I cannibali si arrendono

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 09/03/2018La Quwat al-Nimr sostenuta da Hezbollah e altre milizie alleate del governo siriano, è disposta a finire il lavoro nel Ghuta orientale in 5 giorni. Muhamad al-Lush, il capo dei gangster del Jaysh al-Islam, può capirlo. È abbastanza difficile mantenere nei suoi selvaggi un morale accettabile quando Ghuta è spaccata in due, ma è molto più difficile quando il denaro saudita non arriva, i tunnel sono tutti distrutti, i civili sono in rivolta e il sistema anti-anticarro Sarab 2 funziona superbamente. Nulla nell’arsenale terroristico è efficace contro il Sarab una volta installato su un carro armato T-72. Potrebbero anche usare le cerbottane. “Al-Lush è sommerso dalle richieste di porre fine alla tortura negoziando il ritiro dal Ghuta”. La mia fonte a Damasco m’informa che il governo russo ha una squadra di negoziatori nella capitale incaricata di liberare l’area da tali parassiti. L’accordo è lo stesso di sempre: i terroristi saliranno a bordo degli autobus forniti dal governo siriano e la sicurezza di chi si ritira con le famiglie sarà garantita da Mosca. Ha funzionato splendidamente in passato. Saranno rispediti ad Idlib dove potranno crogiolarsi nella gloria e splendore di Abdullah al-Muhaysini. Tredici terroristi sono partiti stamani su autobus verdi a Damasco con le loro famiglie portandosi solo armi leggere. Per prima cosa passeranno da al-Wafidin verso Idlib. Possiamo anche confermare la totale disinfestazione di Bayt Sua. Una volta che Ghuta è divisa in due dalla Forza Tigre, i terroristi non potranno più comunicare tra essi, né avere rinforzi. Inoltre, la ferocia dell’attacco degli esperti soldati irti di nuove armi spezzava ogni speranza che tali cannibali potessero avere nell’interrompere l’operazione. Dimenticate i bombardamenti incessanti; è stata la comparsa dell’inevitabile sconfitta che ha fatto collassare i terroristi. Se qualcuno di tali scarafaggi credeva che Dio fosse dalla loro parte, è stato purgato completamente da tale fantasia dai fatti sul terreno e dall’impeto inarrestabile della colossale Forza Tigre. Già, i politici di destra tedeschi contano i giorni prima che i rifugiati siriani tornino in patria. Una delegazione dell’AfP arrivava a Damasco e partiva dopo aver incontrato i funzionari siriani. Inutile dire che venivano denigrati dai terroristi sostenuti dai ratti della Merkel, ma sembra che il popolo tedesco veda il lato positivo del viaggio e dei risultati. Oggi è un mondo diverso da 7 anni fa. Eppure, i media occidentali continuano a ripetere come un mantra le menzogne sul governo siriano. Gli occidentali continuano a rigettare le storie di Washington, Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv. Nonostante la schiacciante ostilità mostrata dai comuni cittadini in occidente sulla trama sfacciatamente propagandistica dei media, i redattori di NYT, WP, ABC, NBC, BBC, CBS, Der Spiegel, ecc, continuano il programma di menzogne su governo ed esercito della Siria. Ma non funziona.
L’invasione turca, che coglieva di sorpresa i media, è una sfida per tali pennivendoli. Semplicemente non sanno cosa dire della Turchia, membro della NATO, che attacca le “eroiche” forze curde. Ma i turchi non vanno molto bene. Hanno dovuto acquistare mezzi dall’Ucraina, da ogni dove, per proteggere i loro blindati. Secondo Wael (su prove aneddotiche), le forze curde hanno colpito molto duramente le unità corazzate turche, causando gravi perdite ai loro carri armati. Ciò che ha rallentato l’assalto turco non è l’attenzione e la preoccupazione di Ankara per i civili, è l’inquietante intelligence che descrive la battaglia finale in cui la Turchia potrebbe perdere il 50% dei mezzi. E con quasi 2000 rinforzi provenienti dalla Siria orientale, i turchi devono sapere che ci saranno molte altre perdite in futuro. Nella battaglia a nord vicino Ifrin, le forze curde e siriane hanno ucciso uno dei capi supremi dei cachi bianchi, tal Jamal Hafizh, membro dell’organizzazione criminale al-Nusra. È stato eliminato a Dayr Suan mentre combatteva per la Turchia contro le forze curde e siriane. Possa bruciare all’inferno in eterno. In ogni caso, le voci occidentali sono sempre più stridule. Senza alcuna possibilità di cambiare gli eventi oggi, il malvagio regime inglese e la dispersa amministrazione Trump devono solo prevedere un futuro Medio Oriente privo di loro influenza e potere. Tutto iniziò quando Vlad decise d’inviare forze nel settembre 2015, un momento fondamentale nella storia mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le vostre bugie significano una cosa: l’Esercito arabo siriano avanza!

Dr. Bashar al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, 04/03/2018
Introduzione, trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation

Su richiesta del Regno Unito e in seguito a una convocazione decisa con una votazione nella mattinata del 2 marzo, il Consiglio per i diritti umani teneva, nel pomeriggio, un “dibattito urgente” sulla situazione in Siria. Un dibattito che coinvolse 50 Stati membri e osservatori del Consiglio, nonché rappresentanti di diverse ONG, per discutere un progetto di risoluzione presentato dal Regno Unito sul deterioramento della situazione dei diritti umani nel “Ghota orientale”; una proposta secondo cui “il Consiglio condanna fermamente tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario e le violazioni gravi, diffuse e sistematiche dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella Repubblica araba siriana”. Fu deciso che il Consiglio avrebbe deciso su questo progetto ed otto emendamenti presentati da Russia e Sud Africa il 5 marzo. Oltre alle posizioni dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, note a tutti gli osservatori, si notavano i seguenti chiarimenti nella relazione informativa [1]: “La Siria deve essere portata davanti al Tribunale penale internazionale”! Questo conclude l’appello dell’Alto Commissario per i diritti umani giordano e delle Nazioni Unite Zayd Rad al-Husayn. Pur essendo solidale con la sofferenza del popolo siriano e condannando tutte le violenze contro i civili, Venezuela, Cuba, Iraq e Cina, che si erano opposti alla convocazione di tale dibattito, ritenevano che il Consiglio volesse politicizzare la questione dei diritti umani, minandone la credibilità. Il Sudafrica si rammaricava che il Regno Unito, membro permanente del Consiglio di sicurezza, nel presentare tale proposta, volesse “esternalizzare” il suo mandato al Consiglio per i diritti umani. Questo non è accettabile e non va accettato. Il Sudafrica affermava anche che se i membri del Consiglio di sicurezza ritengono che armi chimiche siano state utilizzate in Siria, devono convenire che la Convenzione sulle armi chimiche (CWC) è la base legale per affrontare questo problema. Per il Regno Unito, è ovvio che solo la storia del Ghuta di Damasco pone un “problema umanitario”; una storia così ben raccontata, in parte, da Le Monde del 27 febbraio 2018 [2]. Si potrebbe riassumere che i presunti amici preoccupati del popolo siriano avrebbero negoziato per mesi la conclusione di un “accordo di riconciliazione tra ribelli e regime, il primo abbassando le armi in cambio di una forma di autonomia”. Una “forma di autonomia” non solo per i terroristi di Jabhat al-Nusra, una volta lasciato il Ghuta orientale per riorganizzarsi nella provincia di Idlib; ma anche per i terroristi di Jaysh al-Islam (d’obbedienza saudita), una volta sistemate le faide reali o simulate con Faylaq al-Rahman (d’obbedienza del Qatar). Ciò senza ripetere le “amministrazioni autonome” proposte nella parte orientale di Aleppo dall’inviato ONU Staffan de Mistura ai terroristi che martirizzarono Aleppo per anni. E senza parlare di altre forme di autonomia ai curdi siriani ad Est dell’Eufrate e ai turcomanni siriani ed altri fan di Erdogan del cosiddetto “esercito libero” (ELS), ad occidente dell’Eufrate. È in tale contesto che il Presidente della Repubblica araba siriana risponde alle domande dei giornalisti la sera del 4 marzo 2018 (Mouna Alno Nakhal).

1. al-Fadaiya TV (sig.ra Alisar Mala): Signor Presidente, negli ultimi tempi abbiamo assistito a una maggiore frequenza di visite delle delegazioni iraniana e russa. Indicherebbe maggiore coordinazione o risponde alle voci di disaccordi tra alleati?
Presidente al-Assad: Come è chiaro a tutti, attualmente c’è un attacco mediatico e politico. Non voglio dire che sia inedito, perché di tanto in tanto sono sorti precedenti, a seconda delle circostanze, accompagnati dal continuo sostegno ai terroristi e dall’offensiva militare e di sicurezza permanente sulla Siria, da anni. Un attacco condotto sotto slogan umanitari, a titolo di difesa dei civili od altri; slogan ripresi da media e funzionari occidentali; l’attuale campagna mirava principalmente a mobilitare i terroristi, dopo le recenti (ripetute) sconfitte. C’incontriamo prima per discutere della situazione attuale, seguire i risultati della Conferenza di Sochi e, allo stesso tempo, discutere la riunione tripartita tra Turchia, Russia e Iran che si terrà tra qualche giorno sulla situazione in Siria. Date le circostanze, è normale che ci sia un maggiore coordinamento ed incontri più frequenti tra i funzionari siriani, iraniani e russi.

2. al-Alam TV (Husayn Murtada): La risoluzione 2401 prevede l’immediato cessate il fuoco, ma osserviamo che proiettili continuano a cadere su Damasco, in particolare mentre l’Esercito arabi siriano ha avviato l’operazione nel Ghuta orientale. Cosa significa?
Presidente al-Assad: Oltre alla terminologia usata nei (testi delle) risoluzioni internazionali, l’Esercito arabo siriano non effettua un’aggressione tale che debba interrompere un’operazione. L’Esercito arabo siriano opera per ripristinare la stabilità e difendere il popolo siriano dal terrorismo. Inoltre, la formulazione originale della risoluzione in questione (la bozza di risoluzione 2401), e non la sua formulazione definitiva, era volta a proteggere i terroristi dato che le truppe dell’Esercito arabo siriano iniziavano a riunirsi nei dintorni del Ghuta orientale Ma indipendentemente da chi presentava il progetto di risoluzione al Consiglio di sicurezza, quando fu adottato nell’attuale formulazione, inaspettata per gli Stati occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, perché relativamente vantaggioso proteggendo i civili continuando a combattere il terrorismo, furono dati ordini ai terroristi di continuare a bombardare Damasco. Questa è la verità. La prova è il ritardo di alcuni giorni tra l’adozione e il nuovo progetto di risoluzione presentato dalla delegazione inglese (dal 24 febbraio al 2 marzo). Il precedente progetto non soddisfaceva le loro aspettative, quindi ne cercavano un altro. E intanto era essenziale che le bande terroristiche continuassero gli attentati ai civili inermi. Cosa significa? Significa solo una cosa: continueremo a combattere il terrorismo. Semplicemente non iniziamo a farlo nel Ghuta orientale. Abbiamo iniziato a combattere il terrorismo ovunque e dal primo giorno. Abbiamo iniziato ad Aleppo… ad Homs… a Dayr al-Zur… E l’operazione nel Ghuta orientale è la continuazione della lotta al terrorismo dovunque sia. Ma sembra che la programmazione di tali risoluzioni coincida, il più delle volte, con la depressione delle milizie armate; quindi è normale che una bozza di risoluzione venga a proteggerli da un lato e ad alzare il morale dall’altro.

3. al-Fadaiya TV (Nizar al-Rafi): Signor Presidente, i Paesi occidentali affermano che quest’ultima risoluzione dell’ONU riguarda solo la situazione umanitaria, ossia salvataggio ed invio di aiuti. Cosa ne pensa?
Presidente al-Assad: La situazione umanitaria presentata, di tanto in tanto e a tutti i livelli in occidente, è una stupida menzogna equivalente alla stupidità dei capi occidentali che continuano a ripeterla. Nessuno ci crede. Precisamente: da quanto tempo c’è questa storia dell’umanitarismo occidentale? Dal neo-colonialismo? Dalla seconda guerra mondiale, quando milioni di persone caddero in Unione Sovietica senza l’aiuto occidentale e che decise di sbarcare quando pensavano che la Russia vinceva? Dalla guerra di Corea negli anni Cinquanta? E ultimamente, dalla guerra in Iraq o Siria? Che fa l’alleanza quotidiana ogni giorno a Dayr al-Zur, Raqqa o Hasqaqah? Massacri! Solo a febbraio ci sono stati più di quattro massacri di civili. Pertanto, l’umanità in questione è una delle molte parole che riempiono il “Dizionario politico occidentale”; il dizionario delle bugie. Ma data l’esperienza acquisita lavorandoci, non solo durante la guerra ma per decenni, abbiamo la capacità di tradurre tali termini. Per noi, nella logica occidentale, il termine “umanitario” significa solo una cosa in Siria: l’Esercito arabo siriano avanza! Pertanto, chiunque non voglia perdere tempo a raccogliere le notizie del giorno su cosa accade sul terreno in Siria, può accontentarsi di cercare, su Internet quanto spesso tale termine (umanitario) viene ripetuto dai funzionari occidentali ai loro media. Un forte aumento della frequenza significa che le cose vanno nella giusta direzione sul terreno; questa è l’unica spiegazione.

4. al-Mayadin (Muhamad al-Qudr): Signor Presidente, questo è il sesto giorno di tregua nel Ghuta orientale. Tuttavia, le violazioni continuano così come il bombardamento. Più importante è il fatto che nessun civile è ancora uscito. Quanto durerà?
Presidente al-Assad: Finché ci sono persone e anche una sola, pensiamo che siano in maggioranza, che vogliono lasciare il blocco del terrorismo per entrare nello Stato, dobbiamo mantenere la tregua spianandogli la strada per passare nelle aree sotto l’autorità statale. Non c’è contraddizione tra tregua ed operazioni di combattimento. I progressi dell’Esercito arabo siriano nel Ghuta orientale, ieri e l’altro ieri, hanno avuto luogo durante questa tregua. Ecco perché, come vi ho appena detto, la Risoluzione 2401 è positiva sotto alcuni aspetti. Permette, allo stesso tempo, di prendere in considerazione la situazione umanitaria, per scopi umanitari, mantenendo l’obiettivo di colpire i terroristi. Ecco perché dobbiamo continuare le operazioni parallelamente all’apertura di una via d’uscita per i civili.

5. al-Iqbariya TV (Rana Ismail): Ci sono discussioni sull’uso di sostanze chimiche tossiche da parte del governo contro i civili, in particolare nel Ghuta orientale e ad Idlib. Allo stesso tempo, molti funzionari occidentali, parlo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, minacciano l’attacco militare al governo siriano in caso di conferma. Cosa risponde a tali accuse? Li prende sul serio?
Presidente al-Assad: Oggi, il termine “chimico” fa parte del dizionario occidentale delle menzogne. Penso che ne sentimmo parlare per la prima volta nel 2012. Da allora, ne hanno parlato ripetutamente. Oggi, sei anni dopo, dove sono le prove sull’uso di un’arma di distruzione di massa? Si suppone che l’uso comportasse molti massacri con migliaia o, almeno, centinaia di morti. Ciò non è accaduto, né quando la Siria possedeva le armi chimiche né quando le ha cedute. Come sarebbe logicamente possibile che in tale guerra, un’arma del genere sia usata senza danneggiare i civili nelle aree controllate dallo Stato e dall’Esercito arabo siriano? È illogico, militarmente errato, oltre al fatto che abbiamo chiaramente rinunciato a queste armi nel 2013 e che esiste un’organizzazione incaricata di verificarlo e che ha investigato. Se ci fosse qualche prova, lei lo avrebbe fatto sapere. Ma sembra che si riferiscano ad organizzazioni di cui non ci si fida fondamentalmente. Aggiungete che la maggior parte dei funzionari occidentali parlava di uso di armi chimiche, prima di dichiarare pochi giorni dopo che non ne avevano prove. In altre parole, hanno minato la propria credibilità contraddicendo le loro accuse. Ecco perché ripeto che tale discorso è semplicemente un ricatto. Ovviamente lo prendiamo sul serio, perché è un discorso che di solito serve come pretesto per attaccare l’Esercito arabo siriano, come accaduto quando bombardarono l’aeroporto al-Shayrat. Siamo al centro della guerra. È normale prendere tutto sul serio. E naturalmente l’occidente ha cercato fin dal primo giorno di guerra di giustificare la guerra totale al Paese. Ma dico che quest’arma non esiste e che questa bugia, o questo inganno, non può passare.

6. SANA (Wail al-Huija): Oltre alla distruzione delle infrastrutture, massacri commessi contro i civili dalla Coalizione internazionale guidata da Washington, si ripetono nei governatorati di Dayr al-Zur e Raqqa, senza la minimo motivazione. Come lo spiega Signor Presidente?
Presidente al-Assad: Come ho appena detto, la Coalizione internazionale perpetua massacri contro i civili, contro le forze arabe siriane o contro le forze che combattono lo SIIL a fianco dell’Esercito arabo siriano. Dato che gli alleati sono entrati illegalmente nello spazio aereo siriano e hanno lanciato i loro attacchi illegittimi, qualcuno di noi ha mai sentito parlare di una singola, efficace azione contro lo SIIL? Hanno colpito anche una sola delle sue posizioni? Certamente no! In altre parole, possiamo dire in tutta semplicità che tale coalizione è l’aeronautica dello SIIL, qualunque sia il nome che le viene dato. D’altra parte, chi dovrebbe condannarli? Parlare di condanna internazionale implica fare appello alle organizzazioni internazionali. In larga misura, le controllano tutti. Come minimo, possono impedirgli di pronunciare la minima delle condanne contro di esse. Così hanno impedito qualsiasi condanna del bombardamento di civili a Damasco, Aleppo e altrove. È concepibile che consentano una condanna contro di sé? È qualcosa che non succederà. E penso che sia la funzione naturale della Coalizione. Ora, possiamo dire che il gioco è fatto con le carte sul tavolo e tutte le maschere indossate all’inizio della guerra cadute. Tutti giocano apertamente la propria partita. Ora l’occidente sostiene e difende SIIL, Jabhat al-Nysra e simili organizzazioni terroristiche senza vergogna, con scuse che non convincono più la sua opinione pubblica. Ecco perché, come in passato, non dovremmo aspettarci, ora o in futuro, che l’occidente rispetti diritto internazionale, moralità od umanità.

7. al-Alam TV (Husayn Murtada): Ultima domanda, Signor Presidente. Come vede i tentativi turchi di entrare ad Ifrin ed occuparla? Per quale scopo entrano le Forze popolari? E infine, siamo realisti, questa regione era fuori dall’autorità dello Stato da diversi anni. Cosa implica questo?
Presidente al-Assad: Come ha già affermato lo Stato siriano, i tentativi d’invasione turca sono un’aggressione, non c’è altra visione possibile e nemmeno sinonima: è un’aggressione della Turchia alla Siria. E più che un’aggressione, è una domanda legata a ciò che Erdogan cerca dall’inizio della crisi. Cerca di creare una zona cuscinetto che sia la base dei terroristi che protegge per lanciarli contro Esercito, Stato e popolo siriano. Al tempo, l’amministrazione statunitense non l’aveva autorizzato ad andarci mentre, come sapete, in tutte le sue dichiarazioni non smise mai d’implorare gli Stati Uniti di creare quest’area permettendogli di svolgere tale ruolo; il loro rifiuto era dovuto al fatto che consideravano il cosiddetto “esercito libero” (ELS) in grado di svolgere le missioni affidategli da USA e Stati occidentali. Ma dopo la liberazione di Homs, alcuni anni fa, seguita dalla liberazione di Aleppo, divenne necessario il ruolo della Turchia. La Turchia iniziò a pesare apertamente col suo peso e quello dei terroristi. E poi, la liberazione di Dayr al-Zur rese il suo intervento militare indispensabile, al fine di rimescolare le carte. In effetti, è vietato all’Asse dell’antiterrorismo, Siria-Iran-Russia, vincere. Deve annegare nei problemi e in una lunga operazione che l’esaurisca. Ecco perché la Turchia ha dovuto intervenire. Pertanto, tutti i titoli sui curdi od altri, restano tali perché la verità è che quando Erdogan presentò il piano della zona cuscinetto, il soggetto dei curdi no si pose. Non c’è alcuna connessione tra i due. Si parla del problema curdo nel nord-ovest, ma non più nel nord-est. Dov’è la differenza? Sono manovre che testimoniano la sua doppiezza, nient’altro. Sull’ingresso delle Forze popolari ad Ifrin, è normale che tutti i segmenti della società si uniscano non appena ci sia l’aggressione straniera e l’Esercito arabo siriano sia impegnato a combattere il terrorismo altrove. Normalmente, questa lotta è responsabilità dell’Esercito, ma le circostanze che subiamo richiedono che ci sia un esercito combattente e Forze popolari che combattono e che ci sia un coordinamento tra essi.

Grazie, Signor Presidente.
Grazie a voi.Note
[1] Il Consiglio per i diritti umani tiene un dibattito urgente sulla situazione nel Ghuta orientale, Repubblica araba siriana
[2] Siria: le trattative segrete sul Ghuta orientale falliscono
[3] PS: Mentre completiamo questa traduzione, apprendiamo che il Consiglio per i diritti umani approvava il progetto di risoluzione del Regno Unito con 29 voti favorevoli, 4 contrari e 14 astensioni. Secondo il corrispondente di al-Mayadin a Ginevra, il Consiglio ha respinto tutti gli emendamenti proposti dalla Russia. D’altro canto, non commentava gli emendamenti proposti dal Sudafrica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il grande accordo di Putin con Israele: Israele può sopportarlo?

Alastair Crooke, SCF 17.02.2018Israele sale su un cavallo troppo alto“, scriveva Alex Fishman (corrispondente della difesa israeliano) sul giornale ebraico Yedioth Ahronoth, il mese scorso, “e si avvicina a passi da gigante a una “guerra voluta”: senza mezzi termini, è una guerra iniziata in Libano“. Nell’articolo, Fishman osserva: “La deterrenza classica è quando minacci un nemico a non farti del male nel tuo territorio, ma qui, Israele chiede che il nemico si astenga dal fare qualcosa nel proprio territorio, altrimenti Israele lo danneggerà. Dal punto di vista storico e della legittimità internazionale, le probabilità che tale minaccia venga accettata, portando alla fine delle attività nemiche nel proprio territorio, sono scarse“. Ben Caspit aveva anche scritto della giusta prospettiva su una “guerra voluta”, mentre un editoriale di Haaretz, spiega il professor Idan Landau in un blog israeliano, osservava: “Il governo israeliano deve quindi ai cittadini israeliani una spiegazione precisa, pertinente e persuasiva sul perché una fabbrica di missili in Libano ha cambiato l’equilibrio strategico tanto da richiede la guerra. Deve presentare valutazioni al pubblico israeliano sul numero previsto di vittime, danni alle infrastrutture civili e sul costo economico della guerra, rispetto al pericolo che la costruzione della fabbrica di missili costituirebbe“. Viviamo tempi pericolosi in Medio Oriente oggi, sia nell’immediato che a medio termine. La scorsa settimana s’è visto il primo “cambio del gioco” che ha quasi fatto precipitare la regione in guerra: l’abbattimento di uno degli aerei più sofisticati d’Israele, un F-16I. Ma come osserva Amos Harel, in questa occasione: “Il Presidente Vladimir Putin ha messo fine allo scontro tra Israele e Iran in Siria, ed entrambi hanno accettato la sua decisione… Sabato pomeriggio, dopo la seconda ondata di bombardamenti… alti funzionari israeliani stavano ancora seguendo una linea militare, e sembrava che Gerusalemme stesse considerando ulteriori azioni. La discussione si concluse poco dopo una telefonata tra Putin e il primo ministro Benjamin Netanyahu“. E quest’ultima affermazione rappresenta il secondo “cambio di gioco”: ai “bei vecchi tempi”, come diceva Martin Indyk, sarebbero stati gli Stati Uniti verso cui Israele si sarebbe rivolto, ma non questa volta. Israele ha chiesto al Presidente Putin di mediare. Sembra che Israele creda che Putin sia ora la “potenza indispensabile”, e in termini di spazio aereo a nord, lo è. Come Ronen Bergman aveva scritto sul New York Times: “Israele non potrà più agire in Siria senza limitazioni”, e in secondo luogo, “se qualcuno non ne fosse ancora a conoscenza, la Russia è la potenza dominante nella regione“. Quindi, di cosa si tratta? Bene, per cominciare, non si tratta di un drone che può (o non può) sconfinare in ciò che Israele chiama Israele o che la Siria chiama “Golan occupato”. Lasciateci ignorare tutto questo: o pensateci come all”effetto farfalla” nella teoria del caos, la cui piccola ala cambia “il mondo”, se preferite. Alla fine, comunque, questi sono avvertimenti su un’imminente guerra scatenati dal successo dello Stato siriano nel sconfiggere l’insurrezione jihadista. Questo ha cambiato gli equilibri di potere regionali e si assiste a Stati che reagiscono a tale sconfitta strategica. Israele, essendo il perdente, vuole limitare le perdite. Teme i cambiamenti in atto nella zona settentrionale della regione: il primo ministro Netanyahu chiese diverse volte al Presidente Putin garanzie che Iran ed Hezbollah non traggano alcun vantaggio strategico dalla vittoria della Siria che potrebbe svantaggiare Israele. Ma Putin, sembra chiaro, non ha dato garanzie. Ha detto a Netanyahu che, mentre riconosceva gli interessi alla sicurezza d’Israele, anche la Russia ha i suoi interessi, ed ha anche sottolineato che l’Iran è un “partner strategico” della Russia.
In pratica, non vi è alcuna presenza effettiva iraniana o di Hezbollah nelle vicinanze d’Israele (e in effetti Iran e Hezbollah hanno sostanzialmente ridotto le forze in Siria). Ma sembra che Netanyahu volesse di più: e per fare leva sulla Russia per garantire una futura Siria senza una qualsiasi presenza ‘sciita’, Israele la bombardava quasi ogni settimana, emettendo varie minacce belluine contro il Libano (col pretesto che l’Iran vi costruirebbe fabbriche di “missili sofisticati”), dicendo, in effetti al Presidente Putin, che se non avrà garanzie ferree su una Siria senza Iran e Hezbollah, si scontrerà con entrambi i Paesi. Ebbene, ciò che è successo è che Israele ha perso un F-16: inaspettatamente abbattuto dalle difese aeree siriane. Il messaggio è questo: “La stabilità in Siria e Libano è d’interesse russo. Se riconosciamo gli interessi alla sicurezza d’Israele, non danneggiate i nostri. Se volete la guerra con l’Iran, sono affari vostri, e la Russia non sarà coinvolta; ma non dimenticate che l’Iran è e rimane il nostro partner strategico“. Questo è il grande accordo di Putin: la Russia si assumerà una certa responsabilità sulla sicurezza d’Israele, ma non se Israele intraprenderà guerre contro Iran ed Hezbollah, o se violerà deliberatamente la stabilità nel Medio Oriente (incluso l’Iraq). E niente più bombardamenti gratuiti, destinati a violare la stabilità. Se Israele vuole la guerra con l’Iran, allora la Russia starà in disparte. Israele ora ha assaggiato il “bastone” del Presidente Putin: la sua superiorità aerea nel nord è stata violata dalle difese aeree siriane. Israele perderà completamente se le difese aeree russe saranno attivate: “Che ci pensino“. In caso di dubbio, si consideri questa dichiarazione del 2017 del Capo di Stato Maggiore delle Forze Aerospaziali Russe, Maggiore-Generale Sergej Mesherjakov: “Oggi in Siria è stato istituito un sistema di difesa aerea unificato ed integrato. Abbiamo assicurato l’informazione e l’interconnessione tecnica tra i sistemi di ricognizione aerea russi e siriani. Tutte le informazioni sulla situazione aerea provengono da stazioni radar siriane per i punti di controllo del raggruppamento delle forze russe“. Due cose ne scaturiscono: in primo luogo, la Russia sapeva esattamente cosa succedeva quando l’F-16 israeliano fu colpito dai missili della difesa aerea siriani. Come Alex Fishman, decano dei corrispondenti della difesa israeliani, notava su Yediot Ahoronot l’11 febbraio: “Uno degli aerei israeliani è stato colpito da due bordate di 27 missili terra-aria siriani… un risultato enorme per l’esercito siriano, e imbarazzante per la IAF, dato che i sistemi di guerra elettronica dell’aereo avrebbero dovuto proteggerlo da una bordata di missili… La IAF dovrà condurre un’indagine approfondita d’intelligence tecnica per determinare se i siriani hanno sistemi in grado di aggirare i sistemi di allarme e blocco israeliani? I siriani hanno sviluppato una nuova tecnica di cui l’IAF non è a conoscenza? Fu detto che i piloti non ricevettero l’allarme sul missile nemico che aveva agganciato il loro aereo; in linea di principio, avrebbero dovuto riferire di esserne preoccupati, ma c’era anche la possibilità più grave che non sapessero del missile, portando alla domanda sul perché non lo sapessero e se si resero conto della gravità del danno dopo che furono colpiti e costretti a salvarsi“. E il secondo: la successiva dichiarazione israeliana di aver punito la Siria distruggendone il 50% della difesa aerea andrebbe presa con cautela. Si ricordi ciò che aveva detto Mesherjakov: è un sistema russo-siriano pienamente integrato e unificato, e ciò significa che vi sventola la bandiera russa. (E questa prima affermazione israeliana fu ripresa dal portavoce dell’IDF). Infine, Putin, dopo l’abbattimento dell’F-16, disse ad Israele di smettere di destabilizzare la Siria. Non disse nulla sul drone siriano che pattugliava il confine meridionale (una pratica regolare dei siriani per monitorare i gruppi terroristici). Il messaggio era chiaro: Israele ottiene limitate garanzie sulla sicurezza dalla Russia, ma perde la libertà di azione. Senza il dominio aereo (che la Russia ha già acquisito), la presunta superiorità sui vicini Stati arabi, su cui Israele da lungo tempo introietta nella propria psiche collettiva, vedrà le ali d’Israele stroncate.
Tale patto può essere digerito culturalmente in Israele? Va visto se i capi d’Israele accettano di non godere più della superiorità aerea su Libano e Siria; o se, come i commentatori israeliani avvertivano nell’introduzione, se la leadership politica israeliana opterà per una “guerra voluta”, nel tentativo d’impedire la fine del dominio dei cieli d’Israele. C’è naturalmente un’altra possibilità, correre a Washington per cooptarla nell’azione per scacciare l’Iran dalla Siria, ma la nostra ipotesi è che Putin abbia già tranquillamente messo a punto con Trump il suo piano. Chissà? E allora una guerra preventiva per tentare di recuperare la superiorità aerea israeliana sarebbe fattibile o realistica dal punto di vista delle forze di difesa israeliane? È un punto controverso. Un terzo degli israeliani è culturalmente ed etnicamente russo e molti ammirano il Presidente Putin. Inoltre, Israele potrebbe contare, in tali circostanze, sulla Russia che non impiegherebbe i sofisticati missili della difesa aerea S-400 di stanza in Siria per proteggere i militari russi di stanza in tutta la Siria? E le tensioni israelo-siriane-libanesi di per sé non concludono l’attuale situazione di rischio associata alla Siria. Lo stesso fine settimana, la Turchia perse un elicottero e i due piloti, abbattuti dalle forze curde d’Ifrin. Il sentimento in Turchia contro YPG e PKK si accende; nazionalismo e neo-ottomanismo avanzano; e gli USA vengono dipinti con rabbia come “nemico strategico” della Turchia. Il presidente Erdogan affermava che le forze turche elimineranno le YPG/PKK da Ifrin all’Eufrate, ma un generale statunitense diceva che le sue truppe non si toglieranno dalla via di Erdogan per Manbij. Chi colpirà per primo? E questa escalation può continuare senza una grave rottura delle relazioni tra Turchia e Stati Uniti? (Erdogan aveva notato che il budget della difesa degli USA del 2019 include uno stanziamento di 550 milioni di dollari per le YPG. Cosa se ne faranno esattamente gli statunitensi?). Inoltre, può la leadership militare statunitense, preoccupata dal ritrovarsi in una guerra del Vietnam, ma con gli USA che vincerebbero questa volta (per dimostrare che l’esito del Vietnam fu una sconfitta immeritata dalle forze USA), accettare di ritirarsi dall’aggressiva occupazione della Siria ad est dell’Eufrate, e quindi perdere ulteriore credibilità? Soprattutto ripristinare credibilità e coscrizione militare degli Stati Uniti è il mantra dei generali della Casa Bianca (e Trump)? Oppure, il perseguimento della “credibilità” militare degli Stati Uniti degenererà in una “caccia al pollo” montata dalle forze statunitensi contro le Forze Armate siriane, o addirittura con la stessa Russia che considera l’occupazione statunitense in Siria come dannosa per la stabilità regionale che ricerca.
Il “grande quadro” della concorrenza tra gli Stati sul futuro della Siria (e della regione) è aperto e visibile. Ma chi si cela dietro le provocazioni che potrebbero portare all’escalation, e facilmente trascinare la regione verso il conflitto? Chi ha fornito il missile terra-aria portatile che aveva abbattuto il caccia Su-25 russo e che vide il pilota circondato da jihadisti, preferire coraggiosamente uccidersi piuttosto che essere preso prigioniero? Chi aveva ‘aiutato’ il gruppo terroristico ad usare il manpad? Chi ha armato i curdi con sofisticate armi anticarro (che hanno distrutto una ventina di carri armati turchi)? Chi ha fornito i milioni di dollari per progettare tunnel e bunker costruiti dai curdi e chi ne ha sovvenzionate le formazioni armate? E chi c’era dietro lo sciame di droni, dotati di esplosivi, inviato ad attaccare la base aerea russa di Humaymim? I droni dovevano apparire rudimentali, che dei ribelli potessero rappattumare, ma da quando le difese elettroniche russe riuscirono a prendere il controllo e a farne atterrare sei, i russi videro che,internamente erano abbastanza diversi: contenevano sofisticate contromisure elettroniche e sistemi di guida GPS. In breve, l’aspetto rustico ne camuffava la sofisticazione, probabilmente lavoro da manuale di un’agenzia di Stato. Chi? Perché? Qualcuno cerca di mettere la Russia contro la Turchia? Non sappiamo. Ma è abbastanza chiaro che la Siria è il crogiolo di potenti forze distruttive che potrebbero volere, o inavvertitamente, infiammare la Siria e potenzialmente il Medio Oriente. E come aveva scritto il corrispondente della difesa israeliana Amos Harel, già in questo ultimo fine settimana, “abbiamo fatto un passo indietro dall’abisso della guerra“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin avverte Netanyahu sulla Siria

Il presidente russo mette in guardia il leader israeliano contro “passi che potrebbero portare a nuovi scontri
Alexander Mercouris, The Duran 12 febbraio 2018Dopo l’abbattimento da parte della Siria di un cacciabombardiere israeliano F-16, il Presidente Putin e il primo ministro Netanyahu avevano una conversazione telefonica. Il riassunto della conversazione del Cremlino è estremamente breve. La discussione si concentrava sulle azioni dell’Aviazione israeliana, che effettuava attacchi missilistici in Siria. Il Presidente della Russia si esprimeva contro qualsiasi iniziativa che portasse a nuovi scontri pericolosi per la regione. Questo rapporto conciso della conversazione tra i leader russo e israeliano corrisponde alle scarse informazioni che i russi fornivano sui colloqui tra Putin e Netanyahu a gennaio. Tuttavia, non è difficile capire l’attuale politica russa sul conflitto tra Siria e Israele, e si pensa che ci sia molta confusione in merito. Il primo punto da sottolineare è che la Russia è ora garante della sopravvivenza del Presidente Assad e del suo governo. La continua speculazione secondo cui i russi siano disposti ad abbandonare il Presidente Assad per raggiungere la pace in Siria, o siano pronti ad imporre la decentralizzazione della Siria che il governo siriano non vuole, è malriposta. Prima dell’intervento della Russia nel conflitto siriano nel settembre 2015, i russi avevano costantemente resistito alla pressione di Stati Uniti ed alleati ad accettare la destituzione del Presidente Assad. La Russia aveva ripetutamente posto il veto alle risoluzioni presentate al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dalle potenze occidentali, allo scopo di spodestare il Presidente Assad. Dopo che la Russia interveniva nel conflitto siriano nel 2015, i russi si opposero ad ulteriori pressioni degli Stati Uniti ad accettare la cacciata del Presidente Assad, in cambio di un posticino nella coalizione anti-SIIL degli Stati Uniti, o della promessa di operazioni militari congiunte tra Russia e Stati Uniti contro al-Qaida. Già fu indicato il fallimentare tentativo dell’ex-segretario di Stato USA John Kerry, a Mosca nel luglio 2016, di convincere i russi ad accettare la cacciata del Presidente Assad. In un articolo successivo, scrissi, “…la storia della diplomazia del conflitto siriano è una continua ripetizione: gli Stati Uniti spingono i russi ad accettare di rimuovere il Presidente Assad, facendo varie offerte o minacce per comprare o forzare l’accordo russo. I russi rispondono che il futuro del Presidente Assad è una questione interna siriana, nella quale non saranno coinvolti. Gli Stati Uniti si allontanano, sconcertati e arrabbiati… In verità, l’incapacità di Stati Uniti ed alleati occidentali e arabi di accettare che l’opposizione russa alla loro politica sulla Siria e altrove sia reale, e che i russi non possano essere vittime di bullismo o corruzione per accettarla, è una delle cose più strane del conflitto siriano. Nonostante i russi abbiano agito ripetutamente in modo diretto nel spiegare la loro politica, Stati Uniti ed alleati sembrano incapaci di credere che siano davvero seri. Sembrano sempre pensare che i russi giochino in modo cinico, e che con la giusta offerta o sottoposti alla giusta pressione, potranno essere piegati accettando d’abbandonare Assad”. Se i russi non erano disposti ad accettare la cacciata del Presidente Assad quando il territorio controllato dal suo governo era ridotto a una piccola striscia lungo le coste siriane, ed Aleppo, la più grande città della Siria, sembrava sul punto di cadere, oggi non accetteranno la cacciata del Presidente Assad, quando l’hanno aiutato a riprendere il controllo delle principali città della Siria, come Damasco e Aleppo, e i suoi eserciti hanno raggiunto il confine iracheno nell’estremo est della Siria. Dopo aver investito così tanto nella sopravvivenza del Presidente Assad e del suo governo, è inconcepibile che i russi l’abbandonino, ed è certo che nessuno a Mosca ci pensa. Allo stesso tempo, nessuno a Mosca vuole vedere la Russia coinvolta nel conflitto siriano-israeliano, che precede di molto l’intervento della Russia in Siria e che risale alla fondazione dello Stato d’Israele nel 1948. Quando, dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, i sovietici s’impegnarono totalmente nel conflitto arabo-israeliano appoggiando diplomaticamente ed armando intensamente gli arabi, inviando una forte forza militare per difendere l’Egitto nel 1970 dagli attacchi aerei israeliani e rompendo le relazioni diplomatiche con Israele, il risultato per Mosca fu una catastrofe. La grande comunità ebraica dell’URSS si alienò, l’URSS scoprì che facendosi nemico Israele aveva ulteriormente avvelenato i rapporti con le potenze occidentali proprio nel momento in cui cercava un’intesa con esse, e scoprì rapidamente anche che gli alleati arabi, nei quali aveva investito così tanto, erano ingrati e traditori, tanto che nel 1980 la posizione dell’Unione Sovietica in Medio Oriente era crollata. L’ultima goccia fu dopo l’intervento sovietico in Afghanistan nel 1979, quando volontari provenienti da tutto il mondo arabo si precipitarono a combattere i russi in Afghanistan, in un modo che non avevano mai mostrato di voler fare contro Israele in nome dei palestinesi. Non sorprende che i russi abbiano quindi deciso di non farsi mai più coinvolgere direttamente in alcun conflitto arabo-israeliano dalla metà degli anni ’80. Così, mentre la Russia ha buoni rapporti con gli Stati arabi e sostiene i palestinesi, la Russia si è sempre sforzata di mantenere buoni rapporti con Israele, con cui ha stretto importanti legami economici.
Oltre a ciò, dato che la Russia è già impegnata in Siria, combattendo terroristi e ascari per conto del Presidente Assad e del suo governo, non ha alcun desiderio di complicare ulteriormente un compito già estremamente complesso affrontando Israele, il gigante militare del Medio Oriente con armi nucleari e la più forte aeronautica del Medio Oriente, sempre a nome della Siria. A condizione quindi che gli attacchi israeliani contro la Siria non vadano oltre la routine degli israeliani contro la Siria da decenni, di molto precedenti l’intervento della Russia in Siria, senza dare agli israeliani alcuna possibilità di minacciare il governo siriano o le sue operazioni militari contro i jihadisti che i russi combattono, i russi non faranno nulla. Al contrario, se gli attacchi israeliani contro la Siria minacciano il governo siriano o interferiscono nelle operazioni militari siriane contro i gruppi jihadisti che i russi combattono, i russi risponderanno in modo netto, come fecero nel marzo dell’anno scorso quando convocarono l’ambasciatore israeliano al Ministero degli Esteri dopo l’attacco aereo israeliano contro la base aerea di Tiyas, con l’intenzione d’interferire nell’offensiva dell’Esercito arabo siriano contro lo SIIL. All’inizio dell’intervento russo in Siria, il 21 settembre 2015, il Presidente Putin ebbe una serie di incontri e conversazioni col primo ministro israeliano Netanyahu nel corso del quale la politica russa fu attentamente spiegata al leader israeliano, e furono stabilite delle regole base. Che i russi abbiano chiarito in quell’incontro che non erano interessati ad interferire negli “ordinari” attacchi aerei israeliani contro la Siria fu confermato dall’accordo di “deconfilitto” che i leader russo e israeliano concordarono durante tale vertice. Ecco cosa riportò Reuters, “Israele e Russia hanno deciso di coordinare le azioni militari sulla Siria per evitare incidenti, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu durante la visita a Mosca. Il recente sostengo russo al Presidente Bashar al-Assad, che secondo fonti regionali include aerei da guerra e sistemi antiaerei, preoccupa Israele, i cui jet hanno bombardato il vicino Paese arabo per sventare sospetti trasferimenti di armi ad Hezbollah, alleato libanese di Assad. Secondo rapporti israeliani, dopo aver incontrato il Presidente Vladimir Putin, Netanyahu disse che era venuto con l’obiettivo di “impedire incomprensioni tra unità delle IDF (Forze di Difesa Israeliane) e forze russe” in Siria, dove Assad combatte gli insorti islamisti in una guerra civile. Netanyahu aggiunse che lui e Putin “hanno concordato un meccanismo per impedire tali malintesi”, senza dare spiegazioni. Non ci furono commenti immediati dal Cremlino. In precedenti osservazioni, mentre accoglieva Netanyahu nella residenza presidenziale di Novo-Ogaryovo, fuori Mosca, Putin affermava che le azioni russe in Medio Oriente saranno sempre “responsabili”. Sottolineando l’importanza della visita di Netanyahu a Mosca, il premier israeliano aveva portato con sé il capo delle forze armate e il responsabile dell’intelligence militare israeliana. Putin, che condivide la preoccupazione occidentale per la diffusione dell’influenza dello Stato islamico, s’impegnava a continuare il sostegno militare ad Assad, l’assistenza che la Russia dichiara in linea col diritto internazionale. La Russia concentrava le forze sulle coste della Siria, dove Mosca ha una grande base navale. Gli Stati Uniti, che insieme agli alleati hanno compiuto missioni contro i ribelli dello Stato islamico in Siria, avevano anche dei colloqui di “deconflitto” con la Russia”. Questo rapporto sull’accordo che Putin e Netanyahu raggiunsero il 21 settembre 2015, conferma che i russi chiarirono agli israeliani che non avevano alcun interesse ad impedire attacchi israeliani “ordinari” contro la Siria e che il loro intervento in Siria non era inteso ad impedirli. Si notino in particolare le parole evidenziate da Reuters, che confermano e mostrano la natura dell’accordo che russi ed israeliani avevano preso.
I russi all’epoca avrebbero anche detto la stessa cosa al Presidente Assad e al governo iraniano: la Russia interveniva in Siria per salvare il governo siriano attaccato dai terroristi e minacciato dal cambio di regime dagli Stati Uniti; non per perseguire il conflitto con Israele. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia è che proprio se i russi non agiranno per fermare gli attacchi aerei israeliani “di routine” contro la Siria, non agiranno per fermare qualsiasi azione intrapresa dai siriani per difendersi da tali attacchi. Sia le ‘azioni di routine’ israeliane, sia le reazioni siriane, fanno parte del conflitto arabo-israeliano ed Israele-Siria a cui la Russia non è interessata. Certamente i russi non furono coinvolti nel recente abbattimento dell’F-16 israeliano ma nessuno è interessato a dirlo. Allo stesso tempo, e coerentemente con la loro politica, mentre i russi non fermarono gli israeliani che effettuavano attacchi aerei “ordinari” contro la Siria, o i siriani che abbattevano gli aerei israeliani che li attaccavano, i russi reagiranno a qualsiasi azione israeliana che minacci il governo siriano o interferisca nelle operazioni siriane contro i jihadisti, proprio come fecero lo scorso marzo. Che Putin l’abbia ricordato a Netanyahu nell’ultima telefonata è confermato dal sommario del Cremlino, “Il Presidente della Russia si è espresso a contro qualsiasi iniziativa che porti a nuovi scontri, che sarebbero pericolosi per tutti nella regione”. In altre parole, Putin ha detto a Netanyahu di moderare la reazione all’abbattimento dell’F-16, e la reazione relativamente blanda d’Israele, attacchi aerei di rappresaglia dopo l’abbattimento, non andava oltre l’attacco “di routine” e non minacciava le operazioni siriane contro i jihadisti (che continuano senza sosta) o l’esistenza del governo siriano, dimostrando che, nonostante la nomea, Netanyahu aveva ascoltato Putin. I russi hanno quasi sicuramente bilanciato l’avvertimento a Netanyahu con avvertimenti equivalenti a Damasco e Teheran sull’escalation da evitare. Dato che non è nell’interesse di Siria o Iran, con la Siria ancora in stato di guerra e vaste aree ancora controllate da curdi e jihadisti, minacciata dalla presenza di truppe statunitensi e turche sul suo territorio, trovarsi in conflitto aperto con Israele, c’è la certezza che gli avvertimenti russi siano stati ascoltati. Se la Russia non prende posizione nel conflitto arabo-israeliano o tra Israele e Siria, gli ultimi eventi mostravano come la semplice presenza russa in Siria comunque cambiasse le dinamiche del conflitto. Come appena scritto, il successo della Siria, abbattendo un F-16 israeliano, conferma che l’equilibrio militare in Medio Oriente cambia. Qualcosa che andava oltre le capacità della Siria fino a poco tempo prima, l’abbattimento di un aviogetto da combattimento israeliano nello spazio aereo israeliano è accaduto. E grazie all’intervento della Russia nel conflitto siriano, senza di cui i militari siriani non avrebbero abbattuto aerei israeliani, e non ci sarebbero stati addestramento, consiglieri e supporto tecnico russi per le Forze Armate siriane, dandogli la possibilità di abbattere aerei israeliani. Spostare la bilancia militare in Medio Oriente non era intenzione dell’intervento della Russia in Siria; tuttavia ne è il prodotto. Allo stesso modo, l’avvertimento della Russia ad Israele a non reagire all’abbattimento dell’F-16, aggravando la situazione, non fa schierare la Russia nel conflitto tra Israele e Siria; tuttavia l’effetto è proteggere la Siria dalle azioni israeliane che sarebbero avvenute in risposta all’abbattimento dell’F-16, se la Russia non fosse presente in Siria e non avesse avvertito Israele. Il risultato è che la Siria ha abbattuto un F-16 israeliano e non ha subito conseguenze. Sebbene il conflitto arabo-israeliano continui, ed Israele e Siria continuino a prendere provvedimenti contro l’altro, la dinamica del conflitto è cambiata.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Turchia crea il “santuario” sperato dagli USA nel nord della Siria

Tony Cartalucci, LD, 4 febbraio 2018La recente incursione turca nel nord della Siria è pronta a stabilire finalmente la tanto ricercata “zona cuscinetto” o “santuario” richiesta dai politici statunitensi sin dal 2012. Mentre Stati Uniti e Turchia attualmente fingono un contrastato diplomatico sull’incursione, coi turchi che bombardano e scacciano i curdi presuntamente sostenuti dagli Stati Uniti, è chiaro che le affermazioni statunitensi sul sostegno alle milizie curde che armano e sostengono in Siria, siano il pretesto intenzionale per la Turchia per giustificare un’invasione altrimenti indifendibile del territorio siriano.

Alcun pretesto
La Turchia citava le dichiarazioni sensazionali degli Stati Uniti sulla creazione di una presunta “forza di difesa delle frontiere” curda nel nord della Siria, come pretesto per le attuali operazioni. Eppure all’epoca della dichiarazione del colonnello dell’esercito statunitense Ryan Dillion, portavoce dell’operazione Inherent Resolve, meno di 300 presunte forze erano state addestrate, il che indica che se tale forza esiste, passeranno anni prima di essere completa, se mai accadesse. Nel momento in cui la Turchia iniziava l’incursione, il segretario di Stato USA Rex Tillerson negava i piani per tale forza, secondo la Reuters, nell’articolo “Tillerson dice che gli Stati Uniti non intendono costruire forze di frontiera in Siria“, affermava, “Indipendentemente da ciò, l’incursione della Turchia, denominata “Operazione Ramo d’Ulivo”, crea proprio la zona di controllo descritta dai politici statunitensi nel 2012 e con gli stessi gruppi militanti armati dagli USA, descritti nei documenti politici statunitensi come destinati ad occupare il “santuario”“. Dopo aver tentato e fallito le manovre geopolitiche per istituire il “santuario” negli ultimi 6 anni, anche citando “crisi umanitarie” e attacchi sotto falsa bandiera sul territorio turco, Stati Uniti e Turchia hanno finalmente creato un intreccio sufficientemente caotico nella missione tra gruppi di agenti ed interessi opposti per giustificare l’invasione. La Turchia aveva invaso e progressivamente occupato territorio siriano mentre rafforzava un esercito di terroristi provenienti da varie organizzazioni terroristiche, tra cui al-Qaida, da anni preparato a quest’ultima invasione. Mentre i media occidentali e la stessa Turchia sostengono che l’operazione Ramo d’Ulivo sia contro i curdi, la creazione del “santuario” di Washington, riempito intenzionalmente di terroristi che hanno combattuto le truppe siriane per anni, va in definitiva contro Damasco. Indipendentemente da ciò, i curdi saranno indubbiamente liquidati o scacciati dalla Turchia, con Stati Uniti ed alleati europei che oppongono solo una resistenza simbolica, mentre sfruttano e tradiscono i curdi definitivamente.

Il “santuario” settentrionale è la politica degli Stati Uniti dal 2012
In un documento del marzo 2012 pubblicato dalla Brookings Institution, finanziata da multinazionali-finanziarie, intitolato “Salvare la Siria: valutare le opzioni per il cambio del regime” (PDF), si afferma specificatamente che: “Un’alternativa è che gli sforzi diplomatici si concentrino in primo luogo su come porre fine alle violenze ed ottenere accesso umanitario, come avvenne sotto la guida di Annan. Ciò potrebbe portare alla creazione di paradisi sicuri e corridoi umanitari, che dovrebbero essere sostenuti da una limitata potenza militare, che ovviamente non avrebbe gli obiettivi statunitensi per la Siria e potrebbe mantenere Assad al potere, ma da quel punto tuttavia è possibile che una vasta coalizione, con l’appropriato mandato internazionale, possa aggiungere ulteriori azioni coercitive ai propri sforzi“. Nel 2012, Brookings e altri ambienti politici statunitensi ripetutamente tentarono di spacciare la creazione di santuari in Siria col pretesto umanitario. Ciò è continuato per diversi anni finché non fu chiaro che la maggioranza dei siriani sfollati viveva nel territorio controllato dal governo siriano. La Brookings continuava descrivendo come l’allineamento turco di vaste quantità di armi e truppe al confine con la Siria, in coordinamento con gli sforzi israeliani nel sud della Siria, contribuisse ad attuare un violento cambio di regime in Siria: “Inoltre, i servizi d’intelligence israeliani hanno un’ampia conoscenza della Siria, nonché delle risorse del regime siriano che potrebbero essere utilizzate per sovvertire la base di potere del regime e spingere la rimozione di Assad. Israele potrebbe porre forze presso le alture del Golan e, così facendo, potrebbe distogliere le forze del regime dalla soppressione dell’opposizione. Questa posizione può suscitare timori nel regime di Assad su una guerra su vari fronti, in particolare se la Turchia fosse disposta a fare lo stesso al confine e se l’opposizione siriana viene nutrita con una dieta costante di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse persuadere la leadership militare siriana a cacciare Assad per preservarsi. I sostenitori ritengono che tale ulteriore pressione potrebbe rovesciare Assad in Siria, se altre forze fossero si allineassero correttamente”. Ancora, il documento programmatico pubblicato nel 2012 vien attuato ininterrottamente da allora, con Israele e Turchia che hanno continuamente fatto pressioni sulla Siria finora con l’invasione progressiva della Turchia a nord e gli attacchi seriali israeliani presso Damasco e le alture del Golan a sud. Mentre il pretesto fabbricato per creare il “santuario” previsto dagli Stati Uniti è cambiato, l’obiettivo è sempre lo stesso: il rovesciamento del governo siriano e, in mancanza, la divisione permanente e quindi distruzione della Siria come Stato nazionale unito.

Gli USA usano i turchi per liquidare i curdi recalcitranti
La Brookings oggi fornisce una panoramica di come quest’ultima versione del piano “santuario” di Washington viene spacciata al pubblico. In un articolo del 26 gennaio 2018 intitolato “Quali sono le prospettive per Turchia, Stati Uniti e YPG dopo l’operazione ad Ifrin?”, dichiarava l’associato alla Brooking Ranj Alaaldin: “La Turchia teme che l’accresciuto Kurdistan siriano e la predominanza delle YPG, ala armata del Partito dell’Unione Democratica (PYD), rafforzatesi negli ultimi anni, ne sosterrebbero la popolazione curda e, quindi, rafforzerebbero l’insurrezione del PKK. Ankara accusa la relazione di Washington con le YPG e le sue politiche in Siria dell’attuale crisi, ma è in realtà una storia priva di opportunità e di calcoli sbagliati da parte di Turchia, YPG e Stati Uniti”. E mentre il pezzo ed altri simili circolano nei media occidentali tentando d’inquadrare il pretesto dell’ultima operazione come tensione diplomatica tra Turchia, Stati Uniti ed alleati curdi di Washington, l’articolo fa una rivelazione: “…l’opposizione araba ha spinto l’opposizione curda a una tacita cooperazione col regime di Assad per garantirsi la propria sopravvivenza, nonostante il primato del regime nella repressione sistematica dei curdi della Siria. Infatti, i curdi ad ovest del fiume Eufrate hanno evitato scontri con le forze governative siriane per anni, e mentre il conflitto siriano volge al termine, avrebbero probabilmente siglato accordi con Damasco mentre il territorio che occupavano veniva restituito allo Stato siriano unito, sventando in modo efficace i piani degli Stati Uniti sulla Siria”. L’ultima incursione della Turchia mira ad impedire ciò.

Sostituire i curdi con terroristi disponibili
Non solo i curdi ad ovest dell’Eufrate potranno essere espulsi o eliminati, saranno sostituiti da estremisti armati e sostenuti da Stati Uniti, NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) che senza dubbio e con entusiasmo continueranno a combattere le forze governative siriane. Al-Monitor in un articolo intitolato “I piani di Erdogan per Ifrin potrebbero non andare bene alla Siria“, riferiva: “Mentre da entrambe le parti si hanno vittime nell’offensiva turca in Siria, Ankara persegue un piano che va oltre la fine del dominio delle Unità di protezione del popolo curdo (YPG). Il presidente Recep Tayyip Erdogan fa riferimento incessante a un piano per insediare “i veri proprietari della zona” nella provincia d’Ifrin. Ha in mente due gruppi: la banda di milizie che le forze armate turche (TSK) impiegano nel campo chiamata Free Syrian Army (FSA), e il flusso di rifugiati siriani in Turchia”. Il cosiddetto “Free Syrian Army” è poco più di un agglomerato di organizzazioni terroristiche che combattono direttamente sotto la bandiera di al-Qaida o di uno dei suoi numerosi affiliati. È anche il principale agente di Stati Uniti ed alleati regionali, inclusa la Turchia, che usano da anni nella guerra contro la Siria e i suoi alleati iraniani, libanesi e russi. È l’unico gruppo in Siria che vuole continuare a combattere le forze siriane e i loro alleati, e la vicinanza al confine turco gli consente di essere facilmente rifornito ed ospitato nel territorio turco, quando necessario. Con un “santuario” molto più grande e profondo nel territorio siriano, occupato dalle forze turche e dalla relativa difesa aerea, il fronte da cui tali terroristi combattono si avvicinerebbe a Damasco.

Proteggere il nuovo santuario con scudi umani
L’idea di reinsediare i rifugiati nel “santuario” ideato dagli Stati Uniti non è originale. Fu il primo pretesto per spacciare l’idea del “santuario” sostenuto da NATO e USA nel nord della Siria, già nel 2012. Fu anche presentato a un’audizione al Senato degli Stati Uniti del 2015 dal generale John M. Keane, che ne spiegò le ragioni: “Se creiamo zone libere, per le forze di opposizione moderate, ma anche santuari per i rifugiati, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale sarà piuttosto drammatico. Se Putin li attacca, l’opinione mondiale sarà decisamente contro di lui. Togliete questo problema dal tavolo quale motivo per cui si è in Siria e se ne faccia una zona libera d’attacco, contribuendo alla migrazione che avviene con le aggressive azioni militari, allora l’opinione mondiale avrà, penso, un impatto significativo su di lui”. In altre parole, Keane propose di proteggere i gruppi terroristici filo-occidentali dagli attacchi delle forze aeree siriana e russa usando i rifugiati come scudi umani.

L‘occupazione straniera ostacola la pace in Siria
Il tanto voluto “santuario” degli Stati Uniti nel nord della Siria sarà usato per continuare la guerra per procura contro Damasco. Già solo la presenza statunitense e turca in Siria ostacola la fine del conflitto, occupandone il territorio, impedendo la riunificazione della nazione e riconciliazione e ricostruzione delle comunità siriane. Mentre la Turchia tenta di ritrarre il proprio ruolo in Siria come costruttivo e propizio alla pace, perfino col nome dell’ultima incursione “Operazione Ramo d’Ulivo”, i terroristi che resistono nel nord della Siria non sarebbero in grado di farlo se la Turchia avesse sigillato i confini e interrotto i rifornimenti ai gruppi terroristici che combattono in Siria. Mentre alcuni analisti ipotizzano che la Turchia abbia stretto accordi con Russia, Iran e Siria per l’ultima incursione, la Siria e i suoi alleati dovrebbero ancora coltivare opzioni per affrontare uno scenario peggiore, non solo la creazione di un “santuario” nel nord della Siria, ma il tentativo di usarlo per perpetuare il conflitto mortale. Qualsiasi accordo politico dietro le quinte è valido tanto quanto la leva finanziaria che le parti devono mantenere verso l’altra parte. Esiste il pericolo che la Turchia s’insedi nel territorio siriano con scarse azioni per evitare una guerra su vasta scala. Anche se il risultato dell’operazione Ramo d’Ulivo della Turchia è incerto, così come le reazioni delle nazioni coinvolte nel conflitto siriano, ciò che è certo è che gli Stati Uniti hanno dimostrato ancora una volta la volontà di usare e tradire gli alleati, cioè i curdi. Le operazioni turche contro i curdi, che avevano siglato una tregua di fatto con Damasco, potrebbero costringerli ad assumere una posizione decisamente anti-Damasco in cambio di una tregua nell’attuale assalto. Proprio come Washington regalava ad Ankara il pretesto per invadere ulteriormente il territorio siriano, Ankara regalerebbe a Washington i curdi ed altri motivi per servire gli interessi statunitensi in Siria piuttosto che i propri.Traduzione di Alessandro Lattanzio