La battaglia di Damasco e del Ghuta orientale

Serge Marchand, Rete Voltaire, Damasco (Siria), 24 febbraio 2018

La città di Damasco e la campagna a est della capitale, il Ghuta orientale, sono teatro di violenti scontri tra al-Qaida, sostenuta da Regno Unito e Francia, e l’Esercito arabo siriano. La Repubblica cerca di liberare la popolazione da sette anni di occupazione e sharia. Ma le potenze coloniali non ci sentono da quell’orecchio.Negli ultimi sei anni, il Ministero della Riconciliazione ha firmato più di mille accordi ed ha amnistiato decine di migliaia di terroristi, reintegrati nella società, a volte persino nell’esercito. Nel Ghuta occidentale hanno accettato, ma mai nella parte orientale. Quest’area, abbastanza grande, era popolata prima della guerra da più di 400000 persone. Secondo le Nazioni Unite, sono oggi 367000. Secondo il governo, molto meno, in ogni caso non più di 250000. La città principale è un sobborgo piuttosto malfamato, Duma, conosciuto prima della guerra per i bordelli e la mafia. In realtà, questa zona è occupata da al-Qaida, che si fa chiamare Jaysh al-Islam, supervisionata dalle SAS inglesi e da ufficiali del DGSE francese sotto la copertura dell’ONG Medici senza frontiere. Principalmente i combattenti sono guidati dalla famiglia al-Lush, dai grandi patrimoni a Londra. Dal luglio 2012 alla morte a fine 2015, Zahran al-Lush annunciò più volte la settimana che avrebbe preso Damasco e giustiziato tutti gli infedeli, vale a dire i non sunniti. Impose la sharia a tutti gli abitanti secondo i principi del predicatore wahhabita Abdalaziz ibn Baz. Chiuse in gabbia chi sfidava la sua autorità e giustiziò molte persone, incluso un mio vicino (agente immobiliare che viveva nell’appartamento sotto il mio), che fu sgozzato in pubblico perché si rifiutò di dire che “Assad è un cane”. Ricevendo armi dall’Arabia Saudita dalla Giordania, al-Lush presiedette una parata militare con carri armati inscenata e filmata dall’MI6 inglese [1]. Quando l’Esercito arabo siriano piazzò cannoni sulla montagna che domina la capitale ed iniziò a bombardare la truppa di Zahran al-Lush, questi mise prigionieri sui tetti come scudi umani. All’inizio del 2016, il cugino Muhamad al-Lush prese il comando. Si rese famoso lanciando omosessuali dai tetti. Va notato che la Siria protegge gli omosessuali; un’eccezione tra i Paesi musulmani e questo paragonato ai Paesi occidentali da trent’anni [2].
Muhamad al-Lush era il capo della delegazione dell’opposizione ai negoziati di Ginevra. Lì, chiese e ottenne che dipinti e sculture che adornavano l’hotel che l’ospitava fossero coperti. Durante i colloqui, dalla sala delle trattative twittava ai suoi sostenitori di prepararsi ad uccidere i soldati come “maiali”. Solo negli ultimi mesi l’Esercito arabo siriano ha completamente bloccato l’area. Fino ad allora era possibile che gli abitanti fuggissero. ONU e Mezzaluna Rossa hanno libero accesso dalla Repubblica, ma non dalla parte di al-Qaida. I jihadisti lasciano uscire solo i loro seguaci per le cure. I convogli di cibo sono perquisiti dall’Esercito prima di entrare nel Ghuta. In effetti, molte volte i convogli delle Nazioni Unite venivano usati per inviare armi ai jihadisti. Se l’ONU rifiuta le perquisizioni, vengono fermati. Il Ghuta è l’area del mercato che circonda la capitale. Quando i prodotti alimentari non coltivati localmente sono forniti dall’ONU, sono i jihadisti a distribuirli alla popolazione. I prezzi sono considerevolmente più alti che nella capitale, fino a quattro volte. Solo i residenti che giurano fedeltà ai jihadisti ricevono denaro per comprarli. Diverse volte, gli abitanti lealisti del Ghuta dovettero sopportare la carestia impostagli dai jihadisti. Per sei anni, i jihadisti hanno regolarmente attaccato Damasco dal Ghuta. Ogni giorno uccidevano persone nel silenzio assordante della comunità internazionale. Poco a poco, Daraya, Muadamiya al-Sham, Qudasaya e al-Hamah, nell’agosto 2016, poi Jubar, Barzah, Qabun e Tishrin nel febbraio 2017, furono liberati. Gli accordi poi firmati prevedevano il trasporto dei terroristi sotto scorta fino ad Idlib, nel nord-ovest del Paese, alla sola condizione che liberassero gli abitanti.
La Repubblica ha appena deciso di liberare il Ghuta orientale dai jihadisti. Il bombardamento intensivo è effettuato da artiglieria ed Aeronautica. Si tratta di annientare i jihadisti e di fare il minor numero possibile di vittime tra i civili. Durante questa campagna, i convogli umanitari sono impossibili. Al-Qaida bombardava la capitale. Normalmente i jihadisti prendono di mira l’ambasciata iraniana a Mazah, piazza Umayyad (quartier generale della televisione e del Ministero della Difesa), il Centro culturale russo e l’ambasciata russa. Questa volta i proiettili cadono ovunque. I damasceni e milioni di siriani che rifiutano la sharia e si sono rifugiati nella capitale sotto la protezione della Repubblica cercano di sopravvivere. Più di un terzo degli abitanti rimane chiuso a casa per paura di essere ucciso dai proiettili sulla città. Un quarto delle aziende rimane chiuso e le amministrazioni sono inattive. Regno Unito e Francia cercano d’imporre un cessate il fuoco per trenta giorni nel Ghuta. Questi due Stati non fanno segreto del loro sostegno alla famiglia al-Lush e della loro ostilità verso la Repubblica araba siriana e il suo Presidente Bashar al-Assad. Entrambi hanno rifiutato di partecipare alla Conferenza di pace di Sochi, nella quale era rappresentato oltre il 90% dei siriani, ma non gli al-Lush [3].
La guerra è un mezzo per risolvere un conflitto che semplifica in primo luogo i problemi e divide gli uomini in due gruppi, mai tre, contrariamente a quanto sostengono i diplomatici inglesi e francesi. La guerra viene praticata uccidendo non solo i nemici il più possibile, ma anche i propri il meno possibile. In tutte le guerre si è costretti a sacrificare dei propri, altrimenti sarebbe una semplice operazione di polizia. Quando la coalizione occidentale bombardò Mosul l’anno scorso per annientare pochi migliaia di jihadisti rimasti, uccise molti più civili (9-11000, secondo le fonti). I media occidentali salutarono questa vittoria con entusiasmo. Gli stessi media occidentali diffondevano immagini a sazietà di due bambine del Ghuta tra i bombardamenti. Alcuno di essi s’interroga sulle famiglie di queste due bambine o su come abbiano imparato l’inglese. Nessuno pensa agli altri bambini che muoiono a Damasco, ma tutti implorano di fermare il massacro.
Se si avrà un cessate il fuoco, non avrà alcuna conseguenza pratica. In effetti, al-Qaida viene esclusa dall’ONU e la rifiuta, ma al-Qaida, essa sola, occupa il Ghuta orientale. In tali circostanze ci si deve chiedere perché Regno Unito e Francia promuovano tale impossibile cessate il fuoco? Perché questi due Stati intendono alleviare al-Qaida a spese dei civili che opprime?Note
[1] “Come il Regno Unito ritrae i jihadisti“, Rete Voltaire, 13 maggio 2016.
[2] “SIIL e gli omosessuali“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire , 20 giugno 2016.
[3] “Consenso tra i siriani a Sochi“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire , 6 febbraio 2018.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria, Turchia, Russia e curdi: la lotta per Ifrin

La Russia cerca di mediare una soluzione diplomatica al conflitto su Ifrin
Alexander Mercouris, The Duran 25 febbraio 2018Le complessità dei combattimenti ad Ifrin hanno, senza sorprese, confuso la maggior parte delle persone, fino al punto in cui la comprensione di ciò che realmente accade è diventata difficile causando molti fraintendimenti. Decifrare la politica russa sul conflitto ad Ifrin tra Turchia e curdi causando altri problemi. Il punto di vista più comune è che la Turchia ha attaccato i curdi d’Ifrin con l’accordo della Russia, e alcuni ipotizzano che i russi usano il conflitto ad Ifrin per inserire un cuneo tra Turchia, Stato membro della NATO, e gli Stati Uniti, che appoggiano i curdi. Questo presunto metterebbe i russi contro il governo siriano e l’Iran. Il recente movimento di truppe siriane ad Ifrin ha persino portato a parlare di Siria e Iran in conflitto ad Africa al fianco dei curdi contro una presunta alleanza “russo-turca”. Ciò è spesso accompagnato dal discorso che il Presidente Assad avrebbe commesso un grave errore inviando truppe a combattere a fianco dei curdi d’Ifrin. Presumibilmente l’Esercito arabo siriano senza il sostegno della Russia non potrebbe sconfiggere l’esercito turco, rischiando una grave sconfitta ad Ifrin. Secondo me tale analisi è sbagliata e in questo articolo cercherò di mostrare perché. Prima di farlo, tuttavia, ci sono quattro punti chiave che devo fare, senza conoscenza e comprensione adeguate qualsiasi analisi delle recenti mosse nel conflitto Ifrin è fallace.

4 punti chiave sulla crisi d’Ifrin
1) L’alleanza “russo-turca” in Siria non esiste. Mentre i russi e i turchi sono in costante contatto, e mentre le relazioni economiche tra Russia e Turchia si avvicinano, è un errore fondamentale pensare che perseguano gli stessi obiettivi in Siria, come farebbero se fossero genuinamente alleate. Al contrario, il motivo per cui i contatti tra russi e turchi sulla Siria sono così intensi è proprio perché devono negoziare costantemente avendo obiettivi in Siria sono completamente divergenti.
2) Qualunque altra critica gli possa essere formulata, il Presidente Assad ha ripetutamente dimostrato nel corso del conflitto di avere (i) il pieno controllo del governo e dell’esercito siriani; e (ii) di essere un politico e capo in guerra eccezionalmente abile, realistico e ben informato. È anche ormai molto esperto. Non potrebbe essere diversamente. Dopo sette anni di intenso conflitto, il Presidente Assad non sarebbe ancora alla guida della Siria se non fosse tutto questo.
3) Essendo intervenuti in Siria nel 2015 per salvare il Presidente Assad e il suo governo, i russi non lo abbandoneranno ora quando è vicino alla vittoria e ogni pensiero che posano farlo va ignorato.
4) Nell’alleanza di fatto tra Russia e Siria, la Russia è incommensurabilmente più forte. Ciò significa che mentre i russi devono ascoltare attentamente ciò che il Presidente Assad e i siriani gli dicono e di tenerne conto le preoccupazioni, sono i siriani che devono adattarsi a qualsiasi decisione dei russi.Obiettivi russi in Siria e alleanza russa col governo siriano
I punti 3) e 4) portano inevitabilmente alla discussione sugli obiettivi russi in Siria. Soprattutto ora che la Russia si è impegnata a stabilire basi militari in Siria, i russi hanno bisogno di una Siria che sia 1) pacifica e stabile, in modo che possa salvaguardare le basi; ed 2) essere amica. Oltre a ciò, per i russi vi è la questione dell’obiettivo prioritario nell’intervento in Siria. Ciò fu, come ripetuto più volte i russi, per liberare la Siria dall’influenza dei terroristi jihadisti, in modo che non possano minacciare la Russia. Solo un governo siriano forte e stabile, col pieno controllo di tutto il territorio siriano e amico della Russia, può raggiungere questo obiettivo. Se non era ovvio per i russi in passato, è certamente ovvio ora che il Presidente Assad è l’unico leader politico siriano che ha abilità, legittimità, sostegno ed autorità in Siria per provvedere a tutto questo. Nessun sostituto o sostituzione è apparse, perché non esiste. Ciò garantisce che la Russia l’appoggi. Nella misura in cui la Russia è alleata con qualsiasi parte nel conflitto siriano, lo è quindi col Presidente Assad e il suo governo. Le prove dell’esistenza di questa alleanza sono visibili a tutti nelle operazioni militari congiunte che i militari siriani e i russi conducono insieme, come per esempio attualmente nel Ghuta orientale, e nell’ovvio coordinamento che si ha su questioni politiche e diplomatiche. Ciò ovviamente non significa che i disaccordi tra russi e governo del Presidente Assad non emergano di tanto in tanto. I russi sono noti ad esempio ritenere che il Presidente Assad e il governo siriano dovrebbero essere più accomodanti di quanto non siano stati finora verso i curdi. Tuttavia, l’esistenza di questi disaccordi non dovrebbe oscurare il fatto che su tutti i problemi principali, russi e siriani collaborano e perseguono un obiettivo comune in Siria, il ripristino dell’autorità del governo siriano sul territorio della Siria. Data la presenza di truppe statunitensi e turche sul territorio siriano, il raggiungimento di tale obiettivo richiede notevoli manovre diplomatiche e raffinatezza se si vuole evitare l’escalation del conflitto. Tuttavia, questa flessibilità nel raggiungimento di tale obiettivo non dovrebbe creare confusione su quale sia. È un grave errore interpretare erroneamente le mosse tattiche che russi e siriani devono di volta in volta indicare come segnali di rinuncia all’obiettivo comune. Al contrario, sono misure prese per raggiungerlo. Una volta compresi questi punti, è possibile decifrare correttamente le ultime mosse nel conflitto ad Ifrin.

Le origini del conflitto di Ifrin nel Piano C degli Stati Uniti
Il conflitto ha le sue origini in quello che ho definito Piano C degli Stati Uniti: un piano per creare un potente baluardo curdo quasi indipendente e pesantemente armato nella Siria settentrionale, in modo da minare il governo siriano e impedirgli di riprendere il controllo di tutto il territorio della Siria. Come già sottolineato, il Piano C fu creato da un piccolo gruppo di potenti nella burocrazia statunitense, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump HR McMaster, sembra avervi avuto un ruolo chiave, e non è mai stato adeguatamente discusso o pensato. Il risultato è che l’inevitabile forte reazione della Turchia al Piano C, cioè alla creazione di YPG pesantemente armate con santuari al confine meridionale, fu grossolanamente sottovalutata, così che l’intervento militare turco ad Ifrin e le richieste turche agli Stati Uniti e del ritiro curdo dalla città strategicamente importante di Manbij, sembrano aver sorpreso gli Stati Uniti. Al solito, nonostante le sempre più pericolose mosse turche, i potentati nella burocrazia statunitense che hanno covato il Piano C vi hanno investito sempre più, cosicché nonostante i dubbi espressi dal presidente Trump e la crescente rabbia della Turchia, gli Stati Uniti continuano a perseguire il piano continuando (nonostante i dinieghi) ad armare i curdi. Tutto ciò garantisce che il conflitto tra Turchia e curdi, e tra Turchia e Stati Uniti, in Siria continuerà e si accrescerà. L’unico modo per evitarlo è persuadere i curdi a cambiare posizione prendendo le distanze dagli Stati Uniti e ritirandosi dal coinvolgimento in tale piano.Attacco turco ad Ifrin e suoi obiettivi in Siria
La Turchia e il presidente Erdogan, da parte loro, usano il conflitto ad Ifrin non solo per impedire che le YPG emergano come statualità curda nel nord della Siria, ma per perseguire propri obiettivi in Siria. Si tratta di creare una zona nel nord della Siria sotto controllo turco che funga da santuario per i fantocci turchi jihadisti anti-Assad. L’incursione turca nel nord della Siria, nell’agosto 2016 (Operazione Euphrates Shield) era a sostegno di questo obiettivo, e l’ultima avanzata turca ad Ifrin (Operazione Olive Branch) ne è la continuazione. Il dispiegamento di convogli di truppe turche nella provincia siriana occupata di Idlib, chiaramente destinato a bloccare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano, veniva intrapreso per raggiungere tale obiettivo. L’attacco turco ad Ofrin colpiva in ultima analisi il governo siriano tanto quanto i curdi, come chiarito nelle interviste rilasciate dai terroristi jihadisti anti-Assad che partecipano con l’esercito turco all’operazione su Ifrin. Si veda ad esempio la discussione molto illuminante sugli obiettivi dei jihadisti combattendo a fianco della Turchia ad Ifrin in questo articolo del Guardian del 27 gennaio 2018, “La decisione di entrare in Siria ed intervenire direttamente nella guerra civile sottolineava la profondità delle preoccupazioni della Turchia sui combattenti curdi in Siria. Ma ha anche sollevato l’ambizioso piano di Ankara. Secondo i capi ribelli, la Turchia ha sostenuto per circa due anni l’addestramento e la creazione di un esercito unificato in Siria, in grado di riprendere la battaglia contro il Presidente Bashar al-Assad, ora vittorioso nella lunga guerra civile. La genesi dell’idea si ebbe nei primi mesi della prima campagna militare della Turchia in Siria, quando lanciò l’operazione Euphrates Shield nell’estate 2016. Le sue truppe avevano ordine di estromettere lo SIIL dalle principali città di confine e limitare l’espansione verso ovest delle milizie curde. Dopo aver preso Jarablus al confine, la Turchia ha cercato di aumentare le forze dello Scudo dell’Eufrate, una coalizione disparata di milizie terroristiche con un gruppo di combattenti addestrati per affrontare lo SIIL e proteggere le frontiere dalle forze curde. I funzionari ribelli dicono che il programma di addestramento è continuato, costruendo l’Eufrate Shield con una forza di 10000 – 15000 armai pronti al combattimento e ulteriori 10000 reclute. Dopo le gravi perdite militari contro Assad ed alleati russi e iraniani, i terroristi vedono tale forza come ancora di salvezza che gli consentirebbe di rilanciare l’insurrezione al collasso. L’esercito terroristico, dicono, potrebbe condurre una campagna per eliminare i combattenti legati ad al-Qaida che dominano la provincia di Idlib, controllata dall’opposizione, e continuare a combattere contro Assad. “Non possiamo accettare la sconfitta, dobbiamo rinforzarci e ricominciare”, aveva detto un capo ribelle. “L’Eufrate Shield è contro il terrorismo e il regime, ed è il primo passo per costruire uno Stato”. Ma il loro obiettivo principale di sconfiggere Assad sembra sempre più divergere dall’attenzione dei loro mandanti turchi per attaccare le truppe curde, il che significa che alla fine la forza sarà nient’altro che un’altra milizia agli ordini di una potenza straniera, come la maggior parte degli altri gruppi che combattono in Siria… La Turchia continua di nascosto a sostenere il piano in quanto sono aumentate le unità guidate da capi siriani coordinate da ufficiali turchi e che combattono ad Ifrin ora. Qui c’è il dilemma dei terroristi che guidano l’assalto di terra. Abbandonati dai loro alleati internazionali, non vedono altra scelta che seguire la Turchia. Mentre sono d’accordo con la logica della campagna di Ifrin, sperano anche che l’occupazione dell’enclave curda apra un corridoio per Idlib che gli permetta di fare il primo test contro i loro veri nemici, il regime di Assad e Hayat Tahrir al-Sham (HTS), l’ex-ramo di al-Qaida in Siria. La Turchia non gli ha fatto alcuna promessa su questo. Le azioni dopo la campagna di Ifrin decideranno se ha contribuito a costruire l’esercito dei terroristi come sua forza sostitutiva, o per combattere il regime. “Dobbiamo giocare sulle differenze tra le potenze globali che negoziano in Siria”, aveva detto un capo terrorista, il cui gruppo non è ad Ifrin, ma intende unirsi all’esercito ribelle. “È d’interesse strategico aprire il corridoio per Idlib e coincide cogli interessi turchi“.” Tali parole non solo danno un’idea dei motivi delle forze jihadiste sostenute dalla Turchia che combattono ad Ifrin. Mostrano anche i sospetti verso il presidente Erdogan e il governo turco. Tuttavia, l’obiettivo generale è abbastanza chiaro, ed è anche chiaro che la Turchia lo sostiene. È occupare Ifrin ed usarla con Jarablus (quest’ultima catturata dall’esercito turco nell’agosto 2016, all’inizio dell’operazione Euphrates Shield) come trampolino di lancio per l’istituzione di un protettorato jihadista della Turchia sulla provincia d’Idlib (attualmente zona contesa tra SIIL e al-Qaida), che può quindi essere usato come trampolino di lancio per una rinnovata offensiva jihadista contro il governo siriano. Inoltre sembra che una grande forza jihadista di 25000 uomini sia stata costruita dai turchi per attuare tale piano. L’articolo del Guardian rivendica l’analisi dei motivi dell’operazione turca del 2016 Euphrates Shield, fatta all’epoca dall’analista Mark Sleboda (vedasi la mia discussione qui). Proprio come disse Mark Sleboda, lungi dall’operazione Euphrates Shield, rivolgersi principalmente a SIIL e curdi, come il presidente Erdogan faceva credere al momento, scopo principale era salvare l’insurrezione jihadista portandola sotto il controllo turco e ricostruirla in un santuario controllato dai turchi nel nord della Siria. L’attuale operazione contro i curdi d’Ifrin è esplicitamente dichiarata dai jihadisti filo-turchi perpetuare tale piano.

Governo siriano e curdi: accordi reciproci
Questo spiega il recente dispiegamento di forze siriane ad Ifrin e la forte opposizione del governo siriano all’operazione turca. Sebbene il governo siriano sia ovviamente profondamente preoccupato dall’allineamento della milizia curda agli Stati Uniti ed è deciso a fare tutto il possibile per porvi fine, la milizia curda non è una minaccia esistenziale al governo siriano o allo Stato siriano come i jihadisti che la Turchia appoggia. Mentre l’istituzione di uno scheletro curdo appoggiato dagli Stati Uniti nel nord della Siria sarebbe un duro colpo per il governo siriano, non vi è alcuna possibilità che le milizie curde conquistino la Siria o marcino su Damasco. Al contrario, i jihadisti che combattono a fianco dell’esercito turco ad Ifrin non fanno mistero di quale sia precisamente il loro obiettivo finale. Perciò è di schiacciante interesse del governo siriano impedire che l’esercito turco abbia il sopravvento su Ifrin, ed è perciò che il governo siriano ha facilitato il trasferimento di combattenti curdi da altre zone della Siria per Ifrin, e perché ora vi ha schierato milizie filo-governative.
Questo dispiegamento di milizie filogovernative ad Ifrin realizza presso il governo siriano molteplicità scopi:
1) Rende più difficile all’esercito turco conquistare Ifrin, che è nell’interesse dell’esercito governativo siriano impedire;
2) Ristabilisce una presenza del governo siriano ad Ifrin, promuovendo l’obiettivo ultimo del governo siriano di ristabilirsi in tutto il territorio siriano; e
3) Nonostante i dinieghi delle YPG, è probabile che cu sia un accordo, consentendo al governo siriano di avere il territorio dalle YPG in cambio dell’aiuto ad Ifrin.
Già vi sono rapporti secondo cui le YPG hanno ceduto il controllo di diversi distretti nella provincia di Aleppo all’Esercito arabo siriano. Supponendo che questi rapporti siano veri, e i videro suggeriscono che lo siano, allora è probabilmente solo la prima di molte concessioni che la milizia curda è costretta a fare al governo siriano per assicurarsene l’appoggio ad Ifrin. Ora ci sono anche rapporti, dell’agenzia al-Masdar, normalmente affidabile, che i curdi consegneranno all’Esercito arabo siriano la città chiave di Manbij, obiettivo dichiarato dell’operazione Olive Branch della Turchia. Che poi paure siano espresse sull’ingresso della milizia siriana ad Ifrin è un passo avventato, creando la scena per uno scontro a tutto campo con l’esercito turco che l’Esercito arabo siriano non poterebbe vincere? Una valutazione di tali rischi richiede una discussione sulla politica russa nella crisi ad Ifrin.Russia e Ifrin: mediazione per il compromesso?
Qualsiasi discussione sulla politica russa nella crisi di Ifrin deve iniziare con due dei punti accennati in precedenza:
1) è fortemente nell’interesse della Russia che il governo siriano ristabilisca l’autorità in tutta la Siria e che sia l’obiettivo primario della Russia nel conflitto; e
2) nell’alleanza di fatto tra governo siriano e Russia è la Russia, partner dominante, alle cui opinioni il governo siriano deve riferirsi.
Questi fatti, insieme al Presidente Assad che ha ripetutamente dimostrato profonda comprensione della necessità della Siria di collaborare coi russi, rendono inconcepibile che lo schieramento di milizie governative ad Ifrin sia stato intrapreso dal governo siriano senza l’accordo della Russia. La Russia avrà approvato la decisione del governo siriano e ciò fu confermato dalla presenza di truppe russe che scortavano le milizie filogovernative mentre avanzavano su Ifrin scoraggiando gli attacchi dell’esercito turco. Ecco come al-Masdar, affidabile e ben informata, segnalava il dispiegamento russo, “Il 3° gruppo delle forze popolari siriane è arrivato nella città nord-occidentale di Ifrin da al-Ziyara, per difendere la regione curda dall’aggressione turca. I primi due gruppi sono entrati ad Ifrin negli ultimi giorni come d’accordo concluso tra governo siriano e fazioni curde. Il mese scorso, la Turchia e i suoi terroristi lanciarono un’offensiva su vasta scala nella regione di Ifrin con l’obiettivo di “liberare la zona dai terroristi curdi”. L’arrivo delle forze siriane renderà sicuramente le cose più difficili ai già turbolenti terroristi sostenuti dalla Turchia che non sono riusciti ad ottenere sostanziali guadagni sul terreno. Nel frattempo, la polizia militare russa fu vista scortare i convogli a Ziyara per evitare che i militari turchi bombardassero il passaggio, come accaduto pochi giorni prima quando arrivò il 1° gruppo”. Ovviamente i russi non desiderano vedere Ifrin diventare un’area controllata dai turchi per un esercito jihadista capace di minacciare il governo siriano, non più degli stessi siriani. Che i russi stiano quindi aiutando di soppiatto lo schieramento delle milizie filogovernative ad Ifrin, per impedire che ciò accada, non dovrebbe sorprendere. Ciò che è vero è, e qui è la fonte di gran parte della confusione, è che i russi devono giocare le loro carte con molta attenzione. La fondamentale debolezza della strategia siriana dei russi è che hanno bisogno della cooperazione del presidente Erdogan per stabilizzare la Siria e porre fine al conflitto. Allo stesso tempo, i russi devono lavorare sul fatto che gli obiettivi del presidente Erdogan in Siria, di cui i russi sono ovviamente pienamente informati, sono diametralmente opposti ai loro. Questo è ciò che crea lo strano scontro nell’ombra tra russi e turchi in Siria, con russi e turchi che devono sempre apparire reciprocamente ottimisti, anche se si muovono sempre l’uno contro l’altro. È tale approccio tortuoso a spiegare il motivo per cui i russi hanno inizialmente approvato l’attacco turco ai curdi d’Ifrin, ma ora la mossa del governo siriano volta contrastare l’attacco. I russi saranno tuttavia ansiosi di impedire lo scontro aperto tra militari turchi e siriani ad Ifrin. Naturalmente i russi e il governo siriano sono pienamente consapevoli che nello scontro tra militari turchi e siriani il vantaggio è dell’esercito turco. I russi sarebbero restii a vedere tale scontro non solo perché probabilmente l’Esercito arabo siriano sarebbe sconfitto, ma perché se ciò accadesse, subirebbero un’immensa pressione da Siria e Iran per aiutare l’Esercito arabo siriano. Se lo facessero, i rapporti col presidente Erdogan e la Turchia sarebbero comunque danneggiati irrimediabilmente, ponendo così fine a qualsiasi prospettiva di assicurasi l’aiuto del presidente Erdogan per porre fine al conflitto in Siria. Questo spiega la minimizzazione delle mosse della Russia. È noto che i russi hanno tentato d’impedire l’operazione della Turchia ad Ifrin cercando di persuadere i curdi a consegnarla al governo siriano. I curdi tuttavia rifiutarono, così quando i turchi attaccarono, i russi diedero il via libera. Ora che i curdi d’Ifrin subiscono pressioni, sono stati costretti a rivolgersi al governo siriano. I russi hanno quindi dato al governo siriano il via libera per schierarvi forze. Allo stesso tempo hanno quasi sicuramente negoziato un accordo secondo cui i curdi in cambio dell’aiuto siriano consegneranno i distretti che controllano ad Aleppo e Manbij al governo siriano. Allo stesso tempo i russi, ansiosi di mantenere il dialogo col presidente Erdogan ed aiutarlo a salvare la faccia, assicuravano che lo schieramento siriano ad Ifrin è limitato, essendo composto esclusivamente da milizie filo-governative, senza coinvolgimento dall’Esercito arabo siriano. L’agenzia al-Masdar confermava che nessuno soldato siriano è presente ad Ifrin, dimostrando che lo schieramento delle milizie filo-governative è inteso come un posizionamento prima dei negoziati, “Nessun soldato dell’Esercito arabo siriano (SAA) è entrata nella regione di Ifrin, una fonte militare ad Aleppo diceva ad al-Masdar. Secondo la fonte militare, l’Esercito arabo siriano è costretto a rimanere ad Aleppo e assentarsi dal fronte d’Ifrin. La fonte aggiungeva che l’Esercito arabo siriano accettava di rimanere fuori dalla battaglia dopo che l’esercito russo s’incontrava con le controparti turche. Mentre l’Esercito arabo siriano è assente ad Ifrin, le Forze di Difesa Nazionali (NDF) filo-governative sono entrate nella regione per aiutare le YPG curde. Le NDF di coordinano con l’Esercito arabo siriano, ma non sono un ramo dell’esercito, e ciò significa che possono operare autonomamente se necessario”.

Piano della Russia
In realtà non è difficile capire quale sia il piano russo. L’Operazione Olive Branch della Turchia ha ora messo sotto controllo turco l’area di confine a nord d’Ifrin. I russi senza dubbio diranno ai turchi di aver con ciò realizzato il loro obiettivo principale, impedire il movimento delle YPG e del PKK curdi e i rifornimenti da Ifrin alla Turchia. Tuttavia, i russi senza dubbio diranno ai turchi che ulteriori avanzanti non sarebbero sagge dato che incontreranno la resistenza non solo dei curdi, ma dalle forze fedeli a Damasco. Indicando la presenza delle milizie filo-governative ad Ifrin per convincerli. Avendo assicurato il confine, diranno a Erdogan e ai turchi che è ora nell’interesse della Turchia dichiarare vittoria e fermarsi. Sui curdi, i russi gli ricorderanno che quando furono attaccati dalla Turchia, gli alleati Stati Uniti non si fecero vedere, quindi dovettero cercare aiuto dal governo siriano e dalla Russia. Non è quindi nell’interesse dei curdi essere invischiati nel Piano C degli Stati Uniti. Meglio venire a patti col governo siriano, il che significa accettarne l’autorità, facendo affidamento sull’aiuto della Russia per garantirsi tali condizioni al meglio. I russi ricorderanno ai curdi che sono sempre stati solidali con le aspirazioni curde, e li consiglieranno ad ascoltarne i consigli come se provenissero da amici. Per il governo siriano, qualsiasi accordo coi curdi e la Turchia che stacchi i curdi dagli Stati Uniti e che si traduce nella presenza del governo siriano in aree precedentemente controllate dai curdi, sarà positivo, avvicinando il governo siriano all’obiettivo finale di ristabilire il controllo su tutto il territorio siriano, mentre se i piani turchi per stabilire un santuario per i fantocci jihadisti della Turchia nel nord della Siria sarà impedito, allora andrà ancora meglio. I russi non diranno solo ai siriani tutto questo; diranno anche che accettare una presenza limitata e temporanea di truppe turche nel nord d’Ifrin e fare alcune concessioni ai curdi sull’autonomia culturale e locale sono un piccolo prezzo.

Funzionerà?
Qualsiasi negoziato col presidente Erdogan e i curdi è irto di difficoltà. Entrambi hanno obiettivi massimalisti, per il presidente Erdogan creare uno Dtato islamista dominato dai jihadisti nella Siria controllata dai turchi, per i curdi l’autogoverno in uno Stato curdo indipendente, a cui sono profondamente impegnati e molto riluttanti a rinunciare. Inoltre, vi è l’ulteriore complicazione che non si può fare affidamento né sul presidente Erdogan né sui curdi per mantenere gli accordi presi. Ciò significa che qualsiasi accordo con loro richiede uno sforzo costante per mantenerlo. Contro questo, Erdogan e i curdi si ritrovano tra crescenti difficoltà. Per il presidente Erdogan, se l’operazione Olive Branch ha fatto alcuni importanti progressi ad Ifrin, il prezzo sono state pesanti perdite, e contro l’opposizione congiunta russa, siriana e curda probabilmente incontrerà crescenti difficoltà. Il presidente Erdogan deve anche preoccuparsi delle relazioni in rapido deterioramento della Turchia cogli Stati Uniti e deve pensate che la Turchia abbia quindi almeno un buon rapporto di facciata con la Russia per proteggersi dagli Stati Uniti. Al di là di tali considerazioni, dopo l’abbattimento del Su-24 russo, Erdogan sa molto bene il prezzo salato che la Turchia pagherebbe se si mettesse contro la Russia. Con l’economia turca che mostra segni di crisi e fortemente dipendente dalla Russia, ha tutti i motivi di mantenere le relazioni con la Russia sulla strada giusta. Per i curdi, le recenti sconfitte ad Ifrin dimostrano che, per quanto si vantino, non possono prevalere sull’esercito turco da soli e che nello scontro con la Turchia non possono affidarsi agli Stati Uniti. Erdogan e i curdi hanno quindi motivo per ritirarsi, anche se i russi possano persuaderli a ciò è un’altra questione. Detto questo, presidente Erdogan e i curdi si sono mostrati disposti a compromessi, in passato, quindi la possibilità che possano essere persuasi a nuovi non dovrebbe essere del tutto scontata. Ciò che è fuori discussione è che la diplomazia russa lavora senza intoppi per ottenere questo risultato. Non solo le Forze Armate russe parlano coi militari turchi sul camp, ma Aleksandr Lavrentev, importante diplomatico russo ed inviato personale del Presidente Putin, aveva appena incontrato il Presidente Assad a Damasco, mentre il Presidente Putin e il presidente Erdogan si erano nuovamente parlati, mentre i russi si preparano al vertice tra il Presidente Putin, il presidente Erdogan e il Presidente Rouhani ad Istanbul. Molti puntano al successo del vertice. Tuttavia la possibilità di una svolta c’è. Naturalmente, se accadrà, sarà la fine del Piano C degli Stati Uniti e l’inizio della fine della guerra in Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La sfida strategica della sinistra latinoamericana

Rafael Correa, Histoire et Societé 18 febbraio 2018Dopo la lunga e triste notte neoliberista degli anni ’90, che colpì intere nazioni come l’Ecuador, e da quando Hugo Chávez vinse la presidenza della Repubblica del Venezuela alla fine del 1998, i governi di destra e sovversivi del continente iniziavano ad essere sconvolti come un castello di carte, raggiungendo tutta la nostra America con governi popolari legati al socialismo della buona vita. All’apice del 2009, dei dieci Paesi latinoamericani del Sud America, otto avevano governi di sinistra. In America centrale e nei Caraibi c’erano il Fronte Farabundo Martí in El Salvador, i sandinisti in Nicaragua, Álvaro Colom in Guatemala, Manuel Zelaya in Honduras e Leonel Fernández nella Repubblica Dominicana. In Paesi come il Guatemala, con Álvaro Colom o in Paraguay, con Fernando Lugo, era la prima volta nella storia che la sinistra saliva al potere, in quest’ultimo caso rompendo anche un secolo di bipartitismo. Nel maggio 2008 nacque l’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) e nel febbraio 2010, la Celac con 33 membri. Dei 20 Paesi latini della Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), 14 avevano governi di sinistra, ovvero il 70%. La prima parte del 21° secolo è stata indubbiamente vinta. I progressi economici, sociali e politici sono stati storici e hanno stupito il mondo, tutto in un ambiente di sovranità, dignità, autonomia, con la propria presenza sul continente e nel mondo. L’America Latina non attraversò un periodo di cambiamento, ma un vero cambiamento dei tempi, che anche modificò in modo significativo l’equilibrio geopolitico della regione. Per questa ragione, per le potenze di fatto e per i Paesi egemoni era essenziale porre fine a questi cambiamenti a favore delle maggioranze e che cercavano la seconda e definitiva indipendenza regionale.

Restaurazione conservatrice
Sebbene nel 2002 il governo di Hugo Chávez abbia dovuto subire un fallito colpo di Stato, è proprio dal 2008 che s’intensificarono i tentativi non democratici di porre fine ai governi progressisti, come nel caso della Bolivia 2008, Honduras 2009, Ecuador 2010 e Paraguay 2012. Quattro tentativi di destabilizzazione, tra cui due riusciti, Honduras e Paraguay, e sempre contro i governi di sinistra. Dal 2014 e sfruttando il cambiamento del ciclo economico, questi sconnessi sforzi per la destabilizzazione si consolidarono costituendo una vera “restaurazione conservatrice” con nuove coalizioni, sostegno internazionale, illimitati finanziamenti esteri e così via. La reazione si approfondì e perse limiti e scrupoli. Ora abbiamo molestie e boicottaggio economico in Venezuela, il colpo di Stato parlamentare in Brasile e la criminalizzazione della politica, “legge”, come visto coi casi Dilma e Lula in Brasile, Cristina in Argentina e del Vicepresidente Jorge Glas in Ecuador. I tentativi di distruggere Unasur e neutralizzare Celac sono anche ovvi e spesso spudorati. Per non parlare di ciò che succede nel Mercosur. In Sud America, al momento, rimangono solo tre governi progressisti: Venezuela, Bolivia e Uruguay. Le eterne potenze che hanno sempre dominato l’America Latina, immergendola nell’arretratezza, disuguaglianza e sottosviluppo, tornano assetate di vendetta dopo oltre un decennio di continue sconfitte.

Gli assi della strategia della restaurazione conservatrice
La strategia reazionaria è articolata a livello regionale e si basa essenzialmente su due assi: il supposto fallimento del modello economico di sinistra e la presunta mancanza di forza morale dei governi progressisti. Sul primo asse, dalla seconda metà del 2014, a causa di un contesto internazionale sfavorevole, l’intera regione subì il rallentamento economico divenuto recessione negli ultimi due anni. I risultati sono diversi tra Paesi e regioni riflettendo struttura economica e politiche economiche applicate, e le difficoltà economiche di Paesi come Venezuela o Brasile sono considerate un esempio del fallimento del socialismo, pur avendo l’Uruguay col governo di sinistra, Paese più sviluppato a sud del Rio Grande, o la Bolivia dai migliori indicatori macroeconomici del pianeta. Il secondo asse della nuova strategia contro i governi progressisti è la moralità. La questione della corruzione è diventata lo strumento per distruggere i processi politici nazionali e popolari nella nostra America. Il caso emblematico è il Brasile, dove un’operazione politica ben articolata è riuscita a far decadere Dilma Rousseff dalla presidenza del Brasile, dimostrando che non aveva nulla a che fare coi problemi che le venivano attribuiti. C’è una grande ipocrisia globale nella lotta alla corruzione.

La sinistra, vittima del proprio successo?
Probabilmente anche la sinistra è vittima del proprio successo. Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (Cepal), quasi 94 milioni di persone sono state tolte dalla povertà e sono entrare nella classe media regionale nell’ultimo decennio; in stragrande maggioranza risultato delle politiche dei governi di sinistra. In Brasile, 37,5 milioni di persone sono uscite dalla povertà tra il 2003 e il 2013, e ora sono nella classe media, ma questi milioni non costituirono una forza mobilitata quando il parlamento accusato di corruzione licenziava Dilma Rousseff. Abbiamo persone uscite dalla povertà e che ora, per ciò che viene spesso chiamata prosperità oggettiva e povertà soggettiva, anche se hanno migliorato significativamente il reddito, chiedono molto di più e si sentono poveri, non in riferimento a ciò che hanno o peggio quello che avevano, ma a ciò a cui aspirano. La sinistra ha sempre lottato contro la corrente, almeno nel mondo occidentale. La domanda è: avrebbe combattuto contro la natura umana? Il problema è molto più complesso se si aggiunge a questo la cultura egemonica costruita dai media, in senso gramsciano, cioè inverare i desideri delle maggioranze in relazione agli interessi delle élite. Le nostre democrazie dovrebbero essere chiamate democrazie mediatiche. I media sono una componente più importante nel processo politico rispetto a partiti e sistemi elettorali; e sono diventati i principali partiti di opposizione ai governi progressisti; i veri rappresentanti dell’affarismo e del potere politico conservatore. Non importa ciò che va bene alle maggioranze, cosa viene proposto in campagna elettorale, e cosa ha deciso alle urne il popolo, al centro di ogni democrazia. Ciò che è importante è ciò che i media approvano o condannano coi loro titoli. Hanno sostituito lo Stato di diritto con lo stato d’opinione.

C’è una sfida strategica?
La sinistra regionale si confronta coi problemi dell’esercizio del potere, spesso con successo ma esaurendosi. È impossibile governare felicemente il mondo intero, ancor più quando c’è tanta sete di giustizia sociale. Si deve sempre essere autocritici, ed anche sicuri di sé. I governi progressisti sono soggetti a continui attacchi, le élite e i loro media non perdonano gli errori e fanno pressione sul nostro morale, per farci dubitare delle nostre convinzioni, proposte e obiettivi. Pertanto, la maggiore “sfida strategica” della sinistra latinoamericana è forse capire che qualsiasi lavoro per una trasformazione fondamentale avrà errori e contraddizioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la sovversione degli USA è fallita in Iran

Tony Cartalucci, LD, 23 febbraio 2018Alla fine del dicembre 2017 i media occidentali riferirono di proteste “diffuse” che investivano l’Iran. Narrazioni indistinguibili dalla “primavera araba” progettata dagli Stati Uniti nel 2011 invasero testate e social media su una “rivolta popolare” stimolata da presunti risentimenti economici, prima che i manifestanti iniziassero a fare richieste riecheggianti il dipartimento di Stato degli USA sugli affari interni interni e la politica estera dell’Iran. Le proteste erano in effetti così indistinguibili dalla “primavera araba”, dichiaratamente statunitense, che la disillusione sul destino di nazioni come Libia e Siria probabilmente ebbe un ruolo nel sventarle in Iran.

Propaganda occidentale sopravvive ai disordini
Un articolo di Politico intitolato “Perché la rivolta iraniana non morirà”, nel tentativo di promuovere la narrativa occidentale sulle proteste iraniane, pretendeva che: “…Gli iraniani erano infuriati mentre lottavano per nutrire i figli, mentre il loro governo spendeva miliardi nelle avventure in Libano, Siria, Iraq e altrove. Mentre l’Iran è impoverito, il regime è più ricco. Mentre gli iraniani soffrono, gli alleati del regime sono diventati potenti e prosperi”. Tuttavia, quando Politico pubblicò l’articolo il 7 gennaio 2018, scritto da Alireza Nader, analista della RAND Corporation, le proteste erano già “morte”. L’articolo di Politico non fu l’unico pubblicato giorni e persino settimane dopo che le proteste erano finite, indicando che i media occidentali avevano preparato settimane, persino mesi, di propaganda sui disordini iraniani nell’informazione, e con gruppi d’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti che tentavano di alimentarli sul campo. Nonostante i preparativi che i documenti politici degli Stati Uniti indicavano attivi da anni, comprendendo non solo la creazione di gruppi opposizione e armati in e ai confini dell’Iran, ma l’accerchiamento dell’Iran stesso con basi militari statunitensi in Siria e Iraq col pretesto di “combattere lo Stato islamico (SIIL)”, le proteste fecero rapidamente il loro corso e finirono. Se la maggior parte degli iraniani fosse davvero spinta sulle strade da gravi rimostranze economiche e politiche, e poiché tali rimostranze non sarebbero state affrontate, è improbabile che le proteste si estinguessero così rapidamente e con uso minimo della forza del governo iraniano, anche secondo i media occidentali. Tuttavia, se le proteste furono organizzate dall’occidente e guidate da movimenti di opposizione illegittimi ed impopolari in Iran e all’estero, dopo che l’occidente ha già abusato a lungo di tali tattiche di trasparente sovversione, le proteste “diffuse” che spariscono in pochi giorni non solo era probabile, ma inevitabile.

I vasti preparativi di Washington
I preparativi per il rovesciamento dell’Iran hanno ben più di un decennio e trascendono le varie amministrazioni presidenziali statunitensi, repubblicane o democratiche, compresa quella del presidente Trump e del suo predecessore Obama. La Brookings Institution, nel suo “Percorso verso la Persia: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” del 2009, tracciava ampi piani per minare e rovesciare il governo iraniano.
Capitoli del documento:
Capitolo 1: Un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare: Persuasione;
Capitolo 3: Andare in fondo: Invasione;
Capitolo 4: L’opzione Osiraq: Attacchi aerei;
Capitolo 5: Scatenare Bibi: Permettere o incoraggiare l’attacco militare israeliano;
Capitolo 6: Rivoluzione di velluto: Supportare un rivolta popolare;
Capitolo 7: Ispirare un’insurrezione: sostenere le minoranze e gruppi di opposizione iraniani;
Capitolo 8: Colpo di Stato: Sostenere un golpe militare contro il regime.
Va notato che ogni opzione fu perseguita dal 2009, sia contro l’Iran direttamente o contro la Siria nel tentativo di diffondere il conflitto oltre i confini iraniani. Ciò include l’uso da parte di Washington d’Israele per effettuare attacchi aerei sulla Siria, mentre gli Stati Uniti tentano di mantenere la plausibile negazione. In tali capitoli furono elaborati piani dettagliati per creare e sostenere organizzazioni di opposizione politica che gruppi armati islamisti; definire una serie di sanzioni economiche con cui poter fare pressione su Teheran e creare divisioni e malcontento nella popolazione iraniana; proporre metodi per attaccare militarmente l’Iran sia segretamente che apertamente, nonché possibili modi di spingere Teheran alla guerra. Il documento fu scritto poco dopo la fallita “rivoluzione verde” sostenuta dagli Stati Uniti lo stesso anno, una protesta da essi progettata, più ampia per dimensioni e durata delle ultime.

Gli Stati Uniti tentavano di stressare l’Iran in vista della sovversione
Un altro documento della RAND Corporation del 2009, intitolato “Pericoloso ma non onnipotente: esplorare portata e limiti del potere iraniano in Medio Oriente“, osservava che la politica estera dell’Iran persegue principalmente l’autodifesa. Il documento notava esplicitamente che: “La strategia dell’Iran è in gran parte difensiva, ma con alcuni elementi offensivi. La strategia dell’Iran per proteggere il regime da minacce interne, scoraggiare l’aggressione, salvaguardare la patria in caso d’aggressione ed estendere l’influenza in gran parte difensiva, anche se utile ad alcune tendenze aggressive se accoppiata ad aspirazioni regionali iraniane. È in parte una risposta a dichiarazioni e posizioni politiche degli Stati Uniti nella regione, specialmente dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. I leader iraniani prendono molto sul serio la minaccia d’invasione con l’aperta discussione negli Stati Uniti del cambio di regime, discorsi che definiscono l’Iran parte dell'”asse del male” e gli sforzi statunitensi per accedere nelle basi degli Stati circostanti l’Iran”. Il documento discute degli ampi legami dell’Iran con la Siria ed Hezbollah in Libano, nonché i crescenti legami con l’Iraq. Questi legami, secondo lo stesso documento della RAND, furono perseguiti per creare un cuscinetto nel vicino estero dell’Iran contro l’aggressione militare degli Stati Uniti. Nel 2011, gli Stati Uniti perseguivano la guerra per procura che consuma il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) con la Libia rovesciata e in rovina quell’anno, e la Siria consumata dai conflitti alimentati da terroristi stranieri armati dai Paesi confinanti come Turchia e Giordania. Il fatto che la Libia fu rovesciata prima e poi usata come trampolino di lancio per l’invasione della Siria, illustra il contesto regionale che guidò l’intervento USA-NATO in Libia. In sostanza, gli Stati Uniti attaccavano i pilastri della difesa nazionale dell’Iran nel vicino estero. Sapendo quanto Siria, Libano e Iraq siano cruciali per la strategia della difesa nazionale dell’Iran, ostacolando l’accerchiamento degli Stati Uniti e tenendone a bada gli alleati regionali, in particolare nel Golfo Persico, la destabilizzazione della regione era volta ad attirare gli iraniani in un costoso intervento regionale. Le forze iraniane diedero ampio aiuto a Siria e Iraq, anche militare diretto e indiretto, nella misura in cui, insieme a decenni di sanzioni economiche imposte all’Iran da Stati Uniti ed alleati occidentali, contribuivano alle cosiddette “proteste economiche” sostenute dagli Stati Uniti in Iran, nel tentativo di farvi leva. Gli Stati Uniti hanno truppe in diversi Stati del Golfo Persico tra cui Qatar e Bahrayn, in Iraq dall’invasione del 2003 e in Afghanistan ai confini orientali dell’Iran dal 2001. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno occupato la Siria orientale e aiutano ampiamente i gruppi armati curdi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti forniscono anche sostegno politico e segreto ai terroristi baluci nel Pakistan sudoccidentale e nell’Afghanistan occidentale. È chiaro che gli Stati Uniti continuano a circondare ulteriormente l’Iran dal 2011 sia con proprie forze, sia con fantocci impegnati nei costosi conflitti ai confini dell’Iran.

Un’opposizione lasciata intenzionalmente “Senza nome”
Nonostante i sensazionali titoli occidentali che promuovevano e tentavano di perpetuare disordini in Iran, i media occidentali furono particolarmente attenti a non identificare i gruppi politici e armati scesi nelle strade. Proprio come in Libia e Siria, dove i “manifestanti pro-democrazia” alla fine si rivelavano estremisti di note organizzazioni terroristiche, molti dei protestanti in Iran avevano origine oscure. I manifestanti in Iran invocarono gruppi di opposizione e figure nominati nel documento della Brookings del 2009 dal titolo “Trovare i fantocci giusti“. Tra questi, il Mujahedin-e Khalq (MEK), designato terroristico dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, tolto nel 2012 con l’unico scopo di consentire agli Stati Uniti di finanziare e armare apertamente il gruppo. Includeva anche la figura dell’opposizione in esilio Reza Pahlavi, figlio del detestato Shah che risiede negli Stati Uniti. La maggior parte delle notizie pro-opposizione in Iran proveniva da media apertamente finanziati dagli Stati Uniti, come la versione in lingua farsi di Voice of America del dipartimento di Stato USA e il “Centro per i diritti umani in Iran” di New York. Affermare che le recenti “proteste” iraniane erano semplicemente espressioni “spontanee” di frustrazione iraniana e non semplicemente il passo successivo della cospirazione statunitense contro Teheran, è un’assurdità che i media occidentali hanno sempre più difficoltà a spacciare presso il pubblico globale.

Il ritorno degli investimenti di Washington
Tuttavia, i disordini, uniti agli sforzi degli Stati Uniti per circondare l’Iran, hanno perlomeno fatto pressione su Teheran, costringendolo ad investire più risorse interne mentre combatte molteplici conflitti con gli Stati Uniti nella regione. Il documento del 2009 della BrookingsQuale percorso per la Persia?” afferma esplicitamente che: “Mentre l’obiettivo finale è rimuovere il regime, lavorare con l’opposizione interna potrebbe anche essere una forma di pressione coercitiva sul regime iraniano, dando agli Stati Uniti una leva su altre questioni”. Continua affermando: “In teoria, gli Stati Uniti potrebbero creare una leva coercitiva minacciando il regime d’instabilità o addirittura rovesciarlo e, dopo, usare questa leva per strappare concessioni su altre questioni come il programma nucleare iraniano o il sostegno ai militanti in Iraq”. Tuttavia, ogni volta che gli Stati Uniti tentano di usare l’opposizione finanziata dall’estero e gruppi armati per destabilizzare l’Iran, specialmente se le alternative ai dominanti media occidentali crescono, tale tattica perde credibilità, sostenibilità e quindi fattibilità. Che le recenti proteste abbiano fatto il loro corso così rapidamente nonostante l’Iran sia oberato militarmente ed economicamente da anni dai conflitti in Siria, Iraq e Yemen, illustra quanto sia insostenibile tale opzione della politica estera per gli Stati Uniti, quando la si punta contro Stati formidabili come l’Iran. Una combinazione di preparazione nella guerra delle informazioni, forze di sicurezza ben preparate e contro-proteste ben organizzate da Teheran, smussava quest’ultima sovversione sostenuta dagli Stati Uniti. La chiara impotenza di Washington verso Teheran, unita ai tentativi di rovesciare il governo siriano ed affermare l’egemonia sull’Iraq, indebolisce ulteriormente l’illusa legittimità che gli Stati Uniti tentato da decenni di costruire attorno la loro politica egemonica ed illegittima. L’ingerenza sempre più sciatta e trasparente di Washington in Iran minerà gli sforzi di quest’anno, quando Washington si prepara a destabilizzare altre nazioni, dal Sud America all’Asia sud-orientale. E con gli Stati Uniti che accusano la Russia d’intromettersi nella politica interna, si porranno ovvie domande sul motivo per cui non è accettabile che Mosca “influenzi le elezioni statunitensi”, ma sia accettabile che gli Stati Uniti attraverso organizzazioni come National Endowment for Democracy (NED) e USAID non solo influenzino apertamente le elezioni nel mondo, ma dirigano apertamente interi partiti d’opposizione da Washington DC. Il ritorno dell’investimento di Washington sui suoi ampi e finora falliti tentativi di destabilizzare e rovesciare l’Iran è davvero discutibile. L’Iran, così come altre nazioni che potrebbero essere prese di mira dagli Stati Uniti, esamineranno semplicemente questo ultimo giro di proteste e saranno meglio preparati per la prossima volta. Man mano che sempre più persone sono consapevoli delle tattiche utilizzate dalla sovversione sostenuta dagli Stati Uniti, tali tattiche diverranno meno efficaci.

Gli Stati Uniti ancora perdono in Siria e Iraq
Nel frattempo, le proteste in Iran sembrano aver avuto scarso impatto sulla precaria posizione di Washington nella vicina Siria, mentre le forze siriane continuano ad avanzare su Idlib, e lotta per giustificare la propria presenza nella regione orientale del Paese. Se Idlib viene liberata, lascerà le forze di occupazione statunitensi e turche ai margini del conflitto e della legittimità internazionale. Una guerra irregolare contro le forze turche o statunitensi in Siria potrebbe trasformare le rispettive occupazioni in conflitti insostenibili e costosi. Sarà difficile distinguere tra forze irregolari siriane, russe o iraniane ed organizzazioni terroristiche che Turchia e Stati Uniti armano e finanziano mentre contemporaneamente dicono di combattere. Proprio come il ripetuto abuso delle proteste sostenute dagli Stati Uniti gli è costato uno strumento prezioso, una volta nel suo bagaglio dei trucchi geopolitici, l’uso del terrorismo contro Stati presi di mira sembra destinato a ritorcersi contro Washington. Come tutti gli imperi decadenti nella storia umana, gli Stati Uniti non potranno semplicemente “tornare a casa”. Ci vorranno molti anni di conflitti diretti e indiretti prima che gli Stati Uniti siano completamente sradicati dalla regione MENA. Tuttavia, lo spettacolare fallimento della sovversione sostenuta dagli Stati Uniti in Iran prima di Capodanno, potrebbe essere l’ulteriore prova del declino irreversibile dell’egemonia statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Rinforzi russi in Siria, in risposta alle minacce degli Stati sponsor del terrorismo

Alessandro Lattanzio, 22/02/2018Il 21 febbraio, l’Aeronautica Russa (RVVS-VKS) schierava a sorpresa, presso la base aerea russa di Humaymim, in Siria, 2 caccia stealth Sukhoj Su-57, 4 caccia intercettori Sukhoj Su-35S, 4 aerei d’attacco Sukhoj Su-25SM e 1 aereo di primo allarme Beriev A-50U.Nel frattempo, le YPG curde consegnavano alle forze siriane i quartieri che presidiavano ad Aleppo: Shayq Maqsud, Asharafiyah, Jandul, Bustan al-Basha, Haydariyah, Haluq e Ayn al-Tal, mentre le forze di difesa popolari nazionali siriane, le NDF, innalzavano il vessillo della Repubblica Araba di Siria a Ziyarah, presso Ifrin. Altre forze paramilitari governative delle NDF si schieravano nella regione del Raju e ad Ifrin. Più di 400 combattenti delle NDF erano state schierate, finora, nel Cantone d’Ifrin per contrastare l’invasione turca. Queste forze, provenienti da Nubul e Zahra, catturavano il capo del gruppo terroristico filo-turco liwa Sultan Murad di Ifrin.L’Esercito arabo siriano inviava inoltre 500 combattenti delle milizie tribali di Dayr al-Zur e Raqqa a Damasco, a supportare l’operazione per liberare il Ghuta orientale. Erano le stesse forze che gli statunitensi avrebbero spazzato via coi loro attacchi aerei l’8 febbraio. Ennesima smentita della favola su centinaia di siriani e russi uccisi a Dayr al-Zur e dei loro propagatori. Contemporaneamente al bombardamento di preparazione sulle posizioni dei terroristi, erano in corso trattative per evacuare i terroristi di Jabhat al-Nusra e Faylaq al-Rahman e dissolvere il gruppo terroristico Jaysh al-Islam.Le operazioni nel Ghuta Orientale, attuate dalla 9.na Divisione e dalla Brigata Tigre (Quwat al-Nimr) dell’Esercito arabo siriano, suscitavano le proteste degli Stati sponsor del terrorismo presso l’ONU: gli insignificanti Svezia e Quwayt, e gli USA. Nel frattempo, i terroristi accerchiati nel Ghuta orientale sparavano 36 proiettili di mortaio sulla periferia di Damasco uccidendo 1 civile, e ferendone altri 19, vittime civili che ai finto-dirittumanitaristi taqfiro-altantisti non è mai importato nulla. Il giorno prima i terroristi avevano ucciso almeno 9 civili.