I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

Alessandro Lattanzio, 30/3/2016

560827La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.

Estado-islamico-creado-por-EEUU-680x365In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
La Libia è stato un caso semplice. Ma a parte lo scopo lodevole di salvare i civili libici dai probabili attacchi dal regime di Gheddafi, l’operazione libica non ha avuto conseguenze durature per la regione. La Siria è più difficile. Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

La Regeneide, ovvero perduta la Siria, si aggredisce l’Egitto

Alessandro Lattanzio, 30/3/2016A supporter of Egypt's army chief General al-Sisi holds poster of al-Sisi and former president Nasser, after bomb attack in CairoPerduta la Siria, il Blocco atlantista si volge contro l’Egitto del Fieldmaresciallo Abdalfatah al-Sisi. Nuovo oggetto del desiderio delle potenze altantiste, da quando Cairo stringe rapporti con Russia e Cina, e s’è sbarazzata della dittatura della setta salafita dei Fratelli mussulmani, creazione dell’intelligence inglese, la stessa che ha arruolato Giulio Regeni per condurre una guerriglia mediatica (e anche armata) (tramite la fondazione Antipode) contro il governo laico egiziano, deciso oppositore alla guerra contro la Siria e attore prominente nella Libia post-Jamahirya; due aspetti intollerabili per USA, Regno Unito, NATO e codazzo della sinistrina socialcolonialista italiana, e i relativi alleati regionali wahhabiti e taqfiriti (Jabhat al-Nusra, Stato islamico, Qatar, ecc.). Infatti, l’obiettivo della cosiddetta ‘Primavera araba’ era ritrasformare il Medio Oriente in una colonia economico-strategica dominata da esigue borghesie compradore e da arretrate sette islamiste.
L’Italia oggi è il ferro di lancia di tale assalto, soprattutto dopo aver ricevuto l’OK dai mass media degli USA come New York Times e Washington Post con il loro imprimatur sulla versione italiana dell’affaire Regeni. E appena ricevuto il via libera, i chihuaua dell’informazione italiana sono scattati sulle zampette posteriori, e sono apparsi figuri come Luigi Manconi, senatore nazipiddino e settario ‘dirittumanitarista’ targato CIA/Soros, oltre che moglio della spacciatrice di veline della CIA Bianca Berlinguer, la stessa che dall’autorevole bancarella della propaganda americanista TG-3 c’informava che Palmyra era stata liberata dagli USA…, oppure Emanuele Fiano, kibbuztnik sionista e gerarca nazipiddino. Tutti costoro invocano la rottura delle relazioni con l’Egitto, così il gas lo si andrà a comprare dai giacimenti occupati da Israele, e non da quelli sviluppati dall’ENI in Egitto.

Manconi e consorte

Manconi e consorte

Nell’impazzare della farsa del dirottamento dell’aereo egiziano, accaduto molto a proposito, con tempistica sospetta, tale da rafforzare l’idea che la liquidazione del provocatore Regeni sia opera delle forze ostili all’Egitto di oggi, l’infame italietta ‘impegnata e di sinistra’, è di tale operazione la salmeria (Ferrero, Cremaschi, i vari settari ‘marx-taqfiriti’, certuni perfino camuffati da ‘amici’ della Siria, gli orfani della spia sionista e pasionaria della ‘Rivoluzione’ islamista in Siria Tytty Cheriasen, ed altre carabattole), che va fiancheggiando con entusiasmo la nuova trovata neoimperialista, ovvero la distruzione degli Stati nazionali del Medio Oriente per sostituirli con degli sceiccati settari, seguendo le direttive delle agenzie d’influenza della NATO (note ufficialmente come ONG o ‘mass media internazionali’). E tutto nel nome della spia Regeni e delle 10mila sterline introdotte in Egitto a finanziare il terrorismo islamista. E difatti, la famiglia Regeni in tutto questo, svolge lo stesso compito svolto dalla famiglia di Vittorio Arrigoni, esercitare un’influenza esiziale nel residuale ambiente ‘internazionalista’, o pseudotale, in Italia, offrendo una copertura ‘romantica’ a un’operazione da guerra mediatica. Prima, la famiglia Arrigoni utilizzò il martirologio di Vittorio (persona che non ho mai apprezzato), per sostenere e supportare in Italia la propaganda e le attività a favore del terrorismo taqfirita contro la Siria. Oggi è la volta della famiglia di Regeni, consigliata dal figuro Manconi e dal suo PD, agente dei petrotaqfiriti a Roma. Infatti, Manconi non ha alzato un ditino per i due tecnici italiani assassinati in Libia dagli stessi figuri, i terroristi taqfiriti, che Regeni e il PD sostengono in Egitto. Da ciò il silenzio complice del contessino Paolo Gentiloni Silverj e della gerarchia nazipiddina, per cinque anni cheerleaders entusiasti dei massacri islamisti in Libia e Siria nel nome della CIA e di al-Jazeera. E’ o non è il PD l’agente che rappresenta gli interessi dei petroemiri e della Turchia neo-ottomana in Italia? Lo si vede bene in Libia, dove l’Italia contrasta l’operato egiziano sostenendo, di fatto, la setta della fratellanza mussulmana che occupa Tripoli e riceve armi e dollari da Turchia e Qatar, Paesi referenti della politica mediorientale di Roma.
A tale farsa oscena e autolesionista partecipa, con entusiasmo, il fecciume leghista che, dopo aver scoperto che il trucchetto di fingersi filo-Russia non porta alcun ritorno sul palchetto della politichina italiana (o padana), ritorna alle origini svolazzando verso Israele per “imparare i loro metodi per la sicurezza” ed invocando il pugno di ferro contro Unione indiana ed Egitto, percepiti dal quadretto medio della Lega quali Stati del quarto mondo abitati da subumani.

Renzi viene sottoposto a pressioni dalle ambasciate USA e Israeliane che utlizzano i loro referenti locali: la Lega, i dalemo-bersaniani nel PD, la sinitra varia e avariata al soldo delle forze wahhabite e salafite.

Renzi viene sottoposto a pressioni dalle ambasciate USA e Israeliana che utilizzano i loro referenti locali: la Lega, i dalemo-bersaniani nel PD, la sinistra varia e avariata al soldo delle forze wahhabite e salafite e il M5S encomiato dalla grande finanza inglese.

Ma il quadro mediorientale invece evolve a una velocità supersonica, ed è prevedibile che mentre l’Italia viene spinta a sprofondare nelle sabbie libiche, l’Egitto rompa i rapporti economico-strategici con Roma, sostituendoli con quelli con Russia, Cina e Francia. Sì, Parigi ha venduto all’Egitto 24 caccia Rafale, le 2 Mistral destinate alla Russia e 6 navi da guerra. Il risultato sarà che Cairo concederà le concessioni gasifere alle compagnie russe, cinesi o francesi, e l’Italia perderà le sue in Libia ed Egitto (meritatamente, visto che fu soprattutto l’ENI di Scaroni a spingere Berlusconi a pugnalare alle spalle Gheddafi, e ad abbandonare i tecnici della Bonelli, Piano e Failla, rapiti a Mellitah da sodali dei servizi segreti italiani). Non è bastato al governo Renzi eliminare 86 quadri e funzionari dei servizi segreti italiani (tra cui i responsabili di Libia e Siria), per salvare Roma dall’imminente nuovo disastro geopolitico voluto e cercato dal PD al servizio delle dittature wahhabitem, e dall’estrema sinistra italiana appendice dell’ufficio informazioni della CIA e di Gladio.

Liwa al-Ansar, ovvero la brigata salafita armata da Qatar e Turchia, ed affiliata allo Stato islamico, utilizza i ritratti di Haftar e al-Sisi come bersagli dei poligoni, chiudendo il cerchio tra agenzie spionistiche atlantiste e italiane, sinistra social-coloniale italiana, terrorismo taqfirita, e Qatar, Turchia e NATO

Liwa al-Ansar, ovvero la brigata salafita libica armata da Qatar e Turchia, ed affiliata allo Stato islamico, utilizza i ritratti di Haftar e al-Sisi come bersagli nei poligoni, chiudendo il cerchio tra agenzie spionistiche atlantiste e italiane, sinistra social-coloniale italiana, terrorismo taqfirita, Qatar, Turchia e NATO.

Concludo che, mentre in Italia la sinistreria si straccia le vesti per un sicario mandato in Egitto dall’intelligence social-colonista inglese, il resto del Mondo celebra un altro giovane che ha combattuto con tutto l’animo il terrorismo settario che i mandanti di Regeni armano e alimentano.
Le ultime parole di Aleksandr Prokhorenko, lo Spetsnaz di Palmira:
Prokhorenko: non posso. Mi hanno circondato e si avvicinano. Vi prego sbrigatevi.
Comandante: vai sulla linea verde, ripeto vai sulla linea verde.
Prokhorenko: sono qui, eseguite l’attacco aereo ora. Sbrigatevi, è la fine, dite alla mia famiglia che li amo e muoio combattendo per la Patria.
Comandante: negativo, torna sulla linea verde.
Prokhorenko: non posso. Comandante, sono circondato. Sono qui fuori. Non voglio che mi prendano. Conduca l’attacco aereo. Faranno strame di me e di questa uniforme. Voglio morire con dignità e che tutti questi bastardi muoiano con me. Vi prego è la mia ultima volontà, conduca l’attacco aereo. Comunque, mi uccideranno.
Comandante: confermate la vostra richiesta.
Prokhorenko: sono qui fuori, è la fine, comandante, la ringrazio. Dite alla mia famiglia e al mio Paese che gli voglio bene. Ditegli che sono stato coraggioso e che ho lottato fino alla fine. La prego si prenda cura della mia famiglia; vendicatemi, addio comandante, dite alla mia famiglia che le voglio bene.
Comandante: nessuna risposta, ordinato l’attacco aereo.1459246450-375fc7981c999742554f6ac19a1be3f0Aleksandr Prokhorenko, che per fortuna sua e mia, non sarà mai ricordato e commemorato dalla sinistraglia taqfiro-sionista che invece celebra una piccola spia e i suoi amici terroristi.

Nel 2013, in Egitto gli amici islamisti della sinistra italiana venivano cacciati dal potere, sventando il piano atlantista-islamista per distruggere gli Stati nazionali arabi e sostituirli con califfati wahhabiti retti dalle locali borghesie compradore alleate della NATO.

Nel 2013, in Egitto gli amici islamisti della sinistra italiana venivano cacciati dal potere, sventando il piano atlantista-islamista per distruggere gli Stati nazionali arabi e sostituirli con califfati wahhabiti retti dalle locali borghesie compradore alleate della NATO.

Il capo di al-Jazeera è un jihadista salafita

Nabil Ben Yahmad, Tunisie Secret 10 marzo 2016

La rivelazione esplosiva sul CEO islamo-terrorista della TV del Qatar. Si tratta di una indagine sulla vita parallela di Yasir Abu Hilala, prima di prendere l’autostrada Doha-Stato islamico! Volevamo sapere cosa una ex-produttrice di al-Jazeera intendesse per “il nostro nuovo direttore del SIIL” e abbiamo capito!

BtgofeXIUAAiTPPChi è dunque Yasir Abu Hilala, CEO di al-Jazeera, di cui i tunisini ignoravano anche il nome prima di scoprirne lo status su Facebook dai commenti offensivi dai suoi due dipendenti, Fatima Tariqi e Qadija Bengana? Ciò che ci ha spinto a scavare nel passato sepolto di Yasir Abu Hilala è la lettera dell’egiziana Huwayda Taha, per 19 anni ad al-Jazeera dove produceva documentari (vedasi l’articolo di Samira Handaui). Abbiamo cercato e trovato elementi e prove sufficienti per concludere che Yasir Abu Hilala è davvero l’uomo giusto al posto giusto!

Un fratello musulmano dal passato di jihadista salafita
Di origine giordana, Yasir Abu Hilala iniziò la carriera islamico-giornalistica all’inizio degli anni ’90 per alcuni giornali giordani, tra cui al-Ribat, organo ufficiale dei Fratelli musulmani nel Paese. Fu reclutato da al-Jazeera nel 1999 e grazie ai suoi stretti rapporti con i fratelli musulmani Wadah Qanfar e Thamur Ben Hamad, presidente del consiglio di amministrazione di al-Jazeera, fu nominato direttore dell’ufficio di Amman, incarico che mantenne fino al luglio 2014, quando fu nominato amministratore delegato in sostituzione di Wadah Qanfar, smascherato da un cablo di Wikileaks del 20 ottobre 2005 che ne dimostrava i legami con la CIA (1). La carriera da fondamentalista Yasir Abu Hilala l’iniziò molto presto nella gioventù dei Fratelli musulmani di Giordania. Come lui stesso disse nel luglio 2012, ammise di appartenere “a un partito politico. Ero un oppositore e invocai il cambio di regime dicendo che c’era un regime pre-islamico e apostata, ed era assolutamente necessario ribellarvisi ed imporre lo Stato islamico. Credevo in tutto questo ed ero pronto a morire… ma ora sono cambiato…” (2). E’ da vedere! Era così cambiato alla nomina a capo di al-Jazeera, nel luglio 2014, che fu salutato dagli ex-fratelli della setta, che credevano che la “nomina di Yasir Abu Hilala a direttore generale di al-Jazeera avesse un senso. L’uomo non brilla per eccellenza nel giornalismo… La sua presenza nella sede di al-Jazeera di Amman la si deve solo all’amico Wadah Qanfar...” L’anonimo autore di questo articolo aggiunge che “Yasir Abu Hilala è un ex-Fratello musulmano che si dice vicino al jihadismo salafita...” (3). Nel gennaio 2013 Yasir Abu Hilala riconobbe le relazioni con i jihadisti salafiti siriani e con il capo del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra” (4). Da parte sua, il giornalista dell’opposizione siriana Nizar Nayuf disse, il 25 luglio 2014, che “il terrorista e criminale Abu Hilala, figlio di Fratelli musulmani, fu tra i primi nella primavera del 2011 a trasportare nella regione di Dara, nel sud della Siria, armi e dispositivi di comunicazione satellitare… lo fece con l’aiuto dell’intelligence giordana e dei Fratelli musulmani giordani“. Secondo Nizar Nayuf, “Yasir Abu Hilala in persona organizzò l’incontro tra Abu Muhamad Julani (capo di Jabhat al-Nusra) e Taysir Aluni (giornalista di al-Jazeera) e membro di al-Qaida, che al-Jazeera trasmise nel dicembre 2013” (5).

Il “valore aggiunto” di Yasir Abu Hilala ad al-Jazeera
Molto prima che della promozione a capo di al-Jazeera, Yasir Abu Hilala si distinse per i numerosi articoli ed interviste ai terroristi islamici più pericolosi al mondo. Il 25 aprile 2006, al-Jazeera pubblicò un video di propaganda su Abu Musab al-Zarqawi (video disponibile su Internet in particolare su alsaha.net), diretto e narrato dallo stesso “giornalista”. Proprio nella “primavera araba”, nel luglio 2011, volle incendiare la Giordania riprendendo il vecchio sogno di distruggere il “regime pre-islamico”. Ma a differenza dei tunisini nel 2011, i giordani non ci cascarono e gliele suonarono (6). Yasir Abu Hilala è così vicino al salafismo jihadista che appena un anno dopo la nomina alla presidenza generale di tale rete integralista, un “sondaggio” fu trasmesso il 26 maggio 2015 chiedendo agli spettatori, “Sostenete le vittorie dello Stato islamico in Medio Oriente?” Gli intervistati in modo schiacciante sostennero lo Stato islamico, con l’81% di “sì” alla domanda! Il “sondaggio” avrebbe generato circa 38000 risposte, con solo il 19% di “no”! Come giustamente dice Huwayda Taha (vedasi l’indagine di Samira Handaui), “la mente dello SIIL era discreta“! E l’ex-produttrice del Qatar aggiunse: “Mi rattrista che questo luogo (al-Jazeera) sia divenuto filo-SIIL. I finanziatori di al-Jazeera erano più intelligenti quando facevano del loro meglio per nascondere il loro vero volto. Credo che l’intelligenza li abbia traditi oggi, divenendo indifferenti agli altri che ne constatano il palese filo-statoislamismo...”

Sondaggio sul FIS nel 2007, Sondaggio sullo SIIL nel 2015
Il “sondaggio” sulle vittorie dello Stato islamico ricordano un altro “sondaggio” dello stesso tipo che al-Jazeera fece il 12 dicembre 2007, il giorno dopo un attacco particolarmente letale in Algeria. La domanda posta era: “Siete a favore degli attacchi di al-Qaida in Algeria?” La risposta semplicemente includeva “sì” e “no”. I risultati furono una sorpresa: il 54% degli intervistati affermò di sostenere il terrorismo in Algeria! Va solo ricordato che presso al-Jazeera c’è sempre il cambio amministrativo nella continuità islamo-terroristica. Che siano Wadah Qanfar, Yasir Abu Hilala o un altro, tale rete sovversiva e di propaganda fondamentalista degli emiri del Qatar ha sempre avuto una sola linea editoriale: il trionfo mondiale dell’ideologia totalitaria di ciò che alcuni chiamano “Islam politico” e che noi chiamiamo fascismo verde. Per aver trasmesso un film vagamente antisemita, al-Manar TV è stata censurata in occidente; perché politicamente scorretta, la rete al-Mayadin fu inserita nella lista nera. Pertanto vedremo le autorità francesi vietare la rete dell’intolleranza, fondamentalismo e terrorismo al-Jazeera? Ai nostri compatrioti tunisini, il popolo, e non il governo, conosce ideologia, passato e obiettivi del predicatore di al-Jazeera. Sa cos’altro fare: petizioni, proteste e chiedere la chiusura di tale rete in Tunisia e l’espulsione dei suoi giornalisti-spie. Per accedere al mondo, France 24 avanza.

timthumb.php1) – Link al cablo di Wikileaks su Wadah Qanfar
2) – La confessione video di Yasir Abu Hilala del luglio 2012
3) – Articolo di un Fratello musulmano del 27 luglio 2014
4) – Link
5) – Pagina Facebook di Nizar Nayuf
6) – Yasir Abu Hilala ad Amman nel luglio 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Assad in Tunisia precipitò la caduta di Ben Ali?

Nabil Ben Yahmad, Tunisie Secret, 11 marzo 2016

Nel giugno 2010, Ben Ali si rifiutò di ricevere l’ambasciatore degli Stati Uniti Gordon Gray, che voleva ribadire il disappunto di Washington per la prevista visita ufficiale di Assad in Tunisia. Nonostante la forte pressione dissuasiva degli statunitensi, Ben Ali accolse il presidente siriano nel luglio 2010, cinque mesi prima della “rivoluzione dei gelsomini” che avviò la primavera araba!111216040409-ben-ali-horizontal-large-gallery

Il 12 luglio 2010, invitato da Ben Ali, il presidente siriano Bashar al-Assad e la moglie Asma al-Assad iniziavano la visita ufficiale in Tunisia. Non era la prima volta che Assad visitava il nostro Paese. La prima visita fu nel 2001, pochi mesi dopo l’ascesa alla presidenza siriana nel giugno 2000. La seconda visita fu nel maggio 2004, l’anno in cui George W. Bush impose le prime sanzioni economiche alla Siria! Già con la presidenza di Burguiba in Tunisia e governo di Hafiz al-Assad in Siria, nonostante alcune mini-crisi causate dall’attivismo del Baath in Tunisia, i rapporti tra Tunisia e Siria divennero eccellenti. Nel 1974 al vertice arabo a Rabat, Burguiba disse ad Hafiz al-Assad, “Tu, tu non sei come gli altri arabi“! Già nell’ottobre 1973, durante il conflitto arabo-israeliano, Burguiba assicurò Hafiz al-Assad e Sadat del “pieno sostegno diplomatico e militare, nonostante i nostri modesti mezzi“. In seguito, fu l’architetto della riconciliazione tra Hafiz Assad e re Husayn di Giordania. Con la coppia Assad-Ben Ali, i rapporti siriano-tunisini ebbero una svolta economica e strategica senza precedenti. Nella prima visita di Assad nel luglio 2010, i due leader si erano appena incontrati in Libia, a margine del vertice della Lega degli Stati arabi a Sirte, del 27 e 28 marzo 2010. Secondo l’agenzia stampa SANA, “le discussioni evidenziarono l’importanza di una cooperazione siriano-tunisina forte ed efficace per rispondere alle sfide che minacciano la regione“. Già all’epoca!

Una visita altamente strategica
La visita di Bashar al-Assad a Tunisi fu preceduta dalla visita a Tunisi, nel maggio 2010, del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Araba Siriana, Muhamad Naji al-Utri. Dal 12 al 16 giugno una missione di imprenditori tunisini visitò la capitale siriana. Organizzata dalla Camera di Commercio e Industria di Tunisi (CCIT), la missione fu caratterizzata da sessioni tra imprenditori e industriali tunisini e rispettive controparti siriane. Durante il viaggio di Muhamad Naji al-Utri a Tunisi, sette nuovi accordi furono firmati, di cui ne furono resi pubblici solo sei: un programma esecutivo di lavoro tra l’Export Promotion Center (CEPEX) della Tunisia e il Consiglio per lo sviluppo e la commercializzazione delle esportazioni siriane; un protocollo di cooperazione tra il porto di Tartus in Siria e il porto di Sfax in Tunisia; un piano per la cooperazione nell’istruzione superiore; un protocollo d’intesa per lo sviluppo delle imprese, micro e medie; e un accordo quadro tra la Banca centrale della Siria e la Banca centrale della Tunisia. Il settimo accordo riservato era sulla “cooperazione militare completa” tra Siria e Tunisia.

La cooperazione siriano-tunisina esasperava Stati Uniti ed Israele
Alla vigilia dell’arrivo a Tunisi della coppia presidenziale siriana, in una dichiarazione all’agenzia siriana SANA, il nostro ambasciatore a Damasco Muhamad Auytia sottolineò “il sostegno della Tunisia al recupero di tutto il Golan siriano occupato“, aggiungendo che “Siria e Tunisia hanno gli stessi interessi nel sostenere la causa araba, in particolare quella palestinese e la riattivazione dell’azione araba congiunta“. Sottolineò “coordinamento e consultazioni permanenti tra i due Paesi sulle cause arabe, regionali e internazionali”(1). Muhamad Auytia ricordò che i due Paesi erano già collegati da oltre 150 accordi bilaterali, aggiungendo che Tunisi e Damasco “aumenteranno cooperazione e commercio e attiveranno accordi su tutti i settori della cooperazione“. I media israeliani, ovviamente, non videro questa visita nello stesso modo. Secondo alcuni di loro, “la Siria è sempre stata coccolata dalla Tunisia, che in gran parte ignora le accuse di terrorismo di Washington al regime baathista… La domanda che si pone qui; chissà quale interesse vede Assad in Tunisia? Cosa porterà quest’uomo a un piccolo Paese in lotta continua col terrorismo?… Tanto più che l’amore tunisino-siriano cade quando l’opinione pubblica internazionale approva e applaude la posizione senza compromessi del governo degli Stati Uniti contro Damasco“. (2)

Si accumulano le rimostranze statunitensi contro Ben Ali
Innanzitutto ricordiamo che Assad visitò la Tunisia nel maggio 2004, sei mesi prima della rielezione di George W. Bush, che inaugurò il secondo mandato con l’imposizione di sanzioni economiche alla Siria! Il motivo dichiarato era il sostegno di Damasco ai “gruppi terroristici”, cioè Hezbollah e Hamas. Le sanzioni economiche furono mantenute e rinnovate da Barack Obama, che anche criticava la Siria per aver fatto degenerare la situazione in Libano. Così, dopo l’incrollabile sostegno a Sadam Husayn durante il blocco economico all’Iraq, per gli statunitensi l’amicizia di Ben Ali con Bashar al-Assad era troppo. Ben Ali persistette nella collaborazione con gli “Stati canaglia”, come i fanatici neoconservatori dicevano. Ma per Ben Ali, il governo degli Stati Uniti e le sue stranezze erano il minimo delle preoccupazioni. Continuò la politica estera sovrana decisamente filo-araba. Nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti su Ben Ali affinché non si recasse a Damasco per partecipare al vertice degli Stati arabi, il 29 e 30 marzo 2008, lo fece comunque. La stessa pressione degli Stati Uniti su tutti gli Stati arabi ebbe successo dato che di 22 Paesi membri della Lega araba, solo 10 furono rappresentati dai capi di Stato al vertice arabo a Damasco. In confronto, al vertice 2007 della Lega araba, a Riyadh, tutti i 22 capi di Stato erano presenti. Il Ministro degli Esteri siriano Walid Mualam accusò allora gli Stati Uniti di aver voluto silurare l’incontro tenutosi in Siria. Infatti, secondo RFI, “Washington invitò i Paesi arabi a riflettere prima di prendere la via di Damasco, accusando chiaramente il regime di Bashar al-Assad di ostacolare l’elezione del futuro presidente libanese” (3).

Accelerazione del colpo di Stato contro Ben Ali
Infine si giunse alla crisi diplomatica tra Tunisi e Washington, un mese prima del viaggio del presidente siriano a Tunisi, il 12 luglio 2010. Nel maggio 2010, l’ambasciatore statunitense in Tunisia Gordon Gray trasmise al Ministero degli Esteri tunisino un “messaggio urgente” del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che diceva: “è desiderio di Washington che la visita ufficiale del presidente siriano sia rinviata“. Non avendo ricevuto risposta, Gordon Gray chiese un incontro con Ben Ali che fu fissato il 6 giugno 2010, ma due giorni prima fu rinviato. Il 14 giugno 2010, un tunisino-statunitense abbastanza influente a Washington andò a Tunisi per incontrare Ben Ali su una “questione delicata”. Il consigliere del presidente degli USA fu ricevuto il 16 giugno 2010. Si può immaginare il contenuto di tale “materia sensibile”! Infine, Bashar al-Assad fece la visita ufficiale in Tunisia, programmata per due giorni (12 e 13 luglio 2010) ma estesa al 14 luglio. Il resto si sa: il 17 dicembre 2010 l’ubriacone di Sidi Buazid si diede fuoco, i cyber-collaboratori furono attivati, le cellule dormienti islamiste attaccarono le stazioni di polizia e gendarmeria, cecchini stranieri aprirono il fuoco sui manifestanti, mercenari di Stati Uniti e Qatar si coordinarono, al-Jazeera e France 24 si mobilitarono, la stampa occidentale galvanizzò il “popolo”, Facebook esplose, la menzogna del generale che “ha detto no a Ben Ali” fece il giro del mondo…. e il 14 gennaio 2011, poche ore prima di pronunciare il discorso finale alla nazione in tenuta da generale, Ben Ali fu messo su un aereo diretto in Arabia Saudita. Il resto è nelle memorie del presidente tunisino che ha detto No agli Stati Uniti!article-2106057-11E691F1000005DC-285_634x435(1) – Gnet
(2) – Identité Juive
(3) – RFI

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Egitto e altre operazioni nel Mediterraneo

Alessandro Lattanzio, 9/3/2016

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Secondo Muhamad Sadiq Qarazi, stretto collaboratore dell’ex-presidente iraniano, Kerry avrebbe detto a numerosi ministri arabi che “tutto il mondo arabo è nelle mani di Qasim Sulaymani“. Nell’intervista alla TV iraniana Qarazi ha detto che il ministro degli Esteri dell’Oman, Yusuf bin Alawi, aveva riferito che durante l’incontro tra Kerry e i ministri degli Esteri di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania, avrebbero criticato l’atteggiamento statunitense verso l’Iran. Sadiq Qarazi aveva riferito: “Quando il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayad contestò la controparte statunitense, Kerry afferrò un fazzoletto e rivolto ai ministri arabi disse “Tutto il mondo arabo è nelle mani del Generale Qasim Sulaymani che combatte il terrorismo. L’attacco dell’11 settembre fu condotto da elementi provenienti da Arabia Saudita, Pakistan e altri Paesi arabi, non abbiamo trovato alcun iraniano tra gli attentatori di quell’attacco terroristico“.libya_oil_gas_fields_weo_2005Confusione strategica in Libia
Lo Stato islamico in Libia, presente a Sirte, Sabratha al confine con la Tunisia, e presso Derna dalla seconda metà del 2015, quando lo SI iniziava a tentare di occupare o distruggere le stazioni petrolifere di Mabruq, Dahra, Ghani e Bahi, allo scopo “di danneggiare l’ancora di salvezza economica del Paese per indebolire lo Stato e così i Paesi europei fortemente dipendenti dal petrolio libico”. Lo Stato islamico si diffondeva in Libia, occupando Sirte e assorbendo Ansar al-Sharia, filiale di al-Qaida, controllando 125 km di coste libiche, combattendo a Bengasi e Derna e cercando di occupare Aghedabia, snodo dei collegamenti tra i porti e i giacimenti di gas e petrolio. Lo Stato islamico aveva circa 3000 combattenti in Libia. L’11 dicembre, il primo ministro francese Manuel Valls invocava sforzi internazionali per schiacciare lo SI che si estendeva sul Paese nordafricano, “Siamo in guerra. Abbiamo un nemico che dobbiamo combattere e schiacciare in Siria, Iraq e presto Libia”. A novembre, gli statunitensi avevano bombardato Derna, cercando di uccidere un capo dello SI.
115273-libyan-rebel-fighters-fire-a-grad-rocket-at-the-front-line-west-of-the Il 16 dicembre i parlamenti di Tripoli e Tobruq firmavano un accordo a Sqirat, in Marocco, sponsorizzato da ONU, Qatar, Turchia, Italia, Spagna, Marocco e Tunisia, per la formazione di un governo di unità nazionale, un Consiglio di Presidenza, una Camera dei Rappresentanti ed un Consiglio di Stato. A Roma, il 13 dicembre, si erano incontrati su questo tema i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania, Spagna, Algeria, Ciad, Marocco, Niger, Qatar, Tunisia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Ma su 156 parlamentari di Tobruq, solo 90 firmavano l’accordo, mentre dei 136 di Tripoli, espressione della fratellanza musulmana, poco più della metà, 69, l’approvava. I contrari erano appoggiati da Abdalhaqim Belhadj il capo del Gruppo Islamico Combattente Libico, dal Consiglio della Shura dei Mujahidin di Derna, e dalle milizie salafite filo-turche di Misurata; mentre Haftar, capo dell’esercito di Tobruq, definiva i negoziati “una perdita di tempo”, in ciò sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Secondo il cugino del defunto leader libico Muammar Gheddafi, Ahmad al-Dam Gaddafi, enormi quantità di gas Sarin furono sequestrate e inviate a Tripoli dai terroristi dello SI. Al-Dam aveva detto che i terroristi avevano già utilizzato il Sarin in Libia nel 2014, ma “ciò fu trascurato dalla comunità mondiale“. Il 14 dicembre un commando di 20 soldati degli Stati Uniti, in missione segreta in Libia, giungeva nella base aerea di Watiyah, ma si ritirava su pressione dei comandanti locali, avendogli negato il permesso di usare la base aerea. I 20 soldati erano sbarcati “in stato di prontezza al combattimento indossando giubbotti antiproiettile e armi avanzate“. Watiyah è vicina a Sabratha, la base più occidentale dello Stato Islamico in Libia. Nelle settimane precedenti, velivoli da ricognizione francesi e statunitensi avevano sorvolato Sabratha, Sirte, Bengasi e Derna. Una dichiarazione del Pentagono diceva: “Con il concorso di funzionari libici, militari statunitensi si erano recati in Libia il 14 dicembre per impegnarsi nel dialogo con i rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico. Mentre erano in Libia, i membri di una milizia locale hanno chiesto che il personale degli Stati Uniti se ne andasse. Nel tentativo di evitare il conflitto è partito senza incidenti“. Secondo un autore di Foreign Affairs, Joseph Micallef, “La Libia ha sempre un posto di rilievo nei piani d’espansione dello Stato islamico. Le prime tre province straniere dello Stato islamico sono tutte in Libia. Il 13 novembre 2014, Abu Baqr al-Baghdadi annunciava la creazione di tre nuovi wilayat o province dello Stato islamico, in Libia (Wilayat al-Barqah, Wilayat al-Tarabulus e Wilayat al-Fizan). I tre wilayat corrispondevano alle tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Nelle ultime settimane vi sono state indicazioni che la città libica di Sirte diverrebbe la nuova capitale dello Stato Islamico se Raqqa dovesse cadere in mano alle forze anti-SIIL“. Nel frattempo, la Francia aveva dispiegato 3500 soldati in una nuova base, a 45 km dal confine meridionale con la Libia. Secondo The Guardian, “funzionari occidentali si attivano per ottenere l’autorizzazione per attacchi aerei sulla Libia nei prossimi giorni, prima che lo Stato islamico catturi l’importante città di Aghedabia, porta di accesso alla ricchezza petrolifera del Paese. Aspri combattimenti infuriano in città, che si trova su un altopiano roccioso che domina i porti petroliferi orientali. La sua cattura darà allo SI il comando del bacino di Sirte, che ospita la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia. Jet statunitensi, inglesi e francesi sono in stand-by per colpire dalle basi nel Mediterraneo, con droni e aerei da ricognizione già in volo. Forze speciali statunitensi sono nel deserto libico, con un’unità inavvertitamente fotografata nella base aerea occidentale di al-Watiyah, la scorsa settimana. … F-15 statunitensi avevano bombardato una riunione di al-Qaida ad Aghedabia, a luglio, partendo dalle basi in Italia. Tornado e Typhoon della RAF a Cipro, assegnati ai bombardamenti in Siria, possono essere rivolti a sud con rifornimenti in volo dalle aerocisterne. Aerei da ricognizione francesi sorvolano le basi dello SI e forze speciali degli Stati Uniti incrociano nella regione”. Gli Stati Uniti perseguivano gli sforzi per aumentare la presenza militare del Comando Africa (AFRICOM), con migliaia di truppe, la costruzione di basi e di piste aeree, operazioni di raccolta delle informazioni e la formazione di partnership con regimi locali.
Il 6 gennaio, un convoglio di 12 veicoli del SI tentava di occupare Ras Lanuf, venendo respinto dalle Guardie petrolifere, ma un deposito del terminal petrolifero di Sidra veniva distrutto da un’autobomba. Già il 4 gennaio, il SIIL aveva occupato Bin Jawad, 30km a ovest di Sirte, sulla strada dalla roccaforte di Sirte, da cui aveva organizzato gli attacchi ai porti petroliferi Sidra e Ras Lanuf, i più grandi della Libia, capaci di produrre 500000 barili di petrolio al giorno. La Libyan National Oil Company (NOC) aveva chiesto aiuto per affrontare lo Stato islamico, “siamo impotenti e non possiamo fare nulla contro la distruzione deliberata degli impianti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf”. Sirte e 125 km di coste libiche erano controllate dallo SI. L’ONU chiedeva ai parlamenti di Tobruq e Tripoli di accettare l’accordo per condividere il potere, creando un governo di unità nazionale guidato dall’imprenditore Fayaz al-Saraj a Tripoli. Il Daily Mirror riferiva che team dello Special Reconnaissance Regiment delle SAS inglesi operavano in Libia preparando il terreno per l’invio di circa 1000 soldati inglesi, nell’ambito di un’operazione italo-anglo-francese, “Questa coalizione fornirà ampi mezzi di sorveglianza, per le operazioni contro lo Stato islamico che avanza ampiamente in Libia”. Sempre il 7 gennaio, lo Stato islamico compiva un attentato suicida contro un centro di addestramento della polizia di Zlitan, uccidendo 75 persone, il peggiore attentato dall’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011. Il 19 febbraio, 2 cacciabombardieri F-15E del 48.th Fighter Wing dell’US Air Force, decollati da Lakenheath nel Regno Unito, bombardavano la base dello Stato islamico nel quartiere Qasr Talil di Sabratha, uccidendo 49 persone. Il Ministro degli Esteri della Serbia dichiarava che l’attacco aveva ucciso Sladjana Stankovic e Jovica Stepic, impiegati dell’ambasciata serba rapiti l’8 novembre 2015 a Sabratha. “Purtroppo, in conseguenza di questo attacco allo Stato islamico in Libia, i due hanno perso la vita“.
EUCOM Image A gennaio l’Italia s’impegnava a consentire ai droni armati statunitensi di decollare dalla base di Sigonella per intervenire contro lo SI in Libia. Nei 18 mesi precedenti Washington aveva ripetutamente richiesto all’Italia di effettuare operazioni sulla Libia con droni armati da Sigonella. Il governo italiano dichiarava che parteciperà ad operazioni militari in Libia solo su richiesta del governo libico legittimo. Dalla base dell‘US Navy di Sigonella, la Naval Air Station Sigonella, decollavano gli UAV statunitensi Reaper che effettuavano i raid contro lo Stato islamico in Libia. La base di Sigonella ospita la 12.th Special Purpose Marine Air-Ground Task Force dei Marines, il cui compito è addestrare e istruire le forze armate dei Paesi africani partner degli USA nella ‘Guerra al terrore’. Sigonella ospita 2000 militari statunitensi, velivoli da pattugliamento marittimo P-3C Orion, velivoli da trasporto C-130 Hercules, convertiplani V-22 Osprey, 3 UAV Global Hawk e 6 UAV Reaper. Secondo il Military Technical Agreement del 2006, che regolarizza le attività di Sigonella, ogni operazione va autorizzata dalle autorità italiane. I Global Hawk, presenti a Sigonella dal settembre 2010, sono droni da ricognizione strategica a lungo raggio, con un’apertura alare di 40 metri e un peso di 15 tonnellate, che volano alla quota operativa di 18000 m e con autonomia di oltre 24 ore. I Global Hawk sono dotati del radar AN/ZPY-2 MP-RTIP (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), con capacità GMTI (Ground Moving Target Indicator), per inseguire bersagli terrestri, e capacità SAR (Sintetic Aperture Radar), cioè mappare il terreno sorvolato con una risoluzione di 1 metro. Il velivolo può essere equipaggiato per l’intelligence elettronica (COMINT ed ELINT). Il Reaper, di stanza a Sigonella dal 2012, ha un peso massimo al decollo di oltre 4,6 tonnellate, un’apertura alare di 20 metri, ed ha un’autonomia di 14 ore e vola alla quota operativa di 8000 m. Il Reaper può trasportare 1,7 t di armi come missili aria-superficie Hellfire, bombe laserguidate e bombe a guida satellitare. Il velivolo è dotato del radar Lynx, con capacità SAR e GMTI, e di una gondola di puntamento e designazione obbiettivi dotata di videocamera agli infrarossi, TV, telemetro ed illuminatore laser per guidare missili e bombe. Nel frattempo, forze speciali francesi arrivavano nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, per sostenere il generale Qalifa Balqasim Haftar e le operazioni dell’LNA. Un centro operativo comune veniva istituito tra le forze libiche del generale Haftar, sotto il comando del colonnello Salim al-Abdali, ed unità del Commandement des Opérations Spéciales (COS) del 1.er Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine, e agenti della Direction du Renseignement Militaire (DRM), ovvero l’intelligence dello Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, ed unità del Service Action (SA), reparto armato della Direction des Opérations (DO), componente della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), l’intelligence estera francese dipendente direttamente dal Presidente della Repubblica francese. Al ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, Haftar annunciava il rafforzamento delle operazioni militari e l’occupazione di Aghedabia e del porto di al-Muraysah. L’offensiva di Haftar contro Ansar al-Sharia e Fajir al-Libya era stata possibile con il supporto logistico dell’Egitto, che inviava al generale armi e combattenti zintani trasportati via aerea dal jabal al-Nafusa. Nel Fizan, nel frattempo, operavano le squadre da ricognizione francesi della base avanzata Madama nel Niger, nell’ambito dell’operazione Barkhane. Madama opsita 300 legionari francesi del 2.me REP (Régiment Étranger de Parachutistes), del 3.me RPIMa (Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine), e delle forze speciali del 13.me Régiment de Dragons Parachutistes, supportati da elicotteri, aerei da trasporto e unità di genieri. Dal 2015 l’Aeronautica Militare francese rifornisce le milizie di Zintan nel jabal al-Nafusa.
A Sabratha, il 27 febbraio, le forze della LNA eliminavano 11 terroristi del SIIL. Mentre Ali Ramadan Abuzaquq, ministro degli Esteri del governo islamista di Tripoli, affermava che il suo governo sarebbe stato contento se l’Italia avesse guidato l’intervento in Libia, la Gran Bretagna inviava in Tunisia una squadra di 20 istruttori della 4.ta Brigata di fanteria. Il governo islamista di Tripoli contava sull’appoggio della coalizione Fajir al-Libya e dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata di Salahudin Badi, ex-comandante dell’intelligence militare libica e fratello musulmano.
L’Unione dei Rivoluzionari di Misurata avrebbe avuto a disposizione 40000 effettivi dotati di una cinquantina di carri armati T-55, qualche centinaio di blindati BMP e BTR, lanciarazzi multipli BM-21 Grad, sistemi controcarro, un migliaio di pickup armati con armi antiaeree da 14,5mm e 23mm, cannoni senza rinculo M40 da 106mm e cannoncini antiaerei M55A4B1 da 20mm.
Fajir al-Libiya avrebbe avuto a disposizione 20000 uomini effettivi, mortai, obici, lanciarazzi da 107mm e da 122mm, oltre 1000 pickup armati.
A Tripoli erano attive altre tre milizie: il Consiglio Militare di Tripoli di Abdalhaqim Balhaj, ex-capo del Gruppo Combattente Islamico libico ed agente del Qatar, che avrebbe avuto a disposizione 10000 miliziani che controllavano l’aeroporto Mitiga e l’aeroporto internazionale di Tripoli; la milizia berbera del Congresso Generale Nazionale di Nuri Abusahmain; la LROR (Sala Operativa dei Rivoluzionari della Libia), composta da 2000 miliziani dotati di una cinquantina di blindati Nimr-II e qualche carro armato T-55; la RADA o Forza di Deterrenza Speciale salafita. In Cirenaica era attiva la Brigata Martiri del 17 Febbraio, milizia della Fratellanza musulmana formata da 5000 elementi. Nel Fizan, il governo di Tripoli contava sulle milizie tuareg.
Il governo di Tobruq contava sull’Esercito Nazionale Libico del generale Qalifa Haftar, formato da 30000 effettivi dotati di arri armati T-55, T-62 e T-72, 300 blindati BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 100 Nimr-II, 300 BRDM-2, 200 Humvee e i blindati Puma forniti dall’Italia, una ventina di veicoli M53/59 Praga dotati di cannoni antiaerei da 30mm, il tutto supportato da un’aviazione formata da 8 caccia MiG-21, 4 caccia MiG-23, 2 cacciabombardieri Su-24 e una decina di elicotteri d’attacco Mi-24 e d’assalto Mi-8 schierati nelle basi aeree di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) ed al-Nasir (Tobruq). La Marina militare di Tobruq doveva disporre della motomissilistica Shafaq, della corvetta Tariq Ibn Ziyad e di un dragamine. Principale alleato di Haftar era il Consiglio Militare dei Rivoluzionari di al-Zintan, composto da 23 milizie di Zintan e jabal Nafusa, in Tripolitania, che riunivano 30000 effettivi dorati di centinaia di tecniche, cannoncini antiaerei, mortai, pezzi di artiglieria e lanciarazzi. Inoltre vi erano le 20000 Guardie petrolifere di Ibrahim Jadran che sorvegliano gli impianti petroliferi della Cirenaica. Altri alleati di Tobruq erano le milizie Warfala e Warshafana di Bani Walid e di Sirte, e le milizie tebu del Fizan.
Infine vi erano Ansar al-Sharia, aderente ad al-Qaida nel Maghreb Islamico formata da 5000 elementi, tra Bengasi e Derna, dotati di tecniche, 30 cannoni D30 da 122mm e 50 lanciarazzi BM-21 Grad. Alleata di Ansar al-Sharia era la liwa Umar al-Muqtar composta da circa 250 miliziani guidati da Ziyad Balam, attiva a Derna, Aghedabia e Bengasi. Infine lo Stato islamico che disponeva di basi ad Hun, tra Sirte e Sabha, e di 8000 effettivi dotati di pickup armati.
Il 2 marzo, nello scontro tra Stato Islamico e Fajir al-Libya venivano uccisi 2 tecnici italiani rapiti a Sabratha, Salvatore Failla e Fausto Piano. La vedova di Failla, Rosalba Castro, dichiarava “Salvo mi mandò un messaggio su whatsApp il 20 luglio, appena arrivato in Libia dopo essere stato in Sicilia: ‘Non sono ancora arrivato al cantiere, ti chiamo più tardi’, mi scrisse. Tante volte mi sono interrogata su quello strano spostamento, da Tripoli al campo base, fatto di sera e non di mattina presto come al solito. Io sono convinta che, in tutti questi mesi, mia marito sia rimasto a Sabratha. E lì era, ne sono certa, quando il 19 febbraio i droni americani hanno buttato le bombe”.libya-Kadir-AksoyRidislocamento geopolitico nel Mediterraneo
Mentre si svolgevano i negoziati tra Rosoboronexport (azienda per l’esportazione della Difesa russa) e governo egiziano per dotare di sistemi di comunicazione e controllo le portaelicotteri Mistral vendute all’Egitto, Cairo continuava a rinnovare la geopolitica egiziana. Secondo l’analista egiziano Samir Ayman, il governo del Generale al-Sisi apriva contatti con Hezbollah e l’Iran per sviluppare un coordinamento sulla sicurezza in relazione alla crisi in Siria. “L’obiettivo della visita si concentrava sulla creazione di stretti rapporti tra Egitto ed Hezbollah in linea con gli interessi comuni. Data la potenza ed efficienza nella regione araba e il sostegno al governo siriano contro l’aggressione straniera, il governo egiziano ora tenta di aprire un canale di comunicazione con Hezbollah e Iran“, affermava Samir concludendo che Egitto ed Hezbollah affrontavano il ruolo negativo di Riyadh e Ankara nella crisi in Siria. Questo avveniva nel quadro regionale che vedeva anche il sequestro della nave battente bandiera del Togo Kuki Boy carica di armi destinate al Libano. La nave da carico trasportava 6 container con migliaia di armi, munizioni ed esplosivi, veniva sequestrata dalle autorità greche al largo di Creta, il 28 febbraio, dopo aver salpato dal porto turco di Izmir alla volta del Libano. In due casi precedenti la polizia aveva confiscato fucili Winchester SXP: nel settembre 2015, quando i greci sequestrarono la nave da carico Haddad 1 che ha trasportava 5000 fucili per gli islamisti in Libia, e nel novembre 2015, quando la polizia italiana scovò 800 fucili dello stesso tipo su un autocarro olandese proveniente dalla Turchia. Difatti, i libanesi alcuni mesi prima avevano arrestato un principe saudita che trasportava 2 tonnellate di Captagon sul suo aereo privato. Il Captagon è la droga utilizzata dai terroristi attivi in Siria. I sauditi reagivano ritirando i 3 miliardi di dollari di prestiti promessi ai militari libanesi per acquistare armi dalla Francia. E una settimana prima del sequestro, gli Stati del Golfo Persico avevano avvertito i propri cittadini di lasciare il Libano. L’Arabia Saudita agendo in tal modo, cercava di vendicarsi del Libano che non l’aveva seguita nella condanna di Hezbollah. Sui 3 miliardi di dollari promessi all’esercito libanese, con cui comprare armi francesi, il 5 marzo il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava “Non abbiamo rotto il contratto. Sarà attuato ma il cliente sarà l’esercito saudita. Abbiamo deciso che i 3 miliardi di euro (in equipaggiamenti) non saranno consegnati all’esercito libanese ma saranno reindirizzati all’esercito saudita. Siamo di fronte ad una situazione in cui le decisioni vengono dettate da Hezbollah libanese. Le armi andranno all’Arabia Saudita, e non ad Hezbollah“.
French President Francois Hollande offers condoleances to Saudi King Salman following the death of Saudi King Abdullah in Riyadh La nave da carico del Togo, probabilmente, rientrava in un’operazione saudita-turca per scatenare una nuova guerra civile libanese, possibilmente presso Tripoli, aprendo un nuovo fronte contro l’Asse della Resistenza. Inoltre, l’Arabia Saudita avrebbe cercato di costituire una milizia settaria sunnita in Libano reclutando profughi siriani. Probabilmente una copertura per giustificare la comparsa di forze taqfirite da infiltrare ed attivare agli ordini dei sauditi in Libano. In precedenza, il segretario di Stato degli USA John Kerry, in una testimonianza alla Commissione Affari Esteri, aveva accennato a un “piano B” per la Siria, un’“opzione militare per rendere difficile a Damasco ed alleati continuare l’assalto contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti”. Kerry, rispondendo al commento del presidente della Commissione Bob Corker che i russi avevano “realizzato i loro obiettivi” in Siria, sostenne che i russi e il governo siriano avrebbero avuto il controllo di Aleppo ma che, “controllarne il territorio è sempre stato difficile“, e che i russi non potevano impedire all’opposizione di avere le armi necessarie per continuare la guerra, finché Stati Uniti ed alleati li sostengono. E intanto il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr e il capo dell’intelligence saudita Qalid al-Hamidan, compivano una visita segreta in Israele per discutere di azioni congiunte israelo-saudite contro Iran, Siria e Libano, incontrandosi con i funzionari del Mossad e il primo ministro Biniyamin Netanhayu. In precedenza funzionari israeliani avevano visitato la capitale saudita Riyadh. Già nel 2015 si erano svolti cinque incontri israelo-sauditi in India, Italia e Repubblica Ceca.
Concludendo, i 6 Stati (Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti) del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) definivano il movimento di Resistenza libanese Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Ciò perché Hezbollah è al fianco del governo del Presidente Bashar al-Assad contro i terroristi taqfiriti (SIIL, al-Qaida, ecc). L’Algeria si rifiutava di seguire le petromonarchie wahhabite, durante la riunione del 2 marzo 2016 a Tunisi dei ministri degli Interni arabi, dove Libano e Iraq si astenevano dal definire Hezbollah organizzazione terroristica. Il Ministero degli Interni algerino avvertiva che “qualsiasi distorsione della posizione algerina sarà considerata dall’Algeria come azione volta a scatenare dei conflitti regionali”, mentre il portavoce del Ministero degli Esteri Abdalaziz Ben Ali Sharif affermava che qualsiasi decisione su Hezbollah deve venire dai libanesi stessi, “L’Algeria per cui la non interferenza negli affari interni di altri Paesi è uno dei principi guida della politica Estera, vieta qualsiasi interferenza in questa materia e si rifiuta di parlare al posto dei libanesi nel caso che li riguarda in modo esclusivo“. Hezbollah è “un movimento politico e militare parte del paesaggio sociale e politico del Libano e partecipa agli equilibri fragili pazientemente e faticosamente negoziati in quel Paese, nel quadro degli accordi di Taif, a cui aveva partecipato“. E il 7 marzo arrivava la risposta alla dichirazione algerina; lo SIIL attaccava la città di Ben Gardan, in Tunisia, al confine con la Libia, dove 35 terroristi, 7 civili e 11 poliziotti rimanevano uccisi. “Questo è un attacco senza precedenti, pianificato e organizzato. Il suo obiettivo era probabilmente prendere il controllo di questa zona e annunciare un nuovo emirato“, dichiarava il presidente tunisino Baji Qaid al-Sabsi. “L’attacco è stato un tentativo dei terroristi dello SIIL di ritagliarsi una roccaforte al confine“, dichiarava il primo ministro Hasid al-Sid. E le forze armate algerine aumentavano l’allerta a seguito dell’attacco a Ben Gardan. Secondo il quotidiano al-Qabar il presidente algerino Abdalaziz Butafliqa ordinava al comando dell’esercito di adottare misure per garantire la sicurezza dei confini algerini ed eliminare le minacce alla sicurezza nazionale, dopo che i servizi di sicurezza algerini avevano avuto informazioni su possibili attacchi terroristici da Libia e Mali.
Attaque-de-Ben-Guerdane Nel frattempo, i Paesi europei, davanti all’evolversi della situazione in Siria, decidevano di cambiare atteggiamento. Negli ultimi quattro mesi varie delegazioni dei servizi segreti di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, avrebbero segretamente visitato la Siria, per cercare un rapporto di collaborazione con i servizi di sicurezza e il Ministero degli Interni della Siria nella lotta al terrorismo, ottenendo dati sui terroristi europei presenti in Siria e i terroristi siriani che potrebbero infiltrarsi con i rifugiati in Europa. La delegazione unitaria dei servizi segreti italiani e svedesi, che aveva segretamente visitato Damasco, chiese ai funzionari siriani i fascicoli giudiziari di tutti i cittadini siriani giunti in Italia, Svezia e Norvegia fin dal 2011. Il servizio d’intelligence tedesco invece non aveva mai rotto i rapporti con i servizi segreti siriani e mostrava interesse per il traffico di petrolio dello SIIL. Anche il Canada, primo Paese non europeo, ha voluto instaurare una cooperazione sulla sicurezza con il governo siriano per combattere i terroristi che cercassero di entrare nel territorio canadese camuffati da rifugiati siriani. Il governo siriano dava priorità alla cooperazione con i servizi segreti tedeschi, mentre alle richieste di Italia, Svezia e Canada non dava una risposta. Riguardo la Francia, il Paese europeo più ostile alla Siria, Damasco ha posto chiare condizioni per stabilire una cooperazione. Una delegazione del servizio d’intelligence francese aveva visitato Damasco per migliorare le relazioni sulla sicurezza, ma la risposta della Siria era che tale cooperazione deve avvenire attraverso canali diplomatici presso l’ambasciata francese a Damasco, ancora chiusa, o un’ambasciata che rappresenti gli interessi della Francia in Siria. Così, la Siria chiariva che senza il riconoscimento politico non sarà possibile stabilire alcuna collaborazione. Quindi non era un caso che il 2 marzo, le autorità turche vietassero all’elicottero con a bordo la ministro della Difesa della Germania, Ursula von der Leyen, di atterrare nell’aeroporto di Mitilene sull’isola greca di Lesbo. Von der Leyen aveva intenzione di visitare l’isola il 6 marzo per valutare la situazione dei rifugiati, e poi, tramite l’elicottero della NATO, volare verso la nave tedesca Bonn dispiegata nel Mare Egeo. In precedenza, a un aereo privato fu negato il sorvolo della Repubblica di Turchia con a bordo il Primo Ministro greco Alexis Tsipras, che viaggiava verso l’Iran.tunisie-cinq-terroristes-tues-dans-des-affrontements-pres-de-la-frontiere-libyenne-6283Note
Blog Sicilia
FARS
FARS
Fort Russ
Fort Russ
Global Research
Global Research
Global Research
al-Manar
al-Masdar
Modern Tokyo Times
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Portale Difesa
Portale Difesa
Portale Difesa
Portale Difesa
Portale Difesa
Pravda
Reseau International
South Front
South Front
South Front
South Front
South Front
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Strategic Culture
Strategic Culture
Strategic Culture
The BRICS Post
The Guardian

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.285 follower