Federalismo in Siria: Whashington, Parigi e Berlino ancora manovrano?

Zayd Hashim, Global Research, 19 settembre 2017

Il 18 settembre, alla domanda sul referendum curdo previsto il 25 settembre dal clan Barzani in Iraq, Jean-Yves Le Drian rispose: “Siamo già in Iraq che si prepara al dopo-SIIL. E per noi, dopo lo SIIL si presuppone una governance politica inclusiva, rispettosa della costituzione irachena e quindi della sua dimensione federalista, rispettosa delle comunità che la compongono e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Questo è il messaggio che ho dato al Primo ministro Abadi a fine agosto, visitando Baghdad. Anche questo è quanto ho detto chiaramente al presidente Barzani. Nella costituzione irachena (imposta dall’invasione statunitense) vi sono elementi importanti dell’autonomia costituzionale del Kurdistan. Questi elementi vanno rispettati, convalidati e protetti, ed è nel dialogo tra Baghdad e Irbil che può avvenire. Mi sembra che qualsiasi altra iniziativa sia inopportuna” [1]. La Francia sarebbe quindi per la dimensione federalista e l’integrità territoriale dell’Iraq. E sulla Siria, oltre a riaffermare l’impegno “nella lotta all’impunità degli autori degli attacchi chimici“, che sarebbero dovutamente le autorità siriane, nonostante le prove contrarie e la “nota falsa” [2] del predecessore di Le Drian al ministero degli Esteri?
Ecco un’informazione del 17 settembre. Il futuro ne giudicherà pertinenza o assurdità. In sintesi:
secondo fonti non specificate, “Firil Center for Studies” (FCFS) di Berlino ha appreso che sono in corso negoziati tra curdi siriani e iracheni da un lato, e Washington, Berlino e Parigi dall’altro, che porterebbero i curdi siriani a dichiarare la “federalizzazione” della Siria contro il rinvio per due anni del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Pertanto, i curdi iracheni potrebbero annullarlo. Le stesse fonti avrebbero affermato che se tali negoziati avessero successo, la dichiarazione curda siriana verrebbe emessa quanto prima e riguarderebbe il governatorato di Hasaqah (il territorio dell’ex-provincia di Jazirah) comprendente i distretti di Hasaqah, Maliqiyah, Qamishli e Ras al-Ayn), nonché parte dei governatori di Raqqa e Dayr al-Zur. Un video accompagna l’articolo ribadendo certe verità deliberatamente ignorate da chi parla di Kurdistan siriano mai esistito. Si ricorda infatti che fino al maggio 1925 i curdi rappresentavano meno del 2% della popolazione siriana, improvvisamente saliti al 10% dopo la repressione turca della rivolta curda guidata da Shayq Said Piran contro il governo di Ataturk [3], che spinse 300000 curdi a rifugiarsi nelle province di Jazirah, a nord di Aleppo, Ayn al-Arab (Kobané secondo i curdi) e Ifrin. A sostegno di tali affermazioni, la testimonianza dell’osservatore tedesco Christoph Neumann [4] e altri documenti storici che dimostrano le origini assire e/o armene e/o arabe di queste città nel nord della Siria, senza alcuna traccia di presenza curda prima degli anni ’20. I curdi siriani che hanno autorizzato le basi militari straniere in Siria sono pertanto caduti nella trappola israeliano-statunitense-europea finanziata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. A meno che non si liberino dai loro capi, resteranno le marionette delle grandi potenze e purtroppo ne saranno le vittime, proprio come i curdi iracheni, perché le cose non andranno sicuramente come prevedono…

Dottor Zayd M. Hashim, Redattore del Centro Studi Firil 17 settembre 2017
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-NakhalNote:
[1] Jean-Yves Le Drian – conférence de presse à l’Assemblée générale des Nations Unies
[2] Crise syrienne: la note falsifiée du gouvernement français
[3] Shayq Said Piran
[4] “Kleine Geschichte der Türkei”, von Klaus Kreiser und Christoph K. Neumann

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Curdi sempre più nell’angolo

Alessandro Lattanzio, 19/9/2017Nei giorni dei combattimenti a Dayr al-Zur, la propaganda filo-curda diffondeva notizie false sullo SIIL che riusciva ad abbattere aerei siriani, esibendo come prova foto di aerei abbattuti in Libia nel 2011. La fonte di tali notizie, utilizzate dai curdi, era l’agenzia di propaganda dello Stato islamico al-Amaq, adusa a diffondere foto e video vecchi e/o manipolati per ‘testimoniare’ le ‘vittorie’ dello SIIL. Assieme alla falsa notizia sul presunto bombardamento russo-siriano di truppe curde a nord di Dayr al-Zur, tali false notizie, apparse subito dopo che l’Esercito arabo siriano liberava Dayr al-Zur e attraversa l’Eufrate, rientrano in una campagna di disinformazione volta a denigrare le operazioni anti-SIIL della coalizione siriano-iraniano-russa. Tale campagna si compone di 3 parti:
– False notizie sulle perdite delle forze siriane ed alleate (con segnalazioni su “soldati russi uccisi”);
– Accuse su vittime civili e azioni ostili contro le “forze della democrazia” da parte di Siria, Russia o Iran;
– Dichiarazioni delle SDF di avere diritto alla “difesa legittima” dagli USA contro EAS ed alleati sulla riva occidentale dell’Eufrate (dopo aver minacciato di non consentire alle forze governative di attraversalo).
Ciò rientra in quello che appare sempre più un disastro geopolitico cercato e voluto dalle forze democratiche siriane (SDF), su istigazione degli Stati Uniti, che per arruolarle le hanno fatto indottrinare dagli anarchici comunitaristi statunitensi legati a Boockhin. Inoltre, le SDF ora accusano la Turchia di cooperare con l’alleanza siriano-iraniano-russa e di ave ‘venduto’ territori siriani, come la provincia d’Idlib, alla Siria…
Abu Araj, vicecapo del Jaysh al-Thuar, facciata arabo-islamista delle SDF, rimproverava la Turchia di aver partecipato ai colloqui sulla Siria nella capitale kazaka di Astana assieme a Siria, Russia e Iran, e di aver venduto la provincia Idlib ed altre aree “al regime siriano e ai suoi sostenitori“, accusando Ankara di aver permesso il cessate il fuoco in Siria, e di aver contribuito a creare le zone di de-conflitto nella provincia di Idlib. “La Turchia ha venduto molte aree siriane al regime siriano e ai suoi sostenitori, ripetendo lo scenario di Daraya, Muadamiyah al-Sham, al-War, al-Zabadani e Aleppo cedute al regime siriano e ai suoi alleati, dopo aver promesso al popolo siriano di combattere e rovesciare Assad”; così accusando Ankara di non aver rovesciato il Presidente Bashar al-Assad ed invitando i terroristi che occupano Idlib a contrastare le forze favorevoli all’accordo di de-escalation nella provincia, chiedendo di sostenere Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria). In altre parole, secondo le SDF, la Turchia è colpevole per aver scelto di partecipare ai negoziati diplomatici per risolvere la crisi siriana, invece di continuare i tentativi per rovesciare il governo di Assad e, quindi, di aver permesso all’alleanza siriano-iraniano-russa di combattere lo SIIL.
La paura dei curdi di esser abbandonati dal loro nuovo sponsor, Washington, in effetti diventa sempre più reale. Il Presidente dello Stato Maggiore Generale russo, Generale Valerij Gerasimov, e il Presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti degli Stati Uniti, Generale John Dunford, trascorrevano più di un’ora al telefono, il 17 settembre, discutendo sui modi per riallacciare le comunicazioni militari in Siria. Ciò in risposta ai problemi causati dalle fazioni attive in Siria che nell’ambito delle comunicazioni militari sul campo sono un problema ricorrente, soprattutto per gli Stati Uniti. Ma il fatto che ciò non fosse l’unico tema di questi colloqui veniva indicato dalle contemporanee comunicazioni dirette tra Rex Tillerson e Sergej Lavrov sulla Siria. Nel frattempo, la Turchia avviava le esercitazioni militari a Silopi e Habur, nella provincia di Sirnak, al confine con l’Iraq, schierando equipaggiamenti e truppe al confine con l’Iraq in vista del referendum per l’indipendenza della regione del Kurdistan, previsto per il 25 settembre. L’unico Paese che supporta ufficialmente tale processo è Israele, e difatti il vicepresidente dell’Iraq Nuri al-Maliqi dichiarava che Baghdad non tollererà la creazione di un “altro Israele” nell’Iraq settentrionale con il prossimo referendum. La dichiarazione fu rilasciata dopo un incontro tra al-Maliqi e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Douglas A. Silliman. “Non permetteremo la creazione di un secondo Israele nell’Iraq settentrionale. Il referendum avrà pericolose conseguenze per la sicurezza, la sovranità e l’unità dell’Iraq. Perciò dovrebbe essere annullato o rinviato per incostituzionalità“. Al-Maliqi dichiarava anche che governo e Parlamento iracheno adottavano misure immediate per “evitare questo pericoloso sviluppo per proteggere l’unità, l’integrità e gli interessi di tutti gli iracheni e la sovranità del loro Paese“. In precedenza, l’Iran annunciava la chiusura del confine con il Kurdistan iracheno, nel caso proclami l’indipendenza.
Il parlamento iracheno rifiutava il referendum sull’indipendenza curda, in quanto viola gli articoli 50 e 109 della Costituzione irachena che affermano che i deputati devono lavorare per assicurare l’unità e la sovranità dell’Iraq. Il parlamento chiedeva al governo iracheno di proteggere l’unità dell’Iraq e di adottare tutte le misure necessarie a tale scopo. Ed a Qirquq, i rappresentanti curdi al governo locale votavano a favore della partecipazione al referendum, mentre i rappresentanti turcomanni e arabi nel Consiglio provinciale lo boicottavano. Nonostante ciò, il governatore di Qirquq, Karim, dichiarava che “turcomanni e arabi che hanno boicottato la riunione non rappresentano i loro popoli“. Majid Izat, del partito turcomanno, rispondeva che “Coloro che hanno boicottato la riunione (a supporto del referendum) sono i veri rappresentanti del nostro popolo. Gli altri, turcomanni, arabi o cristiani, sono membri del partito curdo e sono presenti sulle sue liste elettorali locali. Sono stati imposti dai curdi e ne seguono la politica“. Aziz Umar, analista politico turcomanno, dichiarava che durante il regime di Saddam in Iraq, c’erano partiti curdi a Baghdad, ma i “veri partiti curdi” non li riconoscevano. “Dicevano che i partiti curdi di Baghdad erano falsi partiti di regime; e ora i principali partiti curdi hanno iniziato a fare la stessa cosa, dopo la caduta del Baath nell’aprile 2003, istituendo e finanziando molti partiti turcomanni nella città di Irbil e nelle cosiddette aree controverse, per imporvi la politica curda“.
Il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi respingeva l’iniziativa del Consiglio di Qirquq, perché Qirquq e le altre aree controverse non fanno parte del Kurdistan iracheno. Hadi al-Amiri, a capo dell’Organizzazione Badr, chiedeva ai curdi di scegliere tra referendum o Costituzione mentre Muhamad Tamim, rappresentante arabo di Qirquq, dichiarava “I veri rappresentanti degli arabi a Qirquq sono quelli eletti dagli arabi nella provincia e che rifiutano il referendum. Ho sentito che i curdi usano il referendum per spingere Baghdad ad accettare le loro condizioni, in particolare sulle finanze, ma dovrebbero versare a Baghdad 28 miliardi di dollari dai proventi del petrolio di Qirquq“. Il deputato Imad Yuqana, cristiano di Qirquq, e Muhamad Mahdi al-Bayati, politico turcomanno e comandante dell’organizzazione Badr, denunciavano i tentativi dei curdi di sovvertire la rappresentanza politica e il voto regionali, “Rifiuteremo i risultati del referendum a Qirquq e altrove“, concludeva. Il Consiglio provinciale di Diyala respingeva il referendum.
Se Masud Barzani, presidente del Governo regionale del Kurdistan d’Iraq, affermava che il referendum del 25 settembre “non sarà per l’indipendenza di un Paese nazionale curdo, ma per un Paese di tutte le etnie che ci vivono“, non solo Turchia, Iran e Lega araba, ma anche Stati Uniti, Unione europea ed ONU, respingono il referendum o chiedono di rinviarlo.

Fonti:
Cassad
Global Research
NewPol
Russia Insider
South Front
South Front
South Front
South Front
Verso

Massoneria e banche negli Stati Uniti

Dean Henderson (Estratto da Le otto famiglie: Big Oil e i suoi banchieri)

Nel 1789 Alexander Hamilton divenne il primo segretario del Tesoro degli Stati Uniti. Hamilton era uno dei tanti padri fondatori massoni. Aveva stretti rapporti con la famiglia Rothschild che possiede la Banca d’Inghilterra e guida il movimento europeo dei massoni. George Washington, Benjamin Franklin, John Jay, Ethan Allen, Samuel Adams, Patrick Henry, John Brown e Roger Sherman erano tutti massoni. Roger Livingston aiutò Sherman e Franklin a scrivere la Dichiarazione d’Indipendenza. Giurò a George Washington per la carica mentre era Gran Maestro della Gran Loggia di New York. Washington stesso era Gran Maestro della Loggia della Virginia. Dei generali dell’esercito rivoluzionario, trentatré erano Massoni. Ciò era altamente simbolico dato che i grado 33 si definiscono illuminati. I padri fondatori populisti guidati da John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e Thomas Paine, nessuno dei quali era massone, volevano recidere completamente i legami con la corona britannica, ma furono sconfitti dalla fazione massonica guidata da Washington, Hamilton e dal Gran Maestro della Loggia di St. Andrea di Boston, generale Joseph Warren, che volle “sfidare il Parlamento ma restando fedele alla corona”. La Loggia di St. Andrea era il fulcro della nuova massoneria mondiale e iniziò a concedere gradi di cavaliere templare nel 1769. Tutte le logge massoniche statunitensi sono ancora oggi approvate dalla corona inglese.
Il primo Congresso Continentale si riunì a Filadelfia nel 1774 sotto la presidenza di Peyton Randolph, che sostituì Washington come Gran Maestro della Loggia della Virginia. Il secondo Congresso Continentale si riunì nel 1775 sotto la presidenza del massone John Hancock. Il fratello di Peyton William divenne Gran Maestro della Loggia della Virginia e principale proponente della centralizzazione e del federalismo alla prima Convenzione costituzionale nel 1787. Il federalismo al centro della Costituzione statunitense è identico al federalismo previsto nelle Costituzioni di Anderson del 1723. William Randolph divenne il primo avvocato generale e segretario di Stato sotto George Washington, mentre la sua famiglia tornò in Inghilterra fedele alla corona. John Marshall, primo giudice della Corte Suprema, era un massone. Quando Benjamin Franklin si recò in Francia per cercare aiuto finanziario per i rivoluzionari americani, i suoi incontri avvennero presso le banche dei Rothschild. Mediò vendite di armi tramite il massone tedesco barone von Steuben. I suoi comitati di corrispondenza operavano attraverso i canali massonici e in parallelo a una rete di spie inglesi. Nel 1776 Franklin divenne l’ambasciatore de facto in Francia. Nel 1779 divenne Gran Maestro della loggia francese delle Nove Sorelle, a cui appartenevano John Paul Jones e Voltaire. Franklin era anche membro della più segreta Royal Lodge of Commanders del Tempio Occidentale di Carcasonne, tra i cui membri c’era il Principe del Galles Federico. Mentre Franklin predicava la temperanza negli Stati Uniti, si sbizzarriva selvaggiamente coi fratelli delle logge in Europa. Franklin fu a capo del servizio postale dal 1750 al 1775, ruolo tradizionalmente assegnato alle spie inglesi.
Con il finanziamento dei Rothschild Alexander Hamilton fondò due banche a New York, tra cui la Banca di New York. Morì in duello con Aaron Burr, che fondò la Banca di Manhattan con il finanziamento di Kuhn Loeb. Hamilton esemplificò il disprezzo che le otto famiglie hanno per i popoli, affermando una volta: “Tutte le comunità si dividono in pochi e molti. I primi sono ricchi e di buona famiglia, gli altri sono la massa… i popoli sono turbolenti e volubili; raramente giudicano e decidono correttamente. Si dia quindi alla prima classe un ruolo distinto e permanente di governo, controllando l’instabilità della seconda“. Hamilton fu solo il primo dei compari delle otto famiglie ad avere il ruolo di segretario del Tesoro. Negli ultimi tempi il segretario del Tesoro di Kennedy fu Douglas Dillon della Dillon Read, i segretari del Tesoro di Nixon, David Kennedy e William Simon, provenivano rispettivamente dalla Continental Illinois Bank e dalla Salomon Brothers, il segretario del Tesoro di Carter, Michael Blumenthal, proveniva dalla Goldman Sachs, il segretario del Tesoro di Reagan, Donald Regan, proveniva dalla Merrill Lynch, il segretario del Tesoro di Bush, Nicholas Brady, proveniva dalla Dillon Read e i segretari del Tesoro di Clinton e Bush Jr., Rubin e Henry Paulson, provenivano dalla Goldman Sachs.
Thomas Jefferson sosteneva che gli Stati Uniti avevano bisogno di una banca centrale di proprietà pubblica in modo che monarchi ed aristocratici europei non potessero utilizzare la stampa del denaro per controllare gli affari della nuova nazione. Jefferson osservava: “Un Paese che si aspetta di rimanere ignorante e libero… si aspetta ciò che non è mai stato e non sarà mai. Non ci fu che appena un re su cento che non avrebbe, se poteva, seguito l’esempio dei faraoni, prendere prima di tutto il denaro del popolo, e poi tutte le sue terre e quindi fare di loro e dei loro figli per sempre dei servi… le dirigenze bancarie sono più pericolose degli eserciti. Hanno già allevato un’aristocrazia del denaro“. Jefferson osservò come la cospirazione euro-bancaria per controllare gli Stati Uniti fu attuata, soppesando come “singoli atti di tirannia si possono attribuire all’opinione del momento, ma una serie di oppressioni iniziata in un periodo distinto, inalterabile ad ogni cambio di ministri, dimostra chiaramente un piano deliberato e sistematico per ridurci in schiavitù“. Ma l’argomentazione di Hamilton, sponsorizzata dai Rothschild, per una banca centrale statunitense privata, prevalsero alla fine. Nel 1791 fu fondata la Banca degli Stati Uniti, coi Rothschild principali proprietari. La concessione alla banca avrebbe dovuto scadere nel 1811. L’opinione pubblica era favorevole alla revoca e sua sostituzione con una banca centrale jeffersoniana. Il dibattito fu rinviato quando la nazione fu sprofondata dagli eurobanchieri nella guerra del 1812. In un clima di paura e difficoltà economiche, la banca di Hamilton ebbe rinnovata la concessione nel 1816.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’11 settembre cileno

Fate tutto il necessario per danneggiarlo e farlo cadere” parole di Richard Nixon al segretario di Stato Henry Kissinger e ai capi della CIA… “Quel figlio di puttana va schiacciato con qualsiasi mezzo”.

Intervista a Salvador Allende

Compañero Presidente: Entrevista de Régis Debray a Salvador Allende Gossens (1971)

Salvador Allende habla del Che Guevara

Histórico diálogo entre Fidel Castro y Salvador Allende (Completo)

Salvador Allende – No daré un paso atrás… (1971)

Ultimo Discurso de Salvador Allende, el 11 Sept 1973

Interferencia secreta en señal militar durante el Golpe de Estado

Quién disparó a Salvador Allende – Golpe de estado en Chile

El Ultimo Combate De Salvador Allende

Le ragioni del panico di Netanyahu

Alastair Crooke, Consortiumnews 1 settembre 2017 – Global ResearchUna delegazione dei vertici dell’intelligence israeliana, una settimana fa, visitava Washington. Poi, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu disturbava le vacanze estive del Presidente Putin incontrandolo a Sochi dove, secondo un funzionario governativo israeliano (citato dal Jerusalem Post), Netanyahu ha minacciato di bombardare il palazzo presidenziale a Damasco e d’interrompere e annullare il processo di cessate il fuoco di Astana, se l’Iran continua ad “estendere la sua presenza in Siria“. La Pravda ha scritto, “Secondo testimoni oculari della parte aperta dei colloqui, il primo ministro israeliano era troppo emotivo e talvolta anche quasi nel panico. Ha descritto un quadro apocalittico al presidente russo che il mondo vedrebbe, se non si sforza di contenere l’Iran che, crede Netanyahu, è deciso a distruggere Israele“. Quindi, cosa succede? Se la citazione di Pravda è esatta (sebbene la descrizione non sia stata confermata da commentatori israeliani), ciò che è assolutamente chiaro (dalle fonti israeliane) è che sia a Washington che a Sochi i funzionari israeliani sono stati sentiti ma non hanno ottenuto nulla. Israele è solo. Infatti, si dice che Netanyahu cercasse “garanzie” sul futuro ruolo iraniano in Siria, piuttosto che “chiedere la Luna” dell’uscita iraniana. Ma come possono Washington e Mosca realmente dare a Israele tali garanzie? Senza dubbio, Israele ha capito di aver sostenuto la parte sbagliata in Siria, avendo perso. Non è in realtà in grado di chiedere nulla. Non otterrà una zona tampone imposta dagli statunitensi sulla linea d’armistizio sul Golan, né il confine iracheno-siriano sarà chiuso o “sorvegliato” per conto d’Israele. Naturalmente, l’aspetto siriano è importante, ma concentrarsi solo su questo sarebbe come “perdere nella foresta l’albero”. La guerra del 2006 da parte d’Israele per distruggere Hezbollah (istigata da Stati Uniti e Arabia Saudita, e addirittura da certi libanesi) fu un fallimento. Simbolicamente, per la prima volta in Medio Oriente, uno Stato nazione occidentale tecnologicamente sofisticato e pieno di armi ha semplicemente fallito. Ciò che ha reso il fallimento ancora più colpevole (e doloroso) è che uno Stato occidentale non è stato battuto militarmente, ha perso anche la guerra dell’intelligence elettronica ed umana, sfere in cui l’occidente pensava di aver un primato incontestato.

Le conseguenze del fallimento
L’inaspettato fallimento d’Israele è profondamente temuto in occidente e anche nel Golfo. Un piccolo movimento armato (rivoluzionario) si era opposto ad Israele, contro ogni probabilità, e ha vinto: era rimasto sul campo. Questo precedente è stato ampiamente percepito come possibile “svolta” regionale. Le autocrazie feudali del Golfo hanno riconosciuto, nella vittoria di Hezbollah, il pericolo latente al loro dominio da questa resistenza armata. La reazione fu immediata. Hezbollah fu messo in quarantena, come meglio il potere sanzionatorio degli USA poteva gestire. E la guerra in Siria cominciava ad essere considerata come “strategia per correggere” il fallimento del 2006 (già nel 2007), anche se solo successivamente al 2011 fu adottata tale “strategia correttiva”. Contro Hezbollah, Israele gettò tutta la sua forza militare (anche se gli israeliani dicono ora che avrebbero potuto fare di più). E contro la Siria, Stati Uniti, Europa, Stati del Golfo (e Israele) hanno gettato di tutto: jihadisti, al-Qaida, SIIL (sì), armi, tangenti, sanzioni e la guerra d’informazione più oppressiva mai vista. Eppure la Siria, con indiscutibile aiuto degli alleati, vince: resiste contro probabilità quasi incredibili. Per chiarire: se il 2006 segnò una svolta, la “resistenza” della Siria è una svolta storica ancor maggiore. Bisogna comprendere che lo strumento dell’Arabia Saudita (e di Gran Bretagna e USA), il radicalismo sunnita, ne esce devastato. E con esso, gli Stati del Golfo, ma in particolare l’Arabia Saudita, ne sono danneggiati. Quest’ultima si è affidata al wahhabismo fin dalla fondazione del regno: ma il wahabbismo in Libano, Siria e Iraq è stato sconfitto e screditato (anche presso la maggioranza dei sunniti). Può essere sconfitto anche in Yemen. Questa sconfitta cambierà il volto del sunnismo. Già vediamo il Consiglio di cooperazione del Golfo, originariamente fondato nel 1981 da sei capi tribali del Golfo al solo scopo di preservare la propria regalità ereditaria tribale nella penisola, combattersi in ciò che è probabilmente una protratta e aspra lotta intestina. Il “sistema arabo”, prolungamento delle vecchie strutture ottomane da parte dei vincitori della prima guerra mondiale, Gran Bretagna e Francia, sembra aver perso il suo “recupero” nel 2013 (grazie al colpo di Stato in Egitto) riprendendo il lento declino.

I perdenti
Il “quasi panico” di Netayahu (se ciò è veramente quello che è successo) potrebbe essere un riflesso di tale sisma regionale. Israele da tempo sosteneva i perdenti, e ora si trova “da solo” e teme per i suoi ascari (giordani e curdi). Sembra che la “nuova” strategia correttiva di Tel Aviv sia volto ad allontanare l’Iraq dall’Iran e alla sua adesione all’alleanza Israele-USA-Arabia Saudita. Se è così, Israele e Arabia Saudita sono probabilmente alla fine del gioco e probabilmente sottovalutano l’odio viscerale in tutta la società irachena per i crimini dello SIIL. Non molti credono all’improbabile narrativa (occidentale) che lo SIIL sia improvvisamente apparso armato e finanziato dal presunto “settarismo” del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi: No, di regola, dietro un tale movimento ben impostato non c’è che uno Stato. Daniel Levy ha scritto un pezzo convincente per argomentare che gli israeliani, in genere, non sottoscrivono quanto scritto sopra, ma piuttosto: “Il lungo mandato di Netanyahu, i vari successi elettorali e la capacità di tenere insieme una coalizione governativa… (si basano) sul suo messaggio recepito dal pubblico. È il discorso di Netanyahu di aver portato lo Stato d’Israele nella migliore situazione della propria storia, da forza globale in ascesa… e che lo Stato d’Israele si espande diplomaticamente“. Netanyahu respinse ciò che chiamò la “notizia falsa” che senza un accordo con i palestinesi Israele sarà isolato, indebolito e abbandonato ad “affrontare uno tsunami diplomatico”. Difficile anche per i suoi detrattori politici non riconoscere che la rivendicazione di Netanyahu prevale nel pubblico perché riflette qualcosa di reale, spostando il centro di gravità della politica israeliana più avanti e più a destra. È un’affermazione che, se corretta e replicabile, lascerà un’eredità che supererà la premiership di Netanyahu e qualunque accusa possa affrontare. “L’affermazione di Netanyahu è che semplicemente non guadagna tempo nel conflitto coi palestinesi per migliorare i termini di un eventuale e inevitabile compromesso. Netanyahu afferma qualcosa di diverso: la possibilità di una vittoria definitiva, e della sconfitta permanente e definitiva dei palestinesi, dei loro obiettivi nazionali e collettivi. Da oltre un decennio primo ministro, Netanyahu ha rifiutato in modo coerente e inequivocabile tutti i piani o i passi pratici che finanche affrontassero le aspirazioni palestinesi. Netanyahu è solo volto a perpetuare e aggravare il conflitto, a non gestirlo, per non parlare di risolverlo… [Il] messaggio è chiaro: non ci sarà uno Stato palestinese perché Cisgiordania e Gerusalemme Est sono semplicemente nel Grande Israele“.Alcun Stato palestinese
Levy continua: “L’approccio sconvolge le ipotesi che hanno guidato gli sforzi di pace e la politica statunitense per oltre un quarto di secolo: Israele non ha altra alternativa all’eventuale ritiro territoriale ed accettazione di qualcosa che somiglia abbastanza a uno Stato palestinese sovrano ed indipendente, generalmente lungo le linee del 1967. Sfida la presunzione che la negazione permanente di un simile risultato sia incompatibile su come Israele si percepisca come democrazia. Inoltre, sfida la supposizione degli sforzi per la pace, che questa negazione sarebbe per nulla accettabile per gli alleati chiave da cui dipende Israele… “Nei bastioni tradizionali del sostegno ad Israele, Netanyahu ha accettato una scommessa calcolata, basterebbe che il supporto ebraico-americano continui a sostenere un Israele sempre più illiberale ed etno-nazionalista per facilitare la perpetuazione della relazione circolare USA-Israele? Netanyahu ha scommesso di sì, e aveva ragione“. E qui un altro punto interessante di Levy: “E poi gli eventi hanno preso un’ulteriore piega a favore di Netanyahu con l’ascesa al potere, negli Stati Uniti e nell’Europa Centrale ed Orientale (e una maggiore prominenza nell’Europa occidentale) della tendenza etno-nazionalista a cui Netanyahu è legato, lavorando per sostituire la democrazia liberale con una illiberale. Non va sottovalutata l’importanza di Israele e Netanyahu quali avanguardia ideologica e pratica di tale tendenza“. L’ex-ambasciatore statunitense e rispettato analista politico Chas Freeman ha scritto recentemente e molto chiaramente: “L’obiettivo centrale della politica statunitense in Medio Oriente è da tempo far accettare lo Stato colonizzatore ebraico in Palestina“. O, in altre parole, per Washington la politica mediorientale e tutte le relative azioni sono decise da “essere o non essere”: cioè “essere con Israele o meno”.

Il terreno perduto da Israele
Il punto chiave è che la regione ha appena avuto un cambio sismico verso il campo del “non essere”. C’è molto che gli USA possano fare? Israele è al solito rimasto solo con un’Arabia Saudita indebolita al suo fianco, e vi sono limiti chiari a ciò che l’Arabia Saudita può fare. Gli Stati Uniti che invitano gli Stati arabi a convincere il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi appaiono confusi. L’Iran non vuole la guerra con Israele (come hanno riconosciuto alcuni analisti israeliani); ma anche il presidente siriano ha chiarito che il suo governo intende recuperare “tutta la Siria” e tutta la Siria include le alture occupate del Golan. E questa settimana, Hassan Nasrallah invitava il governo libanese ad “inventare un piano e prendere una decisione sovrana per liberare le fattorie di Shaba e le colline di Qfar Shuba” da Israele. Numerosi commentatori israeliani già dicono che la “cosa è evidente”, e che sarebbe meglio per Israele cedere il territorio unilateralmente, piuttosto che rischiare centinaia di vite di militari israeliani nel futile tentativo di mantenerlo. Ma ciò però sembra difficilmente congruente con il “Primo ministro israeliano”, le cui ultime dichiarazioni sono tipo “non cederemo un centimetro”. L’etno-nazionalismo fornirà ad Israele una nuova base? Ebbene, in primo luogo, non vedo la dottrina d’Israele come “democrazia illiberale”, ma piuttosto come apartheid destinato a subordinare i diritti politici dei palestinesi. E mentre lo scisma politico in occidente si allarga, con un'”ala” che cerca di delegittimare l’altra smascherandola come razzista, bigotta e nazista, è chiaro che i veri statunitensi cercheranno a qualsiasi prezzo di distanziarsi dagli estremisti. Daniel Levy sottolinea che il capo di Alt-Right, Richard Spencer, descrive il suo movimento come White Sionism. È davvero possibile che Israele ne faccia una base? Quanto tempo passerà prima che i “globalisti” utilizzino esattamente il meme della “democrazia illiberale” di Netanyahu per opporsi alla destra statunitense perché è proprio questo il tipo di società che si prefigge: messicani e afroamericani trattati come i palestinesi?

“Nazionalismo etnico”
La crescente tendenza del “non essere” in Medio Oriente ha una parola più semplice del “nazionalismo etnico” di Netanyahu. Si chiama semplicemente colonialismo occidentale. Un’indicazione di Chas Freeman per cui Medio Oriente “sarebbe stato con Israele” fu l’assalto shock e sorpresa all’Iraq. L’Iraq è ora alleato dell’Iran e le milizie Hashad (PMU) sono un’ampia forza combattente mobilizzata. La seconda tappa fu nel 2006. Oggi Hezbollah è una forza regionale e non solo libanese. La terza tappa è la Siria. Oggi, la Siria è alleata con Russia, Iran, Hezbollah e Iraq. Cosa comprenderà il prossimo turno dell'”essere o meno”, la guerra? Sulle pretese di Netanyahu su un Israele più forte, ribadendo “ciò che chiamò la “notizia falsa” che senza un accordo con i palestinesi Israele sarà isolato, indebolito e abbandonato ad “affrontare uno tsunami diplomatico”,” Netanyahu potrebbe aver scoperto, nelle ultime due settimane, di aver confuso i “palestinesi” indeboliti con la “vittoria”, e solo al momento del suo apparente trionfo, si ritrova solo nel “Nuovo Medio Oriente”. Forse la Pravda aveva ragione, e Netanyahu apparve quasi nel panico durante il suo frettoloso e urgente vertice di Sochi.Alastair Crooke è un ex-diplomatico e figura dell’intelligence inglese e della diplomazia dell’Unione europea. Fondatore e direttore del Forum sui Conflitti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio