Come l’IAF dominò i cieli nella guerra di Kargil

Rakesh Krishnan Simha RBTH 26 Luglio 2016

Con i suoi potenti caccia MiG-29 che spazzarono via gli F-16 pakistani, gli aviogetti MiG-21, MiG-27 e Mirage-2000 dell’Indian Air Force poterono devastare impunemente le posizioni militari pakistane nel conflitto del 1999.20060824163942Mig 29 IN FORMATIONL’India fu a pochi minuti dal bombardare il Pakistan il 13 giugno 1999, durante la guerra di Kargil. L’Indian Air Force aveva schierato 16 aerei da caccia, per lo più MiG, per effettuare attacchi in profondità nel territorio nemico. Anche se l’ordine di attraversare la linea di controllo (LoC) nel Kashmir non fu mai dato dalla leadership politica, l’IAF poté infliggere danni considerevoli alle forze pakistane durante le operazioni entro il proprio spazio aereo. L’impiego dell’IAF contro le posizioni dell’esercito pachistano sille cime himalayane di 6000 metri, senza precedenti nella storia della guerra aerea, ottenne tre obiettivi principali: assicurò una rapida vittoria indiana, demoralizzò l’esercito pachistano e mostrò i limiti della deterrenza nucleare. Grazie alla superiorità aerea raggiunta dalla IAF nella guerra, e poi durante il confronto sul confine nel 2002, “la psiche della Pakistan Air Force subì un grave colpo“, dice un rapporto di Strategy Page. Mentre numerosi aerei dell’ IAF parteciparono alla campagna di Kargil, la copertura fu garantita da MiG-29 Fulcrum armati di missili a guida oltre il campo visivo (BVR) svelando la situazione della PAF. “Le analisi di esperti pachistani rivelarono che quando succedeva, la PAF semplicemente si rifiutava di svolgere qualsiasi sostegno all’esercito del Pakistan, facendolo arrabbiare“, dice il rapporto. Fig1-490Mentre i caccia della PAF compivano il Combat Air Patrol (CAP) durante il conflitto, rimanevano nello spazio aereo pakistano. In più occasioni, i MiG-29 della IAF armati con i mortali missili aria-aria BVR R-77 poterono agganciare gli F-16 della PAF costringendoli a disimpegnarsi. In assenza di una minaccia dalla PAF, l’IAF poté compiere numerosi attacchi devastanti sulle posizioni degli infiltrati e le loro linee di rifornimento“. La situazione cambiò poco durante la crisi sul confine tra India e Pakistan nel 2002. Strategy Page aggiunge: “Un esperto militare pakistano osservò che l’incapacità percepita della PAF di difendere lo spazio aereo del Pakistan e anche di poter contrastare l’IAF, fu ciò che convinse i leader del Pakistan che qualsiasi attacco indiano avrebbe comportato un attacco nucleare immediato del Pakistan. Non sarebbe esagerato dire che dopo Kargil e il 2002, la psiche della PAF sia stata devastata”. Nel rapporto “Il potere aereo a 6000 metri: la IAF nella guerra di Kargil“, pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace nel 2012, Benjamin Lambeth spiega dettagliatamente come l’IAF abbia sconfitto esercito e aeronautica del Pakistan: “Durante la campagna, ogni volta che le operazioni di ricognizione o attacco al suolo della IAF erano in corso nella zona di combattimento, il Western Air Command assicurava che MiG-29 o altri caccia fossero in volo sulle aree di pattugliamento aereo operativo sulle zone di combattimento nel lato indiano della LoC, fornendo supporto aereo contro ogni tentativo della PAF d’intervenire nel ruolo di attacco al suolo. Gli F-16 della PAF generalmente si mantenevano alla distanza di sicurezza di 10 – 20 miglia sul lato pakistano della LoC, anche se di tanto in tanto si avvicinavano a meno 8 miglia di distanza dalle operazioni a terra“. Lambeth cita il Maresciallo dell’Aria Vinod Patney, l’allora capo del Western Air Command:Credo che la mia insistenza ad imporre il CAP su tutta (l’area di responsabilità del comando) su diverse altezze e momenti indicasse di essere pronti ad ampliare il conflitto. Fu come gettare un guanto, ma non fu raccolto“. Anche se i caccia dell’IAF non si scontrarono mai con gli F-16 della PAF per via delle limitazioni imposte dal governo di Atal Bihari Vajpayee affinché le forze indiane non attraversassero la LOC, anni dopo il capo della IAF, Anil Tipnis, ricordò di aver “personalmente autorizzato i piloti da caccia della sua scorta ad inseguire qualsiasi aereo pakistano oltre la LoC, nel caso d’inseguimento dopo che i piloti venivano impegnati in combattimento da caccia nemici“.A four aircraft Box Formation flown by Mig-21 FL during a rehearsel ahead of the phasing-out of the iconic fighter jets on Dec 11, 2013.Operazione Vijay
Quando un aereo da ricognizione dell’IAF fu colpito da un missile antiaereo spalleggibile Anza lanciato da un intruso pakistano, l’IAF lanciò l’Operazione Vijay per ripulire le vette himalayane. Nelle prime ore del 26 maggio 1999. sei attacchi in successione per opera di caccia MiG-21, MiG-23 e MiG-27, furono lanciati contro le posizioni degli intrusi, i depositi di materiale e le linee di approvvigionamento nelle zone di Dras, Kargil e Batalik. Lo squadrone di MiG-21bis di Srinagar fu raggiunto da altri squadroni di MiG-21M, MiG-23MLD e MiG-27ML, mentre squadroni addizionali di MiG-21MF e MiG-29 furono schierati a nord di Avantipur. Mentre i MiG-29 tenevano a bada gli F-16, gli altri velivoli dell’IAF effettuavano le sortite a terra.

Guerra di logoramento: come l’IAF disarmò la PAF
Un esempio di Jugaad indiano, o improvvisazione, fu l’uso di cronometri e ricevitori GPS palmari negli abitacoli dei piloti dei MiG-21 privi di sofisticate suite di navigazione di bordo. Secondo Prasun K. Sengupta, in “Mountain Warfare and Tri-Service Operations“, un’altra tecnica innovativa sviluppata dall’IAF nella campagna fu la selezione dei punti d’impatto delle armi in modo da creare frane e valanghe che coprissero le linee di rifornimento degli intrusi. Il Maresciallo dell’Aria Patney disse che uno dei piloti più giovani decise di portarsi una piccola videocamera sul caccia e di filmare l’area interessata in modo che un rapporto della ricognizione fosse a disposizione immediatamente e su ampia scala. In un altro esempio, l’IAF impiegò il MiG-25R, che vola normalmente a 25000metri, a media quota, migliorando la risoluzione delle immagini, qualcosa che i progettisti russi del velivolo non pensavano fosse possibile.KP355-03.0Attacchi laser
Tuttavia, MiG-21, MiG-23 e MiG-27, senza armi moderne, non ebbero un impatto significativo sulle difficilmente rintracciabili posizioni nemiche. I piloti di MiG-23 e MiG-27 compirono bombardamenti in picchiata da manuale, ma tale tattica non era adatta all’atmosfera rarefatta dell’Himalaya. A questo punto, l’IAF introdusse il Mirage-2000H dotato di pod ognitempo per impiegare le bombe a guida laser. Il 24 giugno, 2 Mirage-2000H, nel primo impiego in combattimento di bombe a guida laser dell’IAF, colpirono e distrussero un bunker del comando della Fanteria Leggera del Nord. Secondo Lambeth, “Per tale attacco fondamentale, l’IAF attese che l’accampamento divenisse tale da renderlo strategicamente importante quale bersaglio“. L’IAF affermò alla fine del 1999 di aver causato ben 300 vittime tra i nemici in pochi minuti. L’intercettazione radio dell’intelligence indiana rivelò gravi carenze di razioni, acqua, medicine e munizioni, così come l’incapacità delle unità nemiche occupanti ad evacuare i feriti, scrive DN Ganesh su “Indian Air Force in action“. Come indicato nei manuali dell’USAF, “il potere aereo produce shock fisico e psicologico dominando la quarta dimensione del tempo. Il risultati dello shock sono confusione e disorientamento“. Allo stesso tempo, l’esercito indiano spazzava via le posizioni pakistane con l’artiglieria pesante. La raffica continua di bombe che esplodevano intorno giorno e notte ebbe un effetto devastante sugli intrusi pachistani. L’efficacia delle operazioni dell’IAF può essere misurata dal ministro degli Esteri del Pakistan Sartaj Aziz precipitarsi a New Delhi il 12 giugno, implorando l’India affinché “fermasse gli attacchi aerei“. Non si può essere più disperati di così.

Fine dei giochi
Tuttavia, l’affermazione più significativa sulla guerra fu fatta dal Ministro della Difesa indiano George Fernandes. Nel gennaio 2000 osservò che precipitando la guerra di Kargil, il Pakistan “non aveva capito il vero significato della nuclearizzazione, che può impedire l’uso delle armi nucleari ma non la guerra“.IAF_MiG_27Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando l’Aeronautica Sovietica sconfisse la Luftwaffe

Alexander Vershinin, RIR, 15 luglio 2016

All’inizio della guerra di Hitler sul fronte orientale, nel 1941, l’Aeronautica sovietica subì la peggiore sconfitta nella storia. Il disastro evidenziò carenze strutturali nella forza aerea sovietica, e vi vollero diversi anni e un grande sforzo per eliminarle.19-Покрышкин-самолет-звездочки

041-01-01Quando le armate naziste tedesche avanzarono in Unione Sovietica nel 1941, sostenute da un travolgente supporto aereo, divenne vitale per l’URSS seguire la Luftwaffe tecnologicamente. Questo, tuttavia, fu tutt’altro che un compito facile. Nel 1942, dopo le sconfitte inflitte nella prima fase della guerra, gli ingegneri sovietici modernizzarono gli aerei dell’Aeronautica dell’Armata Rossa. Furono fatti tentativi per risolvere il problema tecnico fondamentale dell’Aeronautica Sovietica: la minor resa dei motori. Apparvero in un primo momento un successo. Gli ‘yak’ sovietici erano paragonabili ai caccia tedeschi per velocità. Tuttavia, le prime battaglie nei cieli di Stalingrado dimostrarono che era troppo presto per festeggiare. I nuovi caccia tedeschi ancora una volta superarono quelli sovietici. Gli ultimi modelli di Messerschmitt quasi ripeterono la situazione del 1941. Tale ritardo nella tecnologia poté essere compensato solo dalla predominanza numerica. Secondo le stime degli specialisti sovietici, due aerei sovietici erano necessari per ogni aereo tedesco. La risposta fu un drammatico aumento nella produzione dwi caccia, anche a scapito di altri tipi di aerei militari, come aerei d’attacco e bombardieri. Nel frattempo, il lavoro continuò nel perfezionare i modelli validi già in servizio. Tuttavia, fu possibile risolvere completamente il problema solo costruendo nuovi aerei dal terzo anno di guerra. Non solo i caccia Jak-3 e La-7 da combattimento tenevano, ma in realtà superavano gli aerei tedeschi. Il processo di aggiornamento non fu facile: i difetti strutturali rimasero portando a un tasso di incidenti elevato. Verso la fine della guerra, oltre il 15 per cento della flotta aerea sovietica veniva indicato guasto. Tuttavia, attraverso tentativi ed errori, i problemi che afflissero l’Aeronautica dell’Armata Rossa, rendendola inferiore alla Luftwaffe, furono risolti.

Dalla quantità alla qualità
Di regola, la mera superiorità numerica nella battaglie aeree non porta alla vittoria. E’ difficile in volo schiacciare gli avversari con il numero. In caso di differenza di qualità tra forze aeree nemiche, un più moderno e manovrabile aereo da caccia, manovrando può facilmente distruggere più aerei in una sola battaglia. Ciò spiega come la forza aerea sovietica, nonostante la superiorità numerica nella maggior parte delle grandi battaglie della seconda guerra mondiale, subì spesso sconfitte. Il comando sovietico lo riconobbe rapidamente e mise a punto un modo per uscire da questo vicolo cieco. L’amministrazione dell’Aeronautica fu riorganizzata. Gli aerei furono assegnati a squadroni distinti, collegati a terra ai Fronti ed Armate corrispondenti. L’Aeronautica migliorò la cooperazione con le unità a terra compiendo operazioni congiunte. Allo stesso tempo, il contatto radio tra squadre e singoli aerei fu sviluppato. In precedenza, i piloti dovevano accordarsi a terra sul coordinamento in combattimento. In aria era quasi sempre necessario improvvisare e rompere le formazioni tattiche. I piloti tedeschi si orientavano rapidamente col contatto radio. Dal 1942-1943 in poi, i piloti sovietici cominciarono a fare lo stesso, e non ci volle molto prima che i risultati si vedessero. Le perdite della Luftwaffe in estate e autunno 1942 superarono i 7000 velivoli, oltre il 70 per cento di tutte le perdite totali a quel momento.originalConquista dei cieli
Le battaglie del 1942-1943 nei cieli della regione del Volga e di Kursk ebbero successi variabili per l’Aeronautica sovietica. Un difficile processo di sviluppo delle tecniche di combattimento aereo era in corso, regolando comunicazione e collaborazione negli squadroni. I tecnici aiutarono in modo che entro il 1943 gli aerei cominciassero ad essere dotati di nuove radio, che fungevano anche da radar. L’industria aeronautica raggiunse i massimi livelli di produttività. Il numero di motori prodotti superò le perdite in combattimento di tre volte. Nel 1944, la superiorità dell’Aeronautica militare sovietica divenne schiacciante, costringendo i tedeschi a prendere misure disperate riducendo la flotta di bombardieri e rafforzando le squadriglie dei caccia, invece. Gli Alleati diedero un notevole sostegno all’Aeronautica sovietica inviando aerei da combattimento statunitensi e inglesi attraverso il programma Lend-Lease, pari al 13 per cento del totale die velivoli fabbricati in Unione Sovietica, tra cui i noti AirCobra e KingCobra. Fu con un AirCobra che il celebre pilota sovietico Aleksandr Pokryshkin volò abbattendo 65 aerei tedeschi. L’intensità del lavoro e del sostegno degli alleati fu pienamente ripagato: verso la fine del 1944, la supremazia dell’Aeronautica dell’Armata Rossa era completa, gettando le fondamenta per la creazione di una tra le più avanzate forze aeree del mondo.samolet-bell-p-39q-airacobraTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Iran, Cina puntano al multipolarismo, unica salvezza del mondo

Vladimir Golstein, FARS 17 luglio 2016XiPutinObamaRussia, Iran e Cina ritengono che il mondo multipolare sia l’unica condizione per lo sviluppo futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Hanno visto più e più volte come i dettami unilaterali degli Stati Uniti invece di risolvere i problemi, li aggravino, secondo il Professor Vladimir Golstein. Vladimir Golstein è nato a Mosca, ma si recò negli Stati Uniti nel 1979, dove studiò alla Columbia e a Yale. È professore di letteratura e cinema russi presso la Brown University. Il Professor Golstein ha scritto articoli sulle opere di molti autori russi del XIX e XX secolo. Autore dei Racconti dell’eroismo di Lermontov del 1998, Golstein ha ampiamente scritto su politica estera di Russia e Stati Uniti. In un’intervista esclusiva a Khamenei.ir, il Professor Vladimir Golstein interviene su politiche imperialiste degli Stati Uniti, crisi ucraina e siriana, Turchia, Brexit e possibili conseguenze per il mondo.
Quanto segue è il testo integrale dell’intervista:

D: Cosa c’è sotto l’ipocrisia nel dividere i terroristi in buoni e cattivi per l’alleanza USA-NATO?
R: C’è una nota frase che avrebbe detto un diplomatico del dipartimento di Stato: “E’ un deficiente, ma è il nostro deficiente”. Tale approccio del “deficiente” in politica estera continua a dominare nel mondo, e nell’alleanza USA-NATO in particolare. Così sono arrivati a presentare i neonazisti ucraini che hanno orchestrato la presa del potere a Kiev da “combattenti della nuova Ucraina democratica” o “coraggiosi resistenti all’aggressione di Putin”, mentre contemporaneamente chiamano le anime coraggiose dell’Ucraina orientale che resistono al colpo di Stato ucraino e ai suoi obiettivi volti a riorientare nettamente la politica interna ed estera ucraina, “separatisti, terroristi o esercito di Putin”. Una volta chiaro il modello che descrive coloro promossi dai giochetti meschini del dipartimento di Stato come “combattenti per la libertà”, e coloro che vi resistono come “terroristi” o “scagnozzi del tiranno”, è molto facile vedervi l’ipocrisia della politica estera di USA/NATO. Ciò che vi è sotto è la mera lotta per il dominio del mondo, il mero desiderio di affermare il proprio potere, demonizzando i Paesi che vi resistono. Mentre i politici occidentali e i loro mass media godono temporaneamente del successo nel tradurre i propri obiettivi politici o economici nel dominio mondiale, con linguaggio facilmente comprensibile spacciato al pubblico, è sempre più evidente a sempre più persone come i Paesi occidentali non siano interessati a promuovere la democrazia, ma piuttosto regimi che li aiutino a mantenere il predominio economico e politico.

D: La politica estera interventista degli USA finirà al più presto?
A: Ho il sospetto che finirà una volta che incontrerà la forte resistenza del mondo unificato. Finora, gli Stati Uniti hanno avuto successo nel presentare i Paesi che resistono come canaglie, Paesi delegittimati che possono e devono essere bombardati. E finora hanno incontrato scarsa resistenza, ovviamente accrescendone arroganza e incoscienza. Credo che sia dovere dei Paesi BRICS insieme ad altri potenti attori in altre regioni, far capire agli Stati Uniti che alcun Paese sa tutta le verità, che le controversie vanno affrontate coi negoziati, che il bullismo su altri Paesi per sottometterli è destinato a produrre risultati molto negativi nel lungo periodo. Come sappiamo, “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente”. Queste sagge parole di Lord Acton dovrebbero essere scritte su ogni edificio di Washington, dato che è chiaro che il potere assoluto che gode dal crollo dell’Unione Sovietica è stato molto dannoso sia per gli Stati Uniti che per il resto del mondo. Quello che trovo incoraggiante è che gli elettori trovano la politica interventista di Hillary Clinton sempre meno attraente. In altre parole, i savi negli Stati Uniti sono sempre più consapevoli che saranno se non la prima, la seconda vittima di tali interventi e prepotenze idioti.

D: Come possono Russia, Iran, Cina e altre grandi potenze indipendenti fermare il bellicismo degli USA nel mondo?
R: Questi Paesi potrebbero avere varie differenze e contese, ma sanno che il mondo multipolare è l’unica condizione per lo sviluppo futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Hanno visto ripetutamente come i dettami unilaterali degli USA, invece di risolvere i problemi, li aggravino. Così è, ovviamente, nel loro interesse unirsi sul tema della multipolarità e insistere, attraverso varie istituzioni o anche nuove alleanze militari, per premere sugli Stati Uniti affinché il loro solito modo d’agire non sia accettato e che gli costerà caro continuare nel loro unilateralismo.

D: Come l’Asse della Resistenza ha sventato il complotto degli Stati Uniti nel sud-ovest asiatico?
A: Sono sicuro che un potente strumento di resistenza agli Stati Uniti si delinei nel mondo attraverso l’economia. Il “soft power” cinese non va sottovalutato. E’ importante per l'”Asse della Resistenza” contrastare il dominio degli Stati Uniti non solo sul campo militare ma, ancor più in campo economico, politico e intellettuale. Se gli Stati Uniti vogliono persistere con il denaro e le bombe, attraendo il peggio del genere umano, come paura o avidità, l’Asse della Resistenza dovrebbe fare appello al meglio: spirito di collaborazione, creatività, accettazione delle differenze, cameratismo umano.

D: Cosa ha spinto il premier turco a scusarsi, infine, per l’abbattimento dell’aviogetto russo? È sicuro dire che la situazione muta a sfavore dei terroristi e dei loro sostenitori?
R: Il premier turco Erdogan ha capito che con la sua ipocrisia autoritaria s’è creato troppi nemici nel proprio Paese e nel mondo. A un certo punto, emblematico anche per gli Stati Uniti, i suoi successi economici gli diedero un’aura di invincibilità, cominciando a sfidare i suoi immediati vicini (Siria e Russia), così come Paesi lontani come Germania o addirittura gli Stati Uniti d’America per il sostegno ai curdi siriani. Alla fine ha capito, tuttavia, che non poteva fare molto se il resto del mondo lo guarda con ostilità e sospetto, e che l’unico motivo per cui è tollerato è la posizione geografica strategica del suo Paese. Di conseguenza, quando i costi economici e politici sono divenuti chiari, è corso a ristabilire buoni rapporti con i vicini e rivali tradizionali, come Israele e Russia. A quanto pare, sarebbe anche coinvolto nelle trattative con il governo siriano e sarebbe disposto a por termine al sostegno ai vari combattenti che sfidano il regime siriano. Spero che persegua una decisione pragmatica, e non permetta all’asse USA/NATO di sabotare questi passi dovuti per raggiungere pace e prosperità nella regione. Ciò non significa che la lotta al terrorismo è a una svolta. I terroristi continueranno a svolgere un ruolo importante in varie guerre per procura; sono strumenti essenziali per tali guerre. Non vi è alcuna indicazione che l’Arabia Saudita sia pronta a fermare il supporto ai vari gruppi terroristici sunniti. In realtà, sembra all’offensiva, in risposta immediata ai tentativi turchi di restaurare la diplomazia nella regione. L’attacco terroristico all’aeroporto di Istanbul è stato un chiaro messaggio dai terroristi che ancora godono di ampio sostegno in tanti Paesi che trovano il conflitto regionale vantaggioso.

D: Quale sarebbe il possibile effetto della Brexit sulla crisi in Siria?
R: La Brexit avrà un grande effetto nel mondo, non solo in Siria. Il messaggio della Brexit è chiaro: le popolazioni sono sempre più stanche delle incompetenti élite che guidano, o piuttosto rovinano, l’economia e le relazioni con altri Paesi in loro nome. Non vedono alcun beneficio dal modo con cui Stati Uniti, NATO e UE guidano il mondo. Di conseguenza, entriamo nell’era dello scetticismo, l’epoca in cui le vecchie storie non fanno più presa, è l’epoca in cui i governi dovranno spiegare e giustificare il loro coinvolgimento nelle guerre all’estero. L’era degli interventi all’estero, o almeno l’epoca in cui tali interventi non venivano discussi, sembra finita. Senza il sostegno finanziario e militare ai diversi gruppi terroristici che costantemente affrontano il governo del Presidente Assad, è chiaro che il Presidente riaffermerà il proprio potere, ponendo fine alla guerra civile che lacera il Paese. Il popolo siriano dovrà trovare una soluzione politica alle differenze, piuttosto che farsi usare da vari padrini geopolitici di tutto il mondo.С_Председателем_КНР_Ху_Цзиньтао_«Сковородино_–_Дацин».Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah da un pugno sul naso ad Israele

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 19 luglio 2016

10392481_10152561145603603_5382781658211898243_nLa missione riuscita di un drone di Hezbollah nello spazio aereo israeliano sul Golan, scattando foto, è un evento significativo in vari aspetti. Nella forma più evidente, Hezbollah ha beffato la superiorità aerea vantata da Israele. Tre missili israeliani, tra cui uno sparato da un F-16, non hanno potuto abbattere il drone rientrato al sicuro in Siria. Per Israele equivale a un umiliante sfregio da Hezbollah. (Sputnik) In secondo luogo, i radar russi avranno sicuramente rilevato il drone, ma non hanno fatto nulla in proposito. Come dice Sherlock Holmes, il cane non ha abbaiato. La linea di fondo è che la Russia non correrà a proteggere l’Hezbollah né muoverà un dito per dissuaderlo. In terzo luogo, naturalmente, il drone è un dimostratore tecnologico che sottolinea la potenza crescente di Hezbollah nel rispondere ad Israele se attaccato. Questo particolare drone probabilmente non aveva armi, ma quello successivo potrebbe averle. A dire il vero, Israele può solo chiedersi come Hezbollah abbia accesso a tale tecnologia sofisticata. Dalla Russia? Dall’Iran? Oppure è tecnologia di Hezbollah? Poi c’è il ‘quadro generale’. Ad Israele è stato ricordato che il Golan è ancora un fronte. La migliore speranza d’Israele è che la Siria rimanga debole e frammentata, senza un’autorità centrale a Damasco che sfidi la futura annessione dei territori occupati nel Golan. Hezbollah potrebbe aver indicato che ciò rimane una chimera. Infatti, le forze governative siriane avanzano gradualmente sul terreno. Il blocco di Aleppo ribalta le sorti della guerra. Da segno eloquente della svolta, vi sono notizie che la Turchia abbia inviato ‘antenne’ presso il governo siriano. (Guardian)
Ora, gli sviluppi in Turchia possono solo indcare che Ankara potrebbe cedere sull’intervento in Siria. L’obiettivo della Turchia è impedire la formazione del Kurdistan ai confini col tacito appoggio degli Stati Uniti (che Israele accetta) e su tale piattaforma Siria, Iran e Iraq sono “alleati naturali” di Ankara. D’altra parte, senza la Turchia, Arabia Saudita, Qatar o altri sceiccati del Golfo potrebbero pensare di non poter continuare col ‘cambio di regime’ in Siria. In poche parole, Israele è ridotto a muto testimone dei cambiamenti drammatici nel vicinato senza alcun ruolo o capacità di influenza politica o militare. Probabilmente, Israele e Arabia Saudita sono i maggiori “perdenti” del fallito colpo di Stato in Turchia. Entrambi sperano disperatamente che gli Stati Uniti presentino qualche idea brillante per recuperare la situazione siriana, a 2 giorni dalla conferenza della coalizione anti-SIIL che si terrà a Washington il 20-21 luglio; ma lo stallo turco-statunitense sull’estradizione di Fetullah Gulen introduce altra incertezza sulla capacità degli Stati Uniti d’influenzare gli eventi in Siria. Tutto sommato, la provocazione del drone di Hezbollah richiama l’attenzione sul grande cambiamento degli equilibri in Medio Oriente causato dal conflitto siriano. Per la prima volta, Israele deve fare i conti con una potenza militare superiore nei Paesi limitrofi. In effetti, senza la presenza russa, gli aviogetti israeliani avrebbero bombardato la Siria per rappresaglia. Fortunatamente, Israele non subisce ‘contraccolpi’ da SIIL o Jabhat al-Nusra, a differenza di Turchia o Arabia Saudita, per l’intervento nel conflitto siriano. (Leggasi il commento: Golpe in Turchia: che succede in Iraq e Siria?)Yasir-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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