Guerra civile in Arabia Saudita

Zerohedge 4 agosto 2017Il regime saudita è di una crudeltà e brutalità estrema nei confronti dei cittadini della provincia orientale del Paese, una situazione ora fuori controllo con l’aumentare dei morti, interi quartieri in macerie e notizie su acqua e luce tagliate nella città assediata di al-Awamiya. Sebbene gli attivisti locali continuino a caricare video sconvolgenti sui media sociali rivelando interi quartieri spianati, i media internazionali e degli Stati Uniti osservano il silenzio. Nell’ultimo anno, soprattutto dopo l’esecuzione a gennaio del noto clerico sciita di al-Awamiya Nimr al-Nimr, vi sono state tensioni nel Qatif sciita. Inoltre, 14 cittadini sciiti, tra cui il giovane Mujtaba al-Suayqat, studente della Western Michigan University, attendono l’esecuzione su firma del re Salman. Tortura e processi di massa del gruppo accusato del crimine di “protesta”, hanno ulteriormente infiammato le tensioni nella regione. Grandi proteste contro la monarchia e i servizi di sicurezza saudita sono frequenti nel Qatif fin dalla cosiddetta “primavera araba”, anche se i grandi media internazionali ignorano le proteste che avvengono nei regimi amici di Stati Uniti e Regno Unito. Ciò in particolare accadde nel 2011, quando centinaia di carri armati sauditi attraversarono il viadotto Re Fahd per minacciare la rivolta popolare contro la monarchia sunnita del vicino Bahrayn. I media occidentali trattato l’evento in modo erratico e sottotono, con alcuni servizi che sottilmente indicavano le azioni saudite motivate effettivamente dalla protezione dei civili contro le forze di sicurezza del Bahrayn, mentre in realtà fu una grossa dimostrazione di forza contro i civili per preservare il regime autocratico assediato del Bahrayn. Questa settimana, le cose si sono drammatizzate poiché le autorità saudite concentravano un uragano di fuoco sul quartiere al-Musara di Awamiya, usando aerei, artiglieria pesante, lanciarazzi, cecchini e veicoli corazzati d’assalto. All’inizio dell’anno il regime saudita annunciò i piani per demolire il quartiere e consegnarlo a imprenditori privati in una sorta di versione saudita del “dominio eminente”. Tuttavia, la presenza di militanti sciiti nascosti nel strette strade e nei vicoli sembra sia il vero motivo della distruzione del quartiere. Anche se combattimenti sporadici si sono verificati d’estate, l’assedio iniziava l’ultima settimana di luglio, quando bulldozer e veicoli corazzati giunsero in città per avviare la demolizione mentre le forze di sicurezza tentavano simultaneamente di sradicare i militanti sciiti. Molti centri d’informazione mediorientali parlarono di almeno 5 civili uccisi dall’ingresso delle forze saudite, ma gli attivisti online parlano di molte decine di persone uccise dall’inizio dell’incursione.
Prima e durante l’inizio dell’assedio, i cittadini locali ebbero la promessa di “trasferimenti” promossi dal governo, sebbene gli attivisti li descrivano come pulizia settaria occulta della popolazione sciita, perseguitata storicamente dallo Stato wahhabita. L’informazione regionale pubblicava filmati che rivelerebbero l’attiva pulizia anti-sciita delle forze saudite. Un attivista di Awamiya, Amin Namar, affermava che c’è lo sforzo consapevole delle autorità di cambiare forzatamente l’identità della città: “Ciò che vedo dal primo giorno è una punizione collettiva… un piano per la deportazione. Niente a che fare con al-Musara e lo sviluppo, ma con la punizione di questa città per aver chiesto diritti e riforme dal 2011”. Un comunicato stampa della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite rispondeva ai piani sauditi che annunciavano la demolizione di aree residenziali per lo sviluppo commerciale. L’affermazione delle Nazioni Unite suggerisce che è l’identità della città in realtà in gioco: “Gli esperti delle Nazioni Unite avvertono che il piano di sviluppo del quartiere al-Masura ne minaccia il patrimonio storico e culturale con danni irreparabili e che può comportare lo sfratto forzato di numerose persone dalle loro imprese e residenze”. Gli esperti delle Nazioni Unite avevano avvertito che l’intera iniziativa avrebbe comportato l’evacuazione forzata con misure estreme di coercizione, ma senza condannarla: “I residenti sono spinti in molti modi, anche attraverso taglio della luce, a lasciare le case e le imprese senza adeguata alternativa, lasciandoli con indennizzi insufficienti e, peggio, senza dove andare… Sembra che la demolizione sia stata annunciata senza alcuna consultazione significativa con i residenti e senza considerare alternative meno dannose, come il restauro o una comunicazione adeguata per informarli sui piani di demolizione”.
Armi da fuoco e bulldozer del governo distruggono le infrastrutture civili: i tiri delle autorità saudite distruggono i quartieri sciiti nella provincia orientale del Paese. Alcuni video sono stati caricati sulle pagine personali dei social media dai soldati sauditi per vantarsi del loro ruolo nell’assedio, dopo di che i video vengono eliminati dagli attivisti dell’opposizione. E ora l’assalto ha raggiunto un violento crescendo. Al-Masdr News riferiva che le forze del regime saudita sparavano su un autobus di civili mentre cercava di fuggire da Awamiya, uccidendo il conducente (altre relazioni non confermate menzionano il ferimento di donne e bambini). Reuters tuttavia presentava resoconti conflittuali sull’incidente, tentando di giustificare l’assedio brutale di Awamiya come tentativo della sicurezza saudita di “arrestare i responsabili degli attacchi alla polizia”. Mentre i dettagli e l’esattezza di vari rapporti sulle atrocità non sono chiari, con gli attivisti che citano decine di civili uccisi dal governo e i media allineati dello Stato affermare che combattenti sciiti hanno ucciso dei poliziotti, e la mancanza di accesso indipendente per i media rende una valutazione giornaliera difficile.
Questa settimana, al-Mayadin News di Beirut era la prima emittente satellitare araba a presentare video provenienti dagli assediati di Awamiya, riferendo di aerei militari che sorvolano la città e di un uomo in uniforme che sparava con un RPG su un’area urbana. Gli attivisti dell’opposizione saudita dicono che l’uomo era un soldato saudita. Nel frattempo, Middle East Eye riceveva un documento che gli attivisti dicono aver trovato nelle case della città assediata. Si tratta di un avviso di sequestro di proprietà che prevede l’obbligo di trasferire i residenti e timbrato dal Comando Nazionale Antiterrorismo Comune (NJCC) del governo saudita. Dava istruzioni sulle procedure di rilocazione, MEE citava gli attivisti affermare che le famiglie sfollate devono ancora essere alloggiate. Anche se non è ancora riportato dalla stampa statunitense, il governo canadese è criticato per la fornitura di blindati che i sauditi utilizzerebbero per la repressione dei civili. Nel 2013 il Canada ebbe un record di vendite, per oltre 13 miliardi di dollari, fornendo all’Arabia Saudita un numero non noto di blindati leggeri fabbricati dalla General Dynamics Land Systems (GDLS). The Globe and Mail del Canada pubblicava un’indagine che scoprì che “video e foto diffusi sui social media mostrano il regno saudita utilizzare mezzi canadesi contro i civili”, specificamente nell’ambito dell’assalto ad Awamiya che ha causato morti tra i civili. Il rapporto confermava, sulla base di un’analisi degli esperti, che i veicoli canadesi vengono utilizzati, anche se le immagini analizzate mostravano i Gurkha PVR, realizzati dalla Terradyne Armored Vehicles (di Newmarket, Ontario) e non i veicoli della General Dynamics del contratto del 2013. Sembra che altre compagnie private del Canada siano in trattativa con il governo saudita, ma ora sono sotto controllo. Il rapporto chiede una risposta dal primo ministro Justin Trudeau: “Stiamo esaminando queste affermazioni molto seriamente… e abbiamo immediatamente lanciato un’indagine”. Vari parlamentari canadesi hanno sollecitato l’attuale governo liberale ad annullare il contratto motivandolo con il sospetto che violi le regole del Canada sul controllo delle esportazioni di armi. Anche i gruppi di monitoraggio dei diritti umani pesano. Il segretario generale Alex Neve di Amnesty International Canada, invitava il governo a fermare le esportazioni di blindati, dicendo: “Indicazioni che veicoli corazzati del Canada siano forse utilizzati quando le forze saudite si mobilitano nell’est del Paese, evidenziano quanto sia cruciale che il governo intervenga e metta immediatamente fine all’accordo canadese-saudita sul LAV”. Stati Uniti e Regno Unito rimangono i maggiori fornitori di armi avanzate dell’Arabia Saudita e da sempre ignorano gli abusi dei diritti umani. Ironia della sorte, la popolazione sciita sempre più perseguitata nel regno si concentra nella regione orientale che produce gran parte del petrolio mondiale. Nel 2012, un’esplosione dei gasdotti, forse opera di militanti sciiti della stessa regione, fece balzare il prezzo del greggio temporaneamente nel timore che la “primavera araba” fosse arrivata nella provincia petrolifera.
È ampiamente noto che, dopo la fondazione dell’Arabia Saudita, i cittadini sciiti sono emarginati per motivi religiosi dalla religione ufficiale dello Stato wahhabita, che li ritiene eretici collegati agli interessi iraniani, soprattutto dopo la rivoluzione islamica del 1979. Le comunità sciite saudite sono presenti nelle aree storiche di tensioni che hanno visto proteste, sparatorie, detenzioni di massa e negligenza economica. Le dimostrazioni sono state da tempo vietate in tutta l’Arabia Saudita, un fatto raramente evidenziato dalla stampa occidentale. Attualmente, rapporti non confermati dei media allineati all’Iran affermano che i combattenti dell’opposizione yemenita hanno bombardato basi e avamposti sauditi nella regione del Jizan, infliggendo per la prima volta perdite alle truppe in territorio saudita. Mentre Qatif va fuori controllo, il contraccolpo della guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen è sempre più probabile. Come avevamo recentemente riportato sulla marcia dell’Arabia Saudita verso la Guerra Civile, tensioni e fratture su più livelli dello Stato saudita, anche nella stessa famiglia reale, si avvicinano al punto di rottura. Quest’ultimo turno di misure estreme contro il dissenso sciita, che sembrano sempre più disperate e che ora sono rese pubbliche, segneranno l’inizio di un regno permanentemente diviso?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi hanno il martello delle sanzioni

Tom Luongo, 28 luglio 2017La Russia controlla più del 45% della capacità di arricchimento dell’uranio mondiale. Gli Stati Uniti importano il 90% del combustibile nucleare. Fate voi.
Perduta tra le chiacchiere sul Congresso statunitense che impone altre sanzioni alla Russia, è l’unicità della posizione della Russia nell’industria dell’uranio mondiale. Tanto l’attenzione è posta sull’industria petrolifera e gasifera russa (e in particolare le esportazioni) che s’ignora la nostra analisi sulla posizione della Russia tra le potenze nucleari mondiali. E così John McCain può tributare tutto ciò che vuole su come la Russia non sia altro che una “stazione di servizio mascherata da Paese”, ma ciò che non vuole ammettere a se stesso e al mondo è che la Russia è più centrale nel mercato mondiale dell’uranio che mai l’Arabia Saudita nel mercato del greggio. La potenza della Russia in questo settore non deriva dalla produzione di ossido di uranio (U3O8 o yellowcake) ma dal possesso del 45% della capacità di arricchimento del mondo del combustibile usabile. La Russia produce da sola circa 3000 tonnellate di U3O8 ogni anno.Il Kazakistan è il più grande produttore mondiale di yellowcake dalle più grandi riserve mondiali. Pensate seriamente che il Kazakistan, uno degli alleati più stretti della Russia, abbandonerà una delle sue industrie più importanti se la nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia s’intensificasse?Ho due parole, all’inferno o meno. Il bacino dell’Athcabasca in Canada, nel Saskatchewan, ha contribuito ad ampliare l’offerta di yellowcake negli ultimi anni. Ma non cambia le dinamiche dell’industria, riduce solo i prezzi dell’uranio.

SWU per l’SJW di Trump
Poiché la questione non è la produzione di minerale, ma trasformarlo in combustibile chiamato Single Work Units (SWU). Stati Uniti e Canada non sono interessati a raffinare l’uranio per via della politica ambientale. A tal proposito non ho sentito nulla dall’amministrazione Trump, perciò, nulla cambierà da influenzare gli attuali e futuri eventi. Rosatom, società per l’energia nucleare russa, ha una leva enorme. L’indignazione fasulla su Hillary Clinton che vende il 20% delle riserve di uranio degli Stati Uniti ai russi è irrilevante. La parafraserò per l’unica volta nella mia vita, “Che differenza fa” ampliare la produzione di minerali quando i russi controllano efficacemente le raffinerie? Perché a causa dei cambiamenti politici negli ultimi venti anni, gli Stati Uniti non possono produrre seriamente il proprio combustibile nucleare. Quindi, la nuova produzione di minerali canadesi va spedita in Russia o in Europa per essere trasformata. Sì, Russia ed Europa.Inoltre, si noti dove sarà la futura capacità di arricchimento… in Cina. E tutto ciò aiuterà la Cina a rifornire le centrali elettronucleari che Rosatom attualmente costruisce in Cina, India, Turchia, Iran e praticamente nel resto del mondo che vuole il nucleare. Il 19,5% della nostra energia elettrica proviene da centrali elettronucleari. La rete elettrica statunitense è alimentata dalle SWU russe, gente. Senza relazioni con la Russia non c’è aria condizionata. Siamo il più grande consumatore mondiale di SWU, oltre il 32% del totale globale. Sono circa 15,1 milioni di SWU. La Francia è vicina al 14%. Oltre il 90% del nostro consumo di uranio viene importato. La ripartizione è la seguente:
Fonti e quote di acquisti di uranio prodotti in Paesi esteri nel 2016
Canada – 25%
Kazakistan – 24%
Australia – 20%
Russia – 14%
Uzbekistan – 4%
Malawi, Namibia, Niger e Sud Africa – 10%
Brasile, Bulgaria, Cina, Repubblica ceca, Germania e Ucraina – 2%
Qui dove è stato acquistato, non dove è stato raffinato. I pozzi petroliferi non sono un’infrastruttura energetica. Raffinazione e distribuzione si. Possiamo acquistarlo dal Kazakistan, ma deve passare da uno dei suddetti raffinatori. Semplifichiamo per la discussione, ma va colto il quadro. La discussione sulla sicurezza energetica statunitense è inutile finché non si parla dell’uranio. È il limite entro cui il Congresso degli Stati Uniti può fare rumore fin quando Putin ne ha abbastanza. Si noti che non ne parla mai. Nessuno lo fa. Perché, ad ogni modo, questa è veramente l'”Opzione Nucleare” geopolitica. È il martello che si abbatte una volta che il mondo sarà in deficit di SWU, a cui ci si avvicina rapidamente.

Risposta alle sanzioni
L’annuncio della Russia di espellere diplomatici e prenderne le proprietà formalmente utilizzate, è in effetti un avvertimento. Putin prepara lo spettacolo prima che le cose diventino gravi. Il nuovo disegno di legge sulle sanzioni non dice nulla sull’industria nucleare della Russia. Non dice nulla delle aziende tedesche o francesi sanzionate per affari nelle esportazioni nucleari russe o per trasformare lo yellowcake in carburante. Non può dire niente e il feroce John McCain lo sa, altrimenti la risposta russa può rivolgersi al Kazakistan sospendendo le esportazioni di SWU negli Stati Uniti. E questo conclude la discussione degli Stati Uniti come produttore di qualcosa nel Mondo. La nostra rete elettrica è già sovraccarica. La potenza delle nostre centrali nucleari è un nostro vantaggio comparativo, economicamente parlando. Ma ciò scomparirà nel prossimo decennio, mentre Cina e persino Russia ampliano l’uso del nucleare. Ancora una volta, l’abbraccio della Cina del solare è solo un’opera keynesiana. Non è una soluzione ai loro problemi energetici. Petrolio, gas e uranio russo sì. Se le cose si faranno veramente dure sulla pipeline Nordstream-2 della Germania, allora si può scommettere che diverrà un problema. Ecco perché le sanzioni sono stupide, accelerano l’abbraccio della Germania con la Russia. Portano i russi ad stringere i legami con la Cina. Gli Stati Uniti scacciano coloro da cui dipendono per l’energia che alimenta l’industria pesante. I tedeschi non utilizzeranno più le SWU che producono, fermando i loro impianti nucleari, e sono sicuro che le venderanno agli Stati Uniti per ora, ma queste SWU gli darà una certa contrattazione sul futuro della politica energetica mondiale. La Germania è territorio occupato, limitandone le risposte. Vi siete mai chiesti perché l’Unione europea vuole un proprio esercito permanente? Merkel, insieme a Putin, ha un forte guinzaglio sulla capacità degli Stati Uniti di andare avanti per molto.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e Xi sui colloqui russo-cinesi

Vladimir Putin e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping hanno fatto dichiarazioni per la stampa dopo i colloqui russo-cinesi
Kremlin, Mosca, 4 luglio 2017Presidente della Russia Vladimir Putin:
Signor Presidente Xi Jinping, onorevoli colleghi,
La visita ufficiale in Russia dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping è certamente l’evento centrale di quest’anno nelle relazioni tra i nostri Stati. Ieri il sig. Xi Jinping e io abbiamo avuto una riunione informale e scambiato apertamente opinioni sui temi più importanti della cooperazione bilaterale. Oggi abbiamo avuto colloqui intensi assieme a membri del governo e principali dirigenti di grandi aziende. Siamo giunti all’opinione comune che la partnership strategica russo-cinese ha acquisito dinamiche impressionanti in quasi tutte le aree. Vorrei sottolineare che gran parte del merito di ciò va al Signor Xi Jinping. Gli è stato assegnato l’Ordine di Sant’Andrea l’Apostolo in riconoscimento del contributo personale al consolidamento dell’amicizia tra i popoli di Russia e Cina. Come avete visto, sono lieto di presentare questo massimo premio di Stato della Federazione Russa al nostro amico al Cremlino oggi. Durante le nostre conversazioni, abbiamo esaminato un’intera gamma di questioni relative alle relazioni russo-cinesi e abbiamo raggiunto importanti accordi per l’ulteriore promozione dei rapporti bilaterali in diverse aree. Abbiamo avuto una discussione approfondita sulla cooperazione economica, sottolineando in particolare che il commercio continua a crescere quest’anno, come lo scorso anno. Nel 2016 gli scambi sono aumentati del 4%, a 66 miliardi di dollari, mentre nei quattro mesi di quest’anno sono aumentati di un sostanziale 37% o 24,5 miliardi di dollari. La nostra area prioritaria di cooperazione è l’energia. La Russia è un fornitore leader di petrolio della Cina. Nel 2016 la Russia ha esportato 27,3 milioni di tonnellate in base ai soli accordi intergovernativi. Le esportazioni totali, compresi i contratti commerciali, ammontano a 52,5 milioni di tonnellate. La costruzione del gasdotto Power of Siberia continua. Lasciatemi ricordare che questo gasdotto trasporterà 38 miliardi di metri cubi di gas in 30 anni. Come visto, i dirigenti di Gazprom e China National Petroleum Corporation hanno appena firmato un accordo supplementare sulle prime forniture di gas naturale nel dicembre 2019. I parametri della rotta occidentale vanno ancora concordati. La costruzione della centrale produttiva Jamal LNG è nella fase finale. L’interesse significativo del 29,9% di questo progetto appartiene ai nostri partner cinesi. Ad oggi l’impianto è completo al 90 per cento ed è previsto l’avvio a fine anno. Lasciatemi notare la riuscita costruzione della prima unità della centrale nucleare di Tianwan. Il prossimo anno, altre due unità diventeranno operative. Abbiamo accettato di continuare la stretta collaborazione nell’industria dell’energia nucleare. Oggi ci siamo particolarmente concentrati sulle industrie high-tech, in primo luogo l’esplorazione spaziale congiunta. Lavoriamo al prossimo programma spaziale, per il 2018-2022. I progetti congiunti riusciti nell’aviazione comprendono la progettazione di un nuovo velivolo a lungo raggio e di un elicottero pesante civile. Per quanto riguarda i trasporti, sviluppiamo un progetto ferroviario ad alta velocità tra Mosca e Kazan e discutiamo sulla localizzazione della produzione del materiale rotabile in Russia. Un altro progetto dei trasporti è la costruzione dell’autostrada dall’Europa occidentale alla Cina occidentale. La sezione russa sarà completata nel 2019. Vediamo un grande potenziale nell’uso congiunto della rotta del Mare del Nord e delle ferrovie Trans-Siberiana e Bajkal-Amur. Questo è in gran parte in sintonia con le iniziative dei nostri partner cinesi discusse all’ultimo forum internazionale “The Belt and Road” in Cina. L’iniziativa del leader cinese merita la massima attenzione e sarà sostenuta dalla Russia in ogni modo possibile.
Sono fiducioso su questi grandi progetti, che creeranno un commercio intenso, produzione moderna, posti di lavoro e rapido sviluppo delle regioni russe e cinesi. Ci siamo posti come compito sviluppare in modo attivo la sfera creditizia e finanziaria e la cooperazione in questo settore. L’anno scorso, a proposito, l’investimento diretto cumulato dalla Cina è aumentato del 12 per cento, a 2,3 miliardi di dollari. Abbiamo sostenuto l’accordo tra il Fondo d’investimento diretto russo e la Banca di sviluppo cinese per creare un fondo d’investimento congiunto da 65 miliardi di yuan. Abbiamo accettato di continuare le consultazioni sull’ampio uso delle nostre valute nazionali nelle transazioni e negli investimenti mutui. Sono sicuro che questo promuoverà l’apertura in Cina del primo ufficio estero della Banca Centrale della Federazione Russa. Vediamo opportunità significative nella cooperazione agricola. L’anno scorso, il volume delle esportazioni agricole russe è cresciuto del 17 per cento, a 1,6 miliardi di dollari. Inoltre, è stato deciso di aumentare le importazioni di grano russo. Attualmente viene stilato un documento sull’accesso ad altre colture sul mercato cinese. Abbiamo anche discusso la questione delle restrizioni da togliere all’importazione di carni e pollame russi in Cina. Abbiamo avuto uno scambio approfondito di opinioni sull’accesso all’attività dell’Unione economica eurasiatica con l’Iniziativa cinese sulla cintura economica della Via della Seta. Si tratta di una direzione altamente promettente, mettendo in comune l’impegno collettivo con la nostra idea di formare un partenariato eurasiatico. Altri temi importanti sono stati affrontati nei colloqui, in particolare i contatti umanitari. Abbiamo discusso altri piani in dettaglio durante l’incontro con il sig. Xi Jinping e con i rappresentanti delle comunità pubbliche, commerciali e mediatiche dei due Paesi. Abbiamo notato l’adozione riuscita del nuovo ambizioso progetto di scambi annuali tra media russi e cinesi. Il regolare forum sui media (Cina-Russia) doveva coincidere con la visita di Xi Jinping. Il risultato principale di questo forum è stato l’accordo sul lancio di Katjusha, il nostro terzo canale televisivo culturale ed educativo in Cina. Un accordo sulla produzione cinematografica è stato preparato per la firma. C’è anche una buona esperienza sulla produzione dell’animazione. Intendiamo rafforzare ulteriormente i nostri legami scientifici e di ricerca. Ad oggi, circa 25000 cittadini cinesi studiano in Russia e 17000 studenti russi studiano in Cina. Entro il 2020, gli scambi sull’istruzione dovrebbero raggiungere le 100000 persone. Da settembre, la prima università russo-cinese congiunta di Shenzhen, creata con l’assistenza dell’Università di Stato di Mosca e dell’Istituto di Tecnologia di Pechino, inizierà ad accettare i primi studenti. A lungo termine, l’università accoglierà 5000 studenti. Abbiamo anche notato una dinamica positiva nell’industria del turismo. I cittadini cinesi sono il maggiore gruppo turistico in Russia. Nel 2016, il numero è aumentato al 30 per cento, o 1,28 milioni di persone. La Cina è diventata la seconda destinazione più popolare dei turisti russi, indicando anche la notevole crescita del 30%.
Naturalmente, nei confronti delle questioni politiche internazionali è stata prestata particolare attenzione. Russia e Cina interagiscono attivamente nell’arena internazionale. Abbiamo concordato con il Sig. Xi Jinping di rafforzare la cooperazione in vari formati multilaterali, in particolare presso ONU, SCO e G20, riflettendosi nella nostra dichiarazione congiunta. Tra due giorni, insieme al Presidente cinese Xi Jinping, prenderemo parte al vertice del G20 ad Amburgo. Come tradizione avremo anche il vertice dei leader BRICS. Come sapete, quest’anno la Cina ha la presidenza dell’associazione ed ospiterà il summit ufficiale a Xiamen a settembre. Le nostre priorità nella politica estera comune comprende la risoluzione completa della questione della penisola coreana al fine di garantire pace e stabilità nell’Asia nordorientale. Abbiamo accettato di promuovere attivamente la nostra iniziativa comune basata sul piano proposto dalla Russia per la sistemazione coreana e le iniziative cinesi per il congelamento parallelo delle attività missilistiche e nucleari della RPDC e delle manovre militari su larga scala di Stati Uniti e Repubblica Di Corea. Abbiamo scambiato opinioni sulla crisi siriana e su altre questioni in sospeso. Abbiamo discusso sulle prospettive dell’attuazione degli accordi sul programma nucleare iraniano. Riassumendo, Russia e Cina hanno opinioni molto vicine o identiche sulle principali questioni internazionali. Intendiamo continuare a sviluppare il nostro coordinamento in politica estera.
In generale, i colloqui di oggi svilupperanno ulteriormente le relazioni veramente amichevoli tra Russia e Cina. Vorrei ringraziare ancora una volta i nostri amici cinesi per il dialogo aperto e utile. Vorrei anche esprimere la mia gratitudine al nostro amico, il Presidente Xi Jinping.
Grazie per l’attenzione.Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping:
Signor Presidente Putin, colleghi russi, rappresentanti dei media, buon pomeriggio. Sono molto contento di incontrarmi con il mio buon amico Presidente Putin. Questa è la mia sesta visita in Russia dall’assunzione della carica di Presidente della Cina nel marzo 2013. Abbiamo appena avuto il nostro terzo incontro quest’anno con il Presidente Putin, abbiamo scambiato opinioni sulle relazioni bilaterali e una serie di importanti questioni internazionali e regionali, e abbiamo raggiunto ampi accordi. È un grande onore per me aver ricevuto l’Ordine di Sant’Andrea, che conservo e considero simbolo dei vostri profondi sentimenti di amicizia per la nazione cinese. Oggi abbiamo firmato e pubblicato la dichiarazione congiunta di Repubblica popolare cinese e Federazione russa sull’estesa espansione del partenariato globale e della cooperazione strategica, nonché la dichiarazione congiunta sullo stato attuale degli affari globali e su importanti questioni internazionali, e abbiamo approvato il piano d’azione per attuare le disposizioni del trattato su buon vicinato, amicizia e cooperazione per il 2017-2020. I nostri Ministri degli Esteri hanno firmato dichiarazioni congiunte dei ministeri dei due Paesi sulla questione della penisola coreana. Dipartimenti ed enti commerciali corrispondenti hanno firmato numerosi accordi di cooperazione. Possiamo dire che questa visita è stata produttiva e ha dato nuovo impulso allo sviluppo del partenariato globale e della cooperazione strategica cinese-russa. Il Signor Putin e io condividiamo l’opinione che oggi le relazioni cinesi-russe siano le migliori mai avutesi. Qualunque siano i cambiamenti nella situazione internazionale, le nostre determinazione e fiducia nello sviluppo e approfondimento del nostro partenariato strategico restano incessanti. Continueremo a vedere le nostre relazioni bilaterali come priorità della nostra politica estera e ci sosterremmo reciprocamente su questioni relative agli interessi vitali dei nostri Paesi, promuoviamo attivamente la cooperazione pluridecennale delle nostre relazioni, che si sviluppano ad alti livelli, facendone il motore dello sviluppo e della ripresa dei nostri Paesi e pietra angolare per preservare pace e stabilità globali.
Siamo lieti di notare che quest’anno, gli sforzi congiunti nella nostra ampia collaborazione hanno portato a una forte crescita. Nei primi cinque mesi di quest’anno, il commercio reciproco ha raggiunto i 32,4 miliardi di dollari, in crescita del 26,1 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La Cina rimane il principale partner commerciale della Russia. I nostri parametri commerciali sono in continuo miglioramento. Si compiono progressi in numerosi progetti strategici tra cui energia, investimenti, spazio, aviazione e infrastrutture dei trasporti. Sviluppiamo il nostro coordinamento nell’iniziativa One Belt, One Road e nell’UEE, e promuoviamo sviluppo e prosperità del continente eurasiatico. Tutti questi risultati straordinari hanno avvantaggiato il nostro sviluppo economico e contribuito a rilanciare l’economia globale nel complesso. Anche i nostri contatti umanitari si sono sviluppati rapidamente negli ultimi anni. Ad esempio, attuiamo manifestazioni nel quadro dei nostri anni di scambio nazionali, scambi linguistici, scambi nel turismo e anche scambi tra i giovani. Quest’anno abbiamo attuato con successo l’anno dei nostri mass media. I mutui viaggi sono divenuti più intensi e più comodi. Il numero di persone che studiano e visitano l’altro, come i turisti, è aumentato in modo significativo. La nostra università congiunta di Shenzhen riconoscerà i suoi primi candidati quest’anno. Questo anno è il 20ennale del Comitato di Amicizia, Pace e Sviluppo Cina-Russia e il 60esimo della creazione dell’Associazione di Amicizia Cina-Russia. Ho fiducia nelle parti che faranno tutto il possibile per rafforzare la base pubblica e popolare delle relazioni cinesi-russe.
Il Presidente Putin e io, siamo fermamente d’accordo sul fatto che il mondo attuale è inquieto, i conflitti locali e le guerre compaiono ininterrottamente. Come detto, le questioni come la penisola coreana e la Siria rimangono complicate. Siamo decisi a rafforzare coordinamento e cooperazione con la Russia negli affari internazionali insieme alla comunità internazionale, aumentare gli sforzi per ottimizzare il sistema di governance globale per mantenere l’equilibrio strategico e la stabilità in tutto il mondo, sconfiggendo congiuntamente minacce globali e sfide come il terrorismo, lavorando insieme per incoraggiare il processo di risoluzione dei conflitti nei focolai attraverso mezzi politici e formando un nuovo tipo di relazioni interstatali basate su cooperazione e mutuo vantaggio. Il Presidente Putin e io parteciperemo al vertice dei G20 ad Amburgo. Cina e Russia, da economie leader mondiali, favoriscono un’economia globale più aperta. Ci coordineremo e collaboreremo nell’ambito dei G20 al fine di promuovere la crescita economica globale. Il Presidente Putin e io siamo pronti a mantenere stretti contatti ed utilizzare strategicamente il ruolo di governo dei nostri contatti nello sviluppo delle relazioni cinesi-russe. Invito il Presidente Putin a visitare la Cina a settembre per il vertice BRICS, continuando i nostri contatti amichevoli e profondi.
Grazie per l’attenzione.

Dichiarazione congiunta dei Ministri degli Esteri russo e cinese sui problemi della penisola coreana
MID 04-07-2017Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese sono i vicini della penisola coreana, per cui lo sviluppo della situazione nella regione riguarda gli interessi nazionali di entrambi i Paesi. Russia e Cina coordineranno strettamente i rispettivi sforzi per promuovere una soluzione complessa ai problemi della penisola coreana, compresa la questione nucleare, al fine di raggiungere pace e stabilità duraturi nel nord-est asiatico. Nello spirito della cooperazione strategica, i Ministri degli Esteri di Russia e Cina (di seguito “parti”) dichiarano quanto segue:
1. Le parti sono seriamente preoccupate dalla dichiarazione del 4 luglio 2017 della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK) relativa al lancio di missili balistici e considera tali affermazioni inaccettabili e in disarmonia con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
2. Le Parti esprimono serie preoccupazioni sullo sviluppo della situazione nella penisola coreana e vicino ad essa. L’aumento della tensione politica e militare nella regione, la piena eruzione di un conflitto armato, richiedono alla comunità internazionale di adottare misure collettive per risolvere in modo pacifico la situazione attraverso dialogo e consultazioni. Le parti si oppongono a qualsiasi dichiarazione o mosse che possano aumentare la tensione o aggravare le contraddizioni, e sollecitano tutti i Paesi interessati a mantenere la calma, rinunciare a provocazioni o retoriche bellicose, dimostrare disponibilità al dialogo senza prerequisiti e collaborare attivamente per placare la tensione.
3. Le Parti avanzano un’iniziativa congiunta basata sulle idee proposte dai cinesi sul “doppio congelamento” (attività missilistica e nucleare da parte della RPDC e esercitazioni congiunte su larga scala da parte di Stati Uniti e Repubblica di Corea), “Avanzamento parallelo” verso la denuclearizzazione della penisola coreana, creazione di meccanismi di pace nella penisola e graduale piano di sistemazione coreana proposto dalla Russia.
Le Parti propongono quanto segue:
La RPDC, tramite una decisione politica volontaria, annuncia una moratoria sulla sperimentazione di dispositivi esplosivi nucleari e test missilistici balistici, e Stati Uniti e Repubblica di Corea dovrebbero quindi astenersi da esercitazioni congiunte su larga scala. Contemporaneamente, le parti in conflitto iniziano i colloqui e affermano i principi comuni delle loro relazioni, tra cui non uso della forza, rinuncia all’aggressione, convivenza pacifica e determinazione a fare tutto il possibile per denuclearizzare la penisola coreana promuovendo una risoluzione complessa su tutti i problemi, inclusa la questione nucleare. Nel processo negoziale, tutte le parti interessate spingono a un formato adatto per la creazione nella penisola e nell’Asia nordorientale di un meccanismo di pace e sicurezza, di conseguenza normalizzando le relazioni tra i Paesi interessati. Le parti invitano la comunità internazionale a sostenere la summenzionata iniziativa aprendo una via autentica alla risoluzione dei problemi nella penisola coreana.
4. Le parti sono decisamente impegnate verso il regime internazionale di non proliferazione e sono fermamente dedite alla denuclearizzazione della penisola coreana e a una completa attuazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le Parti intendono, congiuntamente con altre parti interessate, continuare ad impegnarsi a facilitare l’eliminazione equilibrata delle preoccupazioni esistenti attraverso dialogo e consultazioni. Le parti confermano che le preoccupazioni giustificate della RPDC vanno rispettate. Altri Stati devono compiere sforzi per riprendere i colloqui e creare congiuntamente un’atmosfera di pace e mutua fiducia. Le Parti invitano tutte le parti interessate a rispettare gli impegni formulati dalla dichiarazione congiunta del 19 settembre 2005 e a rilanciare il più rapidamente possibile il dialogo sulla risoluzione completa dei problemi della penisola coreana. Occorre escludere qualsiasi possibilità di utilizzare mezzi militari per risolvere i problemi della penisola coreana.
5. Le Parti esprimono sostegno a Nord e Sud della Penisola Coreana nel condurre dialogo e consultazioni, mostrare mutua benevolenza, migliorare le relazioni, cooperare su una sistemazione pacifica e svolgere un ruolo determinante nella dissoluzione della situazione nella penisola coreana e risolvere i propri problemi in modo corretto.
6. Le Parti confermano di prestare sufficiente attenzione al mantenimento di equilibrio e stabilità internazionali e regionali e sottolineano che le relazioni di alleanza tra Stati distinti non dovrebbero infliggere danni agli interessi di terzi. Sono contro qualsiasi presenza militare di forze extraregionali nell’Asia nordorientale e loro accumulazione con il pretesto di contrastare i programmi missilistici e nucleari della RPDC. Le parti confermano che la diffusione dei sistemi antimissile THAAD nell’Asia nordorientale provoca gravi danni agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati regionali, tra cui Russia e Cina, e non aiuta a raggiungere gli obiettivi della denuclearizzazione della penisola coreana, né a garantire pace e stabilità nella regione. Russia e Cina si oppongono alla diffusione di tali sistemi, invitano i Paesi interessati a fermare e annullare immediatamente il processo di schieramento e ad accettare le misure necessarie per proteggere gli interessi alla sicurezza dei due Paesi e a garantire un equilibrio strategico regionale.

Questa dichiarazione è stata firmata il 4 luglio 2017 a Mosca.
Per il Ministero degli Affari Esteri della Federazione russa
Per il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica popolare cineseTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Otto miti sull’economia venezuelana

Pasqualina Curcio, Venezuela Infos 26 giugno 2017Ci hanno raccontato tante favole sull’economia venezuelana, tanto da far parte del luogo comune di oggi. Al momento dell’ampio dialogo sociale nel quadro della Costituente, è importante distinguere la realtà dalla fantasia in queste storie che ci raccontano da sempre.

1. “Il Venezuela è un Paese a monocultura”. Sia in Patria che all’estero si sente dire che in Venezuela si produce solo petrolio. I dati della Banca Centrale del Venezuela indicano il contrario. In media, la produzione nazionale lorda [1] per l’84% è costituita da attività non-petrolifere. La produzione di petrolio occupa solo il 16%.Nell’ambito della produzione non-petrolifera, l’industria è al primo posto (21%), seguita dai servizi pubblici (15,6%, cioè sanità, istruzione, ordine pubblico, sicurezza e difesa, protezione sociale); servizi immobiliari (13,2%); commercio e servizi (12,6%); costruzioni (8%); servizi comunitari (7%); agricoltura, allevamento e pesca (6,4%); comunicazioni (5,9%); e infine trasporti e depositi (4,6%).Quindi, se non siamo questo monoproduttore come sempre presentati, l’economia venezuelana è caratterizzata però dalla condizione di monoesportatore. Quasi il 90% delle esportazioni riguarda in effetti il petrolio, tramite il settore pubblico (Petróleos de Venezuela, PDVSA).Il problema non risiede nella nostra condizione di Paese di mono-esportazione petrolifera, né nel fatto che il settore pubblico se ne occupa, ma dallo scarso rendimento del settore privato. Anche se appare ancora potente, storicamente esporta, in media, meno del 10% del totale. Il 10% delle esportazioni non petrolifere riguarda minerali (26%); industria chimica (45%); plastica e gomma (3%), metalli (10%), tutti prodotti dal settore pubblico [2]. L’esportazione del settore privato non supera in media l’1% del totale.

2. “Non produciamo ciò che mangiamo”. Un’altra favola è che tutti gli alimenti consumati dai venezuelani sono importati. Niente di più lontano dalla realtà. Del cibo disponibile, l’88% in media è prodotto dai nostri agricoltori, allevatori e pescatori in terre e mari venezuelani, il restante 12% è ancora importato. [3]Il Venezuela produce il 99% dei tuberi consumati, il 92% dello zucchero, il 97% della verdura, il 92% della carne, il 99% delle uova, il 98% di frutta e latte, il 90% di caffè e tè. Il 63% dei cereali. L’importazione principale sono grano (100%) e malto d’orzo (100%), utilizzati per la produzione di pane e birra, che non possono essere prodotti a livello locale a causa del clima. 91% dei legumi (fagioli, lenticchie) consumati dai venezuelani è importato quando potrebbe perfettamente essere prodotto sul nostro territorio. Importiamo anche il 53% di grassi, in particolare la soia.Non c’è dubbio che alcune di queste favole sono scuse del grande capitale, in particolare di quello che concentra la produzione agroalimentare chiedendo allo Stato sempre più dollari a tasso preferenziale con l’argomento che non vi ha accesso, altrimenti non potrebbe importare questi prodotti, affamando la popolazione. Gli serve anche giustificare il debito privato, suo riconoscimento e ripianamento da parte dello Stato… Il 50% della produzione totale di alimenti dell’agribusiness si concentra sul 10% delle aziende private. [4] In altre parole, siamo di fronte a una produzione alimentare monopolistica. Anche se non lo si menziona mai, è uno dei principali punti deboli del modello di produzione economica del Venezuela, non solo per gli effetti negativi prodotti dai monopoli su prezzi e quantità, ma soprattutto per la dipendenza da una manciata di aziende che producono, importano e distribuiscono un bene strategico come l’alimentazione della popolazione. La situazione rafforza il potere coercitivo che possono esercitare queste aziende, per interessi economici od intenti politici, come osservato negli ultimi anni in Venezuela. La lezione principale di questa storia è la differenza tra sicurezza e sovranità alimentare.

3. “Il settore pubblico è improduttivo”. Si dice anche che il settore pubblico non produce nulla. Discriminando la produzione totale per settore istituzionale, cioè tra settore pubblico e privato, ci si rende conto che in media il 34% del prodotto interno lordo è generato dal settore pubblico e il 66% dal settore privato. Dalle attività del settore pubblico in Venezuela provengono principalmente petrolio, servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico, sicurezza, protezione sociale), elettricità, acqua, estrazione mineraria. Negli ultimi quattro anni, nonostante i prezzi del petrolio in calo, fattore chiave dei livelli di produzione in Venezuela, nonostante i vari aspetti della guerra economica attuata dal settore privato, come il blocco del credito internazionale e l’inflazione indotta con la manipolazione monetaria sul mercato illegale, la produzione del settore pubblico è aumentata.La produzione del settore pubblico è aumentata costantemente dal 2003, anche nel 2009, anno che vide un calo del 34% del prezzo del petrolio. Oltre al business del petrolio, la fornitura dei servizi pubblici è seconda nella produzione dopo la manifattura.

4. “Il settore pubblico, a differenza del settore privato, è inefficace”. Si dice che lo Stato è inefficace, cioè che i lavoratori del settore pubblico ricevano lo stipendio senza fare nulla o, nella migliore delle ipotesi, facendo poco. Al contrario, le aziende private sono ancora considerate “efficienti”. Per definizione, si considera “efficiente” produrre di più con meno risorse. [5] Questa favola è la base della tesi secondo cui lo Stato non deve intervenire nell’economia. In Venezuela, in media, la produttività del lavoro nel settore pubblico, tra cui il petroloo [6], è stata 2,5 volte superiore a quello del settore privato. [7] Dal 1997 al 2015 ogni lavoratore pubblico ha prodotto 8,07 milioni di bolivares all’anno [8], mentre ogni lavoratore del settore privato ne ha prodotto 3,25 milioni. Anche escludendo da questi calcoli il petrolio, la produttività del settore pubblico rimane non solo 1,3 volte superiore a quella del settore privato, ma dal 2006 ha avuto un incremento del 44% da 3,5 milioni di bolivar all’anno per lavoratore a 5,1 milioni. [9] Al contrario, nello stesso periodo, la produttività del settore privato è diminuita del 14%.

Questi risultati ci permettono di celebrare alcuni protagonisti della nostra storia contemporanea: i lavoratori del settore pubblico. Operai, medici, infermieri, paramedici, bio-analisti, insegnanti, docenti universitari e lavoratori in genere; ingegneri e tecnici della manutenzione e pulizia; i responsabili della nettezza urbana; comunicatori; conduttori di metropolitana e autobus; agenti della polizia; militari delle Forze Armate Nazionali Bolivariane; vigili del fuoco; lavoratori del servizio diplomatico; della pubblica amministrazione; della giustizia; i cuochi che preparano i pasti per gli scolari; musicisti delle orchestre sinfoniche; allenatori sportivi; guardiaboschi; portuali e aeroportuali, amministratoti del processo elettorale e anche i deputati, alla fine tutti coloro che si alzano presto per gestire il settore pubblico.

5. “Solo le aziende private producono”. Questa classica fiaba vuole dire che ogni modo di produzione che non sia privato è meno efficace, non solo nel caso dello Stato, ma anche dei servizi comunitari, di cooperative e comuni. Infatti, dal 1999, primo anno della rivoluzione bolivariana, al 2015, il prodotto interno lordo è aumentato del 43%. Ma dopo le attività finanziarie e le comunicazioni, mostrarono il maggiore incremento nello stesso periodo le attività dei servizi comunitari e sociali. Quarti furono i servizi delle amministrazioni pubbliche. Attività agricole, allevamento, manifattura, commercio e trasporti, principalmente in mano ai privati, registrarono un aumento dal 1999, ma inferiore.Sembra che non solo i metodi di produzione privati conferiscano valore aggiunto all’economia. La proprietà statale, come già detto, non solo è al secondo posto nella produzione, che non solo è aumentata negli ultimi anni, nonostante il calo dei prezzi del petrolio: ma ha visto crescere l’alta produttività del lavoro. La produzione di proprietà sociali è stata una delle attività economiche che ha registrato il maggiore incremento negli ultimi anni e ha contribuito in misura importante al prodotto interno lordo. Il riconoscimento costituzionale di altri modi di produzione, in parallelo alla produzione privata, è un passo importante per la democratizzazione della produzione e la riduzione della dipendenza da un numero ristretto di grandi imprese in molti settori monopolizzati della produzione, dell’importazione e della distribuzione di beni e servizi.

6. “L a produzione privata è scesa dal 1999 (primo anno della rivoluzione bolivariana)”. Questa è la voce amplificata da certi media: dal 1999 le società private sono state smantellate, e la questione in politica economica dell’uguaglianza e della giustizia sociale ha creato sfiducia e scoraggiato gli investitori. Si dice così che il controllo dei prezzi, del mercato dei cambi e la presunta mancanza di valuta estera abbiano impedito alle aziende di produrre. Fiction, ancora una volta: la produzione nel settore privato è aumentata in media del 35% dal 1999. Tutte le attività economiche del settore privato sono aumentate. Ad esempio, l’attività delle istituzioni finanziarie e assicurazioni, soprattutto private, è esplosa (375%) nello stesso periodo; il commercio è aumentato del 64%; trasporto e stoccaggio del 46%; comunicazioni del 332%; agricoltura, allevamento e pesca del 27%; manifattura del 12%; servizi immobiliari del 50%. Inoltre non solo il prodotto interno lordo del settore privato è aumentato, ma il tasso di rendimento del capitale era in costante crescita dal 2003, raggiungendo nel 2008 [10] il massimo storico dal 1970, il 22%.Non c’è dubbio che chi ripete questa favola vuole giustificare il ritorno al modello neoliberista cessando di controllare i prezzi dei beni di prima necessità prodotti dai grandi monopoli, congelando i salari, privatizzando i servizi pubblici e consentendo a certi proprietari di grandi capitali, tra cui bancari e finanziari, di appropriarsi della valuta ottenuta con l’esportazione del petrolio.

7. “Non si produce perché il governo ha espropriato le aziende private”. Il mito che il governo abbia espropriato quasi tutte le aziende private va di moda negli ultimi anni. Di 28222 unità economiche corrispondenti all’attività industriale, solo 363 o 1,2%, sono nelle mani del settore pubblico. Il restante 98,71% è di proprietà privata. Delle unità economiche legate al commercio, il settore pubblico ne riunisce 294 su un totale di 243444, cioè lo 0,12%. Il restante 99,87% delle unità corrispondenti in questa attività sono del settore privato. Allo stesso modo, le aziende dei servizi appartenenti al pubblico sono lo 0,88% (943 su 111333 unità). Il resto è di proprietà privata. [11]

8. “Viviamo solo con i proventi del petrolio”. Questa fiaba è la più elaborata e diffusa di tutte. Diffonde un particolarmente potente messaggio ideologico: “i venezuelani sono pigri, non lavorano”, la cui funzione è nascondere il principale problema dell’attuale modello economico venezuelano: uso, distribuzione e proprietà delle ricchezze, tra cui i proventi del petrolio. E’ importante capire che in realtà, per i proprietari di capitale e forza-lavoro, “non funziona” è cioè appropriarsi storicamente di una proporzione importante delle entrate petrolifere e, in generale, del valore aggiunto dell’economia.Riferimenti:
[1] Il prodotto interno lordo (PIL) misura tutti i beni e servizi prodotti in un’economia in un determinato periodo, di solito un anno.
[2] Istituto Nazionale di Statistica (INE). Sistema di consultazione del commercio estero. I dati sono disponibili dal 1950. Abbiamo avuto accesso alle informazioni raccolte dal 1980.
[3] Rassegna dati dal Bilancio Alimentare, strumento istituito nel 1950 dall’Istituto Nazionale della Nutrizione (NIN) per misurare la disponibilità di cibo (produzione, importazione ed esportazione).
[4] Dato del 2011 tratto dall’Indagine sulle grandi industrie del dicembre 2013, pubblicata dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE).
[5] La produttività del lavoro è calcolata dividendo la produzione totale per il numero di lavoratori.
[6] Il fatturato è calcolato dividendo il prodotto interno lordo (PIL) del settore pubblico per il numero di lavoratori di questo settore.
[7] Calcolato nel 1997-2015.
[8] Per l’anno di riferimento 1997.
[9] Bolivar indicizzati al valore del 1997.
[10] Abbiamo questi dati fino al 2008, quando smise di lavorarci Asdrúbal Baptista: Fondamenti quantitativi dell’economia venezuelana.
[11] Istituto Nazionale di Statistica. Quarto Censimento economico 2007-2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora