Russia e India verso un’importante svolta commerciale

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 15.04.2018Russia ed India sono partner di lunga data con una ricca storia di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. I due Paesi hanno un grande potenziale commerciale. Tuttavia, commercio e cooperazione economica russo-indiani non possono ancora essere definiti molto attivi. Questa situazione non è accettabile ed ora Russia ed India lavorano per sviluppare le relazioni economiche. Per molti anni i due Paesi hanno collaborato in settori cruciali come Industria della Difesa, energia nucleare e tecnologie spaziali. Tuttavia, gli scambi sono ancora relativamente piccoli. Inoltre, negli ultimi anni, il volume degli scambi ha iniziato a diminuire, costringendo la leadership di Russia e India a prestare particolare attenzione al problema. Grazie agli sforzi congiunti nel 2017, una crescita costante è finalmente iniziata. Nel periodo gennaio-novembre 2017, il commercio russo-indiano superava gli 8 miliardi di dollari, oltre il 21% in più degli scambi dello stesso periodo del 2016. Anche il 2018 è iniziato con successo: gli scambi nel gennaio 2018 superavano gli indicatori simili del 2017 del 55 percento. Si prevede che la crescita continui e che nel 2018 il commercio russo-indiano superi i 10 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo gli esperti russi e indiani, queste cifre potrebbero essere molto più alte se il potenziale commerciale russo-indiano fosse pienamente realizzato. Nel marzo 2018, i media riferivano dell’incontro tra il Ministro dello Sviluppo Economico russo Maksim Oreshkin e il Ministro del Commercio e dell’Industria indiano Suresh Prabhu. Durante i colloqui, i ministri discussero dei vari ostacoli alla cooperazione economica tra Russia e India. Tali ostacoli furono riscontrati nella sfera finanziaria, nella legislazione doganale e in vari altri settori. Di conseguenza, fu adottato un piano per rimuoverli; col successo dell’attuazione del piano, il commercio russo-indiano potrebbe raggiungere i 30 miliardi di dollari entro il 2025.
Un altro passo importante nello sviluppo delle relazioni commerciali tra Russia e India potrebbe essere la creazione di una zona di libero scambio tra India ed Unione economica eurasiatica (UEE), in cui la Russia svolge un ruolo di primo piano. Nel gennaio 2018 si svolsero consultazioni preliminari tra i rappresentanti dell’UEE e la leadership indiana a Nuova Delhi. Si prevede che entro la fine del 2018 le parti procederanno a negoziati a tutti gli effetti. Mentre la cooperazione su vasta scala su vari beni e servizi tra Russia e India va ancora raggiunta, da tempo è ad alto livello in settori come la tecnologia militare. L’India è da tempo un importante acquirente di equipaggiamento militare russo. Il progetto missilistico russo-indiano BrahMos è un successo. Tra le ultime notizie sulla cooperazione tecnico-militare tra i due Paesi, va notato il desiderio dell’India di acquisire sistemi di difesa aerea russi S-400 Triumf. Si prevede che il contratto sarà firmato entro la fine del 2018. L’India è anche interessata alle tecnologie russe per scopi pacifici. Ad esempio, nel febbraio 2018 fu firmato un memorandum per la cooperazione tra United Shipbuilding Corporation (USC, RF) e la più grande società di costruzioni navali indiane, la Cochin Shipyard Limited. Conformemente al documento, le parti intendono progettare e costruire insieme navi moderne per la navigazione interna e costiera. L’elenco delle navi che le compagnie russe e indiane costruiranno congiuntamente comprende petroliere, navi da carico secco, navi passeggeri e hovercraft. Inoltre, l’USC prenderà parte alla costruzione di infrastrutture per le costruzioni e riparazioni navali nello stato indiano dell’Andhra Pradesh. Inoltre, Russia e India considerano molti altri progetti congiunti relativi ad industria petrolifera, aeronautica, elettronica, farmaceutica e informatica. Una task force sui progetti d’investimento prioritari, creata dalla commissione intergovernativa russo-indiana diversi anni fa, ne discute. La riunione programmata del gruppo si tenne nel settembre 2017. Tra le questioni discusse c’era l’imminente apertura del Centro per la formazione di specialisti nei settori dell’energia e dell’ingegneria pesante, che inizierà i lavori in India nel 2018. La creazione del centro è il risultato del lavoro congiunto tra associazione scientifica e produttiva russa TsNIITMASH e società indiana Heavy Engineering Corporation Ltd. Oltre alla task force per i progetti d’investimento, ci sono anche task force russo-indiani per scienza e tecnologia, prodotti farmaceutici, turismo e cultura, energia, promozione dei pagamenti in valute nazionali e così via.
Nonostante il lavoro dei funzionari, il miglioramento della legislazione e l’impegno degli ambienti economici, il principale problema che ostacola il commercio russo-indiano è il fattore geografico. Russia e India non confinano e tra esse si trovano le distese di Cina ed Asia centrale. La maggior parte (oltre l’80%) del traffico tra i due Paesi avviene lungo la rotta marittima da San Pietroburgo che attraversa il Canale di Suez. È una rotta lunga e difficile che difficilmente permetterà il pieno potenziale commerciale russo-indiano, indipendentemente dalle condizioni favorevoli che i due Paesi creano. Pertanto, un importante passo verso la cooperazione commerciale su vasta scala tra India e Russia include l’istituzione di un corridoio per il trasporto internazionale (ITC) chiamato “Nord-Sud”, sul quale operano Federazione Russa, India, Iran e Azerbaigian. Il progetto ITC prevede la creazione di una vasta rete di strade e ferrovie che collega Russia e Iran. Un ramo va dalla Russia all’Iran attraverso l’Azerbaijan; l’altro termina nel Mar Caspio, nel porto di Astrakhan. Lì, il carico passa al trasporto marittimo seguendo le coste iraniane e quindi continuando su ferrovia. Il terzo ramo passa da Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Passando per l’Iran, queste strade dovrebbero finire sulle rive del Golfo Persico, nel porto di Bandar Abbas, da dove possono raggiungere il più grande porto indiano, Mumbai. Pertanto, l’ITC “Nord-Sud” dovrebbe ridurre al minimo il segmento marittimo della rotta tra Russia e India. Il lavoro sul progetto è già al primo decennio; l’interesse per l’ITC si attenuò e poi riapparve. Ma alla fine, negli ultimi anni, i Paesi partecipanti intensificano gli sforzi e il progetto “Nord-Sud” inizia rapidamente ad avvicinarsi alla realizzazione. Va completandosi il ramo più conveniente dell’ITC dal punto di vista logistico, che attraversa l’Azerbaigian. Dopo il completamento dei restanti 180 km di ferrovia tra Iran e Azerbaigian, sarà istituito un servizio ferroviario diretto tra questi Paesi e la Russia. Ciò significa che le comunicazioni tra Russia e India aumenteranno significativamente.
Si può concludere che Russia e India lavorano seriamente sullo sviluppo della cooperazione economica. Dato l’enorme potenziale per entrambi i Paesi, ci si può aspettare che i lavori portino presto risultati molto tangibili.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Il governo di guerra russo

John Helmer, Mosca, 9 aprile 2018Padre Politica, come Madre Natura, aborre il vuoto. E così, anche prima che il Tesoro degli Stati Uniti annunciasse le ultime sanzioni contro individui e compagnie russi per “attività malvagie nel mondo”, il Presidente Vladimir Putin preparava un governo secondo il principio dell’organizzazione dello Stato Maggiore per combattere una guerra su tutti i fronti, senza la possibilità di negoziare con il nemico. L’impatto delle sanzioni statunitensi, insieme alla campagna del governo inglese del caso Skripal, e l’azione sul fronte siriano che s’intensifica, rafforzava ciò che era già deciso al Cremlino. Il nuovo governo sarà un gabinetto di guerra. Nel linguaggio russo, Stavka. Per gli stranieri, il nuovo gabinetto di guerra di Putin assomiglierà allo Stavka creato da Josif Stalin in seguito all’invasione tedesca del 22 giugno 1941. In effetti, lo Stavka era un’improvvisazione nel diciannovesimo secolo del comando russo. Fu la risposta dei comandi militari e di sicurezza, e dei servizi d’intelligence, quando il capo di Stato dimostra di sbagliarsi, vacillare o indecisione nel difendersi dall’aggressione straniera che mira a decapitare la leadership russa, liquidarne la difesa e distruggerne l’economia. Per dettagli, cliccare qui.
Le immagini pubblicate dal Cremlino rivelano che Putin ha deciso, insieme a Ministero della Difesa, Stato Maggiore Generale, capi dei servizi di sicurezza e del complesso militare-industriale russo, di cambiare i primi ministri. Ciò significa ricandidatura del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin. Putin annuncerà il nuovo governo dopo l’inaugurazione ufficiale, prevista ufficialmente il 7 maggio. Sobjanin, che compirà 60 anni a giugno, fu scelto da Putin come suo capo di gabinetto al Cremlino nel 2005-2008. Quando Putin divenne Primo ministro nel maggio 2008, Sobjanin lo seguì divenendo capo dello staff governativo. Divenne sindaco di Mosca sostituendo il candidato presidenziale Jurij Luzhkov, il 21 ottobre 2010. Sobjanin è l’intermediario di Putin con i comandanti militari e della sicurezza russi che considerano capitolardo Medvedev perdendo fiducia nella capacità del Cremlino di resistere all’escalation dell’aggressione anglostatunitense. Invece di Medvedev, avrebbero preferito Sergej Shojgu, Ministro della Difesa, o Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro incaricato del complesso militare-industriale. Entrambi si consideravano candidati presidenziali indipendenti, minacciando con la propria supremazia. Sobjanin è un uomo dello staff, reputa Putin, non di più.
Quando il primo pettegolezzo serio cominciò a circolare lo scorso ottobre sulla promozione, Sobjanin disse a un giornalista di Mosca: “Probabilmente sa molto bene che se ci sono tali voci, significa che è probabile quasi al 100% che non accadrà“. Disse a un altro reporter: “Ho lavorato nell’amministrazione presidenziale e nell’ufficio governativo. Penso che sia un lavoro duro e ingrato. Pertanto, se è possibile, la carica di primo ministro non fa per me. Dico sempre a tutti: mi trovo a mio agio lavorando a Mosca. Credo che questa carica di sindaco sia un lavoro da uomo vero. È possibile implementare progetti interessanti“. C’erano abbastanza doverose definizioni in queste osservazioni da sospendere il pettegolezzo senza ridurne la ragione. L’intensificazione della guerra anglo-statunitense dopo le elezioni presidenziali del 18 marzo ne ha rafforzato la ragione; inoltre si riduceva la resistenza di Putin a sostituire Medvedev. “Sì a un’economia di guerra“, dice un veterano del Ministero delle Finanze della Russia. “È il regime in cui il Paese può rivelare il vero potenziale e diventare creativo. Qui, la pace ha significato ristagno. In un’economia di guerra, le persone contano finché svolgono correttamente i propri compiti. Inoltre, non ci dovrebbero essere fazioni nel governo, quindi dev’essere un gruppo di persone che non cerca di danneggiare il prossimo”. La fonte avvertiva che nella situazione attuale della Russia, l’approccio preferito di Putin è impossibile: “la scelta tra le fazioni non produrrebbe il risultato richiesto“. “In particolare, non dovrebbe esserci un primo ministro. C’è chiaramente una squadra presidenziale, quindi un primo ministro è superfluo. Tutti questi giochi per tenere un premier “tecnico” affidandogli un lavoro inefficiente non sono più necessari. O vinciamo la guerra o la perdiamo. Quando il leader ha un alto supporto, è responsabile di tutto“. La fonte prevede che ci saranno meno posti nel nuovo governo, consolidando le funzioni ed ottimizzandone le operazioni. Il nuovo Ministro dell’Economia, secondo la fonte, potrebbe combinare il portafoglio dell’Industria, promuovendo Denis Manturov, la cui carriera iniziò nell’industria aerospaziale militare russa; è Ministro dell’Industria e del Commercio dal 2012. La fonte dice che i candidati per il Ministero delle Finanze e la Banca centrale “potrebbero essere chiunque. Ad esempio Tatijana Golikova. Questi posti avranno meno importanza in ogni caso“. Golikova dirige l’organismo di controllo della spesa statale, la Camera dei conti, dal 2013; prima fu Ministra della Sanità dal 2007 al 2012. È la moglie del Ministro dell’Industria dell’era Eltsin, Victor Khristenko.
L’approccio allo Stavka è sostenuto da diverse fonti, anche se non lo dicono agli amici non russi, e il nome di Sobjanin non viene menzionato. La riconferma di Medvedev, apparso due mesi fa come probabile risultato del rimpasto del governo di Putin, è ora impossibile. L’approccio allo Stavka significa anche rimozione dal personale attivo e da ruoli di comando di coloro che dipendono dal supporto di Medvedev, avendo contribuito alle sue campagne presidenziali e conservato l’opzione della successione al Cremlino a condizioni da negoziare con Washington, Londra, Bruxelles e Berlino. Tra costoro Igor Shuvalov, Viceprimo Ministro; Arkadij Dvorkovich, Viceprimo Ministro; e Aleksej Kudrin, ex-Ministro delle Finanze e aspirante Primo Ministro. Per la storia di Dvorkovich, cliccare qui. Esclusi dalla riconferma ad alti funzionari sono i ministri con residenze a Londra. Shuvalov è il più noto di loro, con due appartamenti adiacenti a Whitehall Court, che afferma di aver venduto a società offshore che controlla sempre lui. Altri due con residenze a Londra venivano identificati dai media inglesi, e potrebbero ora ritirarsi: Mikhail Abyzov, Ministro per il Governo aperto, e Boris Titov, commissario presidenziale per i diritti degli imprenditori. “Nella guerra che USA e NATO impongono ora alla Russia“, dice un banchiere internazionale, “i diritti degli imprenditori sono obsoleti. Gli statunitensi sono riusciti ad sovvertire venticinque anni di privatizzazioni russe che pensavano di aver reso irreversibili“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il vaso di coccio israeliano tra i vasi di ferro occidentale ed eurasiatico

Alastair Crooke, SCF, 10.04.2018La recente serie di eventi porta Israele a ripiegarsi; o almeno, a una profonda riflessione esistenziale, nel settantesimo anniversario della fondazione. La profondità di questa introspezione piuttosto ansiosa è diventata esplicita nella discussione ospitata da Yediot Ahronoth, il più importante giornale israeliano, tra sei ex-capi del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano. L’irruzione più diretta in questo stato d’animo cupo era la dichiarazione alla Knesset (parlamento) secondo cui la popolazione tra Giordania e mare era esattamente bilanciata, 6,5 milioni per parte, tra israeliani e palestinesi. Certo, l’uguaglianza demografica si sarebbe verificata a un certo punto, lo sapevano tutti. Non è quindi una sorpresa; ma è uno schiaffo della realtà, nondimeno. Queste cifre furono pubblicate dalle IDF e sono quindi difficili da contestare. Questo momento di realtà riduce così la capacità di certi israeliani di persistere col pio desiderio che i palestinesi sia assai di meno. Questa svolta enormemente simbolica è qui, è arrivata. La domanda su quale tipo di Stato sarà Israele non è più teorica. Uno dei sei ex-direttori del Mossad, Pardo, rispondeva alla domanda qual è, secondo lei, la peggiore minaccia alla sicurezza nazionale israeliana?: “La peggiore minaccia, è il fatto che tra il mare e il fiume Giordano c’è un numero quasi identico di ebrei e non ebrei. Il problema centrale dal 1967 ad oggi è che Israele, per l’intera dirigenza politica, non ha deciso che Paese essere. Siamo l’unico Paese al mondo che non ha definito i propri confini. Tutti i governi vi si sono sottratti… Se lo Stato d’Israele non decide ciò che vuole, alla fine ci sarà uno Stato unico tra mare e Giordano. Questa è la fine della visione sionista“. Due altri eventi definivano il dilemma: in primo luogo, il primo ministro israeliano è stato costretto a un’inversione di marcia su un’iniziativa che avrebbe consentito a decine di migliaia di immigrati africani in Israele di essere reinsediati in Europa. La destra del suo governo di coalizione non voleva che Israele diventasse un canale della migrazione economica africana in Europa, costringendolo alla ritrattazione politica. È probabile che i rifugiati siano ora espulsi in Africa. Potrebbe sembrare un evento relativamente insignificante (tranne che per i migranti), ma ha nuovamente messo a fuoco, specialmente tra gli ebrei liberali in Israele e Stati Uniti, la questione di ciò che ora è la base morale dello Stato israeliano: Israele s’è gonfiato con milioni di immigrati dall’URSS (molti dei quali non sono ebrei). Israele ora abbandona la missione dello Stato su “esilio e rifugio”, allargando lo scisma tra gli ebrei statunitensi.
Il terzo evento sconcertante è stata la “marcia del ritorno” degli abitanti di Gaza verso il recinto che separa Gaza da Israele: Israele rispose sparando uccidendo 17 palestinesi: “Immaginate il risultato“, aveva detto a Ben Caspit un ufficiale israeliano, “se avessero spezzato il recinto, anche in un solo punto, marciando verso Israele. Sarebbe finita in un bagno di sangue“. La collisione tra la notizia che i palestinesi sono ora 6,5 milioni, con la nuova inedita tattica della dimostrazione di massa palestinese per i diritti civili con proteste pacifiche, da i brividi alla sicurezza israeliana: quale sarebbe la conseguenza se centomila palestinesi affollassero la recinzione, irrompendo e invadendo città e campagne vicine? Panico, e quindi sparatorie. Ma queste domande esistenziali sorgono mentre sorge la difficile costellazione geostrategica d’Israele. Un esempio, citato dal New Yorker, un ex-funzionario statunitense che partecipò al primo briefing di Jared Kushner presso l’NSC: ““Abbiamo tirato fuori la mappa e valutato la situazione”, aveva detto l’ex-funzionario della difesa. “Esaminando la regione, hanno concluso che la fascia settentrionale del Medio Oriente era persa a favore dell’Iran. In Libano, Hezbollah, agente iraniano, controlla il governo. In Siria, l’Iran ha contribuito a salvare il Presidente Bashar al-Assad dal disastro militare e ora ne rafforza il futuro politico. In Iraq, il governo, nominalmente filo-USA, è influenzato da Teheran. “Abbiamo quel tipo da mettere da parte”, mi disse il funzionario. “Abbiamo pensato, e ora? Le nostre ancore sono Israele e Arabia Saudita”. E il risultato: Kushner, che non ha esperienza del Medio Oriente, si recò a Riyadh per diverse sessioni “tutta la notte” col suo nuovo amico MbS, per discutere le “idee di quest’ultimo su come rifare il Medio Oriente… Ma, Bannon disse al New Yorker, il messaggio che lui e Kushner volevano che Trump trasmettesse ai capi della regione era che lo status quo doveva cambiare, e in più posti, così era meglio. “Gli abbiamo detto, Trump gli ha detto: “Vi sosteniamo, ma vogliamo azione, azione”, disse Bannon. Nessuno sembrava più desideroso di sentire quel messaggio del vice-principe ereditario. “Il giudizio era che dovevamo trovare un agente del cambiamento”, mi disse l’ex-funzionario della difesa. “È qui che arrivò MbS. L’avremmo accolto come agente del cambiamento”. Cosa? Bannon e Kushner dichiaravano di volere cambiare lo status quo del Medio Oriente, ma avendo appena concluso di aver già perso il settentrione e forse anche l’Iraq, a favore dell’Iran, decisero di assegnare il compito a MbS che aveva detto a un incredulo Tony Blinken (nel 2015): ““Mi ha detto che il suo obiettivo era sradicare l’influenza iraniana nello Yemen”, secondo Blinken. Fui colto alla sprovvista, osservò Blinken: scacciare i simpatizzanti dell’Iran dal Paese richiederebbe un bagno di sangue. “Gli dissi che poteva fare molte cose per minimizzare o ridurre l’influenza iraniana. Ma per eliminarla…?”” MbS è colui che può “respingere i persiani”, come sosteneva Steve Bannon? Questo non può essere preso sul serio. Qualcuno ricordò a Kushner le parole di Stalin a Pierre Laval nel 1935: “Il Papa! Quante divisioni ha il Papa di Roma?“. Non c’è da stupirsi che la dirigenza della sicurezza israeliana sia cauta.
Yediot Ahoronot racconta: “Ho chiesto agli ex-direttori del Mossad se loro, guardando Israele nel 70° anniversario, fossero soddisfatti: “Fui il primo direttore del Mossad che non faceva parte della generazione del 1948”, disse Shabtai Shavit. “Sono nato nello Stato, e mi sento molto male per ciò che vi accade. I problemi sono così grandi, profondi, ampli. Non ci sono linee rosse, niente è tabù. Come membri della comunità d’intelligence, la nostra capacità più importante è cercare di prevedere il futuro. Mi chiedo che tipo di Paese lascerò ai miei nipoti, e non riesco a trovare una risposta”.” Shavit si riferiva principalmente alle divisioni interne e alla perdita d’integrità della leadership politica israeliana; ma la situazione geopolitica non è nemmeno favorevole ad Israele. Gli USA, in un modo o nell’altro, si ritirano dal Medio Oriente. Più significativamente, tuttavia, diventa evidente che, col desiderio degli USA di ridurre Cina e Russia. s’innescava una risposta inaspettata. Sembra che Cina e Russia ne abbiano abbastanza del belluismo occidentale. Forse fu la strambata delle “potenze revisioniste” nella dichiarazione sulla postura della difesa nazionale degli Stati Uniti; forse l’escalation della guerra dei dazi; o forse “l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso” è stata l’espulsione dei diplomatici russi coordinata cogli “Skripal” (che sembra aver infuriato la Cina tanto quanto la Russia) ad aver scatenato questa reazione. Qualunque sia la causa, i “guanti sono tolti” a quanto pare. Cina e Russia non intendono più “subire”. Ciò ha importanti implicazioni per il Medio Oriente: Cina e Russia illustrano in modo molto visibile agli USA profondità e forza dell’unità strategica esistente tra esse. L’Iran ne fa parte ed è anche un partner strategico. La Cina infliggerà danni agli Stati Uniti se persistono con la guerra dei dazi (o altra modalità di guerra finanziaria). La Russia, cooperando con la Cina, causerà danni agli Stati Uniti, nel caso in cui ritenga che il loro Stato profondo continui a minacciarla. Neanche Iran o Siria accetteranno di essere ingiustificatamente presi di mira dagli interessi occidentali. Il Presidente Putin l’ha chiarito al primo ministro Netanyahu dopo l’abbattimento dell’F16 israeliano: la Russia ha ora interessi nella regione, e non permetterà ad Israele di “fare casino”. Chi si tirerà indietro da questo “gioco del pollo”? Non è chiaro. Potrebbe invece intensificarsi. Apparentemente, la Cina ha molto da perdere da una guerra dei dazi, ma gli Stati Uniti potrebbero essere più vulnerabili di quanto si pensi. Questa amministrazione ha legato indissolubilmente la credibilità politica dello Stato ai mercati finanziari (in particolare azionario). I mercati azionari sono quindi diventati la via del successo politico degli USA. Ci sono segnali che la Cina sappia che i mercati azionari e del debito statunitensi sono il tallone d’Achille degli USA. Steven Englander di Rafiki Capital Management nota: “Il trade spider si gioca in gran parte sui mercati finanziari, con la reazione sui titoli usati per determinare la saggezza della Cina o la politica degli Stati Uniti. I dazi statunitensi sembrano essere stati scelti per favorire economia e commercio. La risposta della Cina oggi è dettata dal desiderio d’infliggere il più netto danno politico e finanziario al mercato. È difficile credere che un Paese con dazi più alti ed esportazioni negli USA ad alta intensità di manodopera e quasi quattro volte le importazioni dagli USA, possa vincere una guerra commerciale. Tuttavia, ciò potrebbe avverarsi se la politica statunitense sarà più sensibile ai prezzi di azioni e prodotti politicamente sensibili che non alla politica della Cina, coi beni appena sottoposti a dazi. Un voto di fiducia percepito dai mercati finanziari può avere conseguenze sul mondo reale rafforzando i rispettivi processi negoziali: le reazioni positive danno ai politici maggiore margine di manovra nel sospingere le proprie politiche; una svendita sul mercato aumenterà la pressione per arretrare o trovare una soluzione rapida“.
La deterrenza d’Israele ne sarà probabilmente vittima, dato che USA ed asse Cina-Russia si scontrano. Il borbottio belluino di Bannon sul “nostro piano per annientare il califfato fisico dello SIIL in Iraq e in Siria, non attrito e annientamento, e far retrocedere i Persiani”, potrebbe sembrare neo-realista, ma sarebbe anche vuota retorica. L’Iran è un interesse russo, per diversi motivi, gli israeliani sono stati avvertiti e la loro capacità di agire è limitata. E i mercati azionari israeliani, oltre a Wall Street, potrebbero subire anche “danni collaterali” con queste nuove guerre finanziarie, esacerbandone le tensioni interne. Infine, la concatenazione di eventi può far sì che alcuni israeliani riflettano sul perché antagonizzare l’Iran, se Cina e Russia sembrano pronti a emergere come prossimo asse di potenze dell’Eurasia. È in corso un cambiamento strategico. E, dopotutto, Israele fu abbastanza pragmatico da avere relazioni coi nuovi leader rivoluzionari dell’Iran immediatamente dopo il 1979. Israele si fermò ed iniziò a demonizzare l’Iran solo come conseguenza del cambiamento nella politica interna israeliana, e non per una nuova minaccia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Degenerazione e fondamentalismo dei media occidentali

Andre Vltchek, New Eastern Outlook, 08.04.2018Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa, insulta persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza chi dice la verità. Ultimamente, l’occidente è diventato chiaramente furioso. Quanto più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, tanto più aggressivamente urla, tira calci e ridicolizza se stesso. Non nasconde nemmeno più le intenzioni, che sono chiare: distruggere tutti gli avversari, siano Russia, Cina, Iran o qualsiasi altro Stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che dicono la verità; non la verità come definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che al servizio della gente, non la falsa pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’impero occidentale. Sono stati stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda nata a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che finalmente arrivano agli “Altri”, gli abitanti desolati del “sud globale”, delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli Stati “clienti”. La maschera cade e la faccia cancerosa della propaganda occidentale si svela. È terribile, spaventosa, ma almeno è ciò che è, perché tutti possano vederlo. Niente più suspense, sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo. Questo è come s’è ridotta la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente, neocolonialismo.
L’occidente sa come massacrare milioni di persone e manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne d’indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando proviene dagli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letale se proviene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani inermi e molto più avanzati, per secoli in tutto il mondo. A causa del talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, il Regno Unito ha commesso innumerevoli genocidi, rapine riuscendo a convincere il mondo che va rispettato e autorizzato a mantenere mandato morale e seggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, sempre. Ci sono migliaia di menzogne accumulatesi, consegnate con perfetti accenti “educati” dalla classe superiore: bugie su Salisbury, comunismo, Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba, Corea democratica, Siria, Jugoslavia, Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie su passato, presente e persino futuro. Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come Regno Unito e Francia predicare, nel mondo e con faccia di bronzo, libertà e diritti umani. Non fa ridere, ancora. Ma molti lentamente s’indignano. I popoli di Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a capire di essere stati ingannati e raggirati; che le cosiddette ‘istruzione’ e ‘informazione’ provenienti dall’occidente non sono altro che spudorato indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: “Exposing Lies Of The Empire“. Milioni ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty, li hanno ingannati sfacciatamente per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali sono riuscite a creare una narrativa uniforme nel pianeta, con giornali locali che in tutto il mondo pubblicano fabbricazioni identiche provenienti da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti importanti come Unione Sovietica, Comunismo, Cina, ma anche libertà e democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani. La ragione principale del risveglio dei popoli nel mondo d’essere ancora oppressi dall’imperialismo occidentale, è il lavoro incessante di media come New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, in Russia, CGTN, China Radio International e China Daily in Cina, TeleSur in Venezuela, al-Mayadin in Libano e Press TV iraniana. Certo, ci sono molti altri media anti-imperialisti orgogliosi e decisi in varie parti del mondo, ma quelli citati sono i più importanti vettori della contro-propaganda proveniente da Paesi che hanno combattuto per la loro libertà e che hanno semplicemente rifiutato di essere conquistati, colonizzati, prostituiti e soggiogati dall’occidente. Una potente coalizione anti-imperialista di Stati veramente indipendenti si è formata e solidificata. Ora ispira miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dandogli speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi ed aspettative è il “nuovo media”. E l’occidente guarda, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare quest’ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per vere indipendenza e libertà.
Ora ci sono attacchi continui ai nuovi media del mondo libero. In occidente, RT è minacciata d’espulsione, il brillante e sempre più popolare New Eastern Outlook (NEO), è finito sotto un malvagio attacco informatico da parte, molto probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognose scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge a PressTV iraniano. Vedete, l’occidente sarà responsabile di miliardi di vite in rovina nel mondo, ma non subisce sanzioni ed azioni punitive. Mentre Paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea democratica e Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto una propria forma del governo e sistema politico oltre che economico. L’occidente semplicemente non sembra capace di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata, una sottomissione assoluta. Agisce da fondamentalista religioso e teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati od indifferenti o entrambi, che non capiscono ciò che i loro Paesi e “cultura” fanno al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo affronta il vero pericolo della Terza Guerra Mondiale?” Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che Nord America ed Europa non sappiano smettere di costringere il mondo ad obbedienza e schiavitù di fatto. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificherebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani solo per mantenere il controllo sull’universo? Sicuramente lo farebbero! L’hanno già fatto in diverse occasioni e senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà. La scommessa dei fondamentalisti occidentali è che il resto del mondo sia molto più decente e assai meno brutale da non poter sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrenda, rinunci ai propri sogni su un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre l’inevitabile aggressione militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I Paesi che ora vengono minacciati ed intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono alla pazzia occidentale e agli imperialisti. La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi. La Russia di Eltsin, crollata, fu saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata faccia dai governi europeo e nordamericano; ebbe l’aspettativa di vita scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cina sopravvisse a un’agonia inimmaginabile del “periodo di umiliazione”, saccheggiata e spartita da invasori francesi, inglesi e statunitensi. L’Iran derubato del governo legittimo e socialista, dovette vivere sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale scià. L’intera America “latina”, con le sue vene aperte, con la cultura in rovina, la religione occidentale che gli chiudeva la bocca; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti rovesciati o assassinati, o quantomeno manipolati dal potere di Washington e dai suoi lacchè. La Corea democratica, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i propri civili, commesso da Stati Uniti ed alleati nella cosiddetta guerra coreana. Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati da Stati Uniti e loro alleati. Sud Africa… Timor Est… Cambogia…
Ci sono carceri viventi, relitti in decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Servono d’avvertimento per chi ha ancora delle illusioni su “buona volontà” e spirito di giustizia occidentali! Siria… Oh, Siria! Guardate cosa ha fatto l’occidente in un Paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di piegarsi e leccare i piedi di Washington e Londra. Ma guardate anche quanto è forte, quanto determinato può essere chi ama veramente il proprio Paese. Contro ogni previsione, la Siria si è opposta, combattendo e vincendo i terroristi stranieri circondata e sostenuta dalla grande coalizione internazionalista! L’occidente pensava di scatenare un altro scenario libico, ma invece si scontrò con un pugno di ferro dai nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. Il fascismo fu visto, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato! Il Medio Oriente guarda. Il mondo guarda. I popoli ora vedono e ricordano. Cominciano a ricordare chiaramente cosa gli è successo. Iniziano a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente anti-imperialista è ora solida come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di popoli che sanno cos’è lo stupro e il saccheggio, cosa sia la distruzione completa. Sanno esattamente cosa infliggono gli autoproclamati sostenitori della libertà e della democrazia, il fondamentalismo culturale ed economico occidentale. Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggere se stesse così come il resto del mondo. Non arrendersi mai, mai indietreggiare. Perché i popoli hanno parlato e inviano messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Mai capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E resisteremo, orgogliosamente, qualunque cosa, non importa quale forza brutale vada affrontata. Mai piegarsi, compagni! Non cederemo mai di fronte a chi diffonde il terrore!” E i media in questi meravigliosi Paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi. E la dirigenza occidentale osserva, agitandosi e sporcandosi i pantaloni. Sa che la fine del suo brutale dominio sul mondo si avvicina. Sa che i giorni dell’impunità stanno finendo. Sa che il mondo giudicherà presto l’occidente, per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità. Sa che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”. Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media serrano le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russe, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, scrivevo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: contro loro, e contro altri media occidentali. L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e sbocchi “istruttivi” sono pienamente al servizio del regime. Ma il mondo si sveglia e affronta tale fondamentalismo culturale e politico mortale. È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si spezzano. D’ora in poi, non ci sarà impunità per chi ha torturato il mondo per secoli. Le loro bugie, così come i loro carri armati, saranno affrontate e fermato!Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images, autore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri. Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA disperano nel colpo di Stato in Russia

Le ultime sanzioni sembrano preoccuparsi tanto di proteggere le posizioni economiche degli Stati Uniti quanto di punire la Russia
Alexander Mercouris The Duran 7 aprile 2018Le ultime sanzioni che il Tesoro USA ha imposto alla Russia sono strane. Le precedenti sanzioni erano collegate a specifici atti reali o presunti russi, ad esempio la morte di Sergej Magnitskij, la crisi in Crimea, la guerra nel Donbas, l’abbattimento di MH17 e la presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Le ultime sanzioni sono diverse in quanto non direttamente collegate ad alcuna azione russa, reale o presunta. Né i sanzionati, ad esempio l’uomo d’affari Oleg Deripaska, accusati di qualcosa. Invece di una qualsiasi accusa specifica alla Russia o agli interessati, ecco come un funzionario del segretario al Tesoro USA Steven Mnuchin giustificava tali sanzioni, “Il governo russo opera a vantaggio sproporzionato di oligarchi ed élite governative. Il governo russo s’impegna in varie attività malvagie nel mondo, tra cui continuare a occupare la Crimea e istigare violenze nell’Ucraina orientale, inviare al regime di Assad materiale e armi mentre bombardano i civili, tentare di sovvertire le democrazie occidentali e attività cybercriminali. Oligarchi ed élite russi, che traggono profitto da questo sistema corrotto, non eviteranno più le conseguenze delle attività destabilizzanti del loro governo”. In altre parole, la Russia è un cattivo Paese corrotto che fa molte cose brutte nel mondo che gli Stati Uniti disapprovano. Chiunque in Russia sia ricco (“un oligarca”) “beneficia di questo sistema corrotto”, e ne è responsabile e rischia di essere sanzionato indipendentemente da qualsiasi cosa faccia, a meno che ciò non cambi. L’implicazione è che se non vogliono essere sanzionati, gli “oligarchi” devono rovesciare il governo russo. Le ultime sanzioni sono quindi un incitamento al colpo di Stato. Dato che tutti gli altri passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso sono falliti, gli uomini d’affari russi (“oligarchi”) ora vengono informati che a meno che non progettino il rovesciamento del governo russo, saranno sanzionati. La prima cosa da dire su tale politica è che vecchia di decenni. Ci fu un periodo, negli anni ’90, in cui un piccolo gruppo di persone stratosfericamente benestanti e corrotte controllava davvero il governo russo. Ad esempio, la maggior parte delle persone che s’incontrarono al Cremlino durante la crisi finanziaria del 1998 per decidere se svalutare o meno il rublo non erano membri del governo o funzionari, e l’incontro in cui si decise di svalutare il rublo non era presieduto da un ministro del governo ma dall’ex-primo ministro ad interim Egor Gajdar, che all’epoca non era né membro del governo né funzionario, ma semplicemente consigliere del presidente Boris Eltsin, che al momento era tutt’altro che lucido. La decisione fu infatti presa dallo stesso piccolo gruppo di individui ricchi e corrotti che in quel momento controllavano davvero il governo russo, incontrandosi in modo informale sotto la presidenza di Gajdar, e non nelle strutture ufficiali. Non è un equivoco chiamare tali individui “oligarchi”. Negli anni ’90 erano esattamente ciò. Il più politicamente potente tra loro, Boris Berezovskij, non era nemmeno un uomo d’affari. Non è così la Russia d’oggi. Una persona come Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio il cui nome appare nelle ultime sanzioni, può avere grande influenza e potere. Tuttavia non controlla il governo russo e non ne ha i mezzi. Devo dire che la prima volta in cui m’imbattei nel suggerimento che gli “oligarchi” venissero mobilitati per rovesciare il Presidente Putin o costringerlo a cambiare politica imponendogli sanzioni fu nel 2014, all’inizio della crisi ucraina. Mentre ricordo che nei media apparivano notizie secondo cui l’agenzia d’intelligence tedesca BND consigliava la cancelliera Merkel che se l’UE imponeva sanzioni alla Russia, gli “oligarchi” avrebbero costretto il Presidente Putin a cambiare rotta o a rovesciarlo per salvare le proprie fortune. Molte sanzioni dopo si potrebbe supporre che tale teoria fosse stata distrutta. Tuttavia la dichiarazione di Steven Mnuchin suggerisce che la fede in essa non muore. Le ultime sanzioni che gli Stati Uniti impongono agli uomini d’affari russi e alle loro compagnie non indebolirà la posizione del Presidente Putin o quella del governo russo, e non influenzerà l’economia russa. Come recentemente sottolineava il giornale semi-ufficiale cinese Global Times, la Russia, a differenza di Paesi come l’Iran, ha una grande economia autosufficiente dalle dimensioni continentali con immense risorse scientifiche, tecnologiche e naturali, rendendola quindi immune alle sanzioni.
Riguardo ai ricchi russi a cui si rivolgono le ultime sanzioni, la ragione per cui molti mantengono i denaro all’estero non è perché controllano il governo russo, ma perché non lo controllano e non se ne fidano. Il risultato è che esportano denaro all’estero, lontano dal loro governo. Ora, ciò che scoprono è che i loro soldi corrono un rischio maggiore di essere presi dal governo degli Stati Uniti che dal loro, come il governo russo gli aveva detto per anni, così di fatto è più al sicuro a casa che non all’estero. In altre parole, le ultime sanzioni e la dichiarazione di Steven Mnuchin non avrebbero potuto favorire di più il governo russo. Agli uomini d’affari russi viene detto che il denaro che hanno esportato può essere sequestrato a prescindere da ciò che fanno a meno non rovesciano il governo russo, cosa che tali affaristi sanno essere oltre la loro portata, quindi essendo impossibile non hanno opzione realistica se vogliono mantenere i soldi al sicuro che riportarli a casa. Sembra che anche prima della dichiarazione di Mnuchin e delle ultime sanzioni fosse ciò che facevano alcuni di loro. Qualche settimana prima, prima della crisi Skripal, un gruppo di uomini d’affari russi a Londra scrisse al Presidente Putin chiedendo il permesso di tornare a casa coi soldi per via delle minacce che subivano; mentre l’ultima vendita di eurobond del governo russo, rivolta in particolare agli uomini d’affari russi, fu ampiamente sottoscritta in quanto si affrettarono ad acquistare le obbligazioni emesse dal proprio governo. Le ultime sanzioni e la dichiarazione di Mnuchin accelereranno il processo. Una politica che rafforza solo Putin, costringendo gli uomini d’affari russi a rimpatriare i soldi in Russia aumentando la dipendenza dal governo russo, sembra del tutto controproducente, e a giudicare da ciò, questa è la politica delle sanzioni degli Stati Uniti. Tuttavia potrebbero esserci più di motivi all’opera. I russi lamentano che uno degli scopi delle sanzioni è bloccare le esportazioni di armi russe, un campo in cui la Russia ha recentemente invaso i mercati statunitensi, come Turchia ed Arabia Saudita, e anche oltre, Paesi come l’Indonesia. Esiste naturalmente una dimensione politica in quanto le vendite di armi tendono a stringere i legami politici e gli Stati Uniti saranno particolarmente diffidenti nei confronti di alleati come Turchia e Arabia Saudita che acquistano armi dalla Russia, per via del pericolo che ciò aumenti l’influenza russa. Tuttavia, i tentativi di bloccare le vendite di armi di un importante concorrente sul mercato internazionale hanno qualcosa di protezionistico, il che non è del tutto sorprendente dati i recenti provvedimenti adottati dall’amministrazione Trump, specialmente verso la Cina, e data l’importanza delle vendite di armi non solo per l’economia statunitense, ma per le singole società statunitensi. Con Cina e Russia che cooperano sempre più nello sviluppo di aeromobili, come un pianificato aereo di linea, e che producono velivoli leggeri e competitivi (Comac C919 e Irkut MS-21), e con la Russia che avanza lo sviluppo della nuova famiglia di motori per aeromobili civili a Perm, che faranno volare questi velivoli, è comprensibile che gli Stati Uniti desiderino sanzionare i produttori di armi russi dato il forte legame tra produzione di armi e industria aeronautica civile. Proprio mentre i dazi statunitensi sulla Cina sembrano intenzionati, almeno in parte, ad ostacolare lo sviluppo dell’industria cinese dell’intelligence artificiale, così le ultime sanzioni ai produttori di armi russi sarebbero volte ad ostacolare lo sviluppo dell’industria aeronautica cinese e russe, specialmente dei motori aeronautici civili in Russia, data la minaccia che queste industrie pongono alla posizione degli Stati Uniti nel mercato internazionale dell’aviazione, che da tempo dominano rappresentando una parte significativa delle loro esportazioni. Se le nascenti industrie aeronautiche di Russia e Cina sono obiettivo delle ultime sanzioni, potrebbero anche spiegare la sanzione ad Oleg Deripaska, amministratore delegato di RUSAL, il conglomerato dell’alluminio russo; l’alluminio è ovviamente materiale chiave utilizzato nella costruzione degli aerei. Va detto tuttavia che ci possono essere molteplici altri motivi per cui Deripaska, uno dei più potenti e duri uomini d’affari russi, sia oggetto di sanzioni. Se le sanzioni diventano davvero uno strumento per proteggere le posizioni degli Stati Uniti in settori chiave come intelligenza artificiale, produzione di armi ed aviazione civile, allora tale sospetto non sorprenderà nessuno. Ciò che va detto è che in questo caso gli Stati Uniti hanno perso l’autobus. Le misure protezionistiche che impongono alla Cina, e le sanzioni che impongono alla Russia, ne avrebbero devastato l’economia due decenni fa. Oramai, come dimostra la resilienza della Russia alle sanzioni, le economie cinese e russa hanno raggiunto un livello di sofisticazione e dimensioni tali da renderle sostanzialmente insensibili alle azioni. Ad esempio, sebbene le esportazioni della Cina abbiano raggiunto il picco del 37% del PIL nel 2006, nel 2016 scesero a meno del 20%. Oggi il principale motore dell’economia cinese è la domanda interna, proprio come il principale motore dell’economia russa, dal 2020, saranno gli investimenti. I due Paesi non saranno influenzati da azioni o sanzioni protezionistiche che gli Stati Uniti adottano. Ciò è tanto più vero in quanto Cina e Russia, in particolare la Cina, continuano a costruire la propria architettura finanziaria internazionale alternativa (ad esempio il cosiddetto “petro-yuan “) per sostenere propri economie e sistemi commerciali in costruzione.Traduzione di Alessandro Lattanzio