Stato islamico made in Langley, Tel Aviv e Riyadh

Wayne Madesen Strategic Culture Foundation 26 /06/2015cia-isis-bullshit-scamE’ sempre più evidente che lo Stato islamico di Iraq e Levante (SIIL), o “Daash” in arabo, o SIIS Stato Islamico di Iraq e al-Sham preferito dai sostenitori d’Israele per la somiglianza tra “Israele” e “ISIL”, sia parte di un’altra operazione della Central Intelligence Agency per suscitare una nuova “strategia della tensione” nei continenti eurasiatico e africano. Un altro esempio della natura non-islamica del SIIL s’é visto a Palmyra con la distruzione della tomba di Muhamad bin Ali, discendente del profeta Maometto e cugino dell’Imam Ali, da parte dei mercenari del SIIL. Il vero obiettivo è sradicare la storia araba e pre-araba del Medio Oriente con un’importante eccezione. Non vi sono notizie di antichità sacre ai sionisti distrutte dal SIIL in Siria o Iraq. I principali obiettivi delle squadre di demolizione del SIIL sono sumeri, accadici, babilonesi, romani, assiri, persiani, alawita, drusi, turcomanni, yazidi, parti, cristiani, sciiti, sufi e (l’altra tomba principale distrutta a Palmyra era quella di Nizar Abu Baha al-Din, studioso sufi vissuto 500 anni fa). Il SIIL ha distrutto la Moschea della tomba di Yunus (Giona) in Iraq non perché onorava il patriarca ebreo Giona, ma perché era una moschea. La presunta tomba del profeta ebreo Daniele distrutto dal SIIL a Mosul non è che una delle sei in Iraq, Iran e Uzbekistan. Il Talmud, libro ebraico da cui i sionisti traggono ispirazione geo-politica, proibisce severamente le immagini di volti ma permette quelle create da non ebrei. Sebbene il SIIL e i talmudisti siano pari nel distruggere sculture, mosaici e dipinti raffiguranti persone, ad eccezione del Talmud che permette agli ebrei di possedere immagini create da non ebrei, si è prodotto un lucroso mercato nero di antichità rubate dal SIIL e vendute da intermediari a Tel Aviv, Amsterdam e Ginevra. Appare chiaro che il SIIL fin dall’inizio sia una creazione della CIA e del suo direttore pro-saudita e pro-israeliano John Brennan; del Mossad, che ha assicurato che gli obiettivi israeliani non siano attaccati dal SIIL; e dell’Arabia Saudita, che ha permesso gli attacchi del SIIL contro le moschee sciite ad al-Qadih e a Damam, nella provincia orientale dove gli sciiti sono la maggioranza. In Iraq e Siria, armi israeliane e statunitensi sono state viste da testimoni oculari consegnate al SIIL e ai suoi alleati, tra cui Jabhat al Nusra in Siria. Assegni di banche saudite sono stati trovati nelle basi abbandonate del SIIL in Siria e Iraq. Gli attacchi del SIIL agli sciiti dell’Arabia Saudita sono ritenuti da molti avvertimenti della santa alleanza tra Washington, Tel Aviv e Riyadh all’Iran sciita.
ISIS-CIA-cooperation-400x266Dalla rete terrorista “Stay behind” dei fascisti di Gladio, che effettuò attacchi terroristici in Europa negli anni ’70 e ’80 di cui furono incolpati irregolari di sinistra, alla grande alleanza di terroristi dell’UNITA in Angola, mujahidin afghani, contras del Nicaragua, hmong del Laos che, sotto gli auspici statunitensi, si riunirono nel 1985 a Jamba, in Angola, dove la CIA scoprì che i gruppi terroristici erano alleati convenienti. La CIA clandestinamente e illegalmente violò due leggi degli Stati Uniti, gli emendamenti Clark e Boland, per sostenere i terroristi angolani e nicaraguensi. Il SIIL è un importante agente di CIA, Arabia Saudita ed Israele contro i nemici comuni come l’Iran. Il SIIL non fa segreto del desiderio di portare morte e distruzione da Siria e Iraq nell’Iran. La destabilizzazione dell’Iran sponsorizzandovi attacchi terroristici e contro obiettivi iraniani all’estero è stata a lungo il modus operandi di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita soprattutto attraverso l’anti-iraniano Mojahedin-e-Khalq (MEK) e i separatisti baluchi in Pakistan. Il SIIL indica Iran, Afghanistan, Pakistan, India, Tibet, Sri Lanka, Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Turkmenistan come “Wilayat Qurasan” o Stato Qurasan. Un affiliato del SIIL, noto come Gruppo Qurasan, ha combattuto in Siria e si crede sia costituito da centroasiatici del SIIL. Recentemente è stato annunciato che il colonnello Gulmurod Khalimov, già a capo di un’unità antiterrorismo del Tajikistan, gli OMON, ha disertato presso il SIIL ed è ora uno dei suoi capi in Siria. Khalimov, addestrato da US Special Operations Forces, Blackwater e CIA nel corso di varie visite ufficiali negli Stati Uniti, ha promesso di tornare in Tagikistan per “massacrare” il presidente tagiko Emomali Rakhmonov, reclutare tagiki che lavorano in Russia per lanciarvi attacchi terroristici e in Tagikistan per attaccare le truppe militari russe di stanza (facendo di Khalimov un alleato del comandante militare della NATO generale Philip Breedlove e del segretario alla Difesa USA Ashton Carter, che vogliono aumentare la pressione militare sulla Russia ai livelli della Guerra Fredda). I terroristi del SIIL, soprattutto ceceni appena usciti dai combattimenti in Siria e Iraq, sono stati scoperti combattere nei battaglioni di mercenari del neo-nazista israeliano Igor Kolomojskij contro le forze filo-russe di Donetsk e Lugansk in Ucraina orientale.
Il SIIL, affiancando l’occidente, attacca le forze taliban in Afghanistan, che avevano dichiarato l’autoproclamato califfato del SIIL illegittimo, e il suo capo, Abu Baqr al-Baghdadi, probabile creatura delle unità da guerra psicologica di CIA e Mossad, un inganno. I taliban si allarmarono quando alcuni membri ruppero con il movimento jihadista e si unirono al SIIL in Afghanistan e Pakistan. Inoltre, il SIIL ha dichiarato i taliban “qafiri” o non credenti. Ad aprile al-Baghadi definì il Mullah Omar “uno sciocco analfabeta signore della guerra”. Non è un caso che la retorica del SIIL sull’enigmatico capo talib si abbina alle uscite delle unità di psy-ops militari degli Stati Uniti in Afghanistan al culmine dell’intervento militare degli Stati Uniti nel Paese. A metà giugno, il SIIL ha pubblicato un video che mostra le sue forze decapitare taliban prigionieri in Afghanistan. Il SIIL di concerto con l’aumento della pressione militare degli Stati Uniti su Cina e Corea democratica ha dichiarato la jihad o guerra santa alle due nazioni asiatiche. A maggio, una coppia di medici nordcoreani che lavorava presso l’ospedale di Zallah, Libia, fu sequestrata dal SIIL. Nulla si sa del loro destino. A gennaio, hacker del SIIL, noti come “Cyber Califfato”, sostennero di aver modificato la pagina facebook di Air Koryo, compagnia aerea della Corea democratica. Una bandiera bianca e nera del ISIL apparve sulla pagina con una dichiarazione che definiva Kim Jong Un “un maiale che piange”. Gli hacker del SIIL minacciavano Corea democratica e Cina: “La Corea democratica, nazione comunista criminale, e i teppisti comunisti cinesi pagheranno caro la loro collaborazione con i nemici dei mujahidin”. La propaganda del SIIL su Cina e Corea democratica coincide con le dichiarazioni del Comando statunitense del Pacifico sulle minacce militari poste da Pechino e Pyongyang. La Corea democratica ha risposto alle minacce del SIIL fornendo la mitragliatrice Type 73, prodotta dal Primo Ufficio dell’Industria Metalmeccanica della Corea democratica, al governo iracheno e alle forze curde che combattono contro il SIIL in Iraq. Consiglieri militari nordcoreani assisterebbero il governo siriano ed Hezbollah che combattono contro il ISIL in Siria. La Corea del Sud, che non perde occasione di confrontarsi con la Corea democratica, ha permesso a un cittadino sudcoreano, noto solo con il nome comune “Kim”, di unirsi al SIIL in Siria a febbraio. E’ probabile che “Kim” sia un agente dei servizi segreti sudcoreano responsabile del coordinamento degli attacchi del SIIL ai nordcoreani nella regione, tra cui la coppia di medici in Libia. Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, che la CIA è impegnata a rovesciare, chiamò il SIIL “Frankenstein mostruoso nutrito dall’occidente” in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014. Non a caso, mentre il presidente Barack Obama dichiarava che il Venezuela rappresentava una “minaccia alla sicurezza nazionale” degli Stati Uniti, a marzo vi furono segnalazioni di attività del SIIL in Venezuela. L’US Army War College, assieme al professor Robert Bunker, dichiara che l’aumento dell’attività del SIIL in Venezuela sia un bene per la sicurezza nazionale perché il SIIL è il nemico naturale di Hezbollah, che i neocon statunitensi sostengono riceva sostegno strategico dal Venezuela. I legami tra SIIL e occidente in America Latina non sono ignorati dal saggio statista dell’emisfero occidentale, l’ex-presidente cubano Fidel Castro. Nel settembre 2014 Castro accusò il Mossad israeliano, in combutta con il senatore McCain, di aver contribuito a creare il SIIL.
Gli autori ultimi della devastazione del SIIL nel Medio Oriente non vanno ricercati nei deserti del Medio Oriente e nelle montagne dell’Afghanistan, ma nelle suite al settimo piano del quartier generale della CIA a Langley. Nel 1985, quando la CIA sponsorizzò il vertice dei gruppi terroristici di destra a Jamba, Angola, la CIA cercò di uccidere il Grande Ayatollah libanese sciita Muhamad Husayn Fadlallah con un’autobomba a Beirut. La CIA lo mancò ma uccise 80 persone innocenti e ne ferì 256. Oggi la CIA permette al SIIL di compiere attacchi terroristici da Iraq e Siria a Yemen e Libia. Il SIIL non può essere sconfitto senza affrontare duramente Brennan e i suoi consiglieri.

John Brennan capo della CIA

John Brennan capo della CIA

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il Nuovo Ordine Mondiale

Andrej Fursov Russie Sujet Geopolitique 22 Giugno 2015

Nel giugno 2015 il sito di Svobodnaja Pressa ha pubblicato un articolo riportato sui siti del Club d’Izborsk e dell‘autore, con il titolo “Il G7 può abbandonare i piani”, contenente un’intervista allo storico e politologo Andrej Fursov. Partendo dall’ultimo vertice del G7 e da premesse storiche, Fursov traccia le prospettive dell’attuazione del nuovo ordine mondiale, come possono ragionevolmente essere viste oggi.Andrey_Fursov_(2)L’ultimo vertice del G7 in Baviera ha dimostrato l’ampliarsi del divario tra Russia e occidente. Mentre alcuni si agitano, altri vi vedono delle opportunità.
Comunque, un nuovo ordine mondiale emerge alla fine di una guerra mondiale. Il sistema di relazioni internazionali chiamato “di Westfalia” apparve dopo la Guerra dei Trent’anni. Il sistema viennese fu introdotto dopo le guerre napoleoniche, quello di Versailles dopo la prima guerra mondiale e di Jalta alla fine della seconda. D’altra parte, l’era delle guerra mondiali avutesi nel ventesimo secolo è finita. Ciò non vuol dire che le guerre mondiali saranno impossibili. Ma piuttosto adotteranno una forma simile a quella della Guerra dei Trent’anni, cioè giustapposizione di conflitti locali influenzata dalla presenza di armi nucleari, biologiche, chimiche ed altre.

Un nuovo ordine mondiale potrà emergere con mezzi pacifici?
Naturalmente è concepibile. Ma la storia dimostra che una volta che un nuovo concorrente all’egemonia, o la creazione di un ordine mondiale alternativo, guadagna forza, l’egemone cerca di soffocarlo. Penso che la questione sia aperta. Ma in ogni caso la Russia dovrebbe almeno contribuire attivamente a creare un mondo multipolare. Tale mondo sta nascendo, ma ne va massimizzato lo sviluppo. Se questo è ciò che vuole la Russia, allora deve conformare la propria politica interna a quella internazionale. E’ impossibile avere sulla scena internazionale una politica che ricorda la grande potenza, e tuttavia continuare ad imporre riforme liberali e impopolari nell’economia, assistenza sanitaria, istruzione, ecc. Una politica da grande potenza e la resistenza all’occidente presuppongono il sostegno massiccio della popolazione, non di una manciata di oligarchi. Le riforme economiche che minano la situazione della popolazione ovviamente indeboliscono questo supporto.

Perché si pensa al nuovo ordine mondiale ora che le circostanze l’impongono?
Alla guida della Russia ci sono due gruppi. Uno desidera “fare i conti” con l’occidente, ritornando alle relazioni dell’era Eltsin. Il secondo gruppo ha una diversa attenzione, capendo che non potrà tornare alle condizioni prevalenti prima della crisi ucraina. L’occidente ritiene che la Russia sia impegnata a riprendersi e a riacquistare la sovranità. La crisi in Ucraina è ovviamente la risposta a questa ripresa della Russia. George Friedman, fondatore e primo direttore di Stratfor, società privata d’intelligence, ha detto qualche anno fa che nessun presidente degli Stati Uniti permetterà l’avanzata della potenza della Russia. Così Mosca ha visto apparire subito alle sue frontiere la crisi ucraina. Friedman aveva ragione. Non sarà possibile trovare una soluzione alla situazione attuale come nel 2008-2010. La possibile alternativa si riduce tra conflitto permanente o capitolazione della Russia. E tale capitolazione sarà seguita dallo smembramento del nostro Paese e dall’introduzione del controllo delle multinazionali su sue diverse parti, frutto della dissoluzione. Mentre alcuni nei nostri ceti superiori nutrono la speranza di accordarsi con l’occidente, e di arrivare a “mettersi d’accordo sul bottino” per cercare di rientrare nell’ordine, si sbagliano tristemente. È un’illusione. L’occidente è giunto alla conclusione che deve smembrare la Russia, cioè terminare ciò che la perestroika non riuscì a compiere e continuare a fare pressione fino a spezzarla.

Perché vogliono spezzare in particolare la Russia e non la Cina?
La Cina non è un Paese teoricamente capace di essere veramente la base del nuovo ordine mondiale. Nonostante tutto il suo potere economico, non è una grande potenza nucleare. Finora, la Russia ha dimostrato di essere l’unico Paese capace d’infliggere danni inaccettabili agli Stati Uniti. Finché c’è questa minaccia, gli Stati Uniti e le strutture di coordinamento e gestione mondiali vicine faranno di tutto per privare la Russia dell’opportunità di avere una politica indipendente.

Il politologo Leonid Savin, direttore della rivista Geopolitika, pensa che l’Unione economica eurasiatica potrà costituire la base del nuovo ordine mondiale. Che ne pensa?
Il recente vertice del G7 potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza della Russia. Storicamente, la Cina punta al multipolarismo. E’ detto nero su bianco nei loro documenti dottrinari e strategici. Hanno creato la Shanghai Cooperation Organization, collaborano con Stati di Africa e America Latina nell’ambito di un formato bilaterale molto efficace. Non impongono la loro visione politica. I BRICS sono un progetto concepito dagli Stati Uniti. Tale idea nasce dal gruppo Goldman Sachs (nel 2001). Motivo per cui la Russia segue questa organizzazione. Se vogliamo realizzare il nostro ordine del giorno, dobbiamo affrontare l’idea di creare l’Unione economica eurasiatica e un più ampio spazio d’integrazione in cui l’UE possa entrare a un certo momento. Si dovrebbero considerare unioni transregionali alternative cui si adattino i BRICS. E’ tempo di uscire dal piano neoliberista utile solo all’occidente, come G7, FMI, Banca Mondiale e organizzazioni sovranazionali come il WTO. Tutti inganni agitati sotto il naso della Russia per attirarla nel club dove sarà costretta a lavorare per gli interessi dell’occidente. Ma dobbiamo difendere i nostri interessi nazionali e aiutare gli altri a fare lo stesso. E’ proprio sulla base dell’alleanza tra Stati sovrani che si creerà un nuovo ordine mondiale.

Perché non abbiamo provato prima a creare un nuovo ordine mondiale. Perché ne parliamo solo ora?
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica ha dominato l’idea, più volte espressa tra l’altro dala presidenza di Dmitrij Medvedev, che la Russia doveva integrarsi nel modello politico ed economico occidentale. L’integrazione della Russia nel G8 e la sua adesione all’OMC furono elementi di tale processo. L’occidente ha tentato un approccio simile nei confronti della Cina. Ma gli statunitensi ne furono presto delusi e decisero che era opportuno riesaminare queste relazioni. Tuttavia, ciò non significa che abbandoneranno i loro obiettivi. Cercheranno d’integrare Russia, Cina, Iran e altri Stati nel loro sistema politico. È per questo che dobbiamo creare un contrappeso. Tutti capiscono che gli Stati Uniti non possono più essere il poliziotto del mondo e continuare ad esercitare l’egemonia globale seguendone i loro dissensi interni, taglienti attacchi nelle politica interna ed errori nella diplomazia. La Russia ha quindi la possibilità di offrire al mondo una nuova visione.

Ma come gli Stati Uniti potranno rinunciare al loro ruolo di leader?
Ovviamente, gli Stati Uniti non vogliono mollare le redini e le circostanze che gli hanno permesso di avere il controllo dalla seconda guerra mondiale, mentre l’Europa era in rovina. Nel 1943 organizzarono il sistema monetario di Bretton Woods e avviarono lo sviluppo dei piani di riforma dell’ordine mondiale in cui si attribuivano la leadership. Penso che l’evento o fenomeno capace di formare un ordine mondiale multipolare non potrà essere un’altra guerra, ma piuttosto impedire la terza guerra mondiale. Se riusciremo a superare il punto critico, permettendo che la situazione si normalizzi, tutti i Paesi troveranno un po’ di prosperità e avranno tutti i benefici derivanti dalla globalizzazione.

shutterstock_111730592Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’isolamento progredisce: grande accordo tra Arabia Saudita e Russia

Dedefensa 21/06/2015Russia's President Putin meets with Saudi Arabia's Prince Mohammed bin SalmanTutto ciò non farà che aggiungersi alla dinamica assai rapida e virtuosa del caos trasformato in iperdisordine mondiale, anche quando si tratta di un evento che dovremmo ritenere strutturato. Assieme al vertice economico di San Pietroburgo (Davos orientale) accolto dai sogghigni di Washington, dagli scherni del Financial Times e da una relazione distorta di Bloomberg, Putin ha incontrato una forte delegazione dell’Arabia Saudita composta dalle più potenti figure, oltre al nuovo re, del regno. Estremamente importanti accordi sono stati siglati, anche per stabilizzare il mercato del petrolio e Putin ha ricevuto un sontuoso invito ufficiale a recarsi a Riyadh (naturalmente, anche Putin ha invitato il re a recarsi a Mosca). “Un’alleanza petrolifera tra Arabia Saudita e Russia per stabilizzare il mercato mondiale del petrolio? Sembra improbabile, in particolare con tutte le voci su Stati Uniti ed Arabia Saudita che segretamente accettavano di far collassare l’economia della Russia deprimendo il prezzo del petrolio nel 2014, per non parlare di come i due Paesi abbiano posizioni diametralmente opposte su questioni come Siria, Iran e Yemen…“, scrive Russia Insider il 20 giugno 2015.
Quindi aumenta l’isolamento della Russia… Putin non va al G7 e il re dell’Arabia Saudita non va alla conferenza degli Stati del Golfo convocata un paio di settimane prima da Obama a Camp David; ma Putin andrà a Riyadh e il re andrà a Mosca. Tutto ciò avviene senza che la Russia abbia cambiato di un copeco la sua politica siriana, mentre il blocco BAO, Francia in testa con “maestria”, continua ad invocare la morte di Assad per potersi fare il bagnetto nelle splendide acque del Golfo. A ciascuno la sua strategia, e ad ognuno la dignità che gli si addice, con i risultati meritati. …Rimaniamo ben consapevoli, ed è molto oggi, di dover attendere sviluppi in questo straordinario nuovo capitolo delle relazioni internazionali. Già si sussurra che l’Arabia Saudita veda con interesse la forte espansione dei rifornimenti in armamenti russi, ampliando la constatazione del grande successo dell’attuale politica-sistema del blocco BAO per isolare Mosca e mantenere l’esclusività sui rapporti strategici con l’Arabia Saudita. Attendiamo con interesse di scoprire con quale valuta si svolgerà il commercio russo-saudita, iniziando con un piede così nuovo, e se l’Arabia Saudita un giorno sarà interessata a un posto tra i BRICS o all’adesione alla SCO…
Dal testo di Russian Insider: “…Il caso in questione… l’incontro dello scorso giovedì a San Pietroburgo, dove il Presidente Putin ha ricevuto il principe ereditario saudita e ministro della Difesa Muhamad bin Salman (figlio dell’attuale re Salman), insieme al ministro degli Esteri Adil al-Jubayr e all’onnipotente ministro del Petrolio Ali al-Naymi. Le due parti hanno firmato sei nuovi accordi di cooperazione che includono le sfere nucleare e militare. (…) Nella delegazione saudita, il potere effettivo era, naturalmente, del decantato ministro del Petrolio Ali al-Naymi, che appariva abbastanza fiducioso sull’aumento del prezzo del petrolio nel prossimo futuro. Naymi avrebbe detto: “Sono ottimista sul futuro del mercato nei prossimi mesi, riguardo a un miglioramento continuo e all’aumento della domanda globale di petrolio, così come sul basso livello delle scorte commerciali”. Questo, ha detto il ministro, “dovrebbe migliorare il livello dei prezzi”. Naymi ha continuato a lodare il rafforzamento della cooperazione bilaterale fra Riyad e Mosca affermando che, “Questo, a sua volta, porterà alla creazione di un alleanza petrolifera tra i due Paesi a beneficio del mercato internazionale così come dei Paesi produttori, stabilizzando e migliorando il mercato”. (…) Ma l’Arabia Saudita ha una nuova leadership e non è lo stesso Paese di un anno fa. La delegazione inviata a Russia era di altissimo profilo, e il fatto che la dichiarazione sia stata fatta direttamente da Naymi, al contrario di alcuni fin troppo comuni ‘alti funzionari’ o ‘fonti anonime’, la dice lunga. Naymi, il formidabile 80enne che presiede l’oro nero arabo, è una leggenda vivente del Regno (iniziò la carriera nella Saudi Aramco all’età di 11 anni) ed esercita più potere dopo il re. Le sue dichiarazioni sulla politica energetica saudita non sono pensieri o opinioni. Piuttosto, sono fatti e politica, dichiarazioni che non ci sarebbero mai senza l’approvazione esplicita e l’autorità del re. In parole povere, Naymi ha appena dichiarato una nuova direzione nella politica estera saudita. Questo è solo l’inizio di un nuovo capitolo nelle relazioni saudite-russe. Durante l’incontro con il Presidente Putin, il principe Muhamad ha pubblicamente annunciato che suo padre aveva ufficialmente invitato il presidente russo nel regno, affermando: “Ho l’onore di trasmettere l’invito a visitare il Regno dell’Arabia Saudita, considerando la Russia come uno degli Stati più importanti del mondo contemporaneo, le cui nostre relazioni hanno radici profonde. Il signor Putin ha accettato l’invito del re a visitare il Paese del Golfo e a sua volta ha annunciato di aver invitato il re a Mosca, che il principe ereditario ha confermato esser stato accettato. Questi incontri, se e quando avverranno, saranno da seguire molto da vicino“.pic_9b33ebf4eabdabb3857f8f2bf194781cTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come distruggere le ONG

Andrew Korybko The Saker 15 giugno 2015Par7796336Le ONG affiliate alle intelligence sono un grave rischio per la sovranità degli Stati multipolari, essendo responsabili della creazione delle infrastrutture sociali e logistiche delle rivoluzioni colorate per il cambio di regime. Dopo la prima (post-sovietica) e la seconda (‘primavera araba’) ondata di rivoluzioni colorate, gli Stati presi di mira finalmente hanno compreso il gioco dell’occidente e attivamente cercano di difendersi da tale innovativa minaccia destabilizzante. La Russia è in prima linea in questo passo ed ha ordinato alle ONG finanziate dall’estero nel Paese di dichiarare lo status di agenti stranieri e registrarsi presso il governo. L’ultima mossa legislativa del Paese dà ai pubblici ministeri il diritto di chiudere le ONG indesiderabili, un passo nella giusta direzione per rafforzare la sovranità statale. Completando il processo per la difesa dello Stato dall’ultima arma asimmetrica statunitense del cambio di regime e spazzare via le forze ostili che cospirano contro il governo, è il momento per la Russia e gli alleati multipolari di avviare una campagna per incentivare gli informatori delle ONG a farsi avanti e rivelare le attività clandestine delle loro organizzazioni. Questo articolo inizia discutendo del carattere strategico delle ONG antigovernative straniere, prima di descrivere il modo in cui si sviluppano così rapidamente nel mondo, e documentare brevemente il loro impiego geometrico che caratterizza le nuove tecniche della guerra ibrida che gli Stati Uniti attuano in Siria e Ucraina. Dopo aver stabilito il pericolo che le ONG pongono alla stabilità globale, il pezzo propone l’approccio completo per combattere tali organizzazioni dall’interno, prima di concludere spiegando come operare in pratica.

Pericolo collegato
Le ONG sono l’avanguardia delle operazioni di cambio di regime, e di solito s’infiltrano nel tessuto sociale dello Stato molto prima della direttiva per avviare il tentativo di colpo di Stato. Spesso non possono operare in modo esplicito come aperta forza antigovernativa, scegliendo invece nomi fuorvianti che associano il loro marchio al lavoro sociale piuttosto che all’agitazione politica. Ciò appare anche dalle loro attività che cercano di diffondere un’atmosfera ‘neutra’, come nutrire disoccupati e dare riparo ai senzatetto. Con tali meccanismi di disarmo, espandono la propria rete di supporto di utili idioti che credono nella natura apolitica delle loro attività. In sé e per sé, non c’è nulla di necessariamente ‘illegale’ in tale processo, non importa quanto immorale sia un’organizzazione politica che si nasconda dietro la patina di attività sociale, ma il problema diventa di primaria importanza quando una tale organizzazione è sotto influenza straniera. Le ONG politiche finanziate dall’estero nascondono chiaramente dietro una maschera sociale secondi fini, e sono le loro intenzioni occulte e connessioni con varie agenzie d’intelligence che preoccupano i capi di Stato. Sanno che un’ampiamente consolidata e ‘rispettabile’ ONG sociale potrebbe già influenzare il pubblico, e se tale organizzazione decidesse improvvisamente di politicizzarsi, è probabile che la maggior parte delle sue reclute e rete di sostenitori la seguano, creando così un consistente movimento politico presuntamente dal ‘nulla’. In realtà, questa è sempre stata l’intenzione, politicizzare una rete di diverse ed apparentemente non collegate ONG sociali, in forza politica unitaria per il cambio di regime: ma se pubblico e responsabili politici non lo sanno, il risultante buco nero del caos sociale può essere abbastanza forte da attrarre altri sostenitori e contemporaneamente far collassare il potere statale.

La metastasi delle rivoluzioni colorate
Tale processo è stato scatenato con devastante successo in Serbia, Georgia, Ucraina e Kirghizistan nella prima ondata, mentre l’intero Medio Oriente è straziato dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’, teatro del secondo tsunami di sconvolgimenti. Come testimonia la risultante carneficina distruttiva dell’ultima ondata di turbolenze, la Russia e i suoi decisori hanno finalmente aperto gli occhi sulla superarma della destabilizzazione sociale che gli Stati Uniti avevano costruito proprio sotto il loro naso. Dalla fine della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno armeggiato con la militarizzazione dei movimenti sociali per creare una quinta colonna attiva negli Stati presi di mira. Colti dall’ingenuità dei “liberal-democratici” del nuovo ordine mondiale degli anni ’90, molti Stati e loro cittadini erano ignari della manipolazione delle ONG da parte delle agenzie d’intelligence straniere, del lavaggio del cervello con la convinzione che l’etichetta ‘non governativa’ conferisse una sorta di connotazione ‘sacra’ che alcun governo oserebbe violare. Gli Stati Uniti sfruttarono appieno tale ingenuità facendo proliferare le proprie ONG, esteriormente benigne, in quasi ogni angolo del pianeta, appena uscito dalla Guerra Fredda, e sempre preparando scenari per testarne la militarizzazione.

Scatenare la bestia
L’occasione perfetta si ebbe quando la propaganda della CNN statunitense disse retoricamente e ridicolmente nel 1999 che Slobodan Milosevic era ‘il nuovo Adolf Hitler’. Tale evidente dichiarazione dl cambio di regime condizionò la psiche occidentale per farne accettare l’eventuale rimozione, avvenuta illegalmente un anno dopo con la ‘rivoluzione dei Bulldozer’, una sorta di proto-rivoluzione colorata. Dopo aver raccolto ogni dato ed intelligence gestendo tale operazione, gli Stati Uniti decisero di ampliarne la portata direttamente nei territori post-sovietici di Georgia, Ucraina e Kirghizistan, con l’obiettivo di dirigere il cambio di regime contro la stessa Russia. Mentre il piano finale falliva (attualmente neutralizzato e in ritirata), gli Stati Uniti riuscirono a rovesciare i governi di tre Paesi, guadagnando altri dati reali sulla loro nuova superarma. Questo aiutò i tecnici politici a perfezionare la tecnologia del cambio di regime e a gestire su diversi, simultanei ed integrati teatri la rivoluzione colorata popolarmente nota come ‘primavera araba’.

La guerra ibrida occidentale
L’innovazione chiave fu l’inaugurazione della strategia ibrida che utilizza la rivoluzione colorata per scatenare la guerra non convenzionale, come si è visto in Libia e in Siria. La stessa cosa fu tentata in Ucraina poco prima del golpe del febbraio 2014, quando la parte occidentale del Paese era in piena ribellione armata contro Kiev. Gli Stati Uniti già indottrinarono le masse globali ad accettare tale scenario attraverso l’annuncio di Newsweek che l’Ucraina era sull’orlo della guerra civile. Quale doppia innovazione, tuttavia, cecchini furono inviati nella capitale mentre quella parte del Paese si preparava alla rivolta totale, e tale doppia pressione piegò la volontà di Janukovich di resistere all’operazione di cambio di regime. Di conseguenza, capitolò inaspettatamente, ma come nessuno avrebbe potuto prevedere, l”opposizione’ inscenò il colpo di Stato nemmeno 24 ore dopo che l’inchiostro si era asciugato sul trattato di resa di Janukovich. Tale riuscito cambio di regime a sorpresa annullò i piani di guerra non convenzionale per l’Ucraina occidentale, ma va notato che se non fosse stato per i cecchini e l’imprevisto conseguente colpo di Stato, gli Stati Uniti erano pronti a trasformare l’Ucraina nella Siria attuando la guerra ibrida del cambio di regime originariamente capeggiato da ONG antigovernative dai finanziamenti esteri.

L’approccio completo
Di fronte al pericolo che le ONG dai finanziamenti esteri rappresentano per la sicurezza e la stabilità regionale, la Russia ha avviato passi legali che le permettono di combattere con maggiore incisività tale super arma e neutralizzarne la potenza. Da tempo ignorata, la loro importanza risiede nel fatto che la dirigenza russa finalmente riconosce il problema al riguardo e prende provvedimenti decisi nel tentativo di cacciarle. Ciò che ora deve fare, però, è infliggere il finale colpo paralizzante per distruggere tali organizzazioni di cambio di regime sia da dentro che da fuori, e può farlo annunciando una campagna per gli informatori sulle ONG. Le ONG per il cambio di regime sono perfette per istigare insurrezioni sociali asimmetriche contro i propri governi, ma la loro maggiore vulnerabilità è che non possono difendersi dalla medesima strategia. Oggi le autorità reagiscono con le azioni dello Stato sulle ONG o con dinamiche interne-esterne, ma anche annunciando la campagna sugli informatori delle ONG, il governo potrebbe innescare un conflitto interno che distruggerebbe dall’interno le ultime ONG del cambio di regime. In altre parole, lo Stato cerca di provocare una ‘rivoluzione colorata’ nelle organizzazioni rivoluzionarie colorate, mettendole su una posizione per loro quasi impossibile da difendere o da cui reagire.

Ukraine ProtestsUna controrivoluzione colorata
Una rivoluzione colorata in teoria si può definire come campagna ‘interna-esterna’ per cui elementi interni gestiti esternamente si attivano contro la struttura istituzionale per farla crollare. Così s’incentivano gli addetti delle ONG a divenire informatori sulle attività antigovernative illegali delle loro entità, cospirando l’uno contro l’altro e contro la loro amministrazione, proprio come la rivoluzione colorata mette i cittadini l’uno contro l’altro e contro il governo. Le ONG per il cambio di regime dai finanziamenti esteri sono già sotto pressione in Russia per le recenti modifiche legislative, ed inserendo il virus esterno-interno in quelle restanti, si potrebbe molto realisticamente provocarne la completa e definitiva distruzione. Confrontiamo come le ONG avviano le rivoluzioni colorate contro lo Stato alle ‘rivoluzioni colorate’ dello Stato contro le ONG ostili:

Tradimento:
ONG
Le ONG e i loro agenti mettono il popolo contro lo Stato spingendo all’aperto tradimento.

Stato
Lo Stato e i sue sostenitori incoraggiano i seguaci delle ONG dai finanziamenti esteri a tradire i loro padroni e divenire dei patrioti.

Motivazione:
ONG
I sostenitori del cambio di regime sono motivati da ‘avventurismo’ e ‘rischio’, sentimenti instabili glorificati e propagati da Hollywood in modo che l’occidente possa facilmente sfruttare la vulnerabilità della gioventù globale.

Stato
I sostenitori della sovranità statale sono motivati da patriottismo e memoria storica, concetti ispiratori che ringiovaniscono la Russia e il mondo multipolare come armatura asimmetrica contro le rivoluzioni colorate.

Azione:
ONG
Gli agenti delle ONG dai finanziamenti esteri si dedicano ad una rapida attività rivoluzionaria sociale, politica o economica dirette a destabilizzare lo Stato con vari gradi di caos.

Stato
I sostenitori dell’ordine si distinguono per il rafforzamento dei principi democratici che attuano i cambiamenti sociali, politici ed economici, essendo intrinsecamente a favore di pace e stabilità.

Visione:
ONG
Gli individui associati a tali movimenti dai finanziamenti esteri vogliono vedere i loro Paesi trasformarsi in caricature “occidentalizzate”, credendo fermamente che non abbiano nulla di utile da offrire al mondo e debbano di conseguenza sostituire l’identità nazionale con simulacri occidentali.

Stato
Le persone dai principi patriottici vogliono riaffermare le caratteristiche uniche nazionali del proprio Paese e in alcun modo veder imporre modelli stranieri sulla loro società.NulandIn azione
Se la Russia o qualsiasi partner multipolare decide di dare il colpo mortale alle ONG dai finanziamenti esteri e aderisce alla prescrizione politica fi questo articolo, allora la campagna sugli informatori delle ONG potrebbe essere:

Annuncio pubblico
Il governo e i suoi media informano il pubblico sulla nuova politica anticrimine concentrandosi sulle attività illegali delle ONG. I dipendenti delle ONG vengono invitati a presentare prove sulle attività antigovernative o di cambio di regime e violazione della legislazione pertinente. Attraverso attività d’informazione coordinate per sensibilizzare, lo Stato diffonde l’iniziativa tramite TV, radio, web e stampa. Commenti ufficiali di alti funzionari potrebbero essere efficaci per sensibilizzare sulla campagna.

Gestione dell’ordine:
La campagna non è una ‘caccia alle streghe politica’ ma un’iniziativa globale per attuare la legge e quindi l’annuncio pubblico sottolinea i principi giuridici alla base e il rapporto con la sicurezza dei cittadini. Così l’operazione va gestita dalle forze dell’ordine e degli organi di sicurezza dello Stato, per aumentarne l’efficacia e sminuire la retorica dei dissenzienti su presunte motivazioni politiche.

Incentivare gli informatori:
Senza ricompense adeguate per incoraggiare le defezioni dalle ONG, non è probabile che la campagna sia diversa da una retorica riuscita. Si suggerisce quindi che oltre a ricompense finanziarie, gli informatori abbiano l’immunità nel caso siano complici di maggiori attività illegali, a condizione naturalmente che loro testimonianza e prove portino a condanne. Se necessario, gli individui compatibili potranno anche essere inseriti in un programma di protezione dei testimoni per garantirne la sicurezza.

Conclusioni
Le ONG per il cambio di regime dai finanziamenti esteri sono finalmente sulla difensiva per la prima volta e la Russia fa progressi esemplari nella loro neutralizzazione ed eradicazione. La fase finale della controffensiva dello Stato sovrano è mettere ONG e loro dipendenti gli uni contro gli altri attraverso una rivoluzione colorata inversa, infliggendogli un colpo mortale nel prossimo futuro. Tali entità infide avranno metodi per perpetuarne l’esistenza, e mentre lo Stato può eliminarle dallo spazio pubblico, non potrà distruggerle completamente se non vi provoca lotte intestine paranoiche. L’avvio di una campagna sugli informatori delle ONG altamente pubblicizzata è volta proprio a questo, ed è l’ultimo passo per completare la triade della legislazione anti-ONG per identificare (legge sugli agenti stranieri), puntare (legge sulle ONG indesiderabili) e liquidare (campagna sugli informatori) tali reti destabilizzanti. Se la Russia sarà completamente libera dall’influenza delle ONG per il cambio di regime dai finanziamenti esteri, allora potrà creare un precedente liberatorio utile a tutti gli altri Stati multipolari colpiti da tale minaccia interna, comportando l’effetto domino che elimini il pericolo delle ONG militarizzate una volta per tutte.

RUSSIA-NATIONAL-UNITY-DAYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è fallito il grande gioco di Washington

Alfred McCoy Tom Dispatch 7 giugno 2015788189-PutinXiJinpingAFP-1415544001-513-640x480Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
987-MackinderBriesemeisterInfatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

eGruposDMime.cgiSir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.Valiant_ShieldIl secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.Newsilkroad2Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

Copyright 2015 Alfred McCoy
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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