L’Eurasia costruita da Cina e Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/05/2016Moscow-Beijing-Economies1may05aNel 1865, alla fine della guerra civile statunitense, il giornalista di New York Horace Greeley rese popolare l’espressione “Vai ad ovest, ragazzo, e cresci col Paese“. Oggi, 150 anni dopo, mentre l’economia colossale degli Stati Uniti d’America sprofonda nelle obsolescenza, esportazione della produzione, depressione e sconcertante disoccupazione reale, seguiti da molti Paesi dell’Unione europea, la parola d’ordine deve correttamente cambiare. “Vai ad est, ragazzo” e cresci con le economie in espansione dell’Eurasia, in particolare di Russia e Cina. Mentre aerei e navi da guerra della NATO agitano le sciabole presso i territori russi e cinesi, i due giganti dell’Eurasia forgiano rapporti più stretti che mai nella storia. L’alleanza dell’energia ne è al centro.

Sinergie dell’energia
Dal maggio 2014 Cina e Russia hanno deciso un’incredibilmente grande accordo energetico che rende la Cina meno vulnerabile a qualsiasi ricatto sui rifornimenti da NATO o Medio Oriente, e la Russia da qualsiasi ricatto sull’energia da Ucraina o UE. Nel maggio 2014 il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cinese Xi Jinping firmavano il cosiddetto accordo sul gasdotto russo dell’Est, un contratto da 400 miliardi di dollari di oltre 30 anni che inizierà inviando 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia alla Cina dal 2018. Fu seguito nel novembre 2014 da un accordo sul cosiddetto gasdotto dell’Ovest che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale alla Cina del nord-ovest attraverso la zona dell’Altaj e la regione autonoma del Xinjiang. Inoltre decidevano di aggiungervi le possibili seconda e terza sezioni aumentando la capacità agli impressionanti 100 miliardi di metri cubi l’anno. La Via Ovest ha la priorità e sarà terminata in sei anni. Quando i due gasdotti saranno operativi, la Russia fornirà circa il 59% dell’attuale consumo di gas naturale annuale cinese, sostituendo l’UE quale maggiore mercato di esportazione del gas russo. Oggi la Cina consuma 169 miliardi di metri cubi all’anno. Nella stessa riunione di Pechino, i presidenti delle compagnie petrolifere di Stato Rosneft e CNPC firmarono l’accordo per cui CNPC acquista una quota del 10% della controllata di Rosneft Vankorneft che gestisce l’enorme giacimento petrolifero russo Vankor. La Cina riceverà circa 7 miliardi di dollari di petrolio russo da Vankor secondo l’accordo. Poi, il 19 aprile il Primo Viceministro dell’Energia russo Aleksej Teksler aveva detto a RIA Novosti che alcune compagnie petrolifere Statali cinesi discutono l’acquisto del 19,5% della quota di Rosneft che sarà venduta ai privati a fine 2016. Il candidato probabile sarà la Compagnia petrolifera cinese CNPC.

Il progetto Jamal LNG finanziato dalla Cina
Il 3 maggio, il direttore generale del progetto Jamal LNG Export Terminal, nel nord-ovest della Siberia, annunciava ciò che chiaramente dispiace ai guerrieri delle sanzioni di Washington. Il consorzio del progetto LNG russo ha firmato un contratto di finanziamento con la China Exim Bank e la China Development Bank, estendendo un mutuo di 15 anni per il progetto da 9,3 miliardi di euro, circa il 75% dei fondi totali stimati affinché Jamal entri in produzione. A seguito delle sanzioni di Washington che impedivano alle principali società energetiche russe di raccogliere capitali nei mercati occidentali, Jamal sembrava assai improbabile. Come nota il sito della società, “lanciato a fine 2013, Jamal è non solo uno dei più complessi progetti di gas naturale liquefatto mai intrapresi ed è anche uno dei più competitivi… perché vanta vaste riserve di gas naturale nella penisola di Jamal; complesso che si trova al di sopra del circolo polare artico“. Suoi partner sono la russa Novatek, la cinese CNPC, la francese Total (20%) e significativamente il Fondo per la Via della Seta della Cina. OAO Novatek è il maggiore produttore di gas naturale indipendente della Russia, concentrato nella regione autonoma di Jamal-Nenets (YNAO) in Siberia occidentale, la più importante regione gasifera della Russia con circa l’80% della produzione di gas della Russia e il 16% della produzione globale di gas. Ora i cinesi si fanno carico del maggiore onere finanziario per attivare il gigantesco progetto Jamal. E’ anche significativo per il processo di de-dollarizzazione in Russia, Cina, Iran e altri Paesi eurasiatici che i prestiti cinesi siano denominati in euro e non in dollari USA. Appare chiaro che i furiosi neoconservatori di Washington vicini a Victoria Nuland del dipartimento di Stato e al segretario alla Difesa Ash Carter hanno dato il miglior contributo per avvicinare in modo inedito Cina e Russia. Sono riusciti in tale imponente impresa imponendo sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia e minacciando le rotte marittime della Cina, favorendo il terrorismo nello Xinjiang ed avanzando l'”Asia Pivot” e il TPP che esclude deliberatamente la Cina. Il risultato è che Russia e Cina forgiano profondi legami economici a lungo termine in Eurasia che alla fine saranno il centro della crescita economica mondiale, mentre la Nuova Via della Seta o progetto Fascia e Via della Cina collega Russia, Cina, Iran e vaste regioni dell’Eurasia con una nuova rete ferroviaria ad alta velocità, collegamenti portuali, energetici ed infrastrutture elettriche. La Russia ha chiaramente deciso di “Andare ad Est, ragazzo”. Sarebbe un paradigma completamente nuovo se anche le nazioni europee si volgessero ad Oriente aprendo vasti nuovi mercati alle loro economie stagnanti, piuttosto che aprire basi per la difesa missilistica degli Stati Uniti che ospitano armi nucleari e stazionare truppe statunitensi ai confini della Russia.a3d982a7fe15bdeb6d365edcacfdf899F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prepara l’alternativa d’oro al sistema del dollaro

F. William Engdahl New Eastern Outlook 18/05/2016

Zhou Xiaochuan

Zhou Xiaochuan

La Cina, come attuale presidente del gruppo G-20, ha invitato la Francia a organizzare una conferenza speciale a Parigi. Il fatto che tale conferenza avvenga in un Paese OCSE è segno di quanto sia indebolita l’egemonia del sistema del dollaro degli USA. Il 31 marzo a Parigi si era tenuta una riunione speciale, denominata “Nanjing II“. Il governatore della Banca popolare di Cina, Zhou Xiaochuan, vi fece una grande presentazione, tra gli altri punti, un più ampio uso dello speciale paniere del FMI con le cinque principali valute mondiali e i diritti speciali di prelievo o DSP. Gli invitati erano pochissimi, tra cui il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, il cancelliere dello Scacchiere inglese George Osborne, la direttrice generale del FMI Christine Lagarde che hanno discusso l’architettura finanziaria del mondo insieme alla Cina. A quanto pare e significativamente, non c’era nessun alto funzionario degli Stati Uniti. Sui colloqui di Parigi, Bloomberg ha riferito: “La Cina vuole un sistema molto più direttamente gestibile, in cui le decisioni del settore privato possano essere gestite dai governi”, ha dichiarato Edwin Truman, ex-funzionario della Federal Reserve e del Tesoro statunitense. “I francesi hanno sempre favorito la riforma monetaria internazionale, quindi sono naturali alleati dei cinesi su questo tema“. Un giornalista del China Youth Daily presente a Parigi osservava, “Zhou Xiaochuan ha sottolineato che il sistema monetario e finanziario internazionale è attualmente in fase di aggiustamento strutturale, l’economia mondiale si trova ad affrontare molte sfide...” Secondo il giornalista, Zhou continuava a dichiarare che l’obiettivo della Cina come attuale presidente del G20 è “promuovere l’uso più ampio dei DSP“. Per la maggior parte di noi, appare eccitante come guardare l’erba Johnson crescere nelle pianure del Texas. Tuttavia, dietro quel gesto tecnico apparentemente minore, appare sempre più chiaro, di giorno in giorno, la grande strategia cinese, che in caso di successo o meno, sarà la grande strategia per eliminare il ruolo dominante del dollaro come valuta di riserva delle banche centrali mondiali. Cina e altri vogliono porre fine alla tirannia del corrotto sistema del dollaro con cui gli USA finanziano guerre infinite col denaro preso in prestito altri popoli senza mai restituirlo. La strategia è porre fine al dominio del dollaro come valuta per la maggior parte del commercio mondiale di beni e servizi. E non è poca cosa. Nonostante il relitto economico statunitense e l’astronomico debito pubblico di 19 trilioni di dollari di Washington, il dollaro copre ancora il 64% delle riserve delle banche centrali. Il maggiore detentore di debiti degli Stati Uniti è la Repubblica Popolare Cinese, seguita dal Giappone. Finché il dollaro è “la moneta del re”, Washington può avere deficit di bilancio infiniti sapendo bene che Paesi come la Cina non hanno alcuna seria alternativa per investire i propri profitti dal commercio in valuta estera, se non nel debito pubblico garantito dal governo degli Stati Uniti. In effetti, come ho già sottolineato, ciò faceva sì che la Cina di fatto finanziasse le azioni militari di Washington contrarie agli interessi sovrani cinesi e russi, finanziando le innumerevoli rivoluzioni colorate del dipartimento di Stato degli USA, dal Tibet a Hong Kong, dalla Libia all’Ucraina, al SIIL in Medio Oriente e accora avanti…

Mondo multi-valutario
Se guardiamo più da vicino tutte le azioni del governo di Pechino dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e soprattutto dopo la creazione della Banca Asiatica d’Investimento Infrastrutturale, la nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, gli accordi energetici in valuta nazionale con la Russia bypassando il dollaro, appare chiaro che Zhou e la leadership di Pechino hanno una strategia a lungo termine. Come l’economista inglese David Marsh ha sottolineato in riferimento alle recenti dichiarazioni di Zhou a Parigi, a Nanjing II, “La Cina s’imbarca, pragmaticamente ma con costanza, per sancire un sistema di riserva multi-valutario nel cuore dell’ordine finanziario del mondiale“. Dall’ingresso della Cina nel gruppo scelto delle valute DSP del FMI, lo scorso novembre, il sistema multi-valutario che la Cina chiama “4 + 1” consiste in euro, sterlina, yen e renminbi (il 4.to), coesistenti con il dollaro. Questi sono i cinque componenti dei DSP. Per rafforzare il riconoscimento dei DSP, la Banca Popolare Cinese di Zhou ha iniziato a rendere pubbliche le maggiori riserve mondiali in valuta estera in DSP, così come in dollari.

Un futuro d’oro
china-gold-dragon-e1463719459682 Eppure l’alternativa cinese al dominio del dollaro è molto più della carta della promozione del paniere di valute DSP. La Cina è chiaramente volta a ricreare un gold standard internazionale, presumibilmente non basato sulla bancarotta dello scambio dollaro-oro di Bretton Woods che il presidente Richard Nixon chiuse unilateralmente nell’agosto 1971 dicendo al mondo che avrebbe dovuto ingoiare dollari cartacei in futuro e che non poteva più utilizzare l’oro. A quel punto l’inflazione globale, misurata in dollari, iniziò a salire in ciò che in futuro gli storici economici senza dubbio chiameranno Grande Inflazione. Secondo una stima, i dollari in circolazione nel mondo sono aumentati di circa il 2500% tra il 1970 e il 2000. Da allora l’ascesa chiaramente ha superato il 3000%. Senza un requisito legale per eseguire la stampa dei dollari secondo una pre-determinata quantità fissa di oro, tutte le restrizioni all’inflazione globale del dollaro scomparvero. Fin quando il mondo è costretto a usare dollari per regolare l’acquisto di petrolio, grano e altre materie prime, Washington può firmare una quantità infinita di assegni senza timore del loro ritorno con timbrato su “fondi insufficienti”. Combinato al fatto che nello stesso arco di tempo, dal 1971, vi è stato il colpo di Stato silenzioso delle banche di Wall Street per dirottare ogni e qualsiasi parvenza di democrazia rappresentativa e regola costituzionale per avere un zecca impazzita, proprio come nella fiaba del poeta tedesco del 18° secolo Goethe sugli Apprendisti stregoni, o in tedesco Der Zauberlehrling. La stampa dei dollari è fuori controllo. Dal 2015 la Cina si muove in modo deciso per sostituire Londra e New York e altre piazze occidentali che decidono il prezzo di scambio dell’oro. Come ho sottolineato qui in un’ampia analisi nell’agosto 2015, la Cina, insieme alla Russia, compie grandi passi per sostenere la propria valuta con l’oro rendendola “buona come l’oro”, mentre le valute gonfiate dal debito come l’euro o la zona del dollaro in bancarotta, s’arrabbattono. Nel maggio 2015, la Cina annunciava di aver istituito un fondo di investimento statale in oro. Lo scopo è creare un pool, inizialmente di 16 miliardi di dollari, il maggiore fondo in oro fisico al mondo, a sostegno dei progetti di estrazione dell’oro lungo le nuove linee ferroviarie ad alta velocità della Nuova Via della Seta economica del Presidente Xi o Cintura e Via, com’è chiamata. La Cina esprimeva l’obiettivo di permettere ai Paesi eurasiatici, lungo la Via della Seta, di aumentare la copertura aurea delle loro valute. I Paesi lungo la Via della Seta e dei BRICS ospitano la maggior parte della popolazione mondiale e delle risorse naturali e umane del tutto indipendenti da qualsiasi cosa l’occidente abbia da offrire. Nel maggio 2015, la Shanghai Gold Exchange della Cina istituiva formalmente il “Fondo d’Oro della Via della Seta”. I due investitori principali del nuovo fondo sono le due maggiori società di estrazione dell’oro cinesi, Shandong Gold Group, che ha acquistato il 35% delle azioni, e Shaanxi Gold Group, con il 25 %. Il fondo investirà nei progetti auriferi lungo le ferrovie eurasiatiche della Via della Seta, anche nelle vaste regioni inesplorate della Federazione Russa. Un fatto poco noto è che non è più il Sudafrica il re dell’oro. È un mero numero 7 nella produzione annua di oro. La Cina è il numero uno e il numero due è la Russia. L’11 maggio, poco prima della creazione del nuovo fondo d’oro della Cina, la China National Gold Group Corporation siglava un accordo con il gruppo di estrazione aurifero russo Poljus Gold, il maggiore gruppo di miniere d’oro della Russia, e uno dei primi dieci al mondo. Le due aziende esploreranno le risorse d’oro di quello che è a tutt’oggi il maggiore giacimento d’oro della Russia, Natalka, nell’oriente del distretto Magadan di Kolyma. Recentemente, il governo cinese e le sue imprese statali hanno anche cambiato strategia. Oggi, da marzo 2016, secondo i dati ufficiali, la Cina detiene oltre 3,2 trilioni di dollari in riserve in valuta estera presso la Banca popolare cinese, e di cui si ritiene che circa il 60%, o quasi 2 trilioni di dollari, siano obbligazioni del Tesoro USA o quasi titoli di Stato come le obbligazioni ipotecarie Fannie Mae o Freddie Mac. Invece d’investire tutti i guadagni dei surplus commerciali nel debito pubblico sempre più gonfio e senza valore degli Stati Uniti, la Cina ha lanciato una strategia globale di acquisto di beni. Ora accade che nella lista della spesa delle risorse estere privilegiata da Pechino, vi “sia comprare” miniere d’oro in tutto il mondo. Nonostante un recente lieve aumento del prezzo dell’oro a gennaio, resta dopo 5 anni al ribasso e molte compagnie minerarie di qualità comprovata cercano liquidi e sono costrette a dichiarare fallimento. L’oro è veramente all’inizio della rinascita.
La bellezza dell’oro non sono solo le innumerevoli promesse che mantiene come copertura contro l’inflazione. E’ il più bello dei metalli preziosi. Il filosofo greco Platone, nella sua opera La Repubblica, individuò cinque tipi di regimi possibili: nobiltà, timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannia, quest’ultimo il più vile. Poi indica la nobiltà, o governo del re filosofo, avere “anima d’oro” essendo la più alta forma di governo, benevolo e dalla massima integrità. L’oro ha avuto un valore di per sé nel corso della storia del genere umano. Cina, Russia e altre nazioni dell’Eurasia oggi rimettono l’oro al giusto posto. Questo è molto buono.gold-bars-small-cropF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

PetroYuanDopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).
Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).
L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5). Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea. Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere. Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)
Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità. Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.1Note
1. “Rusia y China firman el histórico contrato multimillonario de suministro de gas“, Russia Today, 21 maggio 2014.
2. “Россия в декабре стала крупнейшим экспортером нефти в Китай“, TASS, 26 aprile 2016.
3. “China Overtakes Germany as Top Russian Oil Consumer“, Sputnik, 11 marzo 2016.
4. “China Confirms Readiness to Import 27Mln Tonnes of Russian Oil in 2016“, Sputnik, 31 marzo 2016.
5. “Gazprom Neft sells oil to China in renminbi rather than dollars“, Jack Farchy, Financial Times, 1 giugno 2015.
6. “Saudi Arabia having ‘a very difficult time selling oil’ as Russia and Iraq compete for trade“, The Independent, 29 marzo 2016.
7. “Gazprom secures €2bn loan from Bank of China“, Jack Farchy, Financial Times, 3 marzo 2016.
8. “Russia’s Yamal LNG gets round sanctions with $12 bln Chinese loan deal“, Reuters, 29 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La trasformazione economica dell’Eurasia con la Via della Seta

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/04/2016shanghai-gold-exchangeNegli ultimi mesi ho spesso scritto del potenziale strategico infrastrutturale asiatico ed eurasiatico del Grande Progetto Fascia e Via della Cina nel trasformare l’economia globale verso la positiva e durevole crescita economica. Appare sempre più chiaro che i pianificatori economici strategici di Pechino hanno lavorato sui dettagli specifici per utilizzare al meglio il nuovo progetto infrastrutturale ferroviario ad alta velocità che attraversa il vasto spazio dell’Eurasia, da Pechino alla Russia agli Stati dell’Unione economica eurasiatica come Kazakistan, Armenia, Bielorussia fino ad includere gli Stati dell’Europa orientale e centrale. Una serie di accordi tra imprese cinesi e Kazakistan suggerisce il boom economico in fase di progettazione.
Come scrissi nel post precedente, il progetto stradale Fascia e Via della Cina è attualmente è il maggiore progetto infrastrutturale economico reale nel mondo, e non riguarda solo ferrovie veloci dalla Cina all’Europa passando per la massa eurasiatica, accelerando il traffico delle merci. Si tratta di trasformare una delle regioni più dimenticate al mondo in un vibrante e crescente nuovo spazio economico, portando tecnologia e industria nelle regioni più arretrate dell’Asia centrale ma anche benedette dalle più ricche concentrazioni di minerali del mondo. Senza infrastrutture dei trasporti moderne, questi minerali e altre ricchezze rimarranno nel limbo. Per la Cina, la Cintura e Via, indicata anche come Nuova Via della Seta in riferimento alle antiche rotte commerciali terrestri e marittime eurasiatiche che collegavano la Cina all’Eurasia passando per Medio Oriente, Venezia ed Europa, fu avviata duemila anni fa dalla dinastia Han. A quel tempo, le rotte della Via della Seta andavano dalla Cina attraverso India, Asia Minore, Mesopotamia, Egitto, Africa, Grecia, Roma fino alla Gran Bretagna. La regione mesopotamica settentrionale, oggi Iran, fu il più stretto socio commerciale della Cina. La Cina, la cui civiltà era allora molto più avanzata di quella europea, inviò la carta in Europa, un’invenzione della Cina della dinastia Han. Inviò polvere da sparo, e sempre più seta, insieme alle ricche spezie d’Oriente. Ad oggi, il progetto economico Nuova Via della Seta comprende circa 60 Paesi dell’Asia centrale, Russia, Iran e Serbia ed Europa orientale. In precedenza commentavo i piani cinesi sui progetti ferroviari della Via della Seta per aumentare l’estrazione e l’esportazione dell’oro, storicamente il più bel metallo del mondo. All’epoca dell’imperatore romano Augusto, 27 aC – 14 dC, il commercio tra Cina e occidente era consolidato; la seta, le cui origini cinesi erano un segreto di stato, era il prodotto più ricercato in Egitto, Grecia e in particolare Roma. Più che la semplice distribuzione di merci da est a ovest e ritorno, la Via della Seta originale rese possibile un vasto scambio culturale tra i popoli su arte, religione, filosofia, tecnologia, lingua, scienza, architettura. Ogni aspetto della civiltà fu scambiato attraverso la Via della Seta insieme alle merci dei mercanti, da Paese a Paese.

La Strada di oggi
Il riferimento storico è importante per capire meglio come la dirigenza cinese tragga profondamente dal proprio patrimonio culturale la concezione della nuova Via della Seta, la Cintura e Via. Pochi, anche nella Cina di oggi si resero conto, durante una conferenza quest’anno a Pechino dove fui invitato a parlare sul significato del nuovo grande progetto infrastrutturale della Cina, della profonda importanza di questa iniziativa, non solo per l’economia della Cina. Alcuni esempi indicano come la trasformazione economica dell’Asia centrale con il progetto stradale Fascia e Via venga catalizzata già nei primi mesi. Nel maggio 2015 la Cina istituì un Fondo di investimento in oro dello Stato per creare un pool iniziale di 16 miliardi di dollari, facendone il maggiore fondo in oro fisico al mondo. Sosterrà i progetti auriferi lungo la Via della Seta economica. La Cina ha dichiarato che l’obiettivo è permettere ai Paesi eurasiatici lungo la Via della Seta di aumentare la copertura aurea delle proprie valute. I Paesi lungo la Via della Seta ospitano la maggior parte della popolazione mondiale con risorse naturali e umane da renderle del tutto indipendenti da qualsiasi cosa l’occidente offra. La Shanghai Gold Exchange della Cina ha formalmente istituito il “Fondo d’oro per la Via della Seta”. I due investitori principali del nuovo fondo sono le due maggiori società di estrazione dell’oro della Cina. Il fondo investirà in progetti auriferi lungo la ferrovia eurasiatica della Via della Seta, comprendente vaste regioni poco esplorate della Federazione Russa. La cooperazione sulle miniere d’oro della Cina si estende alla Russia, divenendo rapidamente il partner strategico più stretto della Cina. La China National Gold Group Corporation ha firmato un accordo con il gruppo aurifero russo Poljus Gold, il più grande gruppo aurifero della Russia, e uno dei primi dieci al mondo, per esplorare le risorse del più grande giacimento d’oro della Russia a Natalka, nell’estremo oriente di Magadan, nella regione di Kolyma. Anche se non è molto noto al di fuori del settore, la Cina è oggi il primo Paese al mondo per miniere d’oro, avendo superato la produzione sudafricana diversi anni fa. La Russia è la numero tre. Kazakistan e altri Paesi dell’Asia centrale, ora sulla Via della Seta, hanno grandi riserve d’oro non sfruttate che diventeranno un’economia con il collegamento infrastrutturale ferroviario.Shanghai-Lead-Image-IIIAnche il rame
La Cina mira anche ai vasti giacimenti di rame non sfruttati dei Paesi lungo la Via della Seta. Gli esperti minerari stimano che gli investimenti della Cina per l’approvvigionamento strategico di rame lungo la Via della Seta avverrà per decine o addirittura centinaia di miliardi. Nel 2014 la Cina fu il maggiore importatore di rame per l’industria, trascinandosi l’impressionante 40% delle importazioni di rame del mondo. Ora il Paese cerca chiaramente più garanzie, e l’Australia è un partner militare degli USA nell”Asia Pivot’ di Obama contro la Cina e le più economiche fonti lungo la Via della Seta. Kazakistan, il cui Presidente Nursultan Nazarbaev propose l’idea della nuova Via della Seta economica in un incontro del 2013 con Xi Jinping, è al centro degli accordi sul rame e i progetti comuni con la Cina. Il Kazakistan ha rame di alta qualità nelle regioni centro-orientali, come la famosa Copperbelt dell’Africa. Ed è anche tecnicamente facile sfruttarlo. La China Development Bank ha fornito 4,2 miliardi di credito alla KAZ Minerals, una delle principali società minerarie kazake. La regione orientale del Kazakistan confinante col nord del Kirghizistan ha numerose rocce di rame o porfido, stimate per miliardi di tonnellate. Questa cintura di porfido si estende alla Mongolia, nuova aderente alla Via della Seta della Cina. Recentemente la Mongolia ha confermato la scoperta di un’enorme giacimento di rame, a Oyu Tolgoi, per circa 6,5 miliardi di tonnellate di risorse. Altre prospettive sul rame della Via della Seta si trovano in Iran, Turchia se le cose si calmano e Serbia. Non solo lo sviluppo dei vasti giacimenti di oro e rame non sfruttati dell’Eurasia interessa le aziende cinesi. Il 17 dicembre, un gruppo di aziende cinesi visitando il Kazakistan firmava vari importanti accordi con il più grande produttore di uranio al mondo, la CGN Mining, società affiliata alla China General Nuclear Power Corporation, con una quota di minoranza sui giacimenti di uranio kazako; un accordo che prevede la costruzione di un impianto di produzione di combustibile nucleare. L’intera fornitura di combustibile alimenterà la crescente produzione di energia nucleare della Cina controbilanciando il carbone. Negli stessi colloqui in Kazakistan, la China CEFC Energy ha acquistato la quota del 51% della società controllata dalla compagnia petrolifera e gasifera dello Stato kazako KazMunayGaz, che gestisce raffinerie e stazioni di servizio, così come impianti di fertilizzanti in Europa. E la China National Chemical Engineering ha accettato di costruire un complesso chimico alimentato a gas in Kazakistan. Questo è solo il primo passo di ciò che alla fine sarà il mercato della più grande distesa di terra del mondo, l’Eurasia, con la maggioranza della popolazione mondiale, della manodopera istruita, degli scienziati e degli ingegneri di fama mondiale, e dal desiderio di costruire e non distruggere. E’ incoraggiante che tali iniziative pacifiche avanzino. Ed è dannatamente sicuro che sconfiggeranno l’agenda bellica di Washington e NATO.jf-777x437F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intesa Russia-Cina volge verso l’alleanza

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 marzo 2016dg54fphlSb6jzJq1pV9k0kj2hTLc3jzWPer più motivi, la visita a Beijing di questa settimana di Sergej Ivanov, capo del personale dell’ufficio esecutivo del Presidente della Repubblica, al Cremlino, non può passare inosservata. Ivanov viaggia raramente all’estero (data la natura del suo oneroso lavoro interno); la carriera nel KGB dove fu generale e la lunga collaborazione con il Presidente Vladimir Putin; il ruolo centrale nel processo decisionale e la stretta associazione con le politiche ‘Verso Est’ della Russia, rendono questo evento significativo. La visita di Ivanov era su invito di Li Zhanshu che dirige l’Ufficio generale del Comitato centrale del Partito comunista cinese e che lavora direttamente sotto la supervisione del Presidente Xi Jinping. Ivanov e Li hanno firmato un ‘Protocollo di cooperazione’ tra l’Ufficio esecutivo presidenziale del Cremlino e l’Ufficio generale del Comitato centrale del PCC. Non vi sono dettagli sull’accordo. (Sito web del Cremlino) Significativamente, la Russia è l’unico Paese con cui il Comitato centrale del PCC ha stipulato tale cooperazione ai vertici di leadership. E’ dubbio se tale legame tra la ‘fucina’ del Comitato Centrale del PCC e la ‘Sala verde’ del Cremlino sia mai esistito in epoca sovietica, quando entrambi i Paesi sposavano al socialismo. A dire il vero, Ivanov è stato accolto col tappeto rosso a Beijing. Il primo giorno della visita lo stesso Presidente Xi l’ha accolto ed ha avuto incontri anche con due aderenti al Politburo, Liu Qibao che dirige il Dipartimento di Propaganda del Comitato Centrale e, curiosamente, l’estremamente potente Wang Qishan (da molti considerato la seconda figura più potente del Politburo, dopo solo Xi), dalla reputazione favolosa di risolutore di crisi ed estrema competenza nel campo degli investimenti e del commercio esteri. Inoltre, Wang è la punta di diamante dell’eccezionale campagna anticorruzione di Xi. Quale aspetto della personalità politica di Wang sia rilevante per l’incontro con Ivanov non lo sapremo forse mai. (Sito web del Cremlino) In ogni caso, la competenza di Ivanov sui problemi della sicurezza nel contrastare le tecniche da guerra fredda della sovversione occidentale è considerevole. In realtà, il Cremlino ha una vasta esperienza nella gestione di tali situazioni dalla Guerra Fredda, istigate dai servizi segreti occidentali e che negli ultimi tempi sono sorte, con intrighi, in Cina dove un autore è spuntato improvvisamente su internet minacciando personalmente Xi se dovesse persistere nella campagna anticorruzione. (Guardian).
image_update_cbbdaee6d73a0a3c_1336404932_9j-4aaqsk All’interazione con i media a Pechino, Ivanov si è concentrato sulle questioni economiche, in particolare la cooperazione energetica tra Russia e Cina, ed ha espresso soddisfazione per l’aumento del volume degli scambi, i progressi dei negoziati relativi alla proposta del gasdotto siberiano occidentale per la Cina. (Sito web del Cremlino) Il Cremlino ha dato alta pubblicità al viaggio di Ivanov, sottolineandolo quale grande evento che di conseguenza merita attenzione. Nella riunione con Xi, Ivanov in realtà ha ringraziato personalmente il leader cinese per “l’aiuto nell’organizzare la visita“. (Sito web del Cremlino) Infatti, sotto ogni apparenza, qualcosa di grosso sembra costruirsi attorno la prossima visita di Putin in Cina, a giugno. Solo due settimane prima, il Ministro degli Esteri Wang Yi visitava Mosca. Beijing ha emesso una dichiarazione straordinaria sulla visita il cui unico scopo era evidenziare la fiducia nella partnership strategica sino-russa (qui). Ai colloqui a Mosca l’11 marzo, durante la visita di Wang, i due ministri degli Esteri hanno deciso di ampliare il coordinamento bilaterale sulla politica estera a livelli senza precedenti. Sembra che abbiano stilato un documento completo su cui avviare circa 50 consultazioni tra i Ministeri degli Esteri dei due Paesi nel prossimo futuro, a livello di viceministri degli Esteri e capi di dipartimenti. Chiaramente, Mosca e Beijing stringono il coordinamento intergovernativo sulle questioni globali.
A mio avviso, l’intesa sino-russa diverrà inesorabilmente un’alleanza. Naturalmente, la saggezza convenzionale è che né Russia, né Cina avessero mai desiderato tale alleanza. Ma poi, il ‘co-rapporto di forze’ (prendendo in prestito il concetto sovietico) nella situazione mondiale contemporanea spingerebbe Mosca e Beijing su questa direzione. Nel libro La Russia in Estremo Oriente: Nuove dinamiche in Asia-Pacifico e oltre, il co-autore Prof. Artjom Lukin dell’Università Federale dell’Estremo Oriente di Vladivostok (una voce influente nella politica ‘Verso Est’ della Russia) avrebbe menzionato che dal 2014 lo stesso Putin cerca un’alleanza sino-russa. In effetti, in quel periodo, nel 2014, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu (e il Viceministro della Difesa Anatolij Antonov) chiesero apertamente l’alleanza militare tra Russia e Cina per lottare contro terrorismo e rivoluzioni colorate. La grande domanda è se sia giunto il momento, infine, dell’idea nell’aria da quasi due anni.

Wang Qishan

Wang Qishan

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