La balcanizzazione dell’Ucraina

Miroslav Lazanski, Rete Voltaire Internazionale, Belgrado (Serbia) 25 febbraio 2015

La guerra che devasta l’Ucraina s’internazionalizza. Le divisioni che compaiono nei Balcani non sono nuove, c’erano durante la disgregazione della Jugoslavia e in precedenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Per Miroslav Lazanski, una vecchia divisione si riproduce.

Nikolaj Vasilevich Ogarkov

Nikolaj Vasilevich Ogarkov

Lav Tolstoj scrisse in Guerra e Pace, che “alla vigilia del 1812 c’era una concentrazione di potere in Europa occidentale, dall’ovest all’est, ai confini della Russia“. Non so cosa questo grande scrittore e pensatore direbbe oggi se vedesse i primi anni del 21° secolo. E’ come se avesse già previsto l’attuale accerchiamento NATO della Russia e la pressione politica e psicologica sugli Stati neutrali per aderire all’alleanza, avviate in Europa nel 1999, con i bombardamenti della Repubblica Federale di Jugoslavia, e che prosegue oggi con la tragedia ucraina. Le immagini di edifici e ponti distrutti sono incredibili; case bruciate, cadaveri per le strade. Tutto nel 21° secolo! e non è un film, ma la cruda realtà. L’Europa politica rimase in silenzio sulle stesse immagini in Jugoslavia nel 1999, e oggi è indifferente alla sofferenza umana in Ucraina. L’Europa politica ha imposto al popolo ucraino una scelta e quindi la guerra. Dopo gli accordi Minsk 2 [1], certuni ancora pensano, in Europa e anche negli Stati Uniti, che inviare aiuti militari a Kiev potrebbe cambiare la situazione militare. Ma i missili anticarro occidentali non cambieranno l’equilibrio di potere, perché i soldati di Kiev non sono stati addestrati ad usarli e avrebbero bisogno di almeno sei mesi di addestramento. I sistemi di artiglieria della NATO non sono compatibili con quelli dell’esercito ucraino. L’occidente può fornire all’Ucraina semplici blindati per il trasporto di fanteria, ciò che gli inglesi hanno fatto, elettronica per le comunicazioni radio e radar per l’artiglieria, già consegnati a Kiev. Tuttavia, se la NATO consegna a Kiev altri tipi di armi, o se invia propri specialisti per l’addestramento militare, potremmo vedere nel Donbas carri armati T-80 e T-90 invece che T -72. Vedremo poi se i missili sarebbero efficaci con essi. L’ingresso di unità della NATO in Ucraina potrebbe causare l’ingresso dell’esercito russo nel teatro delle operazioni. In un conflitto convenzionale in questo campo, nessun esercito occidentale, neppure quello degli Stati Uniti, potrebbe sconfiggere l’esercito russo, poiché i generali occidentali dimenticano ovviamente la dottrina del Maresciallo Ogarkov, sempre attuale nell’esercito russo: la sconfitta nella prima fase di un conflitto convenzionale con la distruzione degli obiettivi chiave in profondità del territorio nemico, nei primi momenti della guerra, e conquistare rapidamente territorio nemico facendo avanzare l’esercito. La vittoria totale nella prima fase della guerra, senza l’uso di armi nucleari tattiche. La strategia offensiva, con l’obiettivo di una profonda penetrazione nel territorio nemico senza usare armi nucleari, era l’essenza della visione sovietica della guerra in Europa. Gli statunitensi cercarono di fare di meglio con la dottrina della “Battaglia aero-terrestre 2000″.
Questo è precisamente il motivo per cui né Stati Uniti né NATO inviano forze in Ucraina, perché non hanno alcuna possibilità di vincere una guerra convenzionale. Infatti, se le truppe NATO o degli Stati Uniti subissero la sconfitta affrontando l’esercito russo in Ucraina, Bruxelles e Washington dovrebbero ammettere la sconfitta con tutte le conseguenze politiche e militari, o utilizzare armi nucleari tattiche. In tale situazione, sapendo che i Tomahawk possono raggiungere gli obiettivi russi in cinque o sei minuti, il Cremlino avrebbe poco tempo per decidere ed eseguire una diretta risposta nucleare, che avverrebbe in tre minuti al massimo, altrimenti non potrebbe lanciare controffensive se i missili statunitensi colpissero gli obiettivi russi. In altre parole, il confine tra uso tattico e strategico delle armi nucleari è pericoloso. Il rischio di conflagrazione è spaventoso, le parti potrebbero interpretare l’uso di armi nucleari tattiche come introduzione all’uso delle armi nucleari strategiche. In questo caso, solo Dio potrebbe salvare il pianeta. Secondo il parere del professor Lowell Wood del Livermore National Laboratory (USA), nel 1982, tra 500 milioni e 1,5 miliardi di persone morirebbero. Ed essendo la tecnologia nucleare progredita nel frattempo, il numero dei morti sarebbe molto più alto. Chi vorrebbe internazionalizzare il conflitto ucraino, ci pensa?
L’opinione pubblica in Russia in questi giorni non è sorpresa dall’arrivo di cittadini croati in rinforzo all’esercito di Kiev, Pravij Sektor e Guardia nazionale ucraina. Solo coloro che non conoscono la storia ne sono sorpresi. I soldati dello Stato indipendente di Croazia combatterono durante la seconda guerra mondiale a fianco di Hitler a Stalingrado, mentre sul fronte orientale non c’erano serbi. Lo Stato indipendente di Croazia inviò la sua aviazione sul fronte orientale. Il generale Franjo Dzal fu uno dei piloti che abbatté aerei russi. Nell’ex-Jugoslavia, la Croazia ha ottimi rapporti con l’Ucraina e la Serbia con la Russia. In che misura la religione ha influenzato ciò (in Ucraina ci sono cattolici e uniate) è una lunga storia. In ogni caso, i croati fiancheggiano l’Ucraina, e i serbi, seguendo i volontari, sostengono il Donbas. Balcanizzando l’Ucraina, si continua la guerra sospesa nel 1945…

6[1] “Pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi di Minsk”, Rete Voltaire, 12 febbraio 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli attacchi terroristici in Francia. Le implicazioni geopolitiche

Umberto Pascali, Global Research, 10 gennaio 2015

abc_tw_breziznski_110130_wg-e1323901545845Domanda: Signor Pascali, un dramma inaudito si svolge in Francia sotto i nostri occhi. Dopo che dei presunti terroristi hanno ucciso 12 persone presso gli uffici di Charlie Hebdo, nuovi atti terroristici colpiscono la Francia. Ostaggi sono stati presi in un negozio di Parigi dopo un omicidio, due sospetti sono circondati dalla polizia francese con la prospettiva di un lungo assedio. Notizie confuse e terrificanti provengono dal terreno e dalla stampa. Uno dei sospetti del massacro di Charlie Hebdo si è consegnato alla polizia affermando di essere stato a scuola al momento della strage. I media riferiscono che gli autori sospetti della strage sono stati per diversi anni nei database del terrorismo statunitense e inglese e che quindi erano ben noti e furono anche già arrestati. Il video dei terroristi che uccidono un poliziotto di fronte all’edificio Charlie Hebdo, e la reazione di paura della popolazione civile, creano un clima di ciò che viene definito 11 settembre europeo. Cosa succede?
Pascali: Non c’è dubbio, ovviamente, siamo nel bel mezzo di una operazione terroristica. Una vera e propria operazione terroristica ha due aspetti. In primo luogo l’atto vero e proprio con persone uccise. Ma secondo, e più importante, la capacità di terrorizzare la popolazione presa di mira. Un’azione terroristica è una tattica, tattica militare si può definire, che ha per obiettivo un gruppo più grande delle vittime immediate. Il vero obiettivo, al di là degli uomini e delle donne cinicamente massacrati, spesso sotto gli occhi delle telecamere, è la popolazione. Per terrorizzare la popolazione e ricattare la leadership di un Paese. Il messaggio al governo: non sei in grado di difendere il tuo popolo, abbiamo il sopravvento, ora devi accettare le nostre condizioni! Un atto terroristico che non raggiunge, e influenza, il pubblico non raggiunge lo scopo. Lo scopo è terrorizzare tutti, terrorizzarci. Si dovrebbe esserne ben consapevoli, mantenere la calma e capire cosa realmente accade e chi fa cosa a chi. Naturalmente c’è l’elemento della non-chiarezza, della paura, del “come è potuto accadere? Come è potuto accadere nel centro di Parigi contro un evidente bersaglio del terrorismo, con dei terroristi ben noti alle agenzie d’intelligence e sicurezza di Francia, Stati Uniti e Regno Unito? Come? Quali sono le prospettive?… Nei libri di testo militari ciò è chiamato “nebbia di guerra” ed è un grande vantaggio poter provocare isteria e paralizzare l’avversario.

Domanda: Lei dice che l’obiettivo è “terrorizzare la popolazione e ricattare il governo“. Qual è lo scopo di tutto ciò?
Pascali: Questa è la domanda cui si deve rispondere ora. La Francia ha una grande popolazione musulmana, ed è coinvolta negli attacchi militari contro Paesi e regioni arabi. Durante la presidenza di Nikolas Sarkozy ha attuato una forte politica di repressione interna, soprattutto nelle periferie delle città francesi abitate da arabi. Le misure contro il velo islamico… ecc. Eppure non c’è stato niente di paragonabile a questo. Il SIIL, organizzazione terroristica ombrello creata da uomini finanziati e addestrati dai servizi segreti occidentali per distruggere la Siria e devastare Libia, Iraq, Yemen e così via, questo fantomatico SIIL non ha mai attaccato la Francia o l’Europa. Si consideri, inoltre, che gli assassini di Charlie Hebdo erano chiaramente ben addestrati, militarmente. Avevano intelligence. Vestivano uniformi da forze speciali, non come squadre suicide fondamentaliste. Erano mascherati, il contrario di ciò che i fondamentalisti avrebbero fatto. Parlavano francese, non hanno distrutto il “materiale blasfemo” che presumibilmente dovevano distruggere, come detta il modus operandi del SIIL. Se dobbiamo credere alle prime relazioni sulla loro identità, erano cittadini francesi ben noti alle forze di sicurezza della Francia e, soprattutto, i loro nomi, dati e profili erano in un apposito elenco compilato dai servizi segreti inglesi e statunitensi. Nonostante l’apparente addestramento militare, si sono comportati come se girassero un film. Hanno messo su uno spettacolo: “Dite alla gente che siamo di al-Qaida dello Yemen“. Si muovevano lentamente, troppo lentamente, come se volessero essere visti e magari uccisi.

Domanda: Allora perché?
Pascali: Bisogna chiedersi che cosa ha fatto la Francia per subire tale “punizione”? Non può essere una piccola tattica. Beh, il maggior cambio nella strategia del governo francese è stata la dichiarazione di Hollande sulla necessità di porre fine alle sanzioni alla Russia e di avviare un periodo di cooperazione tra Europa e Russia. Il 4 gennaio, tre giorni prima del massacro, ha avuto un inedito colloquio di due ore su Radio France Inter: “Le sanzioni devono fermarsi ora!” Ha affermato: “Se la Russia ha una crisi, non sarà necessariamente un bene per l’Europa, non sono per perseguire obiettivi facendo peggiorare le cose, penso che le sanzioni debbano fermarsi ora… Putin non vuole annettere l’Ucraina orientale. Me l’ha detto. Ciò che vuole è restare influente. Vuole che l’Ucraina non finisca nel campo della NATO“. Tra pochi giorni ci sarà l’incontro che dovrebbe porre fine alla crisi ucraina sponsorizzata dagli anglo-statunitensi, ponendo fine alla divisione artificiale tra Europa e Russia: il vertice del 15 gennaio in Kazakhstan, dove il Presidente ucraino Petro Poroshenko incontrerà Vladimir Putin assieme a Hollande e Angela Merkel. Hollande si è detto molto ottimista sul fatto che un accordo sarà raggiunto, “andrò a Astana il 15 gennaio a una condizione, che ci sia la possibilità di nuovi progressi… E penso che ci saranno!

Domanda: la Francia e Hollande personalmente hanno preso l’iniziativa di organizzare il riavvicinamento tra Europa e Russia…
Pascali: Esattamente. Non devo sottolineare quanto sia fondamentale il cambio del gioco su iniziativa francese. Hollande aveva già mostrato la direzione che stava prendendo con l’incontro privato e senza preavviso con Putin, lo scorso dicembre, di ritorno da una missione in Kazakhstan. Hollande, che è apparso uno dei più stretti alleati della politica liberal-imperiale di Obama/Brzezinski, ha dovuto svoltare radicalmente. Il suo partito è divenuto quasi irrilevante. La sua credibilità era al 12%, mentre i francesi si voltano verso qualsiasi alternativa che non li condanni a miseria e guerra, in particolare il Fronte Nazionale di Le Pen, che apertamente loda Putin. La crisi ucraina, con il colpo di Stato sponsorizzato dagli Stati Uniti a Kiev, il tentativo di creare una base NATO in Crimea, le feroci pressioni sui capi europei per mettersi contro i propri popoli o interessi economici e strategici, al fine dell’escalation verso una vera guerra con la Russia, tale folle piano è stato minato dalla decisione francese. E nei centri finanziari di Wall Street e della City di Londra, tale strategia bellica è considerata nientemeno che l’ultima opzione per sopravvivere. L’ultima opzione di tale sistema di saccheggi. Allora… tre giorni dopo la Francia è stata attaccata e affronta uno scenario da guerra civile…

Domanda: Che cosa accadrà ora?
Pascali: Ora c’è una guerra in terra di Francia. L’elemento di confusione e isteria è la componente più importante della strategia. Tuttavia, non c’è molta profondità. Gli interessi fondamentali della Francia, dell’Europa, non cambieranno. Non c’è nulla che i destabilizzatori possano offrire se non miseria e guerra. Quindi sono fiducioso, la guerra lampo fallirà stavolta. Questo, ovviamente, dipende anche da ciò che il resto d’Europa farà, che l’Italia e in particolare la Germania faranno. Una volta che la Francia ha preso una posizione, chiaramente le forze razionali in Germania, quelle che chiamo il partito di Alfred Herrhausen, diverranno molto più importanti, a partire dal vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel che ha detto al Bild am Sonntag, il 4 gennaio: “Coloro che vogliono destabilizzare economicamente e politicamente la Russia, perseguono interessi completamente diversi dai nostri“. Certuni in Europa e negli Stati Uniti, vogliono distruggere la Russia, ma “ciò non è nell’interesse della Germania o dell’Europa. Vogliamo contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, non piegare la Russia. L’obiettivo non è mai stato spingere nel caos politico ed economico la Russia. Vogliamo contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, non piegare la Russia. Chi lo vuole provocherà una situazione molto più pericolosa per tutti noi in Europa”. Parlando a coloro che vogliono spingere la Germania in guerra con la Russia, Gabriel ha ricordato che la Russia è una potenza nucleare…

Domanda: E come vede la situazione nei Balcani e in Macedonia, in questo contesto? Cosa significa tutto ciò per la Macedonia?
Pascali: Prima di tutto, i leader dei governi devono ricordarsi che lo scopo di tale operazione terrorista, o di guerra non ortodossa, è spaventare e paralizzare. Per evitare che persone responsabili prendano le decisioni giuste per il proprio popolo. Devono anche capire che tale attacco non è un segno di forza. È un segno di disperazione e debolezza. Ora minacciano tutta l’Europa, ma molto probabilmente l’Europa è già persa per loro, o meglio è già sulla via di una nuova indipendenza. In Macedonia siete fortunati ad avere uno statista come Nikola Gruevski, che ha mente strategica, coraggio morale e può trasformare le debolezze oggettive della situazione della Macedonia in punti di forza soggettiva… può attuare una politica gollista, a 360 gradi… tous azimut. Ciò ha dato alla Macedonia un ruolo molto più grande rispetto alla dimensione percepita del Paese. La Macedonia ora fa parte del grande gioco regionale nei Balcani e anche oltre. In realtà, il momento è pericoloso, ma è pericoloso perché siamo alla vigilia di una svolta storica, l’emergere di un nuovo sistema più giusto di relazioni internazionali e di progresso economico. Ciò è particolarmente vero nei Balcani.

Domanda: Perché nei Balcani?
Pascali: Perché questa zona ha già di fatto conquistato un margine notevole di indipendenza. In realtà invertendo il processo di asservimento secolare ideato dal vecchio impero inglese: la balcanizzazione. Tale terribile parola, balcanizzazione, significa polverizzazione di un Paese in entità più piccole facilmente manipolabili e incapaci di difendersi. Fu la versione più estrema della tattica “divide et impera”. Guardate i Balcani, ciò che avevano fatto. C’era la Turchia contro la Grecia, la Macedonia e in Albania. Croazia contro Serbia, la Bosnia divisa. Il Kosovo trasformato in zona franca della NATO… Bulgaria, Romania… Turchia da un lato che doveva essere contro la Russia (un principio fondamentale della geopolitica coloniale inglese), la guerra in Siria, ecc. Ora s’inizia a vedere il contrario. Le popolazioni sottoposte a tale esperimento geopolitico dagli scienziati pazzi inglesi stanno sconfiggendo la manipolazione e la balcanizzazione. La Turchia oggi ha trovato un terreno comune con la Russia nel loro interesse. L’Ungheria si ribella alle grandi banche. La Grecia sta per eleggere Alexis Tsipras a primo ministro invertendo la vecchia politica di miseria e guerra. Ciò cambia le dinamiche in Turchia e Macedonia. Paesi che avrebbero dovuto essere le cavie delle tecniche imperiali… ora si ribellano allo scienziato pazzo. Non sono istigati e messi l’uno contro l’altro. I Balcani diventano una zona di grande sviluppo. Cina e Russia (che hanno superato il trucco geopolitico che doveva imporgli di combattersi per sempre) creano un’alleanza in collaborazione concreta con i Paesi dei Balcani. I grandi progetti infrastrutturali di cui l’Europa ha parlato, ma mai veramente iniziato, ora iniziano con gli investimenti cinesi. Un fiume di sviluppo e, quindi, pace e riconciliazione fluirà dalla Turchia a Grecia, Macedonia, Serbia. Programmi di trasporti rapidi, super-moderni e veloci (si veda ad esempio il treno Budapest-Belgrado) in Austria e nel Nord Europa. Il gasdotto dalla Russia alla Turchia è più vivo che mai… E’ quasi comprensibile (non voglio essere cinico) la reazione omicida di coloro che sono abituati a governare e a spartirsi il bottino in questa zona cruciale del mondo. Stanno perdendo al grande gioco.

Domanda: Ma il pericolo del terrorismo…?
Pascali: Proposi qualche tempo a Grecia e Macedonia di chiedere a Vladimir Putin di mediare sulle loro differenze. Potete immaginare potenze come Cina e Russia avviare in stretta relazione mutualmente vantaggiosa con i Paesi dei Balcani. La Cina si occupa, per semplificare, del lato economico. Se s’inizia a risolvere i problemi economici e strategici, poi la questione del terrorismo, credo, sarà gestibile. Un’alleanza antiterrorismo con i Paesi eurasiatici, unitamente alla cooperazione economica, colpirà i veri centri del terrorismo. Potrebbe porre fine a tale guerra non ortodossa sanguinosa… La Macedonia è in una buona posizione per proporre agli altri Paesi la creazione di un’alleanza antiterrorismo. La cosa importante è mantenere la calma. Non fatevi impressionare dalle fiammate sanguinarie di un impero al collasso. E tagliate chirurgicamente i tentacoli terroristici…

vladimir-putin-xi-jinping
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Serbia volge a Oriente? Il vero significato della visita di Putin

Joaquin Flores (Serbia) Oriental Review 21 ottobre 2014

Vladimir-Putin-Tomislav-Nikolic-8-830x553Acclamato da decine di migliaia di cittadini, con colonne di carri armati e migliaia di soldati serbi che sfilavano per il Nikola Tesla Boulevard, a Nuova Belgrado. La destinazione della sfilata era il Palazzo di Serbia, dove leader internazionali, alti dignitari e generali stranieri erano in tribuna a guardare. Tra questi, soprattutto il presidente russo Vladimir Putin. In una cerimonia per l’occasione è stato insignito dell’Ordine della Repubblica di Serbia, la più alta onorificenza nazionale, in occasione del 70° anniversario della Liberazione di Belgrado dalle forze d’occupazione naziste. Alcuni veterani della Seconda Guerra Mondiale comparivano tra i dignitari, a ricordare i compagni caduti nella grande guerra di liberazione antifascista. L’evento non è stato solo commemorativo, ma di per sé storico. È stata la prima parata militare serba dal 1918, e la prima parata militare in Serbia dal 1985, quando la repubblica era il nucleo della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia. La manifestazione aerea dei caccia MiG russi “Strizhi” sui cieli di Belgrado ha affascinato il pubblico, mentre i blindati serbi sfilavano in formazione di marcia al canto partigiano della seconda guerra mondiale, ‘Po Shumama i Gorama‘ (“Nelle foreste e montagne”). Ma il significato dell’evento era maggiore, molto più grande della riflessione storica e della celebrazione nazionale di una grande vittoria popolate sulla più potente e aggressiva macchina da guerra in Europa dell’epoca. L’importanza di questo evento va oltre la sola dimostrazione di determinazione e ricordo nazionali. E’ il simbolo della svolta della Serbia verso l’alleato storico, la Russia. Con Putin ospite d’onore, la Serbia sembra annunciare un nuovo corso, mentre apertamente e spudoratamente celebra il passato. In realtà, con sgomento della NATO, il primo ministro serbo Aleksandar Vucic ha annunciato in conferenza stampa congiunta con Putin, dopo la cerimonia, che la Serbia non si aderirà mai alle sanzioni dell’UE contro la Russia. Con questo possiamo vedere che la Serbia volge ‘verso est’, verso la sfera eurasiatica.
Come indicano i sondaggi, la stragrande maggioranza dei serbi si oppone alla politica, ai dettami e all’ingresso dell’UE. Vorrebbero aumentare gli scambi commerciali con le nazioni europee, purché rispettino il principio democratico fondamentale della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione del popolo serbo. I dettami di Bruxelles sono, a parere di molti analisti, in contrasto con il concetto di sovranità. La politica dell’UE, combinata con la crisi economica e l’aumento dell’austerità, ha portato ad un aumento continuo dell’euro-scetticismo nei Paesi dell’UE e della zona euro. Si può solo immaginare la frustrazione degli atlantisti di Stati Uniti, NATO e UE che speravano di costringere la Serbia all’integrazione nell’UE. Non gli è sfuggito che la Serbia ha lo status di osservatore presso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), considerata dalla NATO come la reincarnazione del Patto di Varsavia. Ha anche un accordo di libero scambio con la Russia, simile a quello che l’Ucraina aveva. Il colpo di Stato degli Stati Uniti in Ucraina, giustificato dai partner europei come passo necessario per l’adesione dell’Ucraina all’accordo di associazione UE, ha mostrato al mondo dove un maggiore sforzo sulla Serbia porterebbe. A differenza dell’Ucraina, però, il nazionalismo serbo è fermamente pan-slavo e anti-hitleriano. Gli eventi del 16 ottobre non erano solo un esercizio di memoria formale, ma vigoroso, ottimista e militarizzata forte messaggio, con immagini che mai alcun discorso avrebbe responsabilmente espresso. E’ inoltre preoccupante per la NATO che la Serbia abbia la presidenza dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) l’anno prossimo. Cosa significa ciò per la missione OSCE nella regione meridionale serba del Kosovo, attualmente sotto occupazione statunitense? Infatti, il momento più importante del 16 ottobre era prossimo alla firma di un’alleanza Russia-Serbia quanto si può avere senza firmarla. Rispondendo con tono condiscendente e paternalistico, il relatore del Parlamento europeo sulla Serbia David McAllister, ha espresso preoccupazione per tali eventi, ribadendo che UE e NATO non vedevano con favore i 4500 soldati serbi salutare Vladimir Putin. Ha anche affermato che si aspettava che la Serbia continui il suo cammino verso l’adesione all’UE.
Lo Stato serbo guidato dal Partito Progressista di Tomislav Nikolic precedentemente si era posizionato formalmente per una politica d’integrazione nell’UE. Prima dell’elezione, il supporto per l’integrazione era al 70% . Oltre alla preoccupazione dei serbi sul declino euro-dollaro, numerosi insuccessi e frustrazioni sui punti critici negoziali hanno spinto Bruxelles a respingere ulteriori colloqui. Nel frattempo, il supporto serbo è sceso al di sotto del 40%, forse. Ciò lascia gli analisti europei chiedersi se l’intenzione dichiarata dalla Serbia di aderire all’UE sia genuina. La Serbia continua ad affermare la propria intenzione di aderire all’UE, ma contemporaneamente persegue sempre più una politica di rottura. Forse, aiutando a chiarire la confusione, Nikolic ha detto ciò, dopo l’evento: “Condividiamo nella gloriosa storia di Serbia e di Russia un legame permanente e indissolubile di fratellanza ed amicizia permanete, ora e per sempre orgoglio dei nostri Paesi e popoli, a vantaggio dei ben intenzionati nel mondo. Serbia e Russia sono legate da origine, lingua, costumi, religione, storia, cultura, amore sublime per la libertà ed orgoglio eroico, da tumuli e tombe comuni senza nome, orfani e donne abbandonate, giovani vite stroncate, da una generazione perduta che ricorda la nostra comune lotta. Quanti di noi ci sarebbero se non ci fossero state le guerre che non abbiamo iniziato?
Una forte maggioranza di serbi supporta il Presidente Putin, molti lo vedono come loro presidente surrogato. I successi della Russia e di Putin sono, nella psiche collettiva serba, anche i suoi, condividendoli. Nella loro affinità con la Russia, i serbi si sentono parte di un mondo dalla maggiore rilevanza geopolitica. Ma questa visione della maggioranza non aveva trovato espressione nel proprio governo, anche se i sentimenti anti-NATO sono considerati parte integrante dell’identità serba. Questa contraddizione ribolliva da tempo, ed ora trova i segni tangibili di una vera e propria risoluzione. La Serbia lentamente esce dall’occupazione occidentale neo-coloniale dopo varie tragedie. Le potenze occidentali hanno condotto una guerra civile per quasi dieci anni, togliendo la vita ad oltre 100000 persone. Tale guerra per procura, criminale e illegale, del divide et impera di Stati Uniti e NATO contro la Jugoslavia, fu seguita da 76 giorni di bombardamenti della NATO, nel 1999, culminando nella cacciata del presidente democraticamente eletto Slobodon Milosevic, nell’ottobre del 2000. Sul terreno, questo fu coordinato da “Otpor!”, movimento sintetico statunitense del NED di George Soros. Nato in gran parte dal lavoro di Gene Sharp, è ampiamente considerato uno dei primi usi moderni di ciò che si chiama tattica combinata della primavera araba e della rivoluzione colorata. Quando il leone uccide, lo sciacallo prospera; e i seguenti dodici anni videro una Serbia malgovernata da governi fantocci supportati da una corrotta oligarchia pro-UE e pro-NATO. Alcuni, come Kostunica, furono reclutati direttamente da “Otpor!”. Ma ora questa storia deplorevole, carica di tradimento e angoscia, è il prologo del nuovo libro della nuova Serbia eurasiatica. L’importante e storica visita di Putin, poi, non riguarda solo il passato, ma anche presente e futuro. La lotta comune contro il nazismo in passato non manca di allusioni nei commenti di Putin, oggi, su Ucraina e Novorossija. Durante la visita, ha rilasciato un’intervista rivelatrice al quotidiano Politika. Alla domanda sulle relazioni bilaterali USA-Russia, ha affermato: “Washington ha sostenuto attivamente Majdan a Kiev, e come risultato delle sue mosse, a Kiev si è scatenato un nazionalismo che ha provocato il risentimento di una parte significativa dell’Ucraina, e gettato il Paese nella guerra civile, (gli Stati Uniti) incolpano la Russia di aver provocato la crisi. Poi il presidente Barack Obama davanti l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha incluso “l’aggressione russa all’Europa” nella lista delle tre principali minacce all’umanità di oggi, insieme alla mortale febbre ebola e al gruppo terrorista SIIL. Insieme alle restrizioni verso interi settori della nostra economia, un tale approccio è difficile non definirlo ostile“. La lotta al nazismo non è di mera importanza storica, ma indica chiaramente la lotta della Novorossija, oggi, contro la junta sostenuta dagli statunitensi. Mentre la Serbia ha recentemente proposto una legislazione per vietare il volontariato nei conflitti esteri, più di 200 serbi, e ancora di più, sono attivamente coinvolti con i filo-russi nella nascente Federazione di Novorossija. E’ troppo presto per dire se la visita di Putin avrà alcun effetto sul risultato del voto, o al contrario se approvato verrebbe seriamente applicato. La guerra civile nell’ex-Ucraina si svolge in parte con volontari stranieri presenti nella resistenza antinazista ed antifascista.
Gli accordi firmati tra Putin e Nikolic sono notevoli. Tra i più importanti quelli sull’organizzazione governativa russa a Nis, nella Serbia meridionale. Un accordo concede piena immunità legale ai dipendenti dell’organizzazione. Il Centro umanitario russo-serbo di Nis fu sottoposto a un grave controllo delle minoranze liberali filo-occidentali, e rappresentanti dell’ambasciata degli Stati Uniti ne sollecitarono un’indagine approfondita. Le accuse sono che il Centro umanitario russo-serbo, chiamato anche Centro per le situazioni di emergenza, operi come centro dell’FSB, con l’obiettivo di creare una base militare russa. Ciò è smentito dalle autorità serbe. Vi è un crescente movimento che chiede basi militari russe nella Serbia meridionale. Nis è a 80 miglia da Camp Bondsteel, nella regione serba meridionale del Kosovo occupata dagli Stati Uniti. Putin, durante la visita, ha ribadito la posizione incrollabile sulla necessaria fine dell’occupazione del Kosovo, e il suo ritorno legittimo alla Serbia. Tutte le proposte sul gasdotto South-stream passano per o vicino Nis. Il Centro per le situazioni d’emergenza è stato chiaramente istituito come centro di comando per gli “interventi d’emergenza”, come le inondazioni che scossero la Serbia lo scorso maggio, provocando decine di vittime. È una popolare teoria della cospirazione, in Serbia, che tali inondazioni siano state causate dal programma HAARP degli Stati Uniti, per punire la Serbia per aver ignorato l’UE che chiede di mollare il gasdotto South-stream. Il completamento del gasdotto è un passo fondamentale per l’accesso russo ai mercati europei, così come misura contro l’instabilità creata dagli Stati Uniti in Ucraina, dove attualmente il 65-70% del gas russo passa per l’Europa. Sulla questione del Sudstream, Putin ha anche sottolineato l’importanza del progetto durante la visita. Ha detto: “Il Sudstream non può essere realizzato unilateralmente. Come in amore, vi è la necessità di due parti. Non possiamo costruire l’oleodotto da miliardi per conto nostro. Una discussione simile s’è svolta sul Nordstream, ma ora tutti sono soddisfatti. I problemi del Sudstream sono politici e danneggiano l’economia. Non vogliamo avere una crisi energetica questo inverno. E certamente non sarà colpa nostra“. Si può facilmente leggere tra le righe dell’ultima frase cosa questo significa per l’Ucraina.
Altri colloqui ruotavano sull’esportazione di merci serbe in Russia. Le esportazioni serbe, per lo più agricole, in Russia sono aumentate di oltre il 60% da quando NATO/UE hanno imposto le sanzioni lo scorso gennaio. Le discussioni riguardavano anche o latticini. Ma questo potrebbe essere solo l’inizio, e consulenti agroalimentari russi verrebbero coinvolti in progetti futuri. Un problema per le esportazioni serbe è la mancanza di organizzazione, ed i produttori agricoli non hanno un sindacato dei produttori che esportano. Per queste ragioni le cose non si muovono così velocemente come potrebbero. Ciò riflette alcuni elementi della cultura serba, sull’approccio informale su affari e scadenze. Inoltre, vi sono state trattative dettagliate sull’esportazione di auto prodotte in Serbia con l’etichetta Zastava (ex-Yugo, che utilizza la piattaforma FIAT), in Russia. Come detto, la Serbia gode di un accordo di libero scambio con la Russia. La Germania potrebbe cercare una scappatoia alle sanzioni dell’Unione europea e al regime tariffario, operando tramite la Serbia con i partner russi. La Germania, che si sente soffocata dalla normativa comunitaria, ha già discusso apertamente di lasciare l’Unione europea. Alla luce delle sanzioni UE alla Russia sulla Novorossija, un serio ostacolo per la Germania, ciò potrebbe essere più attraente che mai. La Serbia è un ottimo candidato sia per la vicinanza all’Europa centrale che per la sua non adesione all’UE. La Serbia è come il ‘Texas’ dei Balcani, che infatti potrebbe riscuotere grandi dividendi alla fine.
Tutto ciò indica una reale e crescente mutamento, non solo per la Serbia ma per tutta l’Europa. Mentre il conflitto tra CSTO e NATO s’intensifica, la Russia puntella i suoi tradizionali alleati, ribadendo il sostegno agli alleati dell’America Latina dell”Onda rosa’ del Mercosur. La Russia non si oppone alla possibile adesione della Serbia all’UE, vista come un altro asset nell’UE che può aiutare a mantenere le posizioni nelle relazioni bilaterali. Con tutto ciò in mente, sappiamo almeno che la pioggia battente non ha impedito a un solo serbo dal partecipare alle manifestazioni di massa del 16 ottobre, che hanno causato ingorghi a Belgrado di cui, per la prima volta dopo tanto tempo, erano felici.

PUTIN-1-640x340Joaquin Flores è uno statunitense che vive a Belgrado, analista del Centro per gli Studi Sincretici, un think-tank geostrategico pubblico. La sua esperienza riguarda Europa orientale, Eurasia ed ha grande competenza nelle questioni mediorientali. Flores è particolarmente abile ad analizzare la psicologia delle guerre di propaganda, e a svelare il rumore del ‘sovraccarico d’informazione’. Negli Stati Uniti ha lavorato per un certo numero di anni come sindacalista, capo negoziatore e stratega di una grande federazione sindacale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin: il ‘vaccino’ al virus nazista perde efficacia in Europa

Vladimir Putin Global Research, 16 ottobre 2014

Il colpo di Stato in Ucraina è un esempio preoccupante delle crescenti tendenze neo-naziste in Europa orientale, ha detto a un giornale serbo il presidente russo Vladimir Putin, sottolineando che “manifestazioni aperte” di neo-nazismo sono comuni anche nei Paesi baltici. “Purtroppo, in alcuni Paesi europei il ‘vaccino’ al virus nazista creato dal Tribunale di Norimberga perde efficacia. Ciò è chiaramente dimostrato dalle aperte manifestazioni di neo-nazismo già comuni in Lettonia e altri Paesi baltici”, ha detto Putin al giornale Politika prima della visita in Serbia. “La situazione in Ucraina, dove nazionalisti e altri gruppi radicali hanno provocato un colpo di Stato anticostituzionale a febbraio, causa particolare preoccupazione in tale senso”. Di seguito è riportato il testo integrale dell’intervista.

putin-i-srbijaPolitika: venite a Belgrado per prendere parte alle celebrazioni per commemorare il 70.mo anniversario della liberazione della città dall’occupazione della Germania nazista. Perché, a suo avviso, è importante commemorare oggi tali eventi?
Vladimir Putin: Prima di tutto, vorrei ringraziare la leadership serba per l’invito a visitare la Serbia e a partecipare alle celebrazioni per commemorare il 70° anniversario della liberazione di Belgrado dall’occupazione della Germania nazista. Siamo veramente grati ai nostri amici serbi per il loro modo di far tesoro della memoria dei soldati sovietici che combatterono insieme con l’Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia contro le truppe di occupazione di Hitler. Durante la seconda guerra mondiale, oltre 31000 ufficiali e soldati dell’Armata Rossa furono uccisi, feriti o scomparvero nel territorio della ex-Jugoslavia. Circa 6000 cittadini sovietici combatterono contro gli invasori nelle file dell’Esercito di Liberazione Nazionale. Il loro coraggio ha avvicinato la nostra comune vittoria sul nazismo e sarà sempre ricordata dai nostri popoli come esempio di coraggio, determinazione inflessibile e servizio disinteressato alla Patria. E’ difficile sopravvalutare l’importanza dei prossimi eventi. Settanta anni fa le nostre nazioni unirono le forze per sconfiggere l’ideologia criminale in odio all’umanità che minacciava l’esistenza stessa della nostra civiltà. E oggi è anche importante che i popoli di diversi Paesi e continenti ricordino le terribili conseguenze che possono derivare dalla convinzione nella propria eccezionalità, cercando di raggiungere obiettivi geopolitici dubbi con qualsiasi mezzo e in disprezzo delle norme fondamentali del diritto e della morale. Dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere per evitare simili tragedie in futuro. Purtroppo, in alcuni Paesi europei il “vaccino” al virus nazista creato dal Tribunale di Norimberga perde efficacia. Ciò è chiaramente dimostrato dalle manifestazioni aperte di neo-nazismo già comuni in Lettonia e altri Paesi baltici. La situazione in Ucraina, dove nazionalisti e altri gruppi radicali hanno provocato un anticostituzionale colpo di Stato a febbraio, causa particolare preoccupazione a tale riguardo. Oggi, è nostro dovere comune combattere la glorificazione del nazismo. Dobbiamo opporci con fermezza ai tentativi di rivedere i risultati della seconda guerra mondiale e costantemente combattere eventuali forme e manifestazioni di razzismo, xenofobia, nazionalismo aggressivo e sciovinismo. Sono sicuro che le celebrazioni di Belgrado, che devono diventare un’altra manifestazione di sincera amicizia tra i nostri popoli sulla base di affinità, rispetto reciproco, parentela spirituale, fratellanza d’armi negli anni della seconda guerra mondiale, contribuirà anche ad affrontare tali sfide. Ci auguriamo che la conservazione della memoria storica continui ad aiutarci a rafforzare pace, stabilità e benessere dello spazio comune europeo.

Politika: Come vede le relazioni russo-serbe oggi? Cosa è stato raggiunto negli ultimi 20 anni e quale futuro prevede per la tendenza all’interazione tra i due Paesi?
Vladimir Putin: la Serbia è sempre stata ed è tuttora uno dei principali partner della Russia in Europa sud-orientale. I nostri popoli sono uniti dalla secolari tradizionali amicizia e cooperazione fruttuosa. Il loro sviluppo è favorito da interessi comuni in politica, economia, cultura e molti altri campi. Oggi, le relazioni russo-serbe avanzano. Nel 2013, il presidente della Serbia Tomislav Nikolic e io firmammo la Dichiarazione inter-statale sul partenariato strategico, riaffermando la nostra condivisa volontà di promuovere la collaborazione su ampia scala in tutti i settori chiave. Abbiamo mantenuto contatti politici attivi per discutere di importanti questioni bilaterali e internazionali con spirito di fiducia e per concordare misure pratiche comuni. I nostri governi collaborano strettamente in seno a Nazioni Unite, OSCE, Consiglio d’Europa e molte altre organizzazioni. Siamo soddisfatti del progresso costante nei nostri rapporti economici sostenuti dal regime di libero scambio esistente tra i nostri Paesi. Nel 2013, il nostro mutuo commercio è cresciuto del 15 per cento, pari a 1,97 miliardi di dollari e nei primi sei mesi del 2014 è aumentato di un altro 16,5 per cento, per 1,2 miliardi. Ci aspettiamo di raggiungere i 2 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Un trend positivo continua anche nel campo degli investimenti. Il totale degli investimenti russi in Serbia ha superato i 3 miliardi. La maggior parte dei fondi sono stati investiti nel settore energetico, strategicamente importante. Un esempio di collaborazione riuscita è il gigante energetico Industria Petrolifera della Serbia, trasformando un’impresa in perdita in un importante contribuente del bilancio dello Stato serbo. Il progetto South Stream fornirà alla Serbia oltre 2 miliardi di euro in nuovi investimenti e ne rafforzerà significativamente la sicurezza energetica. Le infrastrutture ferroviarie della Serbia sono state ricostruite ed aggiornate con la partecipazione delle Ferrovie Russe e il nostro sostegno sotto forma di prestiti. Sono lieto di vedere che le aziende serbe svolgono un ruolo attivo nel promettente mercato russo. Ad esempio, forniscono prodotti agricoli e industriali di alta qualità. Vorrei sottolineare un altro importante settore della nostra cooperazione bilaterale. Negli ultimi anni, il Centro umanitario russo-serbo di Nis ha preso parte ad operazioni di risposta alle catastrofi nei Balcani in diverse occasioni. Lo scorso maggio, i soccorritori russi hanno aiutato ad evacuare persone nel corso di una grave alluvione. Gli aerei del ministero delle Emergenze russo hanno compiuto diversi voli per fornire oltre 140 tonnellate di aiuti umanitari alla Serbia. Il crescente interesse reciproco dei popoli russo e serbo a storia e cultura dei nostri Paesi è anche la prova delle approfondite relazioni umanitarie. Questo autunno, la Serbia ospita con grande successo i Giorni della cultura spirituale russa. L’evento centrale è la mostra intitolata Russia e Serbia: Storia delle connessioni spirituali, 14.mo-19.mo secolo. Programmiamo l’ampliamento degli scambi culturali, educativi, scientifici e giovanili, e la promozione di eventi turistici e sportivi. Sono fiducioso che la mia prossima visita a Belgrado darà nuovo impulso alle relazioni russo-serbe, tradizionalmente amichevoli, che continuano a crescere e a rafforzarsi di anno in anno.

Mentre Putin commemora la Resistenza dei popoli sovietic e jugoslavia nella comune lotta al nazismo, la sinistra social-colonialista italiana, tra cui l'agenzai della burorazia piddina ANPI, organizza manifestazioni ed interventi a sostegno dei golpisti ucraini e dei terroristi islamisti in Siria, Libia ed Egitto.

Mentre Putin commemora la Resistenza dei popoli sovietici e jugoslavi nella comune lotta al nazismo, la sinistra social-colonialista italiana, tra cui l’agenzia della burocrazia piddina ANPI, organizza manifestazioni ed interventi a sostegno dei golpisti atlantisti russofobi in Ucraina e dei terroristi islamisti in Siria, Libia, Egitto ed Iran.

Politika: Attualmente vi sono molte speculazioni sulla possibile riduzione delle forniture di gas russo all’Europa a causa del debito dell’Ucraina. I consumatori europei si preparano per un inverno freddo? E il futuro del progetto South Stream è di grande interesse per la Serbia?
Vladimir Putin: Prima di tutto vorrei sottolineare che la Russia assolve appieno ai propri obblighi riguardo le forniture di gas ai consumatori europei. Vogliamo approfondire ulteriormente la nostra cooperazione con l’UE nel settore dell’energia, dove siamo partner naturali, in modo trasparente e prevedibile. Dall’inizio del 21° secolo, abbiamo implementato con successo una serie di grandi progetti insieme ai nostri partner europei. Tra cui il gasdotto Nord Stream, fattore importante per ridurre al minimo i rischi di transito e assicurare le forniture di gas all’Europa senza interruzioni. Negli ultimi mesi, Gazprom ha attivamente aumentato le riserve di gas nei depositi degli impianti europei. Tali misure hanno lo scopo di evitare interruzioni e soddisfare la domanda nel picco invernale. Naturalmente, siamo consapevoli dei rischi generati dalla crisi ucraina. Siamo stati costretti ad interrompere le forniture di gas all’Ucraina lo scorso giugno perché le autorità di Kiev rifiutano di pagare il gas già ricevuto. Alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno, abbiamo tenuto una serie di consultazioni tripartite con la partecipazione di Russia, UE e Ucraina, dove abbiamo discusso di possibili soluzioni reciprocamente accettabili al problema della liquidazione del debito del gas ucraino, ripresa della forniture all’Ucraina sospese da parte ucraina, e transito degli idrocarburi in Europa. Siamo pronti a continuare colloqui costruttivi su tali temi. Sul futuro dell’esportazione del gas russo in Europa, il problema del transito sul territorio ucraino rimane. Una delle soluzioni più ovvie potrebbe essere diversificare le rotte. A questo proposito, ci auguriamo che la Commissione europea possa finalmente decidere nel prossimo futuro sull’uso a piena capacità del gasdotto OPAL. Inoltre, dobbiamo risolvere la situazione di stallo sul South Stream. Siamo convinti che questo progetto contribuirà in modo significativo alla sicurezza energetica integrata dell’Europa. Ne trarranno beneficio tutti, la Russia così come i consumatori europei, tra cui la Serbia.

Politika: Secondo Lei, qual è l’obiettivo finale delle sanzioni contro la Russia, imposte da UE e Stati Uniti? Fin quando dureranno, a Suo parere, e quanti danni possono causare alla Russia?
Vladimir Putin: Questa domanda deve essere indirizzata a Unione europea e Stati Uniti, il cui ragionamento è difficile da capire. Qualsiasi persona imparziale sa che non è la Russia che ha organizzato il colpo di Stato in Ucraina, causando la grave crisi politica interna e la spaccatura nella società. La presa del potere incostituzionale ha avviato gli eventi successivi, come in Crimea. Il popolo di Crimea, vedendo la complessità e l’imprevedibilità della situazione, per tutelare i propri diritti a madrelingua, cultura e storia, decise d’indire un referendum nel pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite, a seguito del quale la penisola si è riunita alla Russia. I nostri partner devono essere ben consapevoli che tentando di fare pressione sulla Russia con misure restrittive unilaterali e illegittime, non otterranno una soluzione ma piuttosto impediranno il dialogo. Come si può parlare di de-escalation in Ucraina, mentre si decidono nuove sanzioni, introdotte contemporaneamente agli accordi sul processo di pace? Se l’obiettivo principale è isolare il nostro Paese, si tratta di un obiettivo assurdo e illusorio, ovviamente impossibile da raggiungere, ma la salute economica dell’Europa e del mondo può esserne seriamente compromessa. Riguarda la durata delle misure di restrizione, dipende anche da Stati Uniti e Unione europea. Da parte nostra, adotteremo un approccio equilibrato nella valutazione dei rischi e dell’impatto delle sanzioni, rispondendo ad esse procedendo secondo i nostri interessi nazionali. E’ evidente che il calo della fiducia reciproca è destinato ad avere impatto negativo sul clima imprenditoriale internazionale in generale e sulle azioni delle società europee e statunitensi in Russia, tenendo presente che tali società avranno difficoltà a riprendersi dai danni alla reputazione. Inoltre, altri Paesi rifletteranno attentamente se sia saggio investire i loro fondi nel sistema bancario statunitense, aumentando la loro dipendenza dalla cooperazione economica con gli Stati Uniti.

Politika: Cosa pensa del futuro delle relazioni russo-ucraine? Stati Uniti e Russia ristabiliranno una partnership strategica dopo tutto ciò che è successo, o costruiranno le loro relazioni in modo diverso?
Vladimir Putin: riguardo la Russia, le sue relazioni con l’Ucraina hanno sempre svolto e continueranno a svolgere un ruolo molto importante. Le nostre nazioni sono indissolubilmente legate da radici spirituali, culturali e di civiltà comuni. Abbiamo fatto parte di un unico Stato per secoli, e la grande esperienza storica e milioni di destini intrecciati non possono essere negati o dimenticati. Nonostante la difficile fase attuale delle relazioni russo-ucraine, siamo interessati a una progressiva, equa e reciprocamente vantaggiosa collaborazione con i nostri partner ucraini. In pratica, ciò sarà possibile dopo che solide pace e stabilità saranno raggiunte in Ucraina. Pertanto, ci auguriamo di vedervi la fine della profonda e prolungata crisi politica ed economica. Oggi vi è la reale opportunità di por termine al confronto armato, che equivale in realtà ad una guerra civile. Sono già stati fatti i primi passi in tale direzione. E’ fondamentale avviare un vero dialogo intra-ucraino al più presto, coinvolgendo i rappresentanti di tutte le regioni e forze politiche. Questo approccio è stato documentato nella Dichiarazione di Ginevra del 17 aprile. Il dialogo nazionale deve concentrarsi sulla struttura costituzionale dell’Ucraina e il futuro del Paese, dove tutti i cittadini, senza eccezione, vivranno comodamente e in tutta sicurezza. Sui rapporti russo-statunitensi, il nostro obiettivo è sempre stato costruire relazioni di partenariato aperto con gli Stati Uniti. In cambio, però, abbiamo visto diversi tentativi d’interferire nei nostri affari interni. Tutto ciò che è accaduto dall’inizio di quest’anno è ancora più inquietante. Washington ha sostenuto attivamente le proteste a Majdan, e quando i suoi scagnozzi a Kiev hanno aggredito la maggioranza ucraina con un nazionalismo rabbioso e gettato il Paese nella guerra civile, ha accusato la Russia di aver provocato la crisi. Ora il presidente Barack Obama, nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, parla di “aggressione russa all’Europa” come una delle tre principali minacce dell’umanità assieme al mortale virus Ebola e allo Stato islamico. Insieme alle sanzioni contro interi settori della nostra economia, tale approccio può essere definito solo come ostile. Gli Stati Uniti si sono spinti a dichiarare la sospensione della nostra cooperazione nell’esplorazione dello spazio e nell’energia nucleare. Hanno inoltre sospeso l’attività della Commissione bilaterale presidenziale Russia-USA istituita nel 2009, che comprendeva 21 gruppi di lavoro dedicati, tra l’altro, alla lotta al terrorismo e al traffico di droga. Allo stesso tempo, non è la prima crisi nelle relazioni tra i nostri Paesi. Speriamo che i nostri partner si rendano conto della futilità dei tentativi di ricattare la Russia e ricordino quali conseguenze la discordia tra le maggiori potenze nucleari possano avere per la stabilità strategica. Da parte nostra, siamo pronti a sviluppare una cooperazione costruttiva basata sui principi di uguaglianza e genuino rispetto degli interessi altrui.

4126E3B9-4D7D-45A5-928E-D5C26BF9F996_cx0_cy7_cw0_mw1024_s_n_r1Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “Battaglia per l’Europa” infuria. Come gli USA minano le relazioni franco-russe

Umberto Pascali, Global Research, 2 luglio 2014
1926738Il 1° luglio, durante un incontro con gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti russi, il Presidente Vladimir Putin ha rivelato i dettagli di un palese ricatto alla Francia. L’amministrazione statunitense ha utilizzato le sue unilaterali (e illegali) sanzioni contro Cuba, Iran e Sudan per punire la Francia e in particolare la Banque Nationale de Paris – Paribas. La Banca è stata taglieggiata con 8,97 miliardi di dollari per non sottomettersi al malefico diktat della potenze egemone, ubriaca ma indebolita, anche se le sanzioni non sono una decisione concordata con la Francia. In uno sviluppo che impatta direttamente sulla sovranità nazionale, il terzo esecutivo di BNP, Dominique Remy, s’è dimesso a metà maggio dopo che il regolatore bancario della Stato di New York, Benjamin Lawsky (leggi Wall Street), l’ha indicato come uno dei 12 funzionari che dovrebbe dimettersi per il suo ruolo nello “scandalo”. Putin ha rivelato pubblicamente qualcosa di peggio. La causa contro la BNP francese è stata istruita da Washington per ricattare la Francia e costringerla a non consegnare alla Russia delle due portaelicotteri classe Mistral, di produzione francese e del valore di 1,6 miliardi di dollari. Francia e Russia, però, non possono ritirarsi dall’accordo sulle Mistral: in questo momento 400 marinai russi si addestrano sulla prima Mistral in un porto francese. Lungi dal rappresentare una dimostrazione di potenza egemone, il ricatto degradante rafforza i legami tra la Russia e i principali Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania e Italia.
Putin ha detto agli ambasciatori russi: “...Ciò che accade alle banche francesi non può che suscitare  indignazione in Europa e anche qui. Sappiamo della pressione dei nostri partner statunitensi sulla Francia per costringerla a non fornire le Mistral alla Russia. Sappiamo anche che hanno fatto capire che se la Francia non consegna le Mistral, le sanzioni alle loro banche saranno tranquillamente tolte, o almeno ridotte in modo significativo. Cos’è questo se non ricattare? E’ questo il modo giusto di agire sulla scena internazionale? Inoltre, quando si parla di sanzioni, presumiamo sempre che le sanzioni siano applicate ai sensi dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. In caso contrario, non sono sanzioni nel senso giuridico del termine, ma qualcosa di diverso, un altro strumento di politica unilaterale…
La politica estera degli Stati Uniti, sempre più irrazionale e proditoria raggiunge il culmine, caratterizzata da una vasta gamma di strumenti di pressione e intimidazione. Ora la politica prepotente degli Stati Uniti del “con me o contro di me” spinge sempre più Paesi a cercare un’alternativa razionale. La Russia di Putin, contrariamente ai disperati media di Wall Street, splende come un faro di razionalità e umanità, come l’unico adulto e persona di fiducia nel saloon globale in cui l’ubriaco cowboy statunitense spara le sue ultime cartucce. La crisi Ucraina, la creazione del grottesco SIIL in Iraq e Siria, la pressione frenetica su Romania, Serbia, Italia e altri nel denunciare l’accordo con la Russia sul gasdotto South Stream e impedire alla Russia di esportare le sue materie prime, questi sembrano essere gli ultimi proiettili sparati in aria.
L’Italia, per esempio, ha risposto con una dichiarazione netta del segretario di Stato per gli affari europei Sandro Gozi: “Il progetto South Stream è sempre stato e rimane il più importante per l’Italia”. L’intervista è stata pubblicata il 30 giugno, il giorno prima che l’Italia assumesse la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. “Mentre l’Italia assume la presidenza dell’Unione Europea, diamo priorità assoluta all’integrazione politica ed economica con Kiev, mentre la ripresa del partenariato strategico tra l’UE e la Russia, … le relazioni con Mosca non possono essere né tagliate né sospese; al contrario siamo convinti della necessità di rafforzarle ulteriormente“. Uno dei primi inviti della ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, avanzati all’inizio del semestre di presidenza italiana, era al suo omologo russo Sergej Lavrov, annunciando una visita a Mosca a luglio. Anche la Serbia, dopo un dibattito per valutare la forza delle minacce degli Stati Uniti, ha deciso di andare avanti con il South Stream, e naturalmente così ha fatto l’Austria durante la visita ufficiale di Putin a Vienna, il 24 giugno. L’agenzia tedesca Deutsche Welle ha scritto, permettendosi stranamente un accenno di polemica: “L’Austria sfida USA e UE sul South Stream durante la visita di Putin; l’austriaca OMV e la russa Gazprom hanno firmato un accordo sulla sezione austriaca del controverso gasdotto South Stream che bypassa l’Ucraina. Il presidente austriaco Heinz Fischer ha respinto le critiche di USA e UE“. La Germania è felicemente alimentata dal gas russo via North Stream. Molti in Europa si aspettano ora una nuova linea dall’Unione europea, nonostante la politica antieuropea della City di Londra, controllata dalla burocrazia di Bruxelles. Dietro la facciata, la “Battaglia per l’Europa” infuria.
Gli ultimata feroci e disperati di Washington appaiono sempre più impotenti. Ed è sempre più chiaro il motivo per cui l’assistente del segretario di Stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland, nella sua infame conversazione con l’ambasciatore Geoffrey Pyatt in preparazione del colpo di Stato a Kiev, pronunciò il suo immortale: “Fuck the EU“. La destabilizzazione sanguinaria dell’Ucraina è un mezzo per mantenere l’Europa sotto controllo. Ma non funziona.

163028282Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 468 follower