Di cosa hanno discusso Putin e Abe a Mosca

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 28/04/2017L’ultima visita del Primo ministro giapponese Shinzo Abe a Mosca, avvenuta il 27 aprile, è stata senza dubbio un evento cruciale per le future relazioni bilaterali tra Mosca e Tokyo, tali da influenzare la situazione geopolitica del grande scenario politico. Va notato che non più di quattro mesi prima il leader russo Vladimir Putin compiva una visita ufficiale a Tokyo. Se si considera che Putin e Abe hanno avuto 17 colloqui in varie occasioni, è sicuro che di tutti i capi occidentali, ed Abe rientra in questa categoria dato l’allineamento di Tokyo, il primo ministro è stato il più aperto ai colloqui. Ciò può essere parzialmente spiegato dall’attenzione particolare che Tokyo presta al cosiddetto “problema dei Territori del Nord”, mentre Mosca è particolarmente interessata a perseguire la cooperazione economica con il Giappone. Recentemente, entrambi i Paesi affrontano sempre più sfide in politica estera, costringendoli ad adattarsi alla situazione. Poiché la situazione nella regione asiatico-pacifica si fa sempre più complicata, soprattutto sulla fascia che si estende dalla penisola coreana allo Stretto di Malacca, i principali attori sono spinti a stringere i contatti per reagire rapidamente a sfide imminenti; ed è difficile dubitare che Federazione Russa e Giappone siano in prima linea nella politica regionale attuale. Le crisi che si verificano ogni anno nella regione sembrerebbero sorprendenti per chi non abbia familiarità con la situazione nella regione asiatico-pacifica. Tuttavia, dalla fine del 2016, le attuali tensioni nella penisola coreana sono al centro della maggior parte dei media internazionali e degli analisti politici. Pertanto, la seria crisi sulla sicurezza che potrebbe rapidamente divenire un problema globale, è stato il principale argomento discusso da Putin e Abe. Tuttavia, va notato che né Russia né Giappone sono il primo violino nel “grande gioco politico” della penisola coreana. I principali attori del fronte coreano sono Stati Uniti e Cina. Pertanto, sembra naturale che il leader del Giappone, che gode di stretti legami con gli Stati Uniti, sia giunto a Mosca con una posizione approvata da Washington. Non c’è dubbio che l’esito dei colloqui di Abe con Vladimir Putin sarà portato all’attenzione della Casa Bianca una volta che il primo ministro del Giappone sarà a Londra. L’ultima posizione di Washington sulla situazione nella penisola coreana fu formulata poche giorni prima del viaggio di Abe in Russia, secondo cui la RPDC sarà considerata violare regolarmente le varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al fine di porre fine a queste “violazioni”, Stati Uniti e loro alleati prevedevano maggiore pressione diplomatica ed economica su Pyongyang. Non c’è dubbio che la Casa Bianca esorterà tutti gli attori regionali ad osservare questa posizione. Tuttavia, va aggiunto che questa “pressione” è accompagnata da varie provocazioni militari, l’ultima delle quali è il sottomarino nucleare statunitense ospitato in un porto sudcoreano. A loro volta, Cina e Russia, riconoscendo la validità delle rivendicazioni contro Pyongyang, sottolineano che quest’ultima è sotto la pressione del possibile confronto militare con la Corea del Sud. Pertanto, un aggravamento pericoloso della situazione nella penisola coreana, che può essere evitato solo dal blocco temporaneo del programma missilistico e nucleare nordcoreano e dalla sospensione simultanea delle grandi manovre militari statunitensi-sudcoreane attuate presso il confine della RPDC.
In linea di principio, questo periodo potrebbe essere usato per risolvere vari problemi fondamentali nella penisola coreana. Tuttavia, la crisi non può essere completamente risolta senza che Washington cambi sull’aggressività nell’arena internazionale. Tuttavia, l’amministrazione statunitense ha deciso di dedicarsi ai tentativi di risolvere vari problemi interni. Ciò significa che Washington avrà bisogno dell’immagine del “regime imprevedibile della Corea del nord”, anche se essi stessi sono stati accusati d'”imprevedibilità” per l’improvviso attacco missilistico contro la Siria. Pertanto, la discussione sul problema della crisi coreana tra Abe e Putin era essenzialmente un tentativo di riavviare i colloqui nel formato più ampio che includa Stati Uniti, la Cina, Russia, Giappone e Coree. I colloqui in questo quadro furono interrotti nel 2008 per l’ulteriore aggravamento della crisi. Sulle relazioni bilaterali, la discussione continua sui preparativi per la firma di un trattato di pace tra Russia e Giappone, non essendo stato firmato alcun documento dalla seconda guerra mondiale. Inoltre, numerosi accordi su progetti economici congiunti sono stati conclusi con successo. L’autore ritiene che la discussione sui recenti negoziati serva da sfondo perfetto per alcuni pensieri personali sul posizionamento della Russia nell’Asia-Pacifico. Innanzitutto, la Russia deve fare perno sull’Asia molto più esplicitamente. Tuttavia, questo processo è complicato da una serie di problemi che riguardano le difficili relazioni tra Turchia e Cina, in cui tuttavia alcuni segni positivi potrebbero osservarsi. La Russia non è interessata al ritiro (ipotetico) di Washington dall’Asia nordorientale, per cui i principali attori, Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, dovrebbero collaborare per coordinarvisi. Nel formato esistente delle relazioni russo-cinesi, non ci dovrebbero essere tracce di legami bilaterali che offrano a terzi l’opportunità d’inserire un cuneo tra Pechino e Mosca.Vladimir Terekhov, esperto sulla regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dopo 100 giorni, Trump rimedia un’umiliazione coreana

Alessandro Lattanzio, 30/4/2017Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson, dopo aver allontanato l’ambasciatrice neocon Nikki Haley dalla sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, segnalava la disponibilità di Washington a colloqui diretti con la leadership della Corea democratica. Tillerson dichiarava “Il nostro obiettivo non è il cambio del regime. Né vogliamo minacciare il popolo nord-coreano o destabilizzare la regione dell’Asia Pacifico. Negli anni abbiamo ritirato le nostre armi nucleari dalla Corea del Sud e offerto aiuti alla Corea democratica come prova della nostra intenzione di normalizzare le relazioni… gli Stati Uniti credono in un futuro per la Corea democratica. Questi primi passi verso un futuro più speranzoso saranno più spediti se altri soggetti interessati, nella regione e nella sicurezza globale, ci raggiungeranno”. Tillerson, però continuava minacciando “Dobbiamo imporre la massima pressione economica tagliando i rapporti commerciali che finanziano direttamente il programma nucleare e missilistico della RPDC. Invito la comunità internazionale a sospendere il flusso dei lavoratori ospiti nordcoreani e ad imporre divieti alle importazioni nordcoreane, in particolare al carbone”. Tillerson chiariva che ormai obiettivo degli USA è impedire alla Corea democratica di sviluppare armamenti strategici che possano minacciare direttamente la terraferma nordamericana. Timore confermato da Vasilij Kashin, analista militare russo, “Attualmente, i test riusciti con i missili KN-11 Pukkuksong-1 navali e KN-15 Pukkuksong-2 terrestri, sono in corso. In realtà, i nordcoreani hanno raggiunto lo stesso livello della Cina agli inizi degli anni ’80, quando Pechino effettuò i test di volo del JL-1, il primo missile lanciato da sottomarini della Cina, da cui evolse il DF-21, missile balistico mobile a medio raggio”. Kashin indicava che la Cina impiegò 5-6 anni per completare i test di volo del JL-1, mentre “I nordcoreani hanno iniziato i test di volo del Pukkuksong-1 nel 2014, ed è possibile che saranno pronti a schierarli alla fine del decennio. Questi missili avrebbero una gittata di 2000 km, paragonabile a quella di JL-1 e DF-21A. Pyongyang avrà la capacità sicura di colpire obiettivi in Corea del Sud e Giappone, ma ancora non potrebbe raggiungere gli Stati Uniti“. Si pensa che i nordcoreani abbiano fatto una dozzina di prove con i Pukkuksong-1 e 2, e nell’agosto 2016 fu compiuto un lancio da un sottomarino del Pukkuksong-1. Secondo Kashin, questi successi saranno la base di ulteriori progressi. Tuttavia, “il passo per realizzare un missile balistico intercontinentale, e in particolare un ICBM propulso da combustibili solidi, richiederà un salto qualitativo nello sviluppo della base produttiva e delle infrastrutture dei test della Corea democratica”. La Corea democratica ha sviluppato anche il KN-08, noto anche come Rodong-C o Hwasong-13, ICBM autocarrato mobile allo studio dal 2010. Kashin osservava che i nordcoreani, “dovranno saper produrre motori a razzo a propellente solido dal grande diametro. Dovranno sperimentare nuovi combustibili e nuovi contenitori per missili. Una limitazione seria è la capacità o meno di acquistare o creare le attrezzature necessarie“. Inoltre, “per essere testati, gli ICBM dovranno essere lanciati sopra il territorio giapponese in direzione dell’Oceano Pacifico meridionale. Dato che l’esperienza dei cinesi nel testare i loro ICBM DF-5 nei primi anni ’80 dimostra che i test richiederanno la creazione di una flotta di navi specializzate dotate di complessi strumenti di misura e, probabilmente, nuove navi da guerra per scortarle. I tentativi di condurre tali test saranno minacciati da Stati Uniti ed alleati, anche con tentativi di abbattere i missili durante il decollo, o di bloccare le apparecchiature di controllo a bordo delle navi nordcoreane“. Quindi, secondo Kashin, i test sugli ICBM richiederanno circa 5-6 anni. La Cina “schierò i suoi ICBM DF-31 15-20 anni dopo lo schieramento dei Jl-2 e DF-21“. Quindi, secondo l’analista, passerebbero decenni prima che Pyongyang possa disporre di un vero ICBM. “Perché i nordcoreani sentano la necessità di richiamare l’attenzione sui sistemi di armi che, anche secondo lo scenario più ottimista, non possono essere schierati prima della metà degli anni 2030? È possibile che, dal punto di vista di Pyongyang, sia una dimostrazione della determinazione e, allo stesso tempo, un invito ai colloqui, che la Corea democratica, nonostante l’isolamento, intende condurre da una posizione di forza. È possibile che questi potenziali sistemi missilistici siano ciò che la Corea democratica è pronta a sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni. La sicurezza del Paese è garantita dalla capacità d’infliggere danni inaccettabili agli alleati degli USA Corea del Sud e Giappone in caso di guerra. Pyongyang non abbandonerà armi nucleari e missili a medio raggio, ma potrebbe accettare di non condurre nuovi test o sviluppare missili intercontinentali in cambio di concessioni economiche e politiche. Questo è possibile, può benissimo essere lo scenario ideale per Pyongyang“. I nordcoreani potrebbero essere pronti a rinunciare alla futura capacità di attaccare il continente nordamericano in cambio della normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. Ciò potrebbe spiegare il discorso di Tillerson al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma se il segretario di Stato Rex Tillerson sembrava indicare un ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso la Corea democratica, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, affermava, “La chiave per risolvere la questione nucleare sulla penisola non è nelle mani cinesi. È necessario mettere da parte il dibattito su chi debba compiere il primo passo e smettere di discutere chi abbia ragione e chi torto. Ora è il momento di considerare seriamente la ripresa dei colloqui”. Sempre Wang Yi, in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, affermava “Certamente crediamo che i continui test nucleari violino le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma effettuare esercitazioni militari nella penisola coreana chiaramente non è n linea con lo spirito delle risoluzioni del Consiglio… riguardo la probabilità di una guerra, anche una minima probabilità non è accettabile. La penisola coreana non è il Medio Oriente. Se la guerra esplodesse, le conseguenze sarebbero inimmaginabili“, tracciando così la linea rossa che gli Stati Uniti non devono attraversare. Inoltre, il Quotidiano del Popolo avvertiva, “La forza non porterà da alcuna parte; dialogo e negoziati restano l’unica soluzione. È indispensabile che tutte le parti interessate considerino la proposta della Cina: sospensione dei test nucleari da parte della RPDC e cessazione delle esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud. Altre parole aspre e confronti militari non beneficeranno né Stati Uniti né RPDC. Se le parti possono inviassero segnali positivi, il problema potrebbe avere una probabile soluzione”. Lungi dall’essere disposta a considerare ulteriori sanzioni contro la Corea democratica, la Cina chiede agli Stati Uniti d’impegnarsi immediatamente in colloqui diretti con la Corea democratica e che sospendano le esercitazioni militari con la Corea del Sud, in cambio della sospensione della Corea democratica di ulteriori test nucleari. Tillerson restava scioccato dalla risposta cinese, “Non negozieremo il nostro ritorno ai negoziati con la Corea democratica, non ricompenseremo le violazioni delle risoluzioni passate, né il cattivo comportamento nei colloqui”. Ma il Viceministro degli Esteri russo Gennadij Gatilov sosteneva la Cina, dichiarando, “Una retorica bellicosa accoppiata a dimostrazioni di forza accanita hanno portato a una situazione in cui il mondo intero seriamente si domanda se ci sarà una guerra. Un pensiero sbagliato o un errore male interpretato porterebbero a conseguenze spaventose e deprecabili”. Gatilov osservava come la Corea democratica sia minacciata dalle esercitazioni militari congiunte statunitensi-sudcoreane e dall’arrivo delle portaerei statunitensi nelle acque della penisola coreana. Cina e Russia si oppongono allo schieramento del sistema antimissile statunitense in Corea del Sud, definito “sforzo destabilizzante” che danneggia la fiducia tra le parti sulla questione della Corea democratica. In sostanza, invece d’isolare la Corea democratica, gli USA si ritrovano la Cina accusarli di suscitare una crisi, e non solo Beijing si oppone alle pretese degli Stati Uniti di ulteriori sanzioni, ma rafforza il sostegno alla Corea democratica. Il Quotidiano del Popolo riportava, “Nonostante le tensioni sulla penisola, una guerra non è affatto imminente. Anche se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo governo rimproverano alla RPDC il programma nucleare e missilistico, e sebbene la RPDC abbia risposto con parole e azioni nette, ci sono ancora segnali incoraggianti. Negli ultimi giorni, la RPDC non ha condotto alcun nuovo test nucleare. E il 26 aprile, segretario di Stato, segretario della difesa e direttore dell’intelligence nazionale degli USA dichiaravano congiuntamente che i negoziati sono ancora sul tavolo”.
Tornando al discorso di Tillerson alla sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le sue parole dimostrano chiaramente che gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non dialogare con Piyongiyang, e la necessità per l’amministrazione Trump, dopo la foia bellicosa delle ultime settimane, di avere la foglia di fico delle sanzioni cinesi per salvarsi la faccia prima di negoziare con la Corea democratica. Ma i cinesi, memori dell’oltraggio dell’attacco missilistico alla Siria, avvenuto mentre Trump incontrava il Presidente Xi Jinping, negano a Trump tale favore. Infatti, l’ambasciatore nordcoreano, d’accordo con i cinesi, neanche si degnava di partecipare alla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per rispondere a Tillerson. Per loro hanno parlato Cina e Russia.
Il successo della Corea democratica nel programma missilistico e nucleare dimostra che possiede una seria base industriale e tecnologica comprendente chimica avanzata e fisica nucleare. Il successo della Corea democratica nel produrre cellulari e tablet intelligenti e la rete intranet nazionale “Kwangmyong”, indicano anche l’esistenza di un’industria informatica avanzata. Rodong Sinmun, quotidiano del Partito dei Lavoratori della Corea democratica, spiega la necessità del programma strategico per la Corea democratica, “Recentemente, il rappresentante statunitense alle Nazioni Unite, attaccando le giuste misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, dichiarava che costituirebbero una minaccia per gli Stati Uniti e diversi altri Paesi, e che “Paesi compiono atti malvagi”, come la RPDC, non firmando la convenzione del bando delle armi nucleari o non attuandola. Ciò è una distorsione grossolana della realtà. Gli Stati Uniti distorcono e sfruttano deliberatamente la realtà per mutare il quadro in loro favore. Lo scopo è indicare la RPDC come nemica della pace e nascondere la verità sul terribile criminale nucleare e giustificarne le mosse per soffocare la RPDC. Non hanno merito e diritto di accusare le misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, e neanche diritto di agitarsi sulla convenzione per il divieto delle armi nucleari. Gli USA cercano di convincere il pubblico che la denuclearizzazione del mondo non avviene a causa della RPDC. È un’accusa senza senso che ignora i motivi storici per cui la RPDC è stata costretta ad optare per le armi nucleari e rafforzarle qualitativamente e quantitativamente, e del perché è diventato necessario nel mondo disporre della convenzione sul divieto delle armi nucleari. Non sono altri che gli Stati Uniti che hanno costretto la RPDC ad accedere alle armi nucleari e sono sempre gli Stati Uniti che spingono costantemente la RPDC a rafforzarle qualitativamente e quantitativamente. La deterrenza nucleare della RPDC non minaccia gli altri, ma è un mezzo per difendere la sovranità del Paese dalla provocazione nucleare statunitense in ogni aspetto. La RPDC continuerà ad esercitare questo diritto con dignità, indipendentemente da ciò che altri possano dire”.
Infine, Trump si vantava di aver diviso la Cina dalla Russia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel tentativo di suscitare zizzania tra Beijing e Mosca; cosa confermata dal consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, H. R. McMaster, che in un’intervista dichiarava in preda al delirio, “Ciò che sappiamo è che rispondendo alla strage del regime siriano, il presidente Trump e prima signora hanno ospitato una conferenza straordinariamente vincente con il Presidente Xi e la sua squadra. E non solo hanno stabilito un rapporto molto caldo, ma… hanno lavorato sulla risposta alla strage da parte del regime di Assad nel voto alle Nazioni Unite. Penso che il Presidente Xi sia stato coraggioso nel distanziarsi dai russi, isolando russi e boliviani… E credo che il mondo l’abbia visto bene, in quale club volete essere? Il club russo-boliviano? Oppure nel club degli Stati Uniti, lavorando insieme sui nostri interessi per la pace e la sicurezza”. Un commento che illustra la miseria della diplomazia statunitense sotto Trump. “I cinesi chiarirono a Mosca la decisione di astenersi nel voto alle Nazioni Unite, prima della votazione. Dal loro punto di vista e da quello dei russi, la decisione della Cina di astenersi non significava molto. Non c’era possibilità che il progetto di risoluzione passasse perché la Russia aveva già fatto sapere che avrebbe posto il veto, mentre gli Stati Uniti avevano già rimosso i termini più offensivi nel progetto di risoluzione prima che venisse votato, cancellando la formulazione che accusava dell’incidente di Qan Shayqun il governo siriano, prima che avesse luogo una qualsiasi inchiesta… ciò che i cinesi intesero come semplice cortesia diplomatica verso Trump su un tema che per la Cina era secondario, tuttavia fu erroneamente interpretato dall’amministrazione Trump come passo della Cina contro la Russia. Chiaramente, sarebbe stato completamente diverso se la Cina avesse votato la risoluzione dopo che la Russia aveva fatto sapere che avrebbe votato contro. In quel caso sarebbe stato legittimo parlare di grave frattura sul tema siriano tra Pechino e Mosca. Tuttavia l’astensione non va interpretata così”. Comunque, come visto, l’atteggiamento dell’amministrazione Trump verso la dirigenza cinese e il tentativo puerile di dividere Cina e Russia, oltre alle minacce alla Corea democratica, non solo hanno spinto la leadership cinese a riaffermare la persistenza dei rapporti tra Cina e Russia, ma irritava la Cina, con il risultato visto al Consiglio di Sicurezza, dove la Cina sostiene espressamente le richieste nordcoreane sulla fine delle manovre militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, collegandole al programma strategico nordcoreano, passo contro cui gli Stati Uniti si sono sempre opposti. Inoltre, la realtà della cooperazione cinese e russa nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite veniva dimostrata appunto sulla questione della Corea democratica, con i russi che sostengono con nettezza la Cina, dimostrando un chiaro coordinamento tra dirigenze di Cina e Russia.Fonti:
The Duran
The Duran
The Duran
The Duran

Gli squali volanti della Cina

Aleksandr Ermakov Russian Council 27 aprile 2017

Shenyang J-15 Flying Shark

Nella parte precedente avevamo discusso brevemente della storia del programma delle portaerei della Cina. Tuttavia, le portaerei sono solo la metà della storia: non sono niente senza aerei. L’aviazione imbarcata della Cina è la più giovane del mondo, ma si sviluppa rapidamente dimostrando progressi sostanziali. Il prototipo del caccia imbarcato cinese Shenyang J-15 Flying Shark, volò il 31 agosto 2009. Il potenziale operativo complessivo del J-15 è paragonabile a quello del Shenyang J-11B, la versione cinese del Su-27 russo, con avionica e armi cinesi. Un’altra importante componente difensiva di una forza portaerei è la capacità di primo allarme volante (AEW). La Cina tenta di affidarsi alle proprie forze, al riguardo, sviluppando un derivato AEW del Changhe Z-8, copia modernizzata dell’elicottero francese Aerospatiale SA 321 Super Frelon. Allora, perché la Cina ha speso massicce somme per la costruzione di una propria flotta di portaerei? Con essa la Cina sarà più sicura nel Pacifico e potrà spostare l’ipotetico fronte lontano dalle sue coste. Le portaerei sono uno strumento potente per proiettare potenza militare e politica globale. È vero che la Cina non ha mai voluto intervenire in conflitti lontani dai confini nazionali, ma deve esserci un motivo per cui la Marina cinese crea una base logistica a Gibuti. I sottomarini cinesi saranno più sicuri nel Mar Cinese Meridionale, più profondo e più lontano da Giappone, Corea del Sud e Guam. In questo caso, però, avrebbero bisogno di maggiore protezione antiaerea e antisom perché saranno più lontani dalla patria.Gli squali del Mar Nero
La storia dell’aviazione imbarcata della Cina, e del relativo programma portaerei, si basa soprattutto sugli sviluppi realizzati nell’URSS poco prima del crollo. Le prime quattro portaerei sovietiche Proekt 1143 (descritte formalmente come incrociatori portaeromobili), illustrate in dettaglio nella prima parte dell’articolo, erano destinate a trasportare velivoli a decollo e atterraggio verticale/corto (V/STOVL). Gli ingegneri sovietici procedevano dalla premessa che le portaerei degli Stati Uniti avessero un potenziale qualitativamente maggiore in termini aeronautici. Gli unici rivali dei Grumman F-14 Tomcat e McDonnell Douglas F/A-18 Hornet sono MiG-29 e Sukhoj Su-27. I caccia a terra raramente vengono assegnati alla Marina (ci sono molti altri esempi del contrario). I ponti di volo delle portaerei sono troppo corti per gli aviogetti da combattimento convenzionali. È qui che entra in gioco la catapulta, metodo universale per aumentare la velocità al decollo di un velivolo. Le catapulte a vapore sono ampiamente utilizzate fin dagli anni ’50. Per fermare un aereo sul ponte di volo, dopo l’atterraggio, vengono utilizzati cavi di arresto. Questi sono tesi sul ponte per essere catturati dal gancio nella coda del velivolo. L’URSS cercò di sviluppare le catapulte, ma la mancanza di esperienza e le trasformazioni radicali che l’introduzione di questa tecnologia implicava nel progettare le portaerei, portò a decidere di costruire due portaerei STOBAR, a decollo corto e arresto all’atterraggio, con cavi e trampolino di lancio (Ski Jump). Queste due portaerei, rivelatesi le ultime portaeromobili sovietiche, sono la portaerei russa Admiral Kuznetsov e quella cinese Liaoning. L’URSS aggiornò i caccia Sukhoj Su-27K e MiG-29K per poter operare dal ponte delle portaerei. Il primo atterraggio sul ponte fu eseguito il 1° novembre 1989 da un Su-33. Un piccolo gruppo di Su-33 fu costruito negli anni ’90. Solo nel 2012 i MiG imbarcati vennero adottati; questi aerei derivavano dal prototipo degli anni ’80 originariamente progettato per l’India. L’acquisto di 24 MiG-29 fornirà all’Admiral Kuznetsov una componente aerea equilibrata: i Su-33 sono utilizzati principalmente nel ruolo antiaereo, pertanto non dispongono di munizioni aria-superficie, mentre i MiG-29K/KUB trasporteranno una vasta gamma di armi. I caccia MiG-29K/KUB iniziarono le operazioni dal ponte dell’Admiral Kuznetsov nell’agosto 2016 e debuttarono con il viaggio della portaerei verso le coste siriane.
I cinesi scelsero i caccia imbarcati nel 1991, anche se allora non lo sapevano. La scelta si basò sui risultati dei voli dimostrativi di Su-27 e MiG-29. La Cina scelse il Su-27. Alla luce degli ordini precedenti di Pechino per caccia Su-27, la Russia presentò con grande serietà al cliente la versione navale dell’aereo: era di gran interesse per la Cina che la configurazione Su-33UB, insolita per gli aerei da combattimento, venisse infine adottata. Nel 2004, la Cina decise di non rinnovare la licenza per assemblare i caccia Sukhoj utilizzando componenti russe e invece iniziò a copiare il modello e a produrne cloni con avionica, motori e armi nazionale. Se Pechino avesse deciso di prolungare la licenza, la Russia avrebbe continuato a fornire le componenti. La Cina decise di mettere in servizio i caccia imbarcati senza alcuna procedura preliminare, anche se si era procurata un esemplare per l’inversione ingegneristica: nel 2001 acquistò uno dei prototipi di Su-33 dall’Ucraina. Non c’è dubbio che gli ingegneri cinesi abbiano usato l’aereo per vedere quali modifiche apportare alla cellula, nell’ambito del programma per navalizzare gli aviogetti, come ali e stabilizzatori verticali ripiegabili, carrello di atterraggio rinforzato, gancio di coda, superfici canard, ecc. Stranamente, la forma del canard della versione cinese è diversa dall’originale, il che significa che il Paese riteneva di cambiarvi il centro di gravità anziché semplicemente clonare l’aereo originale. I cinesi non ebbero interesse nell’avionica sovietica, sia perché lavoravano su uno dei primi prototipi, sia perché la Cina ovviamente aveva in quel momento superato tecnologicamente i sovietici. Il prototipo del caccia imbarcato cinese Shenyang J-15 Flying Shark volò il 31 agosto 2009. I test sulla portaerei iniziarono nel 2012. Dopo numerosi quasi appontaggi sulla nave, il J-15 compì il primo appontaggio sulla Liaoning il 25 novembre 2012. Numerosi piloti appontarono sulla portaerei lo stesso giorno, e inoltre vi eseguirono i primi decolli.

Shenyang J-16

Il futuro
Da quel momento, la Liaoning è regolarmente uscita in mare con la sua componente aerea imbarcata per addestrarsi. Basandosi sulle fotografie disponibili, gli esperti hanno identificato almeno 23 J-15 monoposto dai loro numeri tattici. La produzione dei velivoli continua. 2 squadroni da 12 basterebbero a formare il nucleo della componente aerea della portaerei Proekt 1143.5/6, la nave deve anche trasportare elicotteri per diversi ruoli ausiliari. Alla fine del 2016, la TV cinese mostrò dei J-15 lanciare moderni missili antinave YJ-83K. Possiamo concludere che il potenziale operativo complessivo del J-15 è paragonabile a quello dello Shenyang J-11B, la versione cinese del Su-27 russo, con avionica e armi cinesi. Si continuerà ad espandere la gamma delle armi del J-15 in futuro. Come per i fratelli terrestri, l’aereo avrà probabilmente munizioni aria-superficie e potrà distruggere le difese aeree nemiche. Ciò permetterà alla componente aerea della portaerei di svolgere missioni tipiche dell’aviazione da combattimento moderna. Tuttavia, raggiungere questo stato richiederà diversi “strumenti” aggiuntivi. Una delle questioni più importanti da affrontare per garantirsi l’efficacia degli aeromobili da combattimento moderni è la capacità di rifornimento aria-aria. Poiché raggio d’azione ed autonomia degli aerei contemporanei continuano a crescere, cresceranno anche i requisiti per questi parametri. Una sortita da combattimento può durare fino a otto-dodici ore ed è limitata dalla capacità fisica del pilota piuttosto che dalle prestazioni del velivolo. La Cina ha adottato l’esperienza di Stati Uniti e Russia nello sviluppo del sistema di rifornimento con cui un J-15 può trasferire carburante ad un altro in volo. I serbatoi di rifornimento sono stati testati anche sul ponte della portaerei, quindi è solo questione di tempo prima che i piloti navali cinesi controllino la tecnica dell’aerorifornimento. Un altro compito importante è la guerra elettronica aerea (EW) con aeromobili imbarcati. È vero che i caccia possono essere dotati di contromisure elettroniche, integrate o in gondole, per la protezione individuale o di gruppo, ma le capacità di tali apparecchiature sono inferiori a quelle degli aeromobili specializzati EW gestiti da personale addestrato. Al momento, solo l’US Navy ha aeromobili EW imbarcati: il Boeing EA-18 Growler è un derivato della versione biposto del cacciabombardiere F/A-18F Super Hornet. Nel complesso, i biposti sono altrettanto utili nelle operazioni imbarcata quanto nell’aviazione terrestre: possono essere utilizzati per addestramento e missioni a lungo raggio. La Cina comprende l’utilità dei biposti imbarcati, come dimostra un prototipo del J-15S biposto scoperto con una fotografia nel 2013. Tuttavia, sembra che questo prototipo non abbia ancora operato dal ponte della Liaoning. Inoltre, si continua a confondere l’ipotetica versione EW del J-15S (che nessuno ha visto) con la versione EW del J-16, il clone cinese del Su-30, sviluppato e fotografato in molte occasioni. Per l’addestramento, anche basico, di nuovi piloti navali, la Cina sviluppa la versione imbarcata del velivolo JL-9 Guizhou, designato JL-9G. Il prototipo di questo velivolo ha già effettuato un test do volo da un impianto di prova a terra, ma rimane ancora poco chiaro quando decollerà per la prima volta dal ponte di un vera portaerei. Un’altra importante componente difensiva di una forza imbarcata è la capacità di primo allarme volante (AEW). Oltre a poter fornire un potente radar per una zona potenzialmente minacciosa, una piattaforma AEW è l’unica che può rilevare in anticipo obiettivi a bassa quota. Le portaerei statunitensi dispongono del Northrop Grumman E-2C/D Hawkeye. Oltre agli Stati Uniti, l’unico altro Paese che può permettersi il “lusso” di avere aerei AEW ad ala fissa è la Francia, perché gli aerei di questa classe richiedono il decollo con catapulta. Altre nazioni dotate di portaeromobili hanno elicotteri AEW. La Cina tenta di affidarsi alle proprie forza al riguardo, sviluppando un derivato AEW del Changhe Z-8, clone modernizzato dell’elicottero francese Aerospatiale SA 321 Super Frelon. Possiamo dire con certezza che la Cina sviluppa anche una piattaforma AEW ad ala fissa, ma probabilmente è ancora nelle fasi iniziali. Alla luce di ciò, la componente di proiezione della componente aerea delle prime due portaerei cinesi, composta da 24 caccia e circa 15 velivoli ausiliari per nave, sembra coincidere con la stima di 40 velivoli ottimali per le Proekt 1143.6. Ulteriori aerei renderebbero difficili le manovre di appontaggio e negli hangar, influenzando così il numero di sortite giornaliere.

CV-16 Liaoning

Le attività per le portaerei della Marina Cinese
Allora, perché la Cina ha speso massicce somme per la costruzione di una propria flotta di portaerei? Alcune ragioni sono abbastanza comuni, mentre altre sono proprie del Paese. Innanzitutto, la flotta oceanica della Cina, che opera oltre il raggio d’azione dell’aviazione a terra, manca attualmente della difesa aerea offerta dalle portaerei e relativa intelligence “a lungo raggio” capace d’ingaggiare obiettivi nemici al di fuori della gittata dei missili antinave. Con l’aviazione imbarcata, la Cina si sentirà più sicura nel Pacifico e potrà spostare l’ipotetico fronte lontano dalle sue coste. In secondo luogo, le portaerei sono un potente strumento per proiettare forza militare e politica globale. Il primo grande viaggio della portaerei cinese, anche se solo nell’Oceano Indiano, avrà certamente l’attenzione della comunità internazionale. È vero che la Cina non ha mai voluto intervenire in conflitti lontani dai confini nazionali, ma dev’esserci un motivo per cui la Marina cinese crea una base logistica a Gibuti. Le portaerei hanno anche ruoli specifici per la Cina. Aiuteranno Pechino a rafforzare significativamente le propria posizione nelle controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale, troppo lontano dal Paese perché la sua aviazione possa agire prontamente. Una portaerei sarebbe il nucleo di un gruppo navale che terrebbe a bada aerei e navi di altre nazioni ed inseguirebbe i sottomarini nemici. C’è un’altra importante missione per le portaerei cinesi. Il Paese ha infine iniziato i pattugliamenti dei propri sottomarini lanciamissili balistici nucleari. Tuttavia, il Mar Cinese Orientale è relativamente poco profondo per tali operazioni. Peggio, vi sono basi militari statunitensi ed alleate, anche per gli aerei antisom. I sottomarini cinesi saranno più sicuri nel Mar Cinese Meridionale, più profondo e più lontano da Giappone, Corea del Sud e Guam. In questo caso, però, avranno bisogno di una maggiore protezione antiaerea e antisom, perché sarebbero più lontani dalla patria. Gli sforzi della Cina per costruirsi una grande flotta continuano a impressionare. È difficile prevedere se il Paese riesca a mantenere questo passo in futuro, ma Pechino ha già costretto la comunità internazionale a sedersi e prendere nota. La Russia, da parte sua, ha tutte le ragioni per osservare il processo con un misto di invidia e ammirazione. Spedendo una nave da guerra appena dipinta ma costruita con specifiche sovietiche, il cui ponte di volo è pieno di caccia Sukhoj, Pechino riporta in vita piani e sogni della Russia.

CV-17 Shandong

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina costringerà i sauditi a scaricare il dollaro?

L’Oriente è la peggiore minaccia al petrodollaro, e l’Arabia Saudita già guarda al commercio petrolifero in yuan
Russia Insider 27 aprile 2017Dovremmo salutare legami più stretti tra Arabia Saudita e Cina? Come scrive Asia Times,la lenta intesa tra Cina e Arabia Saudita completa l’alleanza sino-russa, i cui i vantaggi in primo luogo comporterebbero una minaccia reale al petrodollaro“. Mentre preferiremmo che l’Arabia Saudita scomparisse totalmente, se deve esistere, da un punto di vista pragmatico, probabilmente non andrebbe da alcuna parte, ma sarebbe assai utile al mondo se Riyadh scaricasse il dollaro e adottasse lo yuan. Non è così pazzesco come sembra. La Russia è uno dei principali partner energetici della Cina, avendo firmato accordi in yaun. A marzo, la Russia aveva nuovamente battuto l’Arabia Saudita quale primo esportatore di petrolio della Cina. Il mese scorso, re Salman d’Arabia Saudita assistette alla firma di accordi da 65 miliardi di dollari il primo giorno della visita a Pechino. Secondo Reuters, “l’Arabia Saudita ha cercato di aumentare le vendite di petrolio in Cina, secondo mercato petrolifero mondiale, dopo aver perso quote di mercato a favore della Russia l’anno scorso, lavorando principalmente con le prime tre compagnie petrolifere statali della Cina“.
Cosa succede se i sauditi decidessero di scaricare il dollaro e l’euro e adottare lo yuan, o anche l’oro?
Questa eccellente analisi di Andrew Brennan su Asia Times spiega perché la Cina rappresenta una minaccia seria al petrodollaro e come i sauditi reagiranno. Un estratto: “La Banca Centrale Russa ha aperto il suo primo ufficio estero a Pechino quale primo passo nella graduale introduzione dello standard di scambio in oro. Ciò avverrà finalizzando l’emissione dei primi prestiti federali denominati in yuan cinese e consentendo l’importazione di oro dalla Russia. Il governo cinese desidera internazionalizzare lo yuan e condurre scambi in yuan iniziando ad aumentare il commercio con la Russia. Adottano questi passi negli scambi commerciali bilaterali, nei sistemi di negoziazione nazionali, e così via. Tuttavia, quando Russia e Cina decisero il contratto bilaterale da 400 miliardi di dollari, la Cina volle pagare il gasdotto con obbligazioni del Tesoro in yuan e poi il petrolio russo in yuan. Questa evasione e dipartita senza precedenti dal regno del sistema monetario del dollaro statunitense, assume molte forme, ma una delle più minacciose sono i russi che scambiano lo yuan cinese in oro. I russi già adottano lo yuan cinese nelle vendite del petrolio alla Cina, ritornandoli alla Shanghai Gold Exchange per poi acquistare l’oro con i contratti futures denominati in yuan-oro, fondamentalmente un sistema di scambio e commercio. I cinesi sperano che iniziando ad assimilare i contratti petroliferi ai futures in yuan, facilitandone il pagamento in yuan la cui copertura avviene a Shanghai, si consentirà allo yuan di esser percepito quale valuta principale nel commercio petrolifero. I principali importatore mondiale (Cina) ed esportatore (Russia) prendono le misure per convertire i pagamenti in oro. Questo è noto. Quindi, chi sarebbero i più interessati al commercio in yuan? Naturalmente i sauditi. La necessità dei cinesi è che i sauditi vendano il petrolio alla Cina in cambio di yuan. Se la Casa dei Saud decide di perseguire tale scambio, le petromonarchie del Golfo seguiranno, quindi Nigeria e così via. Ciò minaccerà in modo fondamentale il petrodollaro. Ora, l’argomento è che se la Cina lo farà, colpirebbe le proprie esportazioni, ma essa già intenzionalmente passa da produttore ed esportatore ad economia di servizi e consumi interni. Si guardi il settore tecnologico della Cina, il settore dell’e-commerce e altri interni che creeranno un grande mercato di servizi dalla crescita solida. Un secondo argomento in controtendenza è che forse la Cina non vuole che lo yuan sia una moneta di riserva mondiale ma solo una forte; una moneta basata sull’oro. Avere una nota commerciale d’oro non pregiudicherebbe le esportazioni cinesi, in quanto la Cina trasforma proprie economia ed esportazioni future. Anche Pechino potrebbe aver pensato che se l’Arabia Saudita venisse persuasa a scambiare in yuan o yuan-oro, Corea del Sud e Giappone potrebbero seguirla, perché entrambi cercano di staccarsi dal dollaro statunitense. Cina e Iran sono stati i primi ad iniziare a bypassare il dollaro, seguiti dalla Russia che elude il sistema SWIFT e poi l’India che si allontana dal dollaro statunitense ed avvia accordi commerciali bilaterali. Cina e Giappone passano direttamente al commercio, come hanno fatto Giappone e India, saltando il dollaro. L’utilizzo di sistemi di pagamento alternativi come oro, yuan, rupie, rubli e altri soldi, fiat e non, per sfuggire a possibili sanzioni e crisi del dollaro USA, o suo declino, è favorito.

Quale declino?
Ebbene, possiamo vedere il ciclo storico Est-Ovest, il baby-boom occidentale, la crescente diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze, il rapporto tra debito interno con la percentuale di reddito disponibile e, per voi appassionati di storia, l’onda di Kondratiev è al culmine scendendo come onda deflazionistica.

Aspettarsi cosa?
Bene, tutti questi cicli menzionati sono ricadute economiche. Tutto indica il declino dell’occidente e l’Oriente in ascesa. Ma possiamo ugualmente biasimare le politiche di alleggerimento dei banchieri centrali stampando prosperità. L’idea è una falsità che avvantaggia solo le classi più ricche e non può sconfiggere la pressione ciclica. Si ha un mutamento nei sistemi monetari mondiali. L’economia cinese ha iniziato la ristrutturazione economica e si concentra su produzione e servizi nazionali. L’amministrazione Trump pensa che l’indebolimento del dollaro statunitense contribuirà alle esportazioni degli USA ed anche a farne crescere l’economia (o a “crescere” entro l’attuale sistema monetario). Tuttavia, il dollaro sopravvalutato ha sovvenzionato il costoso “stile di vita americano”, e qualsiasi indebolimento avrà ora effetti negativi. Gli Stati Uniti devono anche ristrutturare la propria economia basandosi sulla produzione. Non possono più continuare a gestire un’economia basata sul debito importando tutte le merci che non producono. È l’insostenibile e continuo errore di molti. La ricchezza del mondo va ad est. Il petrodollaro è l’ultimo relitto di tale “stile di vita americano” amato dall’America media, e se i buoni del tesoro d’oro volano e lo yuan passa a gestire il flusso di petrolio, gli Stati Uniti saranno scioccati quando all’Arabia Saudita piacerà il bigliettone rosso quanto quello verde, o peggio ancora, il metallo giallo, molto del quale va ad est.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio a Parstoday: Corea del Nord, strategia di Trump per piegare la Potenza cinese (AUDIO)

Teheran – Pars Today ItalianAlessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali, e’ stato intervistato dalla nostra Redazione. Lattanzio parlando ai nostri microfoni ha esaminato vari aspetti della farsa mediatica occidentale contro la Corea democratica e le strategie di Trump contro Pyongyang e Pechino.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervento di Alessandro Lattanzio potete cliccare qui.