La difesa missilistica statunitense non ferma gli Scud yemeniti

25 anni dopo il fallimento della Guerra del Golfo, i sistemi Patriot degli Stati Uniti non riescono ancora a distruggere i missili sovietici degli anni ’60
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 7 dicembre 2017Lo sapete, il mese scorso Ansarullah dello Yemen lanciò un missile sovietico Scud modificato contro l’aeroporto di Riyadh, intercettato in volo da missili Patriot di fabbricazione statunitense che i militari sauditi gli avevano sparato contro. Trump si vantò che “Il nostro sistema ha buttato giù il missile. Ecco quanto siamo bravi. Nessuno fa ciò che produciamo, e ora lo vendiamo in tutto il mondo”. Mentre i sauditi usarono il lancio del missile, sparato in rappresaglia ai loro innumerevoli massacri di civili, per intensificare il blocco dello Yemen, che ha già creato un’epidemia di colera e la malnutrizione nel Paese, fino ad affamarlo. Tuttavia, almeno due aspetti della storia sono sbagliati (Tre se si contano le assurdità di come il missile sarebbe stato fornito dall’Iran). Primo, il missile non fu lanciato da Ansarullah, poiché non ha queste armi pesanti. In realtà fu lanciato dai lealisti di Salah, cioè dalla parte dell’esercito rimastagli fedele e che fa parte della coalizione antisaudita dello Yemen. Inoltre i missili Patriot statunitensi non abbatterono lo Scud. Cinque missili furono sparati ma lo mancarono tutti. La Scud continuò sorvolando proprio la batteria antimissile saudita colpendo il territorio dietro di essa, mancando la pista di soli 300 metri, in realtà una precisione decente per un missile che risale agli anni ’60. Proprio come gli Stati Uniti mentirono sulle prestazioni dei missili Patriot durante la guerra del Golfo del 1990-91 contro l’Iraq. Presumibilmente i Patriot avrebbero intercettato la maggioranza degli Scud lanciati dall’Iraq, cosa che in seguito si dimostrò completamente falsa e infine riconosciuta come menzogna. Comunque fosse, da allora la storia fu che, sebbene i Patriot avessero fallito nel 1991, erano stati migliorati tanto che ora funzionano come pubblicizzato. Non è così. I sistemi antimissile statunitensi non riescono ad abbattere neanche i missili terra-terra sovietici degli anni ’60 (che di per sé non erano molto lontani dalle V-2 lanciate dai tedeschi nel 1944). Questa non è necessariamente un’accusa alla tecnologia statunitense. Colpire un missile supersonico con un altro missile è straordinariamente difficile. Farlo in modo affidabile sarebbe semplicemente al di là dell’attuale tecnologia. Ma si accusa la pubblicità degli Stati Uniti. Forse è ora che la smettano di vantare un sistema d’arma che chiaramente non funziona.
Il New York Times aveva un buon articolo di specialisti che smentivano la storia saudita: “Le prove analizzate da un gruppo di esperti missilistici sembrano dimostrare che la testata del missile violò senza ostacoli le difese saudite e quasi centrò il bersaglio, l’aeroporto di Riyadh. La testata esplose così vicino al terminal interno che i clienti saltarono dalle sedie… Lewis ed altri analisti del Middlebury Institute of International Studies di Monterey, in California, erano scettici quando sentirono la dichiarazione dell’Arabia Saudita di aver abbattuto lo Scud yemenita. I governi hanno sopravvalutato l’efficacia delle difese missilistiche in passato, anche nei confronti degli Scud. Durante la prima guerra del Golfo, gli Stati Uniti sostennero un registro perfetto di abbattimenti delle versioni irachene dello Scud. Le analisi successive rilevarono che tali intercettazioni fallirono. Aveva fallito anche a Riyadh? I ricercatori rastrellarono sui social media tutto ciò che fu pubblicato nell’area in quel periodo, alla ricerca di indizi.

I rottami
Lo schema dei detriti del missili su Riyadh suggerisce che le difese missilistiche colpirono l’innocua sezione posteriore del missile o lo mancarono del tutto. Proprio mentre i sauditi usarono le difese missilistiche, i rottami caddero nel centro di Riyadh. I video pubblicati sui social media riprendono una sezione particolarmente ampia, caduta in un parcheggio vicino la scuola Ibn Qaldun. Altri video mostrano rottami caduti in una manciata di luoghi su un’area di circa 500 metri lungo l’autostrada. Funzionari sauditi dissero che i rottami, che sembra appartenessero a un Burqan-2 abbattuto, ne dimostravano il successo. Ma un’analisi dei rottami mostra che le componenti della testata, la parte del missile che trasporta gli esplosivi, mancavano. La testata mancante indicava qualcosa d’importante agli analisti: il missile avrebbe eluso le difese saudite. Il missile, per sopravvivere agli stress di un volo di circa 600 miglia, era quasi certamente progettato per separarsi in due parti una volta sul bersaglio. Il fuso, che spinge il missile per la maggior parte della traiettoria, cade e la testata, più piccola e difficile da colpire, continua sull’obiettivo. Questo spiegherebbe perché i rottami a Riyadh sembrassero costituiti solo dal fuso, suggerendo che i sauditi avessero mancato il missile, o colpito il fuso dopo che si era separato, iniziando a cadere a terra oramai inutile. Alcuni funzionari statunitensi dissero che non ci sono prove che i sauditi abbiano colpito il missile. Invece, i resti potrebbero essere dovuti alla pressione del volo. Ciò che i sauditi presentavano come prova dell’intercettazione riuscita, sarebbe semplicemente il missile che si distacca dal fuso come previsto.La posizione dell’esplosione
Un’esplosione a 12 miglia di distanza all’aeroporto di Riyadh suggerisce che la testata volò senza ostacoli sul bersaglio. Verso le 21:00, all’incirca nello stesso momento in cui i rottami si schiantavano a Riyadh, una forte esplosione scosse il terminal nazionale dell’aeroporto internazionale Re Qalid di Riyad. “Ci fu un’esplosione nell’aeroporto“, dice un uomo in un video pochi istanti dopo l’esplosione. Lui ed altri si precipitarono alle finestre mentre i veicoli di emergenza correvano sulla pista. Un altro video, ripreso da terra, mostra i veicoli di emergenza alla fine della pista. Poco oltre compare un pennacchio di fumo confermando l’esplosione e indicando il probabile punto d’impatto. Un portavoce di Ansarullah disse che il missile colpì l’aeroporto. C’è un’altra ragione per cui gli analisti pensano che la testata abbia violato le difese missilistiche. Localizzarono le batterie Patriot che spararono al missile, mostrato nel video, scoprendo che la testata le sorvolò. Funzionari sauditi dissero che alcuni resti del missile intercettato caddero sull’aeroporto. Ma è difficile immaginare come un frammento disperso volasse 12 miglia oltre il resto dei relitti, o perché esplodesse all’impatto.

L’impatto
Fumo e danni al suolo suggeriscono che la testata colpì vicino al terminal nazionale dell’aeroporto. Le immagini dei soccorsi e il pennacchio di fumo rivelano informazioni anche sulla natura dell’impatto. Una foto del pennacchio presa da una posizione diversa sembra coerente coi pennacchi prodotti da missili simili, suggerendo che l’esplosione non fosse dovuta a un rottame disperso o a un incidente non correlato. Identificando gli edifici nella foto e nel video, la squadra di Lewis individuò i punti da cui furono riprese le immagini, rivelando la posizione precisa del pennacchio: a poche centinaia di metri dalla pista 33R e a circa un chilometro dall’affollato terminale interno. L’esplosione fu piccola e le immagini satellitari dell’aeroporto scattate immediatamente prima e dopo l’esplosione non sono abbastanza chiare da riprendere il cratere dall’impatto, secondo gli analisti. Ma mostra danni a terra coi veicoli di emergenza, sostenendo che la testata avesse quasi colpito la pista. Mentre Ansarullah mancò il bersaglio, secondo Lewis, si avvicinò abbastanza da mostrare che i suoi missili possono raggiungerlo evitando le difese saudite. “Un chilometro è un rateo d’errore piuttosto normale per uno Scud“, disse. Persino Ansarullah potrebbero non averlo capito, affermava Lewis. A meno che non avesse intelligence nell’aeroporto, avrebbe poche ragioni per dubitare delle relazioni ufficiali. “Ansarullah fu sul punto d’incenerire quell’aeroporto“, disse. Laura Grego, un’esperta missilistica dell’Unione degli scienziati interessati, espresse allarme sulle batterie della difesa saudita che spararono cinque volte contro il missile; “Spararono cinque volte a questo missile mancandolo sempre? È scioccante“, disse. “È scioccante perché questo sistema dovrebbe funzionare“.”Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Turchia non otterrà tecnologia dall’accordo sugli S-400

Ankara dice che dopo l’accordo avrà ancora bisogno dell’aiuto europeo per costruire missili
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 14 novembre 2017

La Turchia non ha ottenuto l’accordo che sperava sui sistemi di difesa aerea S-400 della Russia. So ricordi che quando nel 2013 iniziò a cercare un’arma del genere, la Turchia era molto interessata al Patriot statunitense e all’Aster franco-italiano, ma desiderava trasferimenti di tecnologia per creare dei veri lanciamissili. Fu questa insistenza sui trasferimenti di tecnologia che stracciò gli accordi spingendo la Turchia ad annunciare a sorpresa di aver optato per un’azienda cinese, presumibilmente disposta a condividere la tecnologia. Sembra che non fosse proprio così, perché anche quest’accordo abortì nel 2015. Coi rapporti russo-turchi in disgelo dopo il tentato colpo di Stato ad Ankara nel luglio 2016, i turchi rapidamente iniziarono a discutere un accordo per l’acquisto di missili e tecnologia antiaerea russi, anche se avevano teso un’imboscata e abbattuto un aviogetto militare russo sul confine siriano-turco solo un anno prima, nel novembre 2015. Tuttavia, i russi coerentemente affermarono che sarebbero stati felici di vendere i missili, ma il trasferimento di tecnologia non è realistico. Ciononostante, le parti confermassero all’inizio dell’anno che c’era l’accordo per l’esportazione di S-400, non era esattamente chiaro di che tipo fosse. Presumibilmente due delle quattro batterie S-400 verranno assemblate in Turchia, il che poteva significare che l’operazione comporterebbe trasferimento di tecnologia. I turchi hanno ora chiarito che non è così. Il ministro della Difesa turco affermava che l’acquisto dei missili russi S-400 è “completo”, ma che la Turchia discute un “ulteriore” accordo col consorzio italo-francese EUROSAM per aiutarla a sviluppare il proprio sistema di difesa missilistica. Chiaramente, se anche dopo l’accordo con la Russia la Turchia avrà ancora bisogno di trasferimenti tecnologici da Italia e Francia, significa che non otterrà granché o nulla dai russi.
Il mese scorso il portale russo Gazeta.ru affermò che i sistemi S-400 saranno venduti alla Turchia senza codici di controllo, in modo che il software amico-nemico non possa essere modificato dai turchi. Un’altra cosa, avendo ottenuto molto meno di quanto sperato da Mosca, la Turchia chiaramente controlla se i franco-italiani faranno un’offerta migliore. Qualcosa di simile a ciò che i turchi chiesero nel 2013. Se è così, il trasferimento dell’S-400 potrebbe anche non esserci. Nonostante le assicurazioni dei ministri turchi non è assolutamente possibile che ci siano accordi con russi ed europei. Non c’è modo che gli europei, che hanno già rifiutato di trasferire tecnologia prima che Ankara firmasse l’accordo dell’S-400, aiutino la Turchia a sviluppare missili propri dopo il conferimento dei turchi alla Russia di 2,5 miliardi di dollari per la vendita diretta di armi, questo è l’ultima cosa che devono chiedersi. Se ciò dovesse accadere sul serio, si potrebbe parlare di magistrale finta turca usando Mosca per ottenere quelle concessioni dalla NATO che non potevano ottenere prima. Anche i russi non ne saranno troppo preoccupati, visto che i turchi hanno già dato un acconto. D’altra parte, se EUROSAM non rientra resterà il sospetto che i turchi si siano impegnati a un rigido accordo russo sugli S-400 che inizialmente avevano concepito solo come bluff.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina non abbandonerà la Corea democratica

PressTV, 9 novembre 2017

La Cina non sembra pronta ad abbandonare la Corea democratica, Paese su cui le pressioni sembrano non avere alcun effetto. Secondo il quotidiano Rai al-Yum, la perseveranza e il potere dei leader dell’Asse della Resistenza è paragonabile a quella del leader nordcoreano; Trump non ha interesse a continuare ad esercitare pressioni su Pyongyang. Nel tour asiatico, il presidente statunitense incontra gli omologhi dell’Asia orientale, tra cui leader della Corea del Sud e del Giappone. Questo viaggio è in gran parte segnato dal dossier nordcoreano; piccolo Paese che ne spaventa molti.

La Corea democratica non si arrende
Trump continua a minacciare e a spingere la Cina a fare pressione su Pyongyang per porre fine alle sue attività balistiche e nucleari. Ma la Cina non sembra pronta ad abbandonare questo Paese, che a sua volta non mollerà. Le accuse di Trump alla “Grande Dittatura” della Corea democratica sono sempre più incoraggianti e rafforzano il leader nordcoreano nelle sue decisioni.

Trump minaccia la Corea democratica
Nella visita in Corea del Sud, Trump ha sostenuto di essere accompagnato da tre portaerei e da sottomarini atomici nelle acque regionali della Corea. Ha espresso ottimismo sull’avvio di negoziati con Pyongyang. Trump ha aggiunto che è a favore della pace, ma ha anche avvertito il leader nordcoreano: “Non sottovalutarci e non provarci, il governo degli Stati Uniti è cambiato“.

Vendere la pelle dell’orso prima di ucciderlo è come si potrebbe descrivere l’approccio di Trump
Infatti, il presidente statunitense minaccia la Corea democratica da sei mesi, mentre durante questo periodo fa proposte per piegare Pyongyang, senza alcun risultato. La Corea democratica sfida gli Stati Uniti completando con successo diversi test missilistici. Ha lanciato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare una grande testata nucleare. C’è pericolo per gli USA? Trump cerca di provocare Giappone e Corea del Sud, immergendoli nella corsa agli armamenti. Una trappola in cui sono già caduti Arabia Saudita e Paesi del Golfo Persico. Anche se Trump compie un tour asiatico, tiene d’occhio il Medio Oriente. Lo sa: a differenza di Iran, Hezbollah, Siria e Iraq, la Corea democratica non costituisce una minaccia per Israele. Ecco perché è contento di minacciarla, mentre nel caso del Medio Oriente cerca di formare una nuova coalizione per avviare la guerra in Libano, nello Yemen e persino in Iran. Una guerra che sarebbe finanziata dai Paesi del Golfo Persico. Trump ha ragione quando dice che è diverso dai suoi predecessori. È molto meno serio e più limitato degli ultimi presidenti statunitensi. L’Asse della Resistenza non è quello di 20 anni fa. Ha grandi eserciti, come le forze iraniane, turche, siriane e irachene. I leader di questi governi non sono pronti ad arrendersi proprio come Kim Jong-un.
L’articolo di Rai al-Yum termina l’analisi con queste parole: “Proponiamo a Trump di non sfidare l’Asse della Resistenza e Pyongyang e a non seguire i consigli del genero e di Netanyahu. Se continua la sua politica attuale, subirà conseguenze catastrofiche: da cui Stati Uniti ed alleati non saranno risparmiati“. Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’illusione nordcoreana di Trump

Jonathan Marshall, Consortium News 14 ottobre 2017

Lindsay Graham

Il presidente Trump dice in media cinque bugie al giorno. È anche famoso perciò che il repubblicano Michael Gerson definisce “quasi ignoranza completa di politica e storia“. Quindi avrebbe tentato, sbagliando, di scoraggiare un’altra affermazione affascinante che Trump fece su Fox News qualche giorno prima. Sbagliando perché, se Trump crede veramente a ciò dice, indicherebbe la seria volontà di avviare un bagno di sangue con la Corea democratica che farebbe milioni di morti. Dà nuova credibilità al recente avvertimento del senatore Bob Corker che Trump potrebbe mettere gli Stati Uniti “sulla strada della III guerra mondiale“. In un’intervista a Sean Hannity dell’11 ottobre, Trump si vantava che gli intercettori antimissili balistici statunitensi permettono, almeno per ora, una difesa affidabile contro il lancio dei pochi missili nucleari della Corea democratica. “Abbiamo missili che possono colpire un missile in volo nel 97 per cento dei casi, e se ne mandiamo due, sarà abbattuto“, affermava Trump. Nell’assegnre a Trump il rating delle menzogne massimo di “Quattro Pinocchi”, l’autore del Washington Post Glenn Kessler definiva il presidente “totalmente sballato”, ma ammise che l’affermazione di Trump non era farina del suo sacco. Alcuni anni fa, il direttore del programma del Pentagono da 40 miliardi di dollari, chiamato “Ground-Based Midcourse Defense” (GMD), assicurò il Congresso che “la probabilità sarà ben alta, negli anni ’90, del sistema GMD nell’intercettare un missile che non oggi”. Con lo stesso spirito, il capo dell’agenzia della difesa missilistica del Pentagono si vantava, a maggio, che i suoi missili antimissili potrebbero “sventare qualsiasi minaccia” che la Corea democratica “possa lanciarci… entro il 2020“. Il GMD è attualmente costituito da 36 missili intercettori basati a Fort Greely, Alaska, e nella Vandenberg Air Force Base in California. Con altro in progettazione, rappresenta una grossa mucca per le aziende come Boeing e Raytheon, ma non ha mai dimostrato di funzionare.

‘Fiducia esagerata’
L’ex-repubblicano del Massachusetts John Tierney, che ha guidato una sottocommissione che seguiva il programma GMD, recentemente si lamentava che “alle audizioni, i funzionari del Pentagono esageravano ripetutamente la fiducia nel programma, sottovalutano i limiti tecnici e respingendo le preoccupazioni di fisici e altri esperti. Tale falso senso di sicurezza persiste oggi“. Secondo Kingston Reif, esperto dell’Associazione sul Controllo degli Armamenti, “il record del sistema è 10 su 18, e questi test sono avvenuti in condizioni fabbricate e controllate, il che significa che il realismo dei test è limitato“. “Il sistema fu testato solo una volta contro un obiettivo simile a un ICBM“, aggiunse Reif. “Venti dei 32 intercettatori dispiegati in Alaska sono armati con un vecchio veicolo cinetico che ha sempre fallito i test dal 2008. Il sistema non è mai stato testato contro le “contromisure complesse” che la Corea democratica potrebbe sviluppare per ingannare le difese statunitensi“. Un altro esperto, Joseph Cirincione, dice: “Abbiamo tante possibilità d’intercettare un missile nordcoreano quanto il presidente di fare buca al primo colpo“. Il valutatore degli armamenti del Pentagono ha recentemente avvertito che il GMD al meglio “ha capacità limitata nella difesa della patria statunitense” e l’Ufficio per la responsabilità governativa, lo scorso anno riferì che l’ottimistica performance dell’agenzia della difesa missilistica non è mai stata dimostrata. In un rapporto di quest’anno, il GAO afferma che il sistema del Pentagono “non prevede probabilmente la robusta difesa promessa”.

I pericoli della fiduccia esagerata
Quali sono le conseguenze per il presidente Trump nel credere alle infondate affermazioni del Pentagono sulla capacità della difesa missilistica degli Stati Uniti? Forse potrebbe essere tentato di lanciare un attacco preventivo sulla Corea democratica, opzione militare molto discussa, confidando che la patria statunitense sia protetta contro la rappresaglia. Potrebbe anche essere tentato di lanciare tale attacco prima, piuttosto che dopo, che la Corea democratica possa costruire la propria flotta di missili nucleari capaci di violare le presunte capacità del GMD. Come già detto, i consiglieri di Trump, come il senatore Lindsey Graham, l’hanno sollecitato per mesi a scatenare l’attacco totale prima che la Corea democratica sviluppi capacità missilistiche nucleari. Secondo Graham, le conseguenze “sarebbero terribili ma la guerra sarà là, non qui. Sarebbe un male per la penisola coreana, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud. Sarebbe la fine della Corea democratica. Ma non colpirebbe gli USA e l’unico modo con cui potrebbe mai colpire gli USA è con un missile“. Molti concorrenti di Trump sembrano essere d’accordo con la premessa di Graham, anziché riconoscere che l’arsenale nucleare degli USA basta a dissuadere l’attacco nordcoreano. Il consigliere della sicurezza nazionale HR McMaster dichiarava questa estate che “non possiamo più permetterci di procrastinare” mentre la Corea democratica sviluppa le sue forze nucleari, sostenendo che “la teoria della deterrenza classica” non funzionerà con un governo così brutale. Il capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, aveva detto: “Penso di parlare per conto dell’amministrazione, che la Corea democratica non può semplicemente poter raggiungere gli Stati Uniti“. Trump stesso dichiarò nel suo discorso alle Nazioni Unite di settembre: “È giunto il momento per la Corea democratica rendersi conto che la denuclearizzazione è il suo unico futuro accettabile“. In seguito, indicò che il segretario di Stato Rex Tillerson “perdeva tempo cercando di negoziare con il piccolo Rocket Man“. Come osserva Daniel Larson, analista della politica estera conservatrice, “il pericolo è che Trump definisca inaccettabile tutto tranne la denuclearizzazione nordcoreana e ciò implica che gli Stati Uniti non ne tollerino il possesso di armi nucleari. Ciò suggerisce che Trump contempli una guerra preventiva illegale che degenererebbe probabilmente in uno scambio nucleare che farebbe milioni di morti almeno. Questa è la trappola che la retorica irresponsabile di Trump tende agli Stati Uniti“. Le bugie di Trump sul sistema di difesa missilistica aumentano tale rischio. Come osservava l’esperto Tom Collina a settembre, “Se il presidente Trump crede di poter fermare un attacco missilistico, è più probabile che provochi un conflitto. È così che le nazioni finiscono nelle guerre non volute. Possiamo solo immaginare la conversazione in cui il segretario alla Difesa Jim Mattis tenta di spiegare al presidente Trump perché non può dipendere dal sistema antimissile da 40 miliardi di dollari: “Se ce l’ho, perché non posso usarlo?” Mattis ha il dovere di spiegare a Trump che il Pentagono sostiene quel sistema con l’intento avere altri stanziamenti dal Congresso, non per altro. Ha inoltre il dovere di ricordargli che le conseguenze della guerra con la Corea democratica sarebbero, come una volta affermò, “incredibilmente tragiche”.”

La possibilità della deterrenza
Mattis dovrebbe anche sottolineare che una guerra preventiva sarebbe inutile quanto distruttiva. Nelle riunioni della leadership, Kim Jong Un aveva descritto il piccolo ma crescente arsenale nucleare non come forza offensiva, ma come “potente deterrente che salva con saldezza pace e sicurezza nella penisola coreana e nell’Asia nordorientale” contro le “continue minacce nucleari” di Washington. In un altro scenario, Kim aggiunse: “Il nostro obiettivo è l’equilibrio di potere reale con gli Stati Uniti e impedire ai governi statunitensi osare parlare di opzione militare“. Gli esperti dell’intelligence statunitense credono che Kim indichi di voler acquisire armi nucleari per deterrenza, non per la guerra. “Svegliarsi una mattina e decidere di nuclearizzare” Los Angeles non è cosa che Kim Jong Un vuole, commentavano gli analisti della Corea della CIA. “Vuole governare per molto e morire in pace nel proprio letto“. Così, anche se Trump crede al Pentagono sulle capacità della difesa missilistica, non ha motivo di lanciare una guerra catastrofica per bloccare il programma missilistico nucleare della Corea democratica. Ma per il nostro bene, qualcuno deve far sapere a Trump che non può contare su una patria statunitense indenne se decidesse per la guerra contro un avversario nucleare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come Russia e Cina vinceranno la guerra contro gli USA

Attaccando i mezzi spaziali statunitensi
Dave Majumdar National Interest

Russia e Cina ricercano nuove armi e mezzi per contrastare il dominio nello spazio degli USA, secondo una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti. Infatti, entrambe le nazioni studiano lo sviluppo di armi che potrebbero attaccare satelliti e altri mezzi orbitali statunitensi. “Riteniamo che Russia e Cina percepiscano la necessità di compensare qualsiasi vantaggio militare statunitense nei sistemi spaziali militari, civili o commerciali, e sempre più pensano ad attaccarne i sistemi satellitari nell’ambito di future dottrine belliche“, afferma la testimonianza congressuale di Daniel Coats, direttore della National Intelligence, dell’11 maggio. “Continueranno a perseguire la gamma completa di armi anti-satellite (ASAT) per ridurre l’efficienza militare statunitense“. Le due grandi potenze cercano di compensare i vantaggi degli USA nel settore, continuando lo sviluppo di tali capacità, nonostante dichiarazioni pubbliche che farebbero tesoro della corsa agli armamenti nello spazio. “Russia e Cina continuano a sviluppare capacità contro gli avversari nello spazio, specialmente gli Stati Uniti, mentre pubblicamente e diplomaticamente promuovono la non-militarizzazione dello spazio” e il non primo dispiegamento “di armi nello spazio“, secondo Coats. “Tale impegno continua nonostante gli sforzi diplomatici di Stati Uniti e alleati nel dissuadere l’espansione delle minacce all’uso pacifico dello spazio, compresi gli impegni internazionali delle Nazioni Unite“. La maggior parte degli attacchi contro i mezzi spaziali statunitensi probabilmente non sarà cinetica, concentrandosi su guerra elettronica e cibernetica. “Lo sviluppo sarà molto probabilmente focalizzato sulle capacità di disturbare le comunicazioni militari satellitari (SATCOM), i satelliti con radar ad apertura sintetica (SAR), e in capacità migliorate contro i sistemi satellitari di navigazione globale (GNSS), come il sistema di posizionamento globale (GPS)“, secondo tale testimonianza. “La fusione tra guerra elettronica e cyberattacchi probabilmente espanderà la ricerca di mezzi sofisticati per negare e degradare le reti d’informazione. I ricercatori cinesi hanno discusso i metodi per migliorare le capacità di disturbo con nuovi sistemi per bloccare le frequenze più utilizzate. La Russia intende modernizzare le forze da guerra elettronica e adottare armi di nuova generazione entro il 2020“. Tuttavia, se guerra elettronica e cyberarmi non raggiungessero gli obiettivi, russi e cinesi sono pronti ad usare la forza cinetica per distruggere fisicamente i mezzi spaziali statunitensi. “Alcune nuovi ASAT russi e cinesi, compresi sistemi distruttivi, probabilmente saranno completati nei prossimi anni“, dichiarava Coats. “Gli strateghi militari russi probabilmente considerano le armi spaziali nell’ambito del riarmo della difesa aerospaziale, probabilmente perseguendo una diversificata capacità per influenzare i satelliti su tutte le orbite“. Ma non solo i militari russi; i politici di Mosca promuovono anche le armi anti-satellite, secondo la comunità d’intelligence statunitense. “I legislatori russi hanno promosso la ricerca militare sui missili ASAT per colpire i satelliti su basse orbite e la Russia sperimenta tale arma per eventualmente schierarla“, dichiarava Coats. “Un funzionario russo ha anche riconosciuto lo sviluppo di un missile aerolanciato in grado di distruggere i satelliti in orbita bassa”.
Dall’altra parte del mondo, la Cina è sul punto di schierare un’arma anti-satellite operativa. Nel frattempo, entrambe le grandi potenze sviluppano armi ad energia diretta per contrastare i satelliti statunitensi. “Dieci anni dopo che la Cina intercettò un satellite in orbita bassa, i suoi missili ASAT lanciati da terra starebbero entrando in servizio nell’Esercito di liberazione popolare“, dichiarava Coats. “Entrambi i Paesi avanzano nelle tecnologie delle armi ad energia diretta per disporre di sistemi ASAT che potrebbero accecare o danneggiare i sensori dispiegati nello spazio. La Russia sviluppa un’arma laser aeroportata per usarla contro i satelliti statunitensi. Inoltre, entrambe le nazioni sviluppano satelliti che possono maneggiare altri mezzi spaziali o, se necessario, distruggere i satelliti nemici. Russia e Cina continuano a svolgere sofisticate attività orbitali, come operazioni di riunione e prossimità, almeno in parte probabilmente volte a testare tecnologie a duplice uso dalle capacità antispaziali“, dichiarava Coats. “Per esempio, la ricerca nella robotica spaziale per la manutenzione di satelliti e la rimozione di detriti potrebbe essere usata per danneggiare i satelliti. Tali missioni saranno una particolare sfida futura, complicando la capacità degli Stati Uniti di dominare lo spazio, decifrare l’attività spaziale e le capacità di pre-allarme“. Quindi, con il tempo, il Pentagono dovrà investire di più per assicurarsi la superiorità nello spazio.

Militarizzazione dello spazio: l’X-37B degli USA rientra dopo una missione di due anni
Andrej Akulov SCF 20.05.2017Con l’attenzione pubblica incentrata su altro, gli Stati Uniti adottano nuove e più sofisticate armi spaziali. Passo dopo passo, l’orbita della Terra diventa linea del fronte. Il 7 maggio, l’X-37B atterrava presso il Kennedy Space Center della NASA in Florida dopo una missione di 718 giorni nello spazio. Nel complesso, dal 2010 ci sono state quattro missioni, ciascuna durata più della precedente. Lanciati dai missili Atlas 5, i velivoli atterrano come aerei. I velivoli riutilizzabili, conosciuti anche come programma per velivoli per test orbitali, hanno accumulato 2086 giorni nello spazio. I carichi e le attività sono segreti. Si ritiene ampiamente che gli spazioplani siano usati per scopi militari o siano un’arma. L’X-37B ha trasportato almeno due carichi nell’ultimo volo. I militari avevano rivelato di aver deciso di far trasportare un propulsore elettrico sperimentale da testare in orbita e un pallet per esporre campioni all’ambiente spaziale. L’X-37B è una navetta spaziale senza equipaggio, lunga 9 metri e un’apertura alare di 5 metri, circa un quarto delle dimensioni dello space shuttle della NASA. Il velivolo spaziale riutilizzabile senza pilota decolla in verticale e atterra in orizzontale rientrando nell’atmosfera e atterrando autonomamente. Il robot può anche gestire l’orbita, mutandola invece di seguire l’orbita prevista, una volta in volo. L’autonomia orbitale della navetta è garantita da pannelli solari che l’alimentano dopo il dispiegamento dal vano di carico. Le quote utilizzate per scopi militari ed esplorativi vanno da 0 a 20 km e da 140 km in su. C’è un vuoto tra ciò che è considerato un potenziale teatro di guerra. L’X-37 è chiaramente un mezzo per riempire tale vuoto dall’“alto”, mentre il Boeing X-51 (conosciuto anche come X-51 Wave Rider) lo fa dal “basso” o salendo. L’X-51 è un velivolo scramjet senza pilota per test ipersonici (Mach 6, circa 6400 km/h). Il costo del programma X-37B non è noto perché il bilancio è classificato dato che è stato assegnato alla DARPA. È quasi certamente un aereo spia o, almeno, per testare sistemi di sorveglianza spaziale e una piattaforma di lancio per minisatelliti di spionaggio. Il carico utile del velivolo è sufficiente ad ospitare sistemi spia come telecamere e sensori. Il velivolo non dispone di portello di ancoraggio, quindi non può essere utilizzato per rifornire l’ISS o qualsiasi altra stazione orbitale. Sarebbe anche un modello per testare il futuro “bombardiere spaziale” per distruggere bersagli dall’orbita. Alcuni si chiedono se l’X-37B sia un sistema d’attacco nucleare destinato a rientrare nell’atmosfera con l’autopilota per bombardare un bersaglio nemico.
Dave Webb, presidente della rete globale contro le armi nucleari nello spazio, dichiarava che l’X-37B fa parte dei piani del Pentagono per sviluppare la capacità di colpire in qualsiasi parte del mondo con una testata convenzionale entro un’ora, nota come Prompt Global Strike. Alcuni pensano che l’X-37B sia un satellite-tracker o satellite-killer, o entrambi. Si ritiene generalmente che finora i sistemi d’arma non siano dispiegati nello spazio. Le armi di distruzione di massa sono vietate nello spazio dal Trattato sullo Spazio del 1967. Ma il trattato non vieta la collocazione di armi convenzionali in orbita. Non c’è alcun accordo internazionale sulle armi non nucleari nello spazio per via dell’obiezione di certi Stati, come gli Stati Uniti, che sostengono che la corsa agli armamenti nello spazio non c’è, e pertanto non è necessario intraprendere alcuna azione. I sistemi di difesa antimissili balistici statunitensi, gli spazioplani X-37B, i laser aerei e il GSSAP (Geosynchronous Space Situational Awareness Programme) potrebbero facilmente divenire armi spaziali. Per anni Russia e Cina hanno richiesto la ratifica di un accordo vincolante con il Trattato delle Nazioni Unite che vieta le armi spaziali, che funzionari ed esperti statunitensi hanno ripetutamente rifiutato come inutilmente disastroso. Gli Stati Uniti non presentano alcuna iniziativa.
SALT I (1972), il primo trattato sovietico-statunitense sulla limitazione delle armi strategiche, includeva l’obbligo a non attaccare mezzi spaziali. Nel 1983 il presidente Ronald Reagan cambiò passo promuovendo l’Iniziativa di difesa strategica che prevedeva l’immissione di armi nello spazio per colpire i missili strategici sovietici in volo. Nel 2002 il presidente Bush Jr. abbandonò il trattato ABM del 1972, che limitava i sistemi di difesa missilistica. La difesa missilistica consente ai Paesi di sviluppare tecnologie offensive con il pretesto della difesa. Ad esempio, gli intercettori ad energia cinetica dispiegati in California e Alaska vengono lanciati nello spazio per distruggere i missili e si presuppone possano anche distruggere i satelliti. Ovviamente, gli Stati Uniti sono pronti a sviluppare sistemi d’attacco spaziale, come ad esempio laser, sistemi cinetici e fasci di particelle. Il primo progetto di trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio, minaccia o uso della forza contro oggetti spaziali (PPWT), fu sviluppato dalla Russia e sostenuto dalla Cina nel 2008. Gli Stati Uniti si opposero per preoccupazioni sulla sicurezza dei propri mezzi spaziali, nonostante il trattato affermi esplicitamente il diritto all’autodifesa di uno Stato. Nel dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione russa su “Alcun primo collocamento di armi nello spazio”. Stati Uniti, Georgia e Ucraina furono gli unici a rifiutarsi di sostenere l’iniziativa russa. La Russia dichiarò di essere disposta a lavorare nel contesto di altre iniziative e partecipò attivamente e costruttivamente alle attività dell’Unione europea su un progetto di codice internazionale di condotta per lo spazio. Tuttavia, i progressi possono essere raggiunti solo con negoziati a cui partecipano tutti gli Stati interessati secondo un mandato chiaro delle Nazioni Unite. L’attuale amministrazione è volta a raggiungere la supremazia spaziale. Mark Wittington scrive in un articolo su Blasting News, “Uno dei cambiamenti significativi che l’amministrazione Trump contempla nella difesa è lo sviluppo di armi spaziali. Un’idea emersa per decenni è un sistema dai proiettili di tungsteno e con sistema di navigazione. Con un comando, queste “verghe di Dio”, come vengono poeticamente chiamate, rientrerebbero nell’atmosfera per colpire il bersaglio”. I consiglieri del presidente Trump Robert Walker e Peter Navarro chiedono di riavviare il concetto di “Star Wars” e che gli Stati Uniti guidino la via alle tecnologie emergenti che possano rivoluzionare la guerra. Secondo loro, una maggiore dipendenza dall’industria privata sarà la chiave di volta della politica spaziale di Trump. Avvio e gestione dei mezzi spaziali militari sono un’impresa miliardaria che impiega migliaia di persone, spingendo l’innovazione ed applicazioni civili come il GPS, alimentando la crescita economica. Il segretario alla Difesa James Mattis chiede maggiori investimenti nell’esplorazione dello spazio per scopi militari. Una disposizione per incoraggiare il dipartimento della Difesa ad avviare un programma di ricerca sui sistemi antimissili spaziali è stata inserita nel progetto di legge sulla difesa del 2017.
La militarizzazione dello spazio minerebbe la sicurezza internazionale, distruggendo gli attuali strumenti di controllo delle armi e comportando vari effetti negativi (come i detriti spaziali), potendo scatenare la corsa ad armi devastanti che distrarrebbe risorse dai veri problemi che l’umanità affronta oggi. La stabilità strategica verrebbe distrutta perché le armi spaziali sono globali e capaci di attaccare qualsiasi punto del pianeta in qualsiasi momento. Il dispiegamento di mezzi spaziali comporterà il rifiuto di nuovi trattati per regolamentare le armi nucleari e i loro vettori. Quest’anno il mondo celebra il 50° anniversario del Trattato sullo Spazio, entrato in vigore nell’ottobre 1967, un accordo sul controllo delle armi raggiunto nel pieno della guerra fredda. Era possibile allora, è possibile oggi. La questione di come impedire la militarizzazione dello spazio con un trattato internazionale dovrebbe far parte dell’agenda Russia-USA-Cina. Se questi Stati si accordano, il mondo diventerà un posto migliore.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora