La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono

Wayne Madsen SCF 23/07/2017Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile. Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell'”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto. Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”. È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense. Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono. La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:
– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
– dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.
L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”. In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.
Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA. La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari. Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che li Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”. L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.
Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali. Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama. Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”. Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti. Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.
Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando a Praga successe un ’48

Luca Baldelli

La storiografia “blasonata” ci ha sempre raccontato che a Praga, nel ’48, i comunisti, barbari e spietati, attuarono un colpo di Stato, schiacciando sotto il loro tallone un popolo pacifico e mite, restio ad ogni “totalitarismo” (parola magica vuota, come se il capitalismo fosse “parzialismo” e non visione totalizzante dei rapporti umani e sociali!) Andò veramente così? Vediamo la storia come fu e non come piacerebbe a qualcuno che fosse andata. Occupata per sei anni dai nazisti, per colpa anche e soprattutto delle cosiddette “democrazie borghesi”, in primis della Gran Bretagna, fautrice con Chamberlain dell’appeasement con Hitler, la Cecoslovacchia giacque per lungo tempo sotto un tallone questa volta reale, fatto di saccheggi, violenze, stermini, in ossequio ad un’ideologia di morte e terrore. Il Partito Comunista Cecoslovacco, guidato da Klement Gottwald, si pose alla testa della Resistenza e liberò il Paese con il fraterno aiuto dell’Armata Rossa. In seguito, esso fu alla base della formazione del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi nella primavera del 1945: una compagine unitaria che, con un programma schiettamente progressista e democratico, avviò profonde riforme volte alla ricostruzione e, assieme, alla trasformazione sociale del Paese. Il governo cecoslovacco in esilio a Londra, guidato da Edvard Benes, a differenza di quello polacco e jugoslavo, cooperò all’inizio con lealtà e spirito costruttivo con il Fronte.
Il 10 maggio 1945 si insediò a Praga il governo del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi, presieduto dal socialdemocratico Zdenek Fierlinger. Già questo fatto, di per sé, prova quanto i comunisti fossero poco inclini a monopolizzare il potere, pensando prima di tutto al bene della Nazione, con lungimiranza e onestà, pur potendo optare certamente per soluzioni di forza. Nel governo di Fierlinger erano rappresentate tutte le forze sane e progressive del Paese, in proporzione alla consistenza numerica dei loro adepti e sostenitori: comunisti, socialdemocratici, socialnazionalisti, populisti e democratici. L’esecutivo si distinse subito per impulso riformista e sano decisionismo: il 19 maggio 1945 fu decisa la statalizzazione delle attività economiche di tedeschi, ungheresi e collaborazionisti. Il settore statale venne così ad inglobare imprese fondamentali per il riavvio dell’economia e lo sviluppo sociale della Nazione. L’estrazione del carbon fossile, ad esempio, che nel maggio del 1945 ammontava a sole 239000 tonnellate, nel dicembre dello stesso anno salì a 1081000 tonnellate. Tutti i principali indici economici marciarono compattamente al rialzo, con abbattimento della disoccupazione e del tasso di povertà. In questo quadro, il Partito Comunista Cecoslovacco, forza cardine della coalizione, vide ingrossarsi le proprie fila: dai 30000 iscritti del maggio 1945, passò a 712000 in agosto. Le truppe statunitensi, presenti nel Paese dal 17 maggio 1945 (a riprova ulteriore di quanto Stalin poco desiderasse sfere di influenza monopolizzate dall’URSS!), anziché cooperare lealmente con le forze democratiche nell’eliminazione di ogni residuo fascista e nazista, protessero elementi reazionari e criminali infiltrati nel Partito Populista e, ancora di più, nel Partito Democratico ispirato alla predicazione del clero fascista capitanato da Hlinka e Tiso. Questi elementi, in virtù dell’eccessivo liberalismo imperante nel Paese, erano scampati alla giustizia e ora minacciavano frontalmente la democrazia, anche con armi e appoggi logistici stranieri. Mentre l’URSS concedeva crediti a condizioni agevolate, contribuendo potentemente alla ripresa dell’economia cecoslovacca anche a prezzo di qualche sacrificio interno (l’URSS era stata messa a ferro e fuoco dai nazisti, non aveva concluso certo la guerra coi forzieri pieni come gli USA!), gli Stati Uniti orchestravano sabotaggi, istigavano elementi reazionari e antisociali, agevolavano la fuga di criminali patentati attraverso salvacondotti creati all’uopo. La disinformazione veniva sparsa a piene mani per danneggiare l’immagine della Cecoslovacchia: si parlava di declino laddove c’era solo rinascita, di penuria dove pian piano si faceva strada l’abbondanza, di pulizie etniche di tedeschi dove ad essere espulsi erano solo personaggi compromessi con il nazifascismo e collaborazionisti, mentre migliaia e migliaia di cittadini tedeschi onesti e laboriosi si rimboccavano le maniche per ricostruire il Paese, accanto ai loro fratelli Cechi e Slovacchi.
Il Partito Comunista e le forze autenticamente democratiche ed antifasciste, però, non si fecero intimidire, anche se nei ranghi dei Partiti e dei movimenti si erano infiltrate quinte colonne attive ed operanti: il Fronte Nazionale marciò compatto sulla via della costruzione di una nuova Cecoslovacchia, chiese ed ottenne il ritiro delle truppe statunitensi e sovietiche. I sovietici rispettarono la richiesta e adempirono ai loro doveri con sincera convinzione, mentre gli statunitensi la dovettero subire e lavorarono da subito a disseminare il Paese di spie e provocatori. Intanto, il Paese ed il suo governo andavano avanti: provvedimenti di importanza storica colpirono i latifondisti e la grande proprietà terriera in mano alla Chiesa e ai ceti parassitari, mentre altre deliberazioni condussero alla nazionalizzazione delle grandi imprese strategiche, delle banche e delle compagnie private di assicurazione. A tutti gli ex-proprietari e possidenti, tranne che a collaborazionisti tedeschi e ungheresi, vennero corrisposti equi indennizzi, anche oltre il dovuto, visto che molti di loro per decenni avevano evaso il fisco in massa e truffato lo Stato imponendo patti leonini con la forza del denaro. Il Sindacato appoggiò attivamente tali misure ed il Partito Comunista chiamò il Paese alla mobilitazione per difenderle e dar pieno compimento, sotto il controllo popolare, a quanto scritto nei dettati legislativi, ben sapendo che attorno ad essi si stavano esercitando gli “azzeccagarbugli” degli interessi colpiti.
Il 1946 si aprì con una Nazione in piena rinascita economica, un PC sempre più radicato e potente, a Congresso per decidere i futuri orientamenti, la preparazione delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste si tennero nel mese di maggio e i loro risultati premiarono il PC, che raccolse il 38% dei consensi. Questa percentuale, unita al 12% dei socialdemocratici, fece sì che il fronte delle sinistre ottenesse 151 seggi su 300, ovvero la maggioranza assoluta. Rispettosi ancora una volta della dignità e del peso delle altre forze politiche, preoccupati di non aprire varchi alla reazione, indebolendo la democrazia, i comunisti accettarono la Presidenza del Consiglio, che andò al leader del Partito Klement Gottwald, vecchio quadro operaio e indomito combattente antinazista, mentre, per quanto concerne la Presidenza della Repubblica, pur ricevendo offerte in tal senso, appoggiarono Edvard Benes, uomo delle lobbies anglofile e massoniche ma, in quel momento, il più equilibrato che vi fosse sul fronte moderato. Il compagno Gottwald costituì un governo ampiamente unitario, con soli 9 ministri del Partito Comunista. Viene da sorridere pensando ai deliri degli storici borghesi e filo-imperialisti che ancora oggi parlano di “monopolio comunista del potere” e di “volontà egemonica del PC”.
Nel Paese, intanto, si moltiplicavano le minacce provenienti dal fronte conservatore, reazionario e filofascista, abilmente diretto e strumentalizzato dagli USA, dal Vaticano e dalla reazione internazionale. Anche nei Partiti di governo vi erano forti correnti antipopolari e di destra, ma da una parte erano contenute e bilanciate dalla presenza, all’interno di essi, di vaste aree progressiste, aperte alla collaborazione col PC, dall’altra lo stesso PC era intenzionato a procedere in avanti con estrema cautela, il che, naturalmente, non voleva dire senza risolutezza in ordine ad obiettivi e traguardi ben fissati nel programma di Partito e di coalizione. Nuovi provvedimenti governativi, largamente appoggiati in seno al popolo fissarono in 150 e 250 ha i limiti di proprietà rispettivamente per i terreni agrari e per quelli con diversa destinazione d’uso. Un’imposta fortemente progressiva sui milionari colpì in maniera ancor più decisa i cespiti e gli interessi dei ricchi. Grazie a tali misure si riuscì a fronteggiare al meglio l’emergenza alimentare del 1947, dovuta a fenomeni siccitosi devastanti, coinvolgenti tutto l’arco carpatico e subcarpatico. Tutti i cittadini ebbero pane, latte, carne e burro garantiti, anche se in quantità ovviamente non pantagrueliche, mediante misure di razionamento e razionalizzazione della rete commerciale. Nessuno dovette fare la fame, come invece avveniva, negli stessi anni, in Europa occidentale, ma le bande reazionarie, con il sangue agli occhi per questi successi e per le adesioni sempre più forti che i comunisti suscitavano grazie alla loro politica, cominciarono ad intensificare le azioni ostili facendo leva sulle inevitabili difficoltà del momento: attacchi armati contro comunisti ed esponenti di sinistra e sindacali, accaparramento di viveri, distruzione di infrastrutture, diffusione di notizie false per intimidire e seminare sfiducia tra la gente; il copione dell’eversione anticomunista si ripeté anche in Cecoslovacchia, con i circoli imperialisti pronti a trarne profitto per rovesciare il governo del Paese. Con singolare, diabolico tempismo, questi circoli tentarono di stringere attorno al Paese il cappio del “Piano Marshall”, presentandosi col volto caritatevole falso ed ipocrita di chi prima accende la miccia e poi pretende di vestire gli abiti del pompiere. I comunisti e tutte le forze progressiste del Paese non caddero nel tranello! Non vi fu, come sostengono ancora oggi gli pseudostorici che vanno per la maggiore. alcun veto o diktat di Stalin in ordine alle decisioni cecoslovacche sull’adesione al “Piano Marshall”. Stalin era rispettosissimo dell’indipendenza e sovranità della Cecoslovacchia e, semmai, se proprio si vuole fare la ponderazione degli interessi col bilancino del giudizio storico, avrebbe visto di buon occhio un soccorso economico occidentale che avesse, per così dire, coperto la parte che l’URSS, uscita dalla guerra con necessità di ricostruzione enormi, non sarebbe riuscita a mettere in campo. Furono i comunisti cecoslovacchi che, studiate attentamente la proposta, si accorsero che il “Piano Marshall” non era una versione avanzata e perfezionata del Piano UNNRA che anche l’URSS aveva concorso ad attuare, una sorta di keynesismo sovranazionale gestito in forma concordata tra i principali vincitori del secondo conflitto mondiale a beneficio dei Paesi d’Europa, ma un semplice strumento in mano alle multinazionali statunitensi e ai loro protettori politici per colonizzare economicamente l’Europa, distruggendo ogni forma di sovranità. Dinanzi a questo scenario, i comunisti cecoslovacchi dissero no, e lo disse, conseguentemente, dal momento che aveva occhi e bocca per giudicare, e nessuno poteva legittimamente impedirglielo, anche Stalin. O forse si vuol sostenere che Truman poteva dire la sua su tutto, ipotecando il futuro e la sovranità dei Paesi europei, mentre Stalin non doveva esprimere pareri e orientamenti su niente, nemmeno per Paesi interessati da rilevanti trattati commerciali con l’URSS?
Il rifiuto del tranello del “Piano Marshall”, la sempre più forte influenza del PC, il superamento delle difficoltà alimentari del 1947, anche con misure decise appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione quali la statalizzazione del commercio all’ingrosso, furono tutti fattori che costrinsero alle corde l’opposizione reazionaria ed eversiva del clero e dei ceti borghesi e latifondisti spodestati, con conseguenti spinte eversive sempre più rabbiose e disperate. La ciliegina sulla torta, però, fu la decisione dell’URSS sulle esportazioni di derrate alimentari a beneficio della Cecoslovacchia. Klement Gottwald, preoccupato di assicurare al popolo tutto il nutrimento necessario dopo la siccità, quando ormai la battaglia contro la penuria del ’47 era quasi del tutto vinta, rivolse un appello all’Unione Sovietica per consolidare i successi assicurandosi 150000 tonnellate di granaglie. Questa era l’entità della richiesta. L’URSS, sul finire del 1947, aveva ormai vinto anch’essa la battaglia contro le privazioni dei primi due anni postbellici e abolito il razionamento dei generi alimentari dieci anni prima della ricca Gran Bretagna, uscita dal conflitto con molte meno distruzioni. Un miracolo che solo il socialismo poté compiere. Tracciato un bilancio accurato dei fabbisogni, delle spese di trasporto e della rete infrastrutturale e logistica necessaria, l’URSS annunciò che la Cecoslovacchia avrebbe avuto ben 200000 tonnellate di grano, in luogo delle 150000 richieste. Il popolo andò in un visibilio che non è possibile descrivere; l’immagine dell’URSS guadagnò in forza, stima e ammirazione presso i Cecoslovacchi, al punto che anche illustri conservatori sposarono le posizioni filosovietiche. I crediti agevolati, le materie prime, i macchinari, il grano, dimostravano che il sistema sovietico era in grado, a due anni dalla fine del conflitto, pur tra mille difficoltà, di onorare promesse e impegni verso il popolo cecoslovacco andando anche oltre il pattuito. Intanto, sul piano interno, in Cecoslovacchia la produzione era raddoppiata dal 1945 e tornata al 98% del livello prebellico, ma con una ben diversa, incomparabilmente più equa ripartizione della ricchezza e del prodotto sociale tra tutti i cittadini. In questo quadro, le forze reazionarie, approfittando anche di un Benes sempre più tentennante, tentarono l’ultima, disperata spallata al potere democratico e popolare, contando sull’appoggio del nunzio vaticano e dell’ambasciatore statunitense. Il 12 febbraio 1948, tre mesi dopo che Gottwald con puntualità e determinazione aveva denunciato l’inasprirsi del complotto reazionario ed imperialista ai danni del Paese, davanti al CC del Partito Comunista, la Commissione agraria dell’Assemblea costituente si rifiutò di discutere il progetto di legge di una nuova riforma agraria ancor più radicale delle precedenti, che avevano lasciato scoperti settori importanti dei lavoratori agricoli. In tutto il Paese si levò un moto di sdegno contro tale ostruzionismo, con comitati di agitazione operai e contadini ovunque mobilitati e una grande conferenza tenutasi a Praga il 16 febbraio. Strumentalizzando la tensione esistente nel Paese, e di concerto con le bande reazionarie pronte al golpe, si dimisero dal Governo del compagno Gottwald i Ministri reazionari appartenenti ai partiti socialnazionale, democratico e populista, boicottando la riunione del 17 febbraio. In quelle forze politiche, però, non tutti la pensavano allo stesso modo ed erano intenzionati ad assecondare le trame eversive: infatti, molti elementi ribadirono la fedeltà al governo democratico e progressista del Fronte Nazionale e stigmatizzarono la violazione dei patti e degli impegni assunti da parte dei ministri dimissionari. Intanto nel Paese, rispondendo all’appello del Partito Comunista diffuso in ogni modo da migliaia di attivisti, attraverso radio, stampa e assemblee, milioni di persone si mobilitarono per difendere il governo e le istituzioni democratiche; la Milizia operaia fu particolarmente energica nell’impedire ai sabotatori e agli eversori di portare a termine i loro loschi piani: nel rispetto delle leggi esistenti, e al contempo con decisione, essi furono messi in condizione di non nuocere. Tutto il Paese si era stretto attorno a Gottwald, al Partito Comunista, agli elementi progressisti decisi a fondare sulle colonne della giustizia una nuova Cecoslovacchia operaia e democratica. In piazza vi furono anche democratici, populisti e socialnazionali che non si riconobbero nei piani dei loro dirigenti acquistati e manovrati dalla reazione internazionale.
Il 25 febbraio 1948, il Presidente della Repubblica Benes fu costretto ad accettare le dimissioni dei ministri reazionari e un grandioso comizio salutò la vittoria popolare contro i golpisti in Piazza San Venceslao. Centinaia di migliaia di persone si pigiarono per ascoltare il compagno Gottwald. La reazione interna ed internazionale era battuta, sgominata, annichilita. Nonostante i mutati rapporti di forza, nonostante la prova di energia e vigore di tutto un popolo accorso a difendere le istituzioni della democrazia popolare, i comunisti non si imbaldanzirono né trascesero a comportamenti e azioni esagerati. Essi mantennero sempre sangue freddo, misura, equilibrio e vollero ancora formare, sotto la loro guida, un governo unitario con tutte le forze progressiste fedeli al programma originario del Fronte Nazionale. Chi parla di golpe comunista, dunque, cade nel ridicolo e si squalifica davanti al tribunale della storia non solo come studioso, ma anche come opinionista. Si è molto favoleggiato e si favoleggia sulla tragica scomparsa del Ministro degli Esteri Masaryk, di orientamento socialdemocratico, trovato morto nel cortile di Palazzo Cernin a Praga il 10 marzo 1948: i centri della disinformazione anticomunista ed antisovietica, in special modo quelli legati alla massoneria, alla quale Masaryk aderiva, hanno sempre cercato di far passare la tesi dell’eliminazione fisica da parte dei comunisti. Essa, però, naufraga sotto tonnellate di prove contrarie e tutte le persone più vicine al ministro, con convinzione e non perché costrette da alcuno, han sempre parlato, anche dopo il 1989, di suicidio, l’unica causa possibile e plausibile che si evince da decine e decine di rilievi ed esami. Ad ogni modo, anche quell’evento fu strumentalizzato e utilizzato cinicamente dai crociati della Guerra fredda. Ad ogni buon conto, il 21 marzo 1948, l’Assemblea costituente varò una nuova legge agraria che limitava la proprietà fondiaria a 50 ettari, unificava l’imposta a carico dei terreni, stabiliva regole certe, semplici e incontrovertibili per un credito agricolo al servizio della piccola impresa (riconosciuta e tutelata) e delle cooperative. Il 28 aprile, si passò alla nazionalizzazione delle imprese con più di 50 dipendenti e, per alcuni settori, alla nazionalizzazione tout court. Venne introdotto pure il monopolio sul commercio estero e il 9 maggio 1948 vide la luce la nuova Costituzione, boicottata dai vecchi arnesi della reazione e ora pronta per essere sancita ed attuata in tutti i suoi punti, da quelli principali ai corollari esplicativi. La Carta suprema proclamava la scelta socialista del Paese. Il 30 maggio del 1948, le elezioni videro la vittoria del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi con l’89% dei voti. Nel Fronte non vi erano solo i comunisti, ma tutti i democratici che intendevano contribuire alla rinascita e allo sviluppo del Paese sulla via maestra del socialismo. L’opposizione fu sempre tutelata e il pluripartitismo riconosciuto; se qualche partito e partitello non riuscì a formare liste, fu perché si era completamente screditato agli occhi della popolazione, non per veti che non ci furono mai e che sarebbero stati del tutto inutili e anzi controproducenti, visto il larghissimo consenso del quale godevano le forze unite del Fronte. Nel mese di giugno, Benes si dimise da Presidente della Repubblica: le sirene anglo-statunitensi–massoniche avevano cantato più forte di quelle progressiste e realmente liberali che pure avevano gorgheggiato nel suo animo; egli fu sostituito dal compagno Gottwald, mentre alla carica di Presidente del Consiglio andò il celebre, amatissimo sindacalista Antonin Zapotocky, protagonista centrale delle giornate della primavera 1948. L’estate del ’48 vide l’unificazione tra comunisti e socialdemocratici: la classe operaia usciva più forte, unita e determinata dalle dure prove sostenute, pronta a raccogliere i frutti di un benessere e di una stabilità crescenti che avrebbero fatto della Cecoslovacchia uno dei Paesi più ricchi e progrediti di tutta Europa.

Riferimenti bibliografici e sitografici:
“Storia universale” dell’Accademia delle scienze dell’URSS, vol. 11 (Teti, 1978)
Klement Gottwald: “La Cecoslovacchia verso il socialismo” (Rinascita, 1952)

Il Presidente al-Sisi inaugura la più grande base militare del Medio Oriente

Egypt DailynewsIl Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato il 22 luglio la più grande base militare del Medio Oriente, presso la città di Alessandria. Il presidente ha alzato la bandiera delle Forze Armate sulla nuova base di al-Hamam, ad ovest di Alessandria. La base militare prende il nome dal primo presidente Muhamad Naguib, che orchestrò la rivoluzione del 1952 che pose fine alla monarchia in Egitto. La nuova base militare è la più grande della regione Medio Oriente-Africa del Nord, secondo l’agenzia ufficiale MENA. La cerimonia d’inaugurazione ha visto i principali funzionari dell’Egitto, nonché principi e ambasciatori arabi. La delegazione araba comprendeva il principe di Abu Dhabi Muhamad bin Zayad al-Nuhayan, il consigliere del re saudita principe Qalid al-Faysal e il principe ereditario del Bahrayn Salman bin Hamad bin Isa al-Qalifa.
Da quando Sisi entrò in carica nel 2014, lavora alla ricostruzione delle forze armate, concludendo numerose trattative con Stati Uniti, Francia, Russia e altri Paesi. L’Egitto affronta minacce alla sicurezza che richiedono risorse diversificate e migliori preparativi per l’esercito, dichiarava Samir Qatas, presidente del Forum per gli studi strategici e di sicurezza del Medio Oriente. Qatas affermava anche vi sono sfide ai confini con Libia, Sinai e Sudan. Anche il mantenimento della sicurezza nello stretto di Bab al-Mandab, minacciato dalle tensioni in Yemen, è essenziale per la sicurezza del nuovo e vecchio Canale di Suez, oltre alla necessità di assicurare le nuove scoperte di giacimenti di gas nel Mar Mediterraneo. “L’Egitto dovrà essere pronto anche ad entrare in guerra a sostegno degli “alleati del Golfo, che costituiscono la linea difensive dell’Egitto“, aggiungeva l’esperto di strategia.

Il Presidente al-Sisi inaugura la base militare Muhamad Naguib ad ovest di Alessandria
Egypt Dailynews

Il Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato la base militare Muhamad Naguib, situata nell’area di al-Hamam, ad ovest di Alessandria, dove si terrà la prima laurea dei cadetti, secondo il sito al-Ahram Arabic. La base, secondo quanto riferito, è la più grande del Medio Oriente, costruita sulla base della città militare realizzata nel 1993, disponendo di 1155 edifici costruiti e ristrutturati negli ultimi due anni. La base militare sarà anche il comando di alcune forze dell’unità militare del Nord, che dovrebbero aumentare l’efficienza nel proteggere l’ovest di Alessandria, la costa settentrionale, dove è attualmente in costruzione la centrale nucleare di al-Daba, i giacimenti petroliferi e la nuova città di al-Alamein, tra gli altri. La base sarà utilizzata anche per le esercitazioni militari con gli eserciti di altri Paesi. La base prende il nome da Muhamad Naguib, primo leader della rivoluzione egiziana del 1952 e primo Presidente della Repubblica d’Egitto dopo l’istituzione del 18 giugno 1953. Insieme a Gamal Abdal Nasser, Naguib guidò il movimento degli ufficiali liberi che pose fine alla dinastia di Muhamad Ali che governò Egitto e Sudan dal 1805 al 1952. Si prevede che la base abbia un museo commemorativo di Naguib, una moschea per 2000 persone, campi sportivi e piscine. La base è anche costituita da un’unità di produzione per essere autosufficiente, con 379 feddan di alberi da frutto e 1600 di piante stagionali e verdure.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

McCain lascerà presto questo mondo

Ziad Fadil Syrian Perspective 21/7/2017

Non posso trattenere la gioia alla prospettiva di vedere il criminale stragista John McCain morire per un glioma trovatogli nell’occhio sinistro intaccato da un coagulo, senza dubbio piantatogli dall’angelo vendicatore della Siria. Dio possa arrostirlo per sempre nel fuoco inestinguibile dell’Ade. Alla sua puzzolente famiglia di ratti, stendo un fiero dito medio per esprimere il mio disprezzo per tale derelitto. Non è un eroe.
Il Presidente Trump, come ho già scritto, toglie il sostegno statunitense ai criminali in Siria. Se ricordate, nel mio ultimo post citavo gli statunitensi che starebbero riempiendo le valigie di souvenir, rosari e guantiere di Baqlava. Bon voyage a tale spazzatura. D’altra parte, tuttavia, vi sono sempre più rapporti su convogli di mezzi statunitensi riversarsi in Siria dall’Iraq. Prevalentemente blindati progettati per rilevare ed evitare mine terrestri. La dimensione di tale operazione, apparentemente legata all’assalto su al-Raqqa, non sarà stata ignorata dall’esercito iracheno o dai suoi servizi d’intelligence. Sono anche impressionato dal fatto che i russi, che dispongono d’intelligence satellitare della zona, non facciano una piega. È possibile che tale nuovo atteggiamento sia il risultato dell’incontro tra i signori Trump e Putin. Tuttavia, Esercito arabo siriano ed alleati si avvicinano a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Quali possibili coordinamenti esistano tra le due forze è solo un’ipotesi.
Nel frattempo è iniziata un’enorme operazione dell’Esercito arabo siriano, dell’esercito libanese e di Hezbollah per scacciare tutti i terroristi dalla zona di confine Falita – Arsal. Testimoni indicano che tutti i gruppi impiegano razzi e artiglieria contro le basi di SIIL e al-Qaida, con i bombardati presi di mira come anatre in una fiera di Coney Island. Esercito ed alleati hanno liberato la zona di Tal Burqan e si prevede che ne libereranno altre nelle prossime 24 ore, poiché le comunicazioni dei terroristi indicano la completa dissoluzione della loro struttura di comando.
Ora torno a casa e stilerò una relazione molto più dettagliata per domenica. Spero che Danny comprenda alcuni problemi sulla piattaforma che utilizziamo. Sarebbe bello postare nuovamente foto e mappe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cordone Sanitario siriano per Israele?

Alastair Crooke, Sic Semper Tyrannis 20 luglio 2017Israele ha respinto l’accordo sul cessate il fuoco di Amman negoziato da Stati Uniti, Russia e Giordania che decide il confine della zona di de-escalation nella Siria sud-occidentale. Fin dall’inizio, l’accordo era accettato da Israele e dall’alleato giordano. Inizialmente, Israele disse “sì” (e partecipò ad alcune discussioni), ma all’inizio della settimana il primo ministro israeliano cambiava idea. Ora Israele afferma che il cessate il fuoco (che regge) è un problema serio per Israele e che alcuna delle sue richieste sulla sicurezza è stata rispettata. Ben Caspit, commentatore israeliano, cita una fonte vicina alla questione: “Non si tratta solo del disaccordo. Ma è un vero scontro, che pone Israele contro Russia e Stati Uniti. Riflette la cospicua delusione d’Israele sul modo con cui gli statunitensi vengono aggirati da Putin, portando alla cessione degli interessi israeliani sulle alture del Golan e in Libano all’Asse Sciita”. È vero il contrario: l’intenzione dei negoziatori di Amman fin dall’inizio era fermare l’Esercito arabo siriano e le forze alleate, che avanzano liberando il territorio sovrano, mentre le forze insurrezionali si dissolvono, non troppo vicino la linea dell’armistizio sul Golan. I negoziatori statunitensi nei colloqui furono abbastanza chiari: gli Stati Uniti avevano solo due obiettivi, proteggere Israele e sconfiggere lo SIIL, e sono stati pienamente raggiunti coll’accordo provvisorio che ha bloccato il conflitto e imposto l’assenza di “combattenti stranieri” per 20 km sul lato siriano della linea dell’armistizio sul Golan e sul confine siriano-giordano (che escluderebbe le autorità militari iraniane, libanesi e irachene) per un determinato periodo di tempo. Inoltre, tutta la zona sarà sorvegliata e protetta dalle forze di polizia russa. Di fronte a ciò, i negoziatori statunitensi hanno fatto ciò che hanno fatto. Allora, perché Israele si ritrae ed avanza, post hoc, delle pretese? Adesso afferma che non tollererà la presenza iraniana o di Hezbollah in Siria. L’ex-capo del CNS israeliano dichiarava esplicito che Israele può usare la forza per chiudere ogni base. Chiaramente, Netanyahu è deluso ed arrabbiato. Le sue speranze di una coalizione “sunnita” guidata dai sauditi che si confrontasse, contenesse e ricacciasse l’influenza iraniana, sono implose con il disordine dell’attuale fratricidio intra-GCC. Allo stesso modo, le sue speranze di un corridoio logistico e di zone tampone da nord fino al confine siriano-iracheno, estendendosi all’Eufrate, sono crollate quando il governo iracheno, irritato dalla creazione dell’esplicita alleanza anti-sciita tra Riyad e presidente Trump (quando associò la milizia delle PMU ed Hezbollah ai principali attori del terrorismo), capovolse l’equilibrio di forze. Il governo iracheno ha dato alle PMU via libera per il confine iracheno-siriano da entrambe le parti. Immagino che Netanyahu senta che la parte d’Israele nel conflitto siriano stia finendo e che il futuro non vedrà più una Siria debole, sbaragliata dal jihadismo filoiraeliano e dalla balcanizzazione del territorio, come previsto. Ma piuttosto, una Siria pienamente legata ad Hezbollah, Iran e la costellazione delle PMU irachene sempre più attive, se non ineccepibili.
Israele, nella sua frustrazione, pensa d’imporre una propria zona tampone, come nel Libano meridionale? Come presupposto, probabilmente “no”. La lezione del Libano meridionale è ancora troppo cruda per contemplare una zona tampone “fisica”. La presenza di truppe israeliane nella Siria meridionale sarebbe un invito aperto alla guerriglia per respingere gli invasori. Più probabilmente le minacce del PM israeliano sono un tentativo di cambiare le regole del gioco siriane, estendendo la licenza militare d’Israele ad agire in modo unilaterale e senza responsabilità nel sud-ovest della Siria, a sostegno dei fantocci jihadisti presso Qunaytra. In pratica, ciò è già cominciato anche se con il pretesto d’Israele di rispondere al “fuoco diretto” d’oltre frontiera. Forse Israele suppone che l’amministrazione statunitense abbia perso la pazienza con l’agenda del cambio del regime a Damasco (visto il crollo del fronte guidato dall’Arabia Saudita). Washington preferisce una rapida vittoria pubblica sullo SIIL a Raqqa, e poi dimenticarsi della Siria. Gli occhi degli Stati Uniti vanno altrove e Trump ha deciso di finirla con l’aiuto “segreto” della CIA ai “ribelli moderati siriani“. Così il PM Netanyahu probabilmente cerca di recuperare ciò che può della campagna anti-iraniana. Il 18 luglio, la Casa Bianca pubblicava una dichiarazione che spinge il Congresso ad autorizzare nuove “temporanee” installazioni intermedie di stazionamento in Iraq e Siria “nell’ambito della campagna statunitense contro lo Stato islamico“, (i dettagli sulle basi esistenti degli Stati Uniti sono appena state diffuse dai turchi). Ma come affermava su al-Monitor Corri Zoli, direttore ricercatore dell’Istituto di Sicurezza Nazionale e Controterrorismo dell’Università di Syracuse, “Mi sembra che ciò che vogliono è manovrabilità per creare alcune infrastrutture per approfondire la lotta oltre Raqqa e la Siria… È un tentativo di creare eliporti per attaccare lo SIIL e gli sforzi per creare un minicaliffato nella regione. Il segretario alla Difesa James Mattis”, aggiunge Zoli, “pensa a un paio di passi in avanti. Vuole avere la pace, stabilizzare la regione e pressare militarmente l’Iran. Se può farlo con la logistica, meglio“. Così, Netanyahu, giocando da “solito arrabbiato”, potrebbe fare pressione sull’amministrazione statunitense per attuare un piano sostitutivo con un cuneo di strutture aeroportuali temporanee statunitensi che vadano dalla Siria settentrionale all’Iraq, destinate a evitare la contiguità iraniana con la Siria. In breve, Netanyahu è irritato dalle carenze del piano del cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, facendo leva sull’incomprensione statunitense sulla rete di contenimento dell’Iran. Ma se non sarà così, e Israele intendesse respingere le basi militari iraniane e di Hezbollah ben oltre la linea dell’armistizio sul Golan, il presidente Trump avrà di che preoccuparsi. Potrebbe ritrovarsi con missili che volano dal sud del Libano in Israele. Infine, anche se è ampiamente noto che Mattis si trascina nette opinioni sull’Iran dalla particolare esperienza in Iraq, dove prestò servizio, le sue attuali responsabilità richiedono una visione più ampia. Semplicemente, la stabilità regionale, interesse dichiarato dagli USA, è contingente alle buone intenzioni iraniane, che Mattis ci badi o meno.
L’ex-capo del CNS d’Israele Yaakov Amidror è certamente nel giusto quando sottolinea così chiaramente (probabilmente con sanzione ufficiale) che gli interessi d’Israele si discostano da quelli degli USA: “Alla fine è nostra responsabilità, non di statunitensi e russi, proteggerci e prendere tutte le misure necessarie a ciò”. Spiegando come statunitensi e russi, con cui Israele ha buoni legami e dialogo, hanno accettato un accordo che consenta la presenza permanente iraniana in Siria. Amidror affermava che l’obiettivo strategico russo del cessate il fuoco è garantirsi che il regime di Assad rimanga, e l’obiettivo strategico statunitense è distruggere lo Stato islamico. Israele, ha detto, deve “prendersi cura del suo obiettivo strategico“, definito come “dividere Iran e Siria costruendo basi in Siria“. Amidror ha detto che mentre Israele ovviamente vuole vedere la fine delle uccisioni in Siria, “Il prezzo non può essere avere Iran ed Hezbollah alle nostre frontiere“, e che Israele ha opzioni diplomatiche e militari per impedire che ciò avvenga e che “entrambe le opzioni vanno usate“. Mattis potrebbe avere l’impressione di doversi spiegare “a lungo” con Bibi Netanyahu.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora