Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Gli hitleriani rossi

Il “Vlasov tedesco”, il pronipote di Bismarck e l’Eroe dell’Unione Sovietica “Ivan Ivanovich”
Versia 14/01/2017

nkfddenkfdA proposito degli ex-generali ed ex-ufficiali sovietici che passarono durante la Grande Guerra Patriottica ai nazisti, si sono scritti centinaia, se non migliaia di libri, per non parlare dei giornali. E sui militari nazisti che combatterono sotto la bandiera dell’Armata Rossa, quasi nulla. Ma tra loro, che furono abbastanza ragguardevoli, vi fu un pronipote di Otto von Bismarck, il conte Heinrich von Einsiedel. I tedeschi che combatterono al fianco dell’Armata Rossa facevano parte dell’Unione degli ufficiali tedeschi e della controparte sovietica dei collaborazionisti russi del Comitato di liberazione dei popoli (ACPD) del generale Andrej Vlasov, il Comitato Nazionale “Germania Libera”, la cui leadership comprendeva il feldmaresciallo Friedrich Paulus. Ex-militari di Hitler parteciparono anche al movimento partigiano, e uno di loro ricevette la Stella d’oro dell’Eroe dell’Unione Sovietica, però postumo. Finora, gli storici discutono dove vi furono più disertori, sovietici o tedeschi. In generale, coloro che pensano che un numero relativamente piccolo di nazisti passò dalla parte sovietica si basano sulle statistiche ufficiali del NKVD: durante la guerra, i “reclutati per intelligence e attività sovversive tra i prigionieri dall’NKVD, furono: 5341 tedeschi, 1266 rumeni, 943 italiani, 855 ungheresi, 106 finlandesi, 92 austriaci, 75 spagnoli, 24 slovacchi“. Ma si trattava solo dei reclutati dal NKVD, ma reclutavano anche diversi altri dipartimenti. E, in secondo luogo, si prendono in considerazione solo spie e sabotatori. Di conseguenza, le statistiche sono incomplete, per esempio non ci sono dati sulle unità dell’Unione degli ufficiali tedeschi nell’Armata Rossa. Tra l’altro, queste unità si distinsero anche in battaglia contro i nazisti, in particolare nella battaglia delle alture Seelow. Secondo il memorialista tedesco Helmut Altner, “combattevamo con uniformi tedesche, e differivamo dalle truppe naziste solo per il bracciale, dai colori della bandiera della Repubblica di Weimar (l’attuale bandiera della Germania)“. Quindi la questione del numero esatto dei disertori è ancora aperta.5-4Il più famoso disertore fu il pronipote del più grande cancelliere tedesco
einsihe0 Il primo disertore tedesco fu Alfred Liskow, un soldato della Wehrmacht che riferì all’esercito sovietico della guerra imminente, il giorno prima che iniziasse. Liskow militava nella 15.ma Divisione di fanteria, di stanza nel distretto di Sokal (ora presso Leopoli, in Ucraina), l’unità doveva attraversare il confine per prima. Dopo aver appreso dell’attacco imminente, il 21 giugno Liskow fuggì attraversando il Bug e alle 9 di sera si arrese alle guardie di frontiera dell’Armata Rossa. Per tutta l’estate Liskow partecipò ad attività di propaganda del Comintern, ma cadde in disgrazia dopo aver litigato con il leader del Comintern Georgij Dimitrov, dichiarandolo “fascista e antisemita”. Liskow fu arrestato e nel 1942 fucilato.
Due giorni dopo l’inizio della guerra, in prossimità di Kiev atterrò improvvisamente un bombardiere tedesco. Lo Junkers Ju-88A-1 (B3 + BM, WNr 2428) del 4/KG-54. Tutto l’equipaggio, composto da Hans Hermann, Hans Kratz, Wilhelm Schmidt e Gefr Adolf Appel, si consegnò volontariamente. Come riportato dal “Soviet Information Bureau“, “non volevano combattere contro il popolo sovietico, i piloti sganciarono le bombe sul Dnepr e poi atterrarono vicino la città, dove si arresero al Kolkhoz locale“. Altri equipaggi di “junker” si arresero nei due mesi estivi, e nel primo anno di guerra almeno due dozzine di altri piloti tedeschi. Il più famoso asso e disertore fu, senza dubbio, Heinrich von Einsiedel. Aristocratico pronipote del primo cancelliere dell’Impero tedesco, Bismarck. Grazie al lignaggio Einsiedel, che all’inizio della guerra aveva appena 20 anni, ebbe il patrocinio dello stesso Hitler. Preso servizio nell’elitaria 3.za squadriglia da caccia, denominata del famoso pilota della Prima guerra mondiale Ernst Udet. Nella battaglie nei pressi di Belgrado e Parigi, il tenente von Einsiedel abbatté due dozzine di aerei, e nel 1942 Hitler l’invio sul Fronte orientale, ammonendolo: “i tuoi ordini sono volare nei cieli di Stalingrado. Credo che ce la farai“. Il pronipote di Bismarck precipitò a Sarepta e fu fatto prigioniero; quindi fu spedito nel campo per ufficiali nei pressi di Mosca. Lì conobbe Friedrich Paulus, con cui creò il Comitato “Germania Libera”. Dopo aver appreso che uno dei suoi junker preferiti era passato al nemico, Hitler annunciò una ricompensa generosa a chi lo riportasse vivo o morto nel Reich; circa mezzo milione di Reichsmark, una cifra enorme all’epoca. Ma il destino sorrise al discendente di Bismarck: dopo la guerra, si trasferì in Germania, dove visse a lungo.ju_88_10Il “Vlasov tedesco” due volte condannato a morte
Il destino del Tenente-Generale Walter von Seydlitz-Kurzbach fu un po’ meno drammatico rispetto a quello dei vertici odiosi dell’ACPD. La divisione che comandava sfondò la “Linea Maginot” e compì marce vittoriose in Polonia e Olanda. Durante ciò, il Führer premiò il suo eroico generale con la Croce di Ferro di Cavaliere. Fu sul fronte orientale Walther von Seydlitz-Kurzbach fin dai primi giorni di guerra, e nel gennaio 1943 il generale fu catturato insieme allo Stato Maggiore del Corpdo d’Armata appena affidatogli. Walther von Seydlitz-Kurzbach era ciò si chiamava un “osso duro militare”, non troppo gradito al “parvenu” Fuhrer. Tra i prigionieri del campo, oltre a lui, anche i generali Otto Korfes, Martin Lattmann e Alexander von Daniels, accettarono di collaborare con le autorità sovietiche per rovesciare Hitler. Nell’autunno del 1943 alla conferenza di fondazione a Lunev, von Seydlitz fu eletto presidente dell’Unione degli ufficiali tedeschi, e quindi vicepresidente del Comitato Nazionale “Germania Libera”. Presso i generali sovietici divenne noto come il “Vlasov tedesco”. Nel frattempo, a Dresda il tribunale militare lo condannò a morte in contumacia. Alla fine della guerra l’Unione degli ufficiali tedeschi fu sciolta e nei successivi cinque anni lavorò alla storia militare della seconda guerra mondiale presso lo Stato Maggiore Generale dell’URSS. Ma dopo che chiese il rimpatrio nella zona di occupazione sovietica della Germania, Walther von Seydlitz-Kurzbach fu arrestato. Nel 1950 l’Unione Sovietica revocò la moratoria sulla pena di morte e venne condannato a morte, per la seconda volta, poi commutata in 25 anni di reclusione ed inviato al Butyrka, dove rimase detenuto per cinque anni. Fu rilasciato nel 1955 e tornò in Germania.

Seduto a sinistra Walter von Seydlitz-Kurzbach

Seduto a sinistra Walter von Seydlitz-Kurzbach; in piedi, secondo da sinistra Heinrich Graf von Einsiedel e primo da destra il generale Lattmann

Il partigiano “Ivan Ivanovich” decorato con la Stella d’oro d’Eroe
gtlywb7eeye Anche esteriormente Fritz Shmenkel ricordava il buon soldato Svejk, il protagonista del romanzo di Jaroslav Hasek. Lesto e uomo di spessore dall’eroismo speciale: quando nel 1938 fu chiamato a servire nella Wehrmacht, scelse la “renitenza” citando cattive condizioni di salute. Poi passò dagli ospedali a case di cure mentali, proprio come Hasek. E poi il “refusenik” Shmenkel finì in carcere. Infine, dovette chiedere di andare al fronte per non marcire in una cella con dei criminali. Shmenkel divenne caporale sul fronte orientale. Ma non combatté per molto per il suo Paese, nell’autunno 1941 fuggì dalla sua posizione e si nascose nei villaggi della regione di Smolensk per evitare di esser catturato dalla polizia. Infine, lasciato il nascondiglio decise di aderire alla guerriglia. Shmenkel aderì al distaccamento partigiano “Morte al fascismo“. Inizialmente ne fu prigioniero. Ma per qualche miracolo, poté dimostrare che era contro Hitler. Va bene, dissero i partigiani, proviamolo in battaglia. E nel primo scontro con i nazisti Shmenkel fece la sua parte: eliminò un cecchino tedesco e guidò i guerriglieri nel tendere agguati. Nell’agosto 1942 Shmenkel, con l’uniforme tedesca, catturò senza sparare 11 poliziotti e li consegnò al tribunale dei partigiani. Poi, travisato da generale tedesco, Shmenkel fermò un convoglio tedesco carico di cibo e munizioni, e lo mandò nei boschi, direttamente nella trappola dei partigiani. Il risultato fu che i tedeschi seppero che i partigiani sovietici avevano per capo un soldato tedesco, sul cui capo posero una grande taglia. Ma i partigiani protessero Shmenkel, cambiandogli il nome da Fritz ad Ivan Ivanovich. Nel 1943 ricevette a Mosca l’Ordine della Bandiera Rossa e fu addestrato a comandare l’unità sabotaggio e ricognizione “Campo”. Nel febbraio 1944, non lontano da Minsk, il coraggioso Shmenkel fu catturato dai tedeschi e il 22 febbraio fu fucilato su sentenza del tribunale marziale. Nel 1964, Fritz Shmenkel fu insignito postumo del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

I musulmani dell’URSS

Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani nell’URSS negli anni ’30 e nella Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e Abdurakhman Rasulev
Luca Baldelli

ux5tp_ppatoL’UTSS in tema di religione aveva la Costituzione più avanzata e garantista del mondo. Questo fatto semplice, chiaro e anzi cristallino, è stato negato e coperto dal rullare dei tamburi dei figliocci di Goebbels, i quali si sono sempre ben guardati, nel perpetuare ad libitum i loro rumorosi ed ammorbanti conati, dal citare fonti, fatti e avvenimenti ONESTI E VERITIERI. A partire, naturalmente dall’articolo 124 della Carta costituzionale, inequivocabile nel suo contenuto: “allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Tutte le religioni, in URSS, erano assolutamente libere, godevano di piena agibilità per quanto concerneva proselitismo e culto, venivano poste, senza eccezione alcuna, su un piede di parità contro ogni forma di discriminazione e privilegio. Ai credenti si chiedeva solo e soltanto di rispettare le leggi dello Stato, di servire la Patria fedelmente, di lavorare con integrità ed onestà alla realizzazione del bene comune. Principi giusti, sacrosanti, che nessuno può spacciare per “totalitari” o “dittatoriali” se non dei dementi o persone in malafede cosciente. L’Islam, in questo panorama, godeva di un rispetto totale e sincero, come seconda religione per numero di fedeli. Negli anni ’30, in URSS, quasi 20000000 di cittadini sovietici abbracciavano la fede islamica, maggioritaria in Repubbliche quali Azerbaigian, Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan e in aree quali la Ceceno–Inguscezia ed il Tatarstan. Perseguitare una realtà come questa, relegandola ai margini della vita civile, sarebbe stato non solo ingiusto, ma anche oltremodo controproducente per qualsiasi governo e qualsivoglia ordinamento politico e sociale che aspirasse ad un minimo di stabilità e di “respiro” per attuare riforme sostanziali. Il potere sovietico sapeva tutto ciò e, diversamente da quanto ci hanno raccontato, non solo non perseguitò ma protesse la libertà dei credenti di fede islamica, nella rigida separazione tra Stato e fede. Anzi, proprio il carattere laico dello Stato sovietico consentì all’Islam di avere un’agibilità che, nel contesto dell’Impero zarista, fortemente incentrato sulla religione ortodossa, mai aveva conosciuto. Sono circolate, al riguardo, cifre fasulle o non adeguatamente contestualizzate che, di per sé, farebbero pensare al contrario: da più parti, infatti, si è detto e scritto (vedi, ad esempio http://www.gazeta.islamnn.ru/) che, negli anni ’30 molte moschee furono chiuse e passarono, ad esempio, nel Tatarstan, da 12000 a 2000, con il 90–97% dei mullah e dei muezzin interdetti alla celebrazione dei riti sacri. Una bugia colossale, gettata negli occhi come cortina fumogena per depistare e ingannare: in realtà, molte moschee chiusero i battenti semplicemente perché tanti fedeli smisero di credere e approdarono all’ateismo in piena libertà e coscienza, altri divennero meno osservanti e iniziarono a disertare le cerimonie, tanto che la platea dei credenti non giustificava più il numero delle moschee aperte ed attive. E tuttavia non vi fu mai una decimazione del numero delle moschee quale quella sopra menzionata, figlia di cifre taroccate e per niente “neutre”, che sovrastimavano l’entità numerica dei luoghi di culto in epoca zarista, per poi costruire la favola della distruzione e della chiusura delle moschee sotto il comunismo. Molto spesso si è fatta, e si continua a fare, grande confusione tra moschee vere e proprie e case private in cui i musulmani preferivano riunirsi e pregare, anche (negli anni ’30 questo era tanto più vero!) per prendere le distanze da mullah e religiosi contrari aprioristicamente al socialismo e fautori di atti di diversione contro il governo. Mai il potere sovietico demolì moschee, le distrusse e ne asportò i sacri arredi; l’NKVD e gli altri organi dello Stato, intervennero ad arrestare e consegnare alla giustizia, questo sì, banditi e terroristi che, sotto la copertura della religione islamica, tramavano e commettevano sabotaggi, attentati, azioni sanguinose contro la legge, contro i cittadini, contro l’ordinamento socialista. A favorire un clima di reciproca comprensione, tolleranza e concordia, contro i seminatori d’odio e i fautori delle guerre di religione, furono essenzialmente nel campo islamico due figure emblematiche: Rizajtdin Fahretdinov e Abdurakhman Rasulev.
riza_bRizajtdin Fakhretdinovich Fakhretdinov (1859–1936), letterato e studioso bashkiro, orientalista di spicco, nel 1923, al Congresso di Ufa, fu eletto muftì dell’“Amministrazione centrale per gli affari spirituali dei musulmani della Russia interna e della Siberia” (TsDUM) e nel 1926 rappresentò i musulmani sovietici al Congresso islamico mondiale. Nel 1927, lo TsDUM era arrivato ad avere, sotto la propria ala, ben 14825 luoghi di culto (molti dei quali esistenti più sulla carta che nei fatti). Fino alla sua morte, Fakhretdinov tenne le redini del mondo islamico sovietico con autorevolezza, capacità di mediazione e, al tempo stesso, risolutezza. Mentre non aveva paura di far sentire la sua voce e di protestare quando, da parte delle autorità periferiche, venivano compiuti episodi di abuso e sopruso ai danni dei credenti, in violazione di tutte le disposizioni legislative e politiche vigenti, altrettanto severo si rivelava ogniqualvolta estremisti che abusavano del nome dell’Islam compivano azioni di destabilizzazione e diversione all’interno dei confini sovietici. Non dimentichiamo che, in URSS, specie nelle Regioni dell’Asia centrale, negli anni ’30 si era appena spenta l’eco della guerriglia terroristica fomentata dai basmaci, banditi che per conto della reazione agraria, dei mullah e dei possidenti delle varie zone del Turkestan, attaccavano in armi le truppe dell’Armata Rossa, le unità dell’NKVD, uccidendo al tempo stesso gli attivisti comunisti, i fautori della collettivizzazione agraria e comuni cittadini leali verso il potere sovietico, in particolare maestri e donne che volevano togliersi il velo. La lotta contro queste bande, che infestavano alla radice diversi luoghi, durò dall’inizio degli anni ’20 fino al 1931 e costò, alle forze dell’Unione Sovietica, più di 1000 morti secondo le statistiche più “edulcorate”. L’atteggiamento di Fakhretdinov, la sua condotta equilibrata ed irreprensibile, conobbe un prosieguo senza soluzione di continuità con il mandato di Abdurakhman Zajnullovich Rasulev (1889–1950), il quale presiedette lo TsDUM dal 1936 alla data della morte. Rasulev si trovò a fronteggiare, da massima autorità dell’Islam sovietico, diversi problemi e non lievi difficoltà, a cominciare dalla rivolta banditesca scoppiata in Cecenia nel 1940 ad opera di due rinnegati ex-comunisti, Hasan e Husayn Israilov, protagonisti per vari anni di sabotaggi dall’interno del sistema sovietico, con errate direttive sulla collettivizzazione, abusi di potere e violenze attuate alfine di creare il malcontento della popolazione contro il governo centrale di Mosca. Gli Israilov e i loro protetti continuavano, ad esempio, a possedere intere aziende agrarie, disponendone a piacimento sotto la facciata di kolchoz e sovkhoz. Si formò un governo ribelle, emanazione dei ceti possidenti spodestati, dei mullah reazionari, dei latifondisti, dei vecchi capibastone feudali, con sede a Galanchozh, luogo natale degli Israilov. La mafia di Galanchozh iniziò presto a vessare in ogni modo la popolazione, a uccidere comunisti e cittadini non disposti a sottostare al giogo dei vecchi dominatori. Il popolo ceceno, in larga parte, stava con il potere sovietico, tanto che l’insorgenza dei nuovi basmaci legati agli Israilov non andò mai oltre i confini sudorientali della regione, con sortite verso Groznij(al centro), Gudermes (parte centro-orientale) e Malgobek (parte settentrionale) rapidamente represse dallo sforzo congiunto dell’NKVD, dell’Armata Rossa e della popolazione civile. La stampa occidentale e la storiografia borghese e capitalista parleranno per decenni di “Governo Provvisorio Popolare-Rivoluzionario della Ceceno–Inguscezia”, ma si tratterà di una bufala sesquipedale: se il 20% dei ceceni aderì all’insurrezione, gli Ingusci non vi presero parte che in poche migliaia e anche tra i “guerriglieri” erano molti coloro i quali prendevano le armi sotto la minaccia dei tagliagole antisovietici, per poi deporle alla prima occasione e raggiungere i ranghi dell’Armata Rossa.

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

mulla4Da sottolineare, poi, che mentre la Cecenia veniva percorsa da queste fiammate reazionarie, dietro cui si profilava l’ombra di manovratori esterni tra i circoli imperialisti interessati al petrolio e al gas di quelle aree, ai giacimenti sfruttati e a quelli noti, censiti e ancora “vergini”, in tutte le altre aree sovietiche a maggioranza islamica, dal Tatarstan all’Asia Centrale, regnavano tranquillità, concordia, sviluppo ordinato e continuo. In questo contesto, Abdurakhman Zajnullovich Rasulev, in qualità di massima autorità dei musulmani sovietici, rappresentò un punto di riferimento saldo, sincero e concretamente operativo per tutti coloro che volevano la convivenza, l’unità e la fratellanza sotto la bandiera rossa, nel rispetto di tutti i culti e nell’unanime consenso attorno al grande progetto di emancipazione del socialismo. Con l’invasione della Germania nazista, a cui strizzarono l’occhio anche gli imperialisti anglosassoni, camerieri di Hitler a Monaco, le bande reazionarie islamiche ripresero forza e vigore e vari territori a forte presenza islamica vennero occupati. Il popolo musulmano, però, non si lasciò ammaliare da finti slogan “anticolonialisti” e “indipendentisti” sbandierati dagli stessi che venivano ad invadere e saccheggiare un immenso, glorioso Paese per i loro disegni di supremazia mondiale. Rasulev fu in prima fila appassionato e vigoroso combattente della causa sovietica. Egli sentì, sulle sue spalle, tutto il peso della vita e della morte non solo dei suoi fratelli di fede, ma anche di tutti i cittadini sovietici, a prescindere dal credo religioso. Nel 1942, con l’appoggio della stragrande maggioranza delle popolazioni islamiche della grande URSS, Rasulev dichiarò la jihad contro i nazifascisti tedeschi, chiamando tutti a combattere in prima fila per la Madrepatria, con un discorso vibrante, carico di emozione e pathos: “Oggi non esiste credente, disse, il cui figlio, fratello o padre non combattano contro i nazifascisti, difendendo armi in mano le loro case e le nostre (…. Noi musulmani dobbiamo ricordare bene le parole del Profeta Muhamad, ovvero ‘l’amor di Patria fa parte della vostra fede’”. Nel 1943, annunciando un impegno rigorosamente portato a termine, Rasulev scrisse a Stalin: “Con grande soddisfazione, V’invio il saluto del Consiglio Islamico dell’URSS. Ispirato dal successo della nostra gloriosa Armata Rossa, sto personalmente raccogliendo 50000 rubli per la costruzione di una colonna di carri armati e invierò un messaggio speciale per invitare i fedeli musulmani a donare risorse per la fabbricazione di un’altra colonna. Prego Allah e sinceramente auguro a Voi buona salute e la rapida sconfitta del nemico”. Stalin non tardò a rispondere: “Sono io a ringraziare Voi per la Vostra premura verso le forze corazzate dell’Armata Rossa. Accettate il mio saluto e la mia gratitudine, anche per conto dell’Armata Rossa”. Le Izvestija del 3 marzo 1943 furono ancora testimonianza viva e incontrovertibile di questo afflato patriottico e spirituale, di questa unione di intenti tra il supremo condottiero della Patria sovietica e la massima autorità dei fedeli islamici viventi nella stessa ecumene territoriale. Un anno prima, piccolo passo indietro, i soldati uzbeki in forza all’Armata Rossa (al 90% di fede islamica), protagonisti di intrepidi combattimenti ed esaltanti vittorie, avevano inviato alla Pravda lettere piene di amore per la Patria sovietica e per la causa della liberazione dagli invasori; si veda in particolare il numero del 31 ottobre 1942 dell’organo ufficiale del VK(b)P.
1956376_600 Nel 1944, in data 20 giugno, la Conferenza dei musulmani del Daghestan, fedelissimi all’URSS e in prima linea nella lotta contro la bestia nazifascista, inviarono una lettera assai toccante a Stalin: in essa s’invocava Allah affinché sconfiggesse “i maledetti hitleriani”. Il collaborazionismo tra gli islamici dell’URSS fu un fenomeno assai limitato, quantunque ancora oggi amplificato da tutta una storiografia menzognera, mistificante, funzionale a certi progetti geopolitici panturanici e reazionari, concepiti nei laboratori alchemici della NATO. Possiamo dire, senza timore di smentite, che appena un 10% dei musulmani sovietici collaborò coi nazisti e, di questo 10%, una buona metà era composta da elementi sotto ricatto, sbandati, ingenui che presto o tardi finirono per disertare e ricongiungersi con l’Armata Rossa. A volta trovarono ad attenderli i plotoni di esecuzione, vero, ma come poteva essere diversamente? Non si potevano certo fare distinzioni tra chi aveva promosso e diretto massacri e chi vi aveva preso parte “controvoglia”, in crisi di coscienza. Nessun regime, sistema o governo può fare esercizi introspettivi e psicologici, né in pace né tantomeno in guerra. Non possiamo dimenticare che, sotto l’ombra della croce uncinata, i tatari fascisti della Crimea (per i quali si sono versate ipocrite lacrime di coccodrillo, da parte di tutti i reazionari del mondo!) spinsero nei forni e nelle fosse comuni quasi 200000 cittadini e militari sovietici, alcuni dei quali bruciati nei forni dei kolchoz. Quel che è certo è che tutti i musulmani ex-collaborazionisti, non macchiatisi di crimini in maniera comprovata, animati altresì da sincero spirito patriottico, ottennero accoglienza e rispetto nelle unità dell’Armata Rossa fino al 1944-45. Intanto, corpi formati interamente da musulmani, come la leggendaria 112.ma Divisione bashkira di cavalleria, con la bellezza di 3860 decorati, si distinsero per valore e coraggio nei combattimenti. Rasulev, nel 1944, ottenne anche un’altra importante riforma dell’assetto degli organi rappresentativi dei fedeli musulmani dell’URSS: infatti, grazie ad una sua proposta inoltrata a Stalin ed al Governo sovietico, gli affari spirituali degli islamici cittadini dell’URSS iniziarono ad essere gestiti, a partire da quell’anno, da quattro centri indipendenti, uno competente per gli affari spirituali tout court, in funzione di supervisione, un altro con autorità in Asia Centrale e Kazakhstan, un altro con potestà sulla regione del Caucaso, un altro ancora competente per la zona europea e la Siberia. L’immenso, sconfinato territorio sovietico non poteva vedere un unico organo centralizzato di natura religiosa che, per quanto efficiente, finiva per non avere un controllo effettivo su ogni parte del Paese, su tutta la umma ovunque insediata. Meglio una gestione policentrica, eppur saldamente gravitante attorno alla figura del muftì principale: ecco, in sintesi, la considerazione che mosse Rasulev e Stalin ad istituire questi quattro centri di irradiazione delle direttive e delle iniziative inerenti alle comunità islamiche dell’URSS.
musa_dzhalilAppare chiaro ed evidente che un potere politico che si poneva così tante premure verso i fedeli musulmani, dando loro spazio e autonomia in ogni ambito, non poteva essere un potere repressivo, ateista in senso volgare e chiuso al dialogo: qui cadono tutte le calunnie su Stalin come responsabile di “persecuzioni” contro i credenti musulmani, ma anche di altre religioni. Nel 1945 centinaia di migliaia di famiglie islamiche piangevano i caduti nella Grande Guerra Patriottica sotto il piombo e le torture nazifascisti: solo per ricordare alcuni nomi, possiamo citare il grande poeta tataro Musa Dzhalil, ucciso nel carcere berlinese di Moabit, il quale lasciò ad un suo amico belga il quaderno con i suoi straordinari versi, che per sempre muoveranno a compassione, fino allo strazio, l’intera umanità progressista e amante della pace; non possiamo non volgere la meridiana della nostra memoria, poi, ad un altro valente letterato tataro, Adel Kutuj, amico di Dzhalil e corrispondente di guerra, ferito e poi deceduto per i postumi di una tubercolosi polmonare contratta sul fronte polacco. Che dire poi del ceceno Dasha Akaev, pilota caduto nei cieli tersi del Baltico, infiammati dai fuochi della battaglia contro il mostro nazifascista? E vogliamo forse dimenticare il suo conterraneo Khanpasha Nuradilovic Nuradilov, decorato con l’Ordine della Bandiera Rossa, caduto a Stalingrado dopo essersi ricoperto di gloria e dichiarato Eroe dell’Unione Sovietica? No, non possiamo dimenticarli, questi figli della gloriosa URSS nati tra minareti e madrase, fedeli al loro ancestrale retaggio eppure fedeli cittadini della Grande URSS, che tutti accoglieva e tutti emancipava. Dobbiamo ricordarli, assieme ai grandi Fakhratdinov e Rasulev, assieme all’operato del TsDUM, anche contro tutti i reazionari e i tagliagole, i moderni fascisti sedicenti islamici che seminano morte e distruzione in Medio Oriente e altrove sotto la maschera dello SIIL, germoglio della testa d’Idra dell’imperialismo, comunque e sempre!

Adel Kutuj

Adel Kutuj

Come il mitragliere Hitler eliminò cento nazisti

Il soldato dell’Armata Rossa Semjon Kostantinovic Hitler fu premiato con la medaglia “Per il coraggio”
Alessandro Lattanzio, 28/8/2016

Semjon Konstantinovich Hitler

Semjon Konstantinovich Hitler

Il 9 settembre 1941 il comandante dell’Armata Costiera Tenente-Generale Safronov firmò il foglio per l’assegnazione della medaglia “per il coraggio” dell’Armata Rossa, a nome di Hitler. Nell’elenco fu presentata la ragione della gratifica: “Da mitragliare, forniva tiro di supporto al suo plotone. Una volta nella zona, dopo essere stato ferito, il compagno Hitler ha sparato fin quando hanno ha consumato le munizioni, dopo di che rientrava con l’arma, dopo aver distrutto più di un centinaio di soldati della Wehrmacht“.medaliSemjon Kostantinovich Hitler era nato nel 1922 nella città di Orinin nella regione di Kamenetz-Podolsk (ora Khmelnjtskij). Orinin era a 18 km di distanza dal noto centro della comunità ebraica di Kamenetz-Podolsk, dove gli ebrei costituivano la metà della popolazione. Gli ebrei furono accusati di spionaggio ed espulsi dalla regione durante la Prima Guerra Mondiale. L’8 novembre 1917 fu proclamato il potere sovietico a Kamenetz-Podolsk, ma il 27 dicembre arrivò la 12.ma Divisione fucilieri ucraina imponendo l’autorità di Kiev. Gli ebrei tornarono nei primi mesi del 1919 con i bolscevichi. Nel giugno 1919, la 3.za divisione della Repubblica popolare ucraina (UPR) assaltò Kamenetz-Podolsk e per tre giorni la città fu teatro di esecuzioni di bolscevichi e pogrom di ebrei. Nel novembre 1920, Kamenetz infine fu liberata dall’Armata Rossa, tra cui vi era l’unità di autodifesa di Orinin. Nel 1925 vi fu creata l’azienda agricola collettiva ebraica “Nuova Via”, prototipo dei kibbutz israeliani, e Orinin divenne il centro del Consiglio ebraico nazionale. Kolmen Hitler, ex-sarto, era presidente dell’associazione e delle cooperative di sartoria, calzolai e del mulino. Ed era anche il padre di Semjon. Alla fine del 1920, la sinagoga di Orinin fu chiusa e le attività delle organizzazioni sioniste cessarono nel villaggio. Nel 1935 gli ebrei costituivano la maggior parte della cooperativa agricola “Bandiera del Comunismo”. Dopo l’occupazione della Wehrmacht, ad Orinin fu creato il ghetto dove il 21 giugno 1942 furono uccisi 1700 ebrei, e altri 300, professionisti, deportati a Kamenetz-Podolsk, dove furono massacrati entro la fine dell’anno. A Kamenetz-Podolsk, dal 27 al 29 agosto 1941, furono uccisi 23000 ebrei. Il pogrom peggiore dopo quello del settembre 1941 a Kiev, quando 34000 ebrei furono uccisi in due giorni. Nella regione di Kamenetz-Podolsk furono assassinati 85000 ebrei in totale. La famiglia ebraica Hitler viveva nella cittadina da tempo immemorabile, e solo dopo la liberazione della regione dai tedeschi, miracolosamente sopravvissuti, i superstiti cambiarono immediatamente nome da Hitler a Gitlevij. Ora tutti i Gitlevij di Orinin vivono in Israele, ma nella loro famiglia vive la leggenda che, durante l’occupazione, il gauleiter locale non ebbe il coraggio di uccidere gli ebrei che portavano il nome del Führer.
1417501089_image009Dopo essere stato arruolato dall’ufficio militare dell’Armata Rossa di Orinin, nel novembre 1940, Hitler frequentò la scuola mitraglieri del Distretto Militare di Odessa, concludendola solo un mese prima dell’inizio della guerra, e fu inviato nell’area fortificata di Tiraspol. Il servizio era molto complesso, la squadra standard includeva mitragliatrici pesanti e mitragliatrici leggere, un graduato e sei soldati: l’osservatore-telemetrista, mitragliere tiratore, assistente mitragliere, due addetti alla slitta e alle munizioni. Ogni mitragliere doveva saper svolgere i compiti di qualsiasi soldato della squadra, nel caso dovesse sostituirlo nei combattimenti, compreso il caposquadra. Hitler era di stanza sul fianco sinistro della regione fortificata sul confine occidentale sovietico, lunga 150 km per 4-6 km di profondità. Per la maggior parte si basava su barriere naturali come la valle paludosa dei fiumi Dnestr e Turunchuk. In queste aree la profondità della zona fortificata era di 1-3 km. Nella zona fortificata, nel giugno 1941, vi erano 284 edifici, 22 postazioni di artiglieria e 262 postazioni mitragliatrici, e allo scoppio della guerra, vi erano 664 mitragliatrici. In una delle 262 postazioni per mitragliatrici, situata a quota 176,5, la difesa era compito del soldato dell’Armata Rossa Semjon Kostantinovic Hitler. Successivamente, il soldato dell’Armata Rossa Hitler partecipò alla difesa di Odessa. Infatti dopo l’aggressione nazista e dopo pesanti combattimenti, le forze sovietiche si ritirarono verso Odessa. Il 5 agosto 1941 fu ordinato di difendere la città fino alla fine, respingendo i tentativi della 4.ta Armata dell’esercito rumeno verso Odessa e il 21 settembre le truppe sovietiche fermarono il nemico a 8-15 km dalla città. Ma a causa della minaccia di una manovra avvolgente del Gruppo “Sud” dell’esercito tedesco verso Donbas e la Crimea, fu deciso di evacuare via mare le truppe da Odessa verso la Crimea, compito completato dalla Flotta del Mar Nero il 16 ottobre 1941.hitler2Il 9 settembre 1941, il comandante dell’Armata Costiera dell’Armata Rossa, Tenente-Generale Georgij Pavlovich Safronov, firmò l’assegnazione della medaglia “per il coraggio” al soldato dell’Armata Rossa Hitler. Safronov, uno dei migliori generali sovietici della guerra, guidò l’evacuazione da Odessa. Dopo un infarto, non svolse più compiti di comando.

Tenente-Generale Georgij Pavlovich Sofronov

Tenente-Generale Georgij Pavlovich Safronov

Scheda della premiazione
Cognome, nome e patronimico: Hitler Semjon Kostantinovich.
Grado: soldato dell’Armata Rossa
Posizione: tiratore mitragliere del 73.mo OPB Tiraspol SD
Dati e servizio del destinatario dell’assegnazione:
1. Anno di nascita: 1922
2. Nazionalità: Ebraica
3. Servizio nell’Armata Rossa dal: 1940
4. Militanza: Komsomol
5. Partecipazione nei combattimenti (dove e quando): fortificazione di Tiraspol, giugno
6. Ferite e contusioni:
7. Precedente assegnazione:
I. Sintesi specifica, eroismo al combattimento o merito personale:
Con la sua arma, il compagno mitragliere Hitler in 8 giorni ha continuamente e con tiro preciso distrutto un centinaio di nemici. Nella postazione di quota 174,5 il compagno Hitler aveva aperto il fuoco con la mitragliatrice in supporto all’offensiva del plotone, ma il nemico essendo venuto da tergo circondò e disperse il plotone, il compagno Hitler, con la sua arma già ferito rimase solo tra i i nemici, ma mantenne il controllo e sparò fin quando non esaurì tutte le munizioni, e quindi per 10 km passò carponi tra il nemico…

II. Decisione
Il compagno mitragliere Hitler SK ha mostrato eccezionali doti di compostezza, resistenza e coraggio in battaglia, distruggendo il nemico. Il compagno Hitler è un ben preparato, serio e ostico combattente. Il compagno Hitler è degno dell’assegnazione della medaglia “Per il coraggio”.

Il comandante (in capo)
19 agosto 1941

III. Decisione del Consiglio militare dell’Esercito
Degno dell’assegnazione della medaglia “per il coraggio”

Il comandante dell’Armata Costiera Tenente-Generale Safronov
Commissario del consiglio militare, Commissario di Brigata Kuznetsov
9 settembre 1941hitler9Nei giorni successivi, in città giunsero decine di migliaia di soldati sovietici che difendevano la penisola di Khersoneso. Senza cibo, acqua e munizioni non poterono opporre una resistenza organizzata, mentre il comando dell’esercito e il comando della Difesa della zona di Sebastopoli (498 effettivi) lasciarono la penisola il 30 giugno. Il Viceammiraglio Filip Sergeevich Oktjabrskij inviò un telegramma: “Il nemico si precipita da nord verso il porto. I combattimenti sono divenuti scontri urbani. Le truppe rimanenti sono stanche e si ritirano, anche se la maggior parte continua a combattere eroicamente. Il nemico ha nettamente aumentato la pressione con aerei e carri armati. Data la forte riduzione della potenza di fuoco, è necessario considerare che in tale situazione si possa resistere per massimo 2-3 giorni. Sulla base di tale particolare situazione, vi chiedo d’inviare la notte del 30 giugno – 1 luglio 200-250 aerei per recuperare ufficiali responsabili e comandanti verso il Caucaso così, se possibile, lasciare Sebastopoli lasciandovi il Generale Petrov“. Il comando di Sebastopoli, il Generale Petrov e l’Ammiraglio Oktjabrskij, incaricarono invece della difesa il comandante della 109.ma Divisione di fanteria, Generale P. G. Novikov, scelto perché di nazionalità tartara crimeana. Il Generale Novikov ebbe l’ordine di “combattere fino all’ultimo, e poi… raggiungere in montagna i partigiani!” Il Viceammiraglio Oktjabrskij spiegò: “Compagni, la situazione era difficile allora. Sebastopoli fu bloccata via terra, aria e mare. Alla fine di giugno, con l’aiuto dell’aeronautica, il blocco era al culmine. Neanche i sommergibili riuscivano a raggiungere Sebastopoli, e per le navi di superficie non era neanche il caso di parlarne. In tali circostanze, la questione fu sollevata. Con l’evacuazione dell’esercito, sarebbero andati persi Esercito e Marina, contava di più minimizzare le perdite nei combattimenti. In ultima analisi, l’esercito fu perso, ma la flotta fu salvata”.

Viceammiraglio Filip Sergeevich Oktjabrskij

Viceammiraglio Filip Sergeevich Oktjabrskij

Il 1° luglio Sebastopoli cadde. Ma il bombardamento del Khersoneso continuò per tre giorni. Semjon Kostantinovich Hitler morì il 3 luglio 1942. Il giorno dopo, tutti i soldati sovietici nel resto della penisola, si arresero. Solo dell’Armata Costiera erano 30 mila.

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Fonti:
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Voennoe Delo