Mattis contro Trump

Thierry Meyssan, Rete Voltaire, al-Watan Damasco (Siria)

Mentre i media trattano le primarie degli Stati Uniti come una competizione tra Trump e Cruz da un lato, tra Clinton e Sanders dall’altra, una macchina si forma per bloccare l’immobiliarista che minaccia gli interessi della classe dominante WASP. Thierry Meyssan espone qui la posta in gioco di cui nessuno parla pubblicamente, per ora. Quest’articolo è volto a un pubblico consapevole.Cassidy-Donald-Trump-Americas-Muslims-1200Le primarie statunitensi che dovevano preparare il confronto tra repubblicani e democratici progressivamente diventano una competizione sul controllo del partito repubblicano. Mentre tra i democratici il duello tra Hillary Clinton e Bernie Sanders si riassume nell’esperienza al servizio dei ricchi contro l’idealismo al servizio della maggioranza, l’attenzione si concentra sulla battaglia tra i repubblicani Donald Trump e Ted Cruz. Cruz è un prodotto delle “operazioni psicologiche” di un’agenzia militare privata. Sulla politica estera si è circondato di un team di guerrieri freddi creato intorno al senatore Henry Scoop Jackson, istericamente antisovietico. Ha preso posizioni contro ogni forma di limitazione giuridica del potere degli Stati Uniti, quindi contro il principio stesso del diritto internazionale.
Fino alla scorsa settimana, s’ignoravano le posizioni di Donald Trump. Tutto quello che si era visto erano le dichiarazioni contraddittorie sulla questione israeliana. Denunciava con forza la polarizzazione pro-israeliana delle varie amministrazioni, dichiarandosi neutrale sul conflitto israelo-palestinese, per poi fare professione di fede ultra-sionista davanti l’AIPAC. In ultima analisi, a Trump è stato chiesto, la scorsa settimana, da The National Interest di pronunciare il suo primo discorso in politica estera. La rivista è stata fondata dal Centro Nixon che riunisce i sopravvissuti della squadra di Henry Kissinger. Tra la sorpresa generale, ma probabilmente non degli organizzatori, “the” Donald non ha adottato posizioni su vari temi per soddisfare questa o quella lobby, ma ha declinato una vera e propria analisi della politica degli Stati Uniti, descrivendone la propria completa revisione. Secondo lui, è un errore fondamentale tentare di esportare con la forza il modello democratico occidentale ai popoli cui non hanno alcun interesse. Così ha criticato l’ideologia neo-conservatrice, al potere dal colpo di Stato dell’11 settembre 2001. Pertanto, si comprende meglio perché la scena sia stata organizzata dagli amici di Henry Kissinger, sostenitori della politica “realista” (realpolitik) e capri espiatori dei neoconservatori. Dopo aver denunciato l’enorme danno umano ed economico nei Paesi interessati, nonché negli stessi Stati Uniti, attaccava indirettamente il “complesso militare-industriale” denunciando le troppe armi presenti nel mondo. Nessuno s’inganni: per la prima volta dall’assassinio di John Kennedy, un candidato presidenziale denunciava l’onnipotenza dell’industria bellica che ha inghiottito quasi tutta l’industria statunitense. Può sembrare sorprendente prendere il toro per le corna di fronte agli amici di Henry Kissinger, che contribuirono più di altri nel sviluppare questo complesso. Tuttavia, la storia recente degli Stati Uniti spiega tale inversione. Tutti coloro che hanno combattuto il complesso militare-industriale furono bloccati o rimossi: John Kennedy fu assassinato quando si oppose alla guerra contro Cuba; Richard Nixon fu bloccato col Watergate per aver concluso la pace in Vietnam e avviato la distensione con la Cina; Bill Clinton fu paralizzato dalla vicenda Lewinsky quando cercò di opporsi al riarmo e alla guerra in Kosovo. Con una certa provocazione, Donald Trump ha presentato il suo nuovo programma di politica estera con lo slogan “America First”, in riferimento all’associazione omonima precedente la Seconda guerra mondiale. Questo gruppo è ancora ricordato come una lobby nazista che cercava di fermare la “terra della libertà” dal salvare gli inglesi attaccati dai genocidi degli ebrei. Infatti, “America First”, in realtà venne distolta dalla sua missione dall’estrema destra statunitense, ma in origine era una grande associazione fondata dai quaccheri che denunciò la Prima guerra mondiale come scontro tra potenze imperialiste, rifiutandosi perciò di entrarvi. Quindi gli avversari hanno falsamente definito Donald Trump un isolazionista, come Ron Paul, ma non lo è assolutamente, essendo un realista. Donald Trump non ha fatto politica finora, è stato immobiliarista, commerciante e presentatore televisivo. La mancanza di retroterra politica gli permette di considerare il futuro in modo completamente nuovo, senza essere vincolato da alcun impegno. È un affarista come l’Europa ne ha conosciuti con Bernard Tapie in Francia e Silvio Berlusconi in Italia. Due uomini, non senza colpe, che hanno rinnovato la politica nel proprio Paese sfidando le classi dirigenti.
Per far cadere Donald Trump, il partito repubblicano ha organizzato un’alleanza tra Ted Cruz e l’ultimo candidato, l’ex-presentatore televisivo John Kasich, che hanno accettato di rinunciare alla candidatura alla presidenza e di unire le forze per impedire che Trump abbia la maggioranza assoluta dei delegati alla Convenzione. Così, il partito potrà proporre alla convention un nuovo candidato, finora sconosciuto al grande pubblico. Sondaggi riservati sono già stati fatti, fondi sono stati raccolti e una squadra elettorale è stata formata intorno al generale James Mattis, anche se giura con la mano sul cuore di non avere pensato alla carriera politica. Tuttavia, ovviamente, l’ex-capo del CentCom potrebbe vedersi come nuovo Einsehower. Infatti, nel 1952, il vincitore della Seconda guerra mondiale non partecipò alle primarie perché era ancora comandante delle forze in Europa. S’infilò nella competizione verso la fine e in modo schiacciante venne nominato dalla convenzione del partito repubblicano a rappresentarlo. Il generale Mattis è considerato un intellettuale. Ha raccolto una vasta e famosa biblioteca privata di strategia militare, ma sembra essersi interessato alla storia solo su questo aspetto. Oggi ricercatore della Hoover Institution (Stanford University) è venuto a Washington per consultazioni e tenere una conferenza al CSIS. Tale pensatoio, tradizionalmente vicino all’industria petrolifera, è oggi finanziato principalmente dall’Arabia Saudita. Dopo aver annunciato un futuro “orribile” per il Medio Oriente, il “monaco-soldato” (soprannome datogli dai subordinati) denuncia il pericolo della rivoluzione iraniana e invoca la guerra contro l’Iran. In tal modo, ha ripreso il programma cui George W. Bush e Dick Cheney furono costretti a rinunciare per la rivolta degli altri generali.
Di fatto, il confronto incombente oppone un sostenitore collaterale della realpolitik di Henry Kissinger, impegnata a rispettare i principi della pace di Westfalia, cioè l’ordine internazionale basato sugli Stati-nazione, ai sostenitori della democratizzazione complessiva dei neocon, cioè della distruzione delle identità nazionali e dell’imposizione di un sistema di governo universale. In una parola, la visione di Richard Nixon contro i golpisti dell’11 settembre.

Da ricordare:
– Donald Trump, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, vuole limitare il potere del complesso militare industriale, prendendo il posto di John Kennedy (assassinato), Richard Nixon (Watergate) e Bill Clinton (Lewinsky).
– Secondo Trump, è dannoso per gli Stati Uniti e i popoli esteri tentare di esportare con la forza il modello democratico occidentale che non corrisponde alle loro aspirazioni.
– Il complesso militare-industriale prepara la candidatura del generale James Mattis e la guerra contro la rivoluzione iraniana.103120109-e1407959884523Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

TTIP e TPP contro integrazione eurasiatica

Boris Volkhovonskij, Strategic Culture Foundation 02/05/2016

TTIP2Se i rapporti ufficiali vanno creduti, l’ultima visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Europa ha riguardato tutto tranne ciò che in realtà era al centro delle discussioni, il partenariato transatlantico di scambio ed investimenti (TTIP). Per Obama, i cui successi in politica estera appaiono patetici anche rispetto a quelli del predecessore George W. Bush, è di vitale importanza finire la presidenza col botto, soprattutto perché, per sua stessa ammissione, le prospettive sul futuro del TTIP saranno estremamente incerte, una volta che la Casa bianca passerà di mano. E non solo nel caso in cui Donald Trump, apertamente critico delle ambizioni globali dell’attuale élite statunitense, possa diventare presidente. Ci saranno problemi anche con Hillary Clinton presidente, pur, come Obama, rappresentando gli interessi delle multinazionali ed essere grande sostenitrice dell’idea del dominio globale degli Stati Uniti. La campagna elettorale negli Stati Uniti ha già dimostrato che l’elettorato è disposto a mettere gli interessi nazionali degli Stati Uniti al di sopra delle ambizioni imperiali delle élite e delle grandi corporazioni. Trump non è l’unico ad aver espresso tale tendenza, c’è anche Bernie Sanders e, in una certa misura, il numero due nella corsa repubblicana, Ted Cruz. Anche se vincesse, Hillary Clinton sarà costretta a prendere tale punto di vista in considerazione, in particolare se ne guadagnerà i sostenitori nel tempo. I capi europei (con l’eccezione della cancelliera tedesca Angela Merkel e del primo ministro inglese David Cameron, forse) non sono molto entusiasti alla prospettiva che i loro Paesi divengano appendici coloniali dei monopoli degli Stati Uniti, tanto più che nella maggior parte dei Paesi europei vi saranno presto le elezioni. Quindi, se Obama riesce effettivamente a concludere il TTIP, potrà sentirsi un vincitore. Insieme al partenariato (Trans-Pacifico TPP ) firmato tra Stati Uniti e 11 Paesi della regione Asia-Pacifico nell’ottobre 2015, il presidente degli Stati Uniti uscente potrà prendersi il merito della creazione di un enorme e potente sistema USA-centrico avvolgente l’Eurasia da occidente ad Oriente subordinando numerose economie nazionali, sviluppate o in via di sviluppo, al capitale statunitense (o meglio multinazionale), al fine di strangolare o poi subordinare i Paesi esclusi da TTIP e TPP, in primo luogo Cina, Russia, India e numerosi altri. Inoltre, i tentativi statunitensi di creare TPP e TTIP, volti a rompere l’equilibrio degli interessi in Eurasia, sono attuti contro il rafforzamento dei processi d’integrazione nell’Eurasia. La dichiarazione congiunta del Presidente russo Vladimir Putin e del Presidente cinese Xi Jinping nel maggio 2015, al 70° anniversario delle celebrazioni della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, sull’integrazione dell’Unione eurasiatica economica (EEU) e della Cintura economica della Via della Seta, apre enormi possibilità di riunire le economie dei Paesi della Grande Eurasia. E il processo di adesione alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) di India e Pakistan a membri a pieno titolo (con la possibilità dell’Iran di unirsi alla SCO nel prossimo futuro), iniziato nel luglio dello stesso anno, completa questi processi d’integrazione. Inoltre, le iniziative d’integrazione in Eurasia non si limitano a UEE, Cintura economica della Via della Seta e SCO.
In questo contesto, l’iniziativa eurasiatica della presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, il programma ‘Nurly Zhol’ del Kazakistan e il progetto Strada nella Steppa della Mongolia sono degni di nota. La differenza fondamentale tra questi progetti e i TTP e TTIP promossi e finanziati dagli Stati Uniti è la seguente. L’obiettivo principale di TPP e TTIP (oltre a subordinare le economie dei Paesi membri) è impedire la crescita economica dei principali Paesi eurasiatici, in primo luogo Cina e Russia, ed impedire l’integrazione della regione Asia-Pacifico e dell’Eurasia. Così le iniziative TPP e TTIP sono esclusive, escludendo deliberatamente i principali avversari politici ed economici degli Stati Uniti. Al contrario, UEE, Cintura economica Via della Seta, SCO e altri progetti e iniziative simili sono per definizione inclusivi. Non sono aperti solo alla partecipazione di tutti i Paesi della regione, ma sono semplicemente irrealizzabili se solo uno dei Paesi nella regione in cui sono attuati gli importanti progetti infrastrutturali, non può, per qualsiasi motivo, parteciparvi. E qui si ha il seguente quadro. Oltre a creare strutture sotto il completo dominio degli Stati Uniti (e che operano in tal modo allo scopo vano di preservare l’ordine mondiale unipolare), le forze che non hanno alcun interesse ai processi d’integrazione inclusiva in Eurasia tentano direttamente di silurarli. Se dovessimo confrontare la mappa dei punti caldi in Eurasia con quella degli itinerari proposti dalla Via della Seta, per esempio, vedremmo che la maggior parte dei focolai di crisi si trovano lungo queste rotte (insieme a quelle volte a sviluppare altri progetti d’integrazione), così come giunzioni e snodi. Ciò riguarda dispute territoriali (tra la Cina e i vicini nell’est e sud-est asiatico, per esempio, o tra India e Pakistan), i conflitti etnici (Myanmar, Nepal e provincia pakistana del Belucistan), guerre civili (Siria o Ucraina) e intervento militare diretto straniero (in Afghanistan e Iraq) che ha portato questi Paesi sull’orlo del collasso, la pirateria nello stretto di Malacca e nel Corno d’Africa, e molto altro. Difficilmente può considerarsi un caso che il conflitto nel Nagorno-Karabakh (senza dubbio orchestrata da forze esterne), ancora una volta scoppiasse proprio quando la situazione presso l’Iran (che fino a poco tempo prima era uno dei principali ostacoli all’integrazione eurasiatica) cominciava più o meno a normalizzarsi. Da ricordare anche gli enormi sforzi delle ONG straniere (soprattutto statunitensi) in Asia centrale, dove numerosi conflitti e potenziali conflitti sono latenti o attivi. E così si ha il quadro completo di come, oltre ad inghiottire l’Eurasia nei propri piani, gli Stati Uniti cercano d’indebolire l’unità del continente a favore del vecchio principio del ‘divide et impera’.1018948899La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rinascita del neonazismo inizia dall’Ucraina

Konrad Stachnio New Eastern Outlook 01/05/2016

Andrej Parubij

Andrej Parubij

I ‘patrioti’ ucraini incoraggiati dal sostegno polacco sotto forma di giubbotti antiproiettile, stivali e altri oggetti di valore inviati ai camerati in lotta contro l”aggressione russa’, hanno finalmente deciso di visitare il Paese partner strategico.

Tour dei campi di concentramento
La visita ai campi di concentramento tedeschi più grandi della Polonia consiste in foto ai forni crematori o alle caserme nel gesto comunemente noto in Ucraina come ‘fama per la vittoria’, per di più facendo eco agli ex-“residenti” di questi campi con un ‘Sieg Heil’. Questi sono semplicemente i germi democratici con cui avremo presto a che fare su grande scala in Europa, se l’abolizione prevista dei visti per i cittadini ucraini viene introdotta dall’Unione Europea, lasciando che i frutti ucraini di Maidan si diffondano in Europa a supporto di processi “democratici” qua e là. Eppure c’è molto per cui lottare. In Ucraina si affronta da tempo l”aggressione russa’ all’Europa, laddove l”invasione islamica’ è una minaccia crescente.

La legge Savchenko
1420965833-420-x-236px-poroshenko-nazi “La legge Savchenko” prende il nome da Nadezhda Savchenko, l’aviatrice ucraina imprigionata in Russia. La legge prevede l’accorciamento dell’incarcerazione grazie al cosiddetto “due-per-uno”, cioè per ogni giorno che il criminale ha trascorso in custodia cautelare, il giudice ridurrà la pena di due giorni. In Ucraina si assiste ad un secondo fronte dove aumentano le persone uccise dai criminali, ogni trimestre, molto più che al fronte! Mentre nel 2010 il tasso medio di omicidi ogni 100mila abitanti era 5,2, nel 2014 fu 27 e nel 2016 sarà 34! Va ricordato che, a seguito dell’amnistia del 2016, 70000 criminali furono rilasciati dalle carceri, tra cui 1000 assassini, dichiara l’esperto sulla sicurezza dello Stato polacco Andrzej Zapalowski. Sembra che sia solo l’inizio di una grande ondata democratica che potrebbe diffondersi dall’Ucraina all’Europa. Come dice l’ex-capo di Settore destro, membro del Consiglio ucraino e consigliere del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ucraino Dmitrij Jarosh: “considerando l’attuale politica del governo, siamo minacciati dalla liquidazione dello Stato. Dobbiamo effettuare i cambiamenti rivoluzionari che avevamo chiesto a piazza Maidan. Ho sempre meno speranza che sia possibile in modo costituzionale. È per questo che collaboriamo con le strutture militari, nonché con chi è al potere. Ci rendiamo conto che in caso di disordini, l’intero Paese potrebbe ‘esplodere’. Solo l’esercito e il potere patriottico potranno salvare la situazione. Non mi fido dei politici”. Come risultato di tali cambiamenti democratici già programmati in Ucraina, ci si potrà aspettare a breve un altro flusso di migranti in Europa. E tra loro, i principali esecutori dei processi democratici in Ucraina, vale a dire razzisti e criminali neo-nazisti. “Uccideremo (Rezac) lentamente e senza pietà. Forse l’Europa è umanitaria, ma è c’è una posizione diversa nella società. Se avete paura dei fascisti, infonderò l’incubo fascista nelle vostre anime, c’è abbastanza Zyklon B per ogni separatista”. Queste le parole di uno dei nuovi democratici europei ed anche eroe della mostra “I vincitori” dedicato ai volontari feriti che combattono nella cosiddetta ‘operazione antiterrorismo’ in Ucraina orientale. La mostra è stata presentata al Parlamento europeo. Purtroppo, più l’Ucraina diventa “il democratico Medio Oriente d’Europa”, più potenti diventano tali “elementi democratici” con scarcerazioni di assassini, organizzazioni mafiose, movimenti neo-nazisti e via libera ad ogni sorta di feccia della società, come il co-fondatore del Partito nazional-sociale di Ucraina Andrej Parubij, eletto presidente del Parlamento dal Consiglio. Il Partito nazional-sociale di Ucraina (SNPU) era un partito di estrema destra divenuto poi Svoboda e direttamente correlato al partito nazista. Inoltre, non va dimenticata la migliore merce esportata dall’Ucraina: “Dopo gli attentati in Belgio, la senatrice francese Nathalie Goulet ha dichiarato che vi è un campo di addestramento jihadista in Ucraina. In una trasmissione alla radio francese, ha detto che il campo dei terroristi è nel cuore dell’Ucraina, in particolare nella regione di Dnepropetrovsk. Vi sono speciali volontari che si addestrano militarmente provenienti da Caucaso del Nord, Asia centrale, ceceni, turchi e giordani”, come si legge su Fort Russ. Pertanto, l’abolizione dei visti dall’Ucraina che sale le vette della democrazia sarebbe una buona idea per lasciarla integrare nell’Europa, che sembra andare nella stessa direzione simile, creando un unico grande caos. A quanto pare questa è l’unica via d’uscita per gli ucraini comuni, affinché non muoiano di fame nell’Ucraina che intende stabilire tali standard democratici.

Chi trae vantaggio dall’ondata migratoria
In questo campo neo-nazisti ed altre organizzazioni criminali, come ad esempio Cosa Nostra (impegolata nel flusso di migranti) sempre più si rivelano essere i ‘beneficiari’ dei processi “democratici” in Europa. Si vedano ad esempio le manifestazioni del NPD tedesco contro gli islamisti che minacciano l’Europa bianca o le riunioni tra NPD tedesco e UNA-UNSO ucraino. Campi di addestramento per neonazisti tedeschi e ucraini si trovano anche in Polonia, nella regione di Warmia e Masuria per essere esatti. Le persone che ne sanno sono troppo intimidite per parlarne apertamente. Le informazioni su tali campi provengono da tre fonti indipendenti. Se i cosiddetti attentati islamici s’intensificano in Europa, gli europei potrebbero desiderare di sbarazzarsi degli ospiti indesiderati. Di qui i cosiddetti movimenti neonazisti possono diventare istantaneamente i beneficiari di tale processo, o almeno considerati utili. Gruppi neonazisti, come la divisione misantropica, islamisti e sinistra teleguidata e finanziata da George Soros hanno un obiettivo comune: la dissoluzione dello status quo in Europa. In tale contesto, lo SIIL che copia le tecniche belliche tedesche del 1908 assieme all’addestramento di bambini nel perpetrare attentati suicidi nello stile dell’Hitlerjugend, sembra uno scherzo truce.

Nadezhda Savhcenko, la torturatrice neonazista ucraina processata a Mosca, e per la cui liberazione si battono piddini e radicali.

Nadezhda Savchenko, la torturatrice neonazista ucraina processata a Mosca, e per la cui liberazione si battono piddini e radicali.

Konrad Stachnio è un giornalista indipendente polacco, ha ospitato vari programmi radiofonici e televisivi per l’edizione polacca di Prison Planet, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli Stati Uniti hanno insabbiato il ruolo dei sauditi nell’11 settembre

Paul Sperry, New York Post, 17/04/2016 – Les Crisessaudis-10Nella sua relazione sulle “28 pagine” da sempre censurate sul governo saudita riguardo l’11 settembre, “60 Minutes” dello scorso fine settimana ha parlato del ruolo dei sauditi negli attacchi, sottovalutato per proteggere la delicata alleanza tra USA e il ricco regno petrolifero. Davvero un eufemismo. Infatti, il coinvolgimento del regno è stato deliberatamente nascosto dai vertici del nostro governo. E questo occultamento va ben oltre le 28 pagine saudite del rapporto seppellite in una cassaforte nel seminterrato del Campidoglio degli Stati Uniti. Le indagini sono state soffocate. I complici lasciati liberi. I funzionari responsabili delle indagini che ho intervistato, del Joint Terrorism Task Forces (unità antiterrorismo dell’FBI) di Washington e San Diego, base avanzata di alcuni dirottatori sauditi, ma anche gli investigatori del dipartimento di polizia della contea di Fairfax (Virginia) che indagarono su diverse tracce dell’11 settembre, dicono che praticamente tutto porta all’ambasciata saudita a Washington e al consolato saudita a Los Angeles. E quindi, ancora e sempre gli fu detto di non seguire queste tracce. La scusa era di solito “l’immunità diplomatica“. Queste fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, che comprendono l’intero capitolo sul “sostegno estero ai dirottatori dell’11 settembre“, spiegano le “prove inconfutabili” raccolte da CIA e FBI sull’aiuto saudita ad almeno due dirottatori insediatisi a San Diego. Alcune informazioni sui documenti sono trapelate, tra cui la serie frenetica di telefonate prima dell’11 settembre tra i sostenitori dei dirottatori sauditi a San Diego e l’ambasciata dell’Arabia Saudita, e quindi il trasferimento di circa 130000 dollari dal conto del principe Bandar, l’ambasciatore saudita, a un altro dei curatori dei dirottatori sauditi a San Diego.
Un investigatore che ha lavorato presso il Joint Terrorism Task Force di Washington ha lamentato il fatto che invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti l’ha protetto, letteralmente. Ha detto che il dipartimento di Stato gli assegnò un distaccamento della sicurezza per proteggere Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche nella residenza di McLean, Virginia. La fonte ha aggiunto che la squadra operativa voleva arrestare diverso personale dell’ambasciata, “ma l’ambasciata presentò una denuncia al procuratore” e i visti diplomatici furono revocati come compromesso. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che lavorò su casi relativi all’11 settembre ed al-Qaida nell’ufficio di Washington, dice che Bandar fu il sospettato chiave nelle indagini sull’11 settembre. “L’ambasciatore saudita ha finanziato due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza persona“, ha detto Guandolo. “Dovrebbe essere trattato come un sospetto terrorista, come lo sono gli altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa attualmente finanziare la jihad globale“. Ma Bandar s’impose sull’FBI. Dopo l’incontro con il presidente Bush alla Casa Bianca il 13 settembre 2001, dove i due vecchi amici fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI cancellò dalla lista dei terroristi da sorvegliare decine di funzionari sauditi in diverse città, tra cui almeno un membro della famiglia di Usama bin Ladin. Invece di indagare i sauditi, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se al momento era noto che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi. “All’FBI fu impedito dalla Casa Bianca d’interrogare i sauditi che volevamo sentire“, ha detto l’ex-agente dell’FBI Mark Rossini, coinvolto nell’indagine su al-Qaida e i dirottatori. La Casa Bianca “li escluse dalla cosa”. Inoltre, Rossini ha detto che venne detto dall’ufficio che alcuna citazione in giudizio poteva essere utilizzata per produrre le prove che collegavano i sospettati sauditi all’11 settembre. L’FBI bloccò le indagini locali che portavano ai sauditi. “L’FBI si tappava le orecchie ogni volta che menzionavamo i sauditi“, ha dichiarato Roger Kelly, ex-tenente di polizia della Fairfax County. “C’era troppa politica per toccarli“. Kelly, che guidava il Centro d’intelligence regionale, aggiunse: “Si potevano indagare i sauditi, ma erano ‘fuori portata‘”.
Anche Anwar al-Awlaki, il consigliere spirituale dei dirottatori, ci sfuggì. Nel 2002, il religioso finanziato dai sauditi fu fermato all’aeroporto JFK per passaporto falso, ma fu dato in custodia a un “rappresentante dell’Arabia Saudita”. Si dovette aspettare il 2011 perché Awlaki venisse portato davanti alla giustizia, con l’attacco di un drone della CIA. Stranamente, “la relazione della commissione sull’11 settembre” che seguì le indagini del Congresso, non cita mai l’arresto e il rilascio di Awlaki, e accenna di sfuggita a Bandar, seppellendone il nome nella pagina delle note. Due avvocati della commissione d’inchiesta che indagavano sulla rete di supporto saudita ai dirottatori si lamentarono che il loro superiore, il direttore operativo Philip Zelikow, gli impedì di emettere mandati di comparizione e di udienza contro i sospettati sauditi. John Lehman, membro della Commissione sull’11 settembre, era interessato ai legami tra i dirottatori e Bandar, la moglie e l’ufficio degli Affari islamici dell’ambasciata. Ma ogni volta che cercava di avere informazioni su questo punto, veniva fermato dalla Casa Bianca. “Rifiutò di declassificare tutto ciò che riguardava l’Arabia Saudita“, secondo Lehman citato nel libro “La Commissione”. Gli Stati Uniti insabbiarono le indagini sul sostegno estero all’11 settembre per proteggere Bandar e altri membri dell’élite saudita? “Le cose che andavano fatte al momento non lo furono“, ha dichiarato Walter Jones, repubblicano del North Carolina che ha presentato un disegno di legge che chiede al presidente Obama di declassificare le 28 pagine. “Cerco di dare una risposta senza essere troppo esplicito“.
Un riformatore saudita che sa direttamente del coinvolgimento dell’ambasciata è più cooperativo. “Abbiamo come alleato un regime che finanziò gli attacchi“, ha dichiarato Ali al-Ahmad dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington. “Voglio dire, cerchiamo di essere realistici“.

Lettera di bin Sultan al Presidente della Commissione l’11 settembre

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La Casa Bianca approvò la partenza dei sauditi dopo l’11 settembre
Eric Lichtblau The New York Times, 04/09/2003 – Les Crises

a772_bandar_bush_cheney_2050081722-8697I vertici della Casa Bianca avevano personalmente approvato, nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’evacuazione di decine d’influenti sauditi, tra cui i genitori di Usama bin Ladin, mentre la maggior degli aerei era a terra quel giorno, dice un ex-consigliere alla Casa bianca. Il consigliere Richard Clarke, che guidò la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attacchi, e che poi ha lasciato l’amministrazione Bush, ha detto che accettò l’eccezione perché l’FBI l’assicurò che i sauditi erano estranei al terrorismo. La Casa Bianca temeva che i sauditi potessero essere oggetto di “rappresaglie” per i dirottatori, se fossero rimasti negli Stati Uniti, ha detto Clarke. Il fatto che i parenti di bin Ladin e altri sauditi furono fatti frettolosamente uscire dal Paese divenne noto poco dopo gli attacchi dell’11 settembre. Ma domande sulle condizioni della partenza e le dichiarazioni di Clarke fanno intuire il coinvolgimento della Casa Bianca nel piano e nella firma personale dei vertici dell’amministrazione. Clarke ne aveva già parlato in un articolo di Vanity Fair e fece le sue osservazioni in un’intervista e nella testimonianza al Congresso. La Casa Bianca ha detto di non avere commenti da fare sulle dichiarazioni di Clarke. La pubblicazione avveniva poche settimane dopo la classificazione della sezione del rapporto del Congresso sugli attacchi dell’11 settembre, che suggerisce che l’Arabia Saudita aveva legami finanziari con i dirottatori, e le osservazioni di Clarke certamente alimenteranno l’accusa che gli Stati Uniti hanno aiutato i sauditi per ragioni diplomatiche. Il senatore Charles E. Schumer, democratico di New York, basandosi sui commenti di Clarke ha chiesto alla Casa Bianca d’indagare sulla partenza anticipata di circa 140 sauditi dagli Stati Uniti nei giorni seguenti gli attacchi. Schumer ha affermato in un’intervista che sospettava che alcuni sauditi, a cui venne permesso di partire, in particolare i genitori di Usama bin Ladun, avessero legami con i gruppi terroristici e potevano far luce sull’11 settembre. “E’ solo un altro esempio del nostro Paese che coccola i sauditi dandogli privilegi che altri non avrebbero mai”, ha dichiarato Schumer. “E’ quasi come se noi non vogliamo sapere se esistessero questi collegamenti“. Non è stato possibile raggiungere i funzionari sauditi per un commento, ma in passato negarono le accuse che li collegano ai 19 dirottatori, di cui 15 sauditi. Rifiutandosi di discutere i dettagli del caso, funzionari dell’FBI hanno detto che nei giorni immediatamente dopo l’11 settembre gli agenti dell’Ufficio interrogarono i parenti di bin Ladin, membri di una delle famiglie più ricche in Arabia Saudita, prima che la Casa Bianca li evacuasse dal Paese. Bin Ladin si sarebbe separato dalla famiglia e molti dei suoi parenti hanno rinnegato la sua azione contro gli Stati Uniti. “Abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto“, ha dichiarato John Iannarelli, portavoce dell’Ufficio. “Non vi è alcuna indicazione che avessero informazioni che ci potessero aiutare, e non gli è stato concesso alcun riguardo, che non sarebbe concesso a nessuno“. Ma l’indagine di Vanity Fair cita Dale Watson, ex-direttore dell’antiterrorismo del FBI, dire che i sauditi evacuati “non furono sentiti o interrogati sul serio“. Watson non è stato raggiunto per un commento.
L’articolo indica l’evacuazione complessa ma frettolosa la settimana dopo i dirottamenti, quando aerei privati recuperarono i sauditi in dieci città diverse. Secondo l’articolo, alcuni funzionari dell’ufficio e dell’aviazione si dissero sconvolti dall’operazione perché il governo non revocò le restrizioni di volo per il pubblico, ma non ebbe il potere di fermare l’evacuazione. Clarke, che ha lasciato la Casa Bianca a febbraio, ha detto in un’intervista che ciò era dovuto alla preoccupazione che i sauditi “subissero rappresaglie” dopo il dirottamento aereo. Clarke ha detto che disse all’Ufficio di trattenere qualsiasi persona su cui ci fossero dei sospetti, e l’FBI disse che non fermò nessuno. Schumer ha detto di dubitare della serietà della rapida indagine dell’ufficio, e in una lettera alla Casa Bianca di oggi afferma che i sauditi sembrano aver ricevuto il “via libero” nonostante una possibile prescienza degli attacchi.

La grande fuga
Craig Unger, The New York Times, 01/06/2004
saudis-11Gli statunitensi che credono che la Commissione sull’11 settembre risponda a tutte le questioni cruciali sugli attacchi terroristici rischiano di rimanerne assai delusi, soprattutto se sono interessati all’evacuazione aerea segreta dei sauditi, iniziata poco dopo l’11 settembre. Sapevamo che 15 dei 19 dirottatori erano sauditi. Sapevamo che Usama bin Ladin, saudita, era dietro l’11 settembre. Eppure non abbiamo condotto un’indagine sulla partenza di sauditi, tra cui venti membri della famiglia bin Ladin, anche se in realtà non erano complici negli attacchi. Purtroppo, però, non possiamo probabilmente mai sapere la verità. La Commissione d’inchiesta ha concluso che non vi è “alcuna prova credibile che speciali voli charter per cittadini sauditi abbiano lasciato gli Stati Uniti prima della riapertura dello spazio aereo nazionale“. Ma ciò che conta è che c’erano ancora alcune limitazioni dello spazio aereo degli Stati Uniti quando iniziarono i voli dei sauditi. Inoltre, nuove prove dimostrano che l’evacuazione riguardò 142 sauditi su sei voli charter, secondo il Comitato d’indagine. Secondo i documenti appena pubblicati, 160 sauditi lasciarono gli Stati Uniti con 55 voli subito dopo l’11 settembre, in totale circa 300 persone, con l’apparente approvazione dell’amministrazione Bush, molto più di quanto segnalato in precedenza. I documenti sono stati pubblicati dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale in risposta a una richiesta di accesso alle informazioni presentata da Judicial Watch, osservatorio indipendente conservatore di Washington. La stragrande maggioranza dei voli appena scoperta riguarda voli commerciali, non voli charter, con spesso due o tre passeggeri sauditi. Partirono da più di venti città, tra cui Chicago, Dallas, Denver, Detroit e Houston. Un volo di una compagnia aerea saudita partì dal Kennedy il 13 settembre con 46 sauditi. Il giorno dopo, un altro volo di una compagnia saudita partì con 13 sauditi. L’osservatorio ha riferito che resta da dimostrare che l’FBI abbia controllato le partenze in relazione alla lista dei terroristi. Secondo il gruppo di osservazione, ulteriori partenze di sauditi sollevano altre domande. Richard Clarke, l’ex-capo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato al giornale The Hill di assumersi la responsabilità dell’approvazione di alcuni voli. Ma non sappiamo se altri rappresentanti dell’amministrazione Bush abbiano preso parte alla decisione. I passeggeri avrebbero dovuto essere interrogati sui legami con Usama bin Ladin, chiunque fossero, o sul suo finanziamento. Sappiamo da tempo che una certa fazione dell’élite saudita ha finanziato i terroristi islamici, almeno involontariamente. Il principe Ahmad bin Salman, accusato di essere un intermediario tra al-Qaida e la famiglia reale dei Saud, fu evacuato in aereo dal Kentucky. Fu interrogato dall’FBI prima di andarsene? Se la Commissione osa affrontare questi problemi, senza dubbio sarà accusata di politicizzare una delle più importanti indagini della sicurezza nazionale della storia statunitense, almeno in un anno elettorale. Ma se non lo fa, rischia molto peggio, il tradimento delle migliaia di persone che persero la vita quel giorno, per non parlare di milioni di altre persone che vogliono la verità.saudis-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornalista denuncia il controllo dell’intelligence sui media occidentali

Steven MacMillan New Eastern Outlook 28/04/201623-24_Udo-Ulfkotte_megvasarolt-ujsagirok_sajtotajekoztato-JM-1Nell’epoca in cui la guerra dell’informazione è una delle aree più critiche e ben finanziate, la rivelazione nel 2014 dell’ex-capo giornalista tedesco è di fondamentale importanza per capire come i media occidentali operano. Anche se furono seguite da numerosi giornalisti e commentatori sui media alternativi, è ancora di vitale sottolineare l’importanza di queste rivelazioni. Udo Ulfkotte, caporedattore ed ex-direttore del Frankfurter Allgemeine Zeitung, rivelò in un’intervista a RT nel 2014 che i giornalisti sono spesso corrotti per mentire, ingannare e scrivere in favore delle intelligence (citiamo Ulfkotte): “Sono stato giornalista per circa 25 anni, e sono stato istruito a mentire, tradire e a non dire la verità al pubblico. Ma vedendo il mese scorso come i media tedeschi e statunitensi cerca di presentare la guerra alla gente in Europa, d’istigare la guerra alla Russia, si è nel punto di non ritorno. Ho intenzione di oppormi e dire: non è giusto quello che ho fatto in passato, manipolare le persone; fare propaganda contro la Russia; e non è giusto quello che i miei colleghi fanno e hanno fatto in passato, perché sono corrotti per tradire le persone non solo in Germania, ma in tutta Europa. Se vedete i media tedeschi, in particolare i miei colleghi che giorno per giorno scrivono contro i russi; (questi giornalisti) aderiscono ad organizzazioni transatlantiche, e sono sostenuti dagli Stati Uniti. Gente come me: sono diventato cittadino onorario dello Stato dell’Oklahoma negli Stati Uniti. Perché? Perché scrivevo pezzi filo-americani. Sono stato aiutato dalla Central Intelligence Agency, la CIA. Perché? Perché sono filo-americano. Ne sono stufo; non voglio farlo più, e così ho appena scritto un libro, non per guadagnare soldi… ma per dare alle persone di questo Paese, la Germania, di Europa e del mondo solo un assaggio di ciò che accade dietro le quinte“.
OperationMockingbirdCIA-owns-the-mediaI servizi segreti hanno usato i media mainstream per diffondere propaganda per decenni, e sarebbe ingenuo credere che oggi sia diverso. Fu anche chiaro che durante la guerra fredda, l’MI6 aveva agenti clandestini nelle principali organizzazioni mediatiche in Gran Bretagna, impegnate nella propaganda e nell’inganno. Agenti dell’MI6 hanno una lunga storia d’infiltrazione all’estero camuffati da giornalisti. “La maggior parte dei giornalisti che si vedono nei Paesi esteri dicono di essere giornalisti e potrebbero esserlo, giornalisti europei o statunitensi. Ma molti, come me in passato, hanno la cosiddetta copertura non ufficiale, come dicono gli statunitensi… copertura non ufficiale cosa significa? Non lavorate per un’agenzia d’intelligence, ma li aiutate se volete che vi aiutino, ma quando (il pubblico) scopre che non sei solo un giornalista ma anche una spia (la CIA) non dirà mai che siete uno dei suoi. Quindi, l’aiutai in diverse situazioni e me ne vergogno. Questo riguarda solo i giornalisti tedeschi? No, penso che sia particolarmente il caso dei giornalisti inglesi, perché hanno un rapporto assai più stretto. Come lo è soprattutto per i giornalisti israeliani, e naturalmente per i giornalisti francesi… australiani e di quelli provenienti da Nuova Zelanda, Taiwan, beh, molti Paesi… come la Giordania, per esempio. A volte le agenzie d’intelligence arrivano nel vostro ufficio e vogliono che scriviate un articolo… Ricordo solo (ad esempio) l’agenzia d’intelligence estera tedesca, un mera organizzazione sorella della Central Intelligence Agency che l’ha fondata. Così un giorno il BND si presenta nel mio ufficio al Frankfurter Allgemeine, a Francoforte, e voleva che scrivessi un articolo sulla Libia e il Colonnello Muammar Gheddafi. Non avevo assolutamente informazioni segrete riguardo al Colonnello Muammar Gheddafi e alla Libia. Ma mi diedero quei (documenti) segreti e volevano solo che firmassi l’articolo con il mio nome. Lo feci e fu pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine (un articolo) proveniente dall’agenzia d’intelligence estera tedesca. Pensate davvero che questo sia giornalismo, con le agenzie d’intelligence che scrivono gli articoli. L’articolo fu stampata nel mondo due giorni dopo, ma non avevo alcuna informazione, furono le agenzie d’intelligence che vollero che scrivessi quell’articolo. Non è così che il giornalismo dovrebbe funzionare, con le agenzie d’intelligence che decidono ciò che va stampato o no“.
La CIA ha utilizzato i media come arma di propaganda fin dall’inizio con l’Operazione Mockingbird, che illustra tale fenomeno. Anderson Cooper, corrispondente della CNN, ampiamente noto come operativo dell’intelligence, ammise nel 2006 di aver lavorato per la CIA “un paio di mesi o per due estati” all’università. È essenziale ricordare la denuncia di Ulfkotte quando si sfoglia la stampa occidentale, soprattutto alla luce dei Panama Papers, in quanto vi è molto più di quanto appaia.09-operation-mockingbirdSteven MacMillan è scrittore, ricercatore, analista geopolitico indipendente e redattore di The Analyst Report, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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