I sovietici usarono truppe tedesche per combattere i nazisti?

Boris Egorov, RBTH 5 marzo 2018

Lev Kopelev e Walther von Seydlitz

Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti erano sicuri di scontrarsi con le cosiddette “truppe di Seydlitz” che combattevano dalla parte sovietica. Ritenevano che fossero prigionieri tedeschi liberati e sotto il comando dell’ex-generale della Wehrmacht Walther von Seydlitz-Kurzbach, che aveva disertato presso i sovietici. Tuttavia, la realtà era abbastanza diversa.

Spezzare l’accerchiamento
Il generale Walther Kurt von Seydlitz-Kurzbach era considerato un perfetto tattico nella Wehrmacht tedesca. Le sue azioni decisive spezzarono l’accerchiamento del 2.do Corpo d’Armata sovietico nella sacca di Demjansk all’inizio del 1942, un’operazione molto apprezzata. Quando la 6.ta Armata, in cui Seydlitz comandava il 51.mo Corpo d’Armata, fu circondata a Stalingrado nel novembre 1942, espresse la disponibilità a spezzare questo accerchiamento. Tuttavia, le richieste al generale Friedrich Paulus di consentirlo furono respinte. Paulus seguì ostinatamente l’ordine di Hitler che proibiva ogni ritirata. Dopo diversi inutili tentativi di convincere il comandante, Seydlitz decise di prendere l’iniziativa. Ignorando la gerarchia, scrisse direttamente al comandante del Gruppo B colonnello-generale Maximilian von Weichs: “Restare inattivi è un crimine dal punto di vista militare, ed è un crimine dal punto di vista della responsabilità nei confronti del popolo tedesco“. Weichs non rispose mai. Poi Seydlitz radunò parte delle sue truppe per compiere una puntata, senza il sostegno del resto dell’esercito tedesco, e tale azione fu condannata. Quando il generale fu catturato dalle truppe sovietiche il 31 gennaio, era pieno di rabbia e delusione verso Paulus e Hitler.

Friedrich Paulus, Generalmaggiore Leyser, Colonnello Wilhelm Adam e Generale Walther von Seydlitz, 1943.

“Vlasov tedesco”
Quando gli ufficiali sovietici tentarono per la prima volta di arruolare Seydlitz nel campo di prigionia, trovarono terreno fertile. Il generale era assai disilluso dai vertici tedeschi e scioccato dalla catastrofe di Stalingrado. Accettò di collaborare coi comunisti presto. Lo storico Samuel W. Mitcham scrisse in I comandanti di Hitler: “Era convinto che qualsiasi passo che accelerasse la caduta di Hitler andasse bene per la Germania, anche se ciò significava lavorare per Stalin“. Insieme a 93 ufficiali, Seydlitz formò la Lega degli ufficiali tedeschi, dove fu scelto presidente. Divenne anche vicepresidente del Comitato nazionale per una Germania libera, guidato dai comunisti tedeschi. L’attività di Seydlitz rispecchia quella del generale Andrej Vlasov, un generale sovietico catturato che disertò per la Germania e guidò il cosiddetto Comitato per la liberazione dei popoli della Russia. Walther von Seydlitz partecipò attivamente alla guerra di propaganda. Cercò di convincere i comandanti tedeschi che Hitler aveva tradito la Germania permettendo la catastrofe di Stalingrado, e che avevano giurato alla loro terra, non al fuhrer. “Dopo che Hitler se ne sarà andato, la Germania farà la pace“, disse. Seydlitz scrisse al comandante della 9.ma Armata Walter Model nell’ottobre del 1943: “Fai dimettere Hitler! Lascia la terra russa e porta l’esercito dietro i confini orientali tedeschi. Questa decisione garantirà una pace onorevole che darà al popolo tedesco i diritti da nazione libera“.
I messaggi di Seydlitz non trovarono un pubblico ricettivo tra i generali della Wehrmacht. Tuttavia, l’appello ai difensori di Konigsberg a deporre le armi accelerò la capitolazione della guarnigione nell’aprile 1945. Il desiderio e lo scopo più importanti per Seydlitz era formare unità tedesche che combattessero i nazisti insieme ai sovietici sul campo di battaglia. Ma tale permesso doveva essere concesso da Stalin.

Le truppe di Seydlitz: mito o realtà?
Nonostante le numerose richieste di Seydlitz, Stalin non permise mai che nessuna formazione militare venisse creata da prigionieri di guerra tedeschi. Furono utilizzati solo per lavori di costruzione nelle retrovie. La leadership sovietica era molto sospettosa verso i tedeschi, persino se propri cittadini. I tedeschi del Volga furono sotto costante osservazione, spesso spostati dalle prime linee alle retrovie e furono persino deportati in Siberia e Asia centrale nel 1941. Gli ex-nazisti, alcuni disertori, entrarono nei ranghi partigiani, come l’ex-gefreiter Fritz Schmenkel a cui fu persino assegnato il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Ma questi erano casi isolati. Formare un’unità coi prigionieri di guerra tedeschi era fuori questione. Così Seydlitz non riuscì mai a creare l’equivalente sovietico dell’Esercito di Liberazione russo di Vlasov. Al contrario, la richiesta dei prigionieri di guerra rumeni di creare proprie formazioni per combattere a fianco dell’esercito sovietico fu approvata e furono create due divisioni di fanteria rumene. Eppure, i nazisti credevano di aver incontrato e combattuto “le truppe di Seydlitz”. Erano sicuri che i Fw-190 e Me-109 trofeo decorati con le stelle rosse usate dai piloti sovietici per lanciare volantini propagandistici e la ricognizione fossero guidati dai piloti tedeschi di Seydlitz. Helmut Altner, un giovane soldato che difese la capitale del Terzo Reich negli ultimi giorni, ricordò nelle sue memorie Danza della morte a Berlino che insieme ai sovietici, Berlino fu presa d’assalto dalle “truppe di Seydlitz in uniforme tedesca con fregi e mostrine rosse sulle maniche. Non posso crederci, tedeschi contro tedeschi!“. Helmut non li vide mai visti, ma gli fu detto da dei carristi. Tuttavia, non vi sono documenti negli archivi russi e tedeschi, né informazioni sull’esistenza di tali formazioni. L’esercito di Seydlitz era un mito e non è mai esistito.
Il destino di Seydlitz fu migliore del suo omologo Vlasov. Dopo aver trascorso un po’ di tempo in un campo di prigionia, morì nella RDT nel 1976. Il meno fortunato Andrej Vlasov fu giustiziato a Mosca nel 1946.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Resistenza comunista tedesca

Histoire et Societé 12 dicembre 2015Dall’inizio degli anni ’30, i comunisti si mobilitarono contro il NSDAP e cercarono di convincere i militanti nazisti ad aderire al Partito comunista. Ma di fronte all’ascesa del nazismo, dovettero cambiare tattica e organizzarono proteste che spesso portarono a scontri tra i due campi. L’unione dei partiti operai era problematica, perché anche se la base del Partito Comunista tedesco (KPD) e del Partito socialdemocratico (SPD) era disposta a formare un fronte unito contro il nazismo, questa unione non poté esserci perché i leader comunisti trattarono i socialdemocratici da “social-fascisti” e i socialdemocratici rifiutavano di conformarsi agli orientamenti ideologici di Mosca. Il 30 gennaio 1933, giorno in cui Hitler salì al potere, i comunisti invocarono lo sciopero generale e manifestazioni di massa ovunque in Germania. I nazisti reagirono effettuando arresti ed incursioni. Di fronte alle misure repressive adottate dal governo nazista contro i comunisti, dovettero continuare la lotta in clandestinità. Furono create reti clandestine, ma la maggior parte fu smantellata rapidamente dalla Gestapo, che aveva numerosi informatori. Già nel febbraio 1933, l’incendio del Reichstag fu usato come pretesto dai nazisti per bandire il Partito Comunista e arrestarne i quadri; più della metà dei leader del partito fu arrestata o uccisa dalla Gestapo. In seguito all’arresto di Ernst Thälmann, leader del Partito Comunista Tedesco, all’inizio del marzo 1933, Mosca ordinò ai funzionari del partito di fuoriuscire per formare la leadership di partito all’estero, con la missione di sostenere la base del partito in Germania. Walter Ulbricht, leader provvisorio del KPD e futuro leader della RDT, esiliato nel 1933 in Cecoslovacchia per fondare una parte del partito, nel 1936 si unì a Wilhelm Pieck, futuro leader della RDT, a Parigi, dove creò un altro ramo del KPD. Nel 1939, trovarono rifugio nell’URSS, dove rimasero fino alla fine della guerra.
In Germania, i membri del partito cercarono di evitare la sorveglianza della Gestapo formando reti clandestine. Ma la polizia aveva i documenti del Partito Comunista requisiti nei raid, e combattenti della resistenza furono arrestati a migliaia e inviati nei primi campi di concentramento, che i prigionieri politici comunisti e i socialdemocratici furono costretti a costruire. La stampa clandestina fu la prima attività dei combattenti comunisti della resistenza, distribuendo segretamente volantini e pubblicazioni per convincere la popolazione tedesca a insorgere contro Hitler e rovesciare il regime nazista. D’altra parte, fu creata una rete di messaggeri; la missione era trasmettere informazioni sul Reich all’estero, ai capi in esilio del partito, e trasmettere notizie dall’estero in Germania per contrastare la propaganda di Hitler. I sindacati comunisti cercarono di mobilitare gli operai contro il governo nazista. Ma il loro compito era arduo, poiché alcuni membri del partito si rassegnarono alla vittoria nazista, altri aderirono al NSDAP e le persecuzioni dei comunisti ne scoraggiarono più di uno a continuare la lotta. Inoltre, la costituzione dei sindacati comunisti fu molto debole nelle aziende ancor prima che Hitler salisse al potere, perché la maggior parte dei membri del partito era allora disoccupata, e gli attivisti non potevano formare un vero contrappeso al nazismo nelle aziende tedesche.
Nel 1935, il Komintern e l’ufficio politico del KPD decisero di cambiare tattica contro il nazionalsocialismo e di cercare di unirsi ai socialdemocratici per formare un fronte unito contro il nazismo. D’altra parte, la solita struttura gerarchica del partito, facilmente smantellata dalla Gestapo, che poté compiere migliaia di arresti, fu abbandonata; i combattenti della resistenza si organizzarono in piccole cellule guidati da istruttori addestrati a questo compito e che lavoravano clandestinamente nelle aziende invece che nelle vecchie sezioni locali del partito. Queste cellule ricevettero le istruzioni dagli uffici centrali del KPD coordinati dal Comitato Centrale a Mosca e dagli esiliati ad Amsterdam, Strasburgo, Lussemburgo, Copenaghen, Praga, Parigi e Stoccolma che fecero infiltrare clandestinamente messaggeri in Germania. Attraversarono il confine cecoslovacco tramite una rete di contrabbandieri; l’organizzazione stampò anche volantini, inviati nel Reich, ed aiutarono i rifugiati a fuggire dalla Germania. Lo stessa rete esisteva ai confini belga e olandese, ma la Gestapo riuscì a smantellarle nel 1935-36 grazie all’infiltrazione di spie.
Nel 1936, durante le Olimpiadi di Berlino, per i nazisti un importante evento di propaganda, i comunisti organizzarono uno sciopero in una fabbrica a Berlino, che contraddiceva la propaganda di Hitler secondo cui tutta la Germania sosteneva i nazisti. La Gestapo si assicurò che i giornalisti stranieri non sapessero dello sciopero e in seguito piazzò spie in tutte le fabbriche, in modo che tali proteste non si ripetessero. Durante la guerra, la maggior parte dei Paesi limitrofi fu occupata dalle truppe tedesche, e divenne sempre più difficile mantenere i contatti tra la dirigenza in esilio del partito e la base in Germania; le cellule della resistenza comunista erano sempre più isolate e solo raramente ricevevano le direttive dal partito. I combattenti comunisti della resistenza che lavoravano sulle ferrovie o nelle compagnie di trasporto fluviale e marittimo, tuttavia, poterono continuare a trasmettere messaggi. Inoltre, i comunisti avevano un servizio segreto che raccoglieva informazioni e li inviava via radio ai centri d’intelligence di Parigi e Bruxelles, che avevano agenzie in tutti i Paesi europei.
Il patto di non aggressione dell’URSS, concluso da Hitler e Stalin il 23 agosto 1939, scioccò e disorientò i combattenti della resistenza che avevano combattuto per sei anni clandestinamente; una direzione del partito indipendente da Mosca fu creata in Germania per reazione al patto, e il suo comitato centrale inviò messaggeri alle varie cellule per ordinare di continuare la lotta al nazismo. Dopo l’attacco nazista all’URSS, la sezione comunista tedesca tornò a Mosca. Ma la volontà dei combattenti della resistenza comunista di provocare una rivolta della popolazione tedesca contro la guerra e il governo nazista non ebbe alcuna possibilità di successo, poiché la maggioranza dei tedeschi sosteneva Hitler, che colse una vittoria dopo l’altra. La popolarità del dittatore fu tale nei primi anni di guerra che una rivoluzione era impossibile. Willi Gall, che iniziò ad organizzare la resistenza interna, fu arrestato nel 1940; il successore Wilhelm Knöchel coordinò le attività delle varie cellule da Amsterdam, per poi trasferirsi a Berlino nel 1941; fu arrestato nel gennaio 1943 e diede informazioni ai nazisti sotto tortura, mettendo in pericolo tutta la resistenza comunista e minandone le attività.
Alla fine della guerra, quando le truppe sovietiche si avvicinarono alla Germania, agenti comunisti furono paracadutati nel Paese per organizzare la resistenza comunista. E quando la zona d’occupazione sovietica diede alla luce la RDT, molti comunisti fuggiti a Mosca, tra cui Walter Ulbricht e Wilhelm Pieck, ne divennero i leader.

Principali gruppi di resistenza comunisti:
Soccorso Rosso (Die Rote Hilfe)
Questo gruppo, fondato a Parigi dal combattente comunista della resistenza Wilhelm Beuttel, sostenne i perseguitati dal regime nazionalsocialista. Wilhelm Beuttel, tornato in Germania nel 1942, lavorò nel gruppo della resistenza di Wilhelm Knöchel. Fu arrestato dalla Gestapo nel 1943 e giustiziato nel 1944.

Il gruppo di Wilhelm Knöchel nella Ruhr
Wilhelm Knöchel, che aveva diretto il comitato in esilio del KPD ad Amsterdam dal 1935, tornò in Germania nel 1941 per riorganizzare la resistenza comunista nella Ruhr. La sua organizzazione pubblicò segretamente la pubblicazione anti-nazista Der Friedenskämpfer, che informava i tedeschi dei crimini commessi dai nazisti e della situazione internazionale, e li incitò a insorgere contro Hitler per rovesciare persino la dittatura nazista. Wilhelm Knöchel fu arrestato dalla Gestapo nel 1943 e giustiziato nel 1944, e la sua organizzazione fu smantellata. Circa 50 combattenti della resistenza del gruppo furono arrestati, torturati e uccisi.

Il gruppo di Josef (Beppo) Römer
Alla fine degli anni ’20, Josef Römer pubblicò il giornale comunista “Aufbruch”; fu arrestato nel marzo 1933 e trascorse sei anni in un campo di concentramento. Dopo la liberazione, cercò di organizzare un attentato a Hitler e prese contatto con la cerchia della resistenza di Adam von Trott zu Solz e Robert Uhrig. Nel 1940 creò un gruppo della resistenza che diffondeva il giornale clandestino “Informationsdienst”. Fu arrestato nel 1942 e giustiziato nel 1944.

Il gruppo di Robert Uhrig a Berlino
Robert Uhrig fu arrestato per la prima volta nel 1934 per aver distribuito un giornale clandestino e raccolto fondi per le famiglie delle vittime della persecuzione nazista. Fu rilasciato dopo 21 mesi di lavori forzati e creò un’organizzazione della resistenza nel 1938 a Berlino; l’obiettivo era formare gruppi di resistenza comunisti nelle aziende. Dal 1941, il gruppo, che contava un centinaio di membri nel 1940, e il doppio nel 1942, collaborò con altri movimenti, tra cui l’organizzazione Harnack/Schulze-Boysen, istituendo un servizio d’intelligence. La Gestapo smantellò l’organizzazione nel 1942; un centinaio di combattenti della resistenza, tra cui Robert Uhrig, furono arrestati, torturati, deportati in un campo di concentramento e giustiziati nel 1944. Anche le loro famiglia fu arrestata. Coloro che sfuggirono alla persecuzione aderirono al gruppo di Anton Saefkow.

Il gruppo di Walter Budeus
Nel 1936, Walter Budeus creò nella società metalmeccanica in cui lavorava un’organizzazione composta da una cinquantina di combattenti della resistenza. Alla fine degli anni ’30, contattò Robert Uhrig e Beppo Römer per coordinare le attività dei diversi gruppi. Il loro compito era raccogliere informazioni sull’industria bellica, distribuire volantini e stabilire contatti con altri gruppi della resistenza. Walter Budeus fu arrestato nel 1942 e condannato a morte nel 1944.

Il gruppo di Bernhard Bästlein, Oskar Reincke e Franz Jacob ad Amburgo
Nel 1941-42, dopo la liberazione dai campi di concentramento, Bernhard Bästlein, Oskar Reincke e Franz Jacob fondarono un’organizzazione della resistenza nei cantieri navali di Amburgo. Il gruppo, che distribuiva volantini antifascisti e inviava lettere ai soldati sul fronte orientale per spronarli a rifiutarsi di combattere, era in contatto con altri movimenti della resistenza, tra cui l’organizzazione Harnack/Schulze-Boysen. Arrestati dalla Gestapo nel 1943, approfittarono del bombardamento alleato per scappare e nascondersi. Ma arrestati di nuovo nel 1944, circa sessanta resistenti furono giustiziati nel 1944-45.

Il gruppo di Anton Saefkow e Franz Jacob a Berlino
Fondato nel 1943, il gruppo distribuì volantini antifascisti e nel 1944 entrò in contatto con Julius Leber e Adolf Reichwein, combattenti della resistenza socialdemocratica che presero parte al complotto che preparò l’attentato del 20 luglio 1944 a Hitler. La Gestapo che infiltrò una spia nell’organizzazione, arrestò il 22 giugno 1944 Anton Saefkow, Franz Jacob, Julius Leber e Adolf Reichwein. Centinaia di membri del gruppo furono arrestati ed assassinati.

Il gruppo di Theodor Neubauer e Magnus Poser in Turingia
Questa organizzazione, creata nel 1942, era in contatto con altri gruppi della resistenza, per esempio con un gruppo dell’Università di Jena, così come con un gruppo del campo di concentramento di Buchenwald, quindi poté inviare cibo, volantini ed anche armi ai prigionieri. Theodor Neubauer, internato per diversi anni in un campo di concentramento prima di creare il gruppo della resistenza, fu arrestato nel 1944 e giustiziato nel 1945.

Il gruppo di Georg Schumann e Otto Engert a Lipsia
Questo gruppo era in contatto con prigionieri di guerra russi e lavoratori delle forze straniere, così come con le organizzazioni di Harro Schulze-Boysen, di Theodor Neubauer e Magnus Poser in Turingia e di Anton Saefkow a Berlino. L’obiettivo principale del gruppo di Lipsia era unificare i vari movimenti di resistenza comunisti, ma il tentativo non riuscì per la sorveglianza dealla Gestapo.

Comitato nazionale della Germania libera (Nationalkomitee Freies Deutschland, NKFD)
Questo comitato fu fondato nel 1943 dalla Sezione politica dell’Esercito sovietico e dal Comitato centrale del KPD a Mosca; i suoi obiettivi erano, attraverso la propaganda, allontanare i prigionieri di guerra tedeschi dal nazismo e incoraggiare i soldati tedeschi a disertare. La NKFD cercò di raccogliere tutte le tendenze politiche in un’unione contro Hitler; nelle sue file non c’erano solo comunisti, ma anche per esempio un centinaio di pastori, sacerdoti e studenti di teologia della Wehrmacht, prigionieri nei campi russi che aderirono al NKFD per le persecuzioni contro le chiese nel Reich. I comunisti, tra cui Wilhelm Pieck e Walter Ulbricht, i futuri leader della RDT, infine guidarono l’NKFD che divenne uno strumento della propaganda del governo sovietico.

L’organizzazione Germania Libera (Freies Deutschland)
Questo gruppo, fondato a Colonia nel 1943 da una rete della resistenza comunista, aveva oltre duecento membri e riuniva combattenti della resistenza di tutti gli orizzonti politici e ideologici. Volantini che incoraggiavano la popolazione tedesca a commettere sabotaggi per fermare la macchina da guerra nazista, ed incoraggiare i soldati a disertare, furono distribuiti, e i combattenti della resistenza aiutarono i prigionieri stranieri in Germania. La Gestapo arrestò molti membri del gruppo, che gradualmente si dissolse.

Organizzazioni della resistenza indipendenti da KPD
Partito comunista tedesco di Opposizione (Kommunistische Partei Deutschlands (Opposition), KPO) Ala destra del KPD espulsa dal partito nel 1928, fondò un’organizzazione indipendente comunista, il KPO. Dopo l’ascesa al potere di Hitler, solo pochi militanti nominati quadri di partito andarono in esilio in Francia, dove fondarono un comitato di esilio (Auslandskomitee, AK) in contatto, attraverso una rete di messaggeri, con la base che svolgeva clandestinamente attività in Germania. Un comitato del KPO, che si trovava a Berlino, era incaricato di coordinare le attività delle cellule locali del partito. La struttura gerarchica e frammentaria del partito permise di evitare i grandi rastrellamenti della Gestapo. Gli obiettivi principali del KPO erano trasmettere informazioni sul regime di Hitler e collaborare con la resistenza in esilio dei sindacati contro il nazismo. Distribuirono volantini e i membri del partito ebbero la missione di creare sindacati clandestini nelle aziende in cui lavoravano. Quando il contatto col comitato in esilio fu rotto dell’occupazione della Francia da parte delle truppe tedesche, il KPO contattò altre organizzazioni operaie, compresi socialdemocratici, per creare sindacati clandestini e distribuire volantini volti a mobilitare la popolazione tedesca contro Hitler.

L’Orchestra Rossa (Die Rote Kapelle)
Dalla fine del 1941, l’organizzazione Harnack/Schulze-Boysen collaborò con gli uffici dei servizi segreti sovietici a Parigi e Bruxelles, senza che i membri diventassero agenti sovietici e perdessero l’indipendenza, come dichiararono in seguito le autorità naziste. La Gestapo chiamò questo gruppo della resistenza L’Orchestra Rossa (“Die Rote Kapelle“).Il gruppo di Herbert e Marianne Baum
Herbert Baum e sua moglie Marianne, che dal 1933 combattevano nei circoli giovanili comunisti, fondarono un gruppo della resistenza nel 1938-39, i cui membri, ebrei vicini al comunismo, distribuirono volantini antifascisti e diedero fuoco a una mostra anticomunista organizzata a Berlino nell’ambito della propaganda nazista, “Das Sowjetparadies“. I giovani furono arrestati nel 1942; una ventina di loro fu giustiziata, alcuni, come Herbert Baum, si suicidarono in cella, e l’altra resistente morì nel campo di concentramento. La rappresaglia della Gestapo non si fermò qui: 500 ebrei di Berlino furono deportati in un campo di concentramento come risultato dell’azione.

In secondo piano Walter Ulbricht, Maggiore Krausnik, Erich Weinert, Maggiore Ingegnere Hetz; Maggiore Stösslein e Wilhelm Pieck in primo piano. URSS, 25 Ottobre 1944

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il decano degli agenti segreti della Russia compie 101 anni

FRN, 12 febbraio 2018Il 10 febbraio, l’ufficiale e sabotatore dell’intelligence sovietica Aleksej Nikolaevich Botjan compiva 101 anni. Il Colonnello dell’Intelligence Estera della Russia veniva congratulato dai colleghi: “Oggi, 10 febbraio, ci congratuliamo non solo per un altro compleanno, ma per il primo anniversario del secondo secolo!“, dichiarava il direttore dell’intelligence russa. “Siamo orgogliosi di te, sei un esempio! Sono molto felice che tu sia così vigoroso, energico e circondato dalla cura e dall’amore di parenti e colleghi!” Vigore e vitalità di Aleksej Nikolaevic non sono affatto retorica. Non molto tempo prima, i giornalisti invitarono Botjan a sparare con le pistole “Walter PPK“, “Stechkin” e “Vul” delle forze speciali, insieme a giovani ufficiali dei servizi segreti militari. Tutti furono sorpresi dall’occhio acuto e dalla mano ferma di Botjan.
Aleksej Nikolaevich Botjan è nato il 10 febbraio 1917 in Polonia, nel villaggio bielorusso di Chertovichi. Oggi è il distretto di Volozhin della Bielorussia. Botjan, a proposito, significa “cicogna” nel dialetto bielorusso locale. Dopo aver lasciato la scuola nel 1939, Botjan fu arruolato nell’esercito polacco, nell’artiglieria antiaerea del territorio di Vilna, dove divenne sottufficiale. Nel settembre 1939, dopo l’attacco di Hitler alla Polonia, iniziò il contributo di Botjan alla guerra contro i fascisti. Difendendo i cieli di Varsavia, abbatté tre bombardieri tedeschi. Dopo la conquista della Polonia da parte dei nazisti, Botjan, insieme alla sua unità militare, si recò nel territorio liberato dall’Armata Rossa nella Bielorussia occidentale, dove si arrese. Se qualcuno si attende storie dell’orrore su interrogatori e repressioni sovietiche che colpirono il bielorusso dall’esercito polacco, non ce ne sono. Aleksej Botjan ricevette la cittadinanza sovietica, divenne insegnante e tornò ad insegnare nel villaggio natale. Nel maggio 1940, la vita della giovane insegnante prese una svolta inaspettata. Gli fu chiesto di addestrarsi per l’NKVD (predecessore del KGB) nella scuola d’intelligence. Non disse mai chi chiamò (o scrisse) e come, quindi chiameremo tali contatti “la Forza”. Nelle battaglie del luglio 1941, Botjan si arruolò nelle leggendarie forze speciali del NKVD, la Brigata speciale dei fucilieri motorizzati (OMSBON).Aleksej Nikolaevich partecipò alla battaglia per Mosca come comandante di un gruppo da ricognizione. All’inizio del 1943, il gruppo da ricognizione di Botjan fu inviato a condurre operazioni speciali partigiane nei territori occupati dell’Ucraina centrale, con compiti di sabotaggio. Nella regione di Zhitomir, Botjan condusse un’operazione audace facendo saltare in aria il comando tedesco nella città di Ovruch. Gli esploratori di Botjan localizzarono e persuasero un lavoratore, Kapljuk, a cooperare. Kapljuk era responsabile presso i tedeschi della manutenzione del riscaldamento. Botjan insegnò a Kapljuk ad usare esplosivi e detonatori. Poi, al momento convenuto, gli esplosivi furono portati e nascosti nell’edificio del comando. In totale, furono posati almeno 100 kg di esplosivo sotto l’edificio. L’esplosione eliminò più di 80 degli occupanti. L’operazione dei servizi speciali salvò la vita a decine di migliaia di sovietici nell’area ed ebbe un enorme effetto propagandistico. Fu persino preso ad esempio del sabotaggio nei libri di testo specializzati. Allo stesso tempo, per la prima volta Aleksej Nikolaevich Botjan fu nominato per il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, ma fu rifiutato dalle autorità. La ragione è ancora sconosciuta. Nel 1944, al gruppo di Botjan fu ordinato di recarsi a Cracovia. Grazie all’eccellente conoscenza della lingua e dei costumi polacchi, il gruppo di Botjan organizzò la cooperazione tra i distaccamenti delle Guardie Operaie e le forze ambigue dei battaglioni dei contadini di Khlopsk e dell’Esercito di Craiova. Nella città di Ilzha, insieme ai soldati delle Guardie Operaie, l’ufficiale dell’intelligence sovietica riuscì ad irrompere in una prigione liberandone i patrioti polacchi. C’erano molti gruppi di intelligence e sabotaggio sovietici del GRU e del NKVD che eseguivano vari compiti. Questa collaborazione coi patrioti polacchi impedì ai nazisti di distruggere uno degli antichi centri della cultura slava. Il contributo di Botjan alla liberazione di Cracovia incluse anche la cattura del cartografo polacco Ogarek, mobilitato dai tedeschi. Fu Ogarek a rivelare preziose informazioni sull’invio di esplosivo nel castello jagellonico, che i tedeschi volevano utilizzare per ostruire e distruggere le infrastrutture della città mentre avanzava l’Armata Rossa.Alla fine della guerra, Botjan era tenente in Cecoslovacchia. Andò a studiare nella scuola tecnica di Praga come ingegnere progettista, ma al secondo anno fu nuovamente contattato dalla “Forza”. A quel punto, Botjan si era sposato con una cecoslovacca e, come immigrati cechi, operò come agente illegale nella Slesia ceca, al confine con la Germania occidentale. Poco si sa di questo episodio, ma è noto cosa accadde dopo la morte di Stalin, quando Botjan tornò a Mosca. I suoi comandanti di prima linea, Sudoplatov ed Ejtingon, furono arrestati, e gli scagnozzi di Chrusciov dispersero le forze speciali e chiesero a Botjan di andarsene, lasciandolo senza niente; niente appartamento e salario per far quadrare i conti. Botjan fu salvato dai suoi compagni al fronte, che gli organizzarono un lavoro come “ospite esperto in lingue straniere” in un ristorante a Praga. L’ex-sabotatore dei servizi segreti iniziò a lavorare nel servizio clienti, e lavorò così diligentemente che fu elogiato dalla direzione, e la sua foto era sul tavolo degli onori di casa. Nel 1957 fu ricordato e invitato a Mosca, con la proposta di continuare il servizio come agente. Botjan accettò d’essere reintegrato nei servizi speciali col grado di maggiore. È noto che Botjan lavorò contro l’intelligence della Germania occidentale, nella quale il generale fascista Reinhardt Gehlen riunì gli agenti sopravvissuti di Abwehr, SD e Gestapo. Nel 1965, i compagni d’arme di Botyan, che avevano raggiunto i vertici del KGB, rivolsero alle autorità una petizione per conferirgli il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, ma di nuovo qualcosa l’impedì. Nel 1983, il colonnello Botjan andò in pensione, ma continuò a consigliare le forze speciali del KGB per altri sei anni. Solo nel maggio 2007, col decreto del Presidente della Federazione Russa, il leggendario agente speciale riceveva il meritato titolo di Eroe della Russia.

Buon compleanno, Aleksej Botjan!

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’eredità dell’Ottobre Rosso è ancora visibile in Medio Oriente?

Jurij Zinin, New Eastern Outlook, 31.01.2018

Le immagini di una bandiera rossa con falce e martello che sventolava su un edificio nella città siriana di al-Raqqah, roccaforte dello SIIL per un lungo periodo, circolò sui media arabi per tutto gennaio. Questa bandiera fu innalzata dai combattenti della “brigata della libertà” formata da nativi di vari Stati mediorientali ed europei dagli ideali di sinistra. Avrebbero associato la lotta contro lo SIIL con l’incredibile impresa dei soldati sovietici che innalzarono la bandiera rossa sul Reichstag, roccaforte nazista durante la Seconda guerra mondiale. Questi riferimenti affondano le radici nella storia della regione, influenzata dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Il centenario di questo evento riuniva chi crede negli ideali di sinistra in Medio Oriente, con vari forum tenutisi in diversi Paesi regionali. Secondo l’iracheno Saqaf al-Jadid, la rivoluzione d’ottobre presentò al mondo un’alternativa all’egemonia capitalista, promuovendo le idee di uguaglianza, giustizia, liberazione sociale e nazionale, riflesse nei primi documenti adottati dall’URSS immediatamente dopo la rivoluzione, tra cui la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” e l’appello “A tutti i lavoratori musulmani di Russia ed Oriente”. I bolscevichi furono abbastanza coraggiosi da declassificare l’accordo Sykes-Picot, apparso a Beirut nel dicembre 1917. Fu preparato segretamente dai governi dell’Intesa (Regno Unito e Francia) alle spalle dei popoli, con lo scopo di dividersi in sfere d’influenza il Medio Oriente e saccheggiarne le risorse. La voce della Russia rivoluzionaria fu ascoltata e compresa nella regione, poiché fino a quel momento agli attori locali fu data la possibilità di cedere al dominio egualmente opprimente degli ottomani o delle potenze europee. Nel dicembre 1920, il Comitato per l’unità araba siriana espresse solidarietà alla Russia sovietica che puntò “alla liberazione dell’Oriente dalla morsa dei tiranni europei”. Dopo la Seconda guerra mondiale, il rispetto che l’URSS godeva nella regione raggiunse massimi inediti, compiendo la dura lotta al fascismo. Gli arabi volsero lo sguardo al nuovo polo di potere, abbastanza audace da sfidare il monopolio di un tempo delle potenze imperialiste. Per decenni Mosca sostenne i giovani Stati che lottavano per la sovranità e per chiudere le basi militari straniere sui loro territori. Tra questi Stati si possono nominare Libia, Egitto e Iraq, usati per contenere l’Unione Sovietica e i suoi alleati. I legami politici appena nati furono rafforzati da un’ampia cooperazione economica sovietico-araba e dall’assistenza militare. In totale, con l’aiuto di Mosca, nella regione furono costruiti 350 grandi impianti industriali, 97 infrastrutture in Egitto e 80 in Siria.
Gli scienziati politici arabi osservano che l’URSS si dimostrò un partner fedele dell’Egitto inviandogli ingenti forniture di armi ed attrezzature dopo la devastante guerra del 1967, ripristinando così il potenziale indebolito del suo esercito. Grazie a questo sostegno, molti grandi Paesi del Medio Oriente posero le fondamenta dell’economia moderna di cui dispongono oggi, insieme allo sviluppo delle industrie della Difesa che li mantengono al sicuro. I contatti con Mosca permisero a questi Stati di rafforzare le posizioni sulla scena internazionale, costringendo così l’occidente a fare concessioni. Oggi, numerosi attori regionali affrontano turbolenze provocate dalla cosiddetta “primavera araba”. Ciò che è chiaro per tutti in questa fase è che quando uno Stato viene indebolito subisce il brusco aggravarsi delle contraddizioni interne etniche e settarie. La configurazione geopolitica del Medio Oriente la rende intrinsecamente instabile. Le linee di forza di varie coalizioni, spesso opportunistiche, si scontrano qui con le masse islamiche manipolate per portarle nei conflitti che fanno avanzare l’agenda di qualcun altro. Un esempio lampante è la Siria, dove nel tentativo di far cadere il legittimo governo di Bashar al-Assad, Paesi occidentali, regimi monarchici del Golfo Persico ed islamisti agivano insieme per perseguire i propri obiettivi.
Parlando dell’eredità della Rivoluzione d’Ottobre attraverso il prisma del mondo moderno, numerosi esperti arabi pongono la domanda: gli ideali di sinistra andavano perseguiti anche alla luce delle seguenti violazioni giuridiche, e rimangono adeguati dopo il crollo dell’URSS? Ovviamente, se non fossero così attraenti per molti nel mondo, sarebbero stati dismessi da tempo. Questi ideali, troppo avanzati per i tempi in cui furono espressi, hanno tuttavia preparato il terreno dei cambiamenti sociali nel mondo, portando a un futuro migliore. Secondo i moderni pensatori palestinesi, la Rivoluzione d’Ottobre sfidò i Paesi metropolitani costringendoli ad abbandonare le loro colonie. Nel corso dello scontro e della competizione tra i due sistemi, i lavoratori dei Paesi capitalisti ottennero importanti concessioni e l’introduzione di regolamenti che ne garantivano i diritti sociali. Chi liquida la Rivoluzione d’Ottobre come fatto minore, non potrà mai accettarne l’eredità. Ad esempio, il peggior denigratore dell’URSS e dei suoi valori, Zbigniew Brzezinski, statista e scienziato politico degli Stati Uniti, annunciò in modo temerario in un discorso di quasi due decenni fa: “Ho studiato e capito Marx meglio di molti socialisti… e quindi ho potuto deviarne l’avanzare delle idee per quasi un secolo, non basta?Jurij Zinin, ricercatore presso l’Istituto statale per le Relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio