La fine dell’europeismo

Jacques Sapir, Russeurope 30 giugno 2016brexitLa “Brexit” getta una luce particolarmente cruda sulla strategia del “federalismo furtivo” adottata dai capi dell’UE col Trattato di Maastricht e la conseguente ideologia europeista alla base di tale strategia. In realtà tale strategia, e il suo strumento privilegiato, l’Euro, hanno provocato la reazione degli elettori inglesi, esortandoli non a lasciare l'”Europa”, come alcuni sostengono, ma una particolare istituzione, l’Unione Europea. La scelta degli elettori inglesi è stata in gran parte spiegata [1]. Il fatto che figure del governo inglese, come il ministro della Giustizia Michael Gove, abbiano chiesto un voto per l’uscita europea, è significativo. La Brexit mette in discussione quello che oggi è la spina dorsale della politica qualificata europeista, quella di François Hollande e di Angela Merkel. L’impatto va ben oltre l’uscita di un Paese dall’UE, la Gran Bretagna, la cui adesione all’UE era in realtà molto esigua. La crisi della strategia europeista è una svolta. Solo sbarazzandosi dell’aporia europeista si può davvero pensare a una costruzione europea.

I fondamenti ideologici del federalismo furtivo
In primo luogo è necessario capire il cosiddetto processo del “federalismo furtivo” adottato dal Trattato di Maastricht e che s’incarna nell’euro. Tale strategia si basa sul rifiuto delle Nazioni, rifiuto collegato alla diffidenza o vero e proprio odio per le Nazioni. Pertanto aderiscono a tale approccio liberal-conservatori, chi pensa che la nazione moderna implichi la democrazia e chi resta fedele a una profonda sfiducia verso chi ha un pensiero conservatore, gli ex di “sinistra” (Cohn Bendit ne è un esempio) che odiano la Nazione in quanto cumulo di mediazione radicata nella storia percepita d’ostacolo alla loro visione millenarista ed apocalittica del “fine” della storia [2], e i socialdemocratici che cercano di trasporre in uno Stato superiore la poca incidenza delle loro politiche che gli impedisce di aver successo nel quadro nazionale. Tali diverse versioni della nazione si articolano in modi specifici a seconda della cultura politica di ogni Paese. In Francia c’è la combinazione delle dimissioni di gran parte della classe politica nel 1940 con il trauma delle guerre coloniali. In Germania c’è il peso della colpa collettiva del nazismo, aggravato dal trauma della divisione in due nel 1945-1990, che spiega l’avanzata dell’europeismo nell’élite. La Germania, Paese oggettivamente dominante dell’UE, non si permette di pensare alla propria sovranità e non può vivere che contrabbandandola secondo la formula della sovranità “europea”. Non si possono capire altrimenti gli errori politici commessi nei confronti della Grecia sulla questione dei rifugiati, errori che perseguitano oggi Angela Merkel. In Italia c’è ancora la combinazione tra l’episodio mussoliniano e gli “anni di piombo” che ha convinto gran parte della classe politica che l’Unione europea sia l’unica soluzione per la nazione italiana. E si possono moltiplicare gli esempi includendo Paesi che non si amano i(Spagna, Portogallo) o che sanno di essere irrimediabilmente divisi (Belgio). Ma questo è ovviamente un progetto politico nato dall’odio di sé che non può avere futuro. Questa è la prima falla dell’europeismo e del federalismo furtivo che, generati da una visione essenzialmente negativa, non hanno un futuro promettente.

Il ruolo politico dell’euro
R600x__renzi_brexit Questo progetto è essenzialmente incarnato dall’euro. Il crollo politico dell’accettazione dell’idea di moneta unica, mentre le condizioni necessarie per il successo non c’erano per nulla, e sarebbe stato molto più logico attenersi a una moneta comune, una moneta che coprisse senza sostituire quelle nazionali, si spiega con ragioni politiche e psicologiche imperiose [3]. Anche in questo caso diversi da Paese a Paese, ma tutti convergenti nell’idea che una volta creata la moneta unica, i Paesi della zona euro non avrebbero avuto altra scelta se non il federalismo. Ciò che fu però trascurato nel processo era che il federalismo non è un obiettivo unificante. Ci possono essere varie forme di federalismo. E l’assenza di una discussione pubblica, di un dibattito in contraddittorio, sulla strategia che impone furtività e occultamento impediva di poter scegliere tra le diverse forme di federalismo. Così la Germania progetta il federalismo come sistema che gli dà voce nella politica degli altri Paesi, ma senza pagarne il costo economico. Un federalismo squallido. La Francia vede nelle strutture federali la continuazione della propria costruzione dello Stato, intendendo imporre un federalismo che dia vita a un nuovo Stato-nazione, ignorando però proprio la specificità della storia, e il fatto che nazione e popolo furono costruiti in parallelo (e con più interazioni) per quasi 8 secoli. Da questo punto di vista, solo la storia della Gran Bretagna è pienamente comparabile. L’idea implicita era creare così ciò che l’impero napoleonico non poté con la forza. Tale idea è basata sulle illusioni dell’universalismo francese che confonde valori con principi. E’ tale enorme errore che ha spinto i funzionari francesi di destra e sinistra in un vicolo cieco. Ciò che deriva dall’opzione federalista è sia un concetto politico, che sarebbe il “sovrano”, che una questione economica, quella dei trasferimenti. Si sa, avendolo detto in molte occasioni, che tali trasferimenti costerebbero circa il 10% (dall’8% al 12% secondo gli studi) del PIL tedesco per il “bilancio federale” [4]. Non sorprende quindi che i tedeschi non li volessero perché, in realtà, non possono. Il rifiuto della Germania di rivedere le regole per consentire all’Italia di affrontare la crisi bancaria, mostra tutti i limiti del concetto di solidarietà, essenziale in una federazione. Ma se tale solidarietà non c’è, come convincere la popolazione a fondersi democraticamente in un grande insieme? E qui troviamo la questione politica del sovrano [5]. Il “federalismo” è condannato o a non esistere o ad assumere la forma di federalismo meschino di voce asimmetrica della Germania nella politica degli altri Paesi. Questa è la conclusione di Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro [6], di cui una traduzione francese uscirà questa estate. Se mettiamo fine all’euro o volgiamo verso un federalismo che né i tedeschi né gli olandesi vogliono, l’euro sarà la morte dell’UE, ma anche, e questo è grave, dell’idea di cooperazione in Europa.

La responsabilità degli europeisti
Già ora il danno dall’euro è grave. Progettato per riunire l’Europa, l’euro in realtà ha fatto l’opposto: dopo un decennio senza crescita, l’unità è stata sostituita da dissenso e l’espansione dal rischio di uscirsene. La stagnazione dell’economia europea e le oscure prospettive attuali sono il risultato diretto dei difetti fondamentali insiti nel progetto dell’euro, un’integrazione economica tale da prevalere sull’integrazione politica, con una struttura che promuove attivamente le divergenze piuttosto che le convergenze. Ma più importanti sono le conseguenze politiche [7]. L’Unione europea (e non solo la zona euro) è impegnata in un processo politico dove la democrazia viene gradualmente tolta alla gente. Il Trattato “Merkozy” o TSCG, votato dalla Francia nel settembre 2012, è esemplare in tal senso. E la rivolta democratica in Gran Bretagna può essere letta come reazione a tale meschino federalismo, che gradualmente s’istituisce grazie alla volontà del governo tedesco e alla passività del governo francese. Oggi è chiaro che dobbiamo liquidare l’europeismo e i suoi strumenti, se non vogliamo ritrovarci in pochi anni o addirittura mesi in una situazione di conflitto tra nazioni che, troppo a lungo negate, non troverebbero più spazio in cui è possibile un compromesso tra interessi diversi. È pertanto opportuno dire quale sia la responsabilità storica dei pro-europeisti, della loro ideologia in odio delle Nazioni, e del loro strumento, l’euro. Nella crisi che affrontiamo oggi, in cui l’uscita dall’Europa del Regno Unito è solo un aspetto, e la crisi del sistema bancario italiano un altro, la responsabilità degli europeisti e di tutti coloro che li hanno lasciati fare, è centrale; fondamentale. La rottura con l’ideologia europeista è dunque un atto di sicurezza. Di per sé insufficiente. Rifiutare tale ideologia, voltare le spalle al federalismo furtivo, riconoscere la nazione in cui vive e si nutre la democrazia, non produrrà una soluzione immediata. Ma renderà possibile la ricerca di una soluzione, sia in Francia che in Europa. È certamente una condizione insufficiente ma assolutamente necessaria. Questa soluzione è già stata sollevata con l’idea della Comunità delle nazioni europee. Sarà sicuramente specificata e può essere modificata, ma almeno è in questa direzione che dobbiamo andare.brexit-2Note
[1] Sapir J., Brexit (e champagne)
[2] Cfr L’odio della sinistra per la sovranità
[3] Sapir J. Dovremmo lasciare l’euro?, Le Seuil, Paris 2012.
[4] Sapir J., Macron e il fantasma del federalismo nella zona euro e Federalismo?
[5] Sapir J., Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon 2016.
[6] Stiglitz, J., L’Euro – Come una moneta minaccia il futuro dell’Europa, Penguin, Londra, maggio 2016
[7] Bloomberg

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia soccorre una Turchia bisognosa di aiuto

Russia e Turchia si conciliano in un Medio Oriente agitato
MK Bhadrakumar Indian Punchline 29 giugno 2016Putin-Erdogan-EPA-TURKISH-PRESIDENTIAL-PRESS-OFFIC-HOIl riavvicinamento tra Turchia e Russia, costantemente costruito nelle ultime settimane o mesi dietro le quinte, è scattato di colpo la scorsa settimana con il presidente Recep Erdogan che si rivolgeva al Presidente Vladimir Putin con una lettera di scuse per l’abbattimento dell’aereo russo lo scorso novembre. (Sito web del Cremlino) Ankara ha anche indicato disponibilità a risarcire la famiglia del pilota ucciso ed ha anche arrestato il terrorista turco del gruppo ultranazionalista che i servizi segreti russi aveva identificato nell’assassinio. Così, soddisfatte le due principali pre-condizioni russe per la riconciliazione, Mosca e Ankara iniziano le prossime fasi della normalizzazione. Putin dovrebbe telefonato all’ex-amico Erdogan, come gesto di risposta, mentre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu doveva partecipare a una riunione regionale dei Ministri degli Esteri dei Paesi del Mar Nero a Sochi, il 1° luglio, dove si avrà una ‘bilaterale’ con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Vi è la forte probabilità che Mosca revochi il divieto ai turisti russi di visitare la Turchia come gesto di buona volontà. Quattro milioni di turisti russi avevano visitato la Turchia lo scorso anno, mentre il traffico s’è quasi prosciugato quest’anno, avendo inferto un colpo devastante all’economia turca. Murat Yetkin, capo redattore turco ha rivelato che gli interessi commerciali turchi avrebbero avuto un ruolo in questo ripensamento. (Hurriyet) Chiaramente, c’è il comune desiderio di andare avanti. L’embargo commerciale russo ha ferito l’economia turca. Per i russi la Turchia è anche un importante partner economico dal fiorente commercio pari a 30 miliardi di dollari (dati del 2014) e fortemente favorevole alla Russia nelle esportazioni energetiche. Quando il sipario è calato a novembre, la Russia preparava la costruzione di una centrale nucleare da 20 miliardi di dollari in Turchia e lavorava al gasdotto South Stream attraverso la Turchia, dall’enorme capacità annua di 67 miliardi di metri cubi, un progetto per fornire gas russo ai Paesi sud-europei. Tuttavia, la riconciliazione turco-russa ha anche importanti implicazioni geopolitiche. La Turchia è sul punto di una grande correzione di rotta politica regionale. Tutto indica che stia per rilassare l’intervento nel conflitto siriano e per uscire dall’isolamento regionale ricucendo i rapporti con Russia, Israele, Iraq ed Egitto. Nel frattempo, l’accordo tra Turchia ed Europa per fermare il flusso di migranti in cambio di aiuti finanziari dell’Unione europea, è in stallo. (Con la Brexit, la Turchia perde il principale sostenitore nell’UE). I rapporti con gli Stati Uniti sono in crisi in questi ultimi anni. Dall’altra parte, il ‘neo-ottomanismo’ non ha acquirenti in Medio Oriente.
La Russia esprime distacco, ma è ben consapevole che la sua diplomazia in Medio Oriente non può mai essere ottimale senza rapporti con la Turchia, peso massimo nella politica regionale. Inoltre, la Russia vede la Turchia come importante Paese della NATO le cui politiche regionali sono spesso in contrasto con l’occidente. Il Mar Nero è un esempio calzante. Russia e Turchia hanno storicamente dominato il Mar Nero ed il piano degli Stati Uniti d’imporre una presenza della NATO nella regione dipende in modo critico dalla volontà di Ankara di piegare le disposizioni della Convenzione di Montreaux del 1936 sul regime dello Stretto del Bosforo, limitando esplicitamente l’accesso di navi da guerra di nazioni esterne al Mar Nero. (Vedasi L’innesco della marina turca sulla Convenzione di Montreaux). La Russia ha urgenza, in quanto gli Stati Uniti hanno di recente avviato l’escalation navale nel Mar Nero e annunciato l’intenzione di schierare una seconda portaerei, l’USS Eisenhower, nel Mediterraneo, nell’ambito del rafforzamento militare per intimidire la Russia in generale, in relazione all’intervento russo nel conflitto siriano. (Hurriyet) La Turchia, d’altra parte, sarà pronta a negoziare con la Russia una soluzione sul problema curdo-siriano che assicuri i suoi legittimi interessi nella sicurezza. È interessante notare che c’è congruenza di interessi tra Ankara e Damasco (e Teheran) per impedire l’emergere di un’entità curda nella Siria settentrionale, al confine della Turchia. La Russia può farvi da arbitro. Nel complesso sarebbe ‘vantaggioso’ per la Turchia e la Russia riconciliarsi. Tuttavia, il vantaggio complessivo va alla Russia in quanto la riconciliazione con la Turchia segue la Brexit, che annuncia venti di cambiamento nella politica eurasiatica che potrebbero rafforzare i negoziati di Mosca con Unione europea ed occidente. (Vedasi il mio articolo su Asia Times, Brexit: la Russia avanza e gli USA perdono terreno). Al contrario, gli Stati Uniti diffideranno della riconciliazione russo-turca. A dire il vero, Washington ha interesse (tra i tanti) a spezzare il legame tra Putin e Erdogan che condividono l’antipatia per le politiche degli Stati Uniti. Molto dipende dalla capacità dei due leader di riconquistare la vecchia spavalderia della loro amicizia. Infine, non può non notarsi come la riconciliazione turco-russa riusca a superare la normalizzazione tra Stati Uniti e Iran, ancora in corso. Basti dire che la geopolitica del Medio Oriente muta e gli Stati Uniti hanno un grosso ritardo. A differenza della guerra fredda, la diplomazia russa è riuscita a lanciare un’ampia rete in Medio Oriente. Teheran, Cairo, Ankara sono capitali che hanno rapporti problematici, ma Mosca spera di cavarsela bene con tutte e tre. Niente di meno.201393164345138734_20La Russia soccorre una Turchia bisognosa di aiuto
MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 1 luglio 2016

Turkey_Russia_mapIl Presidente Vladimir Putin non ha ritardato, nemmeno di un giorno, la decisione di revocare il divieto imposto a novembre sul flusso turistico e commercio ed investimenti verso la Turchia. Il decreto presidenziale emanato dal Cremlino rimuove non solo le restrizioni ai tour operator russi che accedono al mercato turco, ma ordina anche i colloqui con Ankara sul rapporto economico complessivo tra i due Paesi. (Sito web del Cremlino) Costituisce un grande gesto di buona volontà politica. Putin ha rapidamente fatto seguito alla conversazione telefonica con il presidente Recep Erdogan di appena il giorno prima, “aprendo la via al superamento della crisi nelle relazioni bilaterali ed iniziando il processo di rinnovamento degli sforzi congiunti sulle questioni internazionali e regionali e sullo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi in diverse aree“. (Sito web del Cremlino) Di certo, Erdogan afferrerà la mano tesa di Putin. La Turchia ha disperato bisogno di riconquistare la fiducia e l’amicizia della Russia. Niente chiarisce più vividamente l’interdipendenza tra Russia e Turchia oggi del fatto agghiacciante dei kamikaze responsabili degli orribili attacchi terroristici all’aeroporto di Istanbul, identificati come russo, kirghizo e uzbeko. (Wall Street Journal) Naturalmente, Putin corre un grosso rischio perché i terroristi possono muoversi camuffati da turisti. Mosca ha sostenuto in passato che i terroristi che operano nel Caucaso del Nord utilizzano la Turchia come santuario. Ma la decisione di Putin di aiutare la Turchia sarebbe lungimirante per la Russia. Non molti dirigenti avrebbero il coraggio di prendere una decisione così rapida, tattica e strategica, toccando le sabbie mobili politiche del Medio Oriente. Il punto è che la Turchia non dovrebbe essere isolata in questo frangente, quando è alle prese con ciò che appare una crisi esistenziale. È un punto controverso se la crisi sia propria della Turchia. In realtà, rimane una questione controversa ed è difficile giudicarla. Senza dubbio, Washington aveva incoraggiato la Turchia a credere che, da alleata della NATO, potesse guidare l’intervento in Siria per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Si ricordino le missioni segrete dell’allora direttore della CIA David Petraeus, a fine 2012, in Turchia per pungolarla ad accendere la guerra civile in Siria? (WSWS)
La tragica esperienza della Turchia in qualche modo somiglia a quella del Pakistan, spiegando in gran parte il motivo per cui Erdogan sia così amareggiato e disilluso dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama che, tra l’altro, vedeva nel capo turco un alleato disponibile e compare fidato della NATO, “il tipo di ragazzo su cui Casa bianca e Pentagono possono contare per farsi aiutare nella parte araba del vecchio impero ottomano, un accesso ai ribelli che potrebbero far cadere l’odiato Bashar al-Assad“, come l’irrefrenabile Robert Fisk dell’Independent scrisse una volta. Naturalmente gli Stati Uniti hanno unilateralmente cambiato corso sulla Siria e nessuno confidò ad Erdogan che la ‘dottrina Obama’ aveva superato la disavventura del cambio di regime di Petraeus a Damasco. Il resto è storia e come una cosa tira l’altra, Erdogan è finito su una strada disastrosa trafficando con i gruppi estremisti in Siria, credendo di esorcizzare la milizia curda nel nord della Siria (che naturalmente è l’agente preferito di Washington nella regione); una giravolta di proporzioni incredibili da cui nessuno ne esce bene, né Petraeus né Erdogan né Obama. Un altro bel Paese e grande popolo vacillano sull’orlo del baratro dell’anarchia.
Il tema di oggi è cosa ci aspetta. Purtroppo, la Brexit arriva in un momento terribile e praticamente siglerà il destino dell’adesione della Turchia all’Unione europea. Ironia della sorte, i colloqui sono ripresi ieri a Bruxelles aprendo un nuovo ‘capitolo’ nel processo di adesione della Turchia. Ma nessuno lo prende sul serio. (Leggasi il candido commento di Deutsche Welle, scritto 10 giorni prima della Brexit, su come gli europei semplicemente la tirino per le lunghe con la Turchia). In poche parole, l’aiuto di Putin sarà prezioso per Erdogan in questo frangente, dato che in termini pratici rilancerebbe l’economia turca (che dipende in modo cruciale da turismo ed esportazioni verso la Russia) e forgerebbe da subito la cooperazione nella sicurezza tra le agenzie d’intelligence. La Russia ha una forte intelligence in Turchia ed assieme al ruolo attivo nel conflitto siriano Mosca offre una partnership unica alle agenzie di sicurezza turche, monitorando le attività e i movimenti degli islamisti. Infatti, Mosca ci guadagna parecchio. La linea di fondo è che Mosca non può trascurare la possibilità fatale che Hillary Clinton sia il prossimo presidente degli Stati Uniti e che le pratiche di Petraeus siano riaperte. Usando il linguaggio erotico pakistano in relazione al pluridecennale tragico flirt con gli Stati Uniti, sull”importante alleato non-NATO’, Washington ha un simile vergognoso passato di ‘strumentalizzazione’ con la Turchia. Senza dubbio, i colloqui a Sochi tra i Ministri degli Esteri di Russia e Turchia imposterà la rapida normalizzazione dei rapporti. Entrambi i Paesi hanno diplomatici eccezionali dalla ricca esperienza nel loro arsenale diplomatico, parlando della storia dei secolari rapporti reciproci. Non è mai stato un rapporto facile, essendo i due imperi scontratisi e convissuti per molto di tempo, con gli inevitabili alti e bassi. Ma il rapporto non è mai andato perduto e continua ad essere una realtà interessante per entrambi, anche oggi, in questi tempi tumultuosi.SYRIA-TURKEY-MAPTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da quando USA e NATO sponsorizzano il terrorismo?

Alberto Rabilotta, Mondialisation, 9 aprile 2015радио.либерти.Seminare odio e divisioni, aggravare le differenze religiose, linguistiche, culturali, nazionali e promuovere il razzismo in tutte le sue forme [1], sono ricette molto antiche e rodate nel dominio e sfruttamento dei popoli. In realtà, è il modo migliore per rovinare, indebolire e dividere al solo scopo di asservire, schiavizzare o semplicemente scacciare dalla mappa a favore di interessi colonialisti ed imperialisti. Durante la guerra fredda, tale politica fu praticata contro l’Unione Sovietica (URSS), la Cina e gli altri Paesi socialisti, e nonostante la caduta dell’URSS e dello spazio socialista europeo, è ancora molto viva. In realtà, la guerra ideologica e la sovversione della guerra fredda sono state adattate, più di quaranta anni fa, agli obiettivi egemonici che ossessionano l’imperialismo degli Stati Uniti d’America e dei loro alleati della NATO, del capitalismo che chiamiamo neoliberismo oggi, e che da allora colpiscono tutti i Paesi e le regioni che si oppongono all’egemonia imperialista. E’ in tale contesto che va posto il terrorismo derivante da fanatismo religioso o ideologia neonazista, dimostrando di aver contribuito e di contribuire a distruzione e caos che l’imperialismo deve diffondere; questo è ciò che accade quando distrugge gli inermi Iraq, Siria, Libia, Pakistan o Yemen, o quando si volge contro i mentori politici a Washington, Londra o Parigi. Il terrorismo servirà sempre gli obiettivi politici dell’imperialismo, perché il dibattito semplicistico, la copertura mediatica scandalosa e l’impatto globale di tali barbare nei Paesi occidentali, come i recenti attacchi in Francia, quasi sempre portano a giustificare misure socio-politiche antidemocratice e repressive, come visto negli stati Uniti con il “Patriot Act”, il cui contenuto sarà probabilmente integrato nei piano già in esame nell’Unione europea. Qui non si cerca di proporre una teoria del complotto, ma di riassumere una delle mie prime esperienze giornalistiche nei primi anni ’70, su cui mi sono già espresso ma che sono rimaste negli anni una chiave importante per la comprensione e l’analisi della propaganda e degli obiettivi politici dell’imperialismo. Mi baserò sui ricordi avendo perso i miei archivi cartacei da tempo e non avendo mezzi sufficienti per andare a Mosca o all’Avana a cercare sui giornali Pravda o Granma, che pubblicarono le informazioni originali.

I propagandisti della NATO si riuniscono in segreto a Montreal
CIA-logoNel 1972, quando iniziai a lavorare per Prensa Latina e a scrivere per giornali messicani come El Dia ed Excelsior, un collega canadese mi disse che una riunione segreta dei funzionari responsabili della politica dell’informazione delle radio ad onde corte della NATO (Radio Free Europe/Radio Liberty (REL/RL), Voce dell’America (VOA), eccetera), si sarebbe tenuta in un albergo di Montreal. Fu in quell’occasione che doveva essere presentato “la nuova strategia” per la lotta ideologica contro l’URSS e gli altri Paesi socialisti, ma oggi possiamo dire che parole e progetti proposti in quell’incontro furono amplificati in tutto il mondo e in tutti i settori della lotta ideologica tipica del confronto bipolare della guerra fredda. Così andai a Montreal, molto dubbioso sull’accesso alle credenziali della stampa, ma dopo un rifiuto iniziale e con mia sorpresa, mi furono finalmente concessi grazie all’accredito come “corrispondente” del giornale messicano Excelsior. Il suddetto incontro fu una lunga lista di presentazioni dei responsabili delle linee informative ed editoriali di tali stazioni, in particolare VOA e REL/RL che (per usare un linguaggio contemporaneo) decisero come costruire il quadro e la credibilità della propaganda contro l’URSS e il comunismo, anzi contro tutti i Paesi che all’epoca chiedevano una vera indipendenza, un nuovo ordine economico mondiale e la fine di razzismo e discriminazione razziale in tutte le loro forme, con posizioni antimperialiste e, di conseguenza, visti come alleati dell’URSS.

Come trasformare religione e nazionalismo in armi?
La nuova offensiva ideologica dell’impero, e il contenuto della propaganda, secondo gli ideologi della NATO, dovevano raggiungere le popolazioni prese di mira e radicarvisi: musulmani e nazionalisti radicali in alcune regioni dell’URSS e degli altri Paesi socialisti; sionisti ebrei (refusenik) russi che volevano emigrare in Israele e cattolici conservatori nei Paesi baltici, Polonia e altrove. Lo scopo perseguito nelle società socialiste laiche era finanziare e strutturare la “rinascita” di credenze e pratiche religiose radicali in modo da entrare in conflitto aperto con la società e il potere politico, causando proteste o contraddizioni nelle società o nelle regioni in cui il nazionalismo esisteva, suscitando movimenti separatisti supponendo che portassero a scontri tra civili, con la polizia e anche con i militari.

“Scontro di civiltà” e neoliberismo
zbigniew brezezinski.preview Il seme dello “scontro di civiltà” [2] fu piantato dalla propaganda NATO e diretto senza remore dai sempre più potenti media del mondo capitalista, giustificando la nascita di al-Qaida per combattere i sovietici e i progressisti afghani in Afghanistan e poi, con la caduta dell’URSS e dello spazio sovietica europeo, ampiamente utilizzata nei Balcani per la partizione dell’ex-Jugoslavia, per fomentare attentati terroristici e conflitto in Cecenia, Daghestan e altre regioni della ex-Unione Sovietica, tra cui ultimamente l’Ucraina. Ufficialmente Stato ateo, l’URSS era in realtà uno Stato socialista multinazionale e multiculturale dove convivevano molte nazionalità e religioni, dall’ortodossia cristiana all’Islam, passando per l’ebraismo e il cattolicesimo, tra gli altri. Tale era la forza apparente dell’internazionalismo proletario, come si diceva a Mosca, ma anche la sua principale debolezza agli occhi dei capi imperialisti. Tuttavia, va ricordato che il confronto generato dalle ambizioni imperialiste statunitensi non riguardava solo la guerra fredda tra Mosca e Washington, ma Medio Oriente e Asia dove predominavano, nei primi anni ’70, Stati laici, risultato della decolonizzazione e del consolidamento del movimento dei Paesi non Allineati; dove coesistevano i più diversi sistemi politici, culture, nazionalità e religioni. In altre parole, la lotta alla discriminazione razziale di tutti i tipi, anche all’apartheid del Sud Africa e al sionismo, era all’apice, sviluppando anche la risoluzione 3379 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votata nel novembre 1975 e revocata il 16 dicembre 1991 con la risoluzione ONU 4866, otto giorni prima la dissoluzione l’URSS. Allo stesso modo, nella congiuntura storica, i Paesi non allineati chiesero, con il sostegno del campo socialista, la creazione di un “Nuovo Ordine Mondiale” che ponesse fine a sleali “ragioni di scambio” e facesse accedere allo sviluppo socio-economico, permettendosi di rivendicare, all’UNESCO, un “Nuovo ordine mondiale dell’Informazione e della Comunicazione”, tutte iniziative che l’imperialismo e i suoi alleati sono riusciti a zittire. Oggi, con prove e il senno del poi, appare ovvio che nello stesso tempo i circoli del potere di Stati Uniti, loro alleati europei e giapponesi, lanciarono l’offensiva per giustificare economicamente e politicamente lo smantellamento dello Stato sociale (l’intervento statale nell’economia per garantire un certo sviluppo socio-economico), con l’intenzione (diventata realtà negli ultimi venti anni) di sottomettere lo Stato agli interessi capitalistici, tornando al liberismo del 19° secolo e alle buone vecchie pratiche imperialiste e colonialiste [3].
Vista da una certa angolazione, il momento era particolarmente adatto per l’imperialismo ed alleati della NATO per amplificare il contesto e la copertura geografica della guerra fredda, continuando il passaggio dal confronto tra il sistema capitalista-imperialista e il sistema socialista, all’espansione imperialista del sistema neoliberale, già “decisa”. La creazione nel 1973 della Commissione Trilaterale [4] guidata da David Rockefeller, assistito dal consigliere per gli affari esteri Zbigniew Brzezinski del presidente democratico Jimmy Carter, fu il trampolino di lancio della nuova offensiva ideologica dei vertici dell’impero e della NATO, e non fu un caso la presenza nel quadro di Samuel Huntington, “intellettuale organico” dell’imperialismo e autore dell’infame libro “Lo Scontro di civiltà”. I documenti della Commissione Trilaterale, in particolare “La crisi della democrazia” del 1975, vanno letti alla luce degli eventi attuali e recenti, stabilendo, lungi da ogni teoria del complotto, che in quel momento ed apertamente furono definiti gli assi dell’offensiva politica ed ideologica dell’imperialismo per imporre l’egemonia nella fase neoliberista, compresa la liquidazione della democrazia liberale dal qualche reale contenuto sociale nei Paesi occidentali, come attualmente sperimentiamo. Tutto ciò spiega anche la continuità nel tempo dell’offensiva politica ideologica per minare le società e distruggere gli Stati dell’Unione Sovietica e degli altri Paesi socialisti, ed oggi di Russia, Cina ed altri Paesi in via sviluppo od emergenti che potrebbero arginare l’egemonia neoliberista.

Fanatici ed estremisti trasformati in “combattenti per la libertà”
276a876eb8135f1e72066c893e1fb2fa Se il 1979 è infatti il primo anno in cui Stati Uniti ed alleati addestrarono e mutarono gli estremisti islamici in “combattenti per la libertà” contro le truppe sovietiche in Afghanistan, ed anche per combattere contro i progressisti afghani, non passò molto tempo prima che fomentassero operazioni illegali con narcotrafficanti in America Latina per armare e finanziare i “combattenti per la libertà” che combattevano contro i sandinisti in Nicaragua, politica che portò dritto alla creazione dei “cartelli” del narcotraffico e all’ascesa di criminalità, corruzione e violenze nella regione. Da allora, politiche simili furono adottate in decine di Paesi in Asia, Medio Oriente e Africa, spesso con l’assistenza e il finanziamento dell’Arabia Saudita e il sostegno d’Israele (come nel caso Iran-Contra), confermando che il piano diabolico del “divide et impera” per distruggere Stati e società che difendono la sovranità nazionale veniva applicato in modo coerente dall’apparato propagandistico di Stati Uniti e NATO, così come dalle loro agenzie sovversive e spionistiche. Niente di nuovo o di sorprendente se si tiene presente che, dalla fine della seconda guerra mondiale, grazie all'”Operazione Gladio”, Stati Uniti e NATO mantennero contatti e collegamenti con le forze ultranazionaliste che sostennero i vari regimi nazifascisti europei, e che ora operano nei Paesi baltici e in Ucraina dove controllano l’apparato di sicurezza dello Stato, nell’ambito della politica del confronto con la Russia. André Vitchek sottolinea che “per l’impero, esistenza e popolarità dei leader progressisti, marxisti, musulmani, ai comandi del Medio Oriente o dell’Indonesia ricchi di risorse, è semplicemente inaccettabile. Se avessero preso l’abitudine di usare queste risorse naturali per migliorare la vita del popolo, cose ne sarebbe rimasto dell’impero e delle sue aziende? Ciò andava fermato con qualsiasi mezzo. L’Islam doveva essere diviso, infiltrato dai capi radicali anti-comunisti, a cui il benessere del popolo non interessa per nulla” [5]. Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato a Washington, dichiarò pubblicamente [6] che cinque miliardi di dollari erano stati “investiti” nel “cambio di regime” in Ucraina e, probabilmente, la spese furono ancora più grandi per arrivare alla partizione dello Stato multinazionale della Jugoslavia. E sul finanziamento o sostegno dei Paesi della NATO a estremisti e terroristi islamici in Cecenia e Daghestan, che si pavoneggiavano in Europa come “combattenti per la libertà”? E gli estremisti islamici che ricevettero dalle autorità politiche europee e statunitensi finanziamenti e addestramento per rovesciare i governi di Libia e Siria, così come molti altri in Africa che rimarranno nel dimenticatoio?

“Non si trionfa con il fondamentalismo armato”
UKRAINE-RUSSIA-CRISIS-PILOT-CRIME Nel 1997 il grande pensatore Edward Said tenne una conferenza [7] sul tema dello “scontro di civiltà”, e di cui consiglio vivamente lettura o rilettura, e vorrei di riprodurne un ampio stralcio qui: “Data la realtà deprimente che ci circonda con conflitti interculturali e interetnici, appare irresponsabile suggerire che noi, in Europa e negli Stati Uniti, dobbiamo preservare la nostra civiltà, che Huntington definisce occidente, tenendo il mondo lontano ed alimentando conflitti tra i popoli al solo scopo di espandere il nostro dominio. Infatti, è ciò che Huntington sostiene, ed è abbastanza facile capire il motivo per cui il suo saggio sia stato pubblicato da Foreign Affairs, e il motivo per cui molti politici ne sono attratti, consentendo agli Stati Uniti d’America di sviluppare la mentalità della guerra fredda in un contesto e con un pubblico diversi. Un nuovo modo di pensare o di comprendere a pieno guardando i pericoli che abbiamo di fronte, dal punto di vista del genere umano nel complesso, è molto più costruttivo e utile. Tali rischi includono la perdita di gran parte della popolazione mondiale, la nascita di veterani della violenza tribale e nazionalista nella Bosnia etnica e religiosa, in Ruanda, Libano, Cecenia e altrove, la regressione dell’alfabetizzazione e l’emergere di un altro tipo di analfabetismo grazie a media elettronici, televisione e nuove autostrade dell’informazione globale, o la frammentazione e minaccia d’estinzione delle grandi epopee della liberazione e della tolleranza. Il nostro bene più prezioso davanti a tale terribile trasformazione della storia non è l’emergere del senso del confronto, ma la percezione di comunità, comprensione, solidarietà e speranza in antitesi perfetta a ciò che sostiene Huntington“.
Concludo questo articolo con una recente e profonda riflessione del filosofo Enrique Dussel [8]: “Il fondamentalismo (cristiano, come quello di G. Bush, sionista o islamico) è la rinascita di un concetto di Dio (o politeismo secondo Weber), che giustifica politica, economia, cultura, razza, genere, eccetera, in modo assoluto usando le armi al posto della ragione comprensibile dall’interlocutore (nulla come il fondamentalismo americano impiega le armi piuttosto che il ragionamento: pretende d’imporre la democrazia con la guerra invece di dialogare partendo dalla tradizione dell’altro, per esempio con i credenti dell’Islam del Corano). Non si sradica il fondamentalismo con la forza (non dimenticate che la CIA era responsabile dell’insegnamento dell’uso delle armi ai fondamentalisti islamici per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan, e ne subiamo oggi le conseguenze mortali), ma con un ragionamento e un comportamento onesto (come Bartolomé de las Casas disse riguardo la conquista). Ma ciò va oltre le considerazioni degli interessi dell’impero. Si manipola la violenza irrazionale islamica per giustificare e aumentare la violenza irrazionale del neoliberismo politico ed economico. La sinistra s’integra, e tuttavia dovrebbe intraprendere una critica della teologia come parte della critica alla politica liberale e all’economia capitalista, come fece Karl Marx“.radio-libertyAlberto Rabilotta, Alai-Amlatina El Correo

Note
[1] “Il ruolo del razzismo nell’offensiva imperialista“, Alberto Rabilotta. El Correo, 26 marzo 2014
[2] Anni dopo, leggendo Samuel Huntington (“The Clash of Civilizations?“, Foreign Affairs, 1993), appare chiaro che tale miscela di pregiudizi carichi di odio si riflette abbastanza bene in quello che sentì alla riunione delle radio della NATO a Montreal, alla base della politica seguita da allora dell’imperialismo e dai suoi alleati.
[3] Samir Amin, “Capitalismo transnazionale od imperialismo collettivo?“, Pambazuka News, 22 gennaio 2011 Karl Polanyi Levitt, “La forza delle idee“; The Powell Memo 1971
[4] “La crisi della democrazia“, Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki.
[5] “L’impero produce mostri musulmani“, André Vltchek, cineasta Vltchek ha seguito i conflitti in decine di Paesi. Ha pubblicato un libro con Noam Chomsky: “Sul terrorismo occidentale: da Hiroshima alla guerra dei droni“.
[6] “Cambio di regime a Kiev” Victoria Nuland, 13 dicembre del 2013.
[7] Edward Said, “Il mito della scontro di civiltà“, conferenza alla Columbia University di New York, 1997
[8] “La critica della teologia diventa critica della politica“, El Correo, 21 gennaio 20158710254881_df21a98d84_oTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit e la Cina

Lau Nai-keung, Gpolit 28 giugno 2016BN-KV512_chinaq_P_20151020121312Introduzione di Thomas Hon Wing Polin:
Il fatidico voto popolare per far uscire il Paese dall’Unione Europea ha stupito il mondo. Generate dall’estremità occidentale del continente eurasiatico, le onde d’urto s’infrangono sull’altra estremità dell’Asia orientale. Come appare questo sisma alla Cina e all’Asia orientale? L’analista politico di Hong Kong e vecchio consigliere di Pechino, Lau Nai-keung, che scrive:
“A questo punto, il risultato del referendum inglese sull’adesione all’Unione europea s’è impresso nella mente di molti: oltre il 52% degli elettori inglesi è favorevole a lasciare l’UE. Del 48% che ha votato contro, molti erano scozzesi, che presto avranno un’elezione simile sull’uscita della Scozia. Se ciò avvenisse, “UK” starebbe per Un-united Kingdom. “Le previsioni che l’UE possa spezzarsi sarebbe alquanto inverosimile, ma ci sono certamente altri Paesi in cui richieste di referendum simili potrebbero prendere slancio”, scrive il Washington Post dopo il voto della Brexit. L’articolo prevede che Svezia, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Ungheria e Francia siano i più probabili nel seguirne l’esempio. L’UE è un coraggioso ed anche bel tentativo di riconquistare confini e glorie di ciò che sarebbe una via di mezzo tra l’impero romano e il Sacro Romano Impero. Per realizzare tale sogno, i francesi erano disposti a collaborare con i loro ex-arcinemici, i tedeschi, per promuovere integrazione ed armonizzazione. Ahimè non si vede un Imperatore Qin Shihuangdi, che riuscì in questo compito nella Cina di due millenni fa, e la Germania non è chiaramente all’altezza del compito. Al momento, le prospettive per l’UE sono desolanti, o si frammenterà presto o meno rapidamente. Questo non è qualcosa che la Cina vorrebbe, ma non c’è niente che possa farci, tranne cercare di collaborare con ciascun Paese del blocco comunitario. Potrebbe essere ingombrante trattare con quasi 30 Paesi invece che con una sola entità, soprattutto se declinanti ed intrinsecamente instabili. Ma questo difficilmente ostacolerà lo sviluppo dell’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Piccoli Paesi in recessione e tormentati avrebbero scarso potere contrattuale nei confronti della Cina. E Pechino potrebbe scegliere quali progetti salvare e a chi parlarne. Eppure un’Europa tanto indebolita sarebbe una pessima notizia per l’egemonia globale statunitense, perché Washington perderebbe nell’equilibrio di potere geopolitico nei confronti della Russia. Quasi due mesi prima del referendum sulla Brexit, il Consiglio NATO-Russia, forum consultivo e cooperativo sulla sicurezza, riprese gli incontri dopo una sospensione di due anni, esaminando la crisi in Ucraina le questioni relative ad attività militari, riduzione della trasparenza e dei rischi, e la situazione della sicurezza in Afghanistan. La cancelliera tedesca Angela Merkel si era recata a Pechino il 12 giugno, per la nona volta, per discutere questioni né importanti né urgenti. E’ chiaro che i partecipanti hanno dubbi sul voto della Brexit e hanno fretta di coprire le loro scommesse.
xicamInvece di essere un forte cuscinetto tra Stati Uniti e Russia, i Paesi europei, dopo la Brexit, non avranno altra scelta che riparare, collettivamente o individualmente, le relazioni con la Russia, il gigante della porta accanto. Stretti tra Atlantico e Pacifico, e con il loro spazio sotto pressione, anche gli Stati Uniti affrontano il declino. Le élite politiche degli USA sono abbastanza consapevoli della difficile situazione del loro Paese, ma non possono farci molto, tranne raccogliere eventuali vantaggi dalla frattura dell’UE e quindi ancora più importante mettere ordine in casa propria. La preferenza di Donald Trump per l’isolazionismo brilla abbastanza, mentre Hillary Clinton può essere obbligata, contro i suoi istinti, dalla realtà a muoversi in una direzione simile. Ora assistiamo a una potente pressione negli Stati Uniti per la ritirata strategica globale. In questa luce, le recenti dure parole di alti ufficiali cinesi in diverse occasioni, così come le tensioni nelle parti orientale e meridionale del Mar della Cina, possono essere viste come deliberati gesti assertivi della Cina che approfitta della situazione. Né la Cina né la Russia hanno alcuna intenzione di espandere il fronte orientale contro Stati Uniti e Giappone. E a meno di un attacco diretto, gli USA difficilmente inizieranno una nuova guerra nell’ultima fase del mandato presidenziale. Di conseguenza, le tensioni nella parte orientale e meridionale del Mar della Cina sono sopratutto conflitti minori. Non importa quanto spettacolari siano, non ci sarà alcuna guerra tra Cina e Stati Uniti. In realtà possiamo prevedere una tregua tra Pechino e Washington. Questo è già successo sul fronte finanziario, con la Cina che assegna 250 miliardi di dollari nel QFII agli investitori statunitensi, e gli statunitensi che permettono ai cinesi d’istituire un centro di cambio in renmbimbi negli Stati Uniti, dato che protrarre i litigi finanziari danneggerà entrambi i Paesi. E la Trans Pacific Partnership (TPP) anti-Cina, probabilmente sparirà assieme ad Obama.
Naturalmente, questa analisi si basa sull’ipotesi della razionalità di tutte le parti. Ai neocon scalzati negli USA non piacerà nulla di ciò, ma cosa possono farci? Invertire la tendenza e rimettere insieme i cocci? Nuclearizzare Cina e Russia garantendosi la reciproca distruzione assicurata? Qualora i neocon desiderassero iniziare qualche guerra convenzionale, che ci provino nei Mar Cinesi meridionale ed orientale. La Cina non può vincere una guerra offensiva contro le forze statunitensi. Ma Washington ha apertamente rivisto la dottrina della Battaglia Aeronavale del 2010, passando al Concetto comune di accesso e manovra globali comuni (JAM-GC) del 2015, sulla base del fatto che i cinesi hanno ora sviluppato la propria strategia della Zona di negazione/interdizione. In parole povere, gli Stati Uniti non sono sicuri di vincere una guerra presso il territorio cinese. Per inciso, la CCTV, TV della Cina, presto trasmetterà una nuova serie sulla guerra di Corea. Lo scopo è chiaro: ricordare al popolo cinese come sconfissero Stati Uniti ed alleati 60 anni fa, quando la neonata Repubblica popolare era povera e debole”.China's President Xi Jinping reviews an honour guard during his official welcoming ceremony in London, BritainTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che accadrà all’Europa dopo il trionfo della ‘Brexit’?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).brexit-editor-696x435Dopo il trionfo della ‘Brexit’ nel referendum tenutosi il 23 giugno, l’economia mondiale è entrata in una grave turbolenza: miliardi di dollari sono scomparsi nelle principali borse in poche ore, tanto che i rischi dell’esplosione di una nuova crisi bancaria in Europa sono aumentati. Secondo Ariel Noyola, il rapido collasso del progetto d’integrazione europea sembra piuttosto improbabile perché, anche se in molti Paesi è già stato richiesto il referendum per lasciare l’Unione Europea, la maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale fa anche parte dell’eurozona e finora, fatta eccezione per i partiti politici di estrema destra, non ci sono forze politiche disposte ad abbandonare la moneta comune.

Anche se i principali sondaggisti hanno pubblicizzato per diverse settimane che gli inglesi erano convinti della permanenza nell’Unione europea, la posizione a favore dell’uscita del Regno Unito (chiamata ‘Brexit’) infine è prevalsa nel referendum tenutosi il 23 giugno con un margine di quasi quattro punti: 51,9 per cento a favore e 48,1 per cento contro. Sorprendentemente, il primo ministro David Cameron ha in seguito annunciato le dimissioni; il commercio di sterline ha registrato i dati peggiori dal 1985 e i principali mercati azionari sono crollati. Sia nella regione Asia-Pacifico che in Europa i mercati azionari sono scesi tra il 6 e il 10 per cento. In breve, l’imminente uscita del Regno Unito dell’Unione europea ha aperto una nuova fase di grande incertezza in un momento di estrema vulnerabilità per l’economia mondiale.

La crisi finanziaria mondiale
Ai primi di giugno, la Banca Mondiale ha abbassato di nuovo la previsione di crescita dell’economia globale nel 2015 a 2,9-2,4 per cento; il Fondo monetario internazionale (FMI) da parte sua, ha recentemente avvertito che il nazionalismo economico può minare la libera circolazione dei flussi commerciali e d’investimento tra i Paesi, mentre la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) controlla molto da vicino i rischi alla base di una nuova ‘guerra valutaria’. La cooperazione monetaria internazionale vive una delle peggiori sfide e così, con il rischio che i mercati del credito si restringano di volta in volta, Mario Draghi della Banca centrale europea (BCE) e Mark Carney della Banca d’Inghilterra, sono venuti alla ribalta per chiarire che avrebbero risparmiato risorse per garantire la stabilità finanziaria. In giornata, soprattutto dopo i primi segni che la ‘Brexit’ aveva trionfato alle urne, la BCE è intervenuta con violenza nel mercato del debito sovrano per evitare un’escalation dei premi di rischio sulle obbligazioni delle economie periferiche: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, ecc. Nel frattempo, la Banca d’Inghilterra aveva già preparato una potente batteria di 250 miliardi di sterline per difendere il tasso di cambio contro gli attacchi degli speculatori. La Federal Reserve System (FED) da parte sua, sotto il comando di Janet Yellen, ha lanciato una serie di linee di credito (‘scambio’) per fornire liquidità aggiuntiva alle altre banche centrali del Gruppo dei 7 (formato da Germania, Canada, il Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito), se la volatilità dei mercati finanziari andasse fuori controllo. Ma i piani d’emergenza delle autorità monetarie erano insufficienti. I mercati azionari globali hanno registrato perdite per oltre 2 miliardi di dollari in 24 ore. Va inoltre notato che il crollo della sterlina ha precipitato la massiccia fuga di capitali dal portafoglio della London Stock Exchange, che subito si rifugiavano a Wall Street. Di fronte alle turbolenze finanziarie, gli investitori azionari cercano maggiore sicurezza nei fondi in dollari e metalli preziosi che servono da riserva di valore, come oro e argento, per esempio. Tuttavia, i massicci acquisti di dollari non hanno fatto altro che approfondire la debacle dei prezzi di altre materie prime (‘commodities’), già molto bassi rispetto agli anni precedenti il 2009. Per esempio, i prezzi del petrolio di riferimento internazionale, West Texas Intermediate (WTI) e Brent, che salivano ad aprile e maggio, sono scesi di nuovo. I prezzi del petrolio sono ora sotto i 50 dollari al barile, una situazione che aggrava la deflazione (prezzi in calo) e che, in combinazione con il trend della bassa crescita del prodotto interno lordo (PIL) e col crollo dei vantaggi finanziari, aumenta esponenzialmente il rischio di una nuova crisi bancaria in Europa.

La ‘Brexit’ non significa necessariamente la fine dell’integrazione europea
Il voto per la ‘Brexit’ ha rivelato l’enorme rifiuto dell’integrazione europea. La politica economica nel Regno Unito ha sostanzialmente seguito lo stesso modello degli altri Paesi dell’Europa continentale: liberalizzazione indiscriminata degli scambi di beni e servizi, deregolamentazione finanziaria e politica del lavoro che ha paralizzato l’aumento salariale, con l’obiettivo di eliminare i benefici sociali dei lavoratori. E’ chiaro che il sogno di un’Europa democratica, sociale e solidale sia proprio tale, una fantasia. Lo ‘Stato sociale’ costruito dopo la seconda guerra mondiale è oggi in gran parte smantellato. La qualità di una democrazia non può essere valutata esclusivamente da un referendum e dal rispetto dei risultati del governo. Democrazia significa, prima di tutto, partecipazione diretta alle decisioni importanti che riguardano la società, sia nell’economia che nella vita politica. Ed è qui che la costruzione dell’Unione europea ha grossi difetti: il disegno del piano d’integrazione è diventata questione riservata alle élite economiche. Le grandi aziende sono i principali beneficiari della realizzazione di un ‘mercato comune’, insistendo nell’approvare al più presto possibile l’Accordo transatlantico commerciale e degli investimenti (TTIP, nell’acronimo in inglese) promosso dal governo Stati Uniti, e promuovendo l’offensiva dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (NATO). E’ vero che l’Europa ha urgente bisogno di una riprogettazione istituzionale, senza dubbio. Infatti, dopo il trionfo della ‘Brexit’ in molti Paesi si è proposto il referendum per lasciare l’Unione europea; tuttavia si tenga conto che la maggior parte dei Paesi europei continentali fa anche parte dell’eurozona, e così non era per il Regno Unito che ha sempre rifiutato di adottare la moneta comune. E finora le forze progressiste in Europa non hanno proposto di abbandonare l’euro. Ricordiamo ad esempio il caso della Grecia nel 2015: con un governo di sinistra, la troika (composta da Banca centrale europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale) ha respinto tutte le proposte del programma economico di Syriza. Anche se il governo greco indisse un referendum per rifiutare le condizioni inique del terzo programma di salvataggio, l’austerità fiscale alla fine s’è imposta di nuovo. Il Primo ministro Alexis Tsipras è sempre riluttante a far lasciare l’eurozona alla Grecia (la cosiddetta ‘Grexit’), essendo finora impossibile avviare una politica economica alternativa e allo stesso tempo andare incontro le richieste della troika. A mio avviso, il grande dramma che vive l’Europa in questo momento è che i sostenitori dell’abbandono dell’euro e quindi dell’Unione Europea, sono i leader dei partiti politici dell’estrema destra che usano la retorica xenofoba per distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi e, diciamo chiaramente, non hanno alcuna intenzione di far rinascere l’Europa…1032098984Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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