Trump, un maestro delle sconfitte

Prof. James Petras, Global Research, 14 maggio 2018Introduzione
Per qualche tempo, i critici delle politiche del presidente Trump le hanno attribuite a un disturbo mentale; maniaco-depressione incontrollato, narcisismo e altre patologie. La questione della salute mentale di Trump solleva una domanda più profonda: perché le sue patologie assumono una direzione politica specifica? Inoltre, le decisioni di Trump hanno una storia e un background politico, e derivano da logica e credenza nelle ragione e logica del potere imperiale. Esamineremo la ragione per cui Trump ha abbracciato tre decisioni strategiche che hanno conseguenze storiche mondiali, in particolare: Trump rinnega l’accordo nucleare con l’Iran; la dichiarazione di guerra commerciale alla Cina; e l’incontro di Trump con la Corea democratica. In breve esploreremo le ragioni politiche delle sue decisioni; cosa si aspetta di guadagnare; e qual è il suo piano se non riesce a ottenere i risultati atteso e i suoi avversari adottano rappresaglie.

Quadro strategico di Trump
L’ipotesi alla base del pensiero strategico di Trump è che il “potere funziona”: più la sua postura è intransigente, maggiore è la convinzione nel mondo unipolare basato sulla potenza degli Stati Uniti. Come corollario, Trump interpreta qualsiasi alleato, avversario, concorrente che cerca trattative, reciprocità o concessioni come “debole” che dovrebbe spingere o costringere a concedere maggiori concessioni e ulteriori ritiri e sacrifici, fino all’obiettivo finale della resa e sottomissione. In altre parole, la politica della forza di Trump riconosce solo la contro-forza: limitazioni nelle politiche di Trump si avranno solo quando perdite e costi economici e militari tangibili nelle vite degli Stati Uniti minacceranno il dominio imperiale degli USA.

Ragioni per cui Trump ha rotto l’accordo con l’Iran
Trump ha rotto l’accordo con l’Iran perché l’accordo si basava sulla limitazione delle sanzioni statunitensi all’Iran; il totale smantellamento del programma nucleare e la discussione del ruolo limitato dell’Iran a favore di possibili alleati in Medio Oriente. Concessioni unilaterali dell’Iran; lo scambio tra difesa ed opportunità di mercato incoraggiava Trump a credere di poter intimidire militarmente l’Iran chiudendone tutti i mercati. Trump vede il presidente Ruhani come un venditore di tappeti e non uno stratega militare. Trump crede che una stretta economica porterà il Presidente Rouhani a sacrificare gli alleati in Siria, Libano (Hezbollah), Yemen (huthi), Palestina (Hamas) e Iraq (sciiti) e a smantellare la strategia della difesa basata sugli ICBM. Trump persegue l’obiettivo strategico d’indebolire l’Iran e prepararne il cambio di regime, riportando l’Iran a Stato cliente, come prima della rivoluzione del 1979. sotto lo Shah. La seconda ragione della politica di Trump è il rafforzamento del potere militare israeliano in Medio Oriente. Il regime di Trump è profondamente influenzato dalla configurazione del potere sionista (ZPC) negli Stati Uniti, soprannominata “Lobby”. Trump riconosce e si sottomette ai dettami sionisti-israeliani perché hanno un potere senza precedenti nei media, nel settore immobiliare, finanziario e assicurativo (FIRE). Trump riconosce il potere della ZPC nell’acquistare i voti del Congresso, controllare partiti e assicurarsi nomine nel ramo esecutivo. Trump è un tipico autoritario: salta alla gola di deboli, cittadini, alleati e avversari e s’inginocchia al potente ZPC, ai militari e a Wall Street. La sottomissione di Trump al potere sionista rafforza e persino detta la sua decisione di rompere l’accordo con l’Iran e la volontà di fare pressione. Francia, Germania, Regno Unito e Russia a sacrificare accordi commerciali da miliardi di dollari con l’Iran e perseguire una politica di pressione su Teheran per accettarne il programma di disarmo e l’isolamento unilaterale di Trump. Trump crede di poter costringere le multinazionali europee a disobbedire ai propri governi e rispettare le sanzioni.

Ragioni della guerra commerciale di Trump alla Cina
Prima della presidenza di Trump, in particolare col presidente Obama, gli Stati Uniti lanciarono la guerra commerciale e il “perno militare”contro la Cina. Obama propose il Patto Transpacifico per escludere la Cina e dirigere un’armata aeronavale nel Mar Cinese Meridionale. Obama istituì un potente sistema di sorveglianza in Corea del Sud e le esercizitazioni di guerra al confine con la Corea democratica. La politica di Trump ha approfondito e radicalizzato le politiche di Obama. Trump ha esteso la politica bellicosa di Obama nei confronti della Corea democratica, chiedendo la de-nuclearizzazione del suo programma di difesa. Il Presidente Kim della Corea democratica, e il presidente Moon della Corea del Sud raggiunsero l’accordo per aprire negoziati per il trattato di pace per porre fine a 60 anni di ostilità. Tuttavia, il presidente Trump aderì alla conversazione sulla presunzione che le aperture di pace della Corea democratica fossero dovute alle sue minacce di guerra ed intimidazioni. Insisteva sul fatto che qualsiasi accordo di pace e fine delle sanzioni economiche si sarebbero avuti solo cil disarmo nucleare unilaterale, mantenimento delle forze statunitensi nella penisola e supervisione di ispettori approvati dagli Stati Uniti. La dichiarazione unilaterale di Trump della guerra commerciale contro la Cina accompagna la sua convinzione che le minacce militari abbiano portato alla “capitolazione” della Corea democratica, e la promessa di porre fine al programma nucleare. Trump ha imposto un dazio di oltre 100 miliardi di dollari alle esportazioni cinesi per ridurre lo squilibrio commerciale di 200 miliardi in due anni. Ha chiesto alla Cina di chiudere unilateralmente lo “spionaggio” industriale, il “furto tecnologico” (tutte accuse fasulle) e conformarsi al monitoraggio trimestrale degli Stati Uniti. Trump ha chiesto che la Cina non reagisse a dazi o restrizioni o affrontava sanzioni peggiori. Trump minacciava di rispondere a qualsiasi dazio da Pechino, con maggiori dazi e restrizioni su beni e servizi cinesi. Gli obiettivi di Trump è convertire la Corea democratica in un satellite militare per invadere il confine settentrionale della Cina; e della guerra commerciale per spingere la Cina nella crisi economica. Trump crede che se la Cina declina come potenza economica mondiale, gli Stati Uniti cresceranno e domineranno l’economia asiatica e mondiale. Trump ritiene che una guerra commerciale porterà a una guerra militare riuscita. Trump crede che una Cina sottomessa, basata sul suo isolamento dal mercato ‘dinamico’ degli Stati Uniti, migliorerà la ricerca di Washington del dominio incontrastato sul mondo.Dieci tesi errate di Trump
L’agenda politica di Trump è profondamente errata! La rottura dell’accordo nucleare e l’imposizione di dure sanzioni hanno isolato Trump dagli alleati europei e asiatici. L’intervento militare infiammerà una guerra regionale che distruggerebbe i giacimenti petroliferi sauditi. Costringerà l’Iran a perseguire lo scudo nucleare contro l’aggressione USA-Israele e porterà a una guerra prolungata, costosa e alla fine perdente. Le politiche di Trump unificheranno gli iraniani, liberali e nazionalisti, minando i collaborazionisti degli statunitensi. Il mondo musulmano unificherà le forze e porterà il conflitto in Asia, Africa e Medio Oriente. I bombardamenti di Tel Aviv porteranno a contrattacchi su Israele. I prezzi del petrolio saliranno alle stelle, i mercati finanziari crolleranno, le industrie andranno in bancarotta. Le sanzioni di Trump e l’aggressione militare all’Iran porteranno alla reciproca distruzione economica.
La guerra commerciale di Trump con la Cina porterà all’interruzione della catena di approvvigionamento che sostiene l’economia statunitense e in particolare le sue 500 multinazionali che dipendono dall’economia cinese per le esportazioni verso gli Stati Uniti. La Cina aumenterà il consumo interno, diversificherà i mercati e i partner commerciali e rafforzerà la sua alleanza militare con la Russia. La Cina ha maggiore capacità di recupero e di superare le perturbazioni a breve termine e riguadagnare il ruolo dominante di potenza economica globale. Wall Street subirà un catastrofico collasso finanziario e manderà gli Stati Uniti in depressione mondiale.
Le trattative di Trump con la Corea democratica non andranno da nessuna parte finché chiederà il disarmo nucleare unilaterale, il controllo militare USA sulla penisola e l’isolamento politico dalla Cina. Kim insisterà sulla fine delle sanzioni e il trattato di mutua difesa con la Cina. Kim offrirà la fine dei test nucleari ma non delle armi nucleari. Dopo che Trump ha rinnegato l’accordo con l’Iran, Kim riconoscerà che gli accordi cogli Stati Uniti non sono degni di fiducia.

Conclusione
La gesticolazione minacciosa di Trump è un vero pericolo per la pace e la giustizia nel mondo. Ma le sue ipotesi sulle conseguenze della propria politica sono profondamente errate. Non vi è alcuna base per ritenere che le sanzioni possano rovesciare il regime iraniano; che Israele sopravviverà incolume a una guerra con l’Iran: che una guerra petrolifera non metterà a repentaglio l’economia statunitense; che l’Europa permetterà alle sue compagnie di essere congelate sul mercato iraniano.
La guerra commerciale di Trump con la Cina è morta. Non trova siti di produzione alternativi per le multinazionali statunitensi. Non può escludere la Cina dal mercato mondiale, poiché ha legami con cinque continenti.
Trump non può dominare la Corea democratica e costringerla a sacrificare la propria sovranità sulla base di vuote promesse economiche nel revocare le sanzioni.
Trump veleggia verso sconfitte su tutti i fronti. Ma potrebbe portarvi il popolo statunitense nell’abisso nucleare.

Epilogo
Le minacce belluine di Trump fanno parte della strategia del bluff e del bombardamento intimidatorio, al fine di garantirsi vantaggi politici? Trump interpreta la tattica “pazza” di Nixon-Kissinger, in cui il segretario di Stato diceva agli avversari di accettare le sue “ragionevoli” richieste o di affrontare il peggio dal presidente? Non lo penso. Nixon a differenza di Trump non era menato per il naso da Israele. Nixon a differenza di Trump non era guidato da consiglieri favorevoli alla guerra nucleare. Nixon, al contrario di Trump, aprì gli Stati Uniti al commercio con la Cina e firmò accordi per la riduzione nucleare con l’URSS. Nixon promosse con successo la coesistenza pacifica. Trump è un maestro nelle sconfitte.Prof. James Petras è ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

PressTV, 13 maggio 2018

Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credeva che non avrebbe affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma tali attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati“. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano“. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri“, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligence militare“. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Speranza all’orizzonte dopo la visita di Li in Giappone

Li Ruoyu, Global Times, 13/5/2018

La settima riunione dei leader di Cina, Giappone e Corea del Sud si aveva in un momento cruciale nei rapporti tra i tre Paesi nel Nordest asiatico. Il Premier cinese Li Keqiang partecipava all’incontro del 9 maggio, segnando la prima visita del premier cinese in Giappone dal viaggio del Premier Wen Jiabao nel 2010. Le visite bilaterali dei leader cinesi e giapponesi sono diventate meno frequenti in armonia ai tiepidi legami. Come aveva scritto Li in un articolo sul quotidiano giapponese Asahi Shimbun, “Cina e Giappone sono vicini importanti, anche se ci sono decine di voli diretti tra Pechino e Tokyo ogni giorno e ci vogliono poco più di tre ore di volo tra le due città, abbiamo fatto molta strada negli ultimi anni per migliorare e sviluppare i legami tra Cina e Giappone”. Le visite di alto livello sono strettamente collegate alla fiducia tra Paesi. In realtà, questa non è la prima visita in Giappone del primo ministro, dal 2010, ma anche il primo viaggio in Giappone del presidente sudcoreano in sei anni e mezzo, e il primo viaggio in Giappone di Moon Jae-in da presidente. Ciò dimostra che i rapporti tra Giappone e Cina e Corea del Sud sono diminuiti dal 2012, quando Shinzo Abe fu rieletto primo ministro giapponese. L’atteggiamento del Giappone iniziò a cambiare nel 2017. Nell’iniziativa Belt and Road, ad esempio, il Giappone ha mostrato intenzione di cooperare. La Cina accoglie sempre con favore un approccio sincero per promuovere pace e stabilità regionali e migliorare le relazioni tra i Paesi. La visita di Li in Giappone segna una nuova opportunità per migliorare le relazioni sino-giapponesi. Nella dichiarazione congiunta emessa dopo la riunione dei leader di Cina, Giappone e Corea del Sud, la prima parte non menziona, come si vede di solito, questioni economiche o situazione internazionale, ma l’importanza di promuovere scambi interpersonali e culturali. Ciò dimostra che la diplomazia cinese orientata al popolo ha ottenuto un riconoscimento globale.
La richiesta che le relazioni Cina-Giappone si sviluppino sulla base degli scambi interpersonali è stata presente. Inoltre, la domanda non esclude fattori economici e di altro tipo. La dichiarazione dice: “Riaffermando l’importanza dell’espansione del turismo tra i nostri Paesi, continueremo a cercare di raggiungere l’obiettivo di 30 milioni di turisti tra i tre Paesi entro il 2020″. Fatta eccezione del miglioramento della comprensione tra i popoli dei due Paesi, supporta il piano della Promozione della nazione turistica del Giappone. Poiché è comune a i turisti cinesi recarsi in Giappone, il loro itinerario si è esteso dalle metropoli come Tokyo e Osaka ad altre regioni. Ciò aiuterà lo sviluppo regionale del Giappone, a lungo preoccupazione del governo giapponese. In effetti, gli scambi tra persone possono portare enormi benefici economici. La cooperazione economica tradizionale tra i Paesi influenza direttamente l’economia. Cina, Giappone e Corea del Sud si trovano di fronte a una connessione comune sull’economia internazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump promuove la politica dell'”America prima”. La Cina, da grande economia attira più attenzione per la disputa commerciale cogli Stati Uniti. Tuttavia, il Giappone è anche nella lista dei Paesi che verranno puniti da Trump. Giappone e Corea del Sud sono ancora più ansiosi per l’agenda anti-globalizzazione di Trump. poiché i loro mercati interni non sono grandi come quelli della Cina. Ciò è dimostrato dall’impegno alla dichiarazione congiunta di “costruire un’economia mondiale aperta”. Il Giappone ha boicottato l’accordo di libero scambio (FTA) con Cina e Corea del Sud e il Regional Economic Partnership (RCEP), che considerava concorrenti del Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, dopo che gli Stati Uniti hanno lasciato il TPP, il Giappone iniziava a ripensare la politica su FTA e RCEP. Il ripensamento del Giappone può essere dimostrato dalle dichiarazioni congiunte per accelerare i negoziati sull’FTA trilaterale e sul RCEP. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno le redini della sicurezza del Giappone e della Corea del Sud. Se i due Paesi dovessero scegliere tra sicurezza ed economia, è difficile dire se si atterranno ancora alle loro attuali posizioni.
L’algoritmo della sicurezza nel Nordest asiatico oggi ha accolto con favore la situazione in evoluzione. Le tensioni che si allentano sulla questione nucleare della Corea democratica potrebbero offrire a Corea del Sud e Giappone l’opportunità di ridurre la dipendenza dalla sicurezza dagli Stati Uniti. Il leader nordcoreano Kim Jong-un incontrava la controparte sudcoreana e visitava la Cina due volte incontrando il Presidente Xi Jinping. Abe è l’unico dei tre leader che non ha incontrato Kim. Inoltre, il vertice Kim-Trump si terrà a giugno. I colloqui a sei, in cui il Giappone esercitava influenza sulla questione della Corea democratica, sono stati sostituiti da un nuovo sistema. Il Giappone l’ha ovviamente riconosciuto, in quanto non chiedeva pubblicamente di riavviare i colloqui a sei. Invece, spera di espandere la cooperazione con Cina e Corea del Sud, una mossa sensata. La visita del Premier Li in Giappone e la dichiarazione congiunta segnalano che le relazioni coi Paesi del Nordest asiatico migliorano. Solo attuando rigorosamente la dichiarazione congiunta si può raggiungere l’obiettivo di “costruire una piattaforma regionale per la pace e la cooperazione in questa regione”.L’autore è professore associato presso la School of History and Cultures, Sichuan University.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Escalation o gioco delle ombre?

Chroniques du Grand Jeu, 12 maggio 2018Nella grande serie di acronimi che punteggiano la geopolitica dei conflitti eurasiatici, SyrIran gradualmente sostituisce SyrIrak, poiché il conflitto siriano è sempre più legato alla crociata dell’impero ed affiliati contro Teheran. Il grosso problema di cui parliamo oggi è, come tutti sanno, l’interrogativo sull’accordo nucleare iraniano di di Washington e l’escalation della presenza iraniana in Siria. Non si sbagli, tale recrudescenza dell’isteria è prima di tutto riflesso del fiasco monumentale dell’impero nel conflitto siriano, un crollo riassunto da queste mappe.

Gennaio 2017:Maggio 2018:La strategia del salame russo (accordi di evacuazione con Idlib) accoppiata all’efficienza militare lealista ha funzionato molto bene. Lo SIIL ha visto la fine in Siria, a Badia e a Yarmuq, a sud di Damasco. Gli altri barbuti furono rasi al suolo e/o espulsi da Ghuta orientale, Qalamun, Yarmuq e in procinto di esserlo dalla sacca tra Homs e Hama. La continuità territoriale del governo, molto tenue un anno e mezzo fa, è ormai un fatto al di là di ogni dubbio ed è esercitata sui due terzi del Paese, l’arco sciita è in parte ripristinato. Indovinate che dicono Tel Aviv e Riyad…La grande domanda degli ultimi mesi, e il vostro servitore l’ha chiesto molte volte, è se i soliti sospetti israeliani e il loro padrino statunitense avrebbero ingoiato l’orgoglio, i vari interessi finendo per accettare la realtà. Contrariamente a ciò che potremmo pensare degli ultimi eventi, la domanda è ancora pertinente, perché se diversi elementi sembrano indicare l’escalation, altri potrebbero indicare che non arriveremo al punto di non ritorno. Tutti concordano sul fatto che un conflitto Israele/Saud contro l’Iran porterebbe a una disastrosa conflagrazione del Medio Oriente. Nello Yemen, sebbene i petromonarchici siano finalmente avanzati nella provincia di Taiz, gli huthi non hanno perso un centimetro su altri fronti e continuano ad illuminare i cieli sauditi coi loro missili. In Libano, Hezbollah e i suoi oltre 100000 razzi puntati su Israele sono pronti in caso di scontro. Parlando del Paese dei Cedri, si noti che, passando alla vittoria del movimento sciita nelle elezioni legislative della scorsa settimana, l’amara sconfitta di Hariri, il piccolo protetto sunnita dei graffi sceicchi sauditi. Il suo tentativo patetico di salvare la faccia organizzando una “dimostrazione della vittoria” fa ridere da Bayrut ad Ankara: “Il capo druso Walid Jumblatt ha anche criticato Sad Hariri senza nominarlo. “Le elezioni si sono concluse ed è strano che alcuni perdenti celebrino la vittoria e altri usino il clamore mediatico invece di rispettare la legge“, twittava Jumblatt. Hariri prese parte a una manifestazione al Centre House per celebrare ciò che considera la vittoria del proprio partito alle elezioni”. Più interessante geopoliticamente è la critica alla Turchia, che fa eco alla crisi del GCC non più pronunciata, ma che continua: “Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu dichiarava che il primo ministro libanese Sad Hariri, “il perdente” delle elezioni legislative del 6 maggio, dove la Corrente del Futuro perse un terzo dei seggi in Parlamento. “Tutti sanno perché ha perso e non voglio intervenire negli affari interni del Libano“, aveva detto il diplomatico turco durante un incontro con giornalisti arabi ad Istanbul, secondo le dichiarazioni riportate dai media libanesi. “Conoscete il signor Hariri e le ragioni della sua sconfitta“, insisteva con un’implicita critica alle politiche del primo ministro libanese, in particolare sui rapporti con l’Arabia Saudita (…)
Le dichiarazioni del ministro turco arrivano quando la situazione è tesa tra Riyadh e Ankara, specialmente da quando la Turchia ha chiaramente espresso sostegno al Qatar, preso di mira dall’embargo dei vicini. L’Arabia Saudita ed alleati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, sono sempre più diffidenti nei confronti della Turchia, vista come amica di gruppi islamici come la Fratellanza Musulmana, percepita come minaccia alla sicurezza regionale. Nel marzo 2018, durante una visita a Cairo, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, disse che la Turchia fa parte del “triangolo del male” con l’Iran e gruppi islamisti (…) Cavusoglu dichiarò che “i rapporti tra Turchia e Arabia Saudita diventano catastrofici“.
Non sorprende che la crisi sull’accordo nucleare iraniano abbia ulteriormente cementato il divorzio nel Consiglio di cooperazione del Golfo, con Qatar ed anche Quwayt ed Oman che reagiscono con molta cautela alla decisione di Donald, mentre le pedine imperialiste si rallegrano: “Se Qatar, Quwayt e Oman sono cauti, gli altri tre Paesi del Golfo Arabo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn) hanno subito appoggiato e accolto la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare e ripristinare le sanzioni economiche contro l’Iran”. E torniamo alla potenziale conflagrazione della regione. Gli israeliani sono pronti, approfittando della decisione USA d’isolare ancora Teheran, a scatenare le ostilità su un fronte che va dal Libano all’Iran passando dalla Siria? A parole, sì, e da tempo. Ricordiamo a novembre il tirannello saudita dichiararsi “pronto alla guerra totale” contro l’Iran, a cui Ruhani rispose bruscamente: “Conoscete il potere e il posto dell’Iran nella regione. Alcuni dei più grandi si sono rotto i denti. Non siete niente!” La visita di MBS in Israele, riconoscimento di Riyadh degli interessi comuni tra i due Paesi… Ciò che aveva riassunto l’ambasciatore israeliano in Egitto affermando apertamente che Arabia Saudita e Israele hanno la stessa ossessione: affrontare l’Iran. Mai privo d’umorismo, il Saud minacciava anche il Qatar, luogo della tragedia del GCC, di “crollo imminente” se l’emirato non finanziava l’invio delle forze speciali statunitensi in Siria o inviava i propri soldati. Questo è il risultato dell’annuncio di Trump del ritiro parziale delle sue truppe e/o dell’ipotetico invio di un “contingente arabo” nel nord della Siria, ricordando ai curdi, che va “protetta l’area” (non ridete).
Un altro motivo di tensioni era la nomina il mese scorso al posto chiave di consigliere per la sicurezza nazionale di chi promise un cambio di regime a Teheran prima del 2019, il famigerato neocon iranofobo John Bolton. Va notato, tuttavia, che i baffi hanno un po’ di pennellate miste nelle recenti dichiarazioni, dicendo che il ritiro dall’accordo non significava nuova guerra, prima di ritrattare il giorno dopo, accusando Teheran di provocare la stessa guerra… Il fatto è che il ritorno dei veri falchi alla guida della politica estera degli Stati Uniti, inquieta. In effetti, Israele aumentava gli attacchi in Siria contro le installazioni iraniane, il che ovviamente solleva la questione della posizione russa (vi torneremo). Tale recrudescenza culminava con gli scontri di mercoledì e giovedì:
Israele lanciava missili sulla Siria
Damasco rispondeva con 20 razzi sul Golan occupato da Israele
Tel Aviv rispondeva con 60 o 70 missili su varie installazioni iraniane, proiettili che per metà distrutti dalla difesa aerea siriana. Ciò che va notato è la reazione di Damasco (probabilmente consigliata dagli iraniani): con la liberazione del Paese, Assad si sente forte e le regole d’ingaggio sono cambiate . D’ora in poi, risponderà alle incursioni israeliane, anche se vuole fare del Golan un nuovo campo di battaglia o bombardarvi le posizioni delle IDF, o ancora di più se si tratta di affinità. Come spiegava Elijah Magnier, è ovvio che va vista una mano iraniana e non russa: “La Siria, in coordinamento cogli alleati iraniani (e senza tener conto dei desideri russi) ha preso una decisione coraggiosa nella rappresaglia contro obiettivi israeliani nel Golan. Ciò indica che Damasco ed alleati sono pronti ad amplificare il conflitto in risposta alle continue provocazioni d’Israele”. E’ chiaro che ora l’Iran chiaramente afferma la propria presenza in Siria, che è solo giusta, Teheran è il principale vincitore sullo SIIL. Sempre secondo Magnier, Israele scoprì, inorridito, che droni iraniani molto discreti lo sorvolarono territorio impunemente e furono consegnato equipaggiamenti elettronici ai gruppi palestinesi. La reazione fu il bombardamento della base T4, punto di partenza dei droni. Al di là del comportamento un po’ ingrato di Damasco in questa faccenda, tutto ciò rattrista Mosca per ragioni globali. Per la Russia, ora compatrona del Medio Oriente che ha acquisito una statura internazionale raramente vista nella storia, l’escalation del conflitto israelo-iraniano in Siria sarebbe deleteria. Il Cremlino cerca di calmare il gioco: dovremmo vedere il motivo della decisione di non fornire l’S-300 alla Siria, almeno per il momento? Il fatto che ciò coincida con la visita di Bibi Terrore a Mosca non è ovviamente sfuggito a nessuno. Ma nelle ore di colloqui tra i due, di cui ovviamente non filtrò nulla, scommettiamo che le controparti sono state messe sul tavolo. L’orso riuscirà a calmare l’ardore dei belligeranti? Un’altra giustificazione del Cremlino per questa decisione è che la difesa siriana funziona e ha già tutto ciò di cui ha bisogno. Questo è un po’ esagerato, ma l’esibizione siriana contro le salve statunitensi-anglo-francesi porta acqua al mulino della tesi. I russi vorrebbero preservare lo status quo, presenza iraniana non troppo visibile, invio di armi iraniane a Damasco e Hezbollah, bombardamenti israeliani irregolare su obiettivi secondari, che non farebbero altrimenti… Soprattutto perché l’errore diplomatico degli USA gli avvantaggia e sarebbe un peccato perdere questa opportunità per de bisticci locali o regionali. Distruggendo l’accordo nucleare iraniano che avevano firmato, gl USA perdono legittimità e si isolano a livello internazionale. A parte i giullari israeliani dell’impero, il mondo intero, incluse le euronulltà, si oppone alla decisione del cretinoide. Per una volta Mosca, Londra, Pechino, Berlino, Teheran e Parigi parlano con la stessa voce, il che è abbastanza raro da ricordarlo.
Se Ruhani resiste ai duri e mantiene il Paese nell’accordo, sempre garantito da europei, russi e cinesi che non vogliono andarsene, e sostenuto da India e Turchia, assisteremo all’emergere di una convergenza eurasiatica senza precedenti isolando la potenza marittima. Sulle sanzioni contro l’Iran e le compagnie che continuerebbero a farvi affari, se parliamo di compagnie europee come Airbus, va notato che le compagnie statunitensi come Boeing (ordine di 110 aerei dell’Iran Air) sarebbero interessate: una strada reale per la dedollarizzazione. Gli strateghi statunitensi, lettori della Grande scacchiera di Brzezinski, conoscono perfettamente il pericolo dell’emergere del triangolo Russia-Cina-Iran per il futuro della supremazia statunitense sempre più illusoria. Lasceranno che l’amministrazione Trump si suicidi? O è solo una cortina fumogena con cui Donald adempie a una delle sue promesse elettorali, compiacendo gli israeliani e rinegoziando un nuovo accordo? Il futuro lo dirà…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele abbocca, la Siria no

Tony Cartalucci, LD 12 maggio 2018Israele ha ripetutamente colpito la Siria con missili e razzi, lo scambio più recente ebbe luogo dopo che Israele dichiarò che “razzi iraniani” avevano colpito posizioni dell’esercito israeliano nelle alture del Golan che occupa illegalmente. Titoli, come dell’Indipendent, “Israele e Iran sull’orlo della guerra dopo il bombardamento della Siria in risposta al presunto attacco sul Golan“, tentano di ritrarre l’aggressione israeliana come autodifesa. L’Independent, tuttavia, non forniva alcuna prova a conferma delle pretese israeliane. Per facciata, con l’Iran che lancerebbe inspiegabilmente missili contro Israele, non provocato e non ottenendo alcun vantaggio tattico, strategico o politico, la credibilità della narrativa d’Israele viene ulteriormente erosa. Ma forse è la pubblica politica degli Stati Uniti che designa Israele provocatore ostile incaricato d’espandere la guerra per procura di Washington contro Damasco, a rivelare il gioco letale e ingannevole che Israele e i media occidentali giocano. Per anni, i politici statunitensi hanno ammesso sui loro giornali che gli Stati Uniti desiderano un cambio di regime in Iran cercando di provocare una guerra per ottenerlo.

Israele abbocca
Il Brookings Institution, finanziato da aziende e i cui sponsor includono produttori di armi, compagnie petrolifere, banche e appaltatori della difesa, pubblicava un documento nel 2009 intitolato “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia USA verso l’Iran“, non solo sul desiderio di cambiare regime in Iran, ma escogitando varie opzioni per ottenerlo, tra cui sponsorizzazioni di proteste di piazza in tandem con organizzazioni terroristiche note per la guerra per procura contro l’Iran, come fu per Libia e Siria. Includendo anche la provocazione all’Iran per una guerra che i politici del Brookings ripetutamente ammettevano che l’Iran cercava di evitare. Riguardo la provocazione all’Iran basata su numerosi casi inventati, il documento ammetteva: “La verità è che tutti questi sarebbero casi difficili. Perciò, sarebbe molto più preferibile che gli Stati Uniti potessero citare una provocazione iraniana come giustificazione ai raid aerei prima di lanciarli. Chiaramente, quanto più oltraggioso, tanto più letale e tanto meno provocato è l’intervento iraniano, tanto meno ne staranno fuori gli Stati Uniti. Certo, sarebbe difficile per gli Stati Uniti rimproverare l’Iran di tale provocazione se il resto del mondo riconoscesse il trucco, minandolo. (Un metodo che avrebbe qualche possibilità di successo sarebbe accelerare gli sforzi del cambio di regime occulti nella speranza che Tehran rispondesse apertamente, o anche parzialmente, potendolo interpretare come atto non provocato di aggressione iraniana)”. Il documento del Brookings ammetteva persino che l’Iran potrebbe non vendicarsi delle provocazioni più evidenti, come attacchi aerei e missilistici statunitensi o israeliani. I documenti annotano: “…perché molti leader iraniani probabilmente cercherebbero di emergere dai combattimenti nella posizione strategica più vantaggiosa possibile, e poiché probabilmente calcolerebbero che fare la vittima sarebbe la via migliore per raggiungere l’obiettivo, potendo benissimo astenersi da attacchi di rappresaglia missilistici”. Il Brookings ammetteva anche che massicci attacchi aerei contro l’Iran non raggiungerebbero gli scopi statunitensi, come il cambio di regime, e i raid aerei dovrebbero essere parte di una strategia ampia che includa la guerra per procura o su vasta scala guidata dagli Stati Uniti. Documenti più recenti del Brooking, come “Valutare le opzioni per il cambio del regime” del 2012, il Brookings Institution ammetteva che il ruolo d’Israele, in particolare dell’occupazione delle alture del Golan, è fare pressione costante sulla Siria per istigare il cambio di regime. Il documento nota: “I servizi d’intelligence israeliani hanno forte conoscenza della Siria, nonché delle risorse del regime siriano che si potrebbero utilizzate per sovvertire il regime e spingere la rimozione di Assad. Israele potrebbe postulare forze sulle alture del Golan e, così facendo, distogliere le forze del regime dalla repressione dell’opposizione. Questa posizione può suscitare timori nel regime di Assad su una guerra multi-fronte, in particolare se la Turchia fosse disposta a fare lo stesso al suo confine e se l’opposizione siriana venisse nutrita con una dieta costante di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse persuadere la leadership militare siriana a cacciare Assad per preservarsi. I sostenitori affermano che quest’ulteriore pressione potrebbe far pendere l’equilibrio contro Assad in Siria, se altre forze fossero allineate correttamente”. Possiamo supporre che l’obiettivo del 2012 di togliere pressione “all’opposizione” sia fallito, dato che i terroristi sponsorizzati da Golfo-USA-NATO sono stati sconfitti ovunque in Siria, tranne che nelle regioni di confine e nel territorio occupato dalle forze statunitensi ad est. Invece, il ruolo d’Israele ora è cambiato, dalla pressione sulla Siria al tentativo di provocare l’Iran con attacchi sul territorio siriano, per istigare una guerra con la Siria e gli alleati, come l’Iran, provocando la Siria come descritto sul documento del 2009 dalla Brookings, “Quale strada per la Persia?” Nonostante le provocazioni continue israeliane siano rimaste senza risposta per anni, ogni attacco viene presentato dai media occidentali come difensivo. All’inizio di maggio, quando le forze siriane finalmente reagirono, i media occidentali tentarono di spacciarla come attacco non provocato, citando ufficiali israeliani che sostenevano che “missili iraniani” furono sparati sulle alture del Golan, mentre secondo fonti sul terreno, israeliane e siriane, dissero il contrario.

La Siria non abbocca
La rappresaglia della Siria, tuttavia, è stata proporzionale e riluttante. La realtà cinica rimane sul perché. La guerra d’Israele al Libano nel 2006, condotta con un’ampia forza aerea, non ottenne alcuno degli obiettivi d’Israele. L’invasione fallì nel sud del Libano, provocando un’umiliante sconfitta delle forze israeliane. Mentre subì ingenti danni alle infrastrutture, il Libano, e in particolare Hezbollah, ne uscì più forte che mai. Allo stesso modo in Siria, raid aerei ed attacchi missilistici israeliani non potranno sconfiggere la Siria o cambiare le fortune dell’occidente sul cambio di regime. Servono solo come pretesto per provocare una rappresaglia che basti all’occidente come casus belli per un’operazione molto più ampia che influirebbe sul cambio di regime. Sono in corso tentativi d’inserire cunei nell’alleanza siriano-russo-iraniana. Sostenendo che la Russia rifiuta le rappresaglie agli attacchi USA-Israele o di fornire alla Siria altre difese aeree moderne, si tenta di rappresentarla come debole e disinteressata al bene siriano. Resta il fatto che una rappresaglia russa aprirebbe la porta a un possibile conflitto catastrofico che potrebbero non vincere. La consegna di più moderni sistemi di difesa aerea in Siria non cambierà il fatto che gli attacchi USA-Israele falliranno nel raggiungere qualsiasi obiettivo tangibile, con o senza tali difese. Tuttavia, l’invio contribuirebbe ad aumentare le tensioni nella regione, non a gestirle o eliminarle.

Perché la Siria ha già vinto
La Siria e i suoi alleati hanno eliminato le grandi forze per procura che Stati Uniti e alleati armarono e finanziarono per rovesciare il governo siriano fin dal 2011. I resti di tali agenti si aggrappano ai confini della Siria e nelle regioni che Stati Uniti ed alleati provvisoriamente occupano. Se lo status quo del conflitto dovesse continuare e la presenza della Russia mantenersi nella regione, tali forze non potrebbero raggrupparsi e riconquistare il territorio perso. In sostanza, la Siria ha vinto il conflitto. In effetti, parti della Siria sono occupate da eserciti stranieri. La Turchia controlla il nord della Siria e gli Stati Uniti il territorio ad est dell’Eufrate. Mentre l’integrità territoriale della Siria è essenziale, sarà nella posizione migliore per riconquistare questi territori in futuro. Mantenere lo status quo e impedire l’aggravarsi del conflitto è la preoccupazione principale. Nei prossimi anni, in tale status quo, l’equilibrio globale del potere si allontanerà dagli USA. Mentre ciò accadrà, la Siria avrà l’opportunità di reclamare il territorio occupato. Mentre è umano che la gente s’infuri per gli attacchi non provocati da Stati Uniti e Israele, essi sono volti specificamente a provocare una risposta. La pazienza è altrettanto importante per vincere una guerra quanto la furia immediata. Sun Tzu affermò nel trattato strategico “L’arte della guerra”, che: “Un governo non dovrebbe mobilitare l’esercito per rabbia, i leader militari non dovrebbero provocare una guerra per collera. Agire quando è utile, desistere se non lo è. La rabbia può divenire gioia, l’ira può deliziare, ma una nazione distrutta non può rivivere e i morti non possono resuscitare”. Stati Uniti ed alleati cercano di trascinare la Siria e i suoi alleati in una guerra, mentre gli Stati Uniti credono di avere ancora il primato militare. Evitarlo fin quando il primato militare statunitense non ci sarà più è la vera chiave per vincere definitivamente la guerra in Siria. La perfetta “rappresaglia” vincerà la guerra siriana, confondendo e sconfiggendo definitivamente Stati Uniti, NATO, Stati del Golfo Persico e Israele, senza lanciare attacchi missilistici simbolici che gli Stati Uniti cercano ardentemente di usare per provocare una grande guerra da poter vincere, mentre l’attuale equilibrio globale del potere continua a favorirli.Traduzione di Alessandro Lattanzio