Dopo la visita di Trump in Arabia Saudita e Israele, l’Iran deve guardare a Cina e Russia

Alexander Mercouris, The Duran 23/5/2017La straordinaria ostilità verso l’Iran degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita crea la possibilità di un attacco all’Iran e di porre fine alla questione dell’imminente soppressione delle sanzioni, dimostrando che l’Iran non ha altra alternativa che forgiare stretti legami con Cina e Russia e le istituzioni euroasiatiche per garantirsi sicurezza e futuro economico.
La visita del presidente degli Stati Uniti nell’Arabia Saudita, il suo accordo a fornirle 300 miliardi di dollari in armi, la retorica ostile verso l’Iran e le intenzioni aperte espresse del principe Muhamad bin Salman sulla guerra all’Iran, chiariscono le opzioni politiche della leadership e del popolo dell’Iran. Ora è chiaro che l’opzione di un ravvicinamento tra Iran e occidente non esiste se l’Iran rimane Repubblica Islamica. Invece gli Stati Uniti vedono o fingono di vedere una minaccia dall’Iran per Israele e, bizzarramente, se stessi, posizionandosi decisamente con i suoi nemici Arabia Saudita e Israele. Il principe Muhamad bin Salman ha inoltre affermato che non c’è niente che gli iraniani possano mai dire o fare per fargli cambiare l’ostilità implacabile. Ciò significa che l’unica opzione realistica per i leader iraniani, per i cosiddetti riformisti come Ruhani e per i conservatori, è impegnarsi con piena sincerità nel partenariato strategico che la Russia ed integrare completamente l’Iran nelle istituzioni eurasiatiche che Russia e Cina sono impegnate a creare. Esistono quattro istituzioni euroasiatiche, anche se ve ne sono altre come l’effimera “Comunità degli Stati Independenti” istituita da Boris Eltsin nel 1991, in alternativa all’URSS, che conserva una parvenza d’esistenza. Le quattro istituzioni euroasiatiche importanti sono:
1) Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, un gruppo per la sicurezza guidato dalla Cina di cui la Russia è un membro chiave;
2) Il progetto Fascia e Via cinese che sostituisce il precedente progetto Via della Seta, il cui obiettivo è integrare economicamente l’Eurasia creando un’enorme rete infrastrutturale;
3) L’Unione Economica Eurasiatica, un progetto russo per reintegrare alcune economie dell’ex- URSS, originariamente costruito intorno a Russia, Kazakistan e Bielorussia, ma che ormai si espande in altri Stati ex-sovietici; e
4) L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (“CSTO”), alleanza militare guidata dalla Russia che riunisce essenzialmente gli stessi Stati che costituiscono l’Unione Economica Eurasiatica, ma in cui Serbia e Afghanistan sono osservatori.
Dato che l’Iran è uno Stato non allineato, non può realisticamente aderire all’Unione Economica Eurasiatica o alla CSTO senza compromettere questo status e i russi sarebbero comunque riluttanti, in quanto estenderebbero le due istituzioni oltre il territorio dell’ex-URSS che devono reintegrare. Non c’è però motivo per cui l’Iran non sviluppi stretti rapporti bilaterali con Cina, Russia, Unione economica eurasiatica e CSTO, e non possa partecipare ai vertici delle due istituzioni principali cinesi, Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e progetto Fascia e Via.
Inoltre, dato che è chiaro che cinesi e russi lavorano ad unire le istituzioni eurasiatiche che ciascuno ha creato nel comune “Progetto Grande Eurasia” (in ultima analisi la Fascia e Via di Pechino avviato questo mese ), l’Iran non perde e non compromette nulla integrandosi nelle istituzioni cinesi e forgiando stretti legami con la Russia e le sue istituzioni euroasiatiche. L’Iran ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e si candidò formalmente ad aderirvi nel 2008. Non poteva farlo perché era sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, formalmente rimosse dopo l’accordo nucleare del 2015.
Durante la visita in Iran nel gennaio 2016, il Presidente cinese Xi Jinping affermò che la Cina sostiene l’adesione dell’Iran all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo e il Presidente russo Putin ha detto al Presidente iraniano Ruhani, all’ultimo summit a Mosca, che anche la Russia lo propone. Alla luce delle minacce di Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, l’Iran dovrebbe far parte dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo quale priorità in politica estera e dovrebbe intervenire presso Pechino e Mosca affinché avvenga senza indugio. L’Organizzazione della cooperazione di Shanghai non è un’alleanza militare come la NATO e la CSTO. Tuttavia è un raggruppamento per la sicurezza che riunisce due grandi potenze, Cina e Russia, una possibile terza grande potenza, l’India, e avrebbe quattro potenze nucleari: Cina, Russia, India e Pakistan. Mentre l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai non spingerebbe queste potenze a difendere l’Iran in caso d’attacco, sarebbero tenute a rispondere con rabbia se uno Stato membro come l’Iran venisse aggredito. Dato che i principali nemici regionali degli iraniani, Arabia Saudita e Israele, hanno stretti rapporti con alcune di tali potenze (la Cina in particolare) ciò sarebbe di per sé un potente deterrente contro tale attacco. Inoltre, l’Iran, partecipando all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. rigetterebbe la tesi, sentita spesso durante la visita di Donald Trump in Arabia Saudita, secondo cui l’Iran è isolato a livello internazionale, dimostrando al contrario che aderisce a un gruppo della sicurezza che riunisce alcune delle più grandi potenze del mondo. L’Iran non dovrebbe tuttavia solo chiedere l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Anche se le sanzioni delle Nazioni Unite sono state revocate, gli Stati Uniti continuano ad applicare le sanzioni unilaterali e perciò l’Unione europea non è disposta a riprendere pienamente le relazioni commerciali con l’Iran.
L’ostilità di Donald Trump verso l’Iran, e il suo allineamento ai nemici implacabili dell’Iran, Arabia Saudita e Israele, indicano l’assenza della possibilità che le sanzioni unilaterali statunitensi siano rimosse. Inoltre, poiché le sanzioni unilaterali non sono state rimosse dall’amministrazione Obama, notevolmente meno ostile all’Iran dell’amministrazione Trump e che concordò l’accordo nucleare con l’Iran, non c’è possibilità realistica che qualsiasi altra amministrazione statunitense futura elimini le sanzioni. Ciò significa che l’Iran deve pianificare il suo futuro economico al momento, almeno sulla base del mantenimento delle sanzioni. Le economie giganti e sofisticate di Cina e Russia possono sconfiggere le sanzioni occidentali, come la Cina fece dopo il 1989 e la Russia oggi. L’economia molto più piccola e meno sofisticata dell’Iran avrà difficoltà in ciò. Il risultato è che, sebbene l’Iran abbia evitato il crollo economico nonostante le sanzioni, negli ultimi dieci anni la crescita del reddito reale si è arrestata o s’è invertita ed inflazione e disoccupazione, in particolare giovanile, sono sempre elevate. Nel frattempo le infrastrutture iraniane richiedono investimenti. Fino a circa un decennio fa, un Paese dall’economia che si trovasse in tale situazione non aveva opzione realistica se voleva svilupparsi se non provare a ricostruire i rapporti con l’occidente, che all’epoca aveva il monopolio su capitale, tecnologia e commercio. L’avanzata economica di Russia e Cina specialmente, significa che non è più così. Anche se molti imprenditori iraniani continuano a desiderare la ripresa dei tradizionali rapporti commerciali dell’Iran con l’occidente, ora hanno un’alternativa realistica e attraente che dovrebbero accettare. Relazioni suggeriscono che un importante fattore che impedisce all’Iran la piena integrazione con le istituzioni euroasiatiche sia il tradizionale sospetto iraniano verso la Russia, oltre alle differenze culturali che ostacolano i progetti economici congiunti proposti dalla Russia. Tali sospetti hanno una base storica.
Dalla fine del XVII secolo Russia e Iran combatterono sei guerre, l’ultima nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Ognuna di tali guerre, salva la prima, si concluse con la sconfitta dell’Iran. La quarta e quinta provocarono il crollo dell’Iran nel Caucaso e la perdita di vasti territori, come Armenia, Georgia e Azerbaigian. La sesta guerra portò all’occupazione sovietica dell’Iran settentrionale, tra cui Teheran. Oltre a queste sconfitte, il governo degli zar nel decennio prima della prima guerra mondiale cercò di colmare, con l’accordo inglese, la sfera d’influenza russa nell’Iran del nord, compresa la capitale Teheran, mentre dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’URSS cercò di fare lo stesso anche nella parte che controllava dell’Iran. Durante la guerra fredda l’Iran, rimanendo sotto il dominio dello Shah, si era alleata contro l’URSS con gli Stati Uniti e molti iraniani continuano a risentirsi del fatto che l’URSS avesse fornito armi all’Iraq durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Oltre a ciò c’è il fatto che la Russia post-sovietica ha sostenuto le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran, mentre l’ex-presidente russo Medvedev danneggiò i rapporti russo-iraniani bloccando l’accordo del 2010 sui missili S-300, come concordato da Russia e Iran nel 2007. Ciò spiega i notevoli sospetti e ostilità iraniani verso la Russia. Ciò a volte prese forme auto-distruttive. Per esempio, sembra che dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea di al-Shayrat in Siria, i social media iraniani misero in discussione la presunta incapacità della Russia di abbattere i missili.
La Russia, da parte sua, non ha sempre trattato l’Iran con la sensibilità richiesta. Da grande potenza che guida una politica estera globale, vede inevitabilmente i rapporti con l’Iran come dettaglio e non ha sempre mostrato la corretta consapevolezza che gli iraniani vedano ciò in modo diverso. Ora è giunto il momento per l’Iran di mettere tutto ciò da parte. L’unica alternativa realistica sarebbe fare ciò che Stati Uniti,Arabia Saudita e Israele vogliono, cambiare il sistema di governo, abbatterrne la costituzione e tornare alla subordinazione politica all’occidente del periodo dello Shah, ‘aprendo’ l’economia all’influenza occidentale, con tutte le “terapie shock” neoliberali che ne verrebbero. Certamente in Iran alcuni abbraccerebbero tale opzione, ma tutto ciò che si sa del Paese suggerisce che siano solo una piccola e rumorosa minoranza. Inoltre, con l’ascesa dell’Eurasia di Cina e Russia, tale politica rischia di emarginare l’Iran. Gli interessi iraniani indicano chiaramente la necessità di mettere da parte i dubbi rimasti e dedicarsi pienamente a forti relazioni con Russia e Cina e alla massima integrazione possibile nelle istituzioni euroasiatiche. Così si avranno sicurezza, indipendenza e prosperità. Le alternative, subordinazione all’occidente o stagnazione sotto la minaccia permanente di un attacco, non sembrano invitanti e nessuno che tenga sinceramente all’Iran le proporrebbe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia punta su Hezbollah per l’offensiva della Siria ad est

La Siria orientale attende la liberazione dallo SIIL, facendo dell’efficiente milizia una risorsa preziosa
Elijah J. Magnier, al-RaiRussia Insider 22 maggio 2017Ci sono state ampie affermazioni secondo cui la Russia avrebbe chiesto ad Hezbollah libanese di lasciare il territorio siriano, una speculazione nata dall’annuncio del Segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah sul ritiro di suoi uomini dal confine libanese, ad eccezione della periferia di Arsal. Nasrallah ha chiesto all’esercito libanese di riempire il vuoto dal lato libanese (Hezbollah non si allontana dal lato siriano) spingendo certi media ed analisti a concludere che Mosca non vuole che Hezbollah rimanga nel Levante. È vero? Il confine tra Libano e Siria, controllato da Hezbollah ed Esercito arabo siriano, è sorvegliato da Israele perché rappresenta la nuova base di Hezbollah: ne ospita le forze di élite al-Ridwan, i silo dei missili strategici nelle montagne e le grotte fortificate lungo il confine di 130 chilometri. L’area era un pesante onere per l’apparato militare di Hezbollah, costringendolo a creare nuove strade, fortificare decine di siti e trovare nelle montagne un riparo adeguato per i missili strategici M600 e la nuova versione al-Fatah. Inoltre, Hezbollah opera nella zona negli ultimi 3 anni, per tutta l’estate e l’inverno anche su picchi di 2500 metri, un significativo drenaggio del budget. Più di 500 terroristi di al-Qaida si erano infiltrati nell’area, oltre alla presenza dello SIIL, spingendo Hezbollah a schierarvi almeno 5000 combattenti. Inoltre, Hezbollah usa droni e tende decine di agguati e di IED per cacciare i nemici e controllare una zona geografica notevolmente difficile. Dopo anni di guerra, Hezbollah è riuscito a controllare gran parte della regione: ciò significa che al-Qaida, SIIL e terroristi rimarranno senza vantaggi militari se decidessero di rimanere nella zona.
Quando la maggior parte delle aree siriane al confine con il Libano, soprattutto Qalamun e Zabadani, si sono accordate con la leadership siriana a Damasco e dopo l’accordo, i ribelli decidevano, sotto gli auspici di Russia, Turchia e Iran, di “smettere di combattere e lasciare l’area (chi voleva andare ad Idlib, mentre molti siriani preferivano rimanere nelle loro città), non è più possibile ai jihadisti continuare a combattere. Ciò coincide con la richiesta di Mosca alla leadership di Hezbollah di aumentare le forze Ridwan e avanzare nella steppa siriana: ciò fu possibile ad Hezbollah dopo la fine delle operazioni al confine. L’attività militare di Hezbollah sulla catena orientale era difficile e dolorosa. Vi sono stati investimenti enormi per consentire agli uomini di operare e combattere nella zona. Oggi, tuttavia, la minaccia è quasi scomparsa. La maggior parte delle forze di Hezbollah si sposta all’interno della Siria. Le forze Ridwan, insieme a centinaia di forze speciali russe e dell’Esercito arabo siriano ed alleate ora combattono per liberare i campi petroliferi e fermare il piano anglo-statunitense-giordano per creare una “zona tampone” dai territori di Suwayda e Dara al confine iracheno, e a Dayr al-Zur da Tadmur a Suqanah. È chiaro che gli Stati Uniti, che sostengono le “forze democratiche siriane” (SDF) costituite da curdi e tribù arabe sotto la loro direzione nel nord-est della Siria, non sono ancora pronti a guidarli verso Dayr al-Zur assediata dallo SIIL, che va sgretolandosi in Iraq e Siria, ma non è ancora debole nella provincia di Dayr al-Zur, specialmente nella Badiyah siriana (steppa). Russia, Damasco ed alleati si dirigono verso Dayr al-Zur, indipendentemente dal piano di Stati Uniti e loro agenti per controllare la steppa siriana e Dayr al-Zur (che ospita numerosi ufficiali e soldati dell’Esercito arabo siriano e delle forze speciali di Hezbollah). Inoltre, Damasco ha inviato un segnale chiaro ad Amman, la minaccia di ritenere le forze giordane nemiche se entrano nel territorio siriano per sostenere gli USA e i loro agenti. Questa minaccia chiara e diretta ha fermato l’avanzata anglo-statunitense-giordana mettendoli in una posizione precaria verso Damasco.
Le Forze Speciali Ridwan di Hezbollah avanzavano combattendo a Dayr al-Zur, al-Suqana, Raqqa e Dara liberandone le aree, ma soprattutto rovinando i piani statunitensi per occupare il nord-est della Siria. Le forze e i generali russi osservano attentamente le battaglie siriane, in particolare quelle di Hezbollah. Gli ufficiali russi traggono lezioni sull’efficienza delle forze speciali Ridwan e dalla qualità ed efficacia delle armi e tattiche utilizzate, specialmente data l’esperienza accumulata da Hezbollah nella lunga guerra contro Israele e le guerre in Siria dove affronta forze che seguivano metodi e ideologie sviluppati. La Russia non ha mai avuto conflitti del genere, quindi c’è grande interesse, espresso dalla forte presenza di esperti su tutti i fronti, non solo per avere il sostegno aereo e partecipare ai combattimenti, ma anche per analizzarli. Hezbollah è riuscito a cambiare la situazione in Siria insieme alle forze aeree russe e siriane ed ha combattuto numerose battaglie importanti, come ad Aleppo, Homs, Hama, al confine siriano-libanese ( Qalamun e Zabadani), Qusayr, presso Lataqia e vicino Damasco, a Qabun, Barzah, Wadi al-Barada e Madaya. Poiché la fine delle operazioni militari sul confine siriano-libanese è vicina, Hezbollah invia più di 20000 soldati su altri fronti interni e strategici. Anche i fronti presso Damasco e Zabadani hanno permesso a più di 10000 truppe siriane di essere inviate in zone “più calde”. Le fonti legate ai dirigenti in Siria hanno confermato che Hezbollah amplia le forze in Siria raggiungendo dimensioni senza precedenti, sostenute da grandi linee logistiche al fianco della forza di prima linea. Sono stati preparati piani militari significativi per il prossimo Ramadan, per porre fine alla presenza di al-Qaida e SIIL ad Arsal. Questi terroristi potranno andarsene ad Idlib o combatteranno fino alla fine sul confine siriano-libanese, zona esclusa dai negoziati di Astana. Se Hezbollah si ritirerà dal confine libanese, non lascerà il confine siriano dove ha stabilito posizioni, centri di addestramento e siti per le armi in vista di una prossima guerra con Israele. La Siria è direttamente coinvolta in questo particolare conflitto tra Hezbollah e Israele. Hezbollah ha anche introdotto il concetto ideologico di “resistenza siriana”, diventando una realtà che Israele troverà difficile ignorare quando finirà la guerra in Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i veri sostenitori del terrorismo


In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i sostenitori del terrorismo


Trump Dancing With The Devil


Le ‘predizioni’ del film “Obiettivo mortale” (1982)

La Cina smantella le operazioni della CIA

Alexander Mercouris, The Duran 21/5/2017

Il New York Times conferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato un’operazione spionistica della CIA in Cina, imprigionando e giustiziando varie spie.
Il New York Times, basandosi su 10 agenti della CIA, afferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato l’intera operazione della CIA in Cina, arrestando ed eliminando 20 spie. Sembra che in un caso i cinesi giustiziassero una delle spie catturate nel cortile di un edificio pubblico davanti ai colleghi con cui lavorava, per avvertirli dei rischi dello spionaggio per la CIA. Sembra che sia stata la peggiore disfatta che la CIA abbia subito dalla fine della guerra fredda e finora gli agenti sono divisi sulle cause, con alcuni che accusano una talpa (i loro sospetti puntano su un individuo che ora vivrebbe in un Paese asiatico) mentre altri accusano la gestione dei responsabili della CIA a Pechino. Indipendentemente dal fatto che l’episodio causi recriminazioni nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti ancora oggi, e mettendo da parte la questione di come la Cina abbia scoperto e distrutto questa rete spionistica, vi sono numerosi spunti da questo episodio.
Il primo è che, sebbene il New York Times affermi che nel 2013 la Cina avrebbe perduto la capacità d’individuare le spie statunitensi, la sconfitta sembra così devastante che è improbabile che l’operazione della CIA in Cina sia stata riportata ai livelli di prima del 2010.
Il secondo è che, anche se i cinesi hanno agito decisamente e spietatamente per distruggere la rete della CIA, hanno agito anche discretamente. Contrariamente a quanto si sa della vicenda e del totale silenzio della Cina, vi è l’enorme sconcerto negli Stati Uniti sui cosiddetti “illegali russi”, arrestati dall’FBI nello stesso periodo. Contrariamente a certe rivendicazioni, gli “illegali” non erano spie ma agenti che l’intelligence russa cercò d’insediare negli Stati Uniti per sostenere future operazioni di spionaggio. Poiché nessuno di loro era effettivamente una spia, le accuse furono relativamente minori e furono tutti subito deportati in Russia, venendo scambiati con vere spie statunitensi che la Russia aveva arrestato. Malgrado nessuno degli “illegali” fosse una spia, la vicenda dominò l’informazione per diversi giorni con una delle arrestate, Anna Chapman, corriere dell’intelligence non ‘illegale’, diventata star dei media notturni. Il contrasto tra la pubblicità degli Stati Uniti sullo smascheramento di questa rete e il silenzio della Cina sui passi assai più drastici presi nello stesso periodo, eliminando ciò che era chiaramente una rete spionistica, colpisce. Bisogna chiedersi se la pubblicità straordinaria che gli Stati Uniti diedero allo smascheramento dei “illegali” russi fosse una forma di compensazione psicologica per l’enorme sconfitta in Cina.
Il terzo punto segue il secondo, uno dei motivi per cui i cinesi, e anche gli USA, mantennero segreto questo affare fu evitare l’enorme danno che avrebbero subito le relazioni tra Stati Uniti e Cina se ciò diveniva pubblico. È facile vedere come la rivelazione della portata dello spionaggio statunitense in Cina sarebbe stato uno shock per il popolo cinese e la sua leadership ovviamente decise di non avvelenare ulteriormente le relazioni della Cina con gli Stati Uniti pubblicizzando la cosa.
Il quarto punto è che malgrado la preoccupazione cinese, la dimensione dell’operazione spionistica statunitense in Cina e la feroce reazione alla scoperta dimostrano che i due Paesi, per quanti convenevoli si scambino, sono rivali e avversari, non “partner” o amici.
Il quinto punto è che i cinesi reagiscono chiaramente molto più spietatamente alla scoperta di spie dei russi. Nei lunghi anni della guerra fredda tra USA e URSS, e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, si sviluppò una serie chiara di regole. Le spie che lavorano per un Paese, quando catturate dall’altro Paese, salvo circostanze estreme, non venivano più giustiziate, anche se al momento nell’URSS vi era ancora la pena di morte. Invece si trovavano in carcere fino ad essere scambiate. Chiaramente non è così tra Stati Uniti e Cina.
Il sesto punto è che questo episodio evidenzia ancora una volta l’importanza dello spionaggio, cioè dell'”intelligence umana” nel gioco dell’intelligence. Con tutta l’ampia macchina dell’intelligence elettronico di cui sentiamo così tanto parlare, la spiccata vecchia tradizione ha ancora un suo posto, e gli Stati Uniti, insieme alle altre grandi potenze, non fanno eccezione.
Il settimo e ultimo punto è che la fuga su questa storia al New York Times viene ufficialmente sancita, presumibilmente dal nuovo capo della CIA Mike Pompeo, e ci si deve chiedere perché. Può darsi che lui e Trump abbiano deciso di evidenziare la grande sconfitta dell’intelligence che gli Stati Uniti subirono durante l’amministrazione Obama, inviando un messaggio a chi orchestra l’affare Russiagate? Se è così, la fuga di questa storia potrebbe essere il primo passo del contrattacco del presidente Trump, con forse altre rivelazioni come questa.

Anna Chapman

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Russia e Cina vinceranno la guerra contro gli USA

Attaccando i mezzi spaziali statunitensi
Dave Majumdar National Interest

Russia e Cina ricercano nuove armi e mezzi per contrastare il dominio nello spazio degli USA, secondo una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti. Infatti, entrambe le nazioni studiano lo sviluppo di armi che potrebbero attaccare satelliti e altri mezzi orbitali statunitensi. “Riteniamo che Russia e Cina percepiscano la necessità di compensare qualsiasi vantaggio militare statunitense nei sistemi spaziali militari, civili o commerciali, e sempre più pensano ad attaccarne i sistemi satellitari nell’ambito di future dottrine belliche“, afferma la testimonianza congressuale di Daniel Coats, direttore della National Intelligence, dell’11 maggio. “Continueranno a perseguire la gamma completa di armi anti-satellite (ASAT) per ridurre l’efficienza militare statunitense“. Le due grandi potenze cercano di compensare i vantaggi degli USA nel settore, continuando lo sviluppo di tali capacità, nonostante dichiarazioni pubbliche che farebbero tesoro della corsa agli armamenti nello spazio. “Russia e Cina continuano a sviluppare capacità contro gli avversari nello spazio, specialmente gli Stati Uniti, mentre pubblicamente e diplomaticamente promuovono la non-militarizzazione dello spazio” e il non primo dispiegamento “di armi nello spazio“, secondo Coats. “Tale impegno continua nonostante gli sforzi diplomatici di Stati Uniti e alleati nel dissuadere l’espansione delle minacce all’uso pacifico dello spazio, compresi gli impegni internazionali delle Nazioni Unite“. La maggior parte degli attacchi contro i mezzi spaziali statunitensi probabilmente non sarà cinetica, concentrandosi su guerra elettronica e cibernetica. “Lo sviluppo sarà molto probabilmente focalizzato sulle capacità di disturbare le comunicazioni militari satellitari (SATCOM), i satelliti con radar ad apertura sintetica (SAR), e in capacità migliorate contro i sistemi satellitari di navigazione globale (GNSS), come il sistema di posizionamento globale (GPS)“, secondo tale testimonianza. “La fusione tra guerra elettronica e cyberattacchi probabilmente espanderà la ricerca di mezzi sofisticati per negare e degradare le reti d’informazione. I ricercatori cinesi hanno discusso i metodi per migliorare le capacità di disturbo con nuovi sistemi per bloccare le frequenze più utilizzate. La Russia intende modernizzare le forze da guerra elettronica e adottare armi di nuova generazione entro il 2020“. Tuttavia, se guerra elettronica e cyberarmi non raggiungessero gli obiettivi, russi e cinesi sono pronti ad usare la forza cinetica per distruggere fisicamente i mezzi spaziali statunitensi. “Alcune nuovi ASAT russi e cinesi, compresi sistemi distruttivi, probabilmente saranno completati nei prossimi anni“, dichiarava Coats. “Gli strateghi militari russi probabilmente considerano le armi spaziali nell’ambito del riarmo della difesa aerospaziale, probabilmente perseguendo una diversificata capacità per influenzare i satelliti su tutte le orbite“. Ma non solo i militari russi; i politici di Mosca promuovono anche le armi anti-satellite, secondo la comunità d’intelligence statunitense. “I legislatori russi hanno promosso la ricerca militare sui missili ASAT per colpire i satelliti su basse orbite e la Russia sperimenta tale arma per eventualmente schierarla“, dichiarava Coats. “Un funzionario russo ha anche riconosciuto lo sviluppo di un missile aerolanciato in grado di distruggere i satelliti in orbita bassa”.
Dall’altra parte del mondo, la Cina è sul punto di schierare un’arma anti-satellite operativa. Nel frattempo, entrambe le grandi potenze sviluppano armi ad energia diretta per contrastare i satelliti statunitensi. “Dieci anni dopo che la Cina intercettò un satellite in orbita bassa, i suoi missili ASAT lanciati da terra starebbero entrando in servizio nell’Esercito di liberazione popolare“, dichiarava Coats. “Entrambi i Paesi avanzano nelle tecnologie delle armi ad energia diretta per disporre di sistemi ASAT che potrebbero accecare o danneggiare i sensori dispiegati nello spazio. La Russia sviluppa un’arma laser aeroportata per usarla contro i satelliti statunitensi. Inoltre, entrambe le nazioni sviluppano satelliti che possono maneggiare altri mezzi spaziali o, se necessario, distruggere i satelliti nemici. Russia e Cina continuano a svolgere sofisticate attività orbitali, come operazioni di riunione e prossimità, almeno in parte probabilmente volte a testare tecnologie a duplice uso dalle capacità antispaziali“, dichiarava Coats. “Per esempio, la ricerca nella robotica spaziale per la manutenzione di satelliti e la rimozione di detriti potrebbe essere usata per danneggiare i satelliti. Tali missioni saranno una particolare sfida futura, complicando la capacità degli Stati Uniti di dominare lo spazio, decifrare l’attività spaziale e le capacità di pre-allarme“. Quindi, con il tempo, il Pentagono dovrà investire di più per assicurarsi la superiorità nello spazio.

Militarizzazione dello spazio: l’X-37B degli USA rientra dopo una missione di due anni
Andrej Akulov SCF 20.05.2017Con l’attenzione pubblica incentrata su altro, gli Stati Uniti adottano nuove e più sofisticate armi spaziali. Passo dopo passo, l’orbita della Terra diventa linea del fronte. Il 7 maggio, l’X-37B atterrava presso il Kennedy Space Center della NASA in Florida dopo una missione di 718 giorni nello spazio. Nel complesso, dal 2010 ci sono state quattro missioni, ciascuna durata più della precedente. Lanciati dai missili Atlas 5, i velivoli atterrano come aerei. I velivoli riutilizzabili, conosciuti anche come programma per velivoli per test orbitali, hanno accumulato 2086 giorni nello spazio. I carichi e le attività sono segreti. Si ritiene ampiamente che gli spazioplani siano usati per scopi militari o siano un’arma. L’X-37B ha trasportato almeno due carichi nell’ultimo volo. I militari avevano rivelato di aver deciso di far trasportare un propulsore elettrico sperimentale da testare in orbita e un pallet per esporre campioni all’ambiente spaziale. L’X-37B è una navetta spaziale senza equipaggio, lunga 9 metri e un’apertura alare di 5 metri, circa un quarto delle dimensioni dello space shuttle della NASA. Il velivolo spaziale riutilizzabile senza pilota decolla in verticale e atterra in orizzontale rientrando nell’atmosfera e atterrando autonomamente. Il robot può anche gestire l’orbita, mutandola invece di seguire l’orbita prevista, una volta in volo. L’autonomia orbitale della navetta è garantita da pannelli solari che l’alimentano dopo il dispiegamento dal vano di carico. Le quote utilizzate per scopi militari ed esplorativi vanno da 0 a 20 km e da 140 km in su. C’è un vuoto tra ciò che è considerato un potenziale teatro di guerra. L’X-37 è chiaramente un mezzo per riempire tale vuoto dall’“alto”, mentre il Boeing X-51 (conosciuto anche come X-51 Wave Rider) lo fa dal “basso” o salendo. L’X-51 è un velivolo scramjet senza pilota per test ipersonici (Mach 6, circa 6400 km/h). Il costo del programma X-37B non è noto perché il bilancio è classificato dato che è stato assegnato alla DARPA. È quasi certamente un aereo spia o, almeno, per testare sistemi di sorveglianza spaziale e una piattaforma di lancio per minisatelliti di spionaggio. Il carico utile del velivolo è sufficiente ad ospitare sistemi spia come telecamere e sensori. Il velivolo non dispone di portello di ancoraggio, quindi non può essere utilizzato per rifornire l’ISS o qualsiasi altra stazione orbitale. Sarebbe anche un modello per testare il futuro “bombardiere spaziale” per distruggere bersagli dall’orbita. Alcuni si chiedono se l’X-37B sia un sistema d’attacco nucleare destinato a rientrare nell’atmosfera con l’autopilota per bombardare un bersaglio nemico.
Dave Webb, presidente della rete globale contro le armi nucleari nello spazio, dichiarava che l’X-37B fa parte dei piani del Pentagono per sviluppare la capacità di colpire in qualsiasi parte del mondo con una testata convenzionale entro un’ora, nota come Prompt Global Strike. Alcuni pensano che l’X-37B sia un satellite-tracker o satellite-killer, o entrambi. Si ritiene generalmente che finora i sistemi d’arma non siano dispiegati nello spazio. Le armi di distruzione di massa sono vietate nello spazio dal Trattato sullo Spazio del 1967. Ma il trattato non vieta la collocazione di armi convenzionali in orbita. Non c’è alcun accordo internazionale sulle armi non nucleari nello spazio per via dell’obiezione di certi Stati, come gli Stati Uniti, che sostengono che la corsa agli armamenti nello spazio non c’è, e pertanto non è necessario intraprendere alcuna azione. I sistemi di difesa antimissili balistici statunitensi, gli spazioplani X-37B, i laser aerei e il GSSAP (Geosynchronous Space Situational Awareness Programme) potrebbero facilmente divenire armi spaziali. Per anni Russia e Cina hanno richiesto la ratifica di un accordo vincolante con il Trattato delle Nazioni Unite che vieta le armi spaziali, che funzionari ed esperti statunitensi hanno ripetutamente rifiutato come inutilmente disastroso. Gli Stati Uniti non presentano alcuna iniziativa.
SALT I (1972), il primo trattato sovietico-statunitense sulla limitazione delle armi strategiche, includeva l’obbligo a non attaccare mezzi spaziali. Nel 1983 il presidente Ronald Reagan cambiò passo promuovendo l’Iniziativa di difesa strategica che prevedeva l’immissione di armi nello spazio per colpire i missili strategici sovietici in volo. Nel 2002 il presidente Bush Jr. abbandonò il trattato ABM del 1972, che limitava i sistemi di difesa missilistica. La difesa missilistica consente ai Paesi di sviluppare tecnologie offensive con il pretesto della difesa. Ad esempio, gli intercettori ad energia cinetica dispiegati in California e Alaska vengono lanciati nello spazio per distruggere i missili e si presuppone possano anche distruggere i satelliti. Ovviamente, gli Stati Uniti sono pronti a sviluppare sistemi d’attacco spaziale, come ad esempio laser, sistemi cinetici e fasci di particelle. Il primo progetto di trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio, minaccia o uso della forza contro oggetti spaziali (PPWT), fu sviluppato dalla Russia e sostenuto dalla Cina nel 2008. Gli Stati Uniti si opposero per preoccupazioni sulla sicurezza dei propri mezzi spaziali, nonostante il trattato affermi esplicitamente il diritto all’autodifesa di uno Stato. Nel dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione russa su “Alcun primo collocamento di armi nello spazio”. Stati Uniti, Georgia e Ucraina furono gli unici a rifiutarsi di sostenere l’iniziativa russa. La Russia dichiarò di essere disposta a lavorare nel contesto di altre iniziative e partecipò attivamente e costruttivamente alle attività dell’Unione europea su un progetto di codice internazionale di condotta per lo spazio. Tuttavia, i progressi possono essere raggiunti solo con negoziati a cui partecipano tutti gli Stati interessati secondo un mandato chiaro delle Nazioni Unite. L’attuale amministrazione è volta a raggiungere la supremazia spaziale. Mark Wittington scrive in un articolo su Blasting News, “Uno dei cambiamenti significativi che l’amministrazione Trump contempla nella difesa è lo sviluppo di armi spaziali. Un’idea emersa per decenni è un sistema dai proiettili di tungsteno e con sistema di navigazione. Con un comando, queste “verghe di Dio”, come vengono poeticamente chiamate, rientrerebbero nell’atmosfera per colpire il bersaglio”. I consiglieri del presidente Trump Robert Walker e Peter Navarro chiedono di riavviare il concetto di “Star Wars” e che gli Stati Uniti guidino la via alle tecnologie emergenti che possano rivoluzionare la guerra. Secondo loro, una maggiore dipendenza dall’industria privata sarà la chiave di volta della politica spaziale di Trump. Avvio e gestione dei mezzi spaziali militari sono un’impresa miliardaria che impiega migliaia di persone, spingendo l’innovazione ed applicazioni civili come il GPS, alimentando la crescita economica. Il segretario alla Difesa James Mattis chiede maggiori investimenti nell’esplorazione dello spazio per scopi militari. Una disposizione per incoraggiare il dipartimento della Difesa ad avviare un programma di ricerca sui sistemi antimissili spaziali è stata inserita nel progetto di legge sulla difesa del 2017.
La militarizzazione dello spazio minerebbe la sicurezza internazionale, distruggendo gli attuali strumenti di controllo delle armi e comportando vari effetti negativi (come i detriti spaziali), potendo scatenare la corsa ad armi devastanti che distrarrebbe risorse dai veri problemi che l’umanità affronta oggi. La stabilità strategica verrebbe distrutta perché le armi spaziali sono globali e capaci di attaccare qualsiasi punto del pianeta in qualsiasi momento. Il dispiegamento di mezzi spaziali comporterà il rifiuto di nuovi trattati per regolamentare le armi nucleari e i loro vettori. Quest’anno il mondo celebra il 50° anniversario del Trattato sullo Spazio, entrato in vigore nell’ottobre 1967, un accordo sul controllo delle armi raggiunto nel pieno della guerra fredda. Era possibile allora, è possibile oggi. La questione di come impedire la militarizzazione dello spazio con un trattato internazionale dovrebbe far parte dell’agenda Russia-USA-Cina. Se questi Stati si accordano, il mondo diventerà un posto migliore.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora