Cina e Ambiente

Grandangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media
Luca Baldelli
Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1400000000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico–borghese con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista–leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità “vera” non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti.
In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i “signori della guerra”, i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1200000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89000000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico–economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88760000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di “cellule” in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26000000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7200000 operai; 12500000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la “teoria della tre rappresentatività” la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo statunitense tradottosi in semimonopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico–mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso antisocialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico–scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? E’ il PCC in grado di marcare le opportune e anzi soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista statunitense, a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100000 del 2001 ai 300000 del 2011, coprendo tutte le 210000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3500000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e “profonda” della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili.
L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e… le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema, è qui il nocciolo della questione, come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vogliono un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco–compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni “contagio” degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla “virtuosità” da parte di un’America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone.
Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc..). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2% rispetto al 2014; gli USA vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un + 30,8% rispetto al 2014, mentre gli USA vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+8,6% rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287000000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
La disinformazione ci presenta il “milione di morti ogni anno per inquinamento” in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli USA (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1000000, quello degli USA, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente ) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40000, 26000 e 21000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli USA, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del “taroccamento” (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) nel 2012 registrava 84400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli USA, i ricercatori del celeberrimo storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1000000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto “correggerli”. Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli USA, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico–critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di “regolatore naturale” anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di “protezione”, nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52400000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. Nessun mezzo di comunicazione “di grido” ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2000000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco–città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di “liberismo” imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40000000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3000000 di t di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato “Lago dell’Ovest”, esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli USA), hanno accresciuto massicciamente le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30000 dollari più che negli USA (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli USA è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli USA sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli USA, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6049435000 t annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5010170000 t annue. Il Rapporto 2013 “Trends in Global CO2 Emissions”, redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli USA, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni procapite di CO2 siano, negli USA, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica “green economy”, nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli USA hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14,5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli USA buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli USA oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.
Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un “paradiso terrestre” che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Mao Tse Tung: “Opere complete” in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali
Opere di Deng Xiaoping
Jiang Zemin, “Selected Works”, Foreign Languages Press, Pechino 2013
David L. Shambaugh: “China’s Communist Party” (University of California Press, 2008)
Yiuchung Wong: “From Deng Xiaoping to Jiang Zemin” (University Press of America, 2005)
Lance L.P. Gore: “The Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution” (Routledge, 2011). Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico.
Xinhua
Limes, n° 1/2017: “Cina–USA, la sfida”.
Rapporto OMS su emissioni inquinanti e situazione generale dell’inquinamento planetario
Lifegate
Profilo del colosso energetico cinese SUNGROW
Greenstyle
Greenbiz
LaStampa
Qualenergia
Sulle nuove disposizioni legislative per l’ambiente
Crisi Globale

I petrodollari in difficoltà mentre i sauditi liquidano le riserve valutarie

SRSrocco, 16 giugno 2017Il sistema dei petrodollari degli Stati Uniti è in gravi difficoltà mentre il più grande produttore di petrolio del Medio Oriente continua a soffrire perché il basso prezzo del petrolio ne devasta la base finanziaria. L’Arabia Saudita, fattore chiave del sistema dei petrodollari, continua a liquidare le proprie riserve valutarie, poiché il prezzo del petrolio non copre i costi della produzione e del finanziamento del bilancio nazionale. Il sistema dei petrodollari fu avviato nei primi anni ’70, dopo che Nixon abbandonò il gold standard, scambiando il petrolio saudita coi dollari USA. L’accordo affermava che i sauditi avrebbero scambiato solo in dollari USA il loro petrolio per reinvestirne le eccedenze nei buoni del tesoro USA. Ciò permise all’impero statunitense di persistere per altri 46 anni, in quanto possedeva la carta di credito energetico, e tale carta funzionò sicuramente. Secondo le statistiche più recenti, il totale cumulato del deficit commerciale degli USA dal 1971 è di circa 10,5 trilioni di dollari. Ora, considerando la quantità di importazioni di petrolio dal 1971, ho calcolato che quasi la metà di quei 10,5 trilioni di dollari di deficit è per il petrolio. Quindi, un’enorme carta di credito energetica. Indipendentemente da ciò… il sistema del petrodollaro funziona quando un Paese esportatore di petrolio ha un “surplus” da reinvestire nei buoni degli Stati Uniti. E questo è esattamente ciò che l’Arabia Saudita fece fino al 2014, quando fu costretta a liquidare le riserve in valuta estera (per lo più buoni del tesoro USA) quando il prezzo del petrolio scese sotto i 100 dollari:Quindi, mentre il prezzo del petrolio ha continuato a diminuire dalla metà 2014 alla fine del 2016, l’Arabia Saudita vendete il 27% delle proprie riserve valutarie. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio si è ripreso alla fine del 2016 e nel 2017, non bastò a limitare la continua vendita di riserve valutarie saudite. Nel 2017 il Regno ha liquidato altri 36 miliardi di dollari di riserve valutarie:Secondo Zerohedge, in Economisti turbati dall’ imprevisto assalto nelle riserve di valuta estera saudita: “La stabilizzazione dei prezzi del petrolio sui 50-60 dollari avrebbe dovuto avere un particolare impatto sulle finanze saudite: si prevedeva che fermasse l’esaurimento delle riserve dell’Arabia Saudita. Tuttavia, secondo gli ultimi dati della banca centrale saudita e dell’autorità monetaria saudita, ciò non è accaduto e le attività estere nette sono inesplicabilmente cadute sotto i 500 miliardi di dollari ad aprile, per la prima volta dal 2011, anche dopo aver contabilizzato 9 miliardi di dollari raccolti dalla prima vendita internazionale di buoni islamici del regno… Qualunque sia la ragione, una cosa appare chiara: se l’Arabia Saudita non può sopprimere le perdite della riserva con il petrolio nella zona critica dei 50-60 dollari, qualsiasi ulteriore diminuzione del prezzo del petrolio avrà conseguenze terribili sulle finanze del governo saudita. Infatti, secondo Sushant Gupta della Wood Mackenzie, nonostante l’estensione della riduzione della produzione di petrolio dell’OPEC, il mercato non potrà assorbire la crescita della produzione di scisto e tornare ai volumi produttivi dell’OPEC, dopo la riduzione, fino alla seconda metà del 2018. In particolare, l’azienda di consulenza petrolifera avverte che, a causa della debolezza stagionale nel primo trimestre della domanda globale di petrolio, il mercato si ammorbidirà proprio quando i tagli scadranno nel marzo 2018”.
I sauditi hanno due gravi problemi:
1. Poiché hanno ridotto la produzione petrolifera con l’accordo OPEC, le aziende di scisto statunitensi aumentano la produzione perché possono produrre petrolio spostando le perdite sugli investitori “Brain Dead” che cercano rendimenti superiori. Ciò distrugge la capacità dell’OPEC di scaricare le scorte petrolifere globali, per cui il prezzo del petrolio continua a diminuire. Ciò significa che i sauditi dovranno liquidare ancora più riserve valutarie, se in futuro i prezzi del petrolio saranno bassi. Risciacqua e ripeti.
2. I sauditi prevedono un’asta pubblica iniziale del 5% nel 2018, su una stima di 2 trilioni di dollari di riserve di petrolio, e sperano di ottenerne 200 miliardi. Tuttavia, gli analisti della Wood Mackenzie stimano che il valore delle riserve sia di 400 miliardi di dollari, non di 2 trilioni. Ciò è dovuto a costi, royalties e imposta sul reddito dell’85% per sostenere il governo saudita e i 15000 membri della famiglia reale saudita. Così, Wood Mackenzie non crede che ci rimarrà molto dei dividendi.
Detto ciò, dubito molto che i sauditi abbiano i 266 miliardi di barili di riserve petrolifere dichiarate nella nuova revisione statistica BP 2016. L’Arabia Saudita produce circa 4,5 miliardi di barili di petrolio all’anno. Così, le loro riserve dovrebbero durare quasi 60 anni. Ora… perché l’Arabia Saudita vende una percentuale delle proprie riserve petrolifere se avrà altri 60 anni di produzione di petrolio futura? Qualcosa puzza. È preoccupata dai prezzi del petrolio più bassi, o forse non avrebbe tutte le riserve che afferma? In entrambi i casi… è abbastanza interessante che l’Arabia Saudita continui a liquidare le riserve valutarie ad aprile, anche se il prezzo del petrolio era superiore ai 53 dollari in quel mese. Credo che il regno dei Saud sia in gravi difficoltà. Ecco perché cerca di vendere una OPA per aumentare i fondi necessari. Se l’Arabia Saudita continua a liquidare altre riserve valutarie, vi saranno gravi problemi per il sistema dei petrodollari. Ancora… senza fondi “surplus”, i sauditi non possono acquistare i buoni del tesoro degli Stati Uniti. In realtà, negli ultimi tre anni, l’Arabia Saudita ne ha venduti molti (in riserve in valuta estera) per integrare le carenze dei ricavi petroliferi. Se il prezzo del petrolio continua a diminuire, e credo che sarà così, Arabia Saudita e sistema dei petrodollari avranno altri problemi. Il crollo del sistema dei petrodollari significherebbe la fine della supremazia del dollaro statunitense e con essa, la fine dell’intervento sul mercato dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Traffici nel Pipelineistan

Chroniques du Grand Jeu 16 giugno 2017Se più caselle nel continente-mondo sono in subbuglio, il Grande gioco eurasiatico-energetico – 2.0 affettuosamente chiamato guerra fredda di Washington, non è da meno. Il Pipelineistan si muove ai quattro angoli indebolendo sempre più l’impero. E se qualcuno ancora dubita che gli statunitensi cerchino e tentino di silurare l’integrazione dell’Eurasia e isolare la Russia, un membro della commissione esteri del Congresso ricordava le basi della politica estera del suo Paese: “Gli Stati Uniti dovrebbero agire contro il progetto del gasdotto russo per sostenere la sicurezza energetica dell’Unione europea (vietato ridere; chi avrebbe mai pensato che sarebbe stata divertente la neolingua?) Amministrazione Obama e Unione europea hanno lavorato contro il Nord Stream II (…) L’amministrazione Obama ha fatto della sicurezza energetica europea una priorità della politica estera degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump farebbe bene a continuare su questa strada”. Oh che ammissione… Il fedele lettore del blog ovviamente non si sorprende del sistema imperiale che s’impiccia delle pipeline a 10000 km dai suoi confini e che non lo riguarda. Si comprende la delusione della senatrice sul nuovo presidente, che non sembra attinto da acuta russofobia e meno interessato alla divisione dell’Eurasia rispetto ai predecessori. In realtà, l'”ombrello” della Pax Americana in Europa inizia a svanire e le discussioni che si pensavano sepolte, di certo tornano sul tappeto. È il caso del defunto South Stream. Russi, ungheresi e serbi iniziano a parlare del progetto su scala ridotta. Anche Austria e Bulgaria, che liquidò il progetto dopo l'”amichevole” visita di McCainistan, ed ora vi sembra interessata, soprattutto perché un presidente filo-russo è stato eletto a novembre. Vojislav Vuletic, il capo dell’agenzia del gas serba, dice senza mezzi termini: “Tutto indica che l’Europa è libera dagli Stati Uniti, permettendo il South Stream“. Diamine, che confessione. Scommettiamo che i media specializzati non diranno un tubo? L’amico Vojislav sarebbe ottimista, ma è chiaro che qui come altrove, il reflusso imperiale lascia ora delle possibilità insospettate fino a ieri. Se i vassalli euronullità preferiscono ancora aggrapparsi alla solita assurdità, testimone l’incredibile bravata del commissario europeo per l’energia (“il trasferimento del gas del Caspio sul mercato europeo diventa realtà“), semplicemente perché Azerbaigian, Turkmenistan, UE e Turchia creano un gruppo di lavoro sul tema; mentre il primo non ha gas e il secondo non lo darà mai, il principio di realtà alla fine prevale. La realtà è che la domanda europea di oro blu aumenta, facendo dire a Gazprom, con abbastanza rilevanza, che Nord Stream II e TurkStream non bastano a soddisfare la crescente domanda del vecchio continente. La storia convincerà sulla necessità di un nuovo gasdotto (South Stream o TurkStream II)? Non è impossibile… annunciammo qualcosa del genere due anni fa. Si noti inoltre che la rotta del TurkStream lascia la porta aperta (freccia nera) a una piccola spinta verso Eurolandia se Bruxelles infine decide di rinsavire dal proprio leggendario masochismo…
E’ un caso che il senato degli Stati Uniti, garante del sistema imperiale, ora che la Casa Bianca “è passata al nemico”, abbia approvato nuove sanzioni contro Mosca che influenzerebbero le aziende europee che partecipano ai progetti gasiferi russi? “Germania e Austria denunciavano la votazione del senato degli Stati Uniti di nuove sanzioni contro Mosca. Berlino e Vienna notano che tali misure punitive, in caso di successo, colpirebbero le aziende europee coinvolte nei progetti energetici in Russia, tra cui il gasdotto Nord Stream 2, con multe per infrazione della legge degli Stati Uniti. I senatori degli Stati Uniti approvavano all’unanimità, con 97 voti contro 2, un emendamento per punire la Russia per la presunta ingerenza nella campagna elettorale degli Stati Uniti nel 2016, l’annessione della Crimea nel 2014 e il suo sostegno al governo siriano. L’emendamento è parte di una legge sulle sanzioni contro l’Iran, a sua volta adottata con 98 voti contro due, del repubblicano Rand Paul e di Bernie Sanders del gruppo democratico. Il progetto deve ancora essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti e promulgato dal presidente Donald Trump. In una dichiarazione congiunta, il capo del ministero degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e il cancelliere austriaco, Christian Kern denunciavano la decisione che, dicono, minaccia le forniture di gas russo per l’Europa. “Le sanzioni politiche non dovrebbero essere collegate agli interessi economici”, dicono i due. “Minacciare le aziende di Germania, Austria e altre europee con multe dagli Stati Uniti, se partecipano a progetti energetici come il Nord Stream 2, aggiunge una nuova dimensione negativa alle relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, affermando di sostenere gli sforzi del dipartimento di Stato degli USA per modificare le sanzioni. I partner dell’Europa occidentale di Gazprom, ad aprile, conclusero un accordo sul finanziamento del progetto di gasdotto russo per 9,5 miliardi di euro. Nel corso della firma a Parigi, Uniper, BASF Wintershall, Shell, OMV e Engie accettavano di finanziare il 10% del progetto con 950 milioni di euro. Gazprom da parte sua sosterrà metà del finanziamento del gasdotto, che dovrebbe passare nel Mar Baltico ed avviarsi nel 2019“.
Diverse osservazioni:
– Il dipartimento di Stato cerca di alleviare tale progetto di sanzioni che deve ancora passare alla Camera dei Rappresentanti e alla Casa Bianca. Non è ancora detto nulla.
– L’opposizione antisistema si ritrova da entrambi i lati (Sanders, Paul). Alla Camera dei rappresentanti, la deliziosa Tulsi farà sicuramente sentire la sua voce.
– Nonostante l’ipocrisia (le euronuillità non protestarono quando Obama decise di sanzionare a catena), la reazione di Berlino e Vienna è molto interessante. Avevamo conosciuto una Frau Milka più vendicativa, ecco improvvisamente trasformarsi in amorevole dolce colomba che si lamenta di non poter commerciare liberamente con la Russia…All’altra estremità dell’Eurasia, la casella di nord-est è sempre più importante. Ne avevamo già accennato brevemente: “Il gasdotto Skorovodino-Daqing, aperto nel 2011, ha visto passare dall’inizio 100 milioni di tonnellate, pari a circa 400000 barili al giorno. E’ parte dell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la fonte ha un futuro luminoso. Di passaggio, si noti l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui tornare presto”. Promesso, promesso… Intanto, parallelamente alla rete dei gasdotti che già dilaga nella regione, Gazprom valuta la possibilità di costruire un gasdotto per il Giappone. Non c’è dubbio che si collegherà al titanico Potenza della Siberia ben avviato verso la Cina. L’orso e il dragone cominciano discussioni specifiche sull’ordine del giorno dell’invio di oro blu a partire dal 2019. Bene, bene, lo stesso anno il Nord Stream II dovrebbe avviarsi.
Russia – Europa (Nord Stream I e II, TurkStream e varianti), Russia – Cina (Potenza della Siberia, Altaj per ora in attesa), Russia – Giappone forse, e forse anche Russia – India? Come affermava il Ministro dell’Energia, il flemmatico Novak. Eppure ci sarebbe abbastanza per perdere la pazienza: l’Eurasia nel complesso è irrigata dagli idrocarburi russi, emarginando l’impero statunitense. Incubo della coppia Mackinder-Spykman e del dottor Zbig che li ha appena raggiunti. Detto questo, il progetto indo-russo è ancora poco chiaro, e per una buona ragione. Le sfide geografiche (Pamir, Himalaya) e geopolitiche (Pakistan e Cina) sarebbero enormi. Ma forse è proprio ciò che serve per la Cooperazione di Shanghai, dove India e Pakistan sono entrati. Dialogo, relazioni rilassate, a poco a poco cancellano le frizioni.
Che ne è del cugino dell’oro blu? Se il petrolio russo dovrebbe presto salpare per l’Uzbekistan (i due Paesi cooperano già nel settore del gas) attraverso il Kazakistan, stringendo ulteriormente i contatti eurasiatici, la grande novità è la firma dell’accordo tra Mosca e il governo regionale del Kurdistan (KRG) dell’Iraq: “Nell’ambito del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, Rosneft, il gigante petrolifero russo, ha detto di aver firmato accordi con il governo regionale del Kurdistan iracheno, che daranno ampio accesso all’importante sistema del traffico petrolifero regionale, dalla capacità di 700000 barili al giorno. Entro la fine del 2017, questa capacità dovrebbe superare il milione di barili al giorno. Questi accordi furono firmati dal CEO di Rosneft Igor Setchin e dal ministro delle Risorse Naturali del Governo Regionale del Kurdistan Ashti Hawramijuste poco prima dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Secondo questi accordi, la società russa avrà accesso a “una delle regioni più promettenti del mercato globale dell’energia, che attualmente sviluppa giacimenti stimati in circa 45 miliardi di barili di petrolio e 5,66 triliono di metri cubi di gas (secondo il dipartimento delle Risorse Naturali del governo regionale del Kurdistan)”, affermava Rosneft. “Questo importante contratto offre condizioni favorevoli a Rosneft. Perciò accediamo a un vasto gasdotto che si estende dal Kurdistan alla Turchia. È un contratto ventennale”, affermava il portavoce di Rosneft Mikhail Leontev. “E’ un investimento strategico in una delle regioni più strategicamente sviluppate del mondo. Altri investitori, come gli Stati Uniti, vogliono accedervi. Il Kurdistan è molto promettente nella produzione petrolifera e vuole diversificarne la produzione”, aggiungeva”. Questa notizia, ultimo esempio della crescente forte influenza della Russia in Medio Oriente dall’intervento in Siria, è stato un colpo di fulmine per via delle importanti ramificazioni geopolitiche. L’emergere di Rosneft, che ora acquista petrolio curdo per inviarlo via gasdotto e raffinarlo in Germania, nel cortile di turchi e statunitensi, è interessante per diversi aspetti. Per il KRG è una spinta nel contesto del proposto referendum sull’indipendenza, il 25 settembre che, non a caso, tutti gli Stati della regione hanno duramente criticato. Ciò non mette tutti i barili nello stesso paniere e rende meno dipendenti da Ankara e Washington, ma è comunque gradito nel complesso gorgo del Medio Orientale. Da parte russa è certamente un magnifico colpo, ma ci si può ancora interrogare sul relativo “tradimento” verso Baghdad. Il Cremlino aveva l’abitudine di discutere con il governo centrale e con le regioni, se autonome. Uno degli osservatori intervistati ha detto che la Russia si aspetta la divisione dell’Iraq in tre regioni federali, quindi interagisce meno con Baghdad da qualche tempo.
Si comprenderà meglio l’irruzione di Mosca in questa regione altamente strategica leggendo due vecchie note. La prima: “L’oleodotto Iraq-Turchia è stato il bersaglio di un attacco del PKK, due giorni dopo l’esplosione del gasdotto iraniano (di cui abbiamo parlato qui). Se Ankara non placa la crociata contro il movimento curdo, la Turchia rischia di essere esclusa da tutte le fonti di energia diverse da quella russa. I gasdotti da Iran, Iraq e persino il BTC dall’Azerbaigian e dalla Georgia attraversano le aree curde. Nel grande gioco energetico, questi oleogasdotti non russi sono l’unica speranza per gli Stati Uniti d’impedire alla Russia di rifornire l’Europa. Non c’è dubbio che gli ultimi sviluppi del conflitto turco-curdo siano seguiti con molta attenzione da Mosca e Washington. Una volta di più, i russi sono interessati a che la situazione si aggravi, gli statunitensi che si plachi”. Si comprenderà, i russi hanno più di un interesse a che il PKK non faccia saltare gli oleodotti nella regione, per ora… La seconda: “Il mondo si è svegliato con la straordinaria notizia dell’incursione di un battaglione turco e due dozzine di carri armati nel nord dell’Iraq, nella regione autonoma del Kurdistan… per addestrare combattenti curdi in lotta contro lo SIIL! Uno sguardo al calendario mi rassicura: non è il 1° aprile. Allora, cosa fanno davvero i soldati turchi presso Mosul? In realtà, la storia non è così aberrante come sembra. Va innanzitutto ricordato che il Kurdistan iracheno è polarizzato tra due tendenze inconciliabili: da un lato il PUK di Talabani, filo-PKK e YPG, e contrario senza compromessi allo SIIL; dall’altro il KDP di Barzani, non in cattivi rapporti con Ankara, e neanche non molto tempo prima (2014) con lo SIIL. (Presto faremo un punto sulle forze nel triangolo Iraq-Turchia-Siria e nel Kurdistan, perché la situazione è in realtà piuttosto complicata, come spesso in Medio Oriente). L’accordo fu firmato il 4 novembre durante la visita del ministro degli Esteri turco ad Irbil, dove regna Barzani; ciò incluse la creazione di una base permanente turca nella regione di Mosul per aiutare i peshmerga curdi contro lo SIIL. Bene, bene, è proprio qui che passa l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan… Questo è l’oleodotto che il PKK (avversario di turchi e Barzani, va ricordato) fece esplodere a luglio, come avevamo riferito allora. La base turca quindi deve garantire l’invio dell’oro nero dal Kurdistan? C’è (forse) dell’altro… Una storia molto sorprendente, anche se presa con cautela, è apparsa nei giorni scorsi in seguito allo scandalo del petrolio dello SIIL. Un quotidiano arabo di Londra, di solito abbastanza informato, registrava un traffico di grandi dimensioni dai giacimenti dello SIIL ad Israele tramite gruppi mafiosi locali (curdi e turchi), con il KDP Barzani che fa finta di niente. Non è impossibile visti i compromessi tra costoro, ma ciò resta non dimostrato e le quantità è in ogni modo abbastanza inferiore all’oro nero che scorre nell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan. Il fatto, però, merita di essere citato perché, particolare divertente, anche nella zona della prevista base turca, in particolare presso Zaqu, avrebbe luogo tale losco traffico”.
Si tratta dell’intera area che Rosneft si appresta a prendersi…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina costruisce un nuovo tipo di globalizzazione

Sara Flounders, Workers World 28 maggio 2017L’imperialismo teme che i grandi progetti infrastrutturali della Cina possano sfidare l’ordine mondiale guidato dagli USA
La Repubblica popolare cinese ha ospitato un summit il 14 maggio chiamato Iniziativa “One Belt, One Road”, noto anche come progetto Nuova Via della Seta. Vi parteciparono ventiquattro capi di Stato e rappresentanti di 130 Paesi di Asia, Africa, America Latina ed Europa. Settanta Paesi hanno firmato accordi con la Cina per parteciparvi. La “Belt” è la cintura economica della Via della Seta, comprendente lo sviluppo delle rotte via terra dalla Cina ad Asia centrale, Iran, Turchia ed Europa orientale. La “Road” è la Via della Seta Marittima. Ciò riguarda porti e infrastrutture costiere dall’Asia sudorientale all’Africa orientale e al Mediterraneo. Il progetto prevede una rete di vie commerciali con nuove linee ferroviarie, porti, autostrade, oledotti, impianti di telecomunicazione e centri energetici che colleghino Paesi di quattro continenti, includendo i finanziamenti per promuovere la pianificazione urbana, l’acqua potabile, la sanità e lo sviluppo alimentare. La Cina lo definisce “il piano del secolo” e descrive il progetto come rinascita dell’antica Via della Seta con la tecnologia del ventunesimo secolo. Sarà 12 volte il Piano Marshall degli USA, che ricostruì l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. I maggiori media del mondo avvertono che il raduno segna la fine del secolo americano, con cui gli Stati Uniti affermavano di essere la sola superpotenza del mondo. Numerosi analisti suggeriscono che il progetto potrebbe spostare il centro dell’economia globale e sfidare l’ordine mondiale degli Stati Uniti. L’ex-segretario alla Difesa degli Stati Uniti Charles Freeman ha descritto il progetto OBOR come, “Potenzialmente lo sforzo che più trasformerà nella storia umana. La Cina diventerà il centro di gravità economico divenendo l’economia più grande del mondo. Il programma “Cintura e Strada” non include componenti militari, ma chiaramente può affondare la geopolitica del mondo così come la sua economia“. (NBC News, 12 maggio) In un articolo del 13 maggio, “Dietro il piano da 1 trilione di dollari della Cina per scuotere l’ordine economico“, il New York Times ha predetto: “L’iniziativa… si estende su portata e scala inedite nella storia moderna, promettendo più di 1 trilione di dollari in infrastrutture in più di 60 Paesi. Il Signor Xi cerca di utilizzare la ricchezza e il know-how industriali della Cina per creare una nuova globalizzazione che dispensi dalle regole delle istituzioni occidentali dominanti obsolescenti. L’obiettivo è riformare l’ordine economico globale, avvicinando Paesi e società nell’orbita della Cina. È impossibile per qualsiasi leader straniero, banchiere multinazionale o internazionale ignorare la spinta della Cina nel riorientare il commercio globale. L’influenza statunitense nella regione sembra diminuire“.

Le infrastrutture statunitensi sono al collasso
Nel frattempo, l’infrastruttura statunitense è letteralmente crollata. Strade, ponti, dighe e scuole fatiscenti hanno ricevuto un grado complessivo D+ dall’American Society of Civil Engineers. L’investimento nelle infrastrutture, comprese scuole, ospedali e gli impianti di trattamento delle acque reflue, è al minimo da 30 anni. Donald Trump, con lo slogan “America First”, promise di ricostruire l’infrastruttura fatiscente del Paese. Ma da quando è presidente, la sua amministrazione ha optato per il taglio delle tasse ai ricchi aumentando il budget militare. Nel frattempo, l’accordo di partenariato trans-Pacifico, avviato dagli Stati Uniti, volto ad escludere la Cina, è crollato. Il progetto OBOR della Cina ha generato enorme interesse perché l’imperialismo statunitense ha sempre meno da offrire a qualsiasi Paese in via di sviluppo, ad eccezione della vendite di armi e delle basi militari. Le armi diventano rapidamente obsolete, lasciando solo debito e sottosviluppo. Dove i progetti infrastrutturali statunitensi sono attuati nel mondo, sono volti a costruire e manutenere la rete di 800 siti militari e l’armada di portaerei, sottomarini e cacciatorpediniere nucleari. Ogni base è una spesa e un’aggressione alla sovranità del Paese ospitante. Gli aiuti esteri statunitensi sono in fondo nelle spese dei Paesi sviluppati, pari a meno dell’1 per cento del bilancio federale. È in gran parte sono aiuti militari per Afghanistan, Iraq, Israele, Egitto e Pakistan. Le guerre degli Stati Uniti hanno portato grandi profitti alle aziende statunitensi, distruggendo le infrastrutture civili dei Paesi in via di sviluppo attaccati. Impianti di depurazione dell’acqua, servizi sanitari, acque reflue, irrigazione, rete elettrica, centri di comunicazione, ospedali e scuole furono intenzionalmente distrutti in Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria e Afghanistan. Al contrario, la Cina non ha basi militari all’estero. La sua ambiziosa iniziativa OBOR non comprende mezzi o strutture militari. Tuttavia, il potere aziendale statunitense vede l’altrui sviluppo economico come una minaccia al proprio dominio globale. Suo scopo è proteggere a tutti i costi un sistema capitalistico irrazionale.Risposta al pivot degli USA in Asia
Il passo in Asia avviato dall’amministrazione Obama era un piano militare aggressivo con l’arsenale nucleare statunitense e la nuova batteria missilistica THAAD del Pentagono in Corea del Sud. L’obiettivo era contenere e minacciare l’influenza economica crescente della Cina nella regione. I pianificatori militari statunitensi si vantano della capacità di soffocare la Cina e di tagliarne le vitali vie di rifornimento, come lo Stretto di Malacca. Questo stretto tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale copre l’80 per cento del petrolio greggio e altre importazioni vitali dei cinesi. La Cina, oggi la più grande nazione commerciale del mondo, ha risposto con il piano non militare OBOR per aprire molte vie commerciali nei Paesi circostanti. Le rotte commerciali, a differenza delle basi militari statunitensi, offrono il vantaggio dell’immediato sviluppo di questi Paesi. La Cina dovrebbe investire 1,3 trilioni di dollari nei progetti infrastrutturali OBOR.

Banca d’investimento per l’infrastruttura asiatica: sfida a FMI e Banca Mondiale
La precedente pratica statunitense di prendersi le risorse dei Paesi che detengono fondi sostanziali nelle banche statunitensi, ha portato a 1,26 miliardi di dollari detenuti dalla Cina con le note del Tesoro USA, particolarmente vulnerabile. Fino a sei mesi fa, la Cina era l’investitore numero uno nelle note del Tesoro statunitense. Ora la Cina cede il passo, utilizzando parte delle riserve per costituire la Banca d’investimento per le infrastrutture asiatiche. L’AIIB svolge un ruolo essenziale nell’incoraggiare la cooperazione economica e commerciale con altri Paesi di Asia, Africa, Europa e America Latina. L’iniziativa cinese è considerata un contrappeso a Banca mondiale e Fondo Monetario Internazionale dominati dagli USA. Come scriveva il 6 marzo il giornale cubano Granma: “AIIB mira a salvare le aree della regione abbandonate da Banca Mondiale e Banca d’Investimento Asiatica (AIB), nonché favorire la cooperazione economica e commerciale“. FMI e Banca mondiale esercitano una leva enorme attraverso le politiche di “adeguamento strutturale”. Il rimborso del debito richiede che i Paesi taglino la spesa su istruzione, salute, cibo e trasporti. Il vero obiettivo è forzare i Paesi in via di sviluppo a privatizzare le proprie risorse nazionali.

Preoccupazione feroce per l’ambiente
Le organizzazioni non governative finanziate dalle aziende e le campagne sui social media sostengono che la Cina non mostrerà rispetto per ambiente e diritti umani come invece fanno Stati Uniti e altre potenze imperialiste. Affermano che la Cina potrebbe non seguire le restrizioni ambientali sui prestiti imposti da Banca mondiale e FMI. Pura ipocrisia. La macchina militare statunitense è il principale consumatore al mondo di prodotti petroliferi e il peggiore inquinatore con emissioni di gas ad effetto serra e inquinanti tossici. Tuttavia il Pentagono ha l’esenzione da tutti gli accordi internazionali sul clima. Le guerre statunitensi hanno contaminato suolo e acqua di vasti territori occupati dagli statunitensi, con uranio impoverito, benzene e tricloroetilene delle operazioni aeree e con il perclorato, ingrediente tossico dei propellenti per i razzi.

Nonostante la pressione degli Stati Uniti, l’AIIB avanza
Nonostante i netti sforzi statunitensi per scoraggiare la partecipazione internazionale al fondo infrastrutturale OBOR, Russia, Iran e Paesi dell’America latina vi si sono uniti rapidamente contribuendo con un capitale sostanziale. Rompendo i ranghi, Germania e Corea del Sud sono diventati principali azionisti, seguiti da Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Australia. Filippine e anche Arabia Saudita vedono il vantaggio di parteciparvi. L’AIIB, fondata il 29 giugno 2015, iniziava le operazioni l’anno scorso. Secondo l’editoriale del Times del 5 dicembre 2015, “I Paesi trovano di dover operare sempre più nell’orbita della Cina. Gli Stati Uniti temono che la Cina utilizzi la banca per decidere l’agenda economica mondiale nei propri termini“. Oltre all’AIIB, la Banca di sviluppo cinese e l’Export-Import Bank of China hanno già finanziato grandi progetti in Asia e Africa. Secondo le stime cinesi, le loro attività combinate all’estero ammontano a 500 miliardi di dollari, più del capitale combinato di Banca Mondiale e Banca Asiatica di Sviluppo.La pianificazione socialista batte il sottosviluppo
Gli ultimi decenni di sviluppo e modernizzazione della Cina e le attuali eccedenze sono ciò che rendono possibili i nuovi piani globali. La Cina avrebbe 4 trilioni di dollari in valuta estera. I suoi granai sono pieni e ha eccedenze in cemento e acciaio. Nel 1949, quando la rivoluzione guidata dal Partito Comunista Ccinese prese il potere, la Cina era un Paese sottosviluppato e dilaniato dalla guerra con una popolazione in maggioranza analfabeta. Le potenze imperialiste occidentali e giapponese avevano saccheggiato e diviso la Cina per i propri profitti. Spezzarne la presa fu il primo passo della liberazione, ma la Cina era profondamente impoverita. Dopo quasi 30 anni di eroici sforzi per modernizzare l’economia basata sull’organizzazione e gli sforzi delle masse, il Partito Comunista Cinese nel 1978 aprì il Paese ad alcune forme di proprietà capitalista ed investimenti capitalisti stranieri. La politica allora rischiosa continuò per quasi 40 anni, permettendo a milionari e persino miliardari di diffondere la corruzione. Il capitale straniero, non potendo sperare di rovesciare lo Stato cinese, v’investì perché poteva realizzarvi dei profitti. Ma il Partito Comunista utilizzò gli investimenti capitalistici per costruire una moderna infrastruttura statale a fianco del crescente capitale privato. Ora la Cina è un Paese in via di sviluppo con una popolazione urbana che in maggioranza vive in città moderne e pianificate. La classe operaia è ora la più grande classe sociale della Cina. I salari dei lavoratori in Cina sono triplicati nell’ultimo decennio divenendo i più alti nell’Asia in via di sviluppo. La Cina ha adottato una nuova politica industriale nel 2015: “Made in China 2025” con cui intende aggiornare le capacità produttive nell’alta tecnologia. Questi piani sono supportati da 150 miliardi di dollari in fondi pubblici o statali. È questo tipo di pianificazione socialista a lungo termine il motore della nuova linea per la Cintura e Via della Cina. Mentre gli Stati Uniti tentano di bloccare questi sforzi necessari nell’infrastruttura, inviando navi lanciamissili e portaerei al largo delle coste cinese e la più piccola delegazione diplomatica in Cina al vertice OBOR, Washington ha avuto l’audacia e l’arroganza di avvertire la Cina sulla partecipazione nordcoreana. La RPDC aveva inviato una delegazione di alto livello.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eurasia energetica

Chroniques du Grand Jeu 24 maggio 2017

L’integrazione energetica dell’Eurasia farà sudare freddo Washington…Le importazioni di petrolio russo dell’India sono esplose nel 2017. Mentre i dati consueti erano modesti, non superando mai le 500000 tonnellate all’anno (cioè 10000 barili al giorno), nei primi cinque mesi di quest’anno hanno già raggiunto il milione di tonnellate. Causa, i tagli di produzione dell’OPEC per alzare il prezzo dell’oro nero, nonché la disputa su un giacimento iraniano. Gli esperti non vedono alcuna ragione per cui la tendenza muti nel prossimo futuro, in particolare con Rosneft pronta a comprare la compagnia indiana Essar Oil, specializzata nelle raffinerie. Certamente le basi geografiche, distanza, Pamir e Himalaya, Pakistan, impedivano alla Russia di essere tra i principali fornitori di Krishna, almeno di petrolio (il gas è un’altra questione):
Alcun problema del genere tra Russia e Cina, la cui luna di miele energetica non conosce nuvole soprattutto perché si aggiunge ai megaprogetti delle nuove Vie della Seta cinesi. Russi e sauditi concorrono per il primo posto da fornitore del dragone insaziabile, con in filigrana il futuro del petrodollaro, quindi della potenza statunitense. Il viaggio faraonico dei Saud di marzo, a quanto pare, non ha avuto l’effetto desiderato; per il secondo mese consecutivo, l’orso ha superato il cammello quale primo fornitore dell’oro nero del Regno di Mezzo, con 11500000 di barili al giorno contro 963000. Il gasdotto Skorovodino-Daqing, avviato nel 2011, ha visto dalla nascita passare 100 milioni di tonnellate, circa 400000 barili al giorno. Rientra nell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la sua fonte ha un futuro luminoso. Si noti di passaggio l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui torneremo presto.
Infine, dall’altro lato della scacchiera eurasiatica, le forniture di Gazprom alla Turchia sono aumentate del 26%, per oltre 10 miliardi di mc nei primi quattro mesi dell’anno. Come i complici europei che tuttavia detesta, il sultano è sempre più dipendente dall’oro blu russo. E dire che il Turkstream, la cui costruzione è appena iniziata, non è nemmeno operativo…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora