Gheddafiani e LNA avanzano in Libia

Evgenij Satanovskij, VPK, 01.08.2017 – SouthFrontRecentemente l’attenzione dei media si è concentrata sulla crisi del Golfo Persico, dove l’amministrazione statunitense ha provocato un conflitto tra Arabia Saudita, EAU, Egitto ed alleati con il Qatar, ricevendo ampi ordini di armamenti da entrambe le parti e poi divenendo arbitro neutro. I media inoltre seguivano Siria e Iraq, l’imminente cambio di potere in Algeria e il confronto tra i Paesi del Corno d’Africa. Di conseguenza, i media erano completamente distratti sugli eventi in Libia. Nel frattempo, la situazione in Libia muta, colpendo non solo gli attori regionali, ma anche Stati Uniti e UE. Questo articolo descrive gli attuali eventi nel Paese basandosi sull’analisi dell’esperto dell’Istituto per il Medio Oriente A. Bystrov.

Denaro al barile
La Camera dei rappresentanti della Libia, il parlamento che si trova nell’est del Paese, annunciava recentemente la decisione di ritirarsi dall’accordo sulla formazione di una compagnia nazionale unificata (NOC) e il trasferimento dei porti petroliferi a tale ente. La decisione è stata presa dal comitato parlamentare per l’energia. In precedenza, una decisione simile fu presa dal governo temporaneo di A. Abdurahman al-Tani. I parlamentari sollecitano l’esercito a trasferire il controllo dei terminali alle istituzioni che obbediscono alle autorità dell’est. Ricordiamo che il 3 marzo la “mezzaluna” (la costa del Golfo di Sirte) subiva l’attacco massiccio dalle “Brigate di difesa di Bengasi” (BDB). Tale formazione fu creata nell’estate 2016. Il suo scopo era affrontare le autorità orientali fedeli all’Esercito Nazionale Libico (LNA), attualmente sotto il comando del Maresciallo Q. Haftar. I militanti delle BDB riuscivano ad occupare i maggiori terminali petroliferi del Paese, situati sulle coste mediterranee, Ras Lanuf e Sidra. Alla vigilia della decisione della Camera, l’LNA lanciava il contrattacco per scacciare gli islamisti dai porti. L’esercito acquisiva il controllo dei porti, senza prima stabilire a chi trasferirli. Il NOC è guidato da M. Sanala da Tripoli. L’esercito trasferì il controllo sui terminali acquisiti nel settembre 2016 alla NOC, che ha una struttura parallela a Bengasi, subordinata alle autorità orientali anche se fa parte del NOC. Così, Tobruq agiva contro i clan di Tripoli e Misurata, dove gli scontri tribali sono volti a controllare i campi petroliferi e l’esportazione dell’oro nero. Le BDB furono create con denaro del Qatar e supporto logistico di Misurata. Il loro scopo era respingere le forze di Haftar, dato che Misurata non voleva combattere contro l’esercito di Tobruq. Le loro azioni non furono respinte dal primo ministro del Governo dell’Accordo Nazionale (GNA) F. Saraj, impedendo di monopolizzare l’industria petrolifera sotto il controllo di Haftar. Ciò spiega anche l’accordo di Saraj per lo scontro armato delle tribù locali leali, volontari di Tuba e Misurata, contro l’espansione di Haftar nel Fizan. Questa è la lotta tra Parigi e Roma per assicurare il commercio dell’industria petrolifera della Libia alle società francesi o italiane. Un altro passo adottato da Saraj contro il monopolio di Haftar sui campi petroliferi era il concentramento delle operazioni d’esportazione nella NOC guidata da Sanala. I tentativi di Tobruq di lanciare le esportazioni attraverso la NOC di “Bengasi” non hanno avuto successo: nei siti internazionali la NOC Tripolitana è ufficialmente accreditata. Tobruq ha cercato di porvi fine, ma finora il risultato non è chiaro. Passato il periodo di riconciliazione tra Sanala e Saraj, ognuno ha iniziato a giocare al proprio gioco. Il premier cerca di concentrare il flusso delle esportazioni nelle proprie mani. Il decreto di Tobruq lo prova su questa controversia. Va ricordato che il 13 giugno la NOC della Libia stipulò un accordo temporaneo per riprendere le esportazioni con la società tedesca Wintershall. Ciò rafforzerebbe la posizione di Saraj. A maggio, la Libia produsse 160000 barili al giorno. Ora questa cifra è aumentata a 830000 barili. La disposizione consente l’immediata ripresa della produzione nelle aree concesse a Wintershall, NC 96 e NC 97, nella Libia orientale. Ciò consente inoltre di aumentare la produzione nei campi della stessa infrastruttura, in primo luogo Abu Afital, gestito da Malitah Oil & Gas, che produce attualmente 70000 barili. Queste azioni consentiranno alla Libia di raggiungere i livelli produttivi giornalieri di un milione di barili di petrolio nei prossimi mesi. Wintershall, che opera sul mercato libico dal 1956, è in disaccordo con la NOC sulle tariffe. NOC si riferisce all’accordo del 2010 con Wintershall, che cercava di aumentare le tariffe chiedendo a Wintershall un miliardo di dollari di arretrati. I tedeschi citano la decisione del governo libico sulla tariffa preferenziale, prevista dal vecchio accordo di concessione, che annullò le regole dell’ex-regime libico. Saraj qui affiancò i tedeschi, firmando un accordo per abbandonare le pretese della NOC. Perciò emise una risoluzione dal consiglio presidenziale a marzo, sciogliendo i poteri del ministero dei Carburanti e dell’Energia della Libia e trasferendo l’autorità dell’agenzia a compagnie libiche ed estere. Ciò causava la forte reazione di Sanala, secondo cui Saraj ha creato le condizioni affinché lui e il suo gabinetto entrassero negli accordi azionari sulle singole produzioni con tutti i principali attori del mercato. Dopo che Sanaj adottava la risoluzione, Sanala escluse Wintershall dall’oleodotto per l’esportazione, costringendola a chiudere la produzione. Riteneva che la prerogativa di creare relazioni contrattuali appartenga a un organismo indipendente, il che significa che la produzione di petrolio rientra nella sfera economica e non politica. Tutto ciò complica i piani del governo per aumentare la produzione e l’esportazione di petrolio. Gli esperti ritengono che tale accordo interinale obbligherà i capi di GNA e NOC al compromesso. Ma sembra che Tobruq lavori attivamente alla creazione di strumenti alternativi per estrazione ed esportazione degli idrocarburi.Cigno, cancro e picco libici
L’LNA combatte gli estremisti di Bengasi, tra cui i militanti dello Stato islamico (SIIL) e le formazioni associate ad al-Qaida (entrambe le organizzazioni sono vietate in Russia). Da metà novembre 2016, l’esercito ha attaccato le regioni occidentali e si concentra sulla rimozione degli estremisti dalle fortezze del nord. Ufficialmente Bengasi è stata liberata dagli islamisti sei mesi fa, secondo le dichiarazioni di Haftar che, come risulta, non sono vere. Lo stesso vale per il resto della Libia. I discorsi dei politici locali si basano sulla speranza di ricevere ulteriori finanziamenti da sponsor esteri e, di regola, si basano anche sugli accordi con le tribù locali. Nel frattempo, gli sceicchi di queste tribù cambiano spesso parere, a seconda di chi paga di più la loro lealtà. L’unico fattore che influenza tale lealtà a lungo termine è la minaccia di distruggergli la tribù. Questo è il caso del Fizan, che ha subito pesanti incursioni aeree dall’aeronautica di Haftar (più precisamente dagli aerei militari degli EAU pilotati da mercenari statunitensi) sulle tribù Tuba. Ciò spinse i loro sceicchi a riflettere se fosse corretto sostenere il piano italiano dell’accordo di Roma e se fosse corretto opporsi a Tobruq. Tuttavia, ci sono pochi aerei e molte tribù. Ciò significa che la prima causa dell’instabilità in Libia è l’incapacità di una qualsiasi forza d’infliggere una sconfitta militare decisiva agli avversari. Sembra che combattano su una trapunta fatta di varie pezze, le varie tribù con sempre nuove preferenze politiche dai loro sceicchi. La seconda ragione, i deboli sponsor delle forze politiche e dei clan in Libia. Oggi esistono diversi operatori esteri attivi in Libia che tirano il Paese in direzioni diverse. L’alleanza tra Emirati Arabi Uniti, Egitto e fino a poco prima Francia, puntava sulle forze armate di Tobruq, cioè Haftar. Il sostegno finanziario e tecnico di queste formazioni (“Blackwater”, forze aeree degli EAU, forze speciali egiziane e francesi, sponsorizzazione degli EAU nell’acquisto di armi e munizioni in Bielorussia) s’è rivelato insufficiente per dare potere e il monopolio politico ad Haftar, non solo in Libia ma anche nell’est del Paese (l'”oasi islamista” di Derna) e nella regione della “mezzaluna”. Le conseguenze imprevedibili sono la debolezza militare di Haftar e la riluttanza dei suoi sostenitori esteri a partecipare apertamente ai combattimenti. Le forze speciali francesi ed egiziane conducono operazioni molto limitate. Per controllare gli sceicchi, gli sponsor di Haftar devono fare pressioni armate di continuo. Tali pressioni irriterebbero la comunità internazionale e danneggiano la reputazione di Tobruq, facendola sembrare l’agente di fazioni estere. Ciò pregiudica la legittimità di Haftar agli occhi della popolazione. Tuttavia, le forze dell’opposizione in Libia sono armate dai loro sponsor. Lo slogan “La Libia non tollererà interferenze straniere”, fu lanciato dal Qatar per proteggere i suoi alleati, i clan di Misurata e Tripoli, dall’intervento estero su larga scala. Questo è il secondo centro di potere in Libia, abbastanza chiaro. Ma né Qatar né i suoi alleati hanno la forza o la capacità di partecipare apertamente alle operazioni militari per sostenere i gruppi fedeli. Il terzo centro di potere è il governo di accordo nazionale di Saraj. Non ha capacità militari, ma è riconosciuto internazionalmente e gode del sostegno di Roma. Ciò fu dimostrato a metà giugno quando Saraj e il “secondo uomo” del suo consiglio presidenziale, A. Maytigi, si recarono a Bruxelles incontrandosi con A. Alfano, ministro degli Esteri italiano e, attraverso i lobbisti di Roma a Bruxelles, con F. Mogherini, coordinatrice delle attività internazionali dell’UE, e con il presidente del Parlamento europeo A. Tajani. Furono organizzati anche incontri con il segretario generale della NATO J. Stoltenberg e il presidente della Commissione europea J. C. Junker. Questo viaggio fu la dimostrazione del sostegno di Bruxelles a Saraj e alle sue strutture, opponendosi a Tobruq e Haftar. La mancanza di coordinamento tra i soggetti esteri (nell’UE fra italiani e francesi) è una delle ragioni principali per cui in Libia rimane un vuoto di potere.

La “roadmap” esclusiva
A metà luglio, Saraj propose una nuova “roadmap” per superare la crisi. Il piano prevede elezioni presidenziali e parlamentari generali nel marzo 2018, la cessazione di tutte le operazioni militari tranne la lotta al terrorismo e un progetto per costituire comitati congiunti della Camera dei Rappresentanti (Parlamento unicamerale) e del Consiglio di Stato per iniziare l’integrazione delle istituzioni statali separate, ed ha l’intenzione di creare il Consiglio Superiore della Riconciliazione Nazionale, d’istituire comitati di riconciliazione tra le città e studiare i meccanismi che introducano giustizia di transizione, riparazioni e amnistia generale. Si ricordi che dopo i colloqui del 2 maggio a Abu Dhabi tra Saraj e il comandante dell’Esercito nazionale libico, Haftar, fu raggiunto un accordo per creare l’autorità nazionale e le agenzie nazionali di polizia. Per garantirne la formazione, saranno creati gruppi di lavoro e dopo la firma dell’accordo, le elezioni presidenziali e parlamentari si terranno entro sei mesi. Nel frattempo, Saraj cerca di posizionarsi con il Gabinetto dei Ministri come organismo neutrale intermediario, al di fuori del conflitto. I distaccamenti, che con alcune riserve vengono ridenominati “forze armate del governo di accordo nazionale” (le brigate di Misurata e della fratellanza musulmana tripolitane) sono dichiarate da Saraj “fronte” con cui non ha alcuna affiliazione. Allo stesso tempo, afferma di poter organizzare negoziati con essi. Questo accordo allarmava i capi di Misurata, che si vedevano esclusi dalla struttura di potere emergente, temendo l’isolamento al formarsi dell’alleanza tra Haftar e Saraj. L’alleanza sembra inquieta considerando il declino del sostegno a Misurata da Turchia e Qatar, Paesi che hanno rivolto l’attenzione all’attuale crisi nel GCC. Non esiste un fronte unito a Misurata. Alcuni capi cercano il compromesso con Haftar, gli altri sono decisi a combattere. Sono preoccupati dai contratti di Haftar con gli statunitensi: il 2 luglio fu ricevuto dall’ambasciatore statunitense in Libia P. Bodde e dal comandante di Africom T. Waldhaus. Ciò implica che Washington appoggia Haftar. Nel frattempo, i misuratini sperano nella neutralità statunitense, dato che le loro brigate, guidate da istruttori militari e col sostegno della forza aerea statunitensi, combatterono per liberare Sirte dallo SIIL. Il 2 luglio, il capo di Stato Maggiore delle forze armate della repubblica araba, M. Hagasy, incontrò una delegazione di Misurata per discutere come condurre le consultazioni dirette tra Misurata e Haftar. Gli egiziani cercano di erodere il fronte qatariota-turco nella Libia orientale per rafforzare la posizione di Haftar. Usano la parte delle élite di Misurata pronte al compromesso. Molto dipende dalla loro posizione negli scontri tra le forze di Haftar e l’opposizione. Se Misurata supporterà l’opposizione con l’aviazione, vincerà chi si oppone al dialogo con Tobruq.

L’eredità di Gheddafi
Il figlio di Gheddafi, Sayf al-Islam, fu liberato all’inizio di giugno dai soldati del clan Zintan in Tripolitania e Cirenaica. Ciò stimolava la rivalità tra i competitori per il potere nell’ottenere la simpatia delle tribù considerate filo-Gheddafi. Sul lato opposto, chi cerca il potere non dovrà permettere a Sayf al-Islam l’opportunità di diventare il centro del potere, sostenendo l’unione di tutti i libici. La liberazione di Sayf al-Islam è la premessa alla creazione di un sistema di collegamento con le forze filo-Gheddafi e persuaderle ad aderire ad un’alleanza. È anche un mezzo per acquisire finanziamenti dai Gheddafi, attualmente detenuti all’estero. Questo può essere difficile, il ritorno del capitale finanziario è una prospettiva lontana. Il coinvolgimento delle forze tribali d’altra parte è un’urgente questione di principio. Il figlio del colonnello viveva agli arresti domiciliari a Zintan, o protetto dallo zio ad al-Bayda in Cirenaica, dove si trova la madre, a casa di S. Farqas. Fu all’avanguardia del programma dell’ex-leader libico (2007-2010) per la liberazione, riabilitazione e il ritorno nella società dei capi e militanti di al-Qaida. I capi del gruppo combattente libico A. Bilhadj, S. al-Sadi e H. al-Sharif hanno oggi diverse centinaia di sostenitori. Bilhadj fuggì in Turchia dopo le ultime battaglie a Tripoli, ma ha ancora influenza nella capitale. È un grosso affarista nella logistica e nelle banche ed è pronto a compromessi con il capo del clan Zintan attraverso Sayf al-Islam. Bilhadj si libererebbe dell’influenza del Qatar se ci sono vere e proprie prospettive di dialogo. Un altro partner probabile per i negoziati è il capo dei “liberali” in Libia, M. Jibril, un protetto di Sayf al-Islam e attualmente legato a Tobruq. Il figlio di Gheddafi ha un vantaggio: è pienamente consapevole dei vari segreti detenuti da questi uomini. D’altra parte, è impopolare presso i Tuba nel Fizan. Il suo rapporto con i Tuareg è migliore, ma Sayf al-Islam non può dimenticare che lo consegnarono al clan di Zintan nel 2011. Inoltre, la maggior parte degli islamisti è riluttante a credere al figlio dell’ex-leader libico. In quanto tale, non tornerà al potere, ma è necessario per le conoscenze e i collegamenti. Saraj e Haftar hanno rafforzato la presa nella sfera della diplomazia tribale. Il primo ha iniziato a nominare rappresentanti di varie tribù nel blocco militare del proprio governo, garantendosi così la fedeltà delle tribù. Nel frattempo, il capo del governo perde il controllo su Tuba e Fizan, che minacciano di abbandonare il trattato romano che richiede la creazione di “guardie di frontiera” con le tribù Tuareg e Aulyad Sulayman. Se accadesse, non sarà tanto una sconfitta di Saraj quanto di Roma. Haftar ha iniziato, oltre a gestire i Tuba, a consultare le élite tribali di Tarhuna, principali fornitori del personale per l’esercito e le forze di sicurezza prima della rottura con Gheddafi. L’altro figlio di Gheddafi, Qamis, pensava di trasferirsi a Tarhuna con la 32.ma Brigata. Così poteva organizzare la resistenza. Tarhuna controlla diverse aree e regioni di Tripoli, facendone degli alleati indispensabili per controllare la capitale. Se i Tarhuna riconoscono il dominio di Haftar, avrà una forte base. Il capo tripolitano H. Tajuri, la cui forza è il sostegno militare principale di Saraj a Tripoli, comincia a mostrarsi attivo contattando gli “ex”. Durante gli scontri, le sue truppe liberarono la prigione della capitale, custodita dagli islamisti di H. al-Sharif. Questa prigione deteneva numerosi quadri dell’ex regime. Furono trasferiti nelle ville nell’area controllata da Tajuri a Tripoli. Il 12 giugno, durante una pausa del Ramadan, Iftar Tajuri invitò a una cena al Radisson Blu Hotel. Tra i suoi ospiti figuravano tra gli altri: S. Gheddafi, l’ex-primo ministro A. Zayd Durda e l’ex-capo dei servizi di segreteria A. Sanusi. Il capo cerca contatti con i rappresentanti delle tribù Gheddafi, Sharian e Migrahi, a cui questi individui appartengono. Tali manovre accelerarono dopo che Haftar e Saraj s’erano incontrati, il che indica che Tajura, le cui truppe svolsero un ruolo importante nella liberazione di Tripoli dalle forze dell’islamista al-Guala, avvia il suo gioco di potere.

Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio Oriente

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
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Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

Italia e crisi dei migranti: le ONG complici di contrabbandieri e schiavisti in Libia

Sawako Uchida e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times

Carmelo Zuccaro, procuratore italiano, sostiene di avere prove importanti su numerose ONG colluse con i contrabbandieri che si arricchiscono sulla miseria degli inermi. Infatti, se dimostrato, tali ONH hanno le mani insanguinate ed incoraggiano di nascosto la schiavitù in Libia, anche se non voluta. Pertanto, è tempo di tenere conto di una catena infinita che lega mass media che incoraggiano la migrazione di massa, ONG che aiutano i contrabbandieri ad arricchirsi e l’agenda politicamente corretta di certi politici che tentano di alterare le dinamiche europee manipolando i fatti. La Stampa fu informata da Zuccaro che le navi di salvataggio venivano avvertite dal paradiso del contrabbando libico per raccogliere i migranti economici nel Mar Mediterraneo. Il modus operandi della catena diretta tra contrabbandieri e ONG si basa sulle telefonate. Naturalmente, ciò implica che i migranti economici debbano pagare un forte incentivo finanziario ai contrabbandieri. Quindi, a chi non può permetterselo, le questione della schiavitù araba dei neri africani, e la persecuzione degli immigrati cristiani, diventa una realtà nella Libia attuale. Va detto che la schiavitù resta in Mauritania, dove i musulmani neri africani subiscono abusi continui dagli altri musulmani della nazione. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita tollera ancora la schiavitù dalla Seconda Guerra Mondiale, fondamentale vergogna da eradicare da tale realtà permanete e storica della Penisola Araba. Infatti, gli animisti e i cristiani neri africani subirono una simile realtà quando le milizie arabe, alleate del governo di Khartoum, tolleravano la schiavitù tra le forze antigovernative durante la guerra civile. Naturalmente, lo SIIL (Stato islamico) è noto schiavizzare e vendere cristiani e yazidi in Iraq. Nel caso degli yazidi, non essendo “persone del libro”, subiscono schiavitù e la schiavitù sessuale delle donne, costrette a convertirsi all’Islam, e la pulizia etnica. Tuttavia, proprio come in Libia, la schiavitù si basa su tradizioni e razzismo contro i neri africani. Recentemente, la BBC riferì: “Anche le donne sono comprate da clienti libici e portate in casa dove diventano schiave sessuali“, secondo un testimone. La BBC aggiunge: “A febbraio, l’Unicef rilasciò una relazione che documenta, talvolta con orribili dettagli, storie di schiavitù, violenza e abusi sessuali subiti da numerosi bambini che viaggiano dalla Libia all’Italia“. La schiavitù dei neri africani da parte dei musulmani arabi ha ben più di mille anni e le realtà in Libia, Mauritania e Sudan mostrano che la mentalità cambia lentamente. Naturalmente, per via del politicamente corretto e della moda, non vi è alcuna manifestazione di massa contro la schiavitù in Libia tuttavia, si può solo immaginare cosa accadrebbe aprendo tali mercati negli USA, Francia o Israele. Reuters ha anche riferito nel 2016 sulla Mauritania: “Gli Haratin, che costituiscono la principale “casta degli schiavi”, discendono da etnie nere africane del fiume Senegal. Spesso lavorano come pastori e domestici… Il Paese dell’Africa occidentale ha la più alta prevalenza di schiavi, secondo l’indice della schiavitù globale, con circa il 4 per cento della popolazione, o 150000 persone, che vivono come schiavi“.
Tornando ai contatti tra ONG e contrabbandieri in Libia, Zuccaro ha detto: “Abbiamo prove di contatti diretti tra alcune ONG e trafficanti di persone in Libia“. L’agenzia di frontiera dell’Unione europea, Frontex, è altrettanto disturbata dalle ONG che incoraggiano la migrazione di massa. Questo, a sua volta, provoca innumerevoli morti in mare e la schiavitù in Libia. Dopo tutto, la Libia attuale è una nazione fallita dovuta all’interferenza delle potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, la storia del contrabbando e della schiavitù araba dei neri africani riempie il vuoto, e lo stesso vale per la crescente minaccia dei vari gruppi islamisti sunniti e militanti regionali in Libia. Fabrice Leggeri, figura di Frontex, ha informato Die Welt sul ruolo delle ONG, affermando con forza che le imbarcazioni di soccorso delle numerose ONG hanno incoraggiato i trafficanti a “forzare ancora più migranti su imbarcazioni insicure con acqua e carburante insufficienti, rispetto agli anni precedenti“. Le affermazioni stupefacenti della cancelliera Merkel sul ruolo dei mass media, delle ONG e del politicamente corretto allarmano sulla migrazione di massa in Europa in diversi sensi. Il risultato sono gli innumerevoli morti in mare, il tradimento dei veri rifugiati, la schiavitù in Libia, le convulsioni terroristiche in Europa, la criminalità e la creazione di contrabbandieri estremamente ricchi. Pertanto è necessaria un’azione diretta per fermare ciò che persone inermi subiscono dall’operato di ONG e contrabbandieri, anche se cercano risultati diversi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

Libia, l’Italia renzygliona supporta l’assalto islamista a Bengasi

Alessandro Lattanzio, 14/3/2017

Il contessino Paolo Gentiloni con il fedele alleaten islamo-atlantista Fayaz al-Saraj (17 febbraio).

Il 15 ottobre, le milizie islamiste dell’ex-premier Qalifa al-Ghual tentavano di rovesciare Fayaz al-Saraj, occupando alcuni ministeri, il consiglio di Stato, e la sede della televisione, creando la loro base nell’hotel Rixos, di cui controllavano l’area, ma avevano abbandonato il Consiglio di Stato. Il governo Saraj in risposta ordinava l’arresto di al-Ghual. Qalifa al-Ghual aveva l’appoggio di Haytham Tajuri, capo della Brigata dei rivoluzionari di Tripoli; di Uad Abdul Sadiq, ex-vicepremier del governo precedente, e di Ali Ramali, ex-capo della Guardia Presidenziale. Le loro forze occupavano il Consiglio di Stato, nell’hotel Rixos, e annunciavano la deposizione di Saraj. Ma dopo 48 ore di scontri, Ghual fuggiva da Tripoli, mentre le varie milizie islamiste si scontravano sul controllo della capitale tripolina (la RADA salafita di Abdalhaqim Balhadj, le milizie della fratellanza mussulmana del Gran Mufti al-Ghariani, le milizie del Jabhat al-Samud di Salah Badi, e quelle di Wisam bin Hamid, ex-capo della liwa Fajir al-Libya).
Il 14 novembre, 2 Rafale-C dell’Aeronautica francese, effettuavano un raid su al-Biraq, nel Fezzan, colpendo un edificio in cui si sarebbe trovato uno dei capi di AQMI in Libia, Abu Talha al-Hasnaui. In Cirenaica, l’ENL del Generale Haftar affrontava le ultime sacche islamiste rimaste tra Bayda, Derna e Bengasi, nel quartiere di Ganfuda, occupato da Ansar al-Sharia e dal Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi. Inoltre, l’ENL integrava nelle proprie fila 5 brigate delle PFG che, guidate dal colonnello Miftah Maqrif, avevano abbandonato il loro vecchio capo Jadhran. Quindi, l’ENL liberava l’area tra Agheila, Briqa e Bin Juad, verso Sirte, dove le forze islamiste di Misurata combattevano i terroristi dello SIIL che presidiavano il quartiere di Giza Bahriya, nonostante le forze misuratine contassero sull’appoggio degli elicotteri AH-1W Supercobra ed UH-1Y Venom dei Marines imbarcati sull’unità dell’US Navy San Antonio. I misuratini, nelle operazioni contro lo SIIL a Sirte, avevano perso oltre 750 combattenti. Il 26 gennaio, l’Esercito Nazionale Libico liberava il quartiere di Ganfuda a Bengasi, ultima roccaforte del Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, la coalizione islamista di Ansar al-Sharia, Brigata dei Martiri del 17 febbraio e Scudo della Libia (Fajir al-Libiya). Tobruq quindi controllava la Cirenaica del nord, compresa la ‘Mezzaluna petrolifera’, ed aveva il sostegno delle tribù Zintan, Warfala e Warshafana. A Tripoli, il 21 gennaio, esplodeva un’autobomba nei pressi delle ambasciate italiana ed egiziana.
Nel febbraio 2017, la società petrolifera nazionale libica (NOC) firmava un accordo di cooperazione con la Rosneft, il gigante petrolifero russo, che “pone le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero della Libia. L’accordo prevede la costituzione di un comitato di lavoro congiunto dei due partner per valutare le opportunità in una varietà di settori, tra cui l’esplorazione e la produzione“. Il presidente della NOC Mustafa Sanala, che aveva firmato l’accordo con il presidente della Rosneft, Igor Sechin, dichiarava “Abbiamo bisogno dell’assistenza e degli investimenti delle grandi compagnie petrolifere internazionali per raggiungere i nostri obiettivi di produzione e stabilizzare la nostra economia. Questo accordo con la più grande compagnia petrolifera russa pone le basi per identificare congiuntamente i settori della cooperazione. Lavorando con la NOC, Rosneft e Russia svolgeranno un ruolo importante e costruttivo in Libia“. La produzione di petrolio era salita da 300000 barili al giorno nel settembre 2016, a più di 700000 barili nel gennaio 2017, dopo l’operazione di Haftar per acquisire i terminal petroliferi nella Cirenaica. Quindi la Russia ampliava la propria presenza in Libia, dopo l’invasione e il golpe della NATO nel 2011, e sempre più sosteneva Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate libiche del governo di Tobruq, che controlla la maggior parte delle risorse petrolifere della Libia. Per contro, mentre il fantoccio della NATO Saraj, che presiede un governo-fantasma a Tripoli, il 20 febbraio subiva un attentato a Tripoli assieme a due suoi collaboratori, il capo del Consiglio di Stato Suahli e il comandante della Guardia Presidenziale Naqua, le potenze occidentali tentavano di contrastare il formarsi dell’Asse dei regimi secolari in Medio Oriente, che vede allineati Siria, Egitto e il governo libico di Tobruq. Saraj aveva incontrato Haftar il 14 e 15 febbraio a Cairo, ma senza risultati. Il primo ministro Fayaz al-Saraj, in seguito, visitava Mosca, nel tentativo di sfruttare la crescente influenza di Mosca per superare gli ostacoli che affrontava, approfittando della disponibilità di Mosca ad avvicinare le parti libiche, sfruttando i rapporti speciali che la Russia ha con numerosi attori libici.
Il 3 marzo, le Brigate per la Difesa di Bengasi, coalizione di milizie islamiste, capeggiata dalla brigata al-Marsa di Misurata, e da circa 1000 ex-membri delle Petroleum Facilities Guards di Ibrahim Jadhran e aderenti alla Fratellanza musulmana del Gran Mufti Ghariani, occupavano i terminal petroliferi di Nufaliya, Bin Juad, Ras Lanuf e al-Sidra dopo aspri scontri con l’ENL del Generale Haftar, che subivano 28 morti. Nei tre giorni successivi 3 caccia MiG-23BN e1 MiG-21MF dell’ENL, decollati da Benina e Labraq ed armati con bombe a frammentazione RBK-250, supportavano 2 elicotteri d’attacco Mi-35 e un elicottero d’assalto Mi-8T, sempre dell’ENL, decollati da Ras Lanuf, e bombardavano le posizioni islamiste a sud di Nufaliya e nella provincia di Jufrah, effettuando almeno 17 sortite. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti schieravano 6 velivoli d’attacco leggero AT-802U nella base di al-Qadim, a supporto dell’ENL che avvivava l’operazione Tuono Violento per liberare i quattro terminal occupati dagli islamisti.
Il 12 marzo, l’ENL (Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar) avanzava su Ras Lanuf con il sostegno di 1 elicottero Mi-35 e di alcuni caccia MiG contro le posizioni islamiste ad al-Sidra, Nufaliya, Bin Juad, Agheila e Uqaylah, a 20 km ad ovest di Briqa. Le forze dell’ENL schieravano 7000 uomini, dotati di blindati Nimr e T6 Panthera, suddivisi tra 16 battaglioni, (210.mo Battaglione di fanteria meccanizzata, 152.mo Battaglione di fanteria motorizzata, 321.mo Battaglione di artiglieria, battaglioni di fanteria 12.mo, 21.mo, 101.mo, 106.mo, 115.mo, 131.mo, 153.mo, 165.mo, 202.mo, 276.mo, 298.mo, 302.mo e 309.mo), appoggiati da una parte delle Guardie Petrolifere e dalle brigate Martiri di al-Zawiyah e al-Suayq. Gli islamisti schieravano invece 1000 elementi delle milizie del Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi, formato dal Gruppo Combattente Islamico Libico (al-Qaida), dalla Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, Fajir al-Libiya, Ansar al-Sharia e brigata Umar Muqtar, capeggiati da Mustafa Shirqsi e Mahmud Fituri, che rispondevano al Gran Mufti Shayq Ghariani e al ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazionale (GAN) Mahdi Barqhathi. Accanto alle milizie islamiste, vi erano 2500 elementi delle Guardie Petrolifere di Idris Salah Abu Qamada e delle brigate della fratellanza mussulmana misuratina al-Marsa, al-Faruq e al-Burqi. Subito dopo l’occupazione dei terminal petroliferi da parte delle milizie islamiste (BDB), avvenuta il 7 marzo, Barghathi si recava ad al-Jufrah per incontrare Shirqsi, accompagnato dal capo della Missione ONU (UNSMIL) Generale Paolo Serra. In effetti, al comunicato ufficiale che condannava le violenze e chiedeva l’immediato cessate-il-fuoco, emesso dagli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Stati Uniti 24 ore dopo l’occupazione dei terminal petroliferi, l’Italia non aderiva. Anzi, l’ambasciata italiana a Tripoli celebrava “lo schieramento delle forze del Consiglio Presidenziale nella Mezzaluna (petrolifera), quando appunto il 7 marzo, le BDB occupavano i terminal petroliferi di Ras Lanuf ed al-Sidra, consegnandoli alle Guardie Petrolifere di Abu Qamada, legate al governo Saraj, che a sua volta inviava 600 elementi dei 302.mo e 21.mo battaglioni di fanteria di Tripoli, del 319.mo battaglione della Guardia Presidenziale, dei 45.mo e 19.mo battaglioni di fanteria di Misurata, del 66.mo battaglione di fanteria di Saba, e del 613.mo battaglione di fanteria di Misurata, rafforzando la presa sui terminal petroliferi e cercando di occupare gli altri 2 terminali controllati dell’ENL. Il tutto in vista dell’assalto finale islamo-atlantista su Bengasi. In seguito a tali manovre, il Parlamento di Tobruq, l’unico riconosciuto a livello internazionale, votava l’annullamento degli accordi di Shqirat, che avevano permesso la creazione del governo di accordo nazionale di Saraj.

Il ministro degli Esteri Angeluzzo Alfano.

Fonti:
al-Monitor
al-Monitor
La Stampa
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The Guardian