I sauditi continuano a perdere sul mercato cinese, a vantaggio della Russia

La Cina preferisce comprare petrolio dalla Russia pagando in yuan
Tsvetana Paraskova, Russia Insider 13 ottobre 2017

Il ritmo delle importazioni di petrolio greggio e la crescita della domanda in Cina sono elementi chiave dei dati sul mercato petrolifero e per gli analisti nel valutare la crescita globale della domanda di petrolio. Accanto all’India, la Cina è il fattore principale della crescita della domanda, divenendo destinazione ambita per i maggiori produttori di petrolio, in particolare del Medio Oriente. Quest’anno, coi tagli della produzione dell’OPEC, le importazioni di greggio in Cina mostrano come le quote di mercato sono cambiate e chi vince e perde nella gara a rifornire di petrolio l’Asia, mentre il cartello e gli alleati russi limitano la produzione. Il più grande perdente nella guerra sul partenariato con la Cina è senza dubbio il maggiore produttore e capo de facto dell’OPEC, l’Arabia Saudita, che porta avanti gli sforzi per ridurre l’offerta e aumentare i prezzi del petrolio. I maggiori vincitori nell’ambito del taglio della produzione sono Russia e Angola. I vincitori che non vi rientrano sono Stati Uniti e Brasile, che hanno aumentato significativamente l’esportazione di greggio in Cina. I dati doganali cinesi offrono uno sguardo su quanti barili di petrolio i sauditi hanno rinunciato per la Cina cercando di riequilibrare il mercato, scrive l’autore di Reuters Clyde Russell. Tra gennaio e agosto, la Russia era il principale fornitore di petrolio della Cina, seguita da Angola e Arabia Saudita. Le importazioni cinesi dalla Russia sono aumentate del 13,2 per cento, a 1,16 milioni di bpd nei primi otto mesi del 2017. Le importazioni dall’Angola sono salite del 16,6 per cento, a 1,05 milioni di bpd, mentre le importazioni dall’Arabia Saudita sono diminuite dell’1,7 per cento, per 1,03 milioni di bpd nel periodo gennaio-agosto. La Russia aveva già superato l’Arabia Saudita come fornitore di petrolio della Cina nel 2016, ma i tagli dell’OPEC hanno reso più pronunciato il dominio russo quest’anno. Mentre i sauditi tagliano le esportazioni verso alcuni acquirenti asiatici, la Russia aumenta le esportazioni di petrolio, afferma Bloomberg. Anche se la Russia limita la produzione (a 300000 bpd, massimo livello post-sovietico), le esportazioni globali hanno superato le esportazioni del 2016 in ciascuno dei mesi, fino ad agosto. Nel mercato cinese, la Russia era al primo posto come fornitore ad agosto, per il sesto mese consecutivo. Al secondo posto arrivava l’Angola. E al terzo l’Arabia Saudita, con un calo del 16,2% rispetto all’agosto dello scorso anno, a circa 861200 bpd. L’Angola, da parte sua, ha visto le esportazioni di petrolio per la Cina salire di quasi il 28 per cento, a 983500 bpd, secondo i dati doganali cinesi. Le importazioni cinesi da Iran e Iraq sono aumentate ad agosto. Le vendite di petrolio iraniano in Cina sono aumentate del 5,45 per cento, a 786720 bpd, il livello mensile più alto dal 2006, secondo Reuters Eikon. Le importazioni cinesi di agosto dall’Iraq sono aumentate del 30 per cento, a 736400 bpd.
La quota saudita del mercato cinese è diminuita notevolmente nei mesi estivi, dopo che i sauditi avevano tagliato drasticamente le esportazioni di petrolio scegliendo i mercati su cui accelerare la riduzione del surplus nella speranza di aumentare i prezzi del petrolio. Secondo i dati di Bloomberg, la quota saudita delle importazioni petrolifere cinesi è scesa a una media dell’11 per cento tra giugno e agosto, rispetto a una quota del 15 per cento in media nel 2015. Mentre i membri dell’OPEC e la Russia lottano per attirare gli acquirenti cinesi, gli outsider Brasile e Stati Uniti aumentano le vendite alla Cina. La minore offerta dall’OPEC e le differenze di prezzo favorevoli hanno spinto gli acquirenti cinesi ad aumentare gli acquisti dalle Americhe. Le esportazioni di petrolio brasiliano in Cina da gennaio ad agosto sono aumentate del 41,8%, a 480000 bpd, mentre le vendite di greggio statunitense in Cina hanno superato i 128000 bpd, un aumento di oltre il 1000%, secondo Reuters. Secondo i dati dell’EIA, disponibili fino a luglio, la Cina è il secondo maggiore acquirente di greggio statunitense quest’anno, e da febbraio ad aprile il volume delle esportazioni statunitensi in Cina superava quello dal Canada. La quota di mercato che l’Arabia Saudita ha perso in Cina è il risultato della politica del regno volta ad aumentare i prezzi del petrolio. Ma una volta terminati i tagli dell’OPEC, che finiscano prima (marzo 2018) o dopo (fine 2018), la gara per rifornire le regioni dalla domanda di petrolio maggiormente crescente, ricomincerà. La Saudi Aramco attualmente cerca accordi con le raffinerie cinesi per assicurasi le esportazioni future. Aramco persegue una partnership con CNPC per avere una quota della raffineria Anning da 260000 bpd nella provincia di Yunnan, oltre a una serie di accordi possibili a valle. Nel frattempo, finché i tagli dell’OPEC non finiranno, i sauditi continueranno a sacrificare quote di mercato per avere prezzi più elevati del petrolio per sostenere una valutazione maggiore di Aramco nell’OPA per l’anno prossimo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli investitori esteri si riversano in Russia

Mentre l’economia si rafforza la Russia supera l’India come primo Paese per gli investitori esteri e i fondi azionari
Alexander Mercouris, Russia Feed 8 ottobre 2017La crescente fiducia degli investitori nella Russia mentre l’inflazione storicamente elevata continua a diminuire, e l’economia supera la recessione, ha ricevuto una forte conferma con la notizia che per la prima volta la Russia ha superato l’India come opzione d’investimento preferito dagli investitori sui mercati emergenti. Questa conferma proviene dalla fonte più autorevole possibile, un articolo del Financial Times, negli ultimi anni fortemente critico verso la Russia. “La Russia ha superato l’India come prima posizione per i fondi azionari sui mercati emergenti. Nonostante l’imposizione di sanzioni sempre più severe a Mosca, i prezzi del petrolio ancora bassi e un’economia che ora esce da una grave recessione, ancora assalita da tassi d’interesse reali adattati all’inflazione del 5,2 per cento. Al contrario, l’India era da tempo preferita dagli investitori esteri che si leccavano i baffi alla prospettiva del Paese più popoloso del mondo che cresceva a un alto tasso, grazie allo zelo riformista del Primo ministro Narendra Modi. “La Russia è ora la maggiore opzione per i gestori dei mercati emergenti, per la prima volta dai record avutisi all’inizio del 2011, superando la lungamente preferita India”, dichiarava Steven Holden, fondatore della Copley Fund Research, che ha compilato i dati e confessato “sorpresa” per la nuova popolarità della Russia. Il fondo di investimenti ormai attribuisce alla Russia 1,46 punti percentuali, superando gli 1,4 punti percentuali dell’India, dove i gestori dei fondi avevano una esposizione media del 4,4 per cento all’inizio del 2015, secondo Copley, come mostrato nel primo grafico. I dati si basano sulle partecipazioni di 126 fondi con attività combinate per 300 miliardi di dollari. Di questi fondi, il 72,8 per cento oramai punta alla Russia, contro solo il 60 per cento per l’India…” L’articolo osserva correttamente che gli interessi degli investitori esteri in Russia partono da una base molto bassa e che la Russia ha superato l’India per via della recente perdita di attrattiva, mentre aumenta quella della Russia. Tuttavia, l’articolo chiarisce che l’aumento dell’interesse degli investitori per la Russia è determinata dai suoi fondamentali sempre più forti. “Il signor Jain, tea gli investitori dal grande fervore per la Russia, di cui è sorpreso essendo un “ultra ribassista da 15 anni”, è CIO della Vontobel Asset Management svizzera, che gestisce 32 miliardi di dollari. Ancora oggi il suo fondo GQG Partners Emerging Markets Equity ha un’esposizione del 10,2 per cento in Russia, più di tre volte l’indice. “Ero pubblicamente critico nell’investire in Russia. L’ho seguita per 25 anni e questo è il massimo che ho avuto”, ha detto. Nicholas Field, stratega EM di Schroders e co-direttore del fondo del gruppo Global Emerging Market Opportunities, è un altro convertito, con l’aumento dell’attribuzione del 14,2 per cento. “Molti dei titoli che si leggono sulla Russia riguardano geopolitica e relazioni con gli Stati Uniti e così via, ma quando si guarda all’economia si vedono alcune cose interessanti per gli investitori”, ha detto. La tesi di Jain è che le sanzioni imposte alla Russia da Stati Uniti e UE e la scivolata nei prezzi del petrolio, sono state utili agli investitori esteri perché hanno costretto le compagnie russe a ridurre i costi. L’India è molto costosa. È divenuta da molto economica a uno dei mercati più costosi. In particolare, le compagnie petrolifere russe furono costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie di trivellazione, aiutandosi a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza estera con le contro-sanzioni russe alle importazioni alimentari europee. “Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo nel tagliare i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane, dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi”. Sberbank è assai ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% del ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”. Nel complesso, vede spazio per l’ulteriore crescita del reddito, l’espansione dei margini e la riqualificazione del mercato, dato che Mosca attualmente ha un rapporto prezzo/profitto di solo 7,8 e un rendimento dei dividendi del 4,7 per cento”.
I lettori di RussiaFeed e The Duran avranno già familiarità con ciò. A titolo esemplificativo, ecco un articolo scritto per The Duran sui progressi della Russia nella tecnologia della trivellazione petrolifera (uno dei soggetti affrontati nell’articolo di Financial Times di Rajiv Jain), mentre il rapido avanzamento dell’agricoltura russa, in parte come conseguenza delle contro-sanzioni russe (un tema anche toccato da Rajiv Jain) è stato discusso su RussiaFeed qui. La crescente forza del sistema finanziario e bancario russo, storicamente tallone d’Achille dell’economia post-sovietica della Russia, è stata discussa molte volte (ad esempio qui e qui). Ciò che accade è che la comunità internazionale degli investimenti, e il Financial Times, finalmente comprende la verità. Dato l’enorme “rumore” negativo di cui soffre la Russia e la lunga ostilità del Financial Times, l’articolo sugli investitori internazionali che vanno in Russia non sorprende che alla fine sia piccato. “Il crescente interesse per la Russia non è dovuto presumibilmente alle prospettive economiche a lungo termine buone, ma alla ripresa della Russia dalla recessione. L’ottimismo del signor Field è alimentato dalla ripresa economica del Paese, che prevede di proseguire almeno fino alla metà del 2018. “La domanda è depressa, per cui il recupero dovrebbe continuare per un po’. L’inflazione è scesa al 3,3 per cento, abbastanza inaudita per la Russia. Nei prossimi 12-24 mesi c’è spazio per riduzioni dei tassi di interesse certamente stimolando l’economia. L’unica cosa che può sconvolgere è un’altra mossa importante sul prezzo del petrolio”, secondo Field. Tuttavia, non durerà a lungo. “Non pensiamo che la crescita strutturale sia a lungo termine molto elevata, così molti acquistano in Russia ora non perché ha 10 o 20 anni gloriosi davanti, ma perché recupera“. Sentiremo numerosi commenti nei prossimi mesi, poiché la crescita economica rinnovata della Russia è impossibile negarla anche da chi in precedenza disse non ci sarebbe mai stata. Tali commenti sono in realtà inutili. In che senso il recupero dell’economia dalla recessione sarebbe un motivo per dubitarne della futura crescita? Mettendo ciò da parte, l’articolo fornisce esempi abbondanti sui “motivi strutturali” per cui è probabile una forte crescita in futuro. Riprendendo le osservazioni nell’articolo di Rajiv Jain, “…Le compagnie petrolifere russe sono state costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie per la perforazione, aiutandole a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza straniera con le contro-sanzioni russe ai prodotti alimentari europei importati. Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo per ridurre i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi. “Sberbank è molto ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% di ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”.”
Cosa significa riduzione dei costi, maggiore efficienza, sviluppo di nuovi prodotti e nuove tecnologie, elevati profitti operativi e (nel sistema bancario) consolidamento dell’industria se non la prova che l’economia affronta con successo i propri problemi strutturali, garantendosi così la crescita a lungo termine in futuro? Non c’è dubbio che c’è ancora molto da fare, ma perché continuare a fingere che nulla accade quando è tutto chiaro? Una delle discussioni perenni sui problemi dell’economia della Russia è che i suoi critici occidentali insistono ad averli in entrambi i sensi. Sono costretti a concedere che l’economia russa si adatta con successo alle dure condizioni economiche post-2014 in cui si trovava (bassi prezzi petroliferi e sanzioni occidentali) e ora recupera da una recessione che la maggior parte di loro pensava dirompente, ma allo stesso tempo si rifiutano di ammettere questo successo dell’economia russa, nelle stesse condizioni economiche, danneggiando profondamente le loro critiche, spesso anche apocalittiche. In realtà, l’economia che si adatta così rapidamente e con successo alle sfide che affrontava nel 2014 non può essere inefficiente, corrotta, mal gestita, ‘cleptocratica’ e sottovalutata come il ‘Zaire innevato’ immaginato dai critici occidentali. L’articolo del Financial Times dimostra che sempre più gestori di fondi, tra cui Rajiv Jain e Nicholas Field che avevano già acquistato in un quadro cupo, cominciano a vedere la verità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La svolta geopolitica del secolo?

Cyril Widdershoven, Oilprice, 7 ottobre 2017La realtà geopolitica in Medio Oriente cambia drammaticamente. L’impatto della primavera araba, del ritrarsi delle forze armate e della diminuzione dell’influenza economica statunitensi sul mondo arabo, come visto con l’amministrazione Obama, sono fatti. L’emergere del triangolo russo-iraniano-turco è la nuova realtà. L’egemonia occidentale nella regione mediorientale è finita, e non in modo morbido, ma con una lunga lista di conflitti e destabilizzazioni. La prima visita di un re saudita in Russia mostra il crescente potere della Russia in Medio Oriente. Inoltre dimostra che non solo i Paesi arabi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma anche Egitto e Libia, sempre più considerano Mosca alleata strategica. La visita di re Salman a Mosca potrebbe annunciare non solo alcune trattative multilaterali, ma sarebbe il primo passo reale verso una nuova alleanza geopolitica e militare regionale tra Arabia Saudita e Russia nell’OPEC. Questa cooperazione non solo avrà gravi conseguenze per gli interessi occidentali, ma potrebbe in parte compromettere o ridisegnare la posizione dell’OPEC. Il Presidente Vladimir Putin ospita attualmente una grande delegazione saudita, guidata da re Salman e sostenuta dal ministro dell’Energia Qalid al-Falih. L’atteggiamento di Mosca verso l’Arabia Saudita, alleata di Washington e avversaria decisa della crescente proiezione dell’Iran nel mondo arabo, dimostrano che Putin comprende l’attuale mutamento in Medio Oriente. Gli alleati degli statunitensi Arabia Saudita, Egitto, Turchia e persino Emirati Arabi Uniti, dimostrano crescente ansietà nel tessere relazioni militari ed economiche con Mosca, anche se ciò significa affrontare una potenza globale che supporta il loro arcinemico Iran. Gli analisti si chiedono dove guardi re Salman, ma tutti i segni indicano il sostegno saudita a un ruolo maggiore della Russia nella regione e a una più profonda cooperazione nei mercati del petrolio e del gas.
In netto contrasto con il difficile rapporto dell’occidente con il mondo arabo, Mosca sembra svolgervi il ruolo di potere regionale. Può diventare un alleato o amico di avversari regionali, come Iran, Turchia, Egitto e ora Arabia Saudita. I regimi arabi sono anche disposti a discutere di cooperazione con la Russia, anche se sostiene avversari nei conflitti in Siria e Yemen e continua a fornire armi all’Iran. Gli investitori possono aspettarsi Russia e Arabia Saudita firmare una moltitudine di accordi, alcuni già presentati. Mosca e Riyadh discuteranno anche di mercati ancora in via di sviluppo del petrolio e del gas, in quanto entrambi dipendono fortemente dai ricavi degli idrocarburi. Gli analisti arabi prevedono che entrambe le parti scelgano una strategia bilaterale per ridurre i prezzi del petrolio. Riyad e Mosca hanno lo stesso obiettivo: un mercato stabile del petrolio e gas, in cui la domanda e l’offerta si tengano reciprocamente sotto controllo aumentando i prezzi, ma senza lasciare spazio a nuovi operatori del mercato come lo shale degli USA. Putin e Salman discuteranno anche la situazione della sicurezza in Medio Oriente, in particolare la guerra in Siria, l’emergere dell’Iran e la situazione in Libia. Finora hanno sostenuto le parti opposte, ma Riyad ha capito che l’obiettivo di rimuovere il Presidente Assad è fuori portata. Per impedire l’asse sciita (Iran-Iraq-Siria-Libano), altre opzioni sono ora ricercate per sventare l’ascesa di Teheran. Mosca ne è la chiave. Il sostegno incondizionato di Putin alle operazioni militari iraniane in Iraq e Siria, combinato al sostegno ad Hezbollah e ad Ansarullah nello Yemen, sarà discusso e forse modificato per dare a Riyad spazio di manovra nella sfera d’influenza russa. Il verdetto non è ancora emesso, ma la mossa di Riyad va vista alla luce dei colloqui di Mosca con Egitto, Libia, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. L’evidente ascesa di Putin nel mondo arabo è ormai chiara. La forte leadership del nuovo leader russo è diventata punto d’interesse per i regimi arabi (ex-filo-occidentali). Stati Uniti e loro alleati europei hanno mostrato solo un greve approccio politico-militare alle minacce nel Medio Oriente, destabilizzando i presidenti arabi storicamente pro-occidentali. L’amicizia di Putin, invece, viene presentata come incondizionata e duratura.
Sebbene le operazioni geopolitiche e militari in Medio Oriente occupino i titoli, il riavvicinamento saudita-russo avrà conseguenze economiche. La leadership di Riyad all’OPEC è ancora indiscussa, come mostrano gli ultimi anni. L’ansia dell’Arabia Saudita nel contrastare la caduta dei prezzi del petrolio ha avuto successo, ma è necessario uno sforzo maggiore per riportare i prezzi tra 60 e 75 dollari al barile. Il ruolo della Russia, la maggiore produttrice non OPEC, è sostanziale, supportando non solo alcuni produttori emergenti, ma anche facendo pressione sugli alleati Iran, Venezuela e Algeria. La cooperazione storicamente importante di Mosca-Riyadh su petrolio e gas è senza precedenti. Senza il sostegno della Russia, la conformità generale all’accordo sulla riduzione della produzione OPEC sarebbe stato esigua, abbassando i prezzi ancor più. Il riavvicinamento saudita-russo potrebbe però essere considerato una minaccia dall’occidente. L’influenza occidentale nella regione è diminuita dalla fine degli anni ’90, non solo per il dividendo della pace della NATO, ma soprattutto perché i Paesi OCSE si allontanano dal petrolio. L’Arabia Saudita ha dovuto trovare nuovi mercati, con Cina e India. Il futuro saudita non si basa sui clienti o sul sostegno occidentali, ma si trova in Asia e nelle altre regioni emergenti. Anche l’ex-URSS appare negli schermi sauditi. Le opportunità d’investimento, unitamente al sostegno geopolitico e agli interessi militari, sono facilmente disponibili in Russia e negli Stati vicini. Per l’OPEC, la relazione Mosca-Riyad potrebbe anche minacciare. Nella storia dell’OPEC, Riyadh è stato il principale detentore del potere nel cartello petrolifero, avanzando le strategie su prezzo e produzione; soprattutto in stretta collaborazione con gli altri membri, la maggior parte alleati arabi. Ciò è cambiato drammaticamente dopo che Arabia Saudita e Russia hanno accettato di cooperare sui mercati petroliferi globali. Con l’emergere di questa cooperazione OPEC/non OPEC, Mosca e Riyadh si sono avvicinate più del previsto. I due Paesi decidono ora il futuro dei mercati petroliferi globali prima di discuterne con altri attori come UAE, Iran, Algeria e Nigeria. La visita di re Salman è vista come un altro passo verso una cooperazione maggiore su petrolio e gas. Oltre alla cooperazione globale sul mercato petrolifero, l’Arabia Saudita è e sarà sempre più interessata ad investire nello sviluppo del gas naturale, non solo per avere interessi sul futuro del gas russo, ma anche per avere tecnologia, investimenti e LNG russi nel regno. Allo stesso tempo, i media dichiarano che l’Arabia Saudita non chiede alla Russia di partecipare alla tanto attesa OPA sull’Aramco nel 2018. Tuttavia, gli investitori e le istituzioni finanziarie russi ne sarebbero interessati.
Putin comprende non solo gli scacchi ma anche l’approccio arabo del “tawila”. Il principe saudita Muhamad bin Salman già preparerà la sua tawila, piazzando carte sufficienti sul tavolo per assicurarsi il successo. MBS, attualmente governante de facto del regno, punta a una piena cooperazione tra Russia e Arabia Saudita su energia, difesa e investimenti, per ammorbidire il sostegno totale di Mosca all’arcinemico Iran. Per entrambe, Mosca e Riyadh, il quadro attuale presenta una situazione vincente. Mosca può raggiungere il suo obiettivo in Medio Oriente: diventare il principale mediatore e scalzare gli Stati Uniti. Per Riyadh, la possibilità di contrastare la minaccia iraniana, pur rafforzando la propria economia e il futuro negli idrocarburi, è ora vicina. Il viaggio di re Salman potrebbe passare alla storia come punto di non ritorno per l’occidente. Le immagini del Presidente Vladimir Putin e di re Salman potrebbero sostituire quelle storiche di re Saud e del presidente Roosevelt (Lake Bitter, 1945). In pochi anni, il principe ereditario Muhamad bin Salman potrebbe dire ai figli che questo è uno dei pilastri del cambiamento del Medio Oriente e del suo progetto Vision 2030 per diventare un ponte tra il vecchio (ovest) e il nuovo (Russia-Asia).Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia detiene il futuro dell’Arabia Saudita

Tom Luongo, 6 ottobre 2017Il vertice tra re Salman e Vladimir Putin determinerà i prossimi 50 anni di geopolitica petrolifera. Oggi re Salman dell’Arabia Saudita e il Presidente Vladimir Putin iniziano un vertice di tre giorni al Cremlino. È la prima visita ufficiale di un re dell’Arabia Saudita a Mosca. La sua importanza non può essere sottovalutata. Era previsto da tempo. Il principe Muhamad bin Salman ha incontrato Putin diverse volte con altri alti funzionari sauditi. Lo scopo di questi colloqui per il satrapo fedele alleato degli statunitensi era provare a spingere la Russia a ridurre la produzione di petrolio o minacciare una guerra dei prezzi. Putin li aveva ripetutamente rispediti indietro con poco o niente. Ora, re Salman, probabilmente nel suo ultimo viaggio diplomatico, deve negoziare il futuro del Paese. Questi negoziati sono troppo importanti per lasciarli all’inesperto ed agitato principe. Come ho già sottolineato, i sauditi sono in difficoltà finanziarie. Il loro bilancio nazionale si basava su prezzi del petrolio molto più alti. Decenni di estrazione di ricchezze e di non condivisione con il popolo hanno lasciato i Saud in una posizione molto vulnerabile. Senza costruire un’infrastruttura economica sostenibile con una forza lavoro istruita e dinamica, sono costretti negli ultimi anni ad espandere semplicemente i finanziamenti “sociali” per reprimere i disordini civili. Con il petrolio a meno di 60 dollari nel prossimo futuro, l’Arabia Saudita è intrappolata dalle relazioni con gli Stati Uniti e il petrodollaro. Quindi, re Salman visita Mosca non per minacciare o estorcere. S’inginocchia a Putin, sapendo che la manovra siriana guidata dagli Stati Uniti in competizione con Gazprom per il mercato del gas europeo, è fallita. Il principe ha trascinato il Paese in bizzarrie diplomatiche e militari. E Salman deve ora tentare di sciogliere il nodo gordiano che la sua famiglia dominante s’è auto-inflitta.

“Petrodollaro che?”
I sauditi non possono cambiare marcia per salvare la situazione senza stringere forti legami con la Russia. La loro puntata valutaria sul dollaro statunitense, pietra angolare del sistema globale del petrodollaro su prezzi del petrolio e reimpiego delle eccedenze commerciali in dollari, esaurisce le loro finanze. L’Arabia Saudita potrebbe equilibrare il bilancio con più bassi prezzi del petrolio se fa ciò che fece la Russia alla fine del 2014, permettendo al riyal di fluttuare liberamente sul mercato. Questa mossa ha permesso a Putin e alla Russia di superare la tempesta finanziaria e permettersi d’intervenire in Siria. In questo processo la Cina ha iniziato a costruire le infrastrutture finanziarie e regolamentari per far uscire con successo dal commercio del petrolio, passo dopo passo, i dollari USA, spezzandone così il monopolio e indebolendo finanziariamente gli Stati Uniti. Ma i sauditi non possono farlo. Fa parte del loro impegno implicito con gli Stati Uniti esserne l’avanguardia in Medio Oriente. Ma la guerra fallita per abbattere Assad in Siria ha rivelato che gli Stati Uniti non possono proiettare potenza più di quanto fatto. La Siria sarà la Waterloo dello Stato profondo degli Stati Uniti; al culmine della capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza all’estero. Il drammatico intervento all’ONU del 28 settembre 2015 di Putin, e il successivo intervento militare, furono la svolta. L’Afghanistan sarà visto così con l’imminente drastico collasso delle operazioni USA. Ma la Siria fu il momento in cui gli Stati Uniti si dimostrarono sovraestesi.

Ascesa della Russia
Perfino Bloomberg infine ammetteva che la Russia emerge padrona del Medio Oriente, “...israeliani, turchi, egiziani e giordani vanno al Cremlino nella speranza che Vladimir Putin, il nuovo signore del Medio Oriente, possa garantire i propri interessi e risolvere i loro problemi”. E i sauditi lo sanno. Così, re Salman va a Mosca per risolvere ciò che il suo principe ereditario ha rovinato sovrastimando l’impegno statunitense verso l’Arabia Saudita a danno del resto del mondo arabo. La tempistica dell’incontro è fortuita col presidente Trump e la maggior parte del governo USA concentrati sulla crisi interna dovuta ai tre degli uragani più grandi e alla peggiore strage nel Paese da Wounded Knee. Putin tira un carico pesante. Non si aspetta niente meno che la fine del blocco finanziario al Qatar e della guerra nello Yemen, che drenano il tesoro saudita e la pazienza degli Stati Uniti. Ma per tutto questo, Putin permetterà a re Salman di salvare la faccia. La diplomazia russa comprende questo imperativo. Non salverà i sauditi, che hanno ancora molto lavoro da fare, ma non avere la Russia nemica è il primo passo cruciale.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il piano russo per liberarsi dal dollaro funziona meglio di quanto immaginato

La Russia ha ormai triplicato le riserve d’oro da 600 a 1800 tonnellate
Alex Christoforou, The Duran 8 ottobre 2017Jim Rickards de The Daily Reckoning discute come la Russia agisce aggressivamente per sganciare l’economia dal dollaro USA. Gold, alternativa allo SWIFT, e la tecnologia blockchain sono utilizzati per liberare la Russia dall’influenza egemonica statunitense… e funziona. Mentre i media mainstream occidentali e i congressisti “spaventapasseri” statunitensi spacciano la menzogna “dell’intromissione russa nelle elezioni“, c’è solo una “storia sulla Russia che conta“… Il World Gold Council ha riferito che la Banca Centrale della Russia ha più che raddoppiato l’acquisto di oro, portando le riserve al livello più alto da quando Putin prese il potere 17 anni fa. Il desiderio della Russia di allontanarsi dall’egemonia del dollaro USA e dal sistema di pagamento del dollaro è ben noto. Oltre il 60% delle riserve globali e l’80% dei pagamenti globali è in dollari. Gli Stati Uniti sono l’unico Paese con potere di veto presso il Fondo Monetario Internazionale, prestatore globale di ultima istanza. Forse l’arma più aggressiva della Russia nella guerra ai dollari è l’oro. La prima linea di difesa è acquisire l’oro fisico, che non può essere congelato dal sistema dei pagamenti internazionali. Con l’oro, si può sempre pagare un altro Paese semplicemente mettendolo su un aereo e spedendolo alla controparte. Questo è l’equivalente del 21° secolo dei pagamenti di JP Morgan che inviava oro su navi o ferrovia nei primi anni del XX secolo. La Russia ha triplicato le riserve d’oro da circa 600 tonnellate a 1800 negli ultimi 10 anni e non mostra segni di rallentamento. Anche quando i prezzi del petrolio e le riserve russe crollarono nel 2015, la Russia continuava ad acquistare oro. Ma la Russia persegue altre alternative al dollaro oltre l’oro. Come costruire sistemi di pagamento senza scadenza coi partner commerciali regionali e la Cina. Gli Stati Uniti influenzano lo SWIFT, sistema nervoso centrale del traffico globale dei messaggi di trasferimento di denaro, per isolare le nazioni che considerano minacce. Dalla prospettiva finanziaria, è come togliere l’ossigeno a un paziente in terapia intensiva. La Russia sa della propria vulnerabilità al dominio USA e vuole ridurla. Ora la Russia ha creato un’alternativa allo SWIFT. Il capo della banca centrale russa, Elvira Nabjullina, ha riferito a Vladimir Putin che “C’era la minaccia di essere esclusi dallo SWIFT. Abbiamo aggiornato il nostro sistema di transazioni e, se succede qualcosa, tutte le operazioni in formato SWIFT continueranno a funzionare. Abbiamo creato un sistema analogo“. La Russia fa anche parte del piano cinese che creerebbe un nuovo ordine monetario internazionale escludendo i dollari USA, con cui la Cina potrà acquistare petrolio russo con lo yuan e che la Russia potrà scambiare in oro nel cambio di Shanghai.
Ora sembra che la Russia abbia un’altra arma nel suo arsenale anti-dollaro. La Banca di sviluppo della Russia, VEB e diversi Ministeri russi collaborano per sviluppare la tecnologia blockchain. Vogliono creare un sistema di pagamento completamente criptato, distribuito ed economico che non si basi su banche occidentali, SWIFT o Stati Uniti per spostare denaro. Questo non ha niente a che fare con il bitcoin, che è solo un altro token digitale. La tecnologia blockchain (oggi spesso denominata tecnologia di registro distribuito o DLT) è una piattaforma che può facilitare un’ampia varietà di trasferimenti, magari includendo una nuova crittografia di Stato russo sostenuta dall’oro.
Quindi “Monete di Putin”? Il perdente sarà il dollaro. Questo è anche motivo per cui gli investitori assegnano parte dei loro portafogli ad attività come l’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio