La quintessenza dell’esperienza cinese

He Wenping, Histoire et Societé 08/12/2017Quando Deng Xiaoping, capo architetto della riforma ed apertura della Cina, s’incontrò nell’agosto 1985 col presidente della Tanzania Julius Kambarage Nyerere, in visita in Cina, disse: “La nostra riforma è un esperimento per la Cina e il mondo. In caso di successo, possiamo fornire la nostra esperienza per la causa e lo sviluppo socialista nei Paesi sottosviluppati di tutto il mondo“. Oggi, a più di 30 anni dal lancio della politica di riforma e apertura, la Cina attrae l’attenzione del mondo sul suo fenomenale successo economico. Non solo ha raggiunto l’obiettivo di far uscire oltre 700 milioni di persone dalla povertà, ma è anche diventata la seconda economia mondaile proprio dietro gli Stati Uniti. In che modo la Cina ha compiuto questa brillante metamorfosi? Durante la riforma, come fece il Partito Comunista Cinese (PCC), da partito di governo, a consolidare la capacità di governare e ottenere sempre popolarità?

Sviluppo economico e governance politica
Negli ultimi trent’anni di riforme e apertura, la Cina ha accumulato una ricca e variegata esperienza nello sviluppo in molte aree: agricoltura, industria, commercio estero, riduzione della povertà, cultura e istruzione, sviluppo delle risorse umane, capacity building, ecc. Da tempo, i risultati dello sviluppo economico cinese sono ammirati e lodati dal mondo, anche nei Paesi occidentali. Per molti Paesi in via di sviluppo, attingere all’esperienza cinese, in particolare quella acquisita nella riduzione della povertà e nello sviluppo economico, sono l’obiettivo principale. Le conquiste della Cina in queste due aree sono applaudite e difficilmente contestate a livello internazionale. Tuttavia, la strada è ancora lunga e tortuosa prima che il mondo possa comprendere appieno la politica del governo cinese. Secondo alcuni, la riforma cinese si limita alla dimensione economica, mentre segna il passo nella dimensione politica. Secondo altri, la riforma economica cinese va troppo veloce, mentre il sistema politico, inadatto, alla fine crollerà. Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, con la disgregazione dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, nel mondo occidentale emersero grandi dibattiti e prognosi sul “crollo della Cina”, riecheggiando la tesi della “fine della storia” predicata dal ricercatore statunitense di origini giapponesi Francis Fukuyama. Come dimostrò di seguito, la Cina non è crollata, anzi! È impegnata a un passaggio più sicuro sul sentiero dello sviluppo e della stabilità. Tuttavia, i pregiudizi e le idee negative sul governo cinese, che hanno radici nell’ignoranza sulla Cina o nella mentalità da Guerra Fredda, persistono nell’opinione pubblica internazionale dominata dall’occidente. Questa “nuvola” formata a priori cominciò a dissiparsi all’inizio del XXI secolo, nel momento caratterizzato da un mondo globalizzato e scosso da nuovi sconvolgimenti, soprattutto nell’ultimo decennio. Mentre il mondo ha subito la crisi finanziaria nel 2008 e la primavera araba iniziava alla fine del 2010, due test di portata globale che minacciavano lo sviluppo economico e socio-politico, la Cina socialista guidata dal PCC non subì la crisi finanziaria, in risposta al terremoto che colpì l’epicentro capitalista, né subì le crisi socio-politiche come i disordini conosciuti nel mondo arabo, nonostante le previsioni di certi osservatori occidentali. D’altra parte, grazie al sistema politico con determinati vantaggi, si è dimostrata più resistente a pressioni e shock rispetto a Stati Uniti ed Europa, coi loro sistemi capitalistici. Pertanto, negli ultimi anni, la governance cinese è diventata oggetto di attenzione di una serie di analisi, oltre che a condividere l’esperienza dello sviluppo cinese. Nel settembre 2014 fu pubblicato per la prima volta il libro di Xi Jinping: La Governance della Cina. In soli due anni e mezzo, questo libro fu tradotto in molte lingue (inglese, francese, russo, arabo, spagnolo, portoghese, tedesco, giapponese, ecc.) e stampato in più di sei milioni di copie in oltre un centinaio di Paesi e regioni del mondo. Sempre più governi e partiti esteri, affascinati dalla prodezza attribuita alla “via cinese”, iniziarono a trarre idee dalla saggezza del partito al potere e dalla leadership cinesi. In particolare, molti Paesi in via di sviluppo sperano di trovare, attraverso l’esperienza cinese, il proprio sviluppo sull’attuale scacchiera internazionale, caratterizzata dal crescente multilateralismo e dall’ascesa del mondo non occidentale. Pertanto, l’esperienza cinese vede la propria attrattiva oltrepassare il quadro dello sviluppo economico raggiungendo la sfera governativa. Soprattutto dal 18° Congresso del PCC, i risultati della Cina, ad esempio nella costruzione del Partito e nella lotta alla corruzione, sono visti dalla comunità internazionale. Quindi, naturalmente, l’interesse dei Paesi in via di sviluppo nel “modello cinese” non è più limitato allo sviluppo economico, ma inizia ad interessare lo sviluppo politico, riflesso nella costruzione del Partito e della governance dello Stato. Inoltre, alcune misure come la formazione di partiti politici esteri, i dialoghi tra partiti e l’istituzione di meccanismi di scambio hanno svolto un ruolo importante nelle relazioni dei Paesi in via di sviluppo con la Cina.

Riforma progressiva
Uno dei principi al centro dell’esperienza cinese è procedere nella riforma in maniera graduale, bilanciando il rapporto tra riforma, sviluppo e stabilità, in un concetto di sviluppo che evolve col tempo. In un Paese in via di sviluppo in transizione, importanti riforme hanno inevitabilmente ripercussioni su struttura sociale e stabilità. Tuttavia, la riforma deve considerare la stabilità come premessa e lo sviluppo come finalità. La via cinese a riforma e apertura aderisce quindi al principio che “la stabilità è la priorità”. Come osservato da Deng Xiaoping, “la stabilità viene prima di tutto“. È necessario placare i disordini sociali e consolidare la stabilità prima di cercare lo sviluppo, e quindi mantenere la stabilità attraverso i frutti della riforma e dello sviluppo, al fine di raggiungere l’equilibrio coordinato tra stabilità, sviluppo e riforme. Nel corso della riforma economica e dello sviluppo, il governo cinese applicava l'”approccio per tentativi ed errori” per assicurarsi una transizione armoniosa, considerando che una riforma radicale potesse causare turbolenze nell’economia nazionale e quindi aumentare rischio e probabilità di fallimento della riforma. In altre parole, affrontare prima le domande più semplici e poi quelle più difficili, passo dopo passo. Inoltre, iniziare sempre con l’implementazione di progetti pilota e, in base ai risultati ottenuti, decidere se generalizzarli e promuoverli. Che si tratti dell’introduzione di un sistema di agricoltura a tasso fisso, basato sulla famiglia nelle zone rurali o della promozione delle imprese rurali, della riforma delle imprese pubbliche o della riforma del settore finanziario, senza dimenticare le riforme su occupazione, sicurezza sociale, distribuzione del reddito e registro civile, mirando a sostenere la transizione da un’economia pianificata a un’economia di mercato… In queste riforme, l’obiettivo è sempre stato ridurre lo shock dei gruppi più vulnerabili, oltre a limitarne o disperderne costi e rischi. In campo politico, anche nel rispetto di questa premessa sulla stabilità, ebbero luogo le riforme che consistevano nell’allargare gradualmente la partecipazione politica, promuovendo attivamente la ricerca e i saggi sulle elezioni democratiche (inizialmente organizzate a livello di base) e la democrazia di partito, con l’obiettivo di raggiungere massima partecipazione ed uguaglianza politica. È grazie a questa graduale e ordinata progressione che la riforma cinese ha potuto approfondirsi ciclo dopo ciclo. Allo stesso tempo, la riforma metodica ha permesso alla Cina di raggiungere, nel complesso, una transizione socioeconomica particolarmente ampia e profonda, in un periodo molto breve e in circostanze relativamente armoniose e stabili.
Dall’avvio delle riforme e dell’apertura più di trenta anni fa, oltre ad equilibrare le relazioni riforma-sviluppo-stabilità, il governo cinese, con le diverse generazioni di leader, si è impegnato a guidare lo sviluppo sempre, considerandolo secondo una concezione evolutiva, in modo da soddisfare costantemente le esigenze del momento. Considerando che “i problemi derivanti dallo sviluppo vanno risolti dallo sviluppo” e che “lo sviluppo è fonte e soluzione dei problemi”, utilizzando lo “sviluppo” come chiave multifunzionale nell’avviare le varie riforme. Proprio come sfide e compiti che la Cina deve affrontare si evolvono secondo le fasi dello sviluppo, il concetto di sviluppo cinese s’è rinnovato più volte negli ultimi trenta anni. Negli anni ’70 e ’80, alla fine della Rivoluzione Culturale, la maggiore sfida per la Cina era uscire dallo stato di debolezza e povertà e realizzare le “quattro modernizzazioni” dell’industria, dell’agricoltura, della difesa nazionale, delle scienza e tecnologia. Così, il capo architetto e pioniere della riforma e dell’apertura, Deng Xiaoping, avanzò i famosi precetti “Lo sviluppo è la pietra di paragone” o “Non importa se il gatto è nero o bianco, a condizione che prenda i topi”. Guidata da questo concetto di sviluppo, l’economia cinese è cresciuta rapidamente, con un tasso a due cifre. Tuttavia, questo sviluppo esponenziale ha prodotto effetti collaterali, tra cui lo sviluppo estensivo, l’inquinamento ambientale e l’aumento delle disparità di reddito. Al fine di risolvere i problemi derivanti dallo sviluppo, la terza sessione plenaria del 16° Comitato Centrale del PCC, tenutasi nell’ottobre 2003, presentava il nuovo concetto di sviluppo scientifico. I principi fondamentali di questo concetto sono: insistere sulla pianificazione generale senza trascurare ogni particolare area; porre l’uomo al centro di tutte le preoccupazioni; stabilire un concetto di sviluppo globale, coordinato e sostenibile; e promuovere sia lo sviluppo socioeconomico che umano. Secondo questo nuovo concetto di sviluppo scientifico, sarebbe semplicistico equiparare la crescita del PIL allo sviluppo e al progresso sociale e, a tale riguardo, gli squilibri in certe aree e regioni, dove il progresso sociale, il valore attribuito all’uomo e il benessere a lungo termine sono trascurati a favore di indici economici, acquisizioni materiali ed interessi immediati. In un momento in cui l’ambiente economico e commerciale internazionale è sempre più complesso e rischioso, il Comitato Centrale del PCC, con il compagno Xi Jinping al centro, lanciava il concetto di sviluppo innovativo, coordinato ed ecologico in modo tempestivo, aperto e condiviso. Xi ha detto: “Dobbiamo renderci conto che l’economia cinese, nonostante il volume che rappresenta, non è ancora solida e che, nonostante la crescita molto rapida, non mostra un qualità ottimale. Il nostro ampio modello di sviluppo, basato principalmente sui fattori di produzione, in particolare le risorse, stimolando crescita economica ed espansione del volume economico, non è sostenibile. È tempo di accelerare il passo dalla crescita guidata da fattori di produzione e massicci investimenti allo sviluppo guidato dall’innovazione”. In conclusione, è persistendo nell’idea di sviluppo, in sintonia col momento, che la Cina è diventata senza dubbio l’esempio tipico di Stato in via di sviluppo.

Governo forte e politiche adeguate
Il secondo principio al centro dell’esperienza cinese è avere un governo forte e impegnato nello sviluppo, così come leader visionari e politiche adeguate. In un Paese in transizione, è necessario avere, in determinati momenti e in alcune aree un “governo forte” con grande autorità politica e forte capacità di governance. L’obiettivo è unire la popolazione nazionale attorno a desiderio comune e senso di coesione, nonché combinare gli sforzi dell’intero Paese per far progredire le riforme economiche, sociali e politiche. Nella storia umana, i fatti hanno da tempo dimostrato che lo sviluppo economico può essere raggiunto in circostanze politiche diverse dalla democrazia occidentale. Negli anni ’60 e ’70 alcuni Paesi e regioni in via di sviluppo (come i “quattro dragoni asiatici”) registrarono una crescita economica piuttosto rapida. Per spiegare l’ascesa delle economie emergenti nell’Asia orientale, inclusa la Cina, molti ricercatori occidentali fecero ricorso al cosiddetto “Stato di sviluppo”. Secondo la loro definizione, “uno Stato in via di sviluppo è caratterizzato da un modello di sviluppo economico guidato da un governo forte e che mostra forte impegno allo sviluppo economico, un governo capace di mobilitare e ridistribuire efficacemente le varie risorse per promuovere sviluppo nazionale”. Sul regime politico, sebbene il sistema di collaborazione multipla e consultazione politica sotto la guida del PCC sia da tempo interpretato dalle società occidentali come “Partito unico e datato”, tutte le analisi oggettive riconoscono che “un solo partito al Potere da tempo” sa meglio assicurare la continuità politica. Elaborato per la prima volta nel 1949 sotto la guida del PCC, il piano quinquennale per il progresso sociale e lo sviluppo economico è giunto alla tredicesima edizione. Conformemente ai successivi piani quinquennali, la Cina continua gli sforzi in modo ordinato nella costruzione di infrastrutture, sviluppo di zone economiche speciali, nonché cooperazione internazionale nelle capacità produttive e nella costruzione della Nuova via della Seta. Inoltre, il PCC continua a sviluppare le squadre di management nei vari livelli col sistema del mandato, della leadership collettiva, della selezione per merito e della proposta competitiva. È quindi assicurando il “buon governo” piuttosto che perseguendo indiscriminatamente la “democratizzazione elettorale” che il PCC cerca di accrescere la popolarità, fondamento del governo dello Stato. Inoltre, sebbene i risultati dello sviluppo economico della Cina siano noti e riconosciuti in tutto il mondo, pochissimi sembrano capire che la Cina ha condotto la riforma economica simultaneamente e in simbiosi con la riforma socio-politica. I risultati ottenuti con la riforma economica sono quindi indissociabili dagli sforzi compiuti nell’ambito della riforma socio-politica. Negli ultimi trent’anni sono state condotte numerose riforme progressive con la supervisione del potere e l’attuazione del contropotere, come nel sistema di gestione, nel sistema di nomina di alti dirigenti, nel sistema elettorale (elezioni interne del partito, ma anche elezioni di base), nei sistemi legislativo e giudiziario, così come nel sistema decisionale. In questo modo, la riforma economica può progredire continuamente e in profondità, e durante la grande transizione socio-economica, i diversi gruppi etnici e strati sociali riescono a vivere in armonia e a conciliare i propri interessi. Certamente, la Cina deve ancora affrontare molte sfide nel processo di sviluppo, come il divario tra ricchi e poveri o disuguaglianze tra le diverse regioni. Ma dal punto di vista diacronico, i cinesi godono sempre più di diritti economici, sociali e politici, oggi a un livello senza precedenti nella storia. Questo è forse il motivo per cui il “Consenso di Pechino” incentrato sullo sviluppo può competere col “Washington Consensus” della liberalizzazione economica. Inoltre, il “consenso di Pechino” è oggi apprezzato da un numero crescente di Paesi in via di sviluppo.*He Wenping, ricercatore presso l’Istituto Chahar e presso l’Istituto di ricerca dell’Asia occidentale e dell’Africa dell’Accademia delle scienze sociali cinese.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Uzbekistan, una voce dall’Eurasia

Peter Koenig, Global Research 6 dicembre 2017L’Uzbekistan è un Paese pacifico e amichevole, volti sorridenti, molti dei quali lottano per guadagnarsi da vivere, ma continuano a sorridere. L’Uzbekistan è una nazione senza sbocco sul mare, circondata da altri Paesi senza sbocco sul mare, Afghanistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e Turkmenistan. I Paesi senza sbocco sul mare non hanno accesso al mare, ed economicamente hanno più difficoltà di quelli con accesso al mare. Le esportazioni sono più complicate e più costose. Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli uzbechi cercano di orientarsi nel definire e finanziarsi i servizi sociali, salute, istruzione, acqua e servizi igienici, nonché un’infrastruttura in rapido declino. Ma fanno ciò che possono esportando manodopera in Russia ed Europa occidentale (ricevendone le rimesse); i giovani lasciano le famiglie mandando soldi a casa, e tornano per le vacanze una o due volte, poi molti mettono su famiglia nei Paesi di accoglienza e lasciano mogli e figli. Un classico dei gastarbeiter o lavoratori ospiti in tutto il mondo. Ma ultimamente l’Uzbekistan, come altri Paesi dell’Asia centrale, vive un mini-boom grazie alle sanzioni imposte alla Russia da Washington e vassalli europei. Le esportazioni di ortaggi, frutta, beni agricoli ed industriali in Russia sono alle stelle. Putin ha già detto due anni fa che le sanzioni erano la cosa migliore mai accaduta in Russia dal crollo dell’Unione Sovietica. Hanno costretto la Russia a sviluppare nuovamente l’agricoltura e a riesumare il defunto apparato industriale con scienze e tecnologia all’avanguardia, pari o superiore a quelle occidentali. Ha certamente avuto successo e, per associazione, le sanzioni hanno avvantaggiato gli uzbeki e gli altri centro-asiatici migliorandone il tenore di vita fornendo beni e servizi alla Russia, mentre la capacità della Russia evolvono. Insieme ai partner eurasiatici gradualmente raggiunge la piena autosufficienza, l’indipendenza dalle “sanzioni” ricattatorie delle economie occidentali. C’è anche la Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui la maggior parte dell’Asia centrale, oltre a Russia e Cina, aderisce. La SCO è un enorme blocco commerciale, economico, difensivo e strategico che comprende metà della popolazione mondiale e un terzo del PIL mondiale. In breve, il giorno dello sganciamento totale dal sistema fraudolento dollaro-euro occidentale è all’orizzonte. Tutto ciò grazie ai comportamenti abietti, arroganti e disumani istigati dall’avidità occidentale. L’occidente si spara sui piedi. Presto non ne avrà per camminare. Quindi sparerà più in alto senza rendersi conto che i rimbalzi finiranno per ucciderlo. L’occidente si suicida per avidità. A chi va bene? Difficile dirlo. Per molti della classe media e bassa, in Europa e altrove, può significare difficoltà temporanee, fin quando il mondo si riprenderà da due secoli di guerre, conflitti e oppressione occidentale che hanno fatto decine di milioni di morti e creato indicibile miseria nel mondo. Ma ci riprenderemo, a meno che l’occidente sionista scateni la pazzia nucleare contro Iran, Corea democratica, Siria o perfino Russia e Cina, devastando tutto.
Questo messaggio proviene da Ferghana, capitale della provincia di Ferghana nell’Uzbekistan, che abbraccia una vasta, ampia valle pianeggiante che si estende tra Tagikistan e Kirghizistan, un punto di transito della vecchia Via della Seta. Oggi la valle di Ferghana è una fertile area agricola, patria di molti coltivatori ed esportatori di cotone in Russia e Cina e altri Paesi SCO. È il commercio al di fuori del dominio del dollaro. E naturalmente l’Uzbekistan come il resto dell’Eurasia fa parte del progetto Nova Via della Seta del Presidente Xi, l’One Belt Initiative od OBI, investimenti da 1 trilione di dollari per infrastrutture, industria, scienza e sviluppo tecnologico destinato ad abbracciare Europa, Asia e persino Africa. L’OBI diventerà un polo multiplo dello sviluppo economico al di fuori dell’attuale dominio del dollaro occidentale, ma le sue porte sono aperte a qualsiasi nazione osi unirvisi e staccarsi dalla morsa del potere militare e finanziario di Washington, un chiaro e presente pericolo per l’obiettivo di Washington del dominio totale. L’OBI è il futuro della crescita e sviluppo economico, della creazione di posti di lavoro, di scienza, istruzione, cultura. Pertanto, l’Oriente, dove indubbiamente risiede il futuro, va denigrato con ogni mezzo dalla stampa tradizionale occidentale; denigrazioni, menzogne e calunnie sono incluse nelle continue accuse di violazione dei diritti umani. L’OBI, approccio umano per far prosperare la vita in pace, è diventato il nuovo asse economico del male che l’occidente deve impedire con ogni mezzo. Mentre gli aggressori occidentali, Stati Uniti, la ridicolmente defunta NATO e i loro volenterosi vassalli in Europa e Medio Oriente esalano l’ultimo respiro cercando di trascinare il mondo nell’abisso della distruzione nucleare totale. La NATO persino prospetta ai nuovi clienti in Sud America il contratto di collaborazione con la Colombia che potrebbe propagarsi come un incendio in tutta l’America Latina, se i suoi leader non sono attenti. Questo è il processo del pensiero sionista-occidentale: Stati Uniti o nessuno; il loro profitto über alles.
L’Uzbekistan che fa parte del Nuovo Oriente, quindi, va infangato, ad esempio con le violazioni dei diritti umani. La pervicace propaganda occidentale è tale da sfuggire alla percezione della gente comune e divenire realtà. Un amico, sapendo della mia permanenza in Uzbekistan, mi ha recentemente scritto “come vanno i diritti umani in Uzbekistan?”, deducendo siano disastrosi. Non lo sono. La popolazione occidentale vive in una bolla in cui i suoi valori sono spacciati come verità: tutte le guerre e i conflitti avviati dall’occidente, la cosiddetta guerra al terrore basata sulla “falsa bandiera” dell’11 settembre, giustifica ogni abuso dei diritti umani, guerre, omicidi della CIA, uccisioni di droni, strangolamento finanziario degli “abietti”, torture, stupro e massacro di interi Paesi, come nell’Africa centrale, per le risorse naturali, le terre rare utilizzate dal complesso industriale-militare per continuare la spirale di guerre e conflitti per aver profitti sempre più alti con un’economia di morte e distruzione, ecco ciò che è divenuto l’occidente. Le “false notizie” presentano l’Uzbekistan come Paese che creerebbe terroristi, come la recente furia al centro di Manhattan, presumibilmente causata da un cittadino uzbeko. Eppure, quasi nessuno in occidente vede il contesto dell’aggressione occidentale, quando accusa di violazione dei diritti umani Russia, Cina, Iran, Siria, Venezuela, Cuba, Uzbekistan e la lista continua. Va oltre ogni comprensione quanto ci rendano ciechi i media occidentali, al punto che chi cerca la verità, come Russia Today (RT), Sputnik, TeleSur, viene evitato se non apertamente bandito da USA, loro marionette europee e certi nuovi Paesi neoliberali dell’America Latina.
Uzbekistan, Cina, Russia e tutto l’Oriente compiono grandi cose sui diritti umani, non c’è nemmeno un briciolo di paragone con l’occulto e omicida occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Quali sono i nemici degli USA?

Prof. James Petras, Global Research 24 novembre 2017Per quasi 2 decenni, gli Stati Uniti hanno steso la lista dei “Paesi nemici” da affrontare, attaccare, indebolire e rovesciare. La ricerca imperialista per rovesciare i “Paesi nemici” agisce a vari livelli e in base a due considerazioni: priorità e vulnerabilità per un’operazione di “cambio di regime”. I criteri per decidere un “Paese nemico” e il suo posto nella lista degli obiettivi prioritari negli Stati Uniti nella ricerca del dominio globale, nonché la vulnerabilità a un cambio di regime “di successo”, sono al centro di questo saggio. Concluderemo discutendo le prospettive realistiche delle future opzioni imperialiste.

Avversari principali degli Stati Uniti
Gli strateghi imperialisti badano a criteri militari, economici e politici nell’individuare i primi avversari. I seguenti sono in cima alla “lista dei nemici” degli Stati Uniti:
1) Russia, per la potenza militare, è un contrappeso nucleare al dominio globale degli Stati Uniti. Ha una forza armata enorme e ben equipaggiata con presenza europea, asiatica e mediorientale. Le risorse di petrolio e gas la proteggono dal ricatto economico degli Stati Uniti e le sue crescenti alleanze geopolitiche limitano l’espansione statunitense.
2) Cina, per il potere economico globale e la portata crescente di commercio, investimenti e reti tecnologiche. La crescente capacità militare difensiva della Cina, in particolare la protezione degli interessi nel Mar Cinese Meridionale, contrasta il dominio degli Stati Uniti in Asia.
3) Corea democratica, per la capacità balistiche e nucleari, la sua feroce politica estera indipendente e la posizione geopolitica strategica, è vista come minaccia per le basi militari statunitensi in Asia e gli alleati regionali di Washington.
4) Venezuela, per le risorse petrolifere e le politiche sociali che sfidano il neoliberismo centrato negli Stati Uniti in America Latina.
5) Iran, per le risorse petrolifere, l’indipendenza politica e le alleanze geopolitiche in Medio Oriente, sfida il dominio statunitense, israeliano e saudita nella regione e presenta un’alternativa indipendente.
6) Siria, per la posizione strategica in Medio Oriente, il partito di governo nazionalista laico e l’alleanza con Iran, Palestina, Iraq e Russia, è un contrappeso ai piani di USA-Israele per balcanizzare il Medio Oriente in conflitti etno-tribali.

Avversari di medio livello degli Stati Uniti
1) Cuba, per la politica estera indipendente e il sistema socio-economico alternativo, è in contrasto coi regimi neo-liberali centrati negli Stati Uniti nei Caraibi, America centrale e meridionale.
2) Libano, per la posizione strategica sul Mediterraneo e l’accordo di condivisione del potere nel governo di coalizione col partito politico Hezbollah, sempre più influente nella società civile libanese anche per la comprovata capacità della sua milizia di proteggere la sovranità nazionale libanese espellendo l’invasore esercito israeliano e aiutando a sconfiggere i mercenari SIIL/al-Qaida nella vicina Siria.
3) Yemen, per il movimento nazionalista indipendente guidato dagli huthi, che si oppone al governo fantoccio imposto dai sauditi, e le sue relazioni con l’Iran.

Avversari di basso livello degli Stati Uniti
1) Bolivia, per la politica estera indipendente, il sostegno al governo chavista in Venezuela e la difesa di un’economia mista; ricchezza mineraria e difesa delle rivendicazioni territoriali dei popoli indigeni.
2) Nicaragua, per la politica estera indipendente e le critiche all’aggressione statunitense nei confronti di Cuba e Venezuela.
L’ostilità degli Stati Uniti verso gli avversari prioritari è espressa attraverso sanzioni economiche, accerchiamento militare, provocazioni e intense guerre di propaganda. Dati i potenti legami sul mercato globale della Cina, gli Stati Uniti hanno applicato poche sanzioni. Invece si affidano ad accerchiamento militare, provocazioni separatiste e intensa propaganda ostile quando vi hanno a che fare.Avversari prioritari, bassa vulnerabilità e aspettative irreali
Con l’eccezione del Venezuela, gli “obiettivi prioritari” di Washington hanno limitate vulnerabilità strategiche. Il Venezuela è il più vulnerabile per l’ampia dipendenza dalle entrate petrolifere, le principali raffinerie situate negli Stati Uniti, l’alto indebitamento tendente al default. Inoltre, ci sono i gruppi di opposizione clienti degli statunitensi e il crescente isolamento di Caracas in America Latina per l’ostilità orchestrata da importanti clienti statunitensi, Argentina, Brasile, Colombia e Messico.
L’Iran è molto meno vulnerabile: è una forte potenza militare regionale strategica legata a Paesi vicini e movimenti religiosi e nazionalisti. Nonostante la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l’Iran ha sviluppato mercati alternativi, come la Cina, liberi dal ricatto statunitense e relativamente al sicuro da attacchi creditori avviati da Stati Uniti o UE.
La Corea democratica, nonostante le paralizzanti sanzioni economiche imposte al regime e alla popolazione civile, ha “la bomba” come deterrente all’attacco militare statunitense e non ha mostrato alcuna riluttanza a difendersi. A differenza del Venezuela, né Iran né Corea democratica affrontano significativi attacchi interni da un’opposizione finanziata dagli USA o armata.
La Russia ha piena capacità militare, armi nucleari, ICBM e una forza armata enorme e ben addestrata, scoraggiando qualsiasi minaccia militare diretta degli Stati Uniti. Mosca è politicamente vulnerabile alla propaganda degli Stati Uniti, ai partiti di opposizione e alle ONG finanziate dall’occidente. I miliardari russi collegati a Londra e Wall Street esercitano una certa pressione contro iniziative economiche indipendenti. In misura limitata, le sanzioni statunitensi hanno sfruttato la precedente dipendenza della Russia dai mercati occidentali, ma dopo l’imposizione di sanzioni draconiane del regime di Obama, Mosca ha efficacemente neutralizzato l’offensiva di Washington diversificando i mercati verso l’Asia e rafforzando l’autosufficienza in agricoltura, industria e alta tecnologia.
La Cina ha un’economia mondiale ed è sulla buona strada per diventare il leader economico mondiale. Le deboli minacce di “sanzioni” verso la Cina semplicemente illustrano la debolezza di Washington piuttosto che intimidire Pechino. La Cina ha contrastato provocazioni e minacce militari statunitensi espandendo il potere economico di mercato, aumentando la capacità militare strategica e abbandonando la dipendenza dal dollaro.
Gli obiettivi prioritari di Washington non sono vulnerabili ad attacchi frontali: mantengono o aumentano la coesione interna e le reti economiche, migliorando al contempo la capacità militare d’imporre costi assolutamente inaccettabili agli Stati Uniti con un qualsiasi assalto diretto. Di conseguenza, i capi statunitensi sono costretti ad affidarsi ad attacchi marginali, periferici e per procura con risultati limitati. Washington stringerà le sanzioni su Corea democratica e Venezuela, con dubbiose prospettive di successo con la prima e possibile vittoria di Pirro con Caracas. Iran e Russia possono facilmente liquidare gli agenti nemici. Gli alleati degli Stati Uniti, come Arabia Saudita e Israele, possono badare, fare propaganda e scagliarsi contro gli iraniani, ma i timori che una guerra vera e propria con l’Iran distrugga Riyadh e Tel Aviv li costringe a lavorare in tandem per indurre la corrotta dirigenza politica degli Stati Uniti alla guerra, incontrando le obiezioni di una popolazione stanca di guerre. Sauditi e israeliani possono bombardare e affamare le popolazioni di Yemen e Gaza, che non hanno alcuna possibilità di rispondere, ma Teheran è un’altra questione. Politici e propagandisti di Washington vociferano di interferenze della Russia nel teatro elettorale corrotto degli Stati Uniti e sabotano i legami diplomatici, ma non possono contrastare la crescente influenza della Russia nel Medio Oriente e il commercio in espansione con l’Asia, specialmente la Cina.
In sintesi, a livello globale, gli obiettivi ‘ prioritari’ degli Stati Uniti sono irraggiungibili e invulnerabili. Nella continua faida tra élite negli Stati Uniti, sarebbe troppo sperare nell’emergere di un qualsiasi politico razionale a Washington che possa ripensare le priorità strategiche e calibrare le politiche di mutuo accordo adattandosi alle realtà globali.Priorità, vulnerabilità e aspettative medie e basse
Washington può intervenire e forse infliggere gravi danni ai Paesi di media e bassa priorità. Tuttavia, vi sono diversi inconvenienti a un attacco su vasta scala. Yemen, Cuba, Libano, Bolivia e Siria non sono nazioni in grado di plasmare allineamenti politici ed economici globali. Il massimo che gli Stati Uniti possono garantirsi in questi Paesi vulnerabili sono cambi di regime distruttivi con massicce perdite di vite umane d infrastrutture e milioni di profughi disperati… ma con gravi costi politici, prolungata instabilità e gravi perdite economiche.

Yemen
Gli Stati Uniti possono sostenere la totale vittoria saudita sui popoli affamati e colerici dello Yemen. Ma a chi giova? L’Arabia Saudita è in pieno sconvolgimento di palazzo e non può esercitare egemonia, nonostante centinaia di miliardi di dollari in armi, addestratori e basi USA/NATO. Le occupazioni coloniali sono costose e danno pochi, se non alcuno, beneficio economico, specialmente da una povera nazione devastata e geograficamente isolata come lo Yemen.

Cuba
Cuba ha un potente esercito professionale sostenuto da una milizia di milioni di componenti. È capace di una resistenza prolungata e può contare sul supporto internazionale. L’invasione di Cuba richiederebbe occupazione prolungata e pesanti perdite. Decenni di sanzioni economiche non hanno funzionato e la loro re-imposizione da parte di Trump non ha colpito i settori chiave turistici. L'”ostilità simbolica” del presidente Trump non ha ridotto le distanze coi principali gruppi agroindustriali statunitensi, che vedono Cuba come un mercato. Oltre la metà dei cosiddetti “cubani d’oltremare” si oppone all’intervento diretto degli Stati Uniti. Le ONG finanziate dagli Stati Uniti possono dare vantaggi marginali nella propaganda, ma non possono sovvertire il sostegno popolare all’economia mista “socializzata” di Cuba, le eccellenti educazione pubblica ed assistenza sanitaria e la politica estera indipendente.

Libano
Il blocco congiunto USA-Arabia Saudita e le bombe israeliane possono destabilizzare il Libano. Tuttavia, l’invasione israeliana costerebbe vite e fomenterebbe disordini interni. Hezbollah ha i missili per contrastare le bombe israeliane. Il blocco economico saudita radicalizzerà i nazionalisti libanesi, specialmente tra sciiti e cristiani. L”invasione’ della Libia da parte di Washington, senza perdere un solo soldato statunitense, dimostra che le invasioni distruttive si traducono in caos nel continente. Una guerra USA-Israele-Arabia Saudita distruggerebbe completamente il Libano, ma destabilizzerebbe la regione esacerbando i conflitti nei Paesi confinanti: Siria, Iran e forse Iraq. E l’Europa sarà inondata da milioni di rifugiati disperati.

Siria
La guerra per procura USA-Arabia Saudita in Siria ha subito gravi sconfitte e la perdita di risorse politiche. La Russia ha acquisito influenza, basi e alleati. La Siria mantiene la sovranità e forgia una forza armata nazionale temprata dalle battaglie. Washington può sanzionarla, prendere alcune basi in alcune fasulle “enclavi curde”, ma non avanzerà oltre lo stallo e sarà ampiamente considerata un invasore. La Siria è vulnerabile e continua a essere un bersaglio medio nella lista dei nemici degli Stati Uniti, ma offre poche prospettive di far avanzare il potere imperiale degli Stati Uniti, oltre alcuni vincoli limitati con l’instabile enclave curda, suscettibile di guerra intestina e grandi rappresaglie turche.

Bolivia e Nicaragua
Bolivia e Nicaragua sono secondarie nella lista dei nemici degli Stati Uniti. I responsabili delle politiche regionali degli Stati Uniti riconoscono che i due Paesi non hanno potere globale o addirittura regionale. Inoltre, entrambi i regimi hanno respinto la politica radicale e coesistono con oligarchi locali, potenti e influenti, e con multinazionali internazionali collegate agli Stati Uniti. La loro critica in politica estera, principalmente di carattere interno, sono neutralizzate dalla quasi totale influenza degli Stati Uniti nell’OAS e sui principali regimi neo-liberali in America Latina. Sembra che gli Stati Uniti accettino questi avversari retorici marginalizzati piuttosto che rischiare di provocare il risveglio dei movimenti radicali nazionalisti o socialisti di massa a La Paz o Managua.Conclusione
Un breve esame della “lista dei nemici” di Washington rivela le limitate possibilità di successo anche tra gli obiettivi vulnerabili. Chiaramente, con questa configurazione del potere mondiale in evoluzione, denaro e mercati statunitensi non modificheranno l’equazione di potere. Gli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, spendono enormi quantità di denaro attaccando una nazione devastata, ma distruggono i mercati mentre perdono le guerre. Potenti avversari, come Cina, Russia e Iran, non sono vulnerabili ed offrono al Pentagono poche prospettive di vittorie militari in futuro. Sanzioni e guerre economiche non sono riuscite a sottomettere Corea democratica, Russia, Cuba e Iran. La “lista dei nemici” è costata prestigio, soldi e mercati agli Stati Uniti, un bilancio imperialista grave. La Russia ora supera gli Stati Uniti nella produzione di grano e nelle esportazioni. Sono finiti i giorni in cui le agro-esportazioni statunitensi dominavano il commercio mondiale, anche a Mosca. La lista dei nemici è facile da comporre, ma politiche efficaci sono difficili da attuare contro rivali dalle economie dinamiche e preparazione militare potente. Gli Stati Uniti riguadagnerebbero parte della credibilità se operassero nella realtà globale perseguendo un programma conveniente per tutti invece di essere perdenti nel continuo gioco a somma zero. I capi razionali potrebbero negoziare accordi commerciali reciproci con la Cina, sviluppando legami tecnologici, finanziari e agrocommerciali con produttori e servizi. E potrebbero sviluppare accordi congiunti economici e di pace in Medio Oriente, riconoscendo la realtà di un’alleanza tra Hezbollah e Siria con Russia, Iran e Libano. Allo stato attuale, la “lista dei nemici” di Washington continua ad essere composta e imposta dai suoi capi irrazionali maniaci filo-israeliani e russofobi del Partito Democratico, senza alcun riconoscimento della realtà attuale. Agli statunitensi, la lista dei nemici interni è lunga e ben nota, ciò che manca è una leadership politica civile per rimpiazzare tale banda di capibranco.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Iran non negozia la propria Difesa: Comandante dell’IRGC

IFP News 23 novembre 2017Il Comandante in capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Generale Mohammad Ali Jafari, afferma che l’Iran colloquia sul suo programma elettronucleare perché non aveva scopi difensivi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente affermato che una nuova serie di criteri e un nuovo trattato dovrebbero essere negoziati con l’Iran per fermarne le attività balistiche. Parlando a una conferenza stampa sugli ultimi sviluppi in Medio Oriente, il Comandante in capo dell’IRGC ha respinto le dichiarazioni di Macron, affermando che tali osservazioni sono profondamente radicate nella sua ingenuità ed immaturità. Il Generale Jafari ha osservato che Macron presto capirà che i suoi tentativi di frenare il programma missilistico iraniano falliranno. “La Repubblica Islamica dell’Iran non siederà mai per negoziare sul suo programma missilistico. Il nostro governo è contrario a qualsiasi discussione sul programma missilistico e gli occidentali capiranno presto che i loro sforzi per intrattenere colloqui con l’Iran su questo tema non potranno mai realizzarsi“, dichiarava alla Fars News Agency. Il massimo comandante iraniano ha continuato dicendo che l’Iran distingue tra programma nucleare e missilistico. “L’Iran ha accettato di sostenere colloqui sul programma nucleare perché non fa parte della difesa del Paese, ma il programma missilistico è direttamente connesso con la nostra sicurezza e lo consideriamo non negoziabile“.

Il dominio dello SIIL
Faceva anche riferimento al completo sradicamento dello SIIL in Iraq e Siria dichiarando: “Oggi il dominio dello SIIL è finito e i terroristi hanno perso il controllo su un qualsiasi territorio, città o villaggio nella regione“. “Questo, tuttavia, non significa che il gruppo terroristico sia stato completamente distrutto“. Secondo il Generale Jafari, la sporadica presenza ideologica del gruppo raggiungerà diverse parti della regione e i terroristi appoggiati da Stati Uniti, Israele e i loro stessi capi si recheranno in vari Paesi. “Ciò significa che gli Stati regionali devono prepararsi ad insicurezza, attacchi suicidi e guerriglia in futuro“. Jafari dichiarava che i terroristi dello SIIL potrebbero riorganizzarsi in alcune parti della regione per riconquistare una città, ma “i loro tentativi sono disperati e inutili“. Altrove, il comandante iraniano affermava che nessuno può affermare che non ci sia più insicurezza nella regione, “perché la destabilizzazione è tra i compiti più facili per i terroristi e dovremmo prepararci a misure destabilizzanti del nemico“.

Libano, il primo obiettivo di Israele
Il Comandante in capo dell’IRGC si riferiva anche ad Hezbollah in Libano affermando che l’identità del movimento di Resistenza è profondamente radicata nelle sue armi. “L’identità di Hezbollah si è armata contro il nemico giurato della nazione libanese Israele, perché il Libano ne è il primo obiettivo“. Dichiarava ancora una volta che ogni nuova guerra nella regione spazzerà via Israele dalla mappa politica della regione e aggiungeva che gli israeliani hanno visto solo parte delle capacità militari di Hezbollah nelle guerre dei 33 giorni e dei 22 giorni, e “la creazione dell’enorme Fronte della Resistenza negli anni passati autentica le nostre affermazioni sul futuro d’Israele“. Secondo Jafari, oggi tutti i membri del Fronte della Resistenza sono uniti e se un aderente viene coinvolto in una guerra con Israele, gli altri vi entreranno infliggendo una pesante sconfitta ad Israele.

Speranza per un cessate il fuoco duraturo in Siria
Il Comandante in Capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha anche espresso la speranza che il recente incontro trilaterale tra i presidenti di Iran, Russia e Turchia possa portare a un cessate il fuoco stabile in Siria. Ed ha anche detto che l’IRGC e la nazione iraniana sono pronti a contribuire alla ricostruzione della Siria e che al governo siriano spetta decidere quali Stati parteciperanno alla ricostruzione. “Abbiamo già avuto colloqui preliminari con il governo siriano in questo campo e sono in corso accordi per la partecipazione dell’Iran“.

Forza di mobilitazione, elemento chiave degli ultimi successi regionali
Congratulandosi con la nazione iraniana sull’avvio della forza Basij (forza di mobilitazione) dell’Iran, Jafari affermava che le forze volontarie hanno svolto un ruolo chiave nelle recenti vittorie nella regione. “Molti Paesi regionali si sono ispirati alla Basij e agli 8 anni di resistenza della nazione iraniana durante la Guerra Imposta“, affermava. La Basij fu fondata nei primi anni della rivoluzione islamica per ordine del defunto fondatore della Repubblica Islamica Ayatollah Khomeini. “Oggi vediamo che il movimento libanese Hezbollah che difende il Paese contro Israele, è la Basij del Libano“, affermava. Il comandante iraniano continuava che se non fosse stato per la Basij della Siria, il Paese sarebbe stato disintegrato e non ci sarebbe stata una Siria. Fece anche riferimento all’esperienza irachena affermando che le unità di mobilitazione popolari, costituite in seguito all’appello del massimo religioso sciita, Ayatollah Sistani, alla difesa nazionale contro lo SIIL, hanno svolto un ruolo chiave nelle grandi vittorie dell’Esercito iracheno nella lotta ai terroristi.

Lo SIIL minaccia l’Islam
Altrove il Comandante in capo dell’IRGC osservava l’avvertimento del leader della rivoluzione islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, a non trascurare i nuovi complotti dei nemici dichiarando “come ha detto il leader l’ultima vittoria ha messo fine al dominio dello SIIL”. Osservando che ciò non significa che il gruppo sia stato completamente sradicato. “Lo SIIL rimane attivo in piccoli gruppi clandestini in vari Paesi, come l’Afghanistan. È una minaccia per l’Islam. Quindi, dobbiamo mettere la lotta al gruppo in cima alle nostre priorità“. Jafari affermava che la sconfitta dello SIIL nella regione non significa che la minaccia al Fronte della Resistenza sia finita perché, “la lotta contro i burattini delle potenze arroganti continua“, aggiungendo che alcuni complotti dei nemici, come la secessione della Regione del Kurdistan iracheno, sono stati sventati, ma non resteranno inoperosi e “dobbiamo prepararci ad ulteriori cospirazioni“.

L’Iran non cerca il confronto con l’Arabia Saudita
Jafari osservava che l’Iran non cerca lo scontro con l’Arabia Saudita. “Consideriamo Stati Uniti ed Israele nostri principali nemici e non cerchiamo di essere coinvolti in alcuna guerra con i loro burattini“. Il comandante iraniano continuava affermando che le politiche di auto-limitazione dell’Iran verso l’Arabia Saudita dovrebbero essere viste in questo contesto. “Non ci piace essere coinvolti in uno scontro diretto con l’Arabia Saudita e raccomandiamo a non ostacolare il Fronte della Resistenza della rivoluzione islamica, altrimenti sarà colpiti dalle nostre faretre di guerra“.

I nemici devono riprendere i loro sensi
Il Comandante dell’IRGC prometteva che la Repubblica islamica dell’Iran schiaccerà i nemici. “Quindi, devono finirla con la loro animosità verso i musulmani e riprendere i propri sensi“. Ancir volta si congratulava con la nazione iraniana per la sconfitta dell’erede dello SIIL in Iraq e in Siria, affermando che la Basij sostiene sempre la nazione iraniana nella lotta ai complotti contro la sicurezza, nonché calunnie naturali e innaturali. Jafari si riferiva anche alle dichiarazioni del leader iraniano sull’appello agli iraniani di tutti i ceti sociali ad aderire alla Basiji e affermava che oltre un terzo del popolo iraniano aderisce alla Basij e chi non è ufficialmente registrato “può svolgere il proprio ruolo in vari campi perché la Basij è stata creata per prestare servizio al popolo“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’intervento russo in Siria passa dai cieli della NATO

Aerei da trasporto militari russi per la Siria utilizzano lo spazio aereo turco
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 21 novembre 2017Notizie incredibili per chiunque ricordi ancora le relazioni russo-turche al minimo a fine 2015. La Turchia ha tranquillamente aperto lo spazio aereo agli aerei da trasporto delle Forze Armate russe dirette in Siria. Laddove nel novembre 2015 la Turchia abbatté un aereo da combattimento Su-24 russo perché presumibilmente entrato nello spazio aereo turco per alcuni secondi, le forze russe in Siria ora vengono rifornite da aerei che sorvolano la Turchia. Inoltre, si ricorda che nel 2015, in conformità agli auspici degli Stati Uniti, Bulgaria e Grecia negarono l’uso dello spazio aereo anche ai voli umanitari per la Siria. Gli Stati Uniti non saranno contenti della Turchia in questo momento. (Per inciso, non lo sono). Inoltre, visitando la Russia oggi, anche il Presidente Bashar al-Assad sorvolava la Turchia. Questo sarebbe stato del tutto impensabile nel 2015, ma nel frattempo è accaduto qualcosa di cruciale: la Turchia ha completamente rinunciato all’obiettivo della rivolta islamista per rovesciare il governo siriano. Si è rassegnata alla vittoria della Russia e di Damasco sui jihadisti che un tempo appoggiava generosamente. Invece ha limitato le ambizioni in Siria il più possibile su autogoverno e potere dei curdi nazionalisti sostenuti dal Pentagono, obiettivo che non contrasta con quello che siriani e russi cercano.
Quindi la Turchia ora proverà a sostenere Mosca e Damasco contro la partnership curda con gli Stati Uniti e ad ingraziarseli, vedendo in definitiva che la Turchia, che ospita oltre 15 milioni di curdi, è molto più nervosa sul nazionalismo curdo che non la Siria, dove sono meno del 10% della popolazione, o della Russia. (La Russia in particolare potrebbe convivere facilmente con un Kurdistan siriano autonomo). Ankara vuole che la Russia tenga conto del suo desiderio che la Siria mantenga i curdi i più isolati possibile, ma se Erdogan lo vuole deve dimostrare che la sua cooperazione sarà molto utile per la Russia, più di un accordo coi curdi. In ogni caso, il fatto che gli aerei-cargo russi volino verso la Siria sorvolando la Turchia fornisce un eccellente indicatore delle relazioni russo-turche e della fiducia che i russi vi ripongono. Se i russi dovessero ricominciare a sorvolare Iraq e Iran, sarà segno che la relazione va nuovamente male.Turchia, NATO e F-35
USA e NATO fanno pressione sulla Turchia per impedire l’acquisizione del sistema missilistico S-400 dalla Russia, minacciando di non adempiere al contratto per consegnare i caccia F-35 ordinati dalla Turchia. Per rappresaglia, Ankara minacciava lo smantellamento della stazione-radar statunitense di Malatya-Kurecik, con l’AN-TPY-2 schierato dagli Stati Uniti nel 2012 a Yeni Safak, ufficialmente come elemento del sistema antimissile degli USA, ma probabilmente centro di spionaggio delle operazioni delle forze armate di Siria, Iraq, Iran e Russia contro lo Stato islamico. Nel tentativo di dissuadere la Turchia dall’acquisto il sistema di difesa missilistica S-400, gli Stati Uniti avvertivano che ciò “avrebbe messo a repentaglio la vendita dei caccia F-35 alla Turchia“. Nell’ambito degli accordi con la NATO, la Turchia aveva permesso per lo spiegamento del radar sul proprio territorio a danno dei Paesi limitrofi, preoccupati da tale azione.
Il segretario alla Difesa degli USA James Mattis aveva avanzato preoccupazioni per l’acquisto da parte della Turchia del sistema di difesa aerea S-400 dalla Russia, dicendo che “Questa è una decisione sovrana per la Turchia. Chiaramente, ma non sarà interoperabile con la NATO . Quindi dovranno pensarci se andranno avanti“. Il ministro della Difesa nazionale turco Nurettin Canikli affermava a sua volta che “oltre all’S-400, la Turchia ha anche stretto accordi preliminari coi Paesi Eurosam per sviluppare, produrre e utilizzare un sistema di difesa aerea al fine di migliorare la difesa nazionale a lungo termine. Puntiamo soprattutto ad avere nostra tecnologia“. La Turchia , quindi, firmava una lettera di intenti con Francia e Italia sviluppare un nuovo missile antiaereo, basato sul sistema missilistico SAMP-T. Insieme a Canikli, la ministra della Difesa francese Florence Parly e la ministra della Difesa italiano Robert Pinotti partecipava alla firma del contratto. È previsto che la Turchia riceva in tutto 116 caccia F-35 entro il 2030, in parte prodotte a livello nazionale dall’industria aeronautica TAI-TUSAS.
Nel frattempo, ul ministro della Difesa turco Nurettin Canikli annunciava che 8500 militari delle forze armate turche venivano dimessi per il fallito colpo di Stato del luglio 2016, tre loro vi sono 150 generali, 4630 ufficiali dell’esercito, 3379 sottufficiali e 411 funzionari, accusati di aderire all’organizzazione islamista di Fethullah, in esilio negli USA. Le autorità turche hanno anche emesso mandati di cattura per 216 persone, tra 82 del personale del ministero delle Finanze per presunti legami coi l golpisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio