La Russia cambia tattica in Siria

Valentin Vasilescu Reseau International 12 gennaio 2017su25sm3Il 10 gennaio 2017 la Russia schierava in Siria 12 cacciabombardieri Su-25SM3, rilevati dai satelliti-spia occidentali. Ed è probabile che almeno 48-52 Su-25SM3 siano inviati in Siria nelle prossime settimane. Si tratta del segnale che la Russia cambia tattica nella lotta ai terroristi islamici ed è prevista un’offensiva di terra su larga scala da parte dell’Esercito arabo siriano. [1] Il Su-25 è stato modernizzato in più stadi creando i Su-25SM/SM2/SM3, l’ultimo aggiornamento ha avuto luogo nel 2013. Circa 150 aerei modernizzati Su-25 (SM3/UBM2) e altri 120 Su-25 non modernizzati sono entrati nelle forze aeree russe. Il velivolo è propulso da 2 motori RD-195 dalla spinta di 4500 kg/s e una velocità massima di 975 km/h. È interessante notare che, con il tentativo d’imporre il cessate il fuoco in Siria il 27 febbraio 2016, la Russia ritirò dalla Siria i suoi 15 Su-25SM3. Gli aerei avevano più di 20 anni e completato oltre 200 ore di volo in Siria, divenendo oggetto di controllo negli impianti di riparazione in Russia. La nuova offensiva dell’Esercito arabo siriano servirà a liberare dai mercenari islamisti il Paese, a testare nuovi equipaggiamenti e ad addestrare i militari russi in condizioni di combattimento reale, per difendersi dall’invasione della NATO [2].0_b4097_de3d9324_-2-xl-e1424183930102Qual è il cambiamento tattico della Russia nella lotta al terrorismo islamico in Siria?
Finora la Russia aveva attaccato obiettivi in Siria con missili da crociera lanciati da sottomarini, navi di superficie e bombardieri a lungo raggio. D’altra parte, i bombardieri tattici russi che operano dalla base di Humaymim hanno completato le missioni previste, dopo che i velivoli da ricognizione senza pilota individuavano i bersagli ore o giorni prima. In genere, tali obiettivi avevano scarsa mobilità e si trovavano a una distanza di sicurezza da civili e truppe dell’Esercito arabo siriano. Ogni aereo russo era armato solo con 2 bombe o missili aria-terra a guida laser, GPS, TV e IR, bombardando da quote di 8000-10000 m. La tattica mutata della Russia in Siria significa che gli aerei russi compiranno quasi esclusivamente missioni di supporto vicino (CAS – Supporto aereo ravvicinato) creando brecce nella difesa dei mercenari islamisti necessari alla rapida avanzata delle truppe siriane. L’aereo Su-25SM3 è il più adatto a tali missioni. La maggior parte delle missioni di supporto ravvicinato va effettuata di notte senza le informazioni dettagliate ricevute in anticipo dai velivoli da ricognizione. Operando in pattuglie ad alta quota sulle zone del territorio occupato dagli islamisti, con la procedura della “caccia ai bersagli”. Una volta che l’obiettivo viene individuato, il pilota vi avvia la procedura d’attacco. Tuttavia, le missioni di supporto ravvicinato richiedono perfetta coordinazione spazio-temporale con i soldati sul terreno, che prevede l’utilizzo di ufficiali russi specializzati nella guida dei Su-25SM sugli obiettivi a terra presi di mira sul fronte. In primo luogo, identificano la posizione ai piloti in volo di supporto via radio e di notte con un dispositivo laser rilevabile dai sensori elettro-ottici a bordo dell’aereo russo. Poi gli ufficiali di puntamento indicano gli obiettivi segnalati da colpire con lo stesso dispositivo laser. Questo garantisce la massima precisione d’attacco su bersagli mobili come le Toyota armate di mitragliatrici, squadre di cecchini o postazioni islamiste situate nei piani inferiori degli edifici.
Il sistema optoelettronico del Su-25 SOLT (con sensori laser, TV e IR) montato nel naso è utilizzato per la navigazione FLIR e via satellite (GLONASS), e per trovare e identificare bersagli a terra di notte e ad alta quota. Per attaccare gli obiettivi, il Su-25SM3 dispone di un centro di controllo del tiro PrNK-25SM Bar che utilizza il sistema optoelettronico SOLT-25 e un telemetro per puntare via laser le armi guidate. Nella procedura di “caccia al bersaglio” si usano raramente bombe guidate o armi di piccolo calibro, e si usano soprattutto i razzi o il cannone di bordo. Il Su-25SM3 ha un cannone binato GSh-30-2 da 30 mm, con rateo di tiro di 2000 colpi/minuto che utilizza proiettili perforanti-incendiari, esplosivi-incendiari e anticarro-traccianti (APT) dal nucleo in tungsteno. Il Su-25SM3 dispone di oltre 10 punti di attacco sotto le ali, che possono trasportare armi per 4340kg. Nella procedura della “caccia agli obiettivi” il Su-25M3 è dotato di 8-10 lanciarazzi UB-32/57, ciascuno con 32 razzi S-5M/K del calibro di 57mm, o lanciarazzi B-8M1, B-13L e PU-O-25 armati con razzi da 80mm, 122 mm e 266 mm di calibro. L’attacco avviene sparando raffiche di proiettili o razzi picchiando con un angolo di 15-30 gradi da una quota di 1000-3000 m. La procedura della “caccia ai bersagli” permette di eseguire diversi attacchi contro obiettivi diversi.
Solo, benché più efficaci dei bombardamenti pre-programmati, le missioni di supporto ravvicinato sono estremamente rischiose dato che, al di sotto della quota di 5000 m, tutti gli aerei sono vulnerabili ai missili portatili (MANPADS) e al di sotto dei 3000 m sono vulnerabili a mitragliatrici pesanti e cannoni da 12,7mm, 14,5mm, 23mm e 30mm, di cui sono dotati i mercenari. L’aereo russo Su-25 è equivalente allo statunitense A-10, avendo entrambi blindatura in titanio del peso di 500 kg e uno spessore di 15-30 mm in grado di sopportare proiettili da 23mm di calibro, e una blindatura in fibra di carbonio (che trattiene le schegge risultanti dalla frammentazione per esplosione dei proiettili). Per la protezione contro i missili terra-aria, il Su-25SM3 è dotato del sistema Vitebsk-25, simile allo Spectra ESM del francese Rafale. Rileva se l’aeromobile viene inquadrato da radar nemici, ne calcola azimut e tipo, e ne gestisce l’interferenza su diverse frequenze, utilizzando il sistema integrato L-370-3S. Il sistema Vitebsk-25 protegge gli aerei Su-25SM3 dai missili a guida infrarossi o laser con il sottosistemi di inganni termici APP-50, anche contro i missili superficie-aria portatili (MANPADS) .siria-su-25-2017-1-10

[1] Come potrebbe finire il conflitto in Siria nel 2017?
[2] Cosa ha spinto la Russia ad intervenire in Siria?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

Cosa ha spinto la Russia ad intervenire in Siria?

Valentin Vasilescu Reseau International 10 gennaio 2017gbrssbgDecifrare le ragioni del coinvolgimento della Russia nel conflitto in Siria continua ad avere molte incognite. La prima incognita è che, mentre gli aerei russi in Siria potrebbero trasportare da 8 a 24 missili o bombe, sono armati solo di 2 bombe o missili “intelligenti” (KAB-250S/LG, KAB-500L/Kr, KAB-1500L, KAB-1500Kr, Kh-29L/T, Kh-25T ), a guida laser, GPS e TV/IR. La precisione di queste armi è intorno ai 2-5 m. Un’altra incognita è che i cacciabombardieri russi a volte rimanevano per un’ora nell’area di decollo finché non c’erano più civili nell’area del bersaglio. Ricordiamo che i bombardieri B-52 degli Stati Uniti seppellirono nei bombardamenti a tappeto, combattenti vietnamiti e aree abitate vicine, e gli aerei degli Stati Uniti Skyrider-1, F-100, F-105, F-4, F 8, A-4, A-6, A-26 e B-57 lanciarono migliaia di contenitori di napalm sui villaggi vietnamiti. Il metodo utilizzato dai russi in Siria è quello dell’aviazione di uno Stato che opera nel contesto delle operazioni in difesa del proprio territorio. Un’altra incognita è il motivo per cui la Russia decise d’intervenire nell’ottobre 2015 dopo più di quattro anni di guerra in Siria, quando il 75% del Paese era occupato dagli islamisti. Nel febbraio 2014, un colpo di Stato avvenne in Ucraina, sostenuto dall’occidente, noto come euromaidan e seguito dall’adesione della Crimea alla Russia con un referendum nel marzo 2014, e dallo scoppio della guerra civile nell’Ucraina orientale. Stati Uniti, Unione europea e Stati fedeli imposero l’embargo economico alla Russia. Nel settembre 2014, in occasione del vertice in Galles, la NATO decise di sviluppare nuove capacità di difesa ai confini della Russia, materializzatasi nello schieramento della 3.za brigata carri armati della 4.ta Divisione dell’esercito degli Stati Uniti nei Paesi baltici e Polonia (87 carri armati M1A1 Abrams, 20 obici semoventi M109A6 Paladin e 136 veicoli da combattimento della fanteria M2 Bradley). Aggiuntasi alla 10.ma Aerobrigata (50 elicotteri UH-60 Black Hawk, 10 grandi elicotteri da trasporto CH-47 Chinook e 24 elicotteri d’attacco AH-64 Apache). Nelle guerre del Golfo, l’esercito statunitense usò un nuovo algoritmo per la ricognizione strategica e gli attacchi di penetrazione in profondità delle difese del nemico. Dopo che l’US Air Force impose la supremazia aerea, i cacciabombardieri avviarono la neutralizzazione, con grande precisione, dei carri armati iracheni posizionati sulle linee fortificate di contrattacco e le linee offensive disposte a scaglioni dalle grandi unità della riserva tattica. Allo stesso tempo, gli elicotteri d’attacco dell’esercito e dei marines riuscirono, con il sostegno delle batterie di obici semoventi da 155mm M109A6 Paladin, a neutralizzare i gruppi d’artiglieria delle unità e divisioni nemiche, così come i rifornimenti per i carri armati del primo scaglione delle difese dell’esercito iracheno. La precisa localizzazione dei bersagli iracheni fu ottenuta grazie a un complesso programma di riconoscimento militare degli Stati Uniti, basato oltre che sui satelliti di sorveglianza, su quattro livelli dell’ISR (Intelligence, Surveillance e Reconnaissance), per l’acquisizione e il trattamento dei dati, disponendo del quadro completo della situazione sul teatro:
– Il primo livello, strategico, composto da droni a lungo raggio RQ-4A/B Global Hawk e Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, e da aerei da ricognizione con equipaggio U-2, E-8C e RC-135.
– Il secondo livello erano i droni a breve e medio raggio RQ-7 Shadow, RQ-5 Hunter, MQ-1 Predator, MQ-9 Reaper.
– Il terzo livello erano gli aerei ad elica con equipaggio Cessna Caravan 208B, C-23A Sherpa, C-12R Horned Owl e C-12 MARSS-II King Air.
– Il quarto livello era la flotta di elicotteri di 12 brigate dell’esercito degli Stati Uniti (OH-58D Kiowa Warrior e AH-64 Apache).
saxdcvffvCon l’azione combinata dei mezzi da ricognizione e attacco statunitensi, la struttura dello schieramento da combattimento iracheno fu spezzata creando brecce ampie per le unità meccanizzate e corazzate. Per penetrare in profondità tre le difese e attuare con successo la manovra avvolgente, usarono pochissimi carri armati M1A2 Abrams, veicoli da combattimento di fanteria M2 Bradley e veicoli da combattimento del corpo dei marine AAV-7A1, poiché tutti cingolati dalla bassa velocità. Preferirono usare mezzi come i blindati LAV-25 Stryker (dalla velocità massima di 100 km/h), raggruppati in brigate. Una brigata di Stryker modello comprende 135 mezzi divisi in tre battaglioni di fanteria (3 compagnie), una squadra da ricognizione (3 compagnie) con 33 Stryker e HMMWV12, un battaglione di artiglieria (3 batterie di cannoni semoventi da 155mm) e un battaglione di soldati per le operazioni speciali. Dal 2012, l’esercito russo ha trasformato 7-10 brigate motorizzate sul modello statunitense, basate sui blindati da trasporto truppe anfibi BTR-80 e BTR-82A. Nei prossimi 2-3 anni, i BTR-80/82A saranno sostituiti dal nuovo VPK-7829 Bumerang.
In Siria, i cacciabombardieri russi Su-25, Su-24, Su-34 e l’Aeronautica siriana crearono brecce nella difesa dei mercenari effettuando attacchi sui depositi di munizioni e carburante, sui veicoli da combattimento (carri armati e artiglieria semovente) e anche fortificazioni d’appoggio. Gli elicotteri d’attacco russi Mi-24V e Mi-28N distrussero i mezzi da combattimento dei mercenari, come le Toyota armate di mitragliatrici e lanciamissili anticarro (contro le linee d’attacco), e autobombe suicide. Attraverso le brecce così create, i blindati BTR-82A russi s’infiltrarono come avanguardia, per via della maggiore capacità di manovra su terreno senza ostacoli e per la potenza di fuoco dei cannoni da 30 mm montati sulle torrette. Come protezione, i BTR-82A operano con diversi carri armati russi T-90A dotati del sistema di protezione attiva Shotra per nullificare i missili anticarro statunitensi TOW-2. Non è escluso che la Russia abbia inviato in Siria nuovi tipi di carri armati (T-14 Armata, veicoli da combattimento della fanteria T-15 e Kurganets-25) in fase di test; i blindati più avanzati al momento.
In Siria, l’esercito russo ha creato un potente sistema C4I (comando, controllo, comunicazioni, computer, informazioni e interoperabilità) da ricognizione e attacco. La raccolta e l’elaborazione dei dati avviene su più livelli, come nel caso delle forze armate statunitensi. Questi livelli sono, oltre alla ricognizione satellitare, gli aerei da ricognizione con equipaggio Il-20M1 e Tu-214R (le cui missioni durano più di 12 ore), droni (UAV) a medio raggio Zala, Jakovlev Pchela-1T e Orlan-10, droni a lungo raggio Dozor 600 ed elicotteri d’attacco e ricognizione Mi-35 e Ka-52. Dato che lo spazio aereo siriano è occupato a nord, centro ed est dagli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti (che comprende aerei di Stati della NATO e del Golfo Persico), secondo le dichiarazioni del generale Philip Breedlove, ex-comandante della NATO in Europa, il contingente russo ha creato sull’ovest della Siria una no-fly zone (bolla AD/A2) che vieta qualsiasi azione della NATO. Nella zona di esclusione, la Russia ha attuato una serie di misure per garantirsi la supremazia nella guerra radio-elettronica (Electronic Warfare-EW) contro i sistemi di ricognizione a terra, aria e spazio della coalizione degli USA. La zona è diventata opaca alla ricognizione della NATO grazie al sistema russo Krasukha-4 che disturba i radar di sorveglianza dei satelliti-spia statunitensi della serie Lacrosse/Onyx, i radar a terra, i radar aeroportati di AWACS, E-8C, RC135, Sentinel R1 e quelli montati sugli UAV RQ-4 Global Hawk, MQ-1 Predator, MQ-9 Reaper. Gli aerei russi sono dotati dei sistemi di radiodisturbo SAP-518/SPS-171 e L-175B Khibinij e gli elicotteri Mi-8AMTSh dei sistemi Richag-AV. La Russia ha inviato in Siria altri sistemi per interferire e neutralizzare il radiocontrollo dei droni mentre svolgono le missioni da ricognizione nello spazio aereo della Siria occidentale, o per generare contromisure nello spettro visibile, infrarosso o laser, contro i sistemi di sorveglianza optoelettronici (IMINT) aerospaziali degli statunitensi. Per intercettare i velivoli nella no-fly zone in Siria, i russi impiegano i Su-30SM e Su-35, nonché i sistemi missilistici antiaerei a lungo raggio S-400.
Il dispiegamento dei contingenti aeroterrestri russi in Siria è quindi conseguenza della crescente aggressività della NATO ai confini della Russia. E’ servito non solo a sostenere il governo di Bashar al-Assad, ma a continuare la preparazione dei militari russi nel respingere l’invasione della Russia da parte della NATO. Anche questo ha permesso di testare, in condizioni di combattimento reali, l’operatività di alcuni elementi chiave del nuovo sistema strategico da ricognizione ed attacco delle forze armate russe. Il sistema è stato copiato da quello statunitense ed adattato alle condizioni specifiche dell’esercito russo, il cui ruolo è difendere la Russia, nel caso d’invasione della NATO.nbtkbTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ri-globalizzazione preannuncia un emergente Nuovo Ordine Mondiale

He Yafei, The BRICS Post 9 gennaio 2017

PrintIl dibattito mondiale sulla globalizzazione è stato rovesciato dal “fenomeno Trump” e dal suo dilagare in Europa e altrove. I due campi della “de-globalizzazione” contro la “riglobalizzazione” sono contrapposti in un tiro alla fune senza un chiaro vincitore. Dal punto di vista storico, la globalizzazione e, del resto, la storia del mondo non è stata lineare nel progredire. Ci sono stati alti e bassi così come colpi di scena. Con decenni di rapida crescita della globalizzazione, il mondo ha raccolto benefici senza precedenti, ma abbiamo visto anche il crescente divario tra ricchi e poveri e maggiore divisione tra capitale e lavoro come previsto da Karl Marx. Quindi, la conclusione dovrebbe essere che la globalizzazione continuerà ma con paradigma o narrativa diversi, inaugurando così la nuova era della “riglobalizzazione” in cui la Cina è chiamata a svolgere un fondamentale ruolo di leadership. Il Presidente cinese Xi Jinping sarà al Davos World Economic Forum a gennaio 2017, indicando ancora una volta che la Cina attribuisce grande importanza a “una nuova globalizzazione e alla governance globale”, anche se oggi la globalizzazione è disgregata e ha urgente bisogno di cambiamenti. L’ordine mondiale emergente è stato plasmato dai meandri della globalizzazione attuale. Anche se quali misure antiglobalizzazione prenderà il Presidente Trump e cosa accadrà nella politica europea nei prossimi anni sono per lo più nel campo delle incognite, vi sono alcune tendenze che senza dubbio continueranno. Una tendenza è che dopo la crisi finanziaria del 2008 il neoliberismo è in rapida ritirata a livello globale. Un’altra è il fatto che, nonostante il rallentamento economico globale, la crescita economica e il modello della Cina si sono dimostrati di grande rilevanza nella governance economica globale, con il suo sistema politico resiliente e i forti accordi istituzionali. Il contrasto tra collasso del neoliberismo occidentale e nuovo modello di sviluppo tanto adottato e praticato dalla Cina non va ignorato. Sono certo che avrà un posto di rilievo nell’imminente riunione annuale di Davos. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha adottato un approccio proattivo nel creare realtà comuni globali, dalla Shanghai Cooperation Organization alla Asian Bank Infrastructure Investment (AIIB), dal nuovo accordo di libero scambio RCEP, quasi concluso, all'”Iniziativa Fascia e Via” che promuove il nuovo pensiero dello sviluppo comune nella governance globale.
Tra la crescente incertezza causata dal mutamento politico-economico nei principali Paesi avanzati come Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Francia, la Cina si distingue come ancora di stabilità e continuità nella governance globale e per impegno internazionale nell’affrontare sfide globali come il cambiamento climatico. La maggiore incertezza è senza dubbio la politica economica e monetaria presentata da Trump. Protezionismo commerciale, riduzione delle tasse, aumento degli investimenti nelle infrastrutture per mille miliardi di dollari e mantenimento dei rialzi dei tassi della FED sono già sul tavolo. Questo mix di politiche avrà un impatto sul commercio e l’economia globali. La questione è quanto e per quanto tempo le economie del mondo sono praticamente interdipendenti nella produzione globale e nei flussi finanziari. Qualsiasi interruzione del sistema attuale potrebbe essere costoso per molti Paesi, in particolare per le piccole economie o le economie dalle singole materie prime. Naturalmente non si tratta solo di Cina e Stati Uniti. Si tratta del mutevole panorama politico ed economico del mondo in cui viviamo, del “riequilibrio” o “convergenza” tra le nazioni sviluppate e in via di sviluppo su una scala mai vista dalla rivoluzione industriale di qualche secolo fa. In altre parole, la governance globale subisce un processo storico da “governo occidentale” a “co-governo tra Oriente e occidente”. Riusciremo a plasmare un nuovo ordine mondiale emergente più equo, più giusto e dalla migliore architettura della governance globale per la comunità delle nazioni, un ente di fatto di comune interesse con relazioni reciprocamente vantaggiose. Questa è una grande sfida per tutti. Sarà tragico se un Paese o dei Paesi dirottati da politica interna, economia o geo-politica siano d”ostacolo piuttosto che motori della “riglobalizzazione”. Non c’è tempo da perdere, quando la nuova era è già all’orizzonte e un mondo in rapida evoluzione richiede certamente un incontro tra menti ed azioni concertate nella governance globale di tutti i membri della comunità internazionale, per lavorare alla “riglobalizzazione”.
Ultimo ma non meno importante, riglobalizzazione non significa buttare via l’attuale sistema di governance globale. La Cina ha più volte espresso la ferma posizione nel salvaguardare e rafforzare il sistema di governance esistente. Ciò che va fatto dopo attenta e ampia consultazione tra le nazioni è quali riforme dovremmo contemplare e adottare per migliorare un sistema dalle imperfezioni evidenti. Il populismo in ascesa negli Stati Uniti e in Europa non è qualcosa che accade di punto in bianco che va ignorato. E’ il risultato del rafforzarsi dal divario persistente dei redditi e delle ricchezze, dell’ampliamento del divario tra guadagni del capitale e del lavoro, parlando in termini generali. Il populismo è solo un’etichetta. La causa principale che alimenta la rabbia populista contro le élite negli Stati Uniti e certi Paesi europei è ormai chiara. Se tale angoscia non può diffondersi, qualsiasi discorso su un nuovo ordine mondiale sarebbe inutile. Il successo della Cina in continua crescita e i suoi enormi sforzi per ridurre e eliminare la povertà sarebbero un buon esempio per le altre nazioni.9822c04a-8871-4484-9beb-2c13d069bb5b_w640_r1_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora