Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

CIA e assassinio dei leader

Vladimir Platov New Eastern Outlook 14.01.2018
La storia della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti è piena di numerosi esempi di omicidi politici, non solo negli Stati Uniti, ma anche nei Paesi con cui Washington non è d’accordo. Così oggi,la CIA ha attivamente iniziato a sviluppare vari metodi per l’eliminazione deliberata del nuovo avversario politico degli Stati Uniti, il leader nordcoreano Kim Jong-un, coinvolgendo non solo le forze speciali, ma anche i servizi speciali dei Paesi che cooperano strettamente con la CIA. La prova di ciò, in particolare, si trova nei 310000 dollari nel bilancio della difesa per il 2018, ufficialmente decisi dal governo sudcoreano; il costo dell’eliminazione del leader della Corea democratica Kim Jong-un. Questi fondi saranno spesi per la formazione e l’equipaggiamento di una speciale “unità di decapitazione” dedicata alla leadership nordcoreana, la cui creazione fu resa nota il 1° dicembre. La squadra comprenderà circa mille commando, il cui compito in caso di guerra sarà trovare e uccidere Kim Jong-un e gli alti dirigenti dello Stato vicino. Come una fonte del ministero della Difesa della Repubblica di Corea ha riferito al quotidiano Korea Herald, l’equipaggiamento speciale della squadra includerà droni-kamikaze, droni da ricognizione e persino lanciarazzi pesanti. La struttura e i piani di addestramento della squadra sono classificati, ma secondo le informazioni dei media sudcoreani, i soldati della nuova squadra si addestreranno secondo la metodologia utilizzata dal Team 6 dei SEAL che assassinò Usama bin Ladin. Allo stesso tempo, va ricordato che il tentativo di creare una squadra speciale nella Corea del Sud, nel 1968, con obiettivi simili finì in tragedia. All’epoca, a 31 criminali sudcoreani fu promesso il perdono se la squadra che avevano formato avesse ucciso Kim Il-sung. Il gruppo ebbe un addestramento intensivo, durante il quale tre persone furono uccise, e alla fine fu inviato su gommoni nella Corea democratica, ma furono richiamati a metà strada. I prigionieri non furono rilasciati, l’estenuante addestramento continuò e fu decisa la data della nuova operazione. Nel 1971, i membri della squadra si ribellarono, uccisero gli istruttori e cercarono di raggiungere Seoul e, quando furono bloccati dall’esercito, si fecero saltare in aria con le granate. I quattro sopravvissuti furono successivamente giustiziati. Nel 2003 fu realizzato il film sudcoreano “Silmido” su questo tragico episodio.
Tali piani radicali per liberarsi degli oppositori politici non sono affatto sorprendenti, specialmente quando sono sviluppati e controllati dalla CIA, esperta in materia. E non c’è da stupirsi che persino il direttore della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, Mike Pompeo, abbia parlato in ottobre al forum della Fondazione per la difesa delle democrazie a Washington, dicendo che se la CIA liquidasse il leader della Corea democratica Kim Jong-un, non riconoscerebbe il coinvolgimento degli agenti statunitensi nell’assassinio. Tutti sanno che per mantenere il dominio, gli Stati Uniti non si fermano davanti a nulla, compresi l’omicidio degli indesiderabili. Negli anni ’50 e ’60, uccisero numerosi leader stranieri e personaggi pubblici che combattevano non per il comunismo, ma per l’indipendenza nazionale dei propri Paesi. Poi venne una certa calma, connessa sia con la politica della “distensione” sia con le denunce delle attività della CIA da parte della Commissione del Senato di F. Church nel 1975. Le conclusioni della commissione sulle attività illegali dei servizi d’intelligence statunitensi (in particolare, omicidi e numerosi attentati a statisti stranieri) portò all’adozione da parte del presidente J. Ford di un ordine che vietava gli omicidi “ufficialmente sanciti” di leader stranieri. Tuttavia, nel 1981 questo decreto presidenziale fu rovesciato da Reagan e l’elenco delle vittime riprese a crescere rapidamente. Dopo numerosi dibattiti sui media, non ci fu interesse sul segreto della rapida infezione del Presidente Hugo Chávez e conseguente morte con una nuova forma di arma biologica: un virus del cancro e il coinvolgimento dei servizi speciali statunitensi. Tuttavia, un altro fatto molto strano e inspiegabile (a parte l’operazione dei servizi speciali statunitensi), è che, oltre a Hugo Chavez, numerosi altri leader latinoamericani, chiaramente disprezzati da Washington, “inaspettatamente” si ammalarono di cancro allo stesso tempo. Tra questi il Presidente argentino Nestor Kirchner (sostituito da Cristina Kirchner), il Presidente brasiliano I. Lula da Silva (dopo il quale Dilma Roussef salì al potere) e il presidente paraguaiano Fernando Lugo (che fu rovesciato dal colpo di stato della CIA nel 2012; poco dopo gli fu diagnosticato un cancro). È anche curioso che, dopo che il presidente conservatore e filoamericano della Colombia, Juan Manuel Santos, abbia iniziato i colloqui di pace coi partigiani delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), abbia “inaspettatamente” contratto il cancro. Lo scrittore venezuelano Luis Brito Garcia ha contato più di 900 attentati al leader cubano Fidel Castro organizzati dalla CIA. E negli ultimi anni Castro soffrì di una misteriosa malattia intestinale oncologica, che lo colpì dopo il “Vertice dei Popoli” del 2006 nella città argentina di Cordoba. Ricordiamo anche la stranissima morte dell’ex-presidente palestinese (OLP) Yasser Arafat, che soffriva… di leucemia nel 2004.
Non è neppure irragionevole citare le rivelazioni di WikiLeaks che nel 2008 la CIA chiese all’ambasciata in Paraguay di raccogliere dati biometrici, incluso il DNA, dei quattro candidati presidenziali. Conoscendo il codice del DNA di una persona, è facile sviluppare un oncogene per ogni individuo. E se ipotizziamo che tali dati siano stati ottenuti alla vigilia delle elezioni in Brasile, allora il cancro di Dilma Roussef, contratto nel 2009, s’inserisce perfettamente in questa teoria. Quindi, oltre alle forti opzioni per l’eliminazione degli oppositori politici (come, in particolare, accaduto al leader iracheno Sadam Husayn o al leader libico Muammar Gheddafi), è improbabile che la CIA sia esclusa dall’averli infettati con virus del cancro. Inoltre, esperimenti simili furono condotti a lungo nei laboratori segreti della CIA, “trofeo militare dei servizi speciali statunitensi” basato sui brutali esperimenti umani di Josef Mengele, e prima ancora “sull’esperienza” dello statunitense Cornelius “Doctor Death” Rhoads, patologo del Rockefeller Institute of Medical Research che iniziò a lavorare a Porto Rico e divenne un “pioniere” nel campo della creazione di nuove tecniche per uccidere con metodi chimici, biologici e radioattivi. Coi finanziamenti del Rockefeller Institute, condusse esperimenti a Puerto Rico nei primi anni ’30 infettando persone con cellule cancerose, lavorando in segreto nell'”Edificio n. 439″. Il cancro è l’effetto di una nuova arma delle agenzie d’intelligence statunitensi, in sintonia col “modus vivendi” dell’imponente impero nordamericano? Notiamo solo che la malattia ha colpito solo quei politici la cui politica era contraria al dominio degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono sull’orlo del collasso economico e rimangono a galla solo perché possono stampare per riaccreditare la propria economia e aumentare costantemente il budget militare e le operazioni segrete della CIA. Pertanto, è del tutto logico presumere che “gli artigiani di Langley” abbiano trovato nuovi metodi rapidi ed economici per eliminare efficacemente gli avversari. Il vantaggio più importante di tali metodi è che non lasciano tracce, sono camuffati da cancro o infarto ed eliminano la possibilità di denuncia e responsabilità diretta.Vladimir Platov, esperto in Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La duplicità di NATO/UE con la Russia ricorda l’Europa di Hitler

Rodney Atkinson, Free Nations 14 gennaio 2018La duplicità della NATO nei suoi attacchi alla Russia e ad altri Stati dell’Europa orientale dopo la caduta del muro di Berlino, ha tutti i tratti distintivi dell’Europa di Hitler (quando ripetutamente affermava di non avere “più rivendicazioni territoriali” pur continuando le conquiste) e l’Unione Europa (in cui la Corte di giustizia europea si considera organizzazione politica che espande il potere dell’UE e afferma che le parole di politici e “semplici dichiarazioni” non hanno forza). Il grande simbolo della Guerra Fredda fu il Muro che divise Berlino tra l’Oriente comunista e l’occidente democratico. Cadde nel 1989 perché il presidente russo Mikhail Gorbaciov lo permise. E furono proprio le parole dei principali politici occidentali nel 1990 a dare assicurazioni alla Russia consentendo il pacifico crollo del comunismo sovietico e la fine della divisione dell’Europa. Permisero a Mosca di porre fine alla Guerra fredda e di liberare gli ex-Paesi del Patto di Varsavia per diventare Stati nazionali indipendenti. La dimostrazione delle forti promesse date dai Paesi della NATO a Mikhail Gorbaciov nel 1990 sono nei 30 documenti cruciali dall’archivio della sicurezza nazionale degli Stati Uniti appena resi pubblici.
Nel febbraio 1990, il segretario di Stato di George HW Bush, James Baker, assicurò all’omologo sovietico, Eduard Shevardnadze, che la NATO sarebbe stata, “Meno di un’organizzazione militare, molto più politica, (e) non avrebbe avuto capacità indipendenti”, e offrì “Garanzie di ferro che la giurisdizione o le forze della NATO non si sposteranno verso est“. Baker inoltre promise a Gorbaciov che la NATO non si sarebbe mossa “di un pollice ad est“. Il 10 febbraio 1990, Helmut Kohl disse a Gorbaciov, “Crediamo che la NATO non dovrebbe espandere la sfera delle sue attività. Dobbiamo trovare una soluzione ragionevole. Comprendo correttamente gli interessi per la sicurezza dell’Unione Sovietica e mi rendo conto che lei, signor Segretario Generale, e la leadership sovietica, dovrebbero spiegare chiaramente cosa succede al popolo sovietico“. Più tardi quel mese, parlando col presidente cecoslovacco Vaclav Havel, (sì quel Paese esisteva ancora allora!) il presidente George HW Bush disse: “Dica a Gorbaciov che… vi ho chiesto di dire a Gorbaciov che non ci comporteremo, per quanto riguarda la Cecoslovacchia o qualsiasi altro Paese, in modo da complicare i problemi che ha così francamente discusso con me“. In altre parole, i nuovi Paesi dell’Europa orientale indipendenti avrebbero avuto indipendenza e sovranità che la caduta dell’Unione Sovietica e la fine del Patto di Varsavia gli avevano dato. In effetti queste erano precisamente le libertà che gli alleati anti-nazisti, anche i russi, raggiunsero nel 1945. Naturalmente ciò che successe e continua a succedere è che tutte queste promesse furono infrante e la NATO spostò le basi militari sempre più ad est, la Germania unita è diventata membro della NATO (non solo una delle principali preoccupazioni della Russia, ma anche del presidente della Francia Mitterand) e ciascuno dei Paesi dell’Europa orientale per la cui indipendenza Gorbaciov cercò ed ottenne assicurazioni, non solo fu assorbito dalla NATO, ma fu conquistato dal braccio costituzionale politico della NATO, l’Unione europea conquistatrice che non tollera né nazioni, né indipendenza, né democrazia! Bush, avendo assicurato Gorbaciov e il presidente ceco che non ci sarebbero state “più rivendicazioni territoriali” allora, come gli eserciti di Hitler e l’Europa fascista degli anni ’30 e ’40, marciarono in ogni caso.La risposta fascista della NATO
Ma forse l’aspetto peggiore e più spaventoso di tali menzogne e falsità della NATO e dell’UE (vergognosamente appoggiate da una decadente classe politica inglese che non ha la minima idea del perché entrammo in guerra nel 1939 né di ciò che ottenemmo in nome della democrazia nazionale nel 1945) fu la successiva razionalizzazione e giustificazione di tali tradimenti. Di fronte alle prove devastanti sul rinnegare questi impegni, la NATO ora afferma: “Gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non vi è alcuna registrazione che una decisione del genere sia stata presa dalla NATO. Le assicurazioni personali, dei capi della NATO, non possono sostituire il consenso dell’alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO“. Sieg Heil! Qualcuno crederà mai più ai capi della NATO? Se era evidente agli osservatori informati da anni che i veri aggressori in Jugoslavia, nell’Europa orientale e ora in Ucraina sono la NATO e gli imperialisti dell’UE in espansione, i popoli occidentali vengono bombardati da una propaganda massiccia di cui Goebbels sarebbe orgoglioso. Ma così perversa che milioni in Europa e negli Stati Uniti non ci credono. Ora che molto più si può leggere su parole e promesse date, e violate, a loro nome dai capi “democratici”, la minoranza arrabbiata diverrebbe maggioranza ribollente.

Al centro Adolf Heusinger, nel 1961 presidente della NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin contro mafia e borghesie capitaliste

Bruno Adrie, Mondialisation, 5 gennaio 2018

Nell’ultimo numero di Hérodote (166/167), Jean-Robert Raviot (professore di civiltà russa contemporanea presso l’Università Paris-Nanterre) spiega come Vladimir Putin ha preso il potere e per quale scopo. Convinto che la Russia affrontasse a un nemico interno, pronto, come il famoso miliardario Khodorkovskij arrestato nel 2003, a scendere a compromessi col nemico per proprio profitto, il Presidente Putin si circondò di una guardia pretoriana, di “un piccolo gruppo di una quindicina di uomini” combinando condotta tradizionale dello Stato col controllo dei settori chiave dell’economia. Tra questi uomini ci sono Dmitrij Medvedev, legato a Gazprom, Igor Sechin, “oggi a capo di Rosneft” e Sergej Chemezov, “che dal 2007 è a capo della società statale Rostekh (alta tecnologia civile e militare)“. Questa Guardia Pretoriana, una “rete non istituzionalizzata”, costituisce lo “scudo” che protegge e garantisce la sopravvivenza a lungo termine dello Stato attraverso l’istituzione di una democrazia sovrana, non liberale e non competitiva, cioè non porosa alle influenze mercantili occidentali. Uno Stato-fortezza insomma, che regge grazie alla coesione del gruppo alla guida. Questi uomini sono tutti nati negli anni ’50 e hanno corsi correlati e che, in attesa di passare la mano alla squadra della nuova generazione animata dalle stesse convinzioni, riceveva nel 2016 la guardia nazionale, la cui direzione è affidata a uno di loro, Viktor Zolotov, direttamente controllata dal Cremlino. Quindi, vediamo che per far fronte all’assalto delle classi liberali tentate dai cosiddetti valori occidentali e dal profitto che potrebbero attingere, rendendo la Russia un satellite di Wall Street, Vladimir Putin e i suoi pretoriani hanno creato un cesarismo elettivo, una specie di regime bifronte (come Giano) che consente a uno Stato conservatore di permanere nel contesto ipocrita ed eminentemente aggressivo della globalizzazione.
C’è chi ammira la figura romantica di un padre della patria e baluardo putiniano contro il saccheggio senza confini del neoliberismo. Personalmente, e senza idealizzarlo, ammiro lo stratega Putin che sacrifica la vita per salvare non un Paese ma una civiltà, una civiltà che, secondo Oswald Spengler, avrà un futuro luminoso quando l’occidente non sarà nient’altro che un campo di rovine, sfinito e svuotato dalla cricca di spazzini della mafia che oggi detengono tutti i diritti, distruggono i nostri Stati e ci precipitano in tutte le discariche della Decadenza.
Chi in occidente urla all’autoritarismo di Putin farebbe bene a guardare come operano le nostre democrazie parlamentari, che sono democratiche solo di nome e le cui mura servono solo a nascondere lassismo e tradimento a cui si abbandonano i parlamentari comprati dal Moloch dell”affairismo. La sovrana ed inflessibile democrazia di Putin avrà almeno il merito di essere d’ostacolo alla cosiddetta corrente neoliberale che trascina con le sue onde di sangue profitti criminali strappati al mondo dalle nostre mafie e borghesie capitaliste.Traduzione di Alessandro Lattanzio