Transnistria: spina nel fianco della NATO

Boris Rozhin, AlternativaSouth FrontLo stallo strategico sul Donbas che assume la forma di guerra di posizione infinita sotto gli accordi di Minsk e la crescente disintegrazione dell’Ucraina costringono il regime di Kiev a impegnarsi in teatri esteri per distogliere l’attenzione della popolazione ucraina da guerra civile, politica socioeconomica fallita e impossibilità a soddisfare le promesse che Poroshenko & Co diedero nel 2014. La Transnistria è vista come un altro fronte nella “lotta alla Russia” e occupa un posto importante nella reale e non dichiarata politica estera dell’Ucraina. La questione della Repubblica moldava di Transnistriana (PMR) è, nel contesto della crisi ucraina, strettamente legata all’idea d’espansione della NATO ad est. Dopo aver annesso la maggior parte degli Stati del Patto di Varsavia, il suo programma si volge alle repubbliche ex-sovietiche. Tale sforzo è perseguito non solo nei Paesi baltici, Ucraina e Georgia, ma anche in Moldavia. Naturalmente, tale mossa verso est preoccupa il Cremlino, espressa ufficialmente in molte occasioni ma mai considerata dall’occidente poiché non ritiene necessario mantenere la promesse date a Gorbaciov di non espandere la NATO ad est. L’espansione della NATO e l’inserimento delle repubbliche ex-sovietiche nell’orbita di un’organizzazione attivamente anti-russa hanno portato naturalmente a tensioni tra Russia e vicini, dimostrando il degrado delle relazioni tra Russia e gli pseudo-Stati baltici, l’aggressione della Georgia all’Ossezia del Sud e la successiva “Guerra delle Olimpiadi”, la mini-Majdan in Moldavia che portava alla caduta dei locali opportunisti comunisti e infine il colpo di Stato in Ucraina. Nel caso di Georgia, Ucraina e Moldova, la questione delle controversie territoriali irrisolte impedisce di aderire direttamente alle strutture della NATO. Come rilevato da una relazione di Stratfor del 2015, la Russia ne impedisce l’assorbimento nella NATO dirigendo i conflitti congelati. Quindi gli sforzi insistenti delle élite euroatlantiche di costringere la Russia a rifiutarsi di riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, smettere di sostenere la Novorossija, cedere la Crimea, ritirare le forze dalla Transnistria e accettare un’unificazione moldava come l’annessione della DDR alla FRG. Il problema, non sorprendente, è la lotta per le sfere d’influenza tra Russia e NATO sul territorio ex-sovietico. La retorica sui benefici dell'”eurointegrazione” o dell’Unione doganale ne è solo una manifestazione. L’Ucraina considera la situazione della Transnistria strumento per fare pressione politica ed economica sulla Russia dato che dal punto di vista strategico la PMR e il gruppo operativo delle forze russe (OGRF) sono in un’enclave difficile da rifornire anche in tempo di pace (dati i possibili ostacoli burocratici e politici) e dalle limitate capacità offensive. L’OGRF comprende due battaglioni di fucilieri motorizzati (82.mo Battaglione Bandiera Rossa di Szeged e 113.mo Battaglione dell’Ordine di Aleksandr Nevskij e dell’Ordine di Kutuzov del Basso Dnestr) a Tiraspol e varie altre unità. L’OGRF comprende 2500 forze da combattimento (con centinaia di personale di supporto) e 170 veicoli blindati leggeri (principalmente vecchi modelli). È un bersaglio sufficientemente conveniente per organizzare provocazioni militari e politiche, in particolare quando possono essere coordinate con Kishinev. Dopo il colpo di stato in Ucraina e l’inizio della guerra civile, il regime di Kiev vide l’OGRF come potenziale trampolino di lancio per l’invasione dell’Ucraina occupando la regione di Odessa. La forza reale dell’OGRF, equivalente a tre battaglioni di fanteria con blindati leggeri, alcuni impiegati nella guardia, ne rendono il potenziale offensivo difficile, in particolare perché alcuni soldati sono abitanti della PMR, il cui esercito non vuole essere coinvolto nella guerra civile ucraina. In confronto: il raggruppamento russo in Crimea durante la Primavera crimeana era composto da 16000 soldati, non aveva problemi logistici e poteva essere rapidamente rinforzato se necessario e controllare Perekop bastava a proteggere facilmente la Crimea nel caso Kiev vi gettasse l’esercito per salvarlo dal collasso. L’OGRF non ha semplicemente tale capacità, e anche qualcosa di semplice come controllare la regione di Odessa va oltre le sue capacità. Naturalmente, ciò non vieta di giocare la carta dell'”aggressione russa dalla PMR”, che si rifletté nel massacro di Odessa del maggio 2014 quando, tentando di nascondere le cause della strage, si cercò d’incolparne degli “agenti russi”, anche cittadini della PMR. Come risultò, le persone uccise erano odessite e non “agenti russi della PMR”, ma a Kiev non interessa l’obiettività.
Dalla prospettiva russa, il futuro della Transnistria al momento veniva visto attraverso il prisma del progetto Novorossija che avrebbe dovuto includere il Sud-Est dell’Ucraina, che in caso di successo una Repubblica popolare di Odessa avrebbe permesso creare un corridoio con la Transnistria attraverso Odessa, Nikolaev e Kherson. Il rifiuto di scenari più attivi riguardanti il sud-est e il congelamento del progetto Novorossija hanno lasciato la PMR in un limbo strategico, con il problema dell’isolamento del contingente russo e dello Stato non riconosciuto alleato che si aggrava con l’inasprirsi della guerra in Ucraina. Non è probabile che si abbiano le condizioni per risolvere il problema dell’isolamento strategico della Transnistria come nel 2014. Una volta spezzata la resistenza al colpo di Stato ad Odessa e l’SBU impediva l’emergere di un fronte clandestino, Kiev cominciò a vedere la PMR non come fonte di problemi per Odessa ma per mostrare un’attività politica sullo sfondo della crisi nel Donbas. Dopo l’arrivo al potere ad Odessa dei protetti di Kolomojskij, il regime di frontiera con la PMR s’irrigidì ponendo un blocco ai trasporti ed economico per contrattare con una Russia costretta a sostenere la Transnistria e le sue forze. Per dimostrazione, Guardia nazionale e Forze armate dell’Ucraina compirono esercitazioni nella regione di Odessa per “respingere l’aggressione della PMR a sostegno della rivolta separatista”. Tali attività furono accompagnate dalle dichiarazioni belluine di Kiev pienamente sostenute dalle autorità moldave. Nel 2014-15 la Moldavia aveva un presidente e un governo filo-occidentali che combattevano contro i simboli comunisti, l’influenza russa, la lingua russa (come in Ucraina e Baltico) cercando il modo d’espellere le truppe russe dalla PMR. Qui la Moldavia ebbe la piena comprensione di Bruxelles che conta su Kishinev e Kiev per cacciare la Russia dalla Transnistria ed assorbire gradualmente il Paese nella NATO, cosa che la presenza militare russa chiaramente impedisce. Non c’è dubbio che il Paese non abbia un ruolo indipendente: è solo questione di quali truppe debbano stazionare in Moldavia, russe o NATO. Tiraspol volge verso la Russia, Kishinev dalla rimozione di Voronin era aperta a Bruxelles. È in quel momento che i piani ucraini più aggressivi contro la PMR furono creati. La stabilizzazione del fronte del Donbas dopo le sconfitte ucraine a Ilovajsk e Debaltsevo permise di aumentare notevolmente le forze nella regione di Odessa e sostituire la gente di Kolomojskij con Saakashvili, facendo il parallelo coi tentativi di quest’ultimo di respingere la Russia da altri Stati non riconosciuti. In tale periodo si videro anche contatti più attivi tra Kiev e Kishinev per rafforzare il blocco dei trasporti e intensificare la guerra psicologica sulla PMR. Nella regione di Odessa si svolgevano esercitazioni della difesa aerea e della NGU alla frontiera con la Transnistria. La Moldavia aumentò contemporaneamente la propaganda contro la presenza della Russia nella PMR, nell’ambito della guerra d’informazione ucraina. Fu il riflesso della complessa strategia verso la posizione russa in Transnistria, per cacciare “pacificamente” l’OGRF o porre le basi per un’operazione militare in caso di crisi bellica in Ucraina, che avrebbero funto da copertura per le provocazioni militari contro la PMR, seguite da operazioni ucraine e moldave contro le forze di Transnistria e l’OGRF. Già nel 2015, al confine con la Transnistria, oltre alle truppe di frontiera e a distaccamenti irregolari, l’Ucraina aveva almeno una brigata e due battaglioni della NGU. A paragone, all’inizio del 2017, UAF aveva due brigate al confine con l’Ucraina, più NGU e truppe di confine. Nel 2015-16, l’Ucraina poteva inviare circa 10000 soldati con 250 blindati, carri armati e lanciarazzi. Ma anche qui c’era un problema. L’OGRF non è nel vuoto, ma si basa sull’esercito della PMR di 20000 soldati (più 60000 riservisti), 25 carri armati, decine di blindati e 70 lanciarazzi multipli. Così, se attaccava la Transnistria, l’Ucraina non poteva neanche godere della superiorità numerica. Perciò gli sforzi per contattare Kishinev, spingerne il regime filo-occidentale ad adottare misure attive, in modo che in caso di crisi l’esercito moldavo entrasse in azione per “ripristinare l’integrità territoriale del Paese”. Inoltre, l’attacco alla Transnistria poteva essere utilizzato come scusa per schierare contingenti della NATO in Romania “per proteggere i civili e l’integrità territoriale della Moldavia”. Tale operazione (come l’Operazione Tempesta contro i Serbi di Krajina, che le forze di pace russe impediscono) era possibile data la scarsa profondità operativa delle forze PMR e dell’OGRF, e dato che la Transnistria può essere facilmente divisa dagli attacchi dal territorio della Moldova e dell’Ucraina.
Il secondo problema globale sono gli aspetti militari e politici della possibile risposta militare diretta della Russia in caso di attacco dell’Ucraina a PMR e OGRF. Kiev con ragione presuppone che la Russia reagirebbe come nel caso dell’attacco della Georgia alle forze di pace nell’Ossezia del Sud, lanciando un attacco diretto all’Ucraina. Potrebbe coinvolgere le forze dispiegate alle frontiere con l’Ucraina nelle regioni di Rostov e Belgorod, così come il gruppo di forze russe in Crimea che, per via della superiorità nei settori in cui avverrebbero gli attacchi principali, sconfiggerebbe le forze ucraine. Ciò portò a varie operazioni di informazione ed intelligence per sondare la disponibilità della Russia ad inviare forze in Ucraina, per via della guerra contro Donbas, nel Perekop o nella PMR, poiché la questione della guerra contro la PMR era ed è considerata nel contesto della guerra nel Donbas e sul confine con la Crimea. Va ricordato che la maggior parte degli scenari con forze russe che combattono in Ucraina, in un modo o nell’altro, influenza le operazioni alle frontiere della PMR. Tali piani non sono particolarmente segreti e per diverse volte minacciarono Russia e Tiraspol nel 2015-16. La risposta non tardò. La Russia, che per molti anni osservò con indifferenza l’avanzata dell’influenza occidentale in Moldavia, iniziò a sostenere attivamente le forze filo-russe e di sinistra, contrappeso naturale alle pretese di UE e lobbisti dell’unificazione della Moldavia con la “Grande Romania”. Il crescente scontro tra i partiti fio-occidentali, la corruzione massiccia, i crudi anticomunismo e russofobia effettivamente avvantaggiano la Russia, poiché le forze filo-occidentali al potere trascinano la Moldavia in una crisi politica che dura da diversi anni, complicando notevolmente i piani di Bruxelles per digerire gli ex-aderenti al Patto di Varsavia e i frammenti della Jugoslavia.
Il cambio dei primi ministri, il miliardo di crediti rubati, gli intrighi dell’oligarca Plakhotnjuk, le continue dimostrazioni nella capitale, la graduale separazione della Gagauzia, tutto ciò ha reso la situazione così instabile che Kishinev non poteva aggredire la PMR. Le vittorie elettorali di Igor Dodon e Renat Usatij riflettono la stanchezza di una parte considerevole della società moldava causata dalle carenze delle politiche economiche e sociali perseguite dagli eurointegratlisti locali. La massima espressione di tale malessere è l’elezione di Dodon alla presidenza. Ciò naturalmente ha reso molto più difficile trascinare la Moldavia in guerra contro la PMR, dato che le varie circostanze vantaggiose sono finite e la situazione è tornata al tradizionale conflitto congelato vigente dai primi anni ’90. Ma il gioco non è finito. In Moldavia, il primo ministro ha più potere del presidente, il che significa che il Paese è sotto un potere esecutivo di fatto: da un lato ci sono gli occidentali che controllano parlamento e governo e, dall’altro, i funzionari, Presidente e numerose forze filo-russe. Quindi le contraddizioni della politica moldova in cui i “democratici” locali continuano a parlare di “scelta europea” e necessità di aderire alla NATO, mentre il presidente e i suoi sostenitori si oppongono all’apertura dell’ufficio della NATO in Moldavia e all’invio di sue truppe nel territorio. Naturalmente, tale situazione è instabile e le parti possono tentare di aumentare l’influenza in Moldavia. UE e NATO cercheranno di neutralizzare gli effetti dell’elezione di Dodon e, come minimo, di limitarne la capacità d’influenzare la politica estera del Paese. La Russia, invece, promuoverà un governo moldavo che adotti le opinioni politiche di Dodon, facilitando la permanenza dello status quo della PMR. L’accoglienza di alto profilo di Dodon a Mosca riflette l’interesse del Cremlino a costruire sui successi conseguiti. La riconciliazione pubblica dei leader di PMR e Moldova è intesa a stabilizzare la situazione attuale, per cui le affermazioni di Tiraspol sulla volontà di un referendum sull’adesione alla Russia non suscitavano a Mosca entusiasmo, poiché contrarie alla politica dello status quo e praticamente difficili da realizzare senza prima affrontare la questione ucraina. Va ricordato che l’aspetto “filo-russo” di Dodon è abbastanza relativo. È innanzitutto un politico moldavo sostenuto dai sentimenti pro-russi di una parte considerevole della società moldava. Non si dovrebbe fare lo stesso errore fatto con il “pro-russo” Janukovuch. La buona accoglienza a Mosca non impediva a Dodon di sostenere la creazione di passaggi alla frontiera con l’Ucraina che potrebbero intensificare il blocco della PMR. Per valutare “pro-russo” un politico della CSI ne vanno esaminate le azioni, non le parole.
L’Ucraina, da parte sua, continua a voler destabilizzare la situazione a proprio vantaggio. Il rafforzamento del blocco delle frontiere della PMR dovrebbe peggiorare la situazione economica e logistica della Transnistria e riflette anche il desiderio di Kiev di mantenere la politica aggressiva verso la PMR nell’ambito del piano globale della NATO per cacciare l’OGRF dalla PMR, pacificamente o con la forza, e poi distruggerla. Quindi, malgrado i problemi della guerra di posizione nel Donbas, due brigate ucraine sono ancora nella regione di Odessa e Kiev sostiene che la Transnistria dovrebbe essere dichiarata “aggressore”, riflettendo così la retorica de circoli radicali filo-occidentali in Moldavia. Quindiì, nonostante i piani ambiziosi sulla PMR rimangano irrealizzabili, si può concludere che non sono abbandonati e solo la paura della risposta militare russa e la situazione instabile in Moldavia impediscono a Kiev di perseguire politiche più aggressive verso la PMR. Inoltre, Kiev probabilmente continuerà a mantenere una presenza militare significativa sulla frontiera della PMR (e provocazioni militari non vanno escluse) e a peggiorare i problemi economici, logistici di Transnistria e OGRF sperando che il pendolo della politica moldava punti nuovamente verso Bruxelles e che gli sforzi sul fianco meridionale della NATO facilitino l’eliminazione dell'”enclave russa”. La Russia, a sua volta, tenterà di preservare lo stato attuale del conflitto congelato tra Moldavia e PMR, mantenere le tendenze favorevoli nella politica interna moldava, aumentare la potenza delle proprie forze ai confini con l’Ucraina (e la difesa della Transnistria), continuando ad ostacolare l’espansione verso est della NATO con risposte simmetriche al dispiegamento di truppe della NATO ai confini della Russia, ed asimmetriche sul piano politico, mediatico e d’intelligence. Ma a lungo termine, la risoluzione del problema della Transnistria dipende da chi prevarrà nella guerra in Ucraina, perché l’attuale regime di Kiev non abbandonerà mai le politiche antirusse e russofobe implicanti la distruzione della PMR. Non ci si deve altresì illudere sulla NATO che abbandona volontariamente l’avvicinamento di infrastrutture alla Russia (anche in Moldavia). Questo è il prezzo della perdita di sovranità politica: se si vuole avere una politica estera indipendente nel mondo contemporaneo, dove il diritto internazionale è scomparso, si dev’essere disposti a giocare alto senza badare al territorio di una nazione. Pertanto anche un piccolo Paese non riconosciuto come la Transnistria ha un ruolo importante nella complessa molteplice lotta che muta l’ordine mondiale in tempo reale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità

Luca Baldelli

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”. Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica: ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja. Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’URSS e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.
Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in URSS, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!) Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore. Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica.
Nell’ottobre 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrishevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici fallirono uno dopo l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’URSS contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse. Quando i nazifascisti, a ottobre–novembre ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali oltretutto disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.
La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.
Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrishevo in un tragico 29 novembre 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere: “Cittadini! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!” E ancora: “Compagni, la vittoria sarà nostra! L’URSS è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!” Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina però era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: Zoja Kosmodemjanskaja.

La Russia intercetta un SOS dalle coste nordcoreane. Un fallito sbarco dei Navy SEAL?

Infomaxx 31/05/2017Esperti militari russi sottolineano che la strategia statunitense basata sulle azioni dei Navy SEAL on della Corea democratica è fondamentalmente errata e può comportare conseguenze disastrose. Come già riportato da molti, il sottomarino nucleare degli Stati Uniti USS Michigan effettuava delle missioni segrete con la squadra d’assalto della portaerei USS Carl Vinson al largo delle coste della Corea. Come altri sottomarini della stessa classe, l’USS Michigan ha diversi dispositivi tecnici che consentono si trasportare e sbarcare 66 uomini delle forze speciali della Marina degli Stati Uniti.
L’USS Michigan era apparso nel porto sudcoreano di Busan dove, secondo fonti dell’intelligence cinese, era arrivato per le esercitazioni militari congiunte del Team 6 dei Navy SEAL degli Stati Uniti e la divisione della versione sudcoreana dei SEAL. Presumibilmente pianificavano un tentativo d’infiltrazione nel territorio della Corea democratica per liquidare fisicamente Kim Jong-Un e il suo entourage. La Marina degli Stati Uniti s’è rifiutata di commentare le azioni del Team 6 dei SEAL. Dei giornalisti notano che nel 2011 questa squadra fu direttamente coinvolta nell’eliminazione di Usama bin Ladin. L’US Navy ha rifiutato qualsiasi commento sul Team 6 riferendosi al fatto che di solito non pubblicizza la posizione dei sottomarini del Pentagono per via delle loro missione segrete. Tuttavia, secondo una fonte attendibile di News Front, collegata con il comando dell’Estremo Oriente russo, il Team 6 dei SEAL aderì a una missione di ricognizione nel territorio della Corea democratica. Tuttavia, fu rilevato da un cane di una pattuglia delle guardie di frontiera nordcoreane. Dopo una breve schermaglia, che causava perdite tra i soldati statunitensi, a seguito della violazione del silenzio radio, la richiesta d’evacuazione immediata fu intercettata dai russi.
Su richiesta di News Front di commentare queste informazioni, un funzionario del Pentagono ha detto che le forze speciali della Marina degli Stati Uniti non sono attualmente coinvolte e non hanno mai partecipato a tentativi di decapitazione e l’intercettazione radio russa non può essere né confermata né smentita. Tuttavia, negli ultimi anni, nella penisola coreana si accumulano forze militari, ed ogni giorno vi sono esercitazioni, tiri ed altre manovre. Sarebbe strano che non vi partecipino le truppe SEAL. Il secondo punto importante è l’USS Michigan. La presenza di questo straordinario sottomarino nella regione, naturalmente, aggiunge alla Marina degli Stati Uniti un elemento per azioni furtive, poco rivelabili, ma una scarsa potenza di fuoco rispetto alla potenza navale con due (ora tre) portaerei presso la Corea del Sud, che rientra nel raggio d’azione anche dei velivoli di stanza a Guam. Ciò suggerisce che il compito principale dell‘USS Michigan è sbarcare forze speciali. E ciò è allarmante perché, secondo i russi, le missioni SEAL nella Corea democratica sarebbero suicide e inaudite.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i veri sostenitori del terrorismo


In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i sostenitori del terrorismo


Trump Dancing With The Devil


Le ‘predizioni’ del film “Obiettivo mortale” (1982)

La Cina smantella le operazioni della CIA

Alexander Mercouris, The Duran 21/5/2017

Il New York Times conferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato un’operazione spionistica della CIA in Cina, imprigionando e giustiziando varie spie.
Il New York Times, basandosi su 10 agenti della CIA, afferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato l’intera operazione della CIA in Cina, arrestando ed eliminando 20 spie. Sembra che in un caso i cinesi giustiziassero una delle spie catturate nel cortile di un edificio pubblico davanti ai colleghi con cui lavorava, per avvertirli dei rischi dello spionaggio per la CIA. Sembra che sia stata la peggiore disfatta che la CIA abbia subito dalla fine della guerra fredda e finora gli agenti sono divisi sulle cause, con alcuni che accusano una talpa (i loro sospetti puntano su un individuo che ora vivrebbe in un Paese asiatico) mentre altri accusano la gestione dei responsabili della CIA a Pechino. Indipendentemente dal fatto che l’episodio causi recriminazioni nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti ancora oggi, e mettendo da parte la questione di come la Cina abbia scoperto e distrutto questa rete spionistica, vi sono numerosi spunti da questo episodio.
Il primo è che, sebbene il New York Times affermi che nel 2013 la Cina avrebbe perduto la capacità d’individuare le spie statunitensi, la sconfitta sembra così devastante che è improbabile che l’operazione della CIA in Cina sia stata riportata ai livelli di prima del 2010.
Il secondo è che, anche se i cinesi hanno agito decisamente e spietatamente per distruggere la rete della CIA, hanno agito anche discretamente. Contrariamente a quanto si sa della vicenda e del totale silenzio della Cina, vi è l’enorme sconcerto negli Stati Uniti sui cosiddetti “illegali russi”, arrestati dall’FBI nello stesso periodo. Contrariamente a certe rivendicazioni, gli “illegali” non erano spie ma agenti che l’intelligence russa cercò d’insediare negli Stati Uniti per sostenere future operazioni di spionaggio. Poiché nessuno di loro era effettivamente una spia, le accuse furono relativamente minori e furono tutti subito deportati in Russia, venendo scambiati con vere spie statunitensi che la Russia aveva arrestato. Malgrado nessuno degli “illegali” fosse una spia, la vicenda dominò l’informazione per diversi giorni con una delle arrestate, Anna Chapman, corriere dell’intelligence non ‘illegale’, diventata star dei media notturni. Il contrasto tra la pubblicità degli Stati Uniti sullo smascheramento di questa rete e il silenzio della Cina sui passi assai più drastici presi nello stesso periodo, eliminando ciò che era chiaramente una rete spionistica, colpisce. Bisogna chiedersi se la pubblicità straordinaria che gli Stati Uniti diedero allo smascheramento dei “illegali” russi fosse una forma di compensazione psicologica per l’enorme sconfitta in Cina.
Il terzo punto segue il secondo, uno dei motivi per cui i cinesi, e anche gli USA, mantennero segreto questo affare fu evitare l’enorme danno che avrebbero subito le relazioni tra Stati Uniti e Cina se ciò diveniva pubblico. È facile vedere come la rivelazione della portata dello spionaggio statunitense in Cina sarebbe stato uno shock per il popolo cinese e la sua leadership ovviamente decise di non avvelenare ulteriormente le relazioni della Cina con gli Stati Uniti pubblicizzando la cosa.
Il quarto punto è che malgrado la preoccupazione cinese, la dimensione dell’operazione spionistica statunitense in Cina e la feroce reazione alla scoperta dimostrano che i due Paesi, per quanti convenevoli si scambino, sono rivali e avversari, non “partner” o amici.
Il quinto punto è che i cinesi reagiscono chiaramente molto più spietatamente alla scoperta di spie dei russi. Nei lunghi anni della guerra fredda tra USA e URSS, e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, si sviluppò una serie chiara di regole. Le spie che lavorano per un Paese, quando catturate dall’altro Paese, salvo circostanze estreme, non venivano più giustiziate, anche se al momento nell’URSS vi era ancora la pena di morte. Invece si trovavano in carcere fino ad essere scambiate. Chiaramente non è così tra Stati Uniti e Cina.
Il sesto punto è che questo episodio evidenzia ancora una volta l’importanza dello spionaggio, cioè dell'”intelligence umana” nel gioco dell’intelligence. Con tutta l’ampia macchina dell’intelligence elettronico di cui sentiamo così tanto parlare, la spiccata vecchia tradizione ha ancora un suo posto, e gli Stati Uniti, insieme alle altre grandi potenze, non fanno eccezione.
Il settimo e ultimo punto è che la fuga su questa storia al New York Times viene ufficialmente sancita, presumibilmente dal nuovo capo della CIA Mike Pompeo, e ci si deve chiedere perché. Può darsi che lui e Trump abbiano deciso di evidenziare la grande sconfitta dell’intelligence che gli Stati Uniti subirono durante l’amministrazione Obama, inviando un messaggio a chi orchestra l’affare Russiagate? Se è così, la fuga di questa storia potrebbe essere il primo passo del contrattacco del presidente Trump, con forse altre rivelazioni come questa.

Anna Chapman

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora