Una linea nella steppa: la NATO incontra una SCO ampliata

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 19.06.2017Mentre i capi della NATO si congratulano per l’adesione del piccolo Montenegro, la forza di controbilanciamento della NATO ad est ha accolto a pieno titolo India e Pakistan. Mentre la bandiera del Montenegro è stata sollevata presso la sede della NATO a Bruxelles, le bandiere della democrazia più popolosa del mondo e della terza popolazione musulmana, India e Pakistan, sono state sollevate presso la sede a Pechino dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). L’allargamento della SCO ha effettivamente neutralizzato la marcia a lungo attesa della NATO verso est, con l’intenzione d’inglobare gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale. L’ampliamento della SCO segnala anche la fine del sogno dei neoconservatori del “nuovo secolo americano” che domina l’intero pianeta e anche lo spazio. Il 21esimo secolo sarà un “nuovo secolo euroasiatico” con Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e NATO emarginati, osservatori anemici che si contendevano il centro di un potere globale che si sposta verso la massa terrestre eurasiatica.
Nel 1904, Halford Mackinder scrisse un articolo profetico, intitolato “Il Perno Geografico della Storia”, presentando ciò che chiamò “la teoria dell’Heartland” geopolitico. L’“Heartland” di Mackinder comprende Asia, Europa e Africa, che chiamò “Isola-Mondo”. Nel 1919, Mackinder osservò che qualunque potenza controllasse l’Isola-Mondo avrebbe anche controllato il Mondo. “Chi controlla l’Europa orientale controlla l’Heartland; chi controlla l’Heartland controlla l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo, controlla il Mondo”. Mackinder descrisse Gran Bretagna e Giappone come “isole off-shore” dell’Isola-Mondo. Le “Isole Periferiche” erano le Americhe e l’Australia. L’espansione della SCO con l’adesione di India e Pakistan e altre nazioni eurasiatiche che bussano alla porta dell’organizzazione, realizza l’Isola-Mondo di Mackinder quale evento fondamentale che eliminerà il dominio unipolare mondiale di Stati Uniti ed alleati. India e Pakistan, pur non andando d’accordo hanno deciso di mettere da parte le differenze, riconoscendo che l’allineamento a Cina e Russia nella SCO è preferibile a un’alleanza dubbia con gli Stati Uniti. Per la Cina, indiani e pakistani nella SCO sono un importante impulso all’Iniziativa della Via della Seta, conosciuta anche come progetto “One Belt, One Road” per la realizzazione di nuovi collegamenti autostradali, ferroviari e marittimi con i Paesi di tutto il mondo. La prospettiva è che grandi autostrade trans-himalayane e collegamenti ferroviari tra la Cina e il subcontinente indiano siano la spinta alle economie di India e Pakistan che riduca le differenze religiose sul controllo del Kashmir a favore di un’intesa e una più stretta cooperazione economica. Secoli di guerre religiose tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord finirono dopo che Irlanda e Irlanda del Nord aderirono all’Unione Europea. Lo sviluppo economico dell’Irlanda, a nord e a sud, è preferibile alla guerriglia. Lo stesso potrebbe avvenire nel Kashmir se i progetti della Cina sulla Via della Seta spingessero musulmani ed indù a concludere che una migliore situazione economica possa relegare la guerra religiosa ad anacronistico ostacolo.
La paura che India e Pakistan disturbino la SCO con le reciproche differenze politiche fu messa a tacere quando la SCO sottolineò che la sua carta proibisce rigidamente agli aderenti di usare l’organizzazione per promuovere qualsiasi frattura. La stessa regola si applica alle tensioni tra India e Cina. La Cina mostra i muscoli in ciò che Mackinder chiamava “Isola Periferica”, le Americhe. La Cina ha reso ancor più importante il progetto Via della Seta instaurando i rapporti diplomatici con Panama dopo che la nazione che controlla l’omonimo canale, aveva tagliato le strette relazioni diplomatiche con Taiwan. China Communications Construction, China Railway Group e COSCO Shipping Company sono interessati ai principali progetti di miglioramento delle infrastrutture di Canale di Panama e regione circostante. La società del miliardario cinese Wang Jing, la società di investimenti per lo sviluppo del canale Hong Kong-Nicaragua, avviva nel 2015 il canale da 40 miliardi di dollari attraverso il Nicaragua. Nicaragua, El Salvador, Paraguay e Repubblica Dominicana dovrebbero presto interrompere i rapporti con Taiwan e riconoscere Pechino. Ciò faciliterà la continua estensione dell’influenza cinese sulle “isole periferiche” dell’Eurasia. Il controllo cinese su due canali in America Centrale darà enormi potenzialità economiche, internazionali e nel cortile degli Stati Uniti.
Sulla strada dell’unione della SCO vi è l’Afghanistan, dove l’amministrazione Trump annuncia l’invio di 4000 militari per la più lunga guerra degli USA. Sarà presto il momento in cui la SCO, dopo la transizione dell’Afghanistan allo status di osservatore, ordinerà a Stati Uniti e NATO di ritirare le truppe d’occupazione da uno Stato aderente alla SCO. Washington rischierebbe la guerra con le quattro nazioni più popolose dell’Eurasia per mantenere i militari in una nazione della SCO? E’ dubbio, specialmente perché gli Stati Uniti vanno riducendosi a potenza politica di seconda classe in possesso di una forza militare tecnicamente avanzata e globalmente dispiegabile. Gli Stati Uniti hanno cercato di cooptare la Mongolia, situata tra Russia e Cina, quale posto d’ascolto per Agenzia d’Intelligence Centrale, Agenzia d’Intelligence della Difesa e Agenzia Nazionale per la Sicurezza. Questi sforzi saranno emarginati dopo che la Mongolia aderirà finalmente alla SCO. E complicando le cose per Washington e la sua alleanza di potentati arabi nel Golfo Persico ed Israele, la prossima nazione asiatica che aderirà alla SCO è l’Iran. Mentre l’Iran era sottoposto alle sanzioni delle Nazioni Unite, gli fu proibito di aderire alla SCO. Tuttavia, dopo la revoca delle sanzioni nel 2016, la Cina annunciava che l’Iran sarà il prossimo ad aderire a pieno titolo dopo India e Pakistan.
L’adesione dell’Iran, e anche della Bielorussia ed altre nazioni che aspirano a aderire alla SCO, renderà l’organizzazione una potenza che può opporsi non solo a Stati Uniti e NATO, ma anche a Unione europea e Giappone. In attesa di entrare tra gli osservatori della SCO vi sono i partner del dialogo Azerbaigian, Cambogia, Armenia, Nepal, Turchia e Sri Lanka. Interesse per la SCO è anche espresso da Bangladesh, Vietnam, Egitto, Siria, Iraq e Maldive. Sembra che non ci sia lo stomaco per Russia o Cina verso l’Arabia Saudita. Dopo il blocco economico saudita al Qatar, è probabile che il Qatar possa divenire osservatore o partner del dialogo della SCO. La SCO non desidera particolarmente accettare le richieste a partner del dialogo presentate da Ucraina e Israele, che sarebbero i “cavalli di Troia” statunitensi nella comunità SCO. A differenza della NATO, la SCO è molto attenta a non crescere troppo velocemente. India e Pakistan hanno atteso 12 anni per aderirvi. Ironia della sorte, la SCO si preparava ad accettare la prima nazione della NATO, la Turchia, quale membro. Un simile sviluppo potrebbe vedere la Turchia quale primo Stato membro della NATO uscire dal patto militare a favore della SCO.
I social media occidentali hanno scelto d’ignorare quasi completamente l’adesione di India e Pakistan nella SCO. I media occidentali che hanno scelto di seguire l’evento l’hanno fatto presentando i punti di vista del Council on Foreign Relations (CFR) collegato alla CIA. CFR e altri “think tank” spiegano che SCO e alleanza BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono organizzazioni internazionali indegne di molta stampa. Infatti, Unione europea e NATO affrontano dissensi interni e cadute sulla scena mondiale.La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché ai comunisti serve la globalizzazione

Pavel Volkov, 15 giugno 2017Histoire et SocietéIl 13 giugno Panama rompeva le relazioni diplomatiche con Taiwan per stabilirle con la Repubblica popolare cinese. Il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, nominava tra le principali ragioni della decisione la condivisione dei due Paesi dell’importanza della globalizzazione. La cosa curiosa è che Panama e Taiwan sono entrambi satelliti degli Stati Uniti. Quindi, se la “comprensione dell’importanza della globalizzazione” improvvisamente viene ricordata da qualcuno, non si tratta chiaramente di Panama. Come spiegarlo? Sappiamo che nel 1949 la guerra civile cinese si concluse coi comunisti di Mao Zedong saliti al potere, mentre il Kuomintang sostenuto dagli Stati Uniti fuggì nell’isola di Formosa (Taiwan) dove il suo capo Chiang Kai shek, con l’aiuto degli Stati Uniti, impose una dittatura militare. Nel 1966, Taipei creò la “Lega anticomunista mondiale” che esiste ancora oggi come Lega mondiale per la libertà e la democrazia (WLFD), che incontra e lavora con ogni personalità di orientamento fascista e ultraliberale che visibilmente ritrova interessi comuni. Costoro riunitisi a Taiwan sotto l’arrogante direzione di Washington, hanno combattuto il comunismo, in particolare cinese. Ma col tempo, l’equilibrio di potere è cambiato, e nel 1970 la Cina sostituì Taiwan alle Nazioni Unite, e nel 1979 gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica popolare cinese. E ora, a quanto pare dopo quasi 40 anni, tocca ai satelliti degli USA. Panama riconosceva Taiwan finché gli Stati Uniti non erano preoccupati dalla Nuova Via della Seta marittima.
Nel giugno 2016 fu completata la ricostruzione del Canale di Panama, ora più ampia e profonda, raddoppiandone le capacità. Attraverso il canale modernizzato gli statunitensi potranno trasportare più rapidamente idrocarburi dal Golfo del Messico ad esempio la Cina. E le merci cinesi raggiungeranno l’Europa aggirando Russia, Turchia e gli altri concorrenti. Comprendendone i rischi, i cinesi, con la partecipazione della Federazione russa, iniziarono nel 2014 a costruire un canale in Nicaragua, incontrando inizialmente le proteste di agricoltori ed ambientalisti, e poi il gruppo HKND responsabile del progetto ebbe difficoltà finanziarie. In breve, gli Stati Uniti ottenevano il congelamento del progetto. Sembra che il riconoscimento da parte di Panama sia la pillola con cui Trump ha deciso di attenuare l’amarezza dei cinesi per l’assenza di un’alternativa alla rotta controllata dagli Stati Uniti tra Pacifico ed Atlantico. L’interdipendenza tra economie cinese e statunitense è ben nota. Data la retorica offensiva della sua campagna elettorale, ci si aspettava che Trump rompesse questa dipendenza, ma sembra che abbia semplicemente deciso di usarla nell’interesse dei suoi elettori. Così, nel primo discorso al Congresso, promise di “rilanciare l’industria morente”, soprattutto delle miniere di carbone. Dal febbraio 2017, per via delle sanzioni, la Cina non compra più carbone dalla Corea democratica, quarto fornitore della risorsa della Cina. Finora, la quota del carbone nel settore energetico della Cina era circa il 70%, ed entro il 2020 sarà ridotta al 67%. Ma in primo luogo, non è un forte calo, e in secondo luogo, anche la prevista riduzione del consumo di 160 milioni di tonnellate non avrà grande impatto sulla domanda totale di circa 3,7 miliardi di tonnellate, equivalente alla metà del consumo globale. Sì, le centrali a carbone sono sostituite sempre più da centrali a gas, ma il problema persiste nella metallurgia. Pertanto, per compensare la fornitura di carbone in riduzione dalla Corea democratica, la Cina aumenta significativamente le importazioni statunitensi. Tuttavia i nuovi parametri della cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel settore energetico non si limitano al carbone. Questo mese, la Cina ha rinunciato inaspettatamente alla realizzazione di due nuovi gasdotti dalla Siberia, spiegando la decisione con le nuove condizioni del mercato del gas, che non vedono la necessità del progetto “Forza della Siberia-2” e del gasdotto Estremo Oriente-Sakhalin. Il fatto è che, poiché le offerte e i prezzi globali del petrolio sono scesi di quasi la metà, l’acquisto di GNL dagli Stati Uniti è più vantaggioso. Niente di personale, solo affari.
Se si crede a Bloomberg, Xi Jinping e Donald Trump hanno concordato l’invio di GNL da aprile e maggio, e il dipartimento del Commercio ha annunciato la firma di un accordo commerciale bilaterale, estendendo alle imprese del settore energetico degli Stati Uniti l’accesso al mercato cinese. Lo stesso mese, al vertice della Via della Seta a Pechino, il capo della compagnia statale cinese CNPC Wang Yilin affermava che la Cina cerca di diversificare l’offerta e di conseguenza stendere la base sugli Stati petroliferi degli USA. A tal fine costruiranno congiuntamente terminali GNL. Il capo economista della BP per la Russia e la CSI, Vladimir Drebentsov, ritiene che la Cina nel prossimo futuro non aumenterà l’acquisto di gas dalla Russia, dato che l’acquista dall’Asia centrale e sviluppa il proprio gas shale. E poi c’è il GNL americano. Il mondo cambia in un settore molto specifico della battaglia tra due mostri che vogliono nient’altro che distruggere l’altro, ma che sono così strettamente legati che il crollo di uno indubbiamente farebbe crollare l’altro, creando un rapporto simbiotico sul principio amore e odio, e tutti gli altri diverranno satelliti dell’uno o dell’altro. In realtà, la Cina è la locomotiva della globalizzazione, mentre Stati Uniti ed Europa occidentale, stranamente, l’hanno abbandonata, o cercano di uscirne, perché non si sa se sia possibile cambiare la traiettoria verso il salto nel precipizio quando si è percorso il 90% della strada. Nel frattempo, il Celeste Impero è attivo in tutte le direzioni.
Molti credono che il comunismo in Cina sia superficiale, e che il Paese sia da tempo passato ad un sistema modernizzato di capitalismo di Stato dal sorprendente successo economico, ed anche che le contraddizioni vi si affaccino. In realtà, non c’è nulla di ciò. La Cina è in una fase di transizione dal capitalismo al comunismo, in una sorta di NEP estesa. A capo dello Stato c’è il Partito Comunista che realizza la dittatura della classe operaia, e nelle mani dello Stato vi è il 50% dell’economia. L’altro 50% vive nelle condizioni del mercato, in competizione con il settore pubblico e quando perde, ne viene assorbito, passando dalla NEP al socialismo. Accelerare questa fase è impossibile soprattutto per l’enorme dimensione della popolazione a cui non si può semplicemente fornire tutto il necessario per lo sviluppo sociale, utilizzando solo le risorse interne. L’Unione Sovietica aveva più o meno tutto, non la Cina. E se non si ha questa possibilità, ed è una necessità assoluta, le risorse vanno prese da qualche parte. Di qui la necessità della globalizzazione e della Nuova Via della Seta cinese e di tutto ciò che ne consegue.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Traffici nel Pipelineistan

Chroniques du Grand Jeu 16 giugno 2017Se più caselle nel continente-mondo sono in subbuglio, il Grande gioco eurasiatico-energetico – 2.0 affettuosamente chiamato guerra fredda di Washington, non è da meno. Il Pipelineistan si muove ai quattro angoli indebolendo sempre più l’impero. E se qualcuno ancora dubita che gli statunitensi cerchino e tentino di silurare l’integrazione dell’Eurasia e isolare la Russia, un membro della commissione esteri del Congresso ricordava le basi della politica estera del suo Paese: “Gli Stati Uniti dovrebbero agire contro il progetto del gasdotto russo per sostenere la sicurezza energetica dell’Unione europea (vietato ridere; chi avrebbe mai pensato che sarebbe stata divertente la neolingua?) Amministrazione Obama e Unione europea hanno lavorato contro il Nord Stream II (…) L’amministrazione Obama ha fatto della sicurezza energetica europea una priorità della politica estera degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump farebbe bene a continuare su questa strada”. Oh che ammissione… Il fedele lettore del blog ovviamente non si sorprende del sistema imperiale che s’impiccia delle pipeline a 10000 km dai suoi confini e che non lo riguarda. Si comprende la delusione della senatrice sul nuovo presidente, che non sembra attinto da acuta russofobia e meno interessato alla divisione dell’Eurasia rispetto ai predecessori. In realtà, l'”ombrello” della Pax Americana in Europa inizia a svanire e le discussioni che si pensavano sepolte, di certo tornano sul tappeto. È il caso del defunto South Stream. Russi, ungheresi e serbi iniziano a parlare del progetto su scala ridotta. Anche Austria e Bulgaria, che liquidò il progetto dopo l'”amichevole” visita di McCainistan, ed ora vi sembra interessata, soprattutto perché un presidente filo-russo è stato eletto a novembre. Vojislav Vuletic, il capo dell’agenzia del gas serba, dice senza mezzi termini: “Tutto indica che l’Europa è libera dagli Stati Uniti, permettendo il South Stream“. Diamine, che confessione. Scommettiamo che i media specializzati non diranno un tubo? L’amico Vojislav sarebbe ottimista, ma è chiaro che qui come altrove, il reflusso imperiale lascia ora delle possibilità insospettate fino a ieri. Se i vassalli euronullità preferiscono ancora aggrapparsi alla solita assurdità, testimone l’incredibile bravata del commissario europeo per l’energia (“il trasferimento del gas del Caspio sul mercato europeo diventa realtà“), semplicemente perché Azerbaigian, Turkmenistan, UE e Turchia creano un gruppo di lavoro sul tema; mentre il primo non ha gas e il secondo non lo darà mai, il principio di realtà alla fine prevale. La realtà è che la domanda europea di oro blu aumenta, facendo dire a Gazprom, con abbastanza rilevanza, che Nord Stream II e TurkStream non bastano a soddisfare la crescente domanda del vecchio continente. La storia convincerà sulla necessità di un nuovo gasdotto (South Stream o TurkStream II)? Non è impossibile… annunciammo qualcosa del genere due anni fa. Si noti inoltre che la rotta del TurkStream lascia la porta aperta (freccia nera) a una piccola spinta verso Eurolandia se Bruxelles infine decide di rinsavire dal proprio leggendario masochismo…
E’ un caso che il senato degli Stati Uniti, garante del sistema imperiale, ora che la Casa Bianca “è passata al nemico”, abbia approvato nuove sanzioni contro Mosca che influenzerebbero le aziende europee che partecipano ai progetti gasiferi russi? “Germania e Austria denunciavano la votazione del senato degli Stati Uniti di nuove sanzioni contro Mosca. Berlino e Vienna notano che tali misure punitive, in caso di successo, colpirebbero le aziende europee coinvolte nei progetti energetici in Russia, tra cui il gasdotto Nord Stream 2, con multe per infrazione della legge degli Stati Uniti. I senatori degli Stati Uniti approvavano all’unanimità, con 97 voti contro 2, un emendamento per punire la Russia per la presunta ingerenza nella campagna elettorale degli Stati Uniti nel 2016, l’annessione della Crimea nel 2014 e il suo sostegno al governo siriano. L’emendamento è parte di una legge sulle sanzioni contro l’Iran, a sua volta adottata con 98 voti contro due, del repubblicano Rand Paul e di Bernie Sanders del gruppo democratico. Il progetto deve ancora essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti e promulgato dal presidente Donald Trump. In una dichiarazione congiunta, il capo del ministero degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e il cancelliere austriaco, Christian Kern denunciavano la decisione che, dicono, minaccia le forniture di gas russo per l’Europa. “Le sanzioni politiche non dovrebbero essere collegate agli interessi economici”, dicono i due. “Minacciare le aziende di Germania, Austria e altre europee con multe dagli Stati Uniti, se partecipano a progetti energetici come il Nord Stream 2, aggiunge una nuova dimensione negativa alle relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, affermando di sostenere gli sforzi del dipartimento di Stato degli USA per modificare le sanzioni. I partner dell’Europa occidentale di Gazprom, ad aprile, conclusero un accordo sul finanziamento del progetto di gasdotto russo per 9,5 miliardi di euro. Nel corso della firma a Parigi, Uniper, BASF Wintershall, Shell, OMV e Engie accettavano di finanziare il 10% del progetto con 950 milioni di euro. Gazprom da parte sua sosterrà metà del finanziamento del gasdotto, che dovrebbe passare nel Mar Baltico ed avviarsi nel 2019“.
Diverse osservazioni:
– Il dipartimento di Stato cerca di alleviare tale progetto di sanzioni che deve ancora passare alla Camera dei Rappresentanti e alla Casa Bianca. Non è ancora detto nulla.
– L’opposizione antisistema si ritrova da entrambi i lati (Sanders, Paul). Alla Camera dei rappresentanti, la deliziosa Tulsi farà sicuramente sentire la sua voce.
– Nonostante l’ipocrisia (le euronuillità non protestarono quando Obama decise di sanzionare a catena), la reazione di Berlino e Vienna è molto interessante. Avevamo conosciuto una Frau Milka più vendicativa, ecco improvvisamente trasformarsi in amorevole dolce colomba che si lamenta di non poter commerciare liberamente con la Russia…All’altra estremità dell’Eurasia, la casella di nord-est è sempre più importante. Ne avevamo già accennato brevemente: “Il gasdotto Skorovodino-Daqing, aperto nel 2011, ha visto passare dall’inizio 100 milioni di tonnellate, pari a circa 400000 barili al giorno. E’ parte dell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la fonte ha un futuro luminoso. Di passaggio, si noti l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui tornare presto”. Promesso, promesso… Intanto, parallelamente alla rete dei gasdotti che già dilaga nella regione, Gazprom valuta la possibilità di costruire un gasdotto per il Giappone. Non c’è dubbio che si collegherà al titanico Potenza della Siberia ben avviato verso la Cina. L’orso e il dragone cominciano discussioni specifiche sull’ordine del giorno dell’invio di oro blu a partire dal 2019. Bene, bene, lo stesso anno il Nord Stream II dovrebbe avviarsi.
Russia – Europa (Nord Stream I e II, TurkStream e varianti), Russia – Cina (Potenza della Siberia, Altaj per ora in attesa), Russia – Giappone forse, e forse anche Russia – India? Come affermava il Ministro dell’Energia, il flemmatico Novak. Eppure ci sarebbe abbastanza per perdere la pazienza: l’Eurasia nel complesso è irrigata dagli idrocarburi russi, emarginando l’impero statunitense. Incubo della coppia Mackinder-Spykman e del dottor Zbig che li ha appena raggiunti. Detto questo, il progetto indo-russo è ancora poco chiaro, e per una buona ragione. Le sfide geografiche (Pamir, Himalaya) e geopolitiche (Pakistan e Cina) sarebbero enormi. Ma forse è proprio ciò che serve per la Cooperazione di Shanghai, dove India e Pakistan sono entrati. Dialogo, relazioni rilassate, a poco a poco cancellano le frizioni.
Che ne è del cugino dell’oro blu? Se il petrolio russo dovrebbe presto salpare per l’Uzbekistan (i due Paesi cooperano già nel settore del gas) attraverso il Kazakistan, stringendo ulteriormente i contatti eurasiatici, la grande novità è la firma dell’accordo tra Mosca e il governo regionale del Kurdistan (KRG) dell’Iraq: “Nell’ambito del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, Rosneft, il gigante petrolifero russo, ha detto di aver firmato accordi con il governo regionale del Kurdistan iracheno, che daranno ampio accesso all’importante sistema del traffico petrolifero regionale, dalla capacità di 700000 barili al giorno. Entro la fine del 2017, questa capacità dovrebbe superare il milione di barili al giorno. Questi accordi furono firmati dal CEO di Rosneft Igor Setchin e dal ministro delle Risorse Naturali del Governo Regionale del Kurdistan Ashti Hawramijuste poco prima dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Secondo questi accordi, la società russa avrà accesso a “una delle regioni più promettenti del mercato globale dell’energia, che attualmente sviluppa giacimenti stimati in circa 45 miliardi di barili di petrolio e 5,66 triliono di metri cubi di gas (secondo il dipartimento delle Risorse Naturali del governo regionale del Kurdistan)”, affermava Rosneft. “Questo importante contratto offre condizioni favorevoli a Rosneft. Perciò accediamo a un vasto gasdotto che si estende dal Kurdistan alla Turchia. È un contratto ventennale”, affermava il portavoce di Rosneft Mikhail Leontev. “E’ un investimento strategico in una delle regioni più strategicamente sviluppate del mondo. Altri investitori, come gli Stati Uniti, vogliono accedervi. Il Kurdistan è molto promettente nella produzione petrolifera e vuole diversificarne la produzione”, aggiungeva”. Questa notizia, ultimo esempio della crescente forte influenza della Russia in Medio Oriente dall’intervento in Siria, è stato un colpo di fulmine per via delle importanti ramificazioni geopolitiche. L’emergere di Rosneft, che ora acquista petrolio curdo per inviarlo via gasdotto e raffinarlo in Germania, nel cortile di turchi e statunitensi, è interessante per diversi aspetti. Per il KRG è una spinta nel contesto del proposto referendum sull’indipendenza, il 25 settembre che, non a caso, tutti gli Stati della regione hanno duramente criticato. Ciò non mette tutti i barili nello stesso paniere e rende meno dipendenti da Ankara e Washington, ma è comunque gradito nel complesso gorgo del Medio Orientale. Da parte russa è certamente un magnifico colpo, ma ci si può ancora interrogare sul relativo “tradimento” verso Baghdad. Il Cremlino aveva l’abitudine di discutere con il governo centrale e con le regioni, se autonome. Uno degli osservatori intervistati ha detto che la Russia si aspetta la divisione dell’Iraq in tre regioni federali, quindi interagisce meno con Baghdad da qualche tempo.
Si comprenderà meglio l’irruzione di Mosca in questa regione altamente strategica leggendo due vecchie note. La prima: “L’oleodotto Iraq-Turchia è stato il bersaglio di un attacco del PKK, due giorni dopo l’esplosione del gasdotto iraniano (di cui abbiamo parlato qui). Se Ankara non placa la crociata contro il movimento curdo, la Turchia rischia di essere esclusa da tutte le fonti di energia diverse da quella russa. I gasdotti da Iran, Iraq e persino il BTC dall’Azerbaigian e dalla Georgia attraversano le aree curde. Nel grande gioco energetico, questi oleogasdotti non russi sono l’unica speranza per gli Stati Uniti d’impedire alla Russia di rifornire l’Europa. Non c’è dubbio che gli ultimi sviluppi del conflitto turco-curdo siano seguiti con molta attenzione da Mosca e Washington. Una volta di più, i russi sono interessati a che la situazione si aggravi, gli statunitensi che si plachi”. Si comprenderà, i russi hanno più di un interesse a che il PKK non faccia saltare gli oleodotti nella regione, per ora… La seconda: “Il mondo si è svegliato con la straordinaria notizia dell’incursione di un battaglione turco e due dozzine di carri armati nel nord dell’Iraq, nella regione autonoma del Kurdistan… per addestrare combattenti curdi in lotta contro lo SIIL! Uno sguardo al calendario mi rassicura: non è il 1° aprile. Allora, cosa fanno davvero i soldati turchi presso Mosul? In realtà, la storia non è così aberrante come sembra. Va innanzitutto ricordato che il Kurdistan iracheno è polarizzato tra due tendenze inconciliabili: da un lato il PUK di Talabani, filo-PKK e YPG, e contrario senza compromessi allo SIIL; dall’altro il KDP di Barzani, non in cattivi rapporti con Ankara, e neanche non molto tempo prima (2014) con lo SIIL. (Presto faremo un punto sulle forze nel triangolo Iraq-Turchia-Siria e nel Kurdistan, perché la situazione è in realtà piuttosto complicata, come spesso in Medio Oriente). L’accordo fu firmato il 4 novembre durante la visita del ministro degli Esteri turco ad Irbil, dove regna Barzani; ciò incluse la creazione di una base permanente turca nella regione di Mosul per aiutare i peshmerga curdi contro lo SIIL. Bene, bene, è proprio qui che passa l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan… Questo è l’oleodotto che il PKK (avversario di turchi e Barzani, va ricordato) fece esplodere a luglio, come avevamo riferito allora. La base turca quindi deve garantire l’invio dell’oro nero dal Kurdistan? C’è (forse) dell’altro… Una storia molto sorprendente, anche se presa con cautela, è apparsa nei giorni scorsi in seguito allo scandalo del petrolio dello SIIL. Un quotidiano arabo di Londra, di solito abbastanza informato, registrava un traffico di grandi dimensioni dai giacimenti dello SIIL ad Israele tramite gruppi mafiosi locali (curdi e turchi), con il KDP Barzani che fa finta di niente. Non è impossibile visti i compromessi tra costoro, ma ciò resta non dimostrato e le quantità è in ogni modo abbastanza inferiore all’oro nero che scorre nell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan. Il fatto, però, merita di essere citato perché, particolare divertente, anche nella zona della prevista base turca, in particolare presso Zaqu, avrebbe luogo tale losco traffico”.
Si tratta dell’intera area che Rosneft si appresta a prendersi…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina costruisce un nuovo tipo di globalizzazione

Sara Flounders, Workers World 28 maggio 2017L’imperialismo teme che i grandi progetti infrastrutturali della Cina possano sfidare l’ordine mondiale guidato dagli USA
La Repubblica popolare cinese ha ospitato un summit il 14 maggio chiamato Iniziativa “One Belt, One Road”, noto anche come progetto Nuova Via della Seta. Vi parteciparono ventiquattro capi di Stato e rappresentanti di 130 Paesi di Asia, Africa, America Latina ed Europa. Settanta Paesi hanno firmato accordi con la Cina per parteciparvi. La “Belt” è la cintura economica della Via della Seta, comprendente lo sviluppo delle rotte via terra dalla Cina ad Asia centrale, Iran, Turchia ed Europa orientale. La “Road” è la Via della Seta Marittima. Ciò riguarda porti e infrastrutture costiere dall’Asia sudorientale all’Africa orientale e al Mediterraneo. Il progetto prevede una rete di vie commerciali con nuove linee ferroviarie, porti, autostrade, oledotti, impianti di telecomunicazione e centri energetici che colleghino Paesi di quattro continenti, includendo i finanziamenti per promuovere la pianificazione urbana, l’acqua potabile, la sanità e lo sviluppo alimentare. La Cina lo definisce “il piano del secolo” e descrive il progetto come rinascita dell’antica Via della Seta con la tecnologia del ventunesimo secolo. Sarà 12 volte il Piano Marshall degli USA, che ricostruì l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. I maggiori media del mondo avvertono che il raduno segna la fine del secolo americano, con cui gli Stati Uniti affermavano di essere la sola superpotenza del mondo. Numerosi analisti suggeriscono che il progetto potrebbe spostare il centro dell’economia globale e sfidare l’ordine mondiale degli Stati Uniti. L’ex-segretario alla Difesa degli Stati Uniti Charles Freeman ha descritto il progetto OBOR come, “Potenzialmente lo sforzo che più trasformerà nella storia umana. La Cina diventerà il centro di gravità economico divenendo l’economia più grande del mondo. Il programma “Cintura e Strada” non include componenti militari, ma chiaramente può affondare la geopolitica del mondo così come la sua economia“. (NBC News, 12 maggio) In un articolo del 13 maggio, “Dietro il piano da 1 trilione di dollari della Cina per scuotere l’ordine economico“, il New York Times ha predetto: “L’iniziativa… si estende su portata e scala inedite nella storia moderna, promettendo più di 1 trilione di dollari in infrastrutture in più di 60 Paesi. Il Signor Xi cerca di utilizzare la ricchezza e il know-how industriali della Cina per creare una nuova globalizzazione che dispensi dalle regole delle istituzioni occidentali dominanti obsolescenti. L’obiettivo è riformare l’ordine economico globale, avvicinando Paesi e società nell’orbita della Cina. È impossibile per qualsiasi leader straniero, banchiere multinazionale o internazionale ignorare la spinta della Cina nel riorientare il commercio globale. L’influenza statunitense nella regione sembra diminuire“.

Le infrastrutture statunitensi sono al collasso
Nel frattempo, l’infrastruttura statunitense è letteralmente crollata. Strade, ponti, dighe e scuole fatiscenti hanno ricevuto un grado complessivo D+ dall’American Society of Civil Engineers. L’investimento nelle infrastrutture, comprese scuole, ospedali e gli impianti di trattamento delle acque reflue, è al minimo da 30 anni. Donald Trump, con lo slogan “America First”, promise di ricostruire l’infrastruttura fatiscente del Paese. Ma da quando è presidente, la sua amministrazione ha optato per il taglio delle tasse ai ricchi aumentando il budget militare. Nel frattempo, l’accordo di partenariato trans-Pacifico, avviato dagli Stati Uniti, volto ad escludere la Cina, è crollato. Il progetto OBOR della Cina ha generato enorme interesse perché l’imperialismo statunitense ha sempre meno da offrire a qualsiasi Paese in via di sviluppo, ad eccezione della vendite di armi e delle basi militari. Le armi diventano rapidamente obsolete, lasciando solo debito e sottosviluppo. Dove i progetti infrastrutturali statunitensi sono attuati nel mondo, sono volti a costruire e manutenere la rete di 800 siti militari e l’armada di portaerei, sottomarini e cacciatorpediniere nucleari. Ogni base è una spesa e un’aggressione alla sovranità del Paese ospitante. Gli aiuti esteri statunitensi sono in fondo nelle spese dei Paesi sviluppati, pari a meno dell’1 per cento del bilancio federale. È in gran parte sono aiuti militari per Afghanistan, Iraq, Israele, Egitto e Pakistan. Le guerre degli Stati Uniti hanno portato grandi profitti alle aziende statunitensi, distruggendo le infrastrutture civili dei Paesi in via di sviluppo attaccati. Impianti di depurazione dell’acqua, servizi sanitari, acque reflue, irrigazione, rete elettrica, centri di comunicazione, ospedali e scuole furono intenzionalmente distrutti in Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria e Afghanistan. Al contrario, la Cina non ha basi militari all’estero. La sua ambiziosa iniziativa OBOR non comprende mezzi o strutture militari. Tuttavia, il potere aziendale statunitense vede l’altrui sviluppo economico come una minaccia al proprio dominio globale. Suo scopo è proteggere a tutti i costi un sistema capitalistico irrazionale.Risposta al pivot degli USA in Asia
Il passo in Asia avviato dall’amministrazione Obama era un piano militare aggressivo con l’arsenale nucleare statunitense e la nuova batteria missilistica THAAD del Pentagono in Corea del Sud. L’obiettivo era contenere e minacciare l’influenza economica crescente della Cina nella regione. I pianificatori militari statunitensi si vantano della capacità di soffocare la Cina e di tagliarne le vitali vie di rifornimento, come lo Stretto di Malacca. Questo stretto tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale copre l’80 per cento del petrolio greggio e altre importazioni vitali dei cinesi. La Cina, oggi la più grande nazione commerciale del mondo, ha risposto con il piano non militare OBOR per aprire molte vie commerciali nei Paesi circostanti. Le rotte commerciali, a differenza delle basi militari statunitensi, offrono il vantaggio dell’immediato sviluppo di questi Paesi. La Cina dovrebbe investire 1,3 trilioni di dollari nei progetti infrastrutturali OBOR.

Banca d’investimento per l’infrastruttura asiatica: sfida a FMI e Banca Mondiale
La precedente pratica statunitense di prendersi le risorse dei Paesi che detengono fondi sostanziali nelle banche statunitensi, ha portato a 1,26 miliardi di dollari detenuti dalla Cina con le note del Tesoro USA, particolarmente vulnerabile. Fino a sei mesi fa, la Cina era l’investitore numero uno nelle note del Tesoro statunitense. Ora la Cina cede il passo, utilizzando parte delle riserve per costituire la Banca d’investimento per le infrastrutture asiatiche. L’AIIB svolge un ruolo essenziale nell’incoraggiare la cooperazione economica e commerciale con altri Paesi di Asia, Africa, Europa e America Latina. L’iniziativa cinese è considerata un contrappeso a Banca mondiale e Fondo Monetario Internazionale dominati dagli USA. Come scriveva il 6 marzo il giornale cubano Granma: “AIIB mira a salvare le aree della regione abbandonate da Banca Mondiale e Banca d’Investimento Asiatica (AIB), nonché favorire la cooperazione economica e commerciale“. FMI e Banca mondiale esercitano una leva enorme attraverso le politiche di “adeguamento strutturale”. Il rimborso del debito richiede che i Paesi taglino la spesa su istruzione, salute, cibo e trasporti. Il vero obiettivo è forzare i Paesi in via di sviluppo a privatizzare le proprie risorse nazionali.

Preoccupazione feroce per l’ambiente
Le organizzazioni non governative finanziate dalle aziende e le campagne sui social media sostengono che la Cina non mostrerà rispetto per ambiente e diritti umani come invece fanno Stati Uniti e altre potenze imperialiste. Affermano che la Cina potrebbe non seguire le restrizioni ambientali sui prestiti imposti da Banca mondiale e FMI. Pura ipocrisia. La macchina militare statunitense è il principale consumatore al mondo di prodotti petroliferi e il peggiore inquinatore con emissioni di gas ad effetto serra e inquinanti tossici. Tuttavia il Pentagono ha l’esenzione da tutti gli accordi internazionali sul clima. Le guerre statunitensi hanno contaminato suolo e acqua di vasti territori occupati dagli statunitensi, con uranio impoverito, benzene e tricloroetilene delle operazioni aeree e con il perclorato, ingrediente tossico dei propellenti per i razzi.

Nonostante la pressione degli Stati Uniti, l’AIIB avanza
Nonostante i netti sforzi statunitensi per scoraggiare la partecipazione internazionale al fondo infrastrutturale OBOR, Russia, Iran e Paesi dell’America latina vi si sono uniti rapidamente contribuendo con un capitale sostanziale. Rompendo i ranghi, Germania e Corea del Sud sono diventati principali azionisti, seguiti da Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Australia. Filippine e anche Arabia Saudita vedono il vantaggio di parteciparvi. L’AIIB, fondata il 29 giugno 2015, iniziava le operazioni l’anno scorso. Secondo l’editoriale del Times del 5 dicembre 2015, “I Paesi trovano di dover operare sempre più nell’orbita della Cina. Gli Stati Uniti temono che la Cina utilizzi la banca per decidere l’agenda economica mondiale nei propri termini“. Oltre all’AIIB, la Banca di sviluppo cinese e l’Export-Import Bank of China hanno già finanziato grandi progetti in Asia e Africa. Secondo le stime cinesi, le loro attività combinate all’estero ammontano a 500 miliardi di dollari, più del capitale combinato di Banca Mondiale e Banca Asiatica di Sviluppo.La pianificazione socialista batte il sottosviluppo
Gli ultimi decenni di sviluppo e modernizzazione della Cina e le attuali eccedenze sono ciò che rendono possibili i nuovi piani globali. La Cina avrebbe 4 trilioni di dollari in valuta estera. I suoi granai sono pieni e ha eccedenze in cemento e acciaio. Nel 1949, quando la rivoluzione guidata dal Partito Comunista Ccinese prese il potere, la Cina era un Paese sottosviluppato e dilaniato dalla guerra con una popolazione in maggioranza analfabeta. Le potenze imperialiste occidentali e giapponese avevano saccheggiato e diviso la Cina per i propri profitti. Spezzarne la presa fu il primo passo della liberazione, ma la Cina era profondamente impoverita. Dopo quasi 30 anni di eroici sforzi per modernizzare l’economia basata sull’organizzazione e gli sforzi delle masse, il Partito Comunista Cinese nel 1978 aprì il Paese ad alcune forme di proprietà capitalista ed investimenti capitalisti stranieri. La politica allora rischiosa continuò per quasi 40 anni, permettendo a milionari e persino miliardari di diffondere la corruzione. Il capitale straniero, non potendo sperare di rovesciare lo Stato cinese, v’investì perché poteva realizzarvi dei profitti. Ma il Partito Comunista utilizzò gli investimenti capitalistici per costruire una moderna infrastruttura statale a fianco del crescente capitale privato. Ora la Cina è un Paese in via di sviluppo con una popolazione urbana che in maggioranza vive in città moderne e pianificate. La classe operaia è ora la più grande classe sociale della Cina. I salari dei lavoratori in Cina sono triplicati nell’ultimo decennio divenendo i più alti nell’Asia in via di sviluppo. La Cina ha adottato una nuova politica industriale nel 2015: “Made in China 2025” con cui intende aggiornare le capacità produttive nell’alta tecnologia. Questi piani sono supportati da 150 miliardi di dollari in fondi pubblici o statali. È questo tipo di pianificazione socialista a lungo termine il motore della nuova linea per la Cintura e Via della Cina. Mentre gli Stati Uniti tentano di bloccare questi sforzi necessari nell’infrastruttura, inviando navi lanciamissili e portaerei al largo delle coste cinese e la più piccola delegazione diplomatica in Cina al vertice OBOR, Washington ha avuto l’audacia e l’arroganza di avvertire la Cina sulla partecipazione nordcoreana. La RPDC aveva inviato una delegazione di alto livello.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il presidente Trump è retrogrado?

Gefira 02/06/2017Il mondo occidentale, i suoi circoli intellettuali e il mondo accademico non hanno una buona parola per il presidente Donald Trump. Per loro è un misogino (guardate quante pochissime donne ci sono nella sua amministrazione!), suprematista bianca (vuole costruire il muro, fermare l’afflusso di immigrati e deportare i clandestini!) E un sostenitore dell’autarchia (preferisce avere le imprese nel Paese piuttosto che esternalizzarle all’estero). Le idee progressive della sinistra occidentale, come la parità di genere negli uffici, cultura accogliente (basata sul complesso di colpa) e un flusso libero di persone sembravano abbozzare una volta che Trump è stato eletto alla presidenza.
Dato che le sinistre occidentali, ovvero epigone degli insegnamenti di Karl Marx e Friedrich Engels, si lamentano dell’attuale amministrazione statunitense, non sarebbe bello dare un’occhiata alle loro controparti asiatiche o ai loro compagni, e dove cercarli se non nella Repubblica popolare cinese? Uno sguardo rapido ai vertici del Partito Comunista Cinese rivela poche donne, nessuna nelle principali posizioni. Non sembra che ci siano quote rosa nella Repubblica popolare, sebbene il Paese sia ufficialmente fedele alla filosofia egualitaria che afferma che non esistono differenze essenziali tra sessi, per cui possono essere e sono sostituibili.Numero di tesserati del Partito Comunista Cinese (CCP) in Cina dal 2008 al 2015, per sesso (in milioni) (1)

E su apertura dei confini e diversità nel Regno di mezzo? Beh, la società cinese è omogenea: si avrebbe difficoltà a trovarvi dei neri. (2) O se per quello dei bianchi nei circoli governativi, militari, nella cittadinanza. Non ci sono afflussi di vietnamiti, filippini, coreani, cambogiani per non parlare di africani e arabi. (3) Il cristianesimo è appena tollerato e l’Islam limitato nelle regioni in cui presente da tempo. I cinesi non vengono spinti a coltivare il complesso di colpa e a denunciare il “razzismo” quando entrano in contatto con gli stranieri: in Cina, come osserva un blogger nero, “i buoni posti di lavoro, di solito, vanno a bianchi, alti dirigenti, ecc. Di solito i posti peggiori per gli stranieri sono per i non bianchi… I cinesi evitano i rischi e il loro atteggiamento generale nei confronti dei neri è che sono buoni nello sport ma non come lavoratori (per mancanza di intelligenza e/o comportamento selvaggio). Molti avrebbero letteralmente paura di voi, soprattutto le donne”. (4) E poi l’economia. Il libero flusso di capitale e lavoro? Beh no. La leadership cinese segue un principio secolare, servire il proprio popolo anziché compiacere gli stranieri, far sviluppare il proprio Paese e provvedere a chiunque abbia il capriccio di stabilirsi in Cina. Le imprese estere affrontano restrizioni normative (5) perché la Cina vuole frenare il flusso di capitali. (6) Esternalizzare la produzione della Cina? Non ci pensano a meno che sia… all’interno del Paese. (7) I prodotti cinesi inondano il mercato mondiale portando reddito.I leader del Partito Comunista Cinese si alzano mentre “l’Internazionale”, l’inno comunista, viene suonato durante la chiusura del XVIII Congresso del Partito Comunista nella Grande Sala del Popolo di Pechino del 14 novembre 2012. Il Congresso del Partito Comunista, quando la Cina nomina la nuova generazione di leader, è una macchina ben lubrificata in cui tutti i gruppi eseguono attentamente i ruoli prescritti in un processo ben coreografato che incarna lo spirito collettivista del partito. Beh, questa è la politica adottata dalla sinistra (sinistra!). Perché è così divergente dagli slogan che la sinistra occidentale proclama? Forse abbiamo a che fare con una forma di comunismo nazionale come in Corea democratica, Vietnam, Unione Sovietica o Comecon? Sinistra e nazionalismo? Cosa direbbe un intellettuale di sinistra. Ma poi, i cinesi sono marxisti e non bianchi. Come può la sinistra criticarli? Questo è davvero difficile spiegarlo. La classe media e l’intellighentija cinesi disprezzano la sinistra europea. (8) Perché allora il presidente Trump dovrebbe apparire alla sinistra occidentale un esempio di progresso, un faro dell’avanzamento dell’umanità. Dopo tutto ci sono Paesi peggiori.Riferimenti:
1. Statista
2. Essere nero in Cina, National Geographic, 06.02.2017.
3. Perché la Cina non ospita i rifugiati siriani, FP, 26.02.2016.
4. Com’è essere nero in Cina?, Quora, 18.05.2016.
5. Le imprese estere in Cina sono sempre più preoccupate per il futuro, Forbes, 26.06.2016.
6. Le imprese estere in Cina colpite da nuovi controlli sugli scambi, Financial Times 06.12.2016; Le imprese estere in Cina dicono di esser meno benvenute che un passato, Fortune, 18.01.2017; Perché le aziende estere chiudono in Cina, CNBC 02.02.2017.
7. La nuova preoccupazione della Cina: Esternalizzazione, Forbes, 07.07.2016.
8. Il curioso aumento dell’insulto “sinistra bianca” su Internet cinese, opendemocracy 11. 05.2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora