“Operazione Impensabile” e la minaccia di guerra USA-NATO alla Russia

Oriental Review, 9 maggio 2016Cinque giorni prima della celebrazione del 71° anniversario della capitolazione della Germania nazista alle truppe sovietiche e alleate nella Seconda guerra mondiale, il nuovo comandante supremo della NATO in Europa, Curtis Scaparrotti, annunciò che era venuto per battere i tamburi di guerra. Ignorando fatti storici e legittimi interessi russi, nel primo discorso dopo aver assunto l’incarico condannava il presunto “comportamento aggressivo russo che sfida le norme internazionali” e incitava i membri del blocco a “combattere stasera se la deterrenza fallisce”. Tale dichiarazione era correlata alla strategia militare e mediatica adottata dalla classe dirigente occidentale da decenni. Anche mettendo da parte la ben argomentata tesi secondo cui l’ascesa di Hitler a fuhrer del Terzo Reich nella Germania umiliata del dopoguerra fu un’operazione attentamente pianificata e condotta dall’intelligence militare statunitense, per metterla contro l’Unione Sovietica, l’analisi dei fatti disponibile dimostra che il nucleo del nazismo fu profondamente favorito dai centri ideologici occidentali molto tempo prima della sconfitta nel maggio 1945. Non c’è paradosso qui: la lotta per il dominio globale era (ed è ancora) l’idea fissa di molte élite nella storia dell’umanità, e su tale retrospettiva il fenomeno del nazismo tedesco va considerato come mero strumento dei suoi istigatori per raggiungere tale obiettivo. Nonostante alcune difficoltà tattiche (ad esempio, nel marzo 1939 Hitler improvvisamente fece il proprio gioco, ma fu ricondotto all’obbedienza nel maggio 1941), lo sviluppo generale del conflitto globale a metà del XX secolo fu ammissibile per le élite. Almeno alla Conferenza di Bretton Woods tenutasi nel luglio del 1944, il mese dopo che gli Alleati sbarcarono in Francia per controbilanciare l’offensiva sovietica in Oriente (che a quel punto avrebbe inevitabilmente portato alla sconfitta unilaterale dei nazisti da parte dell’URSS), fissò le regole chiave del monopolio finanziario del dollaro della Federal Reserve. (Secondo l’Atto finale di Bretton Woods, tutti i tassi delle valute internazionali erano legati a un paniere al 96% col dollaro della Federal Reserve e al 4% della sterlina inglese, potendo acquisire l’oro solo attraverso questo tasso; la Nota della Federal Reserve era quindi eguagliata all’oro come misura universale di valore).
La sfida principale che gli autori di Bretton Woods affrontarono all’inizio dei colloqui era l’atteggiamento sovrano della delegazione sovietica. Dovevano attirare l’Unione Sovietica in tale sistema draconiano con qualsiasi mezzo. Mentre Stalin e i suoi inviati non mostravano alcuna intenzione di essere tentati dalla carota, Wall Street dovette prendere il bastone. L’idea era raggiungere una tregua separata con la Wehrmacht sui teatri occidentale e meridionale per rinforzare il fronte orientale tedesco (in particolare, i documenti relativi all’operazione Sunrise nel marzo 1945 non ancora declassificati dagli Stati Uniti). A causa della tempestiva contromisura da parte dell’intelligence sovietica e dopo un duro scambio diplomatico, i tre colloqui per la tregua a Lucerna, in Svizzera, furono sospesi, ma i contatti clandestini nazisti-statunitensi procedettero. Di fatto, dalla fine di marzo 1945, senza alcuna tregua formale le truppe tedesche iniziarono ad arrendersi massicciamente alle forze anglo-statunitensi che avanzarono rapidamente verso Berlino incontrando i sovietici sull’Elba il 25 aprile 1945. Non sorprende che la famigerata rete Odessa (Organizzazione degli ex-membri delle SS) venisse attivata nello stesso momento permettendo a 30mila(!) criminali di guerra nazisti di fuggire dall’Europa attraverso “finestre” nella zona di occupazione anglo-statunitense. Molti furono in seguito legalizzati negli Stati Uniti per servire lealmente i nuovi padroni…
Una volta scomparso il “fattore tedesco”, gli “alleati” si affrettarono ad elaborare segretamente un nuovo piano di guerra per sconfiggere militarmente l’Unione Sovietica, esaurita dalla drammatica campagna durata quattro anni. Il dossier dell’Operazione Impensabile fu declassificata nel 1998. Secondo essa, il 1° luglio 1945 gli “alleati” previdero l’attacco alle forze sovietiche in Europa e alle aree industriali chiave dell’URSS. L’obiettivo era “imporre alla Russia la volontà degli Stati Uniti e dell’Impero inglese”. Così nell’estate 1945 Wall Street pianificò Barbarossa 2.0 per aggredire l’URSS, come quella lanciata dalla loro frenetica creatura Hitler quattro anni prima.Operazione impensabile: URSS: minaccia alla civiltà occidentale“, Gabinetto di guerra inglese, Staff della pianificazione congiunta (Bozze e rapporti finali: 22 maggio, 8 giugno e 11 luglio 1945), Ufficio del registro pubblico, CAB 120/691/109040/002. (declassificato nell’ottobre 2004)

Il motivo per cui il piano non fu mai attuato fu che gli esperti militari occidentali valutarono “l’equilibrio delle forze” in Europa insufficiente per un’efficace rapida sconfitta dei sovietici. Gli Stati Uniti possedevano in esclusiva la bomba atomica e speravano che tale minaccia avrebbe impressionato Stalin tanto da ratificare Bretton Woods. L’episodio di Potsdam tuttavia dimostrò il contrario, così gli Stati Uniti decisero di rendere questa minaccia più vivida. La certezza di 200mila morti giapponesi non significò molto per il presidente Truman nel suo Grande Gioco per l’egemonia della Federal Reserve. La conseguente Guerra Fredda (dopo che Stalin aveva definitivamente rifiutato la ratifica degli accordi di Bretton Woods nel dicembre 1945) va oltre l’ambito del presente articolo. Il fatto comunque è che la grandiosa e continua operazione mediatica per eguagliare Stalin e Hitler e rivedere e distorcere le verità fondamentali della storia moderna presso le persone “istruite” nel mondo, è solo un aspetto dell’agenda globale elitaria per sopprimere la prima potenza che si oppone al loro dominio illimitato sul mondo. Gli strumenti per creare tale dominio sono gli stessi: creazione di un progetto chimerico controllato (al-Qaida o nazismo ucraino) e interpretare il ruolo di “peacekeeper” e “filantropi” nel sanguinoso caotico conflitto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Stato islamico, un piano del Pentagono

Professor Michel Chossudovsky, Global Research 20 febbraio 2018La leggenda di al-Qaida e della minaccia del “nemico estero” è sostenuta dai media e dalla propaganda governativa. Nell’era post-11 settembre, la minaccia terroristica di al-Qaida costituisce il tassello della dottrina militare USA-NATO. Giustifica, come umanitaria, la condotta delle “operazioni antiterrorismo” nel mondo. Noto e documentato che le entità affiliate ad al-Qaida sono usate da NATO/USA in numerosi conflitti come “risorse d’intelligence” fin dallo splendore della guerra afghana. In Siria, i terroristi di al-Nusrah e SIIL sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, che a sua volta controlla reclutamento e addestramento di tali forze. Mentre il dipartimento di Stato USA accusa diversi Paesi di “ospitare terroristi”, gli USA sono il primo “Stato sponsor del terrorismo”: lo Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), che opera in Siria e Iraq, è segretamente sostenuto e finanziato da Stati Uniti e alleati Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante e il piano del califfato sunnita coincide con la vecchia agenda USA per spezzare Iraq e Siria in un califfato islamico sunnita, una repubblica sciita e una repubblica del Kurdistan. La guerra globale al terrorismo guidata dagli Stati Uniti (GWOT) è la pietra angolare della dottrina militare statunitense. “Inseguire i terroristi islamici” è parte integrante della guerra non convenzionale. L’obiettivo è giustificare la operazioni antiterrorismo nel mondo, consentendo a Stati Uniti ed alleati d’intervenire negli affari interni di Paesi sovrani. Molti autori progressisti, anche dei media alternativi, mentre si concentrano sui recenti sviluppi in Iraq, non comprendono la logica della “Guerra globale al terrorismo”. Lo Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) viene spesso considerato come “entità indipendente” piuttosto che strumento dell’alleanza militare occidentale. Inoltre, molti pacifisti che si oppongono ai principi dell’agenda militare USA-NATO, appoggeranno comunque l’antiterrorismo di Washington contro al-Qaida: La minaccia terroristica mondiale è considerata “reale”: “Siamo contrari alla guerra, ma sosteniamo la guerra globale al terrorismo“.Il piano del Califfato e il rapporto del National Intelligence Council degli Stati Uniti
Nuova propaganda è in moto. Il capo del defunto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Abu Baqr al-Baghdadi, annunciò il 29 giugno 2014 la creazione dello Stato islamico: “I combattenti fedeli al proclamato “califfo Ibrahim ibn Uad”, o Abu Baqr al-Baghdadi come era noto fino al 1° luglio, s’ispirano al califfo Rashidun, che succedette al profeta Mhuamad nel settimo secolo, venerato dalla maggioranza dei musulmani“. (Daily Telegraph, 30 giugno 2014) Con amara ironia, il piano del califfato come strumento di propaganda era sul tavolo dell’intelligence statunitense da oltre dieci anni. Nel dicembre 2004, sotto l’amministrazione Bush, il National Intelligence Council (NIC) predisse che nel 2020 sarebbe emerso un nuovo califfato dal Mediterraneo occidentale all’Asia centrale e sudorientale, minacciando democrazia e valori occidentali. Le “scoperte” del National Intelligence Council furono pubblicate in un rapporto non classificato di 123 pagine intitolato “Mapping the Global Future”. “Il nuovo califfato fornisce l’esempio di come un movimento globale alimentato dalla politica d’identità religiosa radicale potrebbe costituire una sfida a norme e valori occidentali come fondamento del sistema globale“. Il rapporto NIC 2004 rasenta il ridicolo: è privo d’intelligence, per non parlare di analisi storiche e geopolitiche. Il suo finto racconto relativo al califfato, tuttavia, ha una strana somiglianza con l’annuncio pubblicizzato il 29 giugno 2014 sulla creazione del califfato dal capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi. Il rapporto NIC presentava un cosiddetto “scenario immaginario secondo la lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un parente sul 2020“. È su questa base che fece previsioni per il 2020. Basandosi sulla lettera di un falso nipote di bin Ladin piuttosto che ad intelligence ed analisi empirica, la comunità d’intelligence statunitense concluse che il califfato era un vero pericolo per il mondo e la civiltà occidentali. Dal punto di vista propagandistico, l’obiettivo del piano del califfato, secondo il NIC, era demonizzare i musulmani per giustificare la crociata militare: “Lo scenario immaginario descritto dall’esempio di come potrebbe emergere un movimento globale alimentato da un’identità religiosa radicale. In questo scenario, viene proclamato un nuovo califfato facendo avanzarne la potente controideologia dall’ampia attrattiva. Ciò viene spacciato sotto forma di ipotetica lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un parente nel 2020. Racconta le lotte del califfo nel tentativo di strappare il controllo ai regimi tradizionali, e conflitto e confusione che ne derivano nel mondo musulmano e tra musulmani e Stati Uniti, Europa, Russia e Cina. Mentre il successo del califfo nel mobilitare il sostegno sconvolge luoghi lontani dal centro musulmano in Medio Oriente, in Africa e Asia, a causa dei suoi appelli. Lo scenario termina prima che il califfo possa stabilire un’autorità spirituale e temporale su un territorio che storicamente interessò i precedenti califfi. Alla fine, ne traiamo le lezioni“. (Mapping the Global Future)
Questo rapporto “autorevole” del NIC, “Mapping the Global Future“, non fu presentato solo a Casa Bianca, Congresso e Pentagono, ma anche agli alleati statunitensi. La “minaccia dal mondo musulmano” a cui si fa riferimento nel rapporto NIC (compresa la sezione sul califfato) è saldamente radicata nella dottrina militare USA-NATO. Il documento del NIC doveva essere letto da alti funzionari. In linea di massima faceva parte della propaganda “Top official” (TOPOFF) rivolta ai responsabili della politica estera e militari, per non parlare di studiosi, ricercatori e “attivisti” di ONG. L’obiettivo era garantirsi che gli “alti funzionari” continuino a credere che i terroristi islamici minacciano la sicurezza del mondo occidentale. La base dello scenario del califfato è lo “Scontro di civiltà”, giustificando presso l’opinione pubblica l’intervento degli USA nel mondo nell’ambito della lotta globale al terrorismo. Dal punto di vista geopolitico e geografico, il califfato copre un’ampia area in cui gli Stati Uniti cercano di estendere la propria influenza economica e strategica. Secondo Dick Cheney, il rapporto del NIC del 2004: “Parla di ristabilire ciò che potreste definire Califfato del Settimo Secolo. Questo era il mondo che fu organizzato 1200, 1300 anni fa, in effetti, quando Islam o popolo islamico controllava tutto, dal Portogallo e Spagna in occidente a Mediterraneo; Nord Africa; Medio Oriente; Balcani; repubbliche dell’Asia centrale; Russia meridionale; buona parte dell’India; fino all’Indonesia. In un certo senso, da Bali e Giacarta da una parte, a Madrid dall’altra“, Dick Cheney. Ciò che Cheney descriveva del contesto odierno era una vasta regione strategica dal Mediterraneo all’Asia centrale e al Sud-Est asiatico, dove Stati Uniti e loro alleati sono direttamente coinvolti in una varietà di operazioni militari e d’intelligence, come il supporto segreto degli Stati Uniti a SIIL e al-Qaida nei cosiddetti “Paesi e territori in cui gli islamisti hanno creato gruppi violenti…
Lo scopo dichiarato del rapporto del NIC era “preparare l’amministrazione Bush alle sfide che si prospettano proiettando le attuali tendenze che potrebbero rappresentare una minaccia agli interessi degli Stati Uniti”. Il documento d’intelligence del NIC si basava, da non dimenticare, su “un’ipotetica lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un familiare (fittizio) sul 2020“. “Le lezioni apprese” come delineato in tale “autorevole” documento d’intelligence sono le seguenti:
Il piano del califfato “costituisce una seria sfida all’ordine internazionale” e “La rivoluzione informatica probabilmente amplificherà lo scontro tra mondo occidentale e mondo musulmano…
Il documento si riferiva all’appello del califfato ai musulmani e concluse che: “La proclamazione del califfato non ridurrà la probabilità di terrorismo e di fomentare altri conflitti“. L’analisi del NIC suggeriva che la proclamazione del califfato avrebbe generato altro terrorismo dai Paesi musulmani, giustificando l’escalation della Global War on Terrorism (GWOT) degli USA: “La proclamazione del califfato… potrebbe alimentare una nuova generazione di terroristi intenti ad attaccare chi si oppone al califfato, dentro e fuori il mondo musulmano“. Ciò che il rapporto NIC non menzionava era che l’intelligence USA si collegava con MI6 inglese e Mossad nel segreto sostegno ai terroristi e al piano del califfato. A loro volta, i media diffusero menzogne e falsificazioni concentrandosi sulla “nuova minaccia terroristica” emanata non solo dal mondo musulmano, ma da “terroristi islamici autoctoni” in Europa e Nord America.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Esercito Arabo Siriano entra ad Ifrin

Ziad Fadil, Syrian Perspective 19/2/2018Sergej Lavrov, l’abile Ministro degli Esteri russo, accusava formalmente gli Stati Uniti di sostenere Jabhat al-Nusra (al-Qaida), organizzazione considerata terrorista da ogni nazione al mondo eccetto l’entità dell’apartheid sionista. L’ONU non solo considera Nusra un’organizzazione terroristica, ma anche il dipartimento di Stato degli USA. Lavrov dichiarava che è ovvio che gli Stati Uniti non sono disposti a combattere Nusra in Siria data la loro inazione ogni volta che si presenta l’opportunità di colpire il gruppo terroristico. Proprio come gli Stati Uniti crearono al-Qaida, così crearono Nusra. Ricordate alcuni miei vecchi articoli sull’argomento: Nusra significa “assistenza” in arabo e fu creata da Robert Ford e Bandar bin Sultan quando capirono che l’Esercito arabo siriano non andava a pezzi, c’erano troppi pochi disertori per combattere l’Esercito arabo siriano e, quindi, c’era bisogno di aiuti. Nusra è solo Arabia Saudita. Fino a che punto Muhamad bin Salman, il principe-pagliaccio, è disposto a continuare a finanziare tale organizzazione, nessuno lo sa oggi. Nonostante la questione finanziaria, appare chiaro che gli Stati Uniti sono pronti a fare di tutto per preservare il terrorismo in Siria attraverso Nusra. Questi sono giorni vergognosi per la loro storia.
La Divisione Tigre, guidata dal Generale Suhayl al-Hasan, si ammassa ai confini del Ghuta orientale. Sono stato informato che la divisione comprende oltre 11000 soldati che opereranno coi carri armati T-72 migliorati con l’equipaggiamento antimissile Sarab 2, preparandosi per l’ultima offensiva per sradicare Jaysh al-Islam, Nusra e Faylaq al-Sham una volta per tutte. La battaglia potrebbe iniziare in qualsiasi momento. Sospetto che una volta che Jaysh al-Islam sarà sconfitto, il Generale Hasan avrà il compito di annientare Nusra e i terroristi alleati ad Idlib. Come gli Stati Uniti aiuteranno Nusra, indicherà le mani sporche di Washington.
La celebre milizia della Difesa popolare della Siria entra ad Ifrin mentre scrivo. I turchi, che non hanno comandanti efficienti, (Erdoghan ne ha arrestato o incarcerato quasi tutti) hanno minacciato di colpire le milizie filogovernative siriane poiché, secondo la logica turca, proteggerebbero i combattenti del PKK. Questo è uno sviluppo interessante visto che Ifrin è territorio siriano. Ora vedremo come reagirà la Russia se le forze siriane saranno colpite dall’esercito turco. Interessante è anche il modo in cui l’Iran, che ha un patto di difesa con la Siria, risponderà se i turchi innescheranno il patto. Finora l’Iran è stato estremamente critico nei confronti delle azioni di Ankara nel nord della Siria. Noi di SyrPer non crediamo che i turchi abbiano la forza per una nuova guerra, mentre nutriamo forti sospetti sui curdi, dopo tutto cittadini siriani che cercano aiuto e protezione da Damasco.
È una certezza virtuale che Donald Trump non abbia idea di ciò che accade in Siria o Iraq, se è per questo. È consumato da un’ossessione narcisistica per come viene percepito globalmente. Oggi la CIA guida le relazioni estere degli Stati Uniti senza alcun coinvolgimento di Rex Tillerson che appare un incapace alla deriva. Sono gli stessi agenti della CIA che puntano a rovesciare il Dott. Assad. Ora sono tornati ancora più inferociti avanzando un’agenda neo-sionista nonostante i radicali cambiamenti sul campo. Gli Stati Uniti, come ho già scritto, hanno una posizione di retroguardia in Siria. I numerosi soldati per le operazioni speciali, che aiutano le cosiddette Forze democratiche siriane, oggi sono particolarmente vulnerabili. La pianificazione a Mosca e Damasco passa sostanzialmente dalla lotta allo SIIL sconfitto per estirpare ora le forze statunitensi dal Paese. Molto dipenderà dalla cooperazione irachena con Damasco. Se gli iracheni negano agli Stati Uniti i diritti di sorvolare il proprio territorio, Washington dovrà cedere qualsiasi accordo coi curdi per utilizzare Incirlik in Turchia. Sarà un disastro. L’unica altra alternativa sono le basi aeree dello Stato terrorista sionista che decideranno la possibile Terza guerra mondiale o qualcosa di davvero orribile. Gli Stati Uniti si sono messi all’angolo, intrappolati in un vicolo cieco. Proprio come l’Afghanistan risucchia le forze statunitensi, così sarà l’ultima avventura in Siria. Ed è solo all’inizio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la Seconda Guerra Mondiale finì col fungo atomico

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 6 agosto 2010

Lunedì 6 agosto 1945, alle 8:15, la bomba nucleare “Little Boy” fu sganciata su Hiroshima da un bombardiere B-29 statunitense, l’Enola Gay, che uccise direttamente circa 80000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni portarono il totale delle vittime a 90000-140000”. [1]

Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco atomico al mondo alle 11:02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40000 persone furono uccise dalla bomba soprannominata “Fat Man”. Il bilancio delle vittime del bombardamento atomico ammontò a 73884, oltre a 74909 feriti, e altre diverse centinaia di migliaia di malati e morenti a causa del fallout e di malattie causate dalle radiazioni”. [2]Nel teatro europeo, la Seconda guerra mondiale terminò all’inizio del maggio 1945 con la capitolazione della Germania nazista. I “Tre Grandi” vincitori, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, ora affrontavano il complesso problema della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e avevano iniziato a dare un contributo militare davvero significativo alla vittoria degli alleati sulla Germania con lo sbarco in Normandia nel giugno 1944, meno di un anno prima della fine delle ostilità. Quando la guerra contro la Germania finì, tuttavia, Washington si sedette con fermezza e sicurezza al tavolo dei vincitori, decisa a raggiungere quelli che potrebbero essere chiamati i suoi “obiettivi di guerra”. Come il Paese che aveva dato il maggior contributo e sofferto di gran lunga le peggiori perdite nel conflitto contro il comune nemico nazista, l’Unione Sovietica voleva importanti riparazione dalla Germania e la sicurezza da una possibile aggressione futura insediando in Germania, Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale governi che non fossero ostili ai sovietici, come era avvenuto prima della guerra. Mosca si aspettava anche un risarcimento per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica al tempo della Rivoluzione e della Guerra Civile e, infine, si aspettava che, con la terribile prova della guerra alle spalle, potesse riprendere la costruzione della società socialista. I capi statunitensi e inglesi conoscevano questi obiettivi sovietici e ne avevano esplicitamente o implicitamente riconosciuto la legittimità, per esempio alle conferenze dei Tre Grandi di Teheran e Jalta. Ciò non significò che Washington e Londra fossero entusiaste del fatto che l’Unione Sovietica raccogliesse i frutti dei suoi sforzi bellici; e indubbiamente in ciò si celò il possibile conflitto col principale obiettivo di Washington, cioè creare la “porta aperta” ad esportazioni ed investimenti statunitensi nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta, e anche nell’Europa centrale e orientale liberata dall’Unione Sovietica. In ogni caso, i capi politici e industriali statunitensi, incluso Harry Truman che successe a Franklin D. Roosevelt, nella primavera del 1945, avevano poca comprensione, e ancor meno simpatia, anche per le più elementari aspettative dei sovietici. Questi capi aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica ricevesse considerevoli riparazioni dalla Germania, perché un tale salasso avrebbe eliminato la Germania come mercato potenzialmente redditizio per le esportazioni e gli investimenti statunitensi. Invece, le riparazioni avrebbero permesso ai sovietici di riprendere, possibilmente con successo, il progetto di una società comunista, un “sistema in contrasto” al sistema capitalistico internazionale di cui gli USA erano diventati il grande campione. L’élite politica ed economica statunitense era indubbiamente profondamente consapevole che le riparazioni tedesche ai sovietici implicassero che le fabbriche tedesche delle filiali di società statunitensi come Ford e GM, che avevano prodotto armi per i nazisti durante la guerra (facendo molti soldi [3]) avrebbero prodotto per i sovietici invece di continuare ad arricchire proprietari ed azionisti degli Stati Uniti.
I negoziati tra i Tre Grandi ovviamente non avrebbero comportato il ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici su riparazione e sicurezza fossero stati almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potente arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive inimmaginabili ma estremamente favorevoli, e non sorprende che il nuovo presidente e i suoi consiglieri fossero incantati da ciò che il famoso storica William Appleman Williams definì “visione da onnipotenza”. [4] Certamente non sembrò più necessario impegnarsi in difficili negoziati coi sovietici: grazie alla bomba atomica, sarebbe stato possibile costringere Stalin, nonostante gli accordi precedenti, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e a negargli gli accordi del dopoguerra sul Paese, piazzare regimi “filo-occidentali” persino antisovietici in Polonia e nell’Europa orientale, e forse persino aprire la stessa Unione Sovietica agli investimenti statunitensi ed anche all’influenza economica e politica statunitense, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale. Al momento della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba era quasi, ma non del tutto, pronta. Truman quindi trattò il più a lungo possibile prima di accettare finalmente di partecipare alla conferenza dei Tre Grandi di Potsdam nell’estate del 1945, dove si decise il destino dell’Europa nel dopoguerra. Il presidente fu informato che la bomba sarebbe probabilmente stata pronta per allora, cioè pronta da usare come “martello”, come lui stesso affermò in un’occasione, che avrebbe agitato “sulle teste di quei tizi” [5] alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto 1945. Truman ricevette infatti il messaggio tanto atteso che la bomba atomica era stata testata con successo il 16 luglio, nel Nuovo Messico. Da allora non si preoccupò più di presentare proposte a Stalin, ma fece invece ogni sorta di richieste; allo stesso tempo respinse inavvertitamente tutte le proposte avanzate dai sovietici, ad esempio sulle riparazioni tedesche, comprese proposte ragionevoli basate sui precedenti accordi interalleati. Stalin non mostrò l’auspicata volontà di capitolare, comunque, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minacciosamente che gli USA aveva acquisito un’incredibile nuova arma. La sfinge sovietica, che certamente era già stata informata della bomba atomica statunitense ascoltò con silenzio di pietra. Un po’ perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso i sovietici a cedere. Di conseguenza, a Potsdam non fu possibile raggiungere un accordo generale. In effetti, poco o nulla di sostanza fu deciso. “Il principale risultato della conferenza“, scrive lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni da non accettare al prossimo incontro“. [6]
Nel frattempo i giapponesi combattevano in Estremo Oriente, anche se la loro situazione era senza speranza. Erano infatti disposti ad arrendersi, ma insistettero su una condizione, cioè, che l’imperatore Hirohito avesse garantita l’immunità. Ciò contravveniva alla domanda statunitense della capitolazione incondizionata. Nonostante ciò, sarebbe stato possibile porre fine alla guerra secondo la proposta giapponese. In realtà, la resa tedesca a Reims tre mesi prima non fu del tutto incondizionata. (Gli statunitensi avevano accettato una condizione tedesca, cioè che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore, permettendo a quante più unità dell’esercito tedesco di sfuggire dal fronte orientale per arrendersi agli anglo-statunitensi, molte di queste unità sarebbero state tenute pronte, in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali, per un possibile uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra). [7] In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo era tutt’altro che essenziale. In effetti, più tardi, dopo che la resa incondizionata fu strappata ai giapponesi, gli statunitensi non infastidirono mai Hirohito, e fu grazie a Washington che poté rimanere imperatore peri altri decenni [8]. I giapponesi credevano di poter ancora permettersi il lusso di attribuire una condizione alla loro offerta di arrendersi perché la forza principale del loro esercito rimase intatta, in Cina, dove aveva trascorso gran parte della guerra. Tokyo pensava che avrebbe potuto usarlo per difendere il Giappone e quindi fare pagare agli statunitensi un prezzo alto per l’inevitabile vittoria finale, ma questo piano avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica rimaneva fuori dalla guerra in Estremo Oriente; l’ingresso sovietico nella guerra, d’altra parte, avrebbe inevitabilmente inchiodato le forze giapponesi sul continente cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, permise a Tokyo una piccola speranza; non in una vittoria, certo, ma nell’accettazione dagli statunitensi della loro condizione sull’imperatore. In una certa misura, la guerra col Giappone si trascinò, perché l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin promise di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla capitolazione della Germania, e ribadì l’impegno il 17 luglio 1945, a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava sull’attacco sovietico al Giappone entro metà di agosto e quindi sapeva fin troppo bene che la situazione dei giapponesi era senza speranza. (“La fine dei giappi quando accadrà“, Truman confidò sul suo diario, riferendosi al previsto ingresso dei sovietici nella guerra in Estremo Oriente). [9] Inoltre, la Marina statunitense assicurò Washington di poter impedire ai giapponesi di trasferire il loro esercito dalla Cina per difendere la Patria dall’invasione statunitense. Dato che la Marina statunitense era indubbiamente in grado di piegare il Giappone con un blocco, l’invasione non era nemmeno necessaria. Privo di beni importati come cibo e carburante, il Giappone sarebbe capitolato incondizionatamente prima o poi.
Per far finire la guerra contro il Giappone, Truman aveva quindi varie opzioni molto interessanti. Poteva accettare la banale condizione giapponese sull’immunità per il loro imperatore; poteva anche aspettare che l’Armata Rossa attaccasse i giapponesi in Cina, costringendo così Tokyo ad accettare una resa incondizionata; o poteva farlo morire di fame col blocco navale che avrebbe costretto Tokyo a decidere per la pace prima o poi. Truman e i suoi consiglieri, tuttavia, non scelsero alcuna di queste opzioni; invece, decisero di mettere fuori combattimento il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che sarebbe costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne e bambini, offrì agli statunitensi notevoli vantaggi. In primo luogo, la bomba poteva costringere Tokyo ad arrendersi prima che i sovietici entrassero in guerra in Asia, rendendo così inutile consentire a Mosca di decidere sul Giappone del dopoguerra, sui territori occupati dal Giappone (come Corea e Manciuria), e in generale in Estremo Oriente e Pacifico. Gli Stati Uniti avrebbero goduto allora di un’egemonia totale su quella parte del mondo, forse il vero scopo della guerra (anche se non dichiarata) di Washington al Giappone. Fu alla luce di questa considerazione che la strategia del semplice blocco del Giappone fu respinta, dato che la resa poteva non avvenire se non dopo, forse molto dopo, l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, l’US Strategic Bombing Survey affermò che “sicuramente prima del 31 dicembre 1945 il Giappone si sarebbe arreso, anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate“). [10] Per i capi statunitensi, l’intervento sovietico nella guerra in Estremo Oriente minacciava di dare ai sovietici lo stesso vantaggio che l’intervento relativamente tardivo degli yankees nella guerra in Europa aveva dato agli Stati Uniti, vale a dire un posto alla tavola dei vincitori che impongono la propria volontà sul nemico sconfitto, creando zone di occupazione fuori dal suo territorio, cambiandone i confini, decidendone le strutture politico-economiche del dopoguerra, e quindi traendo enormi benefici e prestigio. Washington non voleva assolutamente che l’Unione Sovietica godesse di questi vantaggi. Gli statunitensi stavano per vincere sul Giappone, il loro grande rivale in quella parte del mondo. Non apprezzavano l’idea di accordarsi con un nuovo potenziale rivale, la cui detestata ideologia comunista poteva diventare pericolosamente influente in molti Paesi asiatici. Sganciando la bomba atomica, gli statunitensi speravano di finire immediatamente il Giappone ed operare in Estremo Oriente da cavaliere solitario, cioè senza che la loro vittoria venisse rovinata da indesiderati ultimi arrivati sovietici. L’uso della bomba atomica offrì a Washington un secondo importante vantaggio. L’esperienza di Truman a Potsdam lo persuase che solo una dimostrazione effettiva di questa nuova arma avrebbe reso Stalin sufficientemente flessibile. Nuclearizzare una città “giappa”, preferibilmente una città “vergine”, dove i danni sarebbe stati particolarmente impressionanti, incombeva come utile mezzo per intimidire i sovietici e indurli a fare concessioni su Germania, Polonia ed ‘Europa centrale ed orientale.
