La fine della Merkel è vicina

Tom Luongo, 20 novembre 2017Questo è un titolo che aspettavo di scrivere da sei anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel non può mettere insieme una coalizione. È il risultato di un’elezione che ha visto l’ascesa della populista Alternative for Germany (AfD) e la caduta dei socialdemocratici, guidati dal guappo di Soros Martin Schultz. Ora i Liberaldemocratici (FDP) guidati da Christian Lidner, capiscono quanto sia forte la loro posizione. Non devono fare un cattivo affare con Merkel per avere il posto a tavola solo per doverla condividere con i Verdi ideologicamente opposti. Possono forzare un nuovo voto, vedere al rialzo e insieme ad AfD chiedere una fetta molto più grande della torta. Ma infine, se il partito di coalizione CDU/CSU della Merkel dovesse restare, e non c’è alcuna garanzia, dovrà rinunciare alla Merkel se vuole sopravvivere elettoralmente. Comunque, la CSU guidata dal governatore bavarese Horst Seehofer potrebbe staccarsi dalla CDU rendendo impossibile qualsiasi coalizione senza un nuovo voto.

L’ultima battaglia del Merkelismo
L’unica cosa in cui l’articolo del Washington Post ha ragione è che la decisione ora spetta al presidente Frank-Walter Steinmeyer. Descrive tre scenari, alcuno dei quali ovvio, un nuovo voto. Ma è un anatema per lo Stato profondo su entrambe le sponde dell’Atlantico, quindi va ignorato dal Post. Un nuovo voto, tuttavia, è ciò che è probabilmente sul tavolo. Le potenze in Europa l’impediranno il più a lungo possibile e cercheranno di trascinarla al Bundestag nella speranza che Merkel possa formare un governo di minoranza. Ma, francamente, non vedo perché qualcuno lo vorrebbe, oltre a bloccare l’accesso al potere all’AfD. Con un governo di minoranza il blocco elettorale AfD di quasi 100 seggi è nella posizione assai forte per siglare accordi con gli altri partiti, che pubblicamente affermano che non vi collaboreranno mai. Quindi, la realtà di un nuovo voto è alta. E ciò significa vantaggi per i cosiddetti partiti conservatori CSU, FDP e AfD. Lo scenario da incubo per tutti è l’avanzata dell’AfD oltre il 15% in qualsiasi nuovo voto. Staccando il 6,8% della CSU, la CDU della Merkel ha ottenuto solo il 26,8% dei voti a settembre. Mettere insieme un governo non migliorerà la posizione della CDU. Mentre FDP, CSU e AfD ci guadagnano garantendo che il Merkelismo sia completamente respinto. I socialdemocratici si sono tagliati la gola, prima entrando nella grande coalizione con la Merkel dopo le ultime elezioni e dopo candidando Schultz come ovvia mossa del cavallo della Merkel. Non si può sottolineare abbastanza che Schultz viene ritenuto l’oppositore candidato contro la Merkel solo per perdere, come McCain e Romney negli Stati Uniti. Il suo compito era incanalare i voti per la Merkel dai socialdemocratici. Ma non ha funzionato. Ciò che è successo è il completo collasso del sostegno alla Merkel, un mutamento della mentalità tedesca. Questo è l’opposto di ciò che volevano Merkel e Schultz. Sono euristi innanzitutto. E mentre il sentimento per l’UE in Germania è ancora favorevole, non lo è a scapito dei valori tedeschi, e francamente, delle donne tedesche.

Le divisioni sull’immigrazione si approfondiscono
La radicale adesione della Merkel all’ideologia dei confini aperti di Soros le costerà la cancelleria. Getterà inoltre l’UE in un vero e proprio tumulto mentre il suo capo viene deposto da un elettorato tedesco che non è più totalmente dedito al suicidio culturale come penitenza per l’Olocausto. Questo lascia il toy-boy francese Emmanuel Macron alla guida dell’UE nel momento in cui è necessaria una forte leadership per gestire la nascente crisi del sistema bancario. Esitavo nel definire la fine dell’UE, in quanto è attualmente prevista tra un paio d’anni. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa è stata lenta ma costante. Nonostante sia riuscito a vincere Macron in Francia, la populista del Front Nationale Marine Le Pen ha battuto i principali partiti francesi. Mentre possiamo ancora definire lo scenario “Incontra il nuovo boss, lo stesso vecchio boss” in Francia e Germania, l’ondata populista in Europa non ha ancora raggiunto il picco. La fine del Merkelismo ne è il risultato naturale. Era da sempre una posizione politica senza uscita. Un’Europa federata secondo i termini della Germania non sarebbe mai stata stabile oltre la generazione che l’ha venduta. E’ stata costruita sulla base della divisione, riversando le ricchezze del continente ai tedeschi a scapito di tutti gli altri. Come delineavo in questo articolo ad ottobre: “Finora la Germania ha utilizzato l’Europa meridionale come discarica, scambiando il debito sovrano italiano e portoghese con le BMW. Ma questo schema ha raggiunto il limite e fa a pezzi l’Unione europea. La Germania non vuole fermare l’accordo e non vuole pagare la sua “giusta parte” dell’onere per la risoluzione, cioè ridurre il debito di ciò che considera Paesi “Club Med”. I politici tedeschi come Merkel sfruttano cinicamente questo cinismo per vantaggi politici ma, ora che s’è raggiunto il limite del debito, si smaschera per nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo statunitense, non da leader della Germania”.

L’UE non sopravviverà alla Merkel
Ed è qui che andiamo sull’Europa. Una volta che la Merkel se ne sarà andata, inizierà lo smantellamento dell’attuale versione del progetto europeo. Macron è l’elite del Piano-B, un naif facilmente influenzato che promuoverà qualsiasi sciocchezza pazzoide vogliano. Questo significa:
– Un esercito dell’UE per soggiogare gli Stati separatisti.
– Nuove regole bancarie che assicurino che i depositanti vengano spazzati via dalla prossima crisi finanziaria .
– Più pressione legale e politica sugli Stati dell’Europa orientale come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che respingono con tutto il cuore il Merkelismo.
– Turbolenze politiche in Italia e Spagna che vedranno l’apertura a una maggiore autonomia dato che il messaggio di Bruxelles sarà meno volto al salvataggio delle banche tedesche dal contagio.
La Merkel stava tenendo tutto questo insieme, ma i risultati delle elezioni rendono impossibile continuare. La sua eredità sarà un’Europa divisa lungo vecchie linee tribali, esattamente l’obiettivo opposto dell’UE. Soros e il resto delle élite del mondo unificato cercheranno di usare il caos per forgiare una nuova identità europea, un’Europa più forte. Ma non contateci. Theresa May regge meglio del previsto ai colloqui sulla Brexit. L’amministrazione Trump riesce a cavarsela internamente e ciò significa porre fine a John McCain come presidente via Senato. Una volta che Trump avrà una vera maggioranza e l’opposizione nel GOP debitamente neutralizzata, sosterrà la resistenza contro i resti del Merkelismo. Perciò va osservato attentamente l’assalto ai pilastri del Merkelismo. L’uscita della “Lista di Soros”, i parlamentari sotto suo controllo, è significativa. Lo è anche l’abbandono dei Clinton da parte dei democratici di ogni forma e dimensione. La perdita di fiducia diplomatica e, cosa più importante, del rispetto degli Stati Uniti da parte degli alleati su ciò che riguarda la Siria, come avevo già sottolineato, vi giocherà pure. E una volta che il nuovo voto confermerà la tendenza contro il Merkelismo in Germania, avremo chiarezza su come sarà la prossima fase di questa storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Sul monumento ad Alessandro III

Kremlin, 18 novembre 2017Vladimir Putin ha preso parte alla cerimonia d’inaugurazione del monumento allo zar pacificatore Alessandro III. Il monumento è stato eretto nel parco di Livadia, in Crimea. Il monumento è un dono dell’Unione degli artisti russi. L’autore della composizione scultorea è lo scultore Andrej Kovalchuk, capo dell’Unione degli Artisti del Popolo della Russia. Il monumento è stato eretto nel parco del Palazzo Livadia, dove l’imperatore Alessandro III amava risiedere con la famiglia. Il monumento in bronzo alto quattro metri è stato forgiato in una fabbrica negli Urali. Alessandro III si presenta seduto su un tronco d’albero, in uniforme e appoggiato sulla spada, con un bassorilievo alle spalle sormontato da un’aquila a due teste. Dopo la cerimonia, il presidente ha avuto una breve conversazione con i residenti e i giovani.

Vladimir Putin: amici,
Oggi qui in Crimea, nel famoso Palazzo Livadia, sveliamo un monumento ad Alessandro III, statista e patriota eccezionale, uomo di resistenza, coraggio e volontà incrollabile. Ha sempre sentito una tremenda responsabilità personale per il destino del Paese: ha combattuto per la Russia nei campi di battaglia, e dopo essere diventato sovrano, fece tutto il possibile per il progresso e il rafforzamento della nazione, proteggerla dalle turbolenze, dalle minacce interne ed estere. I contemporanei lo chiamavano Zar Pacificatore. Tuttavia, secondo Sergej Vitte, concesse alla Russia 13 anni di pace non cedendo, ma con decisa ed incrollabile fermezza. Alessandro III difese direttamente e apertamente gli interessi del Paese, e questa politica assicurò la crescita dell’influenza e dell’autorità della Russia nel mondo. Il potenziale industriale del Paese crebbe dinamicamente, mentre fu adottata un’innovativa legge sul lavoro a tutela dei diritti dei lavoratori, una legge che era molto più avanzata di quelle in molti altri Paesi. Nuove fabbriche e stabilimenti si aprivano, nuovi settori industriali nascevano e le ferrovie si espandevano. Fu un decreto dello zar che avviò la costruzione della Grande Strada Siberiana, la Transiberiana, risorsa della Russia da oltre un secolo. Alessandro III iniziò anche un importante programma per la modernizzazione dell’esercito. Furono attuati ampi programmi di costruzioni navali, anche per la Flotta del Mar Nero. Credeva che uno Stato forte, sovrano ed indipendente debba affidarsi non solo sul potere economico e militare, ma anche sulle tradizioni; è fondamentale per una grande nazione preservare la propria identità mentre qualsiasi avanzata è impossibile senza il rispetto di propria storia, cultura e valori spirituali. Il regno di Alessandro III fu definito epoca del risveglio nazionale, con vera elevazione dell’arte, pittura, letteratura, musica, educazione e scienza russe, al momento di tornare alle nostre radici e patrimonio storico. Fu sotto Alessandro III che la bandiera bianco-blu-rossa venne largamente utilizzata come bandiera nazionale, ora diventata uno dei principali simboli dello Stato del nostro Paese.
Alessandro III amava la Russia e ci credeva, e oggi svelando questo monumento rendiamo omaggio alle sue azioni, ai suoi successi e ai suoi meriti, dimostrando il nostro rispetto per la storia continua del nostro Paese, per le persone di ogni ordine e classe sociale che hanno servito con serietà la Patria. Ho fiducia nelle generazioni attuali e future, che faranno del loro meglio per il benessere e la prosperità della Patria, così come fecero i nostri grandi antenati.Grazie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

NATO: una pericolosa tigre di carta

Patrick Armstrong, SCF 16/11/2017I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.

BTR-50 egiziani, 6 ottobre 1981

Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi dei Rohingya è una questione del Myanmar

Dragon-naga 14 novembre 2017I giornalisti del Myanmar che si recano oggi a Maundo a proprio rischio e pericolo, una città non lontana dal confine col Bangladesh, circondata da dozzine di insediamenti rohingya, sono stupefatti nel dire che, nonostante i villaggi bruciati, le persone in questo territorio continuano a vivere. Uno di questi giornalisti ha avuto la forte impressione da un improvvisato mercato del bestiame in uno dei sobborghi della città. Il risultato della massa di persone che abbandonavano le fattorie sono le foreste intorno ai villaggi spopolati e bruciati abitate da animali domestici, principalmente mucche e bufali. Sono stati presi da chi si arrischia a rimanere e, in questo caso, come dicono i giornalisti, anche le forze dell’ordine del Myanmar sono attivamente coinvolte. I bovini sono marchiati (per stabilirne la proprietà) e vengono portati in un mercato improvvisato per venderli ai residenti locali. E i residenti locali comprano questo bestiame con strano entusiasmo: rischiano restando, quindi almeno come compenso per la paura comprano una nuova mucca a un prezzo economico. Poiché l’offerta supera chiaramente la domanda, i prezzi per i bovini a Maundo sono in realtà piuttosto bassi. E i residenti della città dicono che le forze dell’ordine caricano mucche e bufali sui camion dell’esercito e li portano nella capitale dello Stato Sittwe, lì il mercato è migliore e dal bestiame incustodito si può guadagnare di più. Allo stesso tempo, pochi si preoccupano dei proprietari di questi animali: i rohingya fuggiti in Bangladesh, o i rakhinesi e gli indù o altre nazionalità precipitatisi nel sud del Paese. Chi rimane, indipendentemente dall’affiliazione religiosa, sa che i fuggiaschi non torneranno più, il che significa che nessuno cercherà mai una data mucca. E dove trovarla se il bestiame senza proprietario fuggito nelle foreste è stimato ad almeno decine di migliaia di capi. Questo è il risultato dell’operazione speciale delle forze di sicurezza del Myanmar, iniziata dopo che centinaia di rohingya, nella prima mattina del 25 agosto (terroristi accompagnati da “gruppi di sostegno” tratti dalle temute bande giovanili locali, che le forze armate stimavano in circa 4000 persone) attaccarono 30 postazioni di polizia e militari nel nord dello Stato di Rakhine. In risposta, forze armate, polizia e distaccamenti delle guardie di frontiera iniziarono l’operazione per liberare il territorio. In termini numerici, dal 25 al 31 agosto, i terroristi effettuarono 52 attacchi organizzati contro le forze di sicurezza del Myanmar. Nello stesso periodo furono registrati 90 incidenti (tra cui esplosioni di mine e granate). Almeno 63 villaggi registrarono almeno un incidente od esplosione. L’ultimo episodio fu registrato il 22 settembre, ma dopo il 5 settembre (la data in cui, secondo la Consigliera di Stato del Myanmar Aung San Suu Kyi, i combattimenti attivi sono cessati), ce ne furono davvero pochi. Come risultato degli incendi che bruciarono 232 villaggi, per lo più rohingya, i rifugiati che attraversarono il confine tra Myanmar e Bangladesh furono più di 600mila. Molti di loro, conversando coi giornalisti, descrivono l’illegalità che le forze dell’ordine del Myanmar commettevano contro di loro, secondo i rifugiati, bruciando villaggi, uccidendo e violentando. Persino il Myanmar ritiene che centinaia di rohingya siano stati uccisi, anche se i militari sottolineano che sono stati uccisi dai terroristi.
Se si guarda allo svilupparsi degli eventi dall’anno scorso nello Stato di Rakhine, si dovrebbe riconoscere che tale risultato era logico. Da un lato, nel 2012, il Presidente del Myanmar, Thane Sein, invitò la comunità mondiale a riprendersi i migranti illegali bengalesi nel suo Paese (questa era la posizione ufficiale delle autorità del Myanmar verso i rohingya) e cinque anni dopo la leadership del Paese finalmente ragionava, nessuno li avrebbe aiutati a trasferire i rohingya dal Myanmar, e quindi dovevano risolvere da soli il problema, al meglio per quanto possano. D’altra parte, negli ultimi due anni c’è stato un cambiamento qualitativo nelle attività delle strutture che cercano di parlare a nome dei rohingya nel mondo. Soprattutto l’attivazione e la denominazione del “Rohinga Arakan Salvation Army” (ARSA), organizzazione guidata da tale Ata Ula, una rohingya nato in Pakistan e che vive da tempo in Arabia Saudita, che a quanto pare ha ottenuto il denaro per le attività correnti. Al confine tra Myanmar e Bangladesh sono comparsi campi di addestramento per terroristi, dove giovani disoccupati locali si sono recati volontariamente. Gli istruttori di questi campi non erano solo quadri locali formati all’estero, ma anche immigrati da Afghanistan e Pakistan. Le forze di sicurezza del Bangladesh affermavano che negli attacchi nel nord dello Stato di Rakhine avevano ancora relativamente poche armi da fuoco. A loro volta, le autorità del Myanmar poterono fare ben poco per evitare tale crescente pericolo, come ammise Aung San Suu Kyi, i capi delle comunità rohingya che espressero il desiderio di cooperare con le autorità, pagavano con la vita. Il primo caso di attacco armato organizzato dall’ARSA alle posizioni delle forze di sicurezza del Myanmar si ebbe il 9 ottobre 2016, poi i terroristi attaccarono le dogane, uccidendo 9 poliziotti e 4 soldati, e soprattutto ottennero numerose armi da fuoco e munizioni. Dopo di ciò, cominciarono a comparire sempre più resoconti su schermaglie tra rohingya e forze armate ed uccisioni da parte dei terroristi di civili (soprattutto rappresentanti di altri gruppi nazionali e confessionali). Ci furono notizie sui terroristi che aggredivano le ragazze da altre comunità nazionali, convertendole forzatamente all’Islam e prendendole in mogli. Inoltre, i villaggi rohingya iniziarono a bruciare nello Stato di Rakhine. All’estero, degli incendi furono al solito accusati i militari del Myanmar, tuttavia, nel rapporto della commissione speciale dell’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan (che non ha motivo di adattarsi alla linea ufficiale di Naypyidaw) si nota che molti degli incendi sono opera dei rohingya stessi. A poco a poco divenne chiaro che il prossimo attacco organizzato alla polizia e alle strutture militari nello Stato di Rakhine era solo questione di tempo e che sarebbe stato molto più ampio del precedente. È chiaro che i militari del Myanmar lo capirono perfettamente e prepararono la svolta degli eventi programmando un’operazione su larga scala per ripulire i villaggi rohingya dai terroristi. Ma l’ARSA non solo fece un lavoro efficace con i giovani rohingya in Myanmar, reclutando e addestrando sempre più quadri. Una componente PR per l’estero dell’organizzazione ebbe risalto. Come ammettono gli esperti, i suoi documenti erano scritti in ottimo inglese “ONU”, cioè potevano semplicemente essere presi e citati sui siti delle organizzazioni non governative e dei media. Allo stesso tempo, l’ARSA negò i legami cogli islamisti (va notato che le agenzie d’intelligence bengalese e indiana hanno dati opposti sul caso) e dichiarò l’obiettivo puramente “laico” e attraente per i difensori dei diritti umani internazionali di garantire che i rohingya non siano più una “nazione oppressa” e abbiano diritti civili. Tali iniziative di PR ben regolate dei capi dell’ARSA attrassero molti sostenitori e simpatizzanti nel mondo. A sua volta, il nuovo governo del Myanmar cercò di trovare una formula accettabile per una soluzione pacifica al problema. Per studiare la situazione nello Stato di Rakhine e sviluppare raccomandazioni, fu creata una commissione internazionale speciale con a capo l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il governo del Myanmar adottò un piano quinquennale per lo sviluppo socio-economico dei territori del nord dello Stato di Rakhine (per il 2017-2021), i leader del Paese hanno annunciato la creazione di una zona economica speciale in questo territorio per attirare investimenti (anche dai Paesi islamici) e creare nuovi posti di lavoro. I piani per la costruzione di strade e ponti, così come l’elettrificazione dei territori, furono approvati. Insegnanti apparvero negli insediamenti rohingya. Come riferì Aung San Suu Kyi, i rohingya finalmente avevano un pari accesso ai servizi sanitari degli altri cittadini del Myanmar. Furono avviati i programmi di formazione professionale dei residenti, a seguito dei quali ricevere nuove professioni e maggiori opportunità di trovare lavoro. Il 23 agosto, la Commissione Annan presentò il rapporto finale con proposte per la risoluzione pacifica dei problemi dei rohingya e loro ulteriore integrazione nella società del Myanmar, e i leader del Myanmar a loro volta sottolinearono di esser pronti ad iniziare immediatamente ad attuare concretamente le raccomandazioni del rapporto. E il 25 agosto, i militanti dell’ARSA attaccarono le postazioni militari nello Stato di Rakhine. A giudicare dalle conversazioni telefoniche dei capi dell’ARSA, intercettate dai servizi segreti del Bangladesh, questa coincidenza di date non fu casuale. La dirigenza dell’ARSA cercò di dimostrare di non volere il dialogo col governo del Myanmar e che intendeva raggiungere gli obiettivi unicamente con la forza. Se tale svolta interessasse ai rohingya che vivevano nello Stato di Rakhine, a quanto pare alla dirigenza dell’ARSA non importava.

Perché così tanti
608mila persone dal 25 agosto passarono dal Myanmar in Bangladesh (per lo più su imbarcazioni e altri mezzi improvvisati attraverso il fiume Naf), la cifra era nell’ultimo comunicato stampa dell’ONU, significativamente più grande del numero di rifugiati nelle precedenti crisi nello Stato di Rakhine: nel 2012, a seguito degli scontri intercomunali, il numero di “sfollati” fu stimato a 140000, e un maggior numero di rifugiati dallo Stato di Rakhine fu registrato dopo una serie di operazioni militari primi anni ’90, che furono circa 250mila. Tuttavia, i militari del Myanmar (e soprattutto, il comandante in capo delle Forze Armate Generale Aung Hlayn) ritengono che i media abbiano gonfiato in modo ingiustificato tale cifra. Innanzitutto, diventare dei rifugiati in Bangladesh non è una coincidenza. Immaginate che i terroristi compaiano nel vostro villaggio e ben presto i soldati arrivino per combatterli. Cosa fate? Certo, lasciate il villaggio per andare dai parenti e aspettare che tutto si sistemi. Ma i bengalesi (cioè i rohingya) non hanno parenti in Myanmar. Tutti vivono in Bangladesh. Non sono parenti, ma correligionari che parlano la stessa lingua. Inoltre, la maggioranza dei rohingya viene limitata nei movimenti nel Paese. Pertanto, se ne andarono in Bangladesh. Cioè, secondo la logica dei militari, se costoro fuggivano all’interno del Paese e si sarebbero stabiliti dai parenti, e nessuno li avrebbe considerati rifugiati, non sarebbero apparsi su alcun rapporto delle Nazioni Unite. Dal punto di vista della formalità della burocrazia “ONU”, l’argomento è abbastanza convincente perché oggi (almeno alle Nazioni Unite) nessuno parla dei rifugiati nel Myanmar, in fuga dai conflitti nello Stato di Rakhine e stabilitisi da parenti e amici. In realtà, nessuno li considera formalmente rifugiati, semplicemente hanno cambiato residenza. Secondo le stime dei militari, che hanno incontrato colonne di tali persone che fuggivano dallo Stato di Rakhine verso l’interno del Myanmar, sarebbero decine di migliaia. Allo stesso modo, la maggior parte degli attuali rifugiati rohingya scomparirebbe, se fossero nativi del Myanmar, presso i parenti nel Paese. Cioè, i militari credono che la cifra di 600mila sia solo causa delle circostanze, e in altre condizioni geografiche e demografiche sarebbe stata molto più bassa. Lo sottolineava il Generale Min Aung Hlayn in un’intervista all’ambasciatore statunitense Scott Marsel. In secondo luogo, molti rifugiati arrivarono in Bangladesh dopo intimidazioni e minacce dell’ARSA. Secondo il “Tatmadaw True News Information Team” (un gruppo d’informazione delle forze armate creato appositamente per “una copertura veritiera degli eventi” relativi alla crisi dei rohingya), pubblicato a metà novembre, i risultati dell’indagine sui residenti dello Stato di Rakhine indicano che i terroristi scacciarono i residenti locali dicendo che le truppe arrivavano per bruciare il villaggio, uccidere gli abitanti con armi automatiche e sganciare bombe dagli elicotteri. I terroristi dicevano: “La tua vita sarà più facile se andrai in Bangladesh, perché lì riceverai aiuto dall’estero”, aggiungendo minacce dirette: “Lascia, altrimenti ti dichiareremo apostata dall’Islam e ti taglieremo la gola”. E per costringere le persone a lasciare i villaggi, i terroristi incendiarono le loro case. Infatti, come sottolineato dai militari, bastò costringere un solo villaggio a partire che gli abitanti dei villaggi vicini venissero presi dal panico, senza alcuna persuasione o minaccia. Inoltre, come sottolineano i militari, anche i diplomatici stranieri videro tale panico infondato, comunicando cogli abitanti dei villaggi nello Stato di Rakhine per cercare di convincerli a rimanere, ma i residenti fuggirono. Tale attività dei terroristi creava l'”effetto panico cumulativo”, dimostrandosi molto efficace. I militari attirano l’attenzione sul fatto che lo scopo della leadership dell’ARSA era creare il maggior afflusso possibile di rifugiati in Bangladesh, formalmente per attirare l’attenzione della comunità mondiale sui problemi dei rohingya. Pertanto, il fatto che i terroristi costringessero i residenti locali a partire per il Bangladesh lo considerano prova indiscutibile (soprattutto perché sono molte le prove dei rappresentanti rohingya che soggiornarono nello Stato di Rakhine per questo motivo). Inoltre, molti terroristi attraversarono il confine stabilendosi in Bangladesh, ed essendosi diffusi nei campi profughi, gli abitanti dei campi evitano tali argomenti nelle conversazioni coi giornalisti. In terzo luogo, molti rifugiati non rohingya furono radunati dai terroristi in Bangladesh “per fare massa”. Gli stessi argomenti furono usati, dalla persuasione alle intimidazioni e agli incendi delle case. Ciò è evidenziato dai rifugiati non rohingya che gradualmente tornano in Myanmar (recentemente, ad esempio, è stato annunciato il ritorno di 500 indù). Secondo l’ambasciatore del Myanmar in Russia, Koh Shane, “alcune donne sono state costrette ad accettare l’Islam, alcune sono state portate in campi musulmani nel territorio del Bangladesh. Le donne indù durante il conflitto hanno chiamato i parenti in altri villaggi per avvertirli di ciò che accade“. Oltre a quanto sopra, i militari richiamavano l’attenzione su un altro fattore che ha contribuito a un flusso di rifugiati in Bangladesh così massiccio. Secondo loro, durante gli attacchi dei terroristi dall’ARSA alle strutture di polizia e militari del 25 agosto, la maggior parte degli aggressori non aveva armi o aveva solo bastoni. Per i capi dell’ARSA costoro, (la maggior parte giovani disoccupati rohingya) erano necessari per alzare il morale e, a lungo termine, farne dei veri combattenti per l’indipendenza, era cioè qualcosa di simile a un’esercitazione per futuri terroristi. Ma, come spiega l’esercito, l’obiettivo principale era l’attacco psicologico alle forze di sicurezza del Myanmar, quando una folla aggressiva di diverse centinaia di persone assaltava la stazione di polizia (con massimo di 10-15 difensori), qualsiasi poliziotto si sarebbe spaventato. In effetti, il compito dell’ARSA era dimostrare alle forze di sicurezza del Myanmar che erano in guerra contro tutto il popolo. I militari risposero con una tattica simile. Si avvicinarono ai villaggi in grandi gruppi, così che i residenti locali capissero immediatamente che una forza minacciosa arrivava inesorabilmente su di loro. E poiché in molte famiglie i giovani presero parte agli attacchi alle strutture di polizia e militari di diversi giorni prima, si può immaginare cosa provassero quando videro i soldati. Inoltre, i miei interlocutori dicevano che una parte significativa dei miliari era costituita da rakhinesi, il che significava che i rohingya, sapendo questo, erano sicuri che il popolo armato si sarebbe vendicato. Come si scoprì, questa tattica funzionò molto bene dato che gli insorti avevano collaborato cogli abitanti dei villaggi, intimidendo e costringendo a partire per il Bangladesh. Secondo l’esercito del Myanmar, sempre più spesso, quando si avvicinavano ai villaggi, non c’erano più abitanti e le case bruciavano. E infine la stessa situazione in Bangladesh potrebbe aver influenzato il numero dei rifugiati. Nel contesto del Paese sovrappopolato, con un vasto esercito di disoccupati tra la popolazione, i campi profughi (dove almeno si viene nutriti, e si crede anche alla prospettiva di lasciarne uno per un altro dove si è meglio nutriti), furono sommersi da bengalesi locali. I bengalesi di Chittagong e quelli che si definiscono “rohingya” in realtà non differiscono. Inoltre, molti giovani rohingya che vivono in Bangladesh, al confine con il Myanmar, sono coinvolti nel traffico di droga dal Myanmar, e il confine “colabrodo” viene attraversato in entrambi i sensi, quindi è abbastanza facile immaginare la comune realtà geografia e culturale di ogni lato. Pertanto, per i bengalesi la confusione causata dall’improvviso arrivo di centinaia di migliaia di persone nel Paese, appare chiaro che dichiarasi rohingya non è difficile. Ma i documenti, per ovvie ragioni, possono essere esibiti solo da una frazione degli abitanti dei campi profughi. La lamentela principale delle autorità di Myanmar sul dato dei rifugiati è che il mondo assiste esclusivamente i rifugiati in Bangladesh (la maggior parte dei quali rohingya). Ma se si parla delle vittime dei recenti scontri nel Rakhine, è necessario tenere conto di tutti. Nel territorio del Myanmar, dalla zona di conflitto, secondo l’esercito, sono state evacuate 27235 persone (per lo più rakhinesi, birmani, indù, mro, kham, mramagi e dayngneti che, come i militari sottolineano, non sono “come gli abitanti dei villaggi bengalasi“). Molti hanno lasciato le case recandosi a sud del Paese, “quanti” resta da vedere. Per i myanmaresi è strano che le sofferenze di queste persone, che hanno abbandonato le proprie case per le minacce dai terroristi rohingya stranieri, a malapena se ne parli, mentre molto spazio sui media hanno le storie sui rifugiati in Bangladesh (rigurgitate acriticamente, senza alcuna prova). Secondo loro, l’aiuto della comunità internazionale dovrebbe essere distribuito in modo uniforme tra tutte le vittime del conflitto, indipendentemente da ubicazione e appartenenza etnica o religiosa.L’industria dell'”assistenza ai rifugiati” e la crisi nella fiducia sulle Nazioni Unite
Tale dimostrato disprezzo delle organizzazioni non governative internazionali per i problemi dei rifugiati non musulmani (ed è così che viene visto dal Myanmar, come nel Bangladesh musulmano e dai rappresentanti di altre religioni), ancora una volta attirava l’attenzione dei myanmaresi sulle attività di tali organizzazioni nel loro Paese e in Bangladesh. In Myanmar i media più volte segnalavano che almeno alcune di tali organizzazioni di fatto aiutano i terroristi (una delle prove più vivide sono gli aiuti umanitari trovati nelle basi dei terroristi, spesso mostrati dai media del Myanmar). Inoltre, secondo l’opinione pubblica del Myanmar e del Bangladesh da decenni vi è un settore delle organizzazioni non-profit specializzata nella rumorosa campagna in difesa degli “oppressi nel mondo” e per la raccolta di risorse da tutto il mondo, formalmente per assistere i rifugiati rohingya, in realtà per alimentare il loro parassitismo su questo argomento. I fondi raccolti consentono ai capi di tali organizzazioni di vivere agiatamente e di “ungere” i funzionari locali. E’ chiaro che tali organizzazioni permettono, per quanto possibile, di ritrarre un quadro fosco delle sofferenze dei rohingya. Ed è noto in Myanmar che i capi di tali organizzazioni (o dei loro uffici in Bangladesh e Myanmar) sino fondamentalmente musulmani; per i myanmaresi ciò è la migliore prova della loro faziosità, (in questo caso, nel tentativo dei musulmani di difendere i fratelli a scapito dell’oggettività, e i myanmaresi non vi vedono nulla male, “avremmo fatto lo stesso parlando dei buddisti“). I principali rimproveri ai rappresentanti di tali organizzazioni che operano nel Rakhine è che aiutano solo bengalesi-rohingya e non aiutano (o non abbastanza) gli altri gruppi etnici e religioni. Inoltre, tali organizzazioni a volte consapevolmente o inconsapevolmente provocano conflitti. Così è stato, per esempio, quando un dipendente di una di tali strutture per qualche motivo decise di rimuovere la bandiera buddhista da un edificio nello Stato di Rakhine, e lo fece in modo tale (gettandola a terra in un luogo dove i simboli religiosi non sono formalità) che in seguito i membri dell’organizzazione dovettero uscire dalla città sotto scorta armata, per evitare rappresaglie dai residenti locali. Ma il problema principale era la sfiducia nelle organizzazioni non governative dopo anni di lavoro in Myanmar che ha provocato diffidenza nelle Nazioni Unite, le cui attività sono strettamente connesse con tali strutture. Aung San Suu Kyi compie cauti tentativi di migliorare in qualche modo la credibilità dell’organizzazione (ad esempio nominando a capo della commissione speciale per lo Stato di Rakhine l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, perciò fu duramente criticata da nazionalisti rakhinesi), ma dopo i recenti fatti nello Stato di Rakhine si può concludere che la crescita della fiducia non c’è ancora.
In Myanmar viene spesso ricordato come il precedente relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Tomás Ojea Quintana, un argentino, camminasse coi calzini in un tempio buddista e si sedesse in modo irrispettoso presso i monaci influenti. L’attuale relatrice speciale delle Nazioni Unite, la coreana Li Yanghi (che uno dei capi del gruppo radicale del clero buddista del Myanmar Ashin Virata definì pubblicamente una puttana), veniva pure criticata. Ad esempio, parlando dell’omicidio di sei rohingya da parte di terroristi di nazionalità Mro, il 3 agosto 2017, non indicò gli autori del crimine nella dichiarazione ai media del Myanmar citata dal Centro asiatico per i diritti umani (di New Delhi). E dopo gli attacchi dei terroristi rohingya a persone da popolazioni non musulmane del Rakhine, ancora una volta menzionò questi eventi senza indicarne i responsabili; secondo gli autori del documento, tale posizione della relatrice speciale delle Nazioni Unite “ispira i terroristi” a compiere altri attacchi. I myanmaresi soffrirono e reagirono per la prima volta quando fu nominata la “pulizia etnica anti-islamica” nello Stato di Rakhine dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Ziad Rad al-Husayin, la cui appartenenza religiosa non è per nessuno un dubbio. Successivamente i myanmaresi non ebbero bisogno di molto tempo per capire chi avvantaggiasse l’organizzazione internazionale. La dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata all’inizio di novembre è stata accolta in Myanmar con palese irritazione. Il rappresentante del Myanmar presso le Nazioni Unite disse che “è una pressione geopolitica sul Paese” ed “aumenterà polarizzazione ed escalation”. Recentemente, i media del Myanmar hanno ripetutamente accusato gli alti funzionari delle Nazioni Unite di aggredire la sovranità del Paese.
Soprattutto è necessario parlare del ruolo del Bangladesh in questi eventi. Il governo della Prima ministra Sheikh Hasina ha tutte le ragioni per non amare l’ARSA. Funzionari del Bangladesh hanno ripetutamente sottolineato la politica “tolleranza zero” nei confronti di questa organizzazione e che i suoi capi, se detenuti, vanno estradati in Myanmar. Inoltre, i militari del Bangladesh hanno perfino offerto il comando alle forze armate del Myanmar per condurre un’operazione militare congiunta contro i terroristi dell’ARSA, ma non ebbero risposta. Intercettate dai servizi speciali del Paese, le conversazioni dei capi terroristi indicavano che compito secondario nell’organizzare la “crisi dei rifugiati” era sfuggire all’attuale governo del Bangladesh, in quanto insufficientemente fedele. Ma poi si scopriva che le forze di sicurezza del Myanmar svolgono le operazioni speciali nello Stato di Rakhine esattamente come voleva il capo dell’ARSA. Questo irritava le autorità del Bangladesh. Sì, 600 mila persone su 150 milioni del Bangladesh sono una goccia nel mare. Ma va capito che l’arrivo di un numero così grande di persone sul territorio del Paese ha effettivamente “ucciso” l’agricoltura delle aree di confine (negli attuali campi profughi). Con atteggiamento generalmente amichevole dei residenti locali per le persone in difficoltà, il Bangladesh non vuole che i rifugiati rimangano in questi territori per sempre. Allo stesso tempo, i rifugiati devono essere nutriti, avere condizioni sanitarie e di vita minime, e ciò richiede fondi considerevoli. Inoltre, i campi profughi sono fonte di instabilità, criminalità e, in futuro, possibili epidemie. E in aggiunta a ciò, i servizi segreti del Bangladesh affermano che, dato che le imbarcazioni che trasportano massicciamente rifugiati attraverso il fiume Naf non vengono esaminate, trasportano grandi quantità di metanfetamina dal Myanmar. In tali circostanze, il governo del Bangladesh richiede al Myanmar che tutti i rifugiati (o almeno la grande maggioranza) rientri. E chi per qualche motivo rimanesse, che sia trasferito in una delle isole inabitate al largo delle coste del Paese (i difensori dei diritti umani hanno già sollevato un polverone per il fatto che l’isola assegnata a questo scopo, durante l’alta marea finirebbe completamente sott’acqua e, quindi, la vita degli abitanti non sarebbe al sicuro). A loro volta, le autorità del Myanmar affermano che non riprenderanno tutti ma solo chi può dimostrare una precedente residenza prolungata nel Paese. E come documento di base per tale processo, propongono un memorandum firmato dai governi di Myanmar e Bangladesh nel 1993, dopo il precedente esodo di massa di profughi dal Myanmar, nei primi anni ’90. Secondo i termini, il Myanmar accetterebbe i rifugiati che presentino carta d’identità, “altri documenti rilasciati dalle autorità competenti del Myanmar”, così come chi dimostra la propria residenza in Myanmar. Il Bangladesh è freddo verso questo passo, e gli esperti dicono addirittura che diverrebbe una “trappola” che permetterà al Myanmar di non riprendersi la maggior parte dei rifugiati. Di fatto, si scopre che il Myanmar ha il diritto esclusivo di decidere quali documenti considererà per il ritorno dei rifugiati, e quali prove considerare convincenti. E sebbene il Myanmar sia pronto ad integrare questo documento con nuove disposizioni, il Bangladesh è molto scettico sulla possibilità di applicarlo nella situazione attuale. Ma il problema non è nemmeno il documento stesso. È noto, per esempio, che i capi di molte comunità rohingya rifiutano categoricamente di partecipare al processo di verifica nazionale (cioè, la procedura che permetta di ottenere i documenti necessari per tornare in Myanmar). Alcuni agiscono basandosi su proprie convinzioni (non sono soddisfatti, ad esempio, dal fatto che, pur accettando di collaborare con le autorità, dovrebbero abbandonare l’autodesignazione “rohingya” e diventare “bengalesi”, e il processo di verifica nazionale non equivale ad ottenere la cittadinanza), ma la maggior parte, a quanto pare, ha ancora paura della vendetta dei terroristi dell’ARSA, secondo il Myanmar, da agosto, almeno 18 capi delle comunità rohynga sono stati uccisi dopo aver espresso disponibilità a partecipare al processo di verifica nazionale. Pertanto, l’argomentazione bengalese sui negoziati col Myanmar è la seguente: ponendo la condizione di fornire documenti e di far partecipare le comunità rohingya nel processo di verifica nazionale, se ne causa l’assassinio dei capi della comunità pronti a cooperare. Cioè, la richiesta del Myanmar fa reagire come previsto i terroristi dell’ARSA complicando la situazione, il che significa che è complice involontario dei terroristi. A sua volta, il Myanmar vede altre ragioni per il rifiuto del Bangladesh di accettare i termini del documento del 1993 e procedere col ritorno dei rifugiati. La presenza in Bangladesh di numerose persone, in assenza di progressi nei negoziati sul loro ritorno in Myanmar, permetterà alle autorità del Paese di ottenere altro denaro dalla comunità mondiale. Cioè, il Bangladesh, ritardando le trattative, cerca di guadagnare dai rifugiati il massimo. L’annunciò a fine ottobre il direttore generale dell’Ufficio del consigliere di Stato del Myanmar Zo Tae. E i media locali del Myanmar indicano le “richieste illegali” del Bangladesh e “pressioni su larga scala sul Myanmar”. Ora c’è un nuovo accordo tra i governi di Myanmar e Bangladesh. Forse sarà firmato il 16 novembre. A tal fine, il capo del Ministero degli Esteri del Bangladesh arriverà in Myanmar. È già noto che nel nord del Rakhine le autorità costruiranno tre grandi campi per i rifugiati. In Myanmar, i rifugiati saranno autorizzati a tornare cinque volte a settimana in gruppi di 100-150 persone e saranno stanziati in questi campi. È qui che si svolgerà il processo di verifica nazionale: i dati biometrici saranno presi e avranno i documenti necessari per la residenza legale in Myanmar.

Ritorno dei profughi: geopolitica e cospirazione
Quando chiedo ai miei interlocutori del Myanmar quanti, secondo le loro stime, rifugiati torneranno in Myanmar, alcuni consigliano di porre la domanda diversamente: non solo “quanto”, ma anche “dove”? Secondo loro, non è una domanda inutile. Ecco la mappa di metà settembre. Mostra i villaggi bruciati dei rohingya. Alla loro sinistra c’è la foce del fiume Naf, a sinistra il Bangladesh, sospeso sul territorio del Myanmar sotto forma di penisola, e più lontano il Golfo del Bengala.La mappa dei villaggi bruciati sembra strana. Sembra che nell’est sia disegnata una linea, a cui nessuno è permesso attraversare. Ma vi vivono anche rohingya, come nei villaggi ad ovest. È su loro avviso che Aung San Suu Kyi sorprese nel discorso del 19 settembre su come fosse ancora necessario capire perché metà delle comunità rohingya continuasse a vivere nel Paese. È chiaro che se il processo si sviluppasse spontaneamente, tale linea uniforme non esisterebbe, piuttosto la mappa rappresenterebbe un insieme di punti dalle dimensioni diverse. C’è qualcosa che fa pensare a una cospirazione, per esempio, il grado di “controllabilità” della crisi dei rifugiati. Ed ecco un’altra mappa di “Google-Map” che forse fa comprendere la situazione. Si scopre che lungo le coste del Myanmar vi è una catena di montagne basse (chi ha viaggiato delle spiagge di Myanmar a Ngapali e Ngve Saung sa che c’è lo stesso discorso, e dal “Myanmar interno” alle coste bisogna attraversare le montagne). Quindi, i villaggi bruciati erano per lo più tra le coste e le montagne.Un giornalista del Myanmar, con cui ho parlato a lungo, mi ha fatto notare che la foce del Naf e gli adiacenti territori del Bangladesh e del Myanmar sono il luogo ideale per una grande infrastruttura logistica. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che la sabbia costiera vicino Maundo è una fonte di alluminio e titanio. 500 tonnellate di sabbia in quest’area contengono almeno una tonnellata di uno o dell’altro metallo. Cioè, risulta che al fine di attuare determinati progetti logistici e geologici, l’area ad est del fiume Naf e fino alla catena montuosa dovrebbe essere liberata dai residenti locali. Vale a dire ciò che fino a poco prima erano i villaggi bruciati dei rohingya. Il giornalista con cui ho parlato, parlò di una conversazione con uno degli amministratori locali dello Stato di Rakhine, un militare in pensione (il che significa, a suo parere, avere accesso ad alcune informazioni attendibili), che affermava fermamente che i rohingya si sarebbero insediati “dietro le montagne”. Secondo lui, dato che non tutti sono tornati, dovrebbe esserci spazio a sufficienza. Alla mia domanda su chi volesse scacciare i rohingya, gli interlocutori del Myanmar accusavano la Cina. In effetti, a diverse centinaia di chilometri a sud di questo luogo c’è il porto di Chauphue, in acque profonde. Da lì inizia il gasdotto che attraversa il territorio del Myanmar e arriva alla provincia cinese dello Yunnan. Inoltre, la Cina ha concepito un progetto su vasta scala nel quadro dell’iniziativa “Fascia e Via”, il corridoio economico “Bangladesh-Cina-India-Myanmar” che richiederà nuovi territori e nuovi centri logistici nella regione. Alla mia domanda chi ci sia dietro gli attacchi dell’ARSA, indicavano con sicurezza gli Stati Uniti che cercano d’impedire i progetti cinesi in Myanmar e Bangladesh. Dopo di che, di solito esprimo l’opinione che in questo caso i terroristi dell’ARSA effettivamente aiuterebbero la Cina perché, logicamente, con le loro azioni e la crisi dei rifugiati che provocano, cacciano la gente del territorio per i progetti economici cinesi. I myanmaresi di solito ignorano tale supposizione, pensando a una nuova svolta della cospirazione. Al netto, a mio avviso, si può dedurre da tutto ciò che: i rohingya apparentemente si stabiliranno in nuovi territori ad est dei loro vecchi villaggi bruciati. A giustificazione di tali misure, ci sarebbe almeno la recente decisione di 150 rappresentanti di 25 villaggi a sud di Maundo. Questa decisione, in sei punti invita le autorità a non insediare i “bengalesi” nei loro ex-villaggi, e se vengono risistemati per la pressione sul Myanmar, proteggere questo territorio sotto forma dei campi e consentire ufficialmente ai locali residenti di formare distaccamenti di autodifesa, oltre a limitare le attività in questo territorio ad ONU ed organizzazioni non governative straniere, dato che lavorano da 25 anni coi “bengalesi” e non sono interessati al destino dei rakhinesi. I media del Myanmar pubblicano oggi le lettere degli abitanti dei villaggi vicini gli insediamenti rohingya, con la richiesta di non lasciare che ritornino in Myanmar perché i terroristi ritorneranno inevitabilmente con loro. Nella capitale dello Stato di Rakhine, Sittwe, ci sono state manifestazioni di massa che chiedevano al governo di non permettere ai rohingya di tornare nel Paese e di non soccombere alla pressione internazionale. In queste condizioni, insediare i rohingya in nuovi territori (oltre a quello vicini alle comunità che hanno deciso di rimanere nel Paese) per la leadership del Myanmar sarebbe una forma di compromesso.

I rohingya e il mondo
E infine va probabilmente menzionato il “concerto di opinioni” illustrato dalle principali potenze mondiali e regionali sulla crisi. Immediatamente dopo l’inizio dell’attuale crisi, il ruolo di principale e assai emotivo difensore dei rifugiati nello Stato di Rakhine nel mondo musulmano è stato inaspettatamente preso dalla Turchia. È vero, c’è stato un leggero imbarazzo: è emerso che sullo sfondo della sommossa generale sulla crisi nello Stato di Rakhine, il viceprimo ministro turco Mehmet Shimshek pubblicasse su twitter false foto che presumibilmente rappresentavano le vittime delle atrocità del popolo del Myanmar contro i rohingya (Aung San Suu Kyi lo fece notare al presidente turco Recep Erdogan durante la loro conversazione telefonica del 5 settembre). Questo fatto non è tanto la prova che uno degli statisti più noti della Turchia agisse involontariamente da “utile idiota” dei terroristi dell’ARSA, ma piuttosto del livello di consapevolezza della leadership del Paese in quel momento degli eventi nello Stato di Rakhine. Ciononostante, in seguito la Turchia cambiò tono, sebbene il presidente Erdogan lamentasse più volte l’insufficiente reazione dei Paesi islamici su ciò che accade in Myanmar: “Purtroppo, non tutti i Paesi islamici trattano con pari scrupolosità la posizione dei rappresentanti del popolo rohingya in Myanmar… È davvero così semplice? Questa domanda è così insignificante da traguardarla? Muoiono centinaia di migliaia di persone. I musulmani muoiono, ma a loro non importa“. Tuttavia, il principale aspetto positivo della partecipazione della Turchia al destino dei rohingya è che il suo governo effettivamente invia aiuti umanitari ai rifugiati in grandi quantità, ed ha persino espresso la disponibilità a costruire un campo per 100000 persone, un altro segno della comprensione turca del fatto che il ritorno dei rifugiati non sarà a breve, e se ritornano in Myanmar, non lo faranno tutti. Un passo avanti è stata la cooperazione costruttiva della Turchia con le autorità del Myanmar, ora è iniziata la fornitura di aiuti umanitari alle comunità rohingya rimaste sul territorio dello Stato di Rakhine.
Gli Stati Uniti d’America iniziarono prevedibilmente a parlare di sanzioni contro le Forze Armate del Myanmar e le relative strutture imprenditoriali. Tale argomento fu attivamente discusso al Congresso a settembre. A sua volta, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti elencò le misure da imporre all’esercito del Myanmar. Soprattutto la “sospensione delle visite del comando militare degli USA” in Myanmar, così come il divieto di partecipare ad “eventuali programmi di assistenza” del personale militare del Myanmar attivo nelle operazioni nello Stato di Rakhine. Inoltre, è possibile che alcuni rappresentanti del comando delle Forze Armate del Myanmar finiscano nella lista della “legge Magnitskij”. Tuttavia, i ricercatori indicano simbolismo ed inefficienza di tali azioni. Primo, la cooperazione degli Stati Uniti e del Myanmar sul piano militare è già più che modesta, e la cancellazione non sarà neanche notata. Secondo, il Myanmar ha già vissuto più di due decenni di sanzioni economiche ed ha imparato con successo a eluderle usando “le borse remote” di Singapore e flussi di denaro “nero” dall’India. Inoltre, a causa del ritardo del sistema bancario del Myanmar negli standard mondiali e le transazioni valutarie burocratiche, molti di tali meccanismi continuano ad essere ampiamente utilizzati dal popolo del Myanmar (sia aziende che individui). Ma la considerazione più importante che gli esperti dicono è che l’introduzione di sanzioni degli Stati Uniti dimostrerà chiaramente quanto sia diviso il mondo oggi. Attirano l’attenzione sul fatto che durante le visite del Generale Min Aung Hlayn presso le principali potenze mondiali (come India e Cina), di solito riceveva un’accoglienza da capo di Stato. Ed è improbabile che questo atteggiamento cambierà se gli Stati Uniti decidessero d’imporre sanzioni personali contro di lui. Allo stesso tempo, va notato che l’attività degli Stati Uniti verso il Myanmar non si limita alla discussione delle sanzioni. È piuttosto versatile, dalle dichiarazioni del presidente Trump alle telefonate del segretario di Stato Tillerson alla Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, e al comandante in capo Aung San Hsiin (intendeva visitare il Myanmar il 15 novembre e incontrare personalmente la leadership del Paese).
Sulla posizione dell’India, va detto in modo specifico. Il Primo ministro Narendra Modi era a Yangon appena dieci giorni dopo l’inizio l’attuale crisi. Durante questa visita, condannò gli attacchi dei terroristi dell’ARSA e sostenne la leadership del Myanmar nel ripristinare l’ordine e la pace nello Stato di Rakhine. Poco dopo, l’India decise in modo piuttosto dimostrativo di espellere 40mila rohingya. La ragione era che fossero immigrati illegali e collegati ai terroristi. Si ritiene che l’India svolga un ruolo attivo (sebbene in gran parte dietro le quinte) negli attuali negoziati tra Bangladesh e Myanmar sul ritorno dei rifugiati. L’essenza della mediazione indiana è persuadere il Myanmar a non fare dichiarazioni dure sul governo di Sheikh Hasina e, se possibile, cercare un compromesso perché se questo governo cadesse, gli islamisti andrebbero al potere in Bangladesh, con cui lo Stato di Rakhine diverrebbe una “zona jihadista”. A sua volta, influenzato dall’India, in Bangladesh il governo cerca anche di trovare un’intesa e continuare i negoziati col Myanmar, perché “essendo in Myanmar, Aung San Suu Kyi è con chi il Paese deve negoziare” questa mediazione, nell’interesse anche dell’India, data la vicinanza alla zona di conflitto.
La posizione della Russia sui rohingya sembra identificata da tre fattori. Primo, la volontà di non complicare i rapporti con gli attuali leader politici e militari del Myanmar. Secondo, le manifestazioni in difesa dei rohingya avutesi in alcune regioni della Russia. Terzo, la solida cooperazione con la Cina e gli interessi reciproci. Cioè, sostenendo la posizione della Cina sulla questione del conflitto nel Rakhine, la Russia potrebbe aspettarsi di vedersi restituire il favore su altri problemi più sensibili. Di conseguenza, dal punto di vista commerciale russo col Myanmar il fatturato è stato pari a soli 260 milioni di dollari nel 2016, probabilmente può indicare che: “è lontano da noi, e non sappiamo esattamente cosa succede“, “vi sono da entrambi le parti delle ragioni, ma le autorità del Myanmar almeno cerchino di migliorare qualcosa“. Nel corso di una riunione al Consiglio di sicurezza, il rappresentante russo alle Nazioni Unite Vasilij Nebenzia richiese la necessità di analizzare un quadro completo ed obiettivo della situazione nel Rakhine, indicando i casi dei terroristi rohingya che uccidevano decine di indù, e cioè che condannare le sole forze armate del Paese per la repressione in realtà incoraggia i terroristi ad ulteriori azioni. Tuttavia, sottolineò che la leadership del Myanmar ascolta le opinioni della comunità internazionale ed è disposta a lavorare con le Nazioni Unite, e quindi non a compiere mosse brutali. Ma probabilmente coerente e attiva verso il Myanmar era solo la Cina. Nel momento in cui l’attenzione del mondo s’è concentrata sui rifugiati in Bangladesh, la leadership cinese decise di aiutare i rifugiati “interni”, costretti a fuggire dallo Stato di Rakhine nel territorio del Myanmar (in primo luogo i rakhinesi e altri gruppi etnici). Quando a settembre furono inviati i primi aiuti umanitari, l’ambasciatore cinese Liang Hong disse che il suo governo sosteneva gli sforzi del Myanmar nel promuovere pace e stabilità nello Stato di Rakhine. Se prendiamo in considerazione i grandi piani della Cina sul territorio (essendo il Myanmar interessato a due dei sei “corridoi economici” nel quadro della “Fascia e Via” che ha lo Stato di Rakhine come regione chiave per uno di essi) va riconosciuto che questo passo era molto efficace nel promuovere i propri interessi in Myanmar. Inoltre, la Cina ha fatto tutto il possibile per mitigare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Myanmar, altro vantaggio per le relazioni Cina-Myanmar. Allo stesso tempo, i rifugiati rohingya in Bangladesh non furono ignorati dalla Cina, fornendogli assistenza umanitaria ed erigendo una tendopoli creata appositamente dai soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Ai primi di novembre, la delegazione cinese visitò il confine tra Bangladesh e Myanmar per valutare l’assistenza di Pechino nella costruzione di una barriera tra i due Paesi usando “tecnologie avanzate”. Cioè Pechino ha ora una strategia per risolvere la crisi dei rohingya: il tacito appoggio al Myanmar sulla sua rigida posizione sui rifugiati nel filtrarli e di conseguenza farne tornare solo una parte e contribuire al mantenimento di efficaci controlli alla frontiera per evitare una migrazione irregolare (e quindi l’infiltrazione dei terroristi), così come l’assistenza nel fornire l’infrastruttura per i rifugiati in Bangladesh. Tale strategia “degli orecchini per ogni sorella” è criticabile ma non possiamo dire che sia inefficace e non promuova gli interessi della Cina nella regione, direttamente connessi al compito di garantire la stabilità nelle zone di confine tra Myanmar e Bangladesh.
Fin dall’inizio della crisi, il governo di Myanmar dichiara che, nonostante la minaccia terroristica dell’ARSA, intende attuare tutte le raccomandazioni della Commissione internazionale di Kofi Annan per normalizzare la situazione nello Stato di Rakhine, nonché adottare le misure per lo sviluppo economico della regione e crearvi una zona economica speciale. Continuerà l’attuazione del piano quinquennale per lo sviluppo delle infrastrutture per elettrificare villaggi. I residenti nel nord dello Stato di Rakhine continueranno ad avere accesso ai servizi educativi e sanitari. Per informare, le autorità pubbliche intendono stabilire una nuova stazione radio che trasmetta in birmano, rakhinese e bengalese. Per l’attuazione dei progetti di sviluppo del Nord dello Stato di Rakhine c’è un reparto speciale interministeriale creato a settembre.
In questo contesto, la leadership dell’ARSA sembra in “crisi generale”. A quanto pare, il vecchio obiettivo era provocare la peggiore crisi dei rifugiati per far sì che la comunità internazionale aumentasse la pressione sul governo del Myanmar. In parte ci sono riusciti, il Myanmar e la sua Consigliera di Stato oggi soffrono una significativa perdita di reputazione (soprattutto agli occhi della comunità occidentale dei diritti umani), e seriamente discute l’introduzione di sanzioni contro il Paese. Quali sono le prospettive? I capi dell’ARSA non hanno trovato niente di meglio che annunciare a settembre di preparare nuovi attacchi armati nel Rakhine. Ma qual è il significato di tali azioni sullo sfondo dei reali (anche se forse lenti) passi del governo del Myanmar nel tentativo di normalizzare la situazione dei rohingya? Sembra che l’ARSA non possa presentare alla comunità mondiale alcuna idea positiva, i capi dell’organizzazione non ne hanno. Inoltre, tali dichiarazioni inducono le forze di sicurezza del Myanmar a controllare maggiormente i rohingya che desiderano tornare. Questo significa che più rifugiati rimarranno in Bangladesh, creandovi sacche d’instabilità che interesseranno le relazioni tra i Paesi della regione. Anche se, forse, il compito principale della prossima fase delle attività dell’ARSA sarà ancora una volta solo distruttiva. Parlando il 19 settembre ad un evento appositamente organizzato a Naypyidaw e rivolgendosi ai rappresentanti di governi stranieri (anche quelli musulmani), Aung San Suu Kyi chiese apertamente a chi avesse la possibilità, d’influenzare la posizione di alcuni rappresentanti del popolo rohingya ancora decisi al confronto con le autorità e che non vogliono partecipare al processo di verifica nazionale, considerato dal governo una tappa per l’integrazione dei rohingya in Myanmar. Fu un appello molto importante ma a quanto pare nessuno dei giornalisti l’ascoltò. Invece, alcuni media occidentali (soprattutto il “Guardian“) iniziarono a dire con entusiasmo che Aung San Suu Kyi aveva ceduto, spiegando ai lettori chi dicesse la verità e chi mentisse, sostenendo di conoscere la situazione nel Rakhine molto meglio della Consigliera di Stato del Myanmar. In realtà, questo sarebbe tutto ciò che c’è da sapere per capire la situazione nel Rakhine, secondo la stragrande maggioranza dei media.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cina e Stati Uniti: confronto sulla leadership

Prof. James Petras, Global Research, 12 novembre 2017La scelta dei leader statunitensi non ha praticamente nulla a che fare con processi democratici. È utile paragonarla col processo in Cina. Nella maggior parte dei casi, la selezione dei leader della Cina è molto più meritocratica, riuscita e basata sulla performance. Negli Stati Uniti e in Cina, il processo manca di trasparenza.

Leadership economica, politica e culturale degli Stati Uniti
La scelta dei leader economici, politici e culturali statunitensi si basa su diverse procedure antidemocratiche.
1. Eredità tramite legami familiari
2. Accesso personale al credito e al finanziamento
3. Patrocinio politico
4. Lobby ed élite nella vendita e acquisto di uffici e favori
5. Collegamenti multimediali
6. Repressione politica e manipolazione delle procedure elettorali
7. Incombenza e uso delle risorse statali
8. Nepotismo etno-religioso
9. Gerarchia interna del partito
10. Decisioni di partito al chiuso (opacità)
11. Capacità di tenere i segreti
I leader, nominati, auto-nominati e scelti attraverso denaro, media, reti elitarie, trasformano il processo elettorale in retropensiero virtuale nel sistema statunitense. I leader economici statunitensi hanno aumentato il flusso di profitti e investimenti produttivi verso il settore finanziario e/o nei paradisi fiscali esteri. I leader politici statunitensi hanno aumentato le spese militari e le guerre, distogliendo fondi pubblici dai servizi sociali interni e dal benessere, diminuendo la crescita economica interna e i mercati di investimento e commercio. I leader culturali degli Stati Uniti sono stati premiati per la difesa, promozione e abbellimento dell’imperialismo e per denigrare nazioni e leader indipendenti. Sono stati anche premiati per promuovere il consumismo più degradante e frivolo, minando la coesione sociale e comunitaria. L’assenza di trasparenza nel processo di selezione statunitense dei leader di grandi banche d’investimento, partiti politici, uffici legislativi ed organi esecutivi, del mondo accademico cresce a un ritmo allarmante e con notevoli conseguenze negative: i leader degli Stati Uniti non devono superare esami rigorosi né affrontare interviste coi pari per competenza nei rispettivi settori di lavoro. I leader aziendali degli Stati Uniti non sono giudicati dalla loro performance economica e politica. La responsabilità per le guerre disastrose, salvataggi di banche corrotte, crisi finanziarie e aumento dei costi dell’assistenza sanitaria non escludono un candidato a posizioni di leadership. I criteri di performance documentati non costituiscono la base per la scelta dei leader del Congresso e dei Presidenti. I fattori decisivi che influenzano la selezione politica sono la capacità di promuovere interessi d’élite, perseguire guerre imperiali per soddisfare ambizioni e avidità dei militaristi e mascherare la diffusa corruzione nell’ingrassare le ruote della speculazione.

Cina: consultazione, meritocrazia e performance
I leader cinesi sono scelti sulla base di consultazioni multi-livello, meritocrazia e prestazioni nelle cariche. Il recente congresso del partito ha evidenziato tre aspetti di vitale importanza: ridurre le diseguaglianze, affrontare il degrado ambientale e la sanità. Al contrario, le elezioni del Congresso statunitense dello scorso anno si concentrarono sulla promessa di ridurre le imposte alle società superricche nonostante la crescente disuguaglianza sociale ed economica, la rimozione di norme statali e federali che proteggono la popolazione e l’ambiente dalle aziende inquinanti e riduzione dei finanziamenti pubblici per l’accesso a un’assistenza sanitaria competente, minando il benessere del cittadino e aggravando il numero di morti premature e la minore aspettativa di vita dei poveri e della classe operaia. L’élite politica statunitense è piena di nemici del “cambiamento climatico” e promotori dei peggiori inquinamenti. Il Congresso statunitense ha speso una quantità enorme di tempo ed energie perseguendo cospirazioni faziose, rifiutando di affrontare la furiosa epidemia di tossicodipendenza che ha ucciso oltre 600000 statunitensi in 15 anni.
Il Presidente Xi Jinping ha chiesto ai dirigenti cinesi di dirigere i loro sforzi per correggere lo “sviluppo sbilanciato e inadeguato e le crescenti esigenze della popolazione a una vita migliore”. Il Presidente Xi sottolineava l’obiettivo di “ecologizzare l’economia”, citandolo 15 volte nel discorso al congresso del partito, rispetto a solo una volta nel precedente congresso (FT 11/1/17, p. 11). Gli investitori pubblici e privati cinesi hanno risposto alle priorità sanitarie e ambientali fissate da Xi aumentando gli indici borsistici dei rispettivi settori (FT 11/11/17, pag. 11).
Al vertice, la leadership s’impegna in consultazioni e dibattiti tra le élite concorrenti, discutendo i risultati passati e presenti nello sviluppo di politiche attuali e future. A livello medio, gli esami dei servizi pubblici ultra-competitivi sono decisivi per la nomina dei funzionari cinesi. Al livello medio-superiore le prestazioni lavorative della leadership sono un fattore importante nella scelta. I quattro decenni di spettacolare crescita economica che ha tolto 500 milioni di cinesi dalla povertà è un riflesso del sistema efficace di selezione e promozione dei leader. Il mantenimento della pace e dell’amicizia con altri Paesi da oltre quarant’anni, ad eccezione del conflitto di frontiera e limitato col Vietnam nel 1979, è un fattore importante che influenza la scelta delle leadership. Al contrario, nonostante le tante guerre disastrose e brutali, i presidenti Clinton, Bush e Obama sono stati rieletti dal sistema del duopolio bipartitico, universalmente considerato “truccato”. L’effetto di tali guerre sul deterioramento dell’economia statunitense non si riflette nella scelta dei candidati o nell’esito delle elezioni presidenziali o congressuali. La Cina ha scelto leader che hanno dimostrato capacità e serietà nell’indagine e punizione di oltre un milione di funzionari corrotti e di plutocrati. I combattenti anticorruzione sono stati promossi come leader “puliti e laboriosi”. Al contrario, l’amministrazione statunitense ha ripetutamente nominato criminali di Wall Street a posizioni di alto livello nel Tesoro, Federal Reserve e FMI con disastrosi risultati per la cittadinanza, senza alcuna capacità di analisi o correzione. Uno dei meccanismi del Partito più esclusivi e prestigiosi si trova nel Dipartimento dell’Organizzazione (OD) del Partito Comunista Cinese (FT 10/30/17, p. 9). L’OD si riunisce per valutare le scelte per la leadership sulla base di una combinazione complessa di candidature, esami scritti e orali e indagini e la maggioranza dei voti tra i ministri. I leader così scelti assumono responsabilità collettiva e non si presentano con “fughe sulle decisioni” (FT ibid).

Conclusione

Negli Stati Uniti e in Cina la scelta dei leader non si basa su elezioni o consultazioni coi cittadini. Tuttavia, esistono grandi differenze nel processo e nelle procedure di selezione dei leader, con conseguenti notevoli differenze nei risultati. La Cina è in gran parte una meritocrazia, con vestigia di nepotismo familiare, specialmente per quanto riguarda alcune nomine statali e aziendali. La performance conta molto e la maggior parte dei cittadini accoglie la leadership del partito cinese per il successo economico e sociale mondiale e a lungo termine. Al contrario, la stragrande maggioranza dei cittadini statunitensi è cinica ed contrariata dalle nomine economiche più importanti per via del loro passato documentato di guasti socioeconomici. I cittadini sono assai preoccupati dai grandi vertici finanziari (considerati oligarchici corrotti) per aver immerso il Paese in crisi ripetute, guerre perpetue, crescenti disuguaglianze e profonda e diffusa povertà. La perdita dei posti di lavoro stabili e il deterioramento della coesione della comunità e della famiglia hanno oltraggiato i cittadini perché in netto contrasto con la corruzione pervasiva e profonda ai vertici e l’impunità giudiziaria totale per funzionari, politici ed oligarchi. La persecuzione in Cina dei corrotti non ha alcuna controparte negli Stati Uniti. Le tangenti aziendali e politiche vengono legalizzate negli Stati Uniti chiamandole “finanziamenti elettorali” o “commissioni di consulenza”. Basta considerare le gratifiche da mezzo milione pagate ai Clinton da finanziatori di Wall Street per 30 minuti di recita compiacente per influenzare la stipula di contratti. Nella politica estera, i leader cinesi difendono gli interessi nazionali. I leader statunitensi spudoratamente si rivolgono ai lobbisti israeliani promuovendo gli interessi di Tel Aviv. I leader cinesi emarginano i critici in nome dell’armonia, stabilità, pace e crescita. I leader statunitensi emarginano, imprigionano e brutalizzano afroamericani, immigranti, ambientalisti e attivisti contro la guerra, così come chi denuncia Wall Street e il governo, nel nome del liberismo e di vaghi valori demoliberali.
La Cina, con tutti gli inconvenienti su procedure e diritti democratici, si muove verso una società dinamica meno corrotta, meno bellicosa e più responsabile, con una leadership attenta e sviluppata. Gli Stati Uniti vanno verso una società ancor più corrotta, crudele e dispotica (“Stato di polizia”) con capi impresentabili, guerrafondai e criminogeni al timone. Il divario tra promesse e prestazioni si allarga negli Stati Uniti mentre si restringe in Cina. Il rigoroso processo di selezione meritocratica della Cina ha dimostrato maggiore capacità di rispondere alle nuove sfide e alle esigenze della maggioranza rispetto alla buffonata elettorale statunitense disfunzionale e corrotta, che non può nemmeno affrontare la crisi della tossicodipendenza causata da sovra-prescrizione non regolamentata di oppiacei, crisi del cambiamento climatico e mega-tempeste che devastano le comunità statunitensi.Traduzione di Alessandro Lattanzio