ARMIR e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Luca BaldelliL’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’URSS al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con cadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione. Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in URSS li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico-materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Iljukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie…
Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra URSS e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).
A distanza di 70 e più anni, si è più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’8.va Armata italiana in Russia, ossia 230000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato”. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna” faldoni interi sui crimini nazisti) non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi: “la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”. I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi; “le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”. Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe, si faccia attenzione a questo elemento centrale, non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70000, poi a 60000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’URSS (Katyn, tanto per citare un caso).
Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’“acqua di rose” è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto, lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive: “l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire”. Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma”), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani, o quasi nessuno, pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco però è illuminante nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi”, leggiamo: “anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme”. In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi, lo ripetiamo, vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che anzi fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.
Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può” imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvarsi la pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo-leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvée imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk(b)P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane: “Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni (siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr) e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi, racconta il cappellano, mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare’. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager”. Altro che tolleranza verso i criminali! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’URSS, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.
Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che s’intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande URSS si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati” nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944-45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don” di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico-stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don” (1963), che parlò di numerosi italiani, ex-soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don” ricorda, in un commento interlocutorio: “Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘italiani‘”.
Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico. “Per trascorrere le lunghe giornate, scrive Petacco, i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio”.
Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore. L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’URSS”, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946: “Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)”. Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri. “Un secondo sciopero, si legge nell’opera sopra citata, venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte”. Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia”, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in URSS, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale. Due esempi, in questo senso: “21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’. Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche’. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)”. “31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma’. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)”. Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “cattivo esempio da estirpare”. Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in URSS per iniziativa del PCI e del VK(b)P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba”, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo-leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa” (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’URSS” (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia” (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don” (RAI-ERI, 2011)
Lettere dal Don
Plini Alpini

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici al sabotaggio economico nei Kolkhoz

Luca BaldelliUn capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’URSS negli anni ’30 è senza dubbio quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’URSS, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex-gendarmi e scherani dell’impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità d’interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico-contabile delle aziende agricole e industriali. Alcuni di loro, va detto per amor di verità e di obiettività storica, scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito.
Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929-1933 con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie colletive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio-oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, al fine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex-kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex-sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.
Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato) Molchanov, in data 19/07/1935 scrisse alle massime cariche del VK b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’URSS in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’URSS, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali). Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo-contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex-kulaki e commercianti, 83 ex-ministri del culto (pope, mullah ecc..), 15 ex-poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex-banditi controrivoluzionari, 90 ex-guardie bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex-funzionari imperiali, 17 ex-menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali. Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire in funzione antistaliniana ed antisovietica la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo-testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.
Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnitsa, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex-kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex-soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja, Kharkov… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932-33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono nel 1930-33 di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.
Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’URSS, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali-capitalistico-clericali. Tra questi, 5 erano ex-kulaki, 28 figli di ex-kulaki, 10 ex-mercanti e sensali, 6 ex-ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina. Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti”. Lo spartito della musica non era granchè diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex-impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’URSS, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso. Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico–patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’URSS, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in URSS 243700 kolkhoz, con dentro 18500000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’URSS, 31100 trattori, diventati appena due anni dopo 74800 e nel 1937 ben 365800.
La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente e ingiustamente ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni antieconomiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in URSS, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’ questo un piccolo indice di come, in URSS, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.Nota.
Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo
Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’URSS” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano).

Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Gli hitleriani rossi

Il “Vlasov tedesco”, il pronipote di Bismarck e l’Eroe dell’Unione Sovietica “Ivan Ivanovich”
Versia 14/01/2017

nkfddenkfdA proposito degli ex-generali ed ex-ufficiali sovietici che passarono durante la Grande Guerra Patriottica ai nazisti, si sono scritti centinaia, se non migliaia di libri, per non parlare dei giornali. E sui militari nazisti che combatterono sotto la bandiera dell’Armata Rossa, quasi nulla. Ma tra loro, che furono abbastanza ragguardevoli, vi fu un pronipote di Otto von Bismarck, il conte Heinrich von Einsiedel. I tedeschi che combatterono al fianco dell’Armata Rossa facevano parte dell’Unione degli ufficiali tedeschi e della controparte sovietica dei collaborazionisti russi del Comitato di liberazione dei popoli (ACPD) del generale Andrej Vlasov, il Comitato Nazionale “Germania Libera”, la cui leadership comprendeva il feldmaresciallo Friedrich Paulus. Ex-militari di Hitler parteciparono anche al movimento partigiano, e uno di loro ricevette la Stella d’oro dell’Eroe dell’Unione Sovietica, però postumo. Finora, gli storici discutono dove vi furono più disertori, sovietici o tedeschi. In generale, coloro che pensano che un numero relativamente piccolo di nazisti passò dalla parte sovietica si basano sulle statistiche ufficiali del NKVD: durante la guerra, i “reclutati per intelligence e attività sovversive tra i prigionieri dall’NKVD, furono: 5341 tedeschi, 1266 rumeni, 943 italiani, 855 ungheresi, 106 finlandesi, 92 austriaci, 75 spagnoli, 24 slovacchi“. Ma si trattava solo dei reclutati dal NKVD, ma reclutavano anche diversi altri dipartimenti. E, in secondo luogo, si prendono in considerazione solo spie e sabotatori. Di conseguenza, le statistiche sono incomplete, per esempio non ci sono dati sulle unità dell’Unione degli ufficiali tedeschi nell’Armata Rossa. Tra l’altro, queste unità si distinsero anche in battaglia contro i nazisti, in particolare nella battaglia delle alture Seelow. Secondo il memorialista tedesco Helmut Altner, “combattevamo con uniformi tedesche, e differivamo dalle truppe naziste solo per il bracciale, dai colori della bandiera della Repubblica di Weimar (l’attuale bandiera della Germania)“. Quindi la questione del numero esatto dei disertori è ancora aperta.5-4Il più famoso disertore fu il pronipote del più grande cancelliere tedesco
einsihe0 Il primo disertore tedesco fu Alfred Liskow, un soldato della Wehrmacht che riferì all’esercito sovietico della guerra imminente, il giorno prima che iniziasse. Liskow militava nella 15.ma Divisione di fanteria, di stanza nel distretto di Sokal (ora presso Leopoli, in Ucraina), l’unità doveva attraversare il confine per prima. Dopo aver appreso dell’attacco imminente, il 21 giugno Liskow fuggì attraversando il Bug e alle 9 di sera si arrese alle guardie di frontiera dell’Armata Rossa. Per tutta l’estate Liskow partecipò ad attività di propaganda del Comintern, ma cadde in disgrazia dopo aver litigato con il leader del Comintern Georgij Dimitrov, dichiarandolo “fascista e antisemita”. Liskow fu arrestato e nel 1942 fucilato.
Due giorni dopo l’inizio della guerra, in prossimità di Kiev atterrò improvvisamente un bombardiere tedesco. Lo Junkers Ju-88A-1 (B3 + BM, WNr 2428) del 4/KG-54. Tutto l’equipaggio, composto da Hans Hermann, Hans Kratz, Wilhelm Schmidt e Gefr Adolf Appel, si consegnò volontariamente. Come riportato dal “Soviet Information Bureau“, “non volevano combattere contro il popolo sovietico, i piloti sganciarono le bombe sul Dnepr e poi atterrarono vicino la città, dove si arresero al Kolkhoz locale“. Altri equipaggi di “junker” si arresero nei due mesi estivi, e nel primo anno di guerra almeno due dozzine di altri piloti tedeschi. Il più famoso asso e disertore fu, senza dubbio, Heinrich von Einsiedel. Aristocratico pronipote del primo cancelliere dell’Impero tedesco, Bismarck. Grazie al lignaggio Einsiedel, che all’inizio della guerra aveva appena 20 anni, ebbe il patrocinio dello stesso Hitler. Preso servizio nell’elitaria 3.za squadriglia da caccia, denominata del famoso pilota della Prima guerra mondiale Ernst Udet. Nella battaglie nei pressi di Belgrado e Parigi, il tenente von Einsiedel abbatté due dozzine di aerei, e nel 1942 Hitler l’invio sul Fronte orientale, ammonendolo: “i tuoi ordini sono volare nei cieli di Stalingrado. Credo che ce la farai“. Il pronipote di Bismarck precipitò a Sarepta e fu fatto prigioniero; quindi fu spedito nel campo per ufficiali nei pressi di Mosca. Lì conobbe Friedrich Paulus, con cui creò il Comitato “Germania Libera”. Dopo aver appreso che uno dei suoi junker preferiti era passato al nemico, Hitler annunciò una ricompensa generosa a chi lo riportasse vivo o morto nel Reich; circa mezzo milione di Reichsmark, una cifra enorme all’epoca. Ma il destino sorrise al discendente di Bismarck: dopo la guerra, si trasferì in Germania, dove visse a lungo.ju_88_10Il “Vlasov tedesco” due volte condannato a morte
Il destino del Tenente-Generale Walter von Seydlitz-Kurzbach fu un po’ meno drammatico rispetto a quello dei vertici odiosi dell’ACPD. La divisione che comandava sfondò la “Linea Maginot” e compì marce vittoriose in Polonia e Olanda. Durante ciò, il Führer premiò il suo eroico generale con la Croce di Ferro di Cavaliere. Fu sul fronte orientale Walther von Seydlitz-Kurzbach fin dai primi giorni di guerra, e nel gennaio 1943 il generale fu catturato insieme allo Stato Maggiore del Corpdo d’Armata appena affidatogli. Walther von Seydlitz-Kurzbach era ciò si chiamava un “osso duro militare”, non troppo gradito al “parvenu” Fuhrer. Tra i prigionieri del campo, oltre a lui, anche i generali Otto Korfes, Martin Lattmann e Alexander von Daniels, accettarono di collaborare con le autorità sovietiche per rovesciare Hitler. Nell’autunno del 1943 alla conferenza di fondazione a Lunev, von Seydlitz fu eletto presidente dell’Unione degli ufficiali tedeschi, e quindi vicepresidente del Comitato Nazionale “Germania Libera”. Presso i generali sovietici divenne noto come il “Vlasov tedesco”. Nel frattempo, a Dresda il tribunale militare lo condannò a morte in contumacia. Alla fine della guerra l’Unione degli ufficiali tedeschi fu sciolta e nei successivi cinque anni lavorò alla storia militare della seconda guerra mondiale presso lo Stato Maggiore Generale dell’URSS. Ma dopo che chiese il rimpatrio nella zona di occupazione sovietica della Germania, Walther von Seydlitz-Kurzbach fu arrestato. Nel 1950 l’Unione Sovietica revocò la moratoria sulla pena di morte e venne condannato a morte, per la seconda volta, poi commutata in 25 anni di reclusione ed inviato al Butyrka, dove rimase detenuto per cinque anni. Fu rilasciato nel 1955 e tornò in Germania.

Seduto a sinistra Walter von Seydlitz-Kurzbach

Seduto a sinistra Walter von Seydlitz-Kurzbach; in piedi, secondo da sinistra Heinrich Graf von Einsiedel e primo da destra il generale Lattmann

Il partigiano “Ivan Ivanovich” decorato con la Stella d’oro d’Eroe
gtlywb7eeye Anche esteriormente Fritz Shmenkel ricordava il buon soldato Svejk, il protagonista del romanzo di Jaroslav Hasek. Lesto e uomo di spessore dall’eroismo speciale: quando nel 1938 fu chiamato a servire nella Wehrmacht, scelse la “renitenza” citando cattive condizioni di salute. Poi passò dagli ospedali a case di cure mentali, proprio come Hasek. E poi il “refusenik” Shmenkel finì in carcere. Infine, dovette chiedere di andare al fronte per non marcire in una cella con dei criminali. Shmenkel divenne caporale sul fronte orientale. Ma non combatté per molto per il suo Paese, nell’autunno 1941 fuggì dalla sua posizione e si nascose nei villaggi della regione di Smolensk per evitare di esser catturato dalla polizia. Infine, lasciato il nascondiglio decise di aderire alla guerriglia. Shmenkel aderì al distaccamento partigiano “Morte al fascismo“. Inizialmente ne fu prigioniero. Ma per qualche miracolo, poté dimostrare che era contro Hitler. Va bene, dissero i partigiani, proviamolo in battaglia. E nel primo scontro con i nazisti Shmenkel fece la sua parte: eliminò un cecchino tedesco e guidò i guerriglieri nel tendere agguati. Nell’agosto 1942 Shmenkel, con l’uniforme tedesca, catturò senza sparare 11 poliziotti e li consegnò al tribunale dei partigiani. Poi, travisato da generale tedesco, Shmenkel fermò un convoglio tedesco carico di cibo e munizioni, e lo mandò nei boschi, direttamente nella trappola dei partigiani. Il risultato fu che i tedeschi seppero che i partigiani sovietici avevano per capo un soldato tedesco, sul cui capo posero una grande taglia. Ma i partigiani protessero Shmenkel, cambiandogli il nome da Fritz ad Ivan Ivanovich. Nel 1943 ricevette a Mosca l’Ordine della Bandiera Rossa e fu addestrato a comandare l’unità sabotaggio e ricognizione “Campo”. Nel febbraio 1944, non lontano da Minsk, il coraggioso Shmenkel fu catturato dai tedeschi e il 22 febbraio fu fucilato su sentenza del tribunale marziale. Nel 1964, Fritz Shmenkel fu insignito postumo del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993