Conflitto tra statunitensi e turchi sul riciclaggio dello Stato islamico

al-Manar 11 gennaio 2017

manar-00105550014840813606Il quotidiano libanese al-Aqbar riferiva del conflitto latente tra Ankara e Washington sulla questione del riciclaggio dei “jihadisti dello Stato islamico”; conflitto svelato dalla morte di un capo islamista, passata inosservata.

Morte sospetta
Alla fine di novembre fu eliminato Muhamad al-Ghabi (nome dalla valle al-Ghab, provincia di Hama, da cui proveniva). Il vero nome era Muhamad al-Ahmadi, disertore dell’Esercito arabo siriano nel 2011, entrato nelle fila del Free Syrian Army, la prima milizia a prendere le armi contro il governo siriano. Dopo esser passato tra diverse milizie, finalmente trovò il Jabhat al-Sham di cui fu nominato vicecapo della sala operativa del Sahl al-Ghab. A febbraio supervisionò e presiedette la creazione di una coalizione di milizie chiamata Jaysh al-Tahrir, formata oltre dalla sua 312.ma divisione, da 9.no contingente, 45.ma divisione e liwa al-Haq. In un primo momento, la sua morte fu presentata come “accaduta mentre combatteva lo SIIL, difendendo la terra e l’onore nella provincia settentrionale di Aleppo“. Ma si scoprì che fu colpito in maniera senza dubbio ben accurata, rendendo sospetta la versione ufficiale. I dettagli del suo passato lo spiegano.

Agente dell’intelligence degli Stati Uniti
Ghabi era noto per le sue relazioni con l’intelligence degli Stati Uniti, che dirigeva un programma per sollecitare i membri della milizia terrorista wahabita SIIL a disertare. Il programma segreto fu avviato nell’aprile 2016, insieme con l’intelligence turca, nell’ambito del programma a sostegno dell’opposizione moderata. Ghabi fu efficace: nel giro di due mesi ne arruolò trenta di molte nazionalità, anche francesi, belgi e olandesi, soprattutto grazie alle relazioni forgiate con diverse fazioni armate, in particolare i jihadisti taqfiriti. Sembrava aver arruolato alcuni capi dello SIIL, soprattutto perché l’accordo era piuttosto succoso: 10mila dollari per ogni disertore dello SIIL di nazionalità estera, e 5000 per quelli di nazionalità araba. Naturalmente Ghabi ebbe la parte del leone: il doppio di quanto dato ai capi dello SIIL. Ogni disertore era un tesoro per i servizi d’intelligence, soprattutto se di origine statunitense o europea: fornivano informazioni interne sul gruppo, i membri e loro identità e nazionalità, nonché sui loro agenti al di fuori della Siria. Inoltre, potevano essere riabilitati integrandosi con le altre milizie che combattono per conto di tali servizi. Pochi furono rimpatriati, con l’attiva partecipazione dei servizi interessati. La loro riabilitazione fu principalmente psicologica e religiosa, in centri appositamente ideati nei villaggi turchi al confine con la Siria.

Il più fedele di tutti
Ghabi non fu l’unico ad eseguire tale compito, ma fu il più fedele tra tutti agli statunitensi. Fu così anche quando il coordinamento tra di loro e i turchi s’interruppe, a giugno. Ankara voleva installare i centri di riabilitazione sul suolo siriano e, soprattutto, aspirava a fare aderire tali disertori alla sua offensiva in Siria, Scudo dell’Eufrate. Nell’ambito del contenzioso turco-statunitense Ghabi insisté ad informare l’intelligence degli USA su tutti gli sviluppi. Mentre la sua coalizione fu integrata nell’offensiva turca, informò i vari gruppi che si erano mobilitati sulle operazioni sul campo. A partire da settembre, i turchi furono informati dei dettagli delle sue azioni.

Anche con al-Nusra
Sembra che abbiano informato Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria, rinominatosi Jabhat Fatah al-Sham. Soprattutto Ghabi riuscì ad arruolarne alcuni membri a favore degli statunitensi. Nusra si affrettò a catturarlo, con numerosi famigliari, accusandolo in un comunicato “di aver danneggiato la rivoluzione e la jihad per collaborare con gli americani“. Ma alla fine rilasciò Ghabi per l’enorme pressione e soprattutto per l’interferenza della guida religiosa di Idlib, il saudita Abdullah al-Muhaysini. Quest’ultimo fu il primo ad onorarlo dopo la morte, augurandogli il paradiso nell’aldilà.14656374Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico, al-Qaida e USA bombardano le infrastrutture della Siria

Moon of Alabama

%d8%ba%d8%a7%d8%b2-696x392C’è un’operazione per distruggere le infrastrutture della Siria. Al-Qaida, SIIL e aviazione degli Stati Uniti vi partecipano. La loro azione è coordinata. È un’affermazione sconvolgente? Un tale coordinamento potrebbe mai accadere? Si consideri: L’idea dello Stato Islamico è “nata” nel campo di prigionia militare Bucca degli USA in Iraq. Molti suoi capi futuri vi furono internati ed ebbero tempo e spazio per sviluppare la loro filosofia e pianificare le loro operazioni future. Nel 2012 la Defense Intelligence Agency avvertì della nascita dell’entità Stato islamico in Siria e Iraq: “C’è la possibilità di creare un dichiarato o meno principato salafita in Siria orientale (Hasaqah e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, per isolare il regime siriano…
In un’intervista dell’agosto 2014 sul NYT di Thomas Friedman, il presidente Obama disse che gli Stati Uniti sapevano dei pericoli dello SIIL, ma non fecero nulla per fermarne l’espansione in Iraq, perché poteva essere utilizzato per cacciare l’allora Primo Ministro Maliqi: “La ragione, il presidente aggiunse, “che non iniziammo ad effettuare qualche aereo attacco sull’Iraq quando lo SIIL comparve era perché avrebbe fatto pressione sul Primo Ministro Nuri Qamal al-Maliqi”. In un recente colloquio con alcuni membri dell’opposizione siriana comparata dagli USA del segretario di Stato Kerry (video – 25:50) su un punto simile sulla Siria: “E sapevamo che avanzava, stavamo a guardare, abbiamo visto che lo SIIL si espandeva e pensammo che Assad ne fosse minacciato” disse Kerry ai siriani. “(Ci) pensammo, però“, continuò, “Probabilmente potevamo gestirlo affinché Assad potesse allora negoziare. Ma invece di negoziare ebbe l’aiuto di Putin“. Ci sono dubbi sul fatto che gli Stati Uniti abbiano solo guardato. Nascita ed avanzata dello SIIL furono finanziate dagli “alleati” del Golfo subordinati ai desideri degli Stati Uniti. Quando l’amministrazione Obama dovette iniziare a bombardare lo SIIL dopo aver ucciso un giornalista statunitense, alcune bombe colpirono o una “posizione dello SIIL” o un “escavatore dello SIIL”. Non era un’operazione seria. Nel frattempo migliaia di autocisterne turche aspettavano nel deserto di caricare petrolio dai pozzi controllati dallo SIIL da vendere in Turchia. Solo dopo che il Presidente Putin mostrò le immagini satellitari di quelle enormi colonne di autocarri ai colleghi in una riunione del G20, gli USA dovettero attaccare tale importante fonte finanziaria dello SIIL. Alla fine dello scorso anno l’esercito statunitense bombardò una posizione del governo siriano a Dayr al-Zur, dove circa 100000 siriani sono assediati dallo SIIL. Uccisero più di 100 soldati siriani permettendo allo SIIL di occupare importanti posizioni collinari, puntando eventualmente a conquistare la città. Fu un attacco intenzionale.
Attualmente viene condotta un’operazione delle forze taqfire contrarie al governo siriano e dagli Stati Uniti per privare il popolo dei servizi pubblici come acqua, gas ed elettricità. Con l’inizio del blocco delle risorse idriche di Damasco e dei suoi 6 milioni di abitanti, va notato: Tale interruzione è parte di una grande strategia chiaramente coordinata per privare tutte le regioni governative delle infrastrutture. Due giorni prima lo Stato islamico bloccava l’importante rifornimento idrico ad Aleppo dall’Eufrate. Dei piloni dell’alta tensione diretta a Damasco venivano distrutti e alle squadre di riparazione, a differenza di prima, fu negato l’accesso. Anche i rifornimenti del gas in parte di Damasco sono stati interrotti. Tale campagna contro le infrastrutture continua, con la partecipazione dei gruppi “ribelli” sostenuti dagli Stati Uniti. Al-Qaeda in Siria, alias Jabhat al-Nusra, fa la sua parte nel Wadi Barada. L’esercito statunitense bombardava un’altra centrale siriana. Nel 2015 aveva già intrapreso operazioni contro questi impianti creando enormi danni materiali, dato che da tre giorni Dayr al-Zur e dintorni non hanno energia elettrica. Ieri anche lo SIIL aderiva alla campagna facendo saltare in aria l’enorme impianto gasifero di Hayan ad Homs est. Hayan è la più grande stazione gasifera della Siria e forniva energia elettrica, riscaldamento e gas da cucina a tutto il Sud della Siria, compresa la capitale Damasco.
Si tratta di una sistematica ampia campagna contro le infrastrutture siriane per privare la popolazione protetta dal governo dei beni di prima necessità. Se lo si chiedesse al governo degli Stati Uniti, naturalmente, direbbe che tale campagna non esiste ed è assolutamente non coordinata con i suoi ascari del Golfo. E’ solo una coincidenza che “ribelli” supportati dagli Stati Uniti, al-Qaida, SIIL e aviazione degli Stati Uniti abbiano tutti colpito gli stessi tipi di obiettivi in Siria, nello stesso momento della loro guerra al popolo siriano. Sapendolo dalle principali fonti statunitensi sopra citati, sarei propenso a dubitare di tale affermazione. La campagna è il preludio alla successiva fase della guerra a cui tutti attualmente si preparano. Dato che Obama ancora dà ordini ci si può aspettare peggioramenti e con ancora più propaganda sulla fallita “difesa” dei propri ascari ad Aleppo est.08012017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad resta mentre Obama si prepara ad andarsene

Steven MacMillan NEO 09/01/201709syria-jumboIl futuro della Siria va determinato dal suo popolo, ma il Presidente Bashar al-Assad vi si oppone. I suoi appelli al dialogo e alla riforma sono vuoti mentre imprigiona, tortura e massacra la sua gente. Abbiamo sempre detto che il Presidente Assad deve condurre una transizione democratica o andarsene Non lo fa. Per il bene del popolo siriano è giunto il momento per il Presidente Assad di farsi da parte“, Barack Obama, agosto 2011.

Quando il presidente degli Stati Uniti fece il primo esplicito appello a rimuovere Bashar al-Assad nell’agosto 2011, chi avrebbe mai pensato che il leader siriano gli sarebbe sopravvissuto in carica. Anche per il sostenitore più ottimista dell’integrità territoriale dello Stato siriano vi furono momenti in cui riteneva che la macchina da guerra USA/NATO rovesciasse Assad e balcanizzasse lo Stato siriano (come feci). Eppure eccoci qui, più di cinque anni dopo guardare Obama che conclude il suo regno caotico con l’ultima frenesia russofoba, mentre Assad è ancora a Damasco. A meno di un ultimo sussulto per attaccare o invadere la Siria da parte di Stati Uniti o alleati, sembra che la presidenza Assad sopravviva a quella di Obama. Nonostante la propaganda e la demonizzazione dei media; le orde di mercenari stranieri armati fino ai denti da Stati Uniti e alleati; gli attacchi false flag per giustificare l’invasione del Paese (l’attacco con il Sarin nel Ghuta, per esempio); le sanzioni contro Assad e altri funzionari siriani e gli innumerevoli altri assalti al Paese: il popolo siriano s’è rifiutato di subire le violenze e l’influenza delle potenze estere. Anche se la guerra è ancora in corso ed è tutt’altro finita, la recente liberazione di Aleppo est da parte dell’Esercito arabo siriano illustra quale lato vince nel conflitto. La mossa di Mosca che ha rafforzato i legami fra Russia, Iran e Turchia sulla Siria ed è anche uno sviluppo significativo, considerando il ruolo della Turchia nel sostenere l’opposizione durante il conflitto. Una Turchia che s’impegna a porre fine al conflitto e a fermare il flusso di armi e mercenari dal suo confine è un importante passo avanti verso la stabilizzazione della Siria.

Obama contro i militari degli Stati Uniti
L’occidente non ha potuto imporre il cambio di regime di tipo libico in Siria per vari motivi, come il supporto degli alleati regionali e internazionali tra i fattori più significativi. Iran, Hezbollah, Cina e soprattutto Russia hanno avuto ruoli importanti nel sostenere il governo siriano, un fatto ben documentato dai media. Ciò che è stato meno ben documentato, tuttavia, è il ruolo che certi elementi delle forze armate degli Stati Uniti hanno giocato nel fermare neoconservatori, CIA e altre fazioni vicine ad Obama nell’imporre un cambio di regime in Siria. Nonostante i militari degli Stati Uniti siano ben lungi dall’essere perfetti, c’era un nucleo di alti ufficiali che resistette alla strategia sostenuta da molti a Washington. Come il premiato giornalista Seymour M. Hersh che scrisse nel suo articolo per la London Review of Books, nel gennaio 2016, dal titolo: Da militari a militari, che molti nelle forze armate degli Stati Uniti erano preoccupati dalla natura dei gruppi d’opposizione che avrebbero preso il potere se Assad ne veniva estromesso, così condividendo segretamente l’intelligence degli USA con altri eserciti, intelligence che doveva aiutare l’Esercito arabo siriano nella lotta agli estremisti: “Nell’autunno 2013, il Joint Chiefs decise di prendere misure contro gli estremisti senza passare per i canali politici, fornendo intelligence ai militari di altre nazioni, con l’intesa che sarebbe stata passata all”Esercito arabo siriano e usata contro il nemico comune, Jabhat al-Nusra e Stato islamico“. Uno dei militari degli Stati Uniti, pesante critico della strategia in Siria di Obama, era l’ex-direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), il Tenente-Generale Michael T. Flynn. L’ex-capo della DIA mise costantemente in guardia sui pericoli nel rovesciare Assad, e nel 2015 biasimò l’amministrazione Obama per aver deciso “volontariamente” di sostenere l’avanzata degli estremisti in Siria. Flynn, nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, era ben consapevole della situazione sul campo in Siria, con un documento dell’intelligence dell’agosto 2012, la DIA affermava che: “Salafiti, Fratelli musulmani e al-Qaida in Iraq sono le forze motrici della rivolta in Siria… le forze di opposizione cercano di controllare le aree orientali (Hasaqa e Dair al-Zur), adiacenti alle province irachene occidentali (Mosul e Anbar), oltre al confine turco. Paesi occidentali e del Golfo e la Turchia sostengono tali sforzi… Se la situazione si sviluppa vi è la possibilità di creare un principato salafita, dichiarato o meno, in Siria orientale (Hasaqa e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)“. Flynn non era il solo ad opporsi alla politica dell’amministrazione Obama però, anche se era forse il più noto al pubblico. Il Generale Martin Dempsey, per esempio, che fu Capo di Stato Maggiore Congiunto dall’ottobre 2011 al settembre 2015, fu abbastanza coerente nel sottolineare i costi di un’azione militare in Siria, anche durante il dibattito sulla possibilità di colpire direttamente la Siria dopo l’attacco chimico nel Ghuta dell’agosto 2013. Dempsey, sull’uso della forza in Siria contro Assad, appare chiaro in una lettera del luglio 2013 al presidente della commissione Forze Armate, senatore Carl Levin. Il tono generale della lettera è cauto e riflessivo, e Dempsey avvertiva che gli Stati Uniti “potevano inavvertitamente potenziare gli estremisti” spodestando Assad: “Non basta alterare semplicemente l’equilibrio militare senza un attento esame di ciò che è necessario per preservare uno Stato funzionante. Dobbiamo anticipare ed essere preparati alle conseguenze impreviste della nostra azione. Nel caso che le istituzioni del regime crollino in assenza di un’opposizione valida, si potrebbe inavvertitamente potenziare gli estremisti o scatenare l’uso delle armi chimiche che cerchiamo di controllare… Una volta che agiremo dovremo essere preparati a ciò che verrà dopo. Un maggiore coinvolgimento sarà difficile da evitare. Dobbiamo anche agire in conformità con la legge“. Se Obama avesse visto avverarsi il suo desiderio del 2011, e Assad veniva rimosso dal potere a Damasco, il vuoto politico lasciato sarebbe stato riempito da una pletora di “ribelli moderati” (cioè accaniti terroristi). Dopo otto anni di carneficine e promesse non mantenute, molti negli Stati Uniti e nel mondo saranno felici di vedere Obama congedarsi.

I Generali Flynn e Dempsey

I Generali Flynn e Dempsey

Steven MacMillan è scrittore, ricercatore, analista geopolitico indipendente e redattore di Report Analyst, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La creazione di notizie false per delegittimare Trump

Dr. Paul Craig Roberts, Global Research, 7 gennaio 2017the-apple-doesnt-fall-far-from-the-treePer molte settimane abbiamo assistito al straordinario attacco della CIA e dei suoi agenti al Congresso e nei media all’elezione di Donald Trump. Con un’azione senza precedenti per delegittimare l’elezione di Trump quale prodotto dell’interferenza russa nelle elezioni, CIA, media, deputati e senatori hanno costantemente avanzato accuse farneticanti senza alcuna prova. Il messaggio della CIA a Trump è chiaro: segui la nostra agenda o ti ostacoleremo. E’ chiaro che la CIA è in guerra contro Trump, ma i media della CIA hanno capovolto i fatti nella loro testa e incolpano Trump di avere una visione negativa della CIA. Si consideri l’articolo del 4 gennaio del Wall Street Journal di Damian Paletta e Julian E. Barnes, che inizia così: “Il presidente eletto Donald Trump, aspro critico delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti…” I due presstituti infilano la falsa notizia mettendo una scarpa sull’altro piede. È Trump che critica con durezza, piuttosto che essere vittima di aspre accuse della CIA. Messa così, la storia continua: “I funzionari della Casa Bianca sono sempre più frustrati dagli scontri di Trump con i funzionari dell’intelligence. “E’ spaventoso”, ha detto il funzionario. “Nessun presidente ha mai attaccato la CIA uscendone bene”.” Ora che la storia è Trump accusa la CIA e non la CIA che accusa Trump, si monta il caso contro Trump: “Gli analisti abituati a una maggiore coesione con la Casa Bianca, sono “scossi” dallo scetticismo di Trump della valutazione della CIA secondo cui Putin l’ha eletto. Trump dovrebbe rispondere all’accusa dicendo: non sono legittimo. Quindi cedere la presidenza”.
Assange di WikiLeaks ha dichiarato in modo inequivocabile che non vi fu alcun hackeraggio. L’informazione data a Wikileaks è una fuga, suggerendo che provenisse dal Democratic National Committee. Che Trump la veda così significa, secondo un funzionario non identificato, che “E’ abbastanza orribile per me che si schieri con Assange sulle agenzie di intelligence“. Vedete, Trump dovrebbe schierarsi con la CIA che cerca di distruggerlo. La CIA si spara ai piedi? Come può l’agenzia dalla politica del controllo che manipola le informazioni, sostenere il presidente quando non si fida dell’agenzia? Beh, ci sono i media da utilizzare per controllare le spiegazioni e bloccare il presidente. Nel suo libro appena pubblicato, La CIA e la criminalità organizzata, Douglas Valentine riferisce che dai primi anni ’50 il successo dell’Operazione Mockingbird della CIA ha consegnato ai suoi rispettati agenti New York Times, Newsweek, CBS e altri media, contando da quattrocento a seicento agenti nei media. E non finisce qui. La CIA ha istituito una rete d’intelligence strategica con riviste e case editrici, così come organizzazioni studentesche e culturali, usandola come copertura per le operazioni segrete, anche politiche e di guerra psicologica contro i cittadini statunitensi. In altre nazioni, il programma mirava a quello che Cord Meyer chiama “sinistra compatibile”, che negli USA sono liberali e altri pseudo-intellettuali facilmente influenzabili. Tutto questo è in corso, pur essendo stato svelato alla fine degli anni ’60. Vari progressi tecnologici, come Internet, hanno ampliato la rete nel mondo e molti non si rendono nemmeno conto di farne parte, promuovendo la linea della CIA. ‘Assad è un macellaio,’ si dice, o ‘Putin uccide i giornalisti’ o ‘La Cina è repressiva’. Non hanno idea di cosa parlano, ma rimbeccano tutta questa propaganda. E c’è Udo Ulfkotte che, attingendo dalla sua esperienza come redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha scritto un libro in cui riferisce che la CIA ha una mano su ogni giornalista importante in Europa.
Alcuni che difendono la verità sperano che l’influenza declinante dei media controllati dalla CIA comprometterà la capacità dello Stato profondo di controllare la narrazione. Tuttavia, CIA, Dipartimento di Stato e a quanto pare Pentagono, già operano nei social media e usano troll nei commenti per screditare chi cerca la verità. I redattori del New York Times si sono rivelati strumenti della CIA, avallando ogni pretesa assurda sulla pirateria russa nonostante la totale assenza di qualsiasi prova o addirittura di qualsiasi prova di hackeraggio, denunciando Trump per non credere alle accuse infondate delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti. Di fronte agli sforzi di James Clapper e John Brennan per delegittimare la presidenza di Donald Trump, il NYTimes si chiede: “Che ragione plausibile potrebbe avere Donald Trump nel cercare così duramente di screditare le agenzie d’intelligence statunitensi e la loro scoperta che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali?” Tale questione richiede una appropriata domanda: “Che motivo plausibile potrebbe avere il NYTimes per cercare così accanitamente di screditare la presidenza di Donald Trump, sulla base di accuse farneticanti senza prove?
Le notizie false proliferano. Oggi (6 gennaio) Reuters riferiva: “La CIA ha individuato funzionari russi che fornivano materiale del Comitato Nazionale Democratico e dei capi di partito a Wikileaks sotto la supervisione del Presidente russo Vladimir Putin attraverso terzi, secondo un nuovo rapporto dell’intelligence degli Stati Uniti, affermano (anonimi) alti funzionari degli Stati Uniti“. Forse ciò che Reuters intendeva dire è questo: “I funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato hanno affermato che la CIA ha individuato i funzionari russi che hanno dato a Wikileaks le e-mail, ma i funzionari non hanno detto chi fossero, né come li avessero identificati“. In altre parole, la storia di Reuters è solo un’altra finzione della CIA diffusa come favore da un suo media. Come Udo Ulfkotte ha detto, funziona così. Successivamente Reuters diceva che la relazione è top secret, che naturalmente significa che non si vedrà mai alcuna prova a sostegno dell’affermazione della CIA. Dovremmo credere che la CIA possieda informazioni che non può svelare. L’articolo di Reuters non ci vede nulla di strano. Un altro favore da un agente. Le notizie tendenziose della Reuters dicono che il materiale inviato a WikiLeaks dal servizio segreto militare della Russia aveva seguito “un percorso tortuoso” in modo che Assange non sapesse dell’origine del materiale e quindi potesse dire di non averlo ricevuto da un’agenzia di Stato. Che succede? Diverse cose vengono in mente. Forse si tenta di costringere Assange a rivelare la sua fonte (che potrebbe essere un membro dello staff del DNC misteriosamente ucciso per strada), e ciò sarebbe un modo sicuro per sbarazzarsi di Wikileaks. Wikileaks non ha mai rivelato le sue fonti. Una volta che lo facesse, non riceverebbe ulteriori fughe. Un’altra possibilità è che persistendo nell’accusare in modo infondato Trump di essere stato eletto da Putin, la CIA chiarisca a Trump che fa sul serio. Trump è un uomo forte, ma non stupitevi se uscirà dal briefing con la CIA accettandone la storia, comprendendo che l’alternativa alla complicità con la CIA possa essere la morte.90c35446ff263f3b36bbdf50672a3e99Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica estera degli USA e la campagna per destabilizzare la Presidenza Trump

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 5 gennaio 2017
Nota: Questo articolo si basa in parte su testi scritti dall’autore prima delle elezioni negli Stati Uniti.protests-nov-13jpg-jpg-size-custom-crop-1086x695Introduzione
Obama ha formalmente accusato Mosca d’interferire nelle elezioni degli Stati Uniti per conto di Donald Trump. Si tratta di gravi accuse. Considerando che le sanzioni sono dirette contro la Russia, l’intento finale è minare la legittimità del presidente eletto Donald Trump e la sua posizione in politica estera su Mosca. Secondo i media statunitensi, le sanzioni contro Mosca avevano lo scopo di “bloccare il presidente eletto Donald J. Trump” perché “ha costantemente messo in dubbio” che Putin fosse coinvolto nel presunto hackeraggio del DNC. In un precedente articolo sull’ingerenza del Cremlino, il New York Times (15 dicembre) definiva Donald Trump “…un utile idiota“… un presidente che non sa di essere stato prodotto da una scaltra potenza straniera. Ma le accuse a Trump sono andate ben oltre la storia del “blocco”. La verità non detta sull’ordine esecutivo di Obama è che punisce Trump piuttosto che Putin. L’obiettivo non è “bloccare” il presidente eletto per la “scarsa familiarità con l’intelligence“. Al contrario: la strategia è delegittimare Donald Trump accusandolo di alto tradimento. In questi ultimi sviluppi, il direttore della National Intelligence James Clapper ha “confermato” che il presunto attacco informatico russo è una “minaccia esistenziale al nostro modo di vita“. “Che si tratti o no di un atto di guerra (della Russia contro gli Stati Uniti) penso che sia un’accusa politica molto grave che non credo la comunità dell’intelligence non dovrebbe fare“, ha detto Clapper. Quell'”atto di guerra”, non della Russia, ma contro la Russia, sembra sia stato approvato dall’amministrazione Obama: diverse migliaia di carri armati e truppe statunitensi sono impiegati alle porte della Russia nell’ambito dell'”Operazione Atlantic Resolve” diretta contro la Federazione Russa. Tali dispiegamenti militari sono parte della “vendetta” di Obama contro la Russia per la presunta pirateria moscovita delle elezioni statunitensi? È una procedura “accelerata” dal presidente, supportato dall’intelligence degli Stati Uniti, destinata a creare caos politico e sociale prima della nascita dell’amministrazione Trump, il 20 gennaio? Secondo DINA News del Donbas: “Un massiccio dispiegamento militare degli Stati Uniti (ai confini della Russia) dovrebbe essere pronto entro il 20 gennaio“. La follia politica prevale, e potrebbe potenzialmente scatenare la terza guerra mondiale. Nel frattempo la “vera storia” dell’hackeraggio non è notizia da prima pagina. I media mainstream l’ignorano.

Destabilizzare la Presidenza Trump
L’intento finale di tale campagna dei neocon e della fazione dei Clinton è destabilizzare la presidenza Trump. Prima delle elezioni dell’8 novembre, l’ex-segretario della Difesa e direttore della Cia Leo Panetta lasciò intendere che Trump fosse una minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo The Atlantic, Trump è un “candidato manciuriano moderno” al servizio degli interessi del Cremlino. Dopo il voto dei Grandi Elettori (a favore di Trump) e delle sanzioni di Obama nei confronti di Mosca, le accuse di tradimento contro Donald Trump sono aumentate: “Lo spettro del tradimento aleggia su Donald Trump. Ne ha la responsabilità respingendo l’invito bipartisan su un’indagine dell’hackeraggio della Russia del Comitato Nazionale Democratico come attacco politico “ridicolo” alla legittimità della sua elezione a presidente“. (Boston Globe, 16 dicembre)
I liberali suggeriscono che il Presidente eletto Donald Trump sia colpevole di tradimento dopo che il presidente Obama annunciava nuove sanzioni contro la Russia e Trump elogiava la risposta di Vladimir Putin alle sanzioni“. (Daily Caller, 30 dicembre, 2016)

Gestione coordinata per destabilizzare la Presidenza Trump?
Trump “va a letto con il nemico”? Gravi accuse presumibilmente avviate dai servizi segreti degli Stati Uniti che non possono essere ignorate. Saranno dimenticate una volta che Trump sarà alla Casa Bianca? Improbabile. Fanno parte della propaganda di potenti interessi corporativi. Ciò che è in gioco è un’operazione accuratamente coordinata per destabilizzare la presidenza Trump e caratterizzata da diverse componenti. L’obiettivo centrale di tale piano contro Trump è garantire la continuità della politica estera dei neocon orientata alla guerra mondiale e alla conquista economica del mondo, che ha dominato il panorama politico degli Stati Uniti dal settembre 2001. Vediamo una prima rassegna sulla natura della posizione in politica estera dei neocon.

Base della politica estera dei neocon
Dopo l’11 settembre 2001, due importanti cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti furono concepiti nell’ambito della Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) del 2001. Il primo fu l’inasprimento della “guerra globale al terrorismo” contro al-Qaida, e il secondo ha introdotto la dottrina della “guerra difensiva preventiva”. L’obiettivo era presentare “l’azione militare preventiva” come guerra di “autodifesa” contro due categorie di nemici, “Stati canaglia” e “terroristi islamici”: “La guerra globale contro i terroristi è un’impresa globale di durata incerta…. gli USA agiranno contro tali minacce emergenti prima che siano completamente formate“. (National Security Strategy, Casa Bianca, 2002)
La dottrina della guerra preventiva include anche l’uso preventivo di armi nucleari come “primo colpo” (quale strumento di “autodifesa”) nei confronti di Stati nucleari e non nucleari. Tale concetto fu saldamente approvato da Hillary Clinton nella sua campagna elettorale. A sua volta, la “guerra globale al terrorismo” (GWOT) lanciata dopo l’11 settembre ebbe un ruolo centrale nel giustificare l’intervento militare USA-NATO in Medio Oriente per “motivi umanitari” (R2P), tra cui l’imposizione delle cosiddette “No Fly Zone”. La GWOT è pietra angolare della propaganda dei media. Le dimensioni militari e d’intelligence del piano dei neocon sono contenute nel Progetto per il Nuovo Secolo Americano formulato prima dell’ascesa di George W. Bush alla Casa Bianca. Il PNAC impone anche la “rivoluzione negli affari militari” che richiede un enorme bilancio assegnato allo sviluppo di sistemi di armi avanzati, tra cui una nuova generazione di armi nucleari. L’iniziativa del PNAC fu lanciata da William Kristol e Robert Kagan, la cui moglie Victoria Nuland ha giocato un ruolo chiave come assistente della segretaria di Stato Clinton nel pianificare il colpo di Stato euro-majdan in Ucraina. Il piano neocon include anche “cambio di regime”, “rivoluzioni colorate”, sanzioni economiche e riforme macroeconomiche dirette contro i Paesi non conformi alle richieste di Washington. A sua volta, la globalizzazione della guerra supporta l’agenda economica globale di Wall Street: I negoziati segreti per i blocchi commerciali in Atlantico e Pacifico (TPP, TTIP, CETA, TISA), accoppiati alla “sorveglianza” di FMI-Banca Mondiale-OMC, sono parte integrante di tale piano egemonico, intimamente legato alle operazioni militari e d’intelligence degli Stati Uniti.ccx1l4muuaaah-i“Lo Stato profondo” e lo scontro di potenti interessi corporativi
Il capitalismo globale non è affatto monolitico. La posta in gioco sono rivalità fondamentali nella dirigenza statunitense segnata dallo scontro tra fazioni aziendali in competizione, ognuna intenta a esercitare il controllo sulla presidenza degli Stati Uniti. A questo proposito, Trump non è del tutto in mano ai gruppi di pressione. Come membro della dirigenza, è proprio sponsor e finanziatore. La sua agenda in politica estera, che dichiara l’impegno a rivedere il rapporto di Washington con Mosca, non è conforme completamente agli interessi dell’industria della difesa che ha sostenuto la candidatura di Clinton. Ci sono potenti interessi corporativi da entrambe le parti, che ora si scontrano. Vi sono anche alleanze sovrapposte e “trasversali” nella dirigenza aziendale. Quello a cui si assiste sono le “rivalità inter-capitaliste” nel campo delle banche, petrolio ed energia, complesso militare industriale, ecc. “Lo Stato profondo” è diviso? Queste rivalità sono caratterizzate anche da divisioni strategiche e scontri nelle diverse agenzie dell’apparato dello Stato USA, come la comunità di intelligence e militare. A tal proposito, la CIA è così profondamente radicata nei media corporativi (CNN, NBC, NYT. WP, ecc), che guida una campagna diffamatoria implacabile contro Trump e i suoi presunti legami con Mosca. Ma c’è anche una campagna contraria nella comunità d’intelligence contro la fazione neocon dominante. A tal proposito, la squadra di Trump contempla la razionalizzazione della CIA (cioè purghe). Secondo un membro della squadra di transizione di Trump (citato dal Wall Street Journal il 4 gennaio 2017), “secondo il team di Trump il mondo dell’intelligence è completamente politicizzato, …va snellito. L’attenzione sarà focalizzata sulla ristrutturazione delle agenzie e su come interagiscono“. Questo piano potrebbe interessare anche agenti della CIA responsabili della propaganda nei media mainstream. Ciò creerebbe inevitabilmente divisioni e conflitti profondi nell’apparato di intelligence degli Stati Uniti, che potrebbe potenzialmente portare un contraccolpo alla presidenza Trump. Ma è improbabile che l’amministrazione Trump possa minare le strutture interne dell’intelligence degli Stati Uniti e la propaganda mediatica sponsorizzata dalla CIA.

Continuità nella politica estera statunitense?
Ideata alla fine degli anni ’40 dal funzionario del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ufficiale George F. Kennan, la “Dottrina Truman” pose le basi ideologiche del piano egemonico post-bellico degli USA. Ciò che questi documenti del dipartimento di Stato rivelano è la continuità nella politica estera dal “contenimento” della Guerra Fredda alla dottrina della “guerra preventiva” post-11 settembre. A tal proposito, il piano dei neocon del Progetto per un Nuovo Secolo Americano di conquista globale va visto come culmine del programma post-bellico di egemonia militare e dominio economico globale formulato dal dipartimento di Stato nel 1948, in vista della guerra fredda. Inutile dire che le amministrazioni democratiche e repubblicane, da Harry Truman a George W. Bush e Barack Obama, furono coinvolte nella realizzazione di tale piano egemonico per il dominio globale, che il Pentagono chiama “Lunga Guerra”. A questo proposito, i neocon seguono le orme della “Dottrina Truman”. Alla fine degli anni ’40, George F. Kennan invocò la costruzione di una dominante alleanza anglo-statunitense basata sulle “buone relazioni tra il nostro Paese e l’impero inglese“. Oggi, questa alleanza caratterizza gran parte dell’asse militare tra Washington e Londra, svolgendo un ruolo dominante nella NATO a scapito degli alleati europei (continentali) di Washington, e comprende anche Canada e Australia quali principali partner strategici. Di rilievo, Kennan sottolineò l’importanza d’impedire lo sviluppo delle potenze europee continentali (Germania, Francia, Italia) che potessero competere con l’asse anglo-statunitense. L’obiettivo nella Guerra Fredda e conseguenze fu evitare che l’Europa avesse legami politici e economici con la Russia. A sua volta, la NATO, in gran parte dominata dagli Stati Uniti, impedì a Germania e Francia di svolgere un ruolo strategico negli affari mondiali.

Il riallineamento della politica estera di Trump
E’ altamente improbabile che l’amministrazione Trump si discosti dal pilastro della politica estera degli Stati Uniti. Mentre la squadra di Trump è impegnata in un programma di destra socialmente regressivo e razzista sul fronte interno, alcuni riallineamenti di politica estera sono possibili tra cui l’ammorbidimento delle sanzioni contro la Russia, che potrebbe avere un impatto sui contratti multimiliardari del complesso militar-industriale. Questo di per sé sarebbe un risultato significativo che contribuirebbe a un periodo di distensione nelle relazioni Est-Ovest. Inoltre, mentre Trump ha messo insieme un gabinetto di destra con generali, banchieri e dirigenti petroliferi, che si conforma in gran parte al sostegno del Partito Repubblicano, l'”entente cordiale” bi-partisan tra democratici e repubblicani s’è spezzata. Nel frattempo, vi sono voci potenti nel GOP che sostengono la “fazione anti-Trump”. Le divisioni tra le due fazioni sono comunque significative. Nella politica estera statunitense, in gran parte riguarda le relazioni bilaterali USA-Russia compromesse anche dall’amministrazione Obama, così come sull’agenda militare degli Stati Uniti in Siria e in Iraq. Vi sono anche i rapporti con l’Unione europea colpita della sanzioni economiche di Obama contro la Russia. Le sanzioni hanno portato a un drammatico declino del commercio e degli investimenti dell’UE nella Federazione russa. In conformità con la “Dottrina Truman” qui discussa, la politica estera statunitense dei neocon, soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, cercò di smantellare l’alleanza franco-tedesca ed indebolire l’Unione europea. É rilevante, in relazione ai recenti sviluppi in Ucraina e Europa orientale, che George F. Kennan esplicitamente sottolineasse nel suo testo breve del 1948 al dipartimento di Stato, “una politica di contenimento della Germania, in Europa occidentale“, osservazione che suggeriva che gli Stati Uniti dovessero supportare il progetto europeo solo se supportava gli interessi egemonici degli USA. E questo è precisamente ciò che i neocon ottennero con le amministrazioni Bush e Obama: “Oggi Francois Hollande e Angela Merkel prendono ordini direttamente da Washington. L’invasione dell’Iraq del 2003 fu il punto di svolta. L’elezione dei capi politici filo-statunitensi (Sarkozy in Francia e Angela Merkel in Germania) era favorevole all’indebolimento della sovranità nazionale, portando alla scomparsa dell’alleanza franco-tedesca“, (Michel Chossudovsky, Il Piano USA per il dominio globale: Dal ” Contenimento” alla “guerra preventiva”, Global Research, 2014)
La domanda più importante è se questo riallineamento dell’amministrazione Trump frenerà il dispiegamento di truppe e materiale militare della NATO in Europa orientale, alle porte della Russia. Sarà favorevole al disarmo nucleare? Mentre l’agenda in politica estera di Trump è il bersaglio della “politica sporca” dalla fazione Clinton, la nuova amministrazione ha potenti sostenitori aziendali che senza dubbio sfideranno i neocon, anche quelli che operano nella comunità d’intelligence. Va notato che Trump ha anche il sostegno della lobby pro-Israele, così come dell’intelligence israeliana. A dicembre, il capo del Mossad incontrò la squadra di Trump a Washington.anti-trumpIl calendario del piano destabilizzazione
All’inizio, prima delle elezioni dell’8 novembre, il piano per impedire e destabilizzare la presidenza Trump era costituito da diversi processi coordinati e interconnessi, alcuni in corso, mentre altri sono già stati completati (o non sono più rilevanti):
– la campagna mediatica diffamatoria contro Trump, che ha assunto nuovo slancio sulla scia delle elezioni dell’8 novembre (in corso);
– il movimento anti-Trump fabbricato negli Stati Uniti, coordinato con la copertura dei media delle petizioni volte a impedirlo (in corso);
– il riconteggio dei voti in tre Stati in bilico (non più rilevante);
– il passaggio dell’HR 6393: l’Intelligence Authorization Act per l’anno fiscale 2017, che comprende una sezione diretta contro i cosiddetti “media indipendenti pro-Mosca”, in risposta alla presunta interferenza di Mosca nelle elezioni degli Stati Uniti a sostegno di Donald Trump;
– il voto del Collegio Elettorale del 19 dicembre (non più rilevante);
– la petizione lanciata dalla senatrice della California Barbara Boxer su Change.org sul voto del collegio elettorale (non più rilevante);
– la campagna “Disrupt” per impedire il 20 gennaio 2017 la cerimonia della nomina presidenziale;
– la possibilità di una procedura d’impeachment è già contemplata nel primo anno del mandato;

La slogan è “sradica”. L’obiettivo è “sradicare”
A sua volta, il sito web Disruptj20.org chiede d’impedire la nomina di Donald Trump il 20 gennaio 2017: “# DisruptJ20 è supportato dal lavoro del comitato di accoglienza DC, un collettivo di attivisti locali ed esperti sul campo che agiscono con il sostegno nazionale. Stiamo costruendo il quadro necessario per le proteste di massa per impedire la nomina di Donald Trump e pianificare azioni dirette per realizzare questo obiettivo. Forniamo anche servizi come alloggio, cibo e anche assistenza legale a chiunque voglia unirsi a noi“.

Quali saranno i possibili risultati?
La campagna di propaganda, insieme ad altre componenti dell’operazione (movimento di protesta, petizioni anti-Trump, ecc) viene utilizzata come mezzo per screditare il presidente eletto. Questa campagna di propaganda dei media verso il neo-presidente non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti. Mentre il MSM critica regolarmente politici come il presidente degli Stati Uniti, la narrazione dei media in questo caso è fondamentalmente diversa. Il presidente entrante è il bersaglio di una campagna diffamatoria organizzata dai media che non cesserà all’ascensione di Trump alla Casa Bianca. Allo stesso tempo, un movimento di protesta progettato e coordinato contro Trump è in corso dall’8 novembre. In realtà iniziò la sera dell’8 novembre prima dell’annuncio dei risultati elettorali. Le proteste hanno tutte le apparenze di una “rivoluzione colorata”. I media favoriscono il movimento di protesta fabbricato. Organizzatori e reclutatori sono al servizio degli interessi dei potenti gruppi di pressione aziendali, tra cui le industrie della difesa. Non sono al servizio degli interessi del popolo. E’ improbabile che le diverse iniziative, tra cui la campagna Disrupt, avranno un impatto significativo sulla nomina di Trump. La nostra valutazione suggerisce, tuttavia, che il presidente entrerà alla Casa Bianca tra un alone di polemiche.

L’impeachment è il “Punto di discussione”
La campagna di propaganda continuerà dopo la nomina di Trump, avanzando accuse di tradimento. L’impeachment di Donald Trump fu già contemplato prima della sua ascesa alla presidenza. Secondo l’Huffington Post del 1° gennaio 2017: “C’è solo un modo costituzionale per rimuovere un presidente, via impeachment. Ciò che serve è la richiesta d’impeachment dei cittadini, da iniziare il primo giorno della carica di Trump. L’indagine dovrebbe tenere un dossier e aggiornarlo almeno settimanalmente presso la Commissione Giustizia della Camera. Non mancheranno le prove”. Change.org, che organizza il movimento di protesta fabbricato, ha lanciato una petizione per mettere sotto accusa Trump.

Il popolo statunitense vittima ignorata: necessità di un movimento di massa reale
Il popolo statunitense è la vittima ignorata di questo scontro tra fazioni capitaliste, al servizio degli interessi delle élite a scapito degli elettori degli Stati Uniti. A sua volta, una significativa vera opposizione alla politica sociale razzista di Trump fu “sequestrata” dal movimento di protesta fabbricato, finanziato e controllato da potenti interessi economici. Gli organizzatori di tale movimento agiscono per conto di potenti interessi delle élite. Le persone sono ingannate. Ciò che è necessario nei prossimi mesi è sviluppare movimenti sociali “reali” contro la nuova amministrazione Trump sui grandi temi sociali ed economici, i diritti civili, l’assistenza sanitaria, la creazione di posti di lavoro, le questioni ambientali, la politica estera degli Stati Uniti che ha portato a guerre, spese per la difesa, immigrazione, ecc. I movimenti di base indipendenti devono quindi separarsi dalle proteste fabbricate e finanziate (direttamente o indirettamente) da interessi corporativi. Non è un compito facile. Il finanziamento e la “fabbricazione del dissenso”, la manipolazione dei movimenti sociali, ecc., sono saldamente radicati. Ironia della sorte, il neoliberismo finanzia l’attivismo diretto contro il neoliberismo. “Fabbricare il dissenso” è caratterizzato da ambiente manipolativo, scontro e sottile cooptazione degli individui nelle organizzazioni progressiste, coalizioni contro la guerra, ambientalisti e movimento antiglobalizzazione. “La cooptazione non si limita a comprare i favori dei politici. Le élite economiche, che controllano le principali fondazioni, supervisionano numerose ONG e organizzazioni della società civile storicamente interessate dal movimento di protesta contro l’ordine economico e sociale vigente“. (Michel Chossudovsky, Global Research, 20 settembre 2010)

Gli USA si preparano a una profonda crisi costituzionale
In questa fase è difficile prevedere cosa accadrà con l’amministrazione Trump. Ciò che sembra evidente, tuttavia, è che gli USA vadano verso una crisi politica profonda, con importanti implicazioni sociali, economiche e geopolitiche. È la tendenza (futura) all’adozione della legge marziale e alla sospensione del governo costituzionale?davidson-trump-clintons-marriage-1200Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora