La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono

Wayne Madsen SCF 23/07/2017Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile. Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell'”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto. Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”. È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense. Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono. La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:
– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
– dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.
L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”. In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.
Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA. La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari. Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che li Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”. L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.
Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali. Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama. Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”. Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti. Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.
Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e Xi sui colloqui russo-cinesi

Vladimir Putin e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping hanno fatto dichiarazioni per la stampa dopo i colloqui russo-cinesi
Kremlin, Mosca, 4 luglio 2017Presidente della Russia Vladimir Putin:
Signor Presidente Xi Jinping, onorevoli colleghi,
La visita ufficiale in Russia dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping è certamente l’evento centrale di quest’anno nelle relazioni tra i nostri Stati. Ieri il sig. Xi Jinping e io abbiamo avuto una riunione informale e scambiato apertamente opinioni sui temi più importanti della cooperazione bilaterale. Oggi abbiamo avuto colloqui intensi assieme a membri del governo e principali dirigenti di grandi aziende. Siamo giunti all’opinione comune che la partnership strategica russo-cinese ha acquisito dinamiche impressionanti in quasi tutte le aree. Vorrei sottolineare che gran parte del merito di ciò va al Signor Xi Jinping. Gli è stato assegnato l’Ordine di Sant’Andrea l’Apostolo in riconoscimento del contributo personale al consolidamento dell’amicizia tra i popoli di Russia e Cina. Come avete visto, sono lieto di presentare questo massimo premio di Stato della Federazione Russa al nostro amico al Cremlino oggi. Durante le nostre conversazioni, abbiamo esaminato un’intera gamma di questioni relative alle relazioni russo-cinesi e abbiamo raggiunto importanti accordi per l’ulteriore promozione dei rapporti bilaterali in diverse aree. Abbiamo avuto una discussione approfondita sulla cooperazione economica, sottolineando in particolare che il commercio continua a crescere quest’anno, come lo scorso anno. Nel 2016 gli scambi sono aumentati del 4%, a 66 miliardi di dollari, mentre nei quattro mesi di quest’anno sono aumentati di un sostanziale 37% o 24,5 miliardi di dollari. La nostra area prioritaria di cooperazione è l’energia. La Russia è un fornitore leader di petrolio della Cina. Nel 2016 la Russia ha esportato 27,3 milioni di tonnellate in base ai soli accordi intergovernativi. Le esportazioni totali, compresi i contratti commerciali, ammontano a 52,5 milioni di tonnellate. La costruzione del gasdotto Power of Siberia continua. Lasciatemi ricordare che questo gasdotto trasporterà 38 miliardi di metri cubi di gas in 30 anni. Come visto, i dirigenti di Gazprom e China National Petroleum Corporation hanno appena firmato un accordo supplementare sulle prime forniture di gas naturale nel dicembre 2019. I parametri della rotta occidentale vanno ancora concordati. La costruzione della centrale produttiva Jamal LNG è nella fase finale. L’interesse significativo del 29,9% di questo progetto appartiene ai nostri partner cinesi. Ad oggi l’impianto è completo al 90 per cento ed è previsto l’avvio a fine anno. Lasciatemi notare la riuscita costruzione della prima unità della centrale nucleare di Tianwan. Il prossimo anno, altre due unità diventeranno operative. Abbiamo accettato di continuare la stretta collaborazione nell’industria dell’energia nucleare. Oggi ci siamo particolarmente concentrati sulle industrie high-tech, in primo luogo l’esplorazione spaziale congiunta. Lavoriamo al prossimo programma spaziale, per il 2018-2022. I progetti congiunti riusciti nell’aviazione comprendono la progettazione di un nuovo velivolo a lungo raggio e di un elicottero pesante civile. Per quanto riguarda i trasporti, sviluppiamo un progetto ferroviario ad alta velocità tra Mosca e Kazan e discutiamo sulla localizzazione della produzione del materiale rotabile in Russia. Un altro progetto dei trasporti è la costruzione dell’autostrada dall’Europa occidentale alla Cina occidentale. La sezione russa sarà completata nel 2019. Vediamo un grande potenziale nell’uso congiunto della rotta del Mare del Nord e delle ferrovie Trans-Siberiana e Bajkal-Amur. Questo è in gran parte in sintonia con le iniziative dei nostri partner cinesi discusse all’ultimo forum internazionale “The Belt and Road” in Cina. L’iniziativa del leader cinese merita la massima attenzione e sarà sostenuta dalla Russia in ogni modo possibile.
Sono fiducioso su questi grandi progetti, che creeranno un commercio intenso, produzione moderna, posti di lavoro e rapido sviluppo delle regioni russe e cinesi. Ci siamo posti come compito sviluppare in modo attivo la sfera creditizia e finanziaria e la cooperazione in questo settore. L’anno scorso, a proposito, l’investimento diretto cumulato dalla Cina è aumentato del 12 per cento, a 2,3 miliardi di dollari. Abbiamo sostenuto l’accordo tra il Fondo d’investimento diretto russo e la Banca di sviluppo cinese per creare un fondo d’investimento congiunto da 65 miliardi di yuan. Abbiamo accettato di continuare le consultazioni sull’ampio uso delle nostre valute nazionali nelle transazioni e negli investimenti mutui. Sono sicuro che questo promuoverà l’apertura in Cina del primo ufficio estero della Banca Centrale della Federazione Russa. Vediamo opportunità significative nella cooperazione agricola. L’anno scorso, il volume delle esportazioni agricole russe è cresciuto del 17 per cento, a 1,6 miliardi di dollari. Inoltre, è stato deciso di aumentare le importazioni di grano russo. Attualmente viene stilato un documento sull’accesso ad altre colture sul mercato cinese. Abbiamo anche discusso la questione delle restrizioni da togliere all’importazione di carni e pollame russi in Cina. Abbiamo avuto uno scambio approfondito di opinioni sull’accesso all’attività dell’Unione economica eurasiatica con l’Iniziativa cinese sulla cintura economica della Via della Seta. Si tratta di una direzione altamente promettente, mettendo in comune l’impegno collettivo con la nostra idea di formare un partenariato eurasiatico. Altri temi importanti sono stati affrontati nei colloqui, in particolare i contatti umanitari. Abbiamo discusso altri piani in dettaglio durante l’incontro con il sig. Xi Jinping e con i rappresentanti delle comunità pubbliche, commerciali e mediatiche dei due Paesi. Abbiamo notato l’adozione riuscita del nuovo ambizioso progetto di scambi annuali tra media russi e cinesi. Il regolare forum sui media (Cina-Russia) doveva coincidere con la visita di Xi Jinping. Il risultato principale di questo forum è stato l’accordo sul lancio di Katjusha, il nostro terzo canale televisivo culturale ed educativo in Cina. Un accordo sulla produzione cinematografica è stato preparato per la firma. C’è anche una buona esperienza sulla produzione dell’animazione. Intendiamo rafforzare ulteriormente i nostri legami scientifici e di ricerca. Ad oggi, circa 25000 cittadini cinesi studiano in Russia e 17000 studenti russi studiano in Cina. Entro il 2020, gli scambi sull’istruzione dovrebbero raggiungere le 100000 persone. Da settembre, la prima università russo-cinese congiunta di Shenzhen, creata con l’assistenza dell’Università di Stato di Mosca e dell’Istituto di Tecnologia di Pechino, inizierà ad accettare i primi studenti. A lungo termine, l’università accoglierà 5000 studenti. Abbiamo anche notato una dinamica positiva nell’industria del turismo. I cittadini cinesi sono il maggiore gruppo turistico in Russia. Nel 2016, il numero è aumentato al 30 per cento, o 1,28 milioni di persone. La Cina è diventata la seconda destinazione più popolare dei turisti russi, indicando anche la notevole crescita del 30%.
Naturalmente, nei confronti delle questioni politiche internazionali è stata prestata particolare attenzione. Russia e Cina interagiscono attivamente nell’arena internazionale. Abbiamo concordato con il Sig. Xi Jinping di rafforzare la cooperazione in vari formati multilaterali, in particolare presso ONU, SCO e G20, riflettendosi nella nostra dichiarazione congiunta. Tra due giorni, insieme al Presidente cinese Xi Jinping, prenderemo parte al vertice del G20 ad Amburgo. Come tradizione avremo anche il vertice dei leader BRICS. Come sapete, quest’anno la Cina ha la presidenza dell’associazione ed ospiterà il summit ufficiale a Xiamen a settembre. Le nostre priorità nella politica estera comune comprende la risoluzione completa della questione della penisola coreana al fine di garantire pace e stabilità nell’Asia nordorientale. Abbiamo accettato di promuovere attivamente la nostra iniziativa comune basata sul piano proposto dalla Russia per la sistemazione coreana e le iniziative cinesi per il congelamento parallelo delle attività missilistiche e nucleari della RPDC e delle manovre militari su larga scala di Stati Uniti e Repubblica Di Corea. Abbiamo scambiato opinioni sulla crisi siriana e su altre questioni in sospeso. Abbiamo discusso sulle prospettive dell’attuazione degli accordi sul programma nucleare iraniano. Riassumendo, Russia e Cina hanno opinioni molto vicine o identiche sulle principali questioni internazionali. Intendiamo continuare a sviluppare il nostro coordinamento in politica estera.
In generale, i colloqui di oggi svilupperanno ulteriormente le relazioni veramente amichevoli tra Russia e Cina. Vorrei ringraziare ancora una volta i nostri amici cinesi per il dialogo aperto e utile. Vorrei anche esprimere la mia gratitudine al nostro amico, il Presidente Xi Jinping.
Grazie per l’attenzione.Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping:
Signor Presidente Putin, colleghi russi, rappresentanti dei media, buon pomeriggio. Sono molto contento di incontrarmi con il mio buon amico Presidente Putin. Questa è la mia sesta visita in Russia dall’assunzione della carica di Presidente della Cina nel marzo 2013. Abbiamo appena avuto il nostro terzo incontro quest’anno con il Presidente Putin, abbiamo scambiato opinioni sulle relazioni bilaterali e una serie di importanti questioni internazionali e regionali, e abbiamo raggiunto ampi accordi. È un grande onore per me aver ricevuto l’Ordine di Sant’Andrea, che conservo e considero simbolo dei vostri profondi sentimenti di amicizia per la nazione cinese. Oggi abbiamo firmato e pubblicato la dichiarazione congiunta di Repubblica popolare cinese e Federazione russa sull’estesa espansione del partenariato globale e della cooperazione strategica, nonché la dichiarazione congiunta sullo stato attuale degli affari globali e su importanti questioni internazionali, e abbiamo approvato il piano d’azione per attuare le disposizioni del trattato su buon vicinato, amicizia e cooperazione per il 2017-2020. I nostri Ministri degli Esteri hanno firmato dichiarazioni congiunte dei ministeri dei due Paesi sulla questione della penisola coreana. Dipartimenti ed enti commerciali corrispondenti hanno firmato numerosi accordi di cooperazione. Possiamo dire che questa visita è stata produttiva e ha dato nuovo impulso allo sviluppo del partenariato globale e della cooperazione strategica cinese-russa. Il Signor Putin e io condividiamo l’opinione che oggi le relazioni cinesi-russe siano le migliori mai avutesi. Qualunque siano i cambiamenti nella situazione internazionale, le nostre determinazione e fiducia nello sviluppo e approfondimento del nostro partenariato strategico restano incessanti. Continueremo a vedere le nostre relazioni bilaterali come priorità della nostra politica estera e ci sosterremmo reciprocamente su questioni relative agli interessi vitali dei nostri Paesi, promuoviamo attivamente la cooperazione pluridecennale delle nostre relazioni, che si sviluppano ad alti livelli, facendone il motore dello sviluppo e della ripresa dei nostri Paesi e pietra angolare per preservare pace e stabilità globali.
Siamo lieti di notare che quest’anno, gli sforzi congiunti nella nostra ampia collaborazione hanno portato a una forte crescita. Nei primi cinque mesi di quest’anno, il commercio reciproco ha raggiunto i 32,4 miliardi di dollari, in crescita del 26,1 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La Cina rimane il principale partner commerciale della Russia. I nostri parametri commerciali sono in continuo miglioramento. Si compiono progressi in numerosi progetti strategici tra cui energia, investimenti, spazio, aviazione e infrastrutture dei trasporti. Sviluppiamo il nostro coordinamento nell’iniziativa One Belt, One Road e nell’UEE, e promuoviamo sviluppo e prosperità del continente eurasiatico. Tutti questi risultati straordinari hanno avvantaggiato il nostro sviluppo economico e contribuito a rilanciare l’economia globale nel complesso. Anche i nostri contatti umanitari si sono sviluppati rapidamente negli ultimi anni. Ad esempio, attuiamo manifestazioni nel quadro dei nostri anni di scambio nazionali, scambi linguistici, scambi nel turismo e anche scambi tra i giovani. Quest’anno abbiamo attuato con successo l’anno dei nostri mass media. I mutui viaggi sono divenuti più intensi e più comodi. Il numero di persone che studiano e visitano l’altro, come i turisti, è aumentato in modo significativo. La nostra università congiunta di Shenzhen riconoscerà i suoi primi candidati quest’anno. Questo anno è il 20ennale del Comitato di Amicizia, Pace e Sviluppo Cina-Russia e il 60esimo della creazione dell’Associazione di Amicizia Cina-Russia. Ho fiducia nelle parti che faranno tutto il possibile per rafforzare la base pubblica e popolare delle relazioni cinesi-russe.
Il Presidente Putin e io, siamo fermamente d’accordo sul fatto che il mondo attuale è inquieto, i conflitti locali e le guerre compaiono ininterrottamente. Come detto, le questioni come la penisola coreana e la Siria rimangono complicate. Siamo decisi a rafforzare coordinamento e cooperazione con la Russia negli affari internazionali insieme alla comunità internazionale, aumentare gli sforzi per ottimizzare il sistema di governance globale per mantenere l’equilibrio strategico e la stabilità in tutto il mondo, sconfiggendo congiuntamente minacce globali e sfide come il terrorismo, lavorando insieme per incoraggiare il processo di risoluzione dei conflitti nei focolai attraverso mezzi politici e formando un nuovo tipo di relazioni interstatali basate su cooperazione e mutuo vantaggio. Il Presidente Putin e io parteciperemo al vertice dei G20 ad Amburgo. Cina e Russia, da economie leader mondiali, favoriscono un’economia globale più aperta. Ci coordineremo e collaboreremo nell’ambito dei G20 al fine di promuovere la crescita economica globale. Il Presidente Putin e io siamo pronti a mantenere stretti contatti ed utilizzare strategicamente il ruolo di governo dei nostri contatti nello sviluppo delle relazioni cinesi-russe. Invito il Presidente Putin a visitare la Cina a settembre per il vertice BRICS, continuando i nostri contatti amichevoli e profondi.
Grazie per l’attenzione.

Dichiarazione congiunta dei Ministri degli Esteri russo e cinese sui problemi della penisola coreana
MID 04-07-2017Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese sono i vicini della penisola coreana, per cui lo sviluppo della situazione nella regione riguarda gli interessi nazionali di entrambi i Paesi. Russia e Cina coordineranno strettamente i rispettivi sforzi per promuovere una soluzione complessa ai problemi della penisola coreana, compresa la questione nucleare, al fine di raggiungere pace e stabilità duraturi nel nord-est asiatico. Nello spirito della cooperazione strategica, i Ministri degli Esteri di Russia e Cina (di seguito “parti”) dichiarano quanto segue:
1. Le parti sono seriamente preoccupate dalla dichiarazione del 4 luglio 2017 della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK) relativa al lancio di missili balistici e considera tali affermazioni inaccettabili e in disarmonia con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
2. Le Parti esprimono serie preoccupazioni sullo sviluppo della situazione nella penisola coreana e vicino ad essa. L’aumento della tensione politica e militare nella regione, la piena eruzione di un conflitto armato, richiedono alla comunità internazionale di adottare misure collettive per risolvere in modo pacifico la situazione attraverso dialogo e consultazioni. Le parti si oppongono a qualsiasi dichiarazione o mosse che possano aumentare la tensione o aggravare le contraddizioni, e sollecitano tutti i Paesi interessati a mantenere la calma, rinunciare a provocazioni o retoriche bellicose, dimostrare disponibilità al dialogo senza prerequisiti e collaborare attivamente per placare la tensione.
3. Le Parti avanzano un’iniziativa congiunta basata sulle idee proposte dai cinesi sul “doppio congelamento” (attività missilistica e nucleare da parte della RPDC e esercitazioni congiunte su larga scala da parte di Stati Uniti e Repubblica di Corea), “Avanzamento parallelo” verso la denuclearizzazione della penisola coreana, creazione di meccanismi di pace nella penisola e graduale piano di sistemazione coreana proposto dalla Russia.
Le Parti propongono quanto segue:
La RPDC, tramite una decisione politica volontaria, annuncia una moratoria sulla sperimentazione di dispositivi esplosivi nucleari e test missilistici balistici, e Stati Uniti e Repubblica di Corea dovrebbero quindi astenersi da esercitazioni congiunte su larga scala. Contemporaneamente, le parti in conflitto iniziano i colloqui e affermano i principi comuni delle loro relazioni, tra cui non uso della forza, rinuncia all’aggressione, convivenza pacifica e determinazione a fare tutto il possibile per denuclearizzare la penisola coreana promuovendo una risoluzione complessa su tutti i problemi, inclusa la questione nucleare. Nel processo negoziale, tutte le parti interessate spingono a un formato adatto per la creazione nella penisola e nell’Asia nordorientale di un meccanismo di pace e sicurezza, di conseguenza normalizzando le relazioni tra i Paesi interessati. Le parti invitano la comunità internazionale a sostenere la summenzionata iniziativa aprendo una via autentica alla risoluzione dei problemi nella penisola coreana.
4. Le parti sono decisamente impegnate verso il regime internazionale di non proliferazione e sono fermamente dedite alla denuclearizzazione della penisola coreana e a una completa attuazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le Parti intendono, congiuntamente con altre parti interessate, continuare ad impegnarsi a facilitare l’eliminazione equilibrata delle preoccupazioni esistenti attraverso dialogo e consultazioni. Le parti confermano che le preoccupazioni giustificate della RPDC vanno rispettate. Altri Stati devono compiere sforzi per riprendere i colloqui e creare congiuntamente un’atmosfera di pace e mutua fiducia. Le Parti invitano tutte le parti interessate a rispettare gli impegni formulati dalla dichiarazione congiunta del 19 settembre 2005 e a rilanciare il più rapidamente possibile il dialogo sulla risoluzione completa dei problemi della penisola coreana. Occorre escludere qualsiasi possibilità di utilizzare mezzi militari per risolvere i problemi della penisola coreana.
5. Le Parti esprimono sostegno a Nord e Sud della Penisola Coreana nel condurre dialogo e consultazioni, mostrare mutua benevolenza, migliorare le relazioni, cooperare su una sistemazione pacifica e svolgere un ruolo determinante nella dissoluzione della situazione nella penisola coreana e risolvere i propri problemi in modo corretto.
6. Le Parti confermano di prestare sufficiente attenzione al mantenimento di equilibrio e stabilità internazionali e regionali e sottolineano che le relazioni di alleanza tra Stati distinti non dovrebbero infliggere danni agli interessi di terzi. Sono contro qualsiasi presenza militare di forze extraregionali nell’Asia nordorientale e loro accumulazione con il pretesto di contrastare i programmi missilistici e nucleari della RPDC. Le parti confermano che la diffusione dei sistemi antimissile THAAD nell’Asia nordorientale provoca gravi danni agli interessi strategici e di sicurezza degli Stati regionali, tra cui Russia e Cina, e non aiuta a raggiungere gli obiettivi della denuclearizzazione della penisola coreana, né a garantire pace e stabilità nella regione. Russia e Cina si oppongono alla diffusione di tali sistemi, invitano i Paesi interessati a fermare e annullare immediatamente il processo di schieramento e ad accettare le misure necessarie per proteggere gli interessi alla sicurezza dei due Paesi e a garantire un equilibrio strategico regionale.

Questa dichiarazione è stata firmata il 4 luglio 2017 a Mosca.
Per il Ministero degli Affari Esteri della Federazione russa
Per il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica popolare cineseTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito fascista russo

OrientalistI termini “Harbin russa” e “russi di Harbin” si riferiscono a diverse generazioni di russi che vissero ad Harbin, fulcro della principale ferrovia orientale cinese (KVZhD) dal 1898 al 1960. I primi russi di Harbin erano per lo più operai e impiegati della KVZhD che si trasferirono a Harbin per lavorare nella ferrovia. Harbin (Sungari, la prima stazione) in realtà fu costruita dai primi coloni, che si portarono mobili ed effetti personali dalla Russia. Dopo la guerra russo-giapponese molti lasciarono la Manciuria, ma chi viveva ad Harbin da tempo decise di restare. Nel 1913 Harbin era in realtà una colonia russa addetta a costruzione e riparazione della KVZhD. La popolazione era di 68549 persone, in gran parte russi e cinesi. Il censimento registrava la presenza di cittadini di 53 Paesi. Oltre a russo e cinese si parlavano altre 45 lingue. Solo l’11,5% dei residenti era nato ad Harbin. In conseguenza della rivoluzione e della guerra civile, circa 100-200000 emigrati si stabilirono ad Harbin. Erano soldati e ufficiali del movimento bianco, quadri e dipendenti dei governi della Siberia e dell’Estremo Oriente, intellettuali e gente comune. La popolazione russa di Harbin era la più grande al di fuori della Russia. L’8 settembre 1920 la Repubblica di Cina annunciò che non riconosceva più le legazioni russe in Cina, e il 23 settembre ruppe le relazioni con l’impero russo rifiutandosi di riconoscere i diritti extraterritoriali dei suoi cittadini. Così all’improvviso i cittadini russi in Cina divennero apolidi. Dopo di che, il governo cinese occupò le istituzioni di Harbin come tribunali, polizia, carcere, ufficio postale ed istituzioni scolastiche e di ricerca. Nel 1924 Pechino firmò l’accordo tra Cina e Unione Sovietica che decise lo status giuridico della KVZhD. In particolare, fu permesso di lavorarvi ai soli cittadini sovietici e cinesi. Così, la maggior parte dei russi di Harbin, per non perdere il lavoro, accettò la cittadinanza sovietica associata ad una precisa identità politica. Molti russi di Harbin lo fecero anche per motivi patriottici. Altri rimasero apolidi e senza lavoro. A poco a poco, la questione della cittadinanza ed identità politica divise la popolazione russa di Harbin, portando a una forte presenza sovietica. Nel 1924-1962 Harbin ospitò il Consolato Generale dell’URSS. Nel periodo del Manchukuo, il Console Generale dell’Unione Sovietica fino al 1937 fu Mikhail Slavutskij.
Negli anni ’30, il Giappone occupò la Manciuria e impose lo Stato fantoccio del Manchukuo. Nel 1935 l’Unione Sovietica vendette la sua quota della KVZhD a tale Stato. Nella primavera-estate del 1935 migliaia di russi di Harbin, cittadini sovietici. rientrarono con le loro proprietà nell’URSS. Buona parte fu arrestata immediatamente o successivamente con l’accusa di spionaggio e attività controrivoluzionarie, in particolare, secondo l’ordine 00593 del NKVD del 20 settembre 1937. Molti russi di Harbin inizialmente reagirono positivamente all’occupazione giapponese, nella speranza che il Giappone li aiutasse nella lotta all’influenza sovietica in Cina, che cercava di ripristinare la sovranità su Harbin. Tuttavia, molti di loro lasciarono Harbin per altre città cinesi, come Shanghai, Pechino, Tianjin e Qingdao. Nel 1945, dopo che l’Esercito sovietico entrò ad Harbin, tutti coloro identificati come membri del movimento bianco e collaborazionisti delle truppe di occupazione giapponesi, finirono nei Gulag.
Negli anni ’20 e ’30 la “peste fascista” non risparmiò i russi, in particolare gli emigranti. I fascisti nella comunità russa rimasero al potere dai primi anni ’20 al 1943; tempi d’oro in cui vi erano più di 30000 membri, e le unità militari, che ne contavano circa 5000, causarono gravi difficoltà alle unità dell’Armata Rossa che coprivano il confine dell’Estremo Oriente dell’URSS. L’uomo che guidò i fascisti russi di Harbin e si propose di lottare contro i sovietici, organizzò varie azioni, anche criminali. Fino a poco tempo fa era noto a pochissimi. Kostantin Rodzaevskij, nato a Blagoveshensk l’11 agosto 1907. La famiglia Rodzaevskij apparteneva alla piccola e fragile borghesia siberiana, completamente rovinata dalla rivoluzione. Durante la guerra civile, i bianchi e i rossi si scontrarono continuamente a Blagoveshensk, ma la famiglia del notaio riuscì a superare in silenzio i tempi difficili. Forse Rodzaevskij sarebbe cresciuto nel sistema socialista, se nel 1925 non fosse fuggito in Manciuria. Nel 1945 scrisse a Stalin che la causa della fuga fu il risentimento per il fatto che in patria non poté entrare all’università, nonostante l’appartenenza alla Lega della Gioventù Comunista. Ma due anni prima della lettera, intelligence giapponese sospettò che la fuga di Rodzaevskij fosse un’infiltrazione dell’OGPU. Comunque, le circostanze della fuga attraverso l’Amur rimangono sconosciute. Si sa solo che la madre si recò ad Harbin per convincere il figlio a tornare nel 1926, ma non ci riuscì.
Il 26 maggio 1931 ad Harbin fu aperto il primo congresso dei fascisti russi, che annunciò la creazione del Partito Fascista russo (PFR). Il suo presidente fu un ex-generale ed organizzatore di attività sovversive sul territorio dell’URSS, Vladimir Kosmin. Ma guidò il partito nominalmente. Le redini del potere erano nelle mani del comitato centrale, guidato dagli stessi giovani che stilarono il deprecato programma del PFR, scritto da Rodzaevskij ad aprile, in cui profetizzava la morte imminente del regime sovietico affermando, “i governanti del Cremlino si isolano dalla gente comune che geme con la collettivizzazione forzata. Arriverà il grande risveglio nazionale che inevitabilmente diverrà una rivoluzione nazionale anticomunista e anticapitalista“. Sottolineando la natura nazionale del fascismo, gli ideologi del PFR cercarono nella storia russa dei predecessori. Il principe moscovita Ivan Kalita fu salutato come il fondatore della tradizione fascista russa, così come del centro religioso di Mosca; l’ex-generale della gendarmeria A. Spiridovich sostenne che l’idea di Mussolini sui sindacati controllati dallo Stato fu formulata già nel 1901 del capo della polizia di Mosca Sergej Zubatov. La Russia fascista, secondo Rodzaevskij. sarebbe salita a benessere ed equità sociale inediti con benefici per i Paesi vicini (Finlandia, Lettonia, Polonia, Romania, Bulgaria, Persia, Afghanistan e Mongolia), che si sarebbe impegna a comporre per creare un grande impero eurasiatico. Il programma del PFR era completamente permeato di antisemitismo. I nazisti di Harbin chiamavano l’OGPU “nido sionista”, e Stalin, difficilmente sospettabile di giudeofilia, “concubino di capitalisti americani ed ebrei”.
Il 18 febbraio 1932, i collaborazionisti cinesi su ordine del Kwangtung in Manciuria dichiararono la secessione dal governo di Nanchino di Chang Kaishek, e dichiararono ufficialmente lo Stato indipendente del Manchukuo. Per dare una parvenza di legittimità a tale atto, i giapponesi recuperarono una reliquia politica, l’ultimo imperatore cinese Xuan-tun, noto anche come Henry Pu Yi. Tuttavia, i giapponesi avevano piani anche per i fascisti russi. La “Tokumu-kikan” o “società veicolo” del dipartimento d’intelligence dello Stato maggiore generale giapponese era utilizzata per spionaggio e sabotaggio nell’URSS. La “Kempeitai” o polizia militare, alle dipendenze del comandante dell’Armata del Kwantung, li riteneva invece una mera banda di delinquenti. Di conseguenza, alcuni “camerati”, invece di essere preda del delirio rivoluzionario nazionale, s’immischiarono in traffico di droga, prostituzione ed estorsione. Nel settembre 1936, Rodzaevskij si rivolse al maggiore Suzuki della “Tokumu-kikan” e propose la creazione di un’unità di combattimento del PFR, che i giapponesi dovevano addestrare ed equipaggiare per svolgere propaganda e sabotaggio nella Siberia orientale. Nelle aree delle operazioni dovevano creare una rete clandestina fascista. A fine ottobre, Suzuki e Rodzaevskij reclutarono decine di “camerati”, che rapidamente appresero le competenze di base nel tiro, uso di radio e lavoro clandestino. Ai primi di novembre, il distaccamento fu diviso in diversi gruppi che dovevano organizzare disordini nel territorio sovietico per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Un gruppo attraversò l’Amur a nuoto verso Blagoveshensk, e lungo le rive del Zeya tagliò fili del telegrafo e attaccò operai sovietici. Un altro completò la missione penetrando nella regione del Bajkal, in prossimità della stazione di confine dove finiva la ferrovia Nord della Manciuria e iniziava un ramo della Transiberiana. Sei terroristi del PFR marciarono lungo i binari per 400 chilometri fino a Chita. Il 7 novembre, s’infiltrarono tra i manifestanti e improvvisamente gettarono sulla folla volantini che denunciavano i crimini di Stalin. Fu arrestato chi raccolse i volantini, ma i sabotatori riuscirono a scappare. Tuttavia, inaspettatamente l’atteggiamento su Rodzaevskij dei capi giapponesi cominciò a cambiare in peggio.
I dubbi su Rodzaevskij furono ispirati dagli eventi in Germania, dove la Gestapo arrestò Boris Tedli e alcuni altri membri del PFR quali spie sovietiche. Le autorità giapponesi temevano agenti sovietici mascherati da fascisti o nazisti. Poco più di un anno prima, il giornalista tedesco Richard Sorge fu scoperto essere un ufficiale dell’intelligence sovietica. Sfruttando una confusa documentazione d’impeccabile nazista e sofisticato europeo, Sorge per diversi anni sfruttò con successo i suoi numerosi contatti giapponesi. Nel maggio 1943, Rodzaevskij fu arrestato dalla “Kempeitai” e sottoposto a gravi interrogatori. Furono anche arrestati Nikolaj Kipkaev (ex-rappresentante del PFR a Tokyo) e Gennadij Taradanov (capo del ramo di Shanghai del PFR e autore de “L’ABC del fascismo“). Tutti poterono scagionarsi e un mese dopo furono rilasciati. Mentre le vittorie sovietiche si moltiplicavano, come le sconfitte dei giapponesi nell’Oceano Pacifico, l’Armata del Kwangtung iniziò puntualmente a rispettare il patto del 1941 sulla neutralità. Volendo a tutti i costi evitare tensioni con Mosca, l’Armata del Kwangtung nell’estate del 1943 intraprese un’azione decisiva contro le organizzazioni antisovietiche. La prima vittima della nuova politica fu il PFR, la cui fine fu improvvisa. Il 1° luglio la missione militare di Harbin me annunciò l’eliminazione degli uffici in Manchukuo, Giappone e Cina. Lo stesso giorno furono chiusi i giornali “La nostra via” e “Nazione“. Inoltre furono proibiti riunioni, uniformi, canzoni ed emblemi del PFR. Una volta che si capì che il Manchukuo sarebbe stato occupato dalle truppe sovietiche, gli emigrati cominciarono a pensare sul da farsi. I pessimisti sostennero che, avendo ottenuto un grande vittoria sulla Germania, Stalin non si sarebbe vendicato degli ex-compatrioti. Queste speranze furono sostenute dal consolato sovietico di Harbin, che in ogni occasione dichiarò che non vi erano sovietici ed emigrati, ma solo il popolo russo. L’Armata Rossa avrebbe liberato i fratelli russi dal giogo giapponese e accolto con favore il loro ritorno in patria. L’esca fu tirata, ma Rodzaevskij non seguì l’esempio dell’Ataman Semjonov e di altre figure di spicco del movimento bianco, che stoicamente aspettarono l’arrivo degli agenti di sicurezza. Fuggì dal Manchukuo il 17 agosto 1945, il giorno in cui l’Armata del Kwangtung ricevette da Tokyo l’ordine del cessate il fuoco, e i sovietici liberavano Xinjing e Mukden. Arrestato a Tianjin, scrisse due lettere, al comandante del Fronte di Trans-Bajkal Maresciallo Rodjon Malinovskij, e l’altra a Stalin. Rodzaevskij descrisse la sua svolta spirituale, riconoscendo la continuità di base della storia russa. Il suo più grande errore fu l’incomprensione che l’Unione Sovietica, infatti, si evolva in direzione fascista. “Lo Stalinismo, scrisse Rodzaevskij, è solo ciò che erroneamente chiamammo fascismo russo, il nostro fascismo russo purificato da estremismi, illusioni e delusioni”.
Le lettere a Malinovskij e Stalin arrivarono all’ambasciata sovietica di Pechino, nelle mani dell’addetto Ivan Timofeevich Patrikeev, che immediatamente invitò il “duce” per un incontro personale. A Patrikeev Rodzaevskij fece una buona impressione. Assicurò che l’ex-“duce” era necessario alla patria. La Russia si trovava ad affrontare nuove e ancora più gravi prove. Gli ex-alleati, inglesi e statunitensi, vogliono approfittare delle perdite umane e della devastazione economica covando piani imperialisti. Rodzaevskij aveva informazioni utili al popolo, agendo da giornalista-agitatore. Su dove inviarlo, Patrikeev fu evasivo: Khabarovsk o Vladivostok “per rivedere il contratto con i giornali sovietici“. Per ambientarsi, sarebbe stato inviato in qualche giornale o alla radio della regione del Paese che desiderasse. Tuttavia, una volta decollato da Changchun, invece di atterrare a Vladivostok, arrivò a Chita, e da lì Rodzaevskij finì a Mosca, dove fu incarcerato assieme al suo nemico implacabile l’Ataman Semjonov, che fu catturato da un distaccamento di paracadutisti dello Smersh il 19 agosto, nella casa di Dairen. Si dice che prima dell’arresto, l’NKVD preparò pasti sontuosi dove brindò alla vittoria russa sulla Germania, dicendo che se aveva malgiudicato Stalin, non si considerava colpevole. Il 26 agosto 1946, il Colonnello-Generale del Collegio militare di giustizia Vasilij Ulrich aprì la sessione della Corte Suprema dell’URSS. Semjonov, protagonista del processo, testimoniò per primo e non nascose il fatto che con il comando dell’Armata del Kwantung voleva occupare la parte asiatica della Russia sovietica. Tuttavia, alla fine del discorso, con l’Ataman, ancora una volta espresse gioia per la vittoria sovietica sulla Germania. Semjonov, “in quanto peggior nemico del popolo sovietico” fu condannato a morte per impiccagione, Rodzaevskij alla fucilazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul conflitto geo-economico saudita-qatariota

Alessandro Lattanzio, 24/6/2017Le richieste dell’Arabia Saudita al Qatar sono le seguenti:
1. Rompere i rapporti con l’Iran.
2. Chiudere la base militare turca e porre fine alla cooperazione militare con la Turchia.
3. Chiudere al-Jazeera.
4. Non finanziare più media come Arabi21, Rassd, Araby al-Jadid e Middle East Eye.
5. Fermare i finanziamenti a individui, gruppi o organizzazioni designati terroristi da Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrayn e Stati Uniti.
6. Rompere i legami con Hezbollah, al-Qaida e SIIL.
7. Estradare i terroristi provenienti da Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn, bloccarne i finanziamenti e fornirne informazioni e dati.
8. Non interferire negli affari interni e non concedere la cittadinanza a cittadini ricercati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrayn. Annullare la cittadinanza già concessa a questi ex-cittadini ricercati.
9. Sospendere ed informare sul sostegno agli oppositori politici in Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn.
10. Risarcire i Paesi interessati da tali attività.
11. Allinearsi agli altri Paesi del Golfo militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, secondo l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita nel 2014.
12. Sottoporsi a una supervisione mensile nel primo anno, e per i seguenti 10 anni essere monitorato annualmente per attestare la conformità alle suddette richieste.
13. Decidere sull’attuazione delle richieste entro 10 giorni (entro il 3 luglio 2017).Arabia Saudita ed alleati hanno stilato questo ultimatum per il Qatar, in cambio della fine dell’embargo commerciale e diplomatico imposto al Paese. Il Qatar si è rivolto a Turchia e Iran per l’importazione di derrate alimentari. La politica statunitense verso il Qatar invece è segnata dalla confusione, con il dipartimento di Stato degli USA, allarmato sul destino della base aerea statunitense al-Udayd nel Qatar, che chiede ai sauditi di specificare le azioni che il Qatar deve adottare per la revoca dell’embargo, avvertendo che tali richieste devono essere “ragionevoli e attuabili“. Invece il ministro della Difesa della Turchia respingeva la pretesa che Doha rescinda i rapporti militari con Ankara.
Il Qatar, grande produttore di gas, ha notevoli riserve finanziarie ed energetiche che sicuramente attraggono l’interesse di Ryadh, soprattutto del prossimo monarca Muhamad al-Salman, figlio di re Salman, che prevede ampi investimenti volti a creare un’economia ‘non-petrolifera’ per l’Arabia Saudita.
In effetti, l’Arabia Saudita è sempre più in gravi difficoltà economiche, riflesso dell’impegno, gravoso e perdente, assunto dal clan dei Saud verso Siria, Iraq e Yemen, finanziando le varie organizzazioni terroristiche che affliggono questi Paesi, ma che oggi vengono sconfitte sul campo ed eliminate dal quadro politico regionale. Un impegno quindi gravoso ed inutile. A ciò va aggiunta la battaglia sul prezzo del petrolio che si è dimostrata semplicemente suicida, volta soprattutto a danneggiare la produzione di petrolio bituminoso nordamericano, con il risultato di aiutare l’ascesa di Trump negli USA, dato che l’ex-presidente Obama aveva puntato sullo Shale Oil per rilanciare in parte l’economia statunitense. Vera ragione del freddo registratosi tra Washington e Ryadh nell’ultima fase della presidenza Obama.
Con l’ascesa di Trump, si è accesa una battaglia intestina nel clan dei Saud, tra chi ha mostrato una tendenza a conciliarsi con la Russia e soprattutto la Cina, nella stabilizzazione dei prezzi del petrolio e della relativa gestione dei flussi, forse pensando a uno sganciamento dal rapporto simbiotico tra petrolio saudita e dollaro statunitense; e chi invece vuole perpetuare e rafforzare tale simbiosi, con un’amministrazione Trump più favorevole al progetto che non quella Obama. Non è un caso che il neo-principe ereditario saudita sia molto vicino agli ambienti imprenditoriali statunitensi, e che forse ne sia perfino un agente, il cui compito immediato è sventare l’adesione della regione del Golfo Persico all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese, creando tensioni e minacce con chi appare propenso ad aderire all’iniziativa cinese, come l’Iran soprattutto. In effetti, Teheran sarebbe la testa di ponte che permetterebbe allo Yuan/Renbimbi cinese di approdare nel mercato petrolifero mondiale quale altra valuta di scambio mondiale di risorse energetiche. E difatti il 14 aprile 2015, il Qatar apriva il primo centro di cambio in yuan del Medio Oriente, per sostenere commercio e investimenti tra Cina e Golfo Persico. “Il lancio del primo centro di compensazione in renminbi a Doha crea la piattaforma necessaria per realizzare il pieno potenziale del Qatar e dei rapporti commerciali della regione con la Cina“, dichiarava il governatore della banca centrale del Qatar Abdullah bin Saud al-Thani. “Faciliterà maggiori investimenti e finanziamenti in renminbi e promuoverà maggiori legami commerciali ed economici tra la Cina e la regione, aprendo la strada a una migliore cooperazione finanziaria e rafforzando la preminenza del Qatar a centro finanziario di Medio Oriente e Nord Africa“. La Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) di Doha è la banca operativa presso l centro di cambio, al servizio di aziende del Medio Oriente. Il centro “migliorerà le transazioni tra le imprese della regione e della Cina, consentendogli di risolvere direttamente il commercio in renminbi, attirando maggiori scambi in Qatar e rafforzando la collaborazione bilaterale ed economica tra Qatar e Cina”, dichiarava il presidente dell’ICBC Jiang Jianqing. Le importazioni del Golfo dalla Cina sono in rapida crescita, e le banche commerciali avrebbero utilizzato il centro di cambio di Doha, piuttosto che quelli di Shanghai o Hong Kong. Il commercio tra Cina e Qatar triplicò nel 2008-2013, arrivando a circa 11,5 miliardi di dollari. Anche il Consiglio economico di Dubai, organo consultivo del governo degli EAU, suggeriva di sviluppare un centro di compensazione regionale per le operazioni in yuan. Nel novembre 2014 le banche centrali cinese e qatariota firmarono un contratto di scambio di 35 miliardi di yuan (5,6 miliardi di dollari), pari a un contratto simile stipulato tra Cina e EAU nel 2012. Inoltre, Banca Nazionale del Qatar, Qatar International Islamic Bank (QIIB) e il broker cinese Southwest Securities firmarono un memorandum d’intesa per far accedere le due banche del Qatar ai mercati cinesi e sostenere i titoli della Southwest nei mercati del Medio Oriente.
Le prime quattro banche commerciali della Cina incrementano la loro quota di mercato in Medio Oriente (Asia Occidentale) e Nord Africa (WANA). Nel 2008
presso il Centro Finanziario Internazionale di Dubai (DIFC), la Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC), la China Construction Bank (CCB), l’Agricultural Bank of China (ABC) e la Bank of China aprirono i loro uffici regionali. E tra il 2013 e il 2015 queste banche cinesi raddoppiarono i loro bilanci. Tale espansione era permessa da tre fattori:
1. Robusto rapporto commerciale tra Cina e Paesi del Golfo, come già visto. Come osservò il Ministro del Commercio cinese Gao Hucheng nel 2016, il blocco regionale del GCC è la maggiore fonte d’importazione di petrolio della Cina e la Cina è l’ottavo partner commerciale del GCC.
2. I responsabili politici cinesi e la Commissione per la regolamentazione bancaria cinese dedicano sempre più attenzione alla presenza delle istituzioni finanziarie cinese nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni la Cina ha promosso l’internazionalizzazione del Renminbi (RMB) e le banche cinesi vengono incoraggiate ad operare all’estero, dato che la “One Belt, One Road Initiative” della Cina, l’iniziativa “Cintura economica della Via della Seta” e “Via della Seta marittima del XXI secolo”, creano notevoli opportunità per le banche cinesi nel GCC e nella WANA.
3. Condizioni finanziarie specifiche globali: i prezzi del petrolio depressi hanno spinto creditori e finanzieri del GCC a perseguire i rendimenti altrove, mentre governi e società del GCC cercano fonti alternative di finanziamento.
Le “Grandi Quattro” non solo puntano ai mercati del GCC, ma hanno iniziato ad emettere obbligazioni in RMB attraverso il Nasdaq Dubai. E ancora più importante, le banche cinesi nella regione agevoleranno anche l’istituzione di una rete di centri di transazione finanziaria e di cambi basati sul RMB. Nel gennaio 2016, il RMB Tracker del sistema SWIFT dimostrò che il RMB è la valuta più utilizzata da Emirati Arabi Uniti e Qatar per i pagamenti diretti con Cina e Hong Kong. Nel 2016, la ICBC diventava il nono maggiore fornitore di prestiti nel GCC, un salto enorme. Tra i clienti della ICBC vi sono società statali come International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi e Mubadala, Emirates Airline, Qatar Airways e Saudi Electricity Company. L’ICBC è la seconda banca cinese ad entrare nella Dubai Commodities Clearing Corporation (DCCC), dopo la Bank of China, divenendo la banca di liquidazione della Dubai Gold and Commodities Exchange (DGCX) nel novembre 2016. Questa partnership permette di fornire sufficiente liquidità in RMB per il commercio e gli investimenti tra la Cina e la regione. La Bank of China a sua volta è uno dei nove sottoscrittori assunti dal governo saudita per organizzare la prima vendita di obbligazioni internazionali del regno. L’Agricultural Bank of China (ABC) emise bond da 1 miliardo di yuan sul Nasdaq Dubai, nel settembre 2014, e nell’ottobre 2016, la filiale di Hong Kong della China Construction Bank (CCB) fornì un prestito di 600 milioni di dollari, sempre sul Nasdaq Dubai. Nell’ottobre 2016, l’ABC fu nominata dalla DGCX primo creatore di mercato per i Shanghai Gold Futures. La presenza delle “Grandi Quattro” in Medio Oriente spiana la strada all’One Belt, One Road Initiative della Cina nella regione.
Va ricordato che il 13 aprile 2016, Banca industriale e commerciale della Cina, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications avrebbero partecipato assieme ad altri 13 soggetti, tra banche cinesi e aziende aurifere, al sistema di valutazione dell’oro denominato in yuan. Una manovra attuata in vista della preparazione della moneta cinese alla completa convertibilità. Inoltre, la Cina, quale primo produttore, importatore e consumatore d’oro al mondo, affrontava la necessità di non dipendere dai prezzi in dollari USA nelle transazioni internazionali. All’iniziativa aderivano anche Chow Tai Fook, il più grande rivenditore di gioielli al mondo, la casa commerciale svizzera MKS, e le aziende minerarie cinesi China National Gold Group e Shandong Gold Group. Il prezzo di riferimento si basava sul contratto di vendita di 1 kg d’oro presso la Shanghai Gold Exchange (SGE), entrando in diretta concorrenza con la piattaforma dei prezzi di Londra. Sarà tutto questo a suscitare lo scontro inaspettato tra il Qatar di al-Thani e l’Arabia Saudita del suo coetaneo e aspirante omologo Muhamad al-Salman?Dal gennaio 2015, il principe Muhamad al-Salman pianifica la grande ristrutturazione del governo e dell’economia dell’Arabia Saudita, assumendo il controllo del monopolio statale del petrolio, della politica economica e del ministero della Difesa del regno saudita. Nell’aprile 2016, Muhamad al-Salman previde la creazione di un fondo sovrano da 2 trilioni di dollari, destinato ad acquistare attività esterne al settore petrolifero; “Così, entro 20 anni, saremo un’economia o uno Stato che non dipende prevalentemente dal petrolio“. Nel frattempo il principe riduceva i sussidi su benzina, luce e acqua, e prevedeva un’imposta sul valore aggiunto e tasse su beni di lusso e bevande zuccherate. La reazione del pubblico a tali misure fu diffidente ed irata, dato che le bollette aumentarono del 1000 per cento, mentre altri, come Barjas al-Barjas, commentatore economico, criticavano la vendita delle azioni dell’Aramco, “Perché mettiamo a rischio la nostra principale fonte di sussistenza? È come se prendessimo un prestito dall’acquirente che dovremo ripagare per il resto della vita“. È il solito metodo liberista volto a distruggere un’economia con la scusa di ‘riformarla’ e ‘modernizzarla’. L’Aramco è il primo produttore di petrolio al mondo, pompando più di 12 milioni di barili al giorno, ed è il quarto maggiore raffinatore del mondo. Aramco controlla le seconde riserve di petrolio del mondo.
Secondo il principe Muhamad, il fondo sovrano saudita dovrebbe investire metà delle risorse all’estero, esclusa l’Aramco. Su ciò il futuro re dell’Arabia Saudita dice che non importa se i prezzi del petrolio aumentano o diminuiscono. Se aumentano, ci saranno più soldi per questi investimenti. Se scendono, l’Arabia Saudita, produttore mondiale dai costi più bassi, si espanderà nel mercato asiatico in ascesa. Perciò propose il congelamento della produzione petrolifera dell’OPEC il 17 aprile 2016, in occasione di una riunione in Qatar. “Non c’interessano i prezzi del petrolio, 30 o 70 dollari, sono tutti uguali per noi. Questa battaglia non è la nostra battaglia“. Il principe Muhamad ha come consulente finanziario Muhamad al-Shayq istruitosi a Harvard ed ex-avvocato di Latham&Watkins e Banca mondiale. Secondo al-Shayq, dal 2010 al 2014 la “spesa inefficiente” saudita passò da oltre 100 milioni di ryal a 500 milioni (circa 100 miliardi di dollari) all’anno; un quarto del bilancio saudita. “Nella primavera 2015, il Fondo Monetario Internazionale e altri previdero che le riserve dell’Arabia Saudita sarebbero durate cinque anni, coi bassi prezzi del petrolio, e il team del principe scoprì che il regno diveniva rapidamente insolvente. Al tale livello di spesa, l’Arabia Saudita sarebbe andata “in bancarotta” entro due anni, nel 2017. Per evitare la catastrofe, il principe Muhamad tagliò il bilancio del 25 per cento, ed iniziò ad imporre l’IVA e altri prelievi. Il tasso di consunzione delle riserve valutarie dell’Arabia Saudita, 30 miliardi di dollari al mese nella prima metà del 2015, iniziò a diminuire”.
Nel 2009, l’allora re Abdullah si rifiutò di approvare la nomina del principe Muhamad, che quindi ripiegò nell’ufficio del governatore di Riyadh, dove si scontrò con parte del clan dei Saud, che l’accusò di usurpazione di poteri denunciandolo presso re Abdullah. Nel 2011, re Abdullah nominò ministro della Difesa l’allora principe Salman, ma ordinò al figlio Muhamad di non mettere piede nel ministero. Muhamad si dimise dall’ufficio del governatorato e riorganizzò la fondazione creata dal padre, l’attuale re Salman. Nel 2012 il principe Muhamad rientrò nella corte, dove ricevette l’incarico di condurre un repulisti nel ministero della Difesa. Il re lo nominò sovrintendente dell’ufficio del ministro della Difesa e membro del governo. Fu Muhamad che assunse le compagnie di consulenza militare statunitensi Booz Allen Hamilton e Boston Consulting Group per modificare le procedure per l’acquisto di armamenti e gestire appalti, informatica e risorse umane. Dopo l’ascesa al trono del padre Salman, Muhamad fu nominato ministro della Difesa, capo della corte reale e presidente del consiglio che sovrintende all’economia saudita. Infine, Salman sostituiva il fratello come principe ereditario, nominando al suo posto il nipote Nayaf e il figlio Muhamad. Il decreto fu approvato a maggioranza dal Consiglio di reggenza della famiglia al-Saud. E così il principe Muhamad prese il controllo dell’Aramco 48 ore dopo. Nel marzo 2016, il principe Muhamad e il senatore neocon statunitense Lindsey Graham s’incontrarono a Riyadh per discutere del “nemico comune” di Israele e Arabia Saudita: l’Iran. “Rimasi a bocca aperta; non riuscivo a capire quanto sia confortevole incontrarlo”, disse Graham, “è un ragazzo che vede la natura limitata delle entrate e, anziché peggiorarle, vede un’opportunità strategica. La sua visione della società saudita è che in fondo sia giunto il momento di avere meno per i pochi e più per i molti. I membri principali della famiglia reale erano identificati dal privilegio. Vuole che siano identificati dai loro obblighi invece“.Fonti:
Bloomberg
Colonel Cassad
Emerge85
Reuters
Reuters
The Guardian

Una linea nella steppa: la NATO incontra una SCO ampliata

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 19.06.2017Mentre i capi della NATO si congratulano per l’adesione del piccolo Montenegro, la forza di controbilanciamento della NATO ad est ha accolto a pieno titolo India e Pakistan. Mentre la bandiera del Montenegro è stata sollevata presso la sede della NATO a Bruxelles, le bandiere della democrazia più popolosa del mondo e della terza popolazione musulmana, India e Pakistan, sono state sollevate presso la sede a Pechino dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). L’allargamento della SCO ha effettivamente neutralizzato la marcia a lungo attesa della NATO verso est, con l’intenzione d’inglobare gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale. L’ampliamento della SCO segnala anche la fine del sogno dei neoconservatori del “nuovo secolo americano” che domina l’intero pianeta e anche lo spazio. Il 21esimo secolo sarà un “nuovo secolo euroasiatico” con Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e NATO emarginati, osservatori anemici che si contendevano il centro di un potere globale che si sposta verso la massa terrestre eurasiatica.
Nel 1904, Halford Mackinder scrisse un articolo profetico, intitolato “Il Perno Geografico della Storia”, presentando ciò che chiamò “la teoria dell’Heartland” geopolitico. L’“Heartland” di Mackinder comprende Asia, Europa e Africa, che chiamò “Isola-Mondo”. Nel 1919, Mackinder osservò che qualunque potenza controllasse l’Isola-Mondo avrebbe anche controllato il Mondo. “Chi controlla l’Europa orientale controlla l’Heartland; chi controlla l’Heartland controlla l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo, controlla il Mondo”. Mackinder descrisse Gran Bretagna e Giappone come “isole off-shore” dell’Isola-Mondo. Le “Isole Periferiche” erano le Americhe e l’Australia. L’espansione della SCO con l’adesione di India e Pakistan e altre nazioni eurasiatiche che bussano alla porta dell’organizzazione, realizza l’Isola-Mondo di Mackinder quale evento fondamentale che eliminerà il dominio unipolare mondiale di Stati Uniti ed alleati. India e Pakistan, pur non andando d’accordo hanno deciso di mettere da parte le differenze, riconoscendo che l’allineamento a Cina e Russia nella SCO è preferibile a un’alleanza dubbia con gli Stati Uniti. Per la Cina, indiani e pakistani nella SCO sono un importante impulso all’Iniziativa della Via della Seta, conosciuta anche come progetto “One Belt, One Road” per la realizzazione di nuovi collegamenti autostradali, ferroviari e marittimi con i Paesi di tutto il mondo. La prospettiva è che grandi autostrade trans-himalayane e collegamenti ferroviari tra la Cina e il subcontinente indiano siano la spinta alle economie di India e Pakistan che riduca le differenze religiose sul controllo del Kashmir a favore di un’intesa e una più stretta cooperazione economica. Secoli di guerre religiose tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord finirono dopo che Irlanda e Irlanda del Nord aderirono all’Unione Europea. Lo sviluppo economico dell’Irlanda, a nord e a sud, è preferibile alla guerriglia. Lo stesso potrebbe avvenire nel Kashmir se i progetti della Cina sulla Via della Seta spingessero musulmani ed indù a concludere che una migliore situazione economica possa relegare la guerra religiosa ad anacronistico ostacolo.
La paura che India e Pakistan disturbino la SCO con le reciproche differenze politiche fu messa a tacere quando la SCO sottolineò che la sua carta proibisce rigidamente agli aderenti di usare l’organizzazione per promuovere qualsiasi frattura. La stessa regola si applica alle tensioni tra India e Cina. La Cina mostra i muscoli in ciò che Mackinder chiamava “Isola Periferica”, le Americhe. La Cina ha reso ancor più importante il progetto Via della Seta instaurando i rapporti diplomatici con Panama dopo che la nazione che controlla l’omonimo canale, aveva tagliato le strette relazioni diplomatiche con Taiwan. China Communications Construction, China Railway Group e COSCO Shipping Company sono interessati ai principali progetti di miglioramento delle infrastrutture di Canale di Panama e regione circostante. La società del miliardario cinese Wang Jing, la società di investimenti per lo sviluppo del canale Hong Kong-Nicaragua, avviva nel 2015 il canale da 40 miliardi di dollari attraverso il Nicaragua. Nicaragua, El Salvador, Paraguay e Repubblica Dominicana dovrebbero presto interrompere i rapporti con Taiwan e riconoscere Pechino. Ciò faciliterà la continua estensione dell’influenza cinese sulle “isole periferiche” dell’Eurasia. Il controllo cinese su due canali in America Centrale darà enormi potenzialità economiche, internazionali e nel cortile degli Stati Uniti.
Sulla strada dell’unione della SCO vi è l’Afghanistan, dove l’amministrazione Trump annuncia l’invio di 4000 militari per la più lunga guerra degli USA. Sarà presto il momento in cui la SCO, dopo la transizione dell’Afghanistan allo status di osservatore, ordinerà a Stati Uniti e NATO di ritirare le truppe d’occupazione da uno Stato aderente alla SCO. Washington rischierebbe la guerra con le quattro nazioni più popolose dell’Eurasia per mantenere i militari in una nazione della SCO? E’ dubbio, specialmente perché gli Stati Uniti vanno riducendosi a potenza politica di seconda classe in possesso di una forza militare tecnicamente avanzata e globalmente dispiegabile. Gli Stati Uniti hanno cercato di cooptare la Mongolia, situata tra Russia e Cina, quale posto d’ascolto per Agenzia d’Intelligence Centrale, Agenzia d’Intelligence della Difesa e Agenzia Nazionale per la Sicurezza. Questi sforzi saranno emarginati dopo che la Mongolia aderirà finalmente alla SCO. E complicando le cose per Washington e la sua alleanza di potentati arabi nel Golfo Persico ed Israele, la prossima nazione asiatica che aderirà alla SCO è l’Iran. Mentre l’Iran era sottoposto alle sanzioni delle Nazioni Unite, gli fu proibito di aderire alla SCO. Tuttavia, dopo la revoca delle sanzioni nel 2016, la Cina annunciava che l’Iran sarà il prossimo ad aderire a pieno titolo dopo India e Pakistan.
L’adesione dell’Iran, e anche della Bielorussia ed altre nazioni che aspirano a aderire alla SCO, renderà l’organizzazione una potenza che può opporsi non solo a Stati Uniti e NATO, ma anche a Unione europea e Giappone. In attesa di entrare tra gli osservatori della SCO vi sono i partner del dialogo Azerbaigian, Cambogia, Armenia, Nepal, Turchia e Sri Lanka. Interesse per la SCO è anche espresso da Bangladesh, Vietnam, Egitto, Siria, Iraq e Maldive. Sembra che non ci sia lo stomaco per Russia o Cina verso l’Arabia Saudita. Dopo il blocco economico saudita al Qatar, è probabile che il Qatar possa divenire osservatore o partner del dialogo della SCO. La SCO non desidera particolarmente accettare le richieste a partner del dialogo presentate da Ucraina e Israele, che sarebbero i “cavalli di Troia” statunitensi nella comunità SCO. A differenza della NATO, la SCO è molto attenta a non crescere troppo velocemente. India e Pakistan hanno atteso 12 anni per aderirvi. Ironia della sorte, la SCO si preparava ad accettare la prima nazione della NATO, la Turchia, quale membro. Un simile sviluppo potrebbe vedere la Turchia quale primo Stato membro della NATO uscire dal patto militare a favore della SCO.
I social media occidentali hanno scelto d’ignorare quasi completamente l’adesione di India e Pakistan nella SCO. I media occidentali che hanno scelto di seguire l’evento l’hanno fatto presentando i punti di vista del Council on Foreign Relations (CFR) collegato alla CIA. CFR e altri “think tank” spiegano che SCO e alleanza BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono organizzazioni internazionali indegne di molta stampa. Infatti, Unione europea e NATO affrontano dissensi interni e cadute sulla scena mondiale.La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora