Tradimento dei chirici, gli italiani dovrebbero smettere di essere italiani e prendersi cura del loro interesse nazionale

GefiraNel 1927, Julien Benda denunciava il tradimento degli intellettuali, o il perseguimento eccessivo delle preferenze nazionaliste sui valori universali. Novant’anni dopo, i ruoli si sono invertiti. La classe intellettuale dell’occidente ha una nuova religione, la globalizzazione, ed ha abbandonato completamente le comunità native dell’occidente. Se la classe lavoratrice dell’occidente soffre o se la classe media si riduce, non importa, perché la globalizzazione ha portato “la crescita economica globale” e per il resto del mondo è meglio. Allo stesso modo, quando gli intellettuali occidentali perdono la scommesse sulla leva finanziaria nel casinò finanziario globale, e il casinò si blocca, spetta ai media occidentali “salvare il mondo” a loro spese. Un grido di orrore aumenta quando Donald Trump vuole proteggere i posti di lavoro produttivi invece di “salvare il mondo” dal cambiamento climatico. Gli occidentali non amano gli attentati islamici? Gli fa troppo male; gli investimenti provenienti dai Paesi del Golfo che sponsorizzano wahabismo e Fratellanza musulmana, come Arabia Saudita e Qatar, sono più importanti delle vite dei cittadini occidentali. La priorità sarebbe permettere ai Paesi del Golfo di finanziare moschee e centri culturali, ed assicurarsi che non siano offesi ogni volta che uno dei loro uccide cittadini occidentali. Le classi inferiori dell’occidente dovrebbero assumersi tutti i problemi derivanti dalla globalizzazione e non avere il diritto di lamentarsi; altrimenti sono ignoranti e bigotti non apprezzando la grandezza dell’universalismo.

Il futuro dell’UE: da “uniti nella diversità” a “distruggere le diversità europee”
L’articolo 2, paragrafo 3 del trattato di Lisbona recita: “L’UE rispetta la ricca diversità culturale e linguistica e assicura che il patrimonio culturale europeo sia tutelato e rafforzato”. Non è più vero. Incoraggiati dalla vittoria di Macron in Francia, gli intellettuali globalisti ora hanno bisogno di un capro espiatorio per le mancanze del loro piano. Quando la vecchia xenofobia o la minaccia immaginaria dai russi non basta a convincere i cittadini europei, allora la colpa viene posta sulle identità nazionali. In un articolo su Voxeu, il portale del Centro per la ricerca politico-economica, gli accademici Alesina, Trebbi e Tabellini identificano “il nazionalismo” quale ostacolo all’integrazione europea (l’Europa come spazio politico ottimale: nuovi risultati, CEPR 02-06-2017), precisamente il fatto che i cittadini s’identifichino con la propria comunità nazionale per via di storia, lingua e tradizioni condivise. Quindi, ciò deve finire. Gli autori indicano specificamente l’educazione come mezzo per sciogliere le identità culturali dei vari popoli europei e, quindi, la fedeltà alla comunità locale. Altrettanto importante, i politici non dovrebbero sentirsi pressati nel difendere l’interesse nazionale nelle riunioni europee: se l’euro finisce per danneggiare le economie dell’Europa meridionale, non importa, l’unità va preservata sugli interessi economici dei meridionali, impoveriti e disoccupati. Se questi ultimi vogliono sentirsi meglio, forse dovrebbero dimenticare chi sono, trasferirsi in Germania e lasciare che la loro patria affondi. Dopo tutto, è ciò che intellettuali liberali globalisti fanno: finché c’è un posto a Bruxelles, che importa di Napoli?
Se gli Stati Uniti d’America sono veramente il modello che l’integrazione europea seguirebbe, allora i cittadini europei dovrebbero prestare attenzione a quanto successo. Una rapida analisi delle elezioni statunitensi dell’anno scorso mostra, da un lato, le élite liberali nelle coste e, dall’altro, gli Stati centrali dell’uomo comune, abbandonato, deriso e poi accusato di non apprezzare un sistema che ne fa vittima regolare della globalizzazione. È davvero il modello che vogliamo costruire di “Europa unita”? Un gruppo di città isolate di burocrati, politici e intellettuali falliti completamente distaccati dalla realtà e dai problemi dell’uomo comune? Più importante, se gli accademici non solo non hanno fedeltà verso la propria comunità nazionale, ma vogliono sradicarne il senso di fedeltà, i cittadini dovrebbero ancora dargli retta nel rispondere ai propri problemi?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar e guerra valutaria mondiale

Alessandro Lattanzio, 16/6/2017Le richieste al Qatar dei vicini del GCC comprendono la cacciata dei capi di Fratelli musulmani e Hamas, la chiusura dei media al-Jazeera, Quds al-Arabi, The Huffington Post, Middle East Eye e Araby al-Jadid, dei think tank statunitensi The Brookings Institution e The Rand Corporation, che chiedevano di dare il potere ai Fratelli musulmani per ‘contenere’ l’ondata islamista nel mondo arabo, e la cacciata del caporedattore Azmi Bishara, ex-membro della Knesset fuggito da Israele nel 2007. Un alto funzionario saudita avrebbe anche detto che, “non si fermeranno finché l’emiro Tamim non si dimette, unica soluzione della crisi“. Questo è ciò che pretende da Doha una parte del GCC (Gulf Cooperation Council): Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn, sostenuta da Egitto, Giordania, Niger e Senegal; mentre il Qatar, supportato da Quwayt, Oman e Turchia, vi si oppone. L’Oman si oppone anche all’iniziativa saudita di unificare le forze armate del GCC sotto il comando militare congiunto saudita, e si è anche rifiutato di sostenere le operazioni dell’Arabia Saudita nello Yemen. L’emiro Tamim aveva anche l’appoggio della tribù dei Bani Tamim, una delle più importanti dell’Arabia Saudita e presente anche in Iraq. Dei Bani Tamim fanno parte anche le famiglie religiose più influenti del regno saudita, come gli Shayq al-Ash e gli Uthaymin.
Il caporedattore di Middle East Eye, David Hearst, uno dei media che i sauditi vogliono far bandire dal Golfo Persico, scriveva: “Il Qatar non è Gaza. Ha amici dai grandi eserciti, un Paese con una popolazione più piccola di Houston ha un fondo sovrano di 335 miliardi di dollari. È il più grande produttore di gas naturale in Medio Oriente. Ha relazioni con la Exxon“. Invece, il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman bin Jasim al-Thani, appena tornato da Mosca, dichiarava, “Il Qatar non si arrenderà mai alla pressione… e non cambierà la sua politica estera indipendente“. In risposta il ministro degli Esteri degli EAU Anwar Gargash affermava che non ci saranno “legami economici” con il Qatar, se Doha non s'”impegna in modo certo” a non finanziare più gli islamisti, altrimenti le operazioni assumeranno la forma di “embargo sul Qatar”. Inoltre, il capo della polizia degli EAU, Dhafi al-Qalfana, proponeva l’annessione del Qatar agli Emirati Arabi Uniti, giustificandola con il fatto che il Qatar era sotto l’autorità dell’emiro di Abu Dhabi prima dell’occupazione coloniale inglese. Qalfana fece arrestare 75 membri della Fratellanza musulmana con l’accusa di tentato colpo di Stato, e definì la vittoria elettorale del presidente turco Erdogan, “il peggior disastro politico per il futuro della Turchia, essendo Erdogan paragonabile all’islamista Mursi in Egitto“. Riyadh imbarcava nella sua guerra contro Doha anche sei Paesi africani: Niger, Mauritania, Senegal, Ciad, Comore e Mauritius, che ritiravano i loro ambasciatori a Doha, mentre Gibuti riduceva il personale dell’ambasciata in Qatar, visto che Doha aveva mediato la disputa di confine tra Gibuti ed Eritrea.
L’Arabia Saudita utilizzava gli ambasciatori nelle capitali africane per convincerne i presidenti a richiamare i rispettivi ambasciatori a Doha e a rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar. Infattu, Riyadh controlla il Fondo Arabo per lo Sviluppo Economico e Sociale (Fades) attivo in Africa. La Nigeria, però, si rifiutava di prendere posizione nel conflitto, assieme a Marocco, Algeria, Tunisia, Sudan e Somalia, che hanno legami diplomatici ed economici con sauditi e qatarioti. Il presidente somalo Muhamad Abdullahi Muhamad rifiutava l’offerta saudita di 80 milioni di dollari in cambio dell’interruzione totale delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Il ministro per la Pianificazione e lo sviluppo economico della Somalia, Jamal Muhamad Hasan, annunciava tuttavia che l’Arabia Saudita aveva accettato di aumentare la quota dell’Haj dalla Somalia del 25%. L’importanza strategica della Somalia per i Paesi del Golfo spiega tale accordo nonostante il rifiuto ad aderire alla campagna saudita anti-Qatar.
L’ambasciatore degli EAU negli Stati Uniti, Yusif al-Utayba, lanciava un’imponente campagna lobbistica a favore dell’azione saudita ed emiratina. Ed Royce, presidente del Comitato affari esteri del Congresso degli Stati Uniti, del partito repubblicano, avvertiva: “Se non cambia atteggiamento, il Qatar subirà sanzioni nell’ambito di un nuovo disegno di legge che presenterò per punire i sostenitori di Hamas”. Eppure, il 14 giugno, Washington e Doha firmavano l’accordo per l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15, per 12 miliardi di dollari. L’accordo fu completato dal ministro della Difesa del Qatar Qalid al-Atiyah e dall’omologo statunitense James Mattis, a Washington. Atiyah aveva detto che l’accordo sottolinea “l’impegno di lunga data del Qatar a collaborare con i nostri amici e alleati degli Stati Uniti, portando avanti la nostra cooperazione militare e una più stretta collaborazione strategica nella lotta all’estremismo violento, promuovendo pace e stabilità nella nostra regione e oltre“. Il ministro della Difesa del Qatar definiva l’accordo, “ulteriore passo nella nostra relazione su difesa e cooperazione strategica con gli Stati Uniti, e non vediamo l’ora di continuare i nostri sforzi militari congiunti con i nostri partner, qui negli Stati Uniti”. “L’accordo darà al Qatar un’avanzata capacità ed aumenterà la cooperazione per la sicurezza e l’interoperabilità tra Stati Uniti e Qatar”. Infine, 2 navi da guerra dell’US Navy giungevano a Doha per le esercitazioni congiunte con la Marina del Qatar. Secondo Abdalbari Atwan, caporedattore del quotidiano Rai al-Yum, il contratto del Qatar per l’acquisto di 20 miliardi di materiale militare dagli Stati Uniti costringerà l’Arabia Saudita a cedere sulle pretese verso Doha, “Dato che gli Stati Uniti hanno cambiato posizione sul Qatar, c’è la possibilità che Arabia Saudita ed alleati ritirino alcune loro richieste“.
Il Qatar controlla riserve di gas per oltre 25 trilioni di metri cubi, ed è il quarto produttore di gas mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran. Il gasdotto del Qatar verso Emirati Arabi Uniti e Oman fornisce a Dubai il 40% del gas che importa, mentre l’Egitto riceve dal Qatar il 60% del gas importato. Il Qatar possiede anche notevoli risorse di elio; è tra i primi quattro Paesi al mondo. Nel 2005 fu attivato l’impianto di elio di Ras Lafan che rifornisce i mercati asiatici. Il 24% dei depositi nelle banche del Qatar proviene da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Inoltre, il Qatar ospita la base aerea al-Udayd, con circa 10000 soldati statunitensi, mentre il parlamento turco decideva d’inviare presso la base turca in Qatar almeno 3000 soldati. Il vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo turco Ozturk Yilmaz, all’opposizione, avvertiva: “Sappiamo che certi Paesi vogliono rovesciare l’emiro e sostituirlo con un nuovo sovrano… Se il Qatar volesse utilizzare quelle truppe per preservare la famiglia regnante, dovremmo sostenerlo?” La posizione della Turchia è dettata da un altro fattore: i Fratelli musulmani che governano ad Ankara. La Turchia punta sul Qatar, ma se Doha dovesse riavvicinarsi all’Arabia Saudita, cosa non impossibile, la Turchia rimarrà ancor più isolata nel mondo arabo. Ma se il Qatar, alleato dei Fratelli musulmani, venisse sconfitto, la Turchia sarebbe il prossimo obiettivo di Ryadh, perciò il 14 giugno, il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu visitava Doha per mostrare il sostegno turco al Qatar, mentre lo stesso giorno, il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi si recava in Arabia Saudita per colloqui con re Salman. Anche il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr s’incontrava a Washington con il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, il 13 giugno, dichiarandosi disposto ad inviare forniture alimentari e mediche in Qatar, “se necessario”. Il Qatar confermava invece la persistenza del blocco dei collegamenti che definiva “un assedio, non un boicottaggio“. L’Oman, inoltre, mantiene aperti i propri porti ai traffici del Qatar, mentre il ministro degli Esteri della Germania Sigmar Gabriel definiva l’azione saudita, “completamente sbagliata e certamente non è la politica tedesca. Ciò potrebbe potrebbe portare a una guerra“.
A fine marzo 2017, rappresentanti di Hezbollah incontravano i capi dell’Hayat Tahrir al-Sham, finanziato dal Qatar, per accordarsi sulla liberazione dei residenti delle città sciite di Fuah e Qafraya in Siria, in cambio del permesso ai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham di lasciare le città di Madaya e Zabadani presso Damasco, spaventando Riyadh su presunti rapporti tra Doha e Teheran. Inoltre, anche l’Oman rafforzava i legami con l’Iran, svolgendo dal 2011 esercitazioni navali congiunte con la Marina iraniana. Infine, il Quwayt invitò e ricevette il presidente iraniano Hassan Rouhani, nel febbraio 2017. La possibilità che anche il Qatar si unisse a Oman e Quwayt nell’apertura verso l’Iran, minacciava la primazia dell’Arabia Saudita nel GCC. Inoltre, ad aprile scadeva la moratoria di 12 anni sullo sviluppo della parte qatariota del mega-giacimento North Field nel Golfo Persico, il cui gas naturale liquefatto (LNG) doveva essere destinato all’Unione europea attraverso un gasdotto da costruire attraverso Arabia Saudita, Siria e Turchia, in alternativa al gasdotto Iran-Iraq-Turchia; ciò portò il Qatar a suscitare ed alimentare la guerra per procura contro la Siria. Ma ora che tale guerra è fallita, il Qatar punta ai mercati asiatici, utilizzando le infrastrutture controllate dall’Iran. Se Doha tagliasse i rapporti con Teheran, si precluderebbe il mercato asiatico per il gas del giacimento North Field.
Nel 2012, l’Iran accettava lo yuan per l’acquisito dei suoi petrolio e gas, e nel 2015 accettava il rublo. “Il dollaro è la moneta di riserva mondiale solo perché il petrolio è oggi negoziato in dollari. I Paesi che cercano riserve in valuta estera tendono a guardare al dollaro proprio perché “convertibili” in petrolio. Ciò consente agli Stati Uniti di stampare quantità infinite di dollari, venendo scambiati con beni e servizi reali da altri Paesi. Questo è conosciuto come “privilegio del signoraggio”, ovvero assorbire quantità crescenti di beni e servizi da altri Paesi senza contraccambiare con qualcosa di valore equivalente. A sua volta, tale privilegio permette di finanziare la macchina militare statunitense, che oggi costa oltre 600 miliardi di dollari all’anno”. Nel 2012 la Banca Popolare cinese annunciava che non avrebbe più incrementato le proprie riserve in dollari statunitensi, e nel 2014 la Nigeria aumentava le proprie riserve valutarie in yuan dal 2% al 7%. Allo stesso tempo, la Cina avviava la valutazione dell’oro in yuan nell’ambito di ciò che il presidente della Shanghai Gold Exchange definì “internazionalizzazione dello yuan”, rendendolo convertibile in oro e aprendo la possibilità di commerciare il petrolio in oro/yuan piuttosto che in dollari cartacei. Da qui l’azione per impedire al Qatar di creare una joint venture con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG secondo prezzi basati sullo yuan/oro. Va notato che il 18 giugno iniziavano le esercitazioni navali congiunte tra Marina Militare cinese e Marina militare iraniana. La squadra cinese, comprendente il cacciatorpediniere Chang Chun, la fregata Jin Zhou e la nave da rifornimento Chao Hu, partecipava con navi iraniane alle esercitazioni nello stretto di Hormuz, tra Golfo Persico e Golfo di Oman, volte a “rafforzare le relazioni amichevoli tra Teheran e Pechino e a promuoverne la collaborazione marittima“. Dallo stretto di Hormuz passa un terzo del traffico di petroliere del mondo.
Nel frattempo, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi chiedeva di allargare il boicottaggio del Qatar alla Turchia durante la riunione con re Hamad Bin Isa al-Qalifa del Bahrayn. La Turchia e il Qatar sostengono la Fratellanza musulmana che aveva governato brevemente e in modo controverso l’Egitto con il presidente Mursi, nel 2012-2013. La Fratellanza musulmana oggi è vietata in Egitto. Qatar e Turchia s’inserirono negli affari interni dell’Egitto finanziando e sostenendo il regime dei Fratelli musulmani, profondamente odiato in Egitto.Fonti:
Cameroon Voice
FNA
Covert Geopolitics
Covert Geopolitics
Global Research
Mondialisation
NEO
Russian Council
Russian Council
SCF
The Duran
Zerohedge

Come la Casa Bianca volge in farsa

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 16/6/2017Trump fa un ottimo lavoro sparandosi ai piedi, in testa e, probabilmente, nella bocca aperta. Se credo ancora di aver fatto la giusta cosa votandolo e sollecitando altri a fare lo stesso, lo feci per paura che l’alternativa, insoddisfazione, malumore e collera di Hillary Clinton, fosse assai peggio. Avevo ragione? Certamente quando penso al mio interesse principale, la Siria. Ma, vedendo le cose in modo corretto, dobbiamo turarci il naso e guardare Trump, giorno dopo giorno, agire secondo un copione scritto da Oscar Wilde, diretto da John Waters e prodotto da Mel Brooks. Questa è la Casa Bianca come “objet de dedain”, un racconto in evoluzione di un buffone patentato, non meno famoso di Emmett Kelly, la cui ricchezza ereditaria l’ha portato ad ingaggiarsi nella televisione “reality” dove mostrava “machismo” licenziando persone per qualità come sciatteria, sconsideratezza, logorrea o semplicemente allegra stupidità, tutte caratteristiche che ha chiaramente adottato in un mondo chiuso e popolato da sicofanti e ratti di fogna.
Che fare con il generale Mike Flynn? Perché licenziarlo! Intrigava con i russi e mentiva all’immacolato vicepresidente Mike Pence, la cui moglie dalla testa immersa nella bibbia può confidare nel fatto che il marito, che è solo uno che respira alla Casa Bianca, non siederà con nessuna donna a meno che non sia presente. Questo, apparentemente, impedisce che la sessualità illimitata e l’irresistibile virilità lo scatenino svergognando e accusando d’ipocrisia la buona scuderia di famiglia. Ad oggi nessuno sa veramente che cosa abbia fatto Flynn e non lo dirà se il Congresso non gli darà l’immunità. Altra classe.
Che fare con Jim Comey, uomo molto più rispettabile di Mike Pence? Perché licenziarlo! Non avrebbe accolto il suggerimento di Trump e dare a Flynn un “pass” sulla questione di questi fastidiosi legami con i russi. Trump, agendo da “padrino”, ha ordinato a tutti gli invitati di uscire dalla stanza della Casa Bianca, incluso il procuratore generale, il consigliori Jeff Sessions, che effettivamente faceva del suo meglio aspettando che Trump, alias “Mister Dodo”, facesse qualcosa per spararsi sui piedi. Pensando alla Trilogia del Padrino, Donald Trump è come “Fredo” o Luca Brazzi.
E quando Steve Bannon, che personalmente ha portato alla vittoria Trump su Madame Serpente, ostacolava il genero assolutamente incapace di Trump, l’ebreo osservante Jared Kushner, lo licenziò usando ancora la scusa di avere scettici coccodrillati come i vostri: roteando i bulbi oculari con totale convinzione. Proprio così, il signor Bannon, che non è un appassionato sionista, si oppose al negatore di Cristo, principe germano-polacco-russo e marito della “gentile”, venendo gettato in una condizione tale da chiedere pietà al Patriarca Trump. Bannon è un pagano indesiderato e questa è la televisione prodotta da Cecil B. DeMille.
E quando Sally Yates, la Procuratrice Generale di allora, rifiutò di far valere l’ordine di Trump di bandire tutti i viaggiatori di sette Paesi musulmani, anche lei fu licenziata. Ciò che molti non sanno è che investigava pure lei Mike Flynn. La stessa maledizione che siede in cima ad ogni dissacratore di Assad, che evidentemente accompagna chiunque turbi il buon nome di Donald Drump.
Dopo aver licenziato tutti gli agenti di Obama, con un’azione alla Stalin, s’incontrò con l’avvocato generale del Distretto meridionale di New York, “il più degno dei gentiluomini orientali”, l’avatar di Shiva, il bigotto di Goa, l’illustre Preet Bharara e l’implorò di rimanere; questo solo per rompergli il cesto dei cobra quando fu licenziato casualmente pochi giorni dopo, lasciandolo suonare il flauto sotto il lungomare di Coney Island.
E poi, naturalmente, la promettente promessa di non più intromettersi negli affari interni altrui. Perché parole come “isolazionismo” e “naturalismo” furono bandite dalla stampa confermando che i giorni dell’eccezionalismo statunitense erano finiti. Sarebbe stato amico di Assad dato che il presidente siriano combatte lo SIIL, e di Putin che rispettava; si sarebbe sbarazzato NATO e membri; uscito dal trattato del Pacifico; promesso di andare contro la Cina per manipolazione della moneta. Promise di vendicarsi delle politiche commerciali ed industriali egoistiche del Giappone. Avrebbe castigato la “Schlampe” preferita della Germania; costruito un muro tra Stati Uniti e Messico; reintrodotto i combustibili fossili che aumentano l’inquinamento per garantirsi un più rapido arrivo dell’Armageddon; negato senza sosta l’effetto serra e il riscaldamento globale; promesso di annullare l’Obamacare e di sostituirlo con qualcosa di migliore, e non riesce nemmeno ad avere Reince Priebus a sostenerlo con una faccia compita (qualunque fosse il piano di Trump). Le molteplici dichiarazioni e promesse esprimono gli aspetti più lamentevoli di New York: esibizione, volgarità, ostentazione, esagerazione, casinismo…Priebus, qui rigirarsi per rispondere sul perché il suo principale agisce come un Drago di Komodo ai barbiturici, figlio di padre tedesco e madre greca, nato nel Sudan. Sarà presto licenziato. Divertente, non sembra sudanese.

Bene, gente, l’affetto per il Dottor Assad sembra svanito e, in ogni caso, non rispettato. Trump è così impegnato a mantenere la carica che ha ceduto ogni responsabilità sulla Siria agli stessi neo-con traditori e agenti sionisti che infestavano il regime di Obama. E, per quanto evitare di ficcanasare negli affari interni all’estero, ha aumentato le forze statunitensi nella Giordania compradora; ha ordinato di aumentare le truppe in Afghanistan dopo 15 anni di pestaggi con le popolazioni del Paese; aumentato il coinvolgimento nella guerra genocida dell’Arabia Saudita nello Yemen; inviato altre truppe statunitensi alle frontiere russe solo per assicurarsi che Vlad non abbia l’idea d’invadere lo stesso continente di cui Trump aborriva prima. E tutto questo mentre la storia chiarisce che la Russia fu invasa, dalla Francia di Napoleone e dalla Germania di Hitler; e che non ha invaso l’Europa a prescindere da ciò che si possa pensare degli alleati vittoriosi che nel secondo dopoguerra si divisero il mondo. Non ci ha impiegato molto il segretario di Stato ed ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil a sputare finalmente lo stesso mantra noioso sulla longevità del Dottor Assad a Damasco. “No, deve andarsene”. Sbadiglio. In tutte le conversazioni che ho avuto negli ultimi 6 mesi in bar, caffè, parchi, ovunque, la gente è indifferente all’esistenza della Siria e del suo Presidente, o è stupite dagli Stati Uniti che sostengono i terroristi che lo combattono. Sembra che la stessa demonizzazione continui negli Stati Uniti di Trump, è come se il regime di Trump affronti questioni che interessano a nessuno e il programma si auto-rigeneri ogni giorno con prevedibilità robotica e con la stessa coerenza dei batteri. Dato che non ha ancora nominato un giudice federale diverso da un Gorsuch alla Corte Suprema, come ci si può aspettare da qualcuno che si occupa di trivialità insulse come le perseverante falsità nei media. Attacca i media su come lo considerano, ma non ha mai affrontato il continuo ciarpame emanato dalle macchine della menzogna aziendali su una costellazione di soggetti.
Con la Russia, Trump è impacciato nel sottolineare il suo rispetto per Putin. Partito Democratico e sostenitori lo spingerebbero ad assaltarlo in tutto il mondo per danneggiare ulteriormente il presidente. Se pensate, come me, che Jared Kushner, un attivo “katsa” del Mossad, è il più grande colpo sionista da Jonathan Pollard, immaginate come i media agognano annunciare il colpo del neo-KGB piazzato alla Casa Bianca. Una spia degna del titolo di Candidato Manciuriano. E, ulteriore orrore, sembra che il segretario alla Difesa, Cane Pazzo Mattis, sia infettato dalla rabbia! Partecipava a un piano per creare forze terroristiche a nord del confine giordano per combattere suppostamente lo SIIL. Ma, l’evidenza contraria è straordinaria. Lo SIIL riceve aiuti logistico, materiale e finanziario dagli Stati Uniti. In ogni caso, quando l’Esercito arabo siriano era sul punto di atterrare i cannibali supportati dai turchi, Stati Uniti ed alleati l’impedirono bombardando le nostre forze ad al-Tharda e ad est di al-Tanaf, tra l’altro. Abbiamo riportato numerose volte la curiosa avventura dei gestori inglesi che davano ordini ad individui rivelatisi ratti di SIIL e al-Qaida mentre attaccavano le forze governative. La pretesa anglo-franco-statunitense di combattere il terrorismo è stata promossa da farsa a Grand Guignol. I media statunitensi hanno presentato la liberazione di Aleppo non come vittoria di un popolo sovrano sulla tirannia, ma come avvento di qualcosa di peggio dello SIIL. Ogni volta che i media sono colti mentire, si rifiutano di ammetterlo. Non c’è mai una correzione presso NYT, WP o WSJ, non quando si tratta della loro propaganda sulla Siria. Mentre i media traggono acqua da sordide sentine, continuano ad esaurirsi praticando ciò che nemmeno i cani proverbialmente fanno, rotolarsi a terra come se verità e fattualità siano principi applicabili solo alla fisica, come se l’umanità non possa trarre profitto da integrità, onestà o gentilezza. I media collusi con l’agonia del popolo siriano si comportano come se la pena sia meritevole esclusivamente per deboli, poveri e profughi, mentre i ricchi nello Stato profondo si rilassano in un bagno solare di impunità, invincibilità e soggezione.
I sondaggi su Trump si allineano a quelli su Hollande in Francia. Nonostante i sospetti che gli statunitensi possano avere riguardo la goffaggine del loro capo (per molti è un idiota saggio, per altri è solo un idiota), non sono apparentemente molto preoccupati dalle sciocche politiche che segue nel Vicino Oriente. I media avanzano un programma contro di lui che ne riflette l’agenda sionista. Trump viene battuto dai media liberali, e anche in una certa misura dai cosiddetti media “conservatori” come Fox News, solo per estorcergli concessioni, e non finiranno finché non si piegherà e consegnerà il governo degli Stati Uniti al complesso sionista-militare-industriale per fare ciò che ritiene appropriato per se e l’Abominevole Stato dell’Apartheid. Trump è facile da manipolare; a soli 6 mesi del suo primo (e ultimo) mandato, lotta per evitare un’indagine inquietante sul fatto che sia o meno la talpa del Cremlino nella Casa Bianca. La sua campagna era vittoriosa perché i russi lo vollero? Tale narrazione è così sconfortante che quasi domina la questione se il popolo statunitense, da sé, sia solo il pubblico di una stupida sit-com destinata ad essere annullata. Mentre tale sfizioso casino favorisce la compromessa stampa statunitense, il Pentagono, evidentemente ricevendo carta bianca, alza la posta in una guerra che tutti i generali statunitensi sanno di non poter vincere. I lanciarazzi HIMARS avvistati tra i numerosi gruppi terroristici che oggi gli USA sponsorizzano a nord del confine giordano. L’Iran, deciso a finirla con la sceneggiata di Washington sulla Siria, invia centinaia di truppe nella zona, armate di armi nuove e migliori. La Russia ha avvertito gli Stati Uniti sui razzi che descrive, in “termini diplomatici”, “inutili”. Mentre il popolo statunitense è ipnotizzato da un panorama televisivo blando, mediocre e inconsistente in cui il nostro presidente è a capo di ogni trucco miserabile, Stati Uniti e Russia si avvicinano al momento cruciale che potrebbe porre fine alla civiltà e al Super Bowl come li conosciamo.
Mentre il mondo di Trump gli si sbriciola attorno; mentre gli assai atipici abitati musulmani di Londra vanno in fiamme; mentre l’Europa cozza con la brutta realtà dei terroristi che ritornano dopo essere stati addestrati da tizi in rosa in Siria, Iraq e Turchia; mentre le aziende dei trasporti in Francia guardano attentamente chi vuole affittare un veicolo solo per spiaccicare i comodi e obesi borghesi liberali che passeggiano piacevolmente su e giù per i lungomare, baciandosi, in Francia, cantando la Marsigliese come un coro di castrati; mentre Trump persiste nel voler nominare i più incapaci nei posti di comando; oggi il figlio, il pianificatore di nozze Eric, è stato nominato capo dell’Housing and Urban Development anche se non ha mai vissuto in una casa (he-he) e ancor meno in un ambiente urbano; mentre gli alienati sostenitori di Bernie bramano il sangue repubblicano nelle partite di baseball di beneficenza; e mentre i kardashiani continuano ad arricchire il mondo con la loro inutile inutilità, le truppe statunitensi ad al-Tanaf, in Siria, perdono il controllo dello sfintere aspettando solo che la Resistenza libanese avvii la guerra contro il Regno del Terrore d’America. Le truppe giordane hanno appena ucciso 5 civili che cercavano di avvicinarsi alle loro posizioni dalla città di confine siriana. I giordani hanno semplicemente aperto il fuoco pensando che fossero attentatori suicidi addestrati dagli stessi statunitensi. Gli ordini sono semplici: prima spara, poi fai le domande. È una strategia vincente. Gli Stati Uniti l’usano da 2 secoli.
Quindi cosa fanno gli statunitensi ora che l’autostrada Baghdad-Damasco è sicura? Possono andare a nord? No. Non è possibile. E, fa così caldo lì. Non quanto alla Casa Bianca, probabilmente avete pensato. Beh, se non riuscite a sopportare il caldo, uscite dalla cucina. Giusto?… Che farsa! Mueller sta sniffando intorno al cordone sanitario alzato e solitario di Trump, come un segugio. Il presidente viene inghiottito da uno staff di idioti, incapaci e sprovveduti. Non ha possibilità. Ma la banda suona. La registrazione delle risate non si ferma. Questa sit-com non finirà bene. Non vorrei rivederla.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una guerra solitaria

Abdur Rauf Yousafzai, TFT, 14 ottobre 2016Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica Afghana, fu ucciso nel 1996 dai taliban. Abdur Rauf Yousafzai incontra in Pakistan chi l’ha conosciuto e ne ritiene le idee attuali.

Il Dottor Mohammad Najibullah e suo fratello Shahpur Ahmadzai furono uccisi dai taliban il 26 settembre 1996 nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. I corpi furono trascinati per le strade e impiccati nella piazza principale di Kabul dai taliban. L’uomo può essere morto, ma le sue idee e soluzioni al conflitto afghano mantengono una rilevanza, almeno per alcuni. Considerate ad esempio che l’ingegnere Gulbuddin Hekmatyar, capo dell’Hizb-e-Islami afghano, ha fatto ciò che rifiutò 26 anni fa, quando il Dr. Najibullah avanzò la ‘politica nazionale di riconciliazione’. Subito dopo aver assunto l’ufficio di presidenza a fine novembre 1987, il Dottor Najibullah non solo sviluppò un piano per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan, ma annunciò la politica nazionale di riconciliazione che offriva accordi di condivisione del potere con i capi mujahidin afghani. Recentemente Gulbuddin Hekmatyar ha firmato un accordo di pace con il governo del dottor Ashraf Ghani, simile a quello offerto dal Dottor Najib subito dopo aver assunto la carica di Segretario Generale dell’ex-Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) del novembre 1986.
Mian Iftikhar Hussain, ex-ministro dell’Informazione della provincia Khyber-Pakhtunkhwa del Pakistan e autentico muro contro il Taliban Tehrik Pakistan (TTP), incontrò molte volte il presidente comunista afgano. Mian Iftikhar condivide l’esperienza dei suoi incontri con il dottor Najib: “Ricordo alcune mie riunioni con il Dottor Najib per la 77.ma giornata dell’Indipendenza dell’Afghanistan. Ero a Kabul. Il leader nazionalista pakistano Wali Khan e il Dottor Najib tornavano da Mosca ed io ero in coda con coloro che si erano riuniti per riceverli. Quando Wali Khan mi vide, sorrise e disse a Najib: “A Mosca gli studenti chiedevano di questo ragazzo!” “Najib mi disse che quattro giorni dopo mi avrebbe chiamato per una riunione. Najib era un leader nazionalista intellettuale e aperto, ispirato dalla tradizione politica di Bacha Khan e Wali Khan”. Mian Iftikhar prosegue: “C’era un bellissimo palazzo presidenziale nel cuore di Kabul, ma il Dottor Sahib viveva in una casa molto piccola. Un giorno c’invitò a cena. Tutti fummo stupiti quando vedemmo che viveva in una casa molto semplice e piccola. Sentì i suoi discorsi, la sua personalità era strabiliante e ogni volta che pronunciava un discorso, la sua voce era tonante!
Najib, per alcuni in Afghanistan “simbolo della pace”, iniziò la carriera politica quando era studente. La sua visione del mondo s’incentrava su socialismo, comunismo e umanesimo. Iftikhar narra che alla fine di una notte, Najib venne nel suo appartamento per una visita. “Era inverno e il Dottor Sahib era avvolto in un chadar di Pakhtun (mantello). Dissi al presidente che non era il momento di viaggiare così. Il coraggioso presidente rispose: “Questa è la mia patria Haywad e voglio far sapere ai terroristi che sono pronto a sacrificare la vita”. Il Dottor Najib era, per me almeno, un visionario e poteva riunire persone dei vari gruppi nazionali ed etnici in Afghanistan, e la storia mostra che dopo di lui l’Afghanistan non ha prodotto una personalità così ampiamente accettata politicamente.
Za da watan, giorno watan zma
Za da watan da para sar Qurbanwoma
(Nato fuori dalla mia terra
Sacrifico la mia vita per la mia terra)
Il Dottor Sahib mi recitò questo verso per un po’ di tempo dimostrandomi di essere ben consapevole delle conseguenze nel contrastare gli interessi della guerra fredda statunitense“. Anche oggi, Mian Iftikhar Hussain continua ad invitare l’ONU ad indagare sull’omicidio di Najib, un uomo che considera un grande leader. Per alcuni, il fatto che l’ultimo rifugio di Najib fosse in una sede delle Nazioni Unite e che i taliban lo trascinassero dopo la morte, pone almeno parte della responsabilità della morte anche sulle Nazioni Unite. Mian Iftikhar infatti insiste: “La storia ripeterà più volte che anche l’ONU è responsabile del suo omicidio. Il dottor Najib fu ucciso e l’umiliazione del suo cadavere fu un messaggio a tutti i nazionalisti progressisti su entrambi i lati della linea Durand, terrorizzare i seguaci della filosofia di Bacha Khan”.
Ameen Jan, oggi leader del Partito dei Lavoratori Awami (AWP) del Pakistan, fu esiliato a Kabul durante il regime militare pro-occidentale di Zia-ul-Haq. Durante il suo soggiorno a Kabul incontrò molte volte l’ultimo presidente comunista afghano. Riassume l’esperienza con Najib durante il suo esilio così: “Incontrai il Dottor Sahib prima della presidenza, ma era anche allora potente. Mi chiamò alcune volte dopo aver giurato da presidente. Era molto chiaro nella sua visione e nella sua politica, voleva vedere un Afghanistan pacifico, moderno, istruito e prospero e avere rapporti stretti e cordiali con tutti i vicini. Trascorsi molti anni in Afghanistan e osservai attentamente il governo del PDPA. Mi sembrava la migliore ideologia per opporsi all’imperialismo…” Come Mian Iftikhar Hussain, Ameen Jan testimonia anche l’amore di Najib per la poesia in pashtu e in generale. Ameen Jan ricorda che Najib spesso si lamentava della situazione con il seguente versetto:
Pa Lara zam tola shrangeegam
Sta da tuhmat zanzeer pa ghara garzwoma
(Andando per strada, produco il suono del jingling
Porto la catena del tuo male intorno al mio collo)
Ameen Jan continua a presentare la sua analisi sul ruolo di Najib negli anni ’80: “Durante la guerra fredda, Pakistan ed Afghanistan facevano parte di campi globali opposti e il Jamaat-e-Islami e le altre forze di destra fecero propaganda contro ciò che definivano “comunismo ateo”. Ironia della sorte, questi partiti sostenevano l’amicizia Pakistan-Cina, sapendo benissimo che per la loro logica la leadership cinese era almeno “ateistica” e “senza dio” quanto quella dell’Unione Sovietica. Fu argomentato dai simpatizzanti del regime PDPA filo-Mosca a Kabul che gran parte del sentimento anticomunista che spinse la ‘jihad’ in Afghanistan fu prodotto dalla confluenza di interessi tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed élites pakistane. Al suo tempo, Najibullah era il leader indiscusso dei pakhtun progressisti su entrambi i lati della linea Durand, guadagnandosi l’inimicizia di molti potenti. Najib era ben consapevole della prospettiva di una morte prossima e una volta mi disse: “Nei prossimi giorni il mondo sarà testimone di un bagno di sangue in questa regione“. Ameen Jan s’interrompe e conclude: “E sì, i russi tradirono il loro vecchio amico sincero…
Shamim Shahid, giornalista ed esperto di Afghanistan, ricordando Najibullah ne descrive la visione politica nelle seguenti parole: “Nel 1986, Mohammad Khan Chamkani fu dichiarato presidente e il Dottor Najib Segretario generale del governo del PDPA sostenuto dai sovietici in Afghanistan. Durante questo periodo, Najib dichiarò la “politica di riconciliazione nazionale”, formalmente approvata dalla tradizionale Loya Jirga, tenutasi il 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1987 a Kabul. Oltre ad approvare la politica di riconciliazione nazionale, la Loya Jirga elesse il Dr. Najibillah Presidente dell’Afghanistan. Attraverso la politica di riconciliazione nazionale, Najib dichiarò l’amnistia generale per tutti coloro impegnati nella lotta armata e nell’ostilità contro il governo. Allo stesso modo, offrì il passaggio di poteri a un governo di transizione di ampio respiro. In seguito, annunciò la disponibilità al passaggio di poteri a sette gruppi mujahideen a Peshawar, la famosa unione islamica dei mujahidin afghani (IUAM). Ma tali offerte furono respinte dai partiti afghani di Peshawar“. Shamim è del parere che alcuni partiti mujahidin, i gruppi “moderati” come Fronte Nazionale di Liberazione guidato da Sibghatullah Mujaddadi, Fronte Islamico Nazionale di Pir Syed Ahmad Gillani e Harakat e-Islami Afghanistan di Maulvi Nabi Mohammadi non respinsero né accettarono pubblicamente le idee del Dr. Najib. Ma questi tre partiti erano impotenti a causa della dura posizione dei restanti quattro partiti. Oltre all’Hezbati e-Islami dell’Afghanistan (HIA) di Hekmatyar, l’Afganistan Jamiat Islami del prof. Burhanuddin Rabbani e l’Ittehad e-Islami di Abdul Rab Sayaf decisero una linea particolarmente dura verso il regime PDPA. In tale contesto, giunse l’Accordo di Ginevra, concordando il calendario per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan. Il primo ministro Mohammad Khan Junejo gestiva gli affari del Pakistan. Si ritiene che il premier Junejo, senza il consenso del presidente Zia-ul-Haq, inviò il ministro degli Esteri Zain Noorani a firmare l’accordo di Ginevra. Wakeel Ahmad, ministro degli Esteri dell’Afghanistan, fu il secondo firmatario, garanti URSS e USA. Shamim dice: “Al suo apice, la politica di riconciliazione di Najib gli portò una notevole popolarità in Afghanistan. Ma alla fine del 1988, il governo di Zia e l’Arabia Saudita sponsorizzarono la riunione della shura dell’IUAM a Peshawar che elesse un governo parallelo con il prof. Sibghatullah Mujaddadi presidente e Rasool Sayaf primo ministro. La prima riunione del governo afghano in esilio, dominato dai mujahidin, fu organizzata in grotte montuose sul confine Pakistan-Afghanistan, nella provincia di Khost, nel gennaio del 1989. Squadre dei media da tutto il mondo arrivarono per seguire l’evento, ricorda Shamim. Poi, il ministro della Difesa Shah Nawaz Tanai, insieme al ministro degli Interni Syed Mohammad Gulabzai e al generale Abdul Qadir, con il sostegno dei mujahidin, tentarono il colpo di Stato contro il governo di Najib a Kabul. Il colpo fu sventato e Tanai con i suoi aiutanti fuggì in Pakistan con l’aiuto dei sostenitori di Hekmatyar”. Shamim ricorda che Najib rimase imperturbato: “Nonostante avesse affrontato e sventato un colpo di Stato ben organizzato contro di lui, Najibullah rimase fermo nell’impegno verso la riconciliazione nazionale. Dopo aver sventato il colpo di Stato, il dottor Najib visitò varie province e città dove affrontò le tradizionali jirga e organizzò la tradizionale Loya Jirga del 1990, che annunciò la fine delle politiche comuniste della sua amministrazione. Il PDPA fu rinominato Hezb e-Watan. Nei suoi discorsi alla jirga e ai suoi delegati, il Dottor Najib aveva nuovamente detto ai capi della resistenza che le potenze straniere erano riluttanti a lasciare in pace l’Afghanistan e predisse che il conflitto sarebbe continuato nella regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica!
Il 2 agosto 1990, nel suo ufficio a Kabul incontrai Najibullah, nel pieno collasso dell’Unione Sovietica. Aveva avanzato l’idea di un’alleanza e della comprensione tra le diverse nazionalità della regione, pakhtuni, punjabi, baluchi, uzbeki e tagiki, nel tentativo di por fine alle violenza con lo slogan dell’Islam e della jihad. Anche nei suoi discorsi, accusò i signori della guerra Hekmatyar, Sayaf, Rabbani e Khalis di essere consapevoli degli “elementi misteriosi” che, disse, erano decisi a fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per un’altra guerra. Il generale Dostam avviò la rivolta contro Najib per il Nauroz (21 marzo 1992) a Mazar e Sharif, che alla fine portò alla caduta di Kabul in mano alle forze di Ahmad Shah Masud e di Dostam il 16 aprile 1992. Najibullah, insieme al fratello e agli aiutanti si rifugiò nel complesso delle Nazioni Unite nella zona di Wazir Akbar Khan, mentre Kabul cadeva preda di ulteriori violenze. Doveva essere l’ultima mossa. Shamim mi disse: “Ammiro Najib per aver visto il futuro di distruzione della regione. Sapeva che questa terra sarebbe diventata un campo di battaglia per molti Paesi e che il prezzo finale sarebbe stato pagato dai popoli di Pakistan e Afghanistan“.Abdur Rauf Yousafzai è un giornalista di Peshawar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fronte anti-Siria implode

Alessandro Lattanzio, 12/6/2017Una settimana dopo la crisi che l’Arabia Saudita ha creato, imponendo un blocco al Qatar, Doha si è assicurata il sostegno di Turchia e Iran, l’appoggio di Quwayt e Oman e attratto ulteriore interesse dalla Russia. Difatti, il ministro degli Esteri del Qatar, shayq Muhamad bin Abdurahman al-Thani, si recava a Mosca dove affermava che “Qatar e Russia, principale giocatore dell’arena internazionale, hanno rapporti amichevoli“, implicando che gli USA, alleato del Qatar, non vengono consultati da Doha sulla soluzione della crisi, non avendo un ruolo internazionale. E infatti, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson telefonava al Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov subito dopo che aveva incontrato la controparte del Qatar. Al ministro degli Esteri del Qatar, Sergej Lavrov dichiarava che la Russia farà tutto ciò che può per la soluzione pacifica alla crisi, “Per ragioni di principio, non interferiamo negli affari interni di altri Stati o nelle loro relazioni. Tuttavia, non possiamo congratularci per la situazione in cui i rapporti tra i nostri partner peggiorano“. Mantenendo una posizione neutrale sulla crisi, Mosca ha il potere di mediare la crisi, al contrario di Washington schieratasi con nettezza al fianco dei sauditi. Anche l’offerta dell’Iran di inviare aiuti al Qatar avvertiva gli USA sull’evanescenza della loro presa sul Medio Oriente. L’emiro del Qatar si era già congratulato con il Presidente iraniano Hassan Rouhani per la vittoria elettorale in Iran. Nel frattempo, la 47.ma flottiglia della Marina iraniana, costituita da un cacciatorpediniere e da una nave logistica, iniziava la missione di protezione del traffico navale sul Golfo di Aden visitando l’Oman, e il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Generale Mostafa Izadi, dichiarava che “affrontiamo una guerra per procura nella regione, un nuovo inganno delle potenze arroganti contro la Repubblica islamica. Come il leader supremo della rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei ha detto, abbiamo documenti e informazioni che dimostrano il sostegno diretto dell’imperialismo statunitense a tale disgustoso male (lo SIIL) nella regione, che ha distrutto Paesi islamici e creato un’ondata di massacri e scontri“. Il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani affermava a sua volta che “Gli Stati Uniti si sono alleati con lo SIIL nella regione”, rendendo ancor più precaria la situazione degli USA nella regione.
Con tutto questo sullo sfondo, gli USA sospendevano le operazioni dei loro mercenari terroristi nel sud della Siria, spingendo i curdi separatisti delle SDF ad invocare un’alleanza con i sauditi, temendo di essere ben presto scaricati da Washington in relazione alla crisi sul Qatar. Dall’altra parte gli Stati Uniti non possono permettersi di rompere i rapporti con il Qatar, grande Stato petrolifero e gasifero che ospita la base aerea al-Udayd, la più grande degli Stati Uniti in Medio Oriente e sede del loro Comando Centrale. Di certo, l’invio di truppe turche in Qatar avrà ridimensionato le pretese dell’Arabia Saudita. Infatti, il partito di Erdogan, Giustizia e Sviluppo, è una fazione della Fratellanza musulmana finanziata dal Qatar. Sostenendo Doha, Erdogan riottiene un nuovo ruolo in Medio Oriente dopo la sconfitta in Siria: alleandosi con Fratellanza musulmana e Qatar, Erdogan ridiventa una figura temibile potendo influenzare la stabilità dell’Arabia Saudita. Ma Ankara di sicuro vedrà ritirare gli investimenti di sauditi ed emirati in Turchia. Inoltre, è certo che Mosca non correrà in suo soccorso una volta che Erdogan sprofondasse nel conflitto tra Qatar e GCC; “Se Erdogan salta nel Golfo, s’isolerà da sauditi, mondo arabo laico (che già non lo ama), Russia e Stati Uniti”.
Il piano dell’Arabia Saudita d’isolare il Qatar ed imporvi i propri obiettivi geopolitici, quindi, sta fallendo, dimostrando l’incapacità dei sauditi di stilare una strategia qualsiasi; preda di un delirio di onnipotenza, scattano in avanti ignorando le conseguenze delle proprie azioni, “La cosa più preoccupante è che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ripetono gli errori commessi quando i capi sauditi decisero la guerra allo Yemen“, dichiarava Yezid Sayigh del Carnegie Endowment for Peace International. “Non hanno una chiara strategia politica, si basano su false supposizioni, causando sempre più gravi perdite finanziarie ed umane, e oggi sono probabilmente in peggiori condizioni di sicurezza“. Infatti, la successiva svolta di 180 gradi di Trump verso la mossa saudita avrà stordito Ryadh. Soprattutto dopo che il Pentagono avrà informato Trump che la pretesa sottesa all’azione dei sauditi, ovvero che gli Stati Uniti difendessero militarmente i confini del regno dei Saud, fosse un onere folle per le forze armate statunitensi. E all’improvviso l’Arabia Saudita attenuava i toni, rendendosi conto di dover affrontare da sola gli effetti dei propri azzardi, come appunto lo schieramento di forze turche in Qatar e il rafforzarsi ulteriore della posizione regionale dell’Iran. La mossa dei Saud li ha solo portati a un altro disastro geopolitico, dopo quelli in Siria, Iraq e Yemen. L’unico ‘successo’ di Ryadh, in questa operazione avventata, è la proposta dei curdi separatisti in Siria di allearsi contro Turchia e Iran. Haji Ahmad, capo del Jaysh al-Thuar, fazione anti-siriana supportata dagli USA, sosteneva che Siria, Turchia e Iran cooperano contro le forze democratiche siriane (SDF), “La Turchia ha stabilito forti relazioni con l’Iran, nelle zone di al-Shahba, presso Aleppo, portando a una maggiore cooperazione tra il regime di Assad e la Turchia e all’apertura delle comunicazione tra di loro. È stata creata una rete d’intelligence comune che opera contro di noi, e non escludiamo che questa cooperazione aumenti di livello in futuro”. Haji Ahmad affermava inoltre che Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham, liwa Sultan Murad e liwa Sultan Salim cacciavano gli abitanti e ne confiscavano le case ad Azaz e Jarablus. “In tutti gli edifici occupati dai turchi appaiono foto di Mustafa Kamal Ataturk e scritte in turco“. E come se non bastasse, l’esercito giordano eliminava 5 terroristi che tentavano d’infiltrarsi nel territorio giordano da al-Tanaf, al confine siriano-iracheno. Le guardie di frontiera giordane si erano scontrate per 72 ore contro un convoglio di 9 automobili e 2 motociclette che cercavano di entrare nel territorio giordano dalla Siria. Negli scontri, le guardie di frontiera giordane distrussero 2 auto e 2 moto, e arrestavano 2 terroristi. Il gruppo che tentava d’infiltrarsi sarebbe appartenuto al gruppo di terroristi dell’ELS armati e finanziati dagli Stati Uniti. L’ELS aveva interrotto gli attacchi contro l’EAS negli ultimi due giorni, ad est di Suwayda, dato che per gli Stati Uniti al-Tanaf ha scarso valore, non potendovi costruire una zona d’interdizione su tutto il confine siriano-iracheno. Contemporaneamente, a nord di Aleppo, i gruppi terroristici filo-turchi liwa al-Hamzah e Primo reggimento dell’ELS si scontravano alla periferia di al-Bab, cumulando 16 terroristi uccisi. Ulteriore segno della disgregazione del fronte anti-Siria era anche l’accordo tra Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria) ed ELS per dissolvere la Divisione 13 dell’esercito libero siriano, a Marat al-Numan, a sud di Idlib. L’ELS consegnava al ‘tribunale’ di al-Qaida i terroristi della Divisione 13, tra cui il loro capo Taysir Samahi, oltre a posizioni e materiali dell’unità terroristica filo-statunitense, compresi i lanciamissili anticarro TOW consegnatigli dalla CIA.

Fonti:
Geopolitics
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South Front
South Front
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Sputnik News
The Duran
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