Tradimento dei chirici, gli italiani dovrebbero smettere di essere italiani e prendersi cura del loro interesse nazionale

GefiraNel 1927, Julien Benda denunciava il tradimento degli intellettuali, o il perseguimento eccessivo delle preferenze nazionaliste sui valori universali. Novant’anni dopo, i ruoli si sono invertiti. La classe intellettuale dell’occidente ha una nuova religione, la globalizzazione, ed ha abbandonato completamente le comunità native dell’occidente. Se la classe lavoratrice dell’occidente soffre o se la classe media si riduce, non importa, perché la globalizzazione ha portato “la crescita economica globale” e per il resto del mondo è meglio. Allo stesso modo, quando gli intellettuali occidentali perdono la scommesse sulla leva finanziaria nel casinò finanziario globale, e il casinò si blocca, spetta ai media occidentali “salvare il mondo” a loro spese. Un grido di orrore aumenta quando Donald Trump vuole proteggere i posti di lavoro produttivi invece di “salvare il mondo” dal cambiamento climatico. Gli occidentali non amano gli attentati islamici? Gli fa troppo male; gli investimenti provenienti dai Paesi del Golfo che sponsorizzano wahabismo e Fratellanza musulmana, come Arabia Saudita e Qatar, sono più importanti delle vite dei cittadini occidentali. La priorità sarebbe permettere ai Paesi del Golfo di finanziare moschee e centri culturali, ed assicurarsi che non siano offesi ogni volta che uno dei loro uccide cittadini occidentali. Le classi inferiori dell’occidente dovrebbero assumersi tutti i problemi derivanti dalla globalizzazione e non avere il diritto di lamentarsi; altrimenti sono ignoranti e bigotti non apprezzando la grandezza dell’universalismo.

Il futuro dell’UE: da “uniti nella diversità” a “distruggere le diversità europee”
L’articolo 2, paragrafo 3 del trattato di Lisbona recita: “L’UE rispetta la ricca diversità culturale e linguistica e assicura che il patrimonio culturale europeo sia tutelato e rafforzato”. Non è più vero. Incoraggiati dalla vittoria di Macron in Francia, gli intellettuali globalisti ora hanno bisogno di un capro espiatorio per le mancanze del loro piano. Quando la vecchia xenofobia o la minaccia immaginaria dai russi non basta a convincere i cittadini europei, allora la colpa viene posta sulle identità nazionali. In un articolo su Voxeu, il portale del Centro per la ricerca politico-economica, gli accademici Alesina, Trebbi e Tabellini identificano “il nazionalismo” quale ostacolo all’integrazione europea (l’Europa come spazio politico ottimale: nuovi risultati, CEPR 02-06-2017), precisamente il fatto che i cittadini s’identifichino con la propria comunità nazionale per via di storia, lingua e tradizioni condivise. Quindi, ciò deve finire. Gli autori indicano specificamente l’educazione come mezzo per sciogliere le identità culturali dei vari popoli europei e, quindi, la fedeltà alla comunità locale. Altrettanto importante, i politici non dovrebbero sentirsi pressati nel difendere l’interesse nazionale nelle riunioni europee: se l’euro finisce per danneggiare le economie dell’Europa meridionale, non importa, l’unità va preservata sugli interessi economici dei meridionali, impoveriti e disoccupati. Se questi ultimi vogliono sentirsi meglio, forse dovrebbero dimenticare chi sono, trasferirsi in Germania e lasciare che la loro patria affondi. Dopo tutto, è ciò che intellettuali liberali globalisti fanno: finché c’è un posto a Bruxelles, che importa di Napoli?
Se gli Stati Uniti d’America sono veramente il modello che l’integrazione europea seguirebbe, allora i cittadini europei dovrebbero prestare attenzione a quanto successo. Una rapida analisi delle elezioni statunitensi dell’anno scorso mostra, da un lato, le élite liberali nelle coste e, dall’altro, gli Stati centrali dell’uomo comune, abbandonato, deriso e poi accusato di non apprezzare un sistema che ne fa vittima regolare della globalizzazione. È davvero il modello che vogliamo costruire di “Europa unita”? Un gruppo di città isolate di burocrati, politici e intellettuali falliti completamente distaccati dalla realtà e dai problemi dell’uomo comune? Più importante, se gli accademici non solo non hanno fedeltà verso la propria comunità nazionale, ma vogliono sradicarne il senso di fedeltà, i cittadini dovrebbero ancora dargli retta nel rispondere ai propri problemi?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar e guerra valutaria mondiale

Alessandro Lattanzio, 16/6/2017Le richieste al Qatar dei vicini del GCC comprendono la cacciata dei capi di Fratelli musulmani e Hamas, la chiusura dei media al-Jazeera, Quds al-Arabi, The Huffington Post, Middle East Eye e Araby al-Jadid, dei think tank statunitensi The Brookings Institution e The Rand Corporation, che chiedevano di dare il potere ai Fratelli musulmani per ‘contenere’ l’ondata islamista nel mondo arabo, e la cacciata del caporedattore Azmi Bishara, ex-membro della Knesset fuggito da Israele nel 2007. Un alto funzionario saudita avrebbe anche detto che, “non si fermeranno finché l’emiro Tamim non si dimette, unica soluzione della crisi“. Questo è ciò che pretende da Doha una parte del GCC (Gulf Cooperation Council): Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn, sostenuta da Egitto, Giordania, Niger e Senegal; mentre il Qatar, supportato da Quwayt, Oman e Turchia, vi si oppone. L’Oman si oppone anche all’iniziativa saudita di unificare le forze armate del GCC sotto il comando militare congiunto saudita, e si è anche rifiutato di sostenere le operazioni dell’Arabia Saudita nello Yemen. L’emiro Tamim aveva anche l’appoggio della tribù dei Bani Tamim, una delle più importanti dell’Arabia Saudita e presente anche in Iraq. Dei Bani Tamim fanno parte anche le famiglie religiose più influenti del regno saudita, come gli Shayq al-Ash e gli Uthaymin.
Il caporedattore di Middle East Eye, David Hearst, uno dei media che i sauditi vogliono far bandire dal Golfo Persico, scriveva: “Il Qatar non è Gaza. Ha amici dai grandi eserciti, un Paese con una popolazione più piccola di Houston ha un fondo sovrano di 335 miliardi di dollari. È il più grande produttore di gas naturale in Medio Oriente. Ha relazioni con la Exxon“. Invece, il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman bin Jasim al-Thani, appena tornato da Mosca, dichiarava, “Il Qatar non si arrenderà mai alla pressione… e non cambierà la sua politica estera indipendente“. In risposta il ministro degli Esteri degli EAU Anwar Gargash affermava che non ci saranno “legami economici” con il Qatar, se Doha non s'”impegna in modo certo” a non finanziare più gli islamisti, altrimenti le operazioni assumeranno la forma di “embargo sul Qatar”. Inoltre, il capo della polizia degli EAU, Dhafi al-Qalfana, proponeva l’annessione del Qatar agli Emirati Arabi Uniti, giustificandola con il fatto che il Qatar era sotto l’autorità dell’emiro di Abu Dhabi prima dell’occupazione coloniale inglese. Qalfana fece arrestare 75 membri della Fratellanza musulmana con l’accusa di tentato colpo di Stato, e definì la vittoria elettorale del presidente turco Erdogan, “il peggior disastro politico per il futuro della Turchia, essendo Erdogan paragonabile all’islamista Mursi in Egitto“. Riyadh imbarcava nella sua guerra contro Doha anche sei Paesi africani: Niger, Mauritania, Senegal, Ciad, Comore e Mauritius, che ritiravano i loro ambasciatori a Doha, mentre Gibuti riduceva il personale dell’ambasciata in Qatar, visto che Doha aveva mediato la disputa di confine tra Gibuti ed Eritrea.
L’Arabia Saudita utilizzava gli ambasciatori nelle capitali africane per convincerne i presidenti a richiamare i rispettivi ambasciatori a Doha e a rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar. Infattu, Riyadh controlla il Fondo Arabo per lo Sviluppo Economico e Sociale (Fades) attivo in Africa. La Nigeria, però, si rifiutava di prendere posizione nel conflitto, assieme a Marocco, Algeria, Tunisia, Sudan e Somalia, che hanno legami diplomatici ed economici con sauditi e qatarioti. Il presidente somalo Muhamad Abdullahi Muhamad rifiutava l’offerta saudita di 80 milioni di dollari in cambio dell’interruzione totale delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Il ministro per la Pianificazione e lo sviluppo economico della Somalia, Jamal Muhamad Hasan, annunciava tuttavia che l’Arabia Saudita aveva accettato di aumentare la quota dell’Haj dalla Somalia del 25%. L’importanza strategica della Somalia per i Paesi del Golfo spiega tale accordo nonostante il rifiuto ad aderire alla campagna saudita anti-Qatar.
L’ambasciatore degli EAU negli Stati Uniti, Yusif al-Utayba, lanciava un’imponente campagna lobbistica a favore dell’azione saudita ed emiratina. Ed Royce, presidente del Comitato affari esteri del Congresso degli Stati Uniti, del partito repubblicano, avvertiva: “Se non cambia atteggiamento, il Qatar subirà sanzioni nell’ambito di un nuovo disegno di legge che presenterò per punire i sostenitori di Hamas”. Eppure, il 14 giugno, Washington e Doha firmavano l’accordo per l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15, per 12 miliardi di dollari. L’accordo fu completato dal ministro della Difesa del Qatar Qalid al-Atiyah e dall’omologo statunitense James Mattis, a Washington. Atiyah aveva detto che l’accordo sottolinea “l’impegno di lunga data del Qatar a collaborare con i nostri amici e alleati degli Stati Uniti, portando avanti la nostra cooperazione militare e una più stretta collaborazione strategica nella lotta all’estremismo violento, promuovendo pace e stabilità nella nostra regione e oltre“. Il ministro della Difesa del Qatar definiva l’accordo, “ulteriore passo nella nostra relazione su difesa e cooperazione strategica con gli Stati Uniti, e non vediamo l’ora di continuare i nostri sforzi militari congiunti con i nostri partner, qui negli Stati Uniti”. “L’accordo darà al Qatar un’avanzata capacità ed aumenterà la cooperazione per la sicurezza e l’interoperabilità tra Stati Uniti e Qatar”. Infine, 2 navi da guerra dell’US Navy giungevano a Doha per le esercitazioni congiunte con la Marina del Qatar. Secondo Abdalbari Atwan, caporedattore del quotidiano Rai al-Yum, il contratto del Qatar per l’acquisto di 20 miliardi di materiale militare dagli Stati Uniti costringerà l’Arabia Saudita a cedere sulle pretese verso Doha, “Dato che gli Stati Uniti hanno cambiato posizione sul Qatar, c’è la possibilità che Arabia Saudita ed alleati ritirino alcune loro richieste“.
Il Qatar controlla riserve di gas per oltre 25 trilioni di metri cubi, ed è il quarto produttore di gas mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran. Il gasdotto del Qatar verso Emirati Arabi Uniti e Oman fornisce a Dubai il 40% del gas che importa, mentre l’Egitto riceve dal Qatar il 60% del gas importato. Il Qatar possiede anche notevoli risorse di elio; è tra i primi quattro Paesi al mondo. Nel 2005 fu attivato l’impianto di elio di Ras Lafan che rifornisce i mercati asiatici. Il 24% dei depositi nelle banche del Qatar proviene da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Inoltre, il Qatar ospita la base aerea al-Udayd, con circa 10000 soldati statunitensi, mentre il parlamento turco decideva d’inviare presso la base turca in Qatar almeno 3000 soldati. Il vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo turco Ozturk Yilmaz, all’opposizione, avvertiva: “Sappiamo che certi Paesi vogliono rovesciare l’emiro e sostituirlo con un nuovo sovrano… Se il Qatar volesse utilizzare quelle truppe per preservare la famiglia regnante, dovremmo sostenerlo?” La posizione della Turchia è dettata da un altro fattore: i Fratelli musulmani che governano ad Ankara. La Turchia punta sul Qatar, ma se Doha dovesse riavvicinarsi all’Arabia Saudita, cosa non impossibile, la Turchia rimarrà ancor più isolata nel mondo arabo. Ma se il Qatar, alleato dei Fratelli musulmani, venisse sconfitto, la Turchia sarebbe il prossimo obiettivo di Ryadh, perciò il 14 giugno, il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu visitava Doha per mostrare il sostegno turco al Qatar, mentre lo stesso giorno, il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi si recava in Arabia Saudita per colloqui con re Salman. Anche il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr s’incontrava a Washington con il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, il 13 giugno, dichiarandosi disposto ad inviare forniture alimentari e mediche in Qatar, “se necessario”. Il Qatar confermava invece la persistenza del blocco dei collegamenti che definiva “un assedio, non un boicottaggio“. L’Oman, inoltre, mantiene aperti i propri porti ai traffici del Qatar, mentre il ministro degli Esteri della Germania Sigmar Gabriel definiva l’azione saudita, “completamente sbagliata e certamente non è la politica tedesca. Ciò potrebbe potrebbe portare a una guerra“.
A fine marzo 2017, rappresentanti di Hezbollah incontravano i capi dell’Hayat Tahrir al-Sham, finanziato dal Qatar, per accordarsi sulla liberazione dei residenti delle città sciite di Fuah e Qafraya in Siria, in cambio del permesso ai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham di lasciare le città di Madaya e Zabadani presso Damasco, spaventando Riyadh su presunti rapporti tra Doha e Teheran. Inoltre, anche l’Oman rafforzava i legami con l’Iran, svolgendo dal 2011 esercitazioni navali congiunte con la Marina iraniana. Infine, il Quwayt invitò e ricevette il presidente iraniano Hassan Rouhani, nel febbraio 2017. La possibilità che anche il Qatar si unisse a Oman e Quwayt nell’apertura verso l’Iran, minacciava la primazia dell’Arabia Saudita nel GCC. Inoltre, ad aprile scadeva la moratoria di 12 anni sullo sviluppo della parte qatariota del mega-giacimento North Field nel Golfo Persico, il cui gas naturale liquefatto (LNG) doveva essere destinato all’Unione europea attraverso un gasdotto da costruire attraverso Arabia Saudita, Siria e Turchia, in alternativa al gasdotto Iran-Iraq-Turchia; ciò portò il Qatar a suscitare ed alimentare la guerra per procura contro la Siria. Ma ora che tale guerra è fallita, il Qatar punta ai mercati asiatici, utilizzando le infrastrutture controllate dall’Iran. Se Doha tagliasse i rapporti con Teheran, si precluderebbe il mercato asiatico per il gas del giacimento North Field.
Nel 2012, l’Iran accettava lo yuan per l’acquisito dei suoi petrolio e gas, e nel 2015 accettava il rublo. “Il dollaro è la moneta di riserva mondiale solo perché il petrolio è oggi negoziato in dollari. I Paesi che cercano riserve in valuta estera tendono a guardare al dollaro proprio perché “convertibili” in petrolio. Ciò consente agli Stati Uniti di stampare quantità infinite di dollari, venendo scambiati con beni e servizi reali da altri Paesi. Questo è conosciuto come “privilegio del signoraggio”, ovvero assorbire quantità crescenti di beni e servizi da altri Paesi senza contraccambiare con qualcosa di valore equivalente. A sua volta, tale privilegio permette di finanziare la macchina militare statunitense, che oggi costa oltre 600 miliardi di dollari all’anno”. Nel 2012 la Banca Popolare cinese annunciava che non avrebbe più incrementato le proprie riserve in dollari statunitensi, e nel 2014 la Nigeria aumentava le proprie riserve valutarie in yuan dal 2% al 7%. Allo stesso tempo, la Cina avviava la valutazione dell’oro in yuan nell’ambito di ciò che il presidente della Shanghai Gold Exchange definì “internazionalizzazione dello yuan”, rendendolo convertibile in oro e aprendo la possibilità di commerciare il petrolio in oro/yuan piuttosto che in dollari cartacei. Da qui l’azione per impedire al Qatar di creare una joint venture con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG secondo prezzi basati sullo yuan/oro. Va notato che il 18 giugno iniziavano le esercitazioni navali congiunte tra Marina Militare cinese e Marina militare iraniana. La squadra cinese, comprendente il cacciatorpediniere Chang Chun, la fregata Jin Zhou e la nave da rifornimento Chao Hu, partecipava con navi iraniane alle esercitazioni nello stretto di Hormuz, tra Golfo Persico e Golfo di Oman, volte a “rafforzare le relazioni amichevoli tra Teheran e Pechino e a promuoverne la collaborazione marittima“. Dallo stretto di Hormuz passa un terzo del traffico di petroliere del mondo.
Nel frattempo, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi chiedeva di allargare il boicottaggio del Qatar alla Turchia durante la riunione con re Hamad Bin Isa al-Qalifa del Bahrayn. La Turchia e il Qatar sostengono la Fratellanza musulmana che aveva governato brevemente e in modo controverso l’Egitto con il presidente Mursi, nel 2012-2013. La Fratellanza musulmana oggi è vietata in Egitto. Qatar e Turchia s’inserirono negli affari interni dell’Egitto finanziando e sostenendo il regime dei Fratelli musulmani, profondamente odiato in Egitto.Fonti:
Cameroon Voice
FNA
Covert Geopolitics
Covert Geopolitics
Global Research
Mondialisation
NEO
Russian Council
Russian Council
SCF
The Duran
Zerohedge

Il fronte anti-Siria implode

Alessandro Lattanzio, 12/6/2017Una settimana dopo la crisi che l’Arabia Saudita ha creato, imponendo un blocco al Qatar, Doha si è assicurata il sostegno di Turchia e Iran, l’appoggio di Quwayt e Oman e attratto ulteriore interesse dalla Russia. Difatti, il ministro degli Esteri del Qatar, shayq Muhamad bin Abdurahman al-Thani, si recava a Mosca dove affermava che “Qatar e Russia, principale giocatore dell’arena internazionale, hanno rapporti amichevoli“, implicando che gli USA, alleato del Qatar, non vengono consultati da Doha sulla soluzione della crisi, non avendo un ruolo internazionale. E infatti, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson telefonava al Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov subito dopo che aveva incontrato la controparte del Qatar. Al ministro degli Esteri del Qatar, Sergej Lavrov dichiarava che la Russia farà tutto ciò che può per la soluzione pacifica alla crisi, “Per ragioni di principio, non interferiamo negli affari interni di altri Stati o nelle loro relazioni. Tuttavia, non possiamo congratularci per la situazione in cui i rapporti tra i nostri partner peggiorano“. Mantenendo una posizione neutrale sulla crisi, Mosca ha il potere di mediare la crisi, al contrario di Washington schieratasi con nettezza al fianco dei sauditi. Anche l’offerta dell’Iran di inviare aiuti al Qatar avvertiva gli USA sull’evanescenza della loro presa sul Medio Oriente. L’emiro del Qatar si era già congratulato con il Presidente iraniano Hassan Rouhani per la vittoria elettorale in Iran. Nel frattempo, la 47.ma flottiglia della Marina iraniana, costituita da un cacciatorpediniere e da una nave logistica, iniziava la missione di protezione del traffico navale sul Golfo di Aden visitando l’Oman, e il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Generale Mostafa Izadi, dichiarava che “affrontiamo una guerra per procura nella regione, un nuovo inganno delle potenze arroganti contro la Repubblica islamica. Come il leader supremo della rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei ha detto, abbiamo documenti e informazioni che dimostrano il sostegno diretto dell’imperialismo statunitense a tale disgustoso male (lo SIIL) nella regione, che ha distrutto Paesi islamici e creato un’ondata di massacri e scontri“. Il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani affermava a sua volta che “Gli Stati Uniti si sono alleati con lo SIIL nella regione”, rendendo ancor più precaria la situazione degli USA nella regione.
Con tutto questo sullo sfondo, gli USA sospendevano le operazioni dei loro mercenari terroristi nel sud della Siria, spingendo i curdi separatisti delle SDF ad invocare un’alleanza con i sauditi, temendo di essere ben presto scaricati da Washington in relazione alla crisi sul Qatar. Dall’altra parte gli Stati Uniti non possono permettersi di rompere i rapporti con il Qatar, grande Stato petrolifero e gasifero che ospita la base aerea al-Udayd, la più grande degli Stati Uniti in Medio Oriente e sede del loro Comando Centrale. Di certo, l’invio di truppe turche in Qatar avrà ridimensionato le pretese dell’Arabia Saudita. Infatti, il partito di Erdogan, Giustizia e Sviluppo, è una fazione della Fratellanza musulmana finanziata dal Qatar. Sostenendo Doha, Erdogan riottiene un nuovo ruolo in Medio Oriente dopo la sconfitta in Siria: alleandosi con Fratellanza musulmana e Qatar, Erdogan ridiventa una figura temibile potendo influenzare la stabilità dell’Arabia Saudita. Ma Ankara di sicuro vedrà ritirare gli investimenti di sauditi ed emirati in Turchia. Inoltre, è certo che Mosca non correrà in suo soccorso una volta che Erdogan sprofondasse nel conflitto tra Qatar e GCC; “Se Erdogan salta nel Golfo, s’isolerà da sauditi, mondo arabo laico (che già non lo ama), Russia e Stati Uniti”.
Il piano dell’Arabia Saudita d’isolare il Qatar ed imporvi i propri obiettivi geopolitici, quindi, sta fallendo, dimostrando l’incapacità dei sauditi di stilare una strategia qualsiasi; preda di un delirio di onnipotenza, scattano in avanti ignorando le conseguenze delle proprie azioni, “La cosa più preoccupante è che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ripetono gli errori commessi quando i capi sauditi decisero la guerra allo Yemen“, dichiarava Yezid Sayigh del Carnegie Endowment for Peace International. “Non hanno una chiara strategia politica, si basano su false supposizioni, causando sempre più gravi perdite finanziarie ed umane, e oggi sono probabilmente in peggiori condizioni di sicurezza“. Infatti, la successiva svolta di 180 gradi di Trump verso la mossa saudita avrà stordito Ryadh. Soprattutto dopo che il Pentagono avrà informato Trump che la pretesa sottesa all’azione dei sauditi, ovvero che gli Stati Uniti difendessero militarmente i confini del regno dei Saud, fosse un onere folle per le forze armate statunitensi. E all’improvviso l’Arabia Saudita attenuava i toni, rendendosi conto di dover affrontare da sola gli effetti dei propri azzardi, come appunto lo schieramento di forze turche in Qatar e il rafforzarsi ulteriore della posizione regionale dell’Iran. La mossa dei Saud li ha solo portati a un altro disastro geopolitico, dopo quelli in Siria, Iraq e Yemen. L’unico ‘successo’ di Ryadh, in questa operazione avventata, è la proposta dei curdi separatisti in Siria di allearsi contro Turchia e Iran. Haji Ahmad, capo del Jaysh al-Thuar, fazione anti-siriana supportata dagli USA, sosteneva che Siria, Turchia e Iran cooperano contro le forze democratiche siriane (SDF), “La Turchia ha stabilito forti relazioni con l’Iran, nelle zone di al-Shahba, presso Aleppo, portando a una maggiore cooperazione tra il regime di Assad e la Turchia e all’apertura delle comunicazione tra di loro. È stata creata una rete d’intelligence comune che opera contro di noi, e non escludiamo che questa cooperazione aumenti di livello in futuro”. Haji Ahmad affermava inoltre che Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham, liwa Sultan Murad e liwa Sultan Salim cacciavano gli abitanti e ne confiscavano le case ad Azaz e Jarablus. “In tutti gli edifici occupati dai turchi appaiono foto di Mustafa Kamal Ataturk e scritte in turco“. E come se non bastasse, l’esercito giordano eliminava 5 terroristi che tentavano d’infiltrarsi nel territorio giordano da al-Tanaf, al confine siriano-iracheno. Le guardie di frontiera giordane si erano scontrate per 72 ore contro un convoglio di 9 automobili e 2 motociclette che cercavano di entrare nel territorio giordano dalla Siria. Negli scontri, le guardie di frontiera giordane distrussero 2 auto e 2 moto, e arrestavano 2 terroristi. Il gruppo che tentava d’infiltrarsi sarebbe appartenuto al gruppo di terroristi dell’ELS armati e finanziati dagli Stati Uniti. L’ELS aveva interrotto gli attacchi contro l’EAS negli ultimi due giorni, ad est di Suwayda, dato che per gli Stati Uniti al-Tanaf ha scarso valore, non potendovi costruire una zona d’interdizione su tutto il confine siriano-iracheno. Contemporaneamente, a nord di Aleppo, i gruppi terroristici filo-turchi liwa al-Hamzah e Primo reggimento dell’ELS si scontravano alla periferia di al-Bab, cumulando 16 terroristi uccisi. Ulteriore segno della disgregazione del fronte anti-Siria era anche l’accordo tra Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria) ed ELS per dissolvere la Divisione 13 dell’esercito libero siriano, a Marat al-Numan, a sud di Idlib. L’ELS consegnava al ‘tribunale’ di al-Qaida i terroristi della Divisione 13, tra cui il loro capo Taysir Samahi, oltre a posizioni e materiali dell’unità terroristica filo-statunitense, compresi i lanciamissili anticarro TOW consegnatigli dalla CIA.

Fonti:
Geopolitics
Geopolitics
South Front
South Front
South Front
South Front
Sputnik News
The Duran
The Duran

Teheran è da sempre obiettivo degli USA e quindi dello Stato islamico

Tony Cartalucci, LD, 10 giugno 2017Molti i morti e i feriti negli attentati coordinati nella capitale iraniana di Teheran. Sparatorie e bombardamenti contro il parlamento iraniano e la tomba dell’Ayatollah Khomeini. Secondo Reuters, il cosiddetto “Stato islamico” ha rivendicato l’attentato, svoltosi pochi giorni dopo un altro attentato a Londra. Lo Stato islamico avrebbe anche rivendicato le violenze a Londra, nonostante le prove che i tre sospetti fossero ben noti alle agenzie di sicurezza ed intelligence inglesi, semplicemente autorizzati ad attuare gli attentati. È assai meno probabile che il governo di Teheran abbia radunato i terroristi, impegnato da anni a combatterli alle frontiere e in Siria nella feroce guerra da sei anni alimentata con armi, soldi e combattenti da statunitensi, europei e arabi del Golfo.

Le violenze a Teheran sono l’obiettivo dichiarato dei politici statunitensi
I recenti attentati a Teheran sono la manifestazione letterale della politica estera statunitense. La creazione di una forza di ascari per combattere l’Iran e creare un santuario fuori dall’Iran sono una politica statunitense da tempo dichiarata. L’attuale caos che consuma Siria e Iraq, e in misura minore la Turchia sudorientale, è il risultato diretto degli Stati Uniti che tentano di assicurarsi una base operativa per lanciare una guerra per procura direttamente contro l’Iran. Nel documento del 2009 della Brookings Institution intitolato “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”, l’uso dell’organizzazione terroristica Mujahedin-e Khalq (MEK) per far esplodere l’insurrezione armata come avvenuto in Siria, veniva discusso in dettaglio. La relazione dichiarava espressamente: “Gli Stati Uniti potrebbero anche tentare di promuovere gruppi esteri d’opposizione iraniani fornendogli il sostegno per passare all’insurrezione piena e persino sconfiggere militarmente le forze del regime clericale. Gli Stati Uniti potrebbero collaborare con gruppi come il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI) e la sua ala militare Mujahedin-e Khalq (MeK), aiutandone migliaia che, sotto il regime di Sadam Husayn, furono armati e condussero operazioni di guerriglia e terroristiche contro il regime clericale. Anche se il NCRI è oggi disarmato, potrebbe esserlo rapidamente”. I politici della Brookings ammettono nel rapporto che il MEK è responsabile dell’omicidio di militari statunitensi e iraniani, politici e civili con un chiaro terrorismo. Nonostante ciò e l’ammissione che il MEK sia indiscutibilmente un’organizzazione terroristica, si raccomandava di toglierla dal registro delle Organizzazioni Terroristiche Estere del dipartimento di Stato degli USA affinché possa essere ancor più aiutata nel cambio di regime armato. Sulla base di tali raccomandazioni e di un lobbismo intenso, il dipartimento di Stato degli USA tolse finalmente il MEK nel 2012 e il gruppo ebbe un aperto sostegno significativo dagli Stati Uniti, come il supporto di molti membri della squadra elettorale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tra cui Rudy Giuliani, Newt Gingrich e John Bolton. Tuttavia, nonostante tali sforzi, il MEK non è riuscita nell’obiettivo d’istigare l’insurrezione contro Teheran, richiedendo l’uso di altri gruppi armati. Il documento della Brookings del 2009 menzionava altri candidati nella sezione intitolata “potenziali ascari etnici”, identificando gruppi arabi e curdi come possibili candidati per una guerra per procura statunitense contro Teheran. Nella sezione intitolata “Trovare una via e un santuario sicuri”, la Brookings osserva: “Di uguale importanza (e potenziale difficoltà) è trovare un Paese vicino disposto a servire da canale degli aiuti statunitensi al gruppo insorto, nonché un santuario in cui il gruppo possa addestrarsi, pianificare, organizzare, risollevarsi e rifornire”. Nella guerra per procura statunitense contro la Siria, Turchia e Giordania hanno tale ruolo. Per l’Iran è chiaro che gli sforzi statunitensi dovrebbero concentrarsi sulla creazione di via e santuari dal Baluchistan sud-occidentale in Pakistan e dalle regioni curde di Iraq settentrionale, Siria orientale e Turchia sudorientale, proprio dove gli sconvolgimenti attuali sono alimentati dagli Stati Uniti sia apertamente che di nascosto. La Brookings rilevava nel 2009 che: “Sarebbe difficile trovare o costruire un’insurrezione dall’alta probabilità di successo. I candidati esistenti sono deboli e divisi, e il regime iraniano è molto forte rispetto ai potenziali oppositori interni ed esteri”. Un gruppo non citato da Brookings nel 2009, ma che esiste nella stessa regione e che gli Stati Uniti cercano di rifornire e dare un santuario per la guerra per procura contro l’Iran, è lo Stato islamico. Nonostante le affermazioni che sia un’organizzazione terroristica indipendente e alimentata da vendite di petrolio, riscatti e imposte locali, per capacità di combattimento, reti logistiche e portata operativa dimostra un’ampia sponsorizzazione da Stati.

L’ascaro finale, il canale perfetto e il santuario
Lo Stato islamico che arriva in Iran, Russia meridionale e anche Cina occidentale non è solo possibile, ma inevitabile nella progressione logica della politica statunitense, come affermato dalla Brookings nel 2009 e chiaramente attuato da allora. Lo Stato islamico è l”ascaro’ perfetto, occupando il canale ideale e il santuario sicuro per l’esecuzione della guerra per procura degli USA contro l’Iran e altrove, circondandolo con uno Stato islamico sostenuto dalle basi militari statunitensi, anche quelle illegali nella Siria orientale. Se gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iran nel prossimo futuro, probabilmente queste risorse “per coincidenza” si coordineranno contro Teheran proprio come ora contro Damasco. L’uso del terrorismo, degli estremisti e degli ascari per conto della politica estera statunitense, come gli estremisti indottrinati di Stato islamico e al-Qaida, fu dimostrato negli anni ’80 quando gli Stati Uniti con l’aiuto di Arabia Saudita e Pakistan usarono al-Qaida contro le forze sovietiche in Afghanistan. Tale esempio è menzionato esplicitamente dai politici della Brookings come modello per la nuova guerra per procura contro l’Iran. Per gli Stati Uniti non c’è migliore sostituto di al-Qaida che il successore Stato islamico. I politici statunitensi hanno dimostrato la volontà di utilizzare le organizzazioni terroristiche per vincere le guerra per procura contro gli Stati-nazione presi di mira, come in Afghanistan, chiaramente organizzato dal gioco geopolitico sull’Iran per facilitare l’agenda del 2009. Con i terroristi che uccidono a Teheran, è semplice verificare come tale ordine del giorno avanzi. Il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano dimostra che Teheran è ben consapevole di tale cospirazione e se ne difende attivamente sia all’interno che all’estero. La Russia è altresì un obiettivo della guerra per procura in Siria ed è altresì coinvolta nella soluzione per impedirle di dilagare. Il piccolo ma espansivo ruolo della Cina nel conflitto è legato direttamente all’inevitabilità dell’instabilità che si estende alla provincia occidentale del Xianjiang.
Mentre il terrorismo in Europa, incluso l’ultimo attentato a Londra, viene spacciato come prova di come l’occidente sia “anche” nel mirino dello Stato islamico, le prove suggeriscono altrimenti. Gli attentati sono probabilmente un esercizio per creare la negazione plausibile. In realtà, lo Stato islamico, come al-Qaida, dipende dalla grande sponsorizzazione di diversi Stati; Stati Uniti, Europa e alleati regionali del Golfo Persico. Peraltro una sponsorizzazione che possono, in qualsiasi momento di loro scelta, denunciare e chiudere, semplicemente scegliendo di non cercare l’egemonia regionale e globale. Il documento della Brookings del 2009 è una confessione aperta della propensione dell’occidente all’uso del terrorismo come strumento geopolitico. Mentre le testate dell’occidente insistono su come Iran, Russia e Cina compromettano la stabilità globale, è chiaro che esso lo crea perseguendo l’egemonia globale.

Maryam Rajavi, capo dei Mojahedin e-Khalq, ricatterebbe i suoi amici Rudi Giuliani, John Bolton e Newt Gingrich.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico a Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Turchia affianca il Qatar

Sic Semper Tyrannis, 08 giugno 2017La crisi diplomatica del Qatar ha visto un nuovo sviluppo con il parlamento turco approvare una legge che consente di dispiegare truppe in una base militare turca in Qatar. La legislazione è stata redatta prima che Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn tagliassero i rapporti con il Qatar, ma indica una Turchia disposta ad aiutare il Paese arabo del Golfo. Il disegno di legge è stato sostenuto dal partito al governo AK e dall’opposizione nazionalista. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che “la Turchia continuerà e svilupperà i legami con il Qatar“, aggiungendo che “non pensiamo che le sanzioni contro il Qatar siano un bene“. Erdogan insisteva che la Turchia interverrà nelle sanzioni se il sostegno al terrorismo viene dimostrato, ma s’interroga sull’efficacia delle misure adottate dai vicini arabi per isolare il piccolo emirato. Le relazioni sul sostegno continuo del Qatar ai gruppi islamici regionali, in particolare Fratellanza musulmana, e l’Iran sciita, hanno messo a disagio le relazioni con molte nazioni vicine. Weekley Standard
Ebbene, pellegrini, aggiungiamo la Mauritania all’elenco di chi segue l’esempio dell’Arabia Saudita. Sarà sul “libro paga” di Riyadh. Il Qatar è un piccolo strano posto. È davvero un sabbione sul Golfo. Il Qatar possiede grandi riserve di gas, ma chi pensa che il desiderio di possederle motivi l’Arabia Saudita? Il Qatar è l’unico Paese wahhabita oltre l’Arabia Saudita. Esiste perché la Gran Bretagna imperiale voleva un pezzo di “suolo” non saudita dominato da wahhabiti sul Golfo. Il Qatar sa della propria debolezza verso l’Arabia Saudita. L’emirato è difatti, escluse le apparenze, un assolutismo. Assistei a una riunione nel palazzo del governatore di Doha, in cui l’allora emiro se la rideva dicendo al mio gruppo che se l’occidente voleva la democrazia avrebbe creato delle cose da mostrargli. Un parlamento. Una stampa “libera” (al-Jazeera?) Disse che c’era stata una cospirazione per un tentato colpo di Stato e numerosi cospiratori erano in carcere. Cosa devo farne chiese al gruppo di milionari e rappresentanti di aziende. Non voglio sconvolgere troppo “l’occidente”. La risposta del capo del gruppo era che i detenuti dovevano essere processati. L’emiro cambiò discorso. In tale ambiente, i governanti del Qatar cercano di “resistere al fuoco” contro un futuro in cui l’Arabia Saudita decide che l’esistenza del mini-Stato del Qatar non è necessaria.
1. Innanzitutto, e forse cosa più importante, diedero agli Stati Uniti un’area comprendente l’ex-base aerea inglese di al-Udayd e abbastanza spazio per collocarvi la sede dell’USCENTCOM. Tali strutture sono molto importanti per gli Stati Uniti. La guerra aerea in Medio Oriente è diretta dalla base al-Udayd, non necessariamente i voli ma tutte le operazioni di comando e controllo. DJT non sembrava cogliere l’importanza di al-Udayd per la guerra aerea statunitense.
2. La “rete al-Jazeera” è assai irritante per gli Stati autocratici del mondo arabo. È sempre stato così e mi fu rinfacciato da ricchi e potenti arabi la sua creazione. È chiaramente protetta dagli al-Thani (i governanti del piccolo Paese). Come ho detto, questa casata non è per nulla democratica. Al-Jazeera fa parte del villaggio Potjomkin della democrazia presentato all’occidente dallo Stato del Qatar, ma gli è utile.
3. Il Qatar ha una certa ambiguità sulle relazioni con l’Iran. Recentemente ha scelto di sottolineare tale ambiguità, probabilmente in risposta all’accettazione di DJT del ruolo di muqtar d’America. E ora, a dimostrazione dell’ambizione del sultano Erdogan che crede che un giorno sarà il comandante dei fedeli, il parlamento turco concede la base giuridica alla Turchia per intervenire militarmente e politicamente nella risoluzione dei contrasti tra Arabia Saudita, alleati arabi e muqhtar Trump da un lato, e Qatar e Turchia (anche Iran?) dall’altro. Si può dubitare che il sostegno turco ad al-Thani avrà grande influenza in Qatar? In caso affermativo, quanto sarà l’influenza turca sull’utilizzo dell’AFB al-Udayd degli USA? Senza le strutture di comando della base, in sostanza la guerra aerea degli USA finirebbe. E poi c’è l’AFB Incirlik…
Che succederebbe se DJ pensasse di sostenere l’Arabia Saudita contro il Qatar?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora