Lo Stato islamico come “risorsa strategica” degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 maggio 2015Gause_SaudiGameofThronesLevant Report, un’altamente rispettata ONG statunitense dedita a trasparenza e responsabilità nel governo e nella politica degli Stati Uniti, ha fatto un grande servizio all’intellighenzia dell’Asia meridionale ottenendo, tramite una causa federale, dei documenti classificati dei dipartimenti della Difesa e di Stato relativi allo Stato Islamico (IS). In poche parole, i documenti mettono in luce la valutazione della Defence Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti secondo cui l’IS potrebbe essere una “risorsa strategica” per le strategie regionali statunitensi. Tale valutazione scioccante difatti risale all’inizio del 2012, cioè prima ancora che lo SI apparisse sulle testate catturando Mosul in Iraq, lo scorso anno. La DIA ha avvertito governo e agenzie di sicurezza degli Stati Uniti che lo SI aiuterà Washington ad isolare e rovesciare il regime siriano. In effetti, ciò che è stato bollato come teoria della cospirazione finora, infine si avvera. E nel frattempo molti avvenimenti in Siria e Iraq oggi cominciano ad avere una prospettiva chiara. Naturalmente, ciò che emerge, ancora una volta, sono le politiche diaboliche degli Stati Uniti nell’utilizzare i gruppi estremisti islamici come strumenti geopolitici per sostenere le proprie strategie regionali nei Paesi esteri. Tale politica fu avviata la prima volta in Asia del Sud nei primi anni ’80 con i “mujahidin afghani” della genialata di Zbigniew Brzezinski, a capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’appello alla “jihad” in Afghanistan, alla fine, causò immense sofferenze alla regione. Opera attivata dagli Stati Uniti per sconfiggere l’Armata Rossa in Afghanistan, sconfitta che secondo alcuni avrebbe contribuito al crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia, il Pakistan ne fu seriamente destabilizzato e, cosa più importante, l’introduzione di Usama bin Ladin e al-Qaida diede l’alibi perfetto agli Stati Uniti per imporre la presenza militare in Afghanistan e in Asia centrale. Lo spettro dello SI in Pakistan e Afghanistan oggi, appare un’evoluzione ancor più inquietante. Mentre sempre più dettagli saranno disponibili su cosa succede a Kunduz, provincia settentrionale dell’Afghanistan, che appare un’operazione dello SI. Teoricamente si tratterebbe di un’offensiva dei “taliban”, ma il mullah Omar non sembra avere il controllo della battaglia per Kunduz, dove “combattenti stranieri” guidano l’assalto. Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo SI quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana hanno diffuso un pezzo inquietante sullo SI, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo.
King-Abdullah-+-Obama-600x450 Naturalmente, l’avanzata dello SI darebbe agli Stati Uniti l’alibi perfetto per stabilire una presenza militare permanente, per sé e la NATO, in Afghanistan. C’è molto su cui riflettere, in retrospettiva, su ciò che l’ex-presidente afghano Hamid Karzai aveva più volte dichiarato, e cioè che gli Stati Uniti non sono “sinceri” nella lotta ai taliban e sugli obiettivi geopolitici reali. Gli Stati Uniti riusciranno a diffondere il virus dello SI in Afghanistan e Asia centrale, per giustificare la presenza militare occidentale a tempo indeterminato nella regione? Le probabilità sono abbastanza buone, in realtà, e i ministri degli Esteri della NATO incontratisi ad Antalya, la scorsa settimana, hanno ritenuto che l’alleanza debba mantenere una presenza a lungo termine in Afghanistan, oltre la prevista scadenza di fine 2016. In effetti, è nel DNA e negli egoismi dei regimi autocratici che dominano oggi su gran parte del mondo musulmano, finire al servizio degli interessi occidentali. Non si sbaglierebbe pensare che lo SI sia uno strumento per colpire l’Iran, e che l’azione in Afghanistan sia finanziata dall’Arabia Saudita che si prefigge due scopi, infettando anche il Pakistan con il virus dello SI. Anche in questo caso, la politica regionale offre un eccellente margine di manovra agli Stati Uniti nel seguire le orme della politica del “divide et impera” della Gran Bretagna imperiale nel subcontinente indiano. Questione del Kashmir, animosità tra indù e musulmani, relazioni conflittuali dell’India con Cina e Pakistan, Xinjiang e Tibet, la lista delle questioni regionali è molto lunga laddove l’intelligence degli Stati Uniti avrebbe ampio spazio nel frantumare le posizioni regionali. Si prenda il caso dell’India, per esempio. L’attuale discorso strategico principale è permeato da una mentalità contraddittoria verso Cina o Pakistan. Ma il discorso indiano sorprende gli increduli (se non occasionalmente, i nazionalisti estremisti indù) quando si tratta delle intenzioni strategiche a lungo termine degli Stati Uniti nella regione. I nostri esperti non sono semplicemente interessati al tema. Leggasi Levant Report per informarsi, qui. (Qui sotto)daesh-cia-990x180Documento della Defense Intelligence Agency del 2012: l’occidente faciliterà l’avanzata dello Stato islamico “per isolare il regime siriano”
Brad Hoff Levant Report 19 maggio 2015

baghdadi-ciaIl 18 maggio il gruppo conservatore di monitoraggio del governo Judicial Watch ha pubblicato dei documenti precedentemente classificati del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi, ottenuti con una causa federale. Mentre i media mainstream sono focalizzati sulla gestione della Casa Bianca dell’attacco al consolato di Bengasi, ignorano il “quadro generale” presentato e confermato dai documenti del 2012 della Defense Intelligence Agency, secondo cui lo ‘Stato islamico’ in Siria orientale viene ricercato perseguendo la politica occidentale nella regione. Sorprendentemente, il rapporto appena declassificato afferma che per “occidente, Paesi del Golfo e Turchia (che) sostengono l’opposizione (siriana)… c’è la possibilità di creare un califfato salafita dichiarato o occulto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano…” Il rapporto della DIA, in precedenza classificato “Secret/Noforn” datato 12 agosto 2012, circolò ampiamente tra i vari enti governativi, tra cui CENTCOM, CIA, FBI, DHS, NGA, dipartimento di Stato e molti altri. Il documento mostra che già nel 2012 l’intelligence degli USA previde l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL o SIIS), ma invece di delineare chiaramente il gruppo come nemico, il rapporto lo riteneva risorsa strategica degli Stati Uniti. Mentre numerosi analisti e giornalisti hanno documentato tempo fa il ruolo delle agenzie d’intelligence occidentali nell’addestramento e formazione dell’opposizione armata in Siria, i vertici dell’intelligence statunitense confermano la teoria secondo cui i governi occidentali vedono fondamentalmente nel SIIL uno proprio strumento per il cambio di regime in Siria. I documenti al riguardo affermano proprio tale scenario. Prove forensi, prove video e recenti ammissioni di alti funzionari interessati (vedi le ammissioni dell’ex-ambasciatore in Siria Robert Ford qui e qui), dimostrano che il dipartimento di Stato e la CIA supportano materialmente i terroristi del SIIL sul campo di battaglia siriano, almeno dal 2012-2013 (come chiaro esempio di “prove forensi”: vedasi il rapporto dell’inglese Conflict Armament Research che fa risalire all’origine dei razzi anticarro croati recuperati dai terroristi del SIIL a un programma congiunto saudita/CIA, grazie all’identificazione dei numeri seriali).
Il rapporto della DIA del 2012, appena diffuso, traccia le seguenti sintesi sullo “Stato islamico in Iraq” e l’emergente SIIL:
al-Qaida guida l’opposizione in Siria
– l’occidente si identifica con l’opposizione
– la creazione dello Stato islamico è diventata realtà solo con l’avanzata della rivolta siriana (non si parla di ritiro delle truppe USA dall’Iraq come catalizzatore dell’ascesa dello Stato Islamico, tesi di innumerevoli politici ed esperti, si veda la sezione 4.D. sotto)
– l’istituzione di un “principato salafita” nella Siria orientale è “esattamente” ciò che le potenze estere che sostengono l’opposizione vogliono (identificate come “occidente, Paesi del Golfo e Turchia”), al fine d’indebolire il governo di Assad
– “santuari” sono suggeriti nelle zone occupate dagli insorti islamici secondo il modello libico (che si traduce nella cosiddetta no-fly zone come primo atto di ‘guerra umanitaria’, vedi 7.B.)
– l’Iraq è identificato quale “espansione sciita” (8.C)
– uno “Stato islamico” sunnita potrebbe essere devastante per “l’unità dell’Iraq” e potrebbe “facilitare il rinnovamento degli elementi terroristici che da tutto il mondo arabo entrano nell’arena irachena”. (Vedi l’ultima riga del .pdf)daesh-cia-990x180Tratto dalle sette pagine del rapporto declassificato della DIA:

R 050839Z 12 agosto

Situazione generale:
A. Internamente, la situazione assume un andamento chiaramente settario.
B. Salafiti, Fratelli Musulmani e AQ (al-Qaida) sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria.
C. Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime.

3. (C) al-Qaida in Iraq (AQI): … B. AQI sostiene l’opposizione siriana DALL’INIZIO, ideologicamente e attraverso i media…

4.D. Vi era una regressione dell’AQI dalle province occidentali dell’Iraq negli anni 2009-2010; tuttavia dopo l’avanzata della rivolta in Siria, le potenze religiose e tribali regionali cominciarono a simpatizzare per la rivolta settaria. Tale (simpatia) è apparsa nel sermoni del venerdì di preghiera, invocando volontari per sostenere i sunniti in Siria.

7. (C) Ipotesi sul futuro della crisi:
A. Il regime sopravvive ed ha il controllo sul territorio siriano.
B. Sviluppo degli eventi attuali in una guerra per delega: …le forze dell’opposizione cercano di controllare le zone orientali (Hasaqa e Dayr al-Zur), adiacenti alle province occidentali irachene (Mosul e Anbar), oltre che ai confini turchi. Paesi occidentali, Paesi del Golfo e Turchia sostengono tali sforzi. Tale ipotesi molto probabilmente è in linea con gli ultimi fatti, contribuendo a preparare santuari protetti internazionalmente, come accadde in Libia quando Bengasi fu scelta come centro di comando del governo provvisorio.

8.C. Se la situazione degenera c’è la possibilità di dichiarare un principato salafita aperto o segreto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato una profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)
8.D.1. … Il SIIL potrebbe anche dichiarare lo Stato islamico attraverso l’unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, creando una grave minaccia all’unità dell’Iraq e all’integrità del suo territorio.B7y3bj1CIAI7OQf.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il capo del GRU accusa Stati Uniti e alleati di aver creato la rete terroristica transnazionale islamista

The Saker 22 maggio 2015

Cari amici,
Vi propongo oggi il discorso del Colonnello-Generale Igor Sergun, capo del Primo Direttorato dell’Intelligence (GRU) dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Russia. Dire che l’uomo o il GRU sono segreti, sarebbe un eufemismo. Quasi tutte le informazioni pubblicamente disponibili su Sergun si trovano nella breve biografia alla fine del post. Di regola il GRU non fa dichiarazioni pubbliche, né il suo capo. È quindi interessante che, in una delle pochissime occasioni in cui il Generale Sergun ha accettato di parlare in pubblico, ha scelto di concentrarsi sui rischi del cosiddetto estremismo “islamico”, e che in una relativamente breve presentazione ha indicato per quattro volte che tali terroristi “islamici” sono fondamentalmente una creatura dell’occidente. Si potrebbe essere tentati di dire “niente di nuovo, lo sappiamo tutti”, ma si mancherebbe il punto, e cioè che il capo dell’intelligence militare russa dichiara apertamente che il cosiddetto “terrorismo islamico” non è un fenomeno originale o indigeno, ma uno strumento dell’imperialismo occidentale utilizzato per sovvertire i Paesi che osano opporsi all’egemonia mondiale dell’impero anglo-sionista.

Sakerigor_dmitrievich_sergunTesto presentato dal Direttore del Primo Direttorato dello Stato Maggiore per la IV Conferenza di Mosca sulla Sicurezza Internazionale, dedicata a: “Sicurezza Globale: trasformazione radicale o creazione di nuove regole del gioco?” (16 aprile 2015)
Argomento: ‘Punti caldi’ della lotta globale al terrorismo

Gentili Signore e Signori,
Una delle sfide più pericolose dei tempi attuali è presentata dal terrorismo internazionale, che rapidamente acquista natura politica ed è divenuto una vera e propria forza che cerca di arrivare al potere in alcuni Paesi. Assistiamo a una tendenza costante verso la globalizzazione delle attività delle organizzazioni estremiste. Ciò comprende ampliamento geografico, rafforzamento delle interazioni tra gruppi precedentemente dispersi, nonché rapido adattamento ai cambiamenti della situazione. Tra le organizzazioni terroristiche internazionali, gli islamici radicali avanzano. I loro capi sviluppano una collaborazione e cercano di creare zone di instabilità che non includono solo Paesi, ma intere regioni. L'”Internazionale terrorista” ha l’obiettivo di creare con la forza il “Grande Califfato” comprendente Medio Oriente, Caucaso, Nord Africa e penisola iberica. Una campagna per la formazione del fronte della “Jihad Globale” è stata annunciata con l’obiettivo di condurre la lotta armata contro i “principali nemici dell’Islam”, rappresentati da Stati Uniti, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Paesi musulmani con governi secolari. Attualmente, il terrorismo rappresenta la peggiore minaccia per Iraq, Siria, Libia e Afghanistan, dove “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, “al-Qaida“, “Jabhat al-Nusra“, movimento dei taliban e altri gruppi radicali sono attivi. Al-Qaida “rimane una delle più potenti organizzazioni terroristiche, anche se nelle condizioni attuali s’è ampliata come “bandiera della guerra contro gli infedeli” per gli islamisti, mentre i relativi gruppi regionali operano praticamente in modo indipendente. Ultimamente, lo “Stato islamico dell’Iraq e Levante”, che è riuscito ad imporre il suo controllo su una parte significativa di Iraq e Siria, lotta con successo per occupare la posizione guida delle organizzazioni estremiste. I terroristi hanno dichiarato la costituzione di un ‘califfato islamico’ nei territori occupati e iniziato a creare proprie “istituzioni pubbliche”, tra cui sistemi finanziari e giudiziari. Il controllo centralizzato permanente sui gruppi armati viene organizzato. Il rafforzamento del SIIL ha seriamente destabilizzato l’Africa. Il SIIL fornisce sostanziale assistenza militare e finanziaria agli estremisti locali, invia rinforzi composti da terroristi siriani e iracheni. I gruppi che hanno ricevuto tale sostegno sono ‘Ansar al-Sharia‘, che opera in Nord Africa, e ‘Boko Haram‘, nella parte occidentale del continente, mentre la peggiore minaccia alla stabilità dell’Africa orientale è l’organizzazione terroristica somala ‘Shabab al-Mujahidin’, responsabile di varie gravi azioni. Altrettanto preoccupante è la situazione che si sviluppa in Medio Oriente e in Asia centrale, in cui le organizzazioni estremiste come ‘taliban’, ‘Hizb-ut-Tahrir’ e Movimento Islamico dell’Uzbekistan hanno un alto potenziale operativo. Stimiamo che attualmente, nel solo Afghanistan, circa 5mila militanti combattano. Territori afghani e pakistani ospitano una rete di campi di addestramento dei terroristi, anche per terroristi suicidi. La diffusione attiva di idee radicali islamiche ha un impatto negativo sullo sviluppo della situazione nel sud-est asiatico. In particolare, conseguenze imprevedibili potrebbero essere causate dall’organizzazione estremista ‘Jamaa Islamiya‘, il cui obiettivo principale è creare uno Stato teocratico islamico comprendente Brunei, Indonesia, Malesia, Singapore e le province musulmane di Thailandia e Filippine. Negli ultimi anni, la minaccia terroristica in Europa è aumentata. Ciò è dovuto principalmente agli insorti di ritorno dai “conflitti” e pronti a ricorrere all’esperienza acquisita. Circa 600 jihadisti sono tornati negli ultimi quattro anni nella sola Germania. L’influenza degli estremisti si è diffusa anche in alcune regioni del Sud America. L’area dei tre confini, alla congiunzione tra Argentina, Brasile e Paraguay, è considerata trampolino di lancio dagli estremisti. L’attività coperta di certi Stati volti a realizzare proprie missioni in politica estera attraverso il finanziamento occulto delle strutture islamiche, destabilizza la situazione.
Mentre flirtano con gli estremisti, certi Paesi occidentali sembrano essere sicuri che la cosiddetta politica del caos controllato in regioni lontane, non avrà conseguenze tragiche, almeno nel medio termine, ma credo che tale parere non convinca. Non è un segreto che su istigazione di ‘partner occidentali’, dagli anni ’80 l’estremismo islamico abbia rapidamente guadagnato slancio. Per contrastare le truppe sovietiche in Afghanistan furono pesantemente armati, con i fondi provenienti dagli Stati Uniti d’America e altri Stati della NATO, vari gruppi di jihadisti e mujahidin successivamente fusisi in grandi gruppi e movimenti terroristici. Grazie all’assistenza finanziaria e militare di Washington e alleati, allo scopo di eliminare il regime in Siria, indesiderato dall’occidente, lo ‘Stato Islamico dell’Iraq e Levante’ e ‘Jabhat al-Nusra’ furono creati. L’intervento militare in Libia da parte della NATO ha comportato risultati simili. La disponibilità di fonti stabili di finanziamento degli estremisti è la ragione del grave problema. I canali dei finanziamenti più affidabili comprendono varie organizzazioni non governative e fondazioni. Ad esempio, negli Stati della penisola araba vi sono circa 200 organizzazioni. Una delle principali fonti di reddito è il controllo di produzione e traffico di droga. Tale attività frutta agli islamisti di Medio Oriente e Asia Centrale 500 milioni di dollari l’anno. Succede abbastanza spesso che le azioni di Washington e dell’occidente in generale in varie regioni del mondo, contribuiscano a creare gravi problemi, tra cui traffico di droga, estremismo religioso e terrorismo, dopo che Washington mobilita eroicamente la comunità internazionale per neutralizzare tali problemi. In generale, con lo slogan della lotta per ‘l’Islam puro’, il terrorismo internazionale diventa una forma di criminalità transnazionale. In realtà, è diventato un business lucrativo con circolazione di capitale per miliardi grazie a traffico di droga, sequestri di persone, contrabbando di armi e metalli preziosi. Alla ricerca di ulteriori fonti di finanziamento, i jihadisti sviluppano volutamente legami con organizzazioni nazionaliste, pirati e separatisti.
Quindi, dovremmo aspettarci che, nel breve periodo, le minacce terroristiche nel mondo rimangano elevate. L’avanzata dei gruppi estremisti, tra l’altro su istigazione di Stati Uniti e alleati, in particolare in Medio Oriente e Asia centrale, rappresenta la vera e propria minaccia di diffusione del terrorismo verso Paesi europei, repubbliche della CSI e regione Asia-Pacifico.

Grazie per la vostra attenzione.

Начальник ГРУ ГШ ВС РФ Игорь СергунBiografia di Igor Sergun
Biografia ufficiale del nuovo capo dell’Intelligence militare russa Igor Sergun, sul sito ufficiale del Ministero della Difesa russo. [Fonte]
Igor Sergun è nato a il 28 marzo 1957 e presta servizio nelle forze armate dal 1973, si è laureato alla Scuola Militare Suvorov di Mosca [Fonte] e [Fonte], alla Scuola Militare dell’Alto Comando del Soviet Supremo di Mosca [Fonte], all’Accademia militare diplomatica dell’Esercito sovietico e presso l’Accademia Militare dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Federazione Russa [Fonte]. Opera nel servizio segreto militare dal 1984, in varie posizioni nell’ambito del Primo Direttorato dell’Intelligence. Parla diverse lingue straniere ed ha ricevuto attestati di Stato. Nel 1998, da colonnello, è stato addetto militare della FR a Tirana, Albania. In quel periodo ricevette la medaglia quale “partecipante all’Operazione Marcia Fulminea Bosnia-Kosovo 12 giugno 1999″. Nel dicembre 2011, fu nominato a capo del Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale russo.
Mark Galeotti nel suo libro Spetsnaz: Forze Speciali russe, scrive che negli anni 2000 l’intelligence militare russa era sull’orlo della completa distruzione causata dalle riforme del Generale Shljakhturov. Tuttavia, fu costretto al pensionamento a fine 2011, e il suo successore, il Tenente- Generale Igor Sergun, si è rivelato un direttore molto più attivo ed efficace. [Fonte]
Nel 2014 Igor Sergun è oggetto delle sanzioni occidentali contro la Russia. “Bruxelles: il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della Russia e il relativo capo dell’intelligence militare erano tra le 15 persone oggetto di tutte le sanzioni dell’Unione europea per la crisi in Ucraina. Generale Valerij Gerasimov, capo dell’Esercito e deputato nazionale, 29 aprile 2014“. [Fonte]. Igor Sergun fu preso di mira “per l’attività degli agenti del GRU in Ucraina orientale”, mentre Gerasimov è stato indicato “responsabile del massiccio dispiegamento di truppe russe” lungo il confine tra Ucraina e “mancata de-escalation della situazione“.

Articoli, discorsi e interviste
1. La Russia nomina il nuovo Direttore del GRU [Fonte]
27 dicembre 2011. Il Maggiore-Generale Igor Sergun è stato nominato a capo del Primo Direttorato dell’Intelligence. Sostituisce l’uscente Aleksandr Shljakhturov, per aver raggiunto l’età pensionabile.
2. Il Maggiore-Generale Igor Sergun diventa il capo del GRU [Fonte]
2. Generale russo dice che gli USA sono dietro ogni guerra nel mondo di oggi [Fonte]. Il capo del Primo Direttorato dell’intelligence militare della Russia, Colonnello-Generale Igor Sergun, dice che gli Stati Uniti si preparano a schierare truppe in modo permanente o temporaneo in oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Sergun dice gli Stati Uniti sperano di creare in questi Paesi i servizi necessari per “preposizionarvi armi e attrezzature militari necessarie per future operazioni nella zona“.
3. Intervista con il Capo del GRU Igor Sergun: Noi non riveliamo segreti! [Fonte]
4. Agenzia spionistica russa: La crisi globale richiede nuove tattiche [Fonte] 19 gennaio 2012
5. Igor Sergun: “I terroristi sono intenti a prendere il potere in alcuni Stati” [Fonte]
6. In Medio Oriente e Asia centrale i terroristi guadagnano 500Mln di dollari con il narcotraffico [Fonte]
16 aprile 2015. I terroristi in Medio Oriente e Asia Centrale ricevono fino a 500 milioni di dollari tramite produzione e traffico di droghe illecite, ha detto il capo del Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale russo.
7. Responsabile del GRU: Il terrorismo è diventato un business multimiliardario [Fonte]
8. La Jihad diventa globale [Fonte]; Andrej Iljashenko, RIR, 23 aprile 2015. “Il terrorismo internazionale è una delle minacce più pericolose per l’umanità ed è divenuto globale. Questa è l’opinione ponderata del Colonnello-Generale Igor Sergun, Direttore del GRU, Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale delle Forze armate russe. Parlando a metà aprile alla IV Conferenza sulla Sicurezza presso il Ministero della Difesa di Mosca, Sergun ha fornito un’analisi dettagliata del problema. Dato che non è un personaggio pubblico spesso citato sui media, RIR ha deciso di offrire ai lettori la sintesi più completa delle tesi fondamentali del generale.”
9. Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale 2014 (Parte 2: comitati) [Fonte]
10. Discorso di Igor Sergun alla Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale del 2014 [Fonte]. Il discorso di Igor Sergun è disponibile sul sito della conferenza. Ha osservato che i taliban vedono il ritiro delle forze ISAF come un successo. Si aspettano la vittoria, così non vedono alcuna ragione di preoccuparsi dei negoziati a questo punto. Ha discusso i tre più probabili scenari futuri in Afghanistan, tra cui alcune verosimiglianze con abbastanza particolareggiate percentuali per ogni scenario:
1. Equilibrio delle forze politiche del Paese relativamente invariato, sostenuto da una presenza occidentale limitata. L’Afghanistan rimane fonte di terrorismo, estremismo e narcotraffico per l’Asia centrale. Probabilità del 39 per cento.
2. I taliban prendono il potere in assenza di stranieri. Gli islamisti potrebbero iniziare ad infiltrarsi negli Stati dell’Asia centrale. Probabilità del 27 per cento.
3. L’Afghanistan si disintegra in enclave etniche. Tale scenario porta all’aumento della lotta per l’influenza di potenze locali e regionali. Probabilità del 31 per cento.
Nella seconda parte del discorso, Sergun ha discusso la logistica del ritiro definitivo delle forze ISAF dall’Afghanistan. Data la quantità di materiale presente nella regione, l’analisi ha mostrato che gli Stati occidentali non potranno ritirare il proprio materiale nel lasso di tempo deciso. Ha sostenuto che, mentre i 40000 soldati potrebbero essere ritirati entro la fine del 2014, sarebbe impossibile ritirare tutti i 40000 veicoli e 300 elicotteri prima del 2017. Di conseguenza, ha affermato che Washington dovrà presto avviare una campagna propagandistica per convincere la comunità internazionale che la presenza statunitense nella regione va estesa almeno fino al 2024, al fine di garantire la stabilità regionale. Tuttavia, ciò non muterà la minaccia dei taliban agli Stati dell’Asia centrale.

ГРУ-ГШ-РTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Open Society Foundation in Macedonia

Mirka Velinovska e Milenko Nedelkovski Geopolitica 28 aprile 2015macedonia-protestsLa nascita della Fondazione data al 1993. George Soros aveva una lista di tre candidati a direttore dell’Open Society Institute, e tutti e tre avevano la stessa radice politica, appartenenza al SKM (Savez Komunisti na Makedonija – Lega dei Comunisti di Macedonia) e per ragioni diverse, principalmente familiari, furono agenti del controspionaggio. Il prescelto, Vladimir Milcin, era un favorito di Kiro Gligorov (primo presidente della Repubblica indipendente di Macedonia, vicino a Tito), che volle anche utilizzarlo nella diaspora macedone negli USA. Anche se ufficialmente i documenti della fondazione dichiarano che dovrebbe trattare assistenza e finanziamento del cosiddetto campo civile, cioè le organizzazioni non governative, per aumentare la consapevolezza dei cittadini nel controllo delle istituzioni statali, l’impegno reale è concentrato fin dall’inizio su un solo obiettivo: il controllo di media e istituzioni educative, con una vasta rete propagandistica che dovrebbe controllare la politica dello Stato, cioè i partiti politici. Era un progetto che prevedeva di prendere il controllo del territorio. Per realizzare l’idea in modo facile e senza ostacoli politici dal governo dell’epoca (LCM, cioè LCM-PDP, SDSM, successori del partito comunista) e dell’opposizione (VMRO-DPMNE), in quel difficile momento per la Macedonia, Paese non riconosciuto e sanzionato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, ma che accettava di rispettare (pur non essendo membro delle Nazioni Unite) e con un blocco commercio unilaterale dalla Grecia (con la tacita approvazione della CEE), come forma di pressione per cambiare nome, George Soros approvò un prestito di 19 milioni di dollari per l’approvvigionamento di petrolio dalla Turchia attraverso la Bulgaria. Soros volle utilizzare tale prestito come leva politica. Provenendo dalla Grecia, al Parlamento macedone si rivolse ai deputati avanzando la proposta di rinominare il Paese “Macedonia slava”. Tutti, tra cui Kiro Gligorov, respinsero ciò e Soros ne fu offeso (con una dichiarazione ai media greci di Salonicco). Tuttavia, il vero scopo dell'”Open Society” fu subito perseguito.
L’idea del direttore esecutivo Milcin, secondo lui, era messianica paragonandosi a Ignazio di Loyola che creò i Gesuiti, o un’èlite. Quindi, si trattava di una specie di missione del narcisista dal disturbo della personalità multipla tipica nella sua famiglia. Cercò di realizzarsi nella sua professione di regista, quando iniziò a lavorare con minorenni nei licei. Fallì per arroganza, freddezza e aggressività. Eppure, come direttore della Fondazione, ben finanziata, la sua idea ebbe successo. I risultati dei suoi 23 anni di direzione sono visibili ovunque. La rete di Soros è stata creata ed è operativa. I nuovi giornalisti e cosiddetti intellettuali macedoni furono coltivati come funghi in un seminterrato. Avanzavano professionalmente e finanziariamente, ricevendo compensi per presunti documenti scientifici mai pubblicati o valutati da qualcuno. Viaggiarono nel mondo come funzionari della rete di Soros, organizzando forum e conferenze su certi temi per cui venivano pagati profumatamente. Invece di giornalismo e scienza, la rete dei “sorosoidi” spaccia propaganda di Soros (e CIA). I proprietari dei media, redazioni e politici erano sempre più impotenti di fronte alla rete, che poteva cambiarne la vita in una notte. Una storia a parte sono i cosiddetti intellettuali macedoni che, privi di valutazioni obiettive, dipendevano da Soros per finanziare i propri irrilevanti lavori scientifici che non passavano nemmeno il filtro più scarso di scientificità. In collaborazione con i politici, in Macedonia un ambiente di “utili idioti” che senza obiezioni svolgono i compiti assegnatagli da Milcin. Molte prove dimostrano che dietro ogni tentativo di controrivoluzione, colpo di Stato e simili, in particolare nella crisi in Macedonia, c’è la firma di Vladimir Milcin e Soros. Tensioni interetniche, crisi e scontri politici, rivoluzioni tipo Maidan, elezioni anticipate vengono organizzate tramite tale mezzo e il suo raggruppamento intellettuale. Ciò apparve particolarmente chiaro dal 2006. Insieme alla rete che opera a livello regionale da Budapest in stretta collaborazione con Canvas di Srga Popovich o Otpor di Dragan Gilas e Sonja Licht, in coalizione con il Partito Democratico di Boris Tadik o i liberaldemocratici di Chedomir Jovanovik, Soros ha ben organizzato e gestito fino a poco prima la vita politica in Serbia. La situazione in Ungheria è la stessa.
WI_SorosPrima il denaro fu usato per occupare lo spazio radiofonico nazionale e locale. Poi si continuò con le stazioni TV comprando A1 (ex-stazione televisiva nazionale privata macedone) e includendola nella rete privata e commerciale occupata con la cooperazione di giornalisti scelti. E infine, nel 1995, Soros iniziò la conquista della carta stampata. Prima comprò un editore (Europa 92 a Kocani) e poi fondò il quotidiano Dnevnik, la cui redazione riceve fondi da Soros. Iniziarono a prepararsi per le elezioni del 1998 dirette da Madeleine Albright quale “cambio” per promuovere i “nuovi” politici di destra. Alcuni giornalisti indipendenti lo capirono e ne discussero con Christopher Hill, all’epoca ambasciatore degli USA in Macedonia. Ma poi dall’Austria fece un’affermazione cinica: “Il popolo macedone è messo alla prova ora e vedremo se sia politicamente maturo o dovrà tornare all’asilo“. Gli elettori macedoni non superarono il test. Fallirono per il trucco dei cosiddetti miliardi di Taiwan promessi agli elettori stremati dalla transizione di Vasil Tupurkovski, il capo di Alternativa Democratica, durante la carovana pre-elettorale della “nuova coalizione”. La “vittoria” di Boris Trajkovski (secondo presidente macedone, ucciso in un incidente aereo) alle elezioni presidenziali fu un falso concordato tra la direzione del SDSM (che propose il peggior candidato possibile, Tito Petkovski). Tuttavia dopo il primo turno, i risultati indicarono che il popolo era maturo, poiché il peggior candidato Petkovski era in testa con 150000 voti in più. Poi Madeleine Albright, a capo del dipartimento di Stato, intervenne direttamente inviando gli auguri per la vittoria a Boris Trajkovski. Era chiaro che la Macedonia era stata ingannata. Il corpo elettorale macedone ignorò le “istruzioni della propaganda” date dall’Open Society di Soros. Poi ci fu l’episodio del “riconoscimento di Taiwan” che la Macedonia sconta a caro prezzo ancora oggi. Infatti, su richiesta di Kiro Gligorov, attraverso Boutros Boutros Ghali (Segretario Generale delle Nazioni Unite) e il Consiglio di sicurezza, la Macedonia, che non era membro delle Nazioni Unite e non aveva i confini statali nella Jugoslavia riconosciuti, per motivi di sicurezza chiese un monitoraggio internazionale sul confine settentrionale. La missione fu approvata come UNPREDEP e schierata sul confine amministrativo. I cinesi ebbero un ruolo fondamentale nella missione. Dopo il riconoscimento di Taiwan, su iniziativa di Vasil Tupurkovski (capo della gioventù comunista ai tempi di Tito), la Repubblica Popolare Cinese si ritirò dalla missione e UNPREDEP fu chiusa, e la Macedonia rimase senza confini statali riconosciuti e sorvegliati a nord. La Cina chiuse l’ambasciata a Skopje, mentre al Consiglio di sicurezza la Macedonia era alla mercé di Stati Uniti e partner europei. Ciò inevitabilmente portò alla fase successiva, vissuta dopo il tentato assassinio di Kiro Gligorov. Da tale passo si può concludere che lo scopo dell’attentato permettesse, con la sua eliminazione, di portare al potere la squadra del SDSM che, individualmente e attraverso varie cooperazioni, aveva già accettato di distruggere lo Stato della Macedonia. Sfortunatamente per loro, Gligorov sopravvisse all’attentato ed ebbe il secondo mandato a capo di Stato. I piani furono rinviati per non far scoprire i mandanti dell’attentato. Nessuno ne fu ritenuto responsabile, non vi fu alcuna indagine seria, nessun processo, alcuna responsabilità politica. Perciò la coalizione per il cambiamento e i nuovi capi furono rilanciati direttamente da Washington nel 1998. L’obiettivo era attivare le misure che “silenziosamente” avrebbero avanzato la legge sulla protezione congiunta delle frontiere, ideata da esercito degli Stati Uniti e istruttori del MPRI (L-3 MPRI, fornitore globale di servizi militari privati, che offre una vasta gamma di servizi professionali a clienti pubblici e privati, in particolare dipartimento della Difesa, dipartimento di Stato, dipartimento di Giustizia, dipartimento per la Sicurezza Nazionale, forze dell’ordine organizzazioni, governi, agenzie governative e imprese commerciali). E’ interessante ricordare che al primo tentativo, l’ambasciatore russo reagì ferocemente inviando una nota di protesta a Blagoj Handziski, ministro degli Esteri, ma non fu preso sul serio, e la protezione delle frontiere congiunta si ebbe dopo la guerra, nel 2001.
La Fondazione ha un particolare interesse per la popolazione albanese. Ha investito molto denaro per costruire media e intellettuali albanesi che dovrebbero svolgere i loro compiti per cui oggi sono attivati su ordine di Milcin. Il riconoscimento dello Stato del Kosovo fa parte dei piani di Soros. In Macedonia, Saso Ordanovski, Guner Ismail e le controparti di Soros-Washington in Kosovo come Veton Suroi e altri, ne sostengono la propaganda. Un altro piano era la creazione di organizzazioni “non governative” albanesi come Razbudi (Risveglio), ma anche giornali, radio e televisioni locali così come portali “civili”. Insieme ai macedoni Archi Brigade, Singing Skopjans e Piazza della Libertà, creazioni personali di Milcin, hanno attaccato il progetto governativo Skopje 2014. Lo scopo era provocare un conflitto interetnico sulla ricostruzione del centro della città in stile neoclassico. Lo stile scelto fu definito espressione architettonica mono-etnica del nazionalismo macedone. Ci fu un tentativo di rivolta per combattere la discriminazione verso gli omosessuali. Anche un attacco fallito contro la Chiesa ortodossa macedone, quale testimonianza di sciovinismo ortodosso contro la comunità islamica, anche se la presenza dell’Arabia Saudita si vede ovunque. Eppure tali scenari fallirono, anche se vi furono tentativi di attivarli di volta in volta. Un esempio fu l’assassinio di cinque pescatori vicino a Skopje, il Giovedì Santo prima della Pasqua del 2012. Oppure quest’anno a gennaio per l’Epifania, quando un gruppo di islamisti albanesi del Kosovo giunse dalla Siria, attraverso Turchia e Bulgaria, per massacrare i villeggianti sul fiume Vardar e il Lago di Okhrid.
E’ interessante che Milcin fosse piuttosto invisibile mentre il SDSM era al potere (fino al 1998) e nei primi due anni di governo dei “nuovi” politici del VMRO-DPMNE insieme ad Alternativa Democratica. Improvvisamente, nel 1999 divenne ferocemente attivo durante la guerra, e nel 2001 ebbe un ruolo chiave nel disarmare il Paese. Grazie a media, attivisti, intellettuali e politici pagati da Soros, il Paese si arrese a ricatti e discredito. Intercettazioni telefoniche del governo furono attuate, proprio come oggi, con il supporto delle strutture del ministero degli Interni, questa volta colte in flagrante. Lo stesso scenario fu utilizzato anche per preparare il “putsch”. Ma la maggior parte del popolo non solo ricorda il passato, ma ha anche perso completamente fiducia nella rete di Soros. I media in cui lavorano i “gesuiti” addestrati e pagati dall’Open Society Institute non ammaliano più nessuno. Le loro pretese ad essere virtuosi come gli ucraini o a seguire l’esempio degli ungheresi e simili, non hanno ricevuto risposta positiva. Ecco perché ragazzi e studenti sono oggi manipolati attraverso “plenum” ad hoc e istigati alla rivolta contro le riforme dell’istruzione. L’assurdità di tali richieste è dimostrata dal fatto che, con il sostegno di docenti e professori, si chiede di abolire l’esame di matematica per la maturità di Stato. Poi c’è stato l’attacco al valico di frontiera, cioè la stazione di polizia di frontiera di Goshince. Anche se la logica mostra che Stati Uniti e partner europei non avrebbero cercato di destabilizzare la Macedonia come nel 2001, con gli albanesi del Kosovo, ciò è successo perché la squadra di Soros ha fallito. In realtà, gli Stati Uniti d’America non volevano ricorrere agli albanesi a causa della Russia, dopo l’operazione in Crimea, dato che la possibile destabilizzazione regionale dal Kosovo e l’attacco alla Macedonia, sarebbero la prova che Stati Uniti e Unione europea, cioè la NATO e la missione dell’Unione europea in Kosovo, hanno fallito totalmente. I Balcani non si sono stabilizzati e il Kosovo come Stato non è una garanzia di stabilità, al contrario esporta destabilizzazione. Tuttavia, nonostante la logica, hanno iniziato oggi in Macedonia, mostrando panico e nervi tesi da tempo sotto pressione.
WireAP_0a095faf1e304bcfb7838653221e085b_16x9_992 E ora, perché gli USA vogliono tanto attizzare il Nord e l’intero confine nordoccidentale della Macedonia? La ragione è semplice e va fatta risalire a quando l’Istituto Carter per la democrazia, nel 1993, preparava il materiale per il centesimo anniversario della prima guerra mondiale, sottolineando le guerre balcaniche ma anche quelle nella regione del Caucaso e Mar Nero, pubblicando una ristampa delle relazioni Carnegie-Aspen. Secondo la dottrina militare dell’esercito statunitense, i Balcani (la parte occidentale) e la regione caucasica del Mar Nero sono territorialmente zone di guerra compatte che non dovrebbero essere attraversate da frontiere internazionali. Similmente all’attuale realizzazione del progetto di Stato islamico, si tratta di eliminare le frontiere tra Paesi e creare unità territoriale. Per realizzare ciò, vi è la necessità di ignorare i confini esistenti e di spezzare la continuità tradizionale di Stato e politica. Fu facile con la Macedonia, perché Slobodan Milosevich, su richiesta della Grecia, non ne riconobbe i confini fino al 1996. La prima delimitazione fu fatta dal ministro degli Interni della Repubblica federale di Jugoslavia Milutinovic (ex-ambasciatore in Grecia) e da Ljubomir Frckovski, ministro degli Interni fino al 1995 e ministro degli Esteri nei governi del SDSM del 1995-97, che apertamente lavorava per gli interessi statunitensi-greci (memorie di Gligorov e Andov). Con Kiro Gligorov, che apparteneva alla vecchia scuola politica della RFSJ, i desideri degli Stati Uniti erano difficili da raggiungere. L’operazione fu lenta e assai camuffata. Gligorov non era un grande promotore della NATO, preferiva neutralità e adesione all’Unione europea a ritmo lento, promosse la politica di neutralità attiva e l’equidistanza verso i vicini e centri di potere. Non si addiceva ai “partner” della Macedonia già posizionati nell’esercito, ministero della Difesa, polizia e ministeri degli Interni e degli Esteri. La legge di riammissione fu utilizzata e attraverso gli emendamenti avanzò anche quella sulla protezione congiunta dei confini con la Repubblica federale di Jugoslavia. Eppure, entrata pienamente in vigore dal 2001 e con una frontiera interstatale con il Kosovo, l’ex-ambasciatore statunitense Lawrence Butler di fronte ai media e in presenza dei rappresentanti dell’esercito, dimostrò che non vi è alcun confine fisico tra Macedonia e Kosovo. Così, l’ultimo attacco è la dimostrazione dello stesso messaggio, precedentemente dato in versione politica. Il presidente albanese Edi Rama ha affermato che, se la Macedonia non aderisce alla NATO, l’unità naturale dello Stato pan-albanese verrà attuata. Dato che il Kosovo è un protettorato della NATO gestito dall’Unione Europea, è interessante come l’incidente di Goshince non sia stato commentato da esse. E’ ovvio che fosse una prova per valutare terreno e reazioni del Paese.
In ogni caso, ciò che non va secondo il piano è la forte volontà dei cittadini macedoni, dopo 25 anni di terrore psicologico e blocchi permanenti, che finalmente escono dall’asilo non fidandosi più della propaganda e della reti che la diffondono. Hanno perso fiducia negli “ideali” di UE e NATO come “unica scelta” e chiedono allo Stato di superare efficacemente la crisi. Questa volta si tratta di una fase cruciale per la Macedonia. Deve agire con cautela a causa dell’ambiente (euro-atlantico), delle strutture e reti interne, della composizione etnica della popolazione e dei vicini che in un modo o nell’altro interferiscono per ragioni storiche. Le sue priorità dovrebbero includere distruzione delle reti, rinnovamento dei partiti, ridefinizione della politica dello Stato macedone in conformità con la nuova realtà mondiale, riforma dell’istruzione con introduzione di standard elevati, liberazione dello spazio mediatico dai cloni di Soros.

macedonia-administrative-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E se Putin dice la verità?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 15/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraLOUGH ERNE: G8 Summit, Hollande meets PutinIl 26 aprile la principale emittente televisiva nazionale della Russia, Rossija 1, ha intervistato il Presidente Vladimir Putin in un documentario sugli eventi recenti come l’adesione della Crimea, il colpo di Stato degli USA in Ucraina, e lo stato generale della relazioni con Stati Uniti ed Unione europea. Le sue parole erano sincere. E nell’intervento l’ex-dirigente del KGB russo ha sganciato una bomba politica nota dai servizi segreti russi da vent’anni. Putin ha dichiarato senza mezzi termini che a suo parere l’occidente sarebbe contento d’indebolire la Russia, farla soffrire e mendicare dall’occidente, qualcosa chiaramente cui il carattere russo non è disposto. Poi con un breve passo nel suo intervento, il presidente russo ha dichiarato per la prima volta pubblicamente ciò che l’intelligence russa sa da vent’anni, ma su cui è stata in silenzio finora, molto probabilmente nella speranza di una normalizzazione delle relazioni Russia-Stati Uniti. Putin ha dichiarato che il terrorismo in Cecenia e nel Caucaso russo, nei primi anni ’90, fu attivamente sostenuto dalla CIA e dai servizi segreti occidentali per indebolire deliberatamente la Russia. Ha osservato che l’intelligence russa FSB aveva documentato il ruolo occulto degli Stati Uniti, senza fornire dettagli. Putin, professionista dell’intelligence di altissimo livello, ha solo accennato nel suo discorso a ciò che è documentato in dettaglio da fonti non russe. Il rapporto ha enormi implicazioni rivelando al mondo la lunga agenda occulta dei circoli influenti a Washington per distruggere la Russia come Stato sovrano; un ordine del giorno che include il colpo di Stato neo-nazista in Ucraina e la greve guerra delle sanzioni contro Mosca. Quanto segue è tratto dal mio libro, Amerikas Heilige Krieg.

Le guerre cecene della CIA
Non molto tempo dopo che mujahidin finanziati da CIA e servizi segreti sauditi avevano devastato l’Afghanistan alla fine degli anni ’80, costringendo alla ritirata l’esercito sovietico nel 1989, e la dissoluzione dell’Unione Sovietica qualche mese più tardi, la CIA iniziò a cercare possibili luoghi nell’ex-Unione Sovietica dove i suoi “afghani arabi” potessero essere schierati per destabilizzare ulteriormente l’influenza russa nello spazio eurasiatico post-sovietico. Erano chiamati arabi afghani perché furono reclutati dagli ultraconservatori wahabiti di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Quwayt e altrove nel mondo arabo in cui si pratica l’ultra-rigida visione wahabita dell’Islam. Furono portati in Afghanistan nei primi anni ’80 da una recluta saudita della CIA inviata in Afghanistan, Usama bin Ladin. Con l’ex-Unione Sovietica nel caos totale e allo sbando, l’amministrazione di George HW Bush decise di “colpirla quando era stesa a terra”, un triste errore. Washington riposizionò i suoi terroristi afghani per creare caos e destabilizzare l’Asia centrale e anche la Federazione Russa, in crisi profonda e traumatica per il collasso economico dell’era Eltsin. Nei primi anni ’90 la società di Dick Cheney, Halliburton, aveva esaminato le potenzialità petrolifere offshore di Azerbaigian, Kazakistan e dell’intero bacino del Mar Caspio. Si stima che la regione fosse “un’altra Arabia Saudita” del valore di diversi miliardi di dollari, sul mercato attuale. Stati Uniti e Regno Unito decisero di tenere quella miniera d’oro petrolifera fuori dal controllo russo con tutti i mezzi. Il primo obiettivo di Washington fu organizzare un colpo di Stato in Azerbaigian contro il presidente Abulfaz Elchibej ed installarne uno più amichevole al Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) controllato dagli statunitensi, “il gasdotto più politico del mondo”, l’oleodotto da Baku in Azerbaijan attraversava la Georgia verso la Turchia e il Mediterraneo. All’epoca, l’unico oleodotto esistente da Baku era il gasdotto sovietico che attraversava la capitale cecena, Groznij, seguendo la rotta a nord, nel Daghestan della Russia e attraversava la Cecenia fino al porto russo sul Mar Nero di Novorossijsk. L’oleodotto era l’unico concorrente e maggiore ostacolo alla molto costosa rotta alternativa di Washington e dei giganti petroliferi inglesi e statunitensi. Il presidente Bush Sr. diede ai suoi vecchi amici della CIA il mandato di distruggere il gasdotto russo e creare un tale caos nel Caucaso che nessuna società occidentale o russa potesse considerare l’uso dell’oleodotto russo di Groznij. Graham E. Fuller, collega di Bush ed ex-vice direttore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA, fu l’architetto chiave della strategia dei mujahidin della CIA. Fuller descrisse la strategia della CIA nel Caucaso nei primi anni ’90: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utili per destabilizzare ciò che resta del potere russo“.
La CIA assunse un veterano degli sporchi trucchi, il generale Richard Secord, per l’operazione. Secord creò una società di copertura della CIA, MEGA Oil. Secord fu condannato negli anni ’80 per il ruolo centrale nelle operazioni illegali armi e droga della CIA, l’Iran-Contra. Nel 1991 Secord, ex- viceassistente del segretario alla Difesa, sbarcò a Baku e costituì la società di facciata della CIA MEGA Oil. Era un veterano delle narco-operazioni segrete della CIA in Laos durante la guerra del Vietnam. In Azerbaigian creò una compagnia aerea che trasportò segretamente centinaia di mujahidin di al-Qaida di bin Ladin dall’Afghanistan all’Azerbaijan. Nel 1993, MEGA Oil aveva reclutato e armato 2000 mujahidin, mutando Baku in una base per le operazioni dei terroristi nel Caucaso. L’operazione segreta dei mujahidin del generale Secord nel Caucaso, scatenò il colpo di stato che rovesciò il presidente Abulfaz Elchibej e piazzò Hejdar Aliev, fantoccio più flessibile degli Stati Uniti. Un rapporto segreto dell’intelligence turco trapelato al Sunday Times di Londra confermò che “due giganti della benzina, BP e Amoco, inglese e statunitense rispettivamente e che formano l’AIOC (Azerbaijan International Oil Consortium), erano dietro il colpo di Stato”. Il capo dei servizi segreti sauditi, Turqi al-Faysal, dispose che il suo agente Usama bin Ladin, che inviò in Afghanistan all’inizio della guerra dei primi anni ’80, usasse l’organizzazione afgana Maqtab al-Qidamat (MAQ) per reclutare gli “arabi afghani” per ciò che stava rapidamente divenendo la jihad globale. I mercenari di bin Ladin furono utilizzati come truppe d’assalto di Pentagono e CIA per coordinare e sostenere le offensive musulmane non solo in Azerbaigian, ma anche in Cecenia e, in seguito, Bosnia. Bin Ladin si portò un altro saudita, Ibn al-Qatab, divenuto comandante o emiro dei jihadisti in Cecenia (sic!) e il signore della guerra ceceno Shamil Basaev. Non importa che Ibn al-Qatab fosse un saudita che parlava a malapena qualche parola di ceceno, per non parlare del russo. Sapeva chi fossero i soldati russi e come ucciderli.
La Cecenia poi era tradizionalmente una società prevalentemente sufi, un ramo apolitico dell’Islam. Ma la crescente infiltrazione dei terroristi sponsorizzati, ben finanziati e ben addestrati dagli USA per predicare la jihad o guerra santa contro i russi, cambiò l’inizialmente riformista movimento di resistenza cecena. Diffusero l’ideologia estremista di al-Qaida nel Caucaso. Sotto la guida di Secord, le operazioni terroristiche dei mujahidin si estesero rapidamente nel vicino Daghestan e in Cecenia, trasformando Baku in un punto del traffico di eroina afgana della mafia cecena. Dalla metà degli anni ’90, bin Ladin pagava i capi guerriglieri ceceni Shamil Basaev e Umar ibn al-Qatab diversi milioni di dollari al mese, la fortuna di un re nell’economicamente desolata Cecenia degli anni ’90, consentendogli di emarginare la maggioranza moderata cecena. I servizi segreti statunitensi furono profondamente coinvolti nel conflitto ceceno fino alla fine degli anni ’90. Secondo Yossef Bodansky, allora direttore della Task Force del Congresso degli Stati Uniti su terrorismo e guerra non convenzionale, Washington partecipò attivamente all'”ennesima jihad anti-russa, cercando di sostenere e potenziare le forze islamiste anti-occidentali più virulenti“. Bodansky rivelò in dettaglio l’intera strategia della CIA nel Caucaso, nella sua relazione, affermando che i funzionari del governo statunitense vi parteciparono, “Una riunione formale in Azerbaijan, nel dicembre 1999, in cui i programmi specifici per addestramento e equipaggiamento dei mujahidin in Caucaso, Centro/Sud Asia e mondo arabo, furono discusse e concordate, concludendosi con il tacito incoraggiamento di Washington agli alleati musulmani (principalmente Turchia, Giordania e Arabia Saudita) e ‘società di sicurezza private’ degli Stati Uniti… ad aiutare i ceceni e i loro alleati islamici nella primavera del 2000 e sostenerne la conseguente jihad per un lungo periodo… la jihad islamista nel Caucaso era un modo per privare la Russia di un oleodotto attivo attraverso la spirale di violenza e terrorismo“. La fase più intensa delle guerre cecene calò nel 2000, solo dopo la pesante azione militare russa che sconfisse gli islamisti. Fu una vittoria di Pirro che costò un enorme numero di vite e la distruzione di intere città. L’esatto bilancio delle vittime dal conflitto ceceno istigato dalla CIA è sconosciuto. Stime non ufficiali variano da 25000 a 50000 morti e dispersi, la maggior parte civili. Le perdite russe furono vicine a 11000, secondo il Comitato delle Madri dei soldati. Le major petrolifere anglo-statunitensi e agenti della CIA erano felici. Avevano quello che volevano: il loro oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, bypassando a Groznij il gasdotto della Russia. I jihadisti ceceni, sotto il comando islamico di Shamil Basaev, continuarono la guerriglia dentro e fuori la Cecenia. La CIA si riorientava nel Caucaso.

baku_pipelines_risultatoIl legame saudita di Basaev
Basaev era parte fondamentale della Jihad Globale della CIA. Nel 1992 incontrò il terrorista saudita Ibn al-Qatab in Azerbaijan. Dall’Azerbaijan, Ibn al-Qatab portò Basaev in Afghanistan per incontrare l’alleato, il saudita Usama bin Ladin. Il ruolo di Ibn al-Qatab era reclutare musulmani ceceni disposti a intraprendere la jihad contro le forze russe in Cecenia, per conto della strategia segreta della CIA per destabilizzare la Russia post-sovietica e garantire il controllo anglo-statunitense sul Caspio. Una volta tornati in Cecenia, Basaev e al-Qatab crearono la Brigata Internazionale Islamica (IIB) con denaro saudita e intelligence della CIA, coordinata dal collegamento saudita a Washington, l’ambasciatore e amico dei Bush principe Bandar bin Sultan. Bandar, ambasciatore saudita a Washington per oltre vent’anni, era così intimo della famiglia Bush che George W. Bush disse che il playboy saudita “Bandar Bush” era un membro onorario della famiglia. Basaev e al-Qatab fecero arrivare in Cecenia combattenti sauditi del ceppo fanatico wahabita dell’Islam sunnita. Ibn al-Qatab comandava coloro che erano chiamati “mujahidin arabi in Cecenia”, suo esercito privato di combattenti arabi, turchi e altri stranieri. Fu anche incaricato di creare campi di addestramento paramilitare nelle montagne del Caucaso della Cecenia, addestrando ceceni e musulmani delle repubbliche russe del Caucaso del Nord e dell’Asia centrale. La Brigata Internazionale Islamica finanziata da sauditi e CIA era responsabile non solo del terrorismo in Cecenia. Compì nell’ottobre 2002 il sequestro di ostaggi nel Teatro di Mosca, Dubrovka, e il raccapricciante massacro della scuola di Beslan del settembre 2004. Nel 2010, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pubblicò il seguente rapporto sulla Brigata Internazionale Islamica di al-Qatab e Basaev: “La Brigata Internazionale Islamica (IIB) fu indicata il 4 marzo 2003… come associata ad al-Qaida, Usama bin Laden e taliban “partecipando a finanziamento, progettazione, supporto, preparazione e attuazione di atti o attività, in collegamento, in nome di, per conto o a sostegno di al-Qaida… La Brigata Internazionale Islamica (IIB) fu fondata e guidata da Shamil Salmanovich Basaev (deceduto) ed è collegata al Battaglione ricognizione e sabotaggio dei Martiri ceceni Rijadus-Salikhin (RSRSBCM)… e al Reggimento forze speciali islamico (SPIR)… La sera del 23 ottobre 2002, i membri di IIB, RSRSBCM e SPIR congiuntamente sequestrarono oltre 800 ostaggi al Teatro di Mosca (Dubrovka). Nell’ottobre 1999, emissari di Basaev e al-Qatab si recarono nella base di Usama bin Ladin, nella provincia afghana di Kandahar, dove bin Ladin accettò di fornire assistenza militare sostanziale e aiuti finanziari, e anche di prendere accordi per inviare in Cecenia centinaia di combattenti per lottare contro le truppe russe e perpetrare atti di terrorismo. Nello stesso anno, bin Ladin inviò ingenti somme di denaro a Basaev, Movsar Baraev (capo del SPIR) e al-Qatab, da utilizzare esclusivamente per l’addestramento militare, reclutamento di mercenari e acquisto di munizioni”. La “ferrovia terrorista” afgano-caucasica di al-Qaida, finanziata dall’intelligence saudita, aveva due obiettivi. Uno era l’obiettivo saudita di diffondere la fanatica jihad wahabita nell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica. Il secondo era l’obiettivo della CIA di destabilizzare la Federazione Russa post-sovietica e farla collassare.

Beslan
Il 1° settembre 2004 i terroristi di Basaev e dell’IIB di al-Qattab presero più di 1100 persone in ostaggio, tra cui 777 bambini, nella Scuola Numero Uno (SNO) di Beslan, in Ossezia del Nord, repubblica autonoma nel Caucaso settentrionale della Federazione russa, vicino al confine della Georgia. Il terzo giorno della crisi degli ostaggi, mentre esplosioni furono sentite nella scuola, FSB e altre truppe russe d’élite assaltarono l’edificio. Alla fine, almeno 334 ostaggi furono uccisi, tra cui 186 bambini, con un numero significativo di feriti e dispersi. Fu poi chiaro dopo che le forze russe avevano gestito male l’intervento. La propaganda di Washington, da Radio Free Europe al New York Times e CNN, non persero tempo a demonizzare Putin e la Russia per la cattiva gestione della crisi di Beslan, piuttosto che concentrarsi sui legami di Basaev con al-Qaida e i servizi segreti sauditi. Ciò avrebbe denunciato al mondo le relazioni intime tra la famiglia del presidente degli Stati Uniti George W. Bush e la famiglia miliardaria saudita dei bin Ladin. Il 1 settembre 2001, dieci giorni prima degli attentati al World Trade Center e al Pentagono, il capo dei servizi segreti sauditi, il principe di cultura statunitense Turqi bin Faysal al-Saud che dirigeva l’ntelligence saudita dal 1977, e anche l’intera operazione dei mujahidin di Usama bin Ladin in Afghanistan e Caucaso, all’improvviso e inspiegabilmente si dimise, pochi giorni dopo aver accettato un nuovo mandato a capo dell’intelligence dal suo re. Non diede alcuna spiegazione e fu subito spedito a Londra, lontano da Washington. La cronaca degli intimi legami tra le famiglie bin Ladin e Bush fu insabbiata, in realtà del tutto cancellata con la motivazione della “sicurezza nazionale” (sic!) dalla relazione ufficiale della Commissione sull’11 settembre degli Stati Uniti. L’origine saudita di quattordici dei diciannove presunti terroristi dell’11 settembre a New York e Washington, fu anch’essa eliminata dal rapporto finale della Commissione 911 del governo degli Stati Uniti, pubblicata solo nel luglio 2004 dall’amministrazione Bush, quasi tre anni dopo i fatti.
Basaev si vantò di aver inviato i terroristi a Beslan. Le sue richieste includevano la completa indipendenza della Cecenia dalla Russia, che avrebbe dato a Washington e Pentagono un enorme pugnale strategico sul ventre meridionale della Federazione russa. Alla fine del 2004, a seguito del tragico dramma di Beslan, il Presidente Vladimir Putin ordinò una missione cerca e distruggi segreta all’intelligence russa, per dare la caccia ed eliminare i capi dei mujahidin di Basaev nel Caucaso. Al-Qatab fu ucciso nel 2002. Le forze di sicurezza russe scoprirono che la maggior parte dei terroristi ceceni, afgani ed arabi era fuggita. Si erano messi al sicuro in Turchia, membro della NATO; in Azerbaijan, quasi membro della NATO; in Germania, altro membro della NATO; a Dubai, uno dei più stretti alleati arabi degli Stati Uniti, e nel Qatar, strettissimo alleato degli Stati Uniti. In altre parole, i terroristi ceceni trovarono nella NATO un santuario.

energia_fig_vol1_001330_011F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica dalla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tra “Turkish Stream” e genocidio armeno: il doppio gioco della Turchia

Andrej Rezchikov e Mikhail Moshkin, Rusvesna, 15 maggio 2015 – Fort Russ605x328putin_erdoganLa Turchia sembra essere seriamente offesa dalla Russia per la sua posizione sul genocidio armeno: dichiarazioni ostili, anche sulla Crimea, si susseguono. Le relazioni tra i due Paesi si raffreddano interessando il progetto, fondamentale per la Russia, del “Turkish stream“?

Il ministro degli Esteri turco Chavushoglu ha scoperto violazioni dei diritti umani in Crimea
Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu ha detto che la delegazione turca informale, che ha visitato la Crimea, ha trovato segni di violazioni dei diritti umani. “In particolare, i tartari della Crimea continuano ad essere sotto pressione“, ha detto. Secondo il ministro degli Esteri, la delegazione informale era composta da due gruppi. “Uno ha incontrato le attuali autorità de facto della Crimea (così la Turchia sottolinea di non riconoscere la legittimità delle autorità della Crimea – ndr). L’altro si mescolava con la gente del posto studiando la situazione della popolazione, parlando con essa brevemente. Il rapporto sarà pubblicato in seguito“, ha promesso il ministro alla conferenza stampa del vertice dei ministri degli esteri della NATO, tenutosi nella città di Belek, nei pressi di Antalya. Le osservazioni di Chavushoglu sono strane, date le dichiarazioni dei membri della delegazione turca in visita in Crimea. Il 29 aprile, il capo della delegazione Mehmet Uskul, arrivato nella Repubblica per la visita di tre giorni, ha dichiarato di essere soddisfatto della situazione dei tartari della Crimea. “In due giorni la nostra delegazione ha incontrato il governo di Crimea, rappresentanti pubblici, visitato i luoghi di residenza dei tatari di Crimea“, riferiva RIA Novosti citando il capodelegazione. “Ciò che vedo oggi è incoraggiante, sono incredibilmente grato alla Crimea per l’ospitalità e, a sua volta, le invitiamo a visitare la Turchia“.

“Annessione illegale della Crimea”
Ancora più drammatiche le dichiarazioni di altri capi turchi. “L’annessione illegale della Crimea non può essere riconosciuta in alcun modo”, annunciava il primo ministro Ahmet Davutoglu alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO. Come riportato da RIA Novosti, il primo ministro turco ha chiesto di sostenere l’Ucraina, “in modo che possa provvedere alla sicurezza del proprio popolo“. “Tendendo una mano all’Ucraina, non dobbiamo dimenticare le sofferenze del popolo della Crimea… tenersi in contatto con i tartari della Crimea e impedirne l’isolamento è fondamentale“, ha detto Davutoglu, il cui discorso è stato trasmesso sul sito web della NATO. Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu, a sua volta ha detto, parlando alla stessa riunione, che le azioni della Russia contro Ucraina, Crimea e Georgia non possono essere considerate valide.

Alla Georgia hanno promesso un posto nella NATO
Il tema georgiano risuonò nel discorso del capo del ministero degli Esteri turco il giorno successivo. Chavushoglu ha detto che la Turchia sostiene l’adesione della Georgia alla NATO. “Ora abbiamo quattro Paesi candidati, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Georgia. E vogliamo che il vertice del 2016 abbia per scopo l’ampliamento (dell’Alleanza)“, ha detto Chavushoglu. Nota, su questo tema Ankara “mette il carro davanti ai buoi”. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nella riunione dell’11 maggio a Bruxelles con il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, pur sottolineando che “la Georgia si avvicina alla NATO”, non ha chiesto alcuna scadenza specifica per l’eventuale adesione all’Alleanza. Il segretario generale della NATO non ha parlato dell’espansione dell’Alleanza in occasione della riunione ministeriale di Antalya. Ha tuttavia ammesso che “la NATO aumenta la presenza nella parte orientale dell’Alleanza, anche nella regione del Baltico“. Ciò che Stoltenberg chiama rafforzamento è “la reazione alle azioni della Russia in Ucraina” quale misura “di natura puramente difensiva”. “Le nostre azioni sono proporzionate e rispettano pienamente i nostri obblighi internazionali“, ha detto il segretario generale dell’Alleanza.

“A tal proposito un compromesso è impossibile”
E’ evidente che le dichiarazioni antirusse di Ankara, anche menzionando la politica “sbagliata” di Mosca in Crimea e Ucraina, fanno seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Erevan per il 100° anniversario del genocidio armeno. Il 24 aprile Putin ha visitato il memoriale Tsitsernakaberd, istituito nel ricordo della tragedia del 1915, e ha dichiarato che “non ci può essere alcuna giustificazione per ciò che è successo“. La Turchia, per cui la questione del riconoscimento del genocidio è il soggetto più doloroso, ha reagito immediatamente. “Nonostante tutti i nostri avvertimenti, il Presidente della Russia Putin ha descritto gli eventi del 1915 quale genocidio, cosa che non accettiamo e che condanniamo“. Ha detto la dichiarazione del ministro degli Esteri turco. “Perciò vi fu una conversazione tra i leader dei nostri due Paesi, Recep Tayyip Erdogan sapeva bene dei piani di Putin per visitare l’Armenia, è anche che il nostro Paese sarà rappresentato a livello molto alto, il 24 aprile, in Turchia“, ha detto ai giornalisti l’assistente del Presidente Putin Jurij Ushakov. Il segretario stampa del Presidente, Dmitrij Peskov, ha detto che la Russia apprezza le relazioni con la Turchia e non ritiene che la partecipazione del Presidente Vladimir Putin agli eventi commemorativi in Armenia influenzi negativamente queste relazioni. Tuttavia, tre giorni dopo, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “ricordato” la Crimea. Il capo turco ha detto che la Russia dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni in Crimea e Ucraina prima di condannare il massacro degli armeni da parte degli ottomani nel 1915. L’8 maggio, il quotidiano turco “Milliyet” ha riferito che il presidente Erdogan, in un incontro con degli storici turchi, non ha escluso la possibilità di richiamare l’ambasciatore a Mosca per la posizione della Russia sul genocidio armeno, almeno questo è stato sostenuto dallo storico Mustafa Armagan presente alla riunione. Ha riferito le parole del capo turco così: “il presidente ha detto di aver discusso al telefono la questione con Putin e gli ha detto che era deluso. Secondo lui, il nostro rapporto con Mosca è buono, si comprende con con il Presidente della Russia, ma a tal proposito è impossibile avere compromessi. Erdogan ha sottolineato che, se necessario, la Turchia richiamerà l’ambasciatore dalla Russia e ridurrà le relazioni diplomatiche al console generale o incaricato d’affari“.

Sulla via del Turkish stream
Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Mosca (almeno, a livello di retorica) è in forte contraddizione con la continua e approfondita cooperazione economica tra i due Paesi, soprattutto nel settore energetico. Il governo russo ha approvato il piano aggiornato dei gasdotti comprendente il “Turkish stream“. Il 9 maggio, la società italiana Saipem, appaltatrice della costruzione del gasdotto, ha riferito che Gazprom ha ordinato di avviarne i lavori di costruzione. Durante i negoziati preliminari tra il direttore di Gazprom Aleksej Miller e il ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali della Turchia, Taner Yildiz, è stato deciso di avviare le operazioni del gasdotto nel dicembre 2016. Si presume che il gas del primo gasdotto, per un volume di 15,75 miliardi di metri cubi, andrà sul mercato turco. Come già spiegato al giornale “Vzglyad” dalla ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova, il “Turkish stream” è molto vantaggioso per la Turchia, in quanto nel “South Stream” era solo uno Stato di transito, ed ora effettivamente depositerà il gas e potrà unirvi il gas del gasdotto TANAP (progetto in collaborazione con l’Azerbaigian). Il vantaggio per la Russia è evidente, se il progetto “Turkish stream” diverrà realtà, la questione dei rischi di transito del gas ai consumatori europei attraverso l’Ucraina perderà rilevanza. Un mese prima l’AD di Gazprom Aleksej Miller ha detto che il fallimento del vecchio progetto, “South Stream“, perseguiva uno scopo, conservare il transito del gas attraverso l’Ucraina all’Europa. “Se qualcuno pensa che, anche bloccando il “Turkish stream”, di raggiungere tale obiettivo, è in grave errore“, aveva detto Miller. L’attuazione del progetto (la capacità del nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere i 63 miliardi di metri cubi) chiaramente infastidisce gli Stati Uniti. Come già indicato dal quotidiano “Vzglyad“, l’inviato speciale del dipartimento di Stato per gli affari internazionali dell’energia, Amos Hochstein, ha ammesso presso i Greci, ad Atene, che gli USA non vogliono un gasdotto russo attraversi la loro terra. Del volume totale di 63 miliardi di metri cubi, circa 50 sarebbero consegnati a un hub sul confine turco-greco. “Certo, gli Stati Uniti non vogliono questo gasdotto, come Hochstein ha onestamente e direttamente spiegato durante il nostro ultimo incontro“, ha ammesso il ministro per la Riforma industriale, Ambiente ed Energia della Grecia, Panagiotis Lafazanis. Il progetto del transito del gas russo ai clienti europei attraverso la Turchia e l’hub greco è stato reso possibile dall’accordo del dicembre dello scorso anno tra i Presidenti Putin e Erdogan.

La relazione non sarà sacrificata
Il direttore del centro di ricerca “Medio Oriente-Caucaso” Stanislav Tarasov ritiene che non sia necessario parlare di alcun raffreddamento delle relazioni russo-turche. Secondo lui, nel Paese s’è sviluppata una seria lobby pro-russa che, “con qualsiasi cambiamento di regime non sacrificherà i rapporti russo-turchi”. “I capi che fanno tali affermazioni non hanno alcuna visione politica. Non hanno futuro. Il benessere della Turchia dipende ora dalla Russia. È Vladimir Putin che può mantenere stabile il regime di Erdogan, che potrebbe perdere le elezioni parlamentari. La Turchia si trova nell’instabilità geopolitica. C’è una questione curda, una questione siriana, l’Iraq… Sono circondati da nemici e Chavushoglu vuole che la Russia diventi anch’essa nemica. E neanche lui avrà successo“, ha detto Tarasov al giornale “Vzglyad“. È convinto che il capo del Ministero degli Esteri turco abbia fatto dichiarazioni opportunistiche. Tarasov ha suggerito che tale retorica è stata preceduta da una serie di eventi. Prima di tutto il vertice della NATO a Antalya, così come la visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi. A tal proposito, “Ankara s’è resa conto che le grandi potenze giocano senza di essa. I colloqui a Sochi non erano solo sull’Ucraina, ma anche su Yemen, Iraq, Siria. E la Turchia è direttamente coinvolta in tali processi. La Turchia voleva invadere la Siria, ma non le è stato permesso e la diplomazia turca è giunta a un punto morto, e le elezioni parlamentari di giugno sono imminenti. Da qui tali dichiarazioni contraddittorie“, ritiene l’esperto. Inoltre, l’analista politico è certo che le dichiarazioni antirusse di Chavushoglu testimonino il tramonto della sua carriera. Ha ricordato che la Turchia non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. “Molti turchi sono assai contenti che la Crimea si sia unita alla Russia. Quando la diaspora dei tatari di Crimea in Turchia ha saputo che il flirt del Majlis del popolo tartaro di Crimea con Kiev era finto nel disastro, ha espresso il desiderio di tornare in Crimea. Sei milioni di persone possono approfittarne. Solo in Crimea saranno accettati come tatari di Crimea, in Turchia sono turchi“, ha detto.

La Turchia distrae l’occidente
Le dure critiche delle autorità turche nei confronti della Russia sono legate alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Antalya, secondo la ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova. “Dato che John Kerry arrivato qui ed ha avuto trattative con i rappresentanti delle autorità turche, la Turchia doveva in qualche modo sostenere politicamente la NATO”, ha detto al giornale Vzglyad. I negoziati dei ministri degli Esteri dell’Alleanza sono iniziati il 13 maggio, principale argomento discusso era la politica verso la Russia sulla situazione in Ucraina. Kudrjashova ha notato che il presidente turco ha anche rifiutato di recarsi in Russia per la Parata del Giorno della Vittoria”. Erdogan doveva ancora trovare qualche motivo per non parteciparvi. Dopo tutto, la Turchia è stata accusata dai Paesi occidentali di non adesione alle sanzioni, di sviluppare piani economici, per esempio il “Turskish stream“, ha detto l’esperta. “Al fine di distogliere l’attenzione dei Paesi occidentali, per difendersi dalle critiche per le relazioni economiche con la Russia, la Turchia doveva dimostrare che è politicamente schierata con l’occidente, sostiene i principi base della NATO, non supporta politicamente la Russia, condanna gli eventi in Crimea e Ucraina“. Criticare politicamente la Russia è ancora necessario. “Allora, Erdogan ha capitalizzato l’intervento di Putin sul genocidio armeno trovando una comoda copertura per condannare la Russia”, ha detto Kudrjashova. “Allo stesso tempo, la Turchia non potrà mai abbandonare gli interessi economici in Russia, è molto pragmatica e capisce che le sanzioni danno alla Turchia una possibilità“, ha detto l’esperta.

w645_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 545 follower