Russia-Turchia: accordarsi senza fiducia è facile

MK Bhadrakumar Asia Times 13 luglio 20161234572Il pregiudizio contro i turchi come opportunisti ed inaffidabili, anche se esotico, è profondamente radicato nella psiche europea. Già William Shakespeare in Otello usa la parola “Turco” in tal senso. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 9% dei tedeschi ritiene che la Turchia possa essere un “partner affidabile” per l’Europa. Orgoglio e pregiudizio sono duri a morire. Ma Russia e Turchia hanno un diverso “approccio”: la fiducia reciproca è veramente importante nelle relazioni tra Stati con tanti interessi comuni? Dopo tutto, hanno combattuto delle guerre, non crociate contro l’altro. Il famoso sociologo, filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin ha recentemente applicato la cartina di tornasole del pragmatismo sui rapporti tesi della Russia con la Turchia. Dugin ha detto: “C’è un sentimento filo-russo in Turchia, ed è molto serio. La Turchia dipende dalla Russia su turismo, economia, energia e molti problemi dal punto di vista della geopolitica. Pertanto, la Turchia non potrà mai esacerbare drasticamente le relazioni con la Russia, anche se a volte non sono così buone”. Dugin, voce influente a Mosca, ha sottolineato che la Russia ha posizioni con la Turchia in parte coincidenti ma, soprattutto, la Russia non ha piani contro la Turchia, anche se ha piani geopolitici in Siria per fare del Paese una base: “Il nostro obiettivo è la liberazione della Turchia dalle influenze statunitensi e qatar-saudito-islamiste, mentre ci presentiamo semplicemente da polo della politica globale… Ma questo non significa che agiamo contro la Turchia. La Turchia gioca il suo gioco e, pertanto, la ‘difesa’ (della Russia) è in realtà diretta contro la NATO. Essendo la Turchia membro della NATO, questa “difesa” è diretto contro di essa, non contro la Turchia Stato-nazione, ma contro la NATO quale blocco ostile che vuole riconquistare l’egemonia globale”. Dov’è la necessità della “fiducia” in un complicato gioco geopolitico? Probabilmente, anche la Turchia lo sa.

Turchia come ‘buon vicino’
Così, il primo ministro turco Binali Yldirim ha dichiarato che la Turchia intende ricucire i legami con tutti i vicini, anche la Siria, e che la Turchia non ha “alcuna ragione” di combattere contro la Siria. Allo stesso modo, ha detto, i popoli russo e turco sono infelici delle relazioni tese e di conseguenza il suo governo, tenendo conto del “malcontento” popolare, provvede a normalizzare i rapporti con Mosca. Poi però, Yldirim già rientrava sollecitando la NATO a sostenere la Turchia fino in fondo, avvertendo le potenze occidentali: “La sicurezza di Damasco è la sicurezza di Parigi, Londra e Istanbul. La sicurezza di Aleppo è importante quanto quella di Berlino e Washington. La sicurezza di Baghdad è altrettanto importante della sicurezza di New York e Roma”. Tre cose potrebbero spiegare tale cambiamento repentino di Yldirim. Una, le parole fuori contesto del segretario di Stato degli USA John Kerry in volo a Mosca il 14-15 luglio per discutere in dettaglio la possibilità del primo accordo USA-Russia per condividere intelligence e dati per gli attacchi aerei in Siria. Naturalmente, i media statunitensi indicano che i funzionari della sicurezza nazionale di Washington parlano con diverse voci. La CNN dice “il più grande perdente potrebbe essere l’uomo che non c’è (a Mosca): il segretario alla Difesa Ash Carter“, apparentemente scettico nel “fidarsi” dei russi. Ma Yldirim si chiederà, al contrario: cosa succede se c’è un accordo russo-statunitense sulla Siria (e non si può escluderlo)? È inevitabile l’angoscia nella mente turca. Due, Mosca indica la determinazione a compiere operazioni militari in Siria. Sei bombardieri Tu-22M3 basati nel sud della Russia effettuavano massicci attacchi vicino Palmyra. (I bombardieri a lungo raggio avrebbero potuto trasportare un carico di 150 tonnellate di bombe).

L’opzione bombardiere della Russia
Il ritorno dei bombardieri pesanti nei cieli siriani è l’avvertimento che la riapertura dell’offensiva dei bombardamenti russi è sempre un’opzione per Mosca. Nel frattempo, secondo il Washington Post: “Dopo aver osservato le prime settimane di cessate il fuoco, aerei russi si sono uniti alle forze siriane, anche in un’offensiva dello scorso fine settimana contro l’ultima via di rifornimento dei ribelli e civili rintanati nella città settentrionale di Aleppo. Dopo giorni di bombardamento aereo che ha crivellato un’area di poche miglia di larghezza, le forze siriane e le milizie alleate provenienti da Iraq e Iran ed Hezbollah libanese si posizionavano su ciò che è nota come la Strada Castello che arriva in Turchia”. Il punto è che le forze governative siriane hanno ormai praticamente circondato Aleppo e l’ultima via dalla Turchia per rifornire i terroristi è stata chiusa. Dal punto di vista politico-militari, per la Turchia la partita è finita. L’urgenza di Yldirim è comprensibile. Ma la cosa buona è che Mosca non gioca un gioco a somma zero in Siria. Fondamentale per gli interessi vitali della Turchia, la Russia è neutrale verso i curdi siriani. Ora, è estremamente importante per la Turchia lo stallo del progetto “Rojava”, collegare i cantoni nord-orientali curdi di Kobane e Jazira con il cantone nord-occidentale di Ifrin per creare un’enclave autonoma contigua nel nord della Siria al confine della Turchia. La Turchia dovrebbe idealmente controllare la parte occidentale del corridoio Azaz-Jarabulus, ma poi inviare truppe nella Siria del Nord non è un’opzione fin quando la Russia non l’approva. Secondo notizie, la Turchia ha aperto un canale col regime siriano via Algeria riguardo i curdi siriani. In sintesi, la Turchia raggiungerebbe un punto, infine, laddove la riduzione dei suoi obiettivi in Siria è inevitabile, nel duplice obiettivo di sottomettere la crescente ondata di sub-nazionalismo curdo e d’indebolire lo SIIL. È interessante notare che l’intelligence turca ha organizzato un incontro segreto il mese scorso tra i capi dell’opposizione siriana e rappresentanti russi. Inoltre, la Turchia avrebbe sostituito il funzionario responsabile della sua agenzia di spionaggio, responsabile della Siria, un ‘duro’ che disapprovava i rapporti con il regime siriano. Ciò nonostante, intuendo che il cambio delle politiche turche sulla Siria sarà lento, Mosca fa la cosa giusta adottando un approccio pragmatico. Da un lato, la Russia e i suoi alleati creano il fatto compiuto sul terreno, tagliando le vie di rifornimento dei terroristi in Siria, mentre dall’altra parte Mosca getta la zavorra per una distensione con Ankara partecipando agli interessi economici della Turchia (a cui anche élite influenti sono interessate). Il primo gruppo di 189 turisti russi è arrivato nella “Riviera Turca” di Antalya nel fine settimana, accolto con fiori e cocktail. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha chiesto che il traffico turistico in Turchia sia accelerato. Nei restanti mesi prima dell’autunno, la Turchia spera di ricevere un milione di turisti russi creando un 10% di occupazione nelle località del Mediterraneo.

L’incentivo del gasdotto
Anche in questo caso, una serie di incontri a livello ministeriale sono in programma nella cooperazione economica. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha rivelato che una probabile riunione della commissione intergovernativa discuterà il progetto del gasdotto Turkish Stream da 15 miliardi in stallo. L’accordo per la costruzione del gasdotto fu raggiunto nel dicembre 2014 per trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia ogni anno, di cui 16 miliardi per la Turchia e il resto per l’hub del gas sul confine turco-greco. Chiaramente, né Russia né Turchia perdono tempo a gingillarsi, struggendosi se l’altra parte sia “affidabile” o no. Liberate da preoccupazioni ossessive sul grado di “fiducia”, la rispettiva conformità inizia ad aumentare. Una grande spinta alla normalizzazione si avrebbe quando i due presidenti s’incontreranno a breve. E la ricaduta sarebbe positiva per la conclusione in Siria.13716015Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cambia l’atmosfera sulla Siria

Moon of Alabama, 12 luglio 2016Syrian civilians who volunteered to join local Self Protection Units to protect their neighbourhoods alongside the Syrian army attend training in Damascus countryside, SyriaCon Cameron che si dimette da primo ministro del Regno Unito, un altro capo politico che invocava “Assad deve andarsene” lascia la scena politica. Il Presidente siriano Assad è ancora in carica e non vi è alcun segno che lasci nel prossimo futuro. Sembra che i fatti della realtà pesino più dei luoghi comuni della propaganda del “cambio di regime”. I fatti continuano a confermare che c’è un vento di cambiamento rilevabile nel clima politico. Esercito arabo siriano ed alleati chiudono l’unica strada ad oriente di Aleppo. Questo sforzo richiede un’intensa guerriglia urbana contro i terroristi jihadisti. Secondo un portavoce del Pentagono, tale parte è occupata da al-Qaida: “Innanzitutto è al-Nusra che occupa Aleppo e, naturalmente, al-Nusra non rientra nella cessazione delle ostilità”. Gli attacchi ad Aleppo est sono quindi del tutto legittimi e non violano il cessate il fuoco. Nonostante che un’altra campagna mediatica “oltraggiata” sia creata per condannare l'”assedio di Aleppo” che tale presunto blocco creerebbe. Tale propaganda “indignata”, come l’articolo del Los Angeles Times, nemmeno riconosce che Aleppo ovest, con circa due milioni di persone, è dalla parte del governo. Parlano di “Aleppo” indicandone solo i quartieri orientali ed esagerando il numero di civili che l’avrebbero lasciati, diverse centinaia di migliaia di persone. Il giornalista del Guardian Martin Chulov s’è recato più volte ad Aleppo est negli ultimi anni, indicando un anno fa che erano assai meno: “restano ad Aleppo orientale circa 40000 persone su una popolazione prebellica stimata in circa un milione…” E’ dubbio che il numero di persone ad Aleppo est sia da allora aumentato. C’è stato anche abbastanza tempo per terroristi e famigliari per prepararsi all’assedio. Come anche il pezzo del LA Times ammette: “Prevedendo l’assedio, le autorità locali si sono rifornite di cibo per tre mesi e di medicine per tre-sei mesi, ha detto Sahlul”. Reuters conferma: “Le aree ribelli di Aleppo hanno accumulato scorte sufficienti per sopravvivere a mesi di assedio…
Le prossime pretese su una carestia imminente ad Aleppo est sono quindi già smontate.
Il mutamento del clima politico è una convergenza tra visione “occidentale” e russa su quali gruppi in Siria siano terroristici e vadano pertanto combattuti. Questo segue un cambio di prospettiva pubblica. Amnesty International ha recentemente affermato, con sei anni di ritardo, che molti gruppi di “ribelli moderati” sostenuti dagli Stati Uniti hanno torturato e rapito civili commettendo regolarmente crimini di guerra. I “ribelli moderati” che di recente hanno tentato un’altra offensiva a Lataqia si sono apertamente presentati come jihadisti stranieri. Ahrar al-Sham, che non molto tempo fa editorialisti “occidentali” affermavano fosse “moderato”, ora minaccia i ribelli “moderati” sostenuti dagli USA nel sud della Siria, perché stanchi di combattere e favorevoli al cessate il fuoco. Il presidente francese Holland ha finalmente riconosciuto al-Qaida come un serio nemico in Siria da combattere: “Dobbiamo coordinarci per continuare le azioni contro lo SIIL ma anche… adottare misure efficaci contro al-Nusra“, ha detto Hollande appellandosi a Russia e Stati Uniti Nel 2012 il governo francese lodava il ruolo di al-Qaida. L’allora ministro degli Esteri Fabius disse che “Nusra fa un buon lavoro”. Il segretario di Stato degli USA Kerry non solo ha riconosciuto il ruolo di al-Qaida, ma ora estende l’etichetta di terrorista ad Ahrar al-Sham e di altri gruppi salafiti: “Ci sono un paio di gruppetti sottoposti ai due designati SIIL e Jabhat al-Nusra, ovvero Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham in particolare, che s’integrano combattendo insieme a questi altri due contro il regime di Assad“, ha detto riferendosi ai due gruppi ribelli che gli Stati Uniti finora non avevano definito gruppi terroristici. È un significativo riconoscimento della posizione russa che da mesi sostiene l’inserimento di tali gruppi nella lista dei terroristi delle Nazioni Unite. È anche evidente che l’opposizione siriana d’albergo, promossa da Arabia Saudita e USA, sia di nuovo pronta a negoziare con il governo siriano. Tale gruppo ruppe le trattative nell’ultimo round. Qualcuno ora gli ha ordinato di rientrare nel gioco.
I russi ancora una volta dimostrano l’impegno verso la Siria non solo supportando l’Esercito arabo siriano nell’assedio di Aleppo nord, ma anche con nuovi attacchi aerei con bombardieri a lungo raggio decollati dal suolo russo. Segnale che la Russia è pronta come sempre a una nuova escalation.
La maggiore mossa è probabilmente quella turca. Dopo aver disastrato la politica estera turca, sotto una pesante pressione economica e spaventato dai recenti attentati in territorio turco, il presidente Erdogan ha deciso di cambiare rotta, licenziando il vecchio assistente Davutoglu e considerando attentamente un miglioramento delle relazioni con la Russia e altri Paesi. Quindi si è scusato per l’imboscata all’aereo russo e la Russia ha ripreso i rapporti togliendo alcune sanzioni economiche alla Turchia. Ma ci saranno altre richieste da soddisfare prima che la Turchia possa di nuovo avere una buona reputazione internazionale. Alcune parole morbide sono pronunciate ma la vera posizione turca sulla Siria deve ancora cambiare: “La normalizzazione della Siria è possibile, ma ognuno deve fare sacrifici per questo. I nostri partner strategici e della coalizione dovrebbero sanare le ferite sanguinanti in Siria e assumersi maggiori responsabilità. La Turchia compie gli sforzi necessari per aprire le porte a pace e sicurezza”, dichiarava Yildirim, ma ha anche detto che non ci sarà alcun incontro con il Paese nel breve termine. “L’oppressione deve prima finire. Il regime dittatoriale dovrebbe finire. Come si può concordare con un regime che ha ucciso più di un milione e mezzo del proprio popolo senza battere ciglio? Tutti concordano su questo“, ha detto. E’ ancora “Assad deve andarsene”, ma con un leggero cambiamento di tono. Le nuove posizioni di USA e Francia su al-Qaida e Ahrar al-Sham, coccolate dalla Turchia, aumentano la pressione su Ankara affinché abbandoni la posizione rigida. Erdogan potrebbe altrimenti scoprire che, come Cameron, dovrebbe andarsene prima che il dottor Assad pensi addirittura di lasciare la carica. Mentre tutto questo sono di per sé piccole variazioni di posizione, sommate creano un significativo cambio del clima politico sulla Siria.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come cadono i prodi: Turchia, Stato islamico e Arabia Saudita

Ziad Fadil, Syrian Perspective 13 luglio 201611800528Ebbene, Aleppo è ora sotto il completo controllo dell’Esercito arabo siriano. La città, cui fu risparmiata tanta sofferenza all’inizio, rimane un bastione filo-governativo. Fu presa di mira dai gruppi terroristici, perché gli aleppini si rifiutavano di dare alcun sostegno alla causa che decima la nazione o l’annega nel miasma del settarismo. L’esercito ha liberato 2 miglia quadrate di zona industriale nel quartiere di Layramun, dopo che i turchi l’hanno spogliata di tutta la ricchezza e i mezzi adeguati ad una città attiva. Tutto cambia. Perché? I turchi ci ripensano. Erdoghan ha licenziato Hakan Fidan, il suo ex-onnipotente capo della Gestapo turca, il MIT. Il collasso è iniziato subito dopo l’ultima conversazione di Erdoghan con Vladimir Putin durante cui gli è stato detto, dal leader russo, che non avrebbe mai considerato il ripristino di rapporti normali fin quando il malvagio turco non chiude le frontiere ai terroristi. Erdoghan, incredibilmente, sembrava d’accordo. Nel frattempo, i partiti d’opposizione turchi prendono contatto con il governo siriano. La curiosa aberrazione turca, l’idea di aiutare l’Arabia Saudita a pianificare la caduta del governo siriano, ha lasciato il posto al pragmatico desiderio di tornare ai giorni del vino e delle rose, quando Ankara voleva essere amica di tutto il vicinato. Ciò che è successo, invece, è ricevere esattamente ciò che si merita: 1. una guerra al confine meridionale che di fatto ha annullato il commercio, rovinando famiglie e prosciugando le città con centinaia di migliaia di rifugiati che, essenzialmente, si rifiutano di servire nelle milizie terroristiche sostenute dall’ormai disgraziato Hakan Fidan. 2. una milizia curda rinvigorita volta a crearsi uno Stato indipendente che sconfigge una Turchia che appare sempre più logorata. 3. le relazioni miserabili con Iran e Russia. 4. rapporti infelici con l’Europa mentre Erdoghan inizia la lenta discesa nell’inferno da lui stesso creato invertendo decenni di modernizzazione del Paese, e tutto ciò per una specie di Islam che di sicuro congela tutto il mondo islamico in un qualche momento dell’età oscura. 4. nel ginepraio del terrorismo, dove gli stessi mostri che hanno creato sparano ai loro creatori alla Frankenstein, subito colpendo Istanbul e Ankara come lo furono le città siriane, aggredite dagli avvoltoi disturbati scatenatigli dai plutocrati sauditi generosi amici di Erdoghan e della sua famiglia di criminali.
Ed ora l’Arabia Saudita, uno Stato paria denunciato da centinaia di milioni di persone per l’irresponsabile sostegno ai cannibali nichilisti. Non vi è alcun segreto qui e i fatti sono chiari, non si possono negarne i legami con gli stessi assassini che hanno commesso gli atti più efferati della storia moderna, e tutto ciò per una depravazione religiosa di solito dedita a culti funerei o scimmieschi. I sauditi sono esauriti, finanziariamente e moralmente. E’ solo questione di tempo prima che una rivolta inizi la guerra santa per liberare l’Arabia Saudita dal puzzo del wahhabismo. La sua guerra nello Yemen, da cui perfino il “complesso militare-industriale” tradizionalmente guerrafondaio statunitense, ha messo in guardia, li ha prosciugati convincendo gli zucconi di ciò che tutti già sapevano: non c’è esercito, non c’è nessuno che morirà per la Casa dei Saud. Ora lo sanno, ma è troppo tardi belli, troppo tardi. Nel frattempo, l’opposizione siriana appare sempre più come le cheerleaders in una partita di softball tra carcerati. Nessuno sembra preoccuparsene. E presto, anche il Qatar smetterà di ospitarla in alberghi a 5 stelle. Se saranno fortunati, avranno una nuova identità per poter morire pietosamente in una cittadina sulla costa occidentale australiana, rinsecchiti dal vento desertico, senza il conforto di qualche lacrima mielosa. L’opposizione è morta, non avendo fatto altro che distruggere il Paese. Si merita null’altro che un cappio o di sprofondare dritto nelle viscere dell’inferno.
Sono molto ottimista sul fatto che la guerra stia per finire. Lo SIIL già pianifica la propria morte; secondo le nostre fonti, ai membri di tale gruppo di squilibrati viene detto che il califfato non sopravviverà a re Salman. Il califfo è morto. Ve l’avevamo detto. E non possono nasconderlo per molto ancora. L’abbiamo riferito ed è vero. Hanno anche ricevuto un assaggio delle armi nucleari e Dio non sembra essere più dalla loro parte.170354_600Washington Post: lo SIIL si prepara alla fine del ‘Califfato’
al-Manar, 13-07-2016
Iran_Cartoon_Saudi_Arabia_Persian_Gulf_Puppet_States_Oil_Money_Funding_TerroristsAnche se lancia ondate di attacchi terroristici in tutto il mondo, lo SIIL prepara discretamente i seguaci all’eventuale crollo del ‘Califfato’, proclamato in pompa magna due anni fa, secondo il Washington Post. Nei messaggi pubblici e nelle ultime azioni in Siria, i capi del gruppo riconoscono le fortune declinanti dell’organizzazione terroristica sul campo di battaglia, mentre si agita per la possibilità che le sue ultime roccaforti possano cadere, aggiunge il giornale statunitense. “Allo stesso tempo, il gruppo terroristico promette di continuare l’ultima campagna di violenze, anche se i terroristi stessi sono costretti alla clandestinità. Gli esperti antiterrorismo degli USA credono che i massacri di Istanbul e Baghdad fossero la risposta ai rovesci militari in Iraq e Siria. Tali atti terroristici rischiano di proseguire ed anche d’intensificarsi, almeno inizialmente, dicono gli analisti, mentre il gruppo diventava un quasi-Stato con imprese nel territorio e una rete oscura e ampia di cellule su almeno tre continenti“. Infatti, mentre la perdita di un santuario fisico costituirebbe un duro colpo per lo Stato islamico, limitando fortemente, per esempio, la capacità di raccogliere fondi, addestrare reclute o pianificare operazioni terroristiche complesse, la natura fortemente decentralizzata del gruppo assicura che rimarrà pericoloso per qualche tempo, secondo funzionari ed esperti di terrorismo statunitensi. “I segni della disperazione crescono ogni settimana nel califfato, ridotto di un altro 12 per cento nei primi sei mesi del 2016, secondo un rapporto dell’IHS Inc., società di analisi e consulenza“. Ulteriori segnali dell’imminente crollo provengono dalle dichiarazioni dei funzionari del SIIL nelle ultime sei settimane, periodo che ha visto i combattenti del gruppo terroristico ritirarsi da più fronti, da Falluja, nel centro dell’Iraq, al confine siriano-turco, secondo il giornale. Il Washington Post ha osservato che un notevole editoriale del settimanale del SIIL al-Naba del mese scorso, dava una valutazione cupa delle prospettive del califfato, riconoscendo la possibilità che tutti i territori infine vadano persi. Solo due anni fa il capo dei ‘jihadisti’ celebrava una nuova gloriosa epoca nella storia del mondo con la costituzione del “califfato islamico”, che allora comprendeva la maggior parte della Siria orientale e una vasta fascia dell’Iraq settentrionale e occidentale, un territorio delle dimensioni della Gran Bretagna.regnum_picture_14618338901164458_bigGruppo sconosciuto decapita i capi dello SIIL a Mosul
FARS 13 luglio 2016

Un gruppo sconosciuto nella città di Mosul ha iniziato a decapitare i capi del gruppo terroristico SIIL mentre le forze militari congiunte irachene si preparano a lanciare l’attacco per riprendere la città. Rafat al-Zardari, giornalista di Niniwa, ha detto che un gruppo segreto chiamato ‘Resistenza armata’ o anche noto con l’acronimo ‘M’, ha rivendicato la decapitazione di capi dello SIIL nella regione di al-Sarjaqanah. Il gruppo avrebbe ingannato i capi dello SIIL con l’aiuto di due bambini, portandoli nell’affollato mercato di Sarjaqanah, decapitandoli dopo un attacco a sorpresa. Zardari ha detto che la decapitazione dei due infami terroristi ha provocato il caos a Mosul. Le fonti della sicurezza irachene hanno reso noto che numerosi terroristi dello SIIL hanno abbandonato la città, diretti nei territori siriani a bordo di 160 autoveicoli. “I terroristi dello SIIL, in maggioranza cittadini sauditi, sono fuggiti dalla regione di al-Baj, nell’ovest della provincia di Niniwa, verso la Siria su autoveicoli dotati di mitragliatrici DshK“, riferivano i media arabi citando una fonte anonima della sicurezza. La fonte ha ribadito che lo SIIL ha utilizzato 160 veicoli per fuggire in Siria. Lo SIIL ha subito molte sconfitte derivanti all’avanzata dell’Esercito iracheno nelle province Niniwa e Salahudin.12963678Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

F-35, letale ‘velociraptor’ o facile preda di Russia e Cina?

C’è ragione di credere che sia la seconda, l’aereo presunto furtivo ha una firma agli infrarossi gigantesca
Dave Majumdar The National Interest 11 luglio 2016150915121028-f-35-wasp-test-3-super-169L’alto ufficiale dell’aviazione dei marines degli Stati Uniti ha dato una valutazione ottimistica del Lockheed Martin F-35B Joint Strike Fighter (JSF) presso il Comitato Forze Armate della Camera nella testimonianza del 6 luglio. Il nuovo aviogetto stealth ha dato buon rendimento nelle esercitazioni pur utilizzando una configurazione del software temporanea che permette al costoso aeromobile solo una frazione delle funzioni richieste dal Pentagono. Per illustrare il punto, il Tenente-Generale Jon Davis, vicecomandante dell’aviazione del Corpo dei Marines degli USA, ha descritto l’evoluzione dell’addestramento presso il corso Istruttori Armi e Tattiche, di responsabilità del 1.mo Squadrone Armi e Tattiche dell’Aviazione dei Marines di Yuma, Arizona, dove l’F-35 ha partecipato. Laddove normalmente una quindicina di velivoli Boeing AV-8B Harrier II, F/A-18C ed EA-6B Prowler non riusciva ad attraversare difese aeree avanzate, il nuovo F-35 colpiva gli obiettivi impunemente. “Gli F-35 hanno distrutto tutti gli obiettivi, 24-0″, ha detto Davis. “Era come Jurassic Park, la visione di un velociraptor ammazzattutto, davvero bene. Non possiamo avere l’aereo abbastanza velocemente“. Davis non ha dettagliato quali minacce avanzate l’F-35B abbia contrastato, ma ha detto che i marines hanno eseguito esercitazioni a sorpresa con l’F-35 e chiedono ulteriori squadroni equipaggiati con il nuovo velivolo. Tuttavia, l’F-35B attualmente configurato ha solo una capacità intermedia con un inviluppo di volo limitato e una limitata capacità di trasportare armi. Mentre l’aereo matura, Air Force, Navy e Marines dovranno compire maggiori esercitazioni per avere un’avanzata preparazione nei combattimenti futuri. Infatti, il Contrammiraglio Mike Manazir, vicecapo dei sistemi di guerra delle operazioni navali della Marina, testimoniava assieme Davis dicendo che la guerra networcentrica spinge in sostanza il Pentagono a trovare nuovi metodi d’addestramento. Il modo migliore per replicare i sistemi d’arma avanzati russi e cinesi, suggeriva Manazir, era utilizzare simulazioni al computer o addestramenti virtuali basati sul vivo. “L’F-35 è diverso. Vorrei indicarvi la nostra via alla guerra networcentrica, con cui combatteremo la guerra di quinta generazione, che occuperebbe circa i tre quarti degli Stati Uniti se si potesse fare“, ha detto Manazir. “Questo vale anche per ciò che il Maggior-Generale dell’Air Force Scott West ha detto. L’addestramento costruttivo virtuale dal vivo”.
Anche se il Pentagono potesse simulare tutte le funzionalità del nuovo aviogetto, resta la domanda su quanto possa essere efficace in realtà l’F-35 contro gli ultimi sistemi di difesa aerea integrata cinesi e in particolare russi. I russi, in particolare, da oltre due decenni investono nelle reti di radar ad onde lunghe operanti nelle bande UHF e VHF, contrastando particolarmente la tecnologia furtiva del bombardiere strategico statunitense Northrop Grumman B-2 Spirit. “La questione non è quale caccia sia più stealth, ma quanto siano furtivi i nostri aerei rispetto ai loro radar UHF/VHF progettati per aver un’immagine più olistica della firma dei nostri velivoli a bassa osservabilità“, afferma Mike Kofman, ricercatore di affari militari russi del Centro delle analisi navali. “Forse il JSF può farlo, ma è una piattaforma piuttosto costosa e potrebbe avere grossi guai cercando di farli fuori”. Ma l’F-35 ha un’altra grave responsabilità, secondo Kofman, i piloti dell’US Navy sono scettici sul progetto del monomotore. Il motore singolo Pratt & Whitey F135 dell’F-35 è immensamente potente, producendo una spinta di 18000 kg/s, ma è anche estremamente caldo. A differenza del Lockheed Martin F-22 Raptor, in cui ugelli dei motori F119 sono appiattiti per ridurre la firma agli infrarossi, l’F-35 non ha misure sostanziali per ridurre la visibilità dell’ugello. I russi, che costruiscono ottimi sensori infrarossi, potrebbero usare la firma termica dell’F-35 per sviluppare armi capaci d’ingaggiare il nuovo aviogetto furtivo. “Probabilmente ha il motore più caldo sulla faccia del pianeta“, secondo Kofman. Quindi, l’ossessione del Pentagono su un’unica soluzione eccessivamente elaborata a un particolare problema, può ancora ritorcerglisi contro.lockheed_martin_f-35bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I megaprogetti nei Balcani spianano la via alla Grande Eurasia

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 11 luglio 2016

Oriental Review pubblica in esclusiva l’intervista all’esperto di guerra ibrida Andrew Korybko del giornalista Stefan Raskovski di “Vecer” concessa a fine giugno. Si parla della strategia nei Balcani dell’R-TCR degli Stati Uniti (torsione del regime – cambio di regime – ricambio del regime), e degli sforzi di Russia e Cina per stabilizzare l’Eurasia.map1Siamo a Skopje dove una cosiddetta “rivoluzione colorata” è in corso da due mesi. Quali sono le sue vere ragioni ed obiettivi, nel contesto delle costellazioni geopolitiche regionali?
La “rivoluzione colorata” attualmente è in corso nella Repubblica di Macedonia null’altro che una rivoluzione colorata mascherata da “legittimo” movimento della società civile. E’ solo un tentativo di cambio di regime eterodiretto che impiega le avanzate tecnologie politiche ispirate dagli insegnamenti di Gene Sharp, il padrino di tale stratagemma. Alcuni partecipanti e osservatori internazionali sul serio credono che ciò che accade a Skopje sia un’iniziativa organica, ma altri sanno della sua natura artificiale nella ricerca di secondi fini. Non ci vuole molto per qualsiasi osservatore neutrale scoprire quali forze controllino i manifestanti, dato che molte informazioni sono diffuse pubblicamente dagli elementi patriottici dei media macedoni sul coinvolgimento della Fondazione Soros e lo stretto coordinamento tra manifestanti e ambasciata degli USA. Soros e le sue numerose organizzazioni “finanziano l’avviamento” del vasto assortimento di “ONG” che guida il movimento antigovernativo, e il filantropo miliardario controlla le finanze che permettono all’SDSM di pagare l’invio dei manifestanti con autobus a Skopje da tutto il Paese. Tali manifestanti, naturalmente, sono o “utili idioti” o cospiratori volenterosi, come già detto. Partecipano a tali manifestazioni per alcune ragioni, che potrebbero potenzialmente sovrapporsi a seconda dell’individuo interessato:
* L’ideologia “liberal-democratica”, con cui Zaev e i suoi padroni hanno cercato di condizionare la popolazione controllando vari media, è riuscita a ingannare una minoranza, alcuni attratti dall’idea “romantica” di prendere parte a una “rivoluzione” ed egoisticamente assaporare la possibile attenzione dei media mainstream e social che riceverebbero;
* Alcuni hanno un incentivo finanziario immediato, ricevendo uno stipendio solo per un paio di ore di lavoro, attivo o passivo, come ad esempio “protestare” o partecipare a “laboratori”, “seminari di formazione”, ecc, e vedersi pagata la partecipazione alla rivoluzione colorata quale lavoretto che potrebbe continuare all’infinito;
* Altri sono semplicemente opportunisti che vogliono capitalizzare su ciò che credono sarà una riuscita operazione di cambio di regime ed utilizzare tale occasione per ingraziarsi i potenti che verranno portati al potere sulle spalle di sciocchi “manifestanti” fuorviati e comprati, sperando li aiutino a vincere.
E’ importante sottolineare oggi che gli Stati Uniti perseguono tre obiettivi strategici interconnessi sostenendo la rivoluzione colorata. Dal relativamente mite al più estremo, sono:
* Torsione de regime, o emanazione di concessioni governative, senza immediatamente cambiare il capo dello Stato e/o il partito al governo;
* Cambio di regime, o rovesciamento delle autorità democraticamente elette e legittime con mezzi “costituzionali” (Brasile) o incostituzionali (Ucraina);
* E ricambio di regime, o cambiando la costituzione (come ad esempio attraverso il “Federalismo”, che opera in molti casi come frattura interna), o riscrivendo completamente le ‘regole del gioco’.

Oltre alla Macedonia, vediamo proteste in Serbia, Montenegro, R. Srpska, Croazia… Vi sono tumulti nei Paesi balcanici proprio nel periodo in cui Mosca e Pechino promuovono i due principali progetti economici del Turkish Stream e della ferrovia da Budapest a Atene. Qual è la connessione tra destabilizzazione e questi progetti?
political-crisis-in-macedonia-raises-fears-of-ethnic-violence-1431986325 Naturalmente, il piano di riserva finale degli Stati Uniti è devastare i Balcani con un’altra guerra regionale se non possono controllarne il territorio geostrategico da cui dovranno passare il Balkan Stream russo e la Via della Seta balcanica cinese, ma si potrebbe credere che possano ulteriormente perseguire il loro obiettivo con investimento poco costoso a lungo termine nei ritocchi o cambi di regime “costituzionali”, quindi opterebbero per tale scenario. Ripetendo il precedente ordine degli obiettivi dal relativamente mite al più estremo, e comprendendo che in tale particolare contesto, dispiegando in prospettiva violenze semplicemente passando da una fase all’altra seguendo un calendario prefissato, si può prevedere cosa promuoveranno gli Stati Uniti:
* Torsione del regime mettendo lo SDSM di nuovo al governo alle condizioni di Washington, in modo da smantellare i successi nazionali e internazionali del VMRO e controllare le principali istituzioni dello Stato (giudiziarie, intelligence, militari, ecc.), a sua volta aiutando lo SDSM nei brogli delle future elezioni per “legittimare” il ‘golpe morbido’;
* Cambio di regime per sbarazzarsi completamente del VMRO e di conseguenza istigare un conflitto civile tra patrioti e sostenitori del colpo di Stato del SDSM, che prevedibilmente diverrebbe una guerra ampia evocando la forte idea di uno “scontro di civiltà” eterodiretto coinvolgendo i terroristi sostenitori della “Grande Albania”;
* Un ricambio totale di regime imponendo la “soluzione federale” alla Repubblica di Macedonia dividendola tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani ed infine erodendo l’identità macedone, prevedibilmente arrivando a mutarne il nome costituzionale in “federale”, suddividendola a livello internazionale tra Grande Albania e Grande Bulgaria.
Tale approccio in tre fasi viene avanzato negli Stati Uniti dalla forte determinazione dei loro strateghi nel spezzare, influenzare o controllare il gasdotto (attualmente sospeso) Balkan Stream della Russia e il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica cinese, da Budapest al porto greco del Pireo (e possibilmente Varsavia, Riga e San Pietroburgo). Un governo servile dell’VMRO, ormai dimostratosi del tutto impossibile per gli Stati Uniti, fu concepito come loro agente d’influenza per avere una presenza indiretta sullo snodo vitale attraverso cui dovrebbero passare questi due progetti, e perfino di poter un giorno cancellarli o controllarli completamente. Dato che tale opzione non è più praticabile per gli Stati Uniti, cercano direttamente un cambio di regime tramite una rivoluzione colorata o un graduale cambio di regime tramite la pressione della torsione di regime (indotta dalla rivoluzione colorata o da una possibile guerra ibrida) che si tradurrebbe nel pieno controllo dello Stato da parte degli agenti nel SDSM di Washington. Se tale piano di riserva fallisse, allora gli Stati Uniti potrebbero probabilmente istigare uno “scontro di civiltà” tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani (sia con una coordinata operazione di cambio di regime che con azioni distinte), per imporre un radicale programma di ricambio di regime per riconfigurare totalmente lo Stato macedone e preparane l’eventuale smantellamento ad opera di Albania e Bulgaria. Riguardo l’attuale fase negli altri Stati balcanici, c’è uno strettissimo collegamento con la formula già indicata su torsione di regime, cambio di regime e ricambio di regime. In relazione alla Republika Srpska, l’obiettivo è rovesciare Milorad Dodik e installarvi un surrogato filo-occidentale compatibile che smantellerebbe la sovranità della repubblica autonoma, annettendola alla neo-imperiale Bosnia dominata da Bruxelles. La situazione confusa in Serbia è simile, le proteste patriottiche contro la NATO volte a fare pressione in modo costruttivo sul governo per invertirne il corso filo-occidentale, sono rapidamente divenute manifestazioni sospette che oggi potrebbero essere l’arma per spingere la Serbia ad allontanarsi più da Russia e Cina che da UE e USA. È sempre più evidente come gli Stati Uniti abbiano dirottato la “torsione di regime” per scopi positivi delle proteste anti-NATO, tramite gli agenti filo-occidentali “liberal-democratici” destinati ad essere complementari “dal basso” all’azione coercitiva dall’alto che Washington ora esercita su Belgrado. La Serbia è un obiettivo ambito dagli Stati Uniti per la posizione nei mega-progetti balcanici di Russia e Cina. Anche se la Repubblica di Macedonia occupi uno spazio molto importante, e nel caso ancora una volta riesca a respingere la minaccia della guerra ibrida, è prevedibile che gli Stati Uniti favoriscano la destabilizzazione a valle, in questo caso in Serbia. Pertanto, ciò che si ha oggi è una sorta di ‘polizza assicurativa’ strategica che gli Stati Uniti preparano per ogni evenienza nel perseguire tale scenario. Inoltre, l’interesse della Serbia ad aderire al blocco commerciale russo dell’Unione Economica Eurasiatica spaventa Stati Uniti ed Unione europea, capendo che il modo più pratico per degli Stati non contigui d’interagire è la via balcanica della Via della Seta della Cina che trasporta merci da Belgrado al Pireo via ferrovia, per poi spedirli in Russia via mare. Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza fondamentale che il mondo multipolare pone su questa linea ferroviaria ad alta velocità quale via d’accesso preferita all’entroterra continentale, cominciando dalla Serbia per poi estendersi sul resto dell’Europa centrale e orientale; ma tale visione, al contrario, ‘giustificherebbe’ ancor più il motivo per cui gli Stati Uniti siano interessati a destabilizzare la Serbia, sabotando la vitalità di questo progetto. Inoltre, si dice che la Russia possa costruire il cosiddetto gasdotto Poseidon dal Mar Nero a Bulgaria, Grecia, Mar Adriatico ed Italia. Se questo progetto mai vedesse la luce, è probabile che un ramo seguirebbe il tragitto del South Stream estendendosi in Serbia, dove era previsto l’hub del precedente progetto. Supponendo almeno la possibilità che ciò possa accadere, quindi anche se il progetto Balkan Strean rimane congelato in modo definitivo, la Serbia potrebbe ancora aderire ai megaprogetti cinese e russo, divenendo così un bersaglio irresistibile per gli Stati Uniti. Per completare la prospettiva della destabilizzazione interna della Serbia, gli Stati Uniti sembrano pronti a suscitare una crisi internazionale in Bosnia, perciò sono così netti nel creare scompiglio nella Repubblica Srpska. Washington sa che la sicurezza di Belgrado è direttamente collegata alla stabilità di Banja Luka, e se la sua entità fraterna in Bosnia è minacciata, allora tutta la Serbia ne sarà indirettamente influenzata. Prevedendo che i torbidi in Serbia possano esaurirsi, gli Stati Uniti già preparano il “piano B” concentrandosi sulla Republika Srpska per creare tensione in Serbia e possibilmente coinvolgerla, ottenendo il risultato atteso, che Belgrado s’impantani disastrosamente in un altro conflitto regionale comportandogli gravi rovesci strategici.

Il Presidente Putin ha visitato la Serbia nel 2015 e di recente si è seduto sul trono bizantino di Athos, mentre il Presidente Xi Jinping ha visitato Belgrado una settimana fa. Qual è la sua opinione su questi eventi e quali sono le implicazioni politiche future per i Paesi dei Balcani?
E’ altamente simbolico che i leader russo e cinese trovino i Balcani degni della loro attenzione, e questo rafforza l’importanza strategica della regione come ho sottolineato in più interviste l’anno scorso. I due pilastri del partenariato strategico cino-russo collaborano attivamente nel corteggiare gli Stati balcanici con il mutuo riconoscimento delle necessità d’adempiere alla visione comune promuovendo la multipolarità nella regione e poi nel resto d’Europa . La Russia ha il patrimonio di civiltà e le risorse energetiche necessarie per avere la benevolenza della maggioranza dei popoli della regione, rifornendone le industrie, mentre la Cina ha il capitale d’investimento necessario per i grandi progetti di sviluppo. La Russia cerca anche d’investire nella regione e sicuramente può farlo, ma solo la Cina ha l’esperienza nella costruzione dei corridoi commerciali che saranno di grande beneficio per Mosca e Pechino. L’interesse cooperativo russo e cinese nei Balcani non dovrebbe essere visto come una competizione (anche se questo è precisamente ciò che i media e le organizzazioni non governative unipolari cercheranno di ritrarre maliziosamente), ma piuttosto come mutuo aiuto. Oltre all’Asia centrale, non c’è altra regione nel mondo che abbia tale potenziale nel riunire le due potenze dei Balcani, e non c’è dubbio che la regione vedrà un maggiore coinvolgimento russo e cinese nei prossimi anni.

In questo senso, quanto sono importanti i Balcani per il mondo multipolare e come la Macedonia vi sia adatta?
I Balcani sono la ‘porta sul retro’ geostrategica dell’Europa, o in altre parole, il punto di accesso che le principali potenze multipolari Russia e Cina vogliono usare per evitare il “cordone sanitario” che Stati Uniti e NATO allestiscono in Europa orientale e sull’accesso diretto al cuore del continente. I megaprogetti nei Balcani, Balkan Stream della Russia e Via della Seta nei Balcani della Cina, sono piani compatibili che rafforzeranno la regione facendone lo snodo di uno straordinario corridoio economico nord-sud che collega Europa centrale ed orientale. Con il passare del tempo e la corretta pianificazione ciò potrebbe prevedibilmente liberare la regione dall’influenza unipolare e sostituirla con la controparte multipolare, idealmente una zona di libero scambio supercontinentale tra Lisbona e Vladivostok. L’annuncio del Presidente Putin al San Petersburg International Economic Forum, secondo cui la Russia è ancora interessata a un accordo commerciale con l’UE, va collegato con la proposta del Primo ministro Medvedev, a fine 2015, per l’integrazione multilaterale tra Unione eurasiatica, SCO e ASEAN. Nell’insieme, questa strategia emisferica è pari a quella chiamata “Grande zona di libero scambio eurasiatica” o GEFTA, ma la chiave per assicurarvi la partecipazione dell’Europa è attualizzare i megaprogetti nei Balcani per dimostrarne la fattibilità della connessione infrastrutturale. Qui la Repubblica di Macedonia ha un ruolo insostituibile nel collegare Oriente (Russia, Cina) e occidente (UE), proprio come fece Alessandro millenni fa, anche se in modo completamente diverso, naturalmente. Mentre il progetto del Balkan Stream della Russia è sospeso per il momento e nonostante la recente idea del gasdotto Poseidon che bypassi il Paese collegandosi direttamente all’hub serbo di South Stream, la Macedonia è ancora la strettoia da cui deve passare il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica della Cina, ed è questa componente della politica balcanica del partenariato strategico russo-cinese la più rivoluzionaria nel portare la multipolarità in Europa. Dopo tutto, per quanto importanti siano i corridoi energetici, sono sempre sovrastati da quelli per lo sviluppo dell’economia reale, ed è ciò che il progetto della Cina aspira a realizzare. Affinché la Via della Seta balcanica diventi un corridoio nord-sud transregionale collegando l’ampio spazio tra Pireo e San Pietroburgo e facilitando l’eventuale adesione dell’Europa alla GEFTA, deve prima attraversare la Macedonia, rendendo il piccolo Paese sproporzionatamente importante per gli affari strategici mondiali, spiegando il motivo per cui gli Stati Uniti dedicano così tanto tempo per destabilizzarlo. Se la Macedonia respingerà tale aggressione asimmetrica e rimarrà stabile, allora sarà la base geografica della Via della Seta balcanica e il fondamento strategico della riunione dell’Eurasia tramite l’effetto positivo dell’adesione dell’UE alla GEFTA. Anche se si tratta di strategia a lungo termine, non va dimenticato che ogni piano di vasta portata inizia abbastanza in sordina. Anche se alcuni osservatori non possono ancora riconoscere l’importanza strategica globale della Repubblica di Macedonia, nel quadro della nuova guerra fredda e della GEFTA, non per questo è meno importante nella realtà, e non averne consapevolezza è semplicemente la copertura per distrarre il pubblico dalle vere intenzione delle ultime destabilizzazioni.rgin-1311-TEN-T mapAndrew Korybko è commentatore politico statunitense dell’agenzia Sputnik. È dottorando all’Università MGIMO ed autore della monografia “Guerra Ibrida: L’approccio adattivo indiretto al cambio di regime” (2015). Questo testo sarà incluso nel prossimo libro sulla teoria della guerra ibrida.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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