Cordone Sanitario siriano per Israele?

Alastair Crooke, Sic Semper Tyrannis 20 luglio 2017Israele ha respinto l’accordo sul cessate il fuoco di Amman negoziato da Stati Uniti, Russia e Giordania che decide il confine della zona di de-escalation nella Siria sud-occidentale. Fin dall’inizio, l’accordo era accettato da Israele e dall’alleato giordano. Inizialmente, Israele disse “sì” (e partecipò ad alcune discussioni), ma all’inizio della settimana il primo ministro israeliano cambiava idea. Ora Israele afferma che il cessate il fuoco (che regge) è un problema serio per Israele e che alcuna delle sue richieste sulla sicurezza è stata rispettata. Ben Caspit, commentatore israeliano, cita una fonte vicina alla questione: “Non si tratta solo del disaccordo. Ma è un vero scontro, che pone Israele contro Russia e Stati Uniti. Riflette la cospicua delusione d’Israele sul modo con cui gli statunitensi vengono aggirati da Putin, portando alla cessione degli interessi israeliani sulle alture del Golan e in Libano all’Asse Sciita”. È vero il contrario: l’intenzione dei negoziatori di Amman fin dall’inizio era fermare l’Esercito arabo siriano e le forze alleate, che avanzano liberando il territorio sovrano, mentre le forze insurrezionali si dissolvono, non troppo vicino la linea dell’armistizio sul Golan. I negoziatori statunitensi nei colloqui furono abbastanza chiari: gli Stati Uniti avevano solo due obiettivi, proteggere Israele e sconfiggere lo SIIL, e sono stati pienamente raggiunti coll’accordo provvisorio che ha bloccato il conflitto e imposto l’assenza di “combattenti stranieri” per 20 km sul lato siriano della linea dell’armistizio sul Golan e sul confine siriano-giordano (che escluderebbe le autorità militari iraniane, libanesi e irachene) per un determinato periodo di tempo. Inoltre, tutta la zona sarà sorvegliata e protetta dalle forze di polizia russa. Di fronte a ciò, i negoziatori statunitensi hanno fatto ciò che hanno fatto. Allora, perché Israele si ritrae ed avanza, post hoc, delle pretese? Adesso afferma che non tollererà la presenza iraniana o di Hezbollah in Siria. L’ex-capo del CNS israeliano dichiarava esplicito che Israele può usare la forza per chiudere ogni base. Chiaramente, Netanyahu è deluso ed arrabbiato. Le sue speranze di una coalizione “sunnita” guidata dai sauditi che si confrontasse, contenesse e ricacciasse l’influenza iraniana, sono implose con il disordine dell’attuale fratricidio intra-GCC. Allo stesso modo, le sue speranze di un corridoio logistico e di zone tampone da nord fino al confine siriano-iracheno, estendendosi all’Eufrate, sono crollate quando il governo iracheno, irritato dalla creazione dell’esplicita alleanza anti-sciita tra Riyad e presidente Trump (quando associò la milizia delle PMU ed Hezbollah ai principali attori del terrorismo), capovolse l’equilibrio di forze. Il governo iracheno ha dato alle PMU via libera per il confine iracheno-siriano da entrambe le parti. Immagino che Netanyahu senta che la parte d’Israele nel conflitto siriano stia finendo e che il futuro non vedrà più una Siria debole, sbaragliata dal jihadismo filoiraeliano e dalla balcanizzazione del territorio, come previsto. Ma piuttosto, una Siria pienamente legata ad Hezbollah, Iran e la costellazione delle PMU irachene sempre più attive, se non ineccepibili.
Israele, nella sua frustrazione, pensa d’imporre una propria zona tampone, come nel Libano meridionale? Come presupposto, probabilmente “no”. La lezione del Libano meridionale è ancora troppo cruda per contemplare una zona tampone “fisica”. La presenza di truppe israeliane nella Siria meridionale sarebbe un invito aperto alla guerriglia per respingere gli invasori. Più probabilmente le minacce del PM israeliano sono un tentativo di cambiare le regole del gioco siriane, estendendo la licenza militare d’Israele ad agire in modo unilaterale e senza responsabilità nel sud-ovest della Siria, a sostegno dei fantocci jihadisti presso Qunaytra. In pratica, ciò è già cominciato anche se con il pretesto d’Israele di rispondere al “fuoco diretto” d’oltre frontiera. Forse Israele suppone che l’amministrazione statunitense abbia perso la pazienza con l’agenda del cambio del regime a Damasco (visto il crollo del fronte guidato dall’Arabia Saudita). Washington preferisce una rapida vittoria pubblica sullo SIIL a Raqqa, e poi dimenticarsi della Siria. Gli occhi degli Stati Uniti vanno altrove e Trump ha deciso di finirla con l’aiuto “segreto” della CIA ai “ribelli moderati siriani“. Così il PM Netanyahu probabilmente cerca di recuperare ciò che può della campagna anti-iraniana. Il 18 luglio, la Casa Bianca pubblicava una dichiarazione che spinge il Congresso ad autorizzare nuove “temporanee” installazioni intermedie di stazionamento in Iraq e Siria “nell’ambito della campagna statunitense contro lo Stato islamico“, (i dettagli sulle basi esistenti degli Stati Uniti sono appena state diffuse dai turchi). Ma come affermava su al-Monitor Corri Zoli, direttore ricercatore dell’Istituto di Sicurezza Nazionale e Controterrorismo dell’Università di Syracuse, “Mi sembra che ciò che vogliono è manovrabilità per creare alcune infrastrutture per approfondire la lotta oltre Raqqa e la Siria… È un tentativo di creare eliporti per attaccare lo SIIL e gli sforzi per creare un minicaliffato nella regione. Il segretario alla Difesa James Mattis”, aggiunge Zoli, “pensa a un paio di passi in avanti. Vuole avere la pace, stabilizzare la regione e pressare militarmente l’Iran. Se può farlo con la logistica, meglio“. Così, Netanyahu, giocando da “solito arrabbiato”, potrebbe fare pressione sull’amministrazione statunitense per attuare un piano sostitutivo con un cuneo di strutture aeroportuali temporanee statunitensi che vadano dalla Siria settentrionale all’Iraq, destinate a evitare la contiguità iraniana con la Siria. In breve, Netanyahu è irritato dalle carenze del piano del cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, facendo leva sull’incomprensione statunitense sulla rete di contenimento dell’Iran. Ma se non sarà così, e Israele intendesse respingere le basi militari iraniane e di Hezbollah ben oltre la linea dell’armistizio sul Golan, il presidente Trump avrà di che preoccuparsi. Potrebbe ritrovarsi con missili che volano dal sud del Libano in Israele. Infine, anche se è ampiamente noto che Mattis si trascina nette opinioni sull’Iran dalla particolare esperienza in Iraq, dove prestò servizio, le sue attuali responsabilità richiedono una visione più ampia. Semplicemente, la stabilità regionale, interesse dichiarato dagli USA, è contingente alle buone intenzioni iraniane, che Mattis ci badi o meno.
L’ex-capo del CNS d’Israele Yaakov Amidror è certamente nel giusto quando sottolinea così chiaramente (probabilmente con sanzione ufficiale) che gli interessi d’Israele si discostano da quelli degli USA: “Alla fine è nostra responsabilità, non di statunitensi e russi, proteggerci e prendere tutte le misure necessarie a ciò”. Spiegando come statunitensi e russi, con cui Israele ha buoni legami e dialogo, hanno accettato un accordo che consenta la presenza permanente iraniana in Siria. Amidror affermava che l’obiettivo strategico russo del cessate il fuoco è garantirsi che il regime di Assad rimanga, e l’obiettivo strategico statunitense è distruggere lo Stato islamico. Israele, ha detto, deve “prendersi cura del suo obiettivo strategico“, definito come “dividere Iran e Siria costruendo basi in Siria“. Amidror ha detto che mentre Israele ovviamente vuole vedere la fine delle uccisioni in Siria, “Il prezzo non può essere avere Iran ed Hezbollah alle nostre frontiere“, e che Israele ha opzioni diplomatiche e militari per impedire che ciò avvenga e che “entrambe le opzioni vanno usate“. Mattis potrebbe avere l’impressione di doversi spiegare “a lungo” con Bibi Netanyahu.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pentagono contro la Turchia per le basi statunitensi in Siria

Zero HedgeAi membri della NATO che lavorano per il bene comune. Con una mossa che ha indignato gli Stati Uniti per ragioni ovvie, l’agenzia turca Anadolu svelava le posizioni esatte delle basi statunitensi nel nord della Siria. La mossa, che indica le posizioni esatte dei soldati statunitensi sui fronti della nazione lacerata dalla guerra, ha portato i rapporti tra i due alleati della NATO a nuovi minimi. Secondo Bloomberg, negli articoli pubblicati da Anadolu si fornivano informazioni dettagliate su 10 basi statunitensi nel nord della Siria, compresi numeri delle truppe e mappa della presenza delle forze statunitensi, nella versione turca. Senza citare fonti specifiche, l’agenzia svelava i dieci avamposti statunitensi nelle aree controllate dalle milizie “terroristiche” curde nelle province di Aleppo, Hasaqah e Raqqa. I rapporti affermavano che gli avamposti sono “solitamente camuffati per ragioni di sicurezza, rendendone difficile l’individuazione“. Dicono che si trovano “nei territori dei terroristi siriani PKK/PYD“, in riferimento ai gruppi curdi che il governo turco considera organizzazioni terroristiche. Mentre le località di due basi, nel distretto di Rumaylan (nella provincia di Hasaqah) e nel villaggio di Harab Isq (nei pressi di Kobani, nella provincia di Aleppo), erano già state ampiamente pubblicizzate, le altre furono citate solo in relazioni estere o erano completamente sconosciute. La notizia di Anadolu inoltre forniva informazioni dettagliate sul numero di truppe e mezzi e sulle procedure operative negli avamposti statunitensi. Inutile dire che il Pentagono è furioso.
Secondo The Daily Best, Washington era intenzionata persino ad impedire ai media statunitensi di riprendere l’articolo, dopo che era apparso sui media turchi. “L’informazione su numeri e posizioni di truppe fornirà al nemico informazioni tattiche sensibili che potrebbero mettere in pericolo la coalizione e le forze partner“, secondo il colonnello Joe Scrocca, direttore degli affari pubblici dell’operazione Inherent Resolve, rivolgendosi al Daily Beast, l’unico importante sito statunitense a riprendere la notizia. “La pubblicazione di questo tipo di informazioni sarebbe professionalmente irresponsabile e chiederemo di non diffonderle, perché metterebbero in pericolo la Coalizione“, aggiungeva Scrocca. Non è un segreto che negli ultimi anni Turchia e Stati Uniti siano in disaccordo sul sostegno statunitense ai combattenti curdi in Siria affiliati ai movimenti separatisti in Turchia. Il governo turco ha probabilmente passato ad Anadolu le notizie sulle truppe statunitensi per rappresaglia, secondo Aaron Stein, del Consiglio atlantico di Washington. “Gli Stati Uniti prendono seriamente la protezione della forza, ovviamente”, ha detto Stein. “Il governo turco lo sa e ha deciso di svelare l’ubicazione delle basi statunitensi in Siria. È difficile non vederlo come un affronto“. Infatti, il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Turchia dichiarava che le YPD siriane sono la “stessa organizzazione” separatista PKK che opera nel Paese e che la Turchia ha designato terrorista. I funzionari turchi hanno detto che le armi passano liberamente tra i due gruppi e il mese prima accusavano Washington di armare dei “terroristi”, dicendo che a “certi alleati” applicano “doppi standard”. Nel frattempo, il Pentagono dichiarava di aver espresso preoccupazione al governo turco. “Se non possiamo verificare in modo indipendente le fonti che hanno diffuso questa notizia, saremmo molto preoccupati se i funzionari di un alleato della NATO hanno volontariamente messo in pericolo le nostre forze diffondendo informazioni sensibili“, dichiarava il portavoce maggiore Adrian JT Rankine-Galloway del dipartimento della Difesa. “Il rilascio di informazioni militari sensibili espone le forze della coalizione a un rischio inutile e può interrompere le operazioni in corso per sconfiggere lo SIIL”.
Secondo Bloomberg, Levent Tok, giornalista dell’agenzia Anadolu, ha detto che le informazioni sulle posizioni delle truppe USA non sono trapelate. “La notizia si basa sul lavoro sul campo dei giornalisti di Anadolu in Siria e su alcune informazioni sulle basi trasmesse sui social media dai combattenti curdi“, aveva detto a Bloomberg. “Gli Stati Uniti avrebbero dovuto pensarci prima di cooperare con un’organizzazione terroristica“. La relazione di Anadolu afferma che gli Stati Uniti hanno varie strutture nei territori controllati dai curdi. Alcune sono “avamposti militari”, “di solito nascosti per ragioni di sicurezza, rendendone difficile l’individuazione“. Il più importante di questi è Rumaylan, creato nella provincia di al-Hasaqah nell’ottobre 2015, su cui gli aerei cargo portano le armi per i combattenti, uno dei due principali itinerari delle armi nel Paese, insieme alla via terrestre dall’Iraq, secondo l’agenzia stampa. Un altro è Harab Isq, un eliporto creato nei pressi di Kobani nel marzo 2016. Oltre alle strutture tradizionali, la coalizione degli Stati Uniti “utilizza altri luoghi difficili da individuare come aree residenziali, campi del PKK/YPD, fabbriche convertite“. Otto strutture hanno ufficiali responsabili “degli attacchi aerei e d’artiglieria, consiglieri militari, ufficiali istruttori e ufficiali per la pianificazione operativa“. “I mezzi nelle basi militari includono batterie d’artiglieria ad elevata manovrabilità, lanciarazzi multipli, dispositivi mobili per l’intelligence e blindati come gli Stryker per i pattugliamenti generali e di sicurezza”, aggiunge l’articolo.
L’incidente è l’ultimo che colpisce le relazioni tra Turchia e un importante alleato della NATO. La settimana scorsa un funzionario turco dichiarava a Bloomberg che la Turchia aveva accettato di acquistare un sistema di difesa missilistica dalla Russia, mossa che potrebbe mettere in pericolo le relazioni della Turchia con il blocco occidentale. La Germania si ritira dalla più importante base della NATO, Incirlik, dopo che la Turchia ha rifiutato ripetutamente di permettere ai deputati tedeschi di visitare le truppe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sono dei pazzi questi curdi?

Ziad Fadil, Syrian Perspective 19/7/2017

I media fanno rumore sulla notizia che il calippo non sia morto, ma vivo da qualche parte in Siria. Non ci vuole un genio per capire che quella zona della Siria sarebbe laddove le forze statunitensi ed alleate operano. Dopotutto, cosa potrebbe esserci di più drammatico della vittoria di Donald Trump sull’idolo del male assoluto Abu Baqr al-Baghdadi. Il suo trionfo sarebbe più grande di Obama, quando l’ex-presidente si profuse onanisticamente sulla propria autogloria dopo aver assassinato il malvagio Usama bin Ladin. Avevo detto che al-Baghdadi fu eliminato un anno fa dall’Aeronautica Siriana ad al-Mayadin. Resto della mia opinione e considero chiusa la questione. È mia tesi che ufficiali di Sadam, che controllano lo SIIL, ne nascondano deliberatamente la morte come i taliban nascosero la morte del loro capo Mullah Umar. Se sbaglio, allora, lo riconoscerò. Tuttavia, posso sentire falsità e inganno qui intorno. È possibile che il califfo sia l’ultima “meteora”? Fu visto solo una volta dal discorso soporifero nella Moschea al-Nuri di Mosul. Non è interessante come le “fonti” curde in Iraq trionfino sulla sua rinascita. Perché sembra che gli statunitensi vogliano bombardare al-Raqqa e trovano conveniente che una delle loro bombe cada proprio sul califfo trasformandolo in migliaia di particelle non identificabili. Pezzi del suo corpo verrebbero spediti in Regno Unito o Germania, dove specialisti anonimi potranno “confermare” l’identità di questo furfante, la cui ascesa agli onori fu ideata dagli Stati Uniti e la cui morte verrebbe concepita dagli stessi ideatori. Non so voi, gente, ma penso che gli scrittori di fiction di Langley lavorino sodo su questo. Come la mummia interpretata da Boris Karloff nell’originale classico o quella della Hammer Films interpretata da Christopher Lee, questo califfo sarà sottoposto a un rara cura: la risurrezione! Hollywood può fare tutto, anche gli studi Shepperton vicino Londra. Come Lazzaro o una miriade di psicopatici nei film, morirà e rinascerà. Non posso aspettare che arrivi nel cinema vicino casa mia.
Non c’è più alcun dubbio sull’impazienza curda. Stavano dichiarando un referendum che gli iraniani definivano un “malinteso” e i turchi “casus belli”. Inutile dire che gli Stati Uniti, ansiosi d’incidere in Siria secondo i piani tracciatigli dai coloni europei dell’oscenità sionista, siano dietro tale stupidità. E i curdi, evidentemente, hanno abboccato storia, amo, lenza e galleggiante. Masud Barzani, settantenne capo iraniano dei curdi iracheni, pensa di aver trovato il vaso irlandese alla fine dell’arcobaleno. Potrebbe sorprendersi sapendo che la pentola fu usata nelle camere da letto inglesi e regolarmente svuotata da camerieri curdi. A molti di noi sembra che i curdi siano animati dalle promesse di Donald Trump. Non sapendo che furono ingannati dal Trattato di Losanna (perché il signor Trump semplicemente non legge niente) e furono vittime di una concatenazione infinita di promesse, trattati e alleanze; e lui pensa che i curdi siano stupidi abbastanza da farsi infinocchiare dal suo gesticolio di New Yor City. Beh, affari loro! Le battute sull’ignoranza curda sono comuni quanto quelle sui polacchi negli Stati Uniti, e questo perché i curdi continuano a fare cose stupide come credere alle bugie statunitensi e inglesi. Se la verità va raccontata, l’unico che ha mantenuto la promessa fatta ai curdi fu Sadam Husayn che promise, in privato, di ucciderli tutti e di scatenare suo cugino Ali il chimico per adempiere alla promessa. Sempre apolidi, piatinano per un loro Stato da tempi immemorabili. Ma il Buon Dio lavora in modi strani. Vedete, in tutta la sua magnificenza, Dio, con tutte le sue preoccupazioni, gli ha piazzati in una zona non solo priva di ogni accesso al mare, ma anche popolata da altri, come arabi, iraniani, aizidi, caldei, siriaci, armeni, assiri, azeri, greci e persino, probabilmente, guerrieri delle Trobriand, inuit e amazzoni, per citarne solo alcuni. Ebbero importanti ruoli nella storia del Medio Oriente, generando alcuni dei più grandi leader dell’Islam politico aggressivo, e il non meno importante fu il leggendario generale e re Salahudin al-Ayubi, in realtà più popolare in Europa che nella Fertile Mezzaluna. Saladino, come è noto in occidente, fu leonizzato nel film “Le Crociate” di Ridley Scott. Il film fa sognare Kobane, ma incasina gli evangelisti e pentecostali statunitensi che lo vedono come propaganda per il Corano. Non dovrebbe sorprendere sapere che l’attore che ebbe il ruolo di Saladino era il siriano Ghasan Masud. Gli arabi credono ancora oggi che Saladino fosse un arabo, anche se pensando al nome del nonno, Shirquayh, si dimostrerebbe null’altro che il re Ayubide era tutto fuorché arabo.
Il piano è chiaro. Ne ho scritto. L’esercito addestrato dagli yankee ad al-Tanaf, sul confine giordaniano, incontrerà gli eroi curdi dopo che questi ultimi avranno gloriosamente liberato al-Raqqa. Insieme, questi Signori dell’Universo bloccheranno l’autostrada Damasco-Baghdad e distruggeranno le speranze iraniane di raggiungere il litorale siriano e/o i confini della Palestina storica. Come gli iraniani non riescono a capirlo. Beh, gente, il grande brutto esercito di al-Tanaf è ora incastrato tra rocce e deserti. I combattenti iracheni e afghani addestrati dall’Iran, gli ufficiali di Hizbollah, le truppe dell’Esercito arabo siriano e i combattenti dei Comitati di difesa popolare, armati fino ai denti, hanno avvelenato il pozzo e sembrano aver rovinato il piano. Con Jaysh al-Islam che ora scompare grazie a connivenza saudita e rimbambimento sfrenato, sembra che il sogno di un Fronte del Sud sia abbandonato dando la tanto necessaria tregua alle popolazioni locali; è tutto così spaventoso per i pianificatori statunitensi, sionisti e inglesi. Così terribile che fanno le valige caricando rosari e scatole di baqlawa siriani. Ma che succede ai turchi? Supponiamo che il clown della Casa Bianca abbia promesso ai curdi il Mondo. Cosa potrebbero implicare tali promesse? Gli USA contesteranno il revanscismo turco sulla Siria settentrionale? Se lo fanno, la NATO andrà in fumo. È un desiderio. Trump ha spillato il suo messaggio anti-NATO per tutta la campagna elettorale, e ciò potrebbe essere la possibilità di mettere davvero sulla graticola l’alleanza. I turchi si tireranno indietro se gli Stati Uniti continuano a parlare ai curdi? Non lo so. Un simile scenario sembra essere che causerebbe una frattura nel partito governato dal sultano Erdoghan o, almeno, enormi dimostrazioni con turchi e curdi invocare la cacciata del gran capo da Ankara. Se i curdi potranno annunciare la creazione del loro Stato, cosa faranno Siria e Iran? Eviteranno di affrontare gli USA? Si vedrà una nuova insurrezione volta a rovesciare PKK e PYG, o le forze irachene puntare su Barzani? Ad essere brutalmente franchi, non credo che gli Stati Uniti ci abbiano pensato. Sembra che la CIA sia guidata da Tel Aviv mentre tutti gli altri si rivolgono al tavolo Ouija. Poiché i piani siriano-iraniano-russi sembrano essere 10 miglia avanti, mentre gli statunitensi al meglio vanno indietro, un passo avanti per 10 passi indietro, non c’è fine all’anarchia nella politica estera statunitense. Spero solo che i curdi si sveglino prima che sia troppo tardi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Kurdistan: cavallo di Troia di Washington in Medio Oriente

Elijah J. MagnierIl leader del Kurdistan iracheno, il presidente Masud Barzani, ha chiesto un (secondo) referendum generale sull’indipendenza, fissando la data il 25 settembre di quest’anno. È deciso a materializzare il sogno di uno Stato curdo in Medio Oriente. Ciò coincide con il sostegno dell’amministrazione statunitense ai curdi siriani nelle province di Hasaqa, Raqqah e Dayr al-Zur. L’obiettivo è un’altra federazione curda che segua o addirittura preceda i “fratelli” iracheni. I passi in Iraq e Siria relativi ai curdi sono collegati, indipendentemente dai confini. Tuttavia, i direttamente interessati, Ankara, Teheran, Baghdad e Damasco, ritengono che sia intenzione degli Stati Uniti rimodellare la regione e formare un “nuovo Medio Oriente”, promosso dal presidente George Bush e dalla sua ex-segretaria di Stato Condoleezza Rice. I Paesi vicini ai curdi permetteranno agli Stati Uniti di dividere il Medio Oriente approfittando di 22-25 milioni di curdi entusiasti che sognano un proprio Stato? I curdi in Medio Oriente rappresentano la maggiore etnia del mondo, finora, senza uno Stato. Sono presenti principalmente in Iraq, Iran, Turchia, Siria, Azerbaigian, Armenia e Libano, con una presenza minore nel resto del mondo. Non sarà certamente la benedizione degli Stati Uniti o la loro strategia a creare uno Stato curdo in Iraq e Siria, ma il consenso di Turchia, Iraq, Iran e Siria. Purtroppo per i curdi, questi Paesi supereranno differenze ed obiettivi nel conflitto in Siria unendosi per impedire la creazione di tale Stato. Infatti, appena dopo l’annuncio di Masud Barzani d’indire il referendum generale per l’indipendenza, fonti informate mi hanno detto che alti ufficiali d’intelligence e sicurezza iraniani, turchi e siriani s’incontravano per discutere le possibili “conseguenze devastanti” sui rispettivi Paesi e sull’effetto sul Medio Oriente di uno Stato curdo indipendente. Gli agenti della sicurezza ritengono che gli Stati Uniti usino il sogno curdo di uno Stato proprio, per dividere il Medio Oriente e testare la reazione degli altri Paesi. È un legittimo sogno per i curdi: hanno diritto al proprio Stato. Ma i Paesi della regione credono che sia un passo prematuro che aumenterà i problemi. Pertanto, è essenziale seppellire tale “piano statunitense” il più rapidamente possibile e posticiparlo: finché le guerre in Siria e Iraq non saranno finite. Paesi come Iran, Siria e Iraq credono che Stati Uniti e Israele siano dietro tale piano, approfittando dell’approccio emotivo dei curdi all’idea di uno Stato, per dividere il Medio Oriente. Ciò lascerebbe l'”Asse della Resistenza” dominare Stati deboli e divisi, soprattutto tenendo conto dei piani per rovesciare il Presidente siriano Bashar al-Assad (dopo oltre 6 anni di guerra), creando lo SIIL e permettendo alle conseguenze della guerra in Iraq di creare un sunnistan, finora sospeso. La Turchia ritiene inoltre che gli Stati Uniti non siano contrari all’indebolimento della posizione del presidente Erdogan, per punirlo per il suo ruolo in Medio Oriente, il diretto coinvolgimento in Siria, l’opposizione allo Stato curdo in Siria (dove gli USA cercano di costruire una base militare alternativa ad Incirlik), ed incoraggino uno Stato curdo al confine turco controllato dal PKK, principale nemico della Turchia. Non c’è dubbio che i curdi siriani probabilmente seguiranno lo stesso cammino del Kurdistan iracheno: già gli Stati Uniti costruiscono diverse basi militari e aeroporti nella Siria nordorientale, occupando parte del Paese e mantenendovi una presenza a lungo termine.
Funzionari di alto livello con cui ho parlato a Teheran, Baghdad e Damasco ritengono che gli USA non dispongano di una strategia chiara in Siria e in Iraq. Indipendentemente da questa valutazione imprecisa, e guardando lo svolgersi degli eventi, l’amministrazione statunitense sembra abbastanza fiduciosa sulla propria strategia in Iraq e Siria. Le forze di occupazione degli Stati Uniti hanno sostenuto un grande attacco nel Badiyah (la steppa siriana ricca di petrolio e gas) di gruppi “moderati” siriani, in modo da espandere il controllo sulle steppe siriane collegate all’Anbar sunnita iracheno e al deserto giordano-saudita. Hanno occupato al-Tanaf e cercato di fare tremenda pressione (invano) su Baghdad per impedire alle Unità di mobilitazione popolari di raggiungere il confine con la Siria. Hanno attaccato Raqqah con l’aiuto dei fantocci curdi, e stanno per liberarla dallo SIIL. E hanno accesso ai campi petroliferi e alle dighe presso Raqqah per assicurarsi che un futuro Stato o federazione curda possano sopravvivere indipendentemente da Damasco. E, come se non bastasse, riforniscono i fantocci curdi di nuove armi e artiglieria pesante. Tutte le indicazioni portano a concludere che gli Stati Uniti cercano, con i curdi in Siria e in Iraq contemporaneamente, di vedere chi per prima riesca a darsi uno Stato, imponendolo come dato di fatto ai governi centrali, sempre consci che tale politica incoraggerà i curdi in altre regioni (Iran e Turchia) a seguire la stessa via all’indipendenza. Gli Stati Uniti non sono preoccupati da Erdogan e dalla reazione del governo turco ai piani per favorire uno Stato curdo in Siria e Iraq, perché è nell’interesse degli Stati Uniti destabilizzare Ankara (per varie ragioni) anche se la Turchia è membro della NATO. Per gli statunitensi, Erdogan è “fuori controllo e dall’orbita degli Stati Uniti” fin dal fallito colpo di Stato: la promozione statunitense dei curdi siriani e il sostegno al loro possibile Stato indipendente al confine turco-siriano lo conferma. Infatti, il primo ministro e il ministro degli Esteri turchi descrivono la mossa come “errore irresponsabile e grave”. La Turchia non combatterà le YPG, per ora, perché queste sono protette dagli statunitensi, ma certamente combatterà i curdi di Ifrin, dall’altro capo del Rojava. Anche l’Iran, attraverso il leader supremo Sayed Ali Khamenei, ha dichiarato chiaramente che l’Iran non permetterà uno Stato curdo alle frontiere con l’Iraq. Questa posizione chiara, aperta e dura nei confronti dei curdi è meno animosa nei confronti del popolo curdo, tanto più che gli Stati Uniti sono dietro tempistica e strategia del “piano d’indipendenza”, soprattutto nel momento in cui la ripartizione del Medio Oriente è ancora una forte opzione dopo il fallimento dello SIIL nel dividere Levante e Mesopotamia. È proprio perciò che Erdogan avanza le proprie forze da Jarablus ad al-Bab, ignorando la presenza statunitense e dividendo il Rojava in due parti. Questo è anche il motivo per cui l’Iran ha avanzato le proprie forze su al-Tanaf per chiudere la strada agli Stati Uniti dal Badiya a nord-est e avanzando a sud-est del Badiyah liberando oltre 30000 kmq. Stati Uniti e forze ascare ampliano il controllo su quell’area. Il piano statunitense verso Teheran-Damasco-Ankara è istituire uno Stato curdo in Iraq e/o in Siria e aprire la via a uno Stato sunnita in Iraq, Paese considerato dagli Stati Uniti come governatorato iraniano. La “rivolta sunnita” in Siria è fallita perché il Paese è composto per oltre il 70% da sunniti che controllano l’economia mentre gli alawiti ne hanno il comando militare. Ora, secondo i responsabili della regione, i curdi commetterebbero un errore particolarmente grave, guadagnandosi l’animosità dei Paesi circostanti perché uno Stato che può essere attaccato o circondato da terra e dall’aria e che non ha accesso al mare, non sopravviverebbe senza la loro collaborazione. Masud Barzani, naturalmente, ritiene che il calendario sia perfetto per il referendum richiesto (quasi sicuramente avrà il 90% di voti favorevoli allo Stato indipendente) il 25 settembre e crede altresì che la popolazione curda accetti i rischi che proverranno da tale decisione. Masud esclude l’annuncio immediato dello Stato indipendente, ma considera l’inizio di un lungo dialogo pacifico e di negoziati con Baghdad per soddisfare i desideri della popolazione curda. Masud, secondo fonti di alto livello del Kurdistan, non vuole incoraggiare i curdi di altri Paesi a seguirlo perché i curdi in Iraq hanno diversi obiettivi ed ideologia dai curdi in Siria, Turchia e Iran. Ma nonostante ciò che il leader curdo crede e dice, non esistono garanzie o processi che diano l’indipendenza alla nazione curda in un Paese e l’escludano negli altri. Infatti, Barzani non può garantire la reazione degli stessi curdi iracheni, a lungo termine, anche se ora dichiarano apertamente d’appoggiare le sue decisioni. Dietro porte chiuse, molti curdi anti-Barzani esprimono disaccordo sul referendum in questo momento critico in Medio Oriente.
Ciò che molti ignorano è il fatto che i curdi in Iraq e Siria non furono neutrali nelle guerre in Siria e Iraq: Masud Barzani ha sostanzialmente sostenuto militarmente Bashar al-Assad per molti anni permettendo a uomini e armi di arrivare all’Esercito arabo siriano. Inoltre, i curdi siriani offrono lo stesso supporto alle città siriane assediate che confinano con Ifrin, circondate da al-Qaida e alleati. Damasco ritiene che la sicurezza e il benessere dei curdi sia dovuto all’ambito arabo e musulmano: certamente non ci saranno dividendo il Paese in cui vivono, né seguendo la politica statunitense. Infatti, i problemi tra Damasco e Hasaqa iniziarono quando gli statunitensi arrivarono nel nord-est della Siria, quando Salah Muslim, presidente del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD), attaccò l’Iran ed elogiò il ruolo dell’Arabia Saudita nella regione dopo l’intervento illegale degli Stati Uniti in Siria. Gli Stati Uniti affermano di combattere lo SIIL, ma attaccano anche l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati in molte circostanze. Ma la relazione tra curdi siriani e Damasco non è ancora in un vicolo cieco. L’intervento statunitense e l’atteggiamento ostile dei curdi verso gli alleati siriani hanno spinto Damasco, Mosca e Teheran a non proteggere i curdi. (Mosca e l’Esercito arabo siriano originariamente crearono una linea di demarcazione attorno a Manbij per proteggere i curdi e impedire alla Turchia di occupare la città che i curdi liberarono dallo SIIL). Questo atteggiamento ha quindi permesso alla Turchia di attaccare Ifrin e di togliere ai curdi la “protezione”, interrompendo il piano statunitense d’occupare parte della Siria dividendola.
Negli ultimi anni vi sono state gravi contraddizioni nella dinamica tra Turchia e curdi in Siria e Iraq: “La Turchia ha permesso ai peshmerga di combattere insieme ai loro nemici, i curdi siriani delle YPG, a Kobane (o ad Ayn al-Arab) quando lo SIIL stava per occupare la città. La stessa Turchia lavora duramente oggi per impedire al Kurdistan di dichiarare l’indipendenza in Iraq e farà tutto per impedire ai curdi in Siria di crearsi uno Stato, il Rojava, e certamente non esiterà a colpire le forze democratiche siriane divenute agenti degli statunitensi a Bilad al-Sham.
– Masud Barzani, nel 2014 lodò lo SIIL chiamandolo “rivoluzione delle tribù” perché credeva che il gruppo terroristico avrebbe istituito un Sunnistan e pertanto permettesse un Kurdistan indipendente, con l’Iraq diviso in tre Stati. Masud si rese conto subito dopo che il gruppo estremista voleva il petrolio di Qirquq ed attaccò Irbil per schiavizzare i curdi. Qui cambiò posizione verso lo SIIL ed affiancò Baghdad nella lotta al terrorismo combattendo assieme all’esercito iracheno per tre anni per proteggere l’unità dell’Iraq. Oggi il leader curdo vuole dichiarare l’indipendenza del Kurdistan dopo il referendum che ha convocato. Ma anche oggi, Masud non può semplicemente chiedere il sostegno di Turchia e Iran al suo piano, scatenando i problemi interni in questi Paesi, dove vi sono milioni di curdi non tutti con la pretesa all’indipendenza.
– L’Iran ha sostenuto i curdi fornendogli armi per proteggere la federazione autonoma nel 2014, quando i peshmerga avevano solo vecchi AK-47 e mortai per difendersi dallo SIIL, dopo la caduta di Mosul. Gli Stati Uniti ritardarono l’aiuto militare e la guerra al terrorismo in Iraq, consolidando i legami tra Masud Barzani e Teheran (principalmente con il comandante dell’IRGC-Quds Qasim Sulaymani) e i peshmerga ricambiarono la cortesia iraniana istituendo una linea di rifornimento tra Kurdistan ed Esercito arabo siriano, alleato di Teheran. Oggi, lo stesso Iran farà del suo meglio per impedire la nascita di uno Stato indipendente in Kurdistan e affiancherà la Turchia per impedire che tale divisione avvenga. I curdi iracheni non sono d’accordo con il PKK a Sinjar e persino li combatterono in alcune occasioni. Non si scontreranno con YPG e PKK per via delle differenze ideologiche e negli obiettivi. Quando c’è un pericolo da combattere, tutti i curdi si uniscono sotto un’identità e un’unione nazionali. Ecco perché i Paesi che ospitano i curdi in Medio Oriente sono certi che la dichiarazione d’indipendenza dei curdi in un Paese contagerà i curdi in tutti i Paesi. Questo soprattutto perché molti Paesi del Medio Oriente faranno tutto il possibile per impedirne l’indipendenza. Baghdad considera il Kurdistan una federazione autonoma protetta dalla costituzione. I funzionari di Baghdad riconoscono di non aver attuato la costituzione: non hanno risolto le controversie territoriali né rispettato l’impegno finanziario verso Irbil. I funzionari iracheni non hanno alcun vantaggio nel far attuare il referendum in Kurdistan per l’indipendenza, perché inviterà i sunniti a chiedere lo Stato indipendente e i radicali sciiti a rivendicare il proprio. Questo può anche dilagare nella Shia in altre regioni del Medio Oriente. A Baghdad si prevede inoltre d’interrompere ogni collaborazione con il Kurdistan se Masud chiedesse lo Stato indipendente. I curdi che vivono sotto il governo centrale affronterebbero un futuro oscuro, anche se la maggior parte dei capi politici al potere ha origini curde. Non sarà permesso alcun sostegno finanziario e il governo centrale di Baghdad può impedire a qualsiasi aeromobile di raggiungere il Kurdistan circondato via terra e senza accesso al mare. Ci sarebbe una guerra silenziosa contro il Kurdistan, mentre la vera guerra contro lo SIIL non sarebbe finita. Le PMU possono impedire ai peshmerga di recuperare aree controverse, lasciando Irbil in permanente stato d’insicurezza.
I Paesi del Golfo sosterranno definitivamente la divisione di Iraq e Siria, perché ciò gli darebbe ciò che persero nel Bilad al-Sham e in Mesopotamia dopo molti anni di guerra. L’Arabia Saudita non ha diviso l’Iraq creando uno Stato sunnita e non ha rovesciato Bashar al-Assad, consentendo agli estremisti sunniti di assumere il controllo del Paese. Se i curdi dichiarano l’indipendenza, il Kurdistan subirebbe una grave recessione, ma i Paesi della regione, soprattutto l’Arabia Saudita, saranno felici di aiutarli attirando i curdi nella propria orbita. In realtà, Salah Muslim ha già preso questa china: presto Barzani loderà l’Arabia Saudita. Masud Barzani deve preparare una solida base prima dell’avventura del Kurdistan indipendente. Invia messi a Baghdad, Teheran, Ankara e GCC per riceverne la risposta sul suo piano d’indipendenza. Dice anche che il referendum non significa indipendenza immediata: è solo questione di tempo. Ma tale annuncio pericolosamente prematuro impedirebbe alla futura generazione curda di adempiere al sogno di uno Stato proprio. Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti non bastano a proteggere uno Stato curdo prospero e pacifico perché la tempistica, sorprendentemente vista da Barzani quale migliore opportunità, non potrebbe essere peggiore. La situazione resta così volatile che ogni singola mossa potrebbe portare su una direzione drammatica e ridisegnare l’intero Medio Oriente. Ciò che accomuna il referendum del 25 settembre 2017 e quello del 2005 è che entrambi dovevano rimanere nei cassetti.Elijah J. Magnier è un Senior Political Risk Analyst con oltre 32 anni di esperienza su Europa e Medio Oriente, acquisendo esperienze approfondite, contatti robusti e conoscenze politiche in Iran, Iraq, Libano, Libia, Sudan e Siria. Specializzato in valutazioni politiche, pianificazione strategica e approfondimento delle reti politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Qatar si diffonde in Africa

Evgenij Satanovskij, VPK, 06.07.2017 – South Front
Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio OrienteL’esplosione delle contraddizioni tra Qatar e Turchia da un lato ed Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e satelliti dall’altra, si riflettono nella situazione militare-politica non solo di penisola araba, Siria e Libia, ma in Africa orientale, associata al complicato sistema di relazioni dei protagonisti della crisi. Nonostante il significato, come avviene nell’Africa sub-sahariana, sono sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia di specialisti. Il presente articolo si basa sui materiali di A. Bystrov e J. Sheglovin dell’Istituto del Medio Oriente.

La battaglia sulla carne
I conflitti armati nella regione dell’Afar (Uganda) tra le tribù Atcholi e Madi portano l’Egitto sull’orlo di una catastrofe alimentare. Negli scontri l’esercito ugandese ha occupato i corridoi logistici della regione, utilizzati dai nomadi per migliaia di capi di bestiame dal Sud Sudan (e dallo Stato sudanese del Kordofan meridionale) fino all’Uganda. I bovini vengono inviati nei macelli, appartenenti alla Holding Alimentare Egitto-Uganda (UEFS); la carne viene per lo più inviata in Egitto (volume commerciale fino a 11 milioni di dollari al mese). L’impresa è stata fondata con il sostegno dell’Egitto, è guidata da egiziani e istituita nel territorio dell’Afar nell’ambito della strategia di sicurezza alimentare del Paese, tenendo conto delle proiezioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare prevista nei prossimi due anni. L’esportazione di bestiame dal Sudan all’Egitto attraverso il confine è attualmente difficile e connessa all’acuirsi delle relazioni dopo l’accusa do Cairo del sostegno di Khartoum alla Fratellanza musulmana egiziana, fornendogli campi di addestramento nei pressi delle frontiere. A causa di ciò, la disputa territoriale s’è accesa nell’area di Halaib. Secondo l’Egitto, l’Uganda è autorizzata a partecipare alle discussioni sulla costruzione della diga etiopica “Rinascimento” sul Nilo Azzurro e, a questo proposito, sui rischi del sistema di irrigazione egiziano di grande importanza per la sicurezza alimentare. Attualmente l’invio di 85 mila capi è bloccato nella regione Nimol dell’Afar, influenzando negativamente il lavoro dei macelli. Secondo la relazione del rappresentante egiziano Sh. Qalin, inviato da Cairo a fine di maggio, 150 capi vengono inviati alla macellazione ogni giorno invece dei 1000 previsto. L’azienda subisce perdite. Cairo dovrebbe spostare la produzione in Tanzania; altrimenti l’interruzione delle forniture di carne all’Egitto diverrà critiche. È così importante per Cairo che al-Sisi voleva incontrarsi il 10 giugno a Berlino con il presidente ugandese I. Museveni, per discuterne, ma che rifiutava. Si comprende l’importanza della situazione, anche per il suo clan, dagli interessi che nella holding di EUFS sono rappresentati da due persone fidate: il capo della maggiore cooperativa agricola Ankole Long-Horned Cooperative per l’allevamento del bestiame, E. Kamihigo, e suo cugino S. Saleh. Inviava nella regione il ministro dell’Agricoltura V. Sempilije, per trovare modi di salvare i macelli e garantire una logistica sicura. Il ministra istruiva una sua persona fidata, il generale M. Ali, per trovare una sistemazione con i gruppi tribali Madi, che scacciano dalla terra i membri delle tribù Atcholi, complicando ancora di più la situazione. Le relazioni egiziane-ugandesi incontrano tempi difficili. Un anno fa, Cairo e Kampala erano alleati strategici. Gli egiziani parteciparono alla pianificazione delle operazioni congiunte con le agenzie di sicurezza e intelligence ugandesi contro l’opposizione, l’esercito egiziano insieme ai mercenari assunti da Eritrea, pagati dagli UAE, erano in guerra contro i ribelli del LRA nelle giungle del nord del Paese. Esercito e polizia ugandesi furono inviati in Egitto per l’addestramento presso istituti egiziani. La visita di Museveli a maggio in Qatar ha cambiato tutto, incontrando l’emiro Tamim e firmando l’accordo sul dispiegamento della base militare di Doha in Uganda con la promessa di investimenti. Questa posizione di Kampala sullo sfondo della crisi nel GCC dimostra a Cairo che le relazioni in Africa sono momentanee.

Yoweri Museveni e Recep Tayyip Erdogan

Sudan caldo
A giugno Museveni confermava pubblicamente che il suo Paese non avrebbe partecipato ad alcun atto ostile contro l’attuale regime di Khartoum. L’annuncio si aveva dopo la riunione del leader ugandese con il vicepresidente del Sudan Q. Muhamad Abdarahman, partecipando alla conferenza in solidarietà con i rifugiati di Kampala sotto gli auspici dell’ONU. Le parti accettavano di rispettare i termini dell’accordo raggiunto nel 2016 durante il summit di Khartoum. In sostanza: l’Uganda pone fine alla saga del Sud Sudan, ritirando il contingente militare ad eccezione di alcuni battaglioni che devono badare alle attività del LRA. Anche Khartoum pone fine al sostegno a tale gruppo e ne liquida le retrovie nel Darfur. Il problema del LRA è importante per Kampala. Per frenare la crescente forza del gruppo di D. Kony, gli ugandesi dovevano avere l’aiuto dell’Egitto e dei mercenari eritrei. Kampala si è impegnata a por fine al sostegno ai gruppi di opposizione negli stati del Sud-Kordofan e del Nilo blu (ribelli del Nuba e del SPLA-Nord) e nel Darfur (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – MJE). Membri delle forze di stabilizzazione militari del presidente del Sud Sudan, S. Kiir, continuano ad essere schierati nel Sud Sudan, mentre in occasione della riunione fu deciso che Kampala s’impegnasse nel dialogo tra Kiir e l’ex-vicepresidente R. Machar Khartoum a sua volta s’impegnava ad aderire alla precedente linea di condotta sulla questione sud-sudanese, rifiutando di sostenere Machar e la sua organizzazione, compresi i rifornimenti aree alle basi logistiche e ai campi di addestramento. Quanto al dialogo nazionale nel Sudan, questo argomento fu toccato solo di passaggio. Il leader dell’influente partito secolare dell’opposizione, Ummah, S. al-Mahdi, l’ha definito defunto. Così per Musaveni, le idee dell’opposizione sudanese non sono tanto importanti, anche se incoraggiate e finanziate dai servizi speciali dell’Egitto, per la sopravvivenza politica alla pressione dell’opposizione e per il mantenimento dell’influenza nel Sud Sudan attraverso il rafforzamento della posizione di Kiir e riducendo l’influenza di Machar. Il percorso più breve e meno costoso a ciò è la conclusione di un patto di non aggressione con Khartoum e una mediazione con la leadership del Sud Sudan per una sistemazione pacifica. Questo gli permette di proteggersi dalle provocazioni di Khartoum e di porre fine alla crisi nel Sud Sudan. Nei negoziati è stato raggiunto un accordo sulla creazione di comitati locali per lo sviluppo della cooperazione nelle sicurezza, economia e cultura. Gli ugandesi ufficialmente si sforzano di porre fine alla guerra civile nel Sud Sudan, creando le condizioni per i colloqui diretti tra Kiir e Machar. Quest’ultimo ha dichiarato di essere pronto alle consultazioni, che saranno preludio del riavvio del processo di pace. Tuttavia, c’è ragione di credere che non ci siano parole di riconciliazione dai politici sudsudanesi. Per ordine del presidente ugandese, alcune colonne di armi e munizioni furono spedite al partito di Kiir prima dell’offensiva decisiva contro i ribelli di Nuer Machar.

Salva Kiir e Yoweri Museveni

Il viaggio somalo di Erdogan
Sulla sfondo della cris in Qatar, Doha e Ankara aumentano gli sforzi sui punti più sensibili dei concorrenti in Africa. Erdogan ordinò ad agosto d’inviare 300 soldati turchi nella base in Somalia, la cui costruzione iniziò nel marzo 2015 costando ad Ankara 50 milioni di dollari. Si suppone che vi saranno impiegati circa tremila soldati, che addestreranno i militari delle forze armate somale. Finora vi sono alloggi per 1500 soldati. Ci saranno tre scuole militari, dormitori e magazzini per quattrocento ettari. Gli esperti sono convinti che l’obiettivo principale della base è la presenza militare turca nella regione in contrappeso alle crescenti capacità emirote e egiziane nella regione del Corno d’Africa e dell’Africa orientale. L’accordo el Qatar sull’organizzazione della base militare in Uganda fa parte di questa strategia. A marzo Erdogan e il Capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Turchia H. Akar esaminarono la realizzazione di questo piano militare in Somalia. Gli UAE rafforzarono la presenza (il ruolo principale sarà dell’esercito egiziano ed associati provenienti dalla compagnia militare privata “Blackwaters“) nella regione del Corno d’Africa. Il discorso non riguarda solo la base di Berbere in Somaliland, ma anche le infrastrutture militari di Baidoa e Kismayo. Cioè, Abu Dhabi occupa le coste, formando una catena di basi nella maggior parte dei porti principali della regione. Non solo le principali rotte logistiche finiscono sotto loro controllo (esclusa la pirateria o la guerra nello Yemen), ma anche i principali porti regionali. Allo stesso tempo, le autorità degli Emirati Arabi Uniti cercano di partecipare agli affari interni della Somalia. Quindi, hanno dato garanzie finanziarie a Mogadiscio su trasferimento e reinsediamento dei rifugiati somali, che le autorità keniane trasferiscono dal campo di Dabab. Allo stesso tempo, il principe degli UAE M. bin Zayad cerca il sostegno da Washington per le azioni in Somalia e ha suggerito al capo del Pentagono J. Mattis d’inviare negli impianti militari degli UAE 400 conmando statunitensi. Tutto questo in reazione a Qatar e Turchia. Le basi militari somale e ugandesi sono solo una parte della risposta. Le leve economiche sono utilizzate per influenzare la situazione, con cui sono riusciti a invertire l’atteggiamento negativo del presidente M. Farmajo sulle loro attività in Somalia. Si presume che in agosto i presidenti turco e somalo apriranno insieme la struttura. Per Farmajo, ciò sarà uno dei temi principali considerando il fatto che Londra ha rifiutato le garanzie finanziarie all’esercito somalo attraverso il ministro degli Esteri della Gran Bretagna B. Johnson. I cadetti della prima coorte laureata sono solo del clan nativo del presidente. Sembra che non prevedano la creazione di un esercito nazionale ma di una guardia personale. In questo contesto c’è stata la soluzione al problema del rilascio delle licenze alla società turca Turkiye Petroleri AO (TPAO) per la perforazione offshore, inizialmente bloccata dal presidente somalo. Le autorità del Qatar cercavano di attirarlo nella propria orbita d’influenza, rinunciando all’illegale operazione tra UAE e Somaliland per l’acquisto della base militare di Berbera senza l’approvazione ufficiale di Mogadiscio. Il 25 maggio, il presidente Farmajo visitava Doha e l’emiro T. bin Hamad al-Thani gli ha concesso sei milioni di dollari per “bisogni economici immediati“. Allo stesso tempo, fu deciso che nel prossimo futuro Mogadiscio preparerà un elenco di piani commerciali dal finanziamento qatariota. I ministri degli Esteri di Qatar e Somalia, M. bin Abdurahman al-Thani e Y. Garad Omar, affermavano in una dichiarazione congiunta,il crescente ruolo fondamentale del Qatar nella stabilizzazione della situazione nel Corno d’Africa“.

M. Farmajo e Recep Tayyip Erdogan

Allarmi e Mirage
La crisi legata al conflitto tra Arabia Saudita, UAE, Egitto, Qatar e Turchia colpisce Medio Oriente, Africa settentrionale ed orientale. La maggior parte dei Paesi della regione cerca di restarne fuori, limitandosi a dichiarazioni generali, che alle parti del conflitto non aggrada. Quindi, Doha ovunque ponga fine alla propria presenza militare, provoca conflitti armati, come nei rapporti con Gibuti. In particolare, in risposta alle dichiarazioni anti-qatariote del presidente I. Guelleh, ritira il contingente di pace che separava Gibuti dale truppe eritree in una zona controversa creando panico a Gibuti e all’alleata Etiopia, che dichiarava che l’Eritrea occuperà la province lasciate dai qatarioti. Il 18 giugno, l’Etiopia inviava al Consiglio di sicurezza dell’ONU una richiesta sull’introduzione di una missione mista di controllo dell’Unione africana e delle Nazioni Unite per evitare l’escalation del conflitto. Ciò è accaduto dopo che il 14 giugno Gibuti annunciava la ritirata delle truppe del Qatar nella zona demilitarizzata, portando all’ammassamento di forze etiopi al confine tra Eritrea e Gibuti. Le preoccupazioni di Addis Abeba sono comprensibili: oltre alle ostilità con Asmara, è importante l’operatività delle ferrovie che recentemente, con grande sforzo dalla Cina, collegano l’Etiopia ai porti di Gibuti. Nel frattempo, le discussioni tra le varie fazioni del governo di Addis Abeba si tengono sul tema dell’azione in questa situazione. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito etiope M. Nur Yunus (Samora), appartenente all’ala conservatrice Mekele del Fronte della Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) guidato da A. Woldu, invica le operazioni militari contro gli eritrei. I sostenitori del ministro delle Telecomunicazioni D. Gebremichael, raggiunto dall’ex-Capo di Stato Maggiore Generale dell’Rsercito S. Mekonen e dal capo del Servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS) G. Assefa, si oppongono. Sono contro la soluzione militare al problema, che altrimenti garantirà un conflitto armato nel prossimo futuro. Tra l’altro, dato che le forze armate etiopiche sono coinvolte nella repressione della rivolta dei musulmano Oromo, attivamente istigata da EAU e Egitto attraverso l’Eritrea. La situazione è così allarmante che Addis Abeba è costretta a ritirare truppe dalla Somalia per il fronte interno. Gibuti ha inviato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite messaggi allarmanti. Ad esempio, la “bandiera eritrea già sventola sulla zona controversa del monte Gabija”. L’obiettivo è semplice. Secondo il trattato Francia-Gibuti del 1977, la Francia deve intervenire in caso di violazioni da parte dell’Eritrea dell’accordo sulle zone demilitarizzate o di atti di aggressione. Cioè, Gibuti vuole trascinare Parigi nel conflitto. I Mirage dell’Aeronautica francese sorvolavano la zona senza notare movimenti delle forze eritree. La questione dei territori controversi riconosciuti da Asmara fu risolta con il verdetto del tribunale internazionale, sfavorevole all’Eritrea, che ritirò le truppe dalle aree riconosciute territorio di Gibuti. Lo scopo di Ismaïl Guelleh è alleggerire la propria posizione in relazione alla crescente pressione dell’opposizione su lui e il suo clan, i cui capi rimangono legati ali EAU e godono del sostegno di Abu Dhabi. L’azione anti-Qatar dalle autorità di Gibuti è dovuta ai tentativi di riaffermare la politica di sviluppo del partenariato con i sauditi in forza della promessa di Riyadh di miliardi di dollari di investimenti e dell’organizzazione di una base militare saudita a Gibuti. Le relazioni della leadership di Gibuti con gli EAU sono cattive e Riad ne incoraggia il passo anti-Emirati. Gibuti, dal suo punto di vista, assicura un azione anti-Qatar e l’isteria nell’arena internazionale in una situazione in cui gli EAU, attraverso l’Eritrea, organizzano provocazioni militari contro Gibuti. Infatti, né sauditi né EAU finora sono pronti a un tale sviluppo. Il Qatar non potrà organizzare un conflitto nell’Africa orientale contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma la situazione è sempre più complicata.

Ashton B. Carter e il Generale Samora Yunis

Flussi di armi
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe documentare le attività del Qatar, che sostiene i gruppi terroristici che operano in Libia. Questo fu dichiarato dal Ministero degli Esteri dell’Egitto alla riunione del Comitato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella dichiarazione per contrastare il terrorismo. Cairo ha chiesto la rimozione dell’embargo sulle armi all’Esercito Nazionale Libico (LNA), che nessuno accetterà. Il Qatar fornisce armi agli islamisti attraverso i clan di Tripoli e Misura, associandosi alla Fratellanza musulmana. Anche Sudan e Turchia lo fanno. Inoltre, secondo i dati forniti dai servizi speciali dell’Egitto, nel Sudan le basi logistiche sono dispiegate non solo da Qatar ma anche dall’Iran. Teheran rifornisce la striscia di Gaza attraverso il Sinai. Doha è specializzata nell’invio di armi in Libia e Sinai. Khartoum, nonostante la divisione pubblica con Teheran e l’alleanza con Riyadh, continua ad utilizzare i legami con Qatar e Iran per sostenere materialmente gli islamisti e i sostenitori di Hamas. Riyadh dovrebbe controllare le azioni di Khartoum in quella direzione e in alcuni casi, se necessario, correggerle, ma ciò non accade. L’attacco di Arabia Saudita, EAU ed Egitto al Qatar non significa che la loro alleanza sia forte. Gli interessi sauditi, in combinazione con gli Emirati Arabi Uniti, sono diversi in tutti i punti chiave della regione, dallo Yemen al Corno d’Africa e alla Libia. Difatti, Riyadh ha posto a capo del governo di accordo nazionale Fayaz al-Saraj, ma Abu Dhabi e Cairo il comandante in capo delle Forze Armate di Tobruq, Generale Q. Haftar. L’Arabia Saudita trae vantaggio dell’indebolimento di Haftar, da qui l’atteggiamento conciliatorio di Riyad verso la presenza in Sudan delle basi di addestramento dei terroristi dei Fratelli musulmani nelle aree di confine egiziane e il trasferimento di armi agli islamisti libici attraverso la logistica sudanesi nel Darfur. Nel sud, contro le forze di Haftar, “l’opposizione ciadiana” è in guerra sotto la sfera d’influenza dei servizi di sicurezza sudanesi. Riyadh utilizza la carta della vittoria sudanese per scoraggiare EAU ed Egitto.
Le conclusioni sono semplici. L’alleanza dei Paesi sunniti nel formato “NATO del Medio Oriente”, di cui parlano gli Stati Uniti, non è realistica. Ben presto la tensione anti-Qatar calerà e le contraddizioni tradizionali di Riyadh, Abu Dhabi e Cairo, profonde, si manifesteranno e non permetteranno alcuna alleanza temporanea per risolvere obiettivi tattici. Quindi, il Qatar non avrà una posizione difensiva a lungo; ha abbastanza alleati per andare all’offensiva. Questo rende l’attacco contro Doha insensato. Dalle dichiarazioni del dipartimento di Stato degli USA, è abbastanza chiaro che Washington lasci che gli eventi seguano il loro corso senza interferire…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora