Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump il fantoccio, tra l’accordo iraniano e l’accordo nordcoreano

Wayne Madsen, SCF 17.05.2018

Dopo aver abrogato illegalmente la firma degli Stati Uniti sull’accordo nucleare congiunto con l’Iran, il JCPOA, Donald Trump non solo è disposto a offrire un accordo nucleare alla Repubblica popolare democratica di Corea, ma ha anche il suo segretario di Stato, Michael Pompeo, addolcisce la prospettiva con una promessa da miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture della Corea democratica. Nel frattempo, Trump è pronto a istituire sanzioni secondarie contro qualsiasi Paese, compresi i restanti firmatari del JCPOA, che continuano a fare accordi con l’Iran. L’unico Paese che trarrà vantaggio da tale politica di proliferazione nucleare statunitense sconnessa e ipocrita è Israele. E’ il governo di estrema destra del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, aiutato dalla troika miliardaria ebraico-statunitense di trafficanti d’influenza politica, Sheldon Adelson, Paul Singer e Bernard Marcus, che aveva convinto Trump a spazzare via il JCPOA. Le due nuove aggiunte di Trump al suo team nazionale per la sicurezza e la politica estera, Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, hanno a lungo sostenuto la fine del JCPOA, accusando l’Iran di violarlo. Nulla è più lontano dalla verità, come dimostrato dalle relazioni conclusive sul programma nucleare iraniano dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dall’intelligence del Mossad e dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti. Israele preannunciava la resa dei conti con l’Iran, iniziata in Siria, dove unità paramilitari iraniane e gli alleati Hezbollah furono colpiti da attacchi missilistici israeliani. Non così silenziosamente dietro gli israeliani, nel tentativo di provocare l’Iran, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn. In effetti, il Bahrayn, che ospita la Quinta Flotta della Marina USA e supervisiona la sanguinosa repressione della propria maggioranza sciita, appoggiava apertamente Israele nella resa dei conti con l’Iran nel Golan, in Siria. Il ministro degli Esteri del Bahrayn Qalid bin Ahmad al-Qalifa twittava: “Finché l’Iran cambierà la situazione attuale nell’area e sfrutterà altri Paesi usando il suo potere e i suoi missili, allora ogni Paese in questa regione, anche Israele, ha diritto di difendersi distruggendo la fonte del pericolo“. Il Bahrayn e gli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), ad eccezione dell’Oman, non hanno mostrato tanta simpatia per gli yemeniti massacrati dal genocidio progettato da sauditi ed emirati, col sostegno israeliano e statunitense.
Trump fa regredire le relazioni occidentali con l’Iran e giocando direttamente per conto degli israeliani. Mentre gli agenti d’influenza d’Israele nel dipartimento per il Controllo dei Beni Esteri del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) hanno stilato le liste di sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran, in violazione del JCPOA e, nel caso degli altri partner commerciali dell’Iran, dell’Organizzazione mondiale del commercio, Israele continua a importare segretamente petrolio iraniano da Turchia e i Paesi Bassi. Queste transazioni segrete sono gestite da Eilat-Ashkelon Pipeline Co (EAPC) e Trans-Asiatic Oil, Ltd., che acquistano petrolio dall’Iran sin dai giorni dello Shah. Il petrolio iraniano, raffinato nelle strutture israeliane di Haifa e Ashdod, arriva alle auto guidate degli israeliani tutti i giorni. Gli israeliani nascondono le loro transazioni con la National Iranian Oil Company di proprietà statale, tramite una serie di società di comodo, come la Eilat Corporation, con sede a Panama; e l’holding denominata APC Holdings, con sede a Halifax, in Nuova Scozia; e Fimarco Anstal, società di facciata iraniana a Vaduz, in Liechtenstein. In un caso piuttosto tipico di “fare come diciamo e non come facciamo”, il governo israeliano vuole che le sanzioni all’Iran si applichino a tutti i Paesi tranne Israele. Non solo Israele beneficia economicamente e politicamente delle sanzioni re-imposte sull’Iran, ma potrà raccogliere grandemente i dividendi dall’apertura delle relazioni USA con la Corea democratica. Mentre l’amministrazione Trump vuole imporre sanzioni all’Iran, che ha abbandonato il programma nucleare di concerto col JCPOA e non è mai stato nemmeno vicina a possedere armi nucleari, è disposta a gettare miliardi nello sviluppo economico della Corea democratica, se rinuncia ai propri programma di armi nucleari ed arsenale di testate nucleari. Pompeo, dopo aver incontrato i funzionari nordcoreani a Pyongyang e essersi assicurato la liberazione di tre prigionieri statunitensi in Corea democratica, in preparazione del summit di giugno a Singapore tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, dichiarava: “Se la Corea democratica intraprende azioni coraggiose per denuclearizzare rapidamente, gli Stati Uniti sono pronti a lavorare per raggiungere la prosperità alla pari dei nostri amici sudcoreani“. Se Pompeo è serio, gli Stati Uniti potrebbero investire miliardi nell’economia nordcoreana per pareggiarla con quella della Corea del Sud. Non saranno gli Stati Uniti a trarre vantaggio da un’economia mista socialista di mercato in Corea democratica, ma un altro Paese e un finto “amico” degli USA che ha intrecciato una relazione occulta con la Corea democratica da decenni: Israele. Non più vincolato dalle sanzioni internazionali imposte alla Corea democratica, saranno le compagnie israeliane, che già hanno contatti nel governo nord-coreano, ad avere potere finanziario in Corea democratica.
I legami clandestini d’Israele con la Corea democratica risalgono alle operazioni dell’Israel Corporation, che controllava Israel Aircraft Industries e Zim Israel Navigation Shipping Company. Eisenberg fu il primo israeliano a stabilire legami commerciali con la Repubblica popolare cinese, che alla fine estese a Corea democratica e Cambogia dei Khmer Rossi. Le principali esportazioni di Eisenberg in Cina e Corea democratica erano le armi. Alla fine della vita, Eisenberg si trovava più spesso a Pechino, dove morì nel 1997, che a Tel Aviv. Come per le attività petrolifere occulte d’Israele con l’Iran, le vendite di armi di Eisenberg a Cina e Corea democratica furono gestite da una società per azioni a Panama denominata United Development, Inc. Il 5 dicembre 2007, il giornale giapponese “Yomiuri Shimbun” riferì che Israele conduceva operazioni segrete con la Corea democratica nei primi anni ’90 coinvolgendo investimenti israeliani su una miniera d’oro della Corea democratica. Il giornale anche riferì che “un alto funzionario del Ministero degli Esteri israeliano ricevette una telefonata da un alto funzionario della Corea democratica, che chiese: “Ti piacerebbe tenere colloqui col marito della figlia di Kim Il-sung, Kim Kyong-hui, responsabile dello sviluppo dei missili?”” Il genero del fondatore nordcoreano Kim Il-sung era Chang Song-taek, Primo vicedirettore del Dipartimento Organizzazione e Guida del governo del Partito dei lavoratori coreani. Nel 2004 i media neozelandesi riportarono che l’agente del Mossad Zev William Barkan, alias Lev Bruckenstein, ricercato in Nuova Zelanda per aver illegalmente tentato di ottenerne dei passaporti, si presentò a Pyongyang come consigliere per la sicurezza del governo nordcoreano. Barkan e altri agenti del Mossad erano a Pyongyang per negoziare un accordo per costruire un muro di sicurezza tipo West Bank, lungo il confine con la Cina, che doveva essere dotato di rilevatori di movimento e di apparecchiature per la visione notturna fabbricati in Israele. Il popolo nordcoreano, isolato da così tanto tempo da altre nazioni, è naturalmente diffidente nei confronti degli stranieri. Perciò, il Mossad scelse di affidarsi agli agenti cristiano-evangelici sud-coreani che lavorano nel Nord, individui che potevano integrarsi nella società nordcoreana. Diversi interlocutori israeliani a Pyongyang convinsero il governo di Kim Jong-un che i coreani, come “popolo turco”, sono una delle tribù perdute d’Israele. Il concetto di autosufficienza nordcoreana “Juche” ben si combinava con la politica israeliana del “kibbutzismo”, che sottolinea anche l’autosostentamento. In realtà, gli israeliani cercavano di essere gli intermediari tra Corea democratica e Paesi che attuano sanzioni commerciali dirette contro Pyongyang, proprio come gli israeliani fanno con l’Iran, dagli accordi segreti sul petrolio all’acquisto di pistacchi, caviale e tappeti attraverso intermediari in Turchia. Israele compra annualmente 26 milioni di dollari di pistacchi iraniani, irritando l’industria del pistacchio della California. Marc Rich, sanzionatore statunitense-israeliano-belga-spagnolo-boliviano, era un importante agente del Mossad data la capacità di aggirare le sanzioni di Nazioni Unite e Stati Uniti contro certi regimi pariah, come l’Iran post-rivoluzionario, arricchendo non solo Riche, ma diversi affaristi israeliani.
Rottamando l’impegno degli USA nei confronti del JCPOA e annunciando la disponibilità ad investire miliardi nell’economia della Corea democratica, Trump, autoproclamato maestro dell'”arte degli accordi”, dimostra di essere nient’altro che un fantoccio di Netanyahu ed oligarchi israeliani che evitano le sanzioni in Israele, e finanzieri politici filo-israeliani come Adelson, Singer e Marcus.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Mision Verdad 9 maggio 2018Per cominciare, nonostante orrendi oltraggi, alti tradimenti e aspri attacchi promossi dai nemici del Chavismo, dentro e fuori il Venezuela, contro il mandato di Hugo Chávez, i tempi della presidenza di Nicolás Maduro sono stati molto più difficili. Questo soprattutto per i meccanismi del complotto e del golpe attivati, e anche perché le azioni del nemico fecero del popolo oggetto di danni diretti e collaterali.
L’assedio a pieno spettro di cui il Venezuela è oggetto è innegabile e l’attenzione del mondo vi è concentrata. L’anti-chavismo e i suoi poteri effettivi dentro e fuori il Venezuela hanno scosso la vita nazionale come mai prima d’ora, con la piena convinzione di riconquistare il potere politico nazionale. Le formule fallite contro Chávez sono portate oggi a un nuovo livello di perfezione. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il boicottaggio politico estero, i complotti diplomatici, i tentativi d’isolamento. Il Paese ha anche subito lo scontro tra poteri interni e aggressioni istituzionali dopo l’acquisizione del parlamento da parte della Tavola unita democratica (MUD) nel 2015, confronto di poteri, infiltrazioni di agenti ai vertici, come nel caso di Luisa Ortega Díaz nella giustizia e conseguente scontro istituzionale. Il Venezuela ha visto l’attivazione dei guarimbas come forme germinali di guerra paramilitare nelle città, attacchi mediatici nazionali e internazionali, propagazione del conflitto e tentativo di spingere la popolazione allo scontro civile. Il Paese fu testimone di abusi nell’economia nazionale, caos dei sistemi d’approvvigionamento e dei prezzi, attacchi alla valuta, svalutazione indotta da Colombia e Miami e caos economico propagato da fattori privati dell’economia reale; ed ora il ruolo diretto svolto dalla Casa Bianca nell’esecuzione del blocco finanziario e commerciale per soffocare l’intera nazione, all’unisono coll’annunciato intervento militare contro il nostro Paese. A questo punto domande sono necessarie: come fu possibile che anche tra tali circostanze la Rivoluzione Bolivariana sia riuscita a resistere al Governo e che oggi il Chavismo continui ad essere una realtà politica che dirige i destini nazionali? In base a quali attributi è stato possibile? Comprendete che con molti meno affanni, altre correnti della sinistra latino-americana furono rovesciate, come Manuel Zelaya, Dilma Rousseff e Fernando Lugo. E altre rivoluzioni praticamente perdute, come nel caso dell’Ecuador.

Perché il Venezuela resiste?
Resistenza e offensiva: intelligenza politica e ruolo dell’avanguardia

Una chiave per riconoscerlo è l’alto senso di coesione delle forze chaviste. Senza, il sostegno al governo Chavez, la rivoluzione come progetto politico e sociale sarebbe impossibile. In cosa consiste? L’unità consiste nel collegamento stretto e solido tra la leadership chavista e la base. Qualcosa in cui altre rivoluzioni democratiche hanno avuto grandi difficoltà. Va sempre chiesto, perché non si radicarono in Brasile pronunciamento e sostegno quando vi fu il rovesciamento di Dilma? Perché la risposta popolare fu spasmodica? Questa unità non avrebbe senso politico pratico se non fosse condotta in modo efficace ed intelligente dalla direzione chavista. La capacità che il Presidente Nicolás Maduro ha avuto, così spesso sottovalutata, e i leader che l’affiancano, ha permesso di disarmare e sottomettere l’avversario in diverse occasioni e di giocare contro molti fattori ed avversari. Il senso dell’intelligenza politica della leadership chavista è un valore costruito in anni di evoluzione. Un altro senso politico sviluppato dal chavismo è stato persistere con solidità nella propria posizione, nella Costituzione e sfruttando al massimo le risorse istituzionali per non perdere il centro di gravità politico. Le oscillazioni indotte dall’avversario furono un tentativo perenne di mettere il chavismo nel campo opposto. Un esempio di ciò fu Maduro chiedere più volte all’opposizione di dialogare, alcune volte senza successo, altre volte a discapito dei militanti. Ma ogni volta che Maduro riusciva a sedersi con la destra, ne usciva trionfante, ed essa fu sempre decimata, fratturata e divisa. Maduro dovette usare una politica intelligente e dialogante, mantenendo posizioni solide ma rendendosi minimamente strategico nel disarmare l’avversario. Ricordiamo: Maturo dall’inizio del 2017 dovette articolare a porte chiuse alcuni incontri preparatori coi capi della MUD per affrontare (e cercare di neutralizzare) ciò che poi esplose: guarimbas, assalti violenti, caos e cellule paramilitari germinali, dispiegandosi sotto i riflettori in diverse città del Paese.

L’avanguardia chavista non è solo nell’esecutivo, ma nella militanza
L’ala più incline alla violenza della MUD ne prese le redini e spinse il Paese (agli ordini dagli Stati Uniti) nel conflitto totale. Con molta perseveranza, negoziati e inviti aperti, Maduro articolò il dialogo per disattivare le violenze nel luglio 2017, senza cedere e terminando con l’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Il risultato è stato quindi una mappa elettorale che, per la tragedia della MUD, ne significò la frammentazione politica quando alcune parti inclini alla violenza decisero di disimpegnarsi dall’arena politica. Naturalmente, la MUD dialogò a metà 2017, una volta che il suo piano insurrezionale perse forza e fu smembrato tatticamente. I dispositivi di sicurezza dello Stato lo smantellarono, portando a un vicolo cieco i loro promotori, subendo una usura insostenibile. La politica intelligente di Maduro era dialogare da un lato, quando era necessario, ma dall’altro colpire quando andava fatto, usando il potere da capo di Stato, la sicurezza pubblica o invocando l’ANC. Perciò il violento assedio fu temporaneamente spezzato. Certo, il legame civico-militare trasversale del chavismo non va sottovalutato. C’è una chiara differenza tra il Venezuela e altri riferimenti della sinistra regionale. Mentre in vari Paesi i militari sono confinati in una “posizione istituzionale”, politicamente inetta, il Venezuela va nella direzione opposta. Chávez lo capì sempre e pose le basi del sostegno al governo Maduro. Ciò consiste nel dare corpo ai legami tra militari e civili, poiché è qui che risiede la genesi di Chavez come forza politica, l’insurrezione militare del 4 febbraio 1992 fu preceduta dall’insurrezione civile del 1989, nota come “el Caracazo”. Se il chavismo non avesse legami così stretti tra i due settori, avrebbe ceduto alla destabilizzazione a pochi anni dall’inizio del potere. Il chavismo ha sempre capito che l’istituzione non poteva persistere in termini formali se non ci fosse stata una rivoluzione. Pertanto, ci fu lo smantellamento delle strutture militari del Venezuela, toccando interessi sensibili e trasformando i militari in componente istituzionali col chavismo e la Costituzione del 1999.
Un altro fattore da riconoscere è che, a differenza di altre esperienze latinoamericane, il chavismo ha costituito un corpo vivente che sviluppa la politica oltre le istituzioni, e anche oltre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) come entità politica governante. Il chavismo ha creato la propria avanguardia, un tessuto politico integrato, poliedrico e molteplice, definito da ampi settori e forze sociali che hanno attuato il chavismo come realtà e soggettività politica. L’avanguardia sono coloro che costruiscono la vera politica negli spazi vitali della vita quotidiana. Donne e uomini comuni, leader di comunità e di base, organizzati nelle strutture dei Consigli Comunali, CLAP, movimenti sociali, strutture locali del PSUV, forze dei partiti alleati, movimenti sindacali, istanze di comunità, ecc. In questi spazi, la politica centrale viene replicata riproducendo le linee guida e la direzione del chavismo. Queste sono aree di lavoro per l’esecuzione di politiche pubbliche e missioni sociali. Ma sono più di questo, perché si tratta anche di stabilire in ogni spazio di lavoro un’area vitale per la difesa della rivoluzione in tutti i momenti e in tutte le circostanze, contro ogni minaccia che incomba sul processo politico chavista. Il chavismo non è composto da seguaci: è composto da militanti. Gli spazi d’avanguardia sono per la difesa della rivoluzione, nel quadro della riflessione permanente sulle principali questioni e circostanze nazionali che il Paese attraversa. Sono anche luoghi in cui la linea e le istruzioni delle istanze rivoluzionarie sono difese. Ma dove c’è anche il costante esercizio di critica e costruzione collettiva. Sono spazi in cui il senso della militanza chavista matura e si mantiene la base che gli ha permesso di sostenersi elettoralmente, ed anche di continuare ad essere la principale forza politica in Venezuela.

A titolo di conclusione
Questo breve passaggio è una minuscola recensione del futuro costruito come fenomeno politico in Venezuela negli ultimi tempi. Non esiste un unico metodo in grado di definire la persistenza del chavismo come realtà politica in Venezuela. Elementi come intelligenza, conoscenza dell’avversario, senso dell’opportunità, principio di solidità e conservazione del centro di gravità politica, legami con la base, massimo uso delle risorse e affinità identitarie, sono i fili trasversali che hanno fatto del chavismo una forza politica senza precedenti in Venezuela. Tuttavia, in questa miriade di aspetti che formano il chavismo, in un momento senza precedenti della storia, arrivano nuove definizioni. Pertanto, l’analisi di questa forza politica e delle sue qualità è lungi dall’essere conclusa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sayad Nasrallah: Siria ed alleati spezzano il prestigio dell’entità sionista

Dr. Muhamad Abdu al-Ibrahim, Syria Times, 15 maggio 2018

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sayad Hasan Nasrallah, parlava della nuova fase dello scontro tra la Resistenza e l’entità sionista in Siria, sottolineando che il momento in cui il nemico israeliano poteva colpire la Siria senza ritorsioni è finito. Sayad Nasrallah commentava l’ultimo scontro tra la Siria e l’entità sionista, quando le posizioni israeliane nel Golan occupato furono colpite da decine di razzi lanciati dai territori siriani. Le dichiarazioni del leader della Resistenza libanese si avevano durante una cerimonia organizzata da Hezbollah per il secondo anniversario del martirio del leader della Resistenza Sayad Mustafa Badradin (Zulfiqar), nel sobborgo meridionale di Bayrut (Dahiyah). Sayad Nasrallah aveva detto che l’equazione stabilita dall’entità sionista di spezzare la mano della Resistenza che colpirà il Golan occupato è finita, secondo al-Manar. In questo contesto, Sayad Nasrallah osservava che la Siria e i suoi alleati dell’Asse della Resistenza riuscivano a distruggere il prestigio dell’occupante israeliano. D’altra parte, il SG di Hezbollah avvertiva sull’intenzione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di annunciare il cosiddetto “accordo del secolo” contro la causa palestinese. Sua eminenza si scagliava contro la posizione araba ufficiale, ma invitava gli arabi a schierarsi contro il regime statunitense in Palestina. Anche Sayad Nasrallah chiedeva all’Autorità palestinese di astenersi dal firmare un accordo del genere.

“Martire Vittorioso”
Sayad Nasrallah elogiava Sayad Mustafa Badradin come uno dei comandanti che crearono la Resistenza nei primi anni. Sua eminenza sottolineava l’importanza di conoscere biografia e vittorie dei comandanti della Resistenza caduti. “I comandanti della Resistenza caduti vanno conosciuti bene e sempre ricordati”, aveva detto Sayad Nasrallah, aggiungendo: “I loro nomi vanno scritti in oro“. Il leader della Resistenza rivelava che Sayad Mustafa Badradin fu incaricato di missioni sensibili, incluso lo scontro militare con l’entità sionista. Sua eminenza aggiungeva che il comandante della Resistenza caduto era responsabile di alcuni dossier relativi alla causa palestinese e all’Iraq. “Sin dal primo giorno della crisi in Siria, Sayad Mustafa Badradin lavorò duramente per affrontare i taqfiri”, osservava Sayad Nasrallah. Nel frattempo, sua eminenza ricordava una frase di Sayad Mustafa Badradin, detta poco prima del martirio: “Non tornerei dalla Siria se non da martire o portando la bandiera della vittoria”. “Dico a Sayad Mustafa, mio caro fratello, sei tornato dalla Siria vittorioso e martire“, aveva detto Sayad Nasrallah nel secondo anniversario del martirio di Sayad Badradin.

“Stati Uniti inaffidabili”
Sayad Nasrallah commentava l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che Washington si ritirava dall’accordo nucleare tra Iran e potenze mondiali. Sua eminenza si scagliava contro gli Stati Uniti dicendo che non sono affidabili non rispettando gli accordi internazionali. “Gli Stati Uniti operano in base ai propri interessi e dell’entità sionista“. “Gli accordi internazionali che ci chiedono di rispettare e attuare… lo Stato più potente al mondo non li rispetta“, aveva detto Sayad Nasrallah. “Gli Stati Uniti non sono affidabili perché non rispettano né gli accordi internazionali né i loro alleati“. Nel frattempo, Sayad Nasrallah notava che gli Stati Uniti mentono e ricattano la Corea democratica sul suo programma nucleare.

“L’era in cui Israele colpiva la Siria senza ritorsioni è finita”
D’altra parte, Sayad Nasrallah parlava del confronto tra la Siria e l’entità sionista della settimana prima, quando le posizioni israeliane furono colpire da decine di razzi lanciati dai siriani. Il SG di Hezbollah rivelava che 55 razzi furono lanciati sulle posizioni israeliane nel Golan occupato, negando che 23 soldati siriani e combattenti fossero stati uccisi negli attacchi israeliani che seguirono l’attacco missilistico. “Tre soldati dell’Esercito arabo siriano caddero negli attacchi israeliani e le notizie su 23 combattenti martiri erano prive di fondamento“, aveva detto Sayad Nasrallah. Notò che il confronto era di grande importanza in quanto conteneva molte indicazioni. “Il nemico israeliano ha taciuto sulle perdite subite, mentre cercava di rilevare i razzi che raggiunsero Safad e Tiberiade. Grandi esplosioni furono sentite nel Golan occupato e gli israeliani in quegli insediamenti furono costretti ad andare nei rifugi“, aveva detto Sayad Nasrallah acclamando l’Esercito arabo siriano per aver respinto gli attacchi israeliani in seguito al lancio dei razzi. “Questa è solo una forma di rappresaglia alla continua aggressione israeliana contro la Siria“, aveva detto Sayad Nasrallah riferendosi al lancio dei razzi sulle posizioni israeliane. “Il messaggio è stato dato al nemico israeliano. Dice che l’era in cui colpiva la Siria impunemente è finita“. Sua eminenza notava che il nemico israeliano non mirava all’escalation, sostenendo che gli obiettivi colpiti dai sionisti erano limitati e alcuni furono evacuati prima di essere colpiti. In tale contesto, Sayad Nasrallah rivelava che i siriani e gli alleati dell’Asse della Resistenza avevano informato l’entità sionista tramite “lati internazionali” che se “attraversava le linee rosse in Siria, verranno lanciati altri missili che colpiranno in profondità Israele”. “Siamo di fronte a una nuova fase dello scontro con Israele. Il suo prestigio è frantumato“.

“Idiota… traditore”
Sayad Nasrallah commentava le osservazioni del ministro degli Esteri del Bahrayn, che affermò che l’entità sionista aveva “diritto all’autodifesa”. “Israele ha diritto all’autodifesa!! Quindi riconosci che il Golan è suo, oh idiota e traditore?!” Sayad Nasrallah disse del ministro del Bahrayn. Nel frattempo, sua eminenza si scagliava contro i tentativi sauditi di presentare giustificazioni religiose sulla cospirazione contro la Palestina. “Figure saudite hanno presentato giustificazioni religiose su ciò che hanno definito “diritto d’Israele” sulla Palestina”.

“Accordo del secolo”
Sayad Nasrallah avvertiva che nelle prossime settimane Trump pubblicherà ufficialmente il suo cosiddetto “accordo del secolo”. “Sotto tale accordo non ci saranno né al-Quds orientale, né al-Quds occidentale, e non ci sarà più diritto al ritorno per i palestinesi. Inoltre, lo Stato palestinese sarà limitato a Gaza soltanto“, avvertiva Sayad Nasrallah. Il leader della Resistenza libanese invitava la popolazione della regione ad opporsi a tale accordo, e invitava Autorità Palestinese, Organizzazione per la Liberazione della Palestina e altri partiti palestinesi ad astenersi dal firmare un accordo del genere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

PressTV, 13 maggio 2018

Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credeva che non avrebbe affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma tali attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati“. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano“. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri“, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligence militare“. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.Traduzione di Alessandro Lattanzio