La bomba atomica fu pronta poco prima che i sovietici entrassero in Estremo Oriente. Anche così, la polverizzazione nucleare di Hiroshima il 6 agosto 1945 arrivò troppo tardi per impedirgli sovietici di entrare in guerra contro il Giappone. Tokyo non gettò immediatamente la spugna, come gli statunitensi avevano sperato, e l’8 agosto 1945, esattamente tre mesi dopo la capitolazione tedesca a Berlino, i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno seguente, il 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi di stanza nel nord della Cina. Washington stessa da tempo chiese l’intervento sovietico, ma quando finalmente avvenne, Truman e i suoi consiglieri erano tutt’altro che estasiati dal fatto che Stalin avesse mantenuto la parola data. Se i governanti del Giappone non risposero immediatamente al bombardamento di Hiroshima con la capitolazione incondizionata, ciò fu dovuto al fatto che non poterono accertare immediatamente che solo un aereo e una bomba avevano causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati altrettanto catastrofici: l’attacco di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9-10 marzo 1945, ad esempio, aveva effettivamente causato più vittime del bombardamento di Hiroshima). In ogni caso, ci volle del tempo prima che la capitolazione incondizionata fosse imminente e, a causa di questo ritardo, l’URSS entrò in guerra col Giappone, dopotutto. Ciò rese Washington estremamente impaziente: all’indomani della dichiarazione di guerra sovietica, il 9 agosto 1945, una seconda bomba venne sganciata, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex-cappellano dell’esercito statunitense dichiarò in seguito: “Sono dell’opinione che questa sia stata una delle ragioni per cui la seconda bomba fu sganciata: perché c’era fretta. Volevano che i giapponesi capitolassero prima che arrivassero i sovietici“. [11] (Il cappellano poteva o no essere consapevole che tra i 75000 esseri umani “inceneriti, carbonizzati ed evaporati istantaneamente” a Nagasaki c’erano molti cattolici giapponesi anche un numero imprecisato di detenuti di un campo per prigionieri di guerra alleati, la cui presenza fu segnalata al comando aereo, senza risultati). [12] Ci vollero altri cinque giorni, cioè il 14 agosto, prima che i giapponesi capitolassero. Nel frattempo l’Armata Rossa compì notevoli progressi, con grande dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri. E così gli statunitensi rimasero bloccati col socio sovietico in Estremo Oriente, dopotutto. O lo erano loro? Truman si assicurò che non lo fossero, ignorando i precedenti sulla cooperazione tra i Tre Grandi in Europa. Già il 15 agosto 1945, Washington respinse la richiesta di Stalin di una zona di occupazione sovietica nella terra dello sconfitto Sol Levante. E quando il 2 settembre 1945, il generale MacArthur accettò ufficialmente la resa giapponese sulla nave da battaglia Missouri nella Baia di Tokyo, i rappresentanti dell’Unione Sovietica, e degli altri alleati in Estremo Oriente come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi, furono presenti solo come comprimari e spettatori. A differenza della Germania, il Giappone non fu diviso in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto degli USA doveva essere occupato solo dagli statunitensi, con un loro “viceré” a Tokyo, il generale MacArthur, che avrebbe assicurato che, indipendentemente dai contributi apportati alla vittoria comune, alcun altra potenza avesse voce in capitolo negli affari del Giappone del dopoguerra.
Settantacinque anni fa, Truman non usò la bomba atomica per costringere il Giappone a cedere, ma aveva altre ragioni per usarla. La bomba atomica permise agli statunitensi di costringere Tokyo ad arrendersi incondizionatamente, a tenere i sovietici fuori dall’Estremo Oriente e, ultimo ma non meno importante, imporre la volontà di Washington sul Cremlino in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono annientate per queste ragioni, e molti storici statunitensi lo sanno fin troppo bene; Sean Dennis Cashman, ad esempio, scrive: “Col passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba fu usata per ragioni politiche… Vannevar Bush (il capo del centro per la ricerca scientifica statunitense) dichiarò che la bomba “fu consegnata in tempo, in modo che non ci fosse necessità di eventuali concessioni alla Russia alla fine della guerra“. Il segretario di Stato James F. Byrnes (il segretario di Stato di Truman) non negò mai la dichiarazione attribuitagli secondo cui la bomba fu usata per mostrare la potenza statunitense all’Unione Sovietica, per renderla più cedevole in Europa. [13] Lo stesso Truman, tuttavia, dichiarò ipocritamente all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era “riportare i ragazzi a casa”, cioè finire rapidamente la guerra senza ulteriori gravi perdite in vite umane statunitensi. Tale spiegazione fu ripresa acriticamente dai media statunitensi sviluppando un mito propagandato con entusiasmo dalla maggior parte degli storici e dei media di Stati Uniti e mondo “occidentale”. Quel mito che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari su obiettivi come Iran e Corea democratica, è ancora molto vivo, basta controllare i giornali di regime il 6 e 9 agosto!Jacques R. Pauwels, autore de Il mito della buona guerra: gli USA nella seconda guerra mondiale.

Note:
[1] Hiroshima.
[2] Nagasaki.
[3] Jacques R. Pauwels, Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, Toronto, 2002, pp. 201-05.
[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, 1962, p. 250.
[5] Citato in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.
[6] Diplomazia atomica di Gar Alperovitz: Hiroshima e Potsdam. L’uso della bomba atomica e il confronto statunitense col potere sovietico, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (edizione originale 1965), p. 223.
[7] Pauwels, op. cit., p. 143.
[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.
[9] Citato in Alperovitz, op. cit., p. 24.
[10] Citato in David Horowitz, Da Jalta al Vietnam: la politica estera statunitense nella guerra fredda, Harmondsworth, Middlesex, Inghilterra, 1967, p. 53.
[11] Studs Terkel, “The Good War”: An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.
[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism“.
[13] Sean Dennis Cashman, Roosevelt e la Seconda Guerra Mondiale, New York e Londra, 1989, p. 369.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il grande accordo di Putin con Israele: Israele può sopportarlo?

Alastair Crooke, SCF 17.02.2018Israele sale su un cavallo troppo alto“, scriveva Alex Fishman (corrispondente della difesa israeliano) sul giornale ebraico Yedioth Ahronoth, il mese scorso, “e si avvicina a passi da gigante a una “guerra voluta”: senza mezzi termini, è una guerra iniziata in Libano“. Nell’articolo, Fishman osserva: “La deterrenza classica è quando minacci un nemico a non farti del male nel tuo territorio, ma qui, Israele chiede che il nemico si astenga dal fare qualcosa nel proprio territorio, altrimenti Israele lo danneggerà. Dal punto di vista storico e della legittimità internazionale, le probabilità che tale minaccia venga accettata, portando alla fine delle attività nemiche nel proprio territorio, sono scarse“. Ben Caspit aveva anche scritto della giusta prospettiva su una “guerra voluta”, mentre un editoriale di Haaretz, spiega il professor Idan Landau in un blog israeliano, osservava: “Il governo israeliano deve quindi ai cittadini israeliani una spiegazione precisa, pertinente e persuasiva sul perché una fabbrica di missili in Libano ha cambiato l’equilibrio strategico tanto da richiede la guerra. Deve presentare valutazioni al pubblico israeliano sul numero previsto di vittime, danni alle infrastrutture civili e sul costo economico della guerra, rispetto al pericolo che la costruzione della fabbrica di missili costituirebbe“. Viviamo tempi pericolosi in Medio Oriente oggi, sia nell’immediato che a medio termine. La scorsa settimana s’è visto il primo “cambio del gioco” che ha quasi fatto precipitare la regione in guerra: l’abbattimento di uno degli aerei più sofisticati d’Israele, un F-16I. Ma come osserva Amos Harel, in questa occasione: “Il Presidente Vladimir Putin ha messo fine allo scontro tra Israele e Iran in Siria, ed entrambi hanno accettato la sua decisione… Sabato pomeriggio, dopo la seconda ondata di bombardamenti… alti funzionari israeliani stavano ancora seguendo una linea militare, e sembrava che Gerusalemme stesse considerando ulteriori azioni. La discussione si concluse poco dopo una telefonata tra Putin e il primo ministro Benjamin Netanyahu“. E quest’ultima affermazione rappresenta il secondo “cambio di gioco”: ai “bei vecchi tempi”, come diceva Martin Indyk, sarebbero stati gli Stati Uniti verso cui Israele si sarebbe rivolto, ma non questa volta. Israele ha chiesto al Presidente Putin di mediare. Sembra che Israele creda che Putin sia ora la “potenza indispensabile”, e in termini di spazio aereo a nord, lo è. Come Ronen Bergman aveva scritto sul New York Times: “Israele non potrà più agire in Siria senza limitazioni”, e in secondo luogo, “se qualcuno non ne fosse ancora a conoscenza, la Russia è la potenza dominante nella regione“. Quindi, di cosa si tratta? Bene, per cominciare, non si tratta di un drone che può (o non può) sconfinare in ciò che Israele chiama Israele o che la Siria chiama “Golan occupato”. Lasciateci ignorare tutto questo: o pensateci come all”effetto farfalla” nella teoria del caos, la cui piccola ala cambia “il mondo”, se preferite. Alla fine, comunque, questi sono avvertimenti su un’imminente guerra scatenati dal successo dello Stato siriano nel sconfiggere l’insurrezione jihadista. Questo ha cambiato gli equilibri di potere regionali e si assiste a Stati che reagiscono a tale sconfitta strategica. Israele, essendo il perdente, vuole limitare le perdite. Teme i cambiamenti in atto nella zona settentrionale della regione: il primo ministro Netanyahu chiese diverse volte al Presidente Putin garanzie che Iran ed Hezbollah non traggano alcun vantaggio strategico dalla vittoria della Siria che potrebbe svantaggiare Israele. Ma Putin, sembra chiaro, non ha dato garanzie. Ha detto a Netanyahu che, mentre riconosceva gli interessi alla sicurezza d’Israele, anche la Russia ha i suoi interessi, ed ha anche sottolineato che l’Iran è un “partner strategico” della Russia.
In pratica, non vi è alcuna presenza effettiva iraniana o di Hezbollah nelle vicinanze d’Israele (e in effetti Iran e Hezbollah hanno sostanzialmente ridotto le forze in Siria). Ma sembra che Netanyahu volesse di più: e per fare leva sulla Russia per garantire una futura Siria senza una qualsiasi presenza ‘sciita’, Israele la bombardava quasi ogni settimana, emettendo varie minacce belluine contro il Libano (col pretesto che l’Iran vi costruirebbe fabbriche di “missili sofisticati”), dicendo, in effetti al Presidente Putin, che se non avrà garanzie ferree su una Siria senza Iran e Hezbollah, si scontrerà con entrambi i Paesi. Ebbene, ciò che è successo è che Israele ha perso un F-16: inaspettatamente abbattuto dalle difese aeree siriane. Il messaggio è questo: “La stabilità in Siria e Libano è d’interesse russo. Se riconosciamo gli interessi alla sicurezza d’Israele, non danneggiate i nostri. Se volete la guerra con l’Iran, sono affari vostri, e la Russia non sarà coinvolta; ma non dimenticate che l’Iran è e rimane il nostro partner strategico“. Questo è il grande accordo di Putin: la Russia si assumerà una certa responsabilità sulla sicurezza d’Israele, ma non se Israele intraprenderà guerre contro Iran ed Hezbollah, o se violerà deliberatamente la stabilità nel Medio Oriente (incluso l’Iraq). E niente più bombardamenti gratuiti, destinati a violare la stabilità. Se Israele vuole la guerra con l’Iran, allora la Russia starà in disparte. Israele ora ha assaggiato il “bastone” del Presidente Putin: la sua superiorità aerea nel nord è stata violata dalle difese aeree siriane. Israele perderà completamente se le difese aeree russe saranno attivate: “Che ci pensino“. In caso di dubbio, si consideri questa dichiarazione del 2017 del Capo di Stato Maggiore delle Forze Aerospaziali Russe, Maggiore-Generale Sergej Mesherjakov: “Oggi in Siria è stato istituito un sistema di difesa aerea unificato ed integrato. Abbiamo assicurato l’informazione e l’interconnessione tecnica tra i sistemi di ricognizione aerea russi e siriani. Tutte le informazioni sulla situazione aerea provengono da stazioni radar siriane per i punti di controllo del raggruppamento delle forze russe“. Due cose ne scaturiscono: in primo luogo, la Russia sapeva esattamente cosa succedeva quando l’F-16 israeliano fu colpito dai missili della difesa aerea siriani. Come Alex Fishman, decano dei corrispondenti della difesa israeliani, notava su Yediot Ahoronot l’11 febbraio: “Uno degli aerei israeliani è stato colpito da due bordate di 27 missili terra-aria siriani… un risultato enorme per l’esercito siriano, e imbarazzante per la IAF, dato che i sistemi di guerra elettronica dell’aereo avrebbero dovuto proteggerlo da una bordata di missili… La IAF dovrà condurre un’indagine approfondita d’intelligence tecnica per determinare se i siriani hanno sistemi in grado di aggirare i sistemi di allarme e blocco israeliani? I siriani hanno sviluppato una nuova tecnica di cui l’IAF non è a conoscenza? Fu detto che i piloti non ricevettero l’allarme sul missile nemico che aveva agganciato il loro aereo; in linea di principio, avrebbero dovuto riferire di esserne preoccupati, ma c’era anche la possibilità più grave che non sapessero del missile, portando alla domanda sul perché non lo sapessero e se si resero conto della gravità del danno dopo che furono colpiti e costretti a salvarsi“. E il secondo: la successiva dichiarazione israeliana di aver punito la Siria distruggendone il 50% della difesa aerea andrebbe presa con cautela. Si ricordi ciò che aveva detto Mesherjakov: è un sistema russo-siriano pienamente integrato e unificato, e ciò significa che vi sventola la bandiera russa. (E questa prima affermazione israeliana fu ripresa dal portavoce dell’IDF). Infine, Putin, dopo l’abbattimento dell’F-16, disse ad Israele di smettere di destabilizzare la Siria. Non disse nulla sul drone siriano che pattugliava il confine meridionale (una pratica regolare dei siriani per monitorare i gruppi terroristici). Il messaggio era chiaro: Israele ottiene limitate garanzie sulla sicurezza dalla Russia, ma perde la libertà di azione. Senza il dominio aereo (che la Russia ha già acquisito), la presunta superiorità sui vicini Stati arabi, su cui Israele da lungo tempo introietta nella propria psiche collettiva, vedrà le ali d’Israele stroncate.
Tale patto può essere digerito culturalmente in Israele? Va visto se i capi d’Israele accettano di non godere più della superiorità aerea su Libano e Siria; o se, come i commentatori israeliani avvertivano nell’introduzione, se la leadership politica israeliana opterà per una “guerra voluta”, nel tentativo d’impedire la fine del dominio dei cieli d’Israele. C’è naturalmente un’altra possibilità, correre a Washington per cooptarla nell’azione per scacciare l’Iran dalla Siria, ma la nostra ipotesi è che Putin abbia già tranquillamente messo a punto con Trump il suo piano. Chissà? E allora una guerra preventiva per tentare di recuperare la superiorità aerea israeliana sarebbe fattibile o realistica dal punto di vista delle forze di difesa israeliane? È un punto controverso. Un terzo degli israeliani è culturalmente ed etnicamente russo e molti ammirano il Presidente Putin. Inoltre, Israele potrebbe contare, in tali circostanze, sulla Russia che non impiegherebbe i sofisticati missili della difesa aerea S-400 di stanza in Siria per proteggere i militari russi di stanza in tutta la Siria? E le tensioni israelo-siriane-libanesi di per sé non concludono l’attuale situazione di rischio associata alla Siria. Lo stesso fine settimana, la Turchia perse un elicottero e i due piloti, abbattuti dalle forze curde d’Ifrin. Il sentimento in Turchia contro YPG e PKK si accende; nazionalismo e neo-ottomanismo avanzano; e gli USA vengono dipinti con rabbia come “nemico strategico” della Turchia. Il presidente Erdogan affermava che le forze turche elimineranno le YPG/PKK da Ifrin all’Eufrate, ma un generale statunitense diceva che le sue truppe non si toglieranno dalla via di Erdogan per Manbij. Chi colpirà per primo? E questa escalation può continuare senza una grave rottura delle relazioni tra Turchia e Stati Uniti? (Erdogan aveva notato che il budget della difesa degli USA del 2019 include uno stanziamento di 550 milioni di dollari per le YPG. Cosa se ne faranno esattamente gli statunitensi?). Inoltre, può la leadership militare statunitense, preoccupata dal ritrovarsi in una guerra del Vietnam, ma con gli USA che vincerebbero questa volta (per dimostrare che l’esito del Vietnam fu una sconfitta immeritata dalle forze USA), accettare di ritirarsi dall’aggressiva occupazione della Siria ad est dell’Eufrate, e quindi perdere ulteriore credibilità? Soprattutto ripristinare credibilità e coscrizione militare degli Stati Uniti è il mantra dei generali della Casa Bianca (e Trump)? Oppure, il perseguimento della “credibilità” militare degli Stati Uniti degenererà in una “caccia al pollo” montata dalle forze statunitensi contro le Forze Armate siriane, o addirittura con la stessa Russia che considera l’occupazione statunitense in Siria come dannosa per la stabilità regionale che ricerca.
Il “grande quadro” della concorrenza tra gli Stati sul futuro della Siria (e della regione) è aperto e visibile. Ma chi si cela dietro le provocazioni che potrebbero portare all’escalation, e facilmente trascinare la regione verso il conflitto? Chi ha fornito il missile terra-aria portatile che aveva abbattuto il caccia Su-25 russo e che vide il pilota circondato da jihadisti, preferire coraggiosamente uccidersi piuttosto che essere preso prigioniero? Chi aveva ‘aiutato’ il gruppo terroristico ad usare il manpad? Chi ha armato i curdi con sofisticate armi anticarro (che hanno distrutto una ventina di carri armati turchi)? Chi ha fornito i milioni di dollari per progettare tunnel e bunker costruiti dai curdi e chi ne ha sovvenzionate le formazioni armate? E chi c’era dietro lo sciame di droni, dotati di esplosivi, inviato ad attaccare la base aerea russa di Humaymim? I droni dovevano apparire rudimentali, che dei ribelli potessero rappattumare, ma da quando le difese elettroniche russe riuscirono a prendere il controllo e a farne atterrare sei, i russi videro che,internamente erano abbastanza diversi: contenevano sofisticate contromisure elettroniche e sistemi di guida GPS. In breve, l’aspetto rustico ne camuffava la sofisticazione, probabilmente lavoro da manuale di un’agenzia di Stato. Chi? Perché? Qualcuno cerca di mettere la Russia contro la Turchia? Non sappiamo. Ma è abbastanza chiaro che la Siria è il crogiolo di potenti forze distruttive che potrebbero volere, o inavvertitamente, infiammare la Siria e potenzialmente il Medio Oriente. E come aveva scritto il corrispondente della difesa israeliana Amos Harel, già in questo ultimo fine settimana, “abbiamo fatto un passo indietro dall’abisso della guerra“.Traduzione di Alessandro Lattanzio