Il referendum italiano anticipa il 2018

Il Veneto e la Lombardia votano per migliorare la posizione decisionale della Lega Nord per dopo l’elezione di maggio
Tom Luongo, 22 ottobre 2017 Oggi gli italiani nelle regioni di Lombardia e Veneto votano su referendum non vincolanti per potenziare i governi locali ed avere più autonomia in futuro. Secondo un buon articolo su Zerohedge: “Al centro del voto di oggi vi è se le tasse raccolte nelle due ricche regioni vanno utilizzate ancor più per le due regioni o diluite tra le regioni più povere d’Italia, specialmente nel sud. La Lombardia invia a Roma 54 miliardi di dollari in più di quanto non usi per la spesa pubblica. Il contributo netto del Veneto è di 15,5 miliardi. Le due regioni vorrebbero approssimativamente dimezzare questi contributi, una concessione che lo Stato, in soldoni, gravato da una montagna di debiti, non può permettersi. Le due regioni sono amministrate dalla Lega Nord, una volta apertamente secessionista, sperando che il risultato gli dia il mandato per negoziare migliori accordi finanziari con Roma. La Lega Nord fu fondata negli anni ’90 per la campagna per lo Stato indipendente della “Padania”, che si estende nel nord d’Italia, dalla Lombardia a Venezia. Non fa più campagne secessioniste, ma sostiene che le tasse inviate a Roma siano sprecate da una burocrazia nazionale inefficiente”. Ciò che si nasconde sullo sfondo è che il sistema bancario italiano effettivamente fa brindisi. Le regioni più ricche ragionevolmente capiscono che quando la situazione è burrascosa, devono aggrapparsi ai salvataggi.

Referendum sulla BCE
L’implosione di due piccole banche del Veneto, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, a giugno, sottolinea questo punto (per una buona descrizione della storia vedasi questo articolo). La Banca Centrale Europea avrebbe potuto “salvare” i depositanti e gli obbligazionisti ma scelse di non sapere che ciò sarebbe stato un suicidio politico. La banca centrale italiana e la BCE erano intimamente coinvolte nella gestione di queste due banche, che alla fine furono vendute per un simbolico euro. E in quel momento si ammiccò che non se ne socializzavano i costi. L’aspetto importante qui è che altre cose del genere accadranno finché l’Italia rimane nell’euro. Col valore dell’euro quest’anno a 1,21 dollari, grava ancor di più sulle banche italiane il serio bisogno di ricapitalizzarsi. I referendum sono semplicemente i preparativi ai negoziati con Roma per le elezioni generali di maggio 2018. Tra Lega Nord e Movimento Cinque Stelle c’è la possibilità di un governo di coalizione apertamente ostile ai piani di austerità dell’UE e se necessario, far uscire l’Italia dalla zona euro. Infatti, se l’Italia vuole sopravvivere, dovrà farlo svalutando il debito, salvare le banche e avviare il processo di riequilibrio. Che l’Italia abbia o meno il permesso di lasciare l’euro, la BCE farà leva sulla montagna del debito e il salvataggio derivante.
Ed è perciò che il Presidente della BCE Mario Draghi non può smettere di acquistare debito sovrano emesso dai Paesi in bancarotta. I due errori bancari dicono che la BCE pagherà il conto. Farà solo finta di non farlo. Così, invece di salvare titolari di obbligazioni e depositanti, spazzando via altre persone, la BCE imputa i costi al governo italiano che quindi rilascerà nuovo debito che la BCE comprerà.

Perché il voto ora?
Perché con altri prossimi fallimenti bancari le regioni più ricche d’Italia possono avere un controllo maggiore sui soldi inviati a Roma e quindi affrontare direttamente i propri emergenti problemi finanziari, proteggendosi dai peggiori problemi del sud. Questo è il nocciolo della questione. E la sfida al capo della Banca d’Italia, Ignazio Visco, alleato di Draghi, è un’altra possibile trappola per l’UE nel mantenere il controllo sulla situazione politica italiana. I piddini cercano di guadagnare punti politici attaccando la gestione della Banca d’Italia sui salvataggi. Sono bloccati nella lotta col Movimento Cinque Stelle, nei sondaggi. Inoltre, ci sarebbero altri referendum in preparazione, a seconda dei risultati di oggi. Il posizionamento per le elezioni di maggio è importante poiché sarà la prima vera opportunità per il Movimento Cinque Stelle di acquisire il controllo del parlamento italiano e ficcare una grossa spina negli occhi dell’UE. Perché in agguato c’è la Germania, che vuole mantenere un euro sottovalutato rispetto alla capacità produttiva tedesca e sopravvalutato sul resto d’Europa. E il grande risucchio che si ascolta è la ricchezza dell’Europa ingollata dall’UE controllata dalla Germania. I capi dei Cinque Stelle in Italia e del Front Nationale in Francia lo capiscono assei meglio dei partiti euroscettici di Spagna e Grecia. Ed è per questo che cercano di giocare ai negoziati con la Germania per alleviare il debito piuttosto che minacciare di lasciare l’euro. Gli italiani in generale hanno un atteggiamento molto meno rispettoso verso 1) il proprio governo e 2) qualsiasi governatore/occupante straniero. E per questo motivo l’Italia è la vera prova della leadership dell’UE e del perché le misure per mantenerla placata (salvataggi) e sottomessa (nomina dei dirigente) sono state così pesanti. Rimuovere Berlusconi nel 2011 fu una cosa. Non sarà la stessa se i Cinque Stelle vinceranno a maggio. E anche se on accadesse, la Lega Nord sarà nella posizione privilegiata per decidere e ottenere ciò che vuole. A questo punto l’UE avrà un serio problema tra le mani.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Massimo D’Alema: critico verso l’accordo tra Italia e Libia

MessinaWebTV 13/10/2017

Il Bollettino d’Informazione Internazionalista “Aurora” è andato incontro a Massimo D’Alema: il popolare esponente politico di Sinistra, ieri a Catania ha tenuto un comizio in favore della candidatura di Claudio Fava alla presidenza della Regione Siciliana. “Aurora” ha colto l’occasione per chiedere a D’Alema cosa pensa dei rapporti tra governo Gentiloni e governo libico.
Di seguito la risposta di D’Alema:
Io sono critico verso l’accordo che è stato fatto tra Italia e Libia, innanzitutto perché non c’è nessuna garanzia dei diritti umani di queste persone, che sono trattenute in Libia in campi di concentramento dove anzi sono molte testimonianze che avvengano violazioni brutali dei diritti umani, di cui l’Italia finisce per diventare complice; in secondo luogo, perché non c’è nessuna garanzia che i rifugiati aventi diritti asilo possano venire verso il nostro Paese. Tutto questo si configura come una sorta di impedimento, purtroppo sul modello di quello che altri paesi europei, come l’Ungheria, hanno fatto e che noi abbiamo aspramente criticato”.

 

La “nazionalizzazione” di STX e le contraddizioni di Parigi

Jacques Sapir, Russeurope 27 luglio 2017Il governo ha deciso di “nazionalizzare” il cantiere STX [1]. Questo potrebbe sorprendere da parte di un governo che, finora, è stato particolarmente noto per ispirarsi al puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è “difendere gli interessi strategici della Francia”. Il governo aveva finora il 33,33% delle azioni. Questa decisione deriva dal diritto di prelazione che scade il 29 luglio. E’ questo diritto che il governo ha deciso di usare, dopo il fallimento dei negoziati con la società italiana Fincantieri, che doveva prenderne una quota [2] .

STX e il conflitto franco-italiano
L’esecutivo ha voluto negoziare un modello “50-50” per bilanciare gli interessi francesi (Stato, ex- Gruppo navale DCNS, BPI-France e annessi) e italiani nelle consultazioni sui Cantieri dell’Atlantico, mentre il compromesso iniziale dava il 55% di STX France al capitale italiano. Le cause del cambio del governo francese sono note. Fincantieri è nella stessa nicchia di STX, principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Cazeneuve accettò che gli italiani avessero la maggioranza, quello di Philippe e naturalmente del Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX sull’acquirente italiano che interveniva per assicurarsi certi impianti di Saint-Nazaire e far decadere la produzione nel sito. Tuttavia, il governo italiano respinse la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che del collega del Tesoro Pier Carlo Padoan. Si tratta di una decisione importante. Ma va messa in prospettiva. Questa decisione comporta una spesa di 80 milioni di euro. Allo stesso tempo, il governo di Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata in 2,7-7 miliardi di euro secondo la formula della privatizzazione. Ora questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati più strategici dei cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese annunciava la decisione di riprendere i negoziati con la parte italiana per creare una sorta di Airbus del mare, e quindi non chiudere la porta all’accordo con l’Italia.

Le contraddizioni del governo
In realtà, l’atteggiamento del governo francese sottolinea le contraddizioni tra discorso e politica di Emmanuel Macron. C’è prima di tutto un’evidente contraddizione in questo piano per creare l'”Airbus navale”. Ricordiamo che il precedente Airbus si basa sull’esperienza della collaborazione con l’industria aeronautica tedesca da più di un decennio. Questa cooperazione si è concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma anche nella costruzione su licenza in Germania Ovest del predecessore del Transall (Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando la costituzione di Airbus fu negoziata, un altro programma di cooperazione per produrre l’Alpha Jet fu attuato. Airbus era, dunque, in origine il risultato di varie cooperazioni industriali, dove era chiaro che la Francia aveva un ruolo di primo piano. Non siamo assolutamente in questa situazione nei cantieri navali. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Non si paga a parole. Ricordiamo inoltre che questa decisione esprime la sovranità della Francia, anche se il presidente continua a cantare le lodi di un’Europa integrata, che comporterebbe ulteriori rinunce di sovranità. E si manifesta di nuovo la contraddizione di quando François Hollande dichiarò lo stato di emergenza nel novembre 2015. François Hollande e Emmanuel Macron sono presidenti che affermano il desiderio di andare oltre nel processo d integrazione europea, ma di fronte a una crisi reagiscono riaffermando la sovranità francese. La contraddizione è irrimediabile.

Il ruolo dello Stato nello sviluppo dell’industria
Il governo di Philippe e Emmanuel Macron appare senza linee guida, dicendo una cosa e applicandone un’altra. Ciò è particolarmente grave nell’industria che, meno di qualsiasi altri, tollera sceneggiate e decisioni opportunistiche. L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, è un’organizzazione gerarchica non democratica [3], la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla stesura delle regole interne. Deve, per funzionare, ricorrere a modi complementari alla divisione del lavoro [4]. Allo stesso tempo, si basa su una divisione radicale tra dirigenti e dipendenti. La società, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un fascio di funzioni, la minimizzazione dei costi di transazione (tesi di R. Coase) e l’ottimizzazione del locale sistema di conoscenza collettiva [5], in particolare la creazione di linee informative e diffuse (interpretazione di un volume crescente di segnali sulla conoscenza generata dalla divisione tecnica del lavoro) ne fanno parte, ma non la riassumono totalmente. Inoltre garantisce, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione su altre [6]. Questa dimensione ha anche introdotto una certa incoerenza nell’articolazione delle coerenze creata dall’impresa capitalistica. L’azienda pubblica può adottare norme interne per facilitare la comunione spontanea dei saperi individuali e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non mancano inconvenienti. In primo luogo, affinché lo Stato possa agire da proprietario auto-limitato (cioè impegnandosi a non disertare), l’area produttiva statale va limitata. Se gli impegni finanziari del settore pubblico sono troppo elevati rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere la fine dell’impegno interno (sotto forma di privatizzazione e allineamento della gestione agli standard normali delle imprese capitaliste), o la vendetta fiscale. Ci sono molte ragioni, tuttavia, a favore dell’industria pubblica: l’esistenza di un’alternativa ai produttori privati costringendoli a moderare i prezzi nei contratti tra privato e Stato per l’assunzione di un rischio industriale per l’elevata incertezza, la capacità di pagare costi significativi entrando in certe attività che scoraggiano gli investitori privati. La “nazionalizzazione” di STX potrebbe essere un’opportunità su consapevolezza e situazione dell’industria francese e sulla necessità del pubblico in certi settori. Ma richiede che il governo non ceda al giogo ideologico del liberalismo ed anche dell’europeismo. Infatti, è improbabile che vada così. Questa “nazionalizzazione” è probabilmente solo uno spettacolo.Note
[1] Le Figaro
[2] Le Figaro
[3] E’ chiaro che altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono operare in modo non democratico. Ma questa forma di operare non è nella loro natura, e anche tali organizzazioni potrebbero avere un processo democratico che non esclude il principio gerarchico, ma che dia ai membri il potere di controllare a designazione delle gerarchie e l’ampiezza dei loro poteri.
[4] Questo punto è ribadito da C. Pitelis, “Costi di transazione, mercati e gerarchie: conclusioni“, in C. Pitelis, Costi di transazione, mercati e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993.
[5] S. Winter, “Su Coase, competenza e corporation“, in OE Williamson & SG Winter (a cura di), La natura dell’azienda – origini, evoluzione e sviluppo, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.
[6] GK Dow, “L’appropriata critica dell’economia dei costi di transazione“, in C. Pitelis, (ed.), Costi di transazione, mercato e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Si veda lun’analisi molto pertinente di questa asimmetria, in DH Robertson, Il controllo dell’industria, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.