Lezioni dalla crisi brasiliana

Lo scienziato politico Dmitrij Evstafiev sui “limiti del potere” degli USA
Izvestija, 24/05/2016 – Southfront

2013-06-18T120026Z_1_CBRE95H0XCV00_RTROPTP_2_BRAZIL-PROTESTSProfessore dell’Università Nazionale delle Ricerche – Scuola Superiore di EconomiaIl colpo di Stato di destra in America Latina, senza dubbio ha un significato globale, cambiando radicalmente la mappa politica del mondo nel prossimo futuro. E’ discutibile che gli Stati Uniti, non senza difficoltà, abbiano eliminato il famigerato “piano boliviano” trascurando il controllo della situazione politica nel “cortile di casa”. Se togliamo dalla questione come l'”alternativa boliviana” sia una realtà e quanto limitata ne siano state le PR, e se togliamo dal dibattito se la Russia poteva apparentemente “salvare” un regime amico, cercheremo di tracciare diverse conclusioni dalla situazione, al di là delle specifiche “caratteristiche regionali”. E se nessuno dubita della presenza della “mano di Washington” in America Latina, vedremo in Russia e nel mondo ciò che ha dimostrato l’amministrazione statunitense. Questi sono gli attuali “limiti del potere” degli Stati Uniti. Innanzitutto, gli USA mantengono la capacità di manipolazione politica ed economica globale, ma Washington ha solo risorse organizzative sufficienti per un paio di grandi operazioni alla volta. Si noti in parallelo al cambio dei regimi di “sinistra” in America Latina, laddove a prescindere dalla retorica “Bolivariana” hanno mantenuto quasi tutti i sistemi mediatici, gli statunitensi potevano agire attivamente solo sull'”orientamento atlantista”, controllando importanti organizzazioni politiche ed economiche (ad esempio la NATO). Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dovuto attuare la “primavera araba” e i piani di rafforzamento del controllo sui governi dello spazio post-sovietico, tuttavia le loro manovre anticinesi sono limitate principalmente alle manipolazioni dei mercati finanziari e all’intensificarsi della propaganda. Anche con la Russia, dopo minacce e pressioni politiche vacue del 2014, Washington ha dovuto iniziare a parlare cortesemente. In secondo luogo, gli Stati Uniti non hanno i mezzi per cambiare i regimi “una volta per tutte” neanche in America Latina. Le operazioni per neutralizzare un “colpo di sinistra” nella regione furono effettuate per oltre un anno e mezzo, e difficilmente sarebbero riuscite senza la catastrofica caduta dei prezzi delle materie prime. E anche nel caso dell’Argentina, per esempio, si doveva evitare qualsiasi attività manipolativa “violenta” o aperta, in attesa di un “vero e proprio” cambio di governo. In ogni caso, non si può parlare di sorprese strategiche. Gli Stati Uniti hanno abbastanza risorse organizzative per cambiare praticamente qualsiasi regime ostile, ma farlo richiede molto tempo, pianificazione accurata ma ancora più importante, è costoso. In ultima analisi, Washington dovrà aiutare sul serio i suoi pupazzi affinché non falliscano, altrimenti l'”onda di ritorno”, in particolare in Brasile, può trasformarsi in uno tsunami.
In terzo luogo, anche in America Latina gli Stati Uniti non potevano permettersi un intervento diretto o un colpo di Stato militare. Sono stati costretti ad agire col sostegno della società civile, anche se avessero avuto tutti i mezzi, almeno in Argentina, Venezuela e anche Bolivia per attuare un altro “colpo di Stato militare”. Tale variante gli avrebbe consentito, nell’arco di diversi anni, di ristabilire la reputazione di “poliziotto mondiale”, capace di mettere a “sangue e ferro” per assicurarsi i propri interessi. Tuttavia, gli Stati Uniti sono costretti ad affidarsi a forze interne ed interessi economici e sociali che i “regimi di sinistra” hanno alienato. Ma soprattutto, Washington s’è allontanata dal modello delle “rivoluzioni colorate”. La legittimità dei processi politici è diventata componente importante della strategia statunitense, anche in Venezuela, dove esistono già tutti i presupposti per una classica “rivoluzione colorata” o comparsa di qualche “giunta patriottica”. E tale cambiamento dovrebbe probabilmente essere visto come cruciale.
In quarto luogo, il declino dell'”alternativa boliviana” è avvenuta non solo perché gli Stati Uniti hanno “rovesciato” regimi non leali. Per parafrasare un classico: un governo non può essere rovesciato se non vacilla. Le elezioni in Argentina e le massicce manifestazioni in Brasile e Venezuela hanno dimostrato tendenze reali nell’opinione pubblica. Il principale fattore di cambiamento politico è l’incapacità dei regimi locali di costruirsi il sostegno pubblico che avrebbero potuto avere con le loro operazioni sociali, comportando la ridistribuzione della “rendita delle risorse” verso relazioni economiche durevoli. Ahimè, la rendita è stata per lo più “mangiata” e non ha dato a Venezuela o Brasile nuove relazioni economiche o una rinnovata crescita economica durevole. Molto probabilmente molti sostenitori aperti delle autorità, anche se non sono passati all’opposizione, in qualche modo si sono “dispersi”.
In quinto luogo, lo strumento chiave utilizzato dagli Stati Uniti negli ultimi anni contro i regimi indesiderati si è rivelata la guerra alla corruzione. Gli Stati Uniti hanno mostrato la capacità d’incorporare aspetto interno e globale della guerra alla corruzione al processo politico. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno preso su di sé le funzioni di pubblico ministero e giudice; è improbabile che nel prossimo futuro qualcuno possa rimuoverli dal podio della lotta alla corruzione. Specialmente quando si considerano le caratteristiche della situazione economica nel mondo. Così, nei prossimi anni aumenterà la pressione su Russia e alleati. Gli statunitensi hanno accumulato una ricca “banca dati fattuale”. E per aumentare la stabilità di un regime si dovranno tagliare i “legami” tra malcontento verso la corruzione nel Paese e pressione anticorruzione interna globale. In questo modo, la strategia per “nazionalizzare l’elite”, definita a suo tempo da Vladimir Putin, diventa una questione di sicurezza nazionale. Per la Russia, tuttavia, va considerato il seguente fatto: quando il problema dei regimi infedeli in America Latina perderà urgenza per gli Stati Uniti, appariranno modifiche nelle loro risorse organizzative e politiche, sufficienti a garantirsi che gli statunitensi possano prestare maggiore attenzione allo spazio post-sovietico. Pertanto, anche col coinvolgimento degli Stati Uniti nel suo spettacolo pre-elettorale, che questa volta potrebbe divenire una vera e propria lotta, va ricordato che il periodo di “pausa pacifica” per l’élite russa giungerà al termine. Quale altra lezione di strategia ci ha dato il crollo dell'”alternativa boliviana”? Credo che sia l’insieme di seguenti elementi: il crollo della “alternativa boliviana” è il crollo dei tentativi d’integrazione, e preservando a stessi, élite e Paesi nel sistema economico e di relazioni politiche USA-centriche, la PaxAmericana, delle “condizioni decenti”. Attualmente gli USA non negoziano “condizioni” con alcuno. Gli USA di oggi sono troppo deboli per farlo, hanno bisogno di alleati senza condizioni, senza fastidi e senza idee.article-2344628-1A682B90000005DC-579_634x488Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I padroni sauditi di John McCain

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/05/2016johnmccain-alqaedasyria-copyJohn McCain non riesce a credere ai sondaggi che mostrano che solo il 35 per cento dei suoi camerati repubblicani dell’Arizona crede che faccia un buon lavoro al Senato degli Stati Uniti. Le primarie repubblicane per il Senato mostrano McCain in seria difficoltà nel suo partito contro il senatore dello Stato Kelli Ward. McCain ha deriso Ward chiamandolo “Chemtraill Kelli” perché aveva sollevato interrogativi sulle attività del governo degli Stati Uniti nella “geo-ingegneria” seminando nell’atmosfera sostanze che alterano il clima. Quando si tratta di “complotti” Ward non è da meno di McCain, il cui istituto non-profit, col suo nome, ha accettato una donazione di 1000000 dollari dall’ambasciata saudita, questo marzo. McCain è stato uno dei pochi senatori degli Stati Uniti ad esprimere gravi riserve sul passaggio al Senato del Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) che consentirebbero alle vittime del terrorismo di Stato di citare in giudizio i governi coinvolti in tali atti. La normativa è chiaramente rivolta contro l’Arabia Saudita per il ruolo di membri chiave del suo governo negli attacchi dell’11 settembre 2001. McCain ha detto di temere che la legge allontani l’Arabia Saudita e mini le alleanze degli USA in Medio Oriente. McCain ha sepolto la testa sotto la sabbia saudita nel caso del sostegno dei sauditi a terroristi di ogni colore, al-Qaida, Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Fronte al-Nusra e taliban in Pakistan e Afghanistan. McCain ha anche agito per garantirsi che l’amministrazione Obama non declassificasse le 28 pagine chiave dell’inchiesta congiunta del 2002 del Congresso sul fallimento dell’intelligence che comportò gli attacchi dell’11 settembre. Vuole fortemente che le 28 pagine rimangano classificate perché implicano chiaramente i vertici del governo saudita nel supportare i dirottatori arabi negli Stati Uniti. Nel 2014 McCain in realtà ne elogiò uno, che secondo la relazione parlamentare congiunta avrebbe dato aiuto materiale ai dirottatori, l’ex-ambasciatore saudita negli Stati Uniti principe Bandar bin Sultan. Apparendo sulla CNN, McCain proclamò, “Grazie a Dio per i sauditi e il principe Bandar”. Nello stesso tempo la Fondazione McCain Institute, ramo senza scopo di lucro per la raccolta di fondi del McCain Institute for International Leadership nell’Arizona State University, ricevette una donazione di 1 milioni di dollari dalla Reale Ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington, DC.
john-mccain-senator Per l’Arabia Saudita, McCain è il suo uomo. Come presidente della potente Commissione Servizi Armati del Senato, McCain è la chiave di volta nella vendita di armamenti avanzati degli Stati Uniti a sauditi e Stati del Golfo alleati. C’è poca trasparenza tra McCain e sauditi sulle questioni mediorientali. McCain ha sostenuto attivamente l’intervento militare degli Stati Uniti nella guerra civile siriana dalla parte delle forze jihadiste. McCain entrò illegalmente in territorio siriano dalla Turchia per incontrare i capi dei terroristi siriani, tra cui alcuni affiliati a SIIL e al-Qaida. McCain elogia anche la campagna genocida saudita nello Yemen contro i ribelli huthi. McCain in realtà ha detto che lo Yemen avrebbe affrontato un destino ancora peggiore se l’Arabia Saudita non interveniva nella guerra civile, lodando gli “sforzi” del re saudita Salman nello Yemen, mentre si scaglia contro il Presidente siriano Bashar al Assad per aver commesso “atrocità” contro il popolo siriano. McCain non tiene conto del fatto che i sauditi commettono un genocidio nello Yemen, con una campagna che colpisce volutamente ospedali, orfanotrofi, mercati affollati e moschee. McCain è un forte sostenitore a che Arabia Saudita e Israele decidano congiuntamente il futuro degli USA in Medio Oriente. McCain sottoscrive essenzialmente il mito dei guerrafondai neo-conservatori che gli USA debbano sostenere gli alleati problematici Riyadh e Gerusalemme, così come il governo neo-ottomano della Turchia, per garantirsi la posizione nel Medio Oriente. Tale posizione non solo ha fatto guadagnare all’“Istituto” di McCain presso l’Arizona State University un milione di dollari sauditi, ma le sue casse elettorali sono state saziate dal generoso contributo del fondo avvoltoio del miliardario sionista Paul Singer e della NORPAC, nota società di lobbying che rappresenta gli interessi del governo israeliano. Dopo che il contributo di 1 milione di dollari all’Istituto McCain è stato reso pubblico, McCain, con tipica esplosione sconclusionata, sostenne che non ha nulla a che fare con l’istituto col suo nome. McCain non sa così nulla dell’istituto col suo nome da ospitarne personalmente un convegno annuale nella sua residenza a Sedona, Arizona, partecipando al Sedona Forum del McCain Institute, conclave privato che attirò l’ex-primo ministro inglese Tony Blair, l’ex-segretaria di Stato e presunta candidata presidenziale del Partito democratico Hillary Clinton e l’attrice Demi Moore. McCain ne sa così poco del suo istituto che nel 2014, l’anno in cui l’istituto ricevette il milione di dollari dai sauditi, McCain vi presiedette una sessione sul Medio Oriente con Clinton e il vicesegretario di Stato William Burns. L’insistenza di McCain a non avere nulla a che fare con l’Istituto McCain è smentita dal consiglio di amministrazione pieno di suoi compari, tra cui Rick Davis, presidente nazionale delle campagne presidenziali di McCain nel 2000 e 2008; Lynn Forester de Rothschild, CEO della Rothschild Investment Company LLC; Jeff Immelt, presidente della General Electric; l’ex-CEO di Telstra Solomon Trujillo, che raccolse centinaia di migliaia di dollari per le campagne di McCain, in gran parte considerati “fondi neri”; l’ex-senatore ed arci-neocon Joseph Lieberman, il disgraziato e condannato ex-direttore della CIA e generale in pensione David Petraeus; Don Brandt, presidente della commissione finanze per la campagna del 2016 per la rielezione al Senato di McCain; e Dave Berry, Bob Diamond, Sharon Harper, tutti ricchi membri della Commissione finanze per la rielezione di McCain nel 2016. L’istituto McCain ha anche ricevuto lucrose donazioni da aziende con interessi in Medio Oriente, tra cui Chevron e General Electric. Attraverso la lobby BGR di Washington, l’“Istituto” di McCain ha anche beneficiato di donazioni da Raytheon e Reale Centro Studi e Affari Mediatici saudita. McCain è ora noto come “il senatore Tutto esaurito” presso gli elettori dell’Arizona. McCain, però è peggiore della maggior parte dei politici “in vendita”. Nel suo caso ha adottato la politica di accontentare coloro che parteciparono al peggiore attentato mai commesso sul suolo statunitense.
I marinai che prestarono servizio sull’USS Forrestal, stazionante nel Golfo del Tonchino nel 1967 quando la portaerei subì l’incendio più grave nella storia della marina statunitense, sostengono che fu McCain, eseguendo un pericoloso “avvio bagnato” del motore del suo aviogetto, a causare una serie a catena di esplosioni. McCain si guadagnò il soprannome di “Johnny Avvio Bagnato” per le sue buffonate nella cabina di pilotaggio. Solo il trasferimento immediato di McCain sull’USS Oriskany, su ordine del padre, l’ammiraglio John McCain, lo salvò dal linciaggio dei marinai della Forrestal. Alcuni prigionieri di guerra incarcerati con McCain ad Hanoi, in seguito rivelarono che McCain era noto come “uccello canterino” per come cantava per i suoi secondini nordvietnamiti, fornendogli volentieri sei mesi di futuri piani di bombardamenti statunitensi sul Vietnam del Nord. McCain, come senatore, fu uno dei “Keating Five”, i cinque senatori degli Stati Uniti che accettarono tangenti e prestiti da Charles Keating, in cambio di manovre politiche che portarono al crollo del mercato del risparmio e prestito degli Stati Uniti. Il senatore “Tutto esaurito” McCain è stato un grande rappresentante nel Senato. Tuttavia, non ha rappresentato il popolo dell’Arizona, ma Casa dei Saud, SIIL, al-Qaida, Chevron e ogni truffatore e gangster che gli riempie le tasche da decenni.McCain_Hillary_WarrenLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le esercitazioni cino-tailandesi sfidano il contesto regionale

Christof Lehmann, Nsnbc 22 maggio 201682c28b3823c247398614510258ebb0dcCina e Thailandia avviano l’esercitazione militare congiunta Blue Sky 2016. La cerimonia di apertura s’è tenuta presso la base navale Sattahip di Chon Buri, Thailandia, presieduta dal Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan e dal Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai. Blue Sky 2016 viene avviata nel contesto dello sviluppo di relazioni bilaterali più strette e di varie sfide interne, regionali e geopolitiche. Blue Sky 2016 riguarda l’addestramento congiunto in mare e terraferma, evacuazione da zone colpite da conflitti o danneggiate, così come operazioni antiterrorismo con particolare attenzione all’aiuto alla popolazione. Il Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai detto che l’esercitazione mostra perseveranza e capacità delle Marine dei due Paesi nella lotta al terrorismo e nel mantenendo della pace nella regione. Il Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan da parte sua aveva detto che Blue Skye 2016 rafforza il solido rapporto tra Thailandia e Cina essendo volta ad accrescere la cooperazione tra le due forze attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze. Blue Sky 2016 è la terza del genere, dopo le esercitazioni congiunte Blue Strike 2010 e Blue Strike 2012. La base navale di Sattahip, dove si trova la base del Royal Thai Marine Corps, è la maggiore base navale della Thailandia.

La Thailandia si riorienta dopo la presa del potere dei militari nel 2014, ma resta la necessità della riforma costituzionale
thediplomat_2015-04-27_17-27-21-553x360 Le relazioni bilaterali tra Cina e Thailandia si sono ampliate e consolidate dal 2014, dopo che i militari tailandesi presero il potere dopo mesi di proteste contro il governo di Yingluck Shinawatra dove i manifestanti chiesero che il governo del partito Pheu Thai rispettasse la Costituzione. Alla fine del 2013 i manifestanti del movimento popolare PDRC iniziarono un’ondata di proteste chiedendo la riforma prima delle elezioni. All’inizio del 2014 il movimento ebbe il sostegno di molti coltivatori di riso della Thailandia. Le proteste portarono il Paese a uno stallo. I militanti armati “camicie rosse” del regime Shinawatra e le camicie nere legate al partito Pheu Thai, dall’altra parte, compirono un’ondata di attacchi terroristici contro i manifestanti prima che i militari intervenissero per evitare che il Paese andasse fuori controllo. La deposta premier Yingluck Shinawatra e il partito Pheu Thai ammisero apertamente che governavano il Paese per conto del latitante Thaksin Shinawatra dagli stretti legami con think tank ed alta finanza anglosassoni. Thaksin è ricercato per diverse accuse, tra cui corruzione e repressione che causò diversi decessi. Ammise apertamente sul New York Times che guidava la Thailandia via Skype. La Thailandia ha subito diversi passaggi “democratici” e prese del potere dei militari. I sostenitori della riforma costituzionale sottolineano che la Costituzione della Thailandia porta invariabilmente alla concentrazione del potere nelle mani di una piccola élite finanziaria e di partito, a prescindere da chi sia al potere. Il problema è in altre parole “sistemico”. Il prof. Dr. Amorn Chandarasomboon, ex-segretario generale del Consiglio di Stato della Thailandia, ha illustrato i problemi sistemici, affermando che un sistema veramente democratico deve avere le elezioni. I rappresentanti eletti devono poter svolgere i propri compiti in modo indipendente secondo coscienza e senza controllo esterno. La Costituzione della Thailandia permette l’autocrazia capitalistica nell’ambito di un sistema parlamentare per via di tali tre disposizioni.
1) un parlamentare dev’essere membro di un partito politico.
2) un partito politico può espellere un membro per aver disobbedito a una risoluzione del partito.
3) il primo ministro deve essere membro del Parlamento.
Amorn ha sottolineato che tale sistema politico consente a chi ha soldi di aver il potere assoluto nel governare il Paese come affare privato arrivando alla corruzione. L’amministrazione del generale Prayuth Chan-ocha e la Thailandia devono ancora rispondere all’esigenza della riforma costituzionale. Molti analisti ritengono che la questione se i problemi costituzionali e sistemici saranno affrontati o meno, deciderà se la Thailandia sfuggirà ai cicli di democrazia corrotta e nepotistica, proteste ed interventi dei militari. In particolare i governi statunitensi ed inglesi propagandano l’intervento militare come colpo di Stato mentre i media occidentali in genere descrivono il governo come “giunta militare”. I sondaggi tuttavia suggeriscono che la maggioranza dei cittadini thailandesi considera i militari un’importante istituzione nazionale ed indipendente, importante fattore di stabilizzazione. L’intervento militare del 2014 fu salutato da PDRC e altri sostenitori pro-riforma, dalla famiglia reale, dalla maggioranza della popolazione, dagli importanti Camera di Commercio e Board of Trade e dai dignitari buddisti e cattolici thailandesi. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte della popolazione preferisce un più lungo passaggio per consolidare il Paese piuttosto che un ritorno immediato a un sistema democratico disfunzionale. Coi governi occidentali sempre più ostili verso la Thailandia, Bangkok ha incoraggiato la comunità d’affari e finanziaria ad utilizzare le opportunità date dall’apertura all’economia della Cina. La Thailandia, tuttavia, mantiene una posizione equilibrata facendo del suo meglio nei rapporti con Cina e ASEAN. Bangkok ha inoltre avviato progetti che mirano a una più stretta cooperazione con Russia, Bielorussia e la nuova Unione economica eurasiatica (UEE). La strategia tailandese mira ad equilibrio e relazioni amichevoli con tutti coloro realmente interessati a mantenere la sovranità nazionale. All’inizio dell’anno, per esempio, Bangkok abbandonava il progetto dei treni ad alta velocità cino-tailandese portando avanti da sola la costruzione delle infrastrutture ferroviarie previste. Bangkok ha sottolineato che non poteva essere d’accordo con le richieste cinesi sui diritti di sviluppo esclusivo del suolo lungo la ferrovia.

Denominatori comuni sul terrorismo
Cina e Thailandia si trovano ad affrontare sfide alla sicurezza simili dal terrorismo. Anche se non sono stati riferiti commenti ufficiali espliciti del Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan e del Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai, è lecito ritenere che Blue Sky 2016 in parte affronti tali sfide. In particolare, la Cina è alle prese con gli insorti uiguri nel Xingjian. Nel 2015 la Thailandia espulse circa 100 uiguri per traffico di esseri umani. La rete degli uiguri implicati nel 2015 nell’attentato al santuario di Erawan che uccise 20 persone e ne ferì altre 120, fu processata a Bangkok. I terroristi uiguri dello Xinjiang cinese sono noti per i legami con i “Lupi Grigi” e i servizi d’intelligence turchi e della NATO. Le ONG uigure in Cina sono supportate anche da note facciate della CIA come il National Endowment for Democracy (NED). La Thailandia è tradizionalmente molto tollerante verso le religioni diverse dal buddismo Theravada e le comunità religiose. La Thailandia è, tuttavia, afflitta dal terrorismo islamista nelle regioni dall’alta percentuale musulmana, lungo le coste della penisola, di Trang, Krabi, Phuket, Ranong, Nakkon Si Thammarat e Surat Thani. Analisti della sicurezza, dei servizi di sicurezza e militari cinesi e tailandesi sono ben consapevoli della minaccia posta dal maggiore coinvolgimento degli islamisti nello Xinjiang, in Cina, e nel sud-ovest della Thailandia. Cioè dagli “islamisti”, da non confondere con i “musulmani”. Soprattutto dai precari legami tra islamisti e reti affiliate a “Lupi Grigi” turchi e Fratelli musulmani. Allo stesso modo, il maggiore coinvolgimento dei fondamentalisti sostenuti dai wahhabiti sauditi e delle restanti di reti di al-Qaida possono minacciare Thailandia, Myanmar e anche Cina. Va notato che i profughi rohingya dal Bangladesh e i loro campi profughi in Myanmar sono infiltrati dalla rete di al-Qaida nel Bangladesh, Haraqat-ul-Jihad-al-Islam (Huji) nota per essere infiltrate e gestita dai servizi d’intelligence di Bangladesh, Pakistan, Arabia Saudita ed altri che utilizzarono i “mujahidin” di al-Qaida contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Infine, l’esercitazione congiunta cino-thailandese Blue Sky 2016 va vista nel contesto delle crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Anche se è improbabile che una guerra scoppi tra Cina e Stati Uniti, o tra Cina e uno degli alleati asiatici degli Stati Uniti, il rischio di una guerra asimmetrica per procura di 4.ta generazione è molto reale e implicherebbe Thailandia e confinanti Malaysia, Filippine e Indonesia.W020101021341399055302Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accordo segreto USA-curdi sulla Siria

Fars

Generale Votel

Generale Votel

Le forze di sicurezza curde hanno rivelato che un recente incontro segreto tra il nuovo comandante delle forze statunitensi in Medio Oriente, Generale Joseph Votel, e il capo del Partito Democratico del Popolo siriano (PYD), minaccia la sicurezza della provincia di Hasaqa ed ha lo scopo di ampliare la zone sotto il controllo dello SIIL. “Gli statunitensi, sotto la copertura del PYD, cercano d’espandere l’area sotto il loro controllo nel settentrione della provincia di Raqqa, occupata dallo SIIL da quattro anni“, dice al-Waqt citando una fonte della sicurezza curda. L’incontro indica anche i nuovi sforzi degli Stati Uniti per creare una zona cuscinetto nel nord della Siria. “La verità è che Washington cerca di controllare la provincia di Raqqa con il pretesto di combattere lo SIIL in conformità a un accordo di sicurezza segreto firmato tra Stati Uniti e PYD“, aggiungeva la fonte curda. Un esperto militare siriano ha detto che Washington cerca di salvare i terroristi nella provincia di Raqqa ritardando le operazioni militari delle forze curde contro i gruppi terroristici. “La ragione principale dell’insistenza degli Stati Uniti nel cercare una soluzione politica alla crisi siriana è evitare il coordinamento con la Russia per combattere i gruppi terroristici“, ha detto l’ex-colonnello dell’Esercito arabo siriano Elias Ibrahim, ribadendo che gli Stati Uniti hanno ingannato i combattenti curdi siriani fornendogli aiuti inefficaci. “Ciò accade con l’obiettivo di ritardare gli attacchi dei combattenti curdi su Raqqa, mentre sono alle porte di Raqqa“. Tutto questo mentre altre fonti dicono che l’imminente attacco dei combattenti curdi su Raqqa è stato sospeso perché gli Stati Uniti si coordinano con lo SIIL per lasciare Raqqa senza spargimento di sangue, nel tentativo di salvare il gruppo terroristico per la futura lotta al governo del Presidente Assad.
Fonti curde nel nord-est della Siria hanno detto che movimenti ed evacuazione di forze ed equipaggiamenti dello SIIL da Raqqa e loro schieramento a Dair al-Zur e regioni petrolifere della Siria aumentano la possibilità di una collusione tra terroristi e infiltrazione occidentale nella guerra in Siria. “Lo SIIL trasferisce numerose forze ed equipaggiamento pesante nelle regioni petrolifere in Siria orientale, principalmente Dair al-Zur e Homs orientale, per salvare i ricavi del contrabbando di petrolio e gas“, affermavano le fonti aggiungendo: “lo SIIL aveva già preso tali decisioni, tra cui la ritirata da al-Hula e al-Shadadi, presso Hasaqa, dove il gruppo terroristico ha lasciato i campi di battaglia senza alcuna resistenza contro le Forze democratiche siriane (SDF)“. “La decisione del SIIL di lasciare la capitale dell’auto-proclamato califfato ai combattenti delle SDF e loro sostenitori statunitensi senza resistenza, è in linea con la politica degli Stati Uniti in Siria che si oppone al controllo delle forze governative siriane sulle regioni ricche di energia del Paese, Dair al-Zur ed Homs“, aggiungevano le fonti. “Lo SIIL ha finora trasferito 12 veicoli Hummer da Raqqa a Albu Qamal e Dair al-Zur e schierato numerosi pezzi d’artiglieria ed Abrams ad al-Husayniyah, a nord-ovest di Dair al-Zur“, continuavano. Fonti informate nelle SDF annunciavano che i loro combattenti si preparavano a lanciare un’ampia operazione per por fine al dominio dei terroristi dello SIIL sulla provincia nord-orientale di Raqqa. “Le Forze democratiche siriane principalmente composte da combattenti curdi, sono pronte ad assaltare le posizioni dei terroristi dello SIIL nella capitale dell’auto-proclamato califfato“, secondo le fonti. “Nel frattempo, aerei da guerra degli Stati Uniti lanciavano volantini su Raqqa chiedendo ai civili di lasciare la città al più presto possibile” aggiungevano.ARAB-WORLD-MAPS-Novembre-2015-Emmanuel-PENETraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le perdite ucraine nell'”operazione antiterrorismo” contro il Donbas

Colonel Cassad, 22 maggio 2016 – Saker0_9326c_9fdde578_XXLUn lettore ha inviato un’analisi comparativa delle perdite ucraine nella guerra al Donbas, basata sui dati di Military Balance 2013 e 2016, concentrandosi sugli effettivi delle unità dell’esercito ucraino. La più autorevole agenzia di analisi militare mondiale, l’Istituto internazionale di studi strategici ha pubblicato il rapporto Military Balance 2016 che rispetto alla relazione del 2013 permette di stimare le perdite irreversibili di materiale militare ucraino nella fase attiva dell’ATO (operazione antiterrorismo) del 50% circa, tenendo in conto i veicoli riparati dopo che Petro Poroshenko aveva annunciato ufficialmente perdite del 60% circa. Questi rapporti consentono anche una stima sulle perdite degli effettivi ucraini nell’ATO. Tra i veicoli danneggiati in modo irreparabile c’erano almeno 29700 soldati probabilmente feriti.2Come gli analisti conteggiano materiale e personale militari
Di seguito riportiamo alcuni commenti sui metodi che gli analisti usano per contare materiale e personale militari, per avere un’idea di quanto siano affidabili questi dati. Naturalmente, gli analisti non utilizzano i siti web con le immagini del materiale distrutto come Lost Armour, perché solo una frazione dei mezzi distrutti viene fotografata e solo una sua frazione può essere identificata. Gli analisti professionali utilizzano un metodo molto efficiente. Contano gli “effettivi” delle forze armate. Perché gli armamenti standard delle unità militari non sono un segreto, si può calcolare il materiale militare moltiplicando le unità per i mezzi che possiedono. Questo metodo sovrastima la quantità di materiale militare utile nelle forze ucraine, contando mezzi in riparazione o non funzionanti come attivi. Il vantaggio di questo metodo è che considera la capacità dell’industria militare nel riparare il materiale danneggiato: carri armati o blindati danneggiati non verrebbero contati come perduti se vengono riparati. Questo metodo ha permesso di valutare quante unità dall’armamento standard possedessero le forze ucraine nel 2013, prima dell’ATO, e quante ce ne sono nel 2016. Le perdite dei diversi armamenti variano, ma nel complesso si tratta di circa il 50%. Ciò corrisponde alle dichiarazioni di Petro Poroshenko su perdite del 60% e un numero molto modesto di nuove armi acquistate e di riparazioni di quelle danneggiate. L’impianto per la costruzione di carri armati di Kharkov ha dichiarato che i piani per nuove produzioni e riparazioni è totalmente fallito. In effetti, in termini di riparazione e manutenzione dei carri armati, l’industria militare ucraina può soprattutto ridipingerli. La capacità dell’industria militare ucraina nelle riparazioni di veicoli gravemente danneggiati e nuova produzione è di un paio di dozzine di mezzi all’anno, come risulta dalla relazione del Military Balance. Vorremmo sottolineare che tale metodo tiene conto del fatto che il numero di materiale militare può essere ridotto non solo dalle perdite in guerra, ma anche dalle vendite ad altri Paesi. Tuttavia, durante questo periodo le forze ucraine hanno venduto all’estero pochi carri armati (vedi qui), essenzialmente solo 11 T-72 alla Nigeria. Queste vendite non cambiano molto davanti alla perdita di migliaia di mezzi nella guerra. Inoltre, l’esercito ucraino per lo più vende all’estero gli equipaggiamenti non utilizzati nell’ATO.

La stima delle perdite del personale e il paradosso delle mobilitazioni senza smobilitazione
Va ricordato che durante l’ATO gli analisti militari hanno ironicamente osservato che le prime tre ondate di mobilitazione non furono accompagnate dalla smobilitazione, ma le forze ucraine non hanno creato nuovi gruppi, anche se più di 30000 uomini sono stati arruolati. Tale umorismo nero fu causato dall’impressione che le perdite delle mobilitazioni riempivano solo le perdite in morti e feriti. C’è la possibilità, però, che alcuni soldati mobilitati siano stati inviati nelle unità semi-regolari della Guardia Nazionale, spiegando tale paradosso. Tuttavia, i dati di Military Balance mostrano che l’umorismo nero degli analisti militari non è lontano dalla verità. Le forze ucraine semplicemente non hanno il materiale per creare nuove unità. Inoltre, anche Anton Gerashenko (consulente del ministro degli Interni ucraino Arsen Avakov, membro della Rada, noto per la creazione del sito “Mirotvorets” (Peacemaker) contenente informazioni personali su varie figure dell’opposizione e giornalisti – nota di Saker), che ha curato la creazione delle unità della Guardia nazionale, ha detto che non si deve esagerare il numero degli effettivi della Guardia nazionale, che non ha mai superato i 5000. A causa di ciò, Anton Gerashenko lamentava lo scarso numero di “patrioti”. Dato che gli analisti conoscono il numero esatto del materiale militare perso dalle forze ucraine nell’ATO, così come degli equipaggi di ogni veicolo, si può calcolare il numero di effettivi dei veicoli distrutti, 29690 soldati. Vi ricordo che gli analisti contano solo il materiale che non può essere recuperato, cioè gravemente danneggiato. In molti casi, ciò significa danni al mezzo con conseguente incendio, in modo che le riparazioni non abbiano senso essendo il veicolo bruciato. E’ ovvio che i membri dell’equipaggio dei veicoli con tali danni siano stati almeno feriti. Così, il numero di soldati ucraini morti e feriti è circa 29690, grosso modo corrispondente ai mobilitati nelle primi tre ondate che hanno solo sostituito le perdite. Ciò non permette alcuna smobilitazione.

Il problema dei pezzi di ricambio per i carri armati e i blindati
Va anche osservato come i carri armati T-72 e T-80 siano prodotti dalla Uralvagonzavod (società metalmeccanica russa di Nizhnij Tagil, Urali, in Russia, maggiore produttore di carri armati mondiale che tra l’altro produce l’Armata – nota di Saker). Alcuni di questi carri armati erano in deposito dai tempi dell’URSS. Ma secondo Military Balance, non furono utilizzati dalle forze ucraine fino al 2015. Inoltre, i T-72 funzionanti furono venduti all’estero anche nel 2014. In tal modo, le perdite di T-72 e i pochissimi T-72 operativi ucraini nel 2015 non sono dovute tanto alle perdite in guerra ma alla mancanza di pezzi di ricambio della Uralvagonzavod russa. Le forze ucraine hanno avuto problemi simili con i blindati sovietici. Anche se l’industria militare ucraina può produrre un numero limitato di blindati, l’Ucraina deve produrre in serie i pezzi di ricambio dei mezzi sovietici. I pezzi di ricambio per i BTR-70 e BTR-80 sono prodotti dalla Fabbrica Automobilistica Gorkij (GAZ). Parti per i BMP-1 e BMP-2 sono prodotte dallo Stabilimento Metalmeccanico di Kurgan (KrAZ). Le armi di questi BTR e BMP sono prodotti dallo Stabilimento Metalmeccanico di Tula (KBT). Tutti questi fornitori russi non sono disponibili per l’Ucraina, spiegando le drammatiche perdite in blindati. Questo potrebbe indicare che le perdite di effettivi sono più basse, dei blindati sono fuori servizio per danni leggeri. D’altra parte, con la perdita del 56-66% dei blindati, anche con la nuova produzione, le forze ucraine non possono creare le grandi unità di fanteria motorizzata che avevano nel 2013 e sfruttare le grandi risorse della mobilitazione. Ciò spiega i piani di mobilitazione ridotti, non avendo le forze ucraine i mezzi necessari. La guerra a bordo dei bus scolastici è roba del passato, soprattutto se si considera la potenza dell’artiglieria moderna, come ad esempio i pezzi di artiglieria semoventi e i lanciarazzi multipli, di cui si parla di seguito.0_9326a_bd15a126_XXLI combattenti occulti delle unità anti-batteria
Ciò che colpisce nei dati di Military Balance sono le enormi perdite di obici leggeri D-30, circa l’80%. In parte ciò può essere spiegato dal fatto che molti obici furono trasferiti alle unità semi-regolari della Guardia Nazionale, che soprattutto bombardano città e borgate. Ma ciò non spiega le perdite dei semoventi d’artiglieria Gvozdika (60%) e Akatsja (50%). Certamente non spiega le perdite di circa il 50% dei lanciarazzi multipli Grad e Uragan. La distruzione dell’artiglieria semovente (SPA) è difficile per via delle proprie mobilità e blindatura. La distruzione dei lanciarazzi multipli richiede tempi di reazione incredibilmente brevi, potendo lasciare le posizioni entro un minuto. Così, tali perdite di artiglieria semovente e lanciarazzi, e quelle incredibili di obici D-30, suggeriscono che le forze ucraine affrontarono un’artiglieria moderna, molto probabilmente russa. Tymchuk (commentatore militare ucraino – nota di Saker) ha scritto molte volte sulla presenza del sistema di radio-localizzazione dell’artiglieria (RLS) Zoopark-1 nel Donbas. Gli RLS possono osservare le traiettorie dei proiettili e calcolare la posizione dei tiratori ancor prima che colpiscano il suolo. Poi Zoopark, utilizzando canali di comunicazione protetti contro le interferenze radio-elettroniche, trasmette le coordinate dei lanciarazzi o pezzi di artiglieria per il puntamento. Tuttavia, solo l’artiglieria moderna che utilizza le informazioni dal sistema di posizionamento globale Glonass, può agire sulla queste basi colpendo immediatamente SPA, lanciarazzi od obici. In effetti, c’era una batteria di militari in “congedo” che impiegava i Msta-S, possibilmente il modernizzato Msta-SM. È dubbio che questi Msta-S siano trofei di guerra, avendone le forze ucraine perso solo 5 unità. Va notato inoltre che le forze ucraine hanno solo 35 Msta-S, troppo pochi per vincere i duelli di artiglieria su un fronte così esteso. Un altro candidato alla lotta assieme allo Zoopark-1 è il moderno lanciarazzi multiplo russo Tornado-G, ma è difficile distinguerlo dal solito BM-21 Grad: la differenza è nei sistemi elettronici di controllo, navigazione e comunicazioni. In entrambi i casi, le enormi perdite d’artiglieria ucraina non possono essere spiegate senza supporre che gli avversari possedessero artiglieria più potente e moderna, almeno al momento dei duelli di artiglieria. E’ probabile che il ridotto bombardamento ucraino delle città del Donbas non sia tanto il risultato dell’accordo Minsk-2 ma delle operazioni antiartiglieria che potrebbero essere state condotte da russi “in congedo”.

Il mito delle enormi quantità di mezzi militari sovietici nei depositi ucraini
Il rapporto Military Balance rileva in particolare che la quantità di materiale militare nei depositi ucraini non solo è molto piccola, ma non riguarda molte categorie. Tutto ciò che poteva essere prelevato dai depositi, nel caso di SPA, BM, BTR e BMP, è già stato preso; le forze ucraine non ne hanno nei depositi, se non alcuni obsoleti “pezzi d’artiglieria nucleare” come gli obici da 203mm Pjon che, senza armi nucleari, come ad esempio il “Perforator“, sono particolarmente inutili data l’inaccettabile imprecisione dei proiettili sparati. Perciò le forze ucraine non usano tali obici semoventi, ad eccezione di 7 unità per lo più usati per propaganda che per veri compiti militari. L’altra significativa fonte di mezzi depositati per gli ucraini sono quasi 700 carri armati. Tuttavia, per la maggior parte sono T-72 e T-80 che non possono essere riparati senza ricambi russi. Ecco perché le forze ucraine ne usano solo 78, essendo il resto suscettibile di essere “cannibalizzato” come fonte di pezzi di ricambio. La condizione dei carri armati stoccati è dubbia. Mentre le perdite irreversibili di carri armati T-64 nell’ATO fu del 35% circa, secondo Military Balance, le forze ucraine non hanno utilizzato un solo T-64 tratto dai depositi. Come il consigliere di Poroshenko Bitjukov nota, i carri armati in deposito sono “corpi morti” che possono essere utilizzati al meglio come fonte di pezzi di ricambio, se i pezzi di artiglieria della qualità necessaria non vengono prodotti in Ucraina. Infatti, i carri armati nei depositi hanno potuto ridurre le perdite dei carri armati al 29%. Allo stesso tempo, le perdite molto più cruciali di blindati, artiglieria semovente e lanciarazzi multipli non sono state sostituite dai depositi o acquisti presso l’industria militare ucraina, essendo questi mezzi non prodotti in Ucraina o prodotti in minuscoli quantitativi rispetto alle ingenti perdite nell’ATO.

Conclusioni
L’affermazione di Poroshenko che le forze ucraine hanno perso il 60% del materiale militare nella guerra è probabilmente vera. L’industria militare ucraina non ha la capacità di compensare perdite di tale entità ed è riuscita a riparare solo il 10% del materiale danneggiato. L’industria militare ucraina non produce artiglierie semoventi e lanciarazzi, e produce pochissimi blindati. Le riparazioni dipendono dai ricambi russi, quindi le perdite di queste unità sono irreversibili. A giudicare dalle perdite dei semoventi di artiglieria leggeri (59%), obici leggeri (80%) e lanciarazzi “Uragan” nel Donbas, le forze ucraine hanno affrontato l’artiglieria più professionale e moderna degli avversari e furono irrimediabilmente soverchiate nelle battaglie di controbatteria. Dato che l’industria militare ucraina non produce artiglierie semoventi e lanciarazzi multipli, l’artiglieria ucraina non può essere rifornita. Le gravi perdite di blindati rendono impossibile alle forze ucraine sfruttare le proprie superiori risorse mobilitate e creare grandi unità di fanteria motorizzata. Infatti, gli effettivi della fanteria motorizzata sono stati ridotti del 60%. Molto probabilmente, il numero di soldati ucraini morti e gravemente feriti è di circa 30000, in quanto tale numero somma il totale degli equipaggi dei mezzi gravemente danneggiati, e lo stesso numero è stato mobilitato nelle prime due ondate senza creare nuove unità. In sintesi, per quanto riguarda il materiale militare più comune, come blindati ed artiglieria semovente leggera, le perdite ucraine ammontano al 60% e non possono essere sostituite dall’industria militare ucraina. La capacità offensiva delle forze ucraine con tale livello di perdite è dubbia. Inoltre, ci si può aspettare un notevole aumento ufficiale delle perdite degli effettivi ucraini, in quanto i dati su materiale perso e mobilitazione suggeriscono la perdita di 30000 soldati. Si potrebbe prendere in considerazione il rapporto sui blindati persi, dagli eserciti ucraino e novorusso nel Donbas nel 2014-2016. In generale, entrambi i metodi hanno vantaggi e svantaggi, in quanto è evidente che Lostarmour non conta tutto il materiale distrutto, così come la perdita di materiale (secondo gli effettivi gli standard) in alcuni casi non significa che sia stato distrutto. Ad esempio, alcuni materiali persi dopo il 2013 furono abbandonati in Crimea e restituiti all’Ucraina solo in parte. Alcuni mezzi esisterebbero solo sulla carta ed anche prima della guerra non sarebbero stati riparabili. Ciò suggerisce che le reali perdite ucraine devono essere ulteriormente studiate per trarre conclusioni precise. Il confronto tra Military Balance 2013 e 2014 è qui. 0_968fe_a53ff7de_XLPS. Sul personale russo in congedo e i sistemi Zoopark, va notato che un tribunale di Kiev ha rifiutato di riconoscere “l’aggressione russa”. Come ho scritto qui quasi due anni fa: “Si può discutere di qualsiasi cosa su internet, ma i diplomatici giocheranno a ping-pong per settimane e mesi. Vi è un certo lavoro da fare, e vi sono coperture informative e diplomatiche. Proprio come in Crimea, tale gioco continua ed è accettato da tutti. Si potrebbe pensare che i capi della junta abbiano molte “prove” sull’opera del Voentorg (letteralmente “Deposito militare”, nome dato all’invio di rifornimenti ai ribelli dalla Russia – nota di Saker), ma con sorprendente costanza si ripete la stessa linea, “Ma i ribelli certamente non potevano avere che” e ricevere risposte standard come “Chiunque sa tutto ciò, e di tutto ciò che fanno i ribelli non si ha alcuna prova”. Poiché tale posizione è ciclica, durerà all’infinito, anche se saranno prese Kiev o Lvov: Lavrov andrà al microfono per dichiarare che la Russia non vi partecipa per nulla. Ufficialmente sarà così. Mentre tutto ciò che ogni blogger o commentatore ha scritto sui blog rimarrà un’opinione personale. Vi sfido a dire che questo schema non funziona. Come si vede, lo schema, se ufficialmente non esiste, può funzionare non solo per settimane e mesi, ma per anni, e queste regole del gioco sono accettate da tutti, con alcune varianti“.1l259_2_279Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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