La potenza dell’Iran irrita gli USA

L’Iran è la deterrenza contro gli Stati canaglia in Medio Oriente
Shane Quinn The Duran 17 ottobre 2017Dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, lo storico militare israeliano Martin van Creveld disse: “Il mondo ha visto come gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq benché, come si è scoperto, non ne avessero motivo. Se gli iraniani non costruiranno armi nucleari, sarebbero dei pazzi“. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente scartato il JCPOA, l’accodo nucleare con l’Iran, e inoltre ha imposto nuove sanzioni al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche, un ramo dell’Esercito iraniano. Due mesi prima, il Presidente dell’Iran Hassan Rouhani dichiarò che il suo Paese riavvierà il programma nucleare “in poche ore” se venivano adottate altre sanzioni. Considerando che l’Iran è nuovamente sotto lo spettro dell’attacco dalla vecchia nemesi, tali sviluppi potrebbero rivelarsi inevitabili. È il segnale che gli USA, dall’aggressivo militarismo, inviano al mondo: sviluppate le armi nucleari se volete proteggervi da noi. È un messaggio che la Corea democratica da tempo segue. La RPDC sarebbe sicuramente stata attaccata se non avesse testate nucleari e artiglieria massiccia. Le minacce a Corea democratica e Iran violano la Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti furono tra i firmatari chiave della creazione delle Nazioni Unite nel 1945. Da tempo sembrano considerarlo una mera cerimonia. Il testo di apertura della Carta dichiara che siano “salvate le generazioni future dal flagello della guerra… riaffermando la fede nei diritti umani fondamentali… e nelle nazioni grandi e piccole“. Tra le accuse all’Iran dell’occidente vi è quella di “alimentare l’instabilità”. In termini semplici, ciò significa ignorare i desideri degli USA. Mentre lo SIIL dilagava nel nord dell’Iraq nel 2014, fu l’Iran che intervenne in aiuto dei curdi assediati. Azioni come questa sono chiamate “destabilizzazione” e “sostegno al terrorismo”. L’Iraq fu attaccato dagli Stati Uniti nel 2003, lasciando rovine che gli iracheni non videro dall’invasione mongola del 13° secolo. In occidente lo si chiamò “promozione della democrazia” o “stabilizzazione”, senza trascurare di menzionare un milione di iracheni morti, con un attacco che pose le basi dello SIIL. Nel frattempo, l’accordo nucleare iraniano del 2015, ha affermato il capo della vigilanza atomica dell’ONU Yukiya Amano, “è attuato nell’ambito degli impegni relativi all’energia nucleare presi dall’Iran col JCPOA. Il regime di verifica in Iran è il più robusto… attualmente esistente. Abbiamo aumentato i giorni d’ispezione in Iran, abbiamo aumentato le ispezioni… e dati sono aumentati“. Questa è la prova che l’Iran adempie ad ogni richiesta, a differenza di altri. Ancora una volta, sono Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita che decidono d’ignorare il diritto internazionale. In tal modo, promuovono il proprio isolamento mondiale. Le cinque altre potenze che hanno preso parte all’accordo nucleare, Cina, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna, hanno affermato di continuare indipendentemente dalla posizione statunitense. Le vere ragioni di tale rinnovata ostilità verso l’Iran non sono naturalmente specificate. Per esempio, l’Iran aumenta l’influenza in Medio Oriente, sempre più potente rivale d’Israele. L’Iran ha inoltre svolto un ruolo importante, alleato di Russia ed Esercito arabo siriano, nella sconfitta dei terroristi filo-occidentali ad Aleppo.
Altre preoccupazioni sono il “sostegno al terrorismo” dell’Iran, come ribadito dal presidente Trump, riecheggiando i predecessori. Ciò si riferisce principalmente al sostegno dell’Iran a Hezbollah e Hamas, organizzazioni nate dall’aggressione degli Stati Uniti nel Medio Oriente, sostenuti da Israele ed Arabia Saudita. Il terrorismo occidentale supera notevolmente qualsiasi cosa attribuita ad Hezbollah o Hamas. Hezbollah, per esempio, ha svolto un ruolo nel ritiro dello SIIL, dopo aver combattuto gli estremisti per tre anni in Siria, Iraq e Libano. Il duo è anche nemico deciso d’Israele, quindi degli Stati Uniti. Né l’Iran, insieme a Hezbollah e Hamas, può competere con l’Arabia Saudita nella sponsorizzazione del terrorismo islamico. Lo SIIL stesso è un complotto del fanatismo religioso saudita e dell’ampliamento del suo messaggio jihadista. Inoltre, all’Iran, quarto produttore di petrolio mondiale, non è mai stato perdonato aver rimosso il controllo statunitense 38 anni fa. Come una banda che da una lezione a chi tradisce il boss mafioso, l’Iran viene punito senza pietà. I cubani sostengono le affermazioni dell’Iran con mezzo secolo di prove. Anche l’intelligence statunitense riconosce che le dottrine strategiche dell’Iran sono difensive e non sono una minaccia militare importante. L’anno scorso il bilancio degli armamenti statunitensi era 50 volte superiore quello iraniano. Tuttavia, in occidente l’Iran viene considerato “la peggiore minaccia alla pace“, nonostante non abbia mai invaso un altro Paese. Una delle grevi ironie è come le azioni statunitensi di questo secolo abbiano aiutato la causa dell’Iran. Quattordici anni dopo la fine della guerra in Iraq, il New York Times lamentava che “camminando nei mercati in Iraq gli scaffali siano pieni di beni iraniani… accendendo la televisione canale dopo canale trasmettono programmi favorevoli all’Iran. Si costruisce un nuovo edificio? È probabile che i mattoni e il cemento provengano dall’Iran. E non è che l’inizio“. La causa principale di ciò, la devastazione lasciata dall’invasione degli Stati Uniti, non viene menzionata nell’articolo. L’Iraq è da tempo un Paese a maggioranza sciita, ma prima dell’attacco del 2003 era governato dalla minoranza sunnita. Gli statunitensi spazzarono i governanti sunniti, avvicinando inavvertitamente l’Iraq all’Iran, altra nazione sciita.
Con l’ostilità crescente degli USA verso l’Iran, è sorprendente che la Cina, in particolare, ne sia l’alleata chiave. Oggi la Cina rappresenta il maggiore mercato di esportazione ed importazione dell’Iran. Dal 2000 al 2014 la quota cinese delle esportazioni iraniane è passata dal 4% al 49%, soprattutto nel greggio. In questi 14 anni, la quota di importazioni cinesi verso l’Iran è passata dal 5% al 45%. Anche i legami militari sino-iraniani sono più stretti. Nel 2012, per la prima volta, navi da guerra cinesi apparvero nel Golfo Persico per un’esercitazione congiunta con la Marina iraniana. Col Presidente Rouhani (in carica dal 2013), le relazioni sono aumentate, con l’aumento complessivo del 70% degli scambi con la Cina, che vede favorevolmente Rouhani. L’anno scorso Cina e Iran decisero di aumentare il commercio a 600 miliardi di dollari nel prossimo decennio. La Cina è anche un importante fornitore di armi avanzate dell’Iran, tra cui missili antinave, missili da crociera, aviogetti da caccia J-10, ecc. Il caccia J-10 è “paragonabile allo statunitense F-15, letale in combattimento“. Nel novembre 2016, un accordo di cooperazione militare fu firmato da Cina e Iran, con esercitazioni militari congiunte avvenute a giugno. L’allora Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan dichiarò: “L’aggiornamento delle relazioni e della cooperazione militare a lungo termine nella difesa con la Cina è una delle priorità della diplomazia della Repubblica islamica dell’Iran“. Ponendo un altro deterrente importante ai nemici dell’Iran. Si può supporre che questi sviluppi siano visti con orrore a Washington, Tel Aviv e Riyadh.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Intervista al Ministro degli Esteri della RPDC

TASS, 12 ottobre 2017Intervista al Ministro degli Esteri della RPDC, dove definisce la posizione ufficiale di Pyongyang sulle armi nucleari e le relazioni con gli Stati Uniti. La situazione sul programma nucleare coreano è diventata l’argomento più teso della politica mondiale negli ultimi mesi. Gli Stati Uniti, che chiedono a Pyongyang di abbandonare le armi nucleari, e la leadership della RPDC si scambiano dichiarazioni sempre più dure, non mostrando alcuna volontà d’incontrarsi. La delegazione TASS, guidata dal Direttore Generale Sergej Mikhailov, su invito dell’Agenzia Centrale Telegrafica di Corea, s’incontrava con il Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea Li Yong-ho, che pochi giorni prima accresceva il proprio status nella leadership del Paese entrando nel Politburo del Comitato Centrale del PLC durante la sessione plenaria di ottobre. In un’intervista a TASS ha spiegato la posizione del suo Paese sul programma nucleare, ribadendo la tesi secondo cui tutte le minacce di Washington sono inaccettabili e sottolineando che le armi di distruzione di massa sono uno strumento per salvaguardare e proteggere la sovranità del Paese dall’aggressione estera. L’incontro si è tenuto alla vigilia dell’anniversario della costituzione delle relazioni diplomatiche del suo Paese con l’URSS, avviando quindi una conversazione con una breve analisi delle relazioni bilaterali.
Domani, 12 ottobre, è il giorno del 69° anniversario della creazione della relazioni diplomatiche tra RPDC e Russia e, a questo proposito, desidero esprimere la speranza che l’amicizia e la cooperazione tra i nostri popoli si rafforzino e che l’importanza strategica dell’interazione cresca nel tempo.
Oggi il nostro Paese è vincente, rappresentando un saldo contrappeso agli Stati Uniti definiti “unica superpotenza”. Credo che sia nell’interesse della Russia avere un vicino così forte. Recentemente, a causa di fattori interni ed esteri, alcune difficoltà e ostacoli, le relazioni coreano-russe non sono al livello desiderato, ma siamo ancora ottimisti sui potenzialità e prospettive, poiché esiste una forte base per lo sviluppo dei nostri rapporti che si basano su una lunga storia di amicizia e cooperazione. Ora gli Stati Uniti perseguono una politica di sanzioni nei confronti di entrambi i Paesi, RPDC e Russia, cercando di collegare la Russia alle sanzioni contro la RPDC, seminando discordia tra i nostri Paesi. Spero che TASS porti a conoscenza dei ussi l’assurdità di tale politica e contribuisca quindi a rafforzare l’amicizia tra i nostri popoli, assicurando pace e sicurezza in questa regione. Ho fiducia nella leadership e nel popolo della Russia, che supereranno tutte le sfide e le difficoltà, e che la Russia risorgerà e riconquistando il potere di grande potenza. Con la sua dichiarazione bellicosa e folle all’arena delle Nazioni Unite, Trump, si può dire, ha innescato la guerra contro di noi. Il Caro alto dirigente Kim Jong Un ha avvertito con severità: gli Stati Uniti dovrebbero agire con ragionevolezza e smettere di infastidirci se non vogliono disonorarsi di fronte al mondo, subendo i nostro colpo. Ha detto che le nostre forze strategiche, che hanno un potere inesauribile che nessuno ancora conosce, non lasceranno gli USA, gli aggressori, impuniti. Ora è il turno degli Stati Uniti pagare, e il nostro esercito e tutto il popolo insistono per chiedere che gli statunitensi la smettano per sempre solo infliggendogli una grandine ardente, non con le parole. Abbiamo quasi raggiunto il punto finale sulla via per raggiungere l’obiettivo finale, avere un reale equilibrio di forza con gli Stati Uniti. E le nostre armi nucleari non saranno mai negoziabili finché non viene eliminata la politica statunitense volta a spezzare la RPDC. Al secondo plenum della sedicesima convocazione del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori della Corea, che si è tenuto il 7 ottobre, il rispettato leader supremo ha ribadito che le nostre armi nucleari sono il risultato di una lotta sanguinosa volta a proteggere il destino e la sovranità del Paese dalle minacce nucleari statunitensi, garantendo pace e sicurezza nella regione e il diritto della nazione coreana ad esistere e svilupparsi, spada sacra della giustizia che ci permette di disperdere le nuvole nere della tirannia nucleare e garantire la vita indipendente di tutta l’umanità con un cielo lindo e chiaro.
La causa principale dell’attuale escalation delle tensioni sulla penisola coreana è degli Stati Uniti, ma comunque i Paesi che hanno votato l’adozione della “risoluzione sulle sanzioni” illegali, concepita dagli Stati Uniti, ne sono anche responsabili. Il governo della nostra repubblica ha ripetutamente dichiarato che qualsiasi tentativo di soffocaci, di strangolarci con il pretesto di attuare la “risoluzione delle sanzioni”, equivalente ad un atto di aggressione e di guerra, e in cambio non abbandoneremo i nostri mezzi estremi. Il Presidente Putin ha ammesso anche che i coreani non lasceranno mai le armi nucleari, anche se mangiassero erba, sottolineando che sanzioni ed isteria militare non porteranno nulla di buono. I Paesi limitrofi nel secolo scorso, a costo di perdite e prove gravi, adottarono le armi nucleari per resistere alle minacce e pressioni degli Stati Uniti. E se oggi cercano di essere in prima linea nella campagna delle sanzioni e delle pressioni contro di noi, allora si distruggeranno e trascinandosi nel disastro. Implementeremo costantemente la politica di sviluppo parallelo dell’economia e delle forze nucleari, delineata dal rispettato leader supremo, e completeremo con successo storico il miglioramento delle forze nucleari nazionali. Al tempo stesso, affidandoci alla forza trainante dell’auto-sviluppo e delle potenzialità scientifiche e tecniche, daremo nuovo impulso nella costruzione di una potenza economica socialista, smascherando la politica del nemico delle sanzioni e dello strangolamento e rendere i problemi felicità. Speriamo che TASS capisca correttamente lo spirito del nostro popolo, che si oppone in quest’ultima battaglia e che presenta alla comunità mondiale la verità sul nostro Paese, contribuendo a garantire pace e sicurezza regionale e giustizia internazionale.

La Russia ha sviluppato una tabella di marcia per risolvere i problemi della penisola coreana. Quanto realistico pensate sia l’attuazione di questa proposta, in questa fase?
Rendiamo omaggio al fatto che la Russia, come negli anni precedenti, presta molta attenzione ai problemi della penisola coreana e compie sforzi attivi per risolverli. E comprendiamo appieno motivi e scopo per cui la Russia ha sviluppato una tabella di marcia. Secondo le nostre stime, la situazione attuale, quando gli Stati Uniti ricorrono alla massima pressione e alle sanzioni, alle scandalose minacce militari contro la RPDC, non c’è affatto l’atmosfera per negoziare. In particolare, la nostra posizione di principio è che non accetteremo mai qualsiasi negoziato in cui le nostre armi nucleari saranno oggetto.

A quali condizioni pensare sia possibile avviare un dialogo tra RPDC e Stati Uniti?
Come abbiamo affermato più di una volta, la cosa più importante è che gli USA rimuovano la politica ostile e la minaccia nucleare contro la RPDC con tutte le loro fonti e radici.

Cosa pensa della politica delle nuove autorità della Corea del Sud?
Il caro leader supremo, il compagno Kim Jong-un, nella relazione al VII Congresso del Partito dei Lavoratori Coreani ha chiaramente illustrato i compiti per migliorare le relazioni inter-coreane. Recentemente le autorità sudcoreane propongono di avviare negoziati tra i militari di nord e sud, organizzano incontri di famiglie separate, forniscono assistenza umanitaria, ecc. Tuttavia, il problema è che essi sono contrari ai principi per “risolvere tutti i problemi delle forze della nazione coreana” e si attengono ciecamente alla politica ostile alla RPDC. Mentre seguono gli Stati Uniti, ricorrono a sanzioni e pressioni contro di noi, e non vediamo prospettive per migliorare le relazioni inter-coreane. Perciò, innanzitutto, è necessario che le autorità della Corea del Sud smettano l’obbediente sottomissione agli Stati Uniti nella loro politica ostili e campagna per sanzioni e pressione sulla RPDC. È importante che cambino politica a favore dell’interazione nazionale e della soppressione delle aggressioni ed interferenze estere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli investitori esteri si riversano in Russia

Mentre l’economia si rafforza la Russia supera l’India come primo Paese per gli investitori esteri e i fondi azionari
Alexander Mercouris, Russia Feed 8 ottobre 2017La crescente fiducia degli investitori nella Russia mentre l’inflazione storicamente elevata continua a diminuire, e l’economia supera la recessione, ha ricevuto una forte conferma con la notizia che per la prima volta la Russia ha superato l’India come opzione d’investimento preferito dagli investitori sui mercati emergenti. Questa conferma proviene dalla fonte più autorevole possibile, un articolo del Financial Times, negli ultimi anni fortemente critico verso la Russia. “La Russia ha superato l’India come prima posizione per i fondi azionari sui mercati emergenti. Nonostante l’imposizione di sanzioni sempre più severe a Mosca, i prezzi del petrolio ancora bassi e un’economia che ora esce da una grave recessione, ancora assalita da tassi d’interesse reali adattati all’inflazione del 5,2 per cento. Al contrario, l’India era da tempo preferita dagli investitori esteri che si leccavano i baffi alla prospettiva del Paese più popoloso del mondo che cresceva a un alto tasso, grazie allo zelo riformista del Primo ministro Narendra Modi. “La Russia è ora la maggiore opzione per i gestori dei mercati emergenti, per la prima volta dai record avutisi all’inizio del 2011, superando la lungamente preferita India”, dichiarava Steven Holden, fondatore della Copley Fund Research, che ha compilato i dati e confessato “sorpresa” per la nuova popolarità della Russia. Il fondo di investimenti ormai attribuisce alla Russia 1,46 punti percentuali, superando gli 1,4 punti percentuali dell’India, dove i gestori dei fondi avevano una esposizione media del 4,4 per cento all’inizio del 2015, secondo Copley, come mostrato nel primo grafico. I dati si basano sulle partecipazioni di 126 fondi con attività combinate per 300 miliardi di dollari. Di questi fondi, il 72,8 per cento oramai punta alla Russia, contro solo il 60 per cento per l’India…” L’articolo osserva correttamente che gli interessi degli investitori esteri in Russia partono da una base molto bassa e che la Russia ha superato l’India per via della recente perdita di attrattiva, mentre aumenta quella della Russia. Tuttavia, l’articolo chiarisce che l’aumento dell’interesse degli investitori per la Russia è determinata dai suoi fondamentali sempre più forti. “Il signor Jain, tea gli investitori dal grande fervore per la Russia, di cui è sorpreso essendo un “ultra ribassista da 15 anni”, è CIO della Vontobel Asset Management svizzera, che gestisce 32 miliardi di dollari. Ancora oggi il suo fondo GQG Partners Emerging Markets Equity ha un’esposizione del 10,2 per cento in Russia, più di tre volte l’indice. “Ero pubblicamente critico nell’investire in Russia. L’ho seguita per 25 anni e questo è il massimo che ho avuto”, ha detto. Nicholas Field, stratega EM di Schroders e co-direttore del fondo del gruppo Global Emerging Market Opportunities, è un altro convertito, con l’aumento dell’attribuzione del 14,2 per cento. “Molti dei titoli che si leggono sulla Russia riguardano geopolitica e relazioni con gli Stati Uniti e così via, ma quando si guarda all’economia si vedono alcune cose interessanti per gli investitori”, ha detto. La tesi di Jain è che le sanzioni imposte alla Russia da Stati Uniti e UE e la scivolata nei prezzi del petrolio, sono state utili agli investitori esteri perché hanno costretto le compagnie russe a ridurre i costi. L’India è molto costosa. È divenuta da molto economica a uno dei mercati più costosi. In particolare, le compagnie petrolifere russe furono costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie di trivellazione, aiutandosi a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza estera con le contro-sanzioni russe alle importazioni alimentari europee. “Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo nel tagliare i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane, dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi”. Sberbank è assai ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% del ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”. Nel complesso, vede spazio per l’ulteriore crescita del reddito, l’espansione dei margini e la riqualificazione del mercato, dato che Mosca attualmente ha un rapporto prezzo/profitto di solo 7,8 e un rendimento dei dividendi del 4,7 per cento”.
I lettori di RussiaFeed e The Duran avranno già familiarità con ciò. A titolo esemplificativo, ecco un articolo scritto per The Duran sui progressi della Russia nella tecnologia della trivellazione petrolifera (uno dei soggetti affrontati nell’articolo di Financial Times di Rajiv Jain), mentre il rapido avanzamento dell’agricoltura russa, in parte come conseguenza delle contro-sanzioni russe (un tema anche toccato da Rajiv Jain) è stato discusso su RussiaFeed qui. La crescente forza del sistema finanziario e bancario russo, storicamente tallone d’Achille dell’economia post-sovietica della Russia, è stata discussa molte volte (ad esempio qui e qui). Ciò che accade è che la comunità internazionale degli investimenti, e il Financial Times, finalmente comprende la verità. Dato l’enorme “rumore” negativo di cui soffre la Russia e la lunga ostilità del Financial Times, l’articolo sugli investitori internazionali che vanno in Russia non sorprende che alla fine sia piccato. “Il crescente interesse per la Russia non è dovuto presumibilmente alle prospettive economiche a lungo termine buone, ma alla ripresa della Russia dalla recessione. L’ottimismo del signor Field è alimentato dalla ripresa economica del Paese, che prevede di proseguire almeno fino alla metà del 2018. “La domanda è depressa, per cui il recupero dovrebbe continuare per un po’. L’inflazione è scesa al 3,3 per cento, abbastanza inaudita per la Russia. Nei prossimi 12-24 mesi c’è spazio per riduzioni dei tassi di interesse certamente stimolando l’economia. L’unica cosa che può sconvolgere è un’altra mossa importante sul prezzo del petrolio”, secondo Field. Tuttavia, non durerà a lungo. “Non pensiamo che la crescita strutturale sia a lungo termine molto elevata, così molti acquistano in Russia ora non perché ha 10 o 20 anni gloriosi davanti, ma perché recupera“. Sentiremo numerosi commenti nei prossimi mesi, poiché la crescita economica rinnovata della Russia è impossibile negarla anche da chi in precedenza disse non ci sarebbe mai stata. Tali commenti sono in realtà inutili. In che senso il recupero dell’economia dalla recessione sarebbe un motivo per dubitarne della futura crescita? Mettendo ciò da parte, l’articolo fornisce esempi abbondanti sui “motivi strutturali” per cui è probabile una forte crescita in futuro. Riprendendo le osservazioni nell’articolo di Rajiv Jain, “…Le compagnie petrolifere russe sono state costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie per la perforazione, aiutandole a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza straniera con le contro-sanzioni russe ai prodotti alimentari europei importati. Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo per ridurre i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi. “Sberbank è molto ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% di ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”.”
Cosa significa riduzione dei costi, maggiore efficienza, sviluppo di nuovi prodotti e nuove tecnologie, elevati profitti operativi e (nel sistema bancario) consolidamento dell’industria se non la prova che l’economia affronta con successo i propri problemi strutturali, garantendosi così la crescita a lungo termine in futuro? Non c’è dubbio che c’è ancora molto da fare, ma perché continuare a fingere che nulla accade quando è tutto chiaro? Una delle discussioni perenni sui problemi dell’economia della Russia è che i suoi critici occidentali insistono ad averli in entrambi i sensi. Sono costretti a concedere che l’economia russa si adatta con successo alle dure condizioni economiche post-2014 in cui si trovava (bassi prezzi petroliferi e sanzioni occidentali) e ora recupera da una recessione che la maggior parte di loro pensava dirompente, ma allo stesso tempo si rifiutano di ammettere questo successo dell’economia russa, nelle stesse condizioni economiche, danneggiando profondamente le loro critiche, spesso anche apocalittiche. In realtà, l’economia che si adatta così rapidamente e con successo alle sfide che affrontava nel 2014 non può essere inefficiente, corrotta, mal gestita, ‘cleptocratica’ e sottovalutata come il ‘Zaire innevato’ immaginato dai critici occidentali. L’articolo del Financial Times dimostra che sempre più gestori di fondi, tra cui Rajiv Jain e Nicholas Field che avevano già acquistato in un quadro cupo, cominciano a vedere la verità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il piano russo per liberarsi dal dollaro funziona meglio di quanto immaginato

La Russia ha ormai triplicato le riserve d’oro da 600 a 1800 tonnellate
Alex Christoforou, The Duran 8 ottobre 2017Jim Rickards de The Daily Reckoning discute come la Russia agisce aggressivamente per sganciare l’economia dal dollaro USA. Gold, alternativa allo SWIFT, e la tecnologia blockchain sono utilizzati per liberare la Russia dall’influenza egemonica statunitense… e funziona. Mentre i media mainstream occidentali e i congressisti “spaventapasseri” statunitensi spacciano la menzogna “dell’intromissione russa nelle elezioni“, c’è solo una “storia sulla Russia che conta“… Il World Gold Council ha riferito che la Banca Centrale della Russia ha più che raddoppiato l’acquisto di oro, portando le riserve al livello più alto da quando Putin prese il potere 17 anni fa. Il desiderio della Russia di allontanarsi dall’egemonia del dollaro USA e dal sistema di pagamento del dollaro è ben noto. Oltre il 60% delle riserve globali e l’80% dei pagamenti globali è in dollari. Gli Stati Uniti sono l’unico Paese con potere di veto presso il Fondo Monetario Internazionale, prestatore globale di ultima istanza. Forse l’arma più aggressiva della Russia nella guerra ai dollari è l’oro. La prima linea di difesa è acquisire l’oro fisico, che non può essere congelato dal sistema dei pagamenti internazionali. Con l’oro, si può sempre pagare un altro Paese semplicemente mettendolo su un aereo e spedendolo alla controparte. Questo è l’equivalente del 21° secolo dei pagamenti di JP Morgan che inviava oro su navi o ferrovia nei primi anni del XX secolo. La Russia ha triplicato le riserve d’oro da circa 600 tonnellate a 1800 negli ultimi 10 anni e non mostra segni di rallentamento. Anche quando i prezzi del petrolio e le riserve russe crollarono nel 2015, la Russia continuava ad acquistare oro. Ma la Russia persegue altre alternative al dollaro oltre l’oro. Come costruire sistemi di pagamento senza scadenza coi partner commerciali regionali e la Cina. Gli Stati Uniti influenzano lo SWIFT, sistema nervoso centrale del traffico globale dei messaggi di trasferimento di denaro, per isolare le nazioni che considerano minacce. Dalla prospettiva finanziaria, è come togliere l’ossigeno a un paziente in terapia intensiva. La Russia sa della propria vulnerabilità al dominio USA e vuole ridurla. Ora la Russia ha creato un’alternativa allo SWIFT. Il capo della banca centrale russa, Elvira Nabjullina, ha riferito a Vladimir Putin che “C’era la minaccia di essere esclusi dallo SWIFT. Abbiamo aggiornato il nostro sistema di transazioni e, se succede qualcosa, tutte le operazioni in formato SWIFT continueranno a funzionare. Abbiamo creato un sistema analogo“. La Russia fa anche parte del piano cinese che creerebbe un nuovo ordine monetario internazionale escludendo i dollari USA, con cui la Cina potrà acquistare petrolio russo con lo yuan e che la Russia potrà scambiare in oro nel cambio di Shanghai.
Ora sembra che la Russia abbia un’altra arma nel suo arsenale anti-dollaro. La Banca di sviluppo della Russia, VEB e diversi Ministeri russi collaborano per sviluppare la tecnologia blockchain. Vogliono creare un sistema di pagamento completamente criptato, distribuito ed economico che non si basi su banche occidentali, SWIFT o Stati Uniti per spostare denaro. Questo non ha niente a che fare con il bitcoin, che è solo un altro token digitale. La tecnologia blockchain (oggi spesso denominata tecnologia di registro distribuito o DLT) è una piattaforma che può facilitare un’ampia varietà di trasferimenti, magari includendo una nuova crittografia di Stato russo sostenuta dall’oro.
Quindi “Monete di Putin”? Il perdente sarà il dollaro. Questo è anche motivo per cui gli investitori assegnano parte dei loro portafogli ad attività come l’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

BRICS, possibilità e futuro della nuova economia emergente

Peter Koenig,  Global Research 21 settembre 20171. Economia globale e BRICS
Peter Koenig: mettiamo i BRICS in prospettiva: sono naturalmente Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Insieme costituiscono quasi il 50% della popolazione mondiale e sono quasi un terzo della produzione economica mondiale o del PIL. Questo solo li rende totalmente indipendenti dall’economia occidentale, dall’occidente, da ciò che chiamo sistema monetario fraudolento basato sul dollaro. E accadrà, accadrà prima di quanto si creda. Tuttavia, con l’attuale struttura politica dei BRICS, la relativa mancanza di coerenza politica ed economica, salvo Russia e Cina, per il momento ciò resta teoria. Se mi permettete, torniamo indietro, all’origine del termine BRIC e a chi lo coniò. All’inizio, il Sudafrica non era ancora membro dell’associazione. Nel 2001, poco dopo l’11 settembre 2001, l’economista capo di Goldman Sachs, Jim O’Neill, inventò il termine BRIC, prevedendo che le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina, avrebbero superato la cosiddetta economia occidentale entro il 2041. La previsione fu poi riveduta più volte, fino al 2032, e ora, non credo che ci siano previsioni formali ma potrebbe accadere nel 2025 o prima, specialmente con il nuovo mercato del cambio petrolio-yuan/oro che sarà presto aperto a Shanghai. Molti prevedono che questa sia la fine dell’egemonia del dollaro e del petrodollaro. Stranamente ma in modo formidabile, i quattro Paesi BRIC compresero il loro potenziale e presero a guidare gli eventi. Così opera la dinamica, spesso in modo totalmente imprevedibile. Certamente Goldman Sachs e il suo capo-economista non sapevano che ciò avrebbe creato l’avversario più deciso del sistema economico-monetario occidentale. Il primo vertice BRIC si ebbe in Russia nel giugno 2009, data della conferenza per la creazione formale dei BRICS. Nel 2011 i cinque Paesi, Brasile, Russia, India e Cina più Sudafrica erano i cinque mercati emergenti dalla più rapida crescita e nell’aprile 2013 si aggiunse il Sudafrica al gruppo BRIC, creando formalmente i BRICS. Questa è una breve introduzione storica, per dimostrare che l’impulso al BRIC(S) fu effettivamente la fonte occidentale meno probabile, la Goldman Sachs. Nel frattempo, i BRICS lottano contro un’altra realtà. Affinché siano un’alternativa efficace all’economia occidentale o al sistema monetario occidentale, hanno bisogno di una visione politica unita, nonché di un approccio coerente e unificato allo sviluppo economico, distanziandosi dal sistema basato su dollaro. Purtroppo, oggi non è così. Ma ciò non significa che non accadrà. Personalmente, credo che accadrà, richiedendo solo più tempo rispetto al resto del mondo. Brasile e India sono totalmente nelle mani di Wall Street, Banca Mondiale e FMI. Nel caso dell’India, ricordiamo il fiasco monetario dello scorso autunno, quando il Primo ministro Narendra Modi decise di annullare oltre l’80% della moneta circolante come passo per sostituirlo con altre note e digitalizzare l’economia indiana. Non si sa quanti poveri indiani siano morti, chi non ha accesso ai conti bancari, non ha mezzi alternativi per comparsi il cibo. Le piccole imprese fallite, con un impatto importante sull’economia indiana. Altro, molto più disumano, fu l’impatto sui poveri indiani. Ma Modi seguiva il dettato occidentale, di Wall Street e FMI, con un programma per testare la digitalizzazione di una grande economia emergente, attuata dall’USAID. Quanta fiducia merita l’India di Modi nei BRICS? E il Brasile del neoliberista Temer, accusato di corruzione; ha letteralmente consegnato l’economia del Paese agli squali di Wall Street, FMI e BM. Quindi, quando Temer e Modi stringevano le mani agli altri tre aderenti ai BRICS a Xiamen, in Cina, il 4 e 5 settembre, sembrava un club unito solo di nome. Tuttavia, il tema della 9,na conferenza BRICS era “BRICS: partenariato più forte per un futuro più luminoso“. Spero davvero che questo obiettivo sia raggiunto. E sicuramente nel tempo. È importante affrontare un tale evento con spirito positivo e in prospettiva. Forse, secondo la stessa filosofia, prima del vertice di settembre a Xiamen, il Presidente Putin dichiarò qualcosa di cruciale, ma altamente politico e diplomatico: “È importante che le attività del nostro gruppo si basino sui principi dell’uguaglianza, del rispetto delle rispettive opinioni e sul consenso. Nei BRICS, nessuno costringe nessuno. Quando l’approccio degli aderenti non coincide, lavoriamo con pazienza e attenzione per coordinarli. Questa atmosfera aperta e basata sulla fiducia favorisce l’efficace attuazione dei nostri compiti“.

2. Comprendere l’industrializzazione e la Banca di sviluppo dei BRICS
PK: Cominciamo con la Banca di sviluppo dei BRICS, ora chiamata Nuova Banca di Sviluppo (NDB). Ideata al vertice BRICS di Durban nel marzo 2013 e formalmente creata nel 2014 e firmata col trattato del luglio 2015. Secondo l’accordo, la Banca di sviluppo dei BRICS, come fu chiamata la prima volta, ora NDB, istituiva un “paniere di valute di riserva” da 100 miliardi di dollari USA. Ognuno dei cinque Stati aderenti doveva assegnare una quota uguale per il capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, da ampliare successivamente a 100 miliardi. I contributi per Paese sono stati: Brasile, 18 miliardi di dollari, Russia 18 miliardi di dollari, India 18 miliardi di dollari, Cina 41 miliardi di dollari e Sudafrica 5 miliardi di dollari. Il problema è che il capitale iniziale e il Contratto di riserva di contingenza (CRA) da 100 miliardi di dollari sono stati istituiti in dollari statunitensi. Come possono rompere il sistema monetario del dollaro occidentale, se il loro contributo è basato sul dollaro? Inoltre, Sudafrica e Brasile sono fortemente indebitati, in dollari statunitensi. Il debito attuale del Sudafrica è superiore al 50% (153 miliardi di dollari USA) del PIL, situandosi quasi sui 300 miliardi. Per rispettare il contributo al CRA denominato in dollari, Brasile e Sud Africa potrebbero prendere prestiti da dove? Wall Street e FMI, in quanto il CRA è un fondo di riserva in dollari. Ciò lega questi Paesi ancor più ai dollari, alla FED e alle organizzazioni di Bretton Woods, anziché liberarle da tale situazione. Tra parentesi, l’interesse del Sudafrica sul debito estero di 153 miliardi di dollari era circa 5 miliardi (2016). Il debito estero è quasi il 52% del PIL di quasi 300 miliardi di dollari. I pagamenti del debito di 5 miliardi di dollari sono superiori alla spesa del Paese per l’istruzione terziaria (4,6 miliardi di dollari). Questo è anche un buon motivo per staccarsi dal sistema monetario basato sul debito e, come originariamente pianificato dai BRICS, migrare verso un sistema di pagamento monetario e internazionale simile a quello già introdotto dalla Cina. Il Sistema di pagamento internazionale cinese (CIPS).
Sull’industrializzazione, la NDB certamente contribuirà a stimolare l’industrializzazione nei Paesi BRICS, ma anche tra i Paesi BRICS e fuori dai BRICS, aumentandone il commercio. Attualmente la NDB ha approvato sette progetti di investimenti nei Paesi BRICS, per 1,5 miliardi di dollari. Quest’anno, la NDB dovrà approvare un secondo pacchetto di progetti di investimento da 2,5 a 3 miliardi di dollari in totale. Sebbene non sia chiaro quale impatto appaiono questi progetti, l’idea originale della NDB era sostenere progetti infrastrutturali ed energetici nei Paesi BRICS. Vi è grande necessità di infrastrutture e produzione di energia indipendente. Naturalmente, infrastrutture e sviluppo energetico, significano anche industrializzazione e commercio.3. Diversificazione economica
PK: Una solida cooperazione BRICS, così come una propria banca di sviluppo, probabilmente attireranno, grazie alla leva NDB, nuovi investimenti. Questo è uno degli obiettivi discussi al vertice di Xiamen. La quantità è difficile prevedere, ma il Premier Modi ha parlato di un aumento previsto del 40% nei prossimi anni. Ma anche se l’India o qualsiasi Paese BRICS riceverà investimenti esteri, sarà difficile discernere quali investimenti sono direttamente correlati alla Nuova Banca dei BRICS, come espressamente detto a Xiamen. Più importante è la diversificazione degli investimenti, così come il relativo commercio. Attualmente vi sono diversi Paesi su una, la chiamo così, “lista di attesa” dell’adesione ai BRICS. Ad esempio, sono menzionati Corea del Sud e Messico (membri dell’OCSE), Indonesia, Turchia, Argentina. Il commercio tra i mercati emergenti e quelli in via di sviluppo è già cresciuto più rapidamente del “commercio medio globale” su cui l’OMC impone norme. Potrei immaginare che il commercio, e quindi la diversificazione, tra i Paesi BRICS, o meglio, nel blocco BRICS allargato possa esplodere. Sarebbe una sorta di “globalizzazione” con la maggior parte delle barriere commerciali rimossa, un’economia orientata alla pace che punta al benessere dei popoli, piuttosto che di un’élite, e naturalmente un’economia che non lavori per l’industria bellica, come l’economia occidentale basata sul dollaro. Perciò, sarà importante che i BRICS si stacchino dall’economia basata sul dollaro occidentale e alla fine dispongano di una propria valuta. Al summit di Xiamen questo è stato discusso. I cinque aderenti hanno deciso di “promuovere e sviluppare i Mercati dei Bond in Valuta Locale dei BRICS e stabilire congiuntamente un Fondo dei Bond in Valuta Locale dei BRICS, per contribuire alla sostenibilità del capitale finanziario nei BRICS e lo sviluppo dei loro mercati obbligazionari nazionali e regionali”. Ciò è abbastanza vicino all’euro prima che diventasse denaro fiat, cioè l’unità monetaria europea (ECU) poi convertita in euro virtuale, prima del gennaio 2002, quando l’euro divenne carta e il dollaro denaro fiat. Ormai sappiamo che gli Stati Uniti hanno guidato tale cambio europeo, promuovendo l’euro col dollaro USA, in modo assolutamente insostenibile come valuta unitaria di un gruppo di Paesi che non hanno interessi, obiettivi politici e una Costituzione comune. Il loro unico denominatore comune è la NATO, la loro guida permanente alla guerra. Sin dall’inizio era chiaro che tale progetto sarebbe fallito. Speriamo che, e credo, i BRICS imparino la lezione da tale fallimento, solo con un forte legame che comprenda obiettivi a lungo termine, politico-economico e difensivo, una moneta comune può prosperare. A Xiamen, anche i BRICS hanno istituito la strategia per la “Partnership economica dei BRICS ed iniziative relative ad aree prioritarie come commercio ed investimenti, produzione e lavorazione dei minerali, connettività infrastrutturale, integrazione finanziaria, scienza, tecnologia e innovazione e tecnologia dell’informazione e della comunicazione (ICT), tra l’altro“. Tutto questo per una crescita globale sostenibile, equilibrata e inclusiva. Questa strategia è già indicativa di un diverso approccio allo sviluppo rispetto a quello monetario alla base dell’Unione europea.

4. Commercio tra BRICS e dollaro
PK: Sarà interessante vedere l’emergere, a medio termine, della piena integrazione tra i Paesi dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) e dei BRICS. Molti Paesi aderiscono già ad entrambe le associazioni; per esempio, Russia e Cina, e recentemente anche l’India ha aderito alla SCO, che comprende anche la maggior parte dell’Asia centrale, le repubbliche ex-sovietiche e anche Iran e Pakistan. Lo SCO ha già un obiettivo comune a lungo termine, nello sviluppo economico, nella visione politica e nella strategia della difesa. Al recente Forum economico orientale (EEF) di Vladivostok, il Presidente Putin e il Presidente Xi annunciavano la fusione tra Unione economica eurasiatica (UEE) e Nuova “Via della Seta”, chiamata anche “One Belt One Road” (OBOR) o “OBI”, One Belt Initiative. Dato che l’OBI è guidata in gran parte dalla SCO, cioè dalla Cina, ciò significa anche che i Paesi dell’Unione economica eurasiatica fanno parte della SCO. Immaginate il potere economico dei gruppi SCO, UEE e BRICS uniti… La supremazia occidentale sarà roba del passato. Ciò significa commercio mondiale, ma senza l’egemonia del dollaro, senza sistemi economici e monetari che consentano a Washington d’imporre “sanzioni”, aggressioni illegali a Paesi che rifiutano di seguirne il dettato. È il culmine di tale crimine finirà ripristinando il diritto internazionale, oggi completamente obliterato da Washington. Oggi è chiaro agli economisti più progressisti che il futuro è ad Est; l’occidente si è praticamente suicidato con le sue continue guerre per avidità, dominio e mancanza di rispetto per i popoli che pagano le guerre dell’imperialismo occidentale.

5. Banca di sviluppo BRICS e Banca mondiale
PK: Sì, l’idea originale era, e spero sia ancora, che la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS possa competere con BM e FMI. In altre parole, applicare politiche economiche non neoliberiste e con prestiti che non impongano l’austerità che, come sappiamo, sono devastanti per lo sviluppo economico, ma promuovano lo sviluppo delle popolazioni, mirando a una distribuzione più equa di reddito e ricchezze. Ma non è ancora così. Come già accennato, il problema è che il capitale iniziale della Banca BRICS e il Contratto dei contingenti di riserva (CRA) sono in dollari statunitensi. Inoltre, come già detto, Sudafrica e Brasile sono fortemente indebitati, in dollari USA, un legame difficile da spezzare. Ma non impossibile! Lo stesso vale per l’AIIB, il cui capitale attualmente è di 100 miliardi di dollari USA, e di cui circa 18 versati. È probabile che NDB e AIIB collaborino in futuro, spezzando la presa di BM e FMI. Per farlo, entrambi devono staccarsi completamente dall’economia del dollaro, e accadrà, forse presto, con l’attuazione del cambio sul petrolio di Shanghai, dove il commercio sarà senza dollari USA ma in yuan cinese convertibile in oro. Una possibile soluzione è un paniere di valute SCO-BRICS simile al SDR (Special Drawing Rights) del FMI, che attualmente consiste in 5 valute: dollaro statunitense, sterlina inglese, euro, yen e da ottobre 2016 anche yuan cinese. Ciò può iniziare come valuta virtuale per il commercio estero, mentre ogni Paese conserva il proprio sistema monetario. Appare un futuro più brillante.Peter Koenig è un analista economico e geopolitico. È anche un ex-dipendente della Banca Mondiale ed ha lavorato nel mondo dell’ambiente e delle risorse idriche. Ha tenuto conferenze presso le università di Stati Uniti, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, 4.th Media (Cina), TeleSUR, Saker e altri siti internet. È autore di Implosione – thriller economico su guerra, distruzione ambientale e avidità aziendale, basato su fatti e su 30 anni di esperienza nella Banca Mondiale. È anche coautore di Ordine Mondiale e Rivoluzione!- Saggi sulla Resistenza.

Traduzione di Alessandro Lattanzio