Soros, pussa via

Valerij Kulikov, NEO 18.10.2017Indiscutibilmente, le ONG statunitensi sono cadute in disgrazia in Europa negli ultimi anni. Stati come Italia, Ungheria e Repubblica ceca sono abbastanza decisi nel criticare le organizzazioni non governative statunitensi che operano nei rispettivi territori. Anche la Polonia, considerata satellite dichiarato di Washington nell’Europa orientale, non fa eccezione. Quindi giorni duri per i promotori della globalizzazione e della democrazia americana in Europa. Tra chi è finito sotto tiro troviamo George Soros, il cui nome è stato espressamente menzionato negli ultimi decenni in relazione a ogni protesta di massa, colpo di Stato e presenza delle sue ONG nei vari “movimenti rivoluzionari” nel mondo. Miliardario che preferisce farsi chiamare filantropo non solo desideroso di ridisegnare la mappa del mondo, ma anche di riorganizzare ogni sorta di fondazione per raggiungere i suoi obiettivi, Soros è stato accusato ripetutamente di abbattere i governi di numerosi Stati sovrani. Quanto al cosiddetto “sviluppo democratico” dell’Europa dell’Est e dell’ex-Unione Sovietica, Soros ha speso oltre 2 miliardi di dollari per intromettersi nella loro politica interna negli ultimi tre decenni. Destabilizzando economie e società di tali Stati, cerca di creare il cosiddetto caos controllato, permettendogli di distruggere i resti dello Stato. Come osservato dall’ex-viceministro per gli Affari della diaspora della Georgia e capo del movimento Marcia dei georgiani, Sandro Bregadze, nell’intervista a Dalma News, George Soros è il nemico principale dello Stato georgiano. Il fatto che Soros sia una minaccia per Israele e molti altri Paesi è stato recentemente annunciato dal Ministero degli Esteri israeliano. Come notato da diverse fonti, Soros ha svolto un ruolo cruciale nell’organizzazione la crisi migratoria in Europa, che appare un’operazione ben pianificata e generosamente sponsorizzata. Per esempio, i media italiani ricordano che Soros promise apertamente di assegnare mezzo miliardo di dollari alle ONG che aiutano i rifugiati a trasferirsi nel continente europeo. Tali casi di “carità” non sono altro che un tentativo d’incoraggiare la tratta degli esseri umani e di stimolare le attività dei contrabbandieri. Le fondazioni di Soros hanno sponsorizzato le forze politiche che sostengono la secessione della Catalogna. Il mano familiare di Soros si vede nelle strade di Barcellona con proteste di massa, incendi, scontri con la polizia. Queste proteste furono provocate dai numerosi tentativi di convincere la popolazione che non ha nulla in comune coi cosiddetti spagnoli. Sui fondi assegnati da Soros alla sua ONG, avrebbe usato ogni trucco, compreso il sostegno inaspettatamente fornito a movimenti come quello per la legalizzazione delle droghe leggere, anche se sconvolge le fondamenta cattoliche di Barcellona.
Nel suo inestinguibile desiderio d’inglobare alle sue aziende private la potenza finanziaria illimitata del Vaticano, idea duramente contestata dall’ex-Papa Benedetto, Soros gli scatenò una guerra legale ampliandola in tutto il mondo. Nelle rivendicazioni contro i ministri delle chiese per molestie e abusi sessuali, Jeff Anderson e Associates, studio legale collegato alle strutture di Soros, è stato scelto quale strumento. A seguito dell’azione accuratamente pianificata, questo studio preparò e sottopose a vari tribunali di molti Paesi cause legali che richiedono il perseguimento penale dei servi della Chiesa Cattolica Romana (RCC). Poi, con l’appoggio dei media internazionali controllati da Soros, un colpo fu inflitto ai capi del Vaticano. Jeff Anderson e Associates fece appello innanzitutto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia, e poi alla Corte Suprema degli Stati Uniti con accuse contro Papa Benedetto e subordinati. Nel 2012, con la presenza dei media di Soros, furono pubblicati documenti segreti della Chiesa cattolica romana che rivelavano le frodi finanziarie della Banca Vaticana. A seguito di tale pressione il Papa dovette prendere un passo inaudito dal 1415: nel 2013 Benedetto rinunciò al trono papale e al suo posto salì Francesco, la cui figura era più che adeguata per Soros. Ultimamente, sotto la pressione di Soros è finito l’Ordine di Malta, la cui leadership è stata rimossa per volontà di Papa Francesco.
Oggi Soros è stato dichiarato persona non grata in molti Paesi. Inoltre, gli è vietato svolgere attività nelle sue terre patrie, Ungheria e Israele. Quindi non si esagera affermando che George Soros è un tumore che va rimosso. È anche accusato di aver cercato di distruggere lo Stato degli Stati Uniti. L’estate scorsa, hacker di DCLeaks.com rilasciarono centinaia di documenti interni del fondo Soros, tra cui certificati e rapporti sulla partecipazione del fondo nella sponsorizzazione del colpo di Stato in Ucraina. Dopo la caduta di Hillary Clinton, sponsorizzata da Soros, i fondi da lui controllati coordinano il movimento di protesta anti-Trump negli Stati Uniti. Si è scoperto che la manifestazione è organizzata dalla società MoveOn, finanziata da George Soros. Soros si oppose a Donald Trump subito dopo la vittoria, chiamandolo bugiardo, imbroglione e aspirante dittatore. Ma ora non solo critica il presidente, ma assegna mezzo miliardo di dollari al tentativo di abbatterlo, lavorando contro le società che si avvantaggiano delle politiche di Trump, soprattutto le compagnie petrolifere statunitensi. Anche nei recenti scontri razziali negli Stati Uniti, Soros apparentemente ha svolto un ruolo. Pertanto, non sorprende la petizione che chiede al presidente Trump di riconoscere il miliardario George Soros terrorista, pubblicato sul sito web delle petizioni della Casa Bianca. È già stato firmato da più di 150000 statunitensi, ed afferma che: “Noi, il popolo diciamo che Soros ha tentato volontariamente di destabilizzare e commettere atti di sedizione contro gli Stati Uniti e i suoi cittadini. Per raggiungere tali obiettivi, l’autore afferma che Soros ha creato molteplici organizzazioni al solo scopo di praticare la tattica terroristica sul modello Alinsky per distruggere il governo degli Stati Uniti”. Così ora, una volta che il numero di firme richiesto sarà raccolto, la decisione ricadrà sull’amministrazione Trump, ma non è chiaro se Soros e i suoi fondi saranno dichiarati sgraditi sul suolo statunitense.Valerij Kulikov, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Massimo D’Alema: critico verso l’accordo tra Italia e Libia

MessinaWebTV 13/10/2017

Il Bollettino d’Informazione Internazionalista “Aurora” è andato incontro a Massimo D’Alema: il popolare esponente politico di Sinistra, ieri a Catania ha tenuto un comizio in favore della candidatura di Claudio Fava alla presidenza della Regione Siciliana. “Aurora” ha colto l’occasione per chiedere a D’Alema cosa pensa dei rapporti tra governo Gentiloni e governo libico.
Di seguito la risposta di D’Alema:
Io sono critico verso l’accordo che è stato fatto tra Italia e Libia, innanzitutto perché non c’è nessuna garanzia dei diritti umani di queste persone, che sono trattenute in Libia in campi di concentramento dove anzi sono molte testimonianze che avvengano violazioni brutali dei diritti umani, di cui l’Italia finisce per diventare complice; in secondo luogo, perché non c’è nessuna garanzia che i rifugiati aventi diritti asilo possano venire verso il nostro Paese. Tutto questo si configura come una sorta di impedimento, purtroppo sul modello di quello che altri paesi europei, come l’Ungheria, hanno fatto e che noi abbiamo aspramente criticato”.

 

Come dei modelli ingannarono la NATO

Dragan Vujicic, Novosti, 2 ottobre 2017
Il Pilota Djordje Ivanov rivela a “Novosti” l’emozione particolare, in attesa di 6 “Migovi” dalla Russia. “Su mia proposta furono realizzati dei finti aerei che i piloti alleati pensavano che fossero realiIl Tenente-Colonnello Djordje Ivanov, ex-capo delle operazioni del 204.mo Reggimento Caccia della VJ nel 1999, ebbe l’idea di fare dei modelli, di questo potente aereo, l’incubo strategico della NATO salvando dal bombardamento alcuni di quelli ricoverati nell’aeroporto di Batajnica. All’inizio della guerra illegale, Ivanov era l’aiutante del leggendario comandante del 204.mo Colonnello Milenko Pavlovic.
I nostri piloti avevano 13 “MiG-29” e anche un cuore più grande delle montagne. La NATO tuttavia abbatté i quattro velivoli decollati per le operazioni della prima notte. I piloti Ilja Arizanov, Nebojsa Nikolic, Dragan Ilic e Predrag Milutinovic si eiettarono ma quattro “29” andarono perduti per sempre. Pochi giorni dopo la fine del bombardamento della NATO, i MiG-29 dell’Aeronautica jugoslava volarono nuovamente a titolo dimostrativo; le forze nemiche credevano che fossero stati tutti distrutti. Fu questa la ragione del licenziamento del generale dell’US Air Force presso il comando della NATO, ma anche delle congratulazioni dei colleghi del Tenente-Colonnello Djordje Ivanov. “Ricordo quando entrammo nei rifugi improvvisati di Batajnica poco prima che i missili da crociera colpissero l’aeroporto, il 24 marzo 1999. Le detonazioni letteralmente ci scaraventarono nel rifugio. Fu la notte più lunga della mia vita. Durante le pause, le immagini nella mia mente di tutta la vita scorrevano ai miei occhi”, ricorda Ivanov. La mattina del 25 marzo 1999, Batajnica era ancora più cupa. Il Generale Spaso Smiljanic, comandante della RV-PVO, disse ai piloti che potevano solo immolarsi per la difesa della Patria. La differenza di mezzi aerei era troppo grande. Mentre guardavo colleghi e comandanti nell’aeroporto distrutto, mi ricordai “una mascherata” nella scuola elementare di Strumica, quando la mia classe, su mia idea, smantellò parte del legno della scuola per farne un cavallo di Troia. Un film in quei giorni veniva girato nella mia città natale. La mia idea ricomparve, e dissi a Smiljanic: “Generale, facciamo dei modelli!” Annuì probabilmente pensando che il Tenente-Colonnello fosse “sconvolto” dalle bombe. Ma a me bastò… E il primo superiore, il Colonnello Pavlovic fu inizialmente sconvolto dall’idea, dicendo “Se fai il modello, avrai un agnello“. Contattai i produttori Branko Vujevic e Radoja Blagojevic, e a Nova Pazova trovammo un laboratorio in cui si lavorava il legno e così iniziammo. Si decise di “costruire” “MiG-29” in rapporto di 1:1, anche se in un primo momento sembrava una missione impossibile. Il primo “aereo” uscì dal laboratorio dopo venti giorni. C’era il problema di come trasferirlo a Batajnica. Dall’officina alla pista vi sono solo pochi chilometri, ma i satelliti su Belgrado passavano ogni sette minuti. Durante questo periodo, le ali di legno dovevano essere montate sulla carlinga collegata al trattore per farlo uscire da Pazova. La sede della “fabbrica del MIG-29A serba” doveva essere nascosta a tutti i costi. Montammo il finto aereo la mattina, e i bombardieri della NATO arrivarono diverse ore dopo, sganciando il loro carico mortale”, dice Ivanov. Il Tenente-Colonnello spiegò la tecnica con cui ingannarono i bombardieri della NATO. “Nel velivolo falso, una stazione radio venne installata e il cherosene veniva bruciato nei fusti ritagliati che fungevano da motori, in modo che gli osservatori vedessero una termo-riflessione. Questo portò i piloti della NATO a concludere che era un vero aereo”. Tutti i “modelli” falsi erano ricoperti da sottili serigrafie su cui era stata stampato “Vecernje novosti”. I regali del nostro ufficio stampa diedero il riflesso radar ideale agli “avaksima”.
Il Pilota Ivanov lasciò la RV nel 2001, con circa 1800 ore di volo su aerei supersonici, ma ebbe la sensazione che sarebbe tornato sulle altezze celesti con la pittura. Questo personaggio dipinse icone e affreschi in quindici chiese in Macedonia e Serbia. Una donna inglese apparve in compagnia della moglie proprio quando restaurava l’Angelo Bianco. Si affrettò a vederlo, e dopo alcune lacrime chiese ai maestri di scoprire gli affreschi. Iniziò a parlare dicendo che era una pilota inglese durante l’aggressione della NATO e aveva “accidentalmente” colpito il monastero di Moraca assieme a Milešev. Quando sorvolò la valle del fiume, disse che il suo bersaglio scomparve improvvisamente dal radar, e in volo una nuvola apparve davanti al suo aereo sotto forma di enorme angelo bianco. Le bombe furono disattivate e vennero sganciate in modo casuale.Restauro
Uno dei modelli dell’aereo della “fabbrica del MIG-29A serbo” oggi si trova al Museo di Surcin. Il direttore Cedo Milojevic aveva detto che sarà completamente restaurato ad ottobre. Il Colonnello Ivanov ne è il responsabile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Relazioni tra catalanismo e sionismo

Somatemps, 17 maggio 2015Quando il movimento sionista dopo la Seconda guerra mondiale fondò lo Stato d’Israele nei territori palestinesi, nel 1948, una parte del nazionalismo catalano, in particolare quella borghese, trovò in Israele un mito da riprendere. Tuttavia, l’uso del termine “ebrei” applicato ai catalani fu un insulto di molti che aborrivano i nazionalisti. Pío Baroja, per esempio, nel 1907 accusò i catalani di essere “gli ebrei di Spagna” (1). Le figure eccezionali catalane furono accusate di essere ebrei, come Companys o Cambó. Anche se i nazionalisti catalani del primo Novecento usavano lo stesso insulto verso i castigliani. Uuna costante del confronto tra politici nazionalisti e non. Josep Huguet, ex- ministro della Generalitat, continua a dire: “nel pensiero della destra radicale spagnola, noi catalani occupiamo il posto degli ebrei” (2). Molti catalani, indipendentemente dalla loro posizione politica, hanno simpatia per lo Stato d’Israele, la cui creazione influenzò sia i franchisti e Josep Pla, meravigliato quando si recò in Israele nel 1950, che l’anti-franchista Salvador Espriu, che presentò Israele “come mitica proiezione della Catalogna” (3). Contro la tradizione di ultra-sinistra di sostegno ai palestinesi, troviamo alcuni radicali nazionalisti identificarsi col mito sionista. È il caso di Toni Gisbert, ex-leader del Partit Socialista di Alliberament Nacional (PSAN), responsabile dell’Azione Culturale del Paese di Valencià e marito di Nuria Cadenas (indipendentista imprigionata per anni per terrorismo). Questo radicale identifica giudaismo e catalanismo con testi ricchi di manipolazioni storiche, vero omaggio al nazionalismo razziale: “I punti in comune con l’ebraismo sono notevoli… una parte importante del nostro popolo rivendica, come anche una parte importante dell’ebraismo, una propria patria. (…) Un territorio dove non siamo solo noi: come gli ebrei, siamo stati convertiti in una minoranza in alcune parti della nostra terra dopo secoli di occupazione. (…) Ma come loro, vi abbiamo vissuto sempre fin dalla nascita come popolo. (…) Né rinunciamo ai territori in cui siamo una minoranza: perché per noi la terra ha valore, ci identifica e ci unisce“(4). Le relazioni tra catalanismo e sionismo iniziarono già sotto il franchismo, forgiate, ad esempio, all’amicizia del padre di Jordi Pujol con l’imprenditore David Tennenbaum, creatore della Banca Dorca de Olot, da cui nacque la futura Banca Catalana (5). Le relazioni tra il nazionalismo dell’alta borghesia (al di là di CiU e PSC) sono il termometro delle vere aspirazioni della Catalogna all’indipendenza. Le pressioni politiche delle élite nazionaliste catalane permisero nel 2005 che le relazioni tra Israele e Catalogna avessero un balzo. Queste relazioni furono mantenute con l’incontro di Maragall con Shimon Peres e il consolidamento della cooperazione tecnologica tra Catalogna e Israele attraverso la Fondazione per la ricerca catalana.

Reti d’influenza politica, giornalistica e culturale
Secondo il quotidiano La Vanguardia (6), i politici dalla maggiore sensibilità verso Israele, riponendovi la fiducia per un possibile sostegno in caso d’indipendenza, sono: l’ex-presidente Jordi Pujol (ora caduto in disgrazia); Josep Lluís Carod-Rovira, quando era presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente della Generalitat; Miquel Sellarès, giornalista e ex-capo della sicurezza nei governi del CiU; Joan Oliver, ex-direttore di TV3 e militante dek CiU, e Maria Josep Estanyol, dottoressa di filologia semitica presso l’Università di Barcellona e militante di ERC. Tra i giornalisti più influenti troviamo Pilar Rahola, partigiana viscerale delle politiche radicali di Ariel Sharon (a cui la lobby pubblicitaria ebraica di La Vanguardia chiese di mantenerla come giornalista, a qualsiasi prezzo); il giornalista Pere Bonín; Joan B. Culla, storico dell’Università autonoma di Barcellona e uno degli intellettuali indipendentisti più impegnati; la scrittrice Marta Pessarrodona e Lluís Bassat, di origine ebraica e uno dei catalani più influenti. Vicenç Villatoro merita un’attenzione particolare: fu vicepresidente di Convergencia i Unió (CiU), scrittore, giornalista ed ex-direttore del quotidiano nazionalista Avui e della Catalan Corporation of Radio and Television, che comprende le emittenti della Generalitat. Villatoro ha un impressionante curriculum formato all’ombra del potere e dei posti concessigli. Tra i media più filo-sionisti della Catalogna vanno innanzitutto indicati i quotidiani Avui e La Vanguardia, come abbiamo già detto, con Pilar Rahola come sua polena. Le stazioni radio e televisive pubbliche (TV3, C33 e Ràdio Catalunya), quando Vicenç Villatoro si dimise da direttore, ne rivelarono l’orientamento pro-Israele. Ciò perché una parte del nazionalismo catalano, risentito verso la borghesia, si paragona ai palestinesi (un popolo senza Stato oppresso da Israele). Anche così, nelle trasmissioni di TV3 e C33, Villatoro, Rahola, Joan B. Culla e altri rimangono ospiti fissi. Pilar Rahola era una degli ospiti fissi della rete televisiva controllata dal gruppo Godó (8TV). Anche la Fundació Catalunya Oberta, nel cui patronato troviamo figure indipendentiste cooptate da TV3 come Xavier Sala i Martin, è sempre a favore delle tesi israeliane sui palestinesi. C’è anche una rete mediatica impegnata a sostenere lo Stato d’Israele a tutti i costi. È la Tribuna Catalana, pagina dedicata alla politica generale che ha collegamenti con il Centre d’Estudes de Catalunya (CEEC) diretto da Miquel Sellarès, e la rivista Debat Nacionalista, che soprattutto pubblica interviste allo storico Joan B. Culla a cui dedica la copertina. Il Centre d’Estudis Estratégici de Catalunya, mostra una chiara linea anti-jihadista e a favore delle tesi israeliane. Quando la NATO invase l’Afghanistan, il CEEC parlò di “opzione che potrebbe sembrare “dura”, ma in verità realistica” (7). Ad esempio, in un altro articolo, la politica estera di Zapatero veniva attaccata come antiamericana, anti-israeliana e pro-araba. Con tale posizione, un altro articolo lamentava la decisione (finalmente revocata) di vendere aerei e navi al Venezuela del governo Zapatero, che avrebbe compromesso l’amicizia con gli Stati Uniti (8). Alcune pagine del sito web riportano articoli importanti come: “La Spagna si oppone al governo d’Israele?” o giustificano gli attacchi preventivi israeliani (9). Tribuna Catalana pubblica articoli anti-palestinesi, come quelli contro la vittoria elettorale di Hamas o gli aiuti europei all’Autorità palestinese. Ci sono anche dichiarazioni sorprendenti contro la posizione filo-palestinese di parte della sinistra israeliana. L’argomento avanzato da Tribuna Catalana è denunciare: “l’auto-odio dell’estrema sinistra israeliana avvicinatasi ai gruppi palestinesi” (10). Un altro media totalmente sovvenzionato dalla Generalitat, ma con sede a Valencia, è la rivista El Temps, chiaramente filo-Israele e contraria ai palestinesi. In essa, Pilar Rahola ha scritto una relazione sulla comunità ebraica dei “Paissos Catalans”, giustificando i massacri israeliani in Libano a seguito alla cattura di soldati israeliani per mano di Hezbollah.Dall’opinione… alla repressione
Vicenç Villatoro, quando era responsabile della radiotelevisione catalana, licenziò il giornalista Eugeni García, corrispondente a Gerusalemme di Ràdio Catalunya. Il comitato dei giornalisti della stazione radio denunciò con un comunicato che il licenziamento era dovuto alla “ripetuta pressione della comunità ebraica di Catalogna, che s’interroga sull’imparzialità delle informazioni nella redazione e del suo corrispondente a Gerusalemme” (12). Un’altra famosa polemica nel mondo del giornalismo catalano si ebbe quando Vicenç Villatoro attaccò il giornalista Antoni Bassas, di Radio Catalunya, con una lettera al giornale Avui, per non aver silenziato un ascoltatore che chiamando il programma di Bassas disse che “ebrei e Israele sono l’asse del male“. Altri attacchi, ad esempio dalla Tribuna Catalana, furono diretti contro l’infantilismo di TV3 nel trattare la guerra in Iraq o le informazioni su USA e Israele, accusandone il giornalista Joan Roura (13). Roura fu attaccato anche su La Vanguardia da Joaquim Roglán, che “denunciò” il giornalista televisivo per non essere “imparziale” nel conflitto arabo-israeliano, riferendosi in “modo sproporzionato” alle violenze dello Stato d’Israele.

La divisione nell’ERC sulla posizione palestinese
ERC è un partito che ha tradizionalmente favorito le tesi israeliane, coincidenti col pulpito di Pilar Rahola. Ma dato che l’ERC viene soverchiata dal nazionalismo di ultra-sinistra del PSAN e di Terra Lliure, le tesi pro-palestinesi guadagnano terreno. Ciò ha portato a conflitti interni sempre più o meno latenti. Carod-Rovira, quando era presidente, ebbe un forte scontro su questo argomento con Rosa Bonàs e Joan Puigcercós. La JERC, gioventù dell’ERC, seguendo questa posizione di ultrasinistra, manifestò ripetutamente a favore della causa palestinese. Tuttavia, l’ERC non si è mai espresso pubblicamente a favore della Palestina. Un esempio dell’influenza israeliana nell’ERC può essere verificato sul nº 70 (aprile-maggio 2006) di Esquerra Nacional, rivista ufficiale dell’ERC. Nella prima pagina di questo numero viene intervistato Jaime Fernández, storico e attivista dell’ERC, spiegando l’equilibrio di una conferenza su sionismo e catalanismo in cui partecipavano i consiglieri della Generalitat. Secondo Fernández, che per una “curiosa” coincidenza è anche membro del CEEC, la conferenza denunciava il “pensiero unico” contro Israele, “ancorato a una posizione ideologica ereditata da un marxismo esagerato” (15). Quando Carod-Rovira visitò Israele insieme a Maragall nel maggio 2005, per rendere omaggio a Yitzhak Rabin, ucciso da un ebreo ultraortodosso, polemiche esplosero nella sinistra sulla solidarietà con la causa palestinese, anche se la stampa ufficiale mantenne il silenzio assoluto sulla questione. Il collettivo Palestina Resisteix ricordò a Carod il passato terrorista di Rabin, quando ordinò alle unità militari di svolgere operazioni di pulizia etnica (16). Sembra che Carod fosse più simpatizzante del Partito laburista israeliano, e in alcune delle sue manifestazioni elettorali, ad esempio nel 2006, invitò l’ambasciatore israeliano.

Josep Lluis Carod-Rovira

Rosa Bonàs, la rappresentante della dissidenza anti-israeliana
Rosa Bonàs, che fu deputata al Parlamento spagnolo per l’ERC, è una delle eccezioni nel panorama nazionalista catalano filo-ebraico. Il suo merito è anche di aver sposato un israeliano, avendo figli di quella nazionalità e di aver trascorso diversi anni in Israele, Paese da cui fuggì, come spiega: “Poiché gli insediamenti si moltiplicavano a Gaza e Cisgiordania, l’esercito israeliano da difesa divenne d’occupazione con tutto ciò che comporta. (…) nel 1989, nostro figlio aveva dieci anni, sapevamo che aveva due opzioni: essere un soldato di un esercito di occupazione o passare la gioventù in prigione, come tanti amici che si rifiutarono di prestare servizio nei territori occupati” (17). Rosa Bonàs fu nell’occhio del ciclone sionista quando propose al Congresso dei Deputati, insieme a Puigcercòs, la sospensione di tutti gli aiuti statali spagnoli ad Israele, inclusa la cooperazione culturale, in segno di protesta contro la politica genocida di Ariel Sharon e l’occupazione dei territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania, proprio mentre Carod e Maragall omaggiavano Rabin. Ciò sollevò le proteste irate dell’ambasciata israeliana e gli insulti gutturali di Pilar Rahola, accusandola di essere una nazista. Carod e Rovira risolsero la questione chiedendo scusa con una lettera in cui descrissero l’iniziativa di Rosa Bonàs come “grave errore politico che peraltro non è in alcun modo conforme alle nostre convinzioni” (18).

Se si hanno dubbi
Il quotidiano El País pubblicò il seguente articolo il 29 ottobre 1988: “Tutti sanno che sono interessato alla causa sionista e che sostengo gli ebrei dal 1950“, ricordò Jordi Pujol nel gennaio 1986 commentando il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Israele. Ma la devozione di Pujol alla causa d’Israele può essere spiegata solo dalle sue convinzioni e concezioni religiose del nazionalismo. “Dobbiamo avere (noi catalani) la mistica collettiva del popolo israeliano e anche di più. Solo chi crede in se stesso e ha una profonda convinzione nella storia può sopravvivere“, disse nel maggio 1987 ai membri della maggiore organizzazione ambientale israeliana durante una visita di cinque giorni in Israele. Il viaggio si concluse con la firma di un documento di cooperazione agraria, ufficialmente una lettera d’intenti, tra la Generalitat catalana e il governo israeliano; l’impegno a creare una cattedra di catalano presso l’Università di Tel Aviv; la realizzazione di un’altra sull’uso del catalano nella comunità ebraica; un accordo per scambiare le produzioni televisive tra TV-3 e televisione israeliana, e la promessa di donare mezzo milione di lisas, un pesce d’acqua dolce, per ripopolare il lago di Tiberiade. Un anno dopo, nel maggio 1988, CiU impedì la votazione al Parlamento della condanna della repressione israeliana a Gaza e Cisgiordania. Il governo Pujol concesse la croce di Sant Jordi all’ex-ambasciatore d’Israele in Spagna, Samuel Hadas.Note:
1) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
2) Idem
3) Idem
4) Indymedia
5) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
6) Idem
7) CEEC
8) CEEC
9) CDC
10) Tribuna
11) Xevi Camprubí, L’altro lato del conflitto. El Temps, n. 1555, 1/8/2006
12) Jordi Rovira, Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
13) Tribuna
14) Tribuna
15) Esquerra n°70
16) Palestina Resisteix
17) Rosa Maria Bonas
18) Desde Sefarad

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il governo catalano contatta il Mossad per creare la propria intelligence

El Confidencial Digital 26/09/2014Il governo catalano continua a lavorare sulle strutture del suo futuro Stato indipendente, incluso il desiderato servizio d’informazione. I rappresentanti della Generalitat hanno contattato agenzie d’intelligence occidentali per chiedere aiuto, come BND tedesca, DGSE francese e Mossad israeliano. Richiedendo l’avvio di una collaborazione e offrendo scambio di informazioni. Secondo quanto El Confidencial Digital ha appreso da fonti politiche, gli interlocutori che “parlano per conto del governo catalano” hanno recentemente contattato almeno tre agenzie d’intelligence straniere per cercare di averne il sostegno nella creazione della cosiddetta ‘CNI catalana’.

Lettere a Mossad, BND e DGSE
Approcci sono stati effettuati tramite telefonate e anche lettere inviate a Bundesnachrichtendienst, l’agenzia d’intelligence estera del governo tedesco, Direzione della sicurezza estera francese e Mossad israeliano. Secondo queste voci, sono stati contattati anche servizi di altri Paesi, anche se per ora non è noto quali. Come affermato da fonti consultate, le lettere sono state indirizzate ai responsabili delle relazioni istituzionali di tali enti, e sono state scritte in tedesco (BND), francese (DGSE) e inglese (Mossad).

Collaborare con una “nazione europea”
La richiesta specifica del governo è l’inizio dei colloqui bilaterali per fondare una futura collaborazione tra questi servizi d’informazione e un futuro ente d’intelligence catalano. Nelle lettere, come rivelato dalle fonti consultate, viene rivelato che “le esigenze informative” esistono in tutti gli Stati “per la sicurezza dei propri cittadini”. E descrivono la Catalogna come “nazione alleata europea”.

Armi, droghe, terrorismo islamico
Le lettere inviate alle tre organizzazioni d’intelligence indicavano tre settori specifici della collaborazione sulla sicurezza: lotta al traffico di armi e droga, alle reti della criminalità organizzata e alle cellule del terrorismo islamico. Quest’ultimo punto, il terrorismo islamico, è una delle più preoccupanti per le autorità catalane. Gli Stati Uniti sostengono che, come territorio, la Catalogna è “il più grande centro mediterraneo del jihadismo”, come si è visto in alcuni documenti dei servizi statunitensi pubblicati sulla rete da Wikileaks.

“Fuori dall’ombrello protettivo”
Il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz ha recentemente affermato che se la Catalogna sarà indipendente, il territorio sarà “al di fuori dell’ombrello protettivo” delle forze di sicurezza e degli organi dello Stato, così come dall’accesso alle informazioni ottenute dai servizi d’intelligence spagnoli e anche da quelle che lo Stato ottiene con la collaborazione con i servizi esteri. Lo scorso febbraio (2014), il direttore generale della Polizia Nazionale, Ignacio Cosidó, indicò la minaccia di gruppi di criminali organizzati attivi nel territorio catalano. Secondo lui, un terzo delle bande in Spagna si trova in Catalogna, e sono dedite a traffico di droga, riciclaggio di denaro e tratta di esseri umani. Come segnalato da El Confidencial Digital, l’ipotetica secessione dalla Catalogna lascerebbe le sue “forze di sicurezza” senza accesso ai database basilari per la lotta al terrorismo, ad esempio Adextra o la rete di allerta dell’Europol e di altre forze di polizia internazionali, a cui i Mossos d’Esquadra possono ora ricorrere attraverso Polizia Nazionale e Guardia Civil.

La Catalogna ha già la sua intelligence
La richiesta del governo catalano ai servizi BND, DGSE e Mossad tramite intermediari non è una mera richiesta di informazioni e assistenza, ma anche un’offerta di “collaborazione”. Secondo la testimonianza di chi conosce queste comunicazioni, il firmatario delle lettere afferma che la Catalogna “ha già una rete di fonti d’informazione”, anche se non specifica quali e in che misura. Finora, alcuna comunicazione, nota a chi conosce questa faccenda riservata, è giunta in risposta dai servizi d’intelligence esteri contattati.Traduzione di Alessandro Lattanzio