E se Putin dice la verità?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 15/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraLOUGH ERNE: G8 Summit, Hollande meets PutinIl 26 aprile la principale emittente televisiva nazionale della Russia, Rossija 1, ha intervistato il Presidente Vladimir Putin in un documentario sugli eventi recenti come l’adesione della Crimea, il colpo di Stato degli USA in Ucraina, e lo stato generale della relazioni con Stati Uniti ed Unione europea. Le sue parole erano sincere. E nell’intervento l’ex-dirigente del KGB russo ha sganciato una bomba politica nota dai servizi segreti russi da vent’anni. Putin ha dichiarato senza mezzi termini che a suo parere l’occidente sarebbe contento d’indebolire la Russia, farla soffrire e mendicare dall’occidente, qualcosa chiaramente cui il carattere russo non è disposto. Poi con un breve passo nel suo intervento, il presidente russo ha dichiarato per la prima volta pubblicamente ciò che l’intelligence russa sa da vent’anni, ma su cui è stata in silenzio finora, molto probabilmente nella speranza di una normalizzazione delle relazioni Russia-Stati Uniti. Putin ha dichiarato che il terrorismo in Cecenia e nel Caucaso russo, nei primi anni ’90, fu attivamente sostenuto dalla CIA e dai servizi segreti occidentali per indebolire deliberatamente la Russia. Ha osservato che l’intelligence russa FSB aveva documentato il ruolo occulto degli Stati Uniti, senza fornire dettagli. Putin, professionista dell’intelligence di altissimo livello, ha solo accennato nel suo discorso a ciò che è documentato in dettaglio da fonti non russe. Il rapporto ha enormi implicazioni rivelando al mondo la lunga agenda occulta dei circoli influenti a Washington per distruggere la Russia come Stato sovrano; un ordine del giorno che include il colpo di Stato neo-nazista in Ucraina e la greve guerra delle sanzioni contro Mosca. Quanto segue è tratto dal mio libro, Amerikas Heilige Krieg.

Le guerre cecene della CIA
Non molto tempo dopo che mujahidin finanziati da CIA e servizi segreti sauditi avevano devastato l’Afghanistan alla fine degli anni ’80, costringendo alla ritirata l’esercito sovietico nel 1989, e la dissoluzione dell’Unione Sovietica qualche mese più tardi, la CIA iniziò a cercare possibili luoghi nell’ex-Unione Sovietica dove i suoi “afghani arabi” potessero essere schierati per destabilizzare ulteriormente l’influenza russa nello spazio eurasiatico post-sovietico. Erano chiamati arabi afghani perché furono reclutati dagli ultraconservatori wahabiti di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Quwayt e altrove nel mondo arabo in cui si pratica l’ultra-rigida visione wahabita dell’Islam. Furono portati in Afghanistan nei primi anni ’80 da una recluta saudita della CIA inviata in Afghanistan, Usama bin Ladin. Con l’ex-Unione Sovietica nel caos totale e allo sbando, l’amministrazione di George HW Bush decise di “colpirla quando era stesa a terra”, un triste errore. Washington riposizionò i suoi terroristi afghani per creare caos e destabilizzare l’Asia centrale e anche la Federazione Russa, in crisi profonda e traumatica per il collasso economico dell’era Eltsin. Nei primi anni ’90 la società di Dick Cheney, Halliburton, aveva esaminato le potenzialità petrolifere offshore di Azerbaigian, Kazakistan e dell’intero bacino del Mar Caspio. Si stima che la regione fosse “un’altra Arabia Saudita” del valore di diversi miliardi di dollari, sul mercato attuale. Stati Uniti e Regno Unito decisero di tenere quella miniera d’oro petrolifera fuori dal controllo russo con tutti i mezzi. Il primo obiettivo di Washington fu organizzare un colpo di Stato in Azerbaigian contro il presidente Abulfaz Elchibej ed installarne uno più amichevole al Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) controllato dagli statunitensi, “il gasdotto più politico del mondo”, l’oleodotto da Baku in Azerbaijan attraversava la Georgia verso la Turchia e il Mediterraneo. All’epoca, l’unico oleodotto esistente da Baku era il gasdotto sovietico che attraversava la capitale cecena, Groznij, seguendo la rotta a nord, nel Daghestan della Russia e attraversava la Cecenia fino al porto russo sul Mar Nero di Novorossijsk. L’oleodotto era l’unico concorrente e maggiore ostacolo alla molto costosa rotta alternativa di Washington e dei giganti petroliferi inglesi e statunitensi. Il presidente Bush Sr. diede ai suoi vecchi amici della CIA il mandato di distruggere il gasdotto russo e creare un tale caos nel Caucaso che nessuna società occidentale o russa potesse considerare l’uso dell’oleodotto russo di Groznij. Graham E. Fuller, collega di Bush ed ex-vice direttore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA, fu l’architetto chiave della strategia dei mujahidin della CIA. Fuller descrisse la strategia della CIA nel Caucaso nei primi anni ’90: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utili per destabilizzare ciò che resta del potere russo“.
La CIA assunse un veterano degli sporchi trucchi, il generale Richard Secord, per l’operazione. Secord creò una società di copertura della CIA, MEGA Oil. Secord fu condannato negli anni ’80 per il ruolo centrale nelle operazioni illegali armi e droga della CIA, l’Iran-Contra. Nel 1991 Secord, ex- viceassistente del segretario alla Difesa, sbarcò a Baku e costituì la società di facciata della CIA MEGA Oil. Era un veterano delle narco-operazioni segrete della CIA in Laos durante la guerra del Vietnam. In Azerbaigian creò una compagnia aerea che trasportò segretamente centinaia di mujahidin di al-Qaida di bin Ladin dall’Afghanistan all’Azerbaijan. Nel 1993, MEGA Oil aveva reclutato e armato 2000 mujahidin, mutando Baku in una base per le operazioni dei terroristi nel Caucaso. L’operazione segreta dei mujahidin del generale Secord nel Caucaso, scatenò il colpo di stato che rovesciò il presidente Abulfaz Elchibej e piazzò Hejdar Aliev, fantoccio più flessibile degli Stati Uniti. Un rapporto segreto dell’intelligence turco trapelato al Sunday Times di Londra confermò che “due giganti della benzina, BP e Amoco, inglese e statunitense rispettivamente e che formano l’AIOC (Azerbaijan International Oil Consortium), erano dietro il colpo di Stato”. Il capo dei servizi segreti sauditi, Turqi al-Faysal, dispose che il suo agente Usama bin Ladin, che inviò in Afghanistan all’inizio della guerra dei primi anni ’80, usasse l’organizzazione afgana Maqtab al-Qidamat (MAQ) per reclutare gli “arabi afghani” per ciò che stava rapidamente divenendo la jihad globale. I mercenari di bin Ladin furono utilizzati come truppe d’assalto di Pentagono e CIA per coordinare e sostenere le offensive musulmane non solo in Azerbaigian, ma anche in Cecenia e, in seguito, Bosnia. Bin Ladin si portò un altro saudita, Ibn al-Qatab, divenuto comandante o emiro dei jihadisti in Cecenia (sic!) e il signore della guerra ceceno Shamil Basaev. Non importa che Ibn al-Qatab fosse un saudita che parlava a malapena qualche parola di ceceno, per non parlare del russo. Sapeva chi fossero i soldati russi e come ucciderli.
La Cecenia poi era tradizionalmente una società prevalentemente sufi, un ramo apolitico dell’Islam. Ma la crescente infiltrazione dei terroristi sponsorizzati, ben finanziati e ben addestrati dagli USA per predicare la jihad o guerra santa contro i russi, cambiò l’inizialmente riformista movimento di resistenza cecena. Diffusero l’ideologia estremista di al-Qaida nel Caucaso. Sotto la guida di Secord, le operazioni terroristiche dei mujahidin si estesero rapidamente nel vicino Daghestan e in Cecenia, trasformando Baku in un punto del traffico di eroina afgana della mafia cecena. Dalla metà degli anni ’90, bin Ladin pagava i capi guerriglieri ceceni Shamil Basaev e Umar ibn al-Qatab diversi milioni di dollari al mese, la fortuna di un re nell’economicamente desolata Cecenia degli anni ’90, consentendogli di emarginare la maggioranza moderata cecena. I servizi segreti statunitensi furono profondamente coinvolti nel conflitto ceceno fino alla fine degli anni ’90. Secondo Yossef Bodansky, allora direttore della Task Force del Congresso degli Stati Uniti su terrorismo e guerra non convenzionale, Washington partecipò attivamente all'”ennesima jihad anti-russa, cercando di sostenere e potenziare le forze islamiste anti-occidentali più virulenti“. Bodansky rivelò in dettaglio l’intera strategia della CIA nel Caucaso, nella sua relazione, affermando che i funzionari del governo statunitense vi parteciparono, “Una riunione formale in Azerbaijan, nel dicembre 1999, in cui i programmi specifici per addestramento e equipaggiamento dei mujahidin in Caucaso, Centro/Sud Asia e mondo arabo, furono discusse e concordate, concludendosi con il tacito incoraggiamento di Washington agli alleati musulmani (principalmente Turchia, Giordania e Arabia Saudita) e ‘società di sicurezza private’ degli Stati Uniti… ad aiutare i ceceni e i loro alleati islamici nella primavera del 2000 e sostenerne la conseguente jihad per un lungo periodo… la jihad islamista nel Caucaso era un modo per privare la Russia di un oleodotto attivo attraverso la spirale di violenza e terrorismo“. La fase più intensa delle guerre cecene calò nel 2000, solo dopo la pesante azione militare russa che sconfisse gli islamisti. Fu una vittoria di Pirro che costò un enorme numero di vite e la distruzione di intere città. L’esatto bilancio delle vittime dal conflitto ceceno istigato dalla CIA è sconosciuto. Stime non ufficiali variano da 25000 a 50000 morti e dispersi, la maggior parte civili. Le perdite russe furono vicine a 11000, secondo il Comitato delle Madri dei soldati. Le major petrolifere anglo-statunitensi e agenti della CIA erano felici. Avevano quello che volevano: il loro oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, bypassando a Groznij il gasdotto della Russia. I jihadisti ceceni, sotto il comando islamico di Shamil Basaev, continuarono la guerriglia dentro e fuori la Cecenia. La CIA si riorientava nel Caucaso.

baku_pipelines_risultatoIl legame saudita di Basaev
Basaev era parte fondamentale della Jihad Globale della CIA. Nel 1992 incontrò il terrorista saudita Ibn al-Qatab in Azerbaijan. Dall’Azerbaijan, Ibn al-Qatab portò Basaev in Afghanistan per incontrare l’alleato, il saudita Usama bin Ladin. Il ruolo di Ibn al-Qatab era reclutare musulmani ceceni disposti a intraprendere la jihad contro le forze russe in Cecenia, per conto della strategia segreta della CIA per destabilizzare la Russia post-sovietica e garantire il controllo anglo-statunitense sul Caspio. Una volta tornati in Cecenia, Basaev e al-Qatab crearono la Brigata Internazionale Islamica (IIB) con denaro saudita e intelligence della CIA, coordinata dal collegamento saudita a Washington, l’ambasciatore e amico dei Bush principe Bandar bin Sultan. Bandar, ambasciatore saudita a Washington per oltre vent’anni, era così intimo della famiglia Bush che George W. Bush disse che il playboy saudita “Bandar Bush” era un membro onorario della famiglia. Basaev e al-Qatab fecero arrivare in Cecenia combattenti sauditi del ceppo fanatico wahabita dell’Islam sunnita. Ibn al-Qatab comandava coloro che erano chiamati “mujahidin arabi in Cecenia”, suo esercito privato di combattenti arabi, turchi e altri stranieri. Fu anche incaricato di creare campi di addestramento paramilitare nelle montagne del Caucaso della Cecenia, addestrando ceceni e musulmani delle repubbliche russe del Caucaso del Nord e dell’Asia centrale. La Brigata Internazionale Islamica finanziata da sauditi e CIA era responsabile non solo del terrorismo in Cecenia. Compì nell’ottobre 2002 il sequestro di ostaggi nel Teatro di Mosca, Dubrovka, e il raccapricciante massacro della scuola di Beslan del settembre 2004. Nel 2010, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pubblicò il seguente rapporto sulla Brigata Internazionale Islamica di al-Qatab e Basaev: “La Brigata Internazionale Islamica (IIB) fu indicata il 4 marzo 2003… come associata ad al-Qaida, Usama bin Laden e taliban “partecipando a finanziamento, progettazione, supporto, preparazione e attuazione di atti o attività, in collegamento, in nome di, per conto o a sostegno di al-Qaida… La Brigata Internazionale Islamica (IIB) fu fondata e guidata da Shamil Salmanovich Basaev (deceduto) ed è collegata al Battaglione ricognizione e sabotaggio dei Martiri ceceni Rijadus-Salikhin (RSRSBCM)… e al Reggimento forze speciali islamico (SPIR)… La sera del 23 ottobre 2002, i membri di IIB, RSRSBCM e SPIR congiuntamente sequestrarono oltre 800 ostaggi al Teatro di Mosca (Dubrovka). Nell’ottobre 1999, emissari di Basaev e al-Qatab si recarono nella base di Usama bin Ladin, nella provincia afghana di Kandahar, dove bin Ladin accettò di fornire assistenza militare sostanziale e aiuti finanziari, e anche di prendere accordi per inviare in Cecenia centinaia di combattenti per lottare contro le truppe russe e perpetrare atti di terrorismo. Nello stesso anno, bin Ladin inviò ingenti somme di denaro a Basaev, Movsar Baraev (capo del SPIR) e al-Qatab, da utilizzare esclusivamente per l’addestramento militare, reclutamento di mercenari e acquisto di munizioni”. La “ferrovia terrorista” afgano-caucasica di al-Qaida, finanziata dall’intelligence saudita, aveva due obiettivi. Uno era l’obiettivo saudita di diffondere la fanatica jihad wahabita nell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica. Il secondo era l’obiettivo della CIA di destabilizzare la Federazione Russa post-sovietica e farla collassare.

Beslan
Il 1° settembre 2004 i terroristi di Basaev e dell’IIB di al-Qattab presero più di 1100 persone in ostaggio, tra cui 777 bambini, nella Scuola Numero Uno (SNO) di Beslan, in Ossezia del Nord, repubblica autonoma nel Caucaso settentrionale della Federazione russa, vicino al confine della Georgia. Il terzo giorno della crisi degli ostaggi, mentre esplosioni furono sentite nella scuola, FSB e altre truppe russe d’élite assaltarono l’edificio. Alla fine, almeno 334 ostaggi furono uccisi, tra cui 186 bambini, con un numero significativo di feriti e dispersi. Fu poi chiaro dopo che le forze russe avevano gestito male l’intervento. La propaganda di Washington, da Radio Free Europe al New York Times e CNN, non persero tempo a demonizzare Putin e la Russia per la cattiva gestione della crisi di Beslan, piuttosto che concentrarsi sui legami di Basaev con al-Qaida e i servizi segreti sauditi. Ciò avrebbe denunciato al mondo le relazioni intime tra la famiglia del presidente degli Stati Uniti George W. Bush e la famiglia miliardaria saudita dei bin Ladin. Il 1 settembre 2001, dieci giorni prima degli attentati al World Trade Center e al Pentagono, il capo dei servizi segreti sauditi, il principe di cultura statunitense Turqi bin Faysal al-Saud che dirigeva l’ntelligence saudita dal 1977, e anche l’intera operazione dei mujahidin di Usama bin Ladin in Afghanistan e Caucaso, all’improvviso e inspiegabilmente si dimise, pochi giorni dopo aver accettato un nuovo mandato a capo dell’intelligence dal suo re. Non diede alcuna spiegazione e fu subito spedito a Londra, lontano da Washington. La cronaca degli intimi legami tra le famiglie bin Ladin e Bush fu insabbiata, in realtà del tutto cancellata con la motivazione della “sicurezza nazionale” (sic!) dalla relazione ufficiale della Commissione sull’11 settembre degli Stati Uniti. L’origine saudita di quattordici dei diciannove presunti terroristi dell’11 settembre a New York e Washington, fu anch’essa eliminata dal rapporto finale della Commissione 911 del governo degli Stati Uniti, pubblicata solo nel luglio 2004 dall’amministrazione Bush, quasi tre anni dopo i fatti.
Basaev si vantò di aver inviato i terroristi a Beslan. Le sue richieste includevano la completa indipendenza della Cecenia dalla Russia, che avrebbe dato a Washington e Pentagono un enorme pugnale strategico sul ventre meridionale della Federazione russa. Alla fine del 2004, a seguito del tragico dramma di Beslan, il Presidente Vladimir Putin ordinò una missione cerca e distruggi segreta all’intelligence russa, per dare la caccia ed eliminare i capi dei mujahidin di Basaev nel Caucaso. Al-Qatab fu ucciso nel 2002. Le forze di sicurezza russe scoprirono che la maggior parte dei terroristi ceceni, afgani ed arabi era fuggita. Si erano messi al sicuro in Turchia, membro della NATO; in Azerbaijan, quasi membro della NATO; in Germania, altro membro della NATO; a Dubai, uno dei più stretti alleati arabi degli Stati Uniti, e nel Qatar, strettissimo alleato degli Stati Uniti. In altre parole, i terroristi ceceni trovarono nella NATO un santuario.

energia_fig_vol1_001330_011F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica dalla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tra “Turkish Stream” e genocidio armeno: il doppio gioco della Turchia

Andrej Rezchikov e Mikhail Moshkin, Rusvesna, 15 maggio 2015 – Fort Russ605x328putin_erdoganLa Turchia sembra essere seriamente offesa dalla Russia per la sua posizione sul genocidio armeno: dichiarazioni ostili, anche sulla Crimea, si susseguono. Le relazioni tra i due Paesi si raffreddano interessando il progetto, fondamentale per la Russia, del “Turkish stream“?

Il ministro degli Esteri turco Chavushoglu ha scoperto violazioni dei diritti umani in Crimea
Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu ha detto che la delegazione turca informale, che ha visitato la Crimea, ha trovato segni di violazioni dei diritti umani. “In particolare, i tartari della Crimea continuano ad essere sotto pressione“, ha detto. Secondo il ministro degli Esteri, la delegazione informale era composta da due gruppi. “Uno ha incontrato le attuali autorità de facto della Crimea (così la Turchia sottolinea di non riconoscere la legittimità delle autorità della Crimea – ndr). L’altro si mescolava con la gente del posto studiando la situazione della popolazione, parlando con essa brevemente. Il rapporto sarà pubblicato in seguito“, ha promesso il ministro alla conferenza stampa del vertice dei ministri degli esteri della NATO, tenutosi nella città di Belek, nei pressi di Antalya. Le osservazioni di Chavushoglu sono strane, date le dichiarazioni dei membri della delegazione turca in visita in Crimea. Il 29 aprile, il capo della delegazione Mehmet Uskul, arrivato nella Repubblica per la visita di tre giorni, ha dichiarato di essere soddisfatto della situazione dei tartari della Crimea. “In due giorni la nostra delegazione ha incontrato il governo di Crimea, rappresentanti pubblici, visitato i luoghi di residenza dei tatari di Crimea“, riferiva RIA Novosti citando il capodelegazione. “Ciò che vedo oggi è incoraggiante, sono incredibilmente grato alla Crimea per l’ospitalità e, a sua volta, le invitiamo a visitare la Turchia“.

“Annessione illegale della Crimea”
Ancora più drammatiche le dichiarazioni di altri capi turchi. “L’annessione illegale della Crimea non può essere riconosciuta in alcun modo”, annunciava il primo ministro Ahmet Davutoglu alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO. Come riportato da RIA Novosti, il primo ministro turco ha chiesto di sostenere l’Ucraina, “in modo che possa provvedere alla sicurezza del proprio popolo“. “Tendendo una mano all’Ucraina, non dobbiamo dimenticare le sofferenze del popolo della Crimea… tenersi in contatto con i tartari della Crimea e impedirne l’isolamento è fondamentale“, ha detto Davutoglu, il cui discorso è stato trasmesso sul sito web della NATO. Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu, a sua volta ha detto, parlando alla stessa riunione, che le azioni della Russia contro Ucraina, Crimea e Georgia non possono essere considerate valide.

Alla Georgia hanno promesso un posto nella NATO
Il tema georgiano risuonò nel discorso del capo del ministero degli Esteri turco il giorno successivo. Chavushoglu ha detto che la Turchia sostiene l’adesione della Georgia alla NATO. “Ora abbiamo quattro Paesi candidati, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Georgia. E vogliamo che il vertice del 2016 abbia per scopo l’ampliamento (dell’Alleanza)“, ha detto Chavushoglu. Nota, su questo tema Ankara “mette il carro davanti ai buoi”. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nella riunione dell’11 maggio a Bruxelles con il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, pur sottolineando che “la Georgia si avvicina alla NATO”, non ha chiesto alcuna scadenza specifica per l’eventuale adesione all’Alleanza. Il segretario generale della NATO non ha parlato dell’espansione dell’Alleanza in occasione della riunione ministeriale di Antalya. Ha tuttavia ammesso che “la NATO aumenta la presenza nella parte orientale dell’Alleanza, anche nella regione del Baltico“. Ciò che Stoltenberg chiama rafforzamento è “la reazione alle azioni della Russia in Ucraina” quale misura “di natura puramente difensiva”. “Le nostre azioni sono proporzionate e rispettano pienamente i nostri obblighi internazionali“, ha detto il segretario generale dell’Alleanza.

“A tal proposito un compromesso è impossibile”
E’ evidente che le dichiarazioni antirusse di Ankara, anche menzionando la politica “sbagliata” di Mosca in Crimea e Ucraina, fanno seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Erevan per il 100° anniversario del genocidio armeno. Il 24 aprile Putin ha visitato il memoriale Tsitsernakaberd, istituito nel ricordo della tragedia del 1915, e ha dichiarato che “non ci può essere alcuna giustificazione per ciò che è successo“. La Turchia, per cui la questione del riconoscimento del genocidio è il soggetto più doloroso, ha reagito immediatamente. “Nonostante tutti i nostri avvertimenti, il Presidente della Russia Putin ha descritto gli eventi del 1915 quale genocidio, cosa che non accettiamo e che condanniamo“. Ha detto la dichiarazione del ministro degli Esteri turco. “Perciò vi fu una conversazione tra i leader dei nostri due Paesi, Recep Tayyip Erdogan sapeva bene dei piani di Putin per visitare l’Armenia, è anche che il nostro Paese sarà rappresentato a livello molto alto, il 24 aprile, in Turchia“, ha detto ai giornalisti l’assistente del Presidente Putin Jurij Ushakov. Il segretario stampa del Presidente, Dmitrij Peskov, ha detto che la Russia apprezza le relazioni con la Turchia e non ritiene che la partecipazione del Presidente Vladimir Putin agli eventi commemorativi in Armenia influenzi negativamente queste relazioni. Tuttavia, tre giorni dopo, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “ricordato” la Crimea. Il capo turco ha detto che la Russia dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni in Crimea e Ucraina prima di condannare il massacro degli armeni da parte degli ottomani nel 1915. L’8 maggio, il quotidiano turco “Milliyet” ha riferito che il presidente Erdogan, in un incontro con degli storici turchi, non ha escluso la possibilità di richiamare l’ambasciatore a Mosca per la posizione della Russia sul genocidio armeno, almeno questo è stato sostenuto dallo storico Mustafa Armagan presente alla riunione. Ha riferito le parole del capo turco così: “il presidente ha detto di aver discusso al telefono la questione con Putin e gli ha detto che era deluso. Secondo lui, il nostro rapporto con Mosca è buono, si comprende con con il Presidente della Russia, ma a tal proposito è impossibile avere compromessi. Erdogan ha sottolineato che, se necessario, la Turchia richiamerà l’ambasciatore dalla Russia e ridurrà le relazioni diplomatiche al console generale o incaricato d’affari“.

Sulla via del Turkish stream
Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Mosca (almeno, a livello di retorica) è in forte contraddizione con la continua e approfondita cooperazione economica tra i due Paesi, soprattutto nel settore energetico. Il governo russo ha approvato il piano aggiornato dei gasdotti comprendente il “Turkish stream“. Il 9 maggio, la società italiana Saipem, appaltatrice della costruzione del gasdotto, ha riferito che Gazprom ha ordinato di avviarne i lavori di costruzione. Durante i negoziati preliminari tra il direttore di Gazprom Aleksej Miller e il ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali della Turchia, Taner Yildiz, è stato deciso di avviare le operazioni del gasdotto nel dicembre 2016. Si presume che il gas del primo gasdotto, per un volume di 15,75 miliardi di metri cubi, andrà sul mercato turco. Come già spiegato al giornale “Vzglyad” dalla ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova, il “Turkish stream” è molto vantaggioso per la Turchia, in quanto nel “South Stream” era solo uno Stato di transito, ed ora effettivamente depositerà il gas e potrà unirvi il gas del gasdotto TANAP (progetto in collaborazione con l’Azerbaigian). Il vantaggio per la Russia è evidente, se il progetto “Turkish stream” diverrà realtà, la questione dei rischi di transito del gas ai consumatori europei attraverso l’Ucraina perderà rilevanza. Un mese prima l’AD di Gazprom Aleksej Miller ha detto che il fallimento del vecchio progetto, “South Stream“, perseguiva uno scopo, conservare il transito del gas attraverso l’Ucraina all’Europa. “Se qualcuno pensa che, anche bloccando il “Turkish stream”, di raggiungere tale obiettivo, è in grave errore“, aveva detto Miller. L’attuazione del progetto (la capacità del nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere i 63 miliardi di metri cubi) chiaramente infastidisce gli Stati Uniti. Come già indicato dal quotidiano “Vzglyad“, l’inviato speciale del dipartimento di Stato per gli affari internazionali dell’energia, Amos Hochstein, ha ammesso presso i Greci, ad Atene, che gli USA non vogliono un gasdotto russo attraversi la loro terra. Del volume totale di 63 miliardi di metri cubi, circa 50 sarebbero consegnati a un hub sul confine turco-greco. “Certo, gli Stati Uniti non vogliono questo gasdotto, come Hochstein ha onestamente e direttamente spiegato durante il nostro ultimo incontro“, ha ammesso il ministro per la Riforma industriale, Ambiente ed Energia della Grecia, Panagiotis Lafazanis. Il progetto del transito del gas russo ai clienti europei attraverso la Turchia e l’hub greco è stato reso possibile dall’accordo del dicembre dello scorso anno tra i Presidenti Putin e Erdogan.

La relazione non sarà sacrificata
Il direttore del centro di ricerca “Medio Oriente-Caucaso” Stanislav Tarasov ritiene che non sia necessario parlare di alcun raffreddamento delle relazioni russo-turche. Secondo lui, nel Paese s’è sviluppata una seria lobby pro-russa che, “con qualsiasi cambiamento di regime non sacrificherà i rapporti russo-turchi”. “I capi che fanno tali affermazioni non hanno alcuna visione politica. Non hanno futuro. Il benessere della Turchia dipende ora dalla Russia. È Vladimir Putin che può mantenere stabile il regime di Erdogan, che potrebbe perdere le elezioni parlamentari. La Turchia si trova nell’instabilità geopolitica. C’è una questione curda, una questione siriana, l’Iraq… Sono circondati da nemici e Chavushoglu vuole che la Russia diventi anch’essa nemica. E neanche lui avrà successo“, ha detto Tarasov al giornale “Vzglyad“. È convinto che il capo del Ministero degli Esteri turco abbia fatto dichiarazioni opportunistiche. Tarasov ha suggerito che tale retorica è stata preceduta da una serie di eventi. Prima di tutto il vertice della NATO a Antalya, così come la visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi. A tal proposito, “Ankara s’è resa conto che le grandi potenze giocano senza di essa. I colloqui a Sochi non erano solo sull’Ucraina, ma anche su Yemen, Iraq, Siria. E la Turchia è direttamente coinvolta in tali processi. La Turchia voleva invadere la Siria, ma non le è stato permesso e la diplomazia turca è giunta a un punto morto, e le elezioni parlamentari di giugno sono imminenti. Da qui tali dichiarazioni contraddittorie“, ritiene l’esperto. Inoltre, l’analista politico è certo che le dichiarazioni antirusse di Chavushoglu testimonino il tramonto della sua carriera. Ha ricordato che la Turchia non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. “Molti turchi sono assai contenti che la Crimea si sia unita alla Russia. Quando la diaspora dei tatari di Crimea in Turchia ha saputo che il flirt del Majlis del popolo tartaro di Crimea con Kiev era finto nel disastro, ha espresso il desiderio di tornare in Crimea. Sei milioni di persone possono approfittarne. Solo in Crimea saranno accettati come tatari di Crimea, in Turchia sono turchi“, ha detto.

La Turchia distrae l’occidente
Le dure critiche delle autorità turche nei confronti della Russia sono legate alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Antalya, secondo la ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova. “Dato che John Kerry arrivato qui ed ha avuto trattative con i rappresentanti delle autorità turche, la Turchia doveva in qualche modo sostenere politicamente la NATO”, ha detto al giornale Vzglyad. I negoziati dei ministri degli Esteri dell’Alleanza sono iniziati il 13 maggio, principale argomento discusso era la politica verso la Russia sulla situazione in Ucraina. Kudrjashova ha notato che il presidente turco ha anche rifiutato di recarsi in Russia per la Parata del Giorno della Vittoria”. Erdogan doveva ancora trovare qualche motivo per non parteciparvi. Dopo tutto, la Turchia è stata accusata dai Paesi occidentali di non adesione alle sanzioni, di sviluppare piani economici, per esempio il “Turskish stream“, ha detto l’esperta. “Al fine di distogliere l’attenzione dei Paesi occidentali, per difendersi dalle critiche per le relazioni economiche con la Russia, la Turchia doveva dimostrare che è politicamente schierata con l’occidente, sostiene i principi base della NATO, non supporta politicamente la Russia, condanna gli eventi in Crimea e Ucraina“. Criticare politicamente la Russia è ancora necessario. “Allora, Erdogan ha capitalizzato l’intervento di Putin sul genocidio armeno trovando una comoda copertura per condannare la Russia”, ha detto Kudrjashova. “Allo stesso tempo, la Turchia non potrà mai abbandonare gli interessi economici in Russia, è molto pragmatica e capisce che le sanzioni danno alla Turchia una possibilità“, ha detto l’esperta.

w645_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Kerry a Sochi: gli USA fanno marcia indietro sulla Crimea?

Alla fine ciò che è apparso con Kerry a Sochi è l’inevitabile fallimento della politica statunitense
Danielle Ryan Russia Insider 14/5/201511Non credo alla chiacchierata di John Kerry a Sochi. Non ancora, almeno. Sono passati due giorni dal suo incontro con Vladimir Putin nella località sul Mar Nero e finora non c’è stato alcun voltafaccia su un apparente ripensamento strategico sulla Russia. Ma mentre c’è motivo per un sano scetticismo, c’è anche motivo di (assai) cauto ottimismo. Kerry non ha esattamente premuto il tasto ‘reset’, come Hillary Clinton nel 2009, ma ha tenuto un nuovo e accurato contegno. Se i colloqui siano una svolta in questa cosiddetta ‘nuova guerra fredda’ è troppo presto per dirlo, ma ciò che è ovvio, e non importa come vadano, è che i colloqui sono una svolta, almeno della visione di Washington sulla crisi ucraina. Rinunciare a principi e varie “linee rosse” non è facile per la Casa Bianca, né per qualsiasi amministrazione, ma a volte va fatto. La Crimea presenta una situazione del genere. Il fatto che Kerry non abbia menzionato l”annessione’ della penisola alla conferenza stampa dopo i colloqui con Putin, non è passato inosservato, ed è forse il segno più eloquente che gli Stati Uniti affrontano una situazione di stallo in tale controversia. Naturalmente, non sappiamo cosa ha detto Kerry a porte chiuse, ma finora non ha mai perso l’occasione di tirare fuori pubblicamente la Crimea, quindi il fatto che ora non l’abbia fatto, probabilmente significa solo una cosa: l’amministrazione Obama si rende conto che le relazioni con la Russia vanno migliorate, essendone necessario l’aiuto (Stato islamico, Iran), tanto che a un certo punto deve rinunciare alla Crimea, se non altro per il fatto che, in definitiva, è un vicolo cieco. In sostanza, Washington rinuncerà alla Crimea perché la Russia non lo farà mai. Obama lo sa. Kerry lo sa. Victoria Nuland e la sua banda di biscottari lo sanno. Va solo capito come accettarlo e andare avanti con il minimo imbarazzo. Dopo tante minacce ed isterie, Washington assai difficilmente accetterà o riconoscerà pubblicamente la volontà della stragrande maggioranza dei crimeani. Forse non lo farà mai. Ma ci sono pesci più grandi da friggere nel mondo e la questione della Crimea lentamente si esaurirà finché nessuno in occidente se ne preoccuperà. Per la Russia, il risultato alla fine sarà la Crimea e alcuna punizione.
Non c’è dubbio che il viaggio di Kerry a Sochi abbia scosso certe piume a Kiev. Petro Poroshenko probabilmente ne sarà infastidito, ma ciò che non sembra colto è che lui, in ultima analisi, è irrilevante rispetto a Putin e alla Russia e che il nazionalismo estremo e fanatico nel suo Paese oggi non s’accordano per nulla con gli amanti della libertà occidentali. Infatti, dopo la Crimea è apparso il secondo più importante elemento della visita di Kerry in Russia, l’unico avvertimento pubblico di da Kerry a Poroshenko di “pensarci due volte” prima di riaccendere il conflitto ad oriente. È il primo riconoscimento reale di Washington che ci sono due parti in questa guerra, e che la colpa non va addossata interamente ai separatisti e al Cremlino. Infine, vediamo che Kerry a Sochi ha raccolto l’inevitabile risultato di una politica fallimentare. Washington ha cercato di fare qualche grande mossa sugli scacchi geopolitici dell’Ucraina, fallendo miseramente in ogni aspetto. Le sanzioni, che avrebbero dovuto paralizzare l’economia russa e indebolire il sostegno interno a Putin, hanno avuto un effetto minimo sull’economia (rispetto agli intenti) e un effetto opposto sulla popolarità di Putin; l’economia si è dimostrata notevolmente resistente a ciò che alcuni hanno definito addirittura ‘guerra economica’, e Putin è più popolare che mai. Si può solo immaginare sorpresa e sconcerto alla Casa Bianca su come tutto ciò abbia fallito. Inoltre, la retorica incendiaria volta ad isolare la Russia dal resto del mondo, sé dimostrata un altro fallimento, con la Russia che si rivolge a numerosi partner internazionali alternativi, Turchia, India, Cina e Brasile. L’amministrazione Obama ha enormemente sovrastimato la sua forza in Ucraina e sottovalutato la capacità della Russia di sostenere tutto ciò che gli è stato gettato addosso, almeno questa volta. Perciò la politica degli Stati Uniti è stato un disastro dall’inizio alla fine e, a un certo punto, va affondando.
Purtroppo, se tale cambio di tono non segna una sostanziale virata, potrebbe benissimo essere di breve durata. Dato il rapporto tra l’acrimoniosa Hillary Clinton e Vladimir Putin, potremmo vedere un altro famoso ‘reset’ se vincesse le presidenziali il prossimo anno. Ma questa volta l’errata definizione di reset potrebbe essere la parola più opportuna da usare fin dall’inizio. Non so se in un anno e mezzo la marcia indietro di Obama sull’Ucraina per salvarsi la faccia e distendere un po’ il grande gelo del 2014-15 basterà a far baciare Hillary e Vlad. La coppia s’è scambiata insulti ad un livello piuttosto insolitamente personale per due persone formatesi nell’arte della diplomazia. Da parte loro, i media occidentali sono stati insolitamente assai reticenti sul senso della visita di Kerry forse perché, come noi, in realtà non sanno nulla, anche se di solito non sono timidi nel speculare. Se il cordiale tono di Kerry a Sochi significa un cambio nei rapporti Washington-Mosca, i media tradizionali statunitensi finalmente troveranno modo di divincolarsi dal peso della propaganda con cui bombardano la gente da due anni, senza farlo sembrare una loro sconfitta. Dovranno anche fermarsi per riconsiderare la loro evangelizzazione della causa antirussa in generale. Ma dato tempo ed energia spesi per tale narrazione, non vi rinunceranno facilmente. Qualunque cosa accada, troveranno modo di spacciarla come vittoria di Obama. Kerry può ancora ritrarsi dai piccoli progressi compiuti a Sochi questa settimana, ma a questo punto si tratta solo d’indovinare, ma se lo facesse, apparirebbe chiaro che danneggerebbe più gli Stati Uniti che la Russia.

John Kerry e l'ambasciatore degli USA a Mosca John Tefft

John Kerry e l’ambasciatore degli USA a Mosca John Tefft

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Fursov: uno scisma nel mondo russo

Russie Sujet Geopolitique 11 maggio 2015

Il testo seguente è tratto dalle pagine 219-224 del libro “Il freddo vento dell’Est della primavera russa” di Andrej Fursov, per le edizioni Knijnij Mir, Mosca, 2015.Russian_Flag_with_map_risultatoNei 30 giorni tra metà febbraio e metà marzo 2014… la Russia e il mondo cambiavano. L’era iniziata nel 1989-1991 era finita, iniziata con il viaggio di Gorbaciov a Malta, dove abbandonò il campo socialista e l’Unione Sovietica. Per oltre due decenni, l’occidente avanzò verso est, compiendo con l’aiuto della quinta colonna sovietica, e poi russa, ciò che Hitler non era riuscito con il suo Drang nach Osten. Strapparono il mondo russo pezzo per pezzo, e tali territori passarono sotto l’occupazione finanziaria, economica ed informativa occidentale. Ben presto cominciarono a reclutare agenti locali, in particolare nella cosiddetta “classe politica”. Il ritornello più noto e significativo dopo la gorbacioveria era il fatto che riuscirono a dividere la Russia storica dall’Ucraina. Alla fine della perestrojka era pronta a divenire l’avamposto principale contro la Russia, volta ad essere lo strumento per impedire la rinascita della Russia a grande potenza. Questa preparazione fu un logico sviluppo nelle nuove condizioni del momento, un processo il cui avvio fu dato da Vaticano, Austria-Ungheria e Germania. Sono spesso citate le parole di Zbignew Brzezinski secondo cui la Russia, una volta separata dall’Ucraina, non potrà recuperare lo status di grande potenza. Ma “Zbig il lungo” si sbagliava. La Russia può ritrovare il suo status senza l’Ucraina. Ci vorrà solo più tempo e sarà un po’ più difficile, ma ciò che conta è che Brzezinski non da prova di originalità. Ripete infatti le parole del generale tedesco Paul Rohrbach che fin dal primo Novecento previde di circoscrivere il pericolo rappresentato dalla Russia per l’Europa, e in particolare per la Germania, sottraendo alla Russia moscovita la Russia ucraina. Osserviamo che per il generale tedesco l’Ucraina e la Moscovia sono Russia. Espresse la necessità di creare uno scisma in Russia, nel mondo russo. Da tale punto di vista sviluppò le idee tedesche del tardo XIX secolo, e specialmente di Bismarck, che non solo insisteva sulla necessità di tale scisma, ma propose il metodo concreto per realizzarlo. (…) Sottolineò in particolare la necessità di mettere l’Ucraina contro la Russia, di fomentare un popolo contro l’altro. Per farlo fu necessario favorire l’emergere dei cosiddetti russi ucraini, persone la cui coscienza andava cambiata fino alla russofobia. Così progettarono operazioni speciali psico-storiche e la manipolazione psicologica delle informazioni, allo scopo di creare slavi anti-russi quale tipo psico-culturale e forza politica; una sorta di “Orcas” che serve i “sarumanes” occidentali, arrivando a strappare l’Ucraina dalla Russia e ad opporvi una “Rus’ anti-russa”, con l’alternativa tra “libero e democratico” e “impero e totalitarismo”. Tutto ciò fu fatto in particolare con il ‘progetto Galizia” su cui operarono assai attivamente i servizi speciali di Austria-Ungheria, Germania imperiale e poi Terzo Reich, e dalla seconda metà del XX secolo ad oggi, CIA e servizi speciali tedeschi. E’ molto probabile che i servizi speciali di ciò che viene chiamato Quarto Reich (Internazionale nazista) vi partecipino pure. Naturalmente, il Vaticano era e rimane sempre in gioco, con il progetto uniate “greco-cattolico” anti-ortodosso. E quando scoccò l’ora x colpirono scatenando il piano galiziano e la macchia banderista.
Le ragioni di tale esplosione avvenuta nell’inverno 2013-2014 sono diverse. Prima di tutto, l’Ucraina è un’entità artificiale, incapace di sopravvivere al punto che, nonostante sia l’unico Stato post-sovietico, escluse Russia e Bielorussia, con potenziale economico che ne rendeva possibile lo sviluppo, ebbe un crollo totale a cui assistiamo. La Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina era sempre un’entità artificiale che poteva esistere solo nell’URSS, e senza avervi un ruolo di rilievo. (…) Senza l’URSS, Ucraina si è rivelata incapace di un qualsiasi sviluppo. L’unica cosa che la teneva a galla era divorare l’eredità sovietica (…) Ma alla fine del 2013 non c’era più niente da consumare; tutto era stato inghiottito (…) e solo la Russia poteva salvarla. Ma gli Stati Uniti non l’hanno permesso (…) In secondo luogo, dopo Majdan, i cuculi occidentali pensarono che gli “arancioni” erano riusciti a separare l’Ucraina dalla Russia. Tuttavia, essi si dimostrarono incapaci di adempiere al compito e Janukovich salì al potere, iniziando a giocare al gioco occidentale. Il suo orientamento favorevole alla Russia era molto, molto dubbio, ma non era un presidente anti-russo. Alla fine del 2013 sembrava che il guinzaglio dell’Unione europea pendesse dal collo di Janukovich e dell’Ucraina. Ma la storia fu perfida verso l’occidente e Janukovich cominciò a fare “un passo avanti e due indietro” con i “partner occidentali”. L’ingresso dell’Ucraina sotto l’ombrello della Russia era insopportabile per l’occidente. Ciò avrebbe significato che il lavoro di quattro secoli sarebbe andato in fumo. A che servono allora tutte queste strutture anti-russe, non solo questa macchia popolata di nazisti e banderisti, ma tutte queste ONG, strutture da guerra di rete contro la Russia e i russi in Ucraina? Se la Russia riusciva a migliorare considerevolmente posizione nello spazio post-sovietico, nel dicembre 2013 gli eventi furono il terzo casus belli, dopo Snowden e la Siria (…) Nel dicembre 2013 e forse un paio di mesi prima, i capi atlantisti tolsero Janukovich e qualsiasi via pacifica “arancione” alla separazione tra Ucraina e Russia, e optarono per l’organizzazione di un colpo di Stato delle forze banderiste e naziste anti-russe, create dalle operazioni psico-storiche avviate da Vaticano e Austria-Ungheria, poi riprese dai nazisti creando la divisione SS “Galizia” e, alla fine degli anni ’80, degli eredi del Terzo Reich che lavoravano alla creazione del nuovo ordine, degli Stati Uniti.

gitlerandliberaliRadio Liberty dagli anni ’80 gestita da neonazisti
Radio Liberty ha una complessa storia di reclutamento di simpatizzanti nazisti e guerrieri freddi
Robert Parry Russia Insider 11 Maggio 2015

10320598Radio Liberty ha una storia speciale riguardo l’Ucraina, comprendente l’uso di simpatizzanti nazisti per diffondere propaganda da guerra fredda, da parte dell’amministrazione Reagan negli anni ’80. Nei primi mesi del 2014 rivedendo dei documenti presso la biblioteca presidenziale Reagan a Simi Valley, California, mi imbattei su una polemica interna sulle trasmissioni di Radio Liberty verso l’Ucraina da parte di esuli di destra. Alcuni di tali commenti lodavano i nazionalisti ucraini schieratisi con i nazisti nella seconda guerra mondiale, mentre le SS seguivano la “soluzione finale” contro gli ebrei europei, tra cui il famigerato massacro di Babij Jar in un burrone presso Kiev. Queste trasmissioni di propaganda di RL indignarono alcune organizzazioni ebraiche, come il B’nai B’rith, e individui tra cui l’accademico conservatore Tubi Richard, spingendo a una revisione interna. Secondo una nota del 4 maggio 1984 scritta da James Critchlow, funzionario del Consiglio di Radiodiffusione Internazionale, che controlla Radio Liberty e Radio Free Europe, una trasmissione di RL in particolare fu vista “difendere gli ucraini che combatterono nelle SS”. Critchlow scrisse, “una trasmissione ucraina di RL del 12 febbraio 1984 fa riferimento ai filonazisti della Divisione SS ‘Galizia’ ucraina nella seconda guerra mondiale, e potrebbe danneggiare la reputazione di RL presso gli ascoltatori sovietici. Le memorie di un diplomatico tedesco furono presentate in modo da sembrare che RL elogiasse i volontari ucraini nella divisione SS che combatté a fianco dei tedeschi contro l’Armata Rossa”.
Il professore di Harvard Pipes, consulente dell’amministrazione Reagan, inveì contro le trasmissioni di RL, scrivendo il 3 dicembre 1984 che “i servizi russi e ucraini di RL hanno trasmesso quest’anno materiale palesemente antisemita, potendo danneggiare in modo irreparabile l’intera impresa”. Sebbene l’amministrazione Reagan avesse pubblicamente difeso RL contro le critiche, in privato alcuni alti funzionari concordavano con i critici, secondo i documenti. Ad esempio, in un appunto del 4 gennaio 1985, Walter Raymond Jr., alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, disse al capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Robert McFarlane, che “credo che molto di ciò che Dick (Pipes) dice sia giusto”. La disputa sulle trasmissioni radio sponsorizzate dagli USA di 30 anni fa, sottolinea la realtà politica preoccupante dell’Ucraina, a cavallo della divisione tra popoli con legami culturali verso l’occidente e popoli con patrimonio culturale in sintonia con la Russia. Dal colpo di Stato del 22 febbraio 2014 che ha spodestato il Presidente Viktor Janukovich, alcune vecchie simpatie naziste sono riemerse. Ad esempio, il 2 maggio 2014 quando teppisti di destra perseguirono dei manifestanti russi nell’edificio dei sindacati di Odessa che incendiarono uccidendo decine di persone all’interno, l’edificio devastato fu poi deturpato con graffiti nazisti che salutavano “le SS galiziane” sulle pareti carbonizzate. Poi, alcuni battaglioni di “volontari” di destra ucraini, inviati in Ucraina orientale per schiacciare la resistenza filo-russa, sfoggiavano emblemi nazisti, come svastiche e rune delle SS sugli elmetti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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