Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

I musulmani dell’URSS

Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani nell’URSS negli anni ’30 e nella Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e Abdurakhman Rasulev
Luca Baldelli

ux5tp_ppatoL’UTSS in tema di religione aveva la Costituzione più avanzata e garantista del mondo. Questo fatto semplice, chiaro e anzi cristallino, è stato negato e coperto dal rullare dei tamburi dei figliocci di Goebbels, i quali si sono sempre ben guardati, nel perpetuare ad libitum i loro rumorosi ed ammorbanti conati, dal citare fonti, fatti e avvenimenti ONESTI E VERITIERI. A partire, naturalmente dall’articolo 124 della Carta costituzionale, inequivocabile nel suo contenuto: “allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Tutte le religioni, in URSS, erano assolutamente libere, godevano di piena agibilità per quanto concerneva proselitismo e culto, venivano poste, senza eccezione alcuna, su un piede di parità contro ogni forma di discriminazione e privilegio. Ai credenti si chiedeva solo e soltanto di rispettare le leggi dello Stato, di servire la Patria fedelmente, di lavorare con integrità ed onestà alla realizzazione del bene comune. Principi giusti, sacrosanti, che nessuno può spacciare per “totalitari” o “dittatoriali” se non dei dementi o persone in malafede cosciente. L’Islam, in questo panorama, godeva di un rispetto totale e sincero, come seconda religione per numero di fedeli. Negli anni ’30, in URSS, quasi 20000000 di cittadini sovietici abbracciavano la fede islamica, maggioritaria in Repubbliche quali Azerbaigian, Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan e in aree quali la Ceceno–Inguscezia ed il Tatarstan. Perseguitare una realtà come questa, relegandola ai margini della vita civile, sarebbe stato non solo ingiusto, ma anche oltremodo controproducente per qualsiasi governo e qualsivoglia ordinamento politico e sociale che aspirasse ad un minimo di stabilità e di “respiro” per attuare riforme sostanziali. Il potere sovietico sapeva tutto ciò e, diversamente da quanto ci hanno raccontato, non solo non perseguitò ma protesse la libertà dei credenti di fede islamica, nella rigida separazione tra Stato e fede. Anzi, proprio il carattere laico dello Stato sovietico consentì all’Islam di avere un’agibilità che, nel contesto dell’Impero zarista, fortemente incentrato sulla religione ortodossa, mai aveva conosciuto. Sono circolate, al riguardo, cifre fasulle o non adeguatamente contestualizzate che, di per sé, farebbero pensare al contrario: da più parti, infatti, si è detto e scritto (vedi, ad esempio http://www.gazeta.islamnn.ru/) che, negli anni ’30 molte moschee furono chiuse e passarono, ad esempio, nel Tatarstan, da 12000 a 2000, con il 90–97% dei mullah e dei muezzin interdetti alla celebrazione dei riti sacri. Una bugia colossale, gettata negli occhi come cortina fumogena per depistare e ingannare: in realtà, molte moschee chiusero i battenti semplicemente perché tanti fedeli smisero di credere e approdarono all’ateismo in piena libertà e coscienza, altri divennero meno osservanti e iniziarono a disertare le cerimonie, tanto che la platea dei credenti non giustificava più il numero delle moschee aperte ed attive. E tuttavia non vi fu mai una decimazione del numero delle moschee quale quella sopra menzionata, figlia di cifre taroccate e per niente “neutre”, che sovrastimavano l’entità numerica dei luoghi di culto in epoca zarista, per poi costruire la favola della distruzione e della chiusura delle moschee sotto il comunismo. Molto spesso si è fatta, e si continua a fare, grande confusione tra moschee vere e proprie e case private in cui i musulmani preferivano riunirsi e pregare, anche (negli anni ’30 questo era tanto più vero!) per prendere le distanze da mullah e religiosi contrari aprioristicamente al socialismo e fautori di atti di diversione contro il governo. Mai il potere sovietico demolì moschee, le distrusse e ne asportò i sacri arredi; l’NKVD e gli altri organi dello Stato, intervennero ad arrestare e consegnare alla giustizia, questo sì, banditi e terroristi che, sotto la copertura della religione islamica, tramavano e commettevano sabotaggi, attentati, azioni sanguinose contro la legge, contro i cittadini, contro l’ordinamento socialista. A favorire un clima di reciproca comprensione, tolleranza e concordia, contro i seminatori d’odio e i fautori delle guerre di religione, furono essenzialmente nel campo islamico due figure emblematiche: Rizajtdin Fahretdinov e Abdurakhman Rasulev.
riza_bRizajtdin Fakhretdinovich Fakhretdinov (1859–1936), letterato e studioso bashkiro, orientalista di spicco, nel 1923, al Congresso di Ufa, fu eletto muftì dell’“Amministrazione centrale per gli affari spirituali dei musulmani della Russia interna e della Siberia” (TsDUM) e nel 1926 rappresentò i musulmani sovietici al Congresso islamico mondiale. Nel 1927, lo TsDUM era arrivato ad avere, sotto la propria ala, ben 14825 luoghi di culto (molti dei quali esistenti più sulla carta che nei fatti). Fino alla sua morte, Fakhretdinov tenne le redini del mondo islamico sovietico con autorevolezza, capacità di mediazione e, al tempo stesso, risolutezza. Mentre non aveva paura di far sentire la sua voce e di protestare quando, da parte delle autorità periferiche, venivano compiuti episodi di abuso e sopruso ai danni dei credenti, in violazione di tutte le disposizioni legislative e politiche vigenti, altrettanto severo si rivelava ogniqualvolta estremisti che abusavano del nome dell’Islam compivano azioni di destabilizzazione e diversione all’interno dei confini sovietici. Non dimentichiamo che, in URSS, specie nelle Regioni dell’Asia centrale, negli anni ’30 si era appena spenta l’eco della guerriglia terroristica fomentata dai basmaci, banditi che per conto della reazione agraria, dei mullah e dei possidenti delle varie zone del Turkestan, attaccavano in armi le truppe dell’Armata Rossa, le unità dell’NKVD, uccidendo al tempo stesso gli attivisti comunisti, i fautori della collettivizzazione agraria e comuni cittadini leali verso il potere sovietico, in particolare maestri e donne che volevano togliersi il velo. La lotta contro queste bande, che infestavano alla radice diversi luoghi, durò dall’inizio degli anni ’20 fino al 1931 e costò, alle forze dell’Unione Sovietica, più di 1000 morti secondo le statistiche più “edulcorate”. L’atteggiamento di Fakhretdinov, la sua condotta equilibrata ed irreprensibile, conobbe un prosieguo senza soluzione di continuità con il mandato di Abdurakhman Zajnullovich Rasulev (1889–1950), il quale presiedette lo TsDUM dal 1936 alla data della morte. Rasulev si trovò a fronteggiare, da massima autorità dell’Islam sovietico, diversi problemi e non lievi difficoltà, a cominciare dalla rivolta banditesca scoppiata in Cecenia nel 1940 ad opera di due rinnegati ex-comunisti, Hasan e Husayn Israilov, protagonisti per vari anni di sabotaggi dall’interno del sistema sovietico, con errate direttive sulla collettivizzazione, abusi di potere e violenze attuate alfine di creare il malcontento della popolazione contro il governo centrale di Mosca. Gli Israilov e i loro protetti continuavano, ad esempio, a possedere intere aziende agrarie, disponendone a piacimento sotto la facciata di kolchoz e sovkhoz. Si formò un governo ribelle, emanazione dei ceti possidenti spodestati, dei mullah reazionari, dei latifondisti, dei vecchi capibastone feudali, con sede a Galanchozh, luogo natale degli Israilov. La mafia di Galanchozh iniziò presto a vessare in ogni modo la popolazione, a uccidere comunisti e cittadini non disposti a sottostare al giogo dei vecchi dominatori. Il popolo ceceno, in larga parte, stava con il potere sovietico, tanto che l’insorgenza dei nuovi basmaci legati agli Israilov non andò mai oltre i confini sudorientali della regione, con sortite verso Groznij(al centro), Gudermes (parte centro-orientale) e Malgobek (parte settentrionale) rapidamente represse dallo sforzo congiunto dell’NKVD, dell’Armata Rossa e della popolazione civile. La stampa occidentale e la storiografia borghese e capitalista parleranno per decenni di “Governo Provvisorio Popolare-Rivoluzionario della Ceceno–Inguscezia”, ma si tratterà di una bufala sesquipedale: se il 20% dei ceceni aderì all’insurrezione, gli Ingusci non vi presero parte che in poche migliaia e anche tra i “guerriglieri” erano molti coloro i quali prendevano le armi sotto la minaccia dei tagliagole antisovietici, per poi deporle alla prima occasione e raggiungere i ranghi dell’Armata Rossa.

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

mulla4Da sottolineare, poi, che mentre la Cecenia veniva percorsa da queste fiammate reazionarie, dietro cui si profilava l’ombra di manovratori esterni tra i circoli imperialisti interessati al petrolio e al gas di quelle aree, ai giacimenti sfruttati e a quelli noti, censiti e ancora “vergini”, in tutte le altre aree sovietiche a maggioranza islamica, dal Tatarstan all’Asia Centrale, regnavano tranquillità, concordia, sviluppo ordinato e continuo. In questo contesto, Abdurakhman Zajnullovich Rasulev, in qualità di massima autorità dei musulmani sovietici, rappresentò un punto di riferimento saldo, sincero e concretamente operativo per tutti coloro che volevano la convivenza, l’unità e la fratellanza sotto la bandiera rossa, nel rispetto di tutti i culti e nell’unanime consenso attorno al grande progetto di emancipazione del socialismo. Con l’invasione della Germania nazista, a cui strizzarono l’occhio anche gli imperialisti anglosassoni, camerieri di Hitler a Monaco, le bande reazionarie islamiche ripresero forza e vigore e vari territori a forte presenza islamica vennero occupati. Il popolo musulmano, però, non si lasciò ammaliare da finti slogan “anticolonialisti” e “indipendentisti” sbandierati dagli stessi che venivano ad invadere e saccheggiare un immenso, glorioso Paese per i loro disegni di supremazia mondiale. Rasulev fu in prima fila appassionato e vigoroso combattente della causa sovietica. Egli sentì, sulle sue spalle, tutto il peso della vita e della morte non solo dei suoi fratelli di fede, ma anche di tutti i cittadini sovietici, a prescindere dal credo religioso. Nel 1942, con l’appoggio della stragrande maggioranza delle popolazioni islamiche della grande URSS, Rasulev dichiarò la jihad contro i nazifascisti tedeschi, chiamando tutti a combattere in prima fila per la Madrepatria, con un discorso vibrante, carico di emozione e pathos: “Oggi non esiste credente, disse, il cui figlio, fratello o padre non combattano contro i nazifascisti, difendendo armi in mano le loro case e le nostre (…. Noi musulmani dobbiamo ricordare bene le parole del Profeta Muhamad, ovvero ‘l’amor di Patria fa parte della vostra fede’”. Nel 1943, annunciando un impegno rigorosamente portato a termine, Rasulev scrisse a Stalin: “Con grande soddisfazione, V’invio il saluto del Consiglio Islamico dell’URSS. Ispirato dal successo della nostra gloriosa Armata Rossa, sto personalmente raccogliendo 50000 rubli per la costruzione di una colonna di carri armati e invierò un messaggio speciale per invitare i fedeli musulmani a donare risorse per la fabbricazione di un’altra colonna. Prego Allah e sinceramente auguro a Voi buona salute e la rapida sconfitta del nemico”. Stalin non tardò a rispondere: “Sono io a ringraziare Voi per la Vostra premura verso le forze corazzate dell’Armata Rossa. Accettate il mio saluto e la mia gratitudine, anche per conto dell’Armata Rossa”. Le Izvestija del 3 marzo 1943 furono ancora testimonianza viva e incontrovertibile di questo afflato patriottico e spirituale, di questa unione di intenti tra il supremo condottiero della Patria sovietica e la massima autorità dei fedeli islamici viventi nella stessa ecumene territoriale. Un anno prima, piccolo passo indietro, i soldati uzbeki in forza all’Armata Rossa (al 90% di fede islamica), protagonisti di intrepidi combattimenti ed esaltanti vittorie, avevano inviato alla Pravda lettere piene di amore per la Patria sovietica e per la causa della liberazione dagli invasori; si veda in particolare il numero del 31 ottobre 1942 dell’organo ufficiale del VK(b)P.
1956376_600 Nel 1944, in data 20 giugno, la Conferenza dei musulmani del Daghestan, fedelissimi all’URSS e in prima linea nella lotta contro la bestia nazifascista, inviarono una lettera assai toccante a Stalin: in essa s’invocava Allah affinché sconfiggesse “i maledetti hitleriani”. Il collaborazionismo tra gli islamici dell’URSS fu un fenomeno assai limitato, quantunque ancora oggi amplificato da tutta una storiografia menzognera, mistificante, funzionale a certi progetti geopolitici panturanici e reazionari, concepiti nei laboratori alchemici della NATO. Possiamo dire, senza timore di smentite, che appena un 10% dei musulmani sovietici collaborò coi nazisti e, di questo 10%, una buona metà era composta da elementi sotto ricatto, sbandati, ingenui che presto o tardi finirono per disertare e ricongiungersi con l’Armata Rossa. A volta trovarono ad attenderli i plotoni di esecuzione, vero, ma come poteva essere diversamente? Non si potevano certo fare distinzioni tra chi aveva promosso e diretto massacri e chi vi aveva preso parte “controvoglia”, in crisi di coscienza. Nessun regime, sistema o governo può fare esercizi introspettivi e psicologici, né in pace né tantomeno in guerra. Non possiamo dimenticare che, sotto l’ombra della croce uncinata, i tatari fascisti della Crimea (per i quali si sono versate ipocrite lacrime di coccodrillo, da parte di tutti i reazionari del mondo!) spinsero nei forni e nelle fosse comuni quasi 200000 cittadini e militari sovietici, alcuni dei quali bruciati nei forni dei kolchoz. Quel che è certo è che tutti i musulmani ex-collaborazionisti, non macchiatisi di crimini in maniera comprovata, animati altresì da sincero spirito patriottico, ottennero accoglienza e rispetto nelle unità dell’Armata Rossa fino al 1944-45. Intanto, corpi formati interamente da musulmani, come la leggendaria 112.ma Divisione bashkira di cavalleria, con la bellezza di 3860 decorati, si distinsero per valore e coraggio nei combattimenti. Rasulev, nel 1944, ottenne anche un’altra importante riforma dell’assetto degli organi rappresentativi dei fedeli musulmani dell’URSS: infatti, grazie ad una sua proposta inoltrata a Stalin ed al Governo sovietico, gli affari spirituali degli islamici cittadini dell’URSS iniziarono ad essere gestiti, a partire da quell’anno, da quattro centri indipendenti, uno competente per gli affari spirituali tout court, in funzione di supervisione, un altro con autorità in Asia Centrale e Kazakhstan, un altro con potestà sulla regione del Caucaso, un altro ancora competente per la zona europea e la Siberia. L’immenso, sconfinato territorio sovietico non poteva vedere un unico organo centralizzato di natura religiosa che, per quanto efficiente, finiva per non avere un controllo effettivo su ogni parte del Paese, su tutta la umma ovunque insediata. Meglio una gestione policentrica, eppur saldamente gravitante attorno alla figura del muftì principale: ecco, in sintesi, la considerazione che mosse Rasulev e Stalin ad istituire questi quattro centri di irradiazione delle direttive e delle iniziative inerenti alle comunità islamiche dell’URSS.
musa_dzhalilAppare chiaro ed evidente che un potere politico che si poneva così tante premure verso i fedeli musulmani, dando loro spazio e autonomia in ogni ambito, non poteva essere un potere repressivo, ateista in senso volgare e chiuso al dialogo: qui cadono tutte le calunnie su Stalin come responsabile di “persecuzioni” contro i credenti musulmani, ma anche di altre religioni. Nel 1945 centinaia di migliaia di famiglie islamiche piangevano i caduti nella Grande Guerra Patriottica sotto il piombo e le torture nazifascisti: solo per ricordare alcuni nomi, possiamo citare il grande poeta tataro Musa Dzhalil, ucciso nel carcere berlinese di Moabit, il quale lasciò ad un suo amico belga il quaderno con i suoi straordinari versi, che per sempre muoveranno a compassione, fino allo strazio, l’intera umanità progressista e amante della pace; non possiamo non volgere la meridiana della nostra memoria, poi, ad un altro valente letterato tataro, Adel Kutuj, amico di Dzhalil e corrispondente di guerra, ferito e poi deceduto per i postumi di una tubercolosi polmonare contratta sul fronte polacco. Che dire poi del ceceno Dasha Akaev, pilota caduto nei cieli tersi del Baltico, infiammati dai fuochi della battaglia contro il mostro nazifascista? E vogliamo forse dimenticare il suo conterraneo Khanpasha Nuradilovic Nuradilov, decorato con l’Ordine della Bandiera Rossa, caduto a Stalingrado dopo essersi ricoperto di gloria e dichiarato Eroe dell’Unione Sovietica? No, non possiamo dimenticarli, questi figli della gloriosa URSS nati tra minareti e madrase, fedeli al loro ancestrale retaggio eppure fedeli cittadini della Grande URSS, che tutti accoglieva e tutti emancipava. Dobbiamo ricordarli, assieme ai grandi Fakhratdinov e Rasulev, assieme all’operato del TsDUM, anche contro tutti i reazionari e i tagliagole, i moderni fascisti sedicenti islamici che seminano morte e distruzione in Medio Oriente e altrove sotto la maschera dello SIIL, germoglio della testa d’Idra dell’imperialismo, comunque e sempre!

Adel Kutuj

Adel Kutuj

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Peacemaker: come la Tsar Bomba sovietica impedì la guerra nucleare

Sputnik 30/10/2016par8260813Cinquantacinque anni fa l’Unione Sovietica fece esplodere una bomba da 50 megatoni su un’isola disabitata del circolo polare artico. L’arma termonucleare più potente mai costruita, giustamente chiamata Tsar Bomba, diede la parità nucleare all’URSS con gli Stati Uniti.

La Superbomba era necessaria
tsardrop0_500 Il “disgelo” nelle relazioni sovietico-statunitensi portò, tra l’altro, alla visita del premier sovietico Nikita Krusciov negli Stati Uniti, nell’autunno 1959, ma finì il 1° maggio 1960, quando un aereo spia U-2 della CIA, pilotato da Francis Gary Powers, fu abbattuto nello spazio aereo sovietico durante la ricognizione fotografica del cosmodromo di Bajkonur e di varie strutture militari e nucleari sovietiche. Powers si paracadutò, fu catturato ed ammise il carattere militare della missione. Di conseguenza, Krusciov annullò il previsto vertice est-ovest di Parigi. L’incidente indusse un marcato deterioramento delle relazioni USA-URSS, soprattutto dopo che emigranti cubani appoggiati dagli USA tentarono malamente d’invadere Cuba nell’aprile 1961. La moratoria proposta da Mosca sui test nucleari in Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, in vigore dal 1958, ritardò l’URSS rispetto gli Stati Uniti nell’arsenale nucleare. Nel 1960 gli statunitensi usarono la moratoria per aumentare le loro testate nucleari e termonucleari da 7500 nel 1958 a 18600. Nel luglio 1961 Nikita Krusciov decise che ne aveva abbastanza della moratoria e s’iniziò a lavorare su super-potenti armi termonucleari per ripristinare la parità nucleare con gli Stati Uniti. Inoltre fu annunciata la necessità di costruire una bomba all’idrogeno da 100 megatoni per costringere gli statunitensi a vedere la realtà.

La Tsar Bomba
Il team di ricerca dei fisici nucleari Victor Adamskij, Jurij Babaev, Jurij Smirnov e Jurij Trutnev fu incaricato della progettazione e costruzione del dispositivo termonucleare a tre stadi in appena 15 settimane. Ufficialmente designata bomba all’idrogeno AN602, la Tsar Bomba utilizzò un progetto a tre stadi simile a quello di Teller-Ulam, la cui reazione a fissione primaria veniva utilizzata per comprimere un secondo strato misto di combustibile a fissione/fusione, che a sua volta comprimeva un grande terzo carico termonucleare che essenzialmente riuniva due reazioni a fissione d’idrogeno generando energia sufficiente ad attivare la fusione della carica di uranio.

Test da record
tsardrop1_500 Alle 09:00 del 30 ottobre 1961, un appositamente modificato bombardiere strategico Tu-95-202 con la Tsar Bomba a bordo, e un laboratorio volante Tu-16A, decollarono per il poligono sull’arcipelago Novaja Zemlja, nel Mar Glaciale Artico. Con 27 tonnellate, la Tsar Bomba pesava quasi quanto il Tu-95 che la trasportava ed era così grande che gli equipaggi dovettero togliere i portelli del vano bombe dell’aereo al fine di adattarvela. Alle 11.30 l’ordigno esplosivo fu paracadutato da 10500 metri in modo che bombardiere e laboratorio volante che raccoglieva i dati avessero il tempo, 188 secondi, di lasciare la zona. La bomba esplose ad una quota di 4200 metri. L’esplosione, senza precedenti, doveva misurare 51,5 megatoni. In realtà, la sua potenza fu stimata tra 57 e 58,6 megatoni. La palla di fuoco dell’esplosione fu ampia 4,6 chilometri e fu visibile da una distanza di 1000 chilometri, nonostante le nubi dense. Il fungo salì di quasi 70 chilometri e aveva un diametro di 95 chilometri. Per circa un’ora dall’esplosione, distorsioni del segnale radio furono osservate a centinaia di chilometri dall’epicentro, avendo ionizzato l’atmosfera. L’onda d’urto fece il giro del pianeta tre volte. Sull’isola Dikson, a oltre 800 km dal poligono, l’onda d’urto frantumò le finestre, accompagnata da un rombo.

Conseguenze
Anche se la Tsar Bomba non fu mai operativa, la realizzazione confermò la capacità dell’Unione Sovietica di avere una maggiore potenza nucleare per numero di megatoni, come forse desiderava. Fu con questa consapevolezza che gli Stati Uniti sospesero la loro proliferazione nucleare e il 5 agosto 1963, fu firmato il trattato che vieta i test nucleari nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua, da Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito, il 30 ottobre 1969, prova che la Tsar Bomba ebbe un ruolo cruciale nel raggiungere la parità nucleare tra Unione Sovietica e Stati Uniti e ad impedire la guerra nucleare.2f2677098be5629123ca4313008e1d0c1c8dc033111e9cb5fb361da8682941f1_1

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia è pronta a respingere qualsiasi attacco occidentale

Oggi dobbiamo essere pronti a tutto, e la guerra non è il problema principale in tale situazione
Andrej Fursov e J. Flores, Fort Russ, 9 settembre 2016
Andrej Fursov è uno dei più famosi intellettuali russi, un maestro della comprensione rivoluzionaria dei nuovi eventi e della revisione delle idee tradizionali, è uno storico e pubblicista e in questa intervista riflette sui pericoli dell’attuale “visione del mondo”, della difficile situazione politica in Russia, della necessità di un cambio delle élite e del ritorno rivoluzionario ai valori tradizionali.121121001_andrey-fursov1Gli ultimi giorni mostrano una situazione molto simile, almeno in apparenza, a quella di prima della guerra. Le truppe sono al massimo della prontezza al combattimento. Allo stesso tempo, le agenzie civili vengono ispezionate sulla capacità di lavorare in condizioni di guerra. In realtà, una mobilitazione civile si è svolta nell’ambito delle attività in condizioni di guerra. Allora, cosa dopo? Siamo davvero in una situazione prebellica?
Andrej Fursov (F): Ci sono due aspetti, in questo caso: globale e nazionale (russo). Dal punto di vista globale, abbiamo avuto due decenni di vita in tali condizioni, quando non c’era confine tra guerra e pace. L’inizio può essere considerata l’aggressione della NATO alla Jugoslavia. Poi abbiamo avuto Iraq, Afghanistan, Libia e Siria. E lo stato in cui il mondo si trova oggi può essere chiamato “pace bellica” o “guerra pacifica”. Ma anche in tali circostanze ciò che accade ultimamente nel mondo, solo per lo scorso anno, dimostra una potente situazione destabilizzante, molto vicina ai nostri confini. Le esercitazioni senza preavviso, organizzate a fine agosto, sono molto serie. In primo luogo, esamina la prontezza al combattimento in numerosi distretti militari: completamente nel distretto meridionale e in parte in quelli occidentale, settentrionale, centrale, di due flotte (Mar Nero e Mar Caspio), forze aerospaziali e truppe aviotrasportate. In secondo luogo, esamina varie agenzie civili sui casi “speciali”, in condizioni di guerra per esempio. I controlli sono stati effettuati presso Ministero delle Comunicazioni, Ministero dell’Industria, Ministero delle Finanze, Agenzia della Riserva di Stato e Banca di Russia. Tra le altre cose, è una dimostrazione a certe forze occidentali che potrebbero provare ai confini la nostra reattività. Ora è evidente che molte cose nel mondo dipenderanno dalle elezioni negli USA che, se corrette, Trump potrebbe vincere. La lotta sarà brutale e l’élite globale chiamata “bankster” ha grandi aspettative su Clinton per diversi motivi. La folle Clinton può iniziare un grande conflitto in questo caso. Non c’è dubbio che, se divenisse presidente degli Stati Uniti, la situazione al confine con l’Ucraina, nel Caucaso e nell’Asia centrale peggiorerà. Soprattutto ora, dopo i noti eventi in Uzbekistan, una seria lotta per il potere può iniziare, e ci sarà un clima proficuo per l’islamismo che “accetta la globalizzazione statunitense” (R. Labevier). E’ il nostro “punto debole”. Inoltre, dato che la salute di Clinton non è molto buona, se le succedesse qualcosa all’improvviso, Tim Kaine sarà il presidente, un’oscura pedina che potrebbe essere un jolly. Dobbiamo esservi preparati. Bisogna essere pronti non solo alla difesa militare, ma anche morale e dei valori. Va notato: quasi in contemporanea con l'”esercitazione pre-guerra”, uno dei più odiosi Ministri, il Ministro della Pubblica Istruzione Levanov, è stato licenziato e sostituito da una donna patriottica, che subito ha iniziato a purgare il Ministero dell’Istruzione dai sostenitori di Levanov. Credo che sia solo l’inizio. E’ molto simile alla situazione del 1936-1937, quando divenne chiaro che la guerra era inevitabile e il governo fece appello alle tradizioni russe. Il “patriottismo sovietico” apparve nel 1936. Il 7 novembre smise di essere il giorno della Rivoluzione Proletaria Mondiale; poi divenne il giorno della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. I libri di storia furono corretti in modo patriottico. Inoltre, nel 1936-1937 ci fu un forte cambio che ancora chiamiamo “terrore di Stalin”. In primo luogo, il terrore non era di Stalin, ma qualcosa di complesso. In secondo luogo, il terrore era la forma. Il suo contenuto fu il cambio del personale per rimuovere una possibile quinta colonna. Tra l’altro si nota la stessa cosa, un ampio cambio di personale, soprattutto nelle strutture di potere: Commissione d’inchiesta, Ministero degli Interni, Procura della Repubblica, qualcosa succede nel reparto delle indagini criminali. Qual’è il risultato? Il risultato è che il personale di difesa ed istruzione sembra voler rafforzare lo Stato, alla vigilia di un possibile serio test. Vediamo anche un certo ulteriore aumento della minaccia di guerra che logicamente porta ad una dittatura anti-oligarchica. Anti-oligarchica prima di tutto, perché c’è bisogno di fondi supplementari; in secondo luogo, come dimostra la storia della Russia (e non solo), gli oligarchi nelle situazioni sinistre tendono a cooperare con il nemico al fine di salvare i soldi. Così, sono necessarie azioni preventive. Per quasi due decenni c’era un processo di distruzione, e non so è completamente fermato: si continua a perseguitare la scienza, non tutti i distruttori dell’istruzione sono stati espulsi dal sistema, il sistema sanitario è al collasso. I sabotatori speravano nel sostegno occidentale. E l’occidente in realtà lo diede quando Gorbaciov e Eltsin pugnalarono il nostro Paese. Negli ultimi anni, l’occidente ha sospeso il suo supporto, e vediamo una borghesia incapace di capire il nostro principale segreto militare. Invece, vediamo l’aggressività della NATO, soprattutto dall’Ucraina. E dopo tutti questi anni, gli scagnozzi della NATO nel nostro Paese, vendutisi per 30 denari, ci facevano credere che occidente e NATO erano nostri amici. Ora vediamo ciò che era chiaro da tempo, non sono nostri amici. Così, si scopre che hanno cercato di distogliere la nostra attenzione con la disinformazione, agendo come forze speciali della propaganda della NATO? Beh, ora basta tollerare ciò. Friedman, il primo direttore della Stratfor, la ‘CIA privata’, pochi anni fa disse che non appena la Russia si sarebbe ripresa, ci sarebbe stata la crisi in Ucraina. Ed è successo. E’ chiaro che la Russia sarà sotto pressione da almeno tre direzioni. Da ovest e sud, quindi avremo qualche problema nelle nostre repubbliche e regioni. Non è un caso che il ministro degli Esteri tedesco ami visitare gli Urali e Ekaterinburg, dove costantemente dice che gli Urali devono essere “parte attiva della comunità internazionale”. Quindi costui viene in Siberia per dire che deve essere oggetto nelle relazioni internazionali. Ma il tema delle relazioni internazionali è dello Stato. E’ un invito al separatismo? Infine, il segmento di filo-occidentale dei gruppi dirigenti. In tale situazione, la pulizia del Paese dalla quinta colonna è di particolare importanza. Inoltre, con “purga” intendo escluderli dalle reti delle informazioni e finanziarie. Nessuno chiede di ‘eliminare’ qualcuno o d’imprigionarlo, ma tutti costoro vanno isolati. Qui, un economista liberale ha recentemente pubblicato un articolo dicendo che la Russia trae beneficio dalle sconfitte militari e politiche, come nella guerra di Crimea. A quanto pare ritiene che non la pagherebbe. In realtà, tali pubblicazioni non dovrebbero restare impunite, devono rispondere alle leggi da periodo pre-bellico. Perché non c’è alcuna risposta dalle autorità? Ancora guardano all’occidente, in attesa che reagisca? E’ troppo tardi per averne paura. La nostra struttura può fare di tutto per fare pace con l’occidente, ma non sarà mai perdonata. Nel 1991, nella convinzione che la Russia non potesse più rialzarsi, che si sarebbe suicidata, l’occidente non distrusse completamente la Russia. Oggi lo considerano un errore da cercare di risolvere. Se la Russia tollerasse davvero una sconfitta politico-militare, si avrà la disintegrazione del Paese e i russi potrebbero seguire le orme degli indiani del Nord America. Così, se vogliamo essere pronti a un periodo difficile, dobbiamo isolare la quinta colonna dalle risorse finanziarie e dell’informazione.1004839L’occidente difficilmente inizierebbe un conflitto militare direttamente. Creerà problemi ai confini, l’esaurimento economico e causerebbe un’esplosione interna?
Andrej Fursov: Sì, come nel febbraio 1917, quando i circoli interni che odiavano gli anglosassoni più dei tedeschi rovesciarono re e monarchia, e poi furono sostituiti gettando il Paese nel baratro, dopo di che i bolscevichi e poi la Grande guerra patriottica permisero di risollevare il Paese. Devo dire che è ancora impossibile andare d’accordo con l’occidente. Le élite politiche russe dovrebbero pensarci bene alle proprietà all’estero, che gli verrebbero sottratte dall’élite occidentale. La proprietà estera non è l’unico punto debole di politici e imprenditori russi. Vi è altro: i figli che vivono e studiano all’estero. Nemmeno parlo del fatto che la maggior parte dei loro genitori ha cercato di porre fine alla Russia e di sostituirla con i figli e se stessi. Infatti l’istruzione non è mai neutrale! Una persona che riceve certi valori insieme alla conoscenza, li vede in un altro modo. Una certa parte della nostra dirigenza ancora attende aiuti dall’occidente, ma non significa che l’occidente gli risponderà. Supponendo che la Russia venisse militarmente e politicamente sconfitta, la classe dirigente verrebbe completamente eliminata; eliminando tutti senza tener conto delle posizioni, creando una struttura completamente diversa.

Ciò significa che, nel quadro della preparazione a tempi turbolenti, dobbiamo lavorare seriamente sulla situazione ideologica nella nostra società, affinché la popolazione sia meno orientata all’occidente e anche ai valori liberali?
Andrej Fursov: No, non è necessario reprimere l’insensatezza del mondo moderno, non funziona. E’ necessario spiegare alla gente il pericolo dell’adesione ideologica ai valori occidentali. Dobbiamo mostrare in TV cos’è l’occidente, l’Europa moderna: le sue città, la loro composizione etnica e razziale, i loro problemi economici (crescita zero, elevata disoccupazione), la perdita d’identità religiosa. A coloro che vogliono farsi rispettare dall’occidente dico sempre: “Vuoi essere rispettato da omosessuali, lesbiche, pedofili?” Non mi serve tale rispetto. Ho fiducia che la stragrande maggioranza della nostra popolazione non ne abbia bisogno. Abbiamo una società molto più sana di quella attuale europea. L’occidente ha tradito i valori europei. L’attuale occidente è una società post-europea e post-cristiana. I valori europei sono in Russia. Questo va spiegato.

Ma abbiamo ancora un blocco economico filo-occidentale al governo, considerato dalla massa dei professionisti. Cosa ne pensa: ci sarà alcuna modifica o tutto rimarrà come prima, nonostante le turbolenze imminenti?
Andrej Fursov: Dubito che siano così professionali, avendo indebolito l’economia. Non possiamo parlare di professionalità, ma solo se siano o no sabotatori economici professionisti. Penso che se verrebbe istituito un periodo speciale, di fatto, le unità economiche saranno sostituite. Voglio parlare della triade “scienza – istruzione – sanità”. In Crimea c’è una meravigliosa dura lotta per la sovranità. Ma questa è moderna geopolitica. La vittoria geopolitica del futuro è compito di insegnanti, scienziati e medici. Se continuiamo a distruggere la “triade”, tra 5-10 anni chi lotterà per la sovranità? Non ci saranno uomini sani, né “cervelli”. E’ impossibile lottare oggi, mentre si rovina l’istruzione futura. Purtroppo, ad oggi, abbiamo usato il principio dello judo: abbiamo aspettato che l’avversario facesse il primo passo, inducendolo in errore, e poi abbiamo utilizzato la sua forza contro di lui. In parte questa strategia è corretta, quando il nemico è più forte. Ma non lo è sempre. In realtà spesso si perde lo slancio, e a volte può essere fatale. Pertanto è necessario combinare i principi per risparmiare energia e tempo.

Allora, cosa dopo? Abbiamo visto la sostituzione dei dirigenti nel 1917 e il 1937? Ci aspetta un 1918 e un 1941?
Andrej Fursov: Ci furono diverse date importanti nel 20° secolo per la Russia. La rivoluzione del 1917. L’abolizione della NEP nel 1929. La sconfitta della deviazione di destra e l’espulsione dei trotskisti. Il 1917, con tutta la sua importanza, non cambiò il posto della Russia nella divisione internazionale del lavoro. La Russia rimase periferia quale fonte di materie prime. E nel 1929 agì per avere una posizione completamente diversa nel sistema mondiale. Bucharin e Trotskij erano ai poli opposti: destra e sinistra. Tuttavia, avevano molte caratteristiche in comune. Per Trotskij la Russia era “legna da ardere” nella rivoluzione mondiale permanente, un periferico grezzo mondo socialista; per Bucharin, con la sua attenzione su estrazione di materie prime ed industria leggera, l’URSS era la periferia delle materie prime del sistema capitalista. L’adozione di tali strategie avrebbe portato alla distruzione dell’URSS nel lungo periodo. Il 1929 violò entrambe le strategie. Nel 1937 si raggiunse l’autosufficienza militar-industriale rispetto al mondo capitalista, gettando le basi per la vittoria nella Seconda guerra mondiale. Inoltre, nella seconda metà degli anno ’30 fu creata una nuova élite, che guidò la vittoria in guerra, l’evento più importante nella nostra storia. Né Napoleone né Guglielmo II cercarono la distruzione totale, fisica e metafisica della Russia, di cancellarci dalla storia. L’unione creata dal popolo russo basata sul sistema stalinista, impedì tale tentativo. Perciò i russofobi odiano così tanto Stalin e il passato sovietico. La guerra fu vinta dal popolo, in primo luogo sviluppando una personalità negli ’30 basata su eroismo ed entusiasmo del popolo sovietico. Nel 1915-1916 il corpo degli ufficiali fu eliminato, l’esercito crollò, l’autocrazia fu disorganizzata. Nel 1941 vi fu la sconfitta dell’Armata Rossa, l’esercito crollò ma il suo posto fu preso da giovani ufficiali; fu il popolo sovietico cresciuto secondo gli ideali sovietici (socialisti e statal-patriottici) che spezzò la Wehrmacht e issò la bandiera sul Reichstag. Il 9 maggio 1945 fu preparato dal 1917, dal 1929 e dal 1937.

Significa sostituire il personale?
Andrej Fursov: Sì, la rivoluzione del personale che, tra l’altro, fu effettuata da Stalin per controllare i “baroni regionali”, scatenando il terrore di massa e ponendovi fine: prima con la lotta al terrorismo di Ezhov e poi con il disgelo di Beria. Oltre ad eliminare la quinta colonna. Ciò avvenne preparandosi a una guerra quasi inevitabile. Stalin aveva poco tempo, ma ci riuscì. Anche noi abbiamo poco tempo. I bankster non hanno dove ritirarsi: il tempo è contro di loro, devono agire in fretta. I russi li evitano, perciò odiano perfino i nostri atleti paralimpici. Bene, avremo tempo per vendicarci. Eppure, si vis pacem para bellum, e ancora più importante, i preparativi vanno completati al più presto.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora