ONG occidentali e Siria: le maschere sono cadute!

S. Bensmail, Mondialisation, 27 marzo 2017Il conflitto siriano, giunto al settimo anno, ha fatto cadere molte maschere, come quelle delle ONG internazionali, neutrali e indipendenti in apparenza e chiamate “umanitarie”. In effetti, numerosi ricercatori e giornalisti investigativi, assai poco noti in Francia e per una buona ragione, cominciano ad indagarle. In collaborazione segreta con l’aggressore statunitense, ONG come “Medici senza frontiere” (MSF), “Amnesty International” e molte altre, dall’inizio del conflitto nel 2011 (e anche prima), sono strumenti sovversivi e di propaganda volti a fare cadere Damasco. Si sono quindi volutamente schierate coi gruppi armati cosiddetti “ribelli”, cioè i terroristi, fornendogli supporto medico e logistico. Con questo articolo vi proponiamo i principali risultati di queste analisi sul campo e nei media, in particolare di MSF, quindi chiedendo agli Stati di contrastare con nettezza tali strutture estere detonatori di guerre future. Infine, collegando le attività di tali ONG che destabilizzano i Paesi che resistono alla egemonia imperialista all’insediamento in Europa di milioni di “migranti” dovuti alla distruzione della Siria (e altri Paesi sovrani della regione), ipotizziamo il “caos pianificato” contro questo continente vassallo delle nazioni anglosassoni.
In Francia, le proteste contro “la violenza della polizia” per il presunto stupro del giovane Theo da parte di un poliziotto nel 93.mo Dipartimento, aumentano per dimensioni e violenze. Nelle città i gruppi radicali di estrema sinistra, “antifascisti”, comprendenti studenti delle superiori, nelle ultime settimane, categoria da sempre minacciata dai governi. Come negli Stati Uniti, ma su scala minore e con una colorazione molto particolare, la violenza urbana è controllata da organizzazioni che hanno esperienza in tafferugli, vandalismo e provocazione. “No Border“, “Antifa” e altre fazioni radicali, facilmente manipolati e impuniti, generalmente appartengono alla stessa nebulosa che violentemente si oppose alla polizia a Calais e altrove, in difesa dei “migranti” (1). Tanto in Francia che negli Stati Uniti, le associazioni di attivisti e organizzazioni non governative, che difendono l’assenza dei confini, l’eventuale eliminazione degli Stati e dei loro servizi pubblici e il massiccio afflusso di milioni di profughi, quale assalto all’Europa, non esitano a usare la violenza organizzata. Sono attivi verso l’obiettivo finale dell’élite sovranazionale, ultra-potente e intoccabile rappresentata da grandi nomi come Bill Gates e molti altri: la globalizzazione mondialista supportata dal controllo totale e dal dominio delle popolazioni e delle loro élite locali. Al servizio di tale progetto, con il pretesto di “diritti umani”, l'”Asilo è la grandezza del nostro Paese”, particolarmente sostenuto dalla sinistra al caviale (o salmone biologico!) francese, il sistema mediatico-intellettuale arruola il consenso generale e il pensiero perverso di tale idea di governo oligarchico. In quale altro modo descrivere la posizione straordinaria dei vertici della Pubblica Istruzione, che fa capo al centro d’istruzione e d’indirizzo nello stesso dipartimento problematico di Seine Saint-Denis, dove ricercatori e psicoanalisti per lo più confessarono senza mezzi termini, nel settembre 2015: “Finalmente, l’economia risparmiata dalla politica di austerità del governo sarà felice di accogliere i migranti…” (2) Le classi medie sempre più povere e “sdentate”, secondo questa immagine spregevole del presidente F. Hollande contro gli svantaggiati, l’apprezzeranno.
La confusione dei confini e la mescolanza forzata e brutale dei popoli, le cui conseguenze in divisioni e scontri sono certe, appaiono cruciali per le ONG della “solidarietà internazionale” e i benpensanti intellettuali dominanti e prezzolati. Negli ultimi decenni, questo punto di vista è stato preparato a tutti i livelli, in particolare dai grandi e influenti mass media, cultura e tempo libero, in particolare promuovendo la cultura del “meticciato”, eretta a valore intrinseco. Dal Libro nero delle ONG di Julien Teil: “Le organizzazioni non governative, da una cinquantina nel 1948 sono quasi quattromila oggi. Hanno invaso la società civile e la fedeltà ad essa. In realtà, molte, spesso le più grandi per dimensioni, rivaleggiano con le multinazionali con cui condividono il desiderio di cancellare i confini, hanno di “non governativo” solo il nome. Perché dietro loghi e acronimi ben scelti, per dare la sensazione che la loro unica ragione di esistere sia promuovere un mondo migliore, ci sono agenzie governative o personalità le cui carriere e posizioni lasciano pochi dubbi su intenzioni e collusioni“. (3) I sui articoli ben studiati e documentati, nati dall’esperienza in tali grandi organizzazioni umanitarie, sono inoppugnabili (4). Ora va molto più avanti, laddove il corso del mondo si traccia in decenni almeno, dove due visioni radicalmente opposte dell’umanità si oppongono: la Siria.

Siria e ONG umanitarie occidentali
Testimoni inconfutabili ed analisti che lavorano con indagini sofisticate ed affidabili mostrano gradualmente il vero volto di ONG come “Amnesty International” e “Medici senza frontiere” (MSF). La loro neutralità apparente è un’illusione poiché è accertato che partecipano, con una complessa interazione tra finanza, operazioni e propaganda, alla distruzione più o meno rapida degli Stati sovrani che resistono all’egemonia anglosassone: la Siria, forse prefigurando l’Iran, molti “regimi” di America Latina (Venezuela, Brasile, Bolivia, Ecuador e Argentina, per non parlare di Cuba), Asia e Africa, per non parlare dei precedenti di Libia e Tunisia, Jugoslavia, Iraq, ecc. Julien Teil spiega: “Sia nelle Nazioni Unite dove alcuni sono riusciti a entrare, o nella coscienza di cui il potere dei media gode permettendogli d’infiltrarsi con facilità, le ONG hanno acquisito da decenni lo status di partner o autorità morale che li mette al di sopra della sovranità delle nazioni. Questa posizione, legittimata da alcun processo democratico, giustifica, presso coloro che li seguono in buona fede, le interferenze il cui vero scopo è lontano da ciò per cui generosi donatori mettono una mano in tasca“. (5) A dispetto del diritto internazionale e degli statuti che gli danno un ruolo strettamente umanitario, sotto la copertura del travestimento dell’azione “umanitaria”, MSF e altri si misero al servizio dei gruppi terroristici mercenari attivi nelle “zone liberate” in Siria, per almeno sei anni. Tali ONG contribuiscono a generare e moltiplicare le atrocità, che fanno finta di combattere, dell’aggressione internazionale fomentata anche prima del 2006, quando il Paese era già nella lista segreta dei Paesi da massacrare, ben prima degli attacchi dell’11 settembre 2001. Nella trasmissione di Klagemauer.TV, lo stretto legame tra alta finanza e umanitarismo viene spiegata: “(…) con la copertura delle azioni umanitarie, le ONG sono infatti le “mani pulite” dei gruppi che non hanno nulla a che fare con il bene dell’umanità. Molti, se non tutti, sono strumenti al servizio di una causa incoffessabile. Lo si può dire di certe fondazioni. La sede di Greenpeace USA, che dà gli ordini, è finanziata dalla Fondazione Rockefeller. Ciò significa che la finanza ha voce in capitolo nella scelta delle campagne di Greenpeace. Se ne comprende meglio il silenzio su eventi mondiali cruciali…
Per i comuni mortali non adusi ai misteri della politica estera degli Stati occidentali, che hanno fortemente riattivano i loro vecchi desideri coloniali, tale fatto triste sembra improbabile in quanto credono che tali istituzioni fin dagli anni ’70 lavorino nella completa neutralità. Decodificando le notizie geopolitiche, presentate in modo fazioso e sfacciato, un abisso compare con le chiacchiere ufficiali sull’aiuto alle vittime di guerre e catastrofi naturali (sfruttate anche per gli interventi umanitari). Infatti, nonostante la sincerità della maggioranza della base, molti importanti ONG internazionali, vicine alle istituzioni internazionali e alle principali nazioni del G7, svolgono un ruolo destabilizzante: “Questi missionari della democrazia dimostrano di essere angeli della morte. Le ONG occidentali sono al servizio del belluismo dei globalisti e sono ad essi collegate. Negli ultimi rovesciamenti di governi nel mondo, le ONG occidentali, in coppia con i vari servizi segreti, hanno svolto un ruolo centrale; in Serbia, Iraq, Georgia, nei Paesi della primavera araba e, infine, in Ucraina. Hanno destabilizzato i Paesi presi di mira con il pretesto della missione per la democrazia. Le organizzazioni non governative o ONG sono organizzazioni private, che non agiscono sotto il mandato di un governo. (…) Le ONG più pericolose al mondo agiscono sitto una gerarchia del potere e sono anche ben al di sopra di alcuni governi. Vengono poi intrecciare con altre influenti reti di ONG. A esse piace vantarsi di agire da privati e indipendenti dal governo. Ad esempio, organizzando ‘nobili’ soccorsi, possono avere un’influenza politica ed economica profonda nei Paesi sottosviluppati“. (6) A differenza dei media mainstream francesi, servi per natura dei magnati e delle lobby della finanza e della grandi imprese (7), accademici e giornalisti stranieri credibili tentano d’informare il pubblico, come i rinomati professori di sociologia Hans-Jürgen Krysmanski e Georges William Domhoff. Secondo la loro classificazione, le grandi ONG, in particolare quelle chiamate alla “democratizzazione”, appartengono alla seconda categoria, quella dei “finanziamenti e formazione“. (8)
Questi ricercatori ne citano le principali:
Open Society Foundation: (…) Questa è l’unione di ONG patrocinate da George Soros (György Schwartz). Già nel 2003, queste ONG organizzarono e seguirono la rivoluzione delle rose georgiana che consegnò il potere al beniamino degli Stati Uniti Mikheil Saakashvili. La rivoluzione arancione in Ucraina, nel 2004, fu anche finanziata dalle fondazioni di Soros. Già nel 2011, il canale televisivo russo RT avvertì che Soros, seguendo il modello libico, finanziava un imminente colpo di Stato in Ucraina, avvenuto nel 2014 con l’euromaidan. Queste fondazioni preparano il terreno per ogni sorta immaginabile di future agitazioni in diversi Paesi. E’ stato recentemente rivelato che davano 1500 dollari al mese agli studenti macedoni per rovesciare il governo.
National Endowment for Democracy, NED:
In più di 90 Paesi il NED supporta più di 1000 progetti con obiettivi cosiddetti democratici. Troviamo la sua firma in quasi tutti i recenti rovesci di governi. Le élite del NED radunano membri del CFR e rappresentanti di grandi multinazionali, presenti anche in altri gruppi di riflessione. Il fondatore del NED, Allen Weinstein, disse chiaramente, “gran parte di quello che facciamo oggi fu fatto in segreto dalla CIA 25 anni fa”. Anche il New York Times riconobbe in un articolo che il NED orchestrò con decisione la primavera araba.
Movements.org:
E’ un’ONG specializzata in tumulti giovanili per la democratizzazione, e trasse, ad esempio, i movimenti giovanili egiziani del 6 aprile da un insignificanti gruppetto facebook, a capo del movimento della rivoluzione egiziana del 2011. E’ finanziata dalle stesse multinazionali presenti anche nei vertici di think tanks, Google, Facebook, CBC, MSNBC, Pepsi ecc. Movements.org è anche collegato direttamente al dipartimento degli Esteri.
Fondazione Ford, Fondazione Oak, Sigrid Rausing Trust, Fondazione Rockefeller sono della seconda categoria, finanziano e addestrano la facciata locale sulle piazze, indictaa dalla quinta categoria, che consiste in piccoli gruppi di protesta violenta che, secondo i bisogni, i media erigono a eroi della libertà e della democrazia”. (9)
Ampiamente rispettato per l’onestà intellettuale e la grande conoscenza di alcune aree di conflitto, il Professor Tim Anderson dice anche in un articolo sul lavoro delle ONG occidentali in Siria, “Ogni attacco contro al-Nusra viene quindi descritto come un attacco a civili e cliniche, o contro personale sanitario. Lo stesso vale per Medici Senza Frontiere (MSF), che finanzia le cliniche di al-Nusra (per lo più senza volontari stranieri) in diversi territori dominati dai terroristi”. (10) In un altro testo importante, “Aleppo, storia di due ospedali”, Brandon Turbeville indica: “Mentre MSF è spesso descritto dai media occidentali come indipendente, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. In primo luogo, Medici Senza Frontiere è finanziato interamente dalle stesse istituzioni finanziarie di Wall Street e circoli dominanti della politica estera di Londra che sperano nel cambio di regime in Siria e Iran. La relazione annuale di Medici Senza Frontiere (rapporto 2010), cita come donatori Goldman Sachs, Wells Fargo, Citigroup, Google, Microsoft, Bloomberg, Bain Capital, la società di Mitt Romney, e una miriade di altre società finanziarie. MSF ha anche banchieri nel suo comitato di sponsorizzazione, come Elizabeth Beshel Robinson della Goldman Sachs”. (11)

ONG, lupi camuffati da nonnine premurose
L’internazionale umanitaria è quindi in buona parte, almeno, strumento di sbiancamento dei principali mercati finanziari occidentali, in particolare New York e Londra. Basta leggere i rapporti di numerose organizzazioni non governative coinvolte nelle attività nelle aree di tensione, accessibili sul web. È una coincidenza che un altra potente ONG francese, “Azione contro la fame” (ACF), veda alla guida la nuova presidentessa Stéphanie Rivoal, della (ma guarda!) Goldman Sachs? Colto in tali gravi contraddizioni e altre carenze, il grande “Mammut” (12) del ministero della Pubblica Istruzione sembra (o fa finta) di non sapere: tale ONG, grande lupo nell’ovile, è guidata dalla stessa potente banca statunitense che saccheggia i beni pubblici in Grecia e nel mondo (13). Ad ogni primavera, numerose scuole dell’esagono accolgono centinaia di migliaia di scolari, studenti universitari e delle scuole superiori durante la sacrosanta “Giornata contro la fame” della stessa “Azione contro la fame”. In un liceo di Nanterre, alla periferia di Parigi, gli insegnanti furono unanimemente indignati quando uno di loro, quasi alla pensione, osò ricordargli che “la povertà non è solo il sacco dell’Africa o di Haiti, ma anche della Francia“. (14) Questo conforma l’appiattimento e l’ignoranza della realtà sociale in cui si ritrova, in generale, la categoria (a sua volta scadente e ideologizzata) dei docenti, anche dell’istruzione superiore, che si occupano dei “cittadini di domani” (15), ma inconsapevoli dell’inganno che perpetrano da decenni. Qualche amico degli Interni me l’ha confermato, in questa “giornata contro la fame”, in cui studenti e docenti sono convocati sotto pena di licenziamento, nell’ideale sublimato dei “diritti dell’uomo”, tutti corrono… per la gioia del nuovo catechismo laico umanitario al servizio della finanza (Wall Street e City) e della geopolitica (dell’ambulanza e della cannoniera). Per dirla diversamente, il sistema accademico occidentale che segue i nostri figli dalla scuola materna opera affinché la società acconsenta alla propria riduzione in schiavitù e a promuovere, nelle zone ambite, come priorità l’ospedale all’ultimo grido per i terroristi e la salva dei missili da crociera contro esercito e infrastrutture del Paese da “liberare”.
Vediamo brevemente il pedigree della presidentessa di Azione contro la fame, come tracciato delle sue pubbliche relazioni: “Dopo un percorso netto nel mondo della finanza, ESSEC, Goldman Sachs, Lazard e JP Morgan, Stéphanie Rivoal decise nel 2003 un nuovo inizio investendo nel campo della fotografia e poi dell’associazionismo umanitario”. (16) Ambulanza e cannoniera o salvatore e carnefice, il contrario è anche vero: la duplicità delle istituzioni internazionali, finanziarie e umanitarie, che più volte distribuiscono baci mortali a Stati e popoli da sottomettere. Durante l’operazione greca di Goldman Sachs, che truccò i conti pubblici per consentirle di entrare in buona (e falsa) salute nell’Unione europea (ingannandola), la banca non esitò a rivoltarsi contro la cliente immersa in una crisi economica senza precedenti (17), realizzando enormi profitti durante l’applicazione del solito credo per privatizzare il denaro pubblico e socializzare il debito privato. Finanzializzare il debito sociale: in tal modo, sulla base del principio che ogni parvenza d’indipendenza della Francia può essere rapidamente sanzionata con un forte aumento dei tassi sui prestiti regolarmente concessi dai mercati finanziari anglosassoni; comportando ipso facto l’abbandono della “rete di sicurezza sociale”, garante della pace sempre più precaria per via di austerità, molteplici scandali e provocazioni, e l’esplosione di tutti i territori destinatari del bilancio statale (18). Non dimenticando la malvagia legge del gennaio 1971 passata sotto G. Pompidou (19), che vietava ai ministeri e agli enti pubblici di prendere in prestito (a tasso zero) dalla Banca di Francia, costringendo lo Stato francese a un debito enorme ed esponenziale verso le banche private, nazionali ed estere.
Nell’indagine estremamente approfondita su MSF e altri, da una dichiarazione del direttore esecutivo Stephen Cornish, B. Turbeville deduce che: “L’organizzazione finanziata da Wall Street supporta i terroristi armati e finanziati dall’occidente e dai suoi alleati regionali, molti dei quali si sono rivelati stranieri, affiliati o direttamente appartenenti ad al-Qaida e al suo braccio politico de facto, i Fratelli musulmani. Tale cosiddetta organizzazione umanitaria internazionale è in realtà un altro ingranaggio della macchina militare segreta contro la Siria, di cui interpreta il ruolo di battaglione medico”. (20)

Il servizio di ambulanza di MSF per Jabhat al-Nusra e altri gruppi terroristici
Brandon Turbeville continua: “In un intervista a NPR che Cartalucci cita parzialmente nel suo articolo, “il direttore esecutivo di MSF, Stephen Cornish, ha ammesso che l’organizzazione ha fornito assistenza significativa agli squadroni della morte; non solo le cure secondo il giuramento d’Ippocrate, ma ciò che appare un programma rivolto ai ribelli”. (21) Ricordiamo lo sfogo (colpevole e tardivo) di Jacques Bérès (22) chirurgo volontario francese impegnatosi in alcune missioni presso i “ribelli” in Siria. Dopo aver ampiamente utilizzato (e volontariamente) la propaganda dell'”opposizione moderata” mai realmente esistita (23), Beres infine testimoniò di aver curato dei veri terroristi…” France Info riferì allora, e ci chiediamo ancora come?: “Il chirurgo, co-fondatore di Medici Senza Frontiere, compì una missione ad Aleppo bombardata di frequente, dove curava i combattenti. Ha incontrato molti jihadisti, tra cui due francesi. Fu sorpreso dall’incontro con i due francesi, “fu inquietante, uno disse che Mohammed Merah era un esempio da seguire. Dicevano che combattevano Bashar per il momento ma che il loro obiettivo è l’emirato mondiale e la Sharia (…) Tra le decine di feriti che Jacques Bérès curò, le maggioranza erano combattenti, spiegandola con la vicinanza di Aleppo con la linea del fronte. Ma ciò che cambiò rispetto alle altre missioni, come quella di febbraio a Homs, sono i profili dei combattenti, “la metà sembravano jihadisti”, avevano “la fascia, i versetti coranici, anche le auto che li portavano avevano la bandiera di al-Qaida“. (24) Infatti, disturbato dal realizzare, a questo punto, un attivismo schizofrenico, osservato anche da molti interlocutori, evitò di collegare le figure interne ed esterne del terrorismo islamista identicamente barbaro e manipolato. Durante la campagna di menzogne su Aleppo tramite la collusione dei media e delle classi politiche occidentali (25) sugli “attacchi agli ospedali, attribuiti in modo sistematico al “regime siriano”, che costituivano crimini di guerra e che aprivano di fatto la porta all’intervento NATO, spiegando l’insistenza dei media a riferire in modo fuorviante con l’unico scopo di accelerare tale processo per preparare gli occidentali ad accettarne i costi umani e finanziari” (26). Ascoltiamo, per esempio, da Gaziantep, città di confine della Turchia, la testimonianza di Carlos Francisco, capo della missione Siria di MSF: “la cosa peggiore mai vissuta ad Aleppo (…) pesanti bombardamenti senza interruzioni, (…) i medici siriani con cui ho parlato inviarono immagini in cui vedemmo vittime curate sul pavimento. (…) l’assedio alla città impediva a qualsiasi aiuto umanitario di entrare e… l’evacuazione di feriti… Inoltre, la stazione che forniva acqua ad Aleppo orientale fu bombardata. Quasi 250000 persone furono private dell’acqua potabile”. (27)
Come giustamente osserva Marie-Ange Patrizio, che ha analizzato il discorso vago nella sua descrizione ma preciso nelle pretese: “Francisco sottolinea i corridoi umanitari, uno dei punti chiave della campagna di MSF. Obiettivo chiave anche di Ayrault e accoliti della comunità internazionale. La dichiarazione è immediatamente e completamente ripresa dai media con il titolo (al solito): “Carlos Francisco (MSF) ad Aleppo, ‘vediamo vittime curate a terra’”. Ma Francisco poté trasmette le immagini che ha ricevuto? L’unica immagine che illustra il comunicato stampa di MSF è quella di un camion che brucia dietro un uomo in piedi che attraversa la strada, che non indica nulla. E la foto non viene dai “medici di cui (Francisco) parla”, ma da Amir al-Habi, “fotografo freelance ad Aleppo” e corrispondente di AFP appena arrivato ad Aleppo est. Tutte le foto di al-Habi che possiamo vedere, seguendo il consiglio di Power, si trovano su “Internet” e sono realizzate esclusivamente nelle zone “ribelli”. Fotografo moderatamente freelance”. (28) In questi tempi difficili, quando il lavoro scarseggia e dove tensioni e comportamenti violenti e/o irrazionali sono esacerbati tra accuse reciproche, chi ha tempo di leggere, verificare e controllare le informazioni, il tempo di parlarne? Chi, nonostante il continuo flusso di cattive notizie, si districa dai racconti di fantasia su tale terribile conflitto, rifiutando l’imposizione delle narrazione e spiegazioni mediatiche di tali tragedie? La giornalista indipendente nota per aver smantellato diverse volte i trucchi di tale propaganda e i tentativi di screditare chi indaga in modo professionale sui ribelli, Eva Bartlett. riferiva: “Non sorprende che, invece di riportare questi esempi documentati di terroristi (che si filmano da soli) mentre attaccano gli ospedali siriani, i media commerciali e la propaganda dei gruppi di diritti umani riempiono prime pagine e schermi televisivi di aspre accuse all’esercito siriano e/o russo che bombarda un presunto ospedale di MSF ad Aleppo“. (29) A parte la macchina della propaganda che ha raddoppiato gli sforzi nella disinformazione e demonizzazione, dopo la liberazione dei quartieri orientali di Aleppo, continuamente presentata come sua “caduta”, preparando le menti a una guerra diretta (30), la questione etica e della responsabilità legale di MSF (e consorelle) in questo conflitto si pone chiaramente. Ascoltiamo argomentare il legale di MSF sulla sua posizione in Siria, il 7 ottobre, quando il premio Nobel per la pace tanto atteso infine non fu assegnato ai “caschi bianchi”, i nostri cari angeli custodi che si filmano da “bravi organizzatori” della protezione civile, mentre partecipano alle esecuzioni di civili ritenuti “pro-regime” e combattono l’Esercito arabo siriano, durante lo spettacolo “Il grande tavolo” di France Culture, “Siria: si dovrebbe ripensare il diritto umanitario?” “Sappiamo che la popolazione viene privata degli aiuti dallo Stato siriano (…) i gruppi armati di opposizione organizzano la protezione civile, con l’aiuto di esperti inglesi molto militanti e molto impegnati. (…) Non ci poteva essere alcun aiuto perché il governo siriano ci aveva posto una serie di ostacoli (…) vietava gli aiuti (perché) che affida alla Mezzaluna Rossa siriana, che non è un’organizzazione neutrale”. (31) Quindi MSF non riconosce questo diritto allo Stato siriano, continua il direttore legale: “Abbiamo sempre rifiutato di passare dalla Mezzaluna Rossa, che non è né imparziale né neutrale (…) I caschi bianchi non possono essere neutrali perché il governo vieta l’attraversamento delle famose linee del fronte“. Il diritto alla cura è un requisito, aveva detto senza tema: “(…) Così agiamo nel territorio non governativo“. (32) Perché in effetti, “Questo è il concetto della guerra contro il terrorismo da rivedere (…) è totalitario, basato sul concetto di sicurezza totalitaria (…) È pertanto necessario ridurre i concetti di lotta al terrorismo (…) che schiacciano le leggi di guerra”. “Finora, dice Marie-Ange Patrizio, secondo MSF, il governo siriano applicherebbe una “concezione totalitaria” della sicurezza difendendo il Paese non dal terrorismo, ma dall'”opposizione moderata” e avrebbe utilizzato “l’argomento della sovranità” per proibire alle ONG neutrali e imparziali d’intervenire. “Ed è perciò che MSF chiese sin dall’inizio della guerra siriana il diritto di non essere considerati dei criminali”: cioè il diritto d’ignorare la sovranità dello Stato siriano. Trascinato dal suo ruolo di “facinoroso di MSF”, il direttore legale non ebbe più ritegno: “Siamo andati due volte al Consiglio di Sicurezza per dire che l’aiuto medico doveva essere derogato dalla legislazione sul terrorismo, si non è complicato comunque!”… soprattutto per un’ONG che ha vinto il premio Nobel per la Pace a Groznij contro la lotta al terrorismo “totalitaria” di Mosca, ed ha un bilancio di’ 353,1 milioni di euro, per il 96,3% di origine privata, grazie a donatori non governativi come la Fondazione Clinton“. Sospettando un’operazione coperta dei servizi segreti francesi, la reazione di Damasco, nel febbraio 2016, non si fece aspettare quando accusò formalmente l’ONG. In effetti, il suo rappresentante alle Nazioni Unite, Jafari, disse: “Questo presunto ospedale fu installato senza il permesso del governo siriano alla cosiddetta rete francese che si chiama Medici Senza Frontiere, che è un ramo dei servizi segreti francesi che opera in Siria (…). Se ne assumeranno tutte le conseguenze, perché non hanno consultato il governo siriano”. (33) Iran e Russia, alleati leali ma esigenti della Siria, non avrebbero accettato una falsa accusa di Damasco, mettendone a rischio le azioni diplomatiche in sede internazionale. In pericolo di fronte l’impero, queste potenze sanno che la prova inconfutabile proverrebbe da un’eventuale smentita. Sarebbe interessante approfondire e rendere pubblica questa denuncia contro MSF, strumento come tante altre ONG internazionali, della finanza e dei servizi segreti dei Paesi anglosassoni e della NATO (34). Nonostante il loro lucro e il loro cinismo, la minaccia che rappresentano per la pace e la sicurezza degli Stati, tali organizzazioni continuano ad ingannare tanti ingenui ed ad attirare sempre una grande quota di donazioni pubbliche e private, in Francia e altrove.
In una recente conversazione, un ex-funzionario della “sezione di Parigi”di MSF m’illustrò il quadro interno squallido. Come non dimettersi quando si vede una giovane volontaria di 23 anni piena di vita e di energia in Sudan, tornare come uno zombie dopo essere stata violentata nella totale impunità? Non solo non vi fu alcuna reazione ufficiale di MSF, ansiosa di restare sul campo e di non chiudere le sue antenne, ma perfino uno dei dirigenti di Parigi rispose al suo ritorno: “Ma sta zitta un po’! Non sei morta!!” E mi raccontò anche di aver sentito, questa volta per caso e prima di una riunione cruciale, lo strano discorso di un capo a un collega più giovane: “Se parli, ti ammazzo…“! Avete detto “umanitari”?!…

ONG, detonatori di future guerre
Lo specialista del nuovo tipo di guerra chiamata “ibrida”, Korybko spiega che per le potenti lobby ed altre, le ONG servono da “detonatori”, “Le ONG legate agli interessi stranieri giocano nel mondo un ruolo insostituibile nel fomentare le guerre ibride. La legge della guerra ibrida dice che tali conflitti sono scontri di identità creati da zero per disturbare, controllare o influenzare i piani infrastrutturali transnazionali comuni multipolari che transitano in Stati chiave, per mezzo della manipolazione del regime, della strategia del cambio di regime o del riavvio del regime (R-TCR). Queste tre tattiche potrebbero anche essere descritte come concessioni politiche, transizione di leadership, “pacifiche” o violente, o cambiamento fondamentale nello Stato deviandolo su pressione verso una federazione di identità facilmente manipolabile”. (35) Spiega: “Quando una rivoluzione colorata avanza verso la transizione alla guerra ibrida, evolvendo nella guerra non convenzionale, gran parte del vecchio dispositivo strutturale che tira le corde resta in piedi, ma sotto un altro nome. La maggior parte delle reti di ONG e del loro personale diventano ribelli armati o vi danno supporto informativo, organizzativo, logistico e/o materiale. Anche se le tattiche R-TCR sono cambiate, il principio rimane lo stesso, ma con un significativo afflusso o meno di aiuti esteri segreti (insorti, armi) per raggiungere tali obiettivi. Tutte le ONG e i loro lavoratori non sono legati a interessi stranieri e non partecipano ad attività sediziose apertamente, ma è probabile che molte lo siano in un modo o nell’altro, dato che dopo tutto l’unica differenza tra i rivoluzionari colorati e le controparti nelle guerre non convenzionali sono i mezzi disponibili per raggiungere l’obiettivo comune, con una mano che lava l’altra nello svolgimento delle attività aggiuntive a tale scopo“. Andrew Korybko nota: “Dobbiamo ricordare che le guerre ibride si basano sull’istigazione estera e la manipolazione per creare un conflitto identitario nello Stato di transito di un grande progetto infrastrutturale congiunto transnazionale multipolare. È molto più facile concepire la funzione delle ONG in relazione alle forze estere ostili che hanno interesse nel mettere tale sequenza di “caos controllato” in movimento. Questi gruppi sono responsabili del sentimento di separazione identitaria nella popolazione, sentimento manipolato dall’ingegneria sociale che gli organizzatori ritengono che alla fine trasformi i cittadini patriottici in attivisti antigovernativi“.

L’urgenza di scoprire (e combattere) le ONG in quanto struttura, ideologia e propaganda
Sempre secondo il ricercatore, assieme ad altri noti investigatori come J. Teil B. Turbeville, Krysmanski, Domhoff e T. Anderson, v’è l’urgenza di comprendere ruolo e funzionamento delle ONG nel provocare queste devastanti guerre ibride, destinate a svilupparsi in un contesto di disoccupazione e riduzione delle risorse finanziarie e materiali. Molti osservatori comprendono tale pericoloso sviluppo, visto ciò che accade non solo in Medio Oriente, ma anche nei Balcani (con la sovversione della Moldova in particolare) e in tutti gli Stati che si allontanano o rifiutano la volontà egemonica di Stati Uniti e loro alleati: “La guerra ibrida è l’ultima forma di aggressione delle forze unipolari contro l’ordine mondiale multipolare emergente, e la via indiretta con cui viene praticata, protegge il responsabile dall’impatto immediato aumentando l’attrattiva di tale sistema. Poiché l’uso della guerra ibrida come strumento di politica estera non mostra alcun segno di cedimento reale nel prossimo futuro, per via della novità e della natura redditizia dell’applicazione, v’è l’urgenza di capirne tutte le sfaccettature per meglio combatterla, e quindi la rilevanza di esporre il ruolo centrale svolto dalle ONG in tale processo”. (36) Alla luce del pretesto ‘umanitaria’ nella destabilizzazione degli Stati nazionali contrari al dominio unilaterale dell’impero (37), v’è l’urgente bisogno che tutti gli Stati si garantiscano sovranità e coesione nazionale controllando rigorosamente tali organizzazioni straniere ed anche ne combattano con nettezza struttura, ideologia e propaganda: “Le reti di ONG e il personale locale coinvolti in questo programma supportato dall’estero aspirano a spezzare, controllare o influenzare i progetti infrastrutturali di cui sopra con vari gradi di pressione R-TCR contro le autorità. Possono trasformarsi in ribelli o altre forme di minacce asimmetriche quando la loro tattica della rivoluzione colorata non riesce ad avviarsi divenendo gradualmente una forma di guerra non convenzionale migliorata. Dato che le ONG legate agli interessi stranieri sono l’avanguardia nell’ultima iterazione della guerra ibrida nel mondo, è nell’interesse di ogni governo responsabile imporre controlli e restrizioni su questi gruppi al fine di neutralizzarne le capacità offensive e garantirsi la sicurezza nazionale”. (38) A seguito della Brexit, dei primi mesi di presidenza Trump, della liberazione di Palmyra e tante altre importanti sorprese (impensabili) per le classi dirigenti occidentali, le notizie internazionali mostrano sempre più una situazione senza precedenti e del tutto eccezionale.
Lacerato da un vento potente e nuovo, tramite gruppi di attivisti efficaci ed integrati da patrioti anti-corruzione (civili e militari), intelligence, informatori e hacker, sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica, le maschere cadono una dopo l’altra. Per chi vuole conoscere e proteggere le proprie radici (in un Paese, regione, città, quartiere), come gli altri mezzi e strumenti di dominio e potere, le ONG mostrano sempre più il loro vero volto. In Ungheria, ad esempio, il vicepresidente di Fidesz Szilárd Németh aveva dichiarato che “l’Ungheria dovrebbe liberarsi dell’impero di ONG di Soros. Il contesto internazionale ora lo consente“. A fine dicembre, il primo ministro ungherese ancora una volta denunciava influenza di Soros mentre proclamava il 2017 “l’anno della ribellione dei cristiani e degli europei nazionali della nostra specie contro le forze liberali e globaliste“. In Algeria, il recente scioglimento del Rotary Club di Relizane suscitava grande scalpore nel contesto della mobilitazione generale dei servizi di sicurezza contro le attività di sovversione e spionaggio, con l’aggiunta del caos libico e sahariano, con la Tunisia diventata parco giochi di servizi segreti stranieri particolarmente aggressivi. Di fronte alla pirateria elettronica verso gli ultimi aerei da combattimento Sukhoj consegnati dalla Russia (e il controllo dei loro voli), ai droni non identificati provenienti dal confinante, alle incursioni continue di gruppi armati nel Sud, agli arresti di spie confuse nel flusso di rifugiati africani, ai persistenti disordini nelle comunità nel Mazab e in Cabilia, i servizi di sicurezza e controspionaggio sono in allerta. L’inseguimento eccezionale continua. Inoltre, con un tipico ripiegamento all’interno da “fine del mondo” o “reset” pericoloso, tali ONG sono ora utilizzate nel cuore dell’impero, con sincronia implacabile con, tra gli altri, la militarizzazione delle forze di polizia (39), l’applicazione di tattiche di guerra, acquisite nelle ultime guerre neocoloniali con il pretesto della “guerra al terrore”, per mantenere l’ordine, la sorveglianza totale dei propri cittadini, riducendo le libertà individuali con l’impoverimento volontario e generale. Come un mostro ferito, o impazzito, che divora i propri figli, l’inizio di una “Primavera americana” (40), violenta e organizzata, si avvia con strumenti, tattiche e finanziamenti identici a quelli usati nel resto del mondo. Questa primavera potrebbe portare a una guerra civile dalle conseguenze inimmaginabili, non solo nazionali, se mai Donald Trump venisse deposto o assassinato.

In Francia, le ONG sono contro i confini e per le guerre
Al contrario di Nanterre, di cui stavamo parlando, dall’altra parte di Parigi, la socialista Créteil celebrava al buffet di saluto del sindaco L. Cathala, “l’ardente difensore dei diritti degli stranieri” Lenka Middlebos. In un post maliziosamente intitolato “I nostri prima dei nostri“, il presidente locale del Fronte Nazionale G. Marzo indicava che quella serata ai pasticcini del maggiore rosticciere, “Serge, 47 anni, trema” con meno 2 gradi. Chiama ogni notte il 115 per un alloggio di emergenza, alloggio ahimè saturo negli ultimi mesi a causa degli ulteriori migranti che si aggiungono ai “Senza dimora fissi”. Avendo studiato nella scuola di cinema in Ungheria, Paese ed anche arte favorita dal potente apostolo del globalismo G. Soros, Lenka si trasferì in Francia nel 1977, dove lavorò presso la sede di “Francia Terra d’Asilo”, altra ONG dove si prese cura dei “boat people“. Come notato nel giornale locale Vivere insieme, tutto un programma nella bocca del PS!, Lenka “invita la Francia ad aprire nuovi centri e a sostenere l’integrazione dei richiedenti asilo”. (42) Con la lenta implosione del sistema siamese “UMPS” (43) assistiamo allo stesso scenario d’impeachment più o meno legale (anche brutale?) che verrebbe applicato contro l’unica candidata presidenziale data vincente: Marine Le Pen. La maggioranza della popolazione francese, anche di origine straniera, è assai scontenta verso tale politica di rottura generalizzata del loro modello, attribuito giustamente a questa casta politica, Partito Socialista, Repubblicani ed alleati occasionali, sempre più attratto dalla strategia globalista di questa élite corrotta, basata sull’indebolimento dello Stato (e dei suoi servizi) e sul disarmo di tutte le componenti della società. Lavoro, identità, tradizioni, famiglia, mascolinità e altri fondamenti antropologici e sociali sono specificamente e distintamente attaccati, con cui il disarmo accelera ed anzi propone, supremo insulto alla nostra intelligenza collettiva, questo spaventapasseri dell’alta finanza che ci mostrano come nostro Messia: Emmanuel Macron…
Privare, in un modo o nell’altro (44), la maggioranza dei francesi del diritto di scelta potrebbe anche portare, come probabilmente negli Stati Uniti, all’esplosione popolare fuori controllo. Le ultime confidenze di un sergente arrabbiato per l’assenza di ascolto degli ufficiali di Stato Maggiore, “che si sentono a loro agio con la blusa“; alti ufficiali in breve “che, nella base vivono in ciò che noi e la truppa chiamiamo il sedicesimo”, la dice lunga su ciò che può accadere. “Grandi lavori sono previsti nelle nostre caserme, richiesti con urgenza…“, mi aveva detto. E alla mia osservazione che alcuni informatori degli Interni prevedono che i 20000 uomini delle forze dell’ordine sarebbero insufficienti in caso di grave rivolta, finendo rapidamente in prima linea con le loro famiglie, mi rispose con un sorriso stanco: “Sì, abbiamo avuto alcune decine di anni tranquilli in Francia; e ora corriamo verso un periodo per nulla tranquillo; e non parlo di terrorismo…
Nella folle corsa verso l’abisso, gli strumenti della “transizione democratica” imposti dall’impero (a cui la Francia è asservita), le ONG della “solidarietà internazionale” continuano il loro lavoro all’interno, con milioni di “migranti” creati dalla destabilizzazione a cui partecipano attivamente. Per oltre un anno, questi grandi flussi organizzati dalle ONG col loro traffico via mare fino all’Europa (45) si sono organizzati e nelle ultime settimane il Patrono di Frontex, l’agenzia della sicurezza che monitora le frontiere della Comunità europea, accusava pubblicamente alcune ONG. (46) Appartenenti o meno ai 5000 sostenitori e attivisti dello SIIL, secondo l’Interpol, questi rifugiati di Francisco de Goya, il Saturno che divora i figli delle nuove guerre coloniali, ibride o dirette, militari o socio-economiche, potrebbero servire ad innescare incendi futuri, e questa volta “a casa”.

Emmanuel Macron

Note:
1 Molti testimoni ed eletti da diversi mesi parlano di “vera e propria guerra civile” soprattutto di notte con colpi di mortaio, bombe molotov, movimenti coordinati di gruppi, attacchi coi camion, sbarramenti, ecc.
2 Che dire poi dell’esplosione della povertà in Francia? Alloggi di emergenza completamente saturi a Parigi e nelle grandi città? Alla mia domanda falsamente ingenua se l’interesse della direttrice verso il giovane migrante (o esiliato), per il quale organizzò un servizio speciale, provenisse dalla famiglia o dalla storia personale, m’interruppe con molta freddezza: “niente affatto. È professionale“…
3 Il Libro nero delle ONG, ed. Kontre Kulture, Parigi. Julien Teil “ha lavorato diversi anni in una società specializzata nella raccolta di fondi per le principali ONG. Dal 2008 è passato alla ricerca e al giornalismo investigativo nella geopolitica e nelle relazioni internazionali, pubblicando su riviste e partecipando a vari lavori (Lobby Planet con AITEC; La guerra illegale della NATO alla Libia con Cynthia McKinney). Lavorò in una commissione internazionale d’inchiesta condotta in Libia durante l’operazione della NATO United Protector nel 2011, rivelandone i crimini di guerra e le disfunzioni alle Nazioni Unite e nella Corte penale internazionale. Nel 2012 partecipò alla creazione del Centro per lo Studio sull’Interventismo, istituto indipendente del Regno Unito con affiliati a Parigi, Washington e Roma“, Ibid.
4. qui
6. Klagemauer.TV
7. E che, coi loro articoli, coprono le tracce in modo che il lettore non capisca nulla dei conflitti che insanguinano il mondo, con una cacofonia mediatica deliberata. 7 miliardari in Francia controllano il 95% dei media mainstream (stampa, TV, radio). Vedasi Fabrice Arfi, giornalista di Mediapart e co-autore del libro sulla nuova censura. Fabrice Arfi e Paul Moreira, Informare non è un crimine, Ed Calmann-Levy, settembre 2015.
8. Secondo la seguente classificazione: “camera, think tank globalisti; 2.da categoria: finanziamento e formazione, ONG per la democratizzazione; 3.za categoria: retorica dei media, le fondazioni occidentali per i diritti umani ne fanno parte; 4.ta categoria: organizzazioni internazionali sul modello dell’ONU. 5.ta categoria: fronte locale sulle piazze, picchiatori come i “No border” pagati da Soros e che hanno il biglietto da visita degli avvocati di Parigi in caso di fermo…” Ibid.
9. Ibid.
11. “Aleppo: La storia di due ospedali
12. Per l’ex-ministro Claude Allegre, scienziato senza peli sulla lingua sul Climategate (IPCC e istituzioni internazionali e francesi coinvolti negli accordi sul clima che Trump e il suo team mettono in discussione), né sugli arcani del suo ministero di via Grenelle e i trucchetti dei sindacati.
13. Come anche spiegare che lo stesso ministero, ora guidato dalla giovane e fotogenica Najet Vallaud-Belkacem, ha recentemente approvato un contratto in esclusiva con Microsoft per tutte le scuole, dimenticando Linux, Ubuntu e il software libero? Quando si sa del vero pericolo di tale azienda monopolistica degli Stati Uniti, mancanza di etica e stretta collaborazione con l’agenzia d’intelligence NSA. Il nuovo sistema operativo Windows 10 è, ad esempio, fortemente criticato per la sua invadenza della privacy (compresa l’introduzione via “porte” nascoste e “sotto-attività” fuori dal controllo dell’utente), che in qualche modo ha modificato su pressione complessiva. Il capo della banca Goldman Sachs aveva anche chiesto pubblicamente di gettare nella spazzatura la BREXIT, dettata dalla volontà popolare inglese. Vedasi UPR e BBC
14. Gli stessi professori che scherzavano sul “piccolo Muhamad che picchia, di sicuro, la sua ragazza” o peggio ancora, i ragazzi automaticamente destinati ai cantieri BTP e le ragazze alle cure paramediche.
15. Questa espressione tanto cara al politicamente corretto. Formare i “cittadini di domani”? Studenti di scuole “difficili” per lo più provenienti da un’immigrazione repressa e discriminata che percepiscono acutamente con rabbia e umorismo la grande differenza tra il motto repubblicano “Libertà – Uguaglianza – Fraternità” e la realtà della loro vita quotidiana.
16. Stephanie Rivoal
17. YouTube o qui e Les Echos
18. Va ricordato a tale titolo come, lo scorso anno, furono indicati alcuni facinorosi provvidenziali (demonizzando i manifestanti) durante una manifestazione contro la “Legge sul lavoro” di fronte all’ospedale pediatrico Necker. Basta confrontare il costo dei danni: poche centinaia di euro per la sostituzione di finestre rotte, ai 15 milioni, anzi, decine di milioni di euro consapevolmente amputati dal bilancio della Sanità e Assistenza pubblica, sopratutto per gli ospedali di Parigi (APHP). La stragrande maggioranza dei lettori-spettatori (sotto ipnosi di massa) s’indignò per le finestre rotte, dimenticando il caso generale e molto più drammatico dei servizi pubblici e il tabù dell’obbligo storico per gli ospedali pubblici di prendere prestiti da banche private, spesso con titoli tossici… Leggasi Rue89
19. Banchiere dei Rothschild, E. Macron ora da lezioni di anticolonialismo all’Algeria! …
20 Vedasi Land Destroyer
21 Ibid.
22. Inoltre co-fondatore di Medici Senza Frontiere e Medici del mondo, secondo la sua pagina Wikipedia. Vedi qui e qui.
23. In “Siria: scienziati tedeschi smascherano le posizioni dei media mainstream”: “gli scienziati sono estremamente sorpresi dal fatto che i media mainstream non solo non criticano, ma non dicono una parola sulla politica “fatale di rovesciare regimi nel Vicino e Medio Oriente guidata dagli Stati Uniti”. Eppure gli “Stati falliti” sono terreno fertile per il terrorismo e fonte principale del flusso di migranti verso l’Europa, conseguenze della politica di Washington. In conclusione, il rapporto espresse preoccupazione per l’emergere di “una nuova guerra fredda tra occidente e Russia” ed esortava le istituzioni civili a partecipare al dibattito politico e affiancare i sostenitori del pacifismo nel raccomandare i modi per prevenire conflitti e guerre”.Sputnik
24. France Info
25. Propaganda chiaramente denunciata, in particolare da Eric Dénécé, capo del Centro d’Intelligence Francese (CFR) il 21 dicembre su LCI (di fronte al giornalista improvvisamente indifeso Y. Calvi, che giocava all’ingenuo e si chiedeva se fosse stato ingannato!.. )
26. Ecco perché uno dei candidati alla presidenza, Emmanuel Macron, fortemente sostenuto dai media e ormai insultato da sempre più francesi, aveva appena detto come Aleppo fosse “una sconfitta per la Francia“.
27, Marie-Ange Patrizio, “MSF nel Consiglio di Sicurezza, la campagna “crimini di guerra ad Aleppo est”, “Marseille”, 9 dicembre 2016.
28. Ibid.
29. Alle Nazioni Unite, in una riunione sulla Siria trasmessa da Russia Today
30. Imponendo a poco a poco “corridoi umanitari” e “no-fly zone” fino al verificarsi (forse causata se necessario) di un grave incidente per l’ingresso formale in guerra, come la distruzione del Su-24 russo da parte di un F16 turco, Putin si rifiutò di rispondere, e quindi attrasse con successo la Turchia di Erdogan nella sua trappola.
31. France Culture.
32. Françoise Bouchet-Saulnier, direttore legale di MSF, con il professor Pitti (UOSSM). Come indica M. A. Patrizio: “Il diritto umanitario fu creato da Henri Dunant per conto di un Paese neutrale, la Svizzera. Consente ai neutrali di soccorrere i due lati contemporaneamente“. La dichiarazione di agosto 2015 consente “la condotta in un’azione collettiva tempestiva e decisiva attraverso il Consiglio di Sicurezza, in conformità con la Carta (…) in cui le autorità nazionali non riescono a proteggere le loro popolazioni da genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra“. Ibid.
33. L’ambasciatore siriano a Mosca accusò l’aviazione statunitense di aver “distrutto” l’ospedale supportato da MSF, mentre Washington accusò il governo siriano e l’alleato russo. Jafari ribadì l’accusa contro Washington, dicendo che Damasco aveva “informazioni credibili”. “È più facile diffamare il governo siriano e i nostri alleati“, aggiunse. Vedasi SANA, 17 febbraio 2016.
34. In particolare francesi, i cui leader sono diventati atlantisti sotto “Yankee Sarko
35. Andrew Korybko “ONG e meccanismi della guerra ibrida“, Oriental Review, 23 settembre 2016. Ibid.
36. Katehon
37. “Stati canaglia” nella terminologia di Bush nel sua concezione (pseudo) messianica.
38. A. Korybko, op. cit.
39 Con il diritto di uccidere i manifestanti nell’ambito del nuovo Trattato europeo, già nei manuali delle forze dell’ordine statunitensi.
44 Un’indagine fu opportunamente istruita in quei giorni a livello europeo, con l’obiettivo di non fare eleggere Le Pen.
45. Tramite geo-localizzazione dei movimenti delle flotte.
46. “Richiesta di Frontex per fermare le ONG che “sostengono le reti degli scafisti”, 27 febbraio 2017.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen anno III: la guerra “nascosta” di uno “Stato canaglia”

René Naba, Madaniya 24 marzo 2017

Lo Yemen è il cimitero degli invasori. Evitatelo“,
raccomandazione di re Abdalaziz al-Saud, fondatore della dinastia wahabita, ai suoi eredi.

Una passeggiatina divenuta incubo
Il battesimo del fuoco di re Salman bin Abdalaziz nello Yemen, il 25 marzo 2015, a due mesi dall’ascesa al trono, era intesa come dimostrazione di forza del monarca, dopo dieci anni di letargia indotta dal predecessore novantenne Abdullah. Opera del figlio Muhamad bin Salman, principe ereditario del principe ereditario, la spedizione punitiva del monarca ottuagenario, che soffre di una malattia debilitante (alzhaimer), contro il Paese arabo più povero, si è trasformata in un incubo. La passeggiata si è tramutata in un viaggio all’inferno. Il sovrano, prudente, non aveva preso tutte le precauzioni: la prima guerra frontale della dinastia wahhabita a un secolo dalla fondazione del Regno, vede la coalizione di sette Paesi che allinea 150000 soldati e 1500 velivoli. Una task force assistita dai mercenari delle compagnie militari private dalla sinistra memoria come la Blackwater, e dalla tacita connivenza delle “grandi democrazie occidentali”. La punizione dev’essere esemplare e scoraggiare chiunque osi opporsi all’egemonia saudita nella zona, specialmente gli huti, setta scismatica del sunnismo ortodosso, tanto più che la dinastia wahabita la considera sua riserva di caccia assoluta, sua camera di sicurezza. Lo Yemen, il Paese che si trova a destra (Yamin) sulla strada per la Mecca, secondo il significato etimologico. Ma “La tempesta della fermezza” si è rivelata disastrosa, nonostante il blocco navale della Quinta Flotta (Golfo Persico e Oceano Indiano), nonostante il forte aiuto della Francia nello sbarco di truppe lealiste ad Aden dalla base militare francese di Gibuti. Nonostante le truppe saudite addestrate dal contingente della Legione Straniera di stanza nella base francese di Abu Dhabi, la “Zayad Military City”. Nonostante l’installazione di una base logistica saudita nella città portuale di Assab (Eritrea) sul Mar Rosso, per arruolare e addestrare gli ufficiali dell’esercito filo-saudita.

I problemi economici e sociali dello Yemen: un cocktail esplosivo di corruzione e Qat
Il calo dei ricavi del petrolio
Il reddito medio annuo dello Yemen è pari a a 950 dollari all’anno (660 euro), a causa di una decennale guerra civile latente, del declino della produzione del petrolio, della corruzione e del consumo eccessivo di Qat. La produzione di petrolio nello Yemen è precipitata negli ultimi sei anni da 450000 barili al giorno a 180000. Tale andamento è stato compensato dal prezzo elevato del petrolio, pari ancora all’80% delle entrate governative. Ma questa manna si riduce mentre una quota ancora maggiore di denaro viene utilizzata per combattere gli huthi. Gli yemeniti spendono oltre il 6% del PIL (prodotto interno lordo) per le spese militari, mettendosi al 7° posto nel mondo.

Corruzione
Pochi Paesi possono competere con lo Yemen per intensità e creatività nella corruzione. Dei quasi 100000 veterani yemeniti, circa un terzo sono “soldati fantasma”, mai esistiti o mai presentatisi. I comandanti dei fantasmi si tengono gli stipendi e si vendono le loro armi e coperte, alimentando il mercato nero. I fondi non militari vengono deviati, gli uomini d’affari raccolgono enormi profitti mediante contratti a trattativa diretta. E c’è anche la mezaniya, i sussidi che il governo fornisce regolarmente alle tribù per conservarne le strutture; soldi che finiscono spesso nelle tasche dei capi tribali.

Qat
Infine il Qat, grande voce della spesa degli yemeniti che ne devasta i bilanci familiari, insieme alla salute. Questa pianta il cui effetto stimolante è paragonabile a quello delle anfetamine è molto diffusa non solo nello Yemen ma anche nel Corno d’Africa. La sua coltura danneggia l’agricoltura. Grandi consumatori di Qat, gli yemeniti cedono un quarto del loro reddito a questa droga, a scapito di altre voci di spesa del bilancio familiare (istruzione, salute, cibo, abbigliamento).

Lo status di minoranza degli sciiti
Al di là di questo problema, gli huthi, setta minoritaria dell’Islam, subiscono lo stesso stigma degli sciiti del Bahrayn in quanto il primato sunnita nel mondo arabo colpisce chiunque sia sospetto delle pretese egualitarie che ne farebbero saltarne l’egemonia, accusando i manifestanti di essere “agenti dell’Iran”. In realtà, gli huthi e i loro alleati vogliono una maggiore partecipazione nella vita politica del Paese, in proporzione alle loro dimensioni nella popolazione, divisione delle ricchezze e rispetto dello status giuridico riguardo la loro religione. Il codice dell’eredità rientra tra i problemi, dato che tra i sunniti l’erede maschio ottiene il doppio della quota della figlia, mentre tra gli huti e, in generale, tra gli sciiti, l’eredità viene divisa equamente tra maschi e femmine. In questo conflitto egemonico regionale, l’Iran rappresenta una doppia minaccia, primo come “Stato rivoluzionario” in una zona super-conservatrice, e poi come potenza con sistema elettivo, insultato dagli autocrati del Golfo; due concetti mortali per la monarchia assolutista che è la dinastia wahabita. La frattura tra sciiti e sunniti appare in questo contesto come un modo indiretto per giustificare la lotta contro un Paese, il cui esempio potrebbe contaminare tutte le petromonarchie. Il sultanato dell’Oman rifiuta la logica dell’eliminazione considerando tale conflitto regionale fonte di debolezza per tutti i protagonisti e giustificazione maggiore per la presa straniera in questa zona petrolifera. Un modo per dimostrare indipendenza scuotendosi di dosso la troppo pesante tutela dei sauditi.

Gli huthi prevalgono sui nemici
Nonostante lo squilibrio dei rapporti di forza, gli huthi sono riusciti a prevalere sui loro avversari, che fin dai primi giorni del conflitto hanno subito una disfatta. Le truppe saudite hanno abbandonato le loro posizioni contro i ribelli, lasciando quasi 30 blindati come prede belliche. In totale 400 soldati sauditi sono stati uccisi nella prima metà del conflitto. La coalizione sunnita, a sua volta, si è incrinata. Il Pakistan si è rifiutato di partecipare per paura di essere sfruttato. L’Egitto ha preso le distanze di fronte alla nascita della tacita alleanza al-Qaida-wahhabiti basata sul sunnismo. E gli Emirati Arabi Uniti se ne sono andati dopo quindici mesi di combattimenti. Il 13 agosto 2015 rimarrà negli annali di questa guerra: le truppe di Abu Dhabi guidarono l’attacco contro Aden, godendo del supporto tecnologico francese dalla base di Gibuti e dalla stazione aeronavale francese Shayq Zayad, ad Abu Dhabi; ma subirono pesanti perdite in uomini e materiale. Un centinaio di soldati fu ucciso e una dozzina di carri armati Leclerc distrutti o danneggiati. Il quotidiano libanese”al-Akhbar intitolò che “Aden è il cimitero dei carri armati AMX Leclerc”, orgoglio degli armamenti francesi. A fine agosto scorso, un terribile attacco contro una posizione delle petromonarchie a Marib uccise 92 aggressori, tra cui 45 soldati di Abu Dhabi, 10 sauditi e 5 del Qatar. Con in più la cattura da parte di al-Qaida nella Penisola Arabica di molti soldati e mezzi blindati degli Emirati.

Un premio di 7500 dollari per sortita e una Bentley per ogni pilota saudita
Un disastro assoluto nonostante la presenza di mercenari francesi e piloti statunitensi nelle fila saudite, attratti dal bonus di circa 7500 dollari a sortita, e il premio di una Bentley offerto dal principe Walid bin Talal a ciascuno dei 100 piloti sauditi che partecipano ai bombardamenti nello Yemen. Senza dubbio un modo molto personale di sviluppare patriottismo, senso del dovere e gusto del sacrificio nelle forze armate saudite.

Lo Yemen del Sud contro Sud Arabia
L’Arabia Saudita rispose nel settembre 2015 con l’intervento via terra della coalizione petromonarchica, dando una nuova dimensione al conflitto e portando gli huthi, contestanti la “Pax Saudiana”, a portare la guerra sullo stesso territorio del regno. L’operazione di terra saudita sembrava avere lo scopo di eliminare il trauma inflitto all’opinione pubblica locale dal pesante tributo di Marib e calmare i timori dei mandanti occidentali sulla potenza militare saudita nel concludere la guerra… che appare senza fine.Turpitudini e imposture
A – Il triplice inganno di Tuaqul Qarman
La guerra petromonarchica contro lo Yemen ha evidenziato il triplo inganno della Nobel per la Pace del 2011 e la depravazione occidentale.
L’unico membro femminile dei Fratelli musulmani che ha vinto il Premio Nobel per la pace nella storia dell’umanità, Tuaqul Qarman, sostiene l’Arabia Saudita nella guerra contro il proprio Paese, in una mossa che ne svela la triplice vergogna.
– Come premio Nobel per la Pace, giustifica una guerra
– Come donna, appoggia i Paesi più regressivi sui diritti umani
– Come yemenita, sostiene gli aggressori del proprio Paese

B – Depravazione occidentale
Complice tacito dell’aggressione della petromonarchia allo Yemen, l’occidente non ha detto una parola contro le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale o, peggio, contro l’uso dei gruppi jihadisti nella guerra anti-huthi. Così il partito al-Islah, ramo yemenita della Fratellanza musulmana, è divenuto il ferro lancia della lotta anti-huthi, sebbene la Fratellanza sia inclusa nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, mentre al-Qaida e i gruppi di matrice jihadista avanzano notevolmente nel sud dello Yemen.

L’Hadramaut controllato da al-Qaida
Senza tema di smentita, l’Arabia Saudita s’è dedicata, nella nuova guerra dello Yemen, a sviluppare una piattaforma operativa con al-Qaida, suo nemico intimo, affinché nell’Hadramaut (Yemen del Sud) abbia uno sbocco sul mare che gli permetta di bypassare lo stretto di Hormuz, entro la gittata dell’Iran. Nel sud dello Yemen una lotta sorda per l’influenza oppone Arabia Saudita e Abu Dhabi sul grado di cooperazione con il partito al-Islah, incubo di Abu Dhabi, sovrapponendosi a un conflitto latente tra Fratelli musulmani e “al-Qaida nella penisola arabica” per il controllo del sud dello Yemen. Gli EAU hanno anche sospeso la partecipazione alla guerra il 16 giugno 2016, dopo 15 mesi, lasciandovi 52 soldati uccisi e 3 elicotteri abbattuti. L’Hadramaut quindi è caduto sotto l’influenza di al-Qaida. Paradossalmente, grazie alla spinta della Francia nello sbarco di truppe filo-saudite ad Aden, partite dalla base militare francese di Gibuti, e il sostegno francese alle truppe saudite, fornito dal contingente della Legione straniera schierato sulla base aerea francese ad Abu Dhabi. L’Hadramaut è la più grande provincia dello Yemen del Sud, pari a un quinto del territorio del sud, divenuto santuario di al-Qaida dove impone la propria legge, e ne depreda la ricchezza: le merci che passano dal porto di Muqala e le royalties sul transito di petrolio. L’Hadhramaut è per al-Qaida ciò che il nord della Siria è per lo SIIL, una leva terroristica nelle mani dei sauditi, al pari dello SIIL per conto della Turchia. Sauditi e francesi pensavano di sviluppare una piattaforma regionale per il presidente yemenita in esilio Abdarabu Mansur Hadi, per affermarne simbolicamente l’autorità sul Paese, ma in agguato al-Qaida vinse la scommessa, come in un cattivo remake di un brutto film. I belligeranti sauditi e i loro alleati francesi sembrano avere perso di vista il fatto che lo Yemen è la patria del fondatore di al-Qaida, Usama bin Ladin. Impantanata da due anni nello Yemen, nonostante l’armata mobilitata, la dinastia wahhabita sprofonda nella maggiore confusione, spingendo così il movimento di al-Qaida, così come il partito al-Islah, vicino ai Fratelli musulmani, entrambi sulla lista nera delle petromonarchie, ad essere promossi ancora una volta al rango di partner inconfessabili. La guerra frontale contro lo Yemen doveva distruggere il piccolo vicino imponendo permanentemente la sfera d’influenza saudita e disinfettare ogni accenno di protesta. In caso contrario, la dinastia wahabita avrebbe cercato di provocare una nuova partizione nello Yemen per reinstallarvi la sua polena, il presidente Abdurabu Mansur Hadi, che abbandonò il potere scacciato dagli oppositori huti.

I risultati dopo 18 mesi di conflitto
Un’indagine del Guardian in collaborazione con Yemen Data Projectm sostiene che più di un terzo degli attacchi aerei dell’Arabia Saudita ha preso di mira siti civili e non militari, gestiti dai ribelli sciiti.
– Almeno 8600 bombardamenti aerei sono stati effettuati dalla coalizione saudita su 3577 siti militari e 3158 siti “non militari”
– Almeno 942 attacchi hanno preso di mira zone residenziali, 114 mercati, 34 moschee, 147 strutture scolastiche e 26 università
Per saperne di più.
La guerra allo Yemen è costata quasi 10000 vite dal 25 marzo 2015, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 30 agosto 2016, dopo 18 mesi di conflitto. La relazione, l’ultima di un organismo ufficiale internazionale, non specifica la percentuale di vittime civili. Rappresenta più del doppio di quello in precedenza preparato da funzionari e organizzazioni umanitarie. Questa valutazione è destinata ad aumentare perché alcune regioni sono prive di strutture mediche e le vittime sono spesso sepolte senza essere registrate, secondo il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite Jamie McGoldrick. Il conflitto armato ha aggravato la crisi umanitaria e alimentare della popolazione yemenita. Il conflitto ha creato tre milioni di profughi e costretto 200000 persone all’esilio. Su una popolazione di 26 milioni, 14 milioni hanno bisogno di assistenza alimentare, e sette milioni soffrono d’insicurezza alimentare e più di 21 milioni (l’80% della popolazione) sono privati da un accesso adeguato a cibo e servizio di prima necessità come acqua potabile, cure mediche, elettricità e combustibili. Diversi ospedali sono stati bombardati nel 2016, spingendo l’ONG MSF ad evacuare il proprio personale da sei centri, il 18 agosto 2016.Una guerra a porte chiuse
La guerra dello Yemen si svolge a porte chiuse. Alcuna voce della grande coscienza umana, né Bernard Kouchner, fondatore di “Medici senza Frontiere”, né Bernard Henry Lévy, teorico del botulismo, si sono presi la briga di denunciare tale massacro occultato, per non parlare di Laurent Fabius, ex-ministro degli Esteri, il cui partner siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, faceva “un buon lavoro in Siria”. Dopo due anni di massacri nascosti, l’ONU accusava l’Arabia Saudita di aver usato armi non convenzionali (bombe a grappolo e armi chimiche) e che sarebbe stata colpevole di crimini guerra e contro l’umanità. Ma il regno, forte della sua potenza finanziaria, minacciò di ridurre i fondi alle Nazioni Unite e a tutte le agenzie specializzate, come l’UNRWA (Agenzia soccorso dei profughi palestinesi) se ne fosse stata processata. Peggio, la dinastia wahabita minacciò una fatwa con cui gli ulema sunniti avrebbero decretato “nemico dell’Islam” l’ONU. Un comportamento degno di uno Stato canaglia. Il bombardamento di un quarto ospedale gestito da “Medici senza frontiere” in Yemen, pediatrico, nell’agosto 2016, sarà fatale per la reputazione saudita, con la conseguente partenza parziale dei consiglieri militari, ansiosi di non essere perseguiti per “crimini di guerra”. Il bombardamento di una cerimonia funebre, l’8 ottobre 2016 a Sana, che causò 140 morti tra i civili, aumentò i pregiudizi occidentali sulla condotta della guerra dei sauditi, spingendo gli Stati Uniti a distinguersi ancora più dai loro alleati petromonarchici specificando pubblicamente che la cooperazione degli USA con i sauditi in questo settore non è un “assegno in bianco”. Ulteriore affronto, una grande manifestazione di sostegno agli huthi avvenne il 20 agosto 2016 a Sana, controllata dai ribelli sciiti alleati dell’ex-Presidente Ali Abdallah Salah dal settembre 2014, in risposta al bombardamento regolare della città da parte dei sauditi.

Il presidente nominale dello Yemen in esilio in Arabia Saudita e il leader dei Fratelli musulmani yemeniti in esilio in Turchia
La riunione quadripartita del 26 agosto a Jidah tra John Kerry e i suoi colleghi di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Regno Unito per individuare una “via d’uscita onorevole” per le petromonarchie, provocò le forti reazioni di altri protagonisti islamici che temevano una trappola. Lo SIIL rivendicò tre giorni dopo, il 29 agosto, un attentato ad Aden che fece 60 morti tra le reclute del nuovo esercito yemenita sponsorizzato dai sauditi, e il capo di al-Islah, Muhamad Abdallah al-Badumi, dalla residenza turca, annunciava la formazione di un gruppo di facciata islamista radicale yemenita, in alleanza con il movimento salafita del partito al-Rashad (saggezza), per condurre una lunga guerra di religione contro gli huthi. (al-Akhbar)
Strano Paese, il cui presidente nominale Abdal Abdurabu Mansur Hadi vive in esilio a Jidah sotto il giogo del suo sponsor saudita, e il capo dei Fratelli musulmani yemenita, altro principale attore del teatro, che vive in esilio nella Turchia guidata dal suo mentore neo-ottomano… dove si agitano come burattini manipolati dai loro mandanti.

Lo Jasta: tessera aggiuntiva
Ulteriore tessera: mentre il regno è impantanato in un conflitto senza fine nello Yemen, il Congresso degli Stati Uniti votava lo JASTA (Justice Against Sponsors of Terrorism Act). L’adozione di questa legge, il 9 settembre 2016, permette agli statunitensi di perseguire il regno saudita per il risarcimento del danno inflitto dai dirottatori, collocando una spada di Damocle sulla dinastia wahabita. 15 dei 19 autori degli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington erano sauditi. L’attacco fu sponsorizzato da al-Qaida. Le incursioni contro i simboli della superpotenza statunitense fecero 3000 morti. Il Consiglio Comunale di New York chiede un risarcimento di 95 miliardi di dollari per la distruzione del World Trade Center, annettendovi la distruzione e la perdita dei servizi pubblici (vigili del fuoco, poliziotti). In totale, i danni degli Stati Uniti sono stimati a circa 3000 miliardi di dollari (tremila miliardi di dollari). Riflettendo sul suo partner saudita, il governo socialista francese sprofondava nella totale confusione perché l’alleanza con l’incubatore di jihadismo globale ne ostacola le chiacchiere sulla “guerra di civiltà” di Manuel Valls, il primo ministro che non vuole perdere. Alleandosi con i nemici? Altro esempio di razionalità cartesiana? L’Arabia Saudita è emersa sul mercato internazionale delle armi come seconda potenza dell’importazione dopo l’India, con 9,7 miliardi di dollari in armi importate tra il 2010 e il 2015, secondo Amnesty International. Questa cifra non include le armi leggere. Tra i maggiori esportatori al mondo, elencati in ordine decrescente, Stati Uniti, Russia, Cina, Germania, Francia e Regno Unito. L’azione del governo di François Hollande ha avuto particolare successo in questo settore, con un record di 15 miliardi di ordini firmati nel 2015, seguito da Stati Uniti (6 miliardi) e Regno Unito (4 miliardi), secondo l’Istituto di ricerca internazionale per la pace di Stoccolma (SIPRI).
Lo Yemen è il cimitero degli invasori. Evitatelo“, raccomandava re Abdalaziz al-Saud, fondatore della dinastia wahabita, ai suoi eredi. Ovviamente gli eredi non se ne preoccupano e la pagano… salata. Quattro petromonarchie (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti) conclusero nel 2016 contratti bellici per circa 40 miliardi di dollari con gli Stati Uniti. Tale operazione si verifica durante la piena recessione economica di questi Paesi, per giunta protetti da una sfilza di basi militari lungo il Golfo Persico, che appare come una polizza di assicurazione contro ogni tentativo di destabilizzarli, mentre Arabia Saudita e Qatar sono particolarmente nel mirino dell’opinione pubblica internazionale per il ruolo nella promozione del terrorismo islamico internazionale. Si ritiene che Riyadh e Doha abbiano speso 40 miliardi di dollari in sei anni per le guerre in Libia, Siria e Yemen. Con grande soddisfazione di NATO e Israele, uno Stato indicato ufficialmente nemico del mondo arabo.
La moralità, almeno la morale del grande capitale, che emergerebbe dalla guerra allo Yemen è questa: il dollaro è il re e il re del petrodollaro si nomina ipso facto Re dei Re, mentre ricicla petrodollari nei circuiti della finanza globale. La morale canagliesca di uno Stato canaglia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

Maestria nel nord della Siria

Chroniques du Grand Jeu 3 marzo 2017

Se il conflitto siriano non manca di sorprese, i colpi di scena degli ultimi due giorni lasciano francamente sognare…
c6eaketxeaaqildNel nord, eravamo rimasti all’avvio del conflitto tra curdi e turchi, con questi ultimi fermati dal marciare verso sud dall’Esercito arabo siriano e dalle YPG curde di Manbij. Affrontare apertamente Damasco (quindi Mosca) non è affatto nei piani del sultano, e la soluzione di Manbij s’imponeva per cogliere con una fava due piccioni espellendo i curdi dall’ovest dell’Eufrate e aprendo la porta per Raqqa. Tranne che… i curdi, ovviamente, non ci sentivano da questo orecchio, e s’iniziava a parlare degli statunitensi che indicavano che avrebbero continuato a sostenere il Consiglio militare di Manbij. Al che iniziava una serie di eventi dalle implicazioni estremamente importanti.
Iniziava a circolare un video che mostra la creazione di una piccola base delle forze speciali degli Stati Uniti a Manbij. Un messaggio subliminale: se attacchi i curdi attacchi noi. Va ammesso che gli statunitensi si vedono assaliti dal loro alleato della NATO, e i ribelli “moderati” dell’ELS, armati e finanziati da Washington da anni, non sarebbero mancati…
Alcune ore dopo, si aveva una notizia ancora più incredibile: attraverso i buoni uffici di Mosca, i curdi di Manbij raggiungevano un accordo con Damasco, l’Esercito arabo siriano avrebbe ricevuto parte delle loro conquiste territoriali ad ovest dell’Eufrate, formando una zona cuscinetto che li separi dai turchi e i loro ascari.02m_15_50_northern-aleppo_syria_war_mapCome si vede, l’area ombreggiata sulla mappa metterebbe i curdi al riparo dalle minacce della Turchia. Erdogan avrà avuto un quasi infarto quando avrà sentito la notizia… Perché, a meno che non attacchi l’Esercito arabo siriano, entrando così apertamente in guerra con Damasco (e quindi Mosca e Teheran), l’avventura del sultano neo-ottomano è finita. Per Assad, l’accordo è perfetto: i lealisti riprendono gratuitamente e senza combattere una zona che non avrebbero potuto conquistare militarmente, portandoli fino al confine turco e nel Rojava da cui furono espulsi anni prima. E’ anche la tacita ammissione dei curdi che una volta che la lotta sarà finita, non cercheranno l’indipendenza, ma si accontenteranno dell’autonomia. Se i curdi lasciano alcuni villaggi senza importanza all’Esercito arabo siriano, la loro presenza a Manbij è attuale e concessa. Un pareggio ai danni di Erdogan, che deve avergli fatto molto male. L’episodio porta il segno di Putin e non è forse un caso che la dichiarazione del PYD curdo dica: “Per proteggere Manbij, abbiamo fatto trasferire, dopo aver formato una nuova alleanza con la Russia, le forze armate siriane nell’area tra noi e le bande filo-turche (i famosi moderati tanto cari agli imperialisti)“.
Vlad lo judoka ha colpito ancora. Lo spiegammo due anni fa: “Diversi biografi di Putin hanno mostrato come lo judo sia per lui più di uno sport: una filosofia di vita che applica in molti campi, soprattutto nella geopolitica. Usare la forza e la precipitazione dell’avversario per meglio rispondere e atterrarlo. Il leader del Cremlino non è più temibile che quando fa prima un passo indietro; vi ritroverete rapidamente col naso sul tappeto. Ippon”.
Il nord della Siria è un caso da manuale. Utilizzare il sultano per espellere lo SIIL e poi utilizzarne nuovamente l’inevitabile aggressione ai curdi per apparire come il salvatore, facendo recuperare con un tratto di penna al suo protetto di Damasco quelle aree che nemmeno si sognava di riprendere un giorno… Come si dice maestria in russo? Ciliegia sulla torta, questo passo è anche chiaro segno di un accordo USA-Russia, per lo meno puntuale. Il giorno in cui si apprende che le forze speciali statunitensi arrivavano a Manbij per sostenere i curdi, questi chiedono aiuto all’Esercito arabo siriano. Come ha scritto Le Figaro, unico quotidiano di regime ad aver informato brevemente di ciò: “Questo annuncio è una sorpresa perché sarebbe la prima volta che i combattenti sostenuti da Washington accettano di cedere territorio alle forze del Presidente Bashar al-Assad”.
E si va oltre: le truppe siriane ora proteggono di fatto quelle statunitensi! Se ce l’avessero detto sei mesi fa… Ovviamente, niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il terremoto causato dall’elezione di Trump e il conseguente reindirizzo della politica estera statunitense. Questi sviluppi sorprendenti farebbero quasi dimenticare che l’Esercito arabo siriano ha liberato Palmyra…02032017

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia confusa di Trump permette un’altra piroetta ad Erdogan

Moon of Alabama 23 febbraio 2017c4piaw9xuaan_re-jpg-largeVi sono due nuovi sviluppi sul fronte siriano. Lo Stato islamico improvvisamente cambia tattica e il presidente turco Erdogan cambia ancora una volta rotta politica. Nelle ultime 24 ore gli annunci sulle vittorie contro lo Stato islamico (SIIL) si susseguivano:
– le forze curde, ascari degli USA in Siria (SDF), hanno annunciato di aver raggiunto la riva nord dell’Eufrate tra Raqqa e Dayr al-Zur, tagliando le linee di comunicazione dello SIIL tra le due città.
– le forze turche e i loro mercenari “ribelli siriani” attaccavano al-Bab ad est di Aleppo per quasi quattro mesi, compiendo pochi progressi e subendo perdite enormi. Il 23 febbraio improvvisamente entravano nella città prendendone il controllo. Diverse fonti sostengono che vi è stato un accordo tra le forze turche e lo SIIL per evacuare al-Bab illeso e con le armi. Non è ancora noto quale prezzo abbia pagato la Turchia per l’accordo.
– a sud di al-Bab, l’Esercito arabo siriano avanzava ad est verso l’Eufrate liberando diversi villaggi. La mossa siriana è in gran parte volta a tagliare la strada tra le forze turche presso al-Bab e le forze dello Stato islamico a Raqqa. (Questo potrebbe comportare una corsa).
– più a sud un altro gruppo dell’Esercito arabo siriano avanza su Palmyra.
– nella città orientale di Dayr al-Zur, il presidio dell’Esercito arabo siriano è assediato dalle forze dello Stato islamico. Poche settimane prima la situazione sembrava disastrosa, ma con rinforzi arrivati in elicottero e la massiccia interdizione dell’Aeronautica russa, la posizione resiste abbastanza bene. Nei giorni scorsi i difensori hanno preso diverse colline allo SIIL in ritirata.
– in Iraq, esercito, polizia e milizie governative avanzano da sud su Mosul. Il 23 febbraio, l’aeroporto della città cadeva nelle loro mani dopo qualche combattimento. Come ovunque, lo SIIL ha cessava la resistenza e si ritirava. Solo poche retroguardie oppongono una blanda resistenza.
Anche se lo SIIL era sotto pressione ovunque, la ritirata improvvisa su tutti i fronti nelle ultime 24 ore è sorprendente e suggerisce qualche sincronicità. Un ordine centrale deve esser stato emanato per ritirarsi nelle aree tra Raqqa in Siria e a sud di Mosul in Iraq. Ma lo SIIL non ha dove andare in quelle zone. Mosul è completamente circondata e Raqqa in sostanza isolata. Dopo i massacri che hanno commesso ovunque, i combattenti dello SIIL non possono aspettarsi alcuna pietà. Si sono fatti nemici dappertutto e a parte qualche (in Arabia Saudita) chierico radicale, non hanno amici che possano aiutarli. Le ultime ritirate probabilmente non sono che i segnali della resa. Lo SIIL continuerà a combattere finché non sarà completamente distrutto. Ma per ora i capi dello SIIL hanno deciso di preservare le forze. Ci si chiede cosa abbiano intenzione d’inscenare per il loro ultimo spettacolo. Un atrocità di massa contro i civili nelle città che occupano?
Quando verso la fine del 2016 la sconfitta delle forze ascare dei “ribelli siriani” ad Aleppo est era prevedibile, il presidente turco Erdogan passò dal sostenere i radicali nel nord-ovest della Siria a una posizione più indulgente verso la Siria e gli alleati Russia e Iran. La mossa fece seguito a un mese di alterne sollecitazioni dalla Russia e vani tentativi di Erdogan di avere maggior sostegno dagli Stati Uniti. A fine dicembre, i colloqui di pace furono avviati tra Siria, Russia, Turchia e Iran escludendo Stati Uniti ed Unione europea. Ma dopo che l’amministrazione Trump è entrata in carica, la posizione turca cambiava di nuovo. Erdogan ora torna a scommettere su un forte intervento degli Stati Uniti in Siria che favorirebbe i suoi piani per installare in Siria un governo islamico controllato dai turchi: “Ankara sa oggi che Trump è aggressivo nei confronti dell’Iran e ha dato la sua benedizione all’Arabia Saudita. Pertanto Erdogan assume una nuova posizione: si nasconde dietro l’Arabia Saudita, imitando l’ostilità degli Stati Uniti verso l’Iran e, in effetti, fa dichiarazioni ancora una volta contro il Presidente siriano Bashar Assad”. La nuova posizione turca è stata confermata dalla visita del senatore John McCain alle YPG curde e alle forze speciali statunitensi ad Ayn al-Arab. McCain ha attraversato la Turchia. Le precedenti visite alle YPG dell’inviato speciale Brett McGurk furono condannate da Ankara. Senza un vero accordo, tali buffonate di McCain non sarebbero permesse. Gli Stati Uniti sono alleati con le YPG curde in Siria sorelle del gruppo curdo PKK in Turchia, che il governo turco combatte da decenni. I combattenti delle YPG sono bravi a affidabili combattenti. Collaborano con le forze speciali degli Stati Uniti e sono ben considerati. La Turchia promette d’inviare truppe di terra con le forze saudite per liberare Raqqa dallo SIIL. “L’esperienza dimostrata dai militari sauditi nello Yemen combinata al valore militare turco nell’operazione “Eufrate Shield” in Siria, sicuramente sarà salutata dai militari degli Stati Uniti”. Ma ci sono grandi questioni strategiche in gioco e un certo accordo tra Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita è stato trovato: “L’improvviso cambio della posizione turca si è verificato dopo una lunga conversazione con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e con la visita del capo dell’intelligence degli Stati Uniti (CIA). Un rimescolamento di carte ha avuto luogo, inducendo un’altra svolta di Ankara sul caso siriano… Le nuove intese USA-Turchia rilanciano un ponte tra il presidente Erdogan e il vecchio alleato degli Stati Uniti, grazie all’escalation delle ostilità verso l’Iran e la ricostituzione di un “asse sunnita” guidato dal presidente turco, compresa la creazione di una zona cuscinetto in Siria come preludio alla partizione della Siria”.
È essenzialmente il ritorno alle posizioni dell’amministrazione Obama del 2011/12. Gli insegnamenti tratti dovranno essere riscoperti. I segnali dai militari degli Stati Uniti ora suggeriscono l’invio di ulteriori truppe regolari a sostegno degli ascari degli Stati Uniti e un’eventuale enclave protetta degli Stati Uniti nella Siria orientate. Le YPG sono l’unica forza di ascari affidabile a disposizione degli Stati Uniti ed hanno bisogno di maggiore sostegno militare per occupare Raqqa. La presenza degli statunitensi sul campo in Medio Oriente non è mai stata una soluzione, e garantisce ampliamento della guerra ed eventuali fallimenti. La visione strategica è contraddittoria. Gli Stati Uniti vogliono combattere le forze radicali sunnite che l’Arabia Saudita cresce e coccola. Anche se lo SIIL viene eroso, nuove forze già avanzano in Iraq. Qualsiasi strategia anti-radicale basata sulla cooperazione con i sauditi fallirà. E’ impossibile che Turchia e YPG/PKK combattano fianco a fianco, visita di McCain o meno. Gli Stati Uniti perderebbero la loro unica forza di affidabili ascari in Siria, se facessero causa comune con Erdogan nella lotta per Raqqa. Qualsiasi “zona di sicurezza” anti-curda turco-statunitense, nel nord della Siria, finirà sotto il fuoco da ogni dove sul campo. Qualsiasi base degli USA in Siria sarà bersaglio di varie forze regolari e irregolari. A lungo termine, i nuovi piani sono condannati e l’ultima inversione di Erdogan difficilmente porterà vantaggi. Ma fino ad allora ci si possono aspettare maggiori spargimenti di sangue e combattimenti in Siria. Come Eljah Magnier osserva: “La politica degli Stati Uniti in Siria sembra frenetica e inverosimile, senza alleati potenti ed efficienti non può riprendere le città allo SIIL con i soli ascari curdi. E la “luna di miele” tra Washington e Riyadh avrà certamente un effetto negativo sostanziale sulla guerra in Siria. Ciò consentirà di ravvicinare ancor più Russia e Iran, e la tensione tra Stati Uniti e Russia dovrebbe aumentare: da un lato (gli Stati Uniti) vogliono la partizione e dall’altra (la Russia) vuole una Siria unita senza al-Qaida e SIIL, e senza la Turchia che ne occupi il nord e il ritorno dell’Arabia Saudita nel Bilad al-Sham. A questo punto è difficile speculare su ciò che tale scontro su obiettivi incompatibili produrrà sul campo in Siria”.13022017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora