La minaccia delle armi biologiche etniche

Tony Cartalucci – LD 30 novembre 2017La filiale di biologia molecolare del 59.mo Stormo medico dell’US Air Force ha rivelato di aver raccolto specificamente campioni di RNA e tessuti sinoviali (connettivi) russi, suscitando timori in Russia su un possibile programma specifico di armi biologiche etniche degli Stati Uniti. L’articolo di TeleSUR, “Timori sulla ‘bomba etnica’ mentre l’aeronautica statunitense conferma la collezione di DNA russo“, riferisce: “La Russia si preoccupa dei tentativi delle forze armate statunitensi di raccogliere campioni di DNA dai cittadini russi, rilevando il potenziale uso di tali campioni biologici per creare nuove armi per la guerra genetica. L’aeronautica statunitense ha cercato di placare le preoccupazioni del Cremlino, osservando che i campioni sarebbero stati usati solo per cosiddetti scopi di “ricerca” piuttosto che bioterrorismo. Riferendosi ai rapporti russi, il portavoce del Comando dell’US Air Education and Training Captain Beau Downey ha detto che il suo centro ha scelto casualmente il popolo russo come fonte di materiale genetico nella ricerca del sistema muscolo-scheletrico”. Il rapporto affermerebbe inoltre che: “Tuttavia, l’uso di campioni di tessuti russi nello studio dell’USAF ha alimentato il vecchio sospetto che il Pentagono continui a sviluppare una presunta “arma biologica” rivolta specificamente ai russi”. Il Presidente Vladimir Putin avrebbe dichiarato: “Sapete che materiale biologico viene raccolto in tutto il Paese, da diversi gruppi etnici e persone che vivono nelle diverse regioni geografiche della Federazione Russa? La domanda è: perché? È intenzionale e professionale”. Mentre le forze armate statunitensi tentano d’ignorare l’idea che qualsiasi tipo di arma biologica etnica sia oggetto di ricerca, la nozione di tale arma non è affatto inverosimile. I documenti politici statunitensi le includono nella pianificazione geopolitica e militare degli USA da due decenni, e l’Aeronautica statunitense stessa ha prodotto documenti riguardanti le varie combinazioni in cui tali armi si potrebbero usare. C’è anche la storia inquietante delle nazioni occidentali che hanno perseguito specifiche armi biologiche etniche in passato, come il regime dell’apartheid in Sud Africa che cercò di utilizzare il programma nazionale di vaccinazione come copertura per sterilizzare segretamente la popolazione nera. Le carte politiche degli Stati Uniti hanno discusso di bioarche etniche specifiche, “Nel rapporto del neo-conservatore Per un nuovo secolo americano (PNAC) del 2000 intitolato. “Ricostruire le difese dell’America” si afferma: “La proliferazione di missili balistici e da crociera e di velivoli senza pilota a lungo raggio (UAV) renderà molto più facile proiettare potenza militare in tutto il mondo. Le munizioni stesse saranno sempre più precise, mentre nuovi metodi di attacco, elettronico, “non letale”, biologico, saranno ancor più disponibili”. (p.71) Inoltre dichiarava: “Anche se ci vorrà qualche decennio perché il processo di trasformazione si compia, l’arte della guerra in aria, terra e mare sarà molto diversa dall’attuale, e il “combattimento” probabilmente avrà luogo in nuove dimensioni: spazio, “cyber-spazio” e forse mondo dei microbi”. (p.72) E infine: “E forme avanzate di guerra biologica che possono “colpire” specifici genotipi possono trasformare la guerra biologica da regno del terrore in strumento politicamente utile”. (p.72) Più di recente, nel 2010, l’aeronautica statunitense in un documento di controproliferazione intitolato “Biotecnologie: patogeni geneticamente modificati“, elenca diversi modi in cui tali armi potrebbero essere utilizzate: “Il gruppo JASON, composto da scienziati accademici, era consulente tecnico del governo degli Stati Uniti. Il suo studio ha generato sei classi di patogeni geneticamente modificati che potrebbero rappresentare gravi minacce per la società. Questi includono, ma non si limitano, armi biologiche binarie, geni progettati, terapia genica come arma, virus stealth, malattie trasmissibili e malattie progettate”. Il documento discute la possibilità che una “malattia possa spazzare via l’intera popolazione o un determinato gruppo etnico“. Mentre il documento sostiene che lo scopo è studiare tali armi per svilupparne le difese, la storia delle aggressioni militari globali degli USA, quale unica nazione ad aver mai usato armi nucleari contro un altro Stato nazione, suggerisce l’alta probabilità che se tali armi possono essere prodotte, gli Stati Uniti le avranno già stoccate, se non già schierate.

Il programma Coast del Sud Africa e il Biotech
La nozione dell’occidente che utilizza tali armi ha già un precedente allarmante. Il regime dell’apartheid in Sud Africa, nel rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Project Coast: il programma di guerra chimica e biologica dell’apartheid”, spiega: “Ci fu una certa interazione tra i laboratori di ricerca Roodeplaat (RRL) e Delta G (laboratori di armi biologiche e chimiche), con Delta G che prese alcuni progetti biochimici di RRL ed RRL che eseguiva test su animali di alcuni prodotti Delta G. Un esempio di questa interazione riguardava il lavoro anti-fertilità. Secondo i documenti dei RRL (Roodeplaat Research Laboratories), la struttura aveva numerosi brevetti volti a sviluppare un vaccino anti-fertilità. Questo era un progetto personale del primo amministratore delegato di RRL, dott. Daniel Goosen. che svolse ricerche sui trapianti di embrioni, e disse alla TRC che lui e Basson avevano discusso la possibilità di sviluppare un vaccino anti-fertilità che potesse essere somministrato in modo selettivo, all’insaputa del ricevente. L’intenzione, disse, era somministrarla a donne sudafricane nere”. All’epoca, la tecnologia sembrava non essere sufficientemente matura per realizzare le ambizioni del regime dell’apartheid. Tuttavia, la tecnologia non solo oggi esiste, ma ci sono esempi di come sia usata con effetti spettacolari finora, ma potrebbe altrettanto facilmente essere usata per danneggiare. Il suddetto documento dell’US Air Force entra nei dettagli riguardanti ciascuna arma elencata, inclusa una: “terapia genica che potrebbe essere la pallottola d’argento del trattamento di malattie genetiche umane. Questo processo comporta la sostituzione di un gene cattivo con uno buono normalizzando la condizione del ricevente. Il trasferimento del gene “sano” richiede che il vettore raggiunga l’obiettivo. I vettori comunemente usati sono “virus geneticamente modificati per trasportare DNA umano normale” come “retrovirus, adenovirus, virus adeno-associati e virus herpes simplex”. La terapia genica è già utilizzata negli studi clinici per curare in modo permanente tutto, dai tumori del sangue alle malattie genetiche rare”. Il New York Times, in un articolo intitolato, “La terapia genica crea una pelle sostitutiva per salvare un moribondo”, riferisce una delle ultime scoperte utilizzando la tecnologia, affermando: “I medici in Europa hanno usato la terapia genica per far crescere fogli di pelle sana che hanno salvato la vita di un ragazzo con una malattia genetica che gli aveva distrutto la maggior parte della pelle, secondo quanto riferito dal team alla rivista Nature. Questo non è stato il primo utilizzo del trattamento, che aggiunge la terapia genica a una tecnica sviluppata per coltivare innesti cutanei per le vittime di ustioni. Ma era di gran lunga la maggior parte della superficie corporea mai coperta da un paziente con una malattia genetica: nove piedi quadrati”. Si potrebbe immaginare un’arma malvagia usata al contrario per eliminare i geni che mantengono la pelle sana, causando la formazione di vesciche sulla pelle della vittima. Nell’utilizzare la terapia genica come arma, il rapporto dell’US Air Force nota: “Si prevede che la terapia genica aumenti di popolarità. Continuerà ad essere migliorata e potrebbe essere indubbiamente scelta come arma biologica. La rapida crescita della biotecnologia potrebbe innescare maggiori opportunità di trovare nuovi modi per combattere le malattie o crearne di nuove. Le nazioni attrezzate a gestire le biotecnologie probabilmente considereranno la terapia genica una valida arma biologica. Gruppi o individui senza risorse o finanziamenti troveranno difficile produrne”. Riguardo ai “virus invisibili”, una variante della tecnica di terapia genica armata, il rapporto afferma: “Il concetto base di questa potenziale arma biologica è “produrre un’infezione virale criptica, strettamente regolata, che può entrare e diffondersi nelle cellule umane usando vettori” (simile alla terapia genica) e poi rimanere latente per un periodo di tempo fin quando non viene innescata da un segnale esterno. Il segnale quindi potrebbe stimolare il virus a causare gravi danni al sistema. I virus stealth potrebbero anche essere adattati per infettare segretamente una popolazione presa di mira a lungo periodo usando la minaccia di attivarla per ricattarla”. Con le terapie geniche già approvate per la vendita nell’Unione europea e negli Stati Uniti, e con altre in arrivo, non è impossibile che anche le terapie genetiche nascoste e armate siano già state sviluppate, e siano in attesa o già dispiegate come “virus stealth”.Sviluppo e diffusione
Gli Stati Uniti hanno una rete globale di laboratori e centri di ricerca medici militari. Oltre al 59.mo Stormo medico coinvolto nella raccolta del materiale genetico russo, gli Stati Uniti coprono l’intera regione del sud-est asiatico da Bangkok, in Thailandia, coll’Istituto di ricerca delle scienze mediche (AFIRMS). Mentre afferma pubblicamente che “conduce ricerche mediche all’avanguardia e sorveglia le malattie per sviluppare e valutare prodotti medici, vaccini e diagnostica per proteggere il personale del DoD dalle malattie infettive“, il personale, le attrezzature e la ricerca potrebbero facilmente essere usati per scopi duali creando qualsiasi bioarca etnica specifica “teorica” summenzionata. Il sito dell’ambasciata USA in Thailandia afferma che AFIRMS è la più grande rete mondiale di laboratori medici militari, sostenendo: “AFRIMS è la più grande rete mondiale di laboratori di ricerca medica all’estero del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, con laboratori gemelli in Perù, Kenya, Egitto, Repubblica di Georgia e Singapore. USAMD-AFRIMS ha circa 460 membri (prevalentemente tailandesi e statunitensi) e un budget di ricerca annuale di circa 30-35 milioni di dollari”. Con laboratori in Sud America, Europa, Africa e Asia, e attraverso l’uso di subappaltatori, l’esercito statunitense ha accesso a una varietà di materiali e strutture genetiche per condurre ricerche e sviluppare tutte le armi descritte dai documenti politici. Attraverso i programmi finanziati dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, gli Stati Uniti potrebbero facilmente creare campagne di “vaccini” e “cliniche” per impiegare le armi biologiche sopra descritte in vari modi.Combattere al buio e illuminare
Il documento dell’US Air Force sottolineava anche: “Gli attacchi da guerra biologica possono assomigliare ad epidemie naturali e sarebbe molto difficile risalire alla fonte, sottovalutando così le azioni del perpetratore”. E in effetti, le nazioni senza la capacità di sequenziare, rilevare e reagire in modo indipendente armi biologiche genetiche etniche specifiche potrebbero essere già state prese di mira, o potrebbero essere prese di mira in qualsiasi momento senza alcun modo di saperlo, per non parlare di reagire. D’altra parte, le nazioni con non solo un’industria biotech ben sviluppata, ma anche con laboratori militari focalizzati sia sul rilevamento che sul lancio di una guerra biologica con tali armi, combatterebbe una guerra contro un nemico bendato. Per rimuovere la benda, i governi e le istituzioni militari di tutto il mondo, così come le comunità e le istituzioni locali, dovrebbero sviluppare ed avere accesso a un mezzo rapido ed efficiente per sequenziare il DNA, individuare anomalie e sviluppare possibili terapie geniche correttive o “patch” di DNA armati dannosi introdotti nella popolazione. La sorveglianza della guerra biologica dovrebbe essere effettuata non solo sulla popolazione di una nazione, ma anche su cibo e acqua, patrimonio zootecnico, fauna selvatica ed insetti. Le colture geneticamente modificate sono state progettate per colpire e spegnere i geni degli insetti e potrebbero essere altrettanto facilmente utilizzate per colpire i geni umani. L’articolo di Science Daily, “Le colture che uccidono i parassiti spegnendone i geni“, afferma: “Le piante sono tra i molti eucarioti che possono “spegnere” uno o più dei loro geni usando un processo chiamato interferenza RNA per bloccare la traduzione delle proteine. I ricercatori ora armano questo processo con colture ingegneristiche per produrre specifici frammenti di RNA che, dopo l’ingestione da parte degli insetti, provocano interferenze RNA arrestando un gene bersaglio essenziale per la vita o la riproduzione, uccidendo o sterilizzando gli insetti”. Gli studi sono ancora in corso per determinare quali danni gli organismi geneticamente modificati (OGM), allo stato attuale, fanno alla salute umana. Individuare e reagire a OGM sottili e armati sarà ancora più difficile. L’uso di zanzare geneticamente modificate per inoculare “vaccini” è un altro possibile vettore per le armi biotecnologie. La natura sempre più “globale” di molti programmi di vaccinazione è anche un pericolo incombente, soprattutto perché sono diretti principalmente da potenze occidentali, che protessero, cooperarono, aiutarono e persino favorirono il regime dell’apartheid sudafricano, anche su vari programmi di armamenti. Il biotech non è solo questione di economia, ma anche questione di sicurezza nazionale. Consentire a società straniere che rappresentano interessi stranieri compromessi o nebulosi di produrre vaccini per uso umano o veterinario o di alterare i genomi delle colture agricole di una nazione, per qualsiasi beneficio percepito, non può evitare possibili ed attuali minacce. In un mondo in cui la guerra si estende allo spazio cibernetico e genetico, le nazioni che non dispongono di sistemi sanitari indipendenti in grado di produrre propri vaccini o di gestire la propria biodiversità, si ritrovano indifese come nazioni senza eserciti, flotte o aeronautiche. Per quanto impressionanti siano le capacità militari convenzionali di una nazione, la mancanza di una pianificazione e di difese adeguate a questa nuova e crescente minaccia biotech attenua i possibili vantaggi e massimizza tale fatale debolezza. Se la genetica è una forma d’informazione vivente, i concetti IT familiari agli esperti di sicurezza possono rivelarsi utili per spiegare come salvaguardarsi dal “codice” malevolo introdotto nei nostri sistemi viventi. La capacità di “scansionare” il nostro DNA ed individuare il codice dannoso, rimuoverlo o curarlo e di sviluppare salvaguardie contro di esso, includendo il “backup” dei singoli genomi biologicamente e digitalmente, non impedirà alle armi biologiche di creare danni, ma li mitigherà, riducendo un possibile sterminio di un’intera etnia o razza a un focolaio contenibile e relativamente minore.
A differenza delle armi nucleari, ricerca e sviluppo di questi strumenti biotecnologici sono accessibili praticamente a qualsiasi governo nazionale e persino a molte istituzioni private. Integrare la biotecnologia nella pianificazione e realizzazione della sicurezza nazionale di una nazione non è più facoltativa o speculativa. Se gli strumenti per manipolare e indirizzare i geni per sempre esistono già, esistono anche gli strumenti per abusarne.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’Ungheria nel mirino di Soros

Tom Luongo, 29 novembre 2017Nonostante siano stati amici intimi, non vi è alcuna fuga d’amore tra il Presidente ungherese Viktor Orban e il miliardario campione del cambio di regime George Soros. Orban, come il Presidente Vladimir Putin, ha assunto il ruolo della difesa degli interessi dell’Europa orientale contro Soros, come Putin degli interessi della Russia. E questo è precisamente il motivo per cui entrambi sono diffamati dai media occidentali come dittatori neo-hitleriani. Naturalmente, tale caratterizzazione è praticamente senza senso, ma questo è il campo di cui ci occupiamo oggi. Negli ultimi mesi Orban è sul sentiero della rielezione, chiedendo apertamente che l’influenza di Soros su politica, istruzione e governo ungheresi sia sradicata. E Soros ha risposto con una confutazione scritta male che aiuta la credibilità dell’accusa di Orban. Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Nemmeno l’annuncio della scorsa settimana del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si appresta a spendere 700000 dollari per agire contro la rielezione di Orban.

Smascherare Soros
Qual è la novità che ciò implica. L’annuncio pubblico dell’addetto d’affari David Kostelancik l’ha detto, in aperta opposizione al buon rapporto di Trump con Orban e mettendo in difficoltà il segretario di Stato Rex Tillerson. Non è un segreto che l’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest sia ancora presidiata dagli incaricati dell’amministrazione Obama che continuano i loro compiti perché il Congresso si rifiuta di confermare le nomine di Trump e Tillerson su quest’area. Quindi, è ovvio che si tratti della mossa disperata di Soros per attivare i suoi servi nel dipartimento di Stato. Questa è una palese violazione della politica dichiarata da Trump a non impegnarsi più nei cambi di regime. È anche il culmine dell’ipocrisia dell’isteria russofoba sui media statunitensi nelle elezioni del 2016. L’influenza di Soros in Europa viene diffusa a tutti i livelli. Due settimane prima qualcuno pubblicava la “Lista di Soros” dei deputati al Parlamento europeo e di altri funzionari dell’Unione europea che finanzia e presumibilmente ha sotto controllo. Non ho sentito alcuna smentita da tale gruppetto, e ciò può e deve essere considerato un’ammissione. E a causa di ciò che il costo per continuare ad influenzare le cose da dietro le quinte sia aumentato drammaticamente. Si ricordi che a luglio Israele, tra tutti i posti, fece di tutto per criticare l’influenza di Soros in Ungheria. Ne riferivo dicendo: “Ciò cambiò quando un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, in maniera non ufficiale, denunciò Soros in relazione alla politica ungherese. Poi vedo questo rapporto su Israele che sarebbe in procinto di dichiarare Soros “Nemico dello Stato” introducendo una legge simile quelle di Ungheria e Russia intralciando seriamente gruppi come OSF e Human Rights Watch (HRW) che operano da dietro le quinte. L’introduzione di questa proposta di legge sarebbe collegata alla visita del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest questa settimana”. Fu un importante punto di svolta nella narrazione su costui. La pubblicazione della Lista di Soros è un altro. Va ringraziato Orban per averlo detto apertamente. E ci vorrà molto più dei 700000 dollari agli Stati Uniti per influenzare materialmente la rielezione di Orban. Ma Orban non permette alcuna possibilità, perciò sollecita apertamente la diaspora transilvana in Romania a registrarsi per il voto. La risposta dei funzionari rumeni, che ovviamente coprivano Soros e i suoi servi nell’Unione europea, era comica per l’indignazione.

L’indipendenza di Visegrad
Quello che accade in Ungheria si replica in tutta l’Europa dell’Est. Dal rifiuto della Polonia di seguire la linea UE sull’immigrazione, in linea col muro dal grande successo dell’Ungheria, al Presidente ceco in visita a Mosca dove parlava solo in russo per dire che la Russia è “dieci volte più importante” della Francia. Attori come Soros disprezzano l’etnocentrismo in qualsiasi forma. La cultura condivisa è qualcosa da distruggere insieme all’esperienza condivisa. L’intera mentalità progressista/marxista consiste nel costruire muri comunicativi tra generazioni e gruppi distinti per indebolirli. La Russia di Putin è diventata il faro della via d’uscita da questo pasticcio. Ha integrato con successo territori problematici come la Cecenia in Russia, senza imporre una soluzione culturale centralizzata. In effetti, è la conservazione degli imperativi culturali che guida gran parte del successo diplomatico e militare di Putin negli ultimi sedici anni. E non importa quanti soldi Soros e i suoi agenti del dipartimento di Stato spendano per cambiare le cose, alla fine perderanno. Quando leggo che i capi nazionalisti polacchi e, finora russofobi, si stancano delle assurdità emanate da Kiev, un governo che il nostro dipartimento di Stato e Soros hanno messo al potere per destabilizzare la Russia, allora si sa che è solo questione di tempo prima che l’intero casetllo crolli. Orban ha elevato immensamente il profilo internazionale dell’Ungheria da Presidente. E ha seguito con successo la leadership di Putin come statista che influenza Repubblica Ceca, Austria e Germania. Con Angela Merkel alle corde, i socialdemocratici in Germania vengono corrotti per accettare la “grande coalizione” per mantenere vivo il sogno. Theresa May perde supporto tentando di sabotare i negoziati sulla Brexit. Ad un certo punto, i miliardi di dollari spessi diverranno un grosso dispiacere e un casino che si dovrà sistemare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’intesa tra Turchia, Iran e Qatar si beffa della NATO saudita

M.K. Bhadrakumar, Asia Times 28 novembre 2017La politica mediorientale ha appena assistito a due eventi contrastanti. A Riyadh si teneva una riunione dei ministri della Difesa della Coalizione militare antiterroristica (IMCTC). Il giorno precedente, a Teheran, l’accordo “commerciale” trilaterale veniva firmato da Iran, Turchia e Qatar. Lo spettacolo dell’IMCTC ha superato il modesto evento di Teheran per pompa e pubblicità mediatica. Eppure è quest’ultimo che va seguito. La nuova alleanza militare è stata chiamata frettolosamente “NATO araba”, ma non è né araba né un’alleanza. La sua struttura è data dal Pakistan, ma i pachistani sono razzialmente affini agli indiani del nord. La vera Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico si formò su una solida piattaforma geopolitica e ideologica e fornì l’avanguardia della strategia del contenimento occidentale contro l’URSS. Ma la percezione della minaccia dell’IMCTC è dovuta a un fenomeno proteiforme, non statale che muta nel mondo musulmano stesso. L’Arabia Saudita ha storicamente fama di principale incubatore di “terroristi islamici”, ma la sua attuale situazione è quella degli uccelli che ritornano a casa. Un’economia in grave difficoltà, con riserve valutarie che si esauriscono rapidamente; una infida lotta di successione che fa a pezzi la famiglia reale; segni di risentimento nella dirigenza religiosa profondamente conservatrice che tradizionalmente legittima i governanti; tensioni sociali profondamente radicate che producono richieste di “riforma” e apertura; disordini nelle province orientali ricche di petrolio. Il suolo saudita è fertile per gli islamisti. Allo stesso modo, c’è il complicato ambiente estero: emancipazione sciita in Iraq; pantano nello Yemen; sconfitta in Siria; perdita del Libano verso Hezbollah; impennata iraniana “post-sanzione”; volatilità nel mercato petrolifero e riluttanza statunitense a sostenere il regime saudita su qualsiasi sconvolgimento interno. L’Arabia Saudita non affronta la minaccia di aggressioni estere. Quindi, quanto è utile l’IMCTC nell’allontanare un nemico nella stessa Arabia Saudita? Ancora una volta, i Paesi dell’IMCTC entreranno in guerra con l’Iran per ristabilire la preminenza saudita nel Medio Oriente? La maggior parte dei Paesi dell’IMCTC proviene dalle terre lontane di Maghreb, Africa e Asia centrale ed ha relazioni amichevoli con l’Iran. (Persino il Pakistan sembra desideroso di voltare pagina con l’Iran). In poche parole, l’IMCTC è l’ultima manifestazione dell’approccio saudita nel gettare denaro per scacciare un problema. Ma la crisi oggi è esistenziale e l’IMCTC dà un falso senso di sicurezza. Il servizio fotografico a Riyadh richiamava alla mente lo Shah delle festività persiane del 1971 in occasione del 2500esimo anno della fondazione dello Stato imperiale a Persepoli, proprio mentre il nemico bussava alle porte. Al contrario, l’accordo Iran-Turchia-Qatar, firmato a Teheran era un evento di basso profilo, ma la sua sostanza sicuramente influenzerà la sicurezza regionale e internazionale.
L’accordo, firmato da tre oscuri ministri del Commercio che non fanno notizia nei media occidentali, prevede la creazione di un “gruppo di lavoro comune per facilitare il transito delle merci tra i tre Paesi” affrontando “gli ostacoli al traffico di merci da Iran e Turchia al Qatar”. Questo può sembrare un modesto sforzo per snellire la logistica commerciale verso il Qatar, che non può più avvenire via terra attraverso l’Arabia Saudita. Ma è estremamente simbolico, a significare la sfida strategica di Doha verso la leadership regionale saudita, e il sostegno aperto di Ankara e Teheran. L’alleanza di Doha con Teheran era apparentemente la ragione iniziale dell’ira saudita, ma Qatar e Iran ora sfoggiano una vera e propria alleanza, mettendo a repentaglio la coesione del Consiglio di cooperazione del Golfo, poiché anche l’Iran gode di cordiali legami con Oman e Quwayt. Su un piano più ampio, l’approfondimento dei legami tra Russia, Turchia e Iran, nel contesto della comune antipatia per gli Stati Uniti, fornisce già la via d’uscita di Teheran dall’isolamento regionale. E i rapporti dell’Iran con Qatar e Turchia, Paesi sunniti, smaschera la campagna di Riyadh per dare una coloritura settaria alla frattura con Teheran. Fondamentalmente, l’alleanza Turchia-Iran-Qatar ripristina l’equilibrio nel Medio Oriente musulmano sfidando apertamente la leadership dell’Arabia Saudita La vicinanza tra Qatar e Iran ha profonde implicazioni per i mercati energetici globali. Russia, Iran e Qatar rappresentano il 55% delle riserve di gas comprovate nel mondo. I tre Paesi sono protagonisti del forum dei Paesi esportatori di gas. Inoltre, l’Iran “condivide” il giacimento gasifero South Pars (che rappresenta il 27% delle riserve iraniane) col Qatar e, naturalmente, la Russia approfondisce la presenza nel settore energetico iraniano. Il Qatar domina i mercati del GNL dagli anni 2000. Ma la Russia rafforza la produzione di GNL istituendo la struttura di Jamal (che dovrebbe essere pienamente funzionante entro il 2020) e anche l’Iran guarda a un futuro da esportatore di GNL.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è deciso ad espandere la produzione di GNL negli USA ma, di sicuro, il mercato mondiale del GNL è affollato. La quasi alleanza tra Russia, Iran e Qatar può quindi seriamente danneggiare i piani di Trump per le esportazioni di GNL statunitense. Ciò aumenta anche la sensibilità degli Stati Uniti verso le 6500 truppe stanziate in Qatar, che ospita il quartier generale regionale del Comando Centrale degli Stati Uniti presso l’al-Udayd Airbase. Vi sono anche le tempestose relazioni USA-Turchia, ed anche la Turchia ha una base militare in Qatar. Nel frattempo, a settembre veniva inaugurato un nuovo porto gigantesco in Qatar, porta d’accesso dell’Iran, proprio di fronte al canale navigabile, incrementando il commercio, mentre la Coppa del Mondo del 2022 della FIFA si avvicina. L’Iran, inoltre, offre lo spazio aereo per reindirizzare i voli della Qatar Airways verso Europa ed Americhe. L’Iran spera di attirare investimenti del Qatar. Si parla persino di quotare un giorno il debito del governo iraniano, coi buoni del tesoro, sulla Borsa del Qatar. Basti dire che, in termini geopolitici, la nascente alleanza col Qatar da all’Iran una notevole profondità strategica. L’Iran ha una storia di sconfitte inflitte ai sauditi attraverso un mix di intelligenza ed astuzia, proiettato con la diplomazia, e sembra che si stia ripetendo. Fondamentalmente, tuttavia, l’alleanza Turchia-Iran-Qatar ripristina l’equilibrio di forze nel Medio Oriente sfidando apertamente la leadership dell’Arabia Saudita.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti puntano a scatenare lo SIIL nel sud-est asiatico

Tony Cartalucci, LD 26 novembre 2017I think tank occidentali sono sempre più impegnati a coltivare una narrazione per spiegare la presenza improvvisa e diffusa dei terroristi collegati allo “Stato Islamico” (SIIL) nel Sud-Est Asiatico. Tale narrativa, che questi think tank vorrebbero spacciare al pubblico, implica militanti in fuga da Siria e Iraq che si trinceranno nei presunti conflitti settari nel sud-est asiatico. I think tank non menzionano convenientemente mai come decine di migliaia di terroristi finanzino l’impresa logistica necessaria a trasferirli nel Sud-Est asiatico o a sostenerne le operazioni nella regione una volta arrivati. Tra questi think tank c’è il cosiddetto International Crisis Group (ICG). Nel suo rapporto “Jihadismo nel sud della Thailandia – un minaccia fantasma“, afferma: “Il declino dello Stato islamico (SIIL) e l’avvento delle violenze legate allo SIIL nel Sud-Est asiatico, mostrano la possibilità di una nuova era di terrorismo jihadista transnazionale nella regione. Ricorrenti, anche se non comprovate, notizie sull’attività dello SIIL in Thailandia hanno suscitato domande sulla vulnerabilità del profondo sud a maggioranza musulmana del Paese e, in particolare, sull’insurrezione malese-musulmana influenzata dai jihadisti”. Mentre l’ICG afferma che “fino ad oggi” non ci sono prove che lo SIIL abbia fatto incursioni nel sud della Thailandia”, avverte: “Ma il conflitto e una serie di paure per lo SIIL in Thailandia diffondo timori su una nuova minaccia terroristica. Tali paure sono irrazionali, anche se largamente fuori luogo e non dovrebbero oscurare la calamità dell’insurrezione e la necessità di porvi fine. I colloqui diretti tra capi ribelli e governo sono una priorità; un sistema politico decentralizzato potrebbe aiutare ad affrontare le principali lamentele nel sud preservando lo Stato unitario tailandese”. In sostanza, ICG avverte su una crisi che ammette essere improbabile, quindi raccomanda a Bangkok di perseguire una linea d’azione che già prende, parlando coi capi dei terroristi nelle province meridionali. Il lungo rapporto dell’ICG, in realtà è solo uno dei tanti tentativi ripetitivi e premeditati di far credere possibile il radicarsi dello SIIL in Thailandia. Proprio come Stati Uniti ed alleati hanno usato lo SIIIL come strumento geopolitico in altre parti del mondo, e più recentemente nel Sud-est asiatico, in particolare nelle Filippine, il vecchio obiettivo statunitense in Thailandia è trovare e sfruttare le fratture sociopolitiche e settarie per dividere, distruggere e controllare lo Stato tailandese. Era in un promemoria del 2012 redatto dall’Agenzia d’Intelligence della Difesa USA (DIA) che ammetteva che Stati Uniti ed alleati cercavano di creare ciò che all’epoca era definito “principato” (Stato) “salafita” (islamico), in particolare in Siria orientale, dove alla fine lo SIIL s’insediò prima che le operazioni congiunte russo-iraniano-siriane lo sradicassero.
Il rapporto del 2012 afferma in modo specifico: “Se la situazione si sgretola, c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale (Hasaqah e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Quindi, se lo SIIL è uno strumento geopolitico progettato e usato per la prima volta da Stati Uniti ed alleati per sovvertire, isolare e rovesciare il governo siriano, ne consegue che la sua espansione in altre regioni del mondo mentre affronta sfide sempre insormontabili è stato pianificata ed alimentata dai politici statunitensi e dagli interessi speciali che li sponsorizzano.

Cos’è l’ICG e perché promuove la paura per lo SIIL?
L’ICG è un think tank e una rete politica finanziati da aziende che creano e sfruttano i conflitti col pretesto di “impedirli”. Afferma sul suo sito che: “Crisis Group aspira ad essere l’organizzazione preminente che fornisce analisi e consigli indipendenti su come prevenire, risolvere o gestire meglio conflitti mortali. Riuniamo la ricerca sul campo, l’analisi e l’impegno coi responsabili politici di tutto il mondo per effettuare cambiamenti nelle situazioni di crisi in cui lavoriamo. Ci sforziamo di parlare con tutti e, nel farlo, di rafforzare il nostro ruolo di fonte affidabile di informazioni centrato su campo, nuove prospettive e consigli per le parti in conflitto e gli attori esteri”. Tuttavia, uno sguardo agli sponsor e ai membri rivela un club per gli interessi speciali di corporation finanziarie, gruppi di pressione, politici collegati direttamente al dipartimento di Stato USA, ministero degli Esteri del Regno Unito e governi di entrambi. Questi sponsor sono i giganti del petrolio Chevron, ENI, Noble Energy, Shell, Statoil e British Petroleum (BP). Comprende anche finanziarie come HSBC Holdings, MetLife e RBC Capital Markets. C’è anche la questione degli studi legali e dei lobbisti che finanziano e sono direttamente coinvolti nell’agenda dell’ICG, tra cui Sherman&Sterling, Whit&Chase, APCO Worldwide e Edelman. APCO Worldwide è noto per la fabbricazione di articoli per manipolare la governance aziendale interna, mentre Edelman è noto specificamente, per quanto riguarda la Thailandia, per i servizi di lobbying al dittatore Thaksin Shinawatra, rimosso dal potere nel 2006 tramite un colpo di Stato militare che l’ICG condannò con veemenza e contro cui ancora protesta. Il lobbismo di Edelman per Thaksin Shinawatra era diretto da Kenneth Adelman, che vi entrò a far parte come consulente senior nel 2001. Non solo Edelman è uno sponsor aziendale dell’ICG, ma lo stesso Kenneth Adelman viene indicato in appendice al rapporto di ICG in Thailandia come consulente senior dell’ICG. Adelman presiede anche la filiale della National Endowment for Democracy (NED) del dipartimento di Stato USA e di Freedom House, altra facciata dei lobbisti di Washington e Londra che fa pressioni sulla Thailandia dalla cacciata di Shinawatra nel 2006. Assieme ad Adelman c’è George Soros a sedere nel consiglio di amministrazione dell’ICG. L’Open Society Foundation di Soros è indicata da ICG come uno dei suoi sponsor. Soros e il coinvolgimento della sua Open Society Foundation sono essenziale da notare. Praticamente tutti i gruppi d'”opposizione” della Thailandia, da presunti studenti e accademici a piattaforme e attivisti mediatici, sono finanziati dall’Open Society Foundation di NED e George Soros. Tra questi, Prachatai, avvocati thailandesi per i diritti umani (TLHR), Netizen thailandesi, Nuovo movimento per la democrazia (NDM), Human Rights Watch Thailand, Amnesty International Thailand, iLaw, Isaan Record e molti altri. Gli sforzi concertati di ICG e suoi sponsor aziendali attraverso il lobbying e suoi membri in varie altre associazioni come Freedom House e Open Society, per attaccare ed indebolire la Thailandia in favore dell’agente dell’occidente Thaksin Shinawatra e il vasto e crescente fronte d’opposizione che l’occidente costruisce in Thailandia, suscita sospetti sulla motivazione dell’ICG nel pubblicare il rapporto riguardante lo SIIL in Thailandia. L’osservazione degli sforzi occidentali nei vicini del Sudest asiatico, in particolare in Myanmar e Filippine, solleva ancora più sospetti.
Gli Stati Uniti hanno coltivato sapientemente una mortale divisione settaria in Myanmar, mettendo gli estremisti nazionalisti contro la minoranza rohingya ed usando le violenze che ne derivano per indebolire l’Esercito nazionale mentre mettevano al potere Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia (NLD). La violenza compromette anche i costruttivi legami economici e diplomatici tra Myanmar e Cina. Nelle Filippine, i terroristi legati allo SIIL sono riusciti a conquistare un’intera città nella regione meridionale della nazione. Soldi, armi e terroristi richiesti per tale prodezza richiedevano chiaramente la sponsorizzazione di uno Stato. Proprio come in Siria, lo SIIL nelle Filippine è collegato all’Arabia Saudita che funge da intermediario per denaro, armi, forniture e direttive statunitensi. I conflitti in Myanmar e Filippine hanno concesso agli Stati Uniti l’iniziativa per agire da “mediatore” in Myanmar e fornire “assistenza militare” alle Filippine. Entrambe le mosse servono a Washington a stringere la presa su entrambe le nazioni nel momento in cui il sud-est asiatico si allontana dall’ombra dell’egemonia statunitense e si avvicina all’abbraccio costruttivo e reciprocamente vantaggioso con Pechino. La Thailandia, per la sua grande economia, popolazione e posizione geostrategica al centro del sudest asiatico continentale, sarebbe ben utile agli interessi degli Stati Uniti per riaffermare l’egemonia sull’Asia-Pacifico e creare un fronte contro Pechino. Tuttavia, la Thailandia, date le sue istituzioni indipendenti, in particolare esercito e monarchia, gode di un livello di unità che i vicini non hanno. Sotto Thaksin Shinawatra, gli Stati Uniti cercavano di sfruttare le fratture sociopolitiche e di classe. Poiché ciò falliva, gli Stati Uniti cercherebbero di utilizzare le stesse reti “rosse” per alimentare il fervore nazionalista che consuma il vicino Myanmar. I “rossi” sono la tappa del Fronte unito per la democrazia contro la dittatura (UDD) di Shinawatra, che ha già iniziato ad agire nei templi per coltivare la divisione tra buddisti e musulmani che prima non esisteva. I fronti finanziati da Soros come Prachatai che si atteggiano a “difensori dei diritti” hanno denunciato le azioni veloci e decisive dell’esercito thailandese per impedire ai “monaci” di promuovere la violenza settaria. Per bloccare gli sforzi degli Stati Uniti nel progettare il divario settario in Thailandia, sembra che organizzazioni come ICG creino una narrazione per spiegare le prossime attività dello SIIL in Thailandia. La natura aberrante delle operazioni dello SIIL favorirà la propaganda anti-islamica promossa dalle reti sostenute dagli Stati Uniti nel nordest della Thailandia. Da qualche parte, sperano i politici statunitensi, si potrebbe scatenare uno “scontro di civiltà” che consumi l’unità nazionale storicamente impressionante della Thailandia. Una volta divisa, la Thailandia sarà facilmente vincolata agli obiettivi statunitensi nella regione.

Ciò che la Thailandia dovrebbe fare
I terroristi nel sud della Thailandia sono pochi. Il governo thailandese deve continuare gli sforzi per favorire i progressi socioeconomici nella regione drenando le paludi della povertà e dell’ingiustizia che spingono al reclutamento nelle organizzazioni terroristiche. Ma oltre a ciò, Bangkok deve identificare e affrontare la natura logistica del conflitto, in particolare chi è coinvolto nell’armamento, addestramento e finanziamento del terrorismo. Per sventare gli sforzi degli Stati Uniti per espandere il conflitto, il governo trarrebbe beneficio dalla legislazione sull’incitamento all’odio di Singapore, che rende impossibili i tentativi di gruppi di promuovere la violenza settaria senza ricevere condanne immediate e severe. Allo stesso tempo, gli sforzi per promuovere ulteriormente la comprensione interreligiosa, il rispetto reciproco e l’attivismo migliorerebbero i già noti valori di tolleranza e diversità della Thailandia. Molti thailandesi sanno già del ruolo costruttivo che la comunità musulmana thailandese ha svolto nella storia della Thailandia. Esistono già scambi interculturali che avvengono ogni giorno nei mercati tailandesi e tra i numerosi venditori ambulanti. Evidenziando e migliorando ciò si contribuirà ulteriormente a vaccinare il pubblico dai tentativi di dividere e distruggere la nazione secondo linee settarie. Inoltre, il governo deve denunciare e ostacolare gli sforzi dei fronti degli USA NED e Open Society. Citando il precedente degli Stati Uniti nel forzare RussiaToday a registrarsi come “agente straniero”, il governo thailandese potrebbe imporre per legge la divulgazione obbligatoria dei profili sui social media e all’inizio e alla fine di ogni pubblicazione stampata od online, anche nei post sui social media, di facciate come Prachatai, l’indicazione chi li finanzia e perché. Infine, capire che la fonte dello SIIL sono le reti sostenute da Stati Uniti ed alleati significa combattere lo SIIL in Thailandia sapendo che l’ambasciata degli Stati Uniti è la vera fonte del terrorismo. Anziché promuovere uno scontro diretto con gli Stati Uniti, i media thailandesi alternativi potrebbero collegare l’attività dello SIIL direttamente e ripetutamente all’ambasciata degli Stati Uniti, assicurando che qualsiasi atto terroristico vi sia immediatamente collegato. Più è svelato il terrorismo sponsorizzato dagli Stati Unit, più ne soffrirà la credibilità degli Stati Uniti in Thailandia e nella regione. Infine, quando si cercano alleati in una vera “Guerra al Terrore”, Bangkok dovrebbe coltivare legami con le nazioni che veramente la conducono. Queste sono Cina, Russia e Iran. Quando gli Stati Uniti cominceranno a perdere e ad essere esclusi permanentemente ovunque portino la “Guerra al Terrore”, i responsabili politici di Washington ne saranno ritenuti responsabili e la tattica sarà abbandonata, oppure gli Stati Uniti saranno isolati ed irrilevanti come hanno provato a fare a nazioni come Siria e Iraq contro cui hanno scatenato la minaccia del loro SIIL.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele è responsabile della morte di centinaia di migranti

al-Manar 27 novembre 2017Il regime di Vichy non uccise gli ebrei, si “accontentò” di consegnarli ai loro carnefici tedeschi; Israele non uccide i richiedenti asilo, li manda a morte a centinaia, con la complicità attiva di Ruanda ed Uganda, rivela una lunga indagine del quotidiano Haaretz. Il sistema sviluppato dai leader dei tre Paesi per liberare Israele dai migranti privi di documenti, in particolare quelli che fuggono dalla dittatura in Eritrea, credendo di trovare la salvezza nella “Terra Promessa”, è intelligente. Innanzitutto, Israele ha adottato una legislazione che le consente di mantenere indefinitamente in detenzione i richiedenti asilo arrestati durante i raid di massa, come il sistema di detenzione amministrativa imposto a centinaia di palestinesi in modo permanente. Ma poi c’è il problema di rimandare questi sfortunati non nel loro Paese di origine, ma su una cosiddetta base “volontaria” in un altro Paese ospitante: questo è il contributo di Ruanda ed Uganda. Israele paga così 5000 dollari a questi due Paesi per ogni immigrato espulso “volontariamente”. Per avere il “consenso” di questi ultimi, i servizi contro l’immigrazione clandestina vanno nei centri di detenzione e li ricattano: “O resti a tempo indeterminato in prigione, o vai in Ruanda dove ti verrà rilasciato un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro“. Senza dare per scontato il discorso della polizia, centinaia di africani privi di documenti, rimasti in terra israeliana per anni, accettano la proposta, secondo il giornalista Lior Birger del quotidiano Haaretz. Dopo una lunga inchiesta sui sopravvissuti che l’ha portato per tutta Europa, Birger, in collaborazione con i colleghi Shahar Shoham e Liat Boltzman, ha scoperto che l’arrivo in Rwanda era il più delle volte l’inizio di un lungo calvario, segnato da traffico di carne umana, tortura e spesso morte, tra Libia e acque del Mediterraneo. “Appena arrivati all’aeroporto di Kigali in Ruanda, ai deportati confiscano l’unica documentazione in possesso, il lasciapassare datogli dagli israeliani all’imbarco. Sono rinchiusi in una stanza d’albergo. Quindi vengono informati che devono lasciare rapidamente il Paese. I ruandesi poi li consegnano ai contrabbandieri che li trasferiscono, contro il pagamento di centinaia o addirittura migliaia di dollari, in Uganda, poi nel Sud Sudan, in Sudan e da lì in Libia, da dove cercheranno di guadagnare l’Europa“, scrivono gli autori dell’inchiesta. “In considerazione delle decine di testimonianze che abbiamo raccolto e delle nostre ricerche, stimiamo che diverse centinaia di questi rifugiati siano morti per tortura e maltrattamenti in Libia, o siano annegati nel Mediterraneo”, aggiungono.
La testimonianza di Tesfay (nome di fantasia), espulso da Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per diversi anni come addetto alle pulizie in un hotel nella località turistica di Eilat, incontrava gli autori in una piccola città della Germania nell’estate del 2017: “La nostra barca lasciò la Libia verso le 4 del mattino; due ore dopo, il suo motore si fermò; dei 500 passeggeri, non più di 100 sopravvissero; in 10 eravamo da Israele, e siamo sopravvissuti solo tre. Perché? Non siamo anche noi esseri umani?” Dawit (nome di fantasia) fu trovato dai giornalisti israeliani a Berlino. Anche lui, prima di essere fermato, aveva trascorso 5 anni a Tel Aviv dove lavorava in un ristorante. “Se ne andò ‘volontariamente’ in Ruanda circa due anni fa. Alcuni mesi prima si era recato alla stazione di polizia per il rinnovo del permesso di soggiorno provvisorio e fu immediatamente inviato al centro di detenzione dell’immigrazione di Holot nel deserto del Negev; lì fu messo sotto pressione, lasciandogli la “scelta” tra anni di prigione o partenza per il Ruanda. Dawit cedette e se ne andò con la moglie incinta di due mesi“. In Libia, i contrabbandieri misero Dawit su una barca e la moglie su un’altra che affondò subito, affogando le centinaia di sfortunati a bordo. “I sopravvissuti all’azione del governo israeliano che abbiamo incontrato in Europa sono fortunati, ma c’è il dubbio che un giorno possano curare le conseguenze psicologiche del loro calvario. In Germania, dove finalmente arrivarono Tesfay e Dawit, il 99% degli eritrei ottiene il permesso di soggiorno e nel 2016 l’81% di loro ebbe riconosciuto lo status di rifugiato”. Ma Tesfay e Dawit esortano i compagni ancora in Israele a non accettare, se vengono arrestati, la deportazione “volontaria” in Ruanda, poiché il pericolo è grave.Traduzione di Alessandro Lattanzio