Zenryoku☆Summer!

Aho Girl Opening Full 「Zenryoku☆Summer!」 by Angela

Aho Girl Ending Full: Odore! Kyuukyoku Tetsugaku by Sumire Uesaka

Sumire Uesaka

Eien no Kotae

Seikaisuru Kado 正解するカド ED 「Eien no Kotae」 (Peformed by Haruca)

正解するカド-OP テーマ[旅詩] Seikaisuru Kado – OP: Tabiuta (performed by Saraka Tsukai and M·A·O)

Marx e l’Esercito industriale di riserva

Il Capitale, Libro I, Sezione VII, Capitolo 23, Paragrafo 3
(PS. Tanti cosiddetti ‘marxisti’ indicano pure fonti e bibliografie errate).

3. PRODUZIONE PROGRESSIVA DI UNA SOVRAPPOPOLAZIONE RELATIVA OSSIA DI UN ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA.
L’accumulazione del capitale che in origine si presentava solo come suo ampliamento quantitativo si compie, come abbiamo visto, in un continuo cambiamento qualitativo della sua composizione, in un costante aumento della sua parte costitutiva costante a spese della sua parte costitutiva variabile. Il modo di produzione specificamente capitalistico, lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ad esso corrispondente, il cambiamento della composizione organica del capitale che ne deriva non soltanto vanno di pari passo con il progresso dell’accumulazione o con l’aumento della ricchezza sociale. Essi procedono con rapidità incomparabilmente maggiore, perchè l’accumulazione semplice ossia l’estensione del capitale complessivo è accompagnata dalla centralizzazione dei suoi elementi individuali, e la rivoluzione tecnica del capitale addizionale è accompagnata dalla rivoluzione tecnica del capitale originario. Con il procedere dell’accumulazione varia quindi la proporzione fra la parte costante del capitale e quella variabile; se in origine era di i 1:1 ora diventa 2 : 1, 3 :1, 4 1, 5 : 1, 7 : 1, ecc., cosicchè, aumentando il capitale, invece della metà del suo valore complessivo si convertono in forza-lavoro progressivamente solo 1/3, 1/4, 1/5, 1/6, 1/8, ecc., e di contro si convertono in mezzi di produzione 2/3, 3/4, 4/5, 5/6, 7/8, ecc. Siccome la domanda di lavoro non è determinata dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costitutiva variabile, essa dirninuirà quindi in proporzione progressiva con l’aumentare del capitale complessivo, invece di aumentare in proporzione di esso, come è stato presupposto prima. Essa diminuisce in rapporto alla grandezza del capitale complessivo, e diminuisce in progressione accelerata con l’aumentare di essa.
Con l’aumentare del capitale complessivo cresce, è vero, anche la sua parte costitutiva variabile ossia la forza-lavoro incorporatale, ma cresce in proporzione costantemente decrescente.
Gli intervalli in cui l’accumulazione opera come semplice allargamento della produzione sulla base tecnica data, si accorciano. Non soltanto si rende necessaria un’accumulazione del capitale complessivo accelerata in progressione crescente per assorbire un numero addizionale di operai di una certa grandezza o anche, a causa della costante metamorfosi del vecchio capitale, soltanto per occupare il numero già operante; a sua volta questa crescente accumulazione e centralizzazione stessa si converte ancora in una fonte di nuovi cambiamenti nella composizione del capitale o in una diminuzione di bel nuovo accelerata della sua parte costitutiva variabile a paragone della costante. Questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile, accelerata con l’aumentare del capitale complessivo e accelerata in misura maggiore del proprio aumento, appare dall’altra parte, viceversa, come un aumento assoluto della popolazione operaia costantemente più rapido dì quello del capitale variabile ossia dei mezzi che le danno occupazioni. È invece l’accumulazione capitalistica che costantemente produce, precisamente in proporzione della propria energia e del proprio volume, una popolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua ossia addizionale.
Per quanto riguarda il capitale sociale complessivo, il movimento della sua accumulazione ora provoca un cambiamento periodico, ora i suoi momenti si distribuiscono contemporaneamente nelle sfere diverse della produzione. In alcune sfere si verifica un cambiamento nella composizione del capitale senza aumento della sua grandezza assoluta a seguito della semplice concentrazione in altre l’aumento assoluto del capitale è collegato a una diminuzione assoluta della sua parte costitutiva variabile, ossia della forza-lavoro da essa assorbita; in altre ora il capitale continua ad aumentare sulla propria base tecnica data attraendo forza-lavoro addizionale in proporzione del proprio aumento, ora subentra un cambiamento organico e la sua parte costitutiva variabile si contrae; in tutte le sfere l’aumento della parte variabile del capitale e quindi del numero degli operai occupati è sempre legato a violente fluttuazioni e a una passeggera produzione di sovrappopolazione, sia che questa assuma la forma più vistosa respingendo gli operai già occupati, sia che assuma quella meno appariscente, ma non meno efficace, di una maggiore difficoltà nell’assorbimento della popolazione operaia addizionale nei consueti canali di sfogo. Insieme con la grandezza del capitale sociale già in funzione, insieme col grado del suo aumento, con la estensione della scala. di produzione e della massa degli operai messi in moto, insieme con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, insieme col flusso più largo e più pieno di tutte le fonti sorgive della ricchezza, si estende anche la scala in cui una maggiore attrazione degli operai da parte del capitale è legata ad una maggiore ripulsione di questi ultimi, aumenta la rapidità dei cambiamenti. nella composizione organica del capitale e nella sua forma tecnica, e si dilata l’ambito delle sfere di produzione, le quali ora ne sono prese contemporaneamente, ora alternativamente. Quindi la popolazione operaia produce in misura crescente, mediante l’accumulazione del capitale da essa stessa prodotta, i mezzi per render se stessa relativamente eccedente.
È questa una legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico, come di fatto ogni modo di produzione storico particolare ha le proprie leggi della popolazione particolari, storicamente valide. Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia.
Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione. Insieme con l’accumulazione e con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ad essa concomitante cresce la forza d’espansione subitanea del capitale non soltanto perchè crescono l’elasticità del capitale funzionante e la ricchezza assoluta, di cui il capitale costituisce semplicemente una parte elastica, non soltanto perchè il credito mette, ad ogni stimolo particolare, in un batter d’occhio, una parte straordinaria di questa ricchezza in veste di capitale addizionale, a disposizione della produzione. Le condizioni tecniche dello stesso processo di produzione, le macchine, i mezzi di trasporto ecc. consentono, sulla scala più larga, la più rapida trasformazione del plusprodotto in mezzi addizionali di produzione. La massa della ricchezza sociale che con il progredire dell’accumulazione trabocca e diventa trasformabile in capitale addizionale entra impetuosamente e con frenesia in rami vecchi della produzione, il cui mercato improvvisamente si allarga, oppure in rami dischiusi per la prima volta, come ferrovie ecc., la cui necessità sorge dallo sviluppo dei rami vecchi della produzione. In tutti questi casi grandi masse di uomini devono essere spostabili improvvisamente nei punti decisivi, senza pregiudizio della scala di produzione in altre sfere; le fornisce la sovrappopolazione. Il ciclo vitale caratteristico dell’industria moderna, la forma di un ciclo decennale di periodi di vivacità media, produzione con pressione massima, crisi e stagnazione, interrotto da piccole oscillazioni, si basa sulla costante formazione, sul maggiore o minore assorbimento. e sulla nuova formazione dell’esercito industriale di riserva della sovrappopolazione. Le alterne vicende del ciclo industriale reclutano a loro volta la sovrappopolazione e diventano uno degli agenti più energici della sua riproduzione.
Questo peculiare ciclo vitale dell’industria moderna, che non incontriamo in alcun periodo anteriore dell’umanità, era stato impossibile anche nel periodo dell’infanzia della produzione capitalistica. La composizione del capitale si è modificata solo molto gradualmente. Alla sua accumulazione corrispondeva quindi in complesso un aumento proporzionale della domanda di lavoro. Per quanto fosse lento il progresso dell’accumulazione del capitale, paragonato all’epoca moderna, esso s’imbatteva in limiti naturali della popolazione operaia sfruttabile che solo i mezzi violenti, di cui parleremo più avanti, potevano eliminare. L’espansione improvvisa e a scatti della scala di produzione è il presupposto della sua improvvisa contrazione; quest’ultima provoca di nuovo la prima, ma la prima non è possibile senza un materiale umano disponibile, senza un aumento degli operai indipendente dall’aumento assoluto della popolazione. L’aumento degli operai viene creato mediante un processo semplice che ne « libera » costantemente una parte, in virtù di metodi che diminuiscono il numero degli operai occupati in rapporto alla produzione aumentata. La forma di tutto il movimento dell’industria moderna nasce dunque dalla costante trasformazione di una parte della popolazione operaia in braccia disoccupate o occupate a metà. La superficialità dell’economia politica risulta fra l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito, che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di quei periodi. Proprio allo stesso modo che i corpi celesti, una volta gettati in un certo movimento, lo ripetono costantemente, anche la produzione sociale, una volta gettata in quel movimento di espansione e di contrazione che si alternano, lo ripete costantemente. Effetti diventano a loro volta cause, e le alterne vicende di tutto il processo, che riproduce costantemente le proprie condizioni, assumono la forma della periodicità. Una volta consolidata quest’ultima. perfino l’economia politica riesce a concepire la produzione di una popolazione eccedente relativa, cioè eccedente riguardo al bisogno medio di valorizzazione del capitale, come condizione vitale dell’industria moderna.
«Posto», dice H. Merivale, prima professore di economia politica a Oxford, in seguito funzionario del ministero inglese delle colonie, «posto che in occasione di una crisi la nazione facesse uno sforzo massimo per liberarsi mediante l’emigrazione di alcune centinaia di migliaia di poveri superflui, quale ne sarebbe la conseguenza? Che al primo ritorno della domanda di lavoro vi sarebbe una deficienza di operai. Per quanto possa essere rapida la riproduzione degli uomini, essa ha comunque bisogno dell’intervallo di una generazione per sostituire gli operai adulti. Ora, i profitti dei nostri fabbricanti dipendono in via principale dal loro potere di sfruttare il momento favorevole della forte domanda e di risarcirsi in tal modo per il periodo della stagnazione. Questo potere è assicurato loro solo dal comando sulle macchine e sul lavoro manuale. Essi devono trovare pronte braccia disponibili; devono essere in grado di aumentare o diminuire, se necessario, la tensione nell’attività delle operazioni di quelle, seconda dello stato del mercato, oppure si trovano semplicemente nell’impossibilità di sostenere la preponderanza nell’incalzare della concorrenza, preponderanza su cui è fondata la ricchezza di questo paese»[80]. Perfino Maltus riconosce nella sovrappopolazione una necessità dell’industria moderna benché, secondo il suo modo di vedere ristretto, egli la faccia derivare da un aumento eccessivo assoluto della popolazione operaia e non dal fatto che essa venga posta in soprannumero. Egli dice: «Sagge consuetudini riguardo al matrimonio, se spinte a un certo livello fra la classe operaia di un paese che dipenda principalmente dalla manifattura e dal commercio, gli riuscirebbero dannose… Secondo la natura della popolazione un aumento di operai non può essere fornito al mercato, in seguito a particolare domanda, se non dopo 16 o 18 anni, e la trasformazione del reddito in capitale mediante il risparmio può aver luogo con molto maggiore rapidità; un paese è sempre esposto al rischio che il suo fondo di lavoro cresca più rapidamente che non la popolazione». Dopo aver definito in tal modo la costante produzione di una sovrappopolazione relativa di operai come una necessità dell’accumulazione capitalistica, l’economia politica, facendolo appropriatamente parlare per bocca di una vecchia zitella, fa dire da quel « beau idéal » del suo capitalista le seguenti parole ai «soprannumero» gettati sul lastrico dalla propria creazione di capitale addizionale: «Noi fabbricanti facciamo per voi quello che possiamo aumentando il capitale dal quale voi dovete trarre i mezzi di sussistenza; e voi dovete fare il resto adeguando il vostro numero ai mezzi di sussistenza».
Alla produzione capitalistica non basta affatto la quantità di forza-lavoro disponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere mano libera essa abbisogna di un esercito industriale di riserva indipendente da questo limite naturale.
Finora è stato presupposto che all’aumento o alla diminuzione del capitale variabile corrisponda esattamente l’aumento o la diminuzione del numero degli operai occupati.
Ma, eguale restando o perfino diminuendo i! numero degli operai da esso comandati, il capitale variabile cresce solo più lentamente di quello che aumenti la massa del lavoro, quando l’operaio individuale fornisce più lavoro e il suo salario quindi aumenta, benché il prezzo del lavoro rimanga eguale o perfino cali. L’aumento del capitale variabile diventa allora indice di più lavoro, ma non di un maggiore numero di operai occupati. Ogni capitalista è assolutamente interessato a spremere una determinata quantità di lavoro da un minore numero di operai invece che da un numero maggiore a prezzo egualmente conveniente o anche più conveniente. In quest’ultimo caso l’esborso di capitale costante aumenta in rapporto alla massa del lavoro messa in moto, nel primo caso aumenta molto più lentamente. Quanto più larga la scala di produzione, tanto più decisivo è questo motivo. Il suo peso cresce insieme con l’accumulazione del capitale.
Si è visto che lo sviluppo del modo capitalistico di produzione e della forza produttiva del lavoro — causa ed effetto allo stesso tempo dell’accumulazione — mette in grado il capitalista di rendere liquida, con il medesimo esborso di capitale variabile, una maggiore quantità di lavoro sfruttando maggiormente, o in via estensiva o intensiva, le forze-lavoro individuali. Si è visto inoltre che egli compra più forze-lavoro con il medesimo valore capitale sostituendo progressivamente forza-lavoro qualificata con forza-lavoro non qualificata, forza-lavoro matura con quella immatura, forza-lavoro maschile con quella femminile, forza-lavoro adulta con quella giovanile o infantile.
Da un lato dunque, nel progredire dell’accumulazione, un capitale variabile maggiore rende liquida una maggior quantità di lavoro senza arruolare un maggior numero di operai, dall’altro un capitale variabile della medesima grandezza rende liquida una maggiore quantità di lavoro mediante una medesima massa di forza-lavoro e infine rende liquido un maggior numero di forze-lavoro inferiori soppiantando quelle superiori.
La produzione di una sovrappopolazione relativa ossia la messa in libertà di operai procede perciò ancora più rapida che non la rivoluzione tecnica del processo di produzione accelerata di per sè col progredire dell’accumulazione e che non la corrispondente diminuzione proporzionale della parte variabile del capitale nei confronti di quella costante. Se i mezzi di produzione, mano a mano che aumentano di volume e di efficacia, diventano, in misura minore mezzi d’occupazione degli operai, questo stesso rapporto viene a sua volta modificato giacchè, nella misura in cui cresce la forza produttiva del lavoro, il capitale aumenta la sua offerta di lavoro con rapidità maggiore che non la sua domanda di operai. Il lavoro fuori orario della parte occupata della classe operaia ingrossa le file della riserva operaia, mentre, viceversa, la pressione aumentata che quest’ultima esercita con la sua concorrenza sulla prima, costringe questa al lavoro fuori orario e alla sottomissione ai dettami del capitale. La condanna di una parte della classe operaia e un ozio forzoso mediante il lavoro fuori orario dell’altra parte e viceversa diventa mezzo d’arricchimento del capitalista singolo e accelera allo stesso tempo la produzione dell’esercito industriale di riserva su una scala corrispondente al progresso dell’accumulazione sociale. Quanta importanza abbia questo elemento nella formazione della sovrappopolazione relativa lo dimostra pere esempio, l’Inghilterra. I suoi mezzi tecnici per « risparmiare » lavoro sono colossali. Ciò malgrado, se domani il lavoro venisse in via generale limitato a una misura razionale, e venisse graduato a sua volta secondo i differenti strati della classe operaia in base all’età e al sesso, la popolazione operaia esistente sarebbe assolutamente inadeguata alla continuazione della produzione nazionale su scala attuale. La grande maggioranza degli operai ora «improduttivi» dovrebbe essere trasformata in operai «produttivi».
Tutto sommato i movimenti generali del salario sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Non sono dunque determinati dal movimento del numero assoluto della popolazione operaia, ma dalla mutevole proporzione in cui la classe operaia si scinde in esercito attivo e in esercito di riserva, dall’aumento e dalla diminuzione del volume relativo della sovrappopolazione, dal grado in cui questa viene ora assorbita ora di nuovo messa in libertà. Per l’industria moderna con il suo ciclo decennale e le sue fasi periodiche che per giunta col progredire dell’accumulazione vengono intersecate dalle oscillazioni irregolari che si susseguono sempre più rapidamente, sarebbe effettivamente una bella legge quella che regolasse l’offerta e la domanda di lavoro non mediante l’espansione e la concentrazione del capitale, cioè secondo i suoi bisogni di valorizzazione del momento, cosicché il mercato del lavoro appaia ora relativamente al di sotto del livello normale in quanto il capitale si espande, ora di nuovo sovraccarico in quanto esso si contrae, bensì, viceversa, facesse dipendere il movimento del capitale dal movimento assoluto della massa della popolazione. Questo tuttavia è il dogma degli economisti. Secondo esso conseguenza dell’accumulazione del capitale è l’aumento del salario. Il salario aumentato sprona a un più rapido aumento della popolazione operaia e questo aumento perdura finché il mercato del lavoro è sovraccarico e quindi il capitale è diventato insufficiente in rapporto all’offerta di operai. Il salario diminuisce, e allora si ha il rovescio della medaglia. Mediante la diminuzione del salario la popolazione operaia viene mano a mano decimata, così che il capitale ridiventa eccedente nei suoi confronti, oppure, secondo la spiegazione di altri, il salario in diminuzione e il corrispondente aumento dello sfruttamento dell’operaio accelerano di nuovo l’accumulazione, mentre allo stesso tempo il basso salario frena l’aumento della classe operaia. In tal modo si ricostituisce la proporzione in cui l’offerta di lavoro è più bassa della domanda, il salario sale ecc. Un bel metodo di movimento quésto per la produzione capitalistica sviluppata!
Prima che potesse verificarsi un qualche aumento positivo della popolazione realmente atta al lavoro, aumento dovuto all’aumento del salario, il termine entro il quale deve essere condotta la campagna industriale, combattuta e decisa la battaglia, sarebbe più che trascorso.
Fra il 1849 e il 1859 nei distretti agricoli dell’Inghilterra si ebbe, insieme ai prezzi dei cereali in diminuzione, un aumento dei salari, dal punto di vista pratico puramente nominale: nel Wiltshire per esempio il salario settimanale salì da 7 a 8 scellini, nel Dorsetshire da 7 o 8 a 9 ecc. Era una conseguenza del deflusso straordinario della sovrappopolazione agricola, causato dalla domanda per gli arruolamenti di guerra, dall’estensione in massa delle costruzioni ferroviarie, delle fabbriche, miniere ecc. Quanto più basso è il salario tanto più alta è l’espressione percentuale di ogni suo aumento per quanto insignificante. Se il salario settimanale ammonta per esempio a 20 scellini e se sale a 22, sale del 10 %; se invece ammonta a 7 scellini soltanto e se sale a 9, l’aumento è del 28 e 4/7 %, il che suona molto abbondante. Comunque i fittavoli si lamentavano a gran voce e perfino il London Econornist parlava tutto serio di «a general and substantial advance» riferendosi a quei salari di fame. Che cosa fecero allora i fìttavoli? Attesero forse finché gli operai agricoli, in seguito a questo brillante pagamento, si fossero moltiplicati al punto che il loro salario dovesse di nuovo diminuire, secondo quanto avviene nel cervello dogmatico dell’economista? Introdussero più macchine, e in batter d’occhio gli operai erano di nuovo « in soprannumero » in una proporzione che bastava perfino ai fittavoli. Ora si trovava investito nell’agricoltura « più capitale» di prima e in una forma più produttiva. Con ciò la domanda di lavoro diminuì non solo relativamente, ma in via assoluta.
Quella finzione economica scambia le leggi che regolano il movimento generale del salario ossia il rapporto fra classe operaia, cioè forza-lavoro complessiva, e capitale complessivo sociale, con le leggi che distribuiscono la popolazione operaia fra le sfere particolari della produzione. Se per esempio a causa di una congiuntura favorevole l’accumulazione è particolarmente forte in una data sfera di produzione, i profitti vi sono maggiori di quelli medi e il capitale addizionale preme per entrarvi, la domanda dì lavoro e il salario saliranno naturalmente. Il salario più elevato attira nella sfera favorita una parte maggiore della popolazione operaia, finché la sfera sarà satura di forza-lavoro, e finché a lungo andare il salario riscenderà al suo livello medio anteriore o al di sotto di questo, qualora la calca fosse stata troppo grande. Allora l’immigrazione di operai nel ramo d’industria in questione non solo finisce, ma cede addirittura il suo posto alla loro emigrazione. Qui l’economista politico crede di vedere «dove e come», con l’aumento del salario si abbia un aumento assoluto di operai, e con l’aumento assoluto degli operai una diminuzione del salario, ma in effetti egli vede soltanto la oscillazione locale dei mercato dei lavoro entro una sfera particolare della produzione, egli vede soltanto fenomeni della ripartizione della popolazione operaia nelle differenti sfere d’investimento del capitale, a seconda degli alterni bisogni di quest’ultimo.
L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni. La sovrappopolazione relativa è quindi lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta del lavoro. Essa costringe il campo d’azione di questa legge entro i limiti assolutamente convenienti alla brama di sfruttamento e alla smania di dominio del capitale. È questo il luogo di ricordare una fra le grandi gesta dell’apologetica degli economisti. Si ricorderà che, se mediante l’introduzione di macchine nuove o con l’estensione di macchine vecchie una porzione di capitale variabile viene trasformata in capitale costante, l’apologeta economico interpreta questa operazione, che « vincola » del capitale e con ciò « mette in libertà » operai, viceversa, nel senso che essa libera del capitale a favore degli operai. Ora soltanto si può apprezzare in pieno la spudoratezza dell’apologeta. Quello che viene messo in libertà, non sono soltanto gli operai soppiantati direttamente dalla macchina, ma in eguale misura anche il loro contingente di riserva e il contingente addizionale assorbito regolarmente durante l’abituale estensione dell’azienda sulla vecchia base. Ora tutti sono « messi in libertà », e ogni capitale nuovo, desideroso di entrar in funzione, può disporre di essi. Che esso attragga questi o altri, l’effetto sulla domanda generale del lavoro sarà eguale a zero, fin tanto che questo capitale sarà esattamente sufficiente a liberare il mercato di quello stesso numero di operai che le macchine vi hanno gettato. Se esso ne occuperà un numero minore, la massa degli operai in soprannumero crescerà; se ne occuperà un numero maggiore, la domanda generale del lavoro crescerà soltanto dell’eccedenza degli operai occupati su quelli «messi in libertà». L’impulso che i capitali addizionali alla ricerca d’investimenti avrebbero dato altrimenti alla domanda generale del lavoro, è dunque neutralizzato in ogni caso nella misura data dal numero degli operai gettati sul lastrico dalla macchina.
Vale a dire dunque che il meccanismo della produzione capitalistica fa in modo che l’aumento assoluto del capitale non sia accompagnato da un corrispondente aumento della domanda generale di lavoro.
E questo l’apologeta lo chiama una compensazione della miseria, delle sofferenze e dell’eventuale morte degli operai spostati durante il periodo di transizione che li confina nell’esercito industriale di riserva! La domanda di lavoro non è tutt’uno con l’aumento del capitale, l’offerta di lavoro non è tutt’uno con l’aumento della classe operaia, in modo che due potenze indipendenti fra di loro agiscano l’una sull’altra. Les dés sont pipés ( i dadi sono truccati). Il capitale agisce contemporaneamente da tutte e due le parti. Se da un lato la sua accumulazione aumenta la domanda di lavoro, dall’altro essa aumenta l’offerta di operai mediante la loro «messa in libertà», mentre allo stesso tempo la pressione dei disoccupati costringe gli operai occupati a render liquida una maggiore quantità di lavoro rendendo in tal modo l’offerta di lavoro in una certa misura indipendente dall’offerta di operai. Il movimento della legge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale. Quindi, non appena gli operai penetrano il mistero e si rendono conto come possa avvenire che, nella stessa misura in cui lavorano di più, producono una maggiore ricchezza altrui e cresce la forza produttiva del loro lavoro, perfino la loro funzione come mezzo di valorizzazione del capitale diventa sempre più precaria per essi; non appena scoprono che il grado d’intensità della concorrenza fra loro stessi dipende in tutto dalla pressione della sovrappopolazione relativa; non appena quindi cercano mediante Trades Unions ecc., di organizzare una cooperazione sistematica fra gli operai occupati e quelli disoccupati per spezzare o affievolire le rovinose conseguenze che quella legge naturale della produzione capitalistica ha per la loro classe, — il capitale e il suo sicofante, l’economista, strepitano su una violazione della «eterna» e per così dire «sacra» legge della domanda e dell’offerta. Ogni solidarietà fra gli operai occupati e quelli disoccupati turba infatti l’azione «pura» di quella legge. Non appena, d’altra parte, nelle colonie circostanze avverse impediscono per esempio la creazione dell’esercito industriale di riserva e insieme impediscono la dipendenza assoluta della classe operaia dalla classe dei capitalisti, il capitale si ribella, insieme con tutti i suoi Sancio Pancia ligi ai luoghi comuni, contro la «sacra» legge della domanda e dell’offerta e cerca di raddrizzarla con mezzi coercitivi.

Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt
Biblioteca Marxista
Londra, 9 aprile 1870

Caro Meyer e caro Vogt,
Ecco che mi avete in tutte le posizioni, e una volta con la mia figlia maggiore Jenny. Kugelmann ha fatto fare tutta questa roba in base a fotografie anteriori. Je ne suis pas l’auteur responsable de ces folies.
Prima di tutto, per quanto riguarda il mio lungo debito epistolare nei vostri riguardi, vedrete dal biglietto accluso di Eccarius che il Consiglio generale ha approvato un “votum of condolence” [una espressione di rammarico del Consiglio Generale dell’Internazionale per la malattia di Marx che gli impediva di partecipare alle sedute N.d.T.] a causa delle mie condizioni di salute (come vedete, mi esercito a scrivere tedesco della Pennsylvania). In realtà, a causa di continue ricadute sono stato in grado, dai primi di dicembre, di partecipare solo due volte alle sedute del Consiglio generale, talché il sottocomitato veniva sempre da me per le questioni piú importanti. In questa situazione i miei momenti liberi (e non sono ancora del tutto ristabilito) erano letteralmente assorbiti da lavori che hanno limitato la mia corrispondenza al minimo indispensabile.
Prima di tutto ad vocem Sorge: egli ha mandato, due lettere a Eccarius in quanto segretario generale. Eccarius l’ha comunicate al Consiglio generale. Ma quest’ultimo ha invitato Eccarius a passarmi le lettere perché rispondessi nella mia qualità di segretario dei rami tedeschi negli Stati Uniti. Ho esitato di proposito, perché sapevo che Meyer era in viaggio per le Indie occidentali e non riuscivo a trovare l’indirizzo privato di Vogt. Non conosco le lettere private di Sorge ad Eccarius. Probabilmente esse riguardano soltanto la questione finanziaria, pagamento di Eccarius per le sue quote alla “Anbeiter-Union”. Eccarius considera troppo la propria posizione di segretario generale e in un modo, che spesso compromette noi tedeschi agli occhi dei francesi e degli inglesi, come un mezzo per far denaro. Vedi per esempio l’accluso biglietto che mi ha scritto Lessner. Questa è anche la ragione per cui non comunicherò a Eccarius la lettera di Meyer. In essa infatti si trova la frase, irresistibile per Eccarius, che cioè Sorge sarebbe in possesso di “mezzi finanziari”.
Per quanto riguarda le due lettere ufficiali di Sorge, esse sono scritte a nome dell’Associazione generale degli operai tedeschi, “Labor Union”, n. 5, e firmate “Segretario corrispondente”. Una di queste lettere contiene ordinazioni dei rapporti del Consiglio generale e altra roba corrente. L’altra lettera sostanzialmente non contiene altro che l’annuncio che quell’associazione ha aderito all'”Internazionale”.
Oggi scriverò alcune righe al signor Sorge e gli manderò le richieste 15 copie dell’ultimo rapporto. Un certo Robert William Hume (Astoria, Long Island New York) ci ha mandato tempo fa, in occasione delle risoluzioni del Consiglio generale sulla amnistia irlandese, una lunga lettera, la cosa migliore che finora abbiamo mai ricevuto da parte anglo-americana. Su mia proposta, egli è stato nominato corrispondente angloamericano e ha accettato. Vi chiedo dunque di fare la conoscenza con lui e, a questo scopo, accludo alcune righe a lui dirette. Dall’accluso ritaglio della “Marseillaise” del 2 aprile vedrete che F. Carl e F. Jubitz – per noi degli sconosciuti – hanno mandato un messaggio a Parigi a nome degli operai tedeschi. Desidererei sapere se costoro sono dei vostri. Ciò che qui – nel Consiglio generale – suscitò perplessità la circostanza che in questo messaggio l’Internazionale non viene neppure menzionata, anzi viene trattata come se non esistesse. Il generale Cluseret si era offerto al Consiglio generale come corrispondente francese da New York. Non so se sia stato accettato, ma mi sembra di averlo sentito dire. È uno sbruffone, superficiale, invadente, fanfarone. Per esempio, in una delle sue ultime lettere alla “Marseillaise”, si presenta come rappresentante riconosciuto degli operai di New York! Tuttavia quest’uomo ha una certa importanza per noi proprio per i collegamenti con la “Marseillaise”. Nel caso vogliate fare la cono-scenza di questo “eroe”, sia pure solo per vedere che tipo è, vi accludo un credential, che potrà esservi of use anche altrimenti. Il denaro inviato da Meyer a Stepney è stato consegnato al Consiglio generale. Stepney è un inglese molto pedante, ma in gamba. Mi ha mandato la lettera di Meyer con gli allegati, di modo che ho potuto riconsegnare la cosa al Consiglio generale. Domani l’altro (11 aprile) vi manderò ciò che ho sottomano delle cose internazionali. (Oggi è troppo tardi per la posta.) Manderò pure altro materiale sui “basilesi”.
Tra le cose inviate troverete anche alcune copie delle risoluzioni, a voi note, del Consiglio generale sull’amnistia irlandese, in data 30 novembre, di cui sono io l’autore, cosí pure un pamphlet irlandese sul trattamento usato ai Fenian convicts. Mi ero proposto di presentare altre risoluzioni sulla necessità di trasformare l’attuale unione (cioè schiavitù dell’Irlanda) in a free and equal federation with Great Britain. La continuazione di questa cosa è stata sospesa per il momento, as far as public Resolutions go, a causa della mia forzata assenza dal Consiglio generale. In esso non vi è altro membro che abbia sufficienti conoscenze dellequestioni irlandesi e autorità bastante presso i membri inglesi del Consiglio generale, per potermi sostituire.
Ciò nonostante il tempo non è passato inutilmente e io vi prego di dedicare particolare attenzione a quanto segue: Dopo essermi occupato per anni della questione irlandese, sono giunto al risultato che il colpo decisivo contro le classi dominanti in Inghilterra (ed esso sarà decisivo per il movimento operaio all over the world) può essere sferrato non in Inghilterra, bensí soltanto in Irlanda. Il 1° gennaio 1870 il Consiglio generale ha emanato una circolare segreta, da me redatta in francese – (per il contraccolpo sull’Inghilterra sono importanti soltanto i giornali francesi, non quelli tedeschi) – sul rapporto tra la lotta nazionale irlandese e l’emancipazione della classe operaia e quindi sulla posizione che l’Internazionale deve assumere nei riguardi della questione irlandese.
Riassumo qui brevemente per voi i punti decisivi. L’Irlanda è il bulwark dell’aristocrazia fondiaria inglese. Lo sfruttamento di questo paese non è soltanto una delle fonti principali della sua ricchezza materiale. Esso è anche la sua massima autorità morale. Di fatto essi rappresentano il dominio dell’Inghilterra sull’Irlanda. L’Irlanda, perciò è il grand moyen mediante il quale l’aristocrazia inglese conserva il suo dominio anche in Inghilterra.
D’altro canto: se domani l’esercito e la polizia inglese si ritirano dall’Irlanda, voi avrete immediatamente an agrarian revolution in Irlanda. La caduta dell’aristocrazia inglese in Irlanda condiziona, a sua volta, e ha come conseguenza necessaria la sua caduta in Inghilterra. Ciò soddisfarrebbe la condizione preliminare per la rivoluzione prole-taria in Inghilterra. Poiché in Irlanda, sino ad oggi, la questione agraria è stata la forma esclusiva della questione sociale, poiché essa è una questione di pura sopravvivenza, una questione di vita o di morte, per l’immensa maggioranza del popolo irlandese, poiché, al tempo stesso, essa è inscindibile dalla questione nazionale, l’annientamento dell’aristocrazia fondaria inglese in Irlanda è un’operazione infinitamente piú facile che non in Inghilterra. Tutto ciò a prescindere dal carattere, piú passionale e rivoluzionario degli irlandesi, rispetto agli inglesi.
Per quanto riguarda la borghesia inglese questa ha d’abord in comune con l’aristocrazia inglese l’interesse a trasformare l’Irlanda in pura e semplice terra da pascolo che fornisce carne e lana ai prezzi piú bassi possibili for the english market. Essa ha lo stesso interesse a ridurre la popolazione irlandese al minimo mediante eviction e emigrazione forzata; in modo che il capitale inglese (capitale d’affittanza) possa funzionare in questo paese con “security”. Essa ha i medesimi interessi in clearing the estate of Irland, che aveva in the clearing of the agricultural districts of England and Scotland. Le 6.000-10.000 sterline dei proprietari assenteisti e delle altre rendite irlandesi che oggi affluiscono ogni anno a Londra, sono pure da mettere in conto. Ma la borghesia inglese ha interessi ancora piú notevoli nell’attuale economia irlandese. Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al labour market inglese e in tal modo comprime i wages nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.
E ora la cosa piú importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime lo standard of life. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro do-minio su se stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i poor whites verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese pays him back with interest in his own money. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.
Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.
Il malanno non finisce qui. Esso si riproduce al di là dell’oceano. L’antagonismo tra inglesi e irlandesi è il fondamento nascosto del conflitto tra Stati Uniti e Inghilterra. Esso rende impossibile ogni seria e sincera callaborazione tra le classi operaie dei due paesi. Esso permette ai governi dei due paesi, ogni volta che lo ritengano opportuno, di togliere mordente al conflitto sociale sia mediante il loro mutual bullying, sia, in case of need, mediante la guerra tra i due paesi.
L’Inghilterra, in quanto metropoli del capitale, in quanto potenza fino ad oggi dominante il mercato mondiale, è per il momento il paese piú importante per la rivoluzione operaia, oltre a ciò essa è l’unico paese, nel quale le condizioni materiali di tale rivoluzione si siano sviluppate fino ad un certo grado di maturità. Perciò l’obiettivo piú importante dell’Internazionale è di accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra. L’unico mezzo per accelerarla è rendere indipendente l’Irlanda. Di qui ne deriva per l'”Internazionale” il compito di mettere sempre in primo piano il conflitto tra Inghilterra e Irlanda, di prendere sempre posizione aperta a favore dell’Irlanda. Il compito specifico del Consiglio centrale a Londra, è di risvegliare nella classe operaia inglese la consapevolezza che l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è per essa una question of abstract justice or humanitarian sentiment, bensì the first condition of their own social emancipation. Questi sono approssimativamente i punti principali della circolare, e ciò ha fornito al tempo stesso le raisons d’etre, delle risoluzioni del Consiglio centrale sull’amnistia irlandese. Poco dopo ho inviato un violento articolo anonimo sul trattamento riservato dagli inglesi ai feniani ecc., contro Gladstone ecc. all'”Internetionale” (organo del nostro comitato centrale belga a Bruxelles). Al tempo stesso accusavo in quell’articolo i repubblicani francesi – (la “Marseillaise” aveva stampato delle stupidaggini sull’Irlanda dovute a quel miserabile di Talandier che sta qui) -, di riservare, nel loro egoismo nazionale, tutte le loro colères per l’impero. La cosa ha avuto successo. Mia figlia Jenny ha scritto firmando J. E. Williams (nella lettera privata alla redazione, essa si chiamava Jenny Williams) una serie di articoli per la “Marseillaise”, pubblicando tra l’altro la lettera di O’Donovan Rossa. Hence immense noise.
Gladstone, dopo essersi rifiutato cinicamente per molti anni, fu in tal modo costretto ad approvare finalmente un’inchiesta parlamentare sul trattamento riservato ai fenian prisoners. Mia figlia è adesso regular correspondent on irish affairs per la “Marseillaise”. (Questo naturalmente è un segreto tra noi.). Il governo e la stampa inglese sono arrabbiati a morte perché la questione irlandese adesso è all’ordre du jour in Francia e perché queste canaglie adesso vengono sorvegliate e smascherate su tutto il continente, via Parigi. Con la stessa fava abbiamo preso un altro piccione. Abbiamo infatti costretto i capi e i giornalisti irlandesi di Dublino ad entrare in rapporti con noi, cosa che finora non era riuscita al Consiglio generale!
Voi avete un vasto campo d’azione in America, per operare nella stessa direzione, la coalizione degli operai tedeschi con quelli irlandesi (naturalmente anche con gli inglesi e gli americani che lo vorranno) è il massimo che adesso possiate fare. Ciò deve essere fatto a nome dell'”Internazionale”. L’importanza sociale della questione irlandese deve essere messa in chiaro.
La prossima volta scriverò qualcosa riguardante in modo specifico la situazione degli operai inglesi.

Salut et fraternité!

Song of Comradeship

North Korean Song: Song of Comradeship

Yuki No Singun

Yuki No Singun, Yukari & Erwin (Satomi Moriya and Ikumi Nakagami), full version