ombrello protettivo” delle forze di sicurezza e degli organi dello Stato, così come dall’accesso alle informazioni ottenute dai servizi d’intelligence spagnoli e anche da quelle che lo Stato ottiene con la collaborazione con i servizi esteri. Lo scorso febbraio (2014), il direttore generale della Polizia Nazionale, Ignacio Cosidó, indicò la minaccia di gruppi di criminali organizzati attivi nel territorio catalano. Secondo lui, un terzo delle bande in Spagna si trova in Catalogna, e sono dedite a traffico di droga, riciclaggio di denaro e tratta di esseri umani. Come segnalato da El Confidencial Digital, l’ipotetica secessione dalla Catalogna lascerebbe le sue “forze di sicurezza” senza accesso ai database basilari per la lotta al terrorismo, ad esempio Adextra o la rete di allerta dell’Europol e di altre forze di polizia internazionali, a cui i Mossos d’Esquadra possono ora ricorrere attraverso Polizia Nazionale e Guardia Civil.

La Catalogna ha già la sua intelligence
La richiesta del governo catalano ai servizi BND, DGSE e Mossad tramite intermediari non è una mera richiesta di informazioni e assistenza, ma anche un’offerta di “collaborazione”. Secondo la testimonianza di chi conosce queste comunicazioni, il firmatario delle lettere afferma che la Catalogna “ha già una rete di fonti d’informazione”, anche se non specifica quali e in che misura. Finora, alcuna comunicazione, nota a chi conosce questa faccenda riservata, è giunta in risposta dai servizi d’intelligence esteri contattati.Traduzione di Alessandro Lattanzio