La Corea del Sud cambia campo?

Andrew Korybko Sputnik 20/03/2015

Le recenti decisioni della Corea del Sud sollevano la questione se la sua leadership sia sempre più pragmatica nei rapporti con Pechino a spese di Washington.

korea-04La Corea del Sud è da tempo alleata degli Stati Uniti, ma il suo sostegno agli Stati Uniti non è più cieco come una volta. I crescenti legami economici con la Cina, attraverso il futuro accordo di libero scambio, rendono la politica estera del Paese più equilibrata, così come l’ambivalenza strategica verso il sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti. Mentre la Corea del Sud non può cambiare completamente posizione, sembra seguire una traiettoria verso neutralità e pragmatismo, di per sé una sconfitta relativa del perno politico in Asia degli Stati Uniti.

Chi vuole cosa?
Diamo un rapido sguardo a ciò che ciascuno dei tre attori principali vuole realizzare, contribuendo a dare un quadro più chiaro del motivo per cui la Corea del Sud ha preso le ultime decisioni economiche e militari.

Stati Uniti:
Idealmente gli Stati Uniti vogliono integrare le 28000 truppe in Corea del Sud nella ‘Coalizione di Contenimento della Cina’ (CCC) che costruiscono nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico. Vorrebbero prolungare la presenza militare nel Paese a tempo indeterminato e, auspicabilmente, far aderire la Corea del Sud ai piani del contenimento con la formalizzazione del rapporto militare tra Seoul, Washington e Tokyo. Gli Stati Uniti non hanno un vero interesse nel vedere le due Coree ricongiungersi, dato che ciò potrebbe probabilmente portare alla fine della presenza cinquantennale delle loro forze di occupazione.

Cina:
Il sogno di Pechino è vedere gli Stati Uniti abbandonare completamente la penisola coreana, ed il CCC abbandonato o neutralizzato. Non vuole alcuna destabilizzazione della penisola coreana, in quanto ciò inevitabilmente affliggerebbe la Cina stessa. Se le due Coree si riunificano, la Cina ne monitorerebbe cautamente gli sviluppi per garantirsi che la Corea unita non sia una minaccia economica o militare che può esserle rivolta contro un giorno. Eppure, Pechino preferirebbe che gli Stati Uniti lascino la penisola oggi e affrontare gli eventuali problemi sulla Corea, un domani unita, che avere il Pentagono provocare continuamente la Corea democratica, nel cortile della Cina.

Corea del Sud:
La cosa più importante per Seoul è la risoluzione dei due problemi della Corea democratica, vale a dire denuclearizzazione di Pyongyang e riunificazione. Idealmente, vorrebbe anche perseguire la sua storica ‘terza via’ tra i colossali vicini cinesi e giapponesi, comportando una politica di neutralità e stabilità. Mentre la Corea del Sud è stata ovviamente sotto l’intensa influenza statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale, sembra desiderare una politica multipolare quale via più efficace per perseguire i propri obiettivi.

Decifrare le decisioni di Seoul
Ora è il momento di osservare le ultime quattro decisioni della Corea del Sud, che portano a parlare di potenziale perno (e contro di esso).

Ritardo indefinito dell’OpCon:
Stati Uniti e Corea del Sud hanno accettato lo scorso ottobre di ritardare il trasferimento del controllo delle operazioni in tempo di guerra (‘OpCon’) dagli USA a Seoul a tempo indeterminato, con l’idea che la Corea del Sud non sia attualmente in grado di comandare le proprie forze in caso di guerra. Ciò prolunga il controllo diretto degli USA sugli affari militari della Corea del Sud, il che significa che letteralmente ne controllerà le forze armate in caso di guerra con la Corea democratica o la Cina. Anche se la pace vigesse, le forze statunitensi non lasceranno il Paese ancora per un bel po’ difatti, una chiara vittoria di Washington.

L’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud:
Era naturale che le due parti raggiungessero l’accordo che entrerà in vigore a fine anno, dato che la Cina è il maggior partner commerciale della Corea del Sud e la Corea del Sud è il terzo della Cina. Secondo il South China Morning Post, “gli investimenti cinesi in Corea sono balzati del 374%, a 631 milioni di dollari dell’anno scorso dai 133 nel 2013”, in previsione dell’accordo, chiara dimostrazione del desiderio della Cina di espandere le relazioni commerciali con il Paese. Se le relazioni economiche s’intensificano la Corea del Sud potrebbe potenzialmente entrare nell’Area di libero scambio della Cina nella regione Asia-Pacifico (contraltare del TPP degli Stati Uniti), e anche nell’Investment Bank Infrastructure asiatica (la risposta cinese alla Banca Mondiale a guida occidentale, che ha invitato la Corea del Sud ad unirvisi se molla il THAAD), sarebbe un’enorme ritirata dell’influenza di Washington sulla penisola.

Abbandonare il THAAD:
La Corea del Sud è strategicamente ambivalente sul sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti da schierare sul suo territorio. Seoul capisce acutamente che gli Stati Uniti vogliono semplicemente costruire la versione orientale del loro scudo antimissile, ospitandone le infrastrutture diverrebbe un complice del CCC. La Corea del Sud sembra dubitarne, sapendo che le relazioni con la Cina si deteriorerebbero più rapidamente di quelle della Polonia con la Russia dopo averne accettato la controparte in Europa orientale. Nel caso in cui la Corea del Sud decida di non diventare la ‘Polonia asiatica’, sarebbe un duro colpo al perno in Asia degli Stati Uniti.

…o esservi incastrati dopo?:
Ma gli Stati Uniti hanno un asso nella manica, avendo detto alla Corea del Sud di permetterne lo schieramento nel Paese in caso di vaghe “situazioni di emergenza”, che potrebbero realisticamente essere delle manipolate risposte nordcoreane alle provocazioni inscenate con le manovre USA-Corea del Sud (come di norma). Una volta che il THAAD sarà schierato nel Paese, non è probabile che riduca le tensioni, fornendo così agli Stati Uniti la possibilità di piazzare in segreto il loro scudo antimissile nel Paese.

Rimescolamento regionale
Oltre all’avvicinamento della Corea del Sud al multipolarismo, altre due tendenze non dichiarate trasformano la regione. Il peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con il Giappone e l’avvicinamento della Corea democratica alla Russia. Il primo è il frutto del rinnovato nazionalismo e militarismo giapponese, mentre il secondo è dovuto alle manovre occulte tra Pyongyang e Pechino. Se perseguono tali rotte fino alle conclusioni logiche, queste tre tendenze regionali ridefiniranno il futuro quadro geopolitico del Nordest asiatico, comportando tre possibili sviluppi.

Ridimensionamento degli USA:
Anche se la presenza militare statunitense probabilmente rimarrà nel prossimo futuro, Washington non sarà più in grado d’influenzare la Corea del Sud come in precedenza, nel senso che il suo potere diminuirà relativamente.

Reindirizzo giapponese:
Il fallimento del Giappone nel ripristinare rapporti favorevoli con la Corea del Sud potrebbe rendere la CCC inefficace nel Nordest asiatico, e Tokyo quindi reindirizzerebbe la CCC a sud verso Vietnam e Filippine. Tokyo ha già pianificato tali mosse, ma con la Corea del Sud non più alleata vitale, vi concentrerà maggiori sforzi.

Colloqui di pace – parte II:
Con la Corea del Sud che si avvicinar alla Cina e la Corea democratica che fa lo stesso con la Russia, l’intera dinamica politica della penisola potrebbe mutare a un certo momento. Mentre in passato la dualità Corea democratica-Cina e Corea del Sud-Stati Uniti non ha portato la pace in oltre 50 anni, il nuovo accordo potrebbe essere più adatto a compiere progressi.

south-korea-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Abbiamo issato la bandiera rossa su Debaltsevo”

Red Star over Donbas 19 marzo 2015B-XYw4cIMAAJ8sn.jpg largePoco si sa della partecipazione di unità comuniste nei combattimenti nell’ultimo quarto di secolo avvenuti nei “punti caldi” dei territori dell’ex-Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Se nazionalisti russi, ucraini ed europei hanno inviato gruppi di volontari che sparavano nell’arco di fuoco che si estendeva dall’ex-Jugoslavia e Transnistria all’Abkhazia o all’Ossezia del Sud, la sinistra non sembrava essere uscita dal letargo. Solo lo scorso anno tra le milizie della Repubblica popolare di Lugansk è apparso il primo gruppo comunista combattente integrato nella Brigata Prizrak di Aleksej Mozgovoj. Vi abbiamo trovato il comandante dell’unità Aleksej Markov (a volte noto come Redrat o Trueredrat e nel Donbas con il nome di battaglia Dobrij, il buono) al funerale di Evgenij Pavlenko (noto come Tajmir), un nazional-bolscevico di San Pietroburgo morto l’8 febbraio a Debaltsevo.

Quali partiti comunisti formano l’unità?
Alcuno. La stragrande maggioranza dei nostri soldati non appartiene a un partito o non sono del partito comunista “ufficiale”. Zhenja apparteneva ad “Altra Russia” e Vesevolod Petrovskij, caduto con lui, era del gruppo di sinistra Borotba. Ero un aderente del Partito Comunista, e dopo averlo lasciato ho continuato a cooperare con molti militanti del partito. Con l’avvocato Dmitrij Agranovskij partecipai alla difesa di Sergej Aracheev. Rimasi assai sorpreso che non ci fosse un’unità comunista, nessuno l’aveva proposta. Il comandante Pjotr Birjukov ed io lo facemmo, con l’aiuto della sua esperienza militare. Aveva combattuto come ufficiale in Abkhazia e Transnistria.

Dove eravate prima?
Stavo andando nel Donbas a primavera, ma mi fu chiesto di aspettare. Mi chiesero di portare giubbotti antiproiettile, elmetti ed altre attrezzature. Raggiunsi le truppe il 6 novembre e il giorno successivo Pjotr Arkadevich attraversò il confine con il carico. Inizialmente operammo ad Alchevsk, il gruppo fu per poi trasferito a Komisarovka, città dal nome più appropriato per noi. Fu un momento di calma, così potemmo prepararci. Svolgemmo delle esercitazioni militari su prontezza al combattimento e al tiro. Dopo i primi scontri di gennaio, vi partecipammo con dieci squadre, e il nostro comandante alle comunicazioni vinse… Naturalmente conducemmo numerose missioni di ricognizione ed incursioni sulle posizioni nemiche che ci aiutarono ad acquisire esperienza. Ci difendemmo con successo. Una volta spedimmo un gruppo su un campo minato e respingemmo coloro che cercavano di recuperarlo. La prima battaglia di Zhenja fu memorabile. Francamente, in un primo momento esitò perché non aveva prestato il servizio militare, non aveva combattuto e aveva una professione tranquilla, era professore. Ma andò molto bene e quel giorno poterono rilevare la posizione di un mortaio mobile. Dopo di ché il battaglione d’artiglieria la distrusse. Nei mesi invernali, prima dell’offensiva finale su Debaltsevo, persi solo due persone: uno per malattia e il secondo in un incidente.

A Debaltsevo ci furono vittime?
Non subimmo perdite nell’assalto alla città, ma in generale l’offensiva iniziata il 21 gennaio per catturare la zona di Debaltsevo fu costosa militarmente, principalmente per i mal definiti attacchi diretti, prima su Svetlodarsk (noi non l’attaccammo) e poi sulle posizioni fortificate dell’area di Debaltsevo. Chiaramente, avanzando rapidamente verso le posizioni nemiche attaccando da una distanza di 5 chilometri molti morirono. Agendo in modo diverso, avvicinandoci gradualmente ed adattandoci al terreno, riducendo la distanza a 1000-1200 metri. Nella notte del 13 febbraio tre gruppi da ricognizione entrarono a Debaltsevo (non il nostro) senza resistenza ed inosservati. Al mattino, la fanteria di Prizrak avanzò. Il secondo giorno Pjotr Arkadevich Mozgovoj fu nominato comandante di tutte le unità nella città. Dopo prestammo al Battaglione Agosto un paio di auto e alla fine dell’operazione rastrellammo rapidamente due distretti: 8 marzo e Novogrigorovka. C’era una dozzina di corpi nelle posizioni ucraine abbandonate. Catturammo 2 carri armati, 6 BMP, 3 Ural, una Shishiga (GAZ-66) e 2 ZU-23… Una bandiera ucraina catturata era firmata dai rappresentanti dei battaglioni della 128.ma Brigata. A giudicare dai risultati dell’operazione, si può dire che le unità regolari dell’esercito ucraino lottavano senza molto entusiasmo, anche nella difesa. La miglior componente è l’artiglieria. Se rilevava movimenti in uno spazio aperto, non solo attaccava ma puntava sulla zona verde, l’area in cui le truppe si rifugiano. Subimmo perdite molto pesanti sotto il tiro; in uno scontro uccise tre uomini, tra cui Evgenij, l’8 febbraio. Questi ragazzi coprivano i ricognitori e trasportavano i feriti quando furono colpiti da vari tiri mirati. Fu un peccato, naturalmente: Debaltsevo fu catturata senza perdite, esclusi quei tre grandi ragazzi… avevamo grandi progetti per Evgenij: sarebbe diventato comandante di plotone.

Avete intenzione di convertire l’unità in una compagnia o battaglione?
E’ difficile dirlo. Inizialmente fu formata come unità di fanteria, ma ora abbiamo i nostri ricognitori genieri, batteria di mortai e reparto medico, con solo circa 60 persone. Se si guarda alla definizione ufficiale nell’esercito russo, si tratta di un plotone rinforzato. Nella battaglia per Debaltsevo, con i rinforzi inviati dal comando della brigata avevamo circa 200 soldati, per gli statunitensi una grande compagnia, ma per noi è un battaglione. Così è considerata una compagnia indipendente della Prizrak con personale specializzato; ma Prizrak non ha ancora aderito alle forze della Repubblica Popolare di Lugansk.

Perché si voleva sciogliere e disperdere la Prizrak nelle altre unità, mentre Mozgovoj era disposto ad aderirvi solo come unica brigata?
Esattamente. Dopo di che è stato accusato di dittatura e di tramare un colpo di Stato, ma in realtà era solo una considerazione pratica. E’ noto: i gruppi di soldati abituati a combattere insieme combattono meglio di quelli riuniti da diverse unità, hanno più successo nelle missioni e subiscono meno vittime. E’ logico che Aleksej Borisovich non voglia disintegrare la Brigata e perciò la sconta. Da settembre l’invio di armi, attrezzature e munizioni alla Prizrak s’è concluso così dovette ottenere il necessario attraverso contatti personali o scambi. I sostenitori della Novorossija nel partito comunista ci hanno trovato un camion, un notevole aiuto. Ah, la fornitura di armi e munizioni fu ripresa poco prima dell’assalto su Debaltsevo. Tutto era chiaro: disarmare la migliore brigata prima della battaglia fu stupido. Penso che la nostra unità abbia operato bene con ciò che aveva ricevuto e la nostra bandiera rossa sulla città liberata ne è la prova.

sddefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I segreti della pioggia di miliardi sull’Egitto

Nasser Kandil 16 marzo 2015, Top News Nasser Kandil (dal 48° minuto)
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation 19 marzo 2015

Il 13-15 marzo si sarebbe tenuto a Sharm al-Shayq la “Conferenza sul futuro dell’Egitto”. Quattro Paesi del Golfo hanno promesso investimenti e aiuti per 12,5 miliardi di dollari, e Cairo ha firmato accordi di investimenti diretti per 36,2 miliardi. Vari ministri occidentali vi si sono recati, tra cui il capo diplomatico statunitense John Kerry [1]. Alcuni analisti si sono chiesti quale fosse lo scopo di questo sostegno finanziario, altamente politico, da Stati del Golfo e occidente, in particolare dagli Stati Uniti. Evitare il riavvicinamento tra Egitto e Siria nella lotta al terrorismo e alla Fratellanza musulmana? Allontanare l’Egitto dalla Russia? Impedire all’Egitto di svolgere un ruolo storico nel Medio Oriente e mondo arabo? Per Nasser Kandil, senza negare queste ipotesi che appaiono contraddirsi, ciò che accade in Egitto è in relazione diretta con ciò che accade nello Yemen.

MapsLibyaRegion_2012Per comprendere le ragioni della pioggia di miliardi di dollari sull’Egitto vanno considerati due aspetti dell’evento:
• Il rapporto tra la manna concessa all’Egitto dai Paesi del Golfo e i problemi che affrontano nello Yemen (dalla presa di Sana dai ribelli huthi, il 21 settembre 2014).
• Il perché del sostegno occidentale senza cui gli Stati del Golfo non avrebbero potuto usare il loro denaro per affrontare la situazione politica e finanziaria dell’Egitto.
In realtà si tratta di un’equazione bi-fattoriale egiziano-yemenita geografica, demografica ed economica. Perché se lo Yemen è al centro dei Paesi arabi del Golfo, l’Egitto è al centro dei Paesi arabi dell’Africa, e tutte e due sono sul Mar Rosso. Pertanto, quando si parla dei Paesi del Golfo, si considera solo lo Yemen. La prova è che l’Arabia Saudita, che sembrava essere preoccupata da Siria e Libano, non ha occhi che per ciò che succede nello Yemen. [2] I sauditi hanno combattuto con tutte le risorse finanziarie e relazionali della loro capitale, Riyadh, sede del dialogo tra yemeniti. Ma hanno fallito. Quindi, cosa fare, non avendo la forza militare per imporre i propri requisiti, come ad esempio il riconoscimento di Mansur al-Hadi (Il presidente uscente yemenita che ha subordinato il proseguimento dei negoziati inter-yemeniti al trasferimento dei colloqui da Sana al Consiglio di cooperazione del Golfo Persico di Riad) o alla nomina di Aden a capitale dello Yemen? Come affrontare le forze degli huthi [3] nelle loro incursioni oltre frontiera? Da qui la scommessa sull’Egitto. Il presidente egiziano Muhamad al-Sisi non dichiarò al quotidiano al-Sharq che la sicurezza del Golfo era parte della sicurezza dell’Egitto?[4] Allora, si paghino gli egiziani per precipitare le loro forze in Yemen per imporvi il nostro dominio. Ma gli egiziani si comportano come i turchi. I sauditi hanno tentato di conciliarvisi nella speranza di spingerli a collaborare nello Yemen. Ma l’ovvia risposta turca è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Siria“. E la risposta altrettanto ovvia degli egiziani è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Libia”. Non restava che offrirgli la garanzia di una sorta di “blocco marittimo” dello Yemen con un’alleanza “locale” turco-egiziano-saudita. Perché? Perché va strangolata Sana e impedito agli huthi di prendere la capitale dello Yemen, mentre l’Arabia Saudita decide diversamente invitando gli Stati a trasferire le loro ambasciate ad Aden. Tale pressione sulle regioni acquisite dai rivoluzionari dovrebbe spingerli a negoziare una soluzione a Riyadh e non nello Yemen, consentendo d’impedirne il consolidamento del loro rapporto con l’Iran.
Senza contare la rabbia del popolo egiziano per l’esecuzione di ventuno compatrioti da parte del SIIL o Stato islamico in Libia; rabbia che ha costretto le autorità egiziane a considerare una risposta militare [5] e spingere il Consiglio di sicurezza a nominare una speciale operazione internazionale contro il terrorismo in Libia, sostenuta da Francia [6], Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ciò mentre l’Egitto si rifiuta di aderire alla coalizione internazionale degli Stati Uniti creata dopo l’invasione di Mosul, non essendo riuscito a far includere nella guerra al terrorismo la lotta ai Fratelli musulmani. Ma qual è stata la sorpresa quando il ministro degli Esteri egiziano che, alle Nazioni Unite (Consiglio di sicurezza del 18 febbraio 2015), osservava che il Qatar si era opposto a qualificare la richiesta egiziana “domanda degli Stati arabi” e quando, al momento del voto, l’Arabia Saudita ha sostenuto il Qatar! Qui la decisione fu dettata dal governo degli Stati Uniti, ed è legata allo Yemen: “Lasciate i Fratelli musulmani. Chi altro difende i vostri interessi nello Yemen?” Pertanto l’Arabia Saudita, dovendo scegliere tra la volontà dell’Egitto e quella dei Fratelli musulmani, che contribuiscono a ripristinare l’equilibrio delle forze nello Yemen, ha scelto la seconda. Da qui la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal, che in sostanza ha detto: “Non abbiamo alcun contenzioso con i Fratelli musulmani“, ripristinando le relazioni tra Arabia Saudita e Qatar. Da qui il voltafaccia saudita contro l’Egitto e in favore del Qatar. Quindi, dobbiamo ammettere, l’Egitto è spinto dal rifiuto alla richiesta di uno speciale intervento internazionale in Libia, avendo l’amministrazione USA fatto sapere che la soluzione deve essere politica, passando per la Fratellanza musulmana e la ricerca di un accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Il regime egiziano quindi s’è adattato, nonostante il sostegno della Russia pronta a collaborare, e la coalizione antiterrorismo in Libia non si è avuta; ma i Paesi del Golfo furono incaricati di aprire le casseforti per distrarre il popolo egiziano con la futura manna finanziaria, recandosi così a Sharm al-Shayq per strombazzare 10, 18 e 30 miliardi di dollari, che potrebbero raggiungere i 100 miliardi l’anno prossimo se gli investimenti saranno redditizi. In realtà sono essenzialmente progetti e prestiti i cui interessi andranno alle rendite, e gli investimenti bancari saranno destinati ad impedire il collasso della moneta egiziana; ciò non cambierà molto il reddito reale dei cittadini egiziani, schiacciati dalla povertà. Da qui si può rispondere alle seguenti domande:
• L’equazione yemenita va in favore dell’Arabia Saudita? NO.
• L’equazione libica va in favore dell’Egitto? NO.
• L’Egitto accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• La Turchia accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• L’Arabia Saudita è costretta ad accettare il dialogo inter-yemenita che dovrebbe portare a un governo degli huthi quale controparte di peso? SÌ.
• Il governo egiziano sarà costretto al confronto, perché se i Fratelli musulmani vanno al potere in Libia, anche con un governo di unità nazionale (attualmente vi sono due governi e due legislature) si rafforzeranno in Egitto? SÌ.
In altre parole, la situazione contro gli interessi di coloro che seguono gli Stati Uniti, dal lato saudita o dal lato egiziano. Ciò mentre il destino dell’Egitto è collaborare con la Siria nella guerra a SIIL, Jabhat al-Nusra e Fratellanza Musulmana, e il destino di Arabia Saudita è riconoscere con umiltà che gli huthi sono ora fattore vincolante nei negoziati e nel dialogo inter-yemeniti, e che il loro rapporto con l’Iran, se si concretizzerà, non li influenzerà essendo una forza patriottica che può allentare le tensioni, e non viceversa.

_81062129_yemen_houthi_controll_624_v2Note:
[1] L’Egitto sigla accordi per 36,2 miliardi di dollari in tre giorni
[2] Yemen. Le ultime notizie di domani… di Hedy Belhassine
[3] Il ritorno degli sciiti sulla scena yemenita
[4] al-Sisi: La sicurezza nel Golfo è la linea rossa ed è inseparabile dalla sicurezza egiziana
[5] L’Egitto bombarda lo Stato islamico in Libia e chiede sostegno internazionale
[6] L’Egitto spinge per un intervento internazionale delle Nazioni Unite in Libia

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano libanese al-Bina.
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA contro leader latinoamericani

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 17/03/2015cristina-y-evita1I media latinoamericani offrono una pletora di materiali denigratori verso i politici dei Paesi a sud del Rio Grande caduti in disgrazia presso Washington. Di norma, le decisioni relative alla guerra dell’informazione contro i leader indesiderati sono prese dalla Casa Bianca e attuate da dipartimento di Stato o Central Intelligence Agency. L’interazione nella guerra dell’informazione tra dipartimento di Stato e CIA ha una lunga storia. E’ sufficiente ricordare la campagna denigratoria finita con il rovesciamento del presidente Juan Domingo Peron in Argentina. Nel 1946-1955 di Washington l’accusò di molte cose, dalla creazione del Quarto Reich in Sud America alla promozione dell’antisemitismo. In particolare fu accusato per l’immigrazione tedesco-italiana in Argentina nel secondo dopoguerra. Tale politica fu attuata per l’industrializzazione del Paese. Gli statunitensi fecero la stessa offrendo posti di lavoro a scienziati missilistici, esperti ed ingegneri nucleari tedeschi. Peron fu il fondatore del Partito Giustizialista (Partido Justicialista), un patriota che fermamente resistette ai tentativi degli Stati Uniti di soggiogare l’Argentina. Diversi metodi furono usati per rovinarne la reputazione. Nel 1951 il politico liberale Silvano Santander, un agente della CIA dichiarato, dovette lasciare l’Argentina per l’Uruguay. In stretta collaborazione con i suoi superiori degli Stati Uniti pubblicò articoli che dipingevano Peron come sostenitore del nazismo e seguace di Hitler. Nel 1955 Peron fu rovesciato. La sintesi degli articoli di Santander fu inclusa nel libro Tecnica di un tradimento. Juan Perón e Eva Duarte agenti nazisti in Argentina (Técnica de una traicion: Juan D. Perón y Eva Duarte, Agentes del Nazismo en la Argentina). La CIA utilizza ancora tale falsificazione quale esempio di diffamazione efficace da studiare per gli agenti inviati in America Latina. Santander non risparmiò Evita Peron, la moglie del presidente argentino, molto popolare in Argentina e all’estero. Il libro presenta molte fotocopie di documenti che avrebbero provato che Evita lavorasse per l’Abwehr dal 1941. Ora è un fatto consolidato che Evita non fosse per nulla un’agente dei servizi segreti e che non avesse contatti con organizzazioni clandestine naziste. La povera ragazza aveva il sogno di diventare un’attrice e lavorava per la miserabile esistenza. Evita sposò Peron nell’ottobre 1945 venendo coinvolta nella politica. Ora molti documenti degli anni ’40-’50 sono stati declassificati. Il dipartimento di Stato e la CIA si sono pentiti di aver calunniato i Peron? Per nulla. Hanno solo cambiato l’accento. Evita fu percepita quale simbolo di giustizia sociale. Il suo successo personale, il carattere passionale (spesso paragonata a Che Guevara) e il fatto che sapesse come trattare le persone comuni e cosa sentissero, ispirò negli argentini la speranza di un futuro migliore. Evita Peron è un simbolo del Fronte per la Vittoria (Frente para la Victoria, FPV), l’alleanza elettorale peronista in Argentina, formalmente una fazione del Partito Giustizialista. Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, Presidentessa dell’Argentina, spesso ricorda l’eredità di Evita Peron. Ecco perché i guerrieri della propaganda statunitensi ne diffamano la memoria. Decine di anni sono passati dalla sua scomparsa e nessuna prova a sostegno delle accuse è mai emersa, ma i media della CIA continuano regolarmente ad infangare la memoria di Evita. L’obiettivo è distruggere l’immagine di una leggenda che vive in Argentina e in altri Paesi dell’America Latina.
Tale propaganda ha udienza speciale tra magnati, piccoli partiti conservatori, studenti di famiglie privilegiate, “quinta colonna” ed elementi bohemien declassati che vedono nella destabilizzazione la possibilità per divenire qualcuno in questa vita. L’operazione calunniatrice contro Eva Peron è parte di una massiccia campagna di provocazione lanciata da CIA (e Israele) contro Cristina Fernandez de Kirchner e il Fronte per la Vittoria. La recente morte del procuratore Nisman ha fatto emergere nuovi dettagli che danno adito a sospetti utilizzati da statunitensi ed influente comunità ebraica argentina per distruggere la fiducia nell’alleanza di governo. Si diffondono menzogne sulla Presidentessa argentina come personalmente coinvolta nella tragedia. Qualche tempo prima della morte Alberto Nisman accusò pubblicamente Cristina e il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman di cospirazione per assolvere l’Iran dall’attentato del 1994 contro l’edificio dell’Asociación Mutual Israelita Argentina. Molti prominenti avvocati argentini dissero che le accuse erano infondate. Alcuni esperti ritengono che l’assenza di prove abbia spinto il procuratore a suicidarsi per salvarsi la faccia. Alcuni dicono che Nisman sia stato ucciso dalla CIA. Il caso del “terrorismo iraniano” era dubbio e il procuratore non poteva vincere. La sua liquidazione fisica ha permesso ai servizi speciali di continuare la campagna multistadio contro Cristina e il Fronte per la Vittoria. Alla fine di febbraio le accuse contro Cristina sono decadute, ma Gerardo Pollicita, nuovo procuratore, ha fatto appello. Ora molto dipende dalla frequenza delle sue visite alle ambasciate di Stati Uniti ed Israele.
Cristina Elisabet Fernández de Kirchner non è l’unico politico latinoamericano ad essere obiettivo della guerra d’informazione di Washington. Prima di tutto, vengono presi di mira gli Stati dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Gli Stati Uniti non risparmiano sforzi per combatterli. I media controllati dagli USA sono attivi quasi come ai tempi della “guerra fredda”. Solo cubani e nicaraguensi sono immuni da tale offensiva propaganda sovversiva. La TV regionale TeleSUR è nata grazie ai grandi sforzi attuati infine dal presidente venezuelano Hugo Chavez. L’elevata diffusione preoccupa Washington. La televisione venezuelana è accusata di molte cose, come per esempio propagandare chavismo e comunismo castrista, dando una presenza ai rappresentanti di Cina, Russia e Paesi presunti sostenitori del terrorismo, ecc. Tale preoccupazione è finta perché i principali media latinoamericani sono controllati dagli Stati Uniti. La maggior parte delle informazioni diffuse dai media dell’America Latina proviene da quattro agenzie, Reuters, Associated Press, Agence France-Presse e EFE. Sembra che la Central Intelligence Agency abbia reclutato quasi tutti i principali giornalisti, corrispondenti e redattori dell’America Latina. EFE (agenzia stampa spagnola) attacca regolarmente i politici latinoamericani non graditi dagli Stati Uniti. Le relazioni sono raccolte e trasmesse da molte agenzie, programmi TV e radio, media elettronici, riviste e giornali di grande diffusione, reti di distribuzione cinematografica, ecc. In Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Argentina, Brasile gli Stati Uniti utilizzano tali agenti per avviare le operazioni di guerra delle informazioni volta a minare le strutture di potere, creare caos nella vita pubblica e politica ed infangare la reputazione dei leader nazionalisti. L’accusa di corruzione è lo strumento preferito nella guerra dell’informazione. Fidel Castro è sulla lista dei corrotti della CIA da tempo. Fu detto che possedesse conti bancari in banche svizzere e dei Caraibi. Era ridicolo fin dall’inizio. Nel 2010 la rivista Forbes ridusse significativamente i “conti segreti” di Castro da 40 miliardi di dollari a 900 milioni. Fu sottolineato che Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, fosse più povera del leader storico della rivoluzione cubana. Nel 2012 la rivista ridusse la ricchezza di Castro a 550 milioni. Ora il re di Spagna verrebbe dopo il leader cubano. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro fu duramente criticato dai guerrieri della propaganda occidentale con l’accusa di avere elevate spese per le esigenze dell’amministrazione presidenziale (dicono che la somma sia circa 2 miliardi di dollari). Molte pubblicazioni si sono dedicate a diffondere i dati sulle spese di Cristina Fernandez de Kirchner, del Presidente del Nicaragua Daniel Ortega e del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che avrebbe acquistato beni in Belgio per 260 milioni. Correa smentisce categoricamente le pseudo-rivelazioni. Ai giornalisti che ha incontrato, il presidente dell’Ecuador ha detto di aver comprato un appartamento in Belgio per lui e la moglie di origine belga. I giornalisti ebbero le copie dei documenti e foto della casa senza pretese.
Con l’aiuto dei media controllati, Washington cerca d’impedire l’emergere di nuovi Peron e Chavez nel continente. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e la CIA sono fortemente preoccupati dalle attività di Andrés Manuel López Obrador, l’ex-candidato alla carica di presidente del Messico. Nel 2012 diversi trucchi, tra cui brogli sui risultati del voto elettronico, furono utilizzati per sottrargli la vittoria alle elezioni presidenziali. Enrique Penha Nieto lo derubò delle elezioni con l’aiuto di magnati messicani e degli Stati Uniti. Con le sue altissime percentuali Obrador può vendicarsi nel 2018. Nuove trame diffamatorie vengono preparate nei laboratori segreti. Ad esempio, nel recente tweet su Obrador si legge “Si definisce protettore dei poveri”. Un video lo mostra allontanare un venditore ambulante come se non si degnasse di stringergli la mano. In realtà il filmato mostrava Obrador dare al suo sostenitore un abbraccio amichevole dopo una chiacchierata. Una TV pro-USA ha manomesso il video cambiando “creativamente” ciò che in realtà mostrava. Chi lo saprà in Messico dove presentatori TV e radio continuano a servire gli interessi degli Stati Uniti?

Andrés Manuel López Obrador

Andrés Manuel López Obrador

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Qatar dietro la strage di Tunisi

Uno dei terroristi di Tunisi, era un attivista di al-Nahda
Karim Zmerli Tunisie Secret 19 marzo 2015

Si chiamava Sabar Qashnawi, in questa foto accanto ad Abdalfatah Muru, attuale Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale! Tale spettacolare attacco terroristico, che ha ucciso 23 persone, tra cui 18 turisti europei, avrebbero potuto essere evitato se certi quadri del ministero degli Interni avessero preso sul serio le informazioni fornitegli da un esperto di computer tunisino, esiliato in Francia.

7585833-11711322Il terrorista di al-Nahda Sabar Qashnawi con l’islamista “moderato” Abdalfatah Muru, attuale vicepresidente dell’Assemblea Nazionale. Foto scattata a Tunisi nel 2012.

Sabar Qashnawi e Yasin Labidi, i due individui che hanno guidato l’azione terroristica al Bardo e sono stati eliminati dalla polizia, erano entrambi originari di Sabatla nel governatorato di Qasarin. Amin Salama, giovane esperto d’informatica specializzato in cyber-terrorismo, li seguiva da mesi, come molti altri terroristi. Sono tornati dalla Libia meno di tre mesi fa, precisamente il 28 dicembre 2014, per nascondersi ad al-Tahrir, non lontano da Tunisi, presso un fruttivendolo dello stesso gruppo, l’Uqba Ibn Nafa, un nome diversivo perché tale cellula e i due terroristi uccisi, in realtà aderivano ad Ansar al-Sharia guidata da Sayfalah bin Hasin, alias Abu Iyadh. Entrambi i terroristi, insieme ad altri due complici ancora in libertà, si erano meticolosamente preparati all’azione. Dalla città Ibn Qaldun in cui Yasin Labidi si trovava, presero la metropolitana per il Bardo. Entrarono nel palazzo del Bardo dalla porta posteriore incustodita. Il loro primo obiettivo era l’Assemblea Nazionale, confinante con il museo. Contrariamente a quanto è stato detto da tutti i media, tra cui Tunisie Secret, non indossavano uniformi militari. Visti dai militari e dagli elementi della brigata responsabile della protezione dei VIP a guardia l’Assemblea nazionale, gettarono una granata e aprirono il fuoco. Dopo aver subito la replica delle forze di sicurezza, corsero nel parcheggio del Museo Bardo, dove immediatamente spararono su due autobus di turisti appena arrivati. In quel momento vi fu il maggior numero di morti e feriti. Presero in ostaggio alcuni turisti già rifugiati nel museo, poi liberati abbastanza rapidamente dalle forze speciali. Risultato immediato dell’azione terroristica: 23 morti, tra cui 18 turisti, di cui due francesi e 50 feriti alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime Najat, tunisina madre di tre figli che lavorava al museo, e Ayman Morjan, un agente della polizia.
Tale spettacolare azione terroristica si sarebbe potuta evitare se certi quadri del ministero dell’Interno avessero preso sul serio i tracciati di Amin Salama degli ultimi due mesi. Ciò si sarebbe potuto evitare se la legge antiterrorismo del 2003 fosse stata in vigore e se i terroristi di ritorno dalla jihad in Siria e Iraq fossero stati neutralizzati una volta in Tunisia. Dopo un soggiorno nei campi di addestramento libici supervisionati da Qatar e Turchia, Sabar Qashnawi andò a combattere in Siria. Ciò che non è stato detto nei media è che Sabar Qashnawi era un militante di al-Nahda, relