Esercito, politica e società in Giappone, 1928 – 1946

Jean-Louis Margolin, Fascinant Japon 6 maggio 2015L’esercito fu in Giappone un elemento centrale del programma di ammodernamento e potenza deciso all’inizio del periodo Meiji (1868). L’arricchimento del Paese legato allo sviluppo economico fu subito consacrato prioritariamente alla creazione di un potente esercito di leva (1872-1873) e alle industrie correlate agli armamenti. Ma dal 1928, i militari s’imposero al centro della vita politica, assorbendo quasi tutto verso il 1941. Quali furono i passi di questa occupazione? Come spiegare la debolezza del sistema parlamentare che cedette virtualmente senza combattere? Che dinamica favorì i militari, che in un primo momento furono considerati il sale della terra giapponese, incaricati di una missione eccezionale? Il periodo d’oro della militarizzazione dopo il 1941 pone altri problemi. Quali furono i meccanismi d’imposizione dell’ideologia nazional-imperiale degli ufficiali dell’esercito nel profondo della società? Quali furono le principali caratteristiche ideologiche che s’imposero a un certo momento su quasi tutti i giapponesi, galvanizzandone la resistenza alle avversità fino all’assurdo? Va anche capito perché i militari non costituirono mai realmente una forza unificata, ostacolandone il progetto di riorganizzazione complessiva del sistema politico e della società. Infine, nel 1946 è il negativo, sarebbe meglio dire il positivo, del 1928: l’esercito sconfitto e squalificato fu dissolto, perdendo in un paio di settimane ogni presenza sul Paese. Gli elementi di una democrazia pacifica e smilitarizzata s’imposero velocemente, con un consenso piuttosto sorprendente tra gli occupanti statunitensi e la popolazione. E la società rinacque senza una rivoluzione, su nuove basi. Si vedrà prima come, tra 1928 e 1936, un vero “doppio potere” emerse, con l’esercito imporre regolarmente le proprie idee su ministri civili, e penetrare con la sua ideologia il Paese nel complesso; poi, tra 1936 e 1941, quando civili e perfino partiti mantennero una certa posizione, gli alti ufficiali che cercarono di stabilire lo “Stato di difesa nazionale” secondo il modello totalitario dell’epoca; poi, dal 1941, con l’entrata in guerra nel Pacifico consacrare il potere assoluto ai militari, sulla politica come sull’economia e, attraverso l’introduzione della “guerra totale”, la tendenza a inquadrare tutto il Giappone come, in misura minore, molti Paesi occupati; infine, con la capitolazione dell’agosto 1945 che all’improvviso dimostrò l’inutilità di tale programma.Il doppio potere e il fallimento del parlamentarismo: 1928 – 1936
1928-1931: la destabilizzazione
Il semi-fallimento del 1920 – 1922 (ritirata dalle conquiste effettuate in Cina e Russia, limitazione degli armamenti navali) permisero al ministro degli Esteri Shidehara Kijuro d’imporre una diplomazia basata su espansione economica, rispetto per l’unità cinese e accordo con il mondo anglosassone, nel 1924 – 1927. Ma il colpo di Stato in Manciuria e il tentativo del primo ministro Tanaka d’impedire militarmente l’integrazione della Cina settentrionale da parte del governo centrale di Nanchino, non solo avviò il processo irreversibile di degradazione degli affari esteri del Giappone, ma permise ai militari di decidere sempre più la politica del Paese. I loro metodi: pressione politica legale (minaccia di dimissioni dei ministri della Guerra e della Marina tradizionalmente dei militari, per far cadere i governi), insubordinazione e sempre più gli omicidi (la prima grande vittima fu il primo ministro Hamaguchi nel novembre 1930, che morì pochi mesi dopo). La crisi del 1929, subito arrivata in Giappone a causa degli stretti legami commerciali e di investimenti, con gli Stati Uniti, causò gravi tensioni sociali. Colpì infatti con estrema brutalità il mondo rurale già turbato dall’inizio del decennio. Per i giapponesi più poveri, l’accostamento fu facile, anche se improprio, tra povertà e partitocrazia e potere della Dieta. I liberali al potere aggravarono la situazione ricorrendo ai metodi ortodossi deflazionistici, che accelerarono la spirale depressiva. Molti giovani ufficiali negli anni Venti e Trenta provenivano da famiglie contadine povere, l’unica speranza di mobilità verso l’alto. La loro indignazione prese la forma di un anticapitalismo di destra e del rifiuto del “disordine” democratico a favore di ciò che conoscevano: autorità, gerarchia, nazionalismo. L’esercito vide svilupparsi una corrente “nazional-socialista” nel senso stretto, soprattutto in quel brodo di coltura di estremisti ambiziosi che fu l’armata “coloniale” del Kwantung. La coniugazione avvenne piuttosto velocemente con altri gruppi di scontenti: gli estremisti di destra, spesso attraverso società segrete espansioniste come ad esempio Drago Nero, Fiume Amur o Bocciolo di Ciliegio, ma anche giovani ufficiali “tecnocrati” e parte del debole movimento socialista.

Ultimi tentativi di resistenza dei partiti parlamentari
Il secondo colpo di forza di Mukden (settembre 1931), che portò all’occupazione della Manciuria, ben presto trasformata in Stato fantoccio (1932), vide il Kwangtung sostituire Tokyo nelle decisioni sul futuro del Giappone. Due tentativi di colpi di Stato furono appena sventati a marzo e ottobre 1931, e i governi successivi ritennero consigliabile piegarsi al fatto compiuto. Ciò non impedì che il primo ministro Inukai venisse assassinato nel maggio 1932; fu solo il più importante di un impressionante elenco di vittime. Gli estremisti militari esercitarono difatti, nel 1931-1936, una sorta di controllo sugli affari politici tramite omicidi ed esecuzione di funzionari contrari, quasi senza timore di condanne, in quanto sostenevano di agire per patriottismo e fedeltà all’imperatore. Fu il momento di splendore della fazione militare della Via Imperiale, per cui lo “spirito giapponese” poteva trionfare su tutto e tutti, rigettando i contatti con l’occidente. Il potere era ancora nelle mani dei partiti che cercarono di allearsi con la Fazione di Controllo, composta da ufficiali anziani ed alti ufficiali, come pure i nazionalisti realisti, in particolare sull’utilità della tecnologia straniera. Le concessioni all’estremismo, tuttavia, furono importanti: in tal modo, nel 1935, entrambe le camere del Parlamento adottarono una risoluzione che proclamava il Giappone centro vitale del mondo e l’imperatore essere divino, centrale per il Giappone. Il potente Istituto per lo studio dello spirito e della cultura della Nazione si alleò con il Ministero della Pubblica Istruzione, incaricato di trasmetterne tale messaggio ai giovani cervelli. E gli accademici che tentarono di preservare il diritto di critica furono cacciati dalle loro cariche, nel migliore dei casi. La maggiore resistenza fu l’efficace azione economica del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, in carica per tutto il periodo, che riuscì a superare la crisi economica e, di conseguenza, a ridurre la povertà, in particolare nelle campagne che furono anche oggetto di grandi strutture pubbliche e politiche. Attuò un interventismo moderato, non lontano dai principi resi popolari dal New Deal di Roosevelt. Sviluppò la spesa pubblica, ma come stimolo per riavviare i privati. E se aumentò il bilancio militare, la quota di investimenti per gli armamenti scese tra il 1932 e il 1936. In questo modo, ricreò una certa credibilità dei partiti. Gli estremisti cercarono di far passare tale opportunità? Probabilmente era loro volontà forzare il destino, spiegando il colpo di Stato del 26 febbraio 1936 che decapitò parte del governo (tra cui Takahashi), attaccando per la prima volta altri militari e occupando per tre giorni i principali edifici pubblici di Tokyo. Infine, ciò fu troppo per l’Imperatore, di solito poco interventista, che sconfessò il colpo di Stato e ottenne molte condanne a morte. Fu anche la fine del potere della fazione della Via Imperiale, ormai compromessa.Successo e frustrazioni del potere militare: 1936 – 1941
L’approccio dell’esercito al potere
Il fallimento del colpo di Stato di febbraio tuttavia non fu una battuta d’arresto per la marcia dei militari al potere. Più che i fini, il richiamo del dirigismo, l’odio dei partiti e la mistica nazionale-imperiale, furono i mezzi che cambiarono: l'”infiltrazione” nelle istituzioni e l’assassinio. Non ne avevano bisogno per imporre le proprie idee, in quanto divennero il centro del sistema politico. Il fatto che il movimento fosse guidato da alti ufficiali, come il generale Hideki Tojo, permise di radunare i grandi nobili (come Konoe o Kido, parenti dell’imperatore) che per lo più sognavano di usare a proprio vantaggio il potere oligarchico modernizzato. L’interventsmo militare ben presto emerse. Dal 1936, il principio del consenso dei due ministeri delle forze armate per gli ufficiali attivi fu formalmente approvato, facendo dipendere i titolari dalla buona volontà dei rispettivi Stati Maggiori. Il governo Hirota Koki, formatosi dopo il colpo di febbraio, fu creato dopo aver consultato i militari: da allora ogni designazione di ministro sarebbe stata soggetto al loro veto informale. Il nuovo ministro delle Finanze, Baba Eiichi, fece dilagare i bilanci militari rompendo con i principi di Takahashi, e presentò in modo esplicito il piano quinquennale ideato dai militari per fare entrare il Giappone nell’economia di guerra prima dello scoppio del conflitto. L’esercito decideva i ministeri, utilizzando se necessario l’arma assoluta delle dimissioni dei “suoi” ministri e conseguente negazione di un altro funzionario alla loro carica. Dei civili, invece, occuparono la carica di primo ministro fino all’ottobre 1941. Ma la Dieta, che rimase fino all’arrivo degli statunitense, si ridusse a notaio. L’influenza militare crebbe anche nella società. L’associazione dei veterani (aperta a tutti gli ex-coscritti), dipendente dallo Stato Maggiore, aumentò la presenza anche nel villaggio più remoto; fu responsabile della trasformazione delle mobilitazioni in feste, di mantenere il culto dell'”eroe” ucciso in azione e la pressione sui possibili recalcitranti. Da questa forte base sociale, nel 1937, dopo lo scoppio della guerra con la Cina, il Movimento per la mobilitazione morale del popolo fu creato esplicitamente per sostenere lo sforzo bellico, ma anche per emarginare completamente i partiti. Lo scarso successo del movimento portò il primo ministro Konoe Fumimaro a lanciare nel 1938 il programma per fondere i pariti al servizio della politica imperialista. Idea che dovette piacere a tutti: i militari e loro sodali di estrema destra, evocando il partito unico di Hitler o Mussolini e forse il Movimento Nazionale dell’esercito spagnolo; i politici tradizionali nell’angolo, a cui si aggrapparono per una possibile sopravvivenza, dato che non li escluse e che Konoe promise di non istituzionalizzare il principio del partito unico. Solo nel 1940, quando tornò al potere, l’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST) fu creata; quasi tutti i parlamentari vi aderirono e nel 1942 si diede un’etichetta per presentarsi alle elezioni.

I limiti del potere militare
Nessuno osò opporsi all’esercito. Eppure ripiegò sulle sue grandi ambizioni. Per primi furono lo scoppio e la stagnazione della guerra in Cina avviata nel luglio 1937, senza che il Giappone prevedesse che l’invasione avrebbe portato alla mobilitazione nazionale in Cina. Fu in questo periodo che si ebbe il massacro di Nanchino. Soprattutto, dopo il significativo successo iniziale, si ritrovò nel 1938 con una strategia per sconfiggere la resistenza cinese. Un milione di combattenti dovettero esser assegnati al fronte continentale, e l’enorme spesa di tale conflitto senza fine impedì la realizzazione di piani grandiosi, che dovevano iniziare con la costruzione di acciaierie e industrie metalmaccaniche corrispondenti alle esigenze di una guerra contro le grandi potenze. La carenze afflissero l’accordo sempre problematico tra esercito e marina, che non crearono alcun Stato Maggiore congiunto: ognuno accusò l’altro di privarlo degli armamenti necessari. L’esercito e i suoi uomini cercarono vanamente di sbloccare la situazione: nel 1937, poi nel 1940, cercando d’imporre un’economia diretta e completamente pianificata. Ma la mancanza di capacità manageriali e i conflitti tra i servizi crearono gravi strozzature (la produzione industriale si ridusse leggermente nel 1940), e dovettero chiedere aiuto alle grandi imprese (zaibatsu) che ebbero l’opportunità di recuperare una certa autonomia. I leader politici colsero l’occasione per affermarsi nel ruolo di mediatori, o come Konoe, di giocare alternativamente l’alleanza con uno o l’altro clan. Ciò causò il lungo “ritardo dell’avvio” dell’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST).Una dittatura militare?: 1941 – 1945
Una società militarizzata
Dopo Pearl Harbor, che segnò l’ingresso formale in guerra del Giappone, l’esercito copriva gran parte del corpo sociale. 9,5 milioni di uomini erano sotto le armi nel 1944, circa il 13% della popolazione dell’arcipelago, la maggior parte degli uomini dai 18 ai 50 anni. La mobilitazione riguardava anche le colonie, Taiwan e Corea, ma solo in parte, prendendo la forma di crescita impressionante dell’industria pesante, soprattutto in Corea del Nord, e della massiccia prostituzione delle donne presso l’esercito. La rottura con l’ambiente originale fu particolarmente forte, con più dei due terzi dei soldati inviati all’estero e su fronti immensamente lontani, senza permessi in vista. Inoltre l’industria nazionale fu quasi interamente dedita agli armamenti, con un ministero distinto diretto dal primo ministro Tojo, per cercare di coordinarla dall’autunno 1943. Non meno di due milioni di lavoratori furono assegnati all’aeronautica quale priorità assoluta, soprattutto quando la guerra sul mare sembrò persa. Milioni di donne lavorarono per la prima volta, sostituendo il marito o il padre nelle aziende o nei negozi o nell’industria. Attraverso le corvé moderne, nel 1944-45, dei terrazzamenti del “Muro sul Pacifico” (mai completato), la popolazione dei villaggi fu massicciamente influenzata. Il sistema fu totale. Le associazioni di quartiere (centralizzate sotto il controllo del governo), erano responsabili della distribuzione dei beni di consumo e della protezione civile contro i bombardamenti, organizzando sottoscrizioni (de facto obbligatori) per i gravosi prestiti di guerra, organizzando manifestazioni patriottiche per le vittorie (e poi per i loro anniversari…) e sorvegliando. La polizia militare, o Kempeitai, dove Tojo esercitò per la prima volta il comando, divenne una polizia politica onnipresente, almeno nelle grandi città. Gli estremisti entrarono nell’ANST formando, su scala ridotta, una sorta di milizia ispirata alle SA naziste, il “Corpo adulto”, spesso composto da ex-soldati che pattugliavano le strade delle città alle ricerca dei trasgressori dell’ordine morale, come gli uomini che persistevano a vestire all’occidentale (una specie di tuta kaki paramilitare era considerato “abbigliamento patriottico”) e portando i capelli lunghi. Oltre a ciò, la vita quotidiana e la cultura nel complesso furono segnati dallo sforzo bellico: le privazioni sempre più drammatiche, il culto quotidiano dell’imperatore, il trionfo dell'”arte nazionale”, curiosamente vicina al realismo nazista o al neo-realismo stalinista. Nelle scuole, la formazione paramilitare e tecnica per le industrie della difesa e la propaganda dominavano gli studi.

Le contraddizioni del primato politico
Dall’ottobre 1941 al 1945, il Giappone ebbe tre primi ministri, tutti governi militari in cui i civili erano rari, per non parlare dei rappresentanti dei vecchi partiti. Il regno di 33 mesi di Tojo fu certamente il più vicino a una dittatura militare. Il temperamento autoritario del generale, la sua meticolosità sul lavoro e il controllo delle reti della polizia gli subordinarono i ministri. Fu anche a lungo molto popolare, ma gradualmente rovinato dal divario tra le sue affermazioni di vittoria e ciò che i giapponesi finirono per capire della realtà. Oltre a un paio di individui isolati, e rapidamente bloccati, alcuna corrente politica, filosofica o religiosa, per quanto piccola, si oppose allo sforzo bellico, opponendosi così all’imperatore-dio, od osò criticare, fino al 1944, la strategia perseguita: unico tra i belligeranti. L’ANST occupò il resto del panorama politico. E l’ideologia ufficiale, facile da assimilare (il Giappone, Paese di tutte le virtù, chiamato a rigenerante l’Asia e il mondo, l’Imperatore di stirpe divina, anima del popolo, e l’esercito scudo di entrambi) fu facilmente imposta quasi a tutti. Eppure, paradossalmente, anche Tojo era ben lungi dall’essere onnipotente come Hitler o Stalin. Tre forze rimasero autonome e difficili da aggirare. La meno immediatamente preoccupante fu l’ANST, che non suscitò un entusiasmo popolare autentico, e di conseguenza continuarono a dominare gli uomini dei vecchi partiti, che riattivarono rapidamente al suo interno le fazioni informali che imitarono le divisioni precedenti. E’ significativo che nelle elezioni del 1942, al culmine delle vittorie, i candidati più vicini all’esercito furono eletti solo in minoranza. Vi era la Marina, che si sentì vittima del bullismo dell’ex-comandante in Manciuria, le cui prime sconfitte ne esacerbarono il risentimento. Infine, vi era la grande incognita del Tenno, che quasi costantemente lasciò manipolare la propria immagine dai militari, ma non fu disposto a sacrificare il trono e il Paese ai sogni di grandezza o all’onore militare (gli imperatori non si sono mai suicidati). Fu la combinazione di queste due ultime forze che spinsero Tojo alle dimissioni nel luglio 1944, dopo la ‘sconfitta di troppo’ sull’isola di Saipan.

Un dominio appena scalfito (1944-1945)
Sarebbe esagerato immaginare che le sconfitte delle ultime fasi del conflitto portassero alla disgregazione del sistema. Non ci furono scioperi o manifestazioni o proteste pubbliche. L’ultranazionalismo non aveva affatto convinto: semplicemente e lentamente, il discorso passò dal trionfalismo al sacrificio supremo, bene espresso dall’ottobre 1944 dal culto del kamikaze. Non si pensava di vincere la guerra, ma le vittorie in Cina dal 1944 e la quantità di terre ancora occupate nel 1945 fecero a lungo sperare in una onorevole pace, e in questo contesto, il kamikaze divenne elemento centrale di un calcolo apparentemente razionale: era necessario piegare gli statunitensi con perdite insopportabili. Tra i giovani, in particolare, la morbosa frenesia della morte eroica durò fino alla fine. Tuttavia, il quadro cambiò lentamente. I tardi bombardamenti statunitensi (novembre 1944), ma assai massicci, distrussero città e paralizzarono fabbriche e trasporti. L’inquadramento della popolazione cedette e le preoccupazioni della vita quotidiana emarginarono la propaganda che le sconfitte resero ancor meno credibile. Incominciò ad essere difficile trovare nuovi kamikaze: era un segnale. Tutto ciò si tradusse politicamente: il primo ministro Suzuki, un moderato autentico (creduto morto dai congiurati del 1936), fu investito nell’aprile 1945 del programma centrato sulla ricerca di una pace di compromesso, contando disperatamente sulla mediazione sovietica. Nel frattempo conversazioni segrete riunirono politici poco compromessi con il militarismo, giornalisti e intellettuali, per pianificare il domani.Una società liberatasi dall’esercito: agosto 1945 – 1946
La capitolazione non passò senza difficoltà: alcune unità della Guardia Imperiale e i kamikaze cercarono di opporvisi. Ma un paio di giorni e un migliaio di suicidi dopo, tutto cominciò ad accelerare. Anche prima che gli statunitensi arrivassero (28 agosto), l’esercito fu sciolto e disperse le scorte, spesso rubate. E l’occupante, così temuto, agì piuttosto meglio della soldataglia giapponese, per non parlare del Kempeitai. Quindi il discorso militarista in retrospettiva perse credibilità agli occhi di molti. I primi sondaggi dopo l’agosto mostrarono un’impressionante maggioranza decisa a voltare pagina, respingendo i capi militari responsabili del disastro (che anche in modo comodo si auto-esonerarono!) I militanti di sinistra e sindacali furono liberati dal carcere o tornarono dall’esilio contribuendo ad accelerare questo cambio radicale. Naturalmente ciò corrispose alla politica degli Stati Uniti, ma accompagnò piuttosto che suscitare il rifiuto del militarismo e, con esso, l’esercito. L’arresto dei principali leader non suicidati, la vasta epurazione (200000) decisa dall’occupante, però, impedirono ogni possibile reazione delle ex-forze del regime. I partiti ricostituiti, guidati dalle loro numerose vittime, accolsero con favore la nuova costituzione redatta con gli statunitensi, compreso l’articolo 9 che vieta al Giappone non solo un esercito, ma anche il diritto alla guerra. La patria del generale Tojo, principale accusato del tribunale di Tokyo, è diventato il Paese più pacifista del mondo.Conclusioni
In realtà il Giappone non l’aveva ancora finita con l’esercito. In primo luogo, rimase per organizzare il rimpatrio di circa tre milioni di soldati ancora di stanza all’estero: gli ultimi “soldati perduti” della Nuova Guinea ritornarono nel 1955! Centinaia di migliaia di prigionieri trattati duramente da sovietici e cinesi furono rilasciati solo nel 1952-53. Il processo di Tokyo condannò i vecchi leader nel 1948. Poi, con la guerra fredda, le forze armate riapparvero come “forze di autodifesa”. Periodicamente, si parla da destra di revisionare l’articolo 9 in nome della “normalizzazione” dello status internazionale del Giappone. Tuttavia la leva obbligatoria non verrà ripristinata e gli ufficiali, ora senza mercanteggiare, rispetteranno il principio della neutralità politica. I vecchi demoni sembrano ben sepolti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un brutto colpo per la Difesa

Jacques Sapir, Russeurope 13 luglio 2017La questione del bilancio della Difesa potrebbe essere, nelle prossime settimane, il pomo della discordia in Francia, ma anche tra Francia e Germania. Due fatti forniscono indizi su ciò che accade. Il 12 luglio, alla Commissione della Difesa dell’Assemblea nazionale, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Pierre De Villiers, ha minacciato di dimettersi se il ministero delle Finanze persisteva nel desiderio di ridurre il bilancio della Difesa di 850 milioni di euro [1]. Il 13 luglio, si teneva un consiglio dei ministri franco-tedesco in gran parte dedicato ai problemi della difesa. La coincidenza dei due eventi indica che vi sono questioni serie, ma anche un serio dibattito sul tema nelle alte sfere del potere. Riprendendo il problema di bilancio che ha provocato le ire, giustificate va aggiunto, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il bilancio della difesa era di 40,8 miliardi di euro, ma date pensioni e indennità, i saldi di spesa per effettivi e mezzi ammontano a 32,6 miliardi. Tale cifra non basta a mantenere forze armate nello stato corrente. Lo testimoniano i gravi problemi di manutenzione dei mezzi più efficienti, aerei ed elicotteri, nonché i ritardi nella sostituzione dei mezzi obsoleti o semplicemente superati dalle attuali minacce. Si aggiungano le operazioni all’estero, le famose “OPEX”, che ingoiano sempre più soldi destinati ai mezzi. In una nota pubblicata a fine 2016, stimai al 2,44% del PIL, o 48-50 miliardi di euro, le spese per mantenere il nostro status militare [2]. Il Generale Trinquand, ex-capo della missione militare alle Nazioni Unite e alla NATO che contribuì alla stesura del programma per la Difesa di Emmanuel Macron, ne aveva parlato su “Le cronache di Jacques Sapir” di Radio Sputnik dedicate al ritorno del “servizio nazionale” [3]. Ci disse fuori onda, a Laurent Henninger (altro ospite) e a me, che il Presidente si era impegnato ad accreditare alla Difesa, escluse le pensioni, 50 miliardi subito. Non ho motivo di non credere al Generale Trinquand, che a tale proposito sembrava logico, mostrando in apparenza che Emmanuel Macron avesse ben compreso la dimensione dei problemi sul bilancio della Difesa. Ma ciò che emerge dall’audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Pierre De Villiers, è che era assai arrabbiato dall’annuncio di nuovi tagli al suo bilancio annunciati dal ministro Darmanin. Per anni i governi di Nicolas Sarkozy e François Hollande giocarono sugli effetti degli annunci e i rispettivi budget “insinceri”. Qui, la misura è colmao. Ma proprio quando tale piccolo dramma si svolgeva, purtroppo francese, all’Eliseo vi era il Consiglio dei Ministri franco-tedesco, in gran parte dedicato alla Difesa. Supponiamo che nell’occasione Emmanuel Macron abbia cercato di far assumere le responsabilità alla Germania, o a contribuire direttamente alle operazioni a sud del Sahel, o al loro finanziamento a spese del bilancio. La Germania aveva accettato l’istituzione di una difesa europea embrionale, ma ne limita drasticamente il bilancio. E’ molto probabile che la cancelliera Merkel abbia dato risposte meramente dilatorie. Non vuole legarsi le mani su ciò e sa, forse a differenza del suo interlocutore, che ne va della sovranità del suo Paese. Ma Merkel, e io sarò l’ultimo a biasimarla, ha un’altissima idea della sovranità della Germania. E’ deplorevole che Emmanuel Macron non abbia un’altissima idea della sovranità della Francia. Non solo c’è poco da aspettarsi dalla questione sul bilancio, ma più in generale la Germania preferisce giocare la carta della deterrenza nucleare degli Stati Uniti, che affidarsi al deterrente “esteso” della Francia. Ciò significa che qui non dovremmo aspettarci nulla.
La tragedia è che i nuovi tagli al bilancio, gli ennesimi, interesseranno l’osso, data la scarsità di ciccia negli ultimi mesi. Ciò che è in gioco oggi, e questo spiega rabbia e “sproloquio” del Generale De Villiers, sono futuro della difesa e credibilità degli impegni del governo in proposito. Si teme che il governo segua la via più semplice e si rifugi sotto dichiarazioni altisonanti per attuare una politica le cui conseguenze potrebbero essere tragiche. In tal modo, si comporterebbe come i predecessori, e seppellirebbe, per chi ha ancora dei dubbi, l’idea che si possa fare politica in modo diverso…[1] Les Echos
[2] Vedi J. Sapir, “Una difesa al ribasso non è una difesa“, 21/12/2016
[3] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sfide dell’Eurasia: irrazionalità della politica globale o “nuova razionalità”?

Dmitrij Eevstafev; Eurasia, SouthFrontNei circoli degli esperti in cui vengono discussi problemi sullo sviluppo globale, si scorge sempre più il parere sul comportamento irrazionale e illogico dei principali attori della politica e dell’economia globale che, come pare a molti, malgrado le regole delle attività economiche, sembrava classico e immutabile. Naturalmente, nei rapporti con la Russia l’apparente irrazionalità dell’occidente è “fuori scala” e viene considerata come nient’altro che naturale. La situazione è migliorata con la “dissoluzione” delle questioni fondamentali nei temi secondari. Ma l’irrazionalità si manifesta non solo nei rapporti con la Russia. La logica non molto razionale può essere rintracciata nelle azioni delle strutture sovranazionali dell’UE nelle questioni energetiche e altre questioni relative alle relazioni con la Russia. Per esempio, nei tentativi di forzare artificialmente lo sviluppo della nuova generazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo sembra più importante della migrazione o dello sviluppo continuo, divenendo anche l’irrazionale “tolleranza senza rive”. Non meno irrazionale dal punto di vista economico è il comportamento dell’UE verso l’Iran: Washington (e in larga misura Tel Aviv), osservano silenziosamente l’escalation dell’isteria antiraniana, l’Unione europea sembra rassegnata alla perdita di tutti i dividendi economici acquisiti dall’UE e dai singoli Paesi europei dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran. La decisione di Donald Trump di riprendere il blocco di Cuba appare illogica da un punto di vista politico ed economico. Inoltre, queste azioni “irrazionali” si svolgono sullo sfondo del racket militare pragmatico “a due passaggi” contro le monarchie petrolifere del Medio Oriente. Negli ultimi anni il ruolo dei fattori ideologici nelle importanti decisioni globali è aumentato drasticamente. Guardiamo alle dichiarazioni del “peso massimo” politico europeo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, secondo cui la priorità politica (ma in realtà, in tutta l’UE) della Germania sarà il contenimento dell’influenza di Russia e Cina. “Questa sarà la fine del nostro ordine mondiale liberale. Quest’ordine è ancora il migliore di tutti i mondi possibili per ragioni etiche, politiche ed economiche. E vogliamo che quest’ordine continui. Almeno, non vogliamo vederlo indebolito“, diceva alla Reuters Schäuble, anche affermando che l’Europa deve assumere maggiori responsabilità nel proteggere l’ordine mondiale liberale e democratico, in quanto gli Stati Uniti mostrano meno disponibilità. Per chi studia l’economia, la dichiarazione è un esempio sorprendente di mancanza di considerazioni economiche nell’approccio strategico, nonché di prevalenza totale delle considerazioni ideologiche sulla pianificazione. Quest’approccio riflette l’umore che domina realmente l’élite europea. In poche parole, l’ala ultra-conservatrice dell’élite tedesca, cui appartiene W. Schäuble, da voce a questi sentimenti in modo franco e chiaro.

Nuova razionalità
Ma quanto questa “irrazionalità” comportamentale appare irrazionale, e non una “razionalità malintesa”, razionalità delle nuove condizioni economiche e sociali? E quali sono le condizioni, se i Paesi chiave e le economie mondiali devono fondamentalmente cambiare comportamento, per soddisfarle? Adesso si osservino alcuni “grandi progetti” che già cominciano a competere tra di loro, ma non per lo spazio. Questi progetti sono per lo più regionali e non si sovrappongono. Il concorso si svolge nella nuova economia e, soprattutto, nel sistema di distribuzione dei diversi profitti (finanziari, tecnologici, logistici, commodities), base su cui la gerarchia della leadership nell’economia post-liberale sarà costruita. Si tratta del progetto cinese di zona di prosperità condivisa della “Grande Via della Seta”, della costruzione dell’Europa dalle diverse velocità (e livelli di sicurezza sociale) e della reindustrializzazione degli Stati Uniti, menzogna che copre il tentativo di ricostruire il modello di sfruttamento statunitense dell’America Latina. In quasi tutte le regioni del mondo, senza escludere l’Africa tropicale apparentemente stagnante, si notano facilmente i segni dei “grandi progetti” che a volte, in maniera competitiva, i principali attori globali cercano di realizzare. L’eccezione forse è solo nel tradizionale Medio Oriente – Mediterraneo, dove il progetto globale statunitense è presumibilmente al collasso e i partecipanti ai processi di sicurezza sono passati ad azioni a breve termine tattiche attuate come forma di massima redditività commerciale.

La logica “non mercantile” dei progetti globali
Nella fase di ricostruzione del sistema delle relazioni politiche ed economiche globali e delle comunicazioni, la politica dei processi è inevitabile e i tentativi di “giocare lungo” da parte di gruppi indipendenti, “per una possibile copertura (attività complesse che permettono di evitare perdite finanziarie, ad esempio “EE”) dei rischi d’investimento su base commerciale”. L’approccio ideologico all’economia, ovviamente, ha certi costi (ad esempio, ciò appare chiaramente nelle relazioni UE – Iran). Ma in pratica è uno strumento per coprire i rischi a lungo termine nell’attuazione dei “grandi progetti”. Soprattutto considerando che i “grandi progetti” sono realizzati a un livello relativamente alto di rischi politici e militari. È ingenuo aspettarsi dai principali attori globali l’attuazione dei grandi progetti basandosi sul “mercato”. Queste aspettative riflettono la vecchia mentalità politica e, soprattutto, economica. La “nuova razionalità” nell’economia globale include l’uso di fattori ideologici come strumento per consolidare gli alleati e garantire la lealtà delle élite economiche. L'”ideologizzazione” delle decisioni economiche diventa uno strumento per il ritorno della pianificazione a lungo termine economica, quasi perduto durante il periodo di dominio della versione finanziaria della globalizzazione. È chiaro che un grande progetto quasi mai viene attuato sulla base dei classici principi del “mercato” per calcolarne la redditività. Un progetto importante fa sempre parte della “realtà economica proiettata”, quasi impossibile da calcolare. E il fattore ideologico come elemento della “realtà proiettata”, ci permette di considerare molti rischi non economici e persino alcuni economici come strategicamente insignificanti.

La nuova razionalità cinese
Il progetto cinese “Cintura di prosperità condivisa della Via della Seta” va visto come esempio interessante. Nel corso di dieci anni la Via è passata dall’essere un progetto logistico classico e “razionale” all’idea di “Cintura di prosperità condivisa”, la cui componente “basata sul mercato” risulta significativamente meno certa e più imprevedibile dal punto di vista classico del mercato. Il fattore importante da dare al progetto “Grande Via della Seta” è fondamentalmente diverso dal contenuto geo-economico, è l’emergere della componente ideologica, finora “cablata” nella formula della “prosperità comune”, ma questo vale solo per ora. Il nuovo status ha dato l’opportunità di guardare diversamente alle questioni di redditività a medio termine del progetto, anche se l’approccio cinese verso i propri partner non ha risparmiato rapporti dai difetti tradizionali.

L’appello ideologico dell’UEE
Al minimo, anche la Russia cerca di definire i suoi “grandi progetti” legati al consolidamento del potenziale economico della Nuova Eurasia e alla formazione del vettore meridionale “Nord-Sud” dello sviluppo logistico e industriale. Una delle fondamenta di questo “progetto principale” è l’Unione economica eurasiatica (EEU), concepita e implementata come unione puramente economica. Tuttavia, sembra che si creino problemi nello sviluppo dell’Unione. In assenza della componente di unità politica (essenzialmente ideologica), l’UEE non può fare un salto qualitativo per status ed influenza. C’è il rischio permanente del crollo a “zona di libero scambio”. La Russia e gli altri Paesi dell’UEE tentano di costruire un sistema e un’istituzione strategicamente importanti nel contesto emergente della “nuova razionalità” basandosi su approcci dalle “vecchie” caratteristiche razionali. Così gli aderenti all’UEE non considerano il fattore del crescente indottrinamento, non solo strategico ma anche pratico, nelle decisioni operative. La sfida principale è che, se le attuali tendenze continuano, la Nuova Eurasia, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbe uno spazio non consolidato dell'”industria di seconda modernizzazione”, integrata nella catena globale della lavorazione delle materie prime dalla bassa ripartizione tecnologica. Nel caso peggiore, una parte significativa della Nuova Eurasia potrebbe trasformarsi in spazio logistico. Inoltre, questo rischio si manifesta già con il dialogo tra le élite dei governi post-sovietici e i loro partner cinesi, impegnati nell’ambito del progetto globale basato sulla “nuova razionalità”. È proprio nella Nuova Eurasia che le contraddizioni tra “razionalità” e “ideologizzazione” hanno la stessa razionalità, moltiplicata da una visione a medio termine della situazione, acquisendo forme più acute. Ciò è dovuto alle questioni tradizionalmente complesse e ambigue dei diritti umani, dello sviluppo umanitario, delle questioni ecologiche ed altre che sono difatti la base della cosiddetta “irrazionalità”. E questo, naturalmente, verrà utilizzato dalle leadership per i nuovi progetti globali. In queste condizioni, i Paesi della Nuova Eurasia inevitabilmente sollevano la questione del ripensamento dei paradigmi dello sviluppo nazionale e della pianificazione strategica alla base del loro sviluppo degli ultimi 25 anni e che, ovviamente, iniziano a perdere rilevanza.Dmitrij Evstafev, professore della NRU, Scuola Superiore di Economia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della Russia nella creazione dello spazio economico eurasiatico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 10.07.2017Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di Zriferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Qatar si diffonde in Africa

Evgenij Satanovskij, VPK, 06.07.2017 – South Front
Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio OrienteL’esplosione delle contraddizioni tra Qatar e Turchia da un lato ed Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e satelliti dall’altra, si riflettono nella situazione militare-politica non solo di penisola araba, Siria e Libia, ma in Africa orientale, associata al complicato sistema di relazioni dei protagonisti della crisi. Nonostante il significato, come avviene nell’Africa sub-sahariana, sono sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia di specialisti. Il presente articolo si basa sui materiali di A. Bystrov e J. Sheglovin dell’Istituto del Medio Oriente.

La battaglia sulla carne
I conflitti armati nella regione dell’Afar (Uganda) tra le tribù Atcholi e Madi portano l’Egitto sull’orlo di una catastrofe alimentare. Negli scontri l’esercito ugandese ha occupato i corridoi logistici della regione, utilizzati dai nomadi per migliaia di capi di bestiame dal Sud Sudan (e dallo Stato sudanese del Kordofan meridionale) fino all’Uganda. I bovini vengono inviati nei macelli, appartenenti alla Holding Alimentare Egitto-Uganda (UEFS); la carne viene per lo più inviata in Egitto (volume commerciale fino a 11 milioni di dollari al mese). L’impresa è stata fondata con il sostegno dell’Egitto, è guidata da egiziani e istituita nel territorio dell’Afar nell’ambito della strategia di sicurezza alimentare del Paese, tenendo conto delle proiezioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare prevista nei prossimi due anni. L’esportazione di bestiame dal Sudan all’Egitto attraverso il confine è attualmente difficile e connessa all’acuirsi delle relazioni dopo l’accusa do Cairo del sostegno di Khartoum alla Fratellanza musulmana egiziana, fornendogli campi di addestramento nei pressi delle frontiere. A causa di ciò, la disputa territoriale s’è accesa nell’area di Halaib. Secondo l’Egitto, l’Uganda è autorizzata a partecipare alle discussioni sulla costruzione della diga etiopica “Rinascimento” sul Nilo Azzurro e, a questo proposito, sui rischi del sistema di irrigazione egiziano di grande importanza per la sicurezza alimentare. Attualmente l’invio di 85 mila capi è bloccato nella regione Nimol dell’Afar, influenzando negativamente il lavoro dei macelli. Secondo la relazione del rappresentante egiziano Sh. Qalin, inviato da Cairo a fine di maggio, 150 capi vengono inviati alla macellazione ogni giorno invece dei 1000 previsto. L’azienda subisce perdite. Cairo dovrebbe spostare la produzione in Tanzania; altrimenti l’interruzione delle forniture di carne all’Egitto diverrà critiche. È così importante per Cairo che al-Sisi voleva incontrarsi il 10 giugno a Berlino con il presidente ugandese I. Museveni, per discuterne, ma che rifiutava. Si comprende l’importanza della situazione, anche per il suo clan, dagli interessi che nella holding di EUFS sono rappresentati da due persone fidate: il capo della maggiore cooperativa agricola Ankole Long-Horned Cooperative per l’allevamento del bestiame, E. Kamihigo, e suo cugino S. Saleh. Inviava nella regione il ministro dell’Agricoltura V. Sempilije, per trovare modi di salvare i macelli e garantire una logistica sicura. Il ministra istruiva una sua persona fidata, il generale M. Ali, per trovare una sistemazione con i gruppi tribali Madi, che scacciano dalla terra i membri delle tribù Atcholi, complicando ancora di più la situazione. Le relazioni egiziane-ugandesi incontrano tempi difficili. Un anno fa, Cairo e Kampala erano alleati strategici. Gli egiziani parteciparono alla pianificazione delle operazioni congiunte con le agenzie di sicurezza e intelligence ugandesi contro l’opposizione, l’esercito egiziano insieme ai mercenari assunti da Eritrea, pagati dagli UAE, erano in guerra contro i ribelli del LRA nelle giungle del nord del Paese. Esercito e polizia ugandesi furono inviati in Egitto per l’addestramento presso istituti egiziani. La visita di Museveli a maggio in Qatar ha cambiato tutto, incontrando l’emiro Tamim e firmando l’accordo sul dispiegamento della base militare di Doha in Uganda con la promessa di investimenti. Questa posizione di Kampala sullo sfondo della crisi nel GCC dimostra a Cairo che le relazioni in Africa sono momentanee.

Yoweri Museveni e Recep Tayyip Erdogan

Sudan caldo
A giugno Museveni confermava pubblicamente che il suo Paese non avrebbe partecipato ad alcun atto ostile contro l’attuale regime di Khartoum. L’annuncio si aveva dopo la riunione del leader ugandese con il vicepresidente del Sudan Q. Muhamad Abdarahman, partecipando alla conferenza in solidarietà con i rifugiati di Kampala sotto gli auspici dell’ONU. Le parti accettavano di rispettare i termini dell’accordo raggiunto nel 2016 durante il summit di Khartoum. In sostanza: l’Uganda pone fine alla saga del Sud Sudan, ritirando il contingente militare ad eccezione di alcuni battaglioni che devono badare alle attività del LRA. Anche Khartoum pone fine al sostegno a tale gruppo e ne liquida le retrovie nel Darfur. Il problema del LRA è importante per Kampala. Per frenare la crescente forza del gruppo di D. Kony, gli ugandesi dovevano avere l’aiuto dell’Egitto e dei mercenari eritrei. Kampala si è impegnata a por fine al sostegno ai gruppi di opposizione negli stati del Sud-Kordofan e del Nilo blu (ribelli del Nuba e del SPLA-Nord) e nel Darfur (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – MJE). Membri delle forze di stabilizzazione militari del presidente del Sud Sudan, S. Kiir, continuano ad essere schierati nel Sud Sudan, mentre in occasione della riunione fu deciso che Kampala s’impegnasse nel dialogo tra Kiir e l’ex-vicepresidente R. Machar Khartoum a sua volta s’impegnava ad aderire alla precedente linea di condotta sulla questione sud-sudanese, rifiutando di sostenere Machar e la sua organizzazione, compresi i rifornimenti aree alle basi logistiche e ai campi di addestramento. Quanto al dialogo nazionale nel Sudan, questo argomento fu toccato solo di passaggio. Il leader dell’influente partito secolare dell’opposizione, Ummah, S. al-Mahdi, l’ha definito defunto. Così per Musaveni, le idee dell’opposizione sudanese non sono tanto importanti, anche se incoraggiate e finanziate dai servizi speciali dell’Egitto, per la sopravvivenza politica alla pressione dell’opposizione e per il mantenimento dell’influenza nel Sud Sudan attraverso il rafforzamento della posizione di Kiir e riducendo l’influenza di Machar. Il percorso più breve e meno costoso a ciò è la conclusione di un patto di non aggressione con Khartoum e una mediazione con la leadership del Sud Sudan per una sistemazione pacifica. Questo gli permette di proteggersi dalle provocazioni di Khartoum e di porre fine alla crisi nel Sud Sudan. Nei negoziati è stato raggiunto un accordo sulla creazione di comitati locali per lo sviluppo della cooperazione nelle sicurezza, economia e cultura. Gli ugandesi ufficialmente si sforzano di porre fine alla guerra civile nel Sud Sudan, creando le condizioni per i colloqui diretti tra Kiir e Machar. Quest’ultimo ha dichiarato di essere pronto alle consultazioni, che saranno preludio del riavvio del processo di pace. Tuttavia, c’è ragione di credere che non ci siano parole di riconciliazione dai politici sudsudanesi. Per ordine del presidente ugandese, alcune colonne di armi e munizioni furono spedite al partito di Kiir prima dell’offensiva decisiva contro i ribelli di Nuer Machar.

Salva Kiir e Yoweri Museveni

Il viaggio somalo di Erdogan
Sulla sfondo della cris in Qatar, Doha e Ankara aumentano gli sforzi sui punti più sensibili dei concorrenti in Africa. Erdogan ordinò ad agosto d’inviare 300 soldati turchi nella base in Somalia, la cui costruzione iniziò nel marzo 2015 costando ad Ankara 50 milioni di dollari. Si suppone che vi saranno impiegati circa tremila soldati, che addestreranno i militari delle forze armate somale. Finora vi sono alloggi per 1500 soldati. Ci saranno tre scuole militari, dormitori e magazzini per quattrocento ettari. Gli esperti sono convinti che l’obiettivo principale della base è la presenza militare turca nella regione in contrappeso alle crescenti capacità emirote e egiziane nella regione del Corno d’Africa e dell’Africa orientale. L’accordo el Qatar sull’organizzazione della base militare in Uganda fa parte di questa strategia. A marzo Erdogan e il Capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Turchia H. Akar esaminarono la realizzazione di questo piano militare in Somalia. Gli UAE rafforzarono la presenza (il ruolo principale sarà dell’esercito egiziano ed associati provenienti dalla compagnia militare privata “Blackwaters“) nella regione del Corno d’Africa. Il discorso non riguarda solo la base di Berbere in Somaliland, ma anche le infrastrutture militari di Baidoa e Kismayo. Cioè, Abu Dhabi occupa le coste, formando una catena di basi nella maggior parte dei porti principali della regione. Non solo le principali rotte logistiche finiscono sotto loro controllo (esclusa la pirateria o la guerra nello Yemen), ma anche i principali porti regionali. Allo stesso tempo, le autorità degli Emirati Arabi Uniti cercano di partecipare agli affari interni della Somalia. Quindi, hanno dato garanzie finanziarie a Mogadiscio su trasferimento e reinsediamento dei rifugiati somali, che le autorità keniane trasferiscono dal campo di Dabab. Allo stesso tempo, il principe degli UAE M. bin Zayad cerca il sostegno da Washington per le azioni in Somalia e ha suggerito al capo del Pentagono J. Mattis d’inviare negli impianti militari degli UAE 400 conmando statunitensi. Tutto questo in reazione a Qatar e Turchia. Le basi militari somale e ugandesi sono solo una parte della risposta. Le leve economiche sono utilizzate per influenzare la situazione, con cui sono riusciti a invertire l’atteggiamento negativo del presidente M. Farmajo sulle loro attività in Somalia. Si presume che in agosto i presidenti turco e somalo apriranno insieme la struttura. Per Farmajo, ciò sarà uno dei temi principali considerando il fatto che Londra ha rifiutato le garanzie finanziarie all’esercito somalo attraverso il ministro degli Esteri della Gran Bretagna B. Johnson. I cadetti della prima coorte laureata sono solo del clan nativo del presidente. Sembra che non prevedano la creazione di un esercito nazionale ma di una guardia personale. In questo contesto c’è stata la soluzione al problema del rilascio delle licenze alla società turca Turkiye Petroleri AO (TPAO) per la perforazione offshore, inizialmente bloccata dal presidente somalo. Le autorità del Qatar cercavano di attirarlo nella propria orbita d’influenza, rinunciando all’illegale operazione tra UAE e Somaliland per l’acquisto della base militare di Berbera senza l’approvazione ufficiale di Mogadiscio. Il 25 maggio, il presidente Farmajo visitava Doha e l’emiro T. bin Hamad al-Thani gli ha concesso sei milioni di dollari per “bisogni economici immediati“. Allo stesso tempo, fu deciso che nel prossimo futuro Mogadiscio preparerà un elenco di piani commerciali dal finanziamento qatariota. I ministri degli Esteri di Qatar e Somalia, M. bin Abdurahman al-Thani e Y. Garad Omar, affermavano in una dichiarazione congiunta,il crescente ruolo fondamentale del Qatar nella stabilizzazione della situazione nel Corno d’Africa“.

M. Farmajo e Recep Tayyip Erdogan

Allarmi e Mirage
La crisi legata al conflitto tra Arabia Saudita, UAE, Egitto, Qatar e Turchia colpisce Medio Oriente, Africa settentrionale ed orientale. La maggior parte dei Paesi della regione cerca di restarne fuori, limitandosi a dichiarazioni generali, che alle parti del conflitto non aggrada. Quindi, Doha ovunque ponga fine alla propria presenza militare, provoca conflitti armati, come nei rapporti con Gibuti. In particolare, in risposta alle dichiarazioni anti-qatariote del presidente I. Guelleh, ritira il contingente di pace che separava Gibuti dale truppe eritree in una zona controversa creando panico a Gibuti e all’alleata Etiopia, che dichiarava che l’Eritrea occuperà la province lasciate dai qatarioti. Il 18 giugno, l’Etiopia inviava al Consiglio di sicurezza dell’ONU una richiesta sull’introduzione di una missione mista di controllo dell’Unione africana e delle Nazioni Unite per evitare l’escalation del conflitto. Ciò è accaduto dopo che il 14 giugno Gibuti annunciava la ritirata delle truppe del Qatar nella zona demilitarizzata, portando all’ammassamento di forze etiopi al confine tra Eritrea e Gibuti. Le preoccupazioni di Addis Abeba sono comprensibili: oltre alle ostilità con Asmara, è importante l’operatività delle ferrovie che recentemente, con grande sforzo dalla Cina, collegano l’Etiopia ai porti di Gibuti. Nel frattempo, le discussioni tra le varie fazioni del governo di Addis Abeba si tengono sul tema dell’azione in questa situazione. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito etiope M. Nur Yunus (Samora), appartenente all’ala conservatrice Mekele del Fronte della Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) guidato da A. Woldu, invica le operazioni militari contro gli eritrei. I sostenitori del ministro delle Telecomunicazioni D. Gebremichael, raggiunto dall’ex-Capo di Stato Maggiore Generale dell’Rsercito S. Mekonen e dal capo del Servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS) G. Assefa, si oppongono. Sono contro la soluzione militare al problema, che altrimenti garantirà un conflitto armato nel prossimo futuro. Tra l’altro, dato che le forze armate etiopiche sono coinvolte nella repressione della rivolta dei musulmano Oromo, attivamente istigata da EAU e Egitto attraverso l’Eritrea. La situazione è così allarmante che Addis Abeba è costretta a ritirare truppe dalla Somalia per il fronte interno. Gibuti ha inviato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite messaggi allarmanti. Ad esempio, la “bandiera eritrea già sventola sulla zona controversa del monte Gabija”. L’obiettivo è semplice. Secondo il trattato Francia-Gibuti del 1977, la Francia deve intervenire in caso di violazioni da parte dell’Eritrea dell’accordo sulle zone demilitarizzate o di atti di aggressione. Cioè, Gibuti vuole trascinare Parigi nel conflitto. I Mirage dell’Aeronautica francese sorvolavano la zona senza notare movimenti delle forze eritree. La questione dei territori controversi riconosciuti da Asmara fu risolta con il verdetto del tribunale internazionale, sfavorevole all’Eritrea, che ritirò le truppe dalle aree riconosciute territorio di Gibuti. Lo scopo di Ismaïl Guelleh è alleggerire la propria posizione in relazione alla crescente pressione dell’opposizione su lui e il suo clan, i cui capi rimangono legati ali EAU e godono del sostegno di Abu Dhabi. L’azione anti-Qatar dalle autorità di Gibuti è dovuta ai tentativi di riaffermare la politica di sviluppo del partenariato con i sauditi in forza della promessa di Riyadh di miliardi di dollari di investimenti e dell’organizzazione di una base militare saudita a Gibuti. Le relazioni della leadership di Gibuti con gli EAU sono cattive e Riad ne incoraggia il passo anti-Emirati. Gibuti, dal suo punto di vista, assicura un azione anti-Qatar e l’isteria nell’arena internazionale in una situazione in cui gli EAU, attraverso l’Eritrea, organizzano provocazioni militari contro Gibuti. Infatti, né sauditi né EAU finora sono pronti a un tale sviluppo. Il Qatar non potrà organizzare un conflitto nell’Africa orientale contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma la situazione è sempre più complicata.

Ashton B. Carter e il Generale Samora Yunis

Flussi di armi
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe documentare le attività del Qatar, che sostiene i gruppi terroristici che operano in Libia. Questo fu dichiarato dal Ministero degli Esteri dell’Egitto alla riunione del Comitato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella dichiarazione per contrastare il terrorismo. Cairo ha chiesto la rimozione dell’embargo sulle armi all’Esercito Nazionale Libico (LNA), che nessuno accetterà. Il Qatar fornisce armi agli islamisti attraverso i clan di Tripoli e Misura, associandosi alla Fratellanza musulmana. Anche Sudan e Turchia lo fanno. Inoltre, secondo i dati forniti dai servizi speciali dell’Egitto, nel Sudan le basi logistiche sono dispiegate non solo da Qatar ma anche dall’Iran. Teheran rifornisce la striscia di Gaza attraverso il Sinai. Doha è specializzata nell’invio di armi in Libia e Sinai. Khartoum, nonostante la divisione pubblica con Teheran e l’alleanza con Riyadh, continua ad utilizzare i legami con Qatar e Iran per sostenere materialmente gli islamisti e i sostenitori di Hamas. Riyadh dovrebbe controllare le azioni di Khartoum in quella direzione e in alcuni casi, se necessario, correggerle, ma ciò non accade. L’attacco di Arabia Saudita, EAU ed Egitto al Qatar non significa che la loro alleanza sia forte. Gli interessi sauditi, in combinazione con gli Emirati Arabi Uniti, sono diversi in tutti i punti chiave della regione, dallo Yemen al Corno d’Africa e alla Libia. Difatti, Riyadh ha posto a capo del governo di accordo nazionale Fayaz al-Saraj, ma Abu Dhabi e Cairo il comandante in capo delle Forze Armate di Tobruq, Generale Q. Haftar. L’Arabia Saudita trae vantaggio dell’indebolimento di Haftar, da qui l’atteggiamento conciliatorio di Riyad verso la presenza in Sudan delle basi di addestramento dei terroristi dei Fratelli musulmani nelle aree di confine egiziane e il trasferimento di armi agli islamisti libici attraverso la logistica sudanesi nel Darfur. Nel sud, contro le forze di Haftar, “l’opposizione ciadiana” è in guerra sotto la sfera d’influenza dei servizi di sicurezza sudanesi. Riyadh utilizza la carta della vittoria sudanese per scoraggiare EAU ed Egitto.
Le conclusioni sono semplici. L’alleanza dei Paesi sunniti nel formato “NATO del Medio Oriente”, di cui parlano gli Stati Uniti, non è realistica. Ben presto la tensione anti-Qatar calerà e le contraddizioni tradizionali di Riyadh, Abu Dhabi e Cairo, profonde, si manifesteranno e non permetteranno alcuna alleanza temporanea per risolvere obiettivi tattici. Quindi, il Qatar non avrà una posizione difensiva a lungo; ha abbastanza alleati per andare all’offensiva. Questo rende l’attacco contro Doha insensato. Dalle dichiarazioni del dipartimento di Stato degli USA, è abbastanza chiaro che Washington lasci che gli eventi seguano il loro corso senza interferire…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora