Separatismo curdo: violazioni dei diritti umani e razzismo

Sarah Abad, The Rabbit Hole, 14 ottobre 2017

L’occidente ha effettivamente pregiudicato le divisioni interne dei curdi utilizzandone alcune fazioni con l’obiettivo imperialistico di dividere e indebolire il Vicino e Medio Oriente. Il popolo curdo è vario e negli ultimi anni aspetti della cultura e dei costumi sono discussi sui principali media. Ma il comportamento di alcune fazioni corrotte va affrontato.

Una storia di abusi dei diritti umani
Le fazioni separatiste curde hanno interesse a rivendicare come propria la storia araba, assiria o armena. Tuttavia, quando falliscono in tale tentativo, distruggono qualsiasi segno rilevante della storia pertinente le aree che rivendicano del tutto. Sotto tale aspetto, operano similmente allo SIIL.

Reperti assiri vandalizzati nella regione curda dell’Iraq
Recenti rapporti mostrano bandiere curde dipinte su rilievi assiri di Duhuq, non una volta, ma due volte consecutivamente. Vi sono prove di martellamenti e scavi, nonché numerosi sospetti fori di proiettile. Il governo regionale del Kurdistan non ha condannato tali atti né si è impegnato a proteggere il patrimonio assiro. Ogni volta che i curdi falliscono un attacco in Turchia, fuggono in Siria per rivendicarne il territorio. Per esempio, cercarono di rivendicare la città siriana di Ayn al-Arab, denominandola “Koban /Kobane”, nome che significa “società”, in riferimento alla società ferroviaria tedesca che costruì la ferrovia Konya-Baghdad. I curdi hanno anche affermato che al-Qamishli, altra città siriana, sia la loro capitale illegale, rinominandola Qamislo. Va ricordato che i curdi non sono maggioritari nella terra che pretendono loro, nel nord-est della Siria. Ad esempio, nel governatorato di al-Hasaqah sono circa il 30-40% della popolazione. Cifra diminuita dopo lo scoppio del conflitto, dato che molti curdi sono andati nei Paesi europei. La maggior parte di loro è fuggita in Germania, dove sono circa 1,2 milioni, un po’ meno dei curdi che vivono in Siria. Tuttavia, non sembrano preoccuparsi di volere l’autonomia. La cercano solo nei Paesi del Medio Oriente che gli hanno dato rifugio in tutti questi anni; sono quei Paesi che vogliono pugnalare invece di ringraziare per l’ospitalità. Le molte affermazioni contestate da Amnesty International al governo siriano e all’Esercito arabo siriano non possono essere prese sul serio, in assenza di dati corroboranti. In alcuni casi, tuttavia, sarebbero veritiere, come nella relazione del 2015 che accusava le YPG, milizia popolare curda della Siria, di vari abusi dei diritti umani. “Tali abusi includono deportazione, demolizione di case, sequestro e distruzione di proprietà”, scriveva il gruppo. “In alcuni casi, interi villaggi sono stati demoliti, apparentemente per rappresaglia al presunto sostegno dei residenti arabi o turcomanni al gruppo chiamato Stato islamico (SIIL) o altri gruppi armati”. Amnesty International aveva anche documentato l’uso di bambini soldati, secondo Lama Faqih, consigliera del gruppo.
Alcuni curdi sostengono che il loro “Kurdistan” sia “multiculturale e multi-religioso”, disinteressato quando considera quelle culture supplementari, consistenti in comunità che ora vivono tra la maggioranza curda nelle terre che i curdi presero con la forza. Il 25 settembre, queste minoranze affrontavano la prospettiva di votare l’insensato referendum del KRG in Iraq, poiché anche se tutti votavano “no”, sarebbero stati comunque soverchiati dai “sì” della maggioranza curda, trovandosi soggetti a un governo e a un programma curdo se il governo iracheno riconosceva il referendum.

Il razzismo curdo contro gli arabi, specialmente i siriani
Il giornalista investigativo finlandese Bruno Jantti descrisse la sua esperienza nel Kurdistan iracheno mentre indagava sullo SIIL: “Quando lavoravo nel Kurdistan iracheno, fui colpito dalla prevalenza di atteggiamenti retrivi, anche razzisti e sessisti. Vi sono tornato di recente, dove ho passato un paio di settimane a studiare il gruppo islamico (SIIL). Lavorando per lo più nelle vicinanze di Sulaymaniyah e Duhuq, non potevo fare a meno di notare molte caratteristiche sociali e culturali che mi hanno sorpreso. Considerando ciò che accade proprio in Siria, il livello del razzismo ant-siriano mi sorprese. M’imbattevo in tali pregiudizi tutti i giorni. Un tassista esplose a Sulaymaniyah: ‘Questi siriani rovinano il nostro Paese’. Un altro tassista era abbastanza sconvolto dai bambini siriani che lavavano le finestre e vendevano per strada. “Sono sporchi” disse. Non era assolutamente inusuale che gli sfollati di origine araba irachena o siriana, fuggiti nel Kurdistan iracheno, subissero tale linguaggio. Non solo dai tassisti. Nell’edificio governativo di Sulaymaniyah, un ufficiale riteneva opportuno prepararci alle interviste nei campi profughi della zona. Mi disse verbalmente che i profughi siriani si lamentavano di tutto. In un’altra città, il capo della polizia era stupito e deluso che i miei colleghi e io chiedessimo il permesso di lavorare in un campo di profughi siriani. Il capo della polizia dichiarò: “Ma questi sono rifugiati siriani!” Non c’era che disprezzo nella sua voce. Ero pienamente consapevole del fatto che il nazionalismo curdo riprende le caricature assai discutibili di arabi, persiani e turchi. Nel Kurdistan iracheno fui sorpreso di come sembrassero prevalere tali atteggiamenti“.Sarah Abad è un giornalista indipendente e commentatrice politica. Dedita a denunciare la propaganda dei media mainstream, riferendo su politica interna ed estera soprattutto del Medio Oriente. Partecipa a trasmissioni radiofoniche, notiziari e forum.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Ponte aereo per i curdi

Cassad, 12 ottobre 2017
Foto degli aerei militari statunitensi che trasportano armi ai curdi in Iraq e in Siria.
Aereo da trasporto militare CASA/IPTN CN-235 presso l’aeroporto di Irbil. Gli aeromobili di questo tipo sono in servizio presso US Air Force, Francia, Spagna, Arabia Saudita, Turchia e Emirati Arabi Uniti. Sotto un velivolo da trasporto militare CASA/IPTN CN-235 in volo ad est di Raqqa, assediata dalle formazioni armate curde.In caso d’escalation dei rapporti dei curdi coi vicini, l’aviazione militare degli Stati Uniti sarà il principale fornitore di armi e munizioni delle formazioni curde in Siria e in Iraq. La presenza di una rete di piste, basi e canali logistici è un investimento degli Stati Uniti per la prossima fase della guerra, quando il califfato, come entità regolare, cesserà di esistere.
Va notato che le SDF si consultano con la guarnigione a Raqqa dello SIIL affinché lasci la città. I negoziati ovviamente sono iniziati a causa dei tempi molto lunghi per prendere Raqqa e dalle gravi perdite. La tesi dei media che i “neri” attraverseranno il territorio delle SDF fino ad Abu Qamal. non é molto realistica, perché la Russia non è interessata a farli arrivare nella Siria orientale, per cui una colonna di terroristi che esca da Raqqa diverrebbe una priorità per gli attacchi aerei e missilistici. I terroristi, perciò, prendono tempo. Pertanto, nei quartieri centrali e settentrionali di Raqqa continua una dura resistenza. La Russia al momento è in vantaggio sul piano strategico, in quanto i terroristi essenzialmente si collegherebbero da Raqqa alle aeree controllate da SDF e forze speciali statunitensi, importanti per la corsa al petrolio di Dayr al-Zur. Simili tentativi di negoziare con lo SIIL a Mosul furono interrotti dalla tempestiva fuga di notizie su tali negoziati. Vediamo come andrà questa volta. In ogni caso, gli Stati Uniti sono oggetto di questioni persistenti dal Ministero degli Esteri e dal Ministero della Difesa russi sui loro obiettivi in Siria, preservandosi nel contempo il massimo possibile margine di decisione in Siria, chiaramente impegnando le SDF come strumento principale della loro politica in questo teatro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Kurdistan è un piano israeliano per la regione

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 03.10.2017Cominciamo dal fatto che alcun altro attore, nemmeno i curdi stessi, guadagnerà dall’istituzione del Kurdistan indipendente più d’Israele. Il sostegno israeliano a uno Stato curdo ha una base materiale. Ciò rende l’intera questione curda assai debole e soggetta ai cambiamenti da espedienti e ricorsi geopolitici, come e quando promossi. Ma cosa spiega il sostegno d’Israele al Kurdistan? È abbastanza semplice da capire: infliggerà molti danni ai principali rivali nella regione: Iran, Iraq, Turchia e Siria, e darà ad Israele un vantaggio strategico. Infatti, la cooperazione d’Israele coi curdi ha una lunga storia, risalente agli anni ’60 e ’70 quando Israele armò le milizie curde nel nord dell’Iraq per destabilizzarlo. A quel tempo, il principale attore curdo era il capo del clan dei Barzani, Mullah Mustafa Barzani, il cui figlio Masud è ora presidente (autodichiarato) della regione curda dell’Iraq. I curdi sono circa il 22% dei 37 milioni di iracheni; il 20% dei 79 milioni di turchi; il 15% dei 18,5 milioni di siriani e circa il 9% degli 80 milioni di iraniani. Se i numeri non giustificano di per se l’esistenza delle condizioni per un Kurdistan indipendente, indicano il danno che uno Stato curdo indipendente può infliggere a questi Paesi. Oltre a ciò, l’altro fattore importante che fa d’Israele un grande sostenitore del Kurdistan è il petrolio. Ciò spiega perché i circoli politici israeliani e i media mainstream sostengono apertamente il referendum, anche sulla base della lunga storia di “persecuzioni” dei curdi, per colpa di ciò che Haaretz definisce “i leader tirannici di Iran, Iraq, Siria e Turchia“. Nonostante la simpatia che Israele tende ad invocare ogni tanto, ciò che attrae veramente è il petrolio che i curdi iracheni controllano, e questo petrolio dovrà continuare a fluire in Israele. Nell’agosto 2015 Israele già importava i tre quarti del petrolio dalla regione curda irachena. Ciò accade da allora, e anche da prima, nonostante l’Iraq non riconosca Israele e non abbia rapporti ufficiali. Israele, pertanto, ha un rapporto speciale con il governo regionale curdo (KRG), ed è nel suo interesse che uno Stato curdo nasca. Pertanto, non sorprende che la leadership israeliana sostenga il Kurdistan. Pochi giorni prima i media israeliani citavano la ministra della Giustizia Ayelet Shaked dire che “è d’interesse israeliano e statunitense che ci sia uno Stato curdo, soprattutto in Iraq. È il momento che gli Stati Uniti l’appoggino“. Mentre il “fattore petrolifero” indica la dimensione economica del sostegno d’Israele al Kurdistan, i fattori strategici non sono minori. Questi sono stati perfettamente spiegati in un articolo del 28 settembre di Haaretz: “Oltre l’amicizia storica tra le due nazioni, è chiaro perché gli israeliani sostengano i curdi. Il Kurdistan si trova nella congiunzione strategicamente cruciale tra Iran, Iraq e Siria, area in cui l’Iran spera di stabilire il suo corridoio della “Mezzaluna Sciita”, permettendo d’inviare armi e combattenti direttamente nelle fortificazioni di Hezbollah in Libano. Un Kurdistan libero e pro-Israele sulle frontiere dell’Iran non solo ostacola i piani dell’Iran, ma sarà anche un importante patrimonio strategico nella regione”. Riconoscendo la difficoltà di realizzare effettivamente l’idea di uno Stato curdo in Medio Oriente, la relazione menziona un possibile modo di procedere: “L’unica opzione per i curdi è la diplomazia della pazienza per negoziare la rottura ordinata con l’Iraq e una forma di rapporti commerciali coi vicini ostili. Gli Stati Uniti, che hanno una certa leva su Turchia e Iraq, potrebbero aiutarli da dietro le quinte e Israele certamente farà appello all’amministrazione di Trump su ciò”.

Gravi problemi all’orizzonte!
Tuttavia, mentre gli Stati Uniti non hanno ufficialmente sostenuto il referendum, continuano a puntare sui curdi, cosa che la Turchia, nella NATO, vede con grande preoccupazione, portando a una rottura grave nelle relazioni bilaterali tra i due alleati nella NATO. Non sono però solo gli Stati Uniti che Israele deve convincere a sostenere il Kurdistan. Le divisioni tra i curdi stessi sono una sfida seria, ancor più l’opposizione combinata di Iran, Iraq, Siria e Turchia all’idea di uno Stato curdo. Per esempio, la Turchia è vitale per le esportazioni di petrolio del KRG verso Israele e altri Paesi. Il KRG, quindi, non può permettersi di offendere Erdogan. Ma questo non è nemmeno il problema fondamentale. Il problema è che Erdogan vuole in cambio l’impensabile: il KRG deve costringere PKK in Turchia e YPG in Siria a stare fermi. Mentre Barzani potrebbe essere disposto a farlo per avere il sostegno turco, per il PKK Barzani non è altro che un criminale e un capo illegittimo dei curdi, quindi, incapace di esercitare qualsiasi influenza reale. Ciò che aggrava il problema è che persino i curdi iracheni e siriani non sono d’accordo sul fine del Kurdistan. I curdi siriani, incoraggiati dal sostegno statunitense, pensano d’istituire una propria federazione in Siria. Mentre i curdi siriani contano circa l’8% della popolazione, controllano il 25% del territorio e il 40% delle risorse in petrolio e gas, se avranno il controllo della provincia di Dayr al-Zur ricca di petrolio e gas, potendo tradurre questa fonte in potere politico. Le elezioni comunali locali già avvengono e le elezioni parlamentari ci saranno il prossimo anno. Questo, se si materializzasse, alleerà Siria e Turchia contro i curdi. Una ricca federazione curda in Siria e uno “Stato” in Iraq porranno sicuramente una grave minaccia alla Turchia e un’alleanza Ankara-Damasco obbligherà la Siria a chiudere un occhio sulle forze turche presenti nel nord del Paese e a rinviare la liberazione di tutto il suo territorio. Ciò metterà in modo permanente i curdi contro due Paesi, creando uno stallo. Tuttavia, ciò non significa che la questione curda perderà peso nel Medio Oriente post-SIIL, per via delle chiare difficoltà sulla via del Kurdistan. Con due diversi territori curdi in Iraq e Siria, ciò che è possibile aspettarsi in futuro è altro caos, e alcun altra potenza sarà più attiva a favorire conflitti di Israele, perché Israele vede nella questione curda un’opportunità senza precedenti per destabilizzare tutti i principali rivali, e assicurarsi una grande fonte di petrolio.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Iraq: lo scopo del referendum voluto da Barzani

Nasser Kandil, Globalization, 27 settembre 2017Il Kurdistan è indipendente. È un dato di fatto. Ha il suo parlamento, il suo governo, il suo esercito, la sua diplomazia, i suoi servizi di sicurezza, dispone delle risorse petrolifere delle regioni sotto suo controllo senza restituire nulla al governo centrale, si riserva le entrate doganali ai confini dello Stato iracheno, l’esercito iracheno non penetra nel suo territorio se non su autorizzazione, sempre limitata nel tempo e nello spazio, nonostante la necessità della guerra al terrorismo. In altre parole, il rapporto del Kurdistan con l’Iraq è paragonabile al rapporto di qualsiasi Paese europeo con l’Unione europea. D’altra parte, l’analogia con il modello catalano della Spagna o scozzese della Gran Bretagna è una falsificazione di storia, geografia, legge e politica. Inoltre, il cosiddetto sistema “federale” attualmente in vigore è una menzogna pura, perché il Kurdistan iracheno ha i vantaggi di un’entità federale e indipendente, un sistema che consente al governo iracheno di parlare d’Iraq unificato, ma dove Baghdad è solo un partner nel rischio, mentre Irbil è un partner solo nel raccogliere i profitti. In tali circostanze, qual è lo scopo del referendum di Barzani in questo dato momento? La risposta è una truffa che vorrebbe imporsi come “fatto compiuto” nelle aree controverse tra governo centrale ed Irbil, in particolare il governatorato di Qirquq, fonte di grandi ricchezze. Con questo referendum, Barzani intende cogliere tre piccioni con una fava:
– Annettersi Qirquq beneficiando del fatto che è praticamente sotto il controllo dei peshmerga, essendo l’esercito iracheno occupato altrove, al culmine della guerra allo SIIL.
– Insabbiare i duecento miliardi di dollari corrispondenti alla vendita di petrolio per dieci anni, intascati da Barzani e non inclusi nel bilancio dell’Iraq o della regione.
– Dare a Stati Uniti e Israele una piattaforma politica per minacciare le forze regionali e disegnare nuove mappe regionali, avendo la sicurezza d’Israele come obiettivo principale, dato che lo SIIL ha perso valore in questo ambito.
In altre parole, una transazione tripartita: a Barzani il denaro; agli Stati Uniti il vantaggio nei negoziati; a Israele la continuazione della guerra d’attrito contro l’Asse della Resistenza. E in tale contesto, se fosse necessario designare il primo candidato “avvelenatore avvelenato”, sarebbe senza dubbio il governo turco guidato da Erdogan. Il regime di Ankara non immaginava che cercando di attuare il piano distruttivo della Siria avrebbe compromesso coesione, unità e integrità territoriale del proprio Paese. Non previde che Iran e Russia si sarebbero così tanto coinvolti per sconfiggere tale piano; o che dopo il suo fallimento, Washington passasse al piano alternativo di sostenere i curdi ai danno della Turchia; né che avrebbe dovuto combattere contro i suoi partner di SIIL e Jabhat al-Nusra (gli accordi di Astana; NdT). Ancora peggio, né Erdogan, né le autorità politiche turche, né i loro servizi di sicurezza, avevano immaginato che chi deviò il petrolio iracheno per tangenti, cooperando coi capi della mafia turca, avrebbe spinto il tradimento fino a chiedere questo referendum separatista tra gli attuali disordini, venendo inoltre supportato da Israele e Stati Uniti, aprendo così la via allo smantellamento della Turchia. Anzi, per anni Irbil è stato l’alleato inevitabile di Ankara, mentre Teheran era il nemico designato, ma ora tutto è cambiato. E mentre la Turchia giocava su tutte le corde del conflitto settario, in partnership con Qatar e Arabia Saudita, sperando di avere il sopravvento sul mondo sunnita, è diventato un partner di chi chiede l’unione tra sciiti e sunniti in Iraq e nella regione, come l’Iran. Una svolta impossibile senza la minaccia della balcanizzazione annunciata nel 2006 da Joseph Biden sul New York Times, sotto il titolo: “Unità attraverso l’autonomia in Iraq”. E ora che Barzani attuta tale minaccia, malgrado gli avvertimenti dai Paesi limitrofi e Israele che l’applaude, Turchia e Iran chiudono lo spazio aereo iracheno del Kurdistan con il sostegno di Baghdad, che annunciava decisioni legislative e legali in risposta al referendum, Erdogan affermava che l’opzione militare è sul tavolo se necessario, e l’Iran avviava “manovre militari” alle frontiere, ecc.
Qualunque sia il gioco, gli Stati Uniti scopriranno finalmente che ogni loro mossa sarà più costosa del previsto beneficio e che tentando di uscire dall’impasse, finiranno in un altro. Dichiarare il sostegno ai separatisti curdi equivarrebbe a farsi nemici i governi di Baghdad e Ankara. La loro disapprovazione susciterebbe la frustrazione dei curdi che credono nella loro promessa e, soprattutto, a quella di Barzani sulla forza invincibile del “fatto compiuto” imposto dal referendum e dal sostegno d’Israele. Israele vuole solo una cosa: che i curdi s’impongano come entità ostile a Teheran e Baghdad, un’entità dai confini strategicamente interessanti per il perseguimento dei suoi piani destabilizzanti e col minimo costo. Quindi, può solo offrirgli illusioni e incoraggiarli a suicidarsi. Barzani sega il ramo su cui era seduto per tanti anni e non è detto che possa tornare indietro… si vedrà.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Italia finanzia le milizie libiche?

Bob Woodward, Decrypt News 3 ottobre 2017Marco Minniti, ministro degli Interni, si compiace del fatto che il numero dei migranti che lasciano la Libia per l’Europa è diminuito: – 50% a luglio e – 87% ad agosto rispetto allo stesso periodo del 2016. Inoltre, Minniti, ex-capo dei servizi segreti, è anche la causa principale della guerra a Sabratha, a 80 km ad ovest di Tripoli, iniziata il 17 settembre. I combattimenti hanno provocato almeno 26 vittime e 170 feriti, danneggiando anche l’antico teatro romano classificato come patrimonio mondiale dall’UNESCO. Là, macchie di sangue e centinaia di bossoli sono ancora sparsi a terra. Il luogo, sopravvissuto alle scosse della storia libica, è oggi segnato anche nelle pietre da tale nuovo dramma che non ha niente di teatrale. Marco Minniti è accusato di aver firmato un accordo finanziario con il capo della milizia Ahmad Dabashi, alias al-Amu (“lo zio”), per porre fine alle sue attività nel contrabbando e quindi del numero degli arrivi sulle coste italiane. L’uomo è uno dei contrabbandieri più potenti di Sabratha, le cui spiagge sono il punto di partenza della grande maggioranza dei candidati ad entrare in Europa. Nei caffè di Sabratha, gli avventori ridono quando si evoca il “pentimento” di Ahmad Dabashi: “Vuole essere rispettabile, ma siate sicuri che alle 3 del mattino le sue navi continuano a salpare“, dice Salah, che preferisce l’anonimato per paura delle rappresaglie dal capomafia, membro di una importante famiglia della città. A settembre, più di 3000 migranti sono stati salvati in mare e molti avevano lasciato le spiagge di Sabratha. Se le partenze sono rallentate, non sono completamente finite. Il conflitto a Sabratha oppone gli uomini di al-Amu (alleato della Brigata 48, guidata da un fratello di Ahmad Dabashi), e la Camera delle Operazioni (CDO) del Ministero della Difesa, l’Ufficio per la lotta al traffico clandestino degli immigranti del Ministero degli Interni (BLMC) e la milizia salafita al-Wadi, accusata anch’essa di traffico di esseri umani. Tutti sostengono di essere affiliati al governo di unità nazionale (GUN) di Fayaz al-Saraj, sostenuto dalla comunità internazionale. Ma quest’ultima riconosce solo CDO e BLMC. Prova, nel caso, che la Libia, preda del caos, è solo un’ombra grigia. Bashir Ibrahim, portavoce del gruppo di Ahmad Dabashi parlava di un accordo verbale con il governo italiano e il GUN di Fayaz al-Saraj. Ma questi due ultimi negano qualsiasi accordo finanziario con la milizia. La voce non s’è estinta. Gli abitanti della città ricordano i forti legami tra la milizia di Dabashi e l’Italia: è il gruppo armato che protegge il sito gasifero Malitah, ad ovest di Sabratha e gestito dall’ENI. Inoltre, la milizia ha due gommoni ultraveloci appartenenti alla marina libica, uno dei quali recuperato a Malitah… Basim al-Garabli, capo del BLMC, è sorpreso dall’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone che non aveva visitato la sua unità quando arrivò a Sabratha, il 10 settembre, per felicitarsi della riduzione delle partenze dei migranti. L’ambasciatore italiano a Tripoli, da parte sua, non ha voluto rispondere alle nostre domande.
L’Italia ha pagato 5 milioni di euro ad al-Amu a luglio per tre mesi di tranquillità“, ha dichiarato un membro del CDO, sotto anonimato. “Lo scambio si è svolto in alto mare“. Questa fonte ricorda il doppio gioco del capo della milizia, che avrebbe quattro approdi in cui le navi possono imbarcare diverse centinaia di migranti, quando saranno ripristinati. Tuttavia, il 28 luglio l’Unione europea stanziò 46 milioni di euro per aiutare le autorità libiche a rafforzare la gestione dei flussi migratori e proteggere le proprie frontiere. Una somma non corrisposta dai risultati sul terreno. Ad oggi, solo 136 marinai libici sono stati addestrati in Italia per ricerca e salvataggio ed impedire il traffico di esseri umani. Quest’anno, la Guardia Costiera ha ricevuto quattro imbarcazioni da un contratto stipulato nel 2008 e, per di più, vecchie. “L’aiuto italiano è reale, ma non è all’altezza, riassume il portavoce della Marina libica, Generale Ayub Gasim. Abbiamo bisogno di nuove navi per intercettare le imbarcazioni dei migranti, che sono sempre più scortate da uomini armati su motoscafi“. La marina è più soddisfatta del “Codice Minniti”, che ha ristretto le condizioni per “l’intervento delle navi delle ONG presenti ad aiutare i migranti in difficoltà, tra lo sgomento delle organizzazioni umanitarie. “Queste navi sono come taxi per gli immigrati clandestini“, dice Ayub Gasim. “I contrabbandieri sanno che basta che i migranti raggiungano le acque internazionali per arrivare in Europa”. Si deve ancora aspettare. “Quando eravamo a Sabratha, arrivò una barca”, dice Shaada, un bangleshi di 17 anni. Ci presero soldi, cellulari, telefoni satellitari e il motore prima di partire“. Oggi presso il centro di detenzione di Tripoli, Shaada descrive l’aumento della pirateria contro gli immigrati in mare come nel deserto. Un fenomeno che spiega anche in parte il calo delle partenze dalla Libia.

L’Italia finanzia le milizie libiche?
Per Ayman Dabashi, cugino di al-Amu ma anche membro del CDO, non c’è dubbio sull’esistenza di un “contratto” con l’Italia. Ma non capisce la logica italiana. “È incomprensibile, perché mio cugino non è una persona istruita, può solo dire qualche frase“, dice. “Ha detto che avrebbe fermato le barche, ma non è vero. Arresterà le navi degli altri, ma non le sue“. “Marco Minniti sta spingendo il governo di unità nazionale ad “integrare” le milizie, come quella di al-Amu, nel Ministero della Difesa. Lo stesso ministero italiano l’ha riconosciuto. Questo è molto più grave per la sicurezza della Libia dell’esistenza o meno dello scambio di sacchi di banconote“, avverte Jalal Harshaui, che prepara una tesi sulla dimensione internazionale del conflitto libico presso l’Università Parigi-VIII. La stessa preoccupazione è stata espressa dal generale Umar Abduljalil, capo della Camera delle Operazioni: “L’Europa deve stare attenta con chi negozia. I contrabbandieri non hanno alcun problema ad introdurre terroristi con le navi dei migranti“, citando il caso di due camerunensi trovati su una barca e immediatamente inviati in prigione a Tripoli per il sospetto di appartenere a Boko Haram. Fino al febbraio 2016, i campi di addestramento islamisti si trovavano a Sabratha, prima che gli statunitensi bombardassero il sito. Il gruppo terroristico era guidato da Abdullah Dabashi, un parente di al-Amu. Un’affiliazione familiare che potrebbe servire come pretesto per Qalifa Haftar per entrare nelle danze. L’uomo forte dell’est del Paese, sebbene oppositore del governo di Fayaz al-Saraj, potrebbe inviare aerei dalla base militare di al-Watiya (80 chilometri a sud-ovest di Sabratha) per bombardare la milizia di al-Amu. Ufficialmente in nome della lotta al terrorismo, ufficiosamente per mettere piede nella Tripolitania, regione occidentale del Paese. “Se Haftar interviene, l’alterazione probabilmente non rimarrà locale“, prevede il ricercatore Jalal Harshaui. “Un conflitto prolungato spingerà altre milizie a prendere posizione e ad entrare nella lotta. Questa parte della Libia è la più popolata del Paese. Può avviare ed essere soggetto a un mutamento significativo“. Il maresciallo Haftar è stato anche ricevuto da Marco Minniti a Roma. La questione di Sabratha è stata discussa. Mattia Toaldo non crede all’escalation: “Marco Minniti vuole proteggere la sua politica anti-migrazione convincendo Qalifa Haftar a starne fuori. Quest’ultimo non ha interesse a intervenire, sarebbe una missione suicida“. Che il conflitto esploda o no, il traffico di migranti non scomparirà e le reti si adatteranno. “Al momento per i trafficanti è più conveniente contrabbandare benzina o cibo che uomini. Ma è una vittoria di Pirro. Riprenderà“, dice Shuqri Fitis, che ha partecipato ad una relazione dell’Altai Consulting intitolata “Lasciare la Libia, rapida panoramica dei comuni di partenza“, indicando la spiaggia di Sidi Bilal, a venti chilometri ad ovest di Tripoli, come prossimo centro d’imbarco. Qui l’al-Amu locale è Saborto, che dirige una milizia della tribù Warshafana nota per i rapimenti di ricchi tripolitani e di stranieri.Traduzione di Alessandro Lattanzio