La visita di Assad in Tunisia precipitò la caduta di Ben Ali?

Nabil Ben Yahmad, Tunisie Secret, 11 marzo 2016

Nel giugno 2010, Ben Ali si rifiutò di ricevere l’ambasciatore degli Stati Uniti Gordon Gray, che voleva ribadire il disappunto di Washington per la prevista visita ufficiale di Assad in Tunisia. Nonostante la forte pressione dissuasiva degli statunitensi, Ben Ali accolse il presidente siriano nel luglio 2010, cinque mesi prima della “rivoluzione dei gelsomini” che avviò la primavera araba!111216040409-ben-ali-horizontal-large-gallery

Il 12 luglio 2010, invitato da Ben Ali, il presidente siriano Bashar al-Assad e la moglie Asma al-Assad iniziavano la visita ufficiale in Tunisia. Non era la prima volta che Assad visitava il nostro Paese. La prima visita fu nel 2001, pochi mesi dopo l’ascesa alla presidenza siriana nel giugno 2000. La seconda visita fu nel maggio 2004, l’anno in cui George W. Bush impose le prime sanzioni economiche alla Siria! Già con la presidenza di Burguiba in Tunisia e governo di Hafiz al-Assad in Siria, nonostante alcune mini-crisi causate dall’attivismo del Baath in Tunisia, i rapporti tra Tunisia e Siria divennero eccellenti. Nel 1974 al vertice arabo a Rabat, Burguiba disse ad Hafiz al-Assad, “Tu, tu non sei come gli altri arabi“! Già nell’ottobre 1973, durante il conflitto arabo-israeliano, Burguiba assicurò Hafiz al-Assad e Sadat del “pieno sostegno diplomatico e militare, nonostante i nostri modesti mezzi“. In seguito, fu l’architetto della riconciliazione tra Hafiz Assad e re Husayn di Giordania. Con la coppia Assad-Ben Ali, i rapporti siriano-tunisini ebbero una svolta economica e strategica senza precedenti. Nella prima visita di Assad nel luglio 2010, i due leader si erano appena incontrati in Libia, a margine del vertice della Lega degli Stati arabi a Sirte, del 27 e 28 marzo 2010. Secondo l’agenzia stampa SANA, “le discussioni evidenziarono l’importanza di una cooperazione siriano-tunisina forte ed efficace per rispondere alle sfide che minacciano la regione“. Già all’epoca!

Una visita altamente strategica
La visita di Bashar al-Assad a Tunisi fu preceduta dalla visita a Tunisi, nel maggio 2010, del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Araba Siriana, Muhamad Naji al-Utri. Dal 12 al 16 giugno una missione di imprenditori tunisini visitò la capitale siriana. Organizzata dalla Camera di Commercio e Industria di Tunisi (CCIT), la missione fu caratterizzata da sessioni tra imprenditori e industriali tunisini e rispettive controparti siriane. Durante il viaggio di Muhamad Naji al-Utri a Tunisi, sette nuovi accordi furono firmati, di cui ne furono resi pubblici solo sei: un programma esecutivo di lavoro tra l’Export Promotion Center (CEPEX) della Tunisia e il Consiglio per lo sviluppo e la commercializzazione delle esportazioni siriane; un protocollo di cooperazione tra il porto di Tartus in Siria e il porto di Sfax in Tunisia; un piano per la cooperazione nell’istruzione superiore; un protocollo d’intesa per lo sviluppo delle imprese, micro e medie; e un accordo quadro tra la Banca centrale della Siria e la Banca centrale della Tunisia. Il settimo accordo riservato era sulla “cooperazione militare completa” tra Siria e Tunisia.

La cooperazione siriano-tunisina esasperava Stati Uniti ed Israele
Alla vigilia dell’arrivo a Tunisi della coppia presidenziale siriana, in una dichiarazione all’agenzia siriana SANA, il nostro ambasciatore a Damasco Muhamad Auytia sottolineò “il sostegno della Tunisia al recupero di tutto il Golan siriano occupato“, aggiungendo che “Siria e Tunisia hanno gli stessi interessi nel sostenere la causa araba, in particolare quella palestinese e la riattivazione dell’azione araba congiunta“. Sottolineò “coordinamento e consultazioni permanenti tra i due Paesi sulle cause arabe, regionali e internazionali”(1). Muhamad Auytia ricordò che i due Paesi erano già collegati da oltre 150 accordi bilaterali, aggiungendo che Tunisi e Damasco “aumenteranno cooperazione e commercio e attiveranno accordi su tutti i settori della cooperazione“. I media israeliani, ovviamente, non videro questa visita nello stesso modo. Secondo alcuni di loro, “la Siria è sempre stata coccolata dalla Tunisia, che in gran parte ignora le accuse di terrorismo di Washington al regime baathista… La domanda che si pone qui; chissà quale interesse vede Assad in Tunisia? Cosa porterà quest’uomo a un piccolo Paese in lotta continua col terrorismo?… Tanto più che l’amore tunisino-siriano cade quando l’opinione pubblica internazionale approva e applaude la posizione senza compromessi del governo degli Stati Uniti contro Damasco“. (2)

Si accumulano le rimostranze statunitensi contro Ben Ali
Innanzitutto ricordiamo che Assad visitò la Tunisia nel maggio 2004, sei mesi prima della rielezione di George W. Bush, che inaugurò il secondo mandato con l’imposizione di sanzioni economiche alla Siria! Il motivo dichiarato era il sostegno di Damasco ai “gruppi terroristici”, cioè Hezbollah e Hamas. Le sanzioni economiche furono mantenute e rinnovate da Barack Obama, che anche criticava la Siria per aver fatto degenerare la situazione in Libano. Così, dopo l’incrollabile sostegno a Sadam Husayn durante il blocco economico all’Iraq, per gli statunitensi l’amicizia di Ben Ali con Bashar al-Assad era troppo. Ben Ali persistette nella collaborazione con gli “Stati canaglia”, come i fanatici neoconservatori dicevano. Ma per Ben Ali, il governo degli Stati Uniti e le sue stranezze erano il minimo delle preoccupazioni. Continuò la politica estera sovrana decisamente filo-araba. Nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti su Ben Ali affinché non si recasse a Damasco per partecipare al vertice degli Stati arabi, il 29 e 30 marzo 2008, lo fece comunque. La stessa pressione degli Stati Uniti su tutti gli Stati arabi ebbe successo dato che di 22 Paesi membri della Lega araba, solo 10 furono rappresentati dai capi di Stato al vertice arabo a Damasco. In confronto, al vertice 2007 della Lega araba, a Riyadh, tutti i 22 capi di Stato erano presenti. Il Ministro degli Esteri siriano Walid Mualam accusò allora gli Stati Uniti di aver voluto silurare l’incontro tenutosi in Siria. Infatti, secondo RFI, “Washington invitò i Paesi arabi a riflettere prima di prendere la via di Damasco, accusando chiaramente il regime di Bashar al-Assad di ostacolare l’elezione del futuro presidente libanese” (3).

Accelerazione del colpo di Stato contro Ben Ali
Infine si giunse alla crisi diplomatica tra Tunisi e Washington, un mese prima del viaggio del presidente siriano a Tunisi, il 12 luglio 2010. Nel maggio 2010, l’ambasciatore statunitense in Tunisia Gordon Gray trasmise al Ministero degli Esteri tunisino un “messaggio urgente” del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che diceva: “è desiderio di Washington che la visita ufficiale del presidente siriano sia rinviata“. Non avendo ricevuto risposta, Gordon Gray chiese un incontro con Ben Ali che fu fissato il 6 giugno 2010, ma due giorni prima fu rinviato. Il 14 giugno 2010, un tunisino-statunitense abbastanza influente a Washington andò a Tunisi per incontrare Ben Ali su una “questione delicata”. Il consigliere del presidente degli USA fu ricevuto il 16 giugno 2010. Si può immaginare il contenuto di tale “materia sensibile”! Infine, Bashar al-Assad fece la visita ufficiale in Tunisia, programmata per due giorni (12 e 13 luglio 2010) ma estesa al 14 luglio. Il resto si sa: il 17 dicembre 2010 l’ubriacone di Sidi Buazid si diede fuoco, i cyber-collaboratori furono attivati, le cellule dormienti islamiste attaccarono le stazioni di polizia e gendarmeria, cecchini stranieri aprirono il fuoco sui manifestanti, mercenari di Stati Uniti e Qatar si coordinarono, al-Jazeera e France 24 si mobilitarono, la stampa occidentale galvanizzò il “popolo”, Facebook esplose, la menzogna del generale che “ha detto no a Ben Ali” fece il giro del mondo…. e il 14 gennaio 2011, poche ore prima di pronunciare il discorso finale alla nazione in tenuta da generale, Ben Ali fu messo su un aereo diretto in Arabia Saudita. Il resto è nelle memorie del presidente tunisino che ha detto No agli Stati Uniti!article-2106057-11E691F1000005DC-285_634x435(1) – Gnet
(2) – Identité Juive
(3) – RFI

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Egitto e altre operazioni nel Mediterraneo

Alessandro Lattanzio, 9/3/2016

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Secondo Muhamad Sadiq Qarazi, stretto collaboratore dell’ex-presidente iraniano, Kerry avrebbe detto a numerosi ministri arabi che “tutto il mondo arabo è nelle mani di Qasim Sulaymani“. Nell’intervista alla TV iraniana Qarazi ha detto che il ministro degli Esteri dell’Oman, Yusuf bin Alawi, aveva riferito che durante l’incontro tra Kerry e i ministri degli Esteri di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania, avrebbero criticato l’atteggiamento statunitense verso l’Iran. Sadiq Qarazi aveva riferito: “Quando il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayad contestò la controparte statunitense, Kerry afferrò un fazzoletto e rivolto ai ministri arabi disse “Tutto il mondo arabo è nelle mani del Generale Qasim Sulaymani che combatte il terrorismo. L’attacco dell’11 settembre fu condotto da elementi provenienti da Arabia Saudita, Pakistan e altri Paesi arabi, non abbiamo trovato alcun iraniano tra gli attentatori di quell’attacco terroristico“.libya_oil_gas_fields_weo_2005Confusione strategica in Libia
Lo Stato islamico in Libia, presente a Sirte, Sabratha al confine con la Tunisia, e presso Derna dalla seconda metà del 2015, quando lo SI iniziava a tentare di occupare o distruggere le stazioni petrolifere di Mabruq, Dahra, Ghani e Bahi, allo scopo “di danneggiare l’ancora di salvezza economica del Paese per indebolire lo Stato e così i Paesi europei fortemente dipendenti dal petrolio libico”. Lo Stato islamico si diffondeva in Libia, occupando Sirte e assorbendo Ansar al-Sharia, filiale di al-Qaida, controllando 125 km di coste libiche, combattendo a Bengasi e Derna e cercando di occupare Aghedabia, snodo dei collegamenti tra i porti e i giacimenti di gas e petrolio. Lo Stato islamico aveva circa 3000 combattenti in Libia. L’11 dicembre, il primo ministro francese Manuel Valls invocava sforzi internazionali per schiacciare lo SI che si estendeva sul Paese nordafricano, “Siamo in guerra. Abbiamo un nemico che dobbiamo combattere e schiacciare in Siria, Iraq e presto Libia”. A novembre, gli statunitensi avevano bombardato Derna, cercando di uccidere un capo dello SI.
115273-libyan-rebel-fighters-fire-a-grad-rocket-at-the-front-line-west-of-the Il 16 dicembre i parlamenti di Tripoli e Tobruq firmavano un accordo a Sqirat, in Marocco, sponsorizzato da ONU, Qatar, Turchia, Italia, Spagna, Marocco e Tunisia, per la formazione di un governo di unità nazionale, un Consiglio di Presidenza, una Camera dei Rappresentanti ed un Consiglio di Stato. A Roma, il 13 dicembre, si erano incontrati su questo tema i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania, Spagna, Algeria, Ciad, Marocco, Niger, Qatar, Tunisia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Ma su 156 parlamentari di Tobruq, solo 90 firmavano l’accordo, mentre dei 136 di Tripoli, espressione della fratellanza musulmana, poco più della metà, 69, l’approvava. I contrari erano appoggiati da Abdalhaqim Belhadj il capo del Gruppo Islamico Combattente Libico, dal Consiglio della Shura dei Mujahidin di Derna, e dalle milizie salafite filo-turche di Misurata; mentre Haftar, capo dell’esercito di Tobruq, definiva i negoziati “una perdita di tempo”, in ciò sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Secondo il cugino del defunto leader libico Muammar Gheddafi, Ahmad al-Dam Gaddafi, enormi quantità di gas Sarin furono sequestrate e inviate a Tripoli dai terroristi dello SI. Al-Dam aveva detto che i terroristi avevano già utilizzato il Sarin in Libia nel 2014, ma “ciò fu trascurato dalla comunità mondiale“. Il 14 dicembre un commando di 20 soldati degli Stati Uniti, in missione segreta in Libia, giungeva nella base aerea di Watiyah, ma si ritirava su pressione dei comandanti locali, avendogli negato il permesso di usare la base aerea. I 20 soldati erano sbarcati “in stato di prontezza al combattimento indossando giubbotti antiproiettile e armi avanzate“. Watiyah è vicina a Sabratha, la base più occidentale dello Stato Islamico in Libia. Nelle settimane precedenti, velivoli da ricognizione francesi e statunitensi avevano sorvolato Sabratha, Sirte, Bengasi e Derna. Una dichiarazione del Pentagono diceva: “Con il concorso di funzionari libici, militari statunitensi si erano recati in Libia il 14 dicembre per impegnarsi nel dialogo con i rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico. Mentre erano in Libia, i membri di una milizia locale hanno chiesto che il personale degli Stati Uniti se ne andasse. Nel tentativo di evitare il conflitto è partito senza incidenti“. Secondo un autore di Foreign Affairs, Joseph Micallef, “La Libia ha sempre un posto di rilievo nei piani d’espansione dello Stato islamico. Le prime tre province straniere dello Stato islamico sono tutte in Libia. Il 13 novembre 2014, Abu Baqr al-Baghdadi annunciava la creazione di tre nuovi wilayat o province dello Stato islamico, in Libia (Wilayat al-Barqah, Wilayat al-Tarabulus e Wilayat al-Fizan). I tre wilayat corrispondevano alle tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Nelle ultime settimane vi sono state indicazioni che la città libica di Sirte diverrebbe la nuova capitale dello Stato Islamico se Raqqa dovesse cadere in mano alle forze anti-SIIL“. Nel frattempo, la Francia aveva dispiegato 3500 soldati in una nuova base, a 45 km dal confine meridionale con la Libia. Secondo The Guardian, “funzionari occidentali si attivano per ottenere l’autorizzazione per attacchi aerei sulla Libia nei prossimi giorni, prima che lo Stato islamico catturi l’importante città di Aghedabia, porta di accesso alla ricchezza petrolifera del Paese. Aspri combattimenti infuriano in città, che si trova su un altopiano roccioso che domina i porti petroliferi orientali. La sua cattura darà allo SI il comando del bacino di Sirte, che ospita la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia. Jet statunitensi, inglesi e francesi sono in stand-by per colpire dalle basi nel Mediterraneo, con droni e aerei da ricognizione già in volo. Forze speciali statunitensi sono nel deserto libico, con un’unità inavvertitamente fotografata nella base aerea occidentale di al-Watiyah, la scorsa settimana. … F-15 statunitensi avevano bombardato una riunione di al-Qaida ad Aghedabia, a luglio, partendo dalle basi in Italia. Tornado e Typhoon della RAF a Cipro, assegnati ai bombardamenti in Siria, possono essere rivolti a sud con rifornimenti in volo dalle aerocisterne. Aerei da ricognizione francesi sorvolano le basi dello SI e forze speciali degli Stati Uniti incrociano nella regione”. Gli Stati Uniti perseguivano gli sforzi per aumentare la presenza militare del Comando Africa (AFRICOM), con migliaia di truppe, la costruzione di basi e di piste aeree, operazioni di raccolta delle informazioni e la formazione di partnership con regimi locali.
Il 6 gennaio, un convoglio di 12 veicoli del SI tentava di occupare Ras Lanuf, venendo respinto dalle Guardie petrolifere, ma un deposito del terminal petrolifero di Sidra veniva distrutto da un’autobomba. Già il 4 gennaio, il SIIL aveva occupato Bin Jawad, 30km a ovest di Sirte, sulla strada dalla roccaforte di Sirte, da cui aveva organizzato gli attacchi ai porti petroliferi Sidra e Ras Lanuf, i più grandi della Libia, capaci di produrre 500000 barili di petrolio al giorno. La Libyan National Oil Company (NOC) aveva chiesto aiuto per affrontare lo Stato islamico, “siamo impotenti e non possiamo fare nulla contro la distruzione deliberata degli impianti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf”. Sirte e 125 km di coste libiche erano controllate dallo SI. L’ONU chiedeva ai parlamenti di Tobruq e Tripoli di accettare l’accordo per condividere il potere, creando un governo di unità nazionale guidato dall’imprenditore Fayaz al-Saraj a Tripoli. Il Daily Mirror riferiva che team dello Special Reconnaissance Regiment delle SAS inglesi operavano in Libia preparando il terreno per l’invio di circa 1000 soldati inglesi, nell’ambito di un’operazione italo-anglo-francese, “Questa coalizione fornirà ampi mezzi di sorveglianza, per le operazioni contro lo Stato islamico che avanza ampiamente in Libia”. Sempre il 7 gennaio, lo Stato islamico compiva un attentato suicida contro un centro di addestramento della polizia di Zlitan, uccidendo 75 persone, il peggiore attentato dall’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011. Il 19 febbraio, 2 cacciabombardieri F-15E del 48.th Fighter Wing dell’US Air Force, decollati da Lakenheath nel Regno Unito, bombardavano la base dello Stato islamico nel quartiere Qasr Talil di Sabratha, uccidendo 49 persone. Il Ministro degli Esteri della Serbia dichiarava che l’attacco aveva ucciso Sladjana Stankovic e Jovica Stepic, impiegati dell’ambasciata serba rapiti l’8 novembre 2015 a Sabratha. “Purtroppo, in conseguenza di questo attacco allo Stato islamico in Libia, i due hanno perso la vita“.
EUCOM Image A gennaio l’Italia s’impegnava a consentire ai droni armati statunitensi di decollare dalla base di Sigonella per intervenire contro lo SI in Libia. Nei 18 mesi precedenti Washington aveva ripetutamente richiesto all’Italia di effettuare operazioni sulla Libia con droni armati da Sigonella. Il governo italiano dichiarava che parteciperà ad operazioni militari in Libia solo su richiesta del governo libico legittimo. Dalla base dell‘US Navy di Sigonella, la Naval Air Station Sigonella, decollavano gli UAV statunitensi Reaper che effettuavano i raid contro lo Stato islamico in Libia. La base di Sigonella ospita la 12.th Special Purpose Marine Air-Ground Task Force dei Marines, il cui compito è addestrare e istruire le forze armate dei Paesi africani partner degli USA nella ‘Guerra al terrore’. Sigonella ospita 2000 militari statunitensi, velivoli da pattugliamento marittimo P-3C Orion, velivoli da trasporto C-130 Hercules, convertiplani V-22 Osprey, 3 UAV Global Hawk e 6 UAV Reaper. Secondo il Military Technical Agreement del 2006, che regolarizza le attività di Sigonella, ogni operazione va autorizzata dalle autorità italiane. I Global Hawk, presenti a Sigonella dal settembre 2010, sono droni da ricognizione strategica a lungo raggio, con un’apertura alare di 40 metri e un peso di 15 tonnellate, che volano alla quota operativa di 18000 m e con autonomia di oltre 24 ore. I Global Hawk sono dotati del radar AN/ZPY-2 MP-RTIP (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), con capacità GMTI (Ground Moving Target Indicator), per inseguire bersagli terrestri, e capacità SAR (Sintetic Aperture Radar), cioè mappare il terreno sorvolato con una risoluzione di 1 metro. Il velivolo può essere equipaggiato per l’intelligence elettronica (COMINT ed ELINT). Il Reaper, di stanza a Sigonella dal 2012, ha un peso massimo al decollo di oltre 4,6 tonnellate, un’apertura alare di 20 metri, ed ha un’autonomia di 14 ore e vola alla quota operativa di 8000 m. Il Reaper può trasportare 1,7 t di armi come missili aria-superficie Hellfire, bombe laserguidate e bombe a guida satellitare. Il velivolo è dotato del radar Lynx, con capacità SAR e GMTI, e di una gondola di puntamento e designazione obbiettivi dotata di videocamera agli infrarossi, TV, telemetro ed illuminatore laser per guidare missili e bombe. Nel frattempo, forze speciali francesi arrivavano nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, per sostenere il generale Qalifa Balqasim Haftar e le operazioni dell’LNA. Un centro operativo comune veniva istituito tra le forze libiche del generale Haftar, sotto il comando del colonnello Salim al-Abdali, ed unità del Commandement des Opérations Spéciales (COS) del 1.er Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine, e agenti della Direction du Renseignement Militaire (DRM), ovvero l’intelligence dello Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, ed unità del Service Action (SA), reparto armato della Direction des Opérations (DO), componente della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), l’intelligence estera francese dipendente direttamente dal Presidente della Repubblica francese. Al ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, Haftar annunciava il rafforzamento delle operazioni militari e l’occupazione di Aghedabia e del porto di al-Muraysah. L’offensiva di Haftar contro Ansar al-Sharia e Fajir al-Libya era stata possibile con il supporto logistico dell’Egitto, che inviava al generale armi e combattenti zintani trasportati via aerea dal jabal al-Nafusa. Nel Fizan, nel frattempo, operavano le squadre da ricognizione francesi della base avanzata Madama nel Niger, nell’ambito dell’operazione Barkhane. Madama opsita 300 legionari francesi del 2.me REP (Régiment Étranger de Parachutistes), del 3.me RPIMa (Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine), e delle forze speciali del 13.me Régiment de Dragons Parachutistes, supportati da elicotteri, aerei da trasporto e unità di genieri. Dal 2015 l’Aeronautica Militare francese rifornisce le milizie di Zintan nel jabal al-Nafusa.
A Sabratha, il 27 febbraio, le forze della LNA eliminavano 11 terroristi del SIIL. Mentre Ali Ramadan Abuzaquq, ministro degli Esteri del governo islamista di Tripoli, affermava che il suo governo sarebbe stato contento se l’Italia avesse guidato l’intervento in Libia, la Gran Bretagna inviava in Tunisia una squadra di 20 istruttori della 4.ta Brigata di fanteria. Il governo islamista di Tripoli contava sull’appoggio della coalizione Fajir al-Libya e dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata di Salahudin Badi, ex-comandante dell’intelligence militare libica e fratello musulmano.
L’Unione dei Rivoluzionari di Misurata avrebbe avuto a disposizione 40000 effettivi dotati di una cinquantina di carri armati T-55, qualche centinaio di blindati BMP e BTR, lanciarazzi multipli BM-21 Grad, sistemi controcarro, un migliaio di pickup armati con armi antiaeree da 14,5mm e 23mm, cannoni senza rinculo M40 da 106mm e cannoncini antiaerei M55A4B1 da 20mm.
Fajir al-Libiya avrebbe avuto a disposizione 20000 uomini effettivi, mortai, obici, lanciarazzi da 107mm e da 122mm, oltre 1000 pickup armati.
A Tripoli erano attive altre tre milizie: il Consiglio Militare di Tripoli di Abdalhaqim Balhaj, ex-capo del Gruppo Combattente Islamico libico ed agente del Qatar, che avrebbe avuto a disposizione 10000 miliziani che controllavano l’aeroporto Mitiga e l’aeroporto internazionale di Tripoli; la milizia berbera del Congresso Generale Nazionale di Nuri Abusahmain; la LROR (Sala Operativa dei Rivoluzionari della Libia), composta da 2000 miliziani dotati di una cinquantina di blindati Nimr-II e qualche carro armato T-55; la RADA o Forza di Deterrenza Speciale salafita. In Cirenaica era attiva la Brigata Martiri del 17 Febbraio, milizia della Fratellanza musulmana formata da 5000 elementi. Nel Fizan, il governo di Tripoli contava sulle milizie tuareg.
Il governo di Tobruq contava sull’Esercito Nazionale Libico del generale Qalifa Haftar, formato da 30000 effettivi dotati di arri armati T-55, T-62 e T-72, 300 blindati BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 100 Nimr-II, 300 BRDM-2, 200 Humvee e i blindati Puma forniti dall’Italia, una ventina di veicoli M53/59 Praga dotati di cannoni antiaerei da 30mm, il tutto supportato da un’aviazione formata da 8 caccia MiG-21, 4 caccia MiG-23, 2 cacciabombardieri Su-24 e una decina di elicotteri d’attacco Mi-24 e d’assalto Mi-8 schierati nelle basi aeree di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) ed al-Nasir (Tobruq). La Marina militare di Tobruq doveva disporre della motomissilistica Shafaq, della corvetta Tariq Ibn Ziyad e di un dragamine. Principale alleato di Haftar era il Consiglio Militare dei Rivoluzionari di al-Zintan, composto da 23 milizie di Zintan e jabal Nafusa, in Tripolitania, che riunivano 30000 effettivi dorati di centinaia di tecniche, cannoncini antiaerei, mortai, pezzi di artiglieria e lanciarazzi. Inoltre vi erano le 20000 Guardie petrolifere di Ibrahim Jadran che sorvegliano gli impianti petroliferi della Cirenaica. Altri alleati di Tobruq erano le milizie Warfala e Warshafana di Bani Walid e di Sirte, e le milizie tebu del Fizan.
Infine vi erano Ansar al-Sharia, aderente ad al-Qaida nel Maghreb Islamico formata da 5000 elementi, tra Bengasi e Derna, dotati di tecniche, 30 cannoni D30 da 122mm e 50 lanciarazzi BM-21 Grad. Alleata di Ansar al-Sharia era la liwa Umar al-Muqtar composta da circa 250 miliziani guidati da Ziyad Balam, attiva a Derna, Aghedabia e Bengasi. Infine lo Stato islamico che disponeva di basi ad Hun, tra Sirte e Sabha, e di 8000 effettivi dotati di pickup armati.
Il 2 marzo, nello scontro tra Stato Islamico e Fajir al-Libya venivano uccisi 2 tecnici italiani rapiti a Sabratha, Salvatore Failla e Fausto Piano. La vedova di Failla, Rosalba Castro, dichiarava “Salvo mi mandò un messaggio su whatsApp il 20 luglio, appena arrivato in Libia dopo essere stato in Sicilia: ‘Non sono ancora arrivato al cantiere, ti chiamo più tardi’, mi scrisse. Tante volte mi sono interrogata su quello strano spostamento, da Tripoli al campo base, fatto di sera e non di mattina presto come al solito. Io sono convinta che, in tutti questi mesi, mia marito sia rimasto a Sabratha. E lì era, ne sono certa, quando il 19 febbraio i droni americani hanno buttato le bombe”.libya-Kadir-AksoyRidislocamento geopolitico nel Mediterraneo
Mentre si svolgevano i negoziati tra Rosoboronexport (azienda per l’esportazione della Difesa russa) e governo egiziano per dotare di sistemi di comunicazione e controllo le portaelicotteri Mistral vendute all’Egitto, Cairo continuava a rinnovare la geopolitica egiziana. Secondo l’analista egiziano Samir Ayman, il governo del Generale al-Sisi apriva contatti con Hezbollah e l’Iran per sviluppare un coordinamento sulla sicurezza in relazione alla crisi in Siria. “L’obiettivo della visita si concentrava sulla creazione di stretti rapporti tra Egitto ed Hezbollah in linea con gli interessi comuni. Data la potenza ed efficienza nella regione araba e il sostegno al governo siriano contro l’aggressione straniera, il governo egiziano ora tenta di aprire un canale di comunicazione con Hezbollah e Iran“, affermava Samir concludendo che Egitto ed Hezbollah affrontavano il ruolo negativo di Riyadh e Ankara nella crisi in Siria. Questo avveniva nel quadro regionale che vedeva anche il sequestro della nave battente bandiera del Togo Kuki Boy carica di armi destinate al Libano. La nave da carico trasportava 6 container con migliaia di armi, munizioni ed esplosivi, veniva sequestrata dalle autorità greche al largo di Creta, il 28 febbraio, dopo aver salpato dal porto turco di Izmir alla volta del Libano. In due casi precedenti la polizia aveva confiscato fucili Winchester SXP: nel settembre 2015, quando i greci sequestrarono la nave da carico Haddad 1 che ha trasportava 5000 fucili per gli islamisti in Libia, e nel novembre 2015, quando la polizia italiana scovò 800 fucili dello stesso tipo su un autocarro olandese proveniente dalla Turchia. Difatti, i libanesi alcuni mesi prima avevano arrestato un principe saudita che trasportava 2 tonnellate di Captagon sul suo aereo privato. Il Captagon è la droga utilizzata dai terroristi attivi in Siria. I sauditi reagivano ritirando i 3 miliardi di dollari di prestiti promessi ai militari libanesi per acquistare armi dalla Francia. E una settimana prima del sequestro, gli Stati del Golfo Persico avevano avvertito i propri cittadini di lasciare il Libano. L’Arabia Saudita agendo in tal modo, cercava di vendicarsi del Libano che non l’aveva seguita nella condanna di Hezbollah. Sui 3 miliardi di dollari promessi all’esercito libanese, con cui comprare armi francesi, il 5 marzo il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava “Non abbiamo rotto il contratto. Sarà attuato ma il cliente sarà l’esercito saudita. Abbiamo deciso che i 3 miliardi di euro (in equipaggiamenti) non saranno consegnati all’esercito libanese ma saranno reindirizzati all’esercito saudita. Siamo di fronte ad una situazione in cui le decisioni vengono dettate da Hezbollah libanese. Le armi andranno all’Arabia Saudita, e non ad Hezbollah“.
French President Francois Hollande offers condoleances to Saudi King Salman following the death of Saudi King Abdullah in Riyadh La nave da carico del Togo, probabilmente, rientrava in un’operazione saudita-turca per scatenare una nuova guerra civile libanese, possibilmente presso Tripoli, aprendo un nuovo fronte contro l’Asse della Resistenza. Inoltre, l’Arabia Saudita avrebbe cercato di costituire una milizia settaria sunnita in Libano reclutando profughi siriani. Probabilmente una copertura per giustificare la comparsa di forze taqfirite da infiltrare ed attivare agli ordini dei sauditi in Libano. In precedenza, il segretario di Stato degli USA John Kerry, in una testimonianza alla Commissione Affari Esteri, aveva accennato a un “piano B” per la Siria, un’“opzione militare per rendere difficile a Damasco ed alleati continuare l’assalto contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti”. Kerry, rispondendo al commento del presidente della Commissione Bob Corker che i russi avevano “realizzato i loro obiettivi” in Siria, sostenne che i russi e il governo siriano avrebbero avuto il controllo di Aleppo ma che, “controllarne il territorio è sempre stato difficile“, e che i russi non potevano impedire all’opposizione di avere le armi necessarie per continuare la guerra, finché Stati Uniti ed alleati li sostengono. E intanto il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr e il capo dell’intelligence saudita Qalid al-Hamidan, compivano una visita segreta in Israele per discutere di azioni congiunte israelo-saudite contro Iran, Siria e Libano, incontrandosi con i funzionari del Mossad e il primo ministro Biniyamin Netanhayu. In precedenza funzionari israeliani avevano visitato la capitale saudita Riyadh. Già nel 2015 si erano svolti cinque incontri israelo-sauditi in India, Italia e Repubblica Ceca.
Concludendo, i 6 Stati (Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti) del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) definivano il movimento di Resistenza libanese Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Ciò perché Hezbollah è al fianco del governo del Presidente Bashar al-Assad contro i terroristi taqfiriti (SIIL, al-Qaida, ecc). L’Algeria si rifiutava di seguire le petromonarchie wahhabite, durante la riunione del 2 marzo 2016 a Tunisi dei ministri degli Interni arabi, dove Libano e Iraq si astenevano dal definire Hezbollah organizzazione terroristica. Il Ministero degli Interni algerino avvertiva che “qualsiasi distorsione della posizione algerina sarà considerata dall’Algeria come azione volta a scatenare dei conflitti regionali”, mentre il portavoce del Ministero degli Esteri Abdalaziz Ben Ali Sharif affermava che qualsiasi decisione su Hezbollah deve venire dai libanesi stessi, “L’Algeria per cui la non interferenza negli affari interni di altri Paesi è uno dei principi guida della politica Estera, vieta qualsiasi interferenza in questa materia e si rifiuta di parlare al posto dei libanesi nel caso che li riguarda in modo esclusivo“. Hezbollah è “un movimento politico e militare parte del paesaggio sociale e politico del Libano e partecipa agli equilibri fragili pazientemente e faticosamente negoziati in quel Paese, nel quadro degli accordi di Taif, a cui aveva partecipato“. E il 7 marzo arrivava la risposta alla dichirazione algerina; lo SIIL attaccava la città di Ben Gardan, in Tunisia, al confine con la Libia, dove 35 terroristi, 7 civili e 11 poliziotti rimanevano uccisi. “Questo è un attacco senza precedenti, pianificato e organizzato. Il suo obiettivo era probabilmente prendere il controllo di questa zona e annunciare un nuovo emirato“, dichiarava il presidente tunisino Baji Qaid al-Sabsi. “L’attacco è stato un tentativo dei terroristi dello SIIL di ritagliarsi una roccaforte al confine“, dichiarava il primo ministro Hasid al-Sid. E le forze armate algerine aumentavano l’allerta a seguito dell’attacco a Ben Gardan. Secondo il quotidiano al-Qabar il presidente algerino Abdalaziz Butafliqa ordinava al comando dell’esercito di adottare misure per garantire la sicurezza dei confini algerini ed eliminare le minacce alla sicurezza nazionale, dopo che i servizi di sicurezza algerini avevano avuto informazioni su possibili attacchi terroristici da Libia e Mali.
Attaque-de-Ben-Guerdane Nel frattempo, i Paesi europei, davanti all’evolversi della situazione in Siria, decidevano di cambiare atteggiamento. Negli ultimi quattro mesi varie delegazioni dei servizi segreti di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, avrebbero segretamente visitato la Siria, per cercare un rapporto di collaborazione con i servizi di sicurezza e il Ministero degli Interni della Siria nella lotta al terrorismo, ottenendo dati sui terroristi europei presenti in Siria e i terroristi siriani che potrebbero infiltrarsi con i rifugiati in Europa. La delegazione unitaria dei servizi segreti italiani e svedesi, che aveva segretamente visitato Damasco, chiese ai funzionari siriani i fascicoli giudiziari di tutti i cittadini siriani giunti in Italia, Svezia e Norvegia fin dal 2011. Il servizio d’intelligence tedesco invece non aveva mai rotto i rapporti con i servizi segreti siriani e mostrava interesse per il traffico di petrolio dello SIIL. Anche il Canada, primo Paese non europeo, ha voluto instaurare una cooperazione sulla sicurezza con il governo siriano per combattere i terroristi che cercassero di entrare nel territorio canadese camuffati da rifugiati siriani. Il governo siriano dava priorità alla cooperazione con i servizi segreti tedeschi, mentre alle richieste di Italia, Svezia e Canada non dava una risposta. Riguardo la Francia, il Paese europeo più ostile alla Siria, Damasco ha posto chiare condizioni per stabilire una cooperazione. Una delegazione del servizio d’intelligence francese aveva visitato Damasco per migliorare le relazioni sulla sicurezza, ma la risposta della Siria era che tale cooperazione deve avvenire attraverso canali diplomatici presso l’ambasciata francese a Damasco, ancora chiusa, o un’ambasciata che rappresenti gli interessi della Francia in Siria. Così, la Siria chiariva che senza il riconoscimento politico non sarà possibile stabilire alcuna collaborazione. Quindi non era un caso che il 2 marzo, le autorità turche vietassero all’elicottero con a bordo la ministro della Difesa della Germania, Ursula von der Leyen, di atterrare nell’aeroporto di Mitilene sull’isola greca di Lesbo. Von der Leyen aveva intenzione di visitare l’isola il 6 marzo per valutare la situazione dei rifugiati, e poi, tramite l’elicottero della NATO, volare verso la nave tedesca Bonn dispiegata nel Mare Egeo. In precedenza, a un aereo privato fu negato il sorvolo della Repubblica di Turchia con a bordo il Primo Ministro greco Alexis Tsipras, che viaggiava verso l’Iran.tunisie-cinq-terroristes-tues-dans-des-affrontements-pres-de-la-frontiere-libyenne-6283Note
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Fratellanza musulmana e trame di USA, Qatar e Turchia contro Egitto e Siria: dal Kosovo allo SIIL

Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo TimesBrotherhood_InfiltrationIl presidente Obama avviò la sovversione dell’Egitto condividendo i piani della Fratellanza musulmana per controllare il panorama politico della regione. I piani islamici di Washington fecero sì che una comune visione politica islamista emergesse tra USA, Qatar, Turchia e Fratellanza musulmana. Naturalmente, il piano che vedeva Washington e Fratelli musulmani alleati si basava sul controllo dell’area che comprende Egitto, Libia, Siria e Tunisia. La Turchia di Erdogan avrebbe rafforzato tale sogno che, a sua volta, ne avrebbe tratto grandi vantaggi con i petrodollari del Golfo del Qatar. Tuttavia, i poteri dominanti in Siria col Presidente Bashar al-Assad, e l’emergere del Presidente Abdalfatah al-Sisi in Egitto, sconvolsero la prevista impresa dei Fratelli musulmani. Il grande piano era un’idea delle élite politiche di Ankara, Doha e Washington di Obama. Come al solito, il Regno Unito avrebbe utilizzato, ad esempio, il collegamento tunisino dei Fratelli musulmani, collegando le varie basi di potere dei Fratelli musulmani nella regione. Pertanto, l’amministrazione Obama si fissò a collaborare strettamente con l’Islam politico. In effetti, si potrebbe affermare che l’amministrazione Obama semplicemente andasse avanti rispetto alle passate amministrazioni. Dopo tutto, l’intromissione di USA e altre nazioni in Afghanistan, Iraq e Libia hanno sempre fatto avanzare sharia islamica e islamizzazione totale delle società. Gli stessi USA sostennero il dominio della sharia nei primi anni ’80 in Sudan, dove i neri africani non musulmani divennero dhimmi. L’influenza dei Fratelli musulmani nell’amministrazione Obama fu evidenziata all’inizio del 2013 dal Programma Investigativo sul Terrorismo che riferiva: “La notizia del 22 dicembre pubblicata sulla rivista Rose al-Yusif in Egitto e tradotta in inglese dal Programma Investigativo sul Terrorismo (IPT) che suggeriva i sei che fecero passare la Casa Bianca “da una posizione ostile a gruppi e organizzazioni islamiche nel mondo a più grande e più importante sostenitrice della Fratellanza musulmana“. L’articolo continuava affermando: “Le sei persone nominate sono: Arif Alikhan, assistente per lo sviluppo delle politiche del segretario della Sicurezza in Patria; Mohammed Elibiary, membro del Consiglio consultivo per la sicurezza interna; Rashad Hussain, inviato speciale degli Stati Uniti presso l’Organizzazione della Conferenza islamica; Salam al-Marayati, co-fondatore del Muslim Public Affairs Council (MPAC); Imam Mohamed Magid, presidente della Società Islamica del Nord America (ISNA), ed Eboo Patel, membro del Consiglio consultivo del presidente Obama sui partenariati di quartiere basati sulla fede“. In effetti, gli attuali intrighi di USA e Fratellanza musulmana contro l’Egitto sono dovuti alla delegazione della Fratellanza musulmana inviata nei corridoi del potere a Washington. Ancora una volta IPT riporta “La delegazione ha cercato aiuto per restaurare al potere l’ex-presidente Muhamad Mursi e i Fratelli musulmani in Egitto. Parlamentari, ministri e giudici dell’era Mursi formavano il Consiglio rivoluzionario egiziano ad Istanbul, in Turchia, lo scorso agosto, con l’obiettivo di rovesciare il governo militare egiziano. Ha sede a Ginevra, Svizzera“. Il Programma Investigativo sul Terrorismo riferiva che la delegazione comprendeva “Abdul Magid Dardery, membro dei Fratelli Musulmani in esilio e parlamentare egiziano; e Muhamad Gamal Hashmat, membro del Consiglio della Shura dei Fratelli Musulmani e parlamentare egiziano in esilio“. Pertanto, anche dopo che i sostenitori dei Fratelli musulmani e altri islamisti furono coinvolti negli attacchi ai cristiani copti e nell’incendio di chiese, tale organizzazione viene ancora accolta dall’amministrazione Obama. Inoltre, i capi politici degli USA sono pienamente consapevoli che i Fratelli musulmani operano di nascosto con varie organizzazioni islamiste coinvolte nel terrorismo nel Sinai e in Egitto. Questo vale per musulmani simpatizzanti e sostenitori della Fratellanza in Egitto e per lo stretto rapporto con Hamas, per cui i militanti utilizzano Gaza per destabilizzare il Sinai. Allo stesso modo, in Libia Fratelli musulmani, SIIL e vari gruppi islamisti cercano di usurpare il sistema politico e pugnalare al cuore l’Egitto. Allo stesso modo, proprio come i sostenitori dei Fratelli musulmani hanno attaccato chiese e cristiani in Egitto, ora il SIIL decapita e e massacra copti egiziani in Libia.919859Concentrandosi sui Balcani poi, nonostante tutta la propaganda, di fatto tre guerre si sono prodotte in Europa tra cristiani ortodossi e musulmani, in Bosnia, Cipro e Kosovo, dove Ankara e Washington hanno condiviso interessi simili. Tale realtà ha fatto sì che la Turchia musulmana inglobasse parte di Cipro. Allo stesso modo, il Kosovo fu tolto alla Serbia, nonostante sia la Gerusalemme di questa nazione. Pertanto, con l’amministrazione Obama che favorisce gli anticristiani Fratelli musulmani in Egitto, è chiaro che non cambia nulla perché l’islamizzazione su entrambi i lati del Mediterraneo riassume la politica di Washington. In altre parole, lo SIIL uccide cristiani, sciiti e shabaq rapidamente. Mentre la scristianizzazione di Cipro del Nord e del Kosovo segue i piani di Ankara e Washington. Nel frattempo, nella Siria odierna l’Islam indigeno e il Cristianesimo sono ugualmente minacciati dalle barbariche forze taqfirite supportate dalle potenze del Golfo e della NATO. Tuttavia, a differenza di Ankara e Washington nei Balcani, l’unico aspetto importante della destabilizzazione di Egitto, Libia e Siria è che le potenze del Golfo e della NATO sono estremamente confuse. Dopo tutto, i soliti avvoltoi di NATO e Golfo hanno piani geopolitici e religiosi diversi. Data tale realtà, la Libia è divisa internamente da potenze estere che ora sostengono due poteri differenti in questo Stato fallito. Nello stesso modo, le trame estere contro la Siria evidenziano tali divisioni geopolitiche e religiose, perché i vari gruppi terroristici islamici settari vengono supportati in base ad obiettivi diversi. L’unico fattore vincolante che collega potenze del Golfo e della NATO è che non hanno remore a creare Stati falliti, a prescindere se si tratti di Afghanistan, Libia o Iraq. Non a caso, il governo siriano si rifiuta di consegnare la nazione a Paesi esteri che supportano caos e destabilizzazione. Allo stesso modo, l’emergere di al-Sisi sulla scena politica in Egitto indica anche il rifiuto di consegnare la sovranità di questa nazione ai soliti attori. Sembra che nei Balcani Stati Uniti e Turchia potessero facilmente spartirsi le nazioni cristiane ortodosse perché Cipro e Serbia hanno sistemi politici tipici. Allo stesso modo, la potenza militare statunitense è pensata per combattere eserciti meccanizzati e distruggere le infrastrutture delle nazioni. Questo può essere visto dal bombardamento della Serbia da parte della NATO sotto la guida di Washington e Londra. Allo stesso modo, le forze armate e le istituzioni statali irachene furono presto aggredite da USA e alleati. Tuttavia, gli USA non sanno affrontare le insurrezioni che combattono. Pertanto, le politiche d’islamizzazione dei Balcani di USA e Turchia hanno prodotto come risultato in Kosovo e a Cipro la ghettizzazione della cristianità ortodossa e la cancellazione della cultura locale. Eppure in Iraq, Libia, Egitto e Siria vi sono varie nazioni regionali e potenze della NATO (la Turchia è una potenza regionale della NATO) dagli obiettivi diversi. Tale realtà ostacola il sogno dei Fratelli musulmani di USA, Qatar e Turchia, com’è chiaramente visibile dalla tenacia della Siria e dalla crescente centralizzazione dell’Egitto di al-Sisi. Pertanto, mentre USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia non hanno avuto scrupoli a destabilizzare Libia e Siria, gli interessi in conflitto di tante nazioni consentivano la contro-rivoluzione. Questa controrivoluzione appare in Egitto e nella Siria in lotta per l’indipendenza, perché le attuali élite politiche di entrambe le nazioni sanno che diverranno Stati falliti e sottomessi se fallissero.
E’ evidente che lo SIIL è emerso con forza in Iraq dopo che Obama ha ritirato le forze armate statunitensi. Allo stesso modo, la destabilizzazione della Siria ha permesso a SIIL, al-Nusra e varie altre forze settarie e taqfirite d’emergere. Anche se questo è avvenuto, la Fratellanza musulmana siriana è diventata il volenteroso strumento del piano di sensibilizzazione dell’amministrazione Obama, ricevendone una spinta dagli intrighi simili concepiti da Qatar e Turchia. Tuttavia, mentre Arabia Saudita ed altri attori del Golfo destabilizzano la Siria; le stesse nazioni del Golfo si distinguono da USA, Qatar e Turchia perché non vogliono vedere i Fratelli musulmani andare al potere in Egitto e Giordania. La recente crisi in Libia evidenzia l’Egitto reprimere le forze terroristiche e taqfirite che cercano di fare di questa nazione il pugnale al cuore delle nazioni regionali, spingendo i militari egiziani ad attaccare le basi dello SIIL in Libia dopo i brutali omicidi di cristiani copti egiziani. Tuttavia, mentre l’Egitto vuole che la comunità internazionale sostenga le fazioni non islamiche della Libia e attacchi i vari gruppi terroristici, è evidente come ciò sia accolto dal silenzio di USA, Qatar e Turchia. Pertanto, mentre Washington continua a parlare con elementi filo-Fratellanza musulmana e a distanziarsi dalla crisi in Libia, gli intrighi contro l’Egitto appaiono in corso. Allo stesso tempo, USA, Qatar e Turchia manovrano un’altra nuova forza terroristica e settaria addestrata e armata contro la Siria, nonostante le minoranze si trovino ad affrontare la persecuzione sistematica se un movimento islamista rovesciasse l’attuale governo della Siria. In altre parole, Ankara, Doha e Washington cercano di usurpare Medio Oriente e Nord Africa proprio come fecero nei Balcani, al fine di plasmare la regione in base alle loro ambizioni geopolitiche. Pertanto, per raggiungere tale obiettivo, queste tre nazioni favoriscono la Fratellanza musulmana. L’Islam locale, proprio come il Cristianesimo Ortodosso a Cipro del Nord e Kosovo, non ha valore per USA, Qatar e Turchia quando si tratta di preoccupazioni geopolitiche. Tale realtà significa che queste tre nazioni cercano di utilizzare l’Islam politico sfruttando le ambizioni dei Fratelli musulmani in Nord Africa e Levante. Egitto e Siria, pertanto, sono in prima linea nel preservare l’indipendenza del Medio Oriente. Inoltre, conoscendo completamente i legami dello SIIL con Qatar e Turchia, la paura dell’Egitto è che nazioni estere manipolino le forze taqfirite proprio come esse, ed altre, fecero contro la Siria.RTX123WJ-1024x620Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra non dichiarata della Francia in Libia

Vladimir Platov New Eastern Outlook 04/03/2016r91-charles-de-gaulle,-portaerei-161570Lavorando sodo per trasformare il pianeta nel mondo unipolare, gli Stati Uniti dimostrano nel modo più esplicito che mai disprezzo per regole e istituzioni internazionali. Impiegando anche tecniche semillecite per convincere sempre più Paesi a sostenere la loro politica. Il partenariato per gli investimenti e il commercio transatlantico (TTIP) tra Washington e Unione europea, nonché il Partenariato Transpacifico (TPP) sono stati fondati da Washington per applicare le sue regole e ricavarne benefici. Il loro scopo è essere alternativi al commercio esistente e alle organizzazioni economiche internazionali come WTO, ASEAN e APEC. Il loro obiettivo è dare alle imprese statunitensi il pieno controllo delle relazioni commerciali ed economiche in Europa e nel Pacifico. Gli Stati Uniti agiscono nello stesso modo quando sono impegnati negli interventi militari non autorizzati dalle Nazioni Unite: Jugoslavia nel 1995 e nel 1999, Afghanistan nel 2001, Iraq nel 2003 e bombardamento odierno di città pacifiche in Siria e Iraq. Impegnando gli alleati della NATO in tali crimini, Washington in ultima analisi l’incoraggia ad attuare azioni militari simili in altri angoli del pianeta, sostenendone le operazioni militari non autorizzate dalle Nazioni Unite. Il quotidiano francese Le Monde parla approfonditamente di preparazione e avvio della campagna militare francese in Libia; un buon esempio di tale idea. Negli ultimi mesi, Francia e Gran Bretagna di fronte al problema dell’immigrazione clandestina si sono rese conto che l’infiltrazione di jihadisti, militanti di SIIL e altre organizzazioni terroristiche, verso l’Europa attraverso il flusso di profughi, costituisce una grave minaccia alla loro sicurezza. Agenti dei servizi speciali di questi Paesi vedono tale minaccia arrivare da due direzioni: dai Paesi del Medio Oriente attraverso Turchia e Stati balcanici, e dal Nord Africa, soprattutto dalla Libia. Cosa fanno Parigi e Londra per affrontare la minaccia? Cercano di scaricare la responsabilità di badare al flusso di migranti dal Medio Oriente su Germania e Paesi dell’Europa centrale. Nel frattempo, in considerazione del fatto che Francia e Gran Bretagna hanno già un considerevole numero di migranti provenienti dall’Africa, hanno fissato come priorità contrastare la minaccia rappresentata dai profughi provenienti dal Nord Africa. Vi sono molte ragioni a che la Libia sia percepita quale prima minaccia alla sicurezza di questi Stati europei. In primo luogo, l’intervento militare del 2011 di Francia e Gran Bretagna creò caos e anarchia in Libia. Tra i risultati di tale “campagna” scatenata dagli alleati occidentali, fu l’assassinio del tanto inviso a Washington Muammar Gheddafi; la proliferazione incontrollata delle armi nella regione; l’impegno di vari gruppi armati ed estremisti nella lotta sul controllo delle risorse naturali del Paese, assieme alla repressione della popolazione. Tali circostanze continueranno ad essere fonte di sentimento anti-francese e anti-inglese tra i libici e i cittadini di altri Paesi del Nord Africa, per molti anni ancora.
2F7AB55A00000578-3365394-image-a-4_1450429543013 In secondo luogo, le operazioni antiterrorismo degli Stati Uniti e della coalizione russa in Siria e in Iraq hanno contribuito a trasformare la Libia nella base dello SIIL. E sono proprio i gruppi armati che operano nel territorio libico che recentemente giocano un ruolo fondamentale nel traffico di clandestini, tra cui militanti dello SIIL, verso l’Europa. Ecco perché Parigi s’è dedicata alla preparazione della campagna militare camuffata in Libia con la partecipazione di unità speciali del ministero della Difesa e dei Servizi speciali francesi per contrastare lo SIIL. Nel discorso dopo gli attentati di novembre a Parigi, il presidente francese Hollande dichiarò l’intenzione del Paese di andare in guerra contro lo SIIL anche in Libia. Utilizzando canali segreti, coordinò queste azioni con Washington che promise di sostenere fornendo informazioni specifiche d’intelligence e inviando istruttori militari anglo-statunitensi in Libia. Alla fine di gennaio, il Financial Times riferiva che, negli ultimi mesi, le forze statunitensi preparavano un’operazione in Libia. Secondo il giornale, esperti statunitensi avevano visitato la Libia per stabilire contatti con gruppi militari locali e i loro capi, in previsione di una campagna militare contro i militanti dello SIIL, in collaborazione con le alleate Francia e Regno Unito. Vi sono foto di personale militare statunitense con i soldati dell’esercito libico nella base aerea al-Watiya, liberamente disponibili sui social network. Secondo il New York Times (e questo dato è stato confermato dal Pentagono), la mattina del 19 febbraio aerei da guerra statunitensi attaccavano la città di Sabratha nella Libia occidentale. Diverse decine di persone, tra militanti e civili, morirono (secondo il New York Times i militanti uccisi furono almeno 30. Reuters riferiva di 41 morti e 6 feriti. Al-Arabiya menzionò 46 vittime). In precedenza fu detto che i militari degli Stati Uniti in Libia avevano effettuato almeno un altro attacco aereo a novembre. Così, proprio come previsto, gli Stati Uniti aprivano il terzo fronte della lotta allo SIIL, oltre alle operazioni in Iraq e Siria.
Sulla partecipazione di militari francesi nell’operazione in Libia, secondo le informazioni di numerosi siti francesi, unità francesi saranno dispiegate in Libia da metà febbraio nelle regioni orientali. Un gruppo opera sotto gli auspici del Ministero della Difesa. Un secondo è un’unità della DGSE, i servizi d’intelligence francesi. Inoltre, secondo l’Opinon, la portaerei francese Charles de Gaulle è stata schierata presso le coste libiche. Circa un migliaio di militari francesi, riporta direttamente il Palazzo dell’Eliseo, sono segretamente arrivati in Libia. Secondo la dottrina militare francese, unità speciali e segrete sono considerate forze d’avanguardia. Notizie via internet dell’Huffington Post statunitense, riferendosi all’Huffington Post Arabia, confermano l’arrivo di militari francesi in Libia per un’operazione contro lo SIIL. Le autorità libiche, tuttavia, si oppongono all’intervento internazionale, che la Francia pianifica da diversi mesi. Si sono accordati sugli attacchi contro lo SIIL, ma resistono all’idea della presenza di una coalizione di Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia nel Paese. Inoltre, molti esperti ritengono che le operazioni militari “segrete” di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro lo SIIL in Libia istigheranno conflitti in altri Paesi del continente. Anche se la coalizione occidentale lanciasse attacchi aerei contro le posizioni dello SIIL, e le sue forze speciali svolgessero “incursioni sotto copertura” in Libia, rimane qualche dubbio sulla possibilità di trovare forze sul campo affidabili, in grado di controllare il territorio tolto ai militanti. Questo dilemma potrebbe “invogliare” statunitensi e francesi ad inviare forze di terra in Libia per “risolvere problemi tecnici specifici”, come negli scenari siriani e iracheni, facendo esplodere un altro focolaio di tensioni nel mondo. Anche se le azioni occidentali contro i terroristi dello SIIL in Libia possono essere in qualche modo giustificate, va comunque chiarito che non sono legali in quanto mai autorizzate dalle Nazioni Unite e in violazione delle norme internazionali. Se la mancanza di rispetto delle norme e delle leggi internazionali, nonché delle istituzioni internazionali, recentemente dimostrate da Stati Uniti e alleati occidentali in molte occasioni, continua, l’ONU sarà consegnata all’oblio. In questo caso, le decisioni su eventuali conflitti e disaccordi in futuro non saranno più generate attraverso negoziati internazionali, e il mondo sarà schiacciato dal dominio degli Stati Uniti determinando la subordinazione generale della popolazione del pianeta a Washington. Per assicurarsi che tale scenario non si materializzi mai, è fondamentale che le azioni non autorizzate dalle Nazioni Unite cessino.3525323_6_90c6_carte-de-la-libye-en-voie-d-eclatement_6aa227137a5dff41e290a8da3cd182b6_risultatoVladimir Platov, esperto del Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra segreta dell’Occidente in Libia

Katehon 29/02/2016ss-110331-libya-01.ss_fullI rappresentanti del governo riconosciuto a livello internazionale di Tobruq negano il coinvolgimento di forze speciali francesi nelle operazioni militari contro lo SIIL in Libia. In precedenza, l’informazione fu diffusa dai media francesi. Fonti militari libiche riferirono che soldati francesi avrebbero condotto “operazioni congiunte” contro lo SIIL a Bengasi assieme alle truppe del generale Qalifa Belqasim Haftar, ex-agente della CIA e comandante delle forze armate fedeli al governo di Tobruq. Le forze francesi, secondo queste fonti, sono attualmente di stanza nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, secondo una fonte della sicurezza libica che non ha specificato dimensioni e forza dell’unità. Le autorità francesi non hanno confermato o negato queste informazioni. Secondo un articolo del quotidiano Le Monde, lo Stato francese conduce una guerra segreta in Libia. Si tratta di attacchi aerei mirati contro capi dello SIIL preceduti da operazioni segrete a terra.

Tempo d’invadere?
La “denuncia” della guerra segreta francese in Libia coincide con le principali agenzie che seguono con attenzione il tema della minaccia del terrorismo proveniente dalla Libia. E’ stato riferito che lo “Stato islamico”, che controlla la costa petrolifera nei pressi di Sirte, dovrebbe spostare il centro dell’attività in Libia e utilizzare il ricavato del contrabbando del petrolio libico per finanziare attività terroristiche nel mondo. Così, i media forniscono la giustificazione implicita a qualsiasi azione in Libia dei Paesi occidentali, non solo della Francia, ma anche di Stati Uniti e Regno Unito. Come spesso accade, la minaccia terroristica proviene da regioni petrolifere, e gli sforzi per eliminarla comprendono non solo attacchi aerei e di droni, ma anche unità per operazioni speciali che occupano i campi petroliferi d’importanza strategica per i tre Paesi. E’ significativo che la lotta allo SIIL in Libia, così come in Siria, sia il pretesto conveniente per un maggiore coinvolgimento dei Paesi occidentali nelle questioni inter-arabe. Il compito principale non è solo sconfiggere lo SIIL, ma anche occupare i giacimenti petroliferi. Allo stesso tempo, i Paesi occidentali hanno dei concorrenti; la zona controllata dallo SIIL si trova tra le regioni controllate dal governo filo-occidentale e riconosciuto internazionalmente di Tobruq e il territorio del governo islamico di Tripoli sostenuto da Qatar e Turchia. Quindi osserviamo una “guerra invisibile” in Libia, in cui Paesi occidentali, monarchie del Golfo, Egitto e Turchia sono impegnati.

La divisione geopolitica della Libia
Il governo di Tobruq controlla la Cirenaica, la parte nord-orientale del Paese, ed è vicino all’Egitto. Nell’antichità qui vi erano colonie greche. La regione è tradizionalmente orientata all’Egitto. Quando la primavera araba esplose e la Fratellanza musulmana andò al potere in Egitto, la Cirenaica, con la sua capitale Bengasi, divenne la roccaforte dell’opposizione islamista anti-Gheddafi. Dopo il colpo di Stato in Egitto, la Cirenaica cadde sotto il controllo del governo più laico e riconosciuto a livello internazionale di Tobruq, con il generale Qalifa Belqasim Haftar capo militare. Tuttavia jihadisti locali occupano alcune parti della Cirenaica; la più importante organizzazione islamista è il Consiglio dei Mujahidin di Derna, Bengasi e Aghedabia, che controlla alcune parti della regione. Il governo di Tripoli controlla la maggior parte della Tripolitania, nel nord-ovest del Paese. Denominato dalle tre antiche colonie fenicie che vi si trovavano. Nel mondo antico era parte dell’impero cartaginese e tradizionalmente rientrava nei processi geopolitici del Mediterraneo occidentale. Oggi questa parte del Paese è controllata dal Nuovo Congresso Nazionale Generale islamista. Lo Stato islamico controlla la parte orientale della costa tripolina, tra Tripoli e Bengasi, da Sirte. La terza regione importante della Libia è il Fezan; la parte sud-occidentale del Paese popolato da coloni delle tribù berbere, arabe, tebu e tuareg. La regione è divisa tra le forze di Tripoli, Tobruq e tribù indipendenti tuareg e tebu. Entrambe le forze principali tentano di utilizzare le tensioni inter-tribali per i propri interessi.

Le trame di Turchia e Qatar
C’è già, sul territorio della Libia, una guerra per procura tra Turchia e Qatar, da un lato, ed Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dall’altro. Allo stesso tempo l’occidente tende a sostenere quest’ultimo gruppo. Allo scoppio della nuova guerra civile nel 2014 tra i governi di Tripoli e Tobruq, Qatar, Turchia e Sudan sostenevano il governo di Tripoli, in cui le strutture associate ai “Fratelli musulmani” presero il potere. Paesi europei, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita sostenevano il governo laico di Tobruq. Le milizie lottano per il controllo del petrolio del Paese, stimato in 46,4 miliardi di barili di riserve accertate, le più grandi dell’Africa. Al momento della rimozione del governo di Muammar Gheddafi, il Qatar ebbe notevoli benefici dal nuovo governo. Le Forze Speciali del Qatar furono attivamente coinvolte nel colpo di Stato in Libia e nella caduta del governo di Muammar Gheddafi. Avrebbero addestrato la fanteria nei combattenti nelle montagne occidentali del Nafusa e in Libia orientale, e comparvero sul fronte. Nel 2011, la leadership dell’opposizione libica appena emersa firmò un accordo con il Qatar per cedergli i diritti esclusivi per l’estrazione del petrolio. Il Qatar sosteneva il gruppo Ansar al-Sharia, brutale movimento jihadista sospettato di aver ucciso l’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, Christopher Stevens, e di aver cercato di uccidere l’omologo inglese sir Dominic Asquith. L’ammutinamento militare del generale Haftar nel 2014 era diretto contro, in particolare, l’influenza di “Fratelli musulmani” e Qatar. Pertanto il suo governo è stato immediatamente riconosciuto dall’occidente. Di conseguenza, Qatar e Turchia hanno rafforzato la cooperazione militare con gli islamisti di Tripoli fornendogli armi rapidamente. Mentre il Qatar è bloccato nella campagna siriana e nell’invasione congiunta coi Paesi del Golfo dello Yemen, non può permettersi una grande operazione militare in Libia, ma qualche supporto ai terroristi continua ad essere erogato. Ancora più interessante è lo SIIL supportato anche da fondi privati del Qatar. Nel 2014 fu rivelato che l’ambasciatore del Qatar in Libia mediò l’invio di 1800 terroristi dalla Libia in Iraq, dove combatterono per lo SIIL. Anche la Turchia ne era coinvolta. Il documento porta la firma del viceambasciatore del Qatar in Libia Nayaf Abdullah al-Amadi, su cui è scritto che “i volontari hanno completato l’addestramento militare e al combattimento con armi pesanti, in particolare nei campi di Zintan, Bengasi, Zawiya e Misurata in Libia“, suggerendo d’inviarli in tre gruppi dai porti libici alla Turchia, e quindi farli entrare nel nord dell’Iraq attraverso il Kurdistan. Lo SIIL in Libia ha esaudito il desiderio del Qatar, direttamente o indirettamente, di aver il controllo della maggior parte della costa petrolifera. Attualmente vi sono scontri tra gli islamisti di Tripoli e lo SIIL in Libia, ma le due parti sono in qualche modo collegate a Qatar e Turchia.

La presenza militare occidentale in Libia
Il 19 febbraio l’US Air Force bombardava le posizioni dello SIIL in Libia. Gli Stati Uniti colpirono un campo di addestramento nei pressi di Sabratha, in Libia. E’ probabile che abbiano ucciso l’operativo dello SIIL Nuradin Shushan. Secondo le dichiarazioni delle autorità statunitensi, i terroristi libici dello SIIL rappresentano una grave minaccia per la superpotenza. Forze Speciali statunitensi ed inglesi sono state dispiegate in Libia alla fine dello scorso anno, insieme ad attacchi coi droni e una sorveglianza intensa degli aerei da guerra statunitensi, inglesi e francesi. Il segretario alla Difesa inglese Michael Fallon confermava che 1000 soldati venivano approntati per lo schieramento in Libia per affrontare la diffusione dello SIIL. In precedenza, gli interessi occidentali in Libia erano custoditi per lo più da compagnie militari private. I più attivi ad operare in questo mercato erano gli inglesi: Trango Special Projects, Control Risks, Olive Group, AKE, Blue Mountain, SNE Special Projects, SicuroGroup, GardaWorld e British-OAE Whispering Bell. Vi partecipavano anche le statunitensi: Blackwater (ora Academi), Team Crucible LLC, G4S e le francesi Secopex, Galea ecc. Solo il ministero degli Esteri e del Commonwealth del Regno Unito ha dichiarato che ha in contratto due PMC, Control Risks e GardaWorld, in Libia per “guardia mobile e statica” per un ammontare di 8,5 milioni di sterline nel 2011-2012. Anche l’anno scorso, i media occidentali riferirono l’operazione prevista contro lo “Stato islamico” in Libia. Gli articoli seguirono il dispiegamento di un contingente 6000 uomini in Libia, in cui ruolo principale era giocato dall’Italia; ufficialmente l’Italia nega di avere piani per invadere la Libia. “Non ci sono piani per schierare su larga scala truppe occidentali in Libia“, aveva detto la ministra della Difesa italiana Roberta Pinotti, dopo notizie su forze speciali già sul terreno per combattere gli islamisti. Allo stesso tempo, si è saputo che l’Italia ha concesso il proprio territorio per far decollare i droni d’intelligence e combattimento statunitensi che operano sul territorio della Libia. Secondo l’agenzia d’intelligence israeliana indipendente Debka, un gruppo di Forze Speciali statunitensi, russe, francesi e italiane sarebbe atterrato di nascosto a sud di Tobruq presso la frontiera libica-egiziana a gennaio. Circa 1000 soldati delle SAS inglesi erano presenti dopo aver preparato il terreno. L’area di atterraggio indicata dagli israeliani sarebbe a 144 chilometri da Derna, controllata da Ansar al- Sharia filo-Qatar.

I piani d’invasione
Mentre la presenza russa è molto discutibile e non provata, i piani di un’operazione congiunta anglo-franco-italo-statunitense sono stati discussi a lungo. Come rivela Debka, i Paesi occidentali preparano un piano per l’invasione della Libia contro SIIL, al-Qaida, Ansar al-Sharia e altre organizzazioni islamiste, così come contro il governo di Tripoli. L’operazione coinvolgerebbe attacchi missilistici lanciati da navi da guerra italiane, statunitensi, inglesi, francesi nel Mediterraneo e operazioni di sbarco sulle coste libiche. Secondo questo scenario, un gruppo sbarcherebbe nel Golfo della Sirte per occupare Sirte, la capitale dello SIIL in Libia. Quindi il gruppo verrebbe suddiviso in due gruppi, uno per riprendere Tripoli, Misurata, Zlitan e Qums. L’altro gruppo catturerebbe Bengasi, assieme a Ras Lanuf. Nel frattempo una seconda unità di Marines sbarcherebbe in Libia orientale per catturare la roccaforte islamista di Derna. Così, i Paesi occidentali potranno avere il controllo dei giacimenti di petrolio e gas della Libia. Anche se questo piano non si realizzasse, la probabilità di tale scenario è vera. Almeno agirebbe come mezzo per ricattare i gruppi filo-qatarioti-turchi. Infatti, il coinvolgimento occidentale oggi si limita alla fornitura di armi al generale Haftar, attacchi aerei, addestramento e raid congiunti delle forze speciali occidentali con le truppe del governo Tobruq.

La mancanza di unità nazionale
L’UE oggi si oppone all’idea di un’operazione militare su larga scala in Libia per l’assenza di un governo di unità nazionale, che giustificherebbe tale azione. Nonostante l’accordo mediato delle Nazioni Unite firmato nel dicembre scorso, il Parlamento di Tobruq vi si oppone; ed è stato anche accolto con grande sospetto da Tripoli. Uno dei principali motivi per cui non è ancora stato creato il governo è il diverso orientamento in politica estera dei gruppi rivali, così come il ruolo di attori autonomi: le fazioni etnico-tribali, i fondamentalisti religiosi e i signori della guerra locali. La creazione di un governo del genere porterebbe inevitabilmente ad una nuova spaccatura nelle due coalizioni esistenti e non farà che aggravare la frammentazione della Libia. Nel contesto della guerra civile permanente, l’unica opportunità per l’occidente di sequestrare e tenersi il petrolio libico sarebbe una qualche forma d’intervento e controllo diretto sui punti chiave della produzione e transito del petrolio. Non gli serve uno Stato libico, ma solo controllare la maggior parte degli attori e la loro presenza militare.debkaudarpoliviiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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