L’alba della guerra psicografica

Wayne Madsen SCF 26.03.2018Da qualche parte nelle viscere del complesso israeliano di sorveglianza-intelligence-militare, forse in una dozzina o più laboratori informatici altamente protetti a Tel Aviv, Herzliya, Ramat Gan e Petach Tikva, l’idea fu per la prima volta sollevata. Prendendo in prestito gli strumenti psicografici sviluppati dalle società di marketing online e abbinandoli con metodi di propaganda antichissimi e tecniche di guerra psicologica più moderne utilizzate dai servizi militari e d’intelligence, è stato deciso che le elezioni possono essere manipolate, non alle urne, ma influenzando gli elettori. Benvenuti nel mondo della guerra basata sui risultati psicografici o “POW”. Non è più di moda interferire nel conteggio dei voti. Invece, gli esperti di guerra psicografica hanno deciso che è molto più vantaggioso influenzare gli elettori prima di esprimere il voto. Questa forma di guerra informatica apparve nel 2006 dopo lo sviluppo del Megaphone Desktop Tool, un programma software progettato per rispondere a ciò che era considerato contenuto anti-israeliano sul web. Utilizzando feed RSS (Rich Site Summary), Megaphone e un’organizzazione di propaganda ombrello denominata Give Israel Your United Support (GIYUS) poterono sostenere le politiche israeliane votando automaticamente nei sondaggi on-line, rispondendo ai commenti ritenuti negativi nei confronti d’Israele nelle chat room e nei forum online e indirizzando la posta elettronica a varie organizzazioni giornalistiche, tra cui BBC, Independent Television News (ITN) e Reuters. Secondo “The Register” nel Regno Unito, ciò che Megaphone fece fu “un esercizio high-tech sul ballottaggio“. Megaphone fu soprannominato “lobby”. Nel 2007, Megaphone fu riprogrammato per altri usi e una versione riveduta fu commercializzata da Collactive, un’azienda al centro della diffusione di software spamming a rivenditori online senza scrupoli. Il denaro per Collactive fu fornito da Sequoia Capital, una società di capitale di rischio di Menlo Park, in California, attiva nel finanziamento di imprese ad alta tecnologia israeliane. Non è un caso che il quartier generale della Sequoia Capital si trovi a soli 12 km dalla sede centrale di Facebook ad East Palo Alto. Il nesso tra gli sviluppatori di software per lo spamming e le società di datamining sono profonde quanto tra Facebook e Google, quest’ultimo a sole 10 miglia da Sequoia, costituirebbe una seria minaccia per le elezioni in oltre 100 Paesi, regioni e province in tutto il mondo. È ormai noto che Facebook consentiva a Cambridge Analytica, società del Regno Unito, di estrapolare l’onnipresente repository di dati personali dai provider, sviluppare software per il targeting geo-demografico e quindi influenzare gli elettori nel mondo. Lungi dal manomettere le macchine per il voto o di tabulazione dei voti, ciò che Cambridge Analytica ha fatto, insieme alla consociata negli Stati Uniti Cambridge Analytica LLC, era manomettere le menti degli elettori. Ciò fu realizzato utilizzando sofisticati programmi psicografici. Dopo diverse elezioni discutibili negli Stati Uniti, come le elezioni presidenziali del 2000 e 2004, fraudolente in Florida e Ohio, il nuovo metodo di “lancio” delle elezioni risiedeva sulle decisioni degli elettori. Analizzando psicologicamente gli elettori in base ad attività e comportamento, interessi, atteggiamenti, valori sul web, Cambridge Analytica, armata di un software basato sui risultati delle elezioni, poté condurre campagne da guerra psicologica di massa per allontanare gli elettori da determinati candidati, partiti e scelte referendarie popolari. Il fattore determinante nella vittoria elettorale di Trump fu il microtargeting di 230 milioni di elettori statunitensi utilizzando ben 5000 diversi vettori di raccolta dati dai massicci database di Facebook, Twitter, Google e altre applicazioni dei social media. In quasi tutti i casi in cui le elezioni erano influenzate da tali operazioni di manipolazione, i vincitori erano partiti e candidati favorevoli agli interessi israeliani. GIYUS e Megaphone divennero da operazione di propaganda ad operazione d’influenza determinante sull’esito del voto, con un cambiamento comportamentale elettorale in piena regola. Invece di sondaggi on-line che soccombevano ai creatori di tali illeciti, era il voto vero a divenire obiettivo della manipolazione psicologica “Made in Israel“.
La vittoria elettorale di Donald Trump nel 2016 fu favorita da Long Island dal magnate degli hedge fund di New York e scienziato informatico Robert Mercer. Mercer, un prodotto di destra del complesso d’intelligence militare, grazie ai suoi primi lavori sull’intelligenza artificiale per il Laboratorio di armi dell’aeronautica statunitense presso la base militare di Kirtland, nel Nuovo Messico. Mercer poté trasformare l’intelligenza artificiale utilizzata per i sistemi d’arma per prevedere vincitori e perdenti nel mercato azionario. I programmi sviluppati da Mercer l’hanno reso miliardario. La Renaissance Technologies di Mercer era un importante investitore della Cambridge Analytica. Robert Mercer e sua figlia Rebekah Mercer furono anche i principali finanziatori del sito di destra filo-Trump Breitbart News. Cambridge Analytica, lavorando a braccetto con Breitbart e l’unità operativa digitale della campagna presidenziale Trump, impegnata in una campagna da guerra psicologica mai vista nella storia degli Stati Uniti, fu preceduta da operazioni di interferenza elettorale praticamente non dichiarate in Europa, America Latina e Asia. La società madre di Cambridge Analytica, SCL Group di Londra, già Strategic Communication Laboratories (SCL), collegata a Ministero della Difesa inglese, MI-6 e dipartimenti della Difesa e dello Stato degli Stati Uniti, fu fondata nel 1993 da un ex-dirigente della società pubblicitaria Saatchi & Saatchi. Il gigante pubblicitario fu fondato nel 1970 dai fratelli Maurice e Charles Saatchi, che provenivano da una famiglia ebrea molto ricca di Baghdad, in Iraq. I fratelli Saatchi, entrambi ebrei ortodossi, come il genero di Trump Jared Kushner e la figlia Ivanka Trump, sono forti sostenitori di Israele. Le connessioni tra SCL e Cambridge Analytica nelle precedenti operazioni di propaganda sul web sviluppate dall’intelligence israeliana, quindi, non dovrebbero sorprendere. Uno psicologo di Cambridge Analytica, Michal Kosinski, fu coinvolto nella ricerca di un’azienda privata che concluse che gli utenti di Internet che “gradivano” le scarpe Nike e le barrette di cioccolato KitKat erano anche anti-israeliani. Alcuni fondi di Kosinski provenivano dall’Agenzia per la ricerca avanzata di difesa degli Stati Uniti (DARPA), nota operazione di riciclaggio e ricerca di Central Intelligence Agency e National Security Agency.
Né dovrebbe sorprendere che Cambridge Analytica abbia assunto i servizi di due rabbiosi funzionari filo-israeliani nella campagna di Trump e nella prima amministrazione, l’incriminato l’ex-consigliere della sicurezza nazionale di Trump, tenente-generale Michael Flynn, e l’ex-stratega capo di Trump, Steve Bannon. Jared Kushner, il cui ex-detenuto padre Charles Kushner ha stretti legami con l’intelligence israeliana, supervisionò personalmente l’impiego di Cambridge Analytica nella campagna Trump. Infatti, la classica “intelligenza” usata da Cambridge Analytica, sotto la direzione del suo ex-amministratore delegato Alexander Nix, scatenò voci malevoli sull’orientamento sessuale dei candidati politici e su altre abitudini sessuali, oltre a cercare di comprometterli con attraenti prostitute ucraine, tattiche preferite dal Mossad di Israele. Charles Kushner impiegò tattiche d’intrappolamento, con un”honeytrap” omosessuale guidato dall’intelligence israeliano, l’ex governatore democratico del New Jersey Jim McGreevey. Charles Kushner fu anche accusato in tribunale di cercare di usare prostitute per intrappolare il contabile e il cognato, testimoni del governo nel processo federale per corruzione intentatogli contro. Cambridge Analytics aveva almeno 10 dipendenti nelle operazioni digitali della campagna Trump, guidati da Brad Parscale, recentemente nominato capo della campagna elettorale di Trump per il 2020. Ci sono anche collegamenti tra Cambridge Analytica e Palantir, l’azienda fondata con fondi venture capital della CIA e guidata dal caro amico e consigliere economico di Trump Peter Thiel. Con sede a pochi chilometri da Facebook e Google a Palo Alto, Palantir utilizza dati personali e geo-spaziali supportando Pentagono e comunità di intelligence degli Stati Uniti nelle operazioni di guerra psicologica ed “operazioni informative” micro e macro-mirate. Ed è a sole 10 miglia da un’altra azienda che avviata con capitale iniziale della CIA, Oracle, Inc., il nonno dei database relazionali. In un’esposizione su Cambridge Analytica trasmessa da Channel 4, Nix rivelò che l’azienda utilizzava “alcune compagnie israeliane“, che considerava “molto efficaci nella raccolta di informazioni“. Lo sviluppatore dell’applicazione utilizzata da Cambridge Analytica per raccogliere ed estrarre dati personali di 50 milioni di utenti statunitensi di Facebook, per scopi politici e di altro genere, è Aleksandr Kogan, collega di Kosinski. Nato in quella che era la Repubblica socialista sovietica moldava, Kogan e la famiglia erano tra le centinaia di migliaia di ebrei residenti nell’Unione Sovietica che emigrarono negli Stati Uniti negli ultimi anni dell’URSS. In una mossa degna del peggior James Bond, Kogan cambiò nome in Dr. Alexander Spectre. È interessante notare che un programma dannoso che abbatte la sicurezza delle applicazioni informatiche “sicure” è anche noto come “Spectre“. Molti ebrei moldavi fungono da boss in quello che il Federal Bureau of Investigation chiama “mafia euroasiatica”. Il Presidente Vladimir Putin aveva assolutamente ragione quando dichiarò a NBC News che dei russi non sarebbe coinvolti nell’ingerenza delle elezioni statunitensi, ma che potevano essere “ucraini, tartari o ebrei con cittadinanza russa… Forse doppia cittadinanza o visto. O forse gli statunitensi li hanno pagati per questo lavoro“.
Sulla base delle origini di Cambridge Analytica, SCL Group, Renaissance Technologies, Saatchi & Saatchi, Sequoia Capital, Facebook, Google, Palantir, Collactive e Megaphone/GIYUS, non c’è “forse” sul coinvolgimento di ucraini e ebrei ex-sovietici nella psicologia della manipolazione elettorale. Si potrebbe aggiungere alla lista del Presidente Putin, moldavi, israeliani e cittadini inglesi e statunitensi, per non parlare di lettoni, estoni, rumeni, turchi e macedoni. SCL Group ha condotto ricerche classificate per il Ministero della Difesa inglese e la NATO su “Target Audience Analysis” (TAA), sottoinsieme di ciò che le agenzie d’intelligence occidentali chiamano “Population Intelligence“. Piuttosto che avere legami con l’intelligence o il governo russi, Cambridge Analytica e la collegata SCL Group hanno un rapporto diretto con Whitehall, Pentagono, Foggy Bottom, US Defense Intelligence Agency quando era sotto il comando del generale Flynn, quartier generale del partito conservatore del Regno Unito, quartier generale della NATO a Bruxelles e, in particolare, Mossad e ministero della Difesa israeliano a Tel Aviv. L’ex-commissario per la privacy australiano Malcolm Crompton, ha riassunto il modo in cui aziende come Cambridge Analytica e SCL Group interferiscono nelle elezioni. Disse al “Brisbane Times” che i partiti politici, da soli, vanno biasimati. Crompton disse che i partiti usano “macchine molto sofisticate sull’elettorato” che raccolgono informazioni dai contatti cogli elettori. Aggiunse che tali “fonti di informazione potrebbero poi essere combinate con i dati di Facebook per costruire il profilo degli elettori“. La portata delle interferenze elettorali di Cambridge/SCL Group nel mondo è sbalorditiva. Oltre agli Stati Uniti, il conglomerato è stato attivo nelle elezioni in Kenya, India, Trinidad e Tobago, Antigua e Barbuda, Moldova, St. Lucia, Argentina, Repubblica Ceca, Ghana, Lettonia, Italia, Nigeria, St. Kitts-Nevis, Messico, Giamaica, Polonia, Scozia, Lituania, Germania, Francia, Ungheria, Romania, Tailandia, Sud Africa, Brasile, Indonesia, Irlanda del Nord, Kedah, Bihar, Colombia, Dominica, St. Vincent e Grenadine, Islanda, Nepal, Iran, Malesia e nella campagna “Leave” della Brexit nel Regno Unito.
Nel 2015, gli hacker israeliani di Cambridge Analytica, che lavoravano dall’ufficio di Londra, hackerarono le e-mail dell’ex-candidato presidenziale nigeriano Muhammadu Buhari per scovare informazioni personali imbarazzanti sul candidato musulmano. Ciò avrebbe giovato al presidente in carica Goodluck Jonathan, cristiano che sosteneva stretti legami con Israele. Nello stesso anno, gli hacker israeliani hackerarono e-mail e cartelle cliniche del leader dell’opposizione di St. Kitts-Nevis, Timothy Harris, del Partito laburista popolare. Il governo israeliano era noto opporsi ad Harris per la sua politica volta a rafforzare i legami col Venezuela, deciso avversario d’Israele. Harris, contro le probabilità imposte dagli hacker israeliani e da Cambridge, vinse le elezioni. Cambridge Analytica colpì ancora nel 2017, quando sostenne la rielezione del presidente Uhuru Kenyatta in Kenya diffondendo online voci e pettegolezzi sul suo avversario, usando Facebook e l’applicazione Whatsapp. Kenyatta mantenne forti relazioni d’intelligence e militari con Israele. In quasi tutte le elezioni in cui interferirono, Cambridge Analytica e SCL lo fecero per conto di capi e partiti favorevoli allo stretto legame con Israele. Non è una coincidenza. Con tutta l’attenzione sull’integrità elettorale, ora arriva un’azienda che offre tecnologia blockchaining per controllare e autenticare il conteggio dei voti. L’8 marzo 2018, Agora, società di tecnologia blockchain con sede in Svizzera, emise il seguente comunicato stampa, l’8 marzo 2018: “Le elezioni presidenziali della Sierra Leone del 2018, tenutesi il 7 marzo, rappresentano la prima volta nella storia che la tecnologia blockchain viene utilizzata per le elezioni governative. I risultati del West District sono stati registrati sul blockchain ledger di Agora, e il conteggio fu reso disponibile pubblicamente giorni prima del consueto conteggio manuale“. La tecnologia blockchain è al centro delle criptovalute come Bitcoin. Non è un caso, infatti, che dietro l’introduzione della criptovaluta nella Repubblica delle Isole Marshall, stretto alleato diplomatico d’Israele, vi siano le società tecnologiche israeliane. Manipolazione e penetrazione delle elezioni globali a beneficio di Israele non finirà nel prossimo futuro, né i politici, timorosi della Lobby israeliana, accusano i veri colpevoli di violazioni elettorali in oltre 100 Paesi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli USA alzano bandiera bianca, invocando colloqui con la Russia sulle nuove armi nucleari

Gilbert Doctorow, Ph.D., US Foreign Policy, 21 marzo 2018Si può dire con certezza che la presentazione di Vladimir Putin dei nuovi sistemi d’arma della Russia nel discorso all’Assemblea federale del 1 marzo ha finalmente suscitato la risposta desiderata dal suoi interlocutori a Washington, DC. Nella presentazione, Putin parlava di avanzati sistemi d’arma strategici dalla tecnologia, affermava, di un decennio davanti a quella di Stati Uniti ed altri antagonisti. Ha dato un colpo diretto al Pentagono, dove i nostri generali sono rimasti interdetti. Ma, come avviene normalmente, quando questi signori hanno bisogno di tempo per schiarirsi le idee, sentimmo solo una prima smentita: che i russi bluffavano, che non avevano niente pronto, che erano solo progetti, e che gli Stati Uniti li hanno già tutti, ma li tenevano in riserva. Naturalmente, non tutta l’élite politica statunitense se l’è bevuta.
L’8 marzo i senatoru Dianne Feinstein (D-California), Bernie Sanders (I-Vermont) e due meno conosciuti di Massachusetts ed Oregon inviavano una lettera aperta all’allora segretario di stato Rex Tillerson, invitandolo ad inviare una delegazione del controllo degli armamenti, per parlare apertamente ai russi “il più presto possibile”. Era un’iniziativa improbabile che anche i loro sostenitori progressisti, per non parlare dei capi democratici, trovavano difficile da credere. I due senatori erano nemici della Russia e promossero attivamente la fiaba della collusione di Trump con la Russia negli ultimi mesi. Sibilavano alla foto di Jeff Sessions, non ancora procuratore generale, che stringeva la mano e sorrideva con l’Ambasciatore russo Kisljak. Ora chiedevano di ravvivare i colloqui sul controllo degli armamenti con… i russi. Questa storia sparì prima della pubblicazione, tranne che in Russia, dove divenne una notizia di primo piano a poche ore dalla pubblicazione della Lettera. Il pubblico statunitense e mondiale non ne sapeva nulla, anche se la lettera era sulle prime pagine dei siti web dei rispettivi coautori del Senato. Il pubblico statunitense e mondiale non sa nulla oggi, due settimane dopo la pubblicazione, a parte i lettori di Consortium News opportunamente informati al momento. Nel frattempo, la macchina della propaganda degli Stati Uniti entrava in marcia, producendo problemi diversivi per attirare l’attenzione del pubblico da ciò che era il tema del discorso di Putin del 1 marzo. E così si p avuta la saturazione delle notizie sull’attentato Skripal col gas nervino, del presunto attacco cibernetico alla rete energetica ed idrica degli Stati Uniti. Entrambe mere storie di “russi”. E leggiamo del riposizionamento delle forze navali statunitensi nel Mediterraneo a portata missilistica da Damasco per un possibile attacco punitivo in risposta a un attacco chimico ai civili da parte del regime di Assad, non ancora accaduto, e solo con l’intento di umiliare i sostenitori di Assad, i russi. Ora, finalmente, dopo negazione e diversivo, la verità emerge. Lo stesso presidente degli Stati Uniti porta un messaggio che, data l’arroganza statunitense, equivale ad alzare bandiera bianca.
Troviamo quanto segue alla prima pagina del New York Times che descrive le osservazioni di Trump sulla telefonata per congratularsi con Vladimir Putin per la vittoria elettorale: “Abbiamo avuto una conversazione molto buona“, ha detto Trump ai giornalisti, “c’incontreremo probabilmente in un futuro non troppo lontano per discutere della corsa agli armamenti, che sfugge al controllo“. Il Financial Times diceva questo sulla prima pagina: “Donald Trump ha dichiarato di voler incontrare il Presidente Vladimir Putin per discutere della corsa agli armamenti che ‘sfugge al controllo’ e altre questioni su cui i Paesi sono ai ferri corti. ‘Essere in corsa agli armamenti non è una gran cosa’, ha detto il presidente degli Stati Uniti, aggiungendo che probabilmente incontrerà la controparte russa in un “futuro non troppo lontano”.” La reintegrazione della parità strategica russa cogli Stati Uniti sembra farsi sentire, anche se si deve essere esperti di lettura tra le righe per notare dalla dichiarazione di Trump la profonda preoccupazione per il nuovo potenziale militare russo. È un assunto sicuro che a breve inizieranno i colloqui coi russi. Ma il pubblico statunitense dovrebbe essere avvisato che loro scopo sarà sicuramente più ampio del cosiddetto reset di Barack Obama, che favoriva i desideri statunitensi, e non russi, nel ridurre il numero di testate. Questo programma più ampio dovrà tener conto delle preoccupazioni della Russia sul sistema antimissile globale degli Stati Uniti. Dovrebbe esserci un accordo, un cambio d’approccio sul controllo degli armamenti non verrà dalla carità degli statunitensi, ma dalla loro paura.
Donald Trump ha alzato la bandiera bianca e ha chiesto negoziati per capriccio? Si è consultato coi suoi consiglieri militari? Non è affatto credibile che questo presidente sia giunto alla conclusione sulla necessità di fermare la corsa agli armamenti da solo o che abbia osato sollevare un argomento così teso senza il sostegno deciso degli specialisti del Pentagono che hanno valutato razionalmente e con competenza la situazione della sicurezza strategica coi russi. Nessuno lo dirà, ma è inevitabile. Mettendo la situazione attuale nel contesto storico: negli ultimi due anni, Stati Uniti e Russia hanno raggiunto un livello di confronto vicino alla crisi missilistica di Cuba. Quella crisi fu risolta con mutua sospensione del posizionamento di missili nucleari ai confini altrui. La reciprocità della soluzione non fu annunciata al pubblico statunitense che decenni dopo, quando il ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia fu pubblico. Questa volta, la reciprocità delle concessioni farà necessariamente parte della presentazione di qualsiasi soluzione raggiunta alla comunità globale. Vladimir Putin non farà la fine di Nikita Krusciov, che ha pagato la sua “concessione” agli statunitensi con un colpo di Stato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ungheria: i falsi amici di Viktor Orbán

Modeste Schwartz, Visegrad Post 20/03/2018In connessione col piccolo “terremoto” del 25 febbraio, in un recente editoriale ho affermato che i problemi di “comunicazione” (attualmente oggetto di accesi dibattiti nel FIDESZ e tra i suoi sostenitori) rivelano le realtà sociologiche sottostanti più difficile per i partecipanti identificare e nominano, in particolare “il fatto che FIDESZ, dopo 8 anni di politica esemplare ed efficace al servizio della classe media ungherese (praticamente l’unica in Europa a non essere stata sacrificata dal potere dominante), è sempre più preso tra due categorie strutturalmente ostili: una vecchia e una nuova: il lumpenproletariato per il quale è vero che non ha fatto molto e una “classe creativa” per la quale ha fatto di tutto, ed è ancora probabile lo tradisca”. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea rivedere questa domanda scavando un po’ più a fondo coll’analisi. Iniziamo presentando le due “classi ribelli” che potrebbero, se non l’8 aprile, almeno nel prossimo futuro, indebolire la costruzione apparentemente incrollabile dell’Ungheria di FIDESZ.
La più nota delle due classi, e la più spesso demonizzata da certi media filo-FIDESZ, è la sottoclasse, la cui esistenza massiccia indica il fallimento principale dell’esperimento del FIDESZ: aver fallito nel strappare l’Ungheria dalla morsa del colonialismo economico tedesco, che chiede a una società ungherese impoverita di perpetuare i margini di competitività con cui uccide le economie dell’Europa meridionale. Tale critica ai vertici del FIDESZ è estremamente rara in Ungheria, dove anche chi a sinistra mantiene una parvenza di decenza intellettuale (come il filosofo Gáspár Miklós Tamás) ha la tendenza ricorrente a non saper valutare, ignorando del tutto la geopolitica e non andando mai oltre la critica dei risultati, chiedendo politiche di assistenza sociale che nessuno mai specifico come possano o debbano essere finanziate. Ovviamente, in un Paese dal carico fiscale basso (rispetto a Francia o Scandinavia), e bassa tassazione parzialmente giustificata dalle esigenze dello sviluppo del paese, il FIDESZ non può continuare ad investire pesantemente nelle infrastrutture, mantenere un’ambiziosa politica di sostegno familiare (mutatis mutandis, probabilmente la più ambiziosa in Europa) e soddisfare i tani bisogni di un lumpen-proletariato massiccio e improduttivo. Ma tutti evitano accuratamente di chiedere perché tale sottoproletariato sia così improduttivo. Questo, tuttavia, non è un mistero: sottopagato nell’indotto industriale tedesco, il lavoratore ungherese attivo non può consumare abbastanza per generare sufficienti posti di lavoro secondari; la ristrutturazione del suo bagno sarà fatta “in nero” da lavoratori precari, attori dell’economia informale. Non solo tale precariato, che vive in villaggi e baraccopoli dove nessun migrante ha mai vagato, si preoccupa poco della minaccia d’invasione dei migranti (minaccia autentica, però, nel prossimo futuro), ma soprattutto, la debolezza economica spesso lo rende incapace di godere dei reali benefici delle politiche populiste del FIDESZ: senza auto, difficilmente si gode le scintillanti nuove autostrade che Orbán ha ampliato nel Paese, od usufruisce dei mutui per la casa garantiti dallo Stato, offerti dal FIDESZ alle famiglie, purchè siano ammissibili ai prestiti bancari. Per costoro gli unici effetti tangibili della “rivoluzione nazionale” del 2010 sono state le tasse sui salari minimi e la tassa unica sul reddito (due mutandoni neo-liberali che ingombrano il bagaglio del FIDESZ dalla fase reaganiana degli anni ’90, anche se la loro inefficienza economica è dimostrata da tempo). Il che significa che, invece di prendersela col lumpenproletariato, la destra ungherese farebbe meglio a stupirsi e congratularsi per la pazienza molto patriottica con cui aspetta il turno al tornello della “Nuova Ungheria”, perché parte di questa classe (come hanno notato recentemente con ammirazione i giornalisti comunisti) continua a sostenere il governo Orbán col voto o l’astensione, un processo facilitato, ovviamente, dalla quasi-inesistenza di una sinistra socialista in Ungheria (il MSZP è “socialista” solo di nome). La domanda è: quanto può durare questa pazienza?
L’altro gruppo sociale, sul quale sentiamo meno commenti e in particolare, commenti meno vistosi, merita, a mio avviso, un esame più rigoroso e un giudizio più severo. Si tratta di un nuovo strato sociale di giovani provinciali (quindi in genere figli di elettori del FIDESZ) trasferitisi a Budapest e la cui ascesa sociale lo si deve al FIDESZ e alla sua politica di sostegno alla classe media, ma che sono comunque pronti a sparargli alle spalle per ragioni “culturali”. Questo gruppo, a metà strada tra bobo francese e “classe creativa” moscovita, è il grosso di movimenti come LMP o Momentum (vedi la mia precedente analisi). È sociologicamente caratterizzata da un’elevata mobilità internazionale (che consenta ai suoi membri di fuggire dal Paese una volta che il capriccio elettorale l’ha rigettato nelle maglie del FMI) e dal pesante consumo culturale, il che lo rende altamente permeabile ai messaggi ideologici sulla scena culturale di Budapest (al 90% formata dalla sinistra postmoderna anti-FIDESZ). Attraverso tale cumulo di ostilità dai propri figli, FIDESZ effettivamente sconta la codardia che da tempo caratterizza i suoi rapporti col mondo della cultura: un mondo (come altrove in Europa) che sopravvive principalmente coi sussidi statali, e il cui maggior piacere è denigrare lo Stato, i suoi rappresentanti (“politici corrotti”) e la loro base elettorale (gli “stupidi zoticoni” dell’Ungheria provinciale che vota FIDESZ). Questo curioso masochismo dell’apparato statale nei rapporti con la quinta colonna culturale di Bruxelles può essere spiegato dalla sociologia (urbana e borghese) dei dirigenti del FIDESZ, il cui disprezzo di classe, come ho già sottolineato, sfugge grazie al genio politico di V. Orbán. È interessante notare che le lamentele sull’eccessiva semplificazione dei messaggi (specialmente anti-migrazione) nella campagna del FIDESZ provengono solitamente da membri di tale gruppo che, a mio avviso, non è il gruppo preso di mira da tali campagne (mi sorprenderebbe se Árpád Habony abbia molte illusioni sul potenziale elettorale del FIDESZ in questo settore della società). Di conseguenza, ci si potrebbe chiedere in quale misura abbia senso tenere conto di tali critiche, che in genere sono piuttosto un pretesto per la vera ragione del voto anti-FIDESZ: menzionare i poster giganti su Soros e migranti, come “strumenti” di indottrinamento”, è un alibi facile, compatibile con l’ideologia anti-totalitaria (in realtà: anti-popolare) della nuova sinistra ungherese (ma anche del FIDESZ degli anni ’90); senza dubbio le persone citate sono in gran parte sincere e credono (come spesso accade) ai propri alibi. Ma la vera causa profonda della loro “dissidenza” è la necessità per la gioventù in ascesa di adattarsi alla cultura delle vecchie élites urbane di Budapest (quasi completamente anti-FIDESZ da sempre), e alla freddezza della cultura globale occidentale apparentemente apolitica, ma in realtà appesantita dai gadget del globalismo sinistro, dalla moda hipster alla metrosessualizzazione della vita sociale al no-borderismo sottomesso di tali giovani cosmopoliti, ai quali FIDESZ ha anche la generosità suicida di offrire borse di studio “all’estero” (che significa: in occidente).
Se FIDESZ vuole sopravvivere, non solo alle elezioni dell’8 aprile ma, in particolare, a quelle del 2022, cioè compensare le perdite elettorali inevitabilmente causate dall’erosione del potere, è giunto il momento di mapparne la crescita potenziale senza idee preconcette. Sul versante della “classe creativa”, questo potenziale è zero: non solo perché l’Ungheria gli ha già dato tutto, ma anche e soprattutto perché, ritardati a modo loro, questi “scenari di Budapest” nel 2018 considerano ancora il tipo occidentale di pseudo-alternanza quale modello di ogni democrazia. Sarebbe inutile che FIDESZ legalizzi il matrimonio omosessuale, rimuova Dio dalla costituzione o abbatta la recinzione installata sul confine serbo: vorrebbe comunque che Orbán se ne vada. Il margine di crescita si trova quindi nella sottoclasse che il FIDESZ, prigioniero della retorica anticomunista da trent’anni, continua ad ignorare largamente, considerandola una riserva del MSZP, anche se la sua attuale maggioranza di due terzi, matematicamente (con Jobbik al secondo posto), non ci sarebbe mai stata senza le numerose defezioni dalla “sinistra” (più esattamente: dal MSZP, che ha tradito la base proletaria, come il PS francese, il PASOK greco, ecc.). Da questo punto di vista, per riassumere la situazione con un certo cinismo, è una asituazione: se FIDESZ vuole continuare a ignorare più o meno questa classe, per rimanere al potere deve imperativamente renderla (demograficamente, elettoralmente) trascurabile, cioè cercare di estrarre da esso milioni di cittadini con la mobilità in ascesa, cioè con l’accesso a posti di lavoro retribuiti. Se non può, allora deve smettere di trascurarla. Va da sé che il FIDESZ, nella sua fobia di destra per l’assistenza pubblica, troverebbe la prima soluzione più logica, ma la sua attuazione affronterebbe una forte inerzia culturale (debolezza dei riflessi imprenditoriali) e varie barriere strutturali, la maggior parte delle quali collegate all’adesione all’UE, che l’Ungheria attualmente non prevede di lasciare, sperando invece di diventare il centro dell’enclave di Visegrad (estendendo il V4 ai Balcani) con una certa sovranità di fatto. Un vicolo cieco? Non necessariamente. Se l’Ungheria non ha né il desiderio né i mezzi per intraprendere politiche di welfare di tipo occidentale, può ancora esplorare modi alternativi. Essendo esportatore agricolo netto che rifiuta gli OGM, l’Ungheria, ripristinando (attraverso la distribuzione di terreni non alienabili, aiuti agli insediamenti, ecc.) i ricchi piccoli contadini che ha perso al momento della meccanizzazione, potrebbe diventare campione regionale del cibo di qualità, mentre consente a molti cittadini uno standard di vita (e anche di più: una qualità della vita) che sarebbe considerato invidiabile nella regione. In ogni caso, la disoccupazione è in calo, e continuerà a farlo se non altro per ragioni demografiche: anche se la politica familiare del FIDESZ mettesse fine al femminismo ungherese, ci vorrebbero due decenni per avere un impatto significativo sul mercato del lavoro; nel frattempo, la percentuale dei lavoratori nella popolazione totale può solo diminuire. Di conseguenza, il problema dell’occupazione è destinato a rimanere in secondo piano, lasciando i riflettori sul problema dei salari, e qui non va dimenticato che in Ungheria, come nell’Europa post-comunista, il rapporto busta paga/profitto aziendale è molto più favorevole al capitale che non in Europa occidentale. In altre parole: la necessità di recuperare le infrastrutture dopo il decadimento economico degli anni ’80 e la deindustrializzazione degli anni ’90 non può essere evocate per sempre, ora che lo stato delle attrezzature del Paese e delle sue aziende è diventato paragonabile a quello di certi Paesi dell’Europa meridionale . La leggendaria “transizione” dovrà finire prima o poi. E i capi ungheresi dovranno quindi imparare che i dipendenti vanno pagati. Il FIDESZ è oggi quasi esattamente nella situazione del gollismo in Francia alla fine degli anni ’60: patriottico, popolare, consapevole di essere preso di mira dalla destabilizzazione organizzata dall’estero, ma troppo fiducioso verso la propria base borghese (una parte della quale è in attesa della prima occasione per tradirla) ed incapace di una congiunzione sociale e nazionale, anche se lo stato di abbandono della sinistra ungherese sembra richiedere l’adozione di una mossa del genere (un’opportunità che Charles de Gaulle, in contrasto con l’ancora potente PCF degli anni ’60, non ebbe mai). Perfettamente realizzabile e presente sin dall’inizio nei programmi, le idee di solidarietà nazionale e aiuto reciproco cristiano sono lente a prendere forma nell’azione del governo. Nel frattempo, i discendenti degli artefici del maggio 68 (e persino alcuni dinosauri che non hanno mai smesso di fare del male da allora, come Daniel Cohn-Bendit) spargono i semi di un movimento analogo nella gioventù ungherese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Svjatoslav Knjazev, Sebastopoli, Eurasia Daily, 21 marzo 2018La misteriosa morte dell’ex-pilota ucraino Vladislav Voloshin, in pensione dal 2017 dopo una carriera di successo a Nikolaev, presenta altre prove che l’Ucraina viene derubata e da un motivo in più per dubitare che Voloshin non sia coinvolto nell’abbattimento del Boeing malese del 2014. L’ultima notizia, del 18 marzo, è la morte di Vladislav Voloshin, ex-pilota e direttore dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. Il primo rapporto diceva che Voloshin si era sparato con una pistola Makarov dal numero di serie cancellato. Più tardi, i mass media aggiunsero che l’aveva fatto a casa quando moglie e figli erano nella stanza accanto. Non era morto subito e aveva persino parlato coi medici del pronto soccorso. Alcuni giornalisti locali pubblicavano gli screenshot del suo messaggio a un certo Max, dove si lamentava di essere costretto a svolgere attività illegali, suggerendo che poteva essere eliminato se avesse fatto qualcosa di sbagliato, aggiungendo che non gli sarebbe piaciuto lasciare i figli senza padre. Aveva anche detto che pensava al “suicidio”. Ma il tono del messaggio era più sarcastico che depressivo. Voloshin si lamentò che tutti attorno a lui, incluso Max, badassero solo a se stessi. Nella risposta, Max assicurava Voloshin di essere sincero nei suoi confronti. I due erano amici: scherzavano e pensavano di bere della birra. Voloshin criticava il governatore dell’Oblast Nikolaev Oleksiy Savchenko, ma l’uomo di cui aveva paura non era lui, ma una persona più influente. Qui va ricordato chi fosse Voloshin e come divenne un personaggio pubblico.
Vladislav Voloshin era nato a Lugansk nel 1988 e crebbe nel Donbas. A 16 anni entrò nella scuola militare di Lugansk e in seguito nella Kharkov National Air Force University. Nel 2010, entrò nelle forze aeree ucraine. Nel 2014 prese parte alla cosiddetta operazione antiterrorismo sul Donbas. I media ucraini l’avevano definito il pilota più coraggioso delle forze aeree ucraine. Nell’agosto 2014 l’aereo di Voloshin fu abbattuto, ma sopravvisse. Durante l’operazione, compì 33 missioni. Il presidente ucraino Petro Poroshenko gli assegnò un ordine per il suo valore. Voloshin divenne famoso nel dicembre 2014, quando uno dei suoi commilitoni l’accusò di aver abbattuto il Boeing malese sul Donbas. L’uomo disse che l’aereo di Voloshin aveva missili aria-aria al momento e lo citò dire, dopo la missione: “Era l’aereo sbagliato… nel posto sbagliato nel momento sbagliato“. Kiev si affrettò a negare le accuse e ad incolparne i russi. A 26 anni, Voloshin era già maggiore, ma nell’estate 2017 si ritirò e fu nominato direttore aggiunto dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. La comunità internet ucraina era indignata dalla “fuga dalle forze armate” ma Voloshin spiegò che i suoi comandanti erano di mentalità ristretta ed esibizionisti e che nell’esercito riceveva solo 13000 grivne al mese, il che non bastava per lui e la famiglia (anche se era il doppio del salario medio in Ucraina). Voloshin aggiunse che aveva fatto abbastanza per proteggere il Paese a differenza di chi lo criticava. All’aeroporto, Voloshin ebbe un discreto successo all’inizio. Nel dicembre 2017, il direttore dell’Aeroporto Mikhaylo Halaiko fu arrestato mentre cercava di consegnare al governatore dell’Oblast di Nikolaev Savchenko una tangente di 2,5 milioni di grivne. Halaiko fu licenziato e Voloshin nominato direttore. Il 24 gennaio 2018, convocò i suoi dipendenti e li informò che l’aeroporto aveva guadagnato 133 milioni di grivne, e stava attivamente ripristinando la pista, i sistemi di navigazione ed illuminazione e pagava puntualmente i salari del personale. Alla fine del febbraio 2018, Voloshin parlò con l’amico giornalista russofobo Juriij Butusov e gli disse che non aveva né nemici né problemi. Tuttavia, il 18 marzo, Voloshin decise di spararsi. Il giorno successivo Hromadske TV citava la vicedirettrice dell’aeroporto internazionale di Nikolaev, Alina Korotich, dire che l’amministrazione dell’Oblast di Nikolaev aveva costretto Voloshin a firmare documenti che certificano il completamento dei lavori nel quadro di una gara annullata, ovviamente illegale. La somma della gara era di 100 milioni di grivne. Sotto questa luce, abbiamo una serie di domande:
Perché Voloshin decise di suicidarsi mentre solo un paio di settimane prima aveva inviato all’amico un messaggio dicendo che non voleva che i suoi figli perdessero il padre?
Perché Voloshin decise di suicidarsi a casa quando l’amata famiglia era accanto?
Se il suo suicidio fu provocato dalle azioni illegali di qualcuno, perché non scrisse nulla nel tentativo di avere giustizia?
Perché Voloshin si è sparato al petto? Da ex-militare, avrebbe dovuto sapere che non era il modo migliore per uccidersi? Fu vivo e cosciente per un’ora e mezza dopo lo sparo.
Dove prese la pistola Makarov? Era un regalo? Perché i numeri di serie della pistola erano cancellati?
Come mai un uomo che ha subito molti test psicologici all’università e bombardato a sangue freddo asili, scuole e ospedali nel Donbas era così psicologicamente instabile?
Perché Voloshin, molto duro nel criticare l’esercito di Poroshenko, accettò di entrare nell’agenzia controllata dal governatore nominato dal Blocco di Poroshenko?
Perché Voloshin era così ottimista solo un paio di settimane prima della morte, anche se aveva problemi così seri?
La teoria secondo cui Voloshin si è suicidato perché si vergognava non dà alcuna risposta alle domande sopra menzionate. Ci sono solo due possibilità logiche: o il pilota è stato ucciso e la sua famiglia è stata costretta al silenzio o fu costretto a uccidersi. La data del suicidio di Voloshin non era una coincidenza. Il 18 marzo, la Russia eleggeva il presidente, un evento che avrebbe sicuramente oscurato la morte dell’uomo sospettato di aver abbattuto il Boeing malese, notizia che altrimenti sarebbe stata in prima pagina.
Chi voleva liberarsi di Voloshin avrebbe avuto due motivi:
Voloshin avrebbe potuto pubblicare fatti che esponevano la corruzione delle autorità di Nikolaev. Alcuni blogger ucraini suggeriscono che chi avrebbe potuto fare pressione su Voloshin quando era vivo era l’eminenza grigia della politica locale, il parlamentare del Blocco di Poroshenko David Makarian. Voloshin avrebbe anche voluto rivelare alcuni fatti sul Boeing abbattuto distruggendo Poroshenko e l’intero regime post-Majdan. Se Voloshin fosse morto due anni fa, sarebbe stato fatale per il regime di Poroshenko, ma ora a Kiev potranno collegare il caso a certi problemi legati alla corruzione nell’Oblast di Nikolaev ed incolparne il governatore locale o alcuni parlamentari. In ogni caso, la morte di Voloshin ha dimostrato che corruzione ed anarchia corrodono le fondamenta dello Stato ucraino e possono farlo crollare da un momento all’altro. Ora possiamo vedere per cosa lottasse Maidan, per il diritto di certuni di derubare i resti del tesoro dell’Ucraina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Psyop dell’MI6 su Facebook

Dean Henderson, 20/03/2018

Se mai ci fossero prove decisive su chi sia dietro la manipolazione della geopolitica globale, questo è lo scandalo che coinvolge Facebook e Cambridge Analytica. Il caso svela il nodo gordiano che lega le intelligence inglese ed israeliana al servizio dei banchieri della City di Londra. Ho sostenuto a lungo che Facebook di Mark Zuckerberg è un’operazione d’intelligence del Mossad israeliano volta a raccogliere un dossier su ogni persona del pianeta mentre distrugge sia il tessuto sociale necessario a sfidare l’egemonia bancaria con la disinformazione, la divisione e la creazione di conflitti; e il benessere emotivo dell’umanità attraverso una guerra psicologica intelligentemente orchestrata. Cambridge Analytica è una società di “data mining” inglese, il cui logo è un cervello composto da vettori che collegano punti. Nel 2013 fu scorporata dalla società madre SCL (Strategic Communications Laboratories) Group per “partecipare alla politica statunitense“. Le università di Cambridge e Oxford nel Regno Unito sono incubatrici dell’élite bancaria globale, producendo, come ad Harvard e Yale negli Stati Uniti, la classe manageriale degli Illuminati. L’insider di Cambridge Analytica Robert Mercer è stato uno dei primi pionieri dell’intelligenza artificiale ed importante finanziatore di gruppi statunitensi di estrema destra come Heritage Foundation, Cato Institute, Breitbart e Club for Growth. Risiede nella villa “Owl’s Nest” a New York. Mercer è stato anche il principale finanziatore della Brexit, via Nigel Farrage e del partito per l’indipendenza del Regno Unito. Mentre molti vedono la Brexit come emancipazione dalla tirannia europea, ho a lungo sostenuto che fu orchestrata dall’élite per cementare l’alleanza anglostatunitense ed isolare le banche della City di Londra dai regolamenti UE sulle loro sporche attività. Lo stesso Mercer fu nominato direttore di otto diverse società delle Bermuda controllate dalla Corona, implicate nell’evasione fiscale secondo i Paradise Papers. Ma una recente indagine sotto copertura di Channel 4 rivelava attività molto più nefande, che fanno di Cambridge Analytica e Facebook un aspetto simile a una ben orchestrata operazione d’intelligence anglo-israeliana. In realtà, è un esempio da manuale di come l’Impero inglese, ora molto silenzioso, gestisce ancora il mondo usando i suoi surrogati israeliani e statunitensi. In circa 12 minuti d’intervista all’amministratore delegato di Cambridge, Alexander Nix, viene ripresa dalla telecamera vantandosi di come spesso le società inglesi “subappaltano” il lavoro ad imprese israeliane, “molto efficaci nella raccolta d’informazioni“. Il reporter in incognito di Channel 4 News si propose come agente di un cliente facoltoso che sperava di far eleggere certi candidati nello Sri Lanka. Nix disse al giornalista: “…siamo abituati ad operare attraverso diversi mezzi nell’ombra, e non vedo l’ora di costruire una relazione a lungo termine e segreta con voi“. Nix si vantava quindi di come Cambridge e il suo gruppo SCL abbiano manipolato segretamente le elezioni in oltre 200 Paesi nel mondo, tra cui Nigeria, Kenya, Repubblica Ceca, Argentina e India.
Cambridge ha usato bustarelle, prostitute e documenti falsi per elaborare i risultati elettorali. Nix descrive le trappole al miele che la sua azienda attuava per screditare certi candidati dove avrebbero inviato “alcune ragazze nella casa del candidato. Le ucraine sono molto belle. Trovo che funzioni molto bene“. Non è un caso che una delle più grandi operazioni MI6/Mossad negli ultimi anni sia stata il colpo di Stato ucraino che ha portato al potere il miliardario Petro Poroshenko e la sua mafia. La schiavitù bianca è un marchio dell’intelligence inglese, dove la pedofilia dilaga. Lo spinoff della Cambridge nel 2013 ha dato ora agli Illuminati l’accesso diretto per manipolare le elezioni presidenziali statunitensi nel 2016. Mentre la City di Londra diffonde la menzogna sul Russiagate, ed ora sembra che sia stato il Regno Unito a progettare la vittoria di Trump nel tentativo di annullare la rivoluzione americana. L’ha fatto usando un “subappaltatore” israeliano chiamato Facebook, che forniva i dati alla Cambridge, mentre GCHQ era impegnato a monitorare la campagna di Trump per assicurarsi che la loro carta venisse presto giocata, facendo come gli era stato detto. Ma la Cambridge non solo estraeva dati da Facebook. I memo recentemente scoperti rivelano che manipolava i dati con la consapevolezza di Facebook per “creare stati emotivi desiderati” negli utenti. Come Nix si vantava nell’intervista, “Abbiamo solo messo le informazioni nel flusso sanguigno d’Internet, per oi guardarlo crescere, dargli una spintarella ogni tanto… come un telecomando. Deve succedere senza che nessuno pensi, ‘quella è propaganda’, perché nel momento in cui lo pensi la prossima domanda diventa, ‘chi l’ha diffonde?’. Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti lavorare con una società straniera… così spesso abbiamo creato, se ci lavoriamo, identità e siti falsi, possiamo essere studenti che svolgono ricerche collegati a un’università, possiamo essere turisti, ci sono così tante opzioni da scegliere. Ho molta esperienza in questo“. Direttamente dalla bocca del “contractor” dell’MI6.

Robert Mercer

Traduzione di Alessandro Lattanzio