I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio sulle e-mail segrete di Hillary Clinton riguardo al-Qaida (AUDIO)

creepsTeheran (Radio Italia IRIB) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia è intervistato dalla nostra Redazione per esaminare le nuove rivelazioni apparse sui media internazionali riguardo il fatto che Hillary Clinton era al corrente della creazione di gruppi terroristici come al-Qaida. Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

Scontro al Cremlino sulle email segrete di Hillary Clinton

What Does It Mean 6 maggio 2016

largeUn intrigante rapporto del Consiglio di Sicurezza che circola al Cremlino suggerisce che una “guerra di parole” sia scoppiata tra il Direttore del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) Aleksandr Bortnikov e la Presidentessa del Consiglio della Federazione Valentina Matvienko sulla questione della diffusione ai media occidentali di decine di migliaia di e-mail classificate top secret ottenute dall’Intelligence Estera (SVR) dal computer (server di posta elettronica) privato ma non protetto dell’ex-segretaria di Stato e candidata presidenziale degli USA Hillary Clinton. Secondo il rapporto, dal 2011 gli analisti della SVR hanno seguito “seriamente” l’hacker rumeno Marcel Lazar Lehel (alias Guccifer) dopo che aveva tentato, senza successo, di entrare nel sistema informatico della Rete TV della Federazione RT. A seguito del monitoraggio del SVR sugli hacker internazionali, continua il rapporto, le attività di Guccifer furono seguite e registrate (sia fisicamente che elettronicamente) permettendo agli analisti dell’intelligence, nel 2013, non solo di rilevare la violazione del computer privato della segretaria Clinton, ma di copiarne tutto il contenuto. Poco dopo che il SVR aveva ottenuto decine di migliaia di messaggi di posta elettronica classificati top secret dal computer privato della segretaria Clinton, nota la relazione, la presidentessa di RT Matvienko ne autorizzava personalmente la pubblicazione “parziale”, il 20 marzo 2013, pubblicando l’articolo “Piratate le email su Bengasi di Hillary Clinton: articolo completo, ma che i media mainstream occidentali quasi ignorarono all’epoca. Non fu che lo scorso gennaio (2016), la relazione rileva, che i media statunitensi riferivano della fuga sulle e-mail della segretaria Clinton, quando Vice News pubblicava l’articolo intitolato Petrolio libico, oro e Gheddafi: la strana email di Sidney Blumenthal ad Hillary Clinton del 2011 che confermava il nostro rapporto del 1° agosto 2014 su ciò che realmente spinse la segretaria Clinton ad ordinare la distruzione della Libia. Il direttore dell’FSB Bortnikov era “assai furioso” verso la presidentessa Matvienko per l’autorizzazione della pubblicazione dei messaggi di posta elettronica della segretaria Clinton, continua il rapporto, per via dei timori che gli statunitensi potessero scoprire la fonte originale della violazione al sistema, come gli Stati Uniti fecero esattamente aiutando il governo rumeno nelle indagini che provocarono l’arresto di Guccifer in Romania, il 22 gennaio 2014, perseguito anche negli Stati Uniti a giugno dello stesso anno. Dopo l’arresto, Guccifer, secondo il rapporto, fu condannato per pirateria informatica a 7 anni di carcere in Romania. Nel marzo (2016), il rapporto continua, la presidentessa Matvienko “suggeriva” ai “colleghi” che, per via delle “opinioni” del Presidente Putin favorevoli al candidato presidenziale Donald Trump, il Consiglio di Sicurezza della Federazione doveva considerare la pubblicazione di tutte le mail top secret della segretaria Clinton, nel tentativo di aiutarlo contro una persona (Hillary Clinton) le cui catastrofi globali sono ben documentate e che è anche “odiata” dal popolo russo.
Pochi giorni dopo che la presidentessa Matvienko aveva espresso il suo pensiero al Consiglio di Sicurezza sulle email della segretaria Clinton, nota il rapporto, il regime di Obama, il 31 marzo scagliava Guccifer dalla cella in Romania agli Stati Uniti dove rimane imprigionato in attesa di un processo o di una trattativa su ciò che sa dei fatti nascosti al popolo statunitense da NBC News. Dopo che il regime di Obama ha preso Guccifer in Romania, secondo il rapporto, gli Stati Uniti lanciavano un contrattacco disinformativo contro la Federazione diffondendo, il 15 aprile, i documenti trattati dalla CIA denominati Panama Papers, diffondendo accuse infondate e non documentate contro molti uomini d’affari e politici della Federazione, e che l’FSB descrive come “avvertimento” al Cremlino che la pubblicazione di messaggi di posta elettronica classificati top secret della segretaria Clinton creerebbe ancor più danni al popolo russo. Anche se il rapporto del Consiglio di Sicurezza non dimostra in modo conclusivo chi vincerà questo braccio di ferro sulla pubblicazioni delle email top secret della segretaria Clinton, porrebbe alcune domande sull’effetto che potrebbero avere (se pubblicate) non solo sulle presidenziali negli Stati Uniti, ma anche sulle relazioni USA-Russia.usru4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: Hillary Clinton e al-Qaida

Messaggi di posta elettronica dimostrano che la Clinton sapeva dei legami tra Fratelli musulmani e al-Qaida
John Rossomando, IPT News, Modern Tokyo Times, 6 maggio 2016clinton_andmorsiLe email dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton suggeriscono che sapesse dei legami tra Fratelli musulmani (FM) e i gruppi jihadisti più accaniti come al-Qaida, nelle prime fasi della primavera araba nel 2011. Il confidente di Clinton Sidney Blumenthal osservò in una e-mail del 7 aprile 2011 che i leader militari dell’Egitto erano preoccupati dai contatti tra FM e al-Qaida. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) riferì di temere che la Fratellanza collaborasse con vari gruppi islamici violenti, tra cui gli affiliati ad al-Qaida. “La preoccupazione principale dei leader del SCAF è che la FM inizi a collaborare con i gruppi islamisti più violenti, tra cui i vari affiliati ad al-Qaida“, scriveva Blumenthal. Una fonte “con accesso ai vertici della FM”, compresa la Guida Suprema Muhamad Badia, disse in privato a Blumenthal che il rapporto tra FM, al-Qaida e altri gruppi radicali è “complicato”. L'”intelligence militare egiziana sapeva che esistevano questi contatti, ma ritine che la FM, sotto l’influenza dei… moderati, controlli con attenzione i contatti con tali gruppi radicali/terroristici, nel tentativo di evitare di fornire ai militari una scusa per muoversi contro di essa“, scriveva Blumenthal. La fonte di Blumenthal affermò che Muhamad Mursi ammise che il governo islamico della Fratellanza in Egitto avrebbe avuto difficoltà a controllare l’avanzata di al-Qaida ed altri gruppi radicali/terroristici, secondo una e-mail del 16 dicembre 2011. Alcun contesto viene dato alla dichiarazione a parte Mursi che notava come i giovani militari egiziani fossero islamizzati e antiamericani nonostante l’addestramento degli Stati Uniti. L’e-mail rileva inoltre che gli ufficiali più giovani avrebbero sostenuto un Egitto divenuto Stato islamico più degli attuali generali. Mursi divenne presidente sei mesi più tardi. Tuttavia, l’ex-direttore della CIA James Woolsey mise in discussione le fonti di Blumenthal dicendo all’Investigative Project on Terrorism che non sapeva dove Blumenthal avesse trovato tali informazioni. “E’ assai speculativo ma interessante“, disse Woolsey. “Il problema con i messaggi di posta elettronica è la classificazione. Ciò che conta sono fonti e metodi“. Le e-mail dal server privato di Hillary Clinton, scritte quando era segretaria di Stato, furono rese pubbliche a seguito della causa di Judicial Watch sul Freedom of Information Act (FOIA). Molti sospettano contengano informazioni potenzialmente riservate, e perciò sono sotto inchiesta dell’FBI. Fonti della sicurezza egiziane hanno registrato le chiamate tra Mursi e il capo di al-Qaida Ayman al-Zawahiri, mentre Mursi era al potere, secondo un articolo del quotidiano egiziano al-Watan del 22 novembre 2013. Mursi avrebbe accettato di amnistiare 20 terroristi, tra cui uno che al-Zawahiri conosceva fin da bambino, e un altro che guidava Ansar Bayt al-Maqdis, oggi nota come provincia del Sinai dello SIIL. Le comunicazioni tra Mursi e al-Zawahiri iniziarono nel primo mese di presidenza. Il fratello di Zawahiri, Muhamad, mediò i primi contatti. “Le regole della legge di Dio ci dicono di starti accanto, non c’è cosiddetta democrazia, e quindi sbarazzati dei tuoi avversari“, aveva detto al-Zawahiri a Mursi, secondo la trascrizione di al-Watan. Al-Zawahiri e Mursi avrebbero accettato di cooperare sui campi di addestramento nel Sinai e al confine con la Libia, dove avrebbero potuto creare un esercito per difendere il regime della Fratellanza. Mursi avrebbe incontrato un emissario di Zawahiri in un hotel del Pakistan, per due ore e mezzo, e questo, secondo quanto riferito, avrebbe portato l’organizzazione internazionale della FM a dare ad al-Qaida 50 milioni di dollari. Mursi chiamò al-Zawahiri per chiedere aiuto prima che i militari lo rovesciassero, secondo al-Watan. “Combatteremo i militari e la polizia, e incendieremo il Sinai“, avrebbe detto a Mursi al-Zawahiri. La segnalazione del quotidiano filo-militare fu messa in discussione, in passato. Il suo redattore rimane sotto inchiesta per falsificazione di un rapporto su una cellula terroristica islamista. Ancora, le presunte telefonate con al-Zawahiri aiutarono i procuratori egiziani nell’emettere la sentenza di morte contro Mursi. Gli attacchi nel Sinai sono aumentati dopo la caduta di Mursi. Il suggerimento del capo della Fratellanza Muhamad al-Baltagy dopo la deposizione di Mursi, che “Gli attacchi nel Sinai si fermeranno solo se il presidente Muhamad Mursi viene reinsediato“, aggiungeva prove sui legami tra Fratellanza e al-Qaida, secondo Michael Meunier, attivista egiziano che in precedenza lavorò a stretto contatto con il governo egiziano. “Vi è la chiara indicazione del coordinamento tra Fratellanza musulmana e al-Qaida nel Sinai“, ha detto Meunier. Ansar Bayt al-Maqdis, il gruppo responsabile della maggior parte degli attacchi, apparteneva ad al-Qaida prima di entrare nello Stato Islamico (SIIL) nel 2014. I rapporti indicano che Ansar Bayt al-Maqdis era “strutturalmente” legato alla FM. Se fosse vero, i legami tra FM e al-Qaida sfidano la pretesa accademica che i due gruppi siano nemici mortali. Questa tesi si basa sulle critiche reciproche, quando al-Zawahiri nel 2006 condannò la partecipazione della FM alle elezioni democratiche. Il direttore della National Intelligence James Clapper evocò l’idea che FM e al-Qaida si contrapponessero nel febbraio 2011, testimoniando davanti alla commissione Servizi Segreti della Camera. “Il termine ‘Fratelli Musulmani’… è un termine generico per una varietà di movimenti, nel caso dell’Egitto, un gruppo molto eterogeneo, in gran parte secolare, che ha evitato le violenze e criticato al-Qaida come perversione dell’islam“, disse Clapper. Il 16 febbraio 2011, l’e-mail di un anonimo funzionario del dipartimento di Stato che contribuì alla stesura della Direttiva politica presidenziale n° 13, un documento che contribuiva ad inquadrare la politica degli Stati Uniti verso i Fratelli musulmani in Egitto e in altre parti del Medio Oriente, faceva eco alle osservazioni di Clapper. La politica degli Stati Uniti non dovrebbe “essere guidata dalla paura”, diceva, e se non distingue Fratellanza da al-Qaida non potrà adattarsi ai cambiamenti nella regione.

Non solo l’Egitto
US Secretary of State Hillary Clinton (R Altri documenti governativi confermano la tesi di Blumenthal che la Fratellanza e al-Qaida sono collegate. Le e-mail di Clinton descrivono un deciso legame personale tra Fratellanza e al-Qaida in Libia, risalente al mandato di Clinton come segretaria di Stato, nella persona di Ali al-Salabi che fondò il Lybian National Party (LNP) collegato ad al-Qaida. Una e-mail del 27 febbraio 2011 dell’aiutante di Clinton, Jake Sullivan, descrive al-Salabi come “figura chiave nella fratellanza musulmana libica e uomo (del capo dei Fratelli musulmani shayq Yusuf) Qaradawi in Libia“. Sullivan è accusato di aver inviato a Clinton email top-secret dal suo account privato. Blumenthal osservò nella e-mail del 3 luglio 2011 che “lo LNP era dominato da ex-membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) collegato ad al-Qaida che, secondo fonti sensibili, manteneva legami con al-Qaida durante la lotta contro le forze dell’ex-dittatore Muammar Gheddafi”. Un documento dell’intelligence libica del 24 marzo 2011 sostiene che al-Salabi si coordinava a livello internazionale con i Fratelli musulmani per aiutare il LIFG nella lotta contro Gheddafi. Allo stesso modo, Rashid al-Ghanushi, capo del partito al-Nahda legato alla Fratellanza in Tunisia, tentò di collaborare con Ansar al-Sharia, legata ad al-Qaida, e il suo defunto capo Abu Iyadh, ex-alleato di Bin Ladin sanzionato dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, durante la primavera araba. Abu Iyadh fu il responsabile dell’assassinio del capo dell’Alleanza del Nord Ahmad Shah Masud, due giorni prima degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono. Questi esempi includono anche i legami tra FM yemenita e al-Qaida attraverso lo sceicco Abdul Majid al-Zindani. Funzionari del dipartimento del Tesoro descrivono al-Zindani come “leale a Bin Ladin” in un comunicato stampa del 2004, e di aver aiutato il capo di al-Qaida Anwar al-Awlaki quando era nel consiglio dell’Unione del Bene legata alla Fratellanza e che raccoglie fondi per Hamas. Al-Qaida e i Fratelli musulmani utilizzano i medesimi meccanismi finanziari, come al-Taqwa Bank di Lugano, in Svizzera.

La Fratellanza supportata dall’occidente in Egitto e lo Stato islamico
In un’altra corrispondenza, Blumenthal riferiva che “i capi della FM erano soddisfatti dai risultati delle discussioni con il governo degli Stati Uniti e il Fondo monetario internazionale (FMI), i quali, secondo loro, sembravano accettare  l’idea dell’Egitto come Stato islamico”. I capi economici e diplomatici occidentali nel World Economic Forum di Davos del 2012 “sembravano accettare” la fine del ruolo dell’Egitto come partner d’Israele, scrisse Blumenthal, anche se gli egiziani non avevano alcun desiderio di un confronto militare con lo Stato ebraico. I membri della Fratellanza, tra cui la Guida Suprema Muhamad Badia, sostenevano il modello di governo islamico turco, dove i civili, piuttosto che i religiosi, comandano. La legislazione approvata da tale governo dev’essere conforme alla legge islamica. La Costituzione dell’Egitto del 2012 includeva tale principio, sottoposto dalla legislazione a revisione da parte di al-Azhar, la più importante istituzione accademica sunnita. Giamal al-Bana, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al-Bana, avvertì prima della morte, avvenuta nel gennaio 2013, che la legge religiosa doveva sempre prevalere in tale sistema. “Se non altro, le prospettive civili e religiose saranno diverse e pertanto cederanno alla visione religiosa“, disse al-Bana in un’intervista nel 2011 con Masry al-Yum. “L’Egitto dovrebbe quindi diventare uno Stato civile, senza coinvolgere la legislazione dettagliata dell’Islam“. Nonostante la consapevolezza di ciò, Hillary Clinton e l’amministrazione Obama decisero di abbracciare la Fratellanza musulmana come altro partito politico. Meunier, che partecipò all’organizzazione delle manifestazioni che rovesciarono l’ex-presidente Hosni Mubaraq, non trova alcuna di queste rivelazioni sorprendente. “Avere tali informazioni ed ignorarle è criminale. Avevo un’idea del genere quando (Clinton) giunse in Egitto e mi rifiutai d’incontrarla quando chiese di vedermi“, ha detto Meunier. “Sapevamo che era collusa con i Fratelli musulmani. Ha incoraggiato ed ha collaborato con un’organizzazione terroristica“.0515hillary04Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ciò che Obama condivide con Assad, Russia e Yemen, il ricatto saudita

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 24/04/20163500La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Arabia Saudita è stata definita un tentativo di Washington per riparare i rapporti tesi con l’alleato arabo. Tuttavia si scopre che Obama avrebbe molto in comune con Assad, la Russia e i ribelli huthi dello Yemen. Tutti ricattati dalla Casa dei Saud per scopi politici. Obama, accompagnato dal segretario alla Difesa Ashton Carter, avrebbe rassicurato re Salman sui legami strategici tra i due Paesi risalenti allo storico incontro del 1945 tra il Presidente Franklin D. Roosevelt e il fondatore dell’Arabia Saudita Ibn Saud (padre del monarca in carica). Parlando delle reciproche preoccupazioni contemporanee, Obama e gli ospiti sauditi si concentravano sulla verifica della presunta ingerenza iraniana nella regione e presumibilmente sulla sconfitta dei gruppi terroristici islamici. Lo sforzo nel rattoppare le relazioni avviene dopo che il presidente degli Stati Uniti denigrò i sauditi e gli altri monarchi del Medio Oriente quali “sfruttatori” della benevolenza statunitense, in un’intervista dello scorso mese con la nota rivista Atlantic. Obama lamentava il fatto che Arabia Saudita e altri godevano della protezione militare degli Stati Uniti da troppo tempo e della necessità d’iniziare a contribuire di più impiegando le proprie forze nella regione. Come se non bastasse, i governanti sauditi hanno reagito furiosamente quando emergeva lo scorso fine settimana un disegno di legge al Congresso degli Stati Uniti che potrebbe dare alle famiglie delle vittime del 9/11 il diritto di citare in giudizio l’Arabia Saudita in un tribunale federale. Cioè le prove che dimostrino i legami dello Stato con le atrocità nel 2001, quando circa 3000 cittadini statunitensi furono uccisi. Famiglie e attivisti credono che ci sia una connessione incriminante dei governanti sauditi con gli attacchi terroristici, perché 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi. La Casa Bianca di Obama in seguito ha detto che il presidente avrebbe posto il veto alla legge se veniva approvata dal Congresso, citando la preoccupazione che il precedente della rimozione dell’immunità sovrana potrebbe mettere cittadini e governo degli Stati Uniti a rischio di future azioni legali. Pesa decisamente sulla posizione della Casa Bianca anche la minaccia straordinaria della Casa dei Saud secondo cui, se la legislazione sull’11 settembre dovesse passare, l’Arabia Saudita svenderebbe la massiccia partecipazione in titoli del Tesoro USA. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr avvertiva che 750 miliardi di dollari in titoli statunitensi e altre attività sarebbero stati svenduti. La mossa non sarebbe nient’altro che un bluff dei reali sauditi. Alcuni commentatori e persino dei funzionari degli Stati Uniti hanno espresso incredulità sui governanti sauditi che adotterebbero una misura così drastica dalle conseguenze dannose, destabilizzando la fragile economia saudita, in crisi comunque per il crollo dei prezzi del petrolio e la costosa guerra nello Yemen.
Tuttavia, almeno in teoria, la minaccia saudita della svendita dei buoni del tesoro degli Stati Uniti sarebbe un colpo devastante per l’economia statunitense, andando al cuore del rapporto strategico USA-Arabia Saudita, che ruota intorno al maggiore esportatore di petrolio al mondo che vende la propria merce esclusivamente sempre in dollari. Il sistema dei petrodollari USA-saudita significa che il resto del mondo è obbligato a seguirne l’esempio usando i verdoni statunitensi quali mezzi finanziari standard di transazione. Questa è la base del dollaro quale valuta di riserva mondiale permettendo agli Stati Uniti di continuare a stampare dollari ed avere un debito nazionale ciclopico (ora di 19 trilioni di dollari). Di recente, le crepe nel monolite dei petrodollari iniziano ad aprirsi, con Russia e Cina che accettano scambi di petrolio e gas utilizzando le proprie valute nazionali. Inoltre, l’Iran passa a vendere il petrolio in Europa accettando l’euro. Così, il sistema dei petrodollari, la linfa vitale della cronicamente indebitata economia degli Stati Uniti, può continuare per il momento a dominare, ma su un bilico pericolosamente delicato. Ecco perché la minaccia saudita di vendere titoli del debito degli Stati Uniti spaventava tanto quando fu annunciata questa settimana. E’ anche per questo che, almeno in parte, l’amministrazione Obama ha detto con forza che annullerebbe la normativa sull’11 settembre presentata al Congresso. (Un’altra ragione è che Washington teme che qualsiasi indagine sul coinvolgimento saudita nell’11 settembre potrebbe anche svelare la collusione dell’intelligence statunitense nel perpetrare un azione interna per interessi strategici). In ogni caso, qui è la questione. La Casa Bianca di Obama ha solo subito il ricatto saudita. La spinta a questo è: dite ai vostri cittadini di fare marcia indietro sul contenzioso scomodo oppure staccheremo la spina alla vostra economia, piegandovi con ignominia davanti a noi.
Nonostante la patina di lustro sulla pseudo-alleanza a Riyadh, tra Obama e re Salman, un risultato divertente è questo: Obama si trova nella stessa posizione sconveniente del Presidente siriano Bashar al-Assad, di Mosca e dei rivoluzionari yemeniti guidati dagli huthi. Tutti sottoposti, in un modo o nell’altro, al modus operandi della diplomazia saudita, il ricatto. Sulla Siria, il gruppo di opposizione filo-saudita, l’alto comitato per i negoziati, ha detto questa settimana, ancora una volta, che uscirà dai colloqui di pace di Ginevra perché il suo ultimatum sulle “dimissioni” di Assad è stato più volte respinto. Il capo negoziatore del governo della Siria Bashar al-Jafari ha condannato l’HNC (noto anche come gruppo di Riyadh) per aver preso in ostaggio il processo di Ginevra con tali richieste massimaliste. Il Viceministro degli Esteri della Russia Sergej Rjabkov criticava aspramente l’HNC per la sua “tattica ricattatoria”. Inoltre, Rjabkov accusava l’HNC di sfruttare le violenze presso Aleppo per minare il traballante cessate il fuoco. L’HNC è una creatura diplomatica dell’Arabia Saudita, creata a Riyadh lo scorso dicembre su istigazione dei governanti sauditi per presentare il fronte politico dei vari gruppi terroristici del cambio di regime. HNC è dominato da Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che nominalmente firmarono il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Russia il 27 febbraio, anche se sono invischiati con gruppi ufficialmente designati terroristici, Jabhat al-Nusra affiliato ad al-Qaida e lo Stato islamico (SIIL). Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham sono finanziati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Washington ha dato il suo sostegno politico all’HNC, dominato dai due gruppi terroristici con legami organizzativi con le brigate ufficialmente designate terroristiche. Nel frattempo, nello Yemen, la stessa tattica ricattatoria è presente. I colloqui di pace sarebbero in corso in Quwayt tra, da un lato l’Arabia Saudita e una fazione fedele al deposto fantoccio saudita, il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, e dall’altra parte i comitati popolari guidati dagli huthi. Un cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore nello Yemen l’11 aprile aprendo la via ai colloqui di pace. Tuttavia, i comitati popolari affermano che i bombardamenti aerei sauditi continuano incessantemente, nonostante la dichiarazione ufficiale del cessate il fuoco. I ribelli respingono le pretese saudite sul loro ritiro dai territori ex-lealisti e di cedere le armi quale precondizione per i negoziati politici. Si sostiene che perciò i raid aerei sauditi continuano, per fare pressione sugli huthi affinché facciano concessioni nei negoziati. In altre parole, ricattare con la minaccia delle violenze. I colloqui dovrebbero riprendere in Quwayt dopo che i ribelli yemeniti avrebbero ricevuto la garanzia dall’inviato delle Nazioni Unite che le forze saudite avrebbero rispettato il cessate il fuoco e desistito dalle violenze. Il modello inconfondibile qui è il ricatto saudita come mezzo per raggiungere obiettivi politici. Ricatto più violenza coercitiva.
Mentre yemeniti, siriani e russi sono ormai esperti della squallida politica saudita, il presidente Obama, vecchio alleato strategico dell’Arabia Saudita, sembra averla subita all’inizio di questa settimana. Sorrisi e strette di mano tra Obama e re Salman a Riyadh non smentiscono la sordida realtà.&NCS_modified=20160421121432&MaxW=640&imageVersion=default&AR-160429841La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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