Siria: quali sono i recenti sviluppi a Manbij?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 8 marzo 2017Il 2 marzo 2017 traducemmo una dichiarazione ufficiale rilasciata dall'”Ufficio Informazioni del Consiglio militare di Manbij” [1]: “Al fine di proteggere i civili, per risparmiargli gli orrori della guerra, il sangue e tutto ciò che portano tali tragedie. Per preservare la sicurezza della città di Manbij e la campagna. Per sventare i desideri turchi d’invadere altri territori siriani. E in conformità con il nostro impegno a fare tutto il possibile nell’interesse e per la sicurezza della nostra gente e dei nostri genitori a Manbij: Il consiglio militare della città di Manbij e dintorni annuncia che abbiamo concordato con la Russia la restituzione dei villaggi situati sulla linea di contatto con lo Scudo dell’Eufrate e la zona di al-Bab contigua al fronte occidentale di Manbij, alle forze delle guardie di frontiera dello Stato siriano che si occuperanno delle missioni di protezione della linea tra le aree controllate dal Consiglio militare di Manbij e dalle forze dell’esercito turco e dello Scudo dell’Eufrate”. Il comunicato fu seguito, il 5 marzo, da una puntualizzazione firmata dal “Comando Generale del Consiglio militare di Manbij” [2]: “Dopo i recenti sviluppi nella città di Manbij e dintorni, alla pubblicazione da parte del Consiglio militare di Manbij della dichiarazione relativa alle autorizzazioni alle guardie di frontiera di stazionare sulla linea che separa le proprie forze da quelle dei mercenari dello Scudo dell’Eufrate, alle diverse interpretazioni seguite dalla promozione mediatica e dall’emergere di voci tendenziose che cercavano di falsificare la verità: Il Consiglio Militare di Manbij e dintorni riafferma che Manbij e la campagna sono sotto l’egida e la protezione del Consiglio militare di Manbij e delle forze della coalizione internazionale, e non permetteremo a qualsiasi altra forza di entrare, essendo stati il Consiglio militare di Manbij e le forze della coalizione internazionale ad aver contribuito a liberare la città dall’organizzazione terroristica SIIL, e che attualmente la proteggono da qualsiasi perfida aggressione. Affermiamo ai nostri cari che manteniamo sempre l’impegno verso loro protezione e sicurezza, il testo dell’accordo citato è chiaro e si applica solo alla regione di al-Arima (a metà strada tra Manbij e al-Bab, distanti circa 40 km) e alla linea del fronte con lo “Scudo dell’Eufrate”. Ed è su questa base che rassicuriamo i nostri amati della città di Manbij e dintorni. Sono sotto la protezione del Consiglio militare di Manbij e della coalizione internazionale, che rafforza la presenza a Manbij e campagna dopo l’accrescersi delle minacce turche di occupare la città“. Pertanto, a quanto pare non si è in procinto di consegnare il “fronte occidentale della città di Manbij” alle guardie di frontiera siriane, ma non è impossibile recuperare altri villaggi citati nella prima dichiarazione, del 2 marzo. Perché l’assegnazione del fronte occidentale di Manbij alle guardie di frontiera siriane è in contrasto con l’agenda del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, deciso a riservarsi la liberazione di Raqqa? Perché i progressi spettacolari dell’Esercito Arabo Siriano, sostenuto dagli alleati, a nord-est di Aleppo, quindi a sud di Manbij, oltre alla liberazione di Palmyra, potrebbero consentirgli di liberare Raqqa prima dei curdi siriani alleati degli Stati Uniti?
Un domanda che si impone alla lettura del Washington Post del 4 marzo, alla vigilia della seconda dichiarazione, che annunciava che “la decisione sul piano per Raqqa, preparato dal Pentagono, che prevede l’aumento significativo delle forze degli USA in Siria e si propone di fornire elicotteri d’attacco e artiglieria alle forze curde e ai distaccamenti dell’opposizione siriana“. [3] E poi la mattina del 7 marzo apparve una terza dichiarazione, del 6 marzo, dal titolo testuale: “Comunicato del Consiglio legislativo dell’amministrazione civile democratica di Manbij” [4]. “Comunicato al pubblico dopo i dati recenti sui piani politici e militari. Noi, Consiglio legislativo di Manbij e dintorni, neghiamo tutto ciò che è stato pubblicato da media e social network, locali e internazionali, che parlano di consegnare la nostra città a qualsiasi partito. Perché siamo l’unico partito legittimo a rappresentare la volontà del popolo e il suo diritto di decidere il proprio destino; e il nostro popolo di Manbij, in tutte le sue componenti, sostiene il consiglio militare e ha lodato il ruolo delle forze della coalizione internazionale, partecipando alla battaglia per la liberazione del nostro popolo dai mercenari dello SIIL. Promettiamo al nostro popolo a Manbij che non scenderemo a compromessi a scapito del sangue dei nostri martiri che si sono sacrificati per questa città, non sprecheremo le conquiste del nostro popolo e resisteremo a qualsiasi interferenza che possa modificare libertà e dignità del nostro popolo. Viva Manbij libera e fiera“. E’ difficile sapere cosa accada a Manbij, notizie contrastanti circolano sulla consegna di villaggi tra guardie di frontiera siriane e cosiddette “Forze democratiche siriane” (o SDF che raggruppano i consigli militari delle città controllate dalle unità di protezione del popolo curde, YPG), supportate dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, ciò che è certo è che i combattimenti s’intensificano su entrambi i lati, mentre il primo ministro turco tempestivo diceva che il suo Paese non si oppone all’ingresso dell’Esercito Arabo Siriano a Manbij, “attualmente controllata da elementi curdi”[5], aggiungendo che i territori siriani devono controllarli i siriani! Dobbiamo credere che abbia trovato la via di Damasco?
In effetti, come riassunto nella mappa allegata e spiegata, la sera del 6 marzo, dall’ex-generale di brigata Charles Abi Nadir su al-Mayadin TV [6]:
Due strade collegano Raqqa e Dayr al-Zur, roccaforti dello SIIL nonostante l’eroica resistenza dei soldati dell’Esercito Arabo Siriano ancora circondati a Dayr al-Zur che continuano a respingere lo SIIL da quasi tre anni; una ad est dell’Eufrate e l’altra ad ovest (percorso evidenziato in rosso).La strada ad est dell’Eufrate è ora del tutto interrotta per lo SIIL, all’altezza del cerchio rosso sulla mappa, dall’avanzata delle SDF sulla riva orientale del fiume. Ciò impedisce allo SIIL di rifornire e raggiungere Dayr al-Zur da Raqqa e dalla strada ad ovest dell’Eufrate. Lo SIIL è sotto pressione da nord da parte delle SDF sostenute dagli Stati Uniti, e sotto pressione dall’Esercito Arabo Siriano sostenuto dagli alleati russi e dall’Asse della Resistenza comprendente Hezbollah, da sud. Gli Stati Uniti hanno optato per gli alleati curdi a scapito dell’alleato turco, scartato dalla corsa verso Raqqa? Vi sarebbero disaccordi nelle SDF o il loro accordo con i russi era una manovra degli Stati Uniti per decidere d’intervenire in modo più efficace, quando languiscono da settimane? Infine, l’intervento energico delle forze USA dimostra rivalità assertiva o accordo tra Stati Uniti e Russia? Le ultime notizie delle 18:00, ora locale, riportano il portavoce del Consiglio militare di Manbij dire che cinque villaggi sono stati consegnati all’Esercito Arabo Siriano. Tuttavia, il corrispondente di al-Mayadin ad Aleppo ha detto che non vi è ancora alcuna dichiarazione ufficiale dall’Alto Comando militare siriano. Secondo la sua interpretazione, si comprende che nei 5 villaggi in questione non ci sono combattenti di alcuna parte e che sono a sud di Manbij; cioè non sul fronte occidentale della città. Pertanto, le SDF rimangono sulla linea di contatto con le varie forze dello Scudo dell’Eufrate sostenute dalla Turchia, il cui scopo dichiarato è sloggiarle da Manbij, mentre l’Esercito Arabo Siriano non si è ancora posizionato nella zona di separazione sul fronte occidentale di Manbij, come previsto dalla dichiarazione del 2 marzo.
Qualunque sia l’esito, è crudele vedere che i curdi siriani che sloggiarono lo SIIL da Manbij nell’agosto 2016, al prezzo di pesanti perdite, ancora agiscono da carne da cannone degli stessi che hanno creato lo SIIL, come crede perfino Trump. [7][1] Comunicato dell’Ufficio Informazioni del Consiglio di Manbij del 2 marzo 2017
[2] Comunicato del Comando generale del Consiglio Militare di Manbij del 5 marzo 2017
[3] Il Pentagono vuole rinforzare la presenza in Siria
[4] Comunicato del Consiglio legislativo di Manbij e dintorni del 6 marzo 2017
[5] Yildirim: la Turchia non si oppone l’ingresso dell’Esercito arabi siriano a Manbij
[6] Video al-Mayadin TV, 6 marzo 2017
[7] Video, Trump accusa Obama di aver “creato” lo SIIL.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La liberazione di Aleppo e i compiti dei socialisti rivoluzionari antimperialisti

Komepd 13/01/2017

Dichiarazione congiunta, 01/12/2017
Socialist Fight – Inghilterra
Workers Socialist League – USA
Tendência Militante Bolchevique – Argentina
Communist Revolutionary Action – Grecia
Frente Comunista dos Trabalhadores – Brasile
CEDS – Centro de Estudos e Debates Socialistas – Brasile
Ady Mutero, Revolutionary Internationalist League – Zimbabwe
Mohammad Basir Ul Haq Sinha, President, Inter Press Network, Dhaka – Bangladesh
Akhar Bandyopadhyay, Bhagat Singh’s Socialist – India
Frank Fitzmaurice, Liverpool – Inghilterra

1. La liberazione finale di Aleppo, a metà dicembre 2016, è una sconfitta delle milizie jihadiste sponsorizzate dagli Stati Uniti e dai suoi alleati Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Libia, per citarne i più importanti. Una vittoria dell’imperialismo ad Aleppo avrebbe inflitto un enorme colpo alla classe operaia della Siria e del Medio Oriente.
2. La sconfitta dell’imperialismo mondiale dominato dagli USA, dove hanno sede le grandi società finanziarie di Wall Street e le loro multinazionali alleate, e gli imperialismi subordinati di Europa, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, ecc., è una vittoria per la classe operaia mondiale e tutti i popoli oppressi del pianeta. Naturalmente, non si tratta di una vittoria socialista rivoluzionaria, ma rafforza la lotta della classe operaia della Siria contro l’imperialismo e quindi, in ultima analisi, contro la propria classe dirigente capitalista.
3. Riaffermiamo con Marx ed Engels (almeno a partire dalla “svolta irlandese” del 1869, enunciata nella lettera di Marx a Ludwig Kugelmann), Lenin, i bolscevichi e Trotskij l’importanza vitale della distinzione tra nazioni oppresse e oppressive (per cui Lenin ha combattuto così eroicamente nella sua ultima lotta dal letto di morte, scrivendo nel dicembre 1922, “una punizione esemplare va inflitta al compagno Ordzhonikidze. La responsabilità politica di tutta questa enorme campagna nazionalista russa deve, naturalmente, essere posta su Stalin e Dzerzhinskij (il capo della Ceka). Finché lo sciovinismo grande russo non sarà combattuto fino alla morte, il sostegno del partito ai movimenti di liberazione nazionale antimperialisti sarà del tutto ipocrita: noi stessi cediamo… ad atteggiamenti imperialistici verso le nazionalità oppresse, minando in tal modo la nostra sincerità di principio, la nostra difesa del principio della lotta all’imperialismo e tra imperialismo e mondo semi-coloniale“).
4. Rifiutiamo assolutamente la proposta che Cina e Russia siano potenze imperialiste nel senso marxista, come sviluppato da Lenin nel suo lavoro del 1916 L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, difeso da tutti i marxisti seri fin da allora.
5. Pertanto, rifiutiamo assolutamente la proposizione che il conflitto in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo sia un conflitto tra due imperialismi uguali e contrari; l’imperialismo occidentale dominato dagli Stati Uniti e l’imperialismo orientale dominato da Cina e Russia. Alcune organizzazioni trotskiste sostengono che l’URSS fosse un Paese dal capitalismo di Stato prima della caduta nel 1991. Abbiamo seguito la linea definita da Leon Trotskij che definiva l’URSS Stato dei lavoratori degenerato, e l’abbiamo fatto fino all’inizio del periodo Eltsin. Oggi, la Russia è uno Stato capitalista a tutti gli effetti, ma bisogna fare attenzione a caratterizzarlo come Paese imperialista, perché questo significa paragonarlo all’imperialismo di Stati Uniti ed europeo, dal ruolo aggressivo nel mondo di oggi. Non c’è uno scontro tra imperialismi. Le scuse fatte su un ritorno alla “guerra fredda” sono una strategia dell’imperialismo degli Stati Uniti per isolare la Russia, così come la Cina, e rafforzare ideologicamente i propri interessi. Alcune funzioni della Russia non vanno confuse, come l’importanza della sua economia industriale e del suo arsenale militare, che rimane potente e anche rinvigorito, quali manifestazioni di una politica imperialista. L’intervento militare della Russia in Siria, che ha messo fine ai bombardamenti di Stati Uniti e NATO contro il governo di Bashar al-Assad, e gli attacchi aerei russi contro SIIL e altri gruppi armati in Siria, sono dimostrazioni militari del nazionalismo russo, per preservarne la posizione nel Medio Oriente. Una parte della borghesia russa si identifica con questo nazionalismo e la politica internazionale del governo di Putin, che esprime i propri interessi di classe. Gazprom è il più grande esempio di questa associazione. Detenuta principalmente dal capitale dello Stato, è la maggiore compagnia russa e il maggiore esportatore mondiale di gas naturale, principalmente in Europa. Il nazionalismo russo, ereditato dallo zarismo e dallo Stato sovietico degenerato, resiste oggi e contrasta l’avanzata dell’imperialismo verso l’Europa orientale, l’Ucraina e la Siria, e in queste situazioni specifiche svolge un ruolo progressivo. Di fronte alle minacce espansionistiche della NATO e dell’imperialismo, la Russia va difesa senza condizioni da tutti i rivoluzionari.
6. Dalla fine della Seconda guerra mondiale c’è solo una potenza imperialista egemonica mondiale, gli Stati Uniti, anche se in declino per influenza e forza politica ed economica. Tutte le altre potenze imperialiste sono subordinate a questa, però malvolentieri. Il dollaro è di gran lunga la valuta di scambio del mondo più importante, i mercati azionari degli Stati Uniti dominano il mondo in alleanza con la City di Londra; l’esercito e la marina statunitensi sono più forti delle successive dieci nazioni messe insieme; con i suoi alleati della NATO, alle 20 nazioni prossime. E tecnologicamente in quasi ogni campo sono molto più avanzati; le loro 10 superportaerei (il 60% in più rispetto al suo rivale più immediato) e le 9 portaelicotteri hanno una superficie maggiore di tutte le altre portaerei del resto del mondo messe insieme. Gli Stati Uniti hanno 800 basi militari in tutto il mondo. I militari statunitensi sono presenti in 156 Paesi ed hanno basi in 63 Paesi. Gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi in sette Paesi dall’11 settembre 2001. La Russia ha otto basi, tutte tranne Tartus in Siria nei Paesi dell’ex-URSS. La Cina non ne ha affatto.
7. Questo non significa che l’imperialismo globale non può essere sconfitto. Fin dalla sconfitta in Vietnam nel 1975, in gran parte fa affidamento alle forze di ascari per il lavoro sporco, ma tali forze possono ribellarglisi; Usama bin Ladin era una volta un uomo della CIA e anche se la CIA celebrò il rovesciamento di Najibullah in Afghanistan nel 1992, le loro creature (al-Qaida e SIIL) gli si ribellarono lì e in Libia, Iraq, Siria e Nord Africa. La loro sconfitta ad Aleppo ne mostra i limiti. Gli ‘stivali sul terreno’ soffrono ancora dalla sindrome del Vietnam. L’opposizione pubblica ha impedito il bombardamento di Damasco nel 2013, nel timore di ripetere la debacle che gli fece gettare in mare elicotteri da milioni di dollari al largo di Saigon, nell’aprile 1975.
8. Nel dare appoggio incondizionato, ma fondamentale al governo siriano di Assad, all’Esercito arabo siriano e agli alleati russi, Hezbollah e milizie iraniane contro l’imperialismo, non si ‘mescola il rosso con il blu’, non diamo a queste forze e milizie nazionaliste borghesi sostegno politico contro la propria classe operaia o diffondendo l’illusione che vogliano infine sconfiggere l’imperialismo.
9. Le classi lavoratrici siriane, egiziane, turche, iraniane, irachene, libanesi, israeliane, palestinesi e libiche devono forgiare il proprio programma rivoluzionario basato su principi antisionisti ed antimperialisti, per dei consigli operai per gli Stati Uniti socialisti di Medio Oriente e Nord Africa.
10. Se sostituiamo il nome di Chiang Kai-shek con quelli degli attuali leader avversari delle macchinazioni dell’imperialismo dominato dagli Stati Uniti, l’intervento del 1937 di Trotskij sull’invasione giapponese della Cina, conserva oggi tutta l’essenza politica: “Non dobbiamo illuderci su Chiang Kai-shek, il suo partito o la classe dirigente della Cina, proprio come Marx ed Engels non si fecero illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il carnefice degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrà ancora tradire. È possibile. È probabile. È anche inevitabile. Ma oggi lotta. Solo vigliacchi, mascalzoni, o imbecilli completi possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta“.
11. Bashar Hafiz al-Assad lotta per l’indipendenza della Siria dal 2011. La Siria ha spezzato le varie offensive del cambio di regime condotte dagli Stati Uniti, dalla dichiarazione della Guerra al Terrore del presidente degli Stati Uniti George W Bush, nel settembre 2011.
12. Questo è accaduto in: Afghanistan (Operazione Enduring Freedom, 2001), Iraq (Operazione Iraqi Freedom, 2003), Libia (bombardamento NATO della Libia, appoggiato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU 1973 del 2011), Mali, ecc, (Operazione Enduring Freedom – Trans Sahara OEF-TS 2012 -3) Somalia, (Operazione Enduring Freedom – Corno d’Africa, dal 2006) e Ucraina (2014). Nonostante i titoli, alcuna libertà immaginabile è arrivata in queste terre.
13. In tutti questi casi, i socialisti rivoluzionari erano per la sconfitta delle forze imperialiste e per la vittoria dei loro avversari, nonostante fossero dei reazionari o le destre a guidarli. Questa è la tradizione socialista rivoluzionaria antimperialista del Comintern rivoluzionario fino al 1922, e la posizione di Trotskij sulla Cina nel 1937, in Abissinia nel 1936 contro l’invasione italiana e nel 1938 contro l’ipotetica invasione inglese del Brasile guidato dal governo fascista di Vargas.
14. In una guerra tra blocchi di potenze imperialiste, siamo per il disfattismo su entrambi i fronti, sempre per la sconfitta della nostra e di ogni altra nazione imperialista. Questa è l’unica posizione marxista internazionalista che va difesa. Seguiamo la fiera tradizione del famoso volantino di Karl Liebknecht ‘Il nemico principale è a casa!’ (Maggio 1915) sul principio vitale de “Il nemico principale del popolo tedesco è in Germania: l’imperialismo tedesco, il partito della guerra tedesco, la diplomazia segreta tedesca. Questo nemico in patria va combattuto dal popolo tedesco nella lotta politica, cooperando con il proletariato degli altri Paesi che lotta contro i suoi stessi imperialisti“.
15. In tutte le guerre imperialiste contro i Paesi semi-coloniali, dalle invasioni dirette ai bombardamenti o all’uso di eserciti mercenari, o in entrambi i casi, siamo per la sconfitta della potenza imperialista e per la vittoria della semi-colonia. Ci sono due ragioni importanti per questa posizione (a) la sconfitta dell’imperialismo che attacca una nazione semi-coloniale aumenta la fiducia in se della classe operaia della nazione nel trattare con la propria classe dirigente e (b) forse ancora più importante, è un duro colpo agli atteggiamenti sciovinistici della classe operaia nel Paese imperialista, costantemente rafforzati dalla dirigenza politica capitalistica e dai suoi agenti nel movimento operaio, nella burocrazia sindacale e nella leadership dei partiti socialdemocratici alleati. La sindrome del Vietnam dopo la liberazione di Hanoi nel 1975 è stato un bene molto prezioso per i rivoluzionari; Aleppo, dopo la sua liberazione nel dicembre 2016, è una fonte d’ispirazione similare.
16. La sconfitta dell’imperialismo richiede nel mondo una nuova Internazionale che sia anticapitalista e antimperialista. A questo scopo ci dedichiamo.
17. La liberazione completa di Aleppo, della Siria, del Medio Oriente e del pianeta avvererrà solo con la rivoluzione socialista contro tutti i governi capitalisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La verità sui “migranti”

La verità sui “migranti”

Verso la vittoria della Resistenza al pensiero unico

Umberto Pascali, FRN, 4 marzo 2017 – Fort RussAncora una volta la Macedonia ha dato una lezione al mondo e salvato l’indipendenza. E’ stata una lezione di coraggio, leadership, diritto costituzionale e sovranità nazionale. Questa volta la lezione è stata data dal Presidente Gjorge Ivanov, grande intellettuale e grande statista. Negli ultimi giorni la Macedonia è stata colpita da pressioni e minacce combinate dal solito sospetto ambasciatore (non per molto) Jess Baily, del temporaneo satrapo della NATO Jens Stoltenberg, uno sciame di funzionari iperattivi ed agenti d’influenza inglesi iper-isterici, come indica la dinamica dell’intromissione della coppia Mia&Lawrence Marzouk e del ministro Alan Duncan, e anche dell’avanzo dell’amministrazione Obama, l'”attuale” (non per molto a quanto pare) portavoce del dipartimento di Stato Mark Toner… e molti altri. Tali rappresentanti della falsa e in via di estinzione “comunità internazionale” hanno concentrarono la loro potenza di fuoco sul Presidente Ivanov: Ivanov deve (“deve”) cedere “senza indugio” il mandato per formare il nuovo governo a Zoran Zaev. Nemmeno il viceré inglese dell’India avrebbe osato parlare così ai subalterni coloniali! Lo sporco trucco per annullare la volontà del popolo è stato questa volta l’uso del primo ministro albanese Edi Rama, che organizzò (sotto la direzione dei burattinai della comunità internazionale) un incontro di ben controllati capi “albanesi” per diffondere una fasulla “piattaforma albanese” che avrebbe dovuto disintegrare la Macedonia e avviare un processo di violenza sociale ed etnica, evocando il fantasma delle guerre balcaniche.

Ivanov: definizione della parola dirigente
Ma il 1° marzo, quando gli aspiranti padroni pensavano che Ivanov si fosse corretto, il presidente mostrava a burattini e burattinai il significato delle parole leadership e coraggio. La sua notevole affermazione non mancherà d’ispirare molti altri, ora e in futuro: “Né la Costituzione né la mia coscienza mi permettono di dare un mandato a chiunque eroda la sovranità e l’indipendenza della Repubblica di Macedonia!” Riferendosi alla trappola della “piattaforma”, Ivanov sottolineava: “Con tale piattaforma, la sovranità e l’indipendenza del Paese sono in pericolo, subordinandolo a un altro Paese… Le fondamenta del Paese macedone vengono contestate. Mi aspettavo che i leader politici l’avessero categoricamente respinto, ma certuni le hanno messe all’asta, non capendo che in tal modo indicevano l’asta del Paese… ho pubblicamente chiesto a Zoran Zaev di rifiutare tale piattaforma… E’ contraria alla Costituzione della Repubblica di Macedonia. Allo stesso tempo, accettare una piattaforma straniera è un atto punibile…” Non solo Ivanov non cedeva; ma attaccava apertamente e con argomenti chi progettava ulteriore destabilizzazione. Ora i congiurati hanno paura. Il tempo è contro di loro trovando una resistenza che non si aspettavano. La “comunità internazionale”, e non la Macedonia, si scioglie come neve al sole torrido.

Il tempo è contro i congiurati
In realtà, il tempo è contro i cospiratori. L’istituzione che dominava l’occidente da decenni, esemplificata dalle opposte e uguali dinastie dei Bush e Clinton e dai burocrati anti-europei di Bruxelles, perde rapidamente potere. Il suo piccolo odioso e megalomane psicopatico George Soros impazzisce. Ecco perché, mentre perdono, tali giocatori d’azzardo esasperano l’aggressione. Devono creare caos, violenze e destabilizzazione il più possibile. Se non altro, per dimostrare che sono ancora al potere. Ciò porta a molti errori e più si agitano più il cappio della storia gli si stringe al collo. Con l’elezione di Donald Trump perdono rapidamente il controllo degli Stati Uniti. Non si rendono neanche conto che al vertice dell’élite anglo-statunitense non serve più una grande dirigenza capace solo di saccheggiare l’economia reale e chiedere nuove guerre infinite e altra destabilizzazione all’estero. Ha indebolito l’economia reale e la struttura statale degli Stati Uniti, divenendo inutile e pericolosa anche per chi intendeva utilizzare il potere degli Stati Uniti per proteggere i propri interessi. Come una vecchia cosca mafiosa perdente, va “ripulita”. Le grida di rabbia e dolore visti sui media degli Stati Uniti, al Congresso, nella vecchia macchina clintoniana nel DP, e nei circoli di John McCain&Co nel partito repubblicano, gli sporchi trucchi, le violenze di piazza dirette dal carrozzone di Soros, tutto questo non indica forza ma debolezza. Con il tempo le operazioni dentro e fuori gli Stati Uniti saranno sempre meno rilevanti, anche se ora cercano di far credere al mondo di essere duri e spaventosi.
Donald Trump non è un umanitario la cui missione è risolvere i problemi del mondo. Ma è evidente che la sua missione, il motivo per cui è stato eletto, è “ripulire” e rilanciare l’economia e la struttura statale degli Stati Uniti. Infatti, la ripulitura sarà relativamente più facile che non ricreare una solida economia produttiva smantellata dal successo dalle follie finanziarie: l’illusione che il denaro provenga da denaro, guerre e sporchi trucchi, invece che da lavoro ed investimenti nell’economia reale. Ma proprio perché Trump dovrà rilanciare l’economia reale degli Stati Uniti, è molto positivo per le molte nazioni vittime di Soros e del vecchio regime. La maggior parte delle battaglie che Trump dovrà combattere sarà interna. Quando parla della lotta a SIIL e terrorismo, un osservatore non superficiale capisce che si tratta tanto di una lotta in famiglia quanto di una guerra estera. Il cosiddetto terrorismo moderno, almeno da quando l’Afghanistan di bin Ladin, è una forma “non rintracciabile” di guerra. Ora, tali forme surrettizie di guerra sono considerate inutili e controproducenti. Ma la lotta tra le due concezioni arriva ai vetrici dei servizi segreti. Si farà pulizia. Per il momento si tratta di guerra dell’informazione o “fughe di notizie”; con imminenti rivelazioni incriminanti, non da lontano (la mitologia della Russia, grande nemico), ma dall’apparato statale. Lo stesso vale per la guerra alla droga, la lotta alle bande violente che controllano molti ghetti o centri delle città statunitensi. Le bande sono lì per un motivo: per distribuire sostanze stupefacenti di ogni tipo. Si tratta di grandi quantità di denaro che hanno distrutto la mente delle persone e il riavvio di un’economia reale. Molte agenzie, dentro o fuori l’apparato statale, mangerebbero da tale zozza ciotola. Vanno fermate. Gli Stati Uniti di Trump hanno bisogno di pace e tempo per concentrarsi sull’economia. Paradossalmente, i principali problemi degli Stati Uniti sono ora: lavoro e pace. Ciò naturalmente ha innescato un terremoto positivo in Europa. Un processo che interessa perfino le letargiche e suicide Francia, Germania e Italia. Sarà un processo piuttosto irregolare, ma il genio non tornerà nella lampada.
Per questi e correlati motivi, non importa quanta realpolitik si pretenda, Paesi come la Macedonia hanno molto da guadagnare dalla presenza della nuova amministrazione degli Stati Uniti. Le bande scatenate contro la Macedonia (prima fra tutte la macchina di Soros) sono indebolite alla fonte e nuovi strumenti dello “Stato profondo” saranno creati. La Macedonia e tanti altri Paesi sotto il tallone della Comunità Internazionale, hanno ora la possibilità di agire in modo indipendente, con grande cautela, ma con indipendenza. Le forze macedoni, reduci da una grande guerra di resistenza, possono fornire una guida ideale e programmatica al movimento crescente in molti Paesi dei Balcani che vuole finalmente passare dalla resistenza alla liberazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Maestria nel nord della Siria

Chroniques du Grand Jeu 3 marzo 2017

Se il conflitto siriano non manca di sorprese, i colpi di scena degli ultimi due giorni lasciano francamente sognare…
c6eaketxeaaqildNel nord, eravamo rimasti all’avvio del conflitto tra curdi e turchi, con questi ultimi fermati dal marciare verso sud dall’Esercito arabo siriano e dalle YPG curde di Manbij. Affrontare apertamente Damasco (quindi Mosca) non è affatto nei piani del sultano, e la soluzione di Manbij s’imponeva per cogliere con una fava due piccioni espellendo i curdi dall’ovest dell’Eufrate e aprendo la porta per Raqqa. Tranne che… i curdi, ovviamente, non ci sentivano da questo orecchio, e s’iniziava a parlare degli statunitensi che indicavano che avrebbero continuato a sostenere il Consiglio militare di Manbij. Al che iniziava una serie di eventi dalle implicazioni estremamente importanti.
Iniziava a circolare un video che mostra la creazione di una piccola base delle forze speciali degli Stati Uniti a Manbij. Un messaggio subliminale: se attacchi i curdi attacchi noi. Va ammesso che gli statunitensi si vedono assaliti dal loro alleato della NATO, e i ribelli “moderati” dell’ELS, armati e finanziati da Washington da anni, non sarebbero mancati…
Alcune ore dopo, si aveva una notizia ancora più incredibile: attraverso i buoni uffici di Mosca, i curdi di Manbij raggiungevano un accordo con Damasco, l’Esercito arabo siriano avrebbe ricevuto parte delle loro conquiste territoriali ad ovest dell’Eufrate, formando una zona cuscinetto che li separi dai turchi e i loro ascari.02m_15_50_northern-aleppo_syria_war_mapCome si vede, l’area ombreggiata sulla mappa metterebbe i curdi al riparo dalle minacce della Turchia. Erdogan avrà avuto un quasi infarto quando avrà sentito la notizia… Perché, a meno che non attacchi l’Esercito arabo siriano, entrando così apertamente in guerra con Damasco (e quindi Mosca e Teheran), l’avventura del sultano neo-ottomano è finita. Per Assad, l’accordo è perfetto: i lealisti riprendono gratuitamente e senza combattere una zona che non avrebbero potuto conquistare militarmente, portandoli fino al confine turco e nel Rojava da cui furono espulsi anni prima. E’ anche la tacita ammissione dei curdi che una volta che la lotta sarà finita, non cercheranno l’indipendenza, ma si accontenteranno dell’autonomia. Se i curdi lasciano alcuni villaggi senza importanza all’Esercito arabo siriano, la loro presenza a Manbij è attuale e concessa. Un pareggio ai danni di Erdogan, che deve avergli fatto molto male. L’episodio porta il segno di Putin e non è forse un caso che la dichiarazione del PYD curdo dica: “Per proteggere Manbij, abbiamo fatto trasferire, dopo aver formato una nuova alleanza con la Russia, le forze armate siriane nell’area tra noi e le bande filo-turche (i famosi moderati tanto cari agli imperialisti)“.
Vlad lo judoka ha colpito ancora. Lo spiegammo due anni fa: “Diversi biografi di Putin hanno mostrato come lo judo sia per lui più di uno sport: una filosofia di vita che applica in molti campi, soprattutto nella geopolitica. Usare la forza e la precipitazione dell’avversario per meglio rispondere e atterrarlo. Il leader del Cremlino non è più temibile che quando fa prima un passo indietro; vi ritroverete rapidamente col naso sul tappeto. Ippon”.
Il nord della Siria è un caso da manuale. Utilizzare il sultano per espellere lo SIIL e poi utilizzarne nuovamente l’inevitabile aggressione ai curdi per apparire come il salvatore, facendo recuperare con un tratto di penna al suo protetto di Damasco quelle aree che nemmeno si sognava di riprendere un giorno… Come si dice maestria in russo? Ciliegia sulla torta, questo passo è anche chiaro segno di un accordo USA-Russia, per lo meno puntuale. Il giorno in cui si apprende che le forze speciali statunitensi arrivavano a Manbij per sostenere i curdi, questi chiedono aiuto all’Esercito arabo siriano. Come ha scritto Le Figaro, unico quotidiano di regime ad aver informato brevemente di ciò: “Questo annuncio è una sorpresa perché sarebbe la prima volta che i combattenti sostenuti da Washington accettano di cedere territorio alle forze del Presidente Bashar al-Assad”.
E si va oltre: le truppe siriane ora proteggono di fatto quelle statunitensi! Se ce l’avessero detto sei mesi fa… Ovviamente, niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il terremoto causato dall’elezione di Trump e il conseguente reindirizzo della politica estera statunitense. Questi sviluppi sorprendenti farebbero quasi dimenticare che l’Esercito arabo siriano ha liberato Palmyra…02032017

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: