La Battaglia di Aleppo: un’analisi dettagliata

Pjotr Skorobogatij Expert, 11.02.2016 – South Front

L’operazione della coalizione russo-siriana ha cambiato notevolmente il teatro delle operazioni e ha causato ogni sorta di conseguenze geopolitiche. In una settimana, il corridoio strategico a nord di Aleppo, utilizzato per rifornire i terroristi dalla Turchia, è stato chiuso. Il successo prevedibile ha fatto fallire il primo round dei negoziati di Ginevra, e la Turchia ha iniziato a prendere seriamente in considerazione un’operazione di terra in Siria. Gli espansionisti di Washington ne sono colpiti assieme alla loro coalizione. I media occidentali hanno diffuso altra propaganda sulle decine di migliaia di civili siriani in fuga dalle bombe russe. La situazione cambia di giorno in giorno, ma la Russia continua ad avere l’iniziativa strategica che impedisce alle potenze arabe e occidentali di reagire.siriyaAppendicite curata
L’Esercito arabo siriano (EAS) non ha ancora forze sufficienti per l’offensiva su larga scala su tutti i fronti, l’Aeronautica russa ha anche i suoi limiti. Pertanto truppe e milizie siriane operano in difesa in alcuni settori e in attacco in altri (province di Lataqia e Dara). Gli intensi preparativi per l’operazione di Aleppo sono durati diverse settimane concentrando formazioni di fanteria e meccanizzate, tra cui lanciarazzi multipli pesanti e carri armati T-90 con equipaggi ben addestrati. Ma la direttrice dell’attacco rimaneva sconosciuta, preoccupando gli estremisti. C’erano molte opzioni disponibili. Con il senno del poi, possiamo trarre la conclusione che lo Stato Maggiore Generale continuasse ad adottare lo stesso concetto operativo: il compito principale della prima fase dell’operazione è chiudere il confine con Turchia e Giordania, da cui arrivano armi e volontari ai jihadisti. Damasco ha colpito la provincia del nord-ovest di Aleppo, puntando all’enclave sciita delle città di Nubul e Zahra circondate da quattro anni. Questa operazione ha mostrato la nuova tattica dell’EAS: le posizioni fortificate vengono bypassate ed invece le punte blindate vengono lanciate sui punti deboli individuati dall’artiglieria pesante e dai bombardamenti aerei. Poi la posizione difensiva viene attaccata dal tergo. Così in pochi giorni decine di città sono state liberate, e il “cuneo” dell’EAS si rafforza ai contrattacchi. L’offensiva di Damasco è sostenuta dai curdi di Ifrin, capitale della provincia curda omonima. A giudicare da coordinamento e sostegno attivo ai curdi della VKS russa, questa coalizione non è un caso, e l’intera operazione è sotto il controllo effettivo degli ufficiali dello Stato Maggiore russo. Le forze curde hanno preso il controllo di diverse città e, nonostante i difficili rapporti con l’EAS, organizzato pattuglie e posti di blocco comuni. Qui è opportuno solo integrare i soldati che hanno pianificato le operazioni in Siria negli ultimi sei mesi. Il loro lavoro è invisibile agli osservatori esterni, ma hanno un’influenza decisiva sul successo delle battaglie e il numero di vittime. Si tratta di questioni come assicurare la cooperazione tra le diverse parti della coalizione siriana (libanesi, iracheni, iraniani, siriani, milizie curde e naturalmente EAS), tra sciiti e sunniti delle varie nazionalità, tra formazioni dai diversi gradi di addestramento, equipaggiamento ed esperienza. Per non parlare di logistica, rifornimenti e trasporto. L’alto livello di professionalità mostrata dai consiglieri militari russi è evidente. Le formazioni di EAS, milizie e forze curde continuano ad allargare il corridoio da nord e sud, anche se la velocità dell’avanzata è rallentata per fortificare il terreno già liberato. Le forze jihadiste ad Aleppo affrontano il pericolo dell’accerchiamento. E’ evidente che le forze della coalizione avanzano a nord, verso la frontiera con la Turchia. Qui gli islamisti fortificano in fretta le posizioni rivolte a sud e ricevono rinforzi dalla Siria. L’obiettivo finale è prendere il controllo del confine. Sarà un grande evento geopolitico, che naturalmente causa notevole nervosismo ad Ankara e tra i suoi alleati.s2L’ancora di salvezza dei terroristi
Cosa significa quel corridoio verde per le forze anti-siriane? Prima di tutto, è il corridoio per inviare armi e carne da cannone, provenienti in grandi quantità. Sì, la provincia di Idlib condivide un confine più a lungo con la Turchia, quindi è troppo presto per parlare di sacca, ma è anche una questione di comodità di accesso, e il corridoio verde dispone di autostrade, valichi di frontiera, rotte del contrabbando ben consolidate, e Aleppo stessa, in parte persa da Damasco, è un importante nodo logistico per i flussi di uomini e mezzi ai terroristi. Idlib ha un confine assai meno conveniente, in quanto il terreno montagnoso impedisce il trasporto di grandi quantità di rifornimenti. Ma c’è anche un’altra importante via logistica che appare in appendice, il commercio tra i jihadisti e lo Stato islamico. L’accordo con la partecipazione di Ankara precisa che le s’invia il carburante dalle province settentrionali siriane, ricevendo cibo in cambio. Questo ne fa l’ancora di salvezza per entrambi, dato che lo SIIL controlla i principali giacimenti di petrolio nel deserto, e i gruppi filo-turchi occupano terreni agricoli, senza petrolio e raffinerie. La Turchia usa naturalmente lo scambio per affrontare le carenze di carburante e cibo in queste parti della Siria occupate dai terroristi. I giornalisti ad Idlib e nelle parti di Aleppo controllate dai jihadisti indicano una situazione umanitaria difficile. Stabilimenti alimentari, trasporti, servizi chiudono per mancanza di carburante per i generatori diesel. Non c’è luce o energia elettrica. Naturalmente, non indicano che gli autoveicoli dei jihadisti circolano allegramente. Il rapido peggioramento delle condizioni sociali nelle province occupate dai terroristi, in combinazione con l’offensiva dell’EAS, ha causato alcune manifestazioni di crisi umanitaria. Vi sono segnali di panico, soprattutto tra i terroristi che hanno sfruttato la Siria da tempo, arricchendosi con il contrabbando e che hanno anche creato famiglie, con l’obiettivo ultimo di utilizzare i fondi accumulati per passare poi in luoghi più prosperi come Turchia o Europa. Fuggono verso la frontiera con la Turchia e si concentrano nei campi specializzati. Ankara afferma che ci sono 50mila rifugiati e chiede che il mondo presti attenzione alla crisi apparentemente causata dalle bombe russe. I valichi di frontiera sono chiusi, le persone continuano ad arrivare e l'”apocalisse umanitaria” riceve ampia copertura dei media occidentali. Questo piano probabilmente sarà usato da Ankara e occidente per fare pressione sulla coalizione Russia-Siria, e potrebbe servire come pretesto per l’invasione via terra.

La Turchia si prepara alla guerra
Il 4 febbraio il MoD Russo riferiva che Ankara aveva avviato un’inaudita “attività militare imprevista“. La Turchia ha rifiutato di permettere un volo d’osservazione russa sul suo territorio in conformità al trattato Open Skies. Un aereo russo doveva sorvolare le regioni di confine turche e le basi aeree della NATO. Questo incidente, che molti media non hanno segnalato, avrebbe fermato l’operazione di terra turca. Gli specialisti russi hanno proposto una rotta chiarendo che lo Stato Maggiore russo sa molto bene cos’è in preparazione, e che la sua reazione sarà estremamente dura. Più tardi, il rappresentante ufficiale del MoD, Maggior-Generale Igor Konashenkov, ha detto che, beh, la Siria ha fornito foto che mostrano obici semoventi turchi al confine: “Ogni giorno ci sono sempre più segnali dei preparativi per invadere la Siria. Riteniamo che le azioni turche siano sforzi pericolosi e criminali per nascondere le attività militari al confine con la Siria“. Ankara vede prioritario creare una zona cuscinetto sul confine meridionale, ma la questione è se tale zona sarà in territorio turco o siriano. Una volta che la speranza di rovesciare Assad s’è dissipata all’arrivo della Russia, Ankara ha dovuto istituire distaccamenti al confine per evitare che i terroristi, sottraendosi agli attacchi aerei russi, entrino in Turchia. La zona cuscinetto è destinata anche a tenere a bada l’offensiva curda e ad impedirgli di collegare le due grandi enclavi curde in Siria, a nord-ovest e nord-est. Infine, è necessaria un’ipotetica zona d’influenza per assicurarsi che i terroristi continuino ad essere riforniti e per continuare a commerciare con lo SIIL. L’avvertimento russo ha fermato l’avanzata turca, ma non ha risolto il problema generale: con ogni nuova città liberata nel “saliente” a nord di Aleppo, Ankara ha sempre meno tempo per intervenire in Siria. E’ una cosa prendere territorio ai terroristi, e qualcos’altro combattere l’EAS o i curdi ora attivamente sostenuti dagli Stati Uniti. Il bivio decisionale è questo: la Turchia o è pronta ad agire unilateralmente con il tacito supporto occidentale, o si coordinerà con la coalizione filo-USA. La prima opzione potrebbe seguire il precedente del Libano: Israele invase il Libano meridionale molte volte per combattere Hezbollah senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite e nonostante le condanne dei Paesi limitrofi. Tel Aviv operò con rapidità e decisione, creando una zona di non volo, inviando truppe e attaccando l’avversario con operazioni speciali di incursioni e bombardamenti di artiglieria mirati. Il risultato fu sempre discutibile, ma Israele non subì conseguenze fatali. Ankara potrebbe usare la crisi umanitaria artificiale al confine come pretesto per un’operazione simile, già spiegata, se necessario, per garantire la stabilità dell’UE. Erdogan continua a ricattare sapientemente gli infantili eurocrati: “Possiamo aprire le porte verso Grecia e Bulgaria e portarvi i profughi sugli autobus. Se ci date 3 miliardi di euro per due anni, non vi sarà alcuna ulteriore discussione. La Grecia ha ricevuto 400 milioni durante la crisi. Dovremmo utilizzare questo denaro per creare una zona di sicurezza in Siria per risolvere tutti i problemi dei rifugiati“. L’UE, per inciso, potrebbe decidere di salvarsi da ulteriori problemi e chiudere gli occhi sulle operazioni militari della Turchia, così come ha ignorato il massacro nelle province curde della Turchia. Merkel ha chiarito che è disposta a giocare a tale gioco: “Siamo non solo stupiti ma sconvolti negli ultimi giorni dalla sofferenza di decine di migliaia di persone a causa dei bombardamenti anche russi“, e gli altri Paesi della NATO sono “scioccati” dagli attacchi aerei russi, e il segretario generale della NATO Stoltenberg ha detto che la nostra operazione in Siria impedisce la risoluzione pacifica del conflitto e aumenta le tensioni nella regione. Il MoD russo ha risposto: “Vorremmo ricordare a Stoltenberg che non sono gli attacchi aerei russi che hanno causato la crisi in Siria, ma le azioni insensate della NATO che hanno precipitato il Medio Oriente nel caos. Inoltre, prima che gli aerei russi arrivassero in Siria, la NATO fece finta per tre anni di distruggere il terrorismo internazionale. Per tutto il tempo, nessuno in occidente e in particolare a Bruxelles ha così tanto parlato di negoziato sulla Siria. Stavano solo calcolando quando il Paese sarebbe finalmente crollato, come la Libia dove i Paesi della NATO si erano impegnati a creare la “democrazia” occidentale. Se qualcuno in questo momento in Siria è preoccupato dagli aerei russi, sono i terroristi. Vorremmo chiedere a Stoltenberg perché certi Paesi della NATO sono preoccupati dagli aerei russi in Siria“. Va ricordato che l’intervento della Turchia non significa affatto lo scontro diretto tra Russia e Turchia. Probabilmente sarà limitata a un’altra guerra ibrida, ed è del tutto possibile che le truppe siriane indurite da quattro anni di guerra possano affrontare da sole i soldati turchi. “Ogni intervento militare senza l’approvazione del governo siriano va considerato un’aggressione. Gli invasori saranno rispediti a casa nelle bare“, è la risposta diretta di Damasco. C’è anche un’altra possibilità, e cioè che la Turchia non solo tenti di creare una zona cuscinetto, ma di sfondare verso Aleppo o Raqqa. Ma ciò è possibile solo se agisce nell’ambito di una coalizione.

I problemi della coalizione
La maggior parte dei tentativi di discutere un’ipotetica guerra tra Russia e Turchia non valutano realisticamente tutti gli attori del conflitto siriano. Ankara è descritta come un manicomio pronto al suicidio in qualsiasi momento. Il ruolo degli Stati Uniti, che chiaramente hanno perso l’iniziativa nella regione, tende ad essere sminuito e in generale le politiche di Obama sono trattate con disprezzo. Sottovalutare la potenza più forte del mondo potrebbe essere costoso, ma per fortuna sono soprattutto dei cittadini a farlo, non gli specialisti. Certo, Washington è stata colta di sorpresa dalla manovra russa in Siria e ha perso le sue teste di ponte tattiche in Siria. Ma è ancora dominante in Iraq, dove sembra disposta ad avviare una grande operazione contro lo SIIL per muoversi verso Raqqa. L’inizio delle operazioni è indicativamente prevista per la primavera 2016. La sua fattibilità è discutibile. Non è chiaro chi combatterà: l’Esercito iracheno che di solito subisce sconfitte, le ipotetiche forze degli Stati Uniti, il cui schieramento dovrebbe superare le prove pre-elettorali, o i mercenari sauditi che bruciano dal desiderio di attaccare gli iraniani sul fronte siriano, ma che ancora contare le proprie perdite nello Yemen. Quindi, ecco la “fresca” e relativamente potente macchina militare turca che qui potrebbe rivelarsi necessaria. A dire il vero, gli Stati Uniti hanno complicato i rapporti con Ankara sostenendo i curdi. Il 7 febbraio, Erdogan ha praticamente dato a Washington un ultimatum, chiedendo di scegliere alleato, indignato dalla visita del rappresentante presidenziale statunitense Brett McGurk ad Ayn al-ARab, dove ha incontrato le milizie curde: “Come possiamo fidarci? Chi è il vostro partner? Io o questi terroristi di Kobane“, ha detto il primo ministro della Turchia Davutoglu mostrando al vicepresidente degli Stati Uniti Biden la mappa del confine contrassegnata dai luoghi utilizzati dai curdi siriani per inviare armi ai curdi turchi. Ankara trova qualsiasi cooperazione di Washington con i curdi inaccettabile, ne è il principale ostacolo. Non è chiaro come Washington risolva tale problema. Da un lato, i curdi sono deboli militarmente rispetto ai turchi, e non importa quante armi gli diano gli Stati Uniti, la fanteria curda troverà difficoltà a combattere grandi battaglie. I curdi non operano al di fuori delle zone in cui abitano, soprattutto senza la garanzia di avere un proprio Stato (che la Casa Bianca non vuole dare). Dall’altra parte, i curdi sono l’unico vero punto d’appoggio di Washington sul suolo siriano, la cui perdita significherebbe lasciare il teatro delle operazioni siriano. La pressione turca costringerebbe i curdi in Iraq e Siria a puntare le armi contro i loro nemici storici turchi, lasciando così lo SIIL sulla coscienza degli Stati Uniti o aderendo alla coalizione russo-siriana. La guerra si complicherebbe, ed è del tutto possibile che gli Stati Uniti ne siano semplicemente espulsi. Il problema è che gli Stati Uniti sono costretti a tenere a freno le ambizioni turche, ma non hanno influenza sufficiente per costringere Erdogan a fare ciò che vogliono. “La crescente ostilità della Turchia verso i combattenti curdi in Siria, gli alleati più efficaci degli USA contro lo SIIL, mina gli sforzi per lanciare operazioni più efficaci contro tale gruppo estremista“, hanno detto dei funzionari degli Stati Uniti al Wall Street Journal. Washington è anche scontenta del fallimento dei colloqui di Ginevra e ne accusa Ankara, implicando che abbia istruito i terroristi che controlla. Ciò non significa che Washington accetta le condizioni di Damasco, ma il processo di pace è un’altra leva d’influenza con cui la Turchia stordisce l’occidente con la sua testardaggine. La creazione di una coalizione filo-USA con la partecipazione di Ankara e la prospettiva di un’operazione terrestre imminente poteva contenere temporaneamente le ambizioni di Erdogan e renderle compatibili con la politica estera degli Stati Uniti, fino al punto di compensarne il costo quale alleato instabile. Tuttavia, in questo momento alcuna delle parti nel conflitto siriano ha la potenza militare sufficiente per risolvere tutto. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che l’iniziativa appartiene a chi ha la fanteria meglio addestrata ed equipaggiata, ed è Damasco.

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I carri armati Vladimir nella battaglia per Aleppo
Ekaterina Zgirovskaja e Pavel Kotljar, Gazeta, 10 febbraio 2016 – RBTH

Il nuovo carro armato russo T-90 ‘Vladimir’ è al suo primo impiego all’estero, partecipando alla battaglia per respingere le forze che si oppongono al leader siriano Bashar al-Assad dalla cruciale città di Aleppo.

image14Il carro armato T-90, tra i nuovi equipaggiamenti entrati in servizio nelle Forze Armate russe, ha il battesimo del fuoco sui campi di battaglia in Siria. I media turchi e iraniani segnalano la presenza dei carri armati russi T-90 Vladimir in Siria, di cui fonti del Ministero della Difesa russo hanno confermato la presenza. Il giornale filo-governativo turco Yeni Safak citava un capo locale chiamato Mahmut Hasan dire che “sono stati attaccati da più di 80 carri armati T-72 e T-90“. Le truppe governative riconquistavano le città di Nubul e al-Zahra a nord di Aleppo. Il loro sforzo è controllare la “zona di sicurezza” tra le città di Azaz e Jarabulus sul confine siriano. L’agenzia iraniana Fars nel frattempo riferiva il 2 febbraio che l’Esercito arabo siriano impiega carri armati T-90 nei pressi di Aleppo, dicendo che erano stati dispiegati nei pressi della città di Qan Tuman, a sud di Aleppo, dopo che l’Esercito arabo siriano l’ha ripresa a dicembre. “Sfruttando la superiorità dei carri armati T-90, le truppe governative siriane ed alleate circondavano le importanti città di Qan Tuman e al-Qarasi sulla strada Aleppo-Damasco“, ha detto una fonte militare. Un’offensiva congiunta di Esercito arabo siriano, Forze di difesa nazionale e militari iracheni aveva inizio il 1° febbraio, con la conseguente liberazione dei villaggi di Hardatnin, Duwayr al-Zaytun e Tal Jabin. L’agenzia stampa russa RNS il 5 febbraio citava fonti del Ministero della Difesa russo dire che numerosi carri armati russi T-90A, precedentemente in servizio nelle Forze Armate russe, erano stati consegnati alla Siria verso la fine del 2015. I militari siriani avevano ricevuto l’addestramento necessario nei poligoni russi, secondo l’agenzia, aggiungendo che i carri armati T-90A forniti alla Siria sono utilizzati dall’Esercito arabo siriano nei pressi di Aleppo, sostenendo l’avanzata dei gruppi d’assalto dell’EAS. Il carro armato russo T-90A, entrato in servizio nel 2004, è una versione aggiornata del T-90, noto come Vladimir, costruito negli anni ’90 sulla base del carro armato T-72B; è chiamato Vladimir in onore del capo progettista del carro Vladimir Potkin. Le caratteristiche distintive del T-90A sono il motore, la torretta e i visori termici. Il carro armato ha blindature reattive di terza generazione che garantiscono la protezione contro i proiettili ad alta velocità de-calibrati da 120mm M829A2 e DM43A1 usati dai carri armati M1 Abrams e Leopard-2. Aleksej Ramm, osservatore militare del Corriere Militare-Industriale, ha detto che le caratteristiche del terreno permettono il “pieno impiego di questi carri armati presso Aleppo, Idlib, Hama, Homs, ma i principali sforzi sono ora concentrati su due aree: a nord di Aleppo e a nord di Lataqia“.12366234_1630998357161628_2962020559893527860_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’aspirante sultano e la Divisione Aeroportata russa, che succederà?

Moon of Alabama, 9 febbraio 2016700x350c50L’operazione siriana contro i terroristi eterodiretti continua con l’aiuto di Russia, Iran e altre forze alleate. L’operazione ha lo scopo di eliminare tutti i terroristi e loro alleati, come richiesto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “La reiterata richiesta della risoluzione 2249 (2015) agli Stati membri è impedire e reprimere il terrorismo, in particolare dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL, noto anche come Daash), al-Nusra (ANF) e tutti gli altri individui, gruppi, imprese ed entità associate ad al-Qaida e SIIL, e altri gruppi terroristici, (…) e sradicarne il santuario che hanno creato”. Gli Stati Uniti per ora sembrano aderire alla risoluzione e permettere a Siria e Russia di fare ciò che devono. Ma vi sono altri che hanno investito sulla Siria più dell’amministrazione Obama. Lo scopo immediato delle forze siriane è chiudere il confine con la Turchia e liberare Aleppo dai jihadisti. 6000 soldati dall’Iran sono arrivati a sostenere l’operazione. Una grande operazione è prevista nei prossimi mesi. Ma sauditi, qatarioti, turchi e israeliani vogliono combattere il governo siriano fino all’ultimo ribelle siriano e mercenario straniero. Non rinunciano a sogni ed ingenti investimenti fatti per abbattere la Siria. Gruppi di terroristi sono stati appena richiamati ad Ankara per ricevere nuovi ordini. I sauditi avanzano l’offerta infida d’inviare truppe a combattere in Siria. Probabilmente è solo una copertura per incitare altri ad invadere il Paese. La Turchia è la candidata più probabile. Qui un giornalista turco, fervente seguace e portavoce di Erdogan, avanza la folle tesi che l’autodifesa della Turchia richieda di attaccare la Siria e gli alleati russi e iraniani: “La guerra di Teheran e Mosca contro questo Paese è una guerra contro Ankara. Questi due Paesi in realtà combattono direttamente la Turchia. Non vi è più alcun modo di nasconderlo. … La Turchia deve intervenire direttamente sulla questione siriana. Azione militare inclusa. Se Iran e Russia possono entrare in questo Paese con pretesti inconsistenti, se possono bombardare anche un puntino del nostro confine, se possono deportare i civili siriani in Turchia e attaccare la Turchia dalla Siria, allora la Turchia ha di gran lunga più ragione e diritto di loro. Nessuno vorrebbe una guerra aperta. Nessuno vorrebbe una guerra tra Russia e Iran e Turchia. Nemmeno l’avrebbero desiderato. Ma questa volta è molto grave. Se un passo non viene fatto oggi, ci accingeremo a combattere in condizioni più severe in futuro. Non esiste una cosa come il regime siriano o l’amministrazione di Damasco. Il Paese è stato ricreato e questa situazione chiaramente minaccia direttamente la Turchia e ci si aspetta che rimaniamo in silenzio accettandolo! Quale Paese può arrendersi a una cosa del genere? Vi è una minaccia, la condizione fisica e la ragione legale per intervenire”. Follie simili sono scritte dai clown della propaganda sionista sui principali quotidiani degli Stati Uniti L’assedio non ancora attuato a migliaia di terroristi di al-Qaida/al-Nusra e forse a circa 40000 civili ostaggi degli insorti in parti di Aleppo viene usato per invocare l’attacco degli Stati Uniti contro le forze siriane e russe. Dal Washington Post: “Operando sotto l’ombrello della NATO, gli Stati Uniti potrebbero utilizzare mezzi aeronavali nella regione per creare una no-fly zone da Aleppo al confine turco e chiarire che impedirà il continuo bombardamento di civili e rifugiati da qualsiasi parte, anche ai russi. Si potrebbe utilizzare la no-fly zone per tenere aperto il corridoio con la Turchia e utilizzare i propri mezzi per fornire a città e sfollati nella regione assistenza umanitaria. Se russi e siriani cercano di evitare la protezione umanitaria e il rifornimento della città, dovrebbero affrontarne le conseguenze militari”.
German Chancellor Angela Merkel visits Turkey Una mappa pubblicata lo scorso venerdì da La Repubblica, senza ulteriori spiegazioni, mostra l’invasione turca della parte settentrionale della Siria, attualmente occupata dallo Stato Islamico. Tale operazione consentirebbe di tenere aperte le comunicazioni tra Turchia e Stato Islamico, minacciate dai piani di attacco curdi e russi sulla stessa area per eliminare la presenza dello SIIL. Tale linea di comunicazione è importante. Lo scorso anno la comunità d’intelligence degli Stati Uniti dichiarò che vi erano circa 20000 jihadisti stranieri di SIIL, Jabhat al-Nusra e altri gruppi terroristici in Siria e Iraq. Nella testimonianza al Congresso di oggi (.pdf) il direttore dell’intelligence nazionale James Clapper parla di 38000. La Turchia afferma che ha chiuso le frontiere ai combattenti stranieri che vanno in Siria e Iraq. Se è così, come hanno fatto questi altri 18000 jihadisti stranieri ad entrare in Siria e in Iraq? Sono caduti dal cielo? I terroristi dello SIIL difficilmente vi sono stati aviotrasportati. Le truppe aeroportate russe atterrerebbero, piuttosto, se la Turchia dovesse fare qualcosa di stupido. La Russia ha già avvertito di aver osservato i preparativi dei turchi per l’invasione, ed ha lanciato un’esercitazione improvvisa con le truppe aviotrasportate e l’aviazione da trasporto militare nel Comando meridionale. La 56.ma Brigata d’Assalto Aereo della Guardia e la 7.ma Divisione Aerotrasportata della Guardia, a Kamyshin e Novorossijsk, sono state allertate. Sono unità d’élite che presero parte alle guerre cecene. L’anno scorso una Brigata Aeroportata della Difesa Aerea russa eseguì un’esercitazione a sorpresa. Queste forze, oltre a ulteriori unità aeree russe, probabilmente reagiranno all’invasione turca della Siria. Combatterebbero sul territorio siriano, non turco, e polverizzerebbero qualsiasi forza d’invasione turca di medie dimensioni.
Erdogan ricatta l’Unione europea con la minaccia d’inviare centinaia di migliaia di profughi. Non si capisce il motivo per cui l’Unione europea, e in particolare la cancelliera tedesca Merkel, lo permettano. Se l’UE, o anche la sola Germania, usassero le valvole economiche disponibili sulla Turchia, la sua economia urlerebbe di dolore. Un avvertimento ai turisti tedeschi a non recarsi in Turchia per il pericolo di attentati costerebbe alla Turchia miliardi di entrate all’anno. Anche avvertimenti sul credito alle banche turche sovraesposte sarebbero possibili; le linee di credito all’esportazione potrebbero essere ridotte, e le importazioni agricole dalla Turchia finire sotto più stretti controlli. In un anno la Turchia perderebbe almeno il 10% del PIL. Ma UE e Merkel non sembrano ricordarsi di essere derise dall’aspirante sultano ottomano. Gli Stati Uniti hanno solo snobbato la Turchia dichiarando che non ritengono la curdo-siriana YPG un’organizzazione terroristica. La Turchia ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti sulla questione. Erdogan sembra fuori di sé. Ora è il fattore dei più incalcolabili futuri sviluppi in Siria. Ma se dovesse invadere la Siria non potrà contare su NATO e Stati Uniti. Cosa combinerà?Russian-war-exerciseTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il satellite nordcoreano ha sorvolato il Super Bowl degli Stati Uniti

Il Pentagono conferma che Pyongyang ha posto un satellite in orbita
Sputnik 08/02/2016
Gli Stati Uniti possono confermare che la Corea democratica ha messo un “satellite o dispositivo spaziale” in orbita, ha detto il portavoce del Pentagono Peter Cook.heres-what-we-know-about-north-koreas-new-missile-and-the-satellite-it-put-into-orbit-1454876900Il 7 febbraio, la Corea democratica ha lanciato un missile lunga gittata, sfidando una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che vieta a Pyongyang il lancio di missili che possono essere utilizzati come missili balistici a testata nucleari. “Possiamo dire che hanno messo un satellite o dispositivo spaziale in orbita“, ha detto ai giornalisti Cook.

La Corea del Sud conferma la posa in orbita del satellite della RPDC
Xinhua 09/02/2016

Screen-Shot-2016-02-07-at-2.56.27-PMIl ministero della Difesa della Corea del Sud ha detto che un satellite, lanciato due giorni prima dalla Repubblica democratica popolare di Corea, era stato posto in orbita con successo. I media dello Stato della Corea democratica avevano detto che il Paese aveva messo in orbita il satellite di osservazione Kwangmyongsong-4 con un missile Kwangmyongsong, circa 9 minuti e 46 secondi dopo il decollo alle 9:30 ora locale. Confermando l’annuncio della Corea democratica, il ministero della Difesa ha detto che il missile ha svolto normalmente la separazione dei tre stadi e che il satellite era stato messo in orbita normalmente. Il missile è stato lanciato alle ore 9.30, e due minuti dopo s’era separato il primo stadio, caduto nelle acque al largo della costa nord-est della Corea del Sud. Subito dopo la separazione, il primo stadio esplose in circa 270 frammenti con l’auto-distruzione, per evitare che la Corea del Sud lo scoprisse e lo valutasse, ha detto il ministero. Il primo stadio cadde nella zona che la Corea democratica aveva indicato all’Organizzazione marittima internazionale. Il secondo stadio sarebbe caduto al largo delle coste orientali della Filippine, a 2380 chilometri dalla principale base missilistica della Corea democratica di Tongchang-ri, nella costa occidentale. Il ministero ha detto che il satellite Kwangmyongsong-4 è stato messo in orbita 9 minuti e 29 secondi dopo il lancio, 17 secondi più veloce del tempo di volo dalla Corea democratica.

Il satellite nordcoreano ha sorvolato il Super Bowl degli Stati Uniti
Contrainjerencia 08/02/2016

N160209192814BIl satellite della Corea democratica Kwangmyongsong-4 (Stella splendente) ha sorvolato lo stadio in cui si celebrava il Super Bowl, un’ora dopo la fine della manifestazione sportiva, tenutasi il 7 febbraio. “E’ successo quasi direttamente al di sopra della Silicon Valley, dove sono e dove lo stadio si trova“, ha detto Martyn Williams, osservatore tecnologico, riporta AP. Il “passaggio si è verificato alle 20:26, dopo la partita. Non vi attribuisco più di una coincidenza, ma è molto interessante“, ha aggiunto Williams. La finale del campionato di football tra i Denver Broncos e i Carolina Panthers a San Francisco (California), si era conclusa alle 19:25. Secondo il rapporto ufficiale l’Amministrazione dello Sviluppo Aerospaziale Nazionale della Corea democratica, il “lancio è riuscito; il satellite segue un’orbita polare con perigeo di 494,6 km e apogeo di 500 km, con un angolo di inclinazione di 97,4 gradi. L’orbita dura 94 minuti e 24 secondi“. Secondo Pyongyang, il satellite monitorerà le condizioni meteo, individuando risorse naturali ed estensione delle foreste, fornendo dati per aiutare gli agricoltori a migliorare i raccolti. Tuttavia, Stati Uniti d’America e Corea del Sud dicono che il lancio rientra nel progetto di Pyongyang per costruire un  missile balistico a lungo raggio dopo che un satellite spia aveva rilevato attività nel centro di prova.
Il 2 febbraio la Corea democratica comunicava all’Organizzazione marittima internazionale (IMO), un’agenzia delle Nazioni Unite, che prevedeva di mettere in orbita un satellite di osservazione della Terra tra l’8 e il 25 febbraio. Il Comando della Difesa Aerospaziale del Nord America (NORAD) dice che la Corea democratica ha attualmente due satelliti in orbita intorno alla Terra.1034366008-—-kopia

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le battaglie della missione cubana in Angola

Alessandro Lattanzio
Fonte: Soviet EmpiremilitarizationLa campagna internazionalista di Cuba in Angola viene spesso raffigurata in certi siti internet e articoli solo dal punto di vista del governo dell’apartheid del Sud Africa e dai suoi militari delle SADF, glorificando l’esercito di uno dei regimi più brutali del XX secolo e infangando la memoria storica dei combattenti internazionalisti che lottarono per abbattere il regime razzista. Tali elementi cercheranno sempre di farlo nelle loro opere, per la disperata frustrazione della fine dei privilegi della minoranza conservatrice bianca. Indipendentemente da tali tentativi vacui, il crollo definitivo del regime razzista ha sepolto tali nostalgismi, mentre la Rivoluzione cubana va avanti e i Paesi africani cercano la loro via al progresso.AngolaMapaBattaglia di Norton de Matros, 5 ottobre 1975
Vittoria temporanea tattica e strategica dei contro-rivoluzionari. Huambo cadde nelle mani dell’UNITA, ma fu liberata nel 1976. Le forze angolane cercarono di bloccare la città con 3 colonne; l’UNITA aveva “una colonna” e 3 blindati con numerosi consiglieri sudafricani. Si sostenne che il capo dell’UNITA Jonas Savimbi avesse partecipato alla battaglia.
In un primo momento le forze angolane sconfissero i banditi dell’UNITA, distruggendo 1 carro armato. Gli inesperti banditi si dispersero in preda al panico, e solo con molta fatica i consiglieri sudafricani riuscirono a radunarli e infine respingere le forze angolane, che avrebbero perso 100 uomini; sconosciute le perdite dell’UNITA. Il successo dell’UNITA fu temporaneo, l’anno successivo angolani e cubani liberarono Huambo nonostante l’attività controrivoluzionaria nella zona continuasse fino al 1992. L’area sarà una roccaforte dell’UNITA fino al 1995, dove il capo dell’UNITA, Jonas Savimbi, dirigeva le sue forze: considerando lo scarso rendimento del comando dell’UNITA, altra dimostrazione dell’incapacità di Savimbi, la battaglia fu una vittoria dell’UNITA solo grazie ai consiglieri sudafricani.Soldati_cubani_angola_AFP_zps018b45baBattaglia di Quifangondo, 10 novembre 1975
Vittoria strategica, tattica e morale decisiva. Luanda fu salvata, il FNLA fu distrutto, gli invasori sudafricani costretti a ritirarsi. Quando la Repubblica popolare era in pericolo, la battaglia cambiò le sorti della guerra. Una coalizione di 2000 controrivoluzionari del FNLA di Holden Roberto, 1200 soldati zairesi di Mamina Lama, 120 mercenari portoghesi di Santos e Castro e 52 sudafricani di Ben Roos affrontarono 850 angolani e 88 cubani (e non 188 come riportato spesso) e un solo ufficiale sovietico, sotto il comando del generale angolano Ndozi e del cubano Raul Diaz Arguelles.
Le Forze cubane tesero un’imboscata al nemico utilizzando 6 lanciarazzi BM-21, un’arma inaspettata, e il nemico non arrivò nemmeno vicino le posizioni dei cubano-angolani. Fu un massacro, quasi tutti i soldati dell’FNLA furono eliminati da razzi, tiri di mortaio e di armi leggere, i soldati razzisti bianchi li usarono come carne da cannone e solo 5 mercenari portoghesi furono eliminati. 6 jeep e 20 blindati Panhard furono distrutti o abbandonati. I 3 cannoni sudafricani da 140mm non spararono, mentre uno dei 2 cannoni ex-nordcoreani da 130mm dei zairesi esplose alla prima salva uccidendo i soldati addetti; non era stato pulito e riparato. Solo 2 cubani furono feriti e gli angolani ebbero 2 feriti e 1 morto, ucciso mentre era allo scoperto. Anche l’unico sovietico presente su ferito nell’operazione.
Questa importante vittoria, soprannominata dal nemico ‘Strada della Morte’, pose fine alla possibilità del nemico di distruggere i movimenti socialisti africani, e fu probabilmente la battaglia con il maggiore scarto tra vittime, un morto contro 2000 del gruppo controrivoluzionario FNLA noto per i sanguinosi massacri etnici contro la popolazione civile (anche con episodi di cannibalismo).

800px-Battle_of_quifangondoBattaglia di Cabinda, 8-13 novembre 1975
bmVittoria decisiva tattica e strategica. Cabinda fu salvata e lo Zaire capì che una guerra diretta contro l’Angola sarebbe stata assai costosa.
Una forza di 3000 banditi del FLEC, 1000 soldati zairesi e almeno 120 mercenari occidentali (statunitensi, francesi e portoghesi), sotto il comando del capo del FLEC Henrique Tiago e di un anonimo mercenario statunitense (eliminato in azione), contro 1231 combattenti angolani e cubani, sotto il comando del cubano Ramon Espinosa Martin. Nonostante un primo assalto del nemico costringesse gli angolani a ritirarsi, altri due attacchi furono respinti, e gli angolani si ritirarono a Cabinda mentre il nemico finì sui campi minati cubani e sotto il tiro delle mitragliere ZPU-14. Il nemico tentò un assalto diretto alla città, ma subì pesanti perdite e fu costretto a ritirarsi. Almeno 1600 nemici (solo contando le perdite del FLEC) furono eliminati nell’assalto, mentre gli angolani ebbero 30 morti e 50 feriti. La vittoria fu molto importante, perché l’enclave di Cabinda fu salvata dai controrivoluzionari e dai mercenari occidentali, e il governo dello Zaire decise di non rischiare altre azioni aperte contro l’Angola.

Battaglia di Ebo, 23 novembre 1975
Vittoria tattica e morale cubana.
Una squadra di 70 soldati cubani tese un’imboscata da un gruppo armato nemico, usando un lanciarazzi BM-21, mortai, RPG-7 e un cannone da 76mm. I sudafricani e i controrivoluzionari dell’UNITA subirono perdite enormi grazie al terreno difficile, 6 blindati sudafricani Eland furono distrutti e 1 catturato intatto. Il nemico subì 90 caduti. Anche un aereo da ricognizione Bosbok venne abbattuto, con la morte dei 2 piloti sudafricani. Durante la battaglia solo 1 soldato cubano cadde (Juan Tamayo Castro) e altri 5 furono feriti. Il nemico non seppe che fu attaccato da pochi soldati cubani (parlarono di “1300 nemici”). La battaglia fu indicata dal nemico come “dominata dai neri”, pensando ci fossero gli angolani, ma un gran numero di volontari cubani erano di colore.ANGOLA SOLDADOS DO MPLA NO KUITO FOTO FERNANDO RICARDOBattaglia del fiume Niha, 11-12 dicembre 1975
Vittoria tattica e morale del Sud Africa, strategicamente inutile.
Quando la vittoria era ormai assicurata, il nemico cercò la vendetta. Un gruppo di 300 sudafricani con 12 blindati Eland, assieme ad alcuni banditi dell’UNITA, attaccarono postazioni angolano-cubane sul fiume e nel ponte. Vi erano circa 1000 cubani e angolani che non si aspettavano l’attacco. 28 cubani caddero, mentre i sudafricani ebbero 4 morti e 12 feriti. Ma l’ultimo giorno di operazioni 1 elicottero nemico fu abbattuto, eliminando altri 7 sudafricani. Raul Diaz Arguelle, comandante della Battaglia di Quifangondo, fu tra i caduti cubani. Nonostante la perdita di alcune postazioni, il risultato non cambiò e l’operazione del nemico in Angola (Operazione Savannah) fallì perché il governo del MPLA rimase. La propaganda atlantista tentò di sfruttare tale operazione strategicamente insignificante, facendovi anche un film di guerra alla Rambo, sostenendo di aver ucciso centinaia di angolani e cubani.

Massacro di Cassinga, 4 maggio 1978
Fallimento strategico e disastro politico sudafricano.
angolami1720hip2028e29lw5L’esercito sudafricano, nel tentativo di reprimere la lotta della SWAPO in Namibia, ricorse a una serie di bombardamenti e di operazioni nel territorio angolano per distruggerne le basi. Nonostante gli sforzi, non sconfisse la guerriglia, che eluse l’assalto sudafricano. La propaganda atlantista prese l’abitudine si gonfiare il numero dei nemici uccisi. L’attacco più feroce fu il massacro di Cassinga. Il piano delle SADF era uccidere la leadership della SWAPO, nel campo profughi di Cassinga, dove erano rifugiati 3068 civili, protetti da 300 volontari.
Dimo Amaambo, il leader della SWAPO, fu oggetto di un’operazione per ucciderlo da parte di 370 paracadutisti sudafricani con supporto aereo. Soldati e paracadutisti massacrarono i civili, uccidendo 167 donne, 298 bambini e 159 anziani; altre 611 persone furono ferite. I sudafricani subirono 4 morti e 11 feriti. Una colonna cubana di 400 soldati con 4 carri armati, 17 blindati, 7 camion e 9 cannoni cercò di raggiungere Cassinga ma fu bombardato dagli aerei nemici e 17 cubani caddero e altri 68 furono feriti. Un bombardiere sudafricano Buccaneer fu danneggiato da mitragliatici da 14,5mm della contraerea angolana. Nonostante ciò i cubani raggiunsero il campo e il nemico fu costretto a ritirarsi, salvando migliaia di civili.

Battaglia di Cangamba, luglio – agosto 1983
Decisiva vittoria tattica e morale.
6000 banditi dell’UNITA attaccarono Cangamba difesa da 92 cubani e 818 angolani, militari e civili. Fu un lungo assedio, dove alla fine i difensori non avevano più cibo e acqua. Il nemico aveva 60 cannoni, mortai e lanciarazzi, e consiglieri sudafricani. Durante la battaglia un aereo da trasporto An-26 angolano fu distrutto su una piccola pista aerea. Infine grazie a un paio di incursioni delle Forze Speciali cubane dietro le linee nemiche, e l’arrivo di una colonna di rinforzi, il nemico fuggì subendo almeno 2000 morti, mentre i cubani ebbero 18 caduti e poco più gli angolani, compresi i civili. Un recente film cubano descrive la battaglia.

Battaglia di Sumbe, 25 marzo 1984
AngolaCubansVittoria tattica e morale.
3000 banditi dell’UNITA tentarono un secondo attacco, ma questa volta colpendo i civili. A Sumbe c’erano pochi militari ma numerosi civili cubani, sovietici, bulgari, portoghesi e italiani. Vi erano 250 cubani, di cui 175 civili, e 350 angolani, quasi tutti civili. Il nemico pensò di trovare una facile preda, ma i civili si armarono e scavarono le trincee. Grazie anche ai raid di caccia MiG-21 ed elicotteri Mi-8 cubani, il nemico fu respinto subendo almeno 150 morti. 2 soldati cubani caddero assieme a 7 civili, mentre altri 21 civili furono feriti. Gli angolani ebbero 2 caduti e 2 feriti. Un piccolo gruppo di portoghesi, mentre cercava di fuggire dall’assedio fu catturato e ucciso dall’UNITA.

Battaglia del fiume Lomba, 3 settembre – 7 ottobre 1987
Decisiva vittoria strategica, tattica e morale sudafricana.
L’esercito angolano, con 10000 uomini e 150 carri armati, tentò un grande attacco contro l’UNITA, senza il sostegno dei cubani. Il nemico era formato da 8000 banditi dell’UNITA e 4000 soldati del Sud Africa. Il 3 settembre un missile angolano SA-8 abbatteva un ricognitore sudafricano. Il 10 settembre ci fu il primo attacco di 2000 angolani e 6 carri armati T-55 contro 4 Ratel, 16 Casspir e 240 sudafricani assieme ai banditi dell’UNITA. L’attacco fu respinto dall’artiglieria sudafricana, gli angolani persero i 6 carri armati ed ebbero 100 perdite. Tre giorni dopo gli angolani attaccarono di nuovo, 40 mercenari dell’UNITA furono eliminati. I carri armati T-55 affrontarono i Ratel, 5 T-55 furono distrutti insieme a 3 Ratel, e i sudafricani subirono 8 morti e 4 feriti. Tra il 14 e il 23 settembre vi furono altri scontri, gli angolani ebbero 382 perdite, mentre i sudafricani 1 morto e 3 feriti. Ignote le perdite dell’UNITA. Il 3 ottobre il nemico distrusse un lanciamissili SA-9 su un ponte, bloccandolo e altri carri armati T-55 furono distrutti. Ma qui l’UNITA fuggì abbandonando i blindati Ratel, mentre un T-55 distrusse il Ratel del comandante sudafricano tenente Hind, eliminandolo. I sudafricani si ritirarono mentre gli angolani persero altri 2 T-55 e subirono altre 250 perdite, mentre 2 nuovi carri armati sudafricani Oliphant furono distrutti dalle mine. Alla fine gli angolani si ritirarono abbandonando 127 automezzi, molti dei quali impantanati nel terreno, che furono poi distrutti da un raid delle forze aeree cubane per non lasciarli al nemico. La propaganda sudafricana sostenne che 4000 angolani furono uccisi, ma in realtà furono 525, e persero in azione 18 carri armati, 1 blindato e 1 sistema SAM. I sudafricani ebbero 18 morti e 12 feriti, e persero 2 carri armati Oliphant, 4 blindati Ratel e 1 aereo da ricognizione; l’UNITA ebbe 270 morti almeno.DSC01332Battaglia di Cuito Cuanavale, dicembre 1987 – marzo 1988
Vittoria decisiva e definitiva tattica, strategica e morale. Fu la più grande battaglia africana dalla seconda guerra mondiale e fu soprannominata la Stalingrado africana.
Durante la battaglia 1500 cubani, 10000 angolani e 3000 namibiani della SWAPO e sudafricani dell’Umkhonto we Sizwe dell’ANC furono attaccati da 9000 sudafricani e 20000 banditi dell’UNITA. Leader della difesa fu il cubano Leopoldo Cinta Frias, aiutato dai comandanti angolani Mateus Miguel Angelo, soprannominato Vietnam, e Josè Domingues Ngueto. I comandanti sudafricani erano Deon Ferreira e Jan Geldenhuys, mentre i banditi dell’UNITA erano capeggiati da Demostene Amos Chilingutila e Arlindo Pena.
La prima fase della battaglia fu lo scontro aereo. Nell’autunno 1987 il caccia MiG-23 del pilota cubano Eduardo Gonzales Sarria abbatté 1 aereo d’attacco Impala sudafricano e poi 1 caccia Mirage sudafricano. Il 27 settembre, JCC Goden sul suo MiG-23 abbatté 1 Mirage sudafricano, e Alberto Ley Rivas ne abbatté un altro. Anche 1 elicottero Puma sudafricano fu abbattuto da un MiG-23. L’esercito cubano ebbe la superiorità aerea, e gli aerei sudafricani non si fecero vedere più.2013-04-01campbell-mapI sudafricani attaccarono sei volte le difese cubano-angolane:

13 gennaio 1988
Dopo un’ondata di banditi dell’UNITA, l’attacco sudafricano ebbe un successo iniziale, i sudafricani rivendicarono la distruzione di 4 carri armati e 1 blindato angolano-cubani, sebbene non ci fossero mezzi corazzati cubani e angolani sul posto… Le forze angolane erano composte dalle 21.ma e 51.ma Brigata. I sudafricani persero 2 blindati Ratel prima che MiG-21 e MiG-23 cubani distruggessero la colonna nemica. 7 carri armati Oliphant, alcuni blindati Eland e cannoni dei sudafricani furono distrutti. La 21.ma Brigata riprese le trincee occupate dall’UNITA.
Il 16 gennaio un raid aereo cubano colpiva un gruppo sudafricano, e il 21 gennaio il MiG-23 di Charlos R. Perez fu abbattuto dall’UNITA.

14 febbraio 1988
40 carri armati Oliphant e 100 blindati Casspir e Ratel sudafricani attaccarono la 59.ma Brigata angolana. I cubani raccolsero tutti i carri armati a disposizione per fermare l’assalto nemico: 14 carri armati T-54 e 1 carro armato T-55 del gruppo del comandante cubano Betancourt, ma solo 7 carri armati T-54 si scontrarono con il nemico; 6 furono distrutti e i cubani ebbero 14 caduti, ma il nemico di ritirò avendo perso 10 Oliphant e 4 Ratel. La battaglia dimostrò la superiorità del T-54 sui carri armati sudafricani Oliphant. L’azione dei carri armati cubani spinse l’UNITA ad abbandonare le trincee prese.
Il 15 febbraio il MiG-23 di John Rodriguez fu abbattuto dall’UNITA e Rodriguez fu ucciso.

Capitano John Rodriguez Gonzalez

Capitano John Rodriguez Gonzalez

19 febbraio 1988
25.ma e 59.ma Brigata angolane respinsero l’attacco dei sudafricani, che persero 1 Ratel, 1 Oliphant e 3 soldati. 1 caccia Mirage sudafricano fu abbattuto da un missile antiaereo portatile Strela-3 e da uno ZSU-23-4 Shilka cubano. Il pilota fu ucciso.

25 febbraio 1988
I sudafricani attaccarono, ma furono fermati dall’artiglieria e dai carri armati interrati degli angolano-cubani, perdendo 2 Ratel e 2 Oliphant, mentre altri 4 Oliphant e 1 Ratel furono gravemente danneggiati. La South African Air Force provò per l’ultima volta a riconquistare la superiorità aerea con una grande agguato dei Mirage contro 3 MiG-23 cubani, ma senza risultati.

29 febbraio 1988
Per la quinta volta i sudafricani attaccarono gli angolani, venendo respinti e subendo 20 morti e 59 feriti.

17 marzo, Ernesto Chavez sul suo MiG-23 veniva abbattuto e ucciso da un cannone antiaereo Ystervark da 20mm sudafricano. Fu l’unica vittoria della difesa antiaerea sudafricana. Il 19 marzo nel corso di una ricognizione il Mirage di Willie Van Coppenhagen fu abbattuto e il pilota ucciso.

23 marzo 1988
Sesto e ultimo attacco dei sudafricani; fu un disastro, il “disastro di Tumpo”.
L’UNITA subì una carneficina e i sudafricani ebbero 1 carro armato Oliphant distrutto, 2 danneggiati e altri 3 catturati dalle forze angolano-cubane. Almeno un carro armato Oliphant finì in Unione Sovietica. Con questo fallimento, il regime sudafricano si ritirò da Angola e Namibia, e pose fine agli aiuti ai terroristi controrivoluzionari dell’UNITA.1619414887671A Cuito 900 tra angolani, namibiani e sudafricani dell’ANC caddero e i cubani ebbero 39 caduti e persero 6 carri armati e 4 MiG. L’UNITA perse 6000 banditi negli assalti ad ondata umana contro le fortificazioni angolane. I sudafricani li usarono come carne da cannone. I sudafricani persero 715 effettivi, tra morti e dispersi, oltre a 24 carri armati, 21 blindati, 24 cannoni G-5, 6 cannoni semoventi G-6, 7 aerei e 7 droni.

Angola_unita_ENGBattaglia di Tchipa, 4 maggio – 27 giugno 1988
L’offensiva delle forze cubano-angolane e dello SWAPO al confine con la Namibia fu una decisiva vittoria morale e tattica, grazie alla superiorità totale dell’aeronautica cubana.

4 maggio: prima imboscata
La prima operazione iniziò quando un gruppo di 60 cubani e 21 namibiani del battaglione esplorativo Tiger attaccò la 2.da Compagnia del 101.mo Battaglione della SWATF. Il nemico fuggì senza opporre resistenza, dopo aver avuto 30 morti e 1 prigioniero, 5 veicoli distrutti e 1 Casspir catturato. I resti della colonna furono distrutti da un MiG-23 sulla strada per Lubango.

22 maggio: seconda imboscata
Un gruppo di cubani e namibiani della SWAPO tese un’imboscata al 32.mo battaglione Buffal. 2 cubani caddero ma l’attacco dei MiG-23 costrinse il nemico a ritirarsi. Il giorno successivo i sudafricani subirono un’imboscata e persero 3 veicoli Unimog, catturati intatti, ma altri 4 cubani caddero.

27 giugno: terza imboscata
Ultima azione della guerra. Un gruppo di namibiani e cubani formato da 30 effettivi del 5° Battaglione delle forze speciali cubane, con 3 blindati BMP-1, attaccò il 61.mo battaglione meccanizzato sudafricano, formata da 70 uomini e 8 veicoli Ratel. BMP-1 e RPG-7 spararono insieme distruggendo 4 Ratel. Il nemico fuggì dopo aver subito 20 morti, abbandonando 1 Ratel intatto che fu catturato. Una seconda colonna del nemico di rinforzo fu bombardata e distrutta dai MiG-23 cubani.
Bombardamento di Caluenque. Lo stesso giorno 11 MiG-23 cubani bombardarono la base sudafricana di Caluenque, illegalmente occupata. I sudafricani subirono 50 morti e un centinaio di feriti.033Battaglia di Huambo 9 gennaio – 7 marzo 1993
Vittoria morale e tattica, fallimento strategico. L’UNITA aveva ancora 20000 armati sotto il comando di Demostene Amos Chilingutila e di Jonas Savimbi, capo del gruppo terroristico. Tale forza si ammassò vicino Huambo, base principale dell’UNITA. Le forze angolane effettuarono un massiccio attacco al comando di Joao de Matos e Francisco Iginio Cameiro. Dopo mesi di scontri gli angolani eliminarono 15000 terroristi dell’UNITA e Savimbi fuggì, perseguendo una campagna terroristica fino alla morte, avvenuta il 22 febbraio 2002. Dopo di ché la guerra si concluse definitivamente.

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Erwan Castel: I risultati dei primi otto mesi trascorsi nel Donbas

“Servire” o “servirsi”, non è il problema!
Erwan Castel, Alawata12112319Ieri mattina, un ufficiale dello Stato Maggiore ci ha portato i nostri passaporti militari ufficiali della RPD, e ammetto che abbiamo ricevuto questi piccoli libretti militari come bambini che aprono i regali di Natale… Infatti questi piccoli passaporti militari da 10x8cm, al di fuori dei vantaggi amministrativi e di movimento che rappresentano, sono soprattutto un riconoscimento del nostro impegno sul fronte del Donbas. Se questi documenti si facevano attendere, è perché un’indagine si era svolta per convalidarli, e ciò a seguito delle esperienze negative con i volontari francesi della prima unità continentale.

“Servirsi”? o…
Ciò non sembra una semplice formalità amministrativa, è in realtà il punto di arrivo di un lungo percorso a ostacoli, molti dei quali, ho amaramente notato, posti per lo più da persone provenienti dalla Francia. Tali narcisisti ambiziosi che preferivano gli onori all’Onore, immaginavano di trovare notorietà nel Donbas, impossibile da raggiungere a causa dei loro vari errori o frustrazioni. Oggi, alcuni di questi egocentrici, smascherate le intenzioni reali della loro presenza in questa guerra (o intorno), cercano di dilagare impegno e azioni che non riuscirono a compiere, coloro che non sono rimasti sul terreno… Gli intriganti si riconosceranno, e vorrebbero che mi abbassi al loro livello di meschinità degenerata nel difendermi dalle loro calunnie… Ma è tempo perso, perché non ho nulla da imparare da furfanti che cercano nella calunnia la vendetta per essere stati denunciati arrivando a sacrificare la lotta per la quale siamo giunti qui. (Ciò dimostra che la guerra era solo un pretesto per seguire propri interessi egoistici). Finché dura la guerra, lascio questi miserabili individualisti annegare nei loro fiele e amarezza e nel frattempo continuo, anche se lentamente, a fare progressi sulla strada tracciata un anno fa, il giorno in cui decisi di venire semplicemente a servire nelle file dell’esercito della Repubblica di Donetsk. Questo è ciò che ho fatto!
Ora consentitemi di discutere gli aspetti positivi, per fortuna molto più numerosi e importanti, delle pose risibili dei falliti insabbiatisi temporaneamente nel conflitto del Donbas.

“Servire”!
Un’avventura militare unica
Il nostro impegno qui è soprattutto un impegno militare con i difensori del Donbas, i miliziani improvvisati sono diventati soldati professionisti. È perciò che inizio da questa dimensione essenziale, permettendo, sotto la protezione delle armi da fuoco repubblicane, altre avventure umane e interiori fiorenti in questa terra del Donbas, fedele al suo passato ed esempio per il nostro futuro. Quando la ribellione fu improvvisata nel 2014, data la sproporzionata speciale operazione lanciata da Kiev, rivelandone la natura genocida, mancanza di organizzazione e mezzi ebbero la conseguenza vantaggiosa di aprire le porte del Donbas a tutti i militari e civili disposti ad aiutare la strenua resistenza di questo popolo coraggioso. La quota di volontari stranieri provenienti da Russia, Cecenia, Serbia e altri Paesi dell’Europa orientale è significativa, perché era una forza motivata e con esperienza, che spesso non solo risparmiò ai santuari di Donetsk e Lugansk la nuova occupazione fascista, ma confermava la vera e propria identità comunitaria dei popoli slavi superstite alla mutevole geopolitica degli Stati. Rapidamente, altri volontari si unirono ai ranghi della milizia, come spagnoli, tedeschi, francesi, brasiliani e anche statunitensi! Penso, senza esagerare, di poter indicare oltre trenta nazionalità che bloccano oggi, sul fronte, l’avanzata dei battaglioni di Kiev. (Solo nella nostra unità ne contiamo 9!)
Abbiamo confermato sul terreno, per otto mesi, ciò che sentivo seguendo le notizie in rete dalla Guyana:
– Il sacrificio disinteressato dei volontari giunti a combattere a loro spese, lasciando i familiari a casa senza la speranza della certezza di ritornare sani e salvi. Molti hanno accettato la sfida di venire in un Paese senza parlarne la lingua.
– Un coraggio senza precedenti in battaglia, al limite dell’incoscienza a volte, ma necessario per compensare la mancanza di mezzi materiali e capacità tattiche di un addestramento improvvisato.
– Una speciale fratellanza dei combattimenti, saldando questi combattenti provenienti da ogni dove contro un nemico comune. Questa fiamma illumina ancora il cuore dei miliziani divenuti soldati professionisti e che eleva ancora la capacità operativa forgiata dalla prova del fuoco…
Integrare questo esercito non è stato facile, perché dovemmo essere pazienti, farci forza e sottoporci alle inerziali procedure burocratiche post-sovietiche ancora vigenti (ma che in ultima analisi, avanza lentamente!) All’inizio di quest’anno, è stata la volta dei battaglioni della Guardia Repubblicana nella necessaria transizione da gruppi di autodifesa al Corpo di Difesa professionale in divenire… I volontari francesi sono stati poi dispersi nel 3°, 4 ° e 8° battaglione della Guardia e poi impegnati in diversi settori (Aeroporto, Marinka, Aleksandrovka, Debaltsevo ecc…) I battaglioni della Guardia Repubblicana ora sono l’anticamera del “Corpo Abarone”, un esercito in formazione e pieno di promesse, beneficiando di inquadramento professionale, attrezzature moderne e varie, e dell’efficienza basata su disciplina e addestramento quotidiano. Ci siamo riuniti e siamo stati incorporati ad agosto nel Corpo, poche settimane dopo abbiamo aderito alla compagnia ricognizione della 5.ta Brigata motorizzata, dove ora addestriamo la terza sezione, composta per lo più da volontari stranieri. E con piacere che ho trovato in questa unità un rigore militare e procedure professionali molto vicine a quelle della NATO…
Ora siamo già operativi e sul fronte, in missioni d’intelligence molto interessanti, per lo più infiltrazione nelle linee nemiche.

Un’avventura umana straordinaria
Il confronto armato è già un’intensa avventura umana, come ho appena detto, ma senza la presenza della popolazione, tale impegno non è altro che uno scontro inutile, al massimo il mercenario egocentrico che appare su molte pagine personali dei combattenti che parlano solo di se stessi con una successione di selfies narcisistici (purtroppo anche da noi, come dimostra la “produzione” e le interviste dei fuggiaschi dell’Unità continentale, per esempio). Un soldato, anche se può provare sensazioni esilaranti in combattimento, non deve dimenticare il motivo per cui, o più precisamente per chi, combatte, perché senza questa dimensione del servizio verso gli altri, può perdersi nella foga del momento. Questo lega segretamente la sua azione a un ideale superiore e gli dà coraggio e moderazione, qualità che lo differenziano dalla soldataglia affamata e ubriaca d’odio. Quando incontrai il popolo del Donbas, tolta l’immagine veicolata dalla propaganda, rimasi sorpreso dalla sua bellezza e nobiltà, mantenute con dignità sotto i bombardamenti… Infatti, la popolazione continua a vivere secondo i costumi ereditati dal passato e si sforza di mantenere attività normali e senza spavalderia a poche centinaia di metri dal fronte… E’ una popolazione coraggiosa dove i minatori e i contadini incarnano i due pilastri radicati sulla terra, di una società elevata alla memoria del grande vento della Storia che spazzò diverse volte, dall’Orda d’Oro di Genghis Khan alle orde blindate di Adolf Hitler…
Ciò che sorprende l’Europa occidentale sono queste azioni quotidiane praticamente scomparse in occidente, ma qui si osservano tutto il giorno intorno a noi: uomini che lasciano i loro posti alle donne e agli anziani sugli autobus affollati, dove il denaro passa senza paura di mano in mano fino all’autista, alle nonne che alimentano con tenerezza cani e gatti randagi tra innumerevoli giardini e parchi curati, il segno della croce alla vista delle chiese dalle cupole dorate scintillanti come fari nel mezzo della notte, ai mazzi di rose portati dagli uomini che escono dal lavoro, dalle rughe della fatica cancellate dal sorriso della gioia di vivere nonostante tutto… Questa popolazione è nobile nel senso della nobiltà naturale, forgiata nel cuore di tutti da storia e cultura trasmesse e memorizzate di generazione in generazione… Qui gli uomini sono virili e forti, le donne graziose ed eleganti e i bambini innocenti ed allegri. In questo Paese tradizionale ciascun resta sé stesso, senza inganno o artificio ipocrita imposti da una società schiavista del consumo e amorale. Descrivere l’ammirazione che ho per le donne e gli uomini del Donbas sarebbe troppo lungo, ma ringrazio con tutto il mio cuore la loro ospitalità e soprattutto l’esempio semplice ed eroico che s’è inciso con umiltà nel mio cuore. Sono venuto animato da una fede meta-politica e anti-mondialista, offrendo i miei servizi alla Repubblica di Donetsk. Se questa motivazione è intatta, nel frattempo il mio impegno s’è rafforzato di questo amore condiviso e portato dal popolo coraggioso di Novorossija.

Un’emozionante avventura personale
Discutere la dimensione personale di un’avventura come questo impegno nel Donbas, non è facile, soprattutto quando non è finito… ma sento questo impegno più come elemento fondamentale che mero passo di un già lungo viaggio. Giungere nel Donbas non era una cosa semplice, né viverci, perché non conoscendo la lingua russa, avendo difficoltà normali o dovute ad altri, correndo i rischi di guerra, dato il tempo trascorso, creano uno strano miscuglio di singolarità, tra attesa infinita e intensità continua… L’impegno nel Donbas è infatti più per me culmine e realizzazione mentale che un’esperienza iniziatrice (anche se emozionante), come nel caso dei volontari più giovani presenti intorno a me. Non ho nulla da dimostrare giungendo qui, ma continuo ad imparare ogni giorno cercando di conservare lo sguardo candido affrontando senza pregiudizi nuove esperienze…
Impegnato nell’esercito francese alla fine della “guerra fredda”, per più di 10 anni guardai ad est da ufficiale dell’intelligence… Quando la cortina di ferro e il mondo sovietico caddero, confesso di non aver capito immediatamente la realtà della strategia statunitense, lobotomizzato dalla propaganda della NATO. Nel 1999, il conflitto in Jugoslavia m’inquietò, soprattutto quando raccolsi in Guyana le testimonianze di alcuni miei ex-compagni che vi parteciparono… Il ventesimo secolo si concluse bene come era post-moderna delle nuove minacce. A poco a poco, il velo della propaganda statunitense fu strappato, e ogni nuovo conflitto tracciava i contorni geopolitici della strategia aggressiva degli Stati Uniti al servizio degli interessi militari-industriali definiti dalla plutocrazia internazionale… Accanto a tale escalation guerrafondaia che ogni anno incendiava un nuovo Paese, l’indifferenza dell’opinione pubblica, lobotomizzata dalla propaganda del Nuovo Ordine Mondiale, confermava che la schiavitù nel mondo moderno era una realtà, perfino oltre le visioni orwelliane… Da all’ora sono un osservatore più attento, ma questa volta osservando verso ovest, sulla nuova grande scacchiera che andava formandosi agli inizi del XXI secolo. Quando parallelamente alla guerra in Siria, la crisi ucraina degenerò in conflitto armato, decisi d’impegnarmi con i ribelli del Donbas che rifiutano l’egemonia degli Stati Uniti, senz’altra ambizione che meglio testimoniare la verità di questa prima battaglia europea della terza guerra mondiale…
Gli ultimi otto mesi passati sul campo hanno ancorato le mie convinzioni in modo appassionato, convintomi più che mai che il futuro dell’Europa appartiene ancora ai suoi popoli, a condizione che mantengano la libera consapevolezza della propria identità naturale. Dopo il Donbas, la lotta continuerà con o senza di me, perché qui un movimento di liberazione è nato nel 2014, indicando con l’esempio della resistenza di un popolo sovrano, il percorso di una vera e propria rivoluzione conservatrice che sbarazzi il giogo del pensiero unico. Il Donbas ha vinto la guerra lanciatagli contro nel 2014, ora dobbiamo affrontare una sfida più grande: svegliare le coscienze dal sonno…
Grazie alla lotta, qui sappiamo che è possibile… Nel frattempo dobbiamo completare la vittoria liberando i territori occupati da Kiev…
La lotta continua…IMG_20150924_165650Erwan Castel, volontario della Novorossija

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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