L’Ucraina nasconde la perdita di 30000 soldati

Fort Russ 24 marzo 2017

Il 20 marzo, il portavoce del ministero della Difesa ucraina Andrej Lysenko affermava che solo 2629 soldati ucraini erano caduti e 9453 feriti dall’inizio della guerra contro il Donbas. Secondo l’analista militare russo Aleksandr Khrolenko, Kiev sottostima drasticamente le perdite e nasconde la progressiva disintegrazione statale dell’Ucraina. Secondo le cifre ufficiali delle Nazioni Unite, il totale delle vittime nella guerra nell’Ucraina orientale ammonta a 10056 morti e 22800 feriti. Nel frattempo, l’intelligence tedesca stimava nel solo 2015 che decine di migliaia di soldati ucraini erano stati uccisi e che il totale delle vittime civili e militari nel conflitto arriverebbe a 50000. La sottovalutazione delle perdite non solo non combacia con le altre stime internazionali, ma contraddice i dati ucraini su mezzi ed equipaggiamenti perduti. Khrolenko cita la relazione dell’ucraina Apostrof, secondo cui “l’esercito ucraino ha perso più di 300 carri armati, più della metà dei blindati e il 50% dell’artiglieria”. Dopo la battaglia di Ilovajsk, ricorda Khrolenko, lo stesso presidente ucraino Poroshenko parlò di “60-65% materiale militare in prima linea nella zona del conflitto distrutto”. Khrolenko si pone domande sulla logica ufficiale ucraina: “Forse queste migliaia di equipaggiamenti delle forze armate ucraine furono distrutte separatamente dai soldati, e tutti gli equipaggi, paracadutisti ed artiglieri sono rimasti illesi… Dopo tutto, sul campo di battaglia carri armati e veicoli da combattimento della fanteria bruciano, di regola, con i loro equipaggi”.
Citando i Military Balance 2013 e 2016 dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, Khrolenko sottolinea: “Così, probabilmente le perdite delle forze armate ucraine in oltre tre anni di spedizione punitiva nel Donbas ammontano a circa 30000 uomini”, cifra suggerita dal confronto delle perdite in materiale militare, mezzi e personale. Tali massicce perdite, chiarisce Khrolenko, testimoniano il fallimento della guerra ucraina al Donbas: “Da più di mille giorni e notti si trascina una guerra civile logica conclusione della ‘rivoluzione della dignità’, un ‘piano colorato’ di Stati Uniti e Unione europea. In questo periodo, le forze armate ucraine hanno condotto decine di operazioni offensive (punitive) per cercare di occupare le zone residenziali nei territori delle RPD e RPL. Praticamente tutte conclusesi con un fallimento”. La leadership di Kiev e i ‘figli della Majdan’, dice Khrolenko, non hanno imparato la lezione. La retorica anti-russa non può nascondere per sempre che l’“operazione antiterrorismo” ucraina nel Donbas è divenuta il centro del mercato nero, mentre il Paese è economicamente al collasso, gli accordi di Minsk non sono rispettati e le truppe di Kiev e dei neonazisti si sparano.
Nel frattempo, il comitato investigativo della Russia ha aperto 104 procedimenti sui crimini ucraini nel Donbas, e nel 2016 più di 100000 ucraini hanno acquisito la cittadinanza russa, il 49% in più rispetto al 2015. “Con tale tempistica, l’operazione antiterrorismo potrebbe far tornare l’Ucraina alla Russia entro 30-40 anni”, conclude Khrolenko.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Unione Sovietica costruì la bomba atomica?

Decisa a non restare indietro nella corsa al nucleare, l’Unione Sovietica ottenne l’atomica
Aleksandr Vershinin, RBTH, 23 marzo 2017Le armi nucleari sono una seria preoccupazione per l’umanità, ma la loro creazione pose fine all’era delle guerre mondiali. La mutua distruzione assicurata costrinse le superpotenze a deporre le armi e a cercare un serio dialogo, mentre prima il conflitto avrebbe prevalso. Nei primi anni dell’era atomica, gli Stati Uniti fecero da apripista. Nell’agosto 1945 Washington dimostrò la potenza devastante delle armi nucleari quando sganciò due bombe sul Giappone, avvertendo i Paesi al di fuori del blocco occidentale. Tuttavia, la situazione cambiò il 29 agosto 1949, quando l’Unione Sovietica testò la propria arma nucleare.

Inizia la corsa
L’idea che l’energia colossale rilasciata quando l’atomo di uranio si scinde potesse essere utilizzata per scopi militari, fu discussa dai fisici alla fine degli anni ’30. I pionieri furono i tedeschi, che compirono i maggiori progressi nel sviluppare le basi teoriche del programma nucleare. Il programma atomico tedesco era già attivo nell’estate del 1939. I fisici fuggiti dalla Germania dopo l’ascesa di Hitler capirono subito a cosa avrebbe portato la positiva conclusione del progetto. I tedeschi dovevano essere anticipati, e al più presto possibile. Nell’agosto 1939, il Presidente F. D. Roosevelt ricevette una lettera dallo scienziato Albert Einstein. Il premio Nobel per la fisica attirò l’attenzione del presidente sul fatto che i nazisti conducevano le ricerche per sviluppare un’arma nucleare e propose che l’attivazione di un programma simile iniziasse negli Stati Uniti; nei successivi due anni iniziarono grandi opere negli Stati Uniti, fondi significativi furono investiti e alcune delle più grandi menti del tempo, come Niels Bohr e Edward Teller, vi furono reclutate. L’URSS seppe tutto questo. I fisici sovietici sapevano del lavoro dei loro colleghi stranieri. Neanche i servizi segreti sovietici stettero a guardare. Nel giugno 1940 seguirono da vicino le prime ricerche statunitensi sull’Uranio-235. Un anno e mezzo più tardi, quando la Grande Guerra Patriottica era già iniziata (con l’invasione tedesca dell’URSS), una notizia ancor più allarmante giunse: la Gran Bretagna poteva sviluppare un’arma nucleare già nel 1943. Questo significava che i tedeschi, le cui truppe erano sulla via di Mosca, dovevano anche essere vicini a possedere un’arma nucleare. L’Unione Sovietica era gravemente in ritardo nella corsa al nucleare.

Fisici e spie al lavoro
Le informazioni sui progressi dei Paesi occidentali nello sviluppo dell’arma nucleare si riversano al Cremlino. Josif Stalin rapidamente si rese conto che si trattava di una questione di vitale importanza per l’URSS. Il suo verdetto fu inequivocabile: “Non abbiamo la bomba: lavoriamo male“. I tedeschi furono bloccati davanti Mosca, e la svolta nella guerra presto seguì. Ma nessuno poteva garantire che la situazione non cambiasse se i tedeschi mettevano le mani sulla super-arma. Anche le realizzazioni di statunitensi ed inglesi furono viste con allarme: dopo aver acquisito la bomba atomica, potevano sconfiggere Hitler da soli e poi minacciare l’Unione Sovietica. Nel settembre 1942, la leadership dell’URSS autorizzò la fondazione di un laboratorio specializzato per lavorare al programma nucleare. Fu effettivamente l’inizio della storia del programma atomico sovietico gestito da un piccolo ma altamente qualificato gruppo di fisici guidati da Igor Vasilevic Kurchatov, oggi considerato il padre della bomba atomica sovietica. I servizi segreti collaborarono strettamente con gli scienziati. La rete spionistica sovietica negli Stati Uniti ebbe il quadro completo dell’avanzamento del programma atomico statunitense, e ne conosceva i centri di ricerca principali. Un notevole aiuto fu fornito anche dai fisici nucleari statunitensi, simpatizzanti dell’URSS. Grazie a loro, il programma della bomba statunitense fu già sulla scrivania di Kurcatov due settimane dopo averla prodotta, nel 1945.

Fine del monopolio atomico statunitense
La Germania fu schiacciata senza l’uso di armi nucleari. Le bombe atomiche che gli statunitensi sganciarono su Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945, furono in linea di massima simboliche. Fu il modo con cui Washington proclamò al mondo intero di avere la super-bomba. Il messaggio era diretto soprattutto a Mosca. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli ex-alleati della coalizione anti-hitleriana si trovarono sugli opposti lati della barricata. I militari statunitensi e inglesi elaborarono i piani per una possibile guerra contro l’URSS, proponendo il bombardamento delle principali città sovietiche con armi nucleari. Questo poteva essere evitato solo eliminando il monopolio nucleare statunitense. Due settimane dopo la distruzione di Hiroshima fu istituito un comitato speciale su ordine di Stalin per coordinare il lavoro nel programma della bomba atomica. Significò l’efficace creazione di un super-ministero dalle enormi risorse e dai poteri d’emergenza, guidato da uno dei più stretti collaboratori di Stalin, Lavrentij Pavlovich Beria. Sotto la sua guida diretta, una nuova industria nacque nell’URSS nel giro di pochi anni, l’industria atomica. Impianti di arricchimento dell’uranio, reattori, centrifughe e fabbriche per le bombe furono creati in breve tempo. In Siberia e Urali nuovi complessi industriali furono costruiti tra le montagne, da cui furono estratte centinaia di tonnellate di roccia. Intorno a loro intere città sorsero, ignorate dalle mappe. Solo chi era collegato al programma atomico ne sapeva dell’esistenza.
La leadership statunitense era convinta che l’Unione Sovietica avrebbe acquisito le armi nucleari non prima del 1954. Il test nucleare nel poligono di Semipalatinsk del 1949 fu una brutta sorpresa per gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica distrusse il loro monopolio nucleare, ponendo le basi per la sicurezza internazionale su cui l’ordine mondiale poggia oggi.

Igor V. Kurchatov

Aleksandr Vershinin, dottore in scienze storiche, docente di storia presso Università Statale di Mosca, ricercatore presso il Centro Analisi e Problemi del Governo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mantenere vivo il mito dello Stato Islamico

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 24/03/2017

Le operazioni congiunte siriano-russo-iraniane contro i gruppi terroristici eterodiretti nel territorio siriano gradualmente smantellano e frustrano la forza di gruppi come il cosiddetto Stato islamico, al-Nusra, al-Qaida e una miriade di altri fronti coordinati e teleguidati dall’estero contro Damasco. Con l’intervento russo alla fine del 2015, un notevole potere aereo colpisce la logistica di tali fronti che vanno oltre i confini della Siria. Mentre i rifornimenti sono stati ridotti, le forze siriane e dei loro alleati hanno isolato ed eliminato una roccaforte dopo l’altra. Ora, molti di tali gruppi devono affrontare la sconfitta in Siria, spingendo i loro mandati su due linee di azione, posare da responsabili della sconfitta, come Stati Uniti e Turchia cercano di fare con le rispettive incursioni illegali in territorio siriano, e creare una narrazione che copra l’evacuazione e il riposizionamento di tali gruppi terroristici per un uso futuro.

Le organizzazioni terroristiche sono i mercenari dell’impero
Intorno la caduta dell’impero ottomano nei primi anni del 20° secolo, gli interessi anglo-statunitensi coltivarono gruppi terroristici nel suo territorio per dividere e conquistare l’intera regione, contribuendo alle maggiori ambizioni egemoniche globali di Washington e Londra. L’organizzazione terroristica nota come al-Qaida, creata dai resti della Fratellanza musulmana siriana sconfitta da Hafiz al-Assad nel 1980, si schierò in Afghanistan dopo che l’accordo eterodiretto per rovesciare il governo siriano fallì. Da allora, al-Qaida partecipò a operazioni della NATO nei Balcani, Medio Oriente e Nord Africa e anche in Asia. Il gruppo opera sia da casus belli per l’intervento occidentale che come agente per combattere contro quei governi che i militari occidentali non possono affrontare direttamente, come avvenuto in Libia e attualmente in Siria. Al-Qaida e le sue varie consociate e affiliate, come lo Stato islamico, servono anche da ausiliari, come nello Yemen, dove occupano il territorio invaso dalle forze meccanizzate del Golfo Persico. Se i racconti occidentali cercano di ritrarre tali fronti come organizzazioni terroristiche indipendenti attive al di fuori del diritto internazionale e della portata della potenza militare e d’intelligence occidentale, in realtà sono una copertura per ciò che è chiaramente terrorismo mercenario di Stato. Gli Stati Uniti hanno ammesso il loro ruolo nel creare tali organizzazioni, così come nel mantenerle. L’uso di alleati da parte degli Stati Uniti, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (UAE), per riciclare denaro, armare, addestrare e provvedere altre forme di sostegno politico e materiale, è ampiamente documentato.

Mantenere vivo il mito dello Stato islamico
I rappresentanti della RAND Corporation hanno recentemente scritto un editoriale per Fortune intitolato, “Perché lo Stato islamico morente sarebbe una minaccia ancora più grande per l’America”, in cui tentano di spiegare come, nonostante lo Stato islamico perda terreno in Siria e Iraq, continuerà ad operare e a minacciare la sicurezza globale. In realtà Stato islamico, al-Qaida e altri fronti continueranno a persistere per un solo motivo, il grande supporto statale multinazionale che ricevono da Stati Uniti, NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). L’editoriale di Fortune rivendica: “La liberazione di Mosul e Raqqa sono importanti passi iniziali per ridurre la minaccia dello Stato islamico. Senza uno Stato vero e proprio, probabilmente perderà molto fascino. Senza una base territoriale sicura da cui operare, sarà difficile per l’organizzazione condurre attacchi all’estero. Eppure lo Stato islamico, come al-Qaida prima, continuerà a metastatizzare e a cercare d’influenzare una volta perduta la propria base di origine”. Gli autori della RAND affermano anche: “Per sconfiggere lo Stato islamico si dovranno combinare assistenza economica, tecnica, politica e piani per migliorare le misure militari statali e locali. Le rimostranze popolari che hanno dato origine ai movimenti estremisti vanno meglio affrontati. Questi non sono passi che gli Stati Uniti dovrebbero prendere da soli, ma Washington dovrebbe costruire e guidare una coalizione di donatori che lavori con ciascuno dei Paesi colpiti”. Tuttavia, è difficile credere a responsabili politici ed autoproclamati esperti che non prendono in considerazione l’origine della forza dello Stato islamico, l’ampio supporto da parte di certi Stati. Ciò non viene menzionato nell’editoriale, né da politici, pianificatori militari, analisti o altri di di Stati Uniti, NATO o GCC. È un segreto di Pulcinella custodito con cura, con editoriali ripetitivi e notizie come il pezzo della RAND su Fortune. Con i piani di USA-NATO-GCC frustrati in Siria da una formidabile coalizione militare, gli interessi particolari che guidano tale asse inevitabilmente cercheranno di schierare i loro ascari laddove la coalizione non può arrivare. Gli attuali sforzi per dividere e disturbare la stabilità socio-economica e politica dell’Asia serviranno ad inserire terroristi veterani in fugga dalle forze siriano-russo-iraniane in Medio Oriente. Le nazioni emergenti del sud-est asiatico, in particolare, si ritroveranno i focolai di tensione politica locali trasformati in inferni con l’arrivo di elementi dello Stato islamico in fuga. In Myanmar, i terroristi sostenuti da USA e sauditi già tentano di ampliare le violenze nella crisi dei rohingya, probabilmente tentando di creare un pretesto per la presenza militare permanente negli Stati Uniti nel Paese, volta ad incunearsi tra Myanmar e Cina. In Thailandia, infiammando la vecchia insurrezione meridionale trasformandola intenzionalmente da lotta politica a conflitto settario e distruttivo, simile a ciò che ha consumato Libia e Siria, potrebbe aiutare Washington a dominare Bangkok. Una strategia simile è probabilmente già in corso nelle Filippine.
Svelare il mito ed esponendo la vera natura dello Stato islamico e delle altre organizzazioni terroristiche come forze mercenarie al servizio di particolari interessi multinazionali, è il modo più importante, e forse il solo, per proteggersi dall’uso di tali gruppi per ingabbiare geopoliticamente, dividere e distruggere le nazioni. Costruire coalizioni formidabili sia sul campo di battaglia che nell’informazione è essenziale anche per affrontare e battere tali tattiche. Il tentativo di capitolare alla narrazione occidentale, per timore di alienarsi l’opinione pubblica, non elimina la minaccia che i terroristi entrino e distruggano una nazione; ma in realtà incoraggerebbe ulteriormente tali sforzi. Nazioni come la Libia che tentarono di placare gli interessi occidentali, aderendo alla cosiddetta “Guerra al Terrore”, non esistono più come Stati. Nei prossimi mesi, la pressione crescerà sugli agenti occidentali che operano in Siria e Iraq, ed editoriali come quello di Fortune si moltiplicheranno. E’ importante esporre ciò che l’occidente tenta di ritrarre come inevitabile ritirata, condotta esclusivamente da organizzazioni terroristiche, quale autentica evacuazione attuata dagli occidentali per rischierarle.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok , in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bin Salman e Netanyahu guidano Jabhat al-Nusra

Nasser Kandil, Top News/al-Bina  – Muna Alno-Nakhal, Reseau International, 22 marzo 2017

In generale, l’opinione pubblica occidentale sa che le mentono sulla Siria, ma non sa la verità.
Dr. Bashar al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, 20 marzo 2017, ai media russi.

Il 14 marzo Donald Trump riceveva il viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Salman. Il giorno dopo Damasco veniva colpita da due attentati estremamente letali, a meno di due ore di distanza, uno nel palazzo di giustizia, nelle ore di punta, l’altro in un popolare ristorante affollato nella parte occidentale della città. Non c’è bisogno di chiedersi, ancora una volta, dell’indifferenza strabordante dai media umanitari occidentali. Allo stesso tempo, si ebbe la terza sessione dei colloqui di Astana, boicottata dai capi delle fazioni armate della cosiddetta opposizione moderata presente nelle precedenti due sessioni, il cui garante è la Turchia secondo l’accordo tripartito tra Russia, Iran e Turchia, che aveva portato all’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 29 dicembre 2016 e adottato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2336 del 31 dicembre 2016. Il 16 marzo 2017, Nasser Kandil commentava questi eventi con una certa preveggenza.
La coincidenza della visita di Muhamad bin Salman a Washington con le esplosioni mortali a Damasco, i colloqui ad Astana 3 in assenza dei capi delle fazioni militari e le dichiarazioni russe su soggetti esteri che influenzano affinché non si risolva la crisi siriana, non è casuale. Risentimento saudita per la monopolizzazione dei gruppi armati del governo turco di Erdogan, relegando l’Arabia Saudita al ruolo di finanziatore, insieme alla Turchia non più un così attraente alleato, per il disaccordo statunitense-turco sulla guerra in Siria e l’uso di tutte le carte a suo favore, pur di sbarazzarsi dei curdi, al punto di osare aderire all’accordo tripartito con Mosca e Teheran. Al contrario, a Riyadh, l’alleanza con Israele ha il vantaggio di permettere a Washington di dividere la guerra tra Siria meridionale e settentrionale, dando la priorità l’attacco all’Asse della Resistenza e all’Esercito arabo siriano, rispondendo alla volontà di Donald Trump di “vietare qualsiasi influenza iraniana” nella regione. Bin Salman quindi si recava a Washington portando col bagaglio le credenziali insanguinate dagli attentati terroristici a Damasco e il nuovo boicottaggio di Astana 3 delle fazioni terroristiche, dicendo che la priorità in Siria è a sud e non appartiene più ai turchi. Di qui la proposta a Trump di accordarsi sulla sicurezza con la Russia e soprattutto di non interessarsi alla soluzione politica globale della crisi siriana. Il piano che bin Salman ha proposto a Washington si riduce a: “La guerra in Siria del Nord contro lo SIIL è vostro affare, la guerra nel sud della Siria contro l’Asse della Resistenza è un nostro e vostro affare“.
Il 17 marzo, la Prima Dichiarazione dell’Alto Comando delle Forze Armate siriane faceva sapere che, mentre l’Esercito arabo siriano continua l’offensiva contro lo SIIL ad est di Palmyra: “Quattro aerei da guerra israeliani penetravano nello spazio aereo siriano intorno alle 02:40 su al-Buraj, dal territorio libanese, e hanno preso di mira una postazione dell’Esercito arabo siriano presso Palmyra, ad ovest di Homs. La nostra contraerea reagiva e abbatteva uno degli aerei sui territori occupati, e colpiva un secondo aereo, costringendo gli altri a fuggire. Tale aggressione palese del nemico sionista è volta a sostenere le bande terroristiche dello SIIL, cercando disperatamente di sollevarne il morale crollato e offuscare le vittorie dell’Esercito arabo siriano contro le organizzazioni terroristiche. L’Alto Comando del nostro Esercito è deciso a contrastare qualsiasi attentato sionista in qualsiasi parte del territorio della Repubblica araba siriana e risponderà con ogni mezzo possibile”. Il governo israeliano lo negava, ma la reazione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, due giorni dopo, suggeriva il contrario a molti analisti, come Nasser Kandil, che tornava sul caso ampiamente riportato dai media, tuttavia, evidenziandone il legame col massiccio attacco di diverse fazioni asservite ad al-Nusra (alias Fatah al-Sham/Tahrir al-Sham] del 19 marzo, fermato dall’Esercito arabo siriano con centinaia di terroristi circondati nella periferia di Jubar, Qabun e Duma: “Negli ultimi sei anni, i turchi erano i più presenti sulla scena della coalizione contro la Siria, dietro facciate che crollate una dopo l’altra, rivelano infine, nell’ultimo scorcio di guerra, i veri volti dei mandanti. In effetti, l’alleato statunitense che aveva ritirato la flotta del Mediterraneo per evitare di una guerra senza sapere come finirla (in riferimento alla famosa notte del 30 agosto 2013), è riapparso sulla scena siriana una volta che la “guerra al terrorismo” diveniva una comoda copertura che gli riserva un ruolo “calcolato” sia nell’escalation che in qualsiasi soluzione o sistemazione politica. Così, lasciava condurre tale guerra agli alleati israeliani e sauditi, secondo l’equazione che ne mette in gioco la loro sopravvivenza, così come l’alleato turco che suona tutte le corde. Nascondendosi così dietro la maschera del trio israelo-saudita-turco per appropriarsi dei benefici delle tre comparse, e scaricandone i costi su ciascuna di esse”.
Il trio israelo-saudita-turco che ha infiltrato le due versioni di al-Qaida in Siria (SIIL e al-Nusra), le ha schierate su tutti i fronti, finanziandole, armandole e dirigendole nascondendosi dietro la maschera di al-Qaida, a sua volta mascherata da cosiddetta opposizione siriana. Questo, ben sapendo che la carta di al-Qaida è politicamente impraticabile e che l’organizzazione terroristica potrebbe rivoltarglisi, perché è la loro unica risorsa sul campo, essendo la scadente opposizione siriana incapace, anche per solo un’ora, di affrontare l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati. Uno degli indicatori dell’ingresso in quest’ultimo scorcio di guerra è il coinvolgimento diretto dei “grandi attori”; poiché le maschere sono cadute, non v’è più spazio per gli errori e né possibilità di scommettere su piccoli attori davanti l’enormità dei problemi. In effetti, al-Qaida opera apertamente senza nascondersi dietro una presunta opposizione; al-Nusra e Faylaq al-Rahman rivendicano ufficialmente l’attacco a Dara, al-Qabun e Jubar a Damasco; ed ecco Israele altrettanto apertamente compiere un raid aereo sulle postazioni dell’Esercito arabo siriano e degli alleati presso Palmyra con il pretesto chiaramente falso di distruggere un convoglio di Hezbollah. In realtà, l’azione israeliana mirava ad evitare che l’Esercito arabo siriano prendesse la sponda meridionale dell’Eufrate, mentre quella settentrionale è per metà occupata dallo SIIL che cerca d’invadere l’altra metà, battendo i curdi e l’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur. Chiaramente, l’obiettivo degli israeliani era ritardare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano sull’Eufrate, in modo che i gruppi dell’opposizione armata (raggruppati nel cosiddetto “nuovo esercito siriano”), che hanno addestrato per tale scopo, raggiungano la riva sud del fiume dopo aver attraversato il confine giordano e iracheno; tali gruppi, già utilizzati dagli statunitensi nelle battaglie di al-Tanaf, al confine siriano-iracheno, hanno fallito. In questo caso, ci si aspetta che attraversino il deserto siriano fino all’Eufrate, raggiungendo i curdi discesi da Hasaqah, quando gli statunitensi daranno l’ordine. Così sperano di tagliare la strada per Dayr al-Zur all’Esercito arabo siriano, inserendovi gruppi armati guidati da statunitensi ed israeliani, e allo stesso tempo spezzare il triangolo che ha consolidato tra Tadaf (città nel nord della Siria, a sud di al-Bab, liberata il 26 febbraio 2017), Palmyra e Dayr al-Zur.
Il fallimento del raid israeliano per via della risposta schiacciante dei siriani, che ha portato il confronto al livello “strategico”, ben al di là delle proiezioni del governo di Benjamin Netanyahu, e la risposta russa al raid, limitano lo spazio di manovra d’Israele, aumentando il livello del confronto e mettendo alla prova le relazioni USA-Russia in una situazione che toglie ogni possibile futuro ruolo d’Israele nello spazio aereo siriano. Poiché gli statunitensi hanno permesso agli israeliani di effettuare il raid, consegnandogli le chiavi dello spazio aereo siriano e consentendogli di volare sulla scia dei loro aerei, dopo aver effettuato un raid sulle posizioni di al-Qaida ad ovest di Aleppo (cioè, si sono presi il permesso di sorvolo sul territorio siriano concesso dai russi agli aerei degli Stati Uniti, grazie al coordinamento istituito per evitare le collisioni in volo). Il risultato è che la manovra USA-Israele, che avrebbe reso un servizio tattico agli israeliani, permettendogli di contare sull’equazione siriana, rischia d’isolarli. Da qui la necessità per i sauditi di salvare la situazione con Jabhat al-Nusra, intensificandone gli attacchi terroristici contro Damasco per evitare che gli israeliani siano tentati di ritirarsi e, soprattutto, convincere gli statunitensi di poter ancora cambiare la situazione completando le azioni del partner israeliano. Pertanto, gli statunitensi dovrebbero dare il tempo alla coppia israelo-saudita di condurre la guerra nel sud della Siria, contro lo Stato siriano e i suoi alleati, lungi da qualsiasi collaborazione con i russi o accordo o disaccordo con i turchi nel nord della Siria. Inoltre, i principali media sauditi e i capi delle delegazioni della presunta opposizione siriana del “Gruppo di Riyadh”, a Ginevra o Astana, non hanno condannato gli attentati terroristici o nascosto che le brigate di al-Nusra e Faylaq al-Rahman ne fossero gli autori. Come non nascondono che il momento scelto per attuarli è volto ad evitare che l’Esercito arabo siriano raccolga i frutti della “guerra dei missili” con gli israeliani.
Gli attori si muovono apertamente. Ora Israele e Siria sono faccia a faccia. Tutti gli altri sono solo tirapiedi!Nasser Kandil è un politico libanese, ex-vicedirettore di Top News-Nasser Kandil e redattore del quotidiano libanese al-Bina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

PsyOps: il Pentagono testa le capacità dell’omologo russo

Valentin Vasilescu, Rete Voltaire, Bucarest (Romania), 20 marzo 2017

Ai primi di febbraio 2017 grandi manifestazioni scossero la Romania. Eppure, mentre i media internazionali annunciavano l’imminente caduta del governo di Sorin Grindeanu, non successe nulla. Valentin Vasilescu, esperto militare ed attivista dell’opposizione, spiega che tali eventi furono organizzati dalle PsyOps dell’esercito rumeno e del Pentagono per testare la penetrazione degli omologhi russi nel Paese. Ciò evidenzia lo sviluppo delle PsyOps russe, ora in grado, a questo livello, anche di competere con la NATO.

Cos’è la PsyOps?
CIA (Divisione Operazioni Segrete) e Pentagono (Direzione Operazioni e comando delle forze speciali di) hanno adottato nuove tecnologie per combattere, estendendo il confronto militare in ambienti non convenzionali (informativo, psicologico, ecc), portando alla nascita di nuove modalità per azioni specifiche in questi ambienti, così come la creazione di forze non convenzionali. Le campagne del XXI secolo sono andate oltre lo stadio in cui i soldati si uccidono a vicenda. Per quanto riguarda le operazioni d’informazione, non vi è la distruzione fisica del nemico ma la ricerca dell’influenza e del controllo della sua mente. Il danno causato dalle PsyOps si riflette sui cambiamenti cognitivi e mentali. Le operazioni d’informazione non si rivolgono agli individui, ma più in generale alle persone di aree geografiche definite. Gli assalti informativi più elaborati sono chiamati di “seconda generazione”: l’esercito controlla ampiamente l’infrastruttura dell’informazione dello Stato preso di mira per destabilizzarlo tempestivamente e con sicurezza. Anche se lo Stato applica misure di protezione psicologica, sono generalmente inefficaci nel contrastare tali attacchi.

Le PsyOps come strumento per innescare gli sconvolgimenti sociali
Nel corso della manifestazione contro Nicolae Ceau?escu ordinata il 21 dicembre 1989 dal Comitato centrale e che precedette il colpo di Stato in Romania, le strutture dell’esercito romeno specializzate nella guerra psicologica spezzarono la radunate inducendo nella folla uno stato di agitazione e panico creato con potenti altoparlanti. Il suono nella manifestazione fu fornita dall’esercito, con 10 veicoli disposti in modo da non essere visibili, ma secondo un angolo il cui eco producesse il suono desiderato sulla piazza. Questi blindati da trasporto e veicoli militari furono dotati di apparecchiature che emettono una forte vibrazione a bassa frequenza. La struttura dell’esercito rumeno a cui appartenevano si chiamava “Sezione Tecnica PsyOps per la propaganda speciale”. Nel frattempo, sempre più i microprocessori a basso costo avanzano la tecnologia dell’informazione, in particolare in applicazioni come televisione via cavo, cellulari e rete Internet. Questo tipo di tecnologia fu accompagnata dalla creazione e organizzazione di molti gruppi presuntamente spontanei e ricreativi, i cui membri possono disperdersi in luoghi diversi. Il fenomeno nacque in occidente e fu denominato Smart Mobs (comunità intelligente). Usarono questi gruppi per realizzare azioni rapide e tempestive come il Mobs Flash; la comunità intelligente può riunirsi rapidamente in un luogo pubblico per tenere una breve dimostrazione e disperdersi altrettanto rapidamente. Internet, Twitter e Facebook sono i canali pubblici per la trasmissione di dati, niente di più. Gli utenti hanno già maturato esperienza nell’utilizzo di Twitter e Facebook. Ma gli eserciti hanno anche considerato la possibilità di disturbare o peggio, ingannare.

Attuazione delle PsyOps a Piazza della Vittoria?
Alcune fonti dicono che gli eventi in Romania nel 2017 furono istigate dalle PsyOps nazionali. L’intera operazione fu effettuata attraverso reti sociali e virali, riuscendo a radunare più di 600000 rumeni in dieci grandi città. La ricetta utilizzata sembra essere la stessa dell’evento che riunì più di 100000 di persone, il 21 agosto 1968, per condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. La decisione di tenere tale dimostrazione in opposizione a Mosca aveva bisogno del sostegno popolare. La Securitate poi utilizzò gli esistenti canali radio e televisivi per preparare psicologicamente le persone e far sì che il raduno si svolgesse sulla Piazza del Palazzo di fronte al Comitato centrale. La cosa ironica delle manifestazioni rumeni nel 2017 è che, senza apparentemente cellulari, i ricchi s’impegnarono particolarmente in un Paese che ha più di cinque milioni di poveri. Parlavano pacificamente, proiettando fasci laser con slogan sugli edifici in un’atmosfera da carnevale. Comportamento che contrasta nettamente con quella di una vera rivoluzione in cui le persone sono costrette a scendere in piazza e ad usare violenza, perché non sono soddisfatti i loro bisogni primari (cibo, vestiario, ecc). Quindi, a differenza delle proteste della “primavera araba”, in Romania sembra sia stato pianificato in modo che non vi fosse alcuna interferenza esterna, rimanendo sotto controllo e completandole. Anzi, probabilmente rimasero sotto il controllo permanente delle strutture PsyOps nazionali. Tutto è accaduto non come se si volessero rovesciare le istituzioni, ma come se si cercasse di misurare la penetrazione nella popolazione delle strutture PsyOps straniere, cioè russe. Questi eventi hanno inoltre verificato la capacità di mobilitare la popolazione, se una situazione come quella della Cecoslovacchia nel 1968 si verificasse. Se si conferma questa ipotesi, l’unica domanda interessante sarebbe: il partito partito socialdemocratico (PSD) faceva parte di questa operazione o no?
Si noti la presenza di troupe di CNN, al-Jazeera, CCTV (China Television) e BBC, che trasmisero in diretta. Anche Russia Today era presente con Nikolaj Morozov, che aveva riportato gli avvenimenti del dicembre 1989. Non c’è dubbio che queste troupe avessero a che fare con gli specialisti delle PsyOps che seguirono e sorvegliarono per essi i dettagli dell’operazione. In ogni operazione militare, e quindi in qualsiasi PsyOps, c’è una catena di comando. Analizzando con attenzione i messaggi Twitter e Facebook, si scoprono i “nodi della rete”, vale a dire il personale coinvolto nell’operazione, addestrato ai metodi di controllo della folla per creare un contagio virale tra gli individui più disparati. Gli specialisti delle PsyOps hanno un’istantanea della situazione sul terreno. In questo modo, il personale può individuare facilmente gli “opinion leader”, coloro che influenzano gli altri. Così decidono di informarli del piano o tenerli all’oscuro di ciò che accade. Perciò alcuni media romeni evitarono dettagli rivelatori delle PsyOps o volontariamente li interpretarono erroneamente per camuffarne gli autori.

Gli Stati Uniti hanno stabilito in Romania la più efficace struttura PsyOps della NATO
Le istituzioni rumene non hanno la capacità di organizzare qualcosa? In Romania, Stato membro della NATO, al confine orientale, il Pentagono ha creato la struttura PsyOps più efficiente dell’Alleanza. Lo Special Operations Command (SOC) delle forze di terra dell’esercito romeno comprende tutte le strutture in grado di eseguire ogni tipo di missione non convenzionale in Romania e all’estero. La gestione delle azioni psicologiche (PsyOps) è l’elemento subordinato più importante al COS e opera nel Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore. E’ composto dal Servizio di analisi e valutazione obiettivi, dal Servizio di pianificazione e gestione delle operazioni psicologiche e dal Servizio d’influenza psicologica del nemico. Un Centro per le operazioni psicologiche fu istituito con i migliori docenti in sociologia, ricercatori in psicologia, registi della televisione, esperti di relazioni pubbliche, istruttori delle PsyOps statunitensi, ecc. In Afghanistan, i militari rumeni, in realtà truppe di occupazione, stampavano e distribuivano ai residenti la rivista Sada e-Azadi (“Voce della Libertà”), per 400000 copie, con articoli in tre lingue: inglese, dari e pashto. Crearono anche una stazione radio omonima che trasmetteva non-stop.Le forze speciali, un’estensione delle PsyOps
Dopo la guerra del Vietnam, durante cui si sperimentarono i rudimenti delle PsyOps, l’esercito statunitense creò, oltre ai quattro rami (Terra, Aviazione, Marina e Marines), un comando per le operazioni speciali (US Special Operations Command). Noti come “Berretti verdi”, i suoi soldati sono organizzati in cinque gruppi assegnati a ciascuno dei cinque comandi continentali (EUCOM, CentCom, AFRICOM, PACCOM, SOUTHCOM). Addestrati nelle lingue e nei costumi dei popoli della regione a cui sono assegnati.

Le PsyOps e le operazioni speciali sono utilizzate per i colpi di Stato
La guida alla lotta nonviolenta in 50 punti, messa a punto dal colonnello Robert Helvey, fu alla base di tutte le “rivoluzioni colorate”, in particolare nell’ex-Unione Sovietica. Robert Helvey iniziò la carriera nelle PsyOps durante la guerra del Vietnam, poi fu assistente di Gene Sharp all’Albert Einstein Institution. Nel suo libro descrive i metodi utilizzati dai professionisti delle dimostrazioni per superare la paura e subordinare le emozioni della folla. Gene Sharp, il colonnello Robert Helvey e il colonnello Reuven Gal (direttore delle operazioni psicologiche delle Forze di Difesa Israeliane) organizzarono congiuntamente numerosi tentativi, a volte con successo, di “cambio di regime”. Dopo l’acquisizione da parte di Hugo Chávez di un articolo di Thierry Meyssan che rivelava questo sistema, l’Albert Einstein Institution lasciò il posto al Centro per la Nonviolenza Applicata (Canvas) con sede in Serbia e all’Accademia del cambiamento, con sede in Qatar.
Le forze delle operazioni speciali eseguono attività considerate “antiterrorismo” dallo Stato da cui dipendono. Ma a volte la situazione richiede che il comando militare adotti una posizione difensiva per, dopo un breve periodo, creare le condizioni per passare all’offensiva. In effetti, un servizio segreto di uno Stato può compiere un “cambio di regime” in un Paese straniero, vale a dire… un’operazione terroristica. Il 7 aprile 2009, Chisinau (Moldavia) affrontò un tentativo di colpo di Stato che portò alla caduta del governo comunista avviando le elezioni anticipate e installando un governo filo-occidentale. Le forze di sicurezza ricorsero alla violenza, sia per delegittimare gli organizzatori esterni del colpo di Stato che i responsabili interni della stessa. Era necessario che a tutti i costi ci fossero distruzioni e vittime per spingere la rivolta a vendicarsi della polizia.

Conclusioni
Se si conferma questa ipotesi, quale pericolo imminente spingerebbe le istituzioni rumene ad utilizzare le PsyOps a Piazza della Vittoria? Per la Romania, si suppone che la vicinanza alla Russia rappresenti il rischio maggiore. Se dal crollo dell’Unione Sovietica le PsyOps sarebbero state insignificanti, dopo euromaidan a Kiev, nel 2014, la loro importanza è aumentata in modo esponenziale. Intervenendo alla Duma di Stato il 21 febbraio 2017, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu riconosceva di aver moltiplicato più volte le strutture specializzate nelle operazioni d’informazione. Ora hanno un carattere offensivo secondo i modelli esistenti delle PsyOps dell’US Army. Queste strutture sono più efficienti e più potenti delle vecchie strutture responsabili della contropropaganda. L’operatività delle nuove strutture PsyOps russe fu testato nelle esercitazioni militari Kavkaz-2016, tenutesi il 5-10 settembre 2016. Un ruolo importante fu quello del Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore Generale delle strutture PsyOps, degli Spetsnaz e delle unità di guerra cibernetica e radioelettronica. L’esercito russo ha diversi gruppi di PsyOps divisi tra quattro comandi strategici (ovest, sud, centrale e est). Questi gruppi hanno divisioni specializzate per tutti i Paesi nelle immediate o lontane vicinanze della Russia. Le strutture PsyOps collaborano con sette brigate delle forze per operazioni speciali (Spetsnaz), ed entrambe le strutture sono subordinate al GRU. Integrando le tecnologie moderne delle PsyOps disponibili nell’esercito russo, Mosca potrà anche eseguire in tutto il mondo operazioni di quarta generazione per distruggere, smantellare e paralizzare la potenza di uno Stato nemico.
In Crimea e Donbas la Russia ha impiegato la guerra ibrida; un tipo di conflitto militare sviluppato nei propri centri di strategia militare. La guerra ibrida utilizza spesso intermediari, ovvero militari in borghese o senza distintivi, non riconosciuti ufficialmente, travestiti da attori non statali, come ad esempio gli “omini verdi”. La componente militare viene usata il tempo necessario per suggerire un’invasione. Secondo il generale Philip Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, la Russia può creare no-fly zone impermeabili a tutti i mezzi della NATO (Anti-Access/Area Denial – bolla A2/AD). Il sistema automatizzato C4I (comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence ed interoperabilità) russo è una componente del sistema da guerra informatica di tipo ELINT (Electronic Intelligence). Il materiale Borisoglebsk-2 collegato ai satelliti russi, scansiona e registra le informazioni sul traffico (tutti i canali) delle istituzioni della sicurezza nazionale di uno Stato. Questa apparecchiatura utilizza esche elettroniche per rimuovere il traffico o saturarlo con informazioni false. Un altro equipaggiamento da guerra elettronica, Krasukha-4, offusca i radar terrestri, navali, aerei e su satelliti militari e civili (anche quelli per le comunicazioni o la trasmissione dei canali televisivi). L’essenza della guerra ibrida inizia con l’identificazione dei punti deboli e delle vulnerabilità del nemico per sfruttarli creando realtà alternative, attraverso trasmissioni TV, internet e soprattutto reti sociali. La guerra ibrida può essere un’estensione del sistema militare nel sistema sociale, economico e politico dello Stato preso di mira, inoculando una percezione predefinita che riflette la visione russa dello sviluppo di eventi e fatti. Il primo risultato è l’indebolimento della volontà e del sostegno delle persone ad istituzioni o capi dello Stato presi di mira. Dopo aver creato le condizioni per lo sconvolgimento del sistema sociale e paralizzato la capacità di comunicare tra loro e le istituzioni della sicurezza nazionale, la Russia potrebbe procedere alle PsyOps: come scatenare manifestazioni pacifiche, come quelle a Bucarest nel 2017, o dimostrazioni violente che coinvolgano le forze speciali (Spetsnaz), sul modello della “primavera araba”, quando l’obiettivo è rovesciare un governo filo-occidentale e installarne un filo-russo.
La Russia si dice ora pronta ad innescare operazioni psicologiche (PsyOps) all’estero. Le PsyOps, come strumento per cambiare le sfere d’influenza senza invasione militare, non sono più monopolio degli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora