Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Knickerbocker, anticomunista amico dell’evidenza

Luca Baldelli

08-0158L’anticomunismo e, in misura ancor maggiore, l’antisovietismo, sono due patologie particolarmente gravi in quanto negano non tanto i principi, i valori e i riferimenti (ognuno ha, legittimamente, in base al pensiero che professa, i propri!), bensì anche e soprattutto l’evidenza smaccata, quella che solo l’asino col paraocchi può non vedere e non notare. Accade così di leggere tutta una teoria di opere stereotipate, stucchevoli, trasudanti infima propaganda da ogni rigo, nelle quali l’URSS viene descritta, in diverse epoche e differenti passaggi della sua storia come un universo invariabilmente connotato da miseria, oppressione, sfruttamento, arretratezza. Si sa: gli araldi dell’antisovietismo, per poter maldestramente mascherare la triste realtà del sistema capitalista a loro caro, quello che li ha sempre cullati e foraggiati senza soluzione di continuità, han sempre dovuto dipingere il socialismo con colori tetri e fosche tinte, trasferendo su di esso le tonalità proprie del sistema capitalistico borghese, addossando all’URSS e ai Paesi socialisti i difetti, le storture, le bestialità che si incontrano, regolarmente e strutturalmente, nelle Nazioni dove al potere stava e sta la borghesia, con i suoi monopoli e oligopoli, col suo sistema di sfruttamento, speculazione, svalorizzazione e sprezzo della dignità umana. Così, sul fronte anticomunista ed antisovietico incontriamo pamphlets orrendamente faziosi, a volte apertamente ridicoli, raffiguranti trinariciuti mostri pronti a balzare sulla povera ed indifesa Europa, cosacchi ansiosi solo di bagnarsi gli stivali nella fontana Piazza San Pietro a Roma, contadini affamati e sfruttati, operai allo stremo delle forze, costretti a lavorare per lo “Stato padrone” (i servi non ce la fanno a concepire un mondo senza il “padrone”, debbono sempre evocarlo!). In questo orizzonte tragicomico di falsità, bugie acclarate, manipolazioni rocambolesche, patacche spacciate per documenti autentici ed indiscutibili, testimonianze attinte da personaggi inesistenti, si distingue un anticomunista di ferro: Mr. Hubert Renfro Knickerbocker, giornalista del “New York Evening Post” di New York, nato nel 1898 e prematuramente deceduto nel 1949, a causa di una sciagura aerea nei cieli di Bombay. Figlio di un reverendo, Knickerbocker vide la luce a Yoakum, nel Texas, studiò psichiatria presso la Columbia University e, successivamente, iniziò a coltivare la passione per il giornalismo d’inchiesta e per i reportages, scrivendo pezzi di valore per il sopramenzionato “New York Evening Post” e per il “Philadelphia Public Ledger”. Il sacro furore per il giornalismo, corroborato da talento nell’individuazione dei temi e nella prosa scorrevole, “currenti calamo”, varrà a Knickerbocker il Premio Pulitzer nel 1931. Alla base della decisione della giuria, incaricata di stabilire i vincitori del prestigioso riconoscimento, stava una serie di articoli di Knickerbocker sul Piano quinquennale sovietico.
Il giornalista fu infatti testimone, obiettivo e disincantato, di quella gigantesca opera di modernizzazione, ingegneria sociale ed economica, trasformazione di un contesto arretrato e dipendente dall’estero in un panorama all’avanguardia nel mondo, chiamato “Primo Piano Quinquennale”. Dal 1928 al 1932, l’URSS vide dispiegarsi energie umane, intellettuali e materiali, mai mobilitatesi in forma cosciente e partecipe per tutto l’arco della storia dell’umanità: basti pensare che, nel quinquennio preso in considerazione, la produzione di energia elettrica crebbe di 7 volte rispetto al 1913, con 10 nuove grandi centrali di potenza superiore a 100000 kW, mentre, nello stesso periodo, l’URSS passò dal 6° al 2° posto nel mondo per la produzione di ghisa e di acciaio fusi, ponendosi al 1° posto in Europa per le stesse voci. La disoccupazione sparì e la classe operaia crebbe da 11600000 unità a 22900000. Un cammino compiuto dai Paesi capitalisti in 100 anni! La stampa fascista europea e quella filo–fascista statunitense, basti pensare ai giornali in mano al magnate William Randolph Hearst fervente ammiratore di Mussolini e Hitler, cercava in ogni modo di diffamare l’URSS con la diffusione di notizie false e calunniose, inventando con l’ausilio di testimonianze false e veline disinformanti preparate nei laboratori dei servizi segreti imperialisti, storie di carestie e di crisi irreversibili nel Paese dei Soviet. Bisognava, ad ogni costo e in ogni modo, distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal disastro dell’economia capitalista entrata, essa sì, in una tremenda crisi a partire dal 1929; bisognava, prima di tutto, impedire che milioni di uomini e donne sfruttati dal grande capitale aprissero gli occhi sulla nuova, prospera e feconda realtà sovietica, sul nuovo orizzonte socialista che, con energia e potenza inauditi, stava additando al mondo l’alba di un mondo diverso, senza sfruttamento, senza parassiti, senza guerre. Un mondo verso il quale, tra l’altro, cominciavano ad emigrare diversi proletari europei ed americani, messi completamente sul lastrico dalla chiusura di aziende e siti produttivi.
H.R. Knickerbocker, pur anticomunista per formazione e credo, come abbiamo accennato, si pose sempre al di sopra della bassa propaganda anticomunista ed antisovietica: egli, pur mantenendo intatti i suoi giudizi di valore e le sue idee circa il marxismo–leninismo, descrisse con obiettività e completezza la realtà della gigantesca trasformazione in atto nelle terre dell’ex-Impero russo, trasmettendoci, attraverso le pagine dei suoi articoli e delle sue opere, l’immagine di un poderoso progresso e di un impetuoso sviluppo. Il tutto con una professionalità, un acume e una preveggenza che non poterono lasciare insensibili ed indifferenti settori significativi del giornalismo e dell’editoria anche nell’Italia fascista, lanciata nella sua crociata contro il sempre asserito “pericolo bolscevico”: tra il 1931 ed il 1932, infatti, in ben quattro edizioni, Valentino Bompiani pubblicò, nella collana “Libri scelti”, la traduzione dell’opera di H.R. Knickerbocker “The Soviet Five Year Plan and Its Effect on World Trends”, sotto il titolo “Il Piano quinquennale sovietico”. Il lavoro del sapiente giornalista era destinato a compiere il giro del mondo e già precedentemente era stato diffuso in tedesco, svedese, danese. In esso Knickerbocker, con dovizia di dati e riferimenti, aveva raccontato il suo viaggio nella terra dei Soviet, mettendo in luce come lì si stesse compiendo, con chiaroscuri e molteplici difficoltà ma complessivamente con innegabile successo, il più grande esperimento di radicale trasformazione sociale mai tentato prima, volto a costruire l’uomo nuovo e a gettare alle ortiche, per sempre, il modello capitalista segnato da profonde, ricorrenti crisi derivanti dal proliferare dell’anarchia produttiva. “La differenza veramente importante fra il capitalismo di Stato sovietico ed il capitalismo privato, nota Knickerbocker nell’introduzione all’opera, sta nell’elemento della preorganizzazione, che è uno dei principi base della economia marxista. Nel mondo del capitalismo privato la concorrenza sfrenata porta inevitabilmente, secondo Marx, a periodi di sovraproduzione, di disoccupazione e di crisi del genere di quella attraverso a cui passa ora il mondo. Il prevenire la sovraproduzione è il vantaggio fondamentale che si è voluto attribuire in teoria ad una economia preorganizzata (…). L’ormai famoso Piano Quinquennale è il più ambizioso tentativo che sia mai stato fatto di mettere in pratica il principio della preorganizzazione. E’ il tentativo di divisare in anticipo, per cinque anni, il corso di vita di un’intera nazione di 150 milioni di anime”.
51zzjthqssl Dinanzi a queste riflessioni, messe nero su bianco da un lucido anticomunista, suscitano davvero ironia e rabbia i deliri pseudo–utopistici di trotskisti e “comunisti libertari”, alla perenne ricerca del pelo dell’uovo nel “socialismo reale”, in continua tenzone con la realtà dei rapporti sociali e di produzione per affermare, dando la scalata a tutti gli specchi del mondo, un improbabile modello di socialismo tanto simile, nella sua ubicazione spazio-temporale, nel suo stesso ubi consistam, all’Araba fenice del Metastasio. Un modello sempre al di là del raggiungibile, sistematicamente accompagnato da un’azione politica completamente impotente nel raggiungimento del seppur minimo obiettivo marxista–leninista, ma regolarmente esigente e ipercritica verso le realizzazioni concrete delle esperienze del socialismo reale avanzato. Knickerbocker, nella sua introduzione, individua con lucidità i timori ed anzi il terrore della borghesia capitalista, consapevole, a differenza dei trotskisti, dei traguardi raggiunti via via dalla pianificazione quinquennale, rispetto ai quali i piani moquettati delle direzioni aziendali e i salotti buoni trapunti di cuoio e velluti delle ville dei magnati, ricevevano a ritmo serrato aggiornamenti statistici riservati su base quasi quotidiana: “Mentre la stampa borghese dell’Europa, scrive il brillante giornalista. continua ad annunziare, a beneficio dei comunisti locali, che il Piano Quinquennale è un insuccesso, gli uomini d’affari, e specialmente i maggiori industriali e banchieri, sono individualmente convinti del suo probabile successo. Essi, certo, temono la concorrenza delle esportazioni sovietiche di materie prime, specialmente di legname, di grano e di petrolio, e temono la probabile concorrenza, fra alcuni anni, dei prodotti industriali, che probabilmente usciranno dalla gigantesca macchina economica che si sta ora costruendo laggiù”.
Knickerbocker vede con chiarezza nell’URSS un Paese permanentemente mobilitato per superare la storica arretratezza ereditata da secoli di dominio aristocratico, con poche isole, pur in alcuni casi importanti ed avanzate, di sviluppo capitalistico–borghese: “Mosca, Nizhnij Novgorod, Cheljabinsk, Ufa, Samara, Stalingrado, Gigant, Verblud, Rostov, Baku, Tiblisi, Chjaturi, Batum, Jalta, Sebastopoli, Dnieprostroj, Stalino e il bacino del Don, tutti questi sono salienti nella guerra per l’industrializzazione che tiene oggi la Russia in uno stato febbrile. In tutte queste città, in grado diverso, ma sempre impressionante, io ho trovato una atmosfera di lotta, una nazione in armi che vive figuratamente, ma effettivamente, sotto la legge marziale e a razioni come in uno Stato assediato”. A parte il parossismo, l’iperbole della raffigurazione di un terra simile quasi all’antica Sparta (la realtà era molto più ridente e complessa, si pensi alle gioiose iniziative della gioventù comunista in tutto il Paese), Knickerbocker coglie però un dato fondamentale: la forza, l’efficacia della mobilitazione di tutto un popolo oltre i confini etnico–repubblicani, nella scalata al cielo verso le mete dell’uguaglianza, del benessere, dell’autentica libertà. Accanto a questo, crollano palesemente, nella narrazione, alcuni luoghi comuni e mistificazioni di certa stampa: in particolare, l’insistente ritornello per il quale, in URSS, solo pochissime città erano visitabili dagli stranieri. Knickerbocker gira il Paese in lungo e in largo e non deve fronteggiare ostacoli, inciampi, barriere burocratiche oltre a quelle normali, pienamente legittime, che ogni Stato degno di questo nome deve necessariamente annoverare nei propri ordinamenti. L’URSS gli si presenta come un libro aperto, in cui nessuno ha alcunché da nascondere e in cui anzi dominano la fierezza e l’entusiasmo proprio nel mostrare i successi, le conquiste ottenute e anche le inevitabili difficoltà, i ritardi, le carenze. Il giornalista percepisce il clima di sobrietà e austerità regnante, ma nega che nel Paese vi sia la fame o, peggio, la carestia che i disinformatori professionali tentano di accreditare per deviare l’attenzione dalla vera carestia, quella che negli USA sta facendo morire di fame milioni di persone, lavoratori e piccoli borghesi (ci vorrà uno studio del 2008 compiuto da uno storico e demografo russo, Boris Borisov, per scoperchiare questa fetida pentola…): “La mia prima esperienza, entrando nella Russia sovietica, non si può dire tipica di un paese in cui la mancanza di cibo forma il principale argomento di conversazione. Io mi rallegravo dentro di me per essere passato attraverso la dogana con un sacco contenente 50 chili di carne tedesca in scatola, quando ricevetti un invito a pranzo. Il mio primo pasto sul suolo russo fu singolare. Sul menù figuravano: caviali della migliore qualità, varie specie di pesce di fiume affumicato (di quello che soleva trarre in passato a Mosca i ghiottoni di tutto il mondo), una saporosa zuppa di crema, dei pasticci ripieni di carne affettata, polli novelli, fagiani, un uccello raro, chiamato tsesarka, che somigliava a un piccione, formaggio, cocomeri, pere, lamponi e altre frutta”. Il tutto cucinato, si badi bene, dallo stesso chef che, a suo tempo, aveva preparato pranzi e cene per il Granduca Nicola, alla faccia di asserite epurazioni “selvagge” nell’entourage imperiale, cavalli di battaglia, questi, di certa propaganda menzognera quanto grottesca.
Knickerbocker viaggiava sì in un vagone speciale, ospite di un ingegnere statunitense esperto in progetti idroelettrici e benvoluto da Stalin ma, anche quando tenta di dare, come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, ci mostra come anche nei vagoni–ristorante affollati dal popolo il vitto non sia poi da buttare per un Paese in regime di austerità: qui infatti la colazione consiste di “due uova, un piccolo provino di burro, del zwieback (fette biscottate, ndr) e del tè”. Un menù dinanzi al quale un operaio italiano, francese o statunitense, che avesse avuto la ventura di viaggiare in un convoglio in terza classe, avrebbe senz’altro strabuzzato gli occhi dalla meraviglia! Nella capitale, Mosca, l’abbondanza di cibo e l’assenza di qualsivoglia penuria è palese: “C’è abbondanza di pane. Per le vie di Mosca passano carri carichi di pane. I ragazzi corrono a casa con la razione del giorno, chini sotto il peso di 3 o 4 pani voluminosi. Il pane ha più importanza per l’Europa che per l’America. Per la Russia poi ha più importanza che per l’Europa occidentale (…). Col Piano Quinquennale la Russia aspira ad arrivare alla classe della carne. Sarà una salita difficile perché per il Piano Quinquennale la Russia è discesa sulla scala dietetica di parecchi pioli dalla posizione che occupava tre anni fa”. L’anticomunismo di Knickerbocker lo spinge a tirare conclusioni affrettate, in questo caso, ma pretendere una trattazione all’unisono esaltante o entusiastica della realtà sovietica sarebbe troppo, vista la considerevole obiettività della quale il giornalista dà comunque prova nei passaggi decisivi. Non criticheremo quindi il suo racconto per non aver considerato, ad esempio, delle pingui mense dei contadini ricchi e in parte medi, i quali macellavano in massa animali utili al lavoro e se li mangiavano in quantità industriali, come mai era avvenuto prima nella storia del contado russo, a spese di contadini poveri e di una consistente parte di quelli medi e soprattutto a spese (fino al 1933/34) della classe operaia urbana, quantunque soccorsa da mense a prezzi assai convenienti, prima inesistenti. Lo stesso Knickerbocker ammette che, nonostante il deficitario approvvigionamento in latte, grassi, uova, carne (la situazione in realtà è più rosea, come vedremo) “si può avere, in Mosca, regolarmente, lo zucchero”. Se le patate sono “limitate” (in realtà, il consumo di questo alimento in URSS era tra i più alti al mondo), il giornalista nota che “c’è abbondanza di caviale”, ovvero è largamente diffuso e a buon mercato quello che, in occidente a quel tempo, è rara avis, preziosità disponibile soltanto per i palati dei ricconi. La tessera di un lavoratore manuale poi dimostra come anche di grassi non vi sia assolutamente scarsità: infatti, accanto a 1 kg di pane al giorno (in Italia il consumo medio era di molto inferiore), 0,5 kg di maccheroni, 2 kg di cereali e 10 uova al mese, gli sono garantiti 300 grammi di burro su base mensile, farina tre volte al mese in discreta quantità, 300 grammi di carne per tre volte ogni 10 giorni. In più, nei magazzini sono disponibili, senza razionamento, cavoli, cetrioli, cipolle, pomodori, fave e altro ancora e, per integrare il paniere acquistato con o senza tessera presso i magazzini statali e cooperativi, vi sono ovunque i mercati kolkhosiani nei quali i prezzi sono determinati dal libero gioco della domanda e dell’offerta. Tra i mercati liberi, spiccano il Sukharevskij perennemente affollato e lo Smolenskij. Non è però tutto; i lavoratori sovietici coltivano una passione che, per i loro colleghi del mondo capitalista può abitare solo nel mondo dei sogni; vanno in massa al ristorante. “Tutti i restaurants di Mosca sono di proprietà del Governo o cooperativi. Se uno non ha abbastanza da mangiare a casa può mangiare al restaurant”.
five-year1Ad Azbest, città industriale in crescita continua, vera e propria creatura del Piano Quinquennale, il benessere marcia spedito assieme al progresso industriale, tecnologico, delle condizioni di lavoro: “quando i lavoratori ritornano a casa, dopo il loro turno di sette ore, trovano un alloggio decente negli edifici costruiti per loro e che si distendono in forma di ventaglio dal lago nel centro della città. Ogni famiglia ha almeno una camera. (…) Sulle prime gli operai dovevano fare il viaggio fino a Sverdlovsk (70 km a sud–ovest, ndr) per farsi visitare da un medico. Ora invece c’è un ospedale con 120 letti, un policlinico con 60 letti ed un certo numero di medici. Il loro ‘Istituto di Cultura’ è stato di recente completato al costo di 1200000 rubli. In Azbest non ci sono, naturalmente, preoccupazioni per il combustibile; ce n’è abbastanza per gli inverni di un secolo, sebbene in Mosca il freddo sia tale da agghiacciare”. L’avventura di Azbest è emblematica dello sviluppo del Primo Piano Quinquennale: fiorita con il lavoro ed il sacrificio di migliaia di persone da un piccolo centro di nemmeno 8000 abitanti, la città arriverà a comprendere, nel 1939, ben 30000 abitanti, sempre meglio riforniti di alimentari, alloggiati e approvvigionati con servizi costantemente potenziati e rinnovati. In quel 1930/31 che vede la visita di Knickerbocker, il tenore di vita è già abbastanza elevato, nel suo seguire il passo dell’imponente processo di accumulazione e investimento per la creazione di nuove industrie ed infrastrutture: “Noi visitammo la cooperativa. Si vendevano, riferisce il giornalista, scarpe, stivali e soprascarpe di gomma, abiti e soprabiti, utensili domestici. Carne di manzo, agnello, montone e porco era in vendita (…). La produzione, paragonata a quella che si aveva antecedentemente, è raddoppiata: paragonata con quella del Piano è indietro del nove per cento ma, tutto sommato, il Piano Quinquennale sembra che abbia in Azbest un eccellente inizio”. La penuria notata dal giornalista, in alcuni passaggi, presso i mercati privati, ovvero presso i canali commerciali utilizzati dai contadini per vendere le loro eccedenze, dipendeva proprio da quanto è contenuto nel brano sopra riportato: il costante rafforzamento del commercio socialista (statale e cooperativo), sempre più presente, assortito e con volume d’affari crescente. Al crescere dell’incidenza di quest’ultima forma di vendita alla popolazione, calava, inevitabilmente, il peso specifico dei mercati kolkhosiani e consimili. Il poderoso sviluppo della collettivizzazione agricola, condotto lungo i binari della mobilitazione dal basso dei contadini poveri e medi, su basi volontarie e non coattive (salvo pochi episodi di deviazioni, prontamente sconfessati e corretti dal Partito e dal Governo, si pensi all’articolo di Stalin dal titolo “Vertigine dei successi”, pubblicato nella “Pravda” del 2 marzo 1930), era il primo elemento che garantiva una produzione di derrate sempre più considerevole, da parte dei kolkhos e dei sovkhoz, con conseguente rifornimento dei canali del commercio socialista in misura crescente.
Knickerbocker esamina e descrive, in maniera vivace e pittoresca, anche lo sviluppo del trasporto ferroviario ed il vertiginoso aumento dei suoi utenti, conseguenze naturali del ritmo accelerato di crescita economica impresso al Paese dalla pianificazione: “Immaginate Times Square alle 5 del pomeriggio, ed ognuna delle diecine di migliaia di persone che vi si affollano con una pentola per il tè o con altro simile oggetto legato dietro le spalle ed avrete una idea della sala d’aspetto ferroviaria di Sverdlovsk. Essa poco mancò che costasse la vita ad un corrispondente americano (…). La massa addormentata si risveglia, si contorce e si eccita. Ecco che cinquecento uomini, donne e ragazzi balzano in piedi e prendendo su i loro materassi, i loro cuscini, i loro sacchi, le loro corde e tutti gli altri oggetti più vari dei quali si carica ogni viaggiatore russo, si preparano a dare l’assalto al treno. (…) Nessuno che non vi sia stato può avere una idea della densità del movimento sulle odierne ferrovie russe. (…) Ottenere i biglietti è una occupazione che porta via una settimana”. In un contesto simile, con pochi paragoni possibili con il resto del mondo, come stupirsi di incidenti, disservizi, aritmie nel servizio? Tuttavia, nonostante questi inconvenienti, puntualmente riferiti senza alcuna censura dalla stampa e dagli organi di governo sovietici, nonché riportati fedelmente da Knickerbocker nella sua opera, “è un fatto che durante l’anno (1930, ndr) le ferrovie sovietiche hanno caricato in media 9500 vagoni al giorno in più che non nel 1928–1929, ossia 3500000 vagoni in più all’anno. Il sistema ferroviario non è peggiorato: malgrado i suoi difetti è anzi migliorato in confronto degli anni passati, ma si è dimostrato inadeguato per le necessità del Piano Quinquennale”. I limiti, le deficienze, le carenze strutturali della rete ferroviaria verranno efficacemente affrontati, colmati e risolti negli anni a venire, con un insieme di misure improntate alla valorizzazione del patrimonio esistente, a più tempestive e complete manutenzioni, a investimenti mirati alla modernizzazione delle infrastrutture, alla lotta contro fenomeni persistenti di sabotaggio e diversione. Questi provvedimenti, attuati sotto l’egida ferma e autorevole di Kaganovic, condurranno ad un eccezionale miglioramento qualitativo del trasporto ferroviario sovietico, innalzandolo ai più alti livelli mondiali fin dal 1935. Potente, nel suo plastico realismo, la descrizione dell’imponente cantiere di Magnitogorsk, dove gli operai stanno per costruire la più imponente impresa del Piano Quinquennale: il kombinat metallurgico noto con la sigla MMK, destinato a diventare il più grande dell’URSS e uno dei maggiori a livello planetario. “L’investimento, da parte del governo, sottolinea Knickerbocker, di 800 milioni di rubli nella costruzione dell’acciaieria, ne fa l’impresa più formidabile del Piano, quattro volte maggiore, in realtà, di quella che era fin qui la più grande impresa del Piano, cioè la stazione idroelettrica ‘Dnieprestroj’”. Il giornalista paragona la realtà nascente di Magnitogorsk a quella di Gary, famoso centro statunitense dello Stato dell’Indiana caratterizzato dalla presenza di un’imponente acciaieria costruita, sottolinea Knickerbocker, in ben 12 anni, con una produzione di 3400000 t su base annua. Egli rileva poi come, nella Capitale, in tanti sottovalutino il progetto e i progressi conseguiti a Magnitogorsk: “In Mosca quelli che pretendono di sapere ogni cosa riguardo al Piano dicono che una visita a Magnitogorsk non è interessante. Aggiungono che il progetto esiste solo sulla carta. Noi siamo invece passati attraverso uno dei baraccamenti che ospitano 35000 persone. Sobbalzando su delle strade che mettevano a dura prova le molle della Ford dell’agente della compagnia, noi passiamo davanti a moltissime tende e baracche. Si vedevano delle luci (…)”. Vi erano dei detrattori pronti a sminuire certe imprese e a diffondere, attorno ad esse, l’ombra della sfiducia? Oppure si trattava di riservatezza e prudenza per non esporre troppo il processo di costruzione del socialismo, in alcuni suoi gangli strategici, ad occhi indiscreti e maliziosi, scoprendo carte che era bene non venissero messe in tavola in quel momento? Non lo sappiamo, ma negli anni a venire saranno scoperti e puniti diversi sabotatori, propagatori di notizie false e autori di atti criminali volti a minare il potenziale produttivo e a compromettere la realizzazione degli obiettivi della pianificazione.
1st5yrplanKnickerbocker, ad ogni buon conto, passa sopra tutti gli ostacoli e, anche in questo caso, va a vedere di persona come stanno le cose, tocca con mano la realtà, non se la fa raccontare in base a stereotipi e a notizie di terza mano. Egli incontra anche gli ingegneri ed i tecnici statunitensi, presenti a Magnitogorsk per prestare assistenza e scambiare esperienze con i loro omologhi sovietici, nel processo di costruzione del giaantesco kombinat: “Grandi aperture nel suolo, foreste di impalcature, mucchi di rotaie ferroviarie, qua e là muri in mattoni si vedevano nei punti dove devono sorgere gli alti forni, le acciaierie, una centrale elettrica, una fabbrica di prodotti chimici, destinati a fare di Magnitogorsk la capitale dell’acciaio del mondo rosso. Gli ingegneri della Compagnia A.G. McKee di Cleveland dicono che è letteralmente il più grande accampamento per costruzioni che sia mai sorto”. Da queste righe emerge chiaramente come l’URSS, lungi dall’essere il Paese isolato, chiuso ad ogni influenza esterna, morbosamente geloso dei suoi confini e della sua “riservatezza”, nei termini in cui lo descriveva e continua ancor oggi a descriverlo la propaganda imperialista, era in realtà una terra ospitale, pronta a confrontarsi con il mondo economico e politico esterno, pienamente disponibile a fornire il suo contributo in programmi di cooperazione su un piede di parità con tutte le Nazioni, specie quelle più avanzate dal punto di vista dello sviluppo di determinate tecnologie produttive. Mai l’URSS chiuse le sue porte a tecnici, ingegneri, imprenditori ben intenzionati a collaborare per la suprema causa dello sviluppo economico, per l’implementazione dei rapporti bilaterali sul piano della cultura, del turismo, del commercio, per il rafforzamento della cooperazione scientifica. Rappresentanti commerciali e tecnici della Ford e di altre importantissime aziende del panorama industriale occidentale furono presenti in terra sovietica per tutta la prima metà degli anni ’30. Le frontiere venivano piuttosto serrate, con barriere sacrosantamente impenetrabili, dinanzi a terroristi, spie, sabotatori, denigratori, seminatori di zizzania ideologica e politica. Per tutto ciò non possiamo biasimare, bensì lodare i dirigenti sovietici, specie quelli degli anni ’30-’40. Ritornando alla realtà in prodigiosa trasformazione a Magnitogorsk, vediamo come Knickerbocker compia alcune illuminanti considerazioni sui ritmi di lavoro, sul regime delle retribuzioni degli operai, sull’andamento dei prezzi dei generi di consumo: “l’attività costruttrice. scrive il giornalista. è stata sorprendente durante i pochi mesi che sono passati dal luglio 1930, quando i lavori sono cominciati. La prima opera ad essere completata ha raggiunto il record della velocità. In poco più di quattro mesi il fiume Ural ha visto costruire una diga, lunga tre quarti di miglio e contenente 40000 metri cubi di cemento armato: 1500 operai, lavorando in tre turni di otto ore l’uno, per 24 ore al giorno, stimolati dal sistema di cottimo, dai premi e da tutte le arti della propaganda, hanno costruito questa diga così rapidamente e così bene come non avrebbe potuto essere costruita in alcuna altra parte del mondo. Tale è l’opinione di Jack Clark, l’ingegnere americano che soprasiedette ai lavori(…) Il salario medio degli operai impiegati nella diga di Magnitogorsk, secondo l’ingegnere sovietico in carica, è di 5 rubli al giorno, ma egli disse che la eccezionale laboriosità di alcuni di essi ha permesso loro di guadagnare perfino 12 rubli al giorno (…). La carne si vendeva a 160 copechi il chilo (1,60 rubli, ndr), il burro, che a Mosca costa 20 rubli al chilo, qui ne costava 8. Le uova due rubli per decina. Grande quantità di koumis, il latte fermentato di cavalla, che è una specialità kirghisa, si poteva avere in fiaschi, o in bicchieri o in tazze”. Un’agiatezza tale da far invidia a qualsiasi lavoratore occidentale, nel periodo preso in considerazione! C’è da rilevare poi che Knickerbocker non potette assistere, negli anni a venire, al gigantesco progresso che si registrò a Magnitogorsk relativamente allo sviluppo dell’edilizia abitativa: alla fine degli anni ’30, in quel centro nevralgico dell’apparato produttivo sovietico, non era rimasta più nemmeno una baracca, in quanto tutti gli operai e gli impiegati avevano ricevuto assieme alle loro famiglie, al pari di altre figure professionali, alloggi salubri e confortevoli, in nuovi quartieri dalle vie ampie e squadrate. Tuttavia, le stesse baracche viste da Knickerbocker, e da lui descritte in alcuni passaggi, erano infinitamente più confortevoli e funzionali di quelle ben note ai minatori e agli operai italiani emigrati nel BENELUX: tutte costruite in legno di pino, con parti in cemento, esse erano ottimamente isolate dagli agenti atmosferici esterni ed il loro livello di pulizia era sempre ottimo, sovente impeccabile.
Per quanto concerne la città di Stalingrado, anch’essa trincea fondamentale nella lotta per il compimento del Primo Piano Quinquennale, Knickerbocker vi rileva segnali inequivocabili di benessere e sviluppo: “I salari degli operai russi e delle operaie a Stalingrado vanno da 2 a 5 rubli al giorno (…) e i meccanici esperti guadagnano fino a 10 rubli al giorno.(…) 22000 operai lavorano alla costruzione della fabbrica e degli alloggi, 7000 alla produzione di trattrici. Essi vivono in condizioni che sarebbero considerate lussuose in Mosca. 7000 sono alloggiati in nuovi caseggiati divisi per appartamenti, di cui ce ne sono 100. Ogni caseggiato contiene 40 appartamenti di 3 camere l’uno. Gli altri (gli addetti alla costruzione di impianti industriali ed edifici abitativi, ndr) vivono in baracche. Mangiano meglio che non in qualsiasi ristorante russo, per i russi, in Mosca. Ho visitato uno dei ‘stolovajas’ (trattorie tipiche russe, ndr). Il suo menù, cotto abbastanza bene, servito con sufficiente pulizia, consisteva di una zuppa di maccheroni per 25 kopechi, di manzo per 50, di pesce e pomidoro per 25, di caffè per 15, di maccheroni al latte per 25, di cervello per 50, di polpette di manzo in cavoli per 50, di dolce per 45, di tè per 5 kopechi”. Niente male davvero, per un ristorante popolare utilizzato principalmente come mensa dagli operai! Quale operaio americano, nello stesso periodo, poteva gustare, a prezzi accessibili, simili leccornie? Nelle mense delle fabbriche occidentali, nonché nelle osterie e trattorie accessibili al ceto proletario, non si andava oltre una minestra e qualche aringa!
7282e08563042269789287a480e56517Knickerbocker non sorvola certo sull’esistenza del “lavoro forzato”, sul quale tante speculazioni sono state imbastite dai falsari della storiografia borghese, ma ancora una volta nel suo racconto risaltano obiettività e rispetto dei fatti reali. Egli, infatti, riporta letteralmente le parole di Ivan Jakovlevich Bergis, Presidente della “Compagnia Volga–Caspiana”, uno dei più fiorenti trust attivi nel taglio, nella lavorazione e nel trasporto di legname: “Nella industria del legname (…) i kulak sono impiegati solo nel tagliare e trasportare gli alberi. E’ vero che sono usati nelle segherie a Sverdlovsk, nella regione degli Urali, ma non crediate che si tratti di lavoro non pagato come si fa coi prigionieri (…). La nostra legge è chiara. Chi non lavora non mangia, e i kulak non vogliono lavorare. Così ora noi insegniamo loro a lavorare”. Sull’incidenza complessiva del “lavoro forzato” Knickerbocker, in poche battute, fa strame di tutte le grottesche speculazioni anticomuniste che vanno per la maggiore ancora oggi, tendenti ad accreditare un universo sovietico simile all’Egitto del tempo dei Faraoni, con masse di schiavi orrendamente oppressi, giacenti sotto al giogo di un pugno di tiranni: “Quanto al lavoro dei prigionieri di cui ha fatto cenno il presidente, non ce n’è molto che salti agli occhi di chi viaggia attraverso quelle regioni dell’Unione dei Soviet che si possono visitare. In tutto il mio viaggio io ho notato un solo gruppo di prigionieri, una banda di uomini sul genere di quelli che si vedono frequentemente nel Texas o in altri Stati del Sud che impiegano ancora oggidì i prigionieri per i lavori stradali. Questa banda l’ho vista in Cheljabinsk e ritornava da una zona dove aveva lavorato a gettare le fondamenta di case per operai”. Sulle accuse all’URSS di praticare il dumping, ovvero forme di esportazione aggressive ed agguerrite, tutte condotte sulla base della rincorsa al prezzo più basso, tale da mettere in difficoltà i produttori delle stesse tipologie di merci e prodotti esportate nei loro rispettivi Paesi, Knickerbocker non giunge a conclusioni nitide e precise, supportate da dati inequivocabili, ma di certo non si accoda al baccano propagandistico, agli strali e agli anatemi lanciati, con insistente martellamento, dalle centrali della propaganda capitalistico–borghese. Con particolare riferimento all’antracite, materia prima presente in posizione preminente nelle accuse rivolte all’URSS, egli evidenzia alcuni fatti: “I fatti sono che nel 1928 l’Unione dei Soviet vendette in America 113000 tonn. di antracite; nei primi sette mesi del 1930, 129332 tonnellate. Nel 1928 la produzione totale dell’antracite d’America fu di tonn. 74552312 e non molto meno nel 1929. Le vendite sovietiche ammontarono a meno che a una settecentesima parte della totale produzione americana dell’anno scorso. Se l’esportazione di antracite sovietica in America raddoppierà nel 1930, allora, questa percentuale ammonterebbe a una trecentocinquantesima parte”. Del resto, solo una propaganda bugiarda e mistificatrice poteva incolpare di concorrenza sleale un Paese le cui esportazioni erano regolate, come quelle di ogni altra Nazione, da accordi e parametri messi neri su bianco al momento della sottoscrizione delle intese e dei trattati commerciali: nel caso in cui, per assurdo, vi fosse stato un minimo fondamento di verità nelle accuse, sarebbe bastato che gli USA e l’Europa avessero chiuso i loro confini alle esportazioni sovietiche ed elevato dazi, per risolvere il problema nella maniera più logica ed efficace! Invece, il mondo capitalista, in crisi nera, desiderava le materie prime ed i prodotti sovietici, disponibili ad ottimo prezzo sul mercato, riservandosi però, allo stesso tempo, con l’atteggiamento schizofrenico e irriconoscente suo tipico, la licenza di lanciare attacchi contro l’URSS per una concorrenza sleale che era, invece, puro e semplice rispetto di termini stabiliti consensualmente in forma pattizia.
Nel tirare le somme circa i successi e gli insuccessi del Piano Quinquennale, Knickerbocker enuncia un giudizio assolutamente limpido, privo di ambiguità e fumosità: “Quando si consideri il pro ed il contro del Piano Quinquennale alla fine del secondo anno, si vede che l’attivo sorpassa il passivo, di tanto da far rettificare il giudizio che sulle prime se ne poteva dare considerando solo l’aspetto della popolazione”. Le cifre riportate dal giornalista, sono di per se stesse eloquenti: “L’industria primaria è aumentata del 37,7%, l’industria degli articoli di consumo è aumentata solo dell’11,1%. La produzione totale fu doppia che nel 1913. Nessun ramo dell’industria mancò di aumentare la sua produzione ed anche l’industria del carbone, che è tra le più criticate, ha avuto un aumento del 17,6%. Grave, in rubli carta, fu il fatto che i costi di produzione invece di diminuire dell’11,8%, come voleva il Piano, furono ridotti solo del 7,1%, mentre la produttività del lavoro aumentò solamente del 13% contro il 25,2 propostosi dal Piano. La qualità delle produzione è assai povera, poiché in alcune industrie vi è una percentuale del 30% di scarto. Tuttavia l’aumento annuale nella produzione quantitativa è così grande che una larga percentuale della produzione totale si può anche scartare per la cattiva qualità e resterebbe sempre un volume di produzione quale la Russia non ha mai raggiunto prima”. Al netto di certe considerazioni, dettate dalla scarsa capacità di distinguere tra obiettivi eccessivamente ottimistici della pianificazione, riveduti e corretti in corso d’opera, e risultati concreti prodigiosamente conseguiti tenuto conto di condizioni interne ed internazionali sommamente difficoltose, Knickerbocker ci consegna un panorama di eccezionale sviluppo, di progresso imponente, reale, percepibile ad un primo sguardo. Egli, giornalista borghese ed anticomunista, per formazione convinto delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo, si bagna i piedi nell’acqua dell’umiltà e, con caparbia volontà di comprendere, oltre le cortine fumogene dei cliches, indaga la realtà della pianificazione economica sovietica, ricavandone spunti di eccezionale valore, cogliendo il gigantesco, pionieristico sforzo di superamento di un contesto di secolare arretratezza compiuto con volontarismo unito alla più rigorosa programmazione, alla più certosina ricognizione delle forze disponibili, alla più esigente razionalità economica e sapienza tecnico–organizzativa. I risultati finali del Primo Piano Quinquennale vedranno un Paese interamente trasformato, pronto ad affrontare l’onda d’urto dell’imperialismo bellicista nazifascista, avendo consolidato ed ampliato la propria base industriale, agricola, tecnica e scientifica. Knickerbocker non aveva preso lucciole per lanterne… Questo suo approccio scientifico, oggettivo, disincantato e spassionato, gli fa indubbiamente onore, specie nel momento in cui rende ancora più evidenti la faziosità, la bugia elevata a sistema, la capziosità inconcludente nelle analisi, tipiche della pubblicistica capitalistico–borghese, imperialista ed anticomunista, nel suo eterno quanto vano tentativo di deprezzare, infangare, distruggere, le conquiste storiche del socialismo reale, della più gloriosa esperienza sociale, politica e civile che ha sollevato dalla miseria e dallo sfruttamento milioni di uomini e donne in URSS, nell’Est europeo tutto, rendendo possibile, al contempo, la liberazione dal giogo colonialista e imperialista di vaste masse in Africa, Asia, America Latina.rm_43_2653Riferimenti:
H.R. Knickerbocker, “Il piano quinquennale sovietico”, (Bompiani, 1931 e 1932).
Ludo Martens, “Stalin, un altro punto di vista”, (Zambon Editore, 2005).

Gli hitleriani rossi

Il “Vlasov tedesco”, il pronipote di Bismarck e l’Eroe dell’Unione Sovietica “Ivan Ivanovich”
Versia 14/01/2017

nkfddenkfdA proposito degli ex-generali ed ex-ufficiali sovietici che passarono durante la Grande Guerra Patriottica ai nazisti, si sono scritti centinaia, se non migliaia di libri, per non parlare dei giornali. E sui militari nazisti che combatterono sotto la bandiera dell’Armata Rossa, quasi nulla. Ma tra loro, che furono abbastanza ragguardevoli, vi fu un pronipote di Otto von Bismarck, il conte Heinrich von Einsiedel. I tedeschi che combatterono al fianco dell’Armata Rossa facevano parte dell’Unione degli ufficiali tedeschi e della controparte sovietica dei collaborazionisti russi del Comitato di liberazione dei popoli (ACPD) del generale Andrej Vlasov, il Comitato Nazionale “Germania Libera”, la cui leadership comprendeva il feldmaresciallo Friedrich Paulus. Ex-militari di Hitler parteciparono anche al movimento partigiano, e uno di loro ricevette la Stella d’oro dell’Eroe dell’Unione Sovietica, però postumo. Finora, gli storici discutono dove vi furono più disertori, sovietici o tedeschi. In generale, coloro che pensano che un numero relativamente piccolo di nazisti passò dalla parte sovietica si basano sulle statistiche ufficiali del NKVD: durante la guerra, i “reclutati per intelligence e attività sovversive tra i prigionieri dall’NKVD, furono: 5341 tedeschi, 1266 rumeni, 943 italiani, 855 ungheresi, 106 finlandesi, 92 austriaci, 75 spagnoli, 24 slovacchi“. Ma si trattava solo dei reclutati dal NKVD, ma reclutavano anche diversi altri dipartimenti. E, in secondo luogo, si prendono in considerazione solo spie e sabotatori. Di conseguenza, le statistiche sono incomplete, per esempio non ci sono dati sulle unità dell’Unione degli ufficiali tedeschi nell’Armata Rossa. Tra l’altro, queste unità si distinsero anche in battaglia contro i nazisti, in particolare nella battaglia delle alture Seelow. Secondo il memorialista tedesco Helmut Altner, “combattevamo con uniformi tedesche, e differivamo dalle truppe naziste solo per il bracciale, dai colori della bandiera della Repubblica di Weimar (l’attuale bandiera della Germania)“. Quindi la questione del numero esatto dei disertori è ancora aperta.5-4Il più famoso disertore fu il pronipote del più grande cancelliere tedesco
einsihe0 Il primo disertore tedesco fu Alfred Liskow, un soldato della Wehrmacht che riferì all’esercito sovietico della guerra imminente, il giorno prima che iniziasse. Liskow militava nella 15.ma Divisione di fanteria, di stanza nel distretto di Sokal (ora presso Leopoli, in Ucraina), l’unità doveva attraversare il confine per prima. Dopo aver appreso dell’attacco imminente, il 21 giugno Liskow fuggì attraversando il Bug e alle 9 di sera si arrese alle guardie di frontiera dell’Armata Rossa. Per tutta l’estate Liskow partecipò ad attività di propaganda del Comintern, ma cadde in disgrazia dopo aver litigato con il leader del Comintern Georgij Dimitrov, dichiarandolo “fascista e antisemita”. Liskow fu arrestato e nel 1942 fucilato.
Due giorni dopo l’inizio della guerra, in prossimità di Kiev atterrò improvvisamente un bombardiere tedesco. Lo Junkers Ju-88A-1 (B3 + BM, WNr 2428) del 4/KG-54. Tutto l’equipaggio, composto da Hans Hermann, Hans Kratz, Wilhelm Schmidt e Gefr Adolf Appel, si consegnò volontariamente. Come riportato dal “Soviet Information Bureau“, “non volevano combattere contro il popolo sovietico, i piloti sganciarono le bombe sul Dnepr e poi atterrarono vicino la città, dove si arresero al Kolkhoz locale“. Altri equipaggi di “junker” si arresero nei due mesi estivi, e nel primo anno di guerra almeno due dozzine di altri piloti tedeschi. Il più famoso asso e disertore fu, senza dubbio, Heinrich von Einsiedel. Aristocratico pronipote del primo cancelliere dell’Impero tedesco, Bismarck. Grazie al lignaggio Einsiedel, che all’inizio della guerra aveva appena 20 anni, ebbe il patrocinio dello stesso Hitler. Preso servizio nell’elitaria 3.za squadriglia da caccia, denominata del famoso pilota della Prima guerra mondiale Ernst Udet. Nella battaglie nei pressi di Belgrado e Parigi, il tenente von Einsiedel abbatté due dozzine di aerei, e nel 1942 Hitler l’invio sul Fronte orientale, ammonendolo: “i tuoi ordini sono volare nei cieli di Stalingrado. Credo che ce la farai“. Il pronipote di Bismarck precipitò a Sarepta e fu fatto prigioniero; quindi fu spedito nel campo per ufficiali nei pressi di Mosca. Lì conobbe Friedrich Paulus, con cui creò il Comitato “Germania Libera”. Dopo aver appreso che uno dei suoi junker preferiti era passato al nemico, Hitler annunciò una ricompensa generosa a chi lo riportasse vivo o morto nel Reich; circa mezzo milione di Reichsmark, una cifra enorme all’epoca. Ma il destino sorrise al discendente di Bismarck: dopo la guerra, si trasferì in Germania, dove visse a lungo.ju_88_10Il “Vlasov tedesco” due volte condannato a morte
Il destino del Tenente-Generale Walter von Seydlitz-Kurzbach fu un po’ meno drammatico rispetto a quello dei vertici odiosi dell’ACPD. La divisione che comandava sfondò la “Linea Maginot” e compì marce vittoriose in Polonia e Olanda. Durante ciò, il Führer premiò il suo eroico generale con la Croce di Ferro di Cavaliere. Fu sul fronte orientale Walther von Seydlitz-Kurzbach fin dai primi giorni di guerra, e nel gennaio 1943 il generale fu catturato insieme allo Stato Maggiore del Corpdo d’Armata appena affidatogli. Walther von Seydlitz-Kurzbach era ciò si chiamava un “osso duro militare”, non troppo gradito al “parvenu” Fuhrer. Tra i prigionieri del campo, oltre a lui, anche i generali Otto Korfes, Martin Lattmann e Alexander von Daniels, accettarono di collaborare con le autorità sovietiche per rovesciare Hitler. Nell’autunno del 1943 alla conferenza di fondazione a Lunev, von Seydlitz fu eletto presidente dell’Unione degli ufficiali tedeschi, e quindi vicepresidente del Comitato Nazionale “Germania Libera”. Presso i generali sovietici divenne noto come il “Vlasov tedesco”. Nel frattempo, a Dresda il tribunale militare lo condannò a morte in contumacia. Alla fine della guerra l’Unione degli ufficiali tedeschi fu sciolta e nei successivi cinque anni lavorò alla storia militare della seconda guerra mondiale presso lo Stato Maggiore Generale dell’URSS. Ma dopo che chiese il rimpatrio nella zona di occupazione sovietica della Germania, Walther von Seydlitz-Kurzbach fu arrestato. Nel 1950 l’Unione Sovietica revocò la moratoria sulla pena di morte e venne condannato a morte, per la seconda volta, poi commutata in 25 anni di reclusione ed inviato al Butyrka, dove rimase detenuto per cinque anni. Fu rilasciato nel 1955 e tornò in Germania.

Seduto a sinistra Walter von Seydlitz-Kurzbach

Seduto a sinistra Walter von Seydlitz-Kurzbach; in piedi, secondo da sinistra Heinrich Graf von Einsiedel e primo da destra il generale Lattmann

Il partigiano “Ivan Ivanovich” decorato con la Stella d’oro d’Eroe
gtlywb7eeye Anche esteriormente Fritz Shmenkel ricordava il buon soldato Svejk, il protagonista del romanzo di Jaroslav Hasek. Lesto e uomo di spessore dall’eroismo speciale: quando nel 1938 fu chiamato a servire nella Wehrmacht, scelse la “renitenza” citando cattive condizioni di salute. Poi passò dagli ospedali a case di cure mentali, proprio come Hasek. E poi il “refusenik” Shmenkel finì in carcere. Infine, dovette chiedere di andare al fronte per non marcire in una cella con dei criminali. Shmenkel divenne caporale sul fronte orientale. Ma non combatté per molto per il suo Paese, nell’autunno 1941 fuggì dalla sua posizione e si nascose nei villaggi della regione di Smolensk per evitare di esser catturato dalla polizia. Infine, lasciato il nascondiglio decise di aderire alla guerriglia. Shmenkel aderì al distaccamento partigiano “Morte al fascismo“. Inizialmente ne fu prigioniero. Ma per qualche miracolo, poté dimostrare che era contro Hitler. Va bene, dissero i partigiani, proviamolo in battaglia. E nel primo scontro con i nazisti Shmenkel fece la sua parte: eliminò un cecchino tedesco e guidò i guerriglieri nel tendere agguati. Nell’agosto 1942 Shmenkel, con l’uniforme tedesca, catturò senza sparare 11 poliziotti e li consegnò al tribunale dei partigiani. Poi, travisato da generale tedesco, Shmenkel fermò un convoglio tedesco carico di cibo e munizioni, e lo mandò nei boschi, direttamente nella trappola dei partigiani. Il risultato fu che i tedeschi seppero che i partigiani sovietici avevano per capo un soldato tedesco, sul cui capo posero una grande taglia. Ma i partigiani protessero Shmenkel, cambiandogli il nome da Fritz ad Ivan Ivanovich. Nel 1943 ricevette a Mosca l’Ordine della Bandiera Rossa e fu addestrato a comandare l’unità sabotaggio e ricognizione “Campo”. Nel febbraio 1944, non lontano da Minsk, il coraggioso Shmenkel fu catturato dai tedeschi e il 22 febbraio fu fucilato su sentenza del tribunale marziale. Nel 1964, Fritz Shmenkel fu insignito postumo del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

I musulmani dell’URSS

Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani nell’URSS negli anni ’30 e nella Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e Abdurakhman Rasulev
Luca Baldelli

ux5tp_ppatoL’UTSS in tema di religione aveva la Costituzione più avanzata e garantista del mondo. Questo fatto semplice, chiaro e anzi cristallino, è stato negato e coperto dal rullare dei tamburi dei figliocci di Goebbels, i quali si sono sempre ben guardati, nel perpetuare ad libitum i loro rumorosi ed ammorbanti conati, dal citare fonti, fatti e avvenimenti ONESTI E VERITIERI. A partire, naturalmente dall’articolo 124 della Carta costituzionale, inequivocabile nel suo contenuto: “allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Tutte le religioni, in URSS, erano assolutamente libere, godevano di piena agibilità per quanto concerneva proselitismo e culto, venivano poste, senza eccezione alcuna, su un piede di parità contro ogni forma di discriminazione e privilegio. Ai credenti si chiedeva solo e soltanto di rispettare le leggi dello Stato, di servire la Patria fedelmente, di lavorare con integrità ed onestà alla realizzazione del bene comune. Principi giusti, sacrosanti, che nessuno può spacciare per “totalitari” o “dittatoriali” se non dei dementi o persone in malafede cosciente. L’Islam, in questo panorama, godeva di un rispetto totale e sincero, come seconda religione per numero di fedeli. Negli anni ’30, in URSS, quasi 20000000 di cittadini sovietici abbracciavano la fede islamica, maggioritaria in Repubbliche quali Azerbaigian, Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan e in aree quali la Ceceno–Inguscezia ed il Tatarstan. Perseguitare una realtà come questa, relegandola ai margini della vita civile, sarebbe stato non solo ingiusto, ma anche oltremodo controproducente per qualsiasi governo e qualsivoglia ordinamento politico e sociale che aspirasse ad un minimo di stabilità e di “respiro” per attuare riforme sostanziali. Il potere sovietico sapeva tutto ciò e, diversamente da quanto ci hanno raccontato, non solo non perseguitò ma protesse la libertà dei credenti di fede islamica, nella rigida separazione tra Stato e fede. Anzi, proprio il carattere laico dello Stato sovietico consentì all’Islam di avere un’agibilità che, nel contesto dell’Impero zarista, fortemente incentrato sulla religione ortodossa, mai aveva conosciuto. Sono circolate, al riguardo, cifre fasulle o non adeguatamente contestualizzate che, di per sé, farebbero pensare al contrario: da più parti, infatti, si è detto e scritto (vedi, ad esempio http://www.gazeta.islamnn.ru/) che, negli anni ’30 molte moschee furono chiuse e passarono, ad esempio, nel Tatarstan, da 12000 a 2000, con il 90–97% dei mullah e dei muezzin interdetti alla celebrazione dei riti sacri. Una bugia colossale, gettata negli occhi come cortina fumogena per depistare e ingannare: in realtà, molte moschee chiusero i battenti semplicemente perché tanti fedeli smisero di credere e approdarono all’ateismo in piena libertà e coscienza, altri divennero meno osservanti e iniziarono a disertare le cerimonie, tanto che la platea dei credenti non giustificava più il numero delle moschee aperte ed attive. E tuttavia non vi fu mai una decimazione del numero delle moschee quale quella sopra menzionata, figlia di cifre taroccate e per niente “neutre”, che sovrastimavano l’entità numerica dei luoghi di culto in epoca zarista, per poi costruire la favola della distruzione e della chiusura delle moschee sotto il comunismo. Molto spesso si è fatta, e si continua a fare, grande confusione tra moschee vere e proprie e case private in cui i musulmani preferivano riunirsi e pregare, anche (negli anni ’30 questo era tanto più vero!) per prendere le distanze da mullah e religiosi contrari aprioristicamente al socialismo e fautori di atti di diversione contro il governo. Mai il potere sovietico demolì moschee, le distrusse e ne asportò i sacri arredi; l’NKVD e gli altri organi dello Stato, intervennero ad arrestare e consegnare alla giustizia, questo sì, banditi e terroristi che, sotto la copertura della religione islamica, tramavano e commettevano sabotaggi, attentati, azioni sanguinose contro la legge, contro i cittadini, contro l’ordinamento socialista. A favorire un clima di reciproca comprensione, tolleranza e concordia, contro i seminatori d’odio e i fautori delle guerre di religione, furono essenzialmente nel campo islamico due figure emblematiche: Rizajtdin Fahretdinov e Abdurakhman Rasulev.
riza_bRizajtdin Fakhretdinovich Fakhretdinov (1859–1936), letterato e studioso bashkiro, orientalista di spicco, nel 1923, al Congresso di Ufa, fu eletto muftì dell’“Amministrazione centrale per gli affari spirituali dei musulmani della Russia interna e della Siberia” (TsDUM) e nel 1926 rappresentò i musulmani sovietici al Congresso islamico mondiale. Nel 1927, lo TsDUM era arrivato ad avere, sotto la propria ala, ben 14825 luoghi di culto (molti dei quali esistenti più sulla carta che nei fatti). Fino alla sua morte, Fakhretdinov tenne le redini del mondo islamico sovietico con autorevolezza, capacità di mediazione e, al tempo stesso, risolutezza. Mentre non aveva paura di far sentire la sua voce e di protestare quando, da parte delle autorità periferiche, venivano compiuti episodi di abuso e sopruso ai danni dei credenti, in violazione di tutte le disposizioni legislative e politiche vigenti, altrettanto severo si rivelava ogniqualvolta estremisti che abusavano del nome dell’Islam compivano azioni di destabilizzazione e diversione all’interno dei confini sovietici. Non dimentichiamo che, in URSS, specie nelle Regioni dell’Asia centrale, negli anni ’30 si era appena spenta l’eco della guerriglia terroristica fomentata dai basmaci, banditi che per conto della reazione agraria, dei mullah e dei possidenti delle varie zone del Turkestan, attaccavano in armi le truppe dell’Armata Rossa, le unità dell’NKVD, uccidendo al tempo stesso gli attivisti comunisti, i fautori della collettivizzazione agraria e comuni cittadini leali verso il potere sovietico, in particolare maestri e donne che volevano togliersi il velo. La lotta contro queste bande, che infestavano alla radice diversi luoghi, durò dall’inizio degli anni ’20 fino al 1931 e costò, alle forze dell’Unione Sovietica, più di 1000 morti secondo le statistiche più “edulcorate”. L’atteggiamento di Fakhretdinov, la sua condotta equilibrata ed irreprensibile, conobbe un prosieguo senza soluzione di continuità con il mandato di Abdurakhman Zajnullovich Rasulev (1889–1950), il quale presiedette lo TsDUM dal 1936 alla data della morte. Rasulev si trovò a fronteggiare, da massima autorità dell’Islam sovietico, diversi problemi e non lievi difficoltà, a cominciare dalla rivolta banditesca scoppiata in Cecenia nel 1940 ad opera di due rinnegati ex-comunisti, Hasan e Husayn Israilov, protagonisti per vari anni di sabotaggi dall’interno del sistema sovietico, con errate direttive sulla collettivizzazione, abusi di potere e violenze attuate alfine di creare il malcontento della popolazione contro il governo centrale di Mosca. Gli Israilov e i loro protetti continuavano, ad esempio, a possedere intere aziende agrarie, disponendone a piacimento sotto la facciata di kolchoz e sovkhoz. Si formò un governo ribelle, emanazione dei ceti possidenti spodestati, dei mullah reazionari, dei latifondisti, dei vecchi capibastone feudali, con sede a Galanchozh, luogo natale degli Israilov. La mafia di Galanchozh iniziò presto a vessare in ogni modo la popolazione, a uccidere comunisti e cittadini non disposti a sottostare al giogo dei vecchi dominatori. Il popolo ceceno, in larga parte, stava con il potere sovietico, tanto che l’insorgenza dei nuovi basmaci legati agli Israilov non andò mai oltre i confini sudorientali della regione, con sortite verso Groznij(al centro), Gudermes (parte centro-orientale) e Malgobek (parte settentrionale) rapidamente represse dallo sforzo congiunto dell’NKVD, dell’Armata Rossa e della popolazione civile. La stampa occidentale e la storiografia borghese e capitalista parleranno per decenni di “Governo Provvisorio Popolare-Rivoluzionario della Ceceno–Inguscezia”, ma si tratterà di una bufala sesquipedale: se il 20% dei ceceni aderì all’insurrezione, gli Ingusci non vi presero parte che in poche migliaia e anche tra i “guerriglieri” erano molti coloro i quali prendevano le armi sotto la minaccia dei tagliagole antisovietici, per poi deporle alla prima occasione e raggiungere i ranghi dell’Armata Rossa.

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

mulla4Da sottolineare, poi, che mentre la Cecenia veniva percorsa da queste fiammate reazionarie, dietro cui si profilava l’ombra di manovratori esterni tra i circoli imperialisti interessati al petrolio e al gas di quelle aree, ai giacimenti sfruttati e a quelli noti, censiti e ancora “vergini”, in tutte le altre aree sovietiche a maggioranza islamica, dal Tatarstan all’Asia Centrale, regnavano tranquillità, concordia, sviluppo ordinato e continuo. In questo contesto, Abdurakhman Zajnullovich Rasulev, in qualità di massima autorità dei musulmani sovietici, rappresentò un punto di riferimento saldo, sincero e concretamente operativo per tutti coloro che volevano la convivenza, l’unità e la fratellanza sotto la bandiera rossa, nel rispetto di tutti i culti e nell’unanime consenso attorno al grande progetto di emancipazione del socialismo. Con l’invasione della Germania nazista, a cui strizzarono l’occhio anche gli imperialisti anglosassoni, camerieri di Hitler a Monaco, le bande reazionarie islamiche ripresero forza e vigore e vari territori a forte presenza islamica vennero occupati. Il popolo musulmano, però, non si lasciò ammaliare da finti slogan “anticolonialisti” e “indipendentisti” sbandierati dagli stessi che venivano ad invadere e saccheggiare un immenso, glorioso Paese per i loro disegni di supremazia mondiale. Rasulev fu in prima fila appassionato e vigoroso combattente della causa sovietica. Egli sentì, sulle sue spalle, tutto il peso della vita e della morte non solo dei suoi fratelli di fede, ma anche di tutti i cittadini sovietici, a prescindere dal credo religioso. Nel 1942, con l’appoggio della stragrande maggioranza delle popolazioni islamiche della grande URSS, Rasulev dichiarò la jihad contro i nazifascisti tedeschi, chiamando tutti a combattere in prima fila per la Madrepatria, con un discorso vibrante, carico di emozione e pathos: “Oggi non esiste credente, disse, il cui figlio, fratello o padre non combattano contro i nazifascisti, difendendo armi in mano le loro case e le nostre (…. Noi musulmani dobbiamo ricordare bene le parole del Profeta Muhamad, ovvero ‘l’amor di Patria fa parte della vostra fede’”. Nel 1943, annunciando un impegno rigorosamente portato a termine, Rasulev scrisse a Stalin: “Con grande soddisfazione, V’invio il saluto del Consiglio Islamico dell’URSS. Ispirato dal successo della nostra gloriosa Armata Rossa, sto personalmente raccogliendo 50000 rubli per la costruzione di una colonna di carri armati e invierò un messaggio speciale per invitare i fedeli musulmani a donare risorse per la fabbricazione di un’altra colonna. Prego Allah e sinceramente auguro a Voi buona salute e la rapida sconfitta del nemico”. Stalin non tardò a rispondere: “Sono io a ringraziare Voi per la Vostra premura verso le forze corazzate dell’Armata Rossa. Accettate il mio saluto e la mia gratitudine, anche per conto dell’Armata Rossa”. Le Izvestija del 3 marzo 1943 furono ancora testimonianza viva e incontrovertibile di questo afflato patriottico e spirituale, di questa unione di intenti tra il supremo condottiero della Patria sovietica e la massima autorità dei fedeli islamici viventi nella stessa ecumene territoriale. Un anno prima, piccolo passo indietro, i soldati uzbeki in forza all’Armata Rossa (al 90% di fede islamica), protagonisti di intrepidi combattimenti ed esaltanti vittorie, avevano inviato alla Pravda lettere piene di amore per la Patria sovietica e per la causa della liberazione dagli invasori; si veda in particolare il numero del 31 ottobre 1942 dell’organo ufficiale del VK(b)P.
1956376_600 Nel 1944, in data 20 giugno, la Conferenza dei musulmani del Daghestan, fedelissimi all’URSS e in prima linea nella lotta contro la bestia nazifascista, inviarono una lettera assai toccante a Stalin: in essa s’invocava Allah affinché sconfiggesse “i maledetti hitleriani”. Il collaborazionismo tra gli islamici dell’URSS fu un fenomeno assai limitato, quantunque ancora oggi amplificato da tutta una storiografia menzognera, mistificante, funzionale a certi progetti geopolitici panturanici e reazionari, concepiti nei laboratori alchemici della NATO. Possiamo dire, senza timore di smentite, che appena un 10% dei musulmani sovietici collaborò coi nazisti e, di questo 10%, una buona metà era composta da elementi sotto ricatto, sbandati, ingenui che presto o tardi finirono per disertare e ricongiungersi con l’Armata Rossa. A volta trovarono ad attenderli i plotoni di esecuzione, vero, ma come poteva essere diversamente? Non si potevano certo fare distinzioni tra chi aveva promosso e diretto massacri e chi vi aveva preso parte “controvoglia”, in crisi di coscienza. Nessun regime, sistema o governo può fare esercizi introspettivi e psicologici, né in pace né tantomeno in guerra. Non possiamo dimenticare che, sotto l’ombra della croce uncinata, i tatari fascisti della Crimea (per i quali si sono versate ipocrite lacrime di coccodrillo, da parte di tutti i reazionari del mondo!) spinsero nei forni e nelle fosse comuni quasi 200000 cittadini e militari sovietici, alcuni dei quali bruciati nei forni dei kolchoz. Quel che è certo è che tutti i musulmani ex-collaborazionisti, non macchiatisi di crimini in maniera comprovata, animati altresì da sincero spirito patriottico, ottennero accoglienza e rispetto nelle unità dell’Armata Rossa fino al 1944-45. Intanto, corpi formati interamente da musulmani, come la leggendaria 112.ma Divisione bashkira di cavalleria, con la bellezza di 3860 decorati, si distinsero per valore e coraggio nei combattimenti. Rasulev, nel 1944, ottenne anche un’altra importante riforma dell’assetto degli organi rappresentativi dei fedeli musulmani dell’URSS: infatti, grazie ad una sua proposta inoltrata a Stalin ed al Governo sovietico, gli affari spirituali degli islamici cittadini dell’URSS iniziarono ad essere gestiti, a partire da quell’anno, da quattro centri indipendenti, uno competente per gli affari spirituali tout court, in funzione di supervisione, un altro con autorità in Asia Centrale e Kazakhstan, un altro con potestà sulla regione del Caucaso, un altro ancora competente per la zona europea e la Siberia. L’immenso, sconfinato territorio sovietico non poteva vedere un unico organo centralizzato di natura religiosa che, per quanto efficiente, finiva per non avere un controllo effettivo su ogni parte del Paese, su tutta la umma ovunque insediata. Meglio una gestione policentrica, eppur saldamente gravitante attorno alla figura del muftì principale: ecco, in sintesi, la considerazione che mosse Rasulev e Stalin ad istituire questi quattro centri di irradiazione delle direttive e delle iniziative inerenti alle comunità islamiche dell’URSS.
musa_dzhalilAppare chiaro ed evidente che un potere politico che si poneva così tante premure verso i fedeli musulmani, dando loro spazio e autonomia in ogni ambito, non poteva essere un potere repressivo, ateista in senso volgare e chiuso al dialogo: qui cadono tutte le calunnie su Stalin come responsabile di “persecuzioni” contro i credenti musulmani, ma anche di altre religioni. Nel 1945 centinaia di migliaia di famiglie islamiche piangevano i caduti nella Grande Guerra Patriottica sotto il piombo e le torture nazifascisti: solo per ricordare alcuni nomi, possiamo citare il grande poeta tataro Musa Dzhalil, ucciso nel carcere berlinese di Moabit, il quale lasciò ad un suo amico belga il quaderno con i suoi straordinari versi, che per sempre muoveranno a compassione, fino allo strazio, l’intera umanità progressista e amante della pace; non possiamo non volgere la meridiana della nostra memoria, poi, ad un altro valente letterato tataro, Adel Kutuj, amico di Dzhalil e corrispondente di guerra, ferito e poi deceduto per i postumi di una tubercolosi polmonare contratta sul fronte polacco. Che dire poi del ceceno Dasha Akaev, pilota caduto nei cieli tersi del Baltico, infiammati dai fuochi della battaglia contro il mostro nazifascista? E vogliamo forse dimenticare il suo conterraneo Khanpasha Nuradilovic Nuradilov, decorato con l’Ordine della Bandiera Rossa, caduto a Stalingrado dopo essersi ricoperto di gloria e dichiarato Eroe dell’Unione Sovietica? No, non possiamo dimenticarli, questi figli della gloriosa URSS nati tra minareti e madrase, fedeli al loro ancestrale retaggio eppure fedeli cittadini della Grande URSS, che tutti accoglieva e tutti emancipava. Dobbiamo ricordarli, assieme ai grandi Fakhratdinov e Rasulev, assieme all’operato del TsDUM, anche contro tutti i reazionari e i tagliagole, i moderni fascisti sedicenti islamici che seminano morte e distruzione in Medio Oriente e altrove sotto la maschera dello SIIL, germoglio della testa d’Idra dell’imperialismo, comunque e sempre!

Adel Kutuj

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