La “nazionalizzazione” di STX e le contraddizioni di Parigi

Jacques Sapir, Russeurope 27 luglio 2017Il governo ha deciso di “nazionalizzare” il cantiere STX [1]. Questo potrebbe sorprendere da parte di un governo che, finora, è stato particolarmente noto per ispirarsi al puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è “difendere gli interessi strategici della Francia”. Il governo aveva finora il 33,33% delle azioni. Questa decisione deriva dal diritto di prelazione che scade il 29 luglio. E’ questo diritto che il governo ha deciso di usare, dopo il fallimento dei negoziati con la società italiana Fincantieri, che doveva prenderne una quota [2] .

STX e il conflitto franco-italiano
L’esecutivo ha voluto negoziare un modello “50-50” per bilanciare gli interessi francesi (Stato, ex- Gruppo navale DCNS, BPI-France e annessi) e italiani nelle consultazioni sui Cantieri dell’Atlantico, mentre il compromesso iniziale dava il 55% di STX France al capitale italiano. Le cause del cambio del governo francese sono note. Fincantieri è nella stessa nicchia di STX, principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Cazeneuve accettò che gli italiani avessero la maggioranza, quello di Philippe e naturalmente del Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX sull’acquirente italiano che interveniva per assicurarsi certi impianti di Saint-Nazaire e far decadere la produzione nel sito. Tuttavia, il governo italiano respinse la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che del collega del Tesoro Pier Carlo Padoan. Si tratta di una decisione importante. Ma va messa in prospettiva. Questa decisione comporta una spesa di 80 milioni di euro. Allo stesso tempo, il governo di Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata in 2,7-7 miliardi di euro secondo la formula della privatizzazione. Ora questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati più strategici dei cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese annunciava la decisione di riprendere i negoziati con la parte italiana per creare una sorta di Airbus del mare, e quindi non chiudere la porta all’accordo con l’Italia.

Le contraddizioni del governo
In realtà, l’atteggiamento del governo francese sottolinea le contraddizioni tra discorso e politica di Emmanuel Macron. C’è prima di tutto un’evidente contraddizione in questo piano per creare l'”Airbus navale”. Ricordiamo che il precedente Airbus si basa sull’esperienza della collaborazione con l’industria aeronautica tedesca da più di un decennio. Questa cooperazione si è concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma anche nella costruzione su licenza in Germania Ovest del predecessore del Transall (Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando la costituzione di Airbus fu negoziata, un altro programma di cooperazione per produrre l’Alpha Jet fu attuato. Airbus era, dunque, in origine il risultato di varie cooperazioni industriali, dove era chiaro che la Francia aveva un ruolo di primo piano. Non siamo assolutamente in questa situazione nei cantieri navali. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Non si paga a parole. Ricordiamo inoltre che questa decisione esprime la sovranità della Francia, anche se il presidente continua a cantare le lodi di un’Europa integrata, che comporterebbe ulteriori rinunce di sovranità. E si manifesta di nuovo la contraddizione di quando François Hollande dichiarò lo stato di emergenza nel novembre 2015. François Hollande e Emmanuel Macron sono presidenti che affermano il desiderio di andare oltre nel processo d integrazione europea, ma di fronte a una crisi reagiscono riaffermando la sovranità francese. La contraddizione è irrimediabile.

Il ruolo dello Stato nello sviluppo dell’industria
Il governo di Philippe e Emmanuel Macron appare senza linee guida, dicendo una cosa e applicandone un’altra. Ciò è particolarmente grave nell’industria che, meno di qualsiasi altri, tollera sceneggiate e decisioni opportunistiche. L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, è un’organizzazione gerarchica non democratica [3], la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla stesura delle regole interne. Deve, per funzionare, ricorrere a modi complementari alla divisione del lavoro [4]. Allo stesso tempo, si basa su una divisione radicale tra dirigenti e dipendenti. La società, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un fascio di funzioni, la minimizzazione dei costi di transazione (tesi di R. Coase) e l’ottimizzazione del locale sistema di conoscenza collettiva [5], in particolare la creazione di linee informative e diffuse (interpretazione di un volume crescente di segnali sulla conoscenza generata dalla divisione tecnica del lavoro) ne fanno parte, ma non la riassumono totalmente. Inoltre garantisce, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione su altre [6]. Questa dimensione ha anche introdotto una certa incoerenza nell’articolazione delle coerenze creata dall’impresa capitalistica. L’azienda pubblica può adottare norme interne per facilitare la comunione spontanea dei saperi individuali e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non mancano inconvenienti. In primo luogo, affinché lo Stato possa agire da proprietario auto-limitato (cioè impegnandosi a non disertare), l’area produttiva statale va limitata. Se gli impegni finanziari del settore pubblico sono troppo elevati rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere la fine dell’impegno interno (sotto forma di privatizzazione e allineamento della gestione agli standard normali delle imprese capitaliste), o la vendetta fiscale. Ci sono molte ragioni, tuttavia, a favore dell’industria pubblica: l’esistenza di un’alternativa ai produttori privati costringendoli a moderare i prezzi nei contratti tra privato e Stato per l’assunzione di un rischio industriale per l’elevata incertezza, la capacità di pagare costi significativi entrando in certe attività che scoraggiano gli investitori privati. La “nazionalizzazione” di STX potrebbe essere un’opportunità su consapevolezza e situazione dell’industria francese e sulla necessità del pubblico in certi settori. Ma richiede che il governo non ceda al giogo ideologico del liberalismo ed anche dell’europeismo. Infatti, è improbabile che vada così. Questa “nazionalizzazione” è probabilmente solo uno spettacolo.Note
[1] Le Figaro
[2] Le Figaro
[3] E’ chiaro che altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono operare in modo non democratico. Ma questa forma di operare non è nella loro natura, e anche tali organizzazioni potrebbero avere un processo democratico che non esclude il principio gerarchico, ma che dia ai membri il potere di controllare a designazione delle gerarchie e l’ampiezza dei loro poteri.
[4] Questo punto è ribadito da C. Pitelis, “Costi di transazione, mercati e gerarchie: conclusioni“, in C. Pitelis, Costi di transazione, mercati e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993.
[5] S. Winter, “Su Coase, competenza e corporation“, in OE Williamson & SG Winter (a cura di), La natura dell’azienda – origini, evoluzione e sviluppo, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.
[6] GK Dow, “L’appropriata critica dell’economia dei costi di transazione“, in C. Pitelis, (ed.), Costi di transazione, mercato e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Si veda lun’analisi molto pertinente di questa asimmetria, in DH Robertson, Il controllo dell’industria, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.

Qatar, principi al gabbio e navi da guerra renziane

Alessandro Lattanzio, 30/6/2017Il 14 febbraio 2017, il principe saudita Muhamad bin Nayaf bin Abdulaziz, vicepremier e ministro degli Interni, incontrava il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esaminare le relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Turchia, gli sviluppi in Medio Oriente e relativa posizione dei due Paesi, e la cooperazione su sicurezza e lotta al terrorismo. Già nell’ottobre 2016, Erdogan aveva avuto colloqui dettagliati con bin Nayaf, “Ho conosciuto il principe della corona Muhamad bin Nayaf ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nostro incontro è stato molto breve, ma abbiamo detto che ci saremmo incontrati in Turchia. Ho incontrato Sua Altezza Reale ad Ankara e abbiamo trovato l’opportunità di discutere in dettaglio le relazioni bilaterali oltre agli ultimi sviluppi della regione. Abbiamo approfittato dell’opportunità di attribuire a sua Reale Altezza l’Ordine della Repubblica di Turchia. Simbolo importante della portata dei legami fra i popoli fratelli turco e saudita, nonché dei legami tra i nostri due Paesi. Durante la nostra riunione abbiamo parlato delle relazioni tra i due Paesi. E, naturalmente, del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio. Siamo molto contenti della posizione ferma dell’Arabia Saudita in quel momento. Esprimemmo nostro piacere e la nostra gratitudine al Regno. Arabia Saudita e Turchia sono prese di mira. Se si guarda agli sviluppi in Siria, Iraq, Libia e Tunisia, ciò non va trascurato, e neanche in Pakistan e Afghanistan… Sono tutti collegati. Infatti, troviamo intrighi e complotti contro il mondo islamico, e così i Paesi del mondo islamico devono essere solidali”. Il 21 giugno 2017, il principe Muhamad bin Nayaf, ufficialmente successore del sovrano saudita, re Salman, veniva esonerato dalla linea di successione in favore del figlio del re Muhamad bin Salman. Dal giorno dell’annuncio, Nayaf scompariva dalla vita pubblica venendo licenziato dalla carica di ministro degli Interni e sottoposto agli arresti domiciliari nel suo palazzo a Jidah. Anche le sue guardie del corpo furono licenziate e sostituite da uomini del principe Salman. Ciò avveniva contemporaneamente alla crisi tra Arabia Saudita e Qatar, dove la Turchia di Erdogan si schiera nettamente dalla parte del Qatar. Non è un caso, quindi, che Muhamad bin Salman facesse arrestare lo zio Muhamad bin Nayaf, non solo in quanto rivale per la corona, ma anche perché vicino a Erdogan, alleato del Qatar. Ciò viene confermato dall’intelligence tedesca BND, secondo cui il principe Salman sarebbe un “politico impulsivo ed interventista”, le cui manovre compromettono i rapporti del regno saudita con gli alleati regionali e Washington.
Nel frattempo, 45 cittadini turchi venivano deportati dal Qatar per presunti legami con il movimento gulenista, accusato del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Una ricompensa di Doha per l’aiuto di Erdogan al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Tuttavia, già a maggio Arabia Saudita, Malaysia, Georgia e Myanmar avevano deportato accademici, uomini d’affari e insegnanti turchi su richiesta del governo di Erdogan, nonostante avessero lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite. Inoltre, il ministro dell’Energia degli EAU Suhayl al-Mazruaya dichiarava, il 29 giugno, che il suo Paese dispone di risorse sufficienti e di un piano per impedire qualsiasi carenza energetica nel caso il Qatar tagliasse le forniture di gas, mentre il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava, durante la sua visita a Washington, che l’Arabia Saudita non toglierà l’embargo commerciale al Qatar finché non saranno soddisfatte le 13 richieste avanzate il 22 giugno.Italia e Francia combatterono per anni la battaglia per vendere navi da guerra al Qatar. Lo scontro italo-francese iniziò nel marzo 2016 alla Doha International Doha Exhibition and Conference (DIMDEX), in Qatar, quando la ministra della Difesa dell’Italia si apprestava a firmare un accordo sulla vendita di corvette, firma poi rinviata su pressione francese. La ministra Pinotti si recò in Qatar il 29 – 31 marzo 2016 con l’intento di firmare l’accordo non vincolante per vendere 4 corvette e 1 nave rifornimento alla marina del Qatar. Era accompagnata da Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Finmeccanica (ora Leonardo) e Giuseppe Bono, Amministratore Delegato della Fincantieri. Nei colloqui fu discusso il finanziamento dell’accordo da 3,5 miliardi di euro e il coinvolgimento dell’Italia nella costruzione di un ospedale militare in Qatar. La Francia aveva già offerto un proprio accordo sulle navi, ma non arrivò a farlo sottoscrivere. Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian incontrò al-Thani al DIMDEX, mentre il presidente dei DCNS Hervé Guillou e il vicepresidente esecutivo della Thales Pascale Sourisse parteciparono alla mostra. La Francia fece un’offerta scontata su 3 fregate FREMM, dotate di missili antiaerei MBDA Aster 30 e missili antinave Exocet. La Thales aveva già venduto al Qatar i radar navali MRR 3D e Triton, nonché i radar terrestri Tiger e Master. Il 22 settembre 2015, la Francia firmò un accordo di cooperazione per l’addestramento militare con il Qatar. E il 30 marzo, Qatar e MBDA firmarono, sempre alla DIMDEX, un memorandum d’intesa per i sistemi missilistici costieri Exocet MM40 Block 3 e i Missili a Gittata Estesa Marte, per un valore di 640 milioni di euro. Doha inoltre ordinò 24 caccia Dassault Rafale, del valore di 6,7 miliardi di euro, di cui 2 per acquistare i missili e le bombe guidate Sagem da imbarcarvi. Alla fine, il Qatar firmava il contratto da 3,8 miliardi di euro per acquisire 8 navi militari dalla Fincantieri, il più grande contratto d’esportazione navale dell’Italia. La firma, tenutasi a Roma, avvenne tra l’Amministratore Delegato della Fincantieri Giuseppe Bono e il comandante della Marina del Qatar Muhamad Nasir al-Muhanadi. Così il Qatar acquista 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibio, 2 pattugliatori d’altura e 1 nave da rifornimento; un programma di costruzioni navali di sei anni che inizierà nel 2018. Le corvette saranno lunghe oltre 100 metri e dislocheranno 3000 tonnellate, mentre i pattugliatori saranno lunghi 60 metri e dislocheranno 700 tonnellate. La nave più grande, quella d’assalto anfibio, si baserà sulla nave similare costruita dalla Fincantieri per l’Algeria, la Qalat Bani Abas, lunga 143 metri e che disloca 9000 tonnellate. Leonardo-Finmeccanica fornirà i sistemi di combattimento per tutte le navi e avrà un terzo del contratto. I radar da installare sulle corvette si baseranno sul radar multifunzionale che l’azienda ha già costruito per le fregate FREMM italiane, che saranno dotate di cannoni OTO Melara da 76mm, sistemi a tiro rapido da 30 mm, sistema antisiluro e sonar antimine della Thesan. Le piattaforme coprono il 35% del valore del contratto, mentre i sistemi di propulsione il 25%. Nel contratto sono compresi 15 anni di supporto logistico. L’accordo è accompagnato da un accordo firmato dalla ministra della Difesa Pinotti e dal ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al-Atiyah, che prevede l’addestramento di personale del Qatar presso la Marina Militare italiana. Un importante responsabile dei colloqui fu l’Ammiraglio Valter Girardelli che in seguito, il 22 giugno 2016, fu nominato a capo della Marina Militare italiana sostituendo l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La scelta di Doha a favore dell’Italia è probabilmente una ritorsione del Qatar verso la Francia, per aver venduto le navi Mistral ex-russe all’Egitto, deciso nemico della fratellanza musulmana finanziata e supportata dal Qatar; così come l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15 statunitensi è una mossa sia per punire sempre Parigi, per il suo supporto a Egitto e Arabia Saudita, che per corrompere l’amministrazione statunitense di Donald Trump, allontanandola dall’allineamento filo-saudita nello scontro con il Qatar. Un altro motivo della scelta italiana del Qatar è senza dubbio la convergenza in Libia, dove il fronte Italia-Qatar-fratellanza mussulmana si oppone al Fronte di Liberazione libico, formato dall’asse Qalifa Haftar-Parlamento di Tobruq-Sayf al-Islam Gheddafi-Forze della Jamahiriya, supportato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nemici gepolitici del Qatar.Fonti:
al-Arabiya
Arab News
Defense News
Defense News
Intel News
The Qatar Insider
The Qatar Insider

Addio sinistra fighetta e hipster, non ci mancherai per niente

La sinistra-hipster, quella che ha sempre voluto liberare l’Italia dagli incolti, dopo la sconfitta a Genova e a L’Aquila è quasi affondata. Breve storia di come si è trasformata e ha perso se stessa
Fulvio Abbate Linkiesta 26 Giugno 2017La sinistra hipster, il mattino del giorno dopo la disfatta alle elezioni amministrative, guarda la riva, osserva le molte perdite e teme d’avere inutilmente messo in acqua i propri surfisti. Ma riavvolgiamo il nastro…
La sinistra hipster, davanti alle molte (tu chiamale, se vuoi, contraddizioni…), alle innumerevoli incongruenze del renzismo, che gli è tuttavia affine, dopo un lungo momento di afasico surplace, giustificato ufficialmente dal timore di consegnare il mondo, il Paese ai “barbari”, ha deciso infine di esistere facendo surf sulle idee corrive presenti e da venire e sul glamour dei molti festival tattoo bar della cultura con show e filosofia da asporto, là da dove si ritiene possa ormai trovarsi il luogo del consenso. Infine, in serata, al momento del ristoro, la stessa sinistra hipster si consegna al cinema, trovando film come “Fortunata” di Castellitto-Mazzantini: Jasmine Trinca nel ruolo della parrucchiera di borgata capitolina, i poveri narrati dagli abbienti che risiedono nell’ocra di Trastevere e le verande sulle dune di Sabaudia, e fin qui nulla di male, il piacere è un dovere perfino politico, peccato però che, nonostante i molti centri sperimentali di cinematografia frequentati con profitto, costoro non sappiano riconoscere le autentiche parole del mondo degli umiliati e offesi rispetto al bla-bla d’autore, ignorando perfino che l’unico film compiutamente marxista del neorealismo italiano, “La terra trema“, lo dobbiamo al conte Luchino Visconti.
La sinistra hipster, con la stessa sicumera di un non meno significativo patrizio, il Duca Conte Piercarlo Ing. Semenzara del “Secondo tragico Fantozzi”, è la stessa che confida in Giuliano Pisapia, ne apprezza i modi e la “forza tranquilla” antracite; peccato che, osservando l’ex sindaco di Milano, a molti fiorisca in petto il fiore rosso dell’interrogativo sul linguaggio e l’empatia stessi della politica in campo progressista: può colui che sembri non aver mai pronunciato parole sincere e democratiche come “cazzo” (per non dire “sborra”) ritenersi adeguato per ogni genere di impatto politico di fronte alla naturalezza delle masse frustrate dalla crisi e assai perplesse davanti al salvataggio delle banche da parte del governo di centrosinistra e mostrato plauso implicito davanti al rinnovo del contratto di Fabio Fazio in Rai? In assenza di un simile prontuario, si può stare certi che si possa essere presto neutralizzati da un “vaffanculo” subculturale, eppure convincente: Beppe Grillo molta erba ha tagliato sotto i piedi all’elettorato già di sinistra.
Direte: ma la sinistra è compostezza, in luogo dei populisti armati di forconi perfino telematici. Vero, ma l’antipatia in tweed è altra cosa, e soprattutto non porta consensi, o non li amplia.
La sinistra hipster è il succedaneo, nell’ordine, della cosiddetta “sinistra dei club” (la stessa che, nei primissimi anni Novanta, avrebbe dovuto fiancheggiare e nutrire in senso lib-lab la nascita del nuovo soggetto voluto da Occhetto, con un personale borghese laico) e ancora i “girotondi”, il cui scopo primario d’esistenza, in nome dello sdegno, era forse quello di liberare il paese da Berlusconi e le sue brame affaristiche e di “patonza” (sic), assodato che pure i titolari dei “girotondi per la democrazia” mai avrebbero pronunciato parole simili. Verrà poi il “popolo viola”, un tentativo di formare un’onda di opinione, sorta di franchising mutuato dalla Spagna e dalla Grecia, muovendo dalla presunta vitalità dei ceti medi riflessivi. Le masse, tuttavia, nonostante i protagonisti di quei movimenti si mostrassero a bordo dei vesponi bianchi, non risposero.
La sinistra hipster è il succedaneo, nell’ordine, della cosiddetta “sinistra dei club” (la stessa che, nei primissimi anni Novanta, avrebbe dovuto fiancheggiare e nutrire in senso lib-lab la nascita del nuovo soggetto voluto da Occhetto, con un personale borghese laico) e ancora i “girotondi”, il cui scopo primario d’esistenza, in nome dello sdegno, era forse quello di liberare il paese da Berlusconi e le sue brame affaristiche e di “patonza” (sic).
In questo scenario, di fianco, ci sono anche da rilevare i calcinacci delle fallimentari declinazioni della forza post-comunista nata da una costola del Pci – Rifondazione – cui segue poi la comitiva di Nichi Vendola, già beauty-case dei Ds e in seguito del Pd tra Bersani e perfino Renzi, Vendola pronto infine a smarcarsi dalla battaglia pubblica per dedicarsi al mammismo LGBT. Altrettanto modesta, in questa nostra storia, la percezione del succedaneo di Nichi, Nicola Fratoianni, pupillo prêt-à-porter del fotoromanzo hipster, impegnato a trasutare il rosso in arancio, da vacanza nella Grecia di Tsipras e Varoufakis, come già era avvenuto con Zapatero. E adesso perfino confidando in Corbyn.
Ora, pur essendo la sinistra hipster un precipitato culturale affluente del Nord, cioè “milanese”, da Salone del Mobile, nella nostra narrazione, non possiamo dimenticare la festa di compleanno di un segretario cittadino della formazione di Bertinotti al Sud, che assomigliava a un clubino velico, tipetti e tipette carini, l’abbonamento a “Internazionale” sotto braccio.
Quanto a Roma, non si va oltre i frequentatori del Bar “Necci” al Pigneto, clientela di vaga sinistra tra radical-chic e fighetti, abrasa così ogni memoria d’essere stato il baretto di Accattone di Pasolini e dei suoi amici, er Profeta, er Capogna, er Balilla, sostituiti tutti dalla bella gente che d’estate sembra dedicarsi alla danza dei parei a Ventotene, a Filicudi.
La sinistra, tra ceto medio riflessivo e hipster, spera, un giorno, di poter far tornare trionfalmente tra le masse, a bordo del suo vespone, lo stesso pensiero magico nutrito da Mussolini che immaginava di entrare ad Alessandria d’Egitto in sella a un cavallo bianco. Se mai anche la sinistra hipster dovesse immaginarsi su un cavallo bianco, questo, il povero cavallo, avrebbe l’obbligo di trasportare un Nanni Moretti, così finalmente ripagato dell’insuccesso del suo “Mia madre“. E ancora, garantire ulteriori soddisfazioni professionali all’attuale presidente della Camera, Laura Boldrini, già miracolata da Vendola grazie al manuale “Cencelli”, sebbene quest’ultima rappresenti l’assenza totale di ironia in ambito progressista. Per ammissione di molto stessi elettori di sinistra.
Perché così pensa tra sé e sé la sinistra hipster, che ha cura di fermare il possibile arrivo dei barbari, la stessa che, confidando nell’apotropaico ritorno del regista-amuleto, magari accompagnato da tutte le Jasmine Trinca del mondo, sembra avere trovato adesso in uno storico d’arte, Tomaso Montanari, il suo possibile Sting. E qui, perdonate il precipizio narcisistico, non possiamo non riportare, citandoci, il tweet che abbiamo dedicato all’avventura di quest’ultimo volenteroso della Rettitudine: “Tomaso Montanari, l’ennesimo Santo Barberone della sinistra che avanza sollevando in alto il Libro del Bene! Lasciateci far schifo in pace. Senza ironia non si dà politica“. Se poi volessimo identificare con un feticcio architettonico la sinistra hipster dovremmo pensare alla nuova sede della Fondazione Giangiacomo Fetrinelli a Milano firmata Herzog & de Meuron, un luogo che suggerisce un mondo prossimo a Jacques Tati di “Play Time” piuttosto che alla casa del popolo di Metello di Pratolini. Davanti al suo piazzale, c’è subito modo di intuire il nostro hipster, lì a surfare con la barba sulle macerie ormai fucsia della sinistra.
Le premesse post-ideologiche di tutto ciò? Compagni, anzi, amici, meglio, amichetti, gli operai sono finiti, morti, non ci sono più, sulla base di questo pensiero, resta solo da realizzare il nostro “Erasmus” politico. Dopo la perdita di Genova e L’Aquila, e di Sesto San Giovanni, e La Spezia, sarà davvero più complicato mordere l’onda.