L’attentato di Bangkok: chi brandisce la scure sulla Thailandia?

Tony Cartalucci, LD 18 agosto 2015

0013729e431911171b9f02L’attentato del 17 agosto 2015 ha ucciso 20 persone e feritone più di 100, è uno dei peggiori attacchi terroristici nella capitale della Thailandia Bangkok. L’attentato ha colpito un santuario religioso frequentato dai turisti asiatici, in particolare cinesi, che ora costituiscono il più grande gruppo di visitatori in Thailandia. E’ evidente che l’attacco è mirato all’economia della Thailandia, e in particolare a un preciso segmento del mercato turistico della Thailandia. I commentatori hanno ammesso che esistono molti altri obiettivi dalla maggiore concentrazione di turisti a Bangkok. I terroristi hanno colpito in particolare il santuario di Erawan, nel centro di Bangkok. per colpire i turisti asiatici della Thailandia. I media occidentali hanno già diffuso teorie su chi abbia effettuato l’attentato, concentrandosi sui separatisti nel sud delle province della Thailandia in rivolta da anni. Molti notano, tuttavia, che la violenza raramente esce da queste province, e non è mai stata di tale scala, in particolare a Bangkok. Il deposto dittatore Thaksin Shinawatra e i suoi sostenitori sono dei possibili sospetti. Mentre i separatisti del sud non hanno mai compiuto violenze a Bangkok, i seguaci di Shinawatra sì, e spesso. Hanno attuato tumulti che uccisero due negozianti nel 2009. Nel 2010 inviarono 300 militanti pesantemente armati nelle strade di Bangkok, innescando scontri a fuoco che causarono quasi 100 morti, culminando negli incendi dolosi della città. Ancora usarono gli stessi terroristi nel 2013-2014 contro le proteste contro il regime di Shinawatra. Quest’ultimo episodio causò 30 morti e centinaia di feriti. Mentre alcun attacco dei seguaci di Shinawatra rivaleggia con l’attentato, il bilancio delle vittime totali e della carneficina causata dai suoi militanti nel 2010 e nel 2013-2014, certamente è superiore. I media stranieri hanno anche ipotizzato che i terroristi dallo Xinjiang o del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) siano potenzialmente coinvolti, forse per il gran numero di turisti cinesi colpiti dall’attentato, e poiché i terroristi dallo Xinjiang furono invitasi dalla NATO in Siria per combattere a fianco del SIIL. Fu già riportato come Stati Uniti ed alleati, che hanno sostenuto il regime di Shinawatra negli ultimi dieci anni, avessero anche legami con i separatisti filo-statunitensi-sauditi nel sud della Thailandia e con i separatisti uiguri filo-statunitensi-turchi in Cina. Con la politica estera statunitense quale denominatore comune dei possibili sospetti, ci si può chiedere: “Perché la Thailandia?” Cosa porta gli Stati Uniti ad agitarela scure contro la Thailandia?

NumberArrivalsbyCountryI peccati capitali della Thailandia
Mentre la Thailandia è percepita come alleata degli Stati Uniti, ciò risale alla guerra fredda ma non alla realtà moderna. Durante la guerra del Vietnam, la Thailandia fu coinvolta nel conflitto regionale e scelse di fare concessioni agli Stati Uniti piuttosto che affrontarli. La Thailandia già ricorse a una strategia simile durante la seconda guerra mondiale per mitigare la guerra con il Giappone a costi provvisori per la sovranità. Tuttavia, recentemente la Thailandia si allontana da Washington, e non solo nelle relazioni USA-Thailandia ma nel contesto delle ambizioni degli Stati Uniti in Asia e in particolare, in relazione ai piani per circondare, contenere ed “integrare” la Cina nell'”ordine internazionale” degli USA. Per comprendere questo passo, vanno chiariti mezzi, motivazioni e opportunità degli Stati Uniti nell’attacco terroristico.

1) La dirigenza della Thailandia ha sempre resistito, eroso ed infine spodestato il regime fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti di Thaksin Shinawatra, dopo oltre un decennio di caos politico.
Shinawatra alla fine degli anni ’90 fu consigliere della famigerata società statunitense di private equity Carlyle Group e si presentava come amico personale della dinastia dei Bush. Promise alla sua nomina che avrebbe continuato a servire da “sensale” tra interessi degli Stati Uniti e risorse della Thailandia. Nel 2001 privatizzò beni e infrastrutture della Thailandia, compreso il conglomerato petrolifero nazionale PTT, venduto ad interessi stranieri, tra cui le compagnie petrolifere occidentali Chevron, Exxon e Shell. Nel 2003 Shinawatra avrebbe inviato truppe thailandesi per l’invasione dell’Iraq, nonostante le diffuse proteste di militari e pubblico tailandesi. Shinawatra inoltre permise alla CIA di utilizzare la Thailandia per il suo aberrante programma di estradizioni. Nel 2004 Shinawatra tentò d’imporre l’Accordo di libero scambio (ALS) US-Thailandia senza l’approvazione del Parlamento, ma con il sostegno del Business Council USA-ASEAN, e poco prima delle elezioni del 2011, che vide la sorella Yingluck Shinawatra andare al potere, ospitò i capi delle sue “camicia rosse” del “Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura” (UDD) a Washington DC. Dal colpo di stato del 2006 contro il suo regime, Shinawatra fu rappresentato dalle élite aziendali-finanziarie degli USA attraverso propri lobbisti come Kenneth Adelman della Edelman PR (Freedom House, International Crisis Group, PNAC), James Baker della Baker Botts (CFR, Carlyle Group), Robert Blackwill (CFR) della Barbour Griffith & Rogers (BGR), Kobre & Kim, Bell Pottinger (qui) e Robert Amsterdam della Amsterdam & Partners (Chatham House). Dal 2006 ad oggi, gli ambienti politici e mediatici occidentali favoriscono continuamente Shinawatra e i suoi ascari politici, come Freedom House e la sua organizzazione ombrello, il National Endowment for Democracy (NED), per finanziare organizzazioni non governative (ONG) e accademici tailandesi sostenitori di Shinawatra e fomentare una continua sovversione politico-sociale contro la dirigenza della Thailandia. Recentemente, con la nomina di Glyn Davies ad ambasciatore degli Stati Uniti in Thailandia, laureato al War College sull’uso della forza non militare per rovesciare l’ordine socio-politico di una nazione presa di mira, gli USA s’impegnano ancora ad installare Shinawara al potere.

2) La dirigenza della Thailandia, dopo l’estromissione di Shinawatra, persegue la propria politica estera, e in particolare l’allineamento con la Cina.
Dal colpo di stato del 2006 che mandò in esilio Shinawatra, e il colpo di Stato del 2014 che finalmente iniziava il processo di sradicamento totale della sua rete politica, la Thailandia si è sempre più allontanata dal “Secolo del Pacifico americano” e avvicinata alla Cina in ascesa. Nella cooperazione militare, la Thailandia ha invitato la Cina a partecipare per la prima volta alle esercitazioni militari annuali Gold Cobra. Una volta mera esercitazione congiunta statunitense- tailandese, negli anni s’è evoluta riflettendo il cambio della politica estera della Thailandia, includendo la Cina ed indicando il riconoscimento di Bangkok della crescente influenza regionale di Pechino. E mentre la Thailandia è spesso accusata di avere un arsenale di sole armi statunitensi, la maggior parte è antiquata come gli obsolescenti carri armati M60. Prima del golpe della NATO in Ucraina, la Thailandia cercò di acquistare carri armati T-84 da Kiev. Possiede anche quasi 400 trasporto truppe corazzati Tipo 85 cinesi e oltre 200 veicoli da trasporto truppe blindati BTR-3 ucraini, per integrare gli obsolescenti M113 di fabbricazione statunitense. Forse la cosa più importante è l’intenzione della Thailandia di procurarsi una flottiglia di sottomarini d’attacco diesel-elettrici cinesi Tipo 039A. Defense News nell’articolo ‘Thai Chinese Sub Buy Challenges US Pivot” afferma: “La mossa della Thailandia d’acquistare sottomarini cinesi ha esacerbato le tensioni con gli Stati Uniti e rappresenta una sfida al “pivot” di Washington sul Pacifico. La giunta militare, che dichiarò il colpo di Stato nel maggio 2014 e creato il Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine, potrebbe volgersi alla Cina per sostegno e cooperazione politica e militare, dicono gli analisti. Il Consiglio dei Ministri della giunta ha approvato l’acquisto di tre sottomarini d’attacco Tipo 039A (Yuan) ai primi di luglio”. E ‘chiaro che la Thailandia esce gradualmente dall’egemonia statunitense, dopo anni, con la cacciata di Thaksin Shinawatra e del suo regime, rafforzando i legami con la Cina, creando una disperazione quasi palpabile all’egemonia statunitense in Asia.

3) La dirigenza della Thailandia si rifiuta di prendere parte alla strategia della tensione degli USA sul Mar Cinese Meridionale.
Il “perno sull’Asia” degli USA era volto a creare conflitti sul Mar Cinese Meridionale tra Pechino e le nazioni del sud-est asiatico. Creando la crisi nel sud-est asiatico che non si può risolvere, gli Stati Uniti pensavano di accentuarne la dipendenza militare e politica dall’occidente. Nazioni come Giappone e Filippine hanno deciso di entrare in tale conflitto, spendendosi politicamente, militarmente ed economicamente per affrontare e contenere la Cina, mantenendo l’egemonia regionale degli USA. Altre nazioni come Vietnam, Malesia e Indonesia si sono affacciate sul conflitto, ma spesso con atteggiamento molto più equilibrato tra Pechino e Washington. La Thailandia ha tentato di evitare il conflitto. The Nation nell’articolo, “La Thailandia cammina sul filo del rasoio sul Mar Cinese Meridionale”, riferisce: “La visita dei vertici militari tailandesi in Cina, la prima in 15 anni, ha inviato un messaggio forte agli Stati Uniti e alla regione, alla Cambogia in particolare, che le difese di Thailandia e Cina hanno legami solidi come la roccia e non devono essere oggetto di speculazioni”. In sostanza, la Thailandia agisce d’urto nell’ASEAN per impedirle di adottare un atteggiamento aggressivo verso la Cina sulle tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Ciò ha costretto i fantocci degli USA ad agire più unilateralmente verso la Cina, piuttosto che tramite l’ASEAN quale la facciata degli USA, come sostenuto per decenni presso l’immaginario collettivo dai documenti politici degli Stati Uniti.

Thailandia: una falla sulla Grande Muraglia degli USA nell’ASEAN
thediplomat_2015-02-06_16-08-01 Dalla guerra del Vietnam è chiaro che la politica estera statunitense in Asia è incernierata su contenimento dell’ascesa della Cina e sua “integrazione” nell'”ordine internazionale” che i politici statunitensi ammettono creato dall’occidente per l’occidente. Come svelato dai “Pentagon Papers” ciò fu deciso inequivocabilmente, ponendo le basi di decenni di politica estera. I documenti contenevano tre citazioni importanti riguardo ciò; il prima affermava: “...la decisione di bombardare a febbraio il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Prima fase d’implementazione, hanno senso solo se a favore della lunga politica degli Stati Uniti per contenere la Cina”. E sosteneva anche: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più lontano ma più minacciosamente, di organizzare l’Asia contro di noi”. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti ingaggiano contro la Cina, al momento, affermando: “... ci sono tre fronti dello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte del Sud-Est asiatico. La cospirazione per circondare e contenere la Cina nata dai Pentagon Papers del 1967 fu ribadita per decenni da vari successivi documenti politici degli Stati Uniti. Nel 1997, il politico statunitense Robert Kagan, co-autore di molteplici piani di guerra che caratterizzano le aggressioni degli Stati Uniti, scrisse sul Weekly Standard l’articolo “Ciò che la Cina sa di quello che facciamo: il caso della nuova strategia del contenimento”. Qui Kagan rivela che gli Stati Uniti continuano la strategia del contenimento della Cina e afferma: “L’attuale ordine mondiale risponde alle esigenze di Stati Uniti ed alleati per cui è costruito. Ed è poco adatto alle esigenze della dittatura cinese che cerca di mantenere il potere nel Paese e aumentare l’influenza all’estero. I leader cinesi erodono vincoli e si preoccupano di cambiare le regole del sistema internazionale prima che il sistema internazionale cambi loro”. Continua spiegando come i cinesi percepiscono, correttamente, gli USA usare il sud-est asiatico come fronte unito contro Pechino: “Ma i cinesi capiscono benissimo gli interessi degli Stati Uniti, forse meglio di noi. Mentre accolgono la presenza degli Stati Uniti controllando il Giappone, la nazione che temono di più, si vede chiaramente che gli sforzi militari e diplomatici statunitensi nella regione limitano fortemente la loro capacità di diventare l’egemone della regione. Secondo Thomas J. Christensen, che ha trascorso diversi mesi intervistando analisti governativi civili e militari cinesi, i leader cinesi temono che essi “appaiano il Gulliver ai lillipuziani del Sud-Est asiatico, con gli Stati Uniti che forniscono corda e paletti”. Infatti, gli Stati Uniti bloccano le ambizioni cinesi semplicemente sostenendo ciò che ci piace chiamare “norme internazionali” di comportamento. Christensen sottolinea che i pensatori strategici cinesi considerano “le denunce delle violazioni della Cina delle norme internazionali” parte di “una strategia integrata occidentale, guidata da Washington, per impedire alla Cina di diventare una grande potenza”. Kagan rappresentava più semplicemente le proprie osservazioni. La politica del contenimento della Cina proiettando potenza e influenza statunitense alla periferia della Cina, in Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Malesia, Filippine, Giappone e Corea , è un tema ricorrente nel “Filo di perle: la sfida della potenza in ascesa cinese sulle coste asiatiche“, nel 2006 pubblicato dal Strategic Studies Institute, che presenta una mappa che indica il “Filo di perle” della Cina, un corridoio geostrategico che gli Stati Uniti dovrebbero spezzare per controllare lo sviluppo della Cina.
Al di là della Thailandia, la sovversione politica e il terrorismo a bassa intensità finanziati dal dipartimento di Stato USA appare in tutto il corridoio, con i fronti finanziati dalla NED e loro propaggini terroristiche che tentano di bloccare il Porto di Gwadar della Cina nel Baluchistan, in Pakistan; i sostenitori di Aung San Suu Kyi finanziati dalla NED in Myanmar, tentando di rovesciare il governo filo-cinese; i tumulti istigati della NED a Bersih in Malesia e dal loro capo Anwar Ibrahim; nel Mar Cinese Meridionale dove il Comando del Pacifico degli Stati Uniti agita le relazioni regionali. L’ultima affermazione dei piani degli Stati Uniti contro la Cina si presenta sotto forma di documento del suddetto Robert Blackwill, amministratore dell’era Bush e lobbista di Thaksin Shinawatra. Nell’articolo per CFR intitolato “Revisione della grande strategia degli USA verso la Cina”, si afferma: “Poiché lo sforzo statunitense d”integrare’ la Cina nell’ordine liberale internazionale ha ormai generato nuove minacce al primato USA in Asia, che potrebbero tradursi in una sfida conseguente al potere statunitense globale, Washington ha bisogno di una nuova grande strategia nei confronti della Cina, incentrata su bilanciamento del crescente potere cinese, piuttosto che continuare ad assistere all’ascesa”. Non è un caso che negli Stati Uniti i politici incaricati di elaborare le strategie del contenimento della Cina siano anche “lobbisti” dei regimi clienti degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, per facilitare l’attuazione di tale “grande strategia”.

L’attentato in Thailandia nell’ambio del grande confronto
Così, l’attentato a Bangkok, se effettuato dal regime filo-USA di Shinawatra, dai terroristi filo-statunitensi-sauditi del sud o dai terroristi che gli Stati Uniti importano da Cecenia, Medio Oriente o Xinjiang, dove gli Stati Uniti attualmente cercano di fomentare l’ennesima insurrezione armata, è un atto di coercizione per allontanare la Thailandia dalla propria politica estera e di nuovo sottomettersi alla politica estera statunitense. In termini di cooperazione militare, economico e commerciale e legami politici, la Thailandia non è l’unica nazione che tenta di sfuggire all’egemonia statunitense. Malaysia e Myanmar hanno combattuto battaglie molto visibili contro i fantocci degli Stati Uniti. Se uno o più di questi Stati si sottrarrà completamente, si creerà un effetto a cascata che abbatterà la “Grande Muraglia dell’ASEAN” degli USA. I BRICS, alleanza geopolitica a favore dell’emergere di un mondo multipolare, devono riconoscere la lotta dell’ASEAN per uscire dall’egemonia occidentale e assisterla anche solo attraverso i media, denunciando i legami tra Stati Uniti e varie fazioni politiche regionali, e i legami tra Stati Uniti, loro alleati ed organizzazioni terroristiche regionali usate quando organizzare proteste è impossibile. Affinché l’ASEAN si affermi, deve resistere alla tentazione di capitolare al terrorismo e deve sostenere le nazioni vicine nel tentativo di preservare la sovranità nazionale. E’ chiaro chi cerca di “brandire la scure” sulla Thailandia. L’unica domanda che rimane è quanto sia grande e quante volte si abbatterà sulla Thailandia prima che coloro che l’agitano ne siano disarmati.o-MAP-570Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svalutazione dello yuan testa l’ascesa della Cina a potenza mondiale

Ariel Noyola Rodriguez* RussiaToday
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.scmp_22jan15_bz_xiaominote6Dopo la svalutazione dello yuan, i mercati finanziari internazionali iniziano a tremare. Washington ha accusato Pechino di concorrenza sleale. Mentre la Cina vuole che lo yuan abbia diritti speciali di prelievo, non è opportuno estenderne la svalutazione. Inoltre, se una guerra valutaria esplode, il governo cinese rischierebbe di aumentare le tensioni economiche e geopolitiche tra i Paesi dell’Asia-Pacifico. Pertanto, gli Stati Uniti ne smantellerebbero le iniziative per la cooperazione regionale, minando quindi l’ascesa della Cina a potenza mondiale. Le 3 svalutazioni dello yuan, tra il 10 e il 12 agosto, hanno implicazioni importanti per l’economia mondiale e l’equilibrio geopolitico dell’Asia-Pacifico (1). Il surplus commerciale “relativamente grande” mantiene “relativamente forte” un cambio efficace che, però, non è “del tutto coerente con le aspettative del mercato“, afferma la Banca popolare di Cina in una dichiarazione. C’è panico tra gli investitori nei mercati finanziari negli ultimi giorni. Il cambio arriva a 6,3306 yuan per dollaro, una svalutazione non oltre il 5%. Comunque la Cina mostra interesse a far aderire lo yuan ai diritti speciali di prelievo (2), il paniere di valute lanciato dal Fondo monetario internazionale (FMI) nel 1969, ed è chiaro che il valore della moneta dovrebbe rimanere stabile, essendo uno dei requisiti che le valute di riserva globale devono soddisfare (non nel caso del dollaro sceso dal 70 al 60% in proporzione alle riserve valutarie delle banche centrali, tra il 1999 e il 2014) (3).

La campagna mediatica contro lo yuan
Tuttavia, gran parte della stampa occidentale non ha esitato a sostenere che la svalutazione della “moneta del popolo” (‘RMB’) miri a sostenere l’economia d’esportazione in modo brusco. Donald Trump, candidato presidenziale del partito repubblicano, s’è lanciato contro le misure adottate dalla banca centrale: un tentativo cinese di “distruggere” le industrie degli USA. Tale campagna mediatica contro la Cina non è nuova. Per anni Washington ha accusato Pechino di manipolare il tasso di cambio. Tuttavia, la verità è che lo yuan non s’è deprezzato in modo “artificiale”, ma piuttosto s’è apprezzato nei confronti della valuta statunitense. Dal 2005 (quando il regime di cambio era più flessibile) ad oggi, la valuta cinese s’è apprezzata di circa il 30% nei confronti del dollaro, quindi è solamente esagerato sostenere che la svalutazione dello yuan, del 4,6%, nella seconda settimana agosto sia il principale responsabile del crollo dell’economia degli Stati Uniti. E’ vero che merci a basso costo prodotte in Cina sono vendute agli statunitensi come mai prima. Tuttavia, dato che posti di lavoro ben retribuiti non esistono negli Stati Uniti da decenni, famiglie e imprese sono più preoccupate a risolvere i loro debiti che a porsi domande sull’origine dei prodotti a basso costo che acquistano quotidianamente nei supermercati. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti insiste nel screditare le politiche della Banca di Cina. Niente di strano, le banche centrali non sono note per i compromessi. La storia dimostra che in tempi di crisi e recessione globale, le istituzioni responsabili della politica monetaria agiscono unilateralmente per sostenere le proprie economie. La Federal Reserve degli Stati Uniti è di gran lunga il caso più illustre. Senza consultarsi con altre banche centrali, senza assoggettarsi alla volontà del Congresso, l’ex-presidente Ben S. Bernanke annunciò nel dicembre 2013 la riduzione del programma d’iniezione di liquidità (‘quantitative easing’). La mossa precipitò il crollo dei mercati azionari e dei tassi di cambio delle economie emergenti. Un anno dopo, la nuova presidentessa della Federal Reserve Janet Yellen annunciava la decisione di aumentare il tasso d’interesse dei fondi federali per il 2015. Anche se Yellen non contrasse il credito (‘tightening’), le valute di tutto il mondo accelerarono la debacle degli ultimi mesi. Tale situazione ha indotto Banca centrale europea (BCE), Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone a lanciare programmi d’iniezione simili a quelli della Federal Reserve, con l’obiettivo di limitare l’aumento del dollaro verso la loro valute. Invece, la Banca popolare di Cina non fece alcuna azione straordinaria lasciando lo yuan molto stabile. Perché? In pratica, la valuta cinese resta in gran parte legata alle quotazioni del dollaro. Così, mentre tra la metà del 2014 e l’inizio del 2015 il dollaro si è apprezzato del 15-20% sulle valute più scambiate al mondo (euro, sterlina, yen, ecc), solo lo 0,6% fu osservato con lo yuan (4).

Il gioco cinese con diverse palle
Tuttavia, gli ostacoli che la Cina deve superare non sono pochi (5). Per diversi anni il governo cinese ha attuato una serie di “riforme strutturali” affinché l’economia passasse dal modello di accumulazione massiccia a uno che favorisce l’espansione degli investimenti sul mercato interno. L’obiettivo a lungo termine del Partito comunista cinese è aumentare il consumo degli abitanti (crescente potere d’acquisto attraverso i salari) e diminuire la centralità del risparmio. Questo spostamento è diventato più urgente che mai con la contrazione degli investimenti d’impresa e il crollo della domanda estera. Il mese scorso le esportazioni della Cina si sono ridotte dell’8,3% in termini annui, mentre le importazioni dell’8,1%. Mantenendo l’involuzione in sincronia con l’estrema debolezza del commercio mondiale, il cui tasso di crescita è al livello minimo degli ultimi 20 anni (6). “Nonostante un tasso ancora più elevato, la crescita del PIL della Cina è rallentata; la svalutazione, anche se non può essere definita radicale, invertirebbe tale tendenza“, ha detto Paulo Nogueira Batista, Vicepresidente della banca di sviluppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), in un’intervista con l’agenzia Sputnik (7). Tuttavia, va notato che le società cinesi hanno esportato quasi il 60% della produzione verso i Paesi industrializzati, secondo le stime di Jonathan Anderson, dell’Emerging Advisors Group (8). Dato che i Paesi del G7 (Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) sono quasi immersi da stagnazione e deflazione (diminuzione dei prezzi), rivitalizzare l’economia cinese tramite l’esportazione sarà molto complicato. D’altra parte, il settore immobiliare comincia a risentire degli effetti del sovrainvestimento. Le agenzie immobiliari non trovano più abbastanza clienti nel mercato cinese. Il calo delle vendite non può aumentare gli investimenti. Di conseguenza, le aziende impegnate nella produzione di materiali da costruzione (acciaio, cemento, legno, vetro, ecc.) ne sono anche gravemente danneggiate, a causa degli stretti legami con il settore immobiliare (9). Le azioni della banca centrale per gestire il rallentamento dell’economia sono molteplici e non limitate alla svalutazione della moneta. Durante l’ultimo anno, la Banca popolare di Cina ha abbassato il tasso d’interesse di riferimento e i requisiti patrimoniali del sistema bancario in modo da rilanciare i prestiti alle attività produttive. La Cina ha anche lanciato un piano di stimolo fiscale i cui costi sono stimati il 12% del PIL. Il governo cinese gioca con più palle (10). I cinesi cercando di passare da un’economia focalizzata sui massicci investimenti a una trainata dai consumi senza sacrificare la crescita economica; cercano di frenare la speculazione nel settore immobiliare e sui titoli azionari (azioni, materie prime, ecc), ma senza tagliare il credito all’industria; aspirano alla leadership nel settore finanziario, ma sono preoccupati dalla volatilità finanziaria imposta dal mercato globale dei capitali. Il governo cinese saprà adempiere a questa impresa?

Il rischio di deflazione globale
La sfida non è da poco. Le autorità di Pechino appaiono sempre più preoccupate dalle prospettive globali. L’economia mondiale accelera la transizione verso la deflazione (caduta dei prezzi). Non si tratta più solo della debolezza dei prezzi delle materie prime (‘commodities’) e della stagnazione economica deflazionistica in Paesi come il Giappone, che ne soffre dal 1990. La crisi deflazionistica in Grecia s’è consolidata e minaccia di diffondersi in gran parte delle economie della periferia europea. Secondo i dati pubblicati da ELSTAT, l’inflazione in Grecia è scesa al 2,2% annuo, il mese scorso. Così, la deflazione si è accumulata per 29 mesi consecutivi nella nazione ellenica (11). Dopo che la troika (composta da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione europea) ha imposto ad Atene un nuovo piano di salvataggio che promuove la politiche di austerità, è chiaro che la deflazione avrà alla fine maggiore slancio e, quindi, diverrà una minaccia letale per la Germania, il socio commerciale della Cina. In breve, Pechino non risparmia sforzi per ricacciare le tendenze recessive che si avvicinano poco a poco alla propria economia, e che tra l’altro colgono di sorpresa sempre più Paesi: da Germania, Francia e Regno Unito, a Canada, Messico e Sud America (Argentina, Brasile, Venezuela, ecc).

Washington punta i missili su Pechino
Il contesto economico regionale non è esente da focolai deflazionistici (12). L’indebolimento dello yuan non è ben visto dai Paesi limitrofi della Cina (13). Le valute di Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia hanno toccato i minimi storici dopo la svalutazione del ‘renminbi’, e allo stesso tempo le borse hanno chiuso con perdite comprese tra 0,5 e 1,5%. Se le banche centrali dell’Asia-Pacifico sono tentate dall’intraprendere la corsa alla svalutazione, volta ad “impoverire il vicino” (“beggar-they-neighbor‘) (14), i riusciti appelli della Cina per attivare Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (‘Infrastrutture Asian Investment Bank‘), Fondo per la Via della Seta (‘Silk Road Fund’) e Zona di libero scambio del Pacifico (‘Area di libero scambio dell’Asia-Pacifico’) sarebbero gravemente minacciati. Al contrario, le società statunitensi non perdono occasione per cercare il sostegno da diversi leader asiatici per ampliare l’adozione dell’accordo di Partnership Trans-Pacifica (15). Il Pentagono, nel frattempo, si propone di rilanciare la dottrina del perno contro la Cina, con il sostegno militare del Giappone. Non c’è dubbio che sia un piano astuto degli Stati Uniti minare la crescente influenza della Cina nella regione Asia-Pacifico. Nell’offensiva imperiale statunitense, il governo cinese deve rimanere vigile e soprattutto tener conto delle lezioni del Generale Sun Tzu (autore de “L’arte della guerra’): per sconfiggere il nemico senza combattere. La svalutazione dello yuan ha evidenziato che i prossimi mesi saranno decisivi nel consolidare la crescita della Cina a potenza mondiale. Solo il tempo potrà infine rivelare se sia possibile risolvere le contraddizioni economiche interne senza mettere a repentaglio la coesione regionale. La moneta cinese è nell’aria…image-from-foreign-exchange-2013-renminbi-trading-1403500475Note
1 “Un mapa muestra el impacto global de la devaluación del yuan“, Russia Today, 18 agosto 2015
2 “El desafío de China ante el FMI: incorporar el yuan a los Derechos Especiales de Giro“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, 31 marzo 2015.
3 “Get ready for yuan in IMF basket“, Mike Bastin, China Daily, 17 agosto 2015
4 “China’s exchange-rate policy: Currency peace“, The Economist, 21 febbraio 2015.
5 “Five reasons to be worried about the Chinese economy“, Larry Elliott, The Guardian, 14 agosto 2015.
6 “World shipping slump deepens as China retreats“, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 17 agosto 2015.
7 “Devaluación del yuan puede acelerar economía china, dice funcionario del BRICS“, Sputnik Mundo, 12 agosto 2015.
8 “China, the Fed and emerging markets: Yuan thing after another“, The Economist, 13 agosto 2015.
9 “Devaluation Hints at China’s Rising Distress Over Economy “, Neil Gough, The New York Times, 12 agosto 2015.
10 “Markets and economics: The curious case of China’s currency“, The Economist, 11 agosto 2015.
11 “Greek deflation steady in July, prices fall for 29th month“, Reuters, 7 agosto 2015.
12 “China’s currency devaluation could spark ‘tidal wave of deflation‘”, Heather Stewart, The Guardian, 12 agosto 2015.
13 “Renminbi fallout threatens Asian neighbours“, Steve Johnson, The Financial Times, 14 agosto 2015.
14 “China’s Renminbi Devaluation May Initiate New Phase in Global Currency War“, Peter Eavis, The New York Times, 13 agosto 2015.
15 “Currency Devaluation Shows the High Cost of China’s Soft Power“, David Francis, Foreign Policy, 11 agosto 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra finisce in Vittoria

Kungurov, Fort Russ 15 agosto 2015
Dato che i media governativi usano in modo improprio il termine Vittoria (ad esempio, i continui rapporti sulla distruzione di decine di carri armati T-90, mai realmente visti nel Donbas), è diventata una barzelletta. L’articolo del noto blogger Kungurov spiega le ragioni reali dello scarso rendimento delle forze maidaniste nei primi mesi. Da segnalare che è stato scritto un anno fa, ad aprile-luglio 2014, quando il coinvolgimento russo era inesistente e coperto.0_93277_bc75f1f3_XXLGuardiamo alla guerra civile in Ucraina da posizioni distorte: qui ci sono i nostri (Pro-USA/Pro-Russia, scegliete), sono bravi ragazzi, la loro causa è giusta e quindi vincerà; i nemici (terroristi/neo-nazisti, scegliete) sono orchi e quindi destinati alla sconfitta, così tutti presto moriranno e bruceranno all’inferno. Ma in realtà vittoria o sconfitta sul campo di battaglia dipendono poco dall’ideologia e da cosa dice il presentatore in TV (tanto più che si può sempre capovolgere una terribile sconfitta in grande vittoria). Propongo quindi di guardare la situazione in modo imparziale, tenendo conto soltanto dei fattori militari ed economici. Se si guarda alla situazione superficialmente, le milizie del Donbas (separatisti) erano senza speranza: l’esercito governativo li superava 5-1 in blindati, 3-1 negli uomini e 10-1 in artiglieria, con l’enorme vantaggio della superiorità aerea (la milizia non aveva aerei). In termini operativi, c’erano due sacche di resistenza, Lugansk e Donetsk, tra cui non vi era alcun collegamento. Strutturalmente gli insorti, a differenza delle forze ATO, non avevano una struttura unificata di comando, riserve o un sistema di rifornimento. Allora la domanda sorge spontanea: come mai le forze governative non rasero al suolo le difese dei ribelli? Per rispondervi va considerata la situazione: quattro mesi prima le milizie erano equipaggiate con fucili da caccia e pistole rubate ai poliziotti. Non avevano artiglieria o blindati e di numero erano trascurabili. Tuttavia, le forze governative, con un vantaggio di 20-50 a 1 sulla carta, non colsero alcun successo tangibile. Sì, Kiev subì una sconfitta politica in primavera quando la Crimea fu abbandonata senza un colpo; i politici litigavano per occupare il potere e non si preoccupavano dei movimenti separatisti nel Donbas. Tuttavia, il problema poteva essere facilmente risolto con la forza, se l’Ucraina avesse avuto un esercito. Ma il nocciolo della questione è che a marzo-aprile 2014 Kiev non l’aveva. C’erano persone in uniforme, armi nei magazzini, carri armati arrugginiti nelle basi, aerei al suolo in file ordinate (alcuni anche splendidamente dipinti). Ma non c’erano forze armate in grado di svolgere compiti assegnatigli. In poche parole, non c’era assolutamente nessuno da inviare in battaglia e nulla con cui combattere. Mentre i soldati ebbero fucili e gli si mostrava come sparare (nel caso in cui non lo si sappia, i militari raramente vedono le armi in tempo di pace, e certamente non questi, e non sanno come usarle), mentre gli APC uscivano dagli hangar capaci, teoricamente, di essere guidati fino alla stazione ferroviaria, e mentre tende e munizioni venivano ricevute dai magazzini, tutto si svolgeva con grande confusione, caricandoli sui treni e inviandoli da qualche parte, perdendo irrimediabilmente tempo. Ma anche dopo l’arrivo nel teatro, queste migliaia di uomini armati in uniforme non erano un esercito ma una marmaglia disorganizzata simile alla milizia del Donbas, e in questa fase la superiorità numerica dell’esercito governativo non era un vantaggio, ma uno svantaggio. L’assioma degli affari militari dice: più truppe, più dannose sono le conseguenze della disorganizzazione. In realtà, non è necessario impegnarsi in battaglia con il nemico affinché le truppe perdano la capacità di combattere. Non dategli da mangiare per tre giorni, e l’esercito fugge, i soldati vagheranno in giro barattando armi per cibo e vestiti caldi. E così è accaduto, quindi nelle forze governative la diserzione è forse la ragione prima delle perdite di effettivi.
w3aBGB2xqpgPer la milizia tutto questo era molto più facile. Innanzitutto, il loro numero era molto piccolo, quindi poterono organizzarsi assai rapidamente. Pertanto, furono i separatisti che inizialmente presero l’iniziativa e bloccarono il nemico con agguati, e avendo il vantaggio data conoscenza del terreno e mobilità superiore. Sì, nonostante le truppe governative avessero un numero considerevole di corazzati e persino aerei, le milizie avevano una assai maggiore mobilità. Usavano veicoli civili, mentre i blindati del governo erano al meglio usati come postazioni fisse per mancanza di carburante, pezzi di ricambio, autisti e ordini. Beh, a volte avrebbero guidato i carri armati per i negozi del paese per comprare vodka. Un fattore importante era la presenza di comandanti incompetenti. L’esercito governativo aveva molti tizi in sovrappeso con grandi stelle sulle spalline e grandi barboni per esser stati seduti troppo a lungo, ma nessuno con competenze nella pianificazione militare. Non conta il fatto che l’esercito ucraino non abbia mai combattuto. In tempo di pace, gli esperti militari mantengono la forma professionale con addestramento al combattimento, manovre, esercitazioni dello Stato Maggiore e così via. L’esercito ucraino non ha mai svolto esercitazioni a livello di battaglione, e persino respinse le esercitazioni tattiche di compagnia per mancanza di fondi (va notato che l’esercito ucraino aveva più effettivi dell’esercito nigeriano, ma un budget molto più piccolo). L’addestramento al combattimento fu sostituito con compiacenti “esercitazioni in aula”. Beh, l’addestramento al combattimento fu sostituito da rapporti su come le esercitazioni in aula si erano svolte, mentre in realtà nessuno ci andava data la loro inutilità. Nella migliore delle ipotesi, furono effettuate per formalità. Quindi gli ufficiali dell’esercito non conoscevano le cose più elementari come leggere una mappa, utilizzare la radio, organizzare pattuglie, avamposti, interagire con altre unità e attività di supporto. Ovviamente condurre operazioni significative era proprio fuori questione. Naturalmente l’inutilità dei comandanti aumentò con l’anzianità e la carriera. Nei 23 anni dalla sparizione dell’Unione Sovietica, la generazione degli ufficiali sovietici che aveva esperienza sparì quasi completamente. I generali di oggi erano giovani tenenti durante la perestrojka. Mentre salivano la vetta dimenticarono completamente ciò che gli fu insegnato nelle accademie militari sovietiche, e nuove competenze non furono acquisite per le suddette ragioni.
1924369 La milizie del Donbas furono anche molto fortunate, dato che comandanti come Igor Girkin/Strelkov (che combatté in Transnistria, Serbia e in Cecenia) avevano più esperienza dell’intero Stato Maggiore ucraino. Un altro uomo al posto giusto era l’ex-Tenente-Colonnello dell’Esercito russo Igor Bezler (“Bes“), trasferitosi in Ucraina dieci anni prima, così come Aleksej Khodakovskij (ex-comandante della squadra SWAT di Donetsk). Un ruolo fondamentale fu svolto dai volontari russi, molti veterani della guerra in Cecenia. Infine, tra i miliziani locali vi era una percentuale molto elevata di 50enni, e anche più, che avevano esperienza in combattimento nella guerra in Afghanistan. Così alle fasi iniziali del confronto armato le forze delle milizie volontarie, sotto il comando di comandanti esperti, non solo inflissero sconfitte morali, ma anche rifornirono notevolmente i loro arsenali con attrezzature e armi catturate. Parlo dello stallo a Slavjansk nell’aprile-luglio 2014. Naturalmente, la propaganda del governo di Kiev strillava disperatamente di colonne di carri armati russi in aiuto dei separatisti e orde di mercenari di GRU e FSB che insieme a bande di teppisti ceceni, ogni giorno attraversano il confine a migliaia ingrossando i ranghi dei terroristi, ma sul serio tale diarrea verbale non va per nulla considerata. Fino a maggio 2014 il confine era generalmente controllato delle guardie di frontiera governative. Il numero di volontari russi che combatteva nel Donbas era stimato a circa 500 persone in totale, un battaglione secondo gli standard militari. Kiev fece l’errore enorme di decidere di combattere l’insurrezione senza un esercito efficiente. Di conseguenza, l’esercito inetto fu la principale fonte di armi e munizioni dei ribelli. Beh, qualcosa naturalmente fu preso dai magazzini e dalle unità militari di stanza nelle regioni di Donetsk e Lugansk, ma quelle armi, francamente, non erano moderne. Tuttavia, anche le carabine SKS progettate nel 1944 trovarono buon uso (da immagini e filmati, sembra che un terzo di miliziani ne siano armati, dei fucili a tiro lento ma accurati e affidabili). E i fucili anticarro PTR, dichiarati obsoleti nella seconda guerra mondiale, in effetti inutili contro i carri armati, perforano però i blindati leggeri abbastanza facilmente. Perciò, nel conflitto s’è visto lo stesso schema: numeri, formazione e attrezzature della milizia aumentavano rapidamente, mentre l’efficienza delle forze governative diminuiva. Frenetici tentativi di aumentare il numero di truppe ATO (ATO = Operazione antiterrorismo, dato che il governo di Kiev non può chiamarla “guerra” o non avrà prestiti dal FMI necessari per continuarla) causarono maggiore inefficienza per le ragioni suddette, i rinforzi, forzatamente instradati, giunsero a un esercito incompetente e demoralizzato, aumentandone il caos. Le forze maidaniste urlarono al “tradimento del quartier generale”, ma è una tradizione vecchia, è facile spiegare codardia e stupidità come tradimento. Le unità quadro che potevano divenire la spina dorsale dell’esercito furono inviate all’offensiva, venendo circondate e distrutte. La maggior di coloro che sfuggirono all’accerchiamento finirono negli ospedali psichiatrici, proprio adatti considerando ciò che passarono. “Riservisti” 40enni e militari di leva 20enni inviati a rinforzare unità decimati erano più scarsi di coloro che sostituivano. Pensateci un secondo, le forze di autodifesa del Donbas che iniziarono quattro mesi prima con blocchi stradali goffi, piccole imboscate e raid notturni, ora contestavano il campo a un esercito regolare, organizzavano accerchiamenti, mantenevano capisaldi e tagliavano le comunicazioni nemiche contrattaccando con gruppi corazzati! Almeno la metà dei velivoli da combattimento del governo fu distrutta. La dinamica di ciò non era buona per le forze ATO. Sì, la maggior parte del territorio di RPD e RPL è controllata dalle forze governative, ma dal punto di vista militare ciò comporta solo problemi. In primo luogo, si allungano le linee di rifornimento in territorio nemico, e mentre le forze disponibili sono legate alla prima linea, i sabotatori della milizie attaccano obiettivi militari nelle regioni di Zaporozhe e Kharkov. In secondo luogo, spingendo gli insorti in una piccola area se ne aumenta la densità creando un fronte continuo. E se le vostre truppe non hanno lo stomaco per combattere a piedi, incontrare grosse formazioni nemiche ovunque è una brutta cosa, ovviamente! Entro gli archi autostradali che attraversano Donetsk e Lugansk, le milizie manovrarono molto più velocemente delle forze che si opponevano dall’esterno. Perciò, il governo tentava di prendere una qualsiasi città lungo questa linea, venendo però impedito da contrattacchi tempestivi ed efficaci. Il governo poteva muovere più rapidamente le forze, per esempio, da Debaltsevo ad Amvrosevka per salvare le forze circondate a sud, ma si trattava di un percorso lungo e difficile da rifornire, e da quando la prima linea fu creata, divenne impossibile anche dal punto di vista propagandistico. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo se Strelkov rispuntava riprendendosi Slavjansk, sarebbe stato un colpo enorme. Così il comando ucraino non aiutò le forze accerchiate, non perché fosse crudele e spietato, ma perché le operazioni di soccorso avrebbero comportato una sconfitta ancora più terribile. Nel frattempo, mentre le forze accerchiate venivano lentamente polverizzate, si coagulavano le notevoli forze della milizia, permettendo alle truppe governative di fare piccoli progressi altrove, trasformandoli in vittorie propagandistiche.
10518681Dal punto di vista operativo, invece di espellere la milizia da zone periferiche sarebbe stato molto più efficace circondare le sacche di resistenza e distruggerle una per una. A dire il vero, è così che l’esercito russo agì in Cecenia bloccando gruppi di separatisti e distruggendoli accerchiandoli. Se fossero stati stupidamente scacciati in montagna, la guerra nel Caucaso probabilmente si trascinerebbe ancora. Ma l’esercito Kiev non poté svolgere una cooperazione anche tattica sul campo di battaglia, tanto meno risolvere correttamente i problemi operativi. Le forze governative lasciarono che gli uomini di Strelkov violassero l’accerchiamento di Slavjansk praticamente incontrastati, e idioti gioirono con una bandiera blu-gialla sul municipio, ma dal punto di vista operativo fu una sconfitta. Fu dopo che gli uomini di Strelkov si trasferirono a Donetsk, unendosi ai gruppi armati locali, che la RPD iniziò la guerra mobile a cui l’esercito governativo era totalmente impreparato, portando ad una serie di disastri come la distruzione di quattro brigate al confine meridionale. Le forze governative non riuscirono a distruggere la forza di Slavjansk con una superiorità numerica di 10-1. Cosa possono sperare ora, quando l’equilibrio delle forze è passato a 3-1?
Il vecchio detto militare dice che la vittoria non va a chi combatte bene, ma a chi combatte meglio. Uno dei miei amici, colonnello e capo del Dipartimento di Tattica di un’accademia militare, l’ha riformulato così: la cosa più importante è essere meno fesso del nemico. Per lui, persona che ha vissuto la guerra, la stupidità è un fattore strategico. La stupidità degli strateghi ucraini è probabilmente senza precedenti nella storia. Se tatticamente i soldati filogovernativi agiscono maldestramente, e operativamente in modo dilettantesco, strategicamente le loro azioni sono assolutamente folli, ne parleremo più avanti…14deb825e2ffTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La divisione 30 e il fiasco del complotto contro la Siria

James Robertson Crimes of Empire 14 agosto 2015

Chi pensa che Stati Uniti o qualsiasi nazione occidentale “trasmetta valori democratici” ai popoli del Medio Oriente o di qualsiasi altra regione, bombardando e distruggendo gli Stati, nega la realtà.1019483209E’ un momento totemico per l’impero in dissoluzione. Dopo quattro anni di menzogne mediatiche a valanga, numerosi attacchi con armi chimiche sotto falsa bandiera e, infine, alcuni combattenti addestrati negli Stati Uniti e spediti in Siria,… per essere eliminati dal locale ramo di al-Qaida in pochi giorni. Gli Stati Uniti cercavano di utilizzare una combinazione di attacchi aerei e armi distribuite per influenzare la rivolta siriana. Secondo l’Istituto Brookings, l’esercito statunitense ha doppi centri di comando in Giordania e in Turchia da cui i comandanti statunitensi cercano di dirigere l’insurrezione.
Perché Assad sta perdendo del Brookings Institution
“Molti comandanti coinvolti nelle recenti operazioni a Idlib confermano all’autore che la sala operativa degli USA nel sud della Turchia, che coordina il supporto letale e non letale ai gruppi d’opposizione è stato determinante nel facilitarne l’operazione dai primi di aprile in poi. La sala operazioni, insieme ad un altra in Giordania, a sud della Siria, sembra avere aumentato notevolmente assistenza ed intelligence ai gruppi che controllano nelle ultime settimane”.
Il fatto che al-Nusra rimanga il primo gruppo di combattimento nel nord della Siria, mentre gli unici alleati degli Stati Uniti nel nord della Siria, i curdi, sono attaccati dai turchi insieme allo spettacolare fiasco della divisione 30, indicano che tali tentativi di dirigere l’insurrezione sono falliti miseramente. Il caos provocato è una cosa, ma la politica degli Stati Uniti a questo punto è un pasticcio del tutto incoerente. Che altro potrebbe spiegare tale sforzo tiepido in diverse aree? Un programma di formazione che vanta 54 promossi? Non è serio.

Il fiasco della divisione 30
Gli Stati Uniti hanno addestrato e rifornito un presunto gruppo “filo-occidentale” di ribelli siriani chiamato divisione 30 e che aveva il compito, ci viene detto, di lottare contro il SIIL. Il gruppo è stato infiltrato nella Siria del Nord dalla Turchia dove veniva addestrato. Secondo il Washington Post i combattenti furono dotati di attrezzature che gli permettevano d’inviare le coordinate per gli attacchi aerei statunitensi tramite personale statunitense operante in Turchia. Questo era il nuovo sistema “semplificato” che gli Stati Uniti cercavano di attuare secondo Karen de Young del Washington Post, che ha scritto, “Un funzionario statunitense vicino al programma di addestramento, che non è autorizzato a parlare pubblicamente della questione, ha detto che la cattura è stata “sicuramente una battuta d’arresto” per i piani turchi e statunitensi di usare la divisione 30 negli attacchi aerei contro le forze dello Stato islamico e creare una zona sicura per i ribelli nella zona. Il governo di Assad, che utilizza aeromobili per attaccare le forze di opposizione, è relativamente vicino, ed è stato avvertito dall’amministrazione, attraverso un canale già utilizzato presso la missione siriana dell’ONU a New York, di stare lontano dal punto in cui sono stati infiltrati i combattenti addestrati, ha detto un altro funzionario statunitense“. “Anche se le reclute non sono ufficialmente designate osservatori dei prossimi attacchi aerei degli Stati Uniti, hanno avuto apparecchiature che gli avrebbero permesso d’inviare le coordinate dello Stato islamico al personale statunitense sul lato turco del confine. Tale personale avrebbe poi trasmesso le informazioni agli aerei da sorveglianza e al comando operativo, rendendo più veloci e più precisi gli attacchi rispetto al solo utilizzo della sorveglianza aerea. I nuovi combattenti siriani hanno attraversato il confine a Kilis, dalla Turchia alla città di confine siriana di Azaz. Almeno alcuni di loro, l’ufficiale statunitense ha detto, si sarebbero congedati dopo il ritorno in Siria. Hasan, insieme al suo vice, sarebbe stato catturato mentre lasciava una riunione dei comandanti ad Azaz“.

L’illusione della Grandeur persiste a Washington DC
In una dimostrazione di splendida e terribile arroganza imperiale, gli Stati Uniti hanno avuto il coraggio d’informare il governo siriano della posizione di tale forza e dirgli che il gruppo non doveva essere attaccato. Immaginate la risposta degli Stati Uniti se la Russia infiltrasse un gruppo armato nel territorio degli Stati Uniti, il cui obiettivo è il rovesciamento del governo degli Stati Uniti e rivendicare che gli Stati Uniti non hanno il diritto di attaccare gruppi armati illegali che operano sul loro territorio con l’obiettivo di rovesciarne il governo!! Gli Stati Uniti, dopo tutto non hanno alcun diritto di operare in Siria. Non vi è alcuna risoluzione delle Nazioni Unite che autorizza un qualsiasi uso della forza da parte degli USA o di qualsiasi altra nazione contro la Siria. Perciò gli attacchi statunitensi in Siria, a questo punto, sono diretti contro i combattenti jihadisti distruttivi e folli del SIIL e al-Nusra, organizzazioni che non hanno valore giuridico o internazionale, e pochi hanno scelto di disquisire degli attacchi degli Stati Uniti alle forze del governo siriano, che sarebbero violazioni inequivocabili del diritto internazionale.

Gli Stati Uniti dovrebbero decidere se essere o meno uno Stato canaglia
ED-AR204_obagy_G_20130830164816 Esiste un sistema internazionale di regole, leggi e norme. Gli Stati Uniti ne sono firmatari e partecipano alle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha l’autorità giuridica internazionale di autorizzare l’uso della forza, come nel caso della Libia quattro anni fa con risultati disastrosi. Se gli Stati Uniti non credono nel sistema delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. dovrebbero lasciarlo e finirla con le pretese ridicole. Al-Nusra attaccò subito l’incontro dei capi della divisione 30 catturandone il capo. Jabhat al-Nusra fu attaccata più volte dagli aerei statunitensi. La sua percezione degli osservatori della divisione 30 come potenziale minaccia non era irragionevole alla luce di ciò. Alcuni giorni dopo, un altro attacco più concertato sul gruppo fece seguito, in sostanza fu l’ultima volta di cui s’è sentito parlare della divisione 30, fuggita in una zona controllata dai curdi e dove sembra semplicemente essere scomparsa. In seguito ci fu il fiasco dell’attacco degli aerei statunitensi al quartier generale di al-Nusra a Azaz, in ciò che sembra il classico gesto futile dal gigante infuriato ma impotente.
La sensibilità della questione è sottolineata dal fatto che per diversi giorni l’US DoD smentiva che tutto ciò fosse accaduto. “Posso dirvi che il personale della nuova forza siriana del nostro programma di addestramento è presenta ed identificato, e nessuno è stato arrestato o catturato“, ha detto il capitano dell’US Navy. Jeff Davis, portavoce del dipartimento della Difesa. Ciò è avvenuto nonostante i video che mostrano i combattenti rilasciati da al-Nusra che ha annientato il gruppetto specializzatosi negli Stati Uniti ed inviato in Siria del Nord con l’istruzione presunta di identificare i combattenti del SIIL ed inviarne le coordinate al personale statunitense in Turchia, che avrebbe poi diretto gli aerei degli Stati Uniti sugli obiettivi. E’ stato affermato che si “presumeva” che al-Nusra vedesse il gruppo come alleato, ciò probabilmente pensando che Jabhat al-Nusra recentemente ha beneficiato enormemente dell’invio di missili anticarro TOW dagli Stati Uniti. Al-Nusra ha ricevuto a maggio tali armi estremamente efficaci dal finto gruppo indipendente Haraqat Hazam. “Un video pubblicato da al-Nusra mostra le armi utilizzate per attaccare le basi siriane di Wadi Dayf e Hamidiyah nella provincia di Idlib“.  Gli statunitensi hanno bombardato al-Nusra assai sporadicamente. Il gruppo Qurasan, secondo molti un’operazione diversiva, era l’obiettivo dichiarato. Se il gruppo Qurasan sia reale o no, il Daily Mail suggerisce che gli Stati Uniti hanno condotto una campagna di attacchi aerei estremamente intermittente contro le postazioni di al-Nusra, da quando iniziarono a bombardare la Siria a fine settembre 2014.

La guerra siriana
Dal 2011, la Siria è attaccata da estremisti jihadisti stranieri ancora sostenuti dall’occidente e dai suoi alleati come la Turchia, membro della NATO. I combattenti estremisti di SIIL e al-Nusra ricevono rifornimenti, addestramento, armi e altri aiuti da Turchia, Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Qatar e Stati del Golfo. Per quattro anni i media occidentali hanno in modo netto sostenuto gli sforzi della filiale di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, e altri gruppi combattenti islamici, ed hanno apertamente cercato di sopprimere le prove dei loro crimini di guerra, anche quando fornite dai propri giornalisti.

Complotti fallimentari
L’operazione di cambio di regime in Siria non è riuscita per due ragioni principali. La Siria ha alleati e la false flag del Ghuta non ha portato agli attacchi aerei occidentali, necessari per il successo dell’operazione, dopo una serie veramente bizzarra di eventi che coinvolsero il partito Laburista inglese, il segretario di Stato degli USA John Kerry, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e anche il giornalista che pose a John Kerry la domanda che aprì la porta all’intervento diplomatico russo che vide le armi chimiche siriane rimosse.

zabadaniLa False Flag dell’agosto 2013: fine di un sogno impossibile
Il cambio di regime cercato deragliò nell’agosto/settembre 2013 dopo il fallimento della false flag chimica nel Ghuta, per avere il desiderato bombardamento occidentale, ormai di routine, seguito dal rovesciamento violento del governo e dello Stato da parte di mercenari sostenuti dall’occidente. Questo fu il momento in cui il partito della guerra aveva l’occasione, ma l’attacco apparentemente inevitabile non avvenne mai. Il governo siriano aveva mantenuto forti legami con la Federazione russa e la Russia ha una base navale in Siria, la sola nel Mediterraneo. Quindi considerando che la Russia votò a favore del bombardamento della Libia, fu attivamente contraria a qualsiasi attacco alla Siria. L’Iran minacciò gli Stati Uniti con una guerra regionale. A questo punto l’obiettivo del cambio di regime doveva essere ripacchettato. Improvvisamente il SIIL si scatenò in modo massiccio e qualcuno iniziò a produrre in occidente i video delle chiaramente false decapitazioni, siglando un patto con le TV occidentali. Meno di un anno dopo gli Stati Uniti bombardavano l’Iraq, con l’approvazione del governo iracheno e subito informarono il governo siriano che avrebbero bombardando il SIIL anche in Siria. Era solo questione di tempo prima che gli Stati Uniti facessero qualche mossa subdola per consentirgli di attaccare la Siria. La speranza di un corso più razionale è rimasta, ma l’ottimismo era vano.

Il motivo è chiaro
La motivazione di queste operazioni sembra essere la preoccupazione occidentale, israeliana e saudita per la crescente influenza iraniana in Medio Oriente, dovuta in gran parte alla criminale invasione occidentale dell’Iraq nel 2003 e prima dall’altrettanto criminale attacco israeliano al Libano nel 1982. Queste avventure permisero all’Iran di costruire un ampio ponte terrestre con gli alleati, dal confine occidentale dell’Afghanistan al Mediterraneo unendo Iran, Iraq, Siria e Libano, anche se nessuna delle parti è pienamente al potere in Libano o in Iraq, i partiti alleati dell’Iran hanno avuto il sopravvento, militarmente e politicamente. La Siria con il suo leader strano, oltre a un datato Stato di polizia in stile sovietico, la corruzione, forze armate antiquate e una popolazione in gran parte sunnita, era l’obiettivo naturale. Niente di meno che l’autorità della Defense Intelligence Agency osservò nel 2012 che il conflitto siriano è una guerra per procura.
La stima dei morti, secondo l’occidente, sarebbe ora di 240000 persone e milioni di profughi fuggiti per salvarsi la vita. Vaste le regioni del Nord e e dell’Est della Siria fuori dal controllo del governo.

La zona di sicurezza
La Turchia è da tempo sostenitrice dell’idea di una presunta “zona sicura” al confine nord della Siria. Il piano raccoglie di norma l’approvazione entusiastica dalla stampa del partito della guerra come passo importante sulla via del cambio di regime. Secondo il Guardian, la zona di sicurezza si suppone “si estenda per 68 miglia lungo il confine tra Turchia e Siria, da Jarabulus a Maria, per circa 40 miglia di profondità, arrivando alla periferia di Aleppo“. Molte fonti raffreddano l’idea. La ragione di ciò è ovvia, il conflitto di interessi tra Stati Uniti e Turchia sulla situazione. La Turchia si oppone a qualsiasi forma di sovranità curda al confine meridionale, mentre gli USA vedono i combattenti curdi in Iraq e Siria come alleati chiave. Ne è un esempio il fatto che i combattenti curdi nel nord della Siria integrino forze speciali occidentali, cosa scoperta da questa storia: L’attacco della Turchia ai curdi potrebbe trascinarci in un nuovo confronto, temono fonti militari che afferma: “Abbiamo forze speciali statunitensi non lontano da dove i turchi bombardano, che addestrano i peshmerga curdi”.

Retorica e realtà
La Turchia spesso esibisce una retorica esagerata ma le azioni raramente seguono le parole. L’operazione anti-curda nel nord della Siria non è un l’inizio perché gli Stati Uniti non permetterebbero alla Turchia di bombardare i combattenti curdi e i loro “istruttori” delle forze speciali occidentali. La Turchia bombarda il nord dell’Iraq in silenzio e cosi è stato. Uno scherzo. Non vi è alcuna forza di sicurezza disponibile sul terreno per controllare la supposta zona di sicurezza. La Turchia non ha intenzione di inviarvi forze sufficienti per proteggere un’area di 60 per 40 miglia. L’unica forza di sicurezza vitale nella regione sono i gruppi di combattenti curdi violentemente contrari alla Turchia; il tutto crolla sotto il peso di tali contraddizioni. Anche i media statunitensi raffreddano le fantasie sulla zona sicura.
Gli USA abbattono l’idea della zona sicura in Siria
Perché la proposta ‘zona di sicurezza’ della Turchia contro il SIIL in Siria non è così sicura
La zona di sicurezza è solo un’altra idea stupida che non ha concluso nulla. Una delle tante. Altre presumibilmente ne seguiranno e presumibilmente falliranno per la ragione che i cospiratori sono idioti infantili le cui ambizioni non eguagliano mai le capacità.

Conclusioni
La trama si disvelava nel nord della Siria la scorsa settimana, ma i risultati catastrofici e la natura vile dell’operazione divisione 30 ci parlano di un’amministrazione statunitense assai divisa e travolta da una grave guerra politica ogni giorno, dove i falchi dell’impero dei banchieri provano disperatamente ad ostacolare i “Prima gli USA” nel tentativo di “cambiare missione” agendo da punta di lancia d”Israele a vantaggio degli interessi israeliani e contro quelli degli Stati Uniti e della comunità internazionale. Una visione razionale degli Stati Uniti sul Medio Oriente enfatizzerebbe stabilità e riforma cercando di por fine alla follia del settarismo e della guerra per procura. Ma ciò è purtroppo un sogno irrealizzabile. Chi pensa che Stati Uniti o qualsiasi nazione occidentale “trasmetta valori democratici” ai popoli del Medio Oriente o di qualsiasi altra regione, bombardando e distruggendo gli Stati, nega la realtà. Non si tratta di teoria. Conosciamo i risultati delle guerre imperiali per l’illuminazione e la democrazia. Li vediamo tutti i giorni in Iraq, Libia e tutti gli altri luoghi in cui i militari occidentali hanno il compito di distruggere per conto dei banchieri dell’impero.Assad-Nasrallah1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le radici del terrorismo statunitense: come Obama se ne andrà

Ziad A. Fadil Syrian Perspectivedt.common.streams.StreamServer.clsI presidenti si giudicano dal loro curriculum in economia, politica, diplomazia e guerra. Possono anche essere giudicati per quello che avrebbero potuto fare ma non hanno fatto. Tragicamente, il primo presidente afro-americano sarà diffamato dagli storici per quello che ha combinato. Questo sito è dedicato alla guerra in Siria e qualsiasi analisi dell’inettitudine di Obama dovrà concentrarsi sulle miserie che ha aggravato o deliberatamente creato. Quest’uomo non è di sinistra; non è rivoluzionario; non è socialista, né idealista, non è l’umanitario meritevole del Premio Nobel per la Pace. La nostra posizione è che sia solo un imbecille, un uccello che arruffa le piume. Pochi giorni fa, l’urbano ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov era seduto allo stesso tavolo con la controparte dell’Arabia Saudita per una conferenza stampa conclusiva. Un microfono puntato verso la bocca del signor Lavrov ha raccolto qualcosa d’insolito per questo affabile diplomatico di carriera. Mentre il saudita Adil al-Jubayr confutava ogni ipotesi di cooperazione con il governo legittimo del Dottor Bashar al-Assad, Lavrov fu registrato borbottare in russo, senza alcuna sorpresa: “Che fottuto imbecille!” La Cage aux folles degli alleati degli USA in mostra. Fin dall’inizio del conflitto, Obama e la sua squadra di diplomatici dementi e spettrali come Robert Ford, Hillary Clinton e Christopher Stephens, sono complici dello spargimento di sangue che inonda la Siria da marzo 2011 a oggi. Ford, uno dei peggiori criminali di guerra della storia, era intento a sfruttare la cosiddetta “primavera araba” come copertura per un piano covato anni prima per destabilizzare il governo siriano baathista, al fine di allontanare Damasco da Iran e Hezbollah. La trama non aveva niente a che fare con democrazia o libertà di riunione, ma con il crescente potere iraniano e relativa proiezione sul Mediterraneo, riflettendo anche la sensibilità statunitense alle denunce di alleati come Qatar e Arabia Saudita che guardavano gli sviluppi minacciosi nell’energia, che mettono in dubbio il futuro di tali plutocrazie feudali.
sergey-lavrov-adel-jubayrL’Iran, come ho già scritto in un lungo articolo, ha sfidato i complotti di USA/NATO per isolarlo e strangolarne l’economia. Ciò che gli statunitensi hanno ottenuto invece è un Iran che si sviluppa dall’interno basandosi su millenni di realizzazioni scientifiche di un popolo assuefatto a disagio e sfruttamento pragmatico del proprio universo per conquistarlo. L’Iran non è per nulla una nazione di terza categoria composta da tribù e sciamani come gli arabi della penisola. L’Iran osserva dritto l’abisso di Washington negli occhi di Barack Obama e della sua banda di assassini. Tutto, da quel momento, quando Washington si rese conto d’impegnare ideologicamente sul serio Teheran con la propria agenda islamista, ebbe per scopo inserire un cuneo tra l’Iran e la Mezzaluna Fertile. Ecco ciò che guida gli Stati Uniti: il metanodotto che attraversa l’Iraq sciita fino al litorale siriano, mettendo fine alla posizione di vantaggio del Qatar quale principale esportatore di gas. Gli Stati Uniti guardavano al progetto iraniano-russo rafforzare ulteriormente l’influenza di Mosca sull’Europa mentre quella degli USA diminuiva. Gazprom, il monopolio energetico russo, aveva già stipulato accordi con Iran e Siria per trasportare, raffinare e rifornire gas naturale all’Europa. Ciò significa che Gazprom avrebbe controllato i prezzi del gas naturale con una serie di alleanze che gli Stati Uniti stavano disperatamente cercando di sabotare. Questo terrorizzava anche Gran Bretagna e Francia (la vecchia Europa). Dobbiamo aggiungervi il fatto che uno dei principali giacimenti di gas naturale, Mother Lode, al largo delle coste di Siria, Libano, Cipro e la Palestina, sarebbe soggetto ai capricci dei magnati di Gazprom. Con Hezbollah in possesso di missili antinave e l’arsenale formidabile della Siria dotato di missili terra-mare Jakhont, nessuna combinazione di forze navali potrebbe fermare l’evoluzione di una nuova ed economicamente indipendente Siria baathista o del Libano controllato da Hezbollah. Il leader della Turchia, Erdoghan, è pienamente consapevole dei pericoli che ciò pone alla sua programmata rinascita neo-ottomana. Nessuno è più interessato ad impedirlo del leader-stragista della Turchia. Per bloccare tutto questo e preservare l’egemonia statunitense nel Mediterraneo, gli Stati Uniti prima cercarono di rovesciare il Baath. Per non sbagliarsi non solo presero di mira il Dottor Assad, ma l’intera costruzione arabo-nazionalista che aveva fatto della Siria un alleato della Russia e dell’Iran, e un nemico degli Stati Uniti nella Palestina occupata e nell’Iraq invaso dagli USA. Era il Baath, ma quando gli Stati Uniti, nel 2013, capirono che i loro piani per dividere l’esercito siriano fallirono miseramente, decisero una guerra in cui non ci sarebbero stati vincitori, in particolare il Dr. Assad e il mostro di Frankenstein che Stati Uniti e sionismo hanno creato: il SIIL.
Lo sforzo per costruire un’opposizione siriana che rovesciasse Assad fallì. Robert Ford, più di chiunque altro è responsabile del fallimento e delle politiche mefitiche che hanno ucciso decine di migliaia di siriani; tutto a causa di un piano sbagliato e di un universo incompreso. A sud, dove si sperava che l’insurrezione istigata dai giordani creasse uno Stato cuscinetto alleato di Amman (e a maggior ragione degli Stati Uniti), dando impulso all’imminente invasione della capitale della nazione, divenne una guerra di attrito tra l’Esercito Siriano e soprattutto i jihadisti di al-Qaida. Gli sforzi per trovare elementi secolari tra i pochi disposti ad offrirsi volontariamente fallirono lasciando gli Stati Uniti nella non invidiabile posizione di aiutare lo stesso gruppo che glorificava gli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre. Anche l’opposizione in esilio divenne una barzelletta. Mentre i suoi membri godevano del comfort degli alberghi di prima classe in Europa, finanziati dalle tesorerie saudite o qatariote, l’opposizione non poté costruire relazioni con un qualsiasi gruppo armato in Siria che non fosse l’evanescente esercito libero siriano i cui agenti sono morti o senza gambe. Anche i loro capi, da George “Capitan Canguro” Sabra ad Ahmad Muadh al-Qatib, al curdo irrimediabilmente smarrito Ghasan Hito, fino al ratto turco Qalid Qoja, resistette oltre nel fare ciò che mai poteva fare, suscitando il sarcasmo dello stesso Obama. Senza alcuna possibilità di cambiare corso della guerra affinché la Siria rinunciasse alla propria alleanza e dipendenza da Iran e Russia, gli Stati Uniti sprofondarono ulteriormente nell’abisso della depravazione da quando Ronald Reagan cominciò a chiamare i Contras “Freedom Fighters”.
Il fattore energia è la chiave per comprendere la necessità degli USA di preservare le proprie ambizioni egemoniche regionali, compresa anche la possibilità di bloccare l’avanzata della Marina russa nel Mediterraneo. Ma ci sono altri fattori, oltre l’energia, l’impatto sull’influenza degli Stati Uniti e la sopravvivenza delle alleate preistoriche monarchie feudali. C’è anche la proliferazione della tecnologia missilistica. Pensate a questa proposizione: se Hezbollah ha 100000 razzi nel proprio arsenale, quanti ne avrebbe l’esercito siriano? Quando si considera il fatto che l’85% dei razzi della milizia libanese è prodotto in Siria, si può stimare il numero posseduto dall’EAS? Supponendo che l’EAS abbia più di 100000 missili che vanno dagli SCUD B, C e D, ai FROG, Katjusha e tutte le altre chicche, quanti razzi l’Iron Dome del sionismo potrebbe intercettare? E se l’Iran lancia il suo ancor più grande arsenale sulla Palestina occupata? Che altro dopo? Alcun partito ha maggiormente investito nella carneficina in Siria dello Stato-Ghetto khazaro, la cui vita dipende soprattutto dalla capacità di contrastare l’attacco missilistico dell’alleanza tra Hezbollah, Siria e Iran. Quando Hasan Nasrallah avverte i sionisti in Palestina che le loro città bruceranno con un attacco missilistico totale, non scherza. Per il sionismo, il governo del Baath in Siria va smantellato per ragioni ancora più inquietanti di quelle che occupano le menti delle scimmie saudite. I sauditi sono preoccupati dai soldi che possono continuare a derubare dal proprio popolo. I sionisti si preoccupano per quanto possono ancora sfruttare e asservire il popolo palestinese. Ma cosa può fare Obama? O cosa avrebbe potuto fare se non fosse una donnola smidollata? Obama ha creato, insieme allo Stato colono sionista, il gruppo chiamato SIIL, Daish o Stato islamico. Quant’è intelligente? Come mostro di Frankenstein, il gruppo terroristico era la risposta agli sforzi dell’Iran per estendere il gasdotto in Iraq e Siria, ed attraverso la creazione del califfato sunnita, impedirlo; ma ciò s’è trasformato in una minaccia non solo per le aspirazioni dell’Iran ma anche per le scimmie alleate, ossessionate dall’aiutare il SIIL nel rovesciare il governo della Siria, nemico mortale del SIIL. Quant’è complicato.
1536587Vedete, il SIIL invase l’Anbar con l’assistenza diretta del partito Baath iracheno fedele a Sadam, Stati Uniti, Turchia ed Arabia Saudita. Come, vi chiederete? Semplice. Addestrate i ratti necessari in Turchia con l’aiuto di ufficiali dell’esercito di Sadam, lo stesso esercito che fu devastato dai militari degli Stati Uniti e che fu sciolto dall’idiota immortale L. Paul Bremer. Gente, la politica estera statunitense è piuttosto curiosa, no? Così, con l’aiuto dell’US Air Force, al SIIL fu concesso abbastanza territorio per bloccare l’estensione del gasdotto, senza distruggere l’esercito iracheno che gli Stati Uniti vogliono come cliente per i propri armamenti. Ma ora il SIIL minaccia non solo i piani dell’Iran, ma degli USA e l’esistenza del regime saudita. Ora si arma un’al-Qaida riabilitata. Oh. E la cosa diventa ancora più sordida. I traditori neoconservatori statunitensi, ardenti sionisti dalla doppia cittadinanza “israeliana”-statunitense e i loro vassalli cristiani, fanno di tutto per far apparire al-Qaida il tizio del quartiere da sostenere ardentemente. I sionisti in Palestina li curano, li armano e li riforniscono, per non parlare degli interventi occasionali quando l’Esercito siriano sta per spazzarli via, come nel Qalamun o nel Golan. Il Qatar cerca disperatamente di cambiare il modo con cui Jabhat al-Nusra si presenta al mondo. Se ricordate, Nusra è il franchise di al-Qaida in Siria fedele ad Ayman al-Zawahiri e guidato da Abu Muhamad al-Julani. Finora, per motivi ideologici/teologici, il capo di Nusra non ha ingoiato l’esca tossica che il Qatar gli esibisce, preferendo attenersi alla tossicità della sua interpretazione blasfema dell’Islam. E quando si aggiunsero Gran Bretagna e Francia, fu ancora più complicato. Entrambi i Paesi, non volendo accettare la retrocessione nel cassonetto della storia, cercano di trovare il modo di restaurare i vecchi imperi. Ai traditori di carriera come gli hashemiti di Giordania, un premio come la Siria per mantenere la stentata e fallita idea di Stato governato da una dinastia di second’ordine fallita, lusinga. Dopo tutto, non sarebbe bello avere un regno giordano allargato e doverosamente al servizio degli interessi di Parigi e Londra? Ancora? E così, inglesi e francesi recuperarono il loro vecchio modo di schierarsi con i terroristi, che la stampa occidentale convenientemente chiama “ribelli”, “combattenti”… e la lista continua ad nauseam.
Ma ciò che Obama non può capire è che Russia e Iran sono strategicamente impegnate sulla longevità del governo di Assad, sia pure per ragioni diverse, e a volte per gli stessi motivi. I due Paesi hanno chiarito che non ci sarà alcun “cambio di regime”. Questo dovrebbe bastare come dimostrazione della difficoltà che Stati Uniti ed alleati affronteranno tentando di bloccare il gasdotto, difendere lo Stato colono sionista o ampliare il regno hashemita. Con l’Iraq che ora si coordina con la Siria, Obama potrebbe, quanto meno, smetterla di mascherarsi da uomo della pace e diventare un logico spassionato. Niente da fare. La Russia ha appena consegnato i cruciali aerei MiG-31B Foxhound alla Siria. Ho già scritto che la Siria ha due squadriglie di questi avanzatissimi intercettori, ora attivati fisicamente e contrattualmente per affrontare la crescente minaccia del tiranno folle e disperato della Turchia. Altri missili antiaerei S-300 e batterie di Iskender sono stati consegnati in risposta alle provocazioni turche. Obama avrebbe potuto aver successo se non fosse il buono a nulla che è. Schiavizzato dai sionisti pieni di soldi, il partito politico dipende dal supporto sionista, dai media impegnati nell’agenda sionista, da personalità prive d’indipendenza ed alleati motivati solo dalla baldanza sionista, e il desiderio di lasciare l’eredità del non intervento è divenuto la satira di tutto ciò che sognano tali pagliacci. Invece di lasciare l’incarico senza guerre in attivo, lo lascerà con più guerre all’orizzonte che il successore, e l’umanità, potranno immaginare. La sua presidenza è un fallimento per ciò che avrebbe o non avrebbe potuto fare.0822_syria-assadTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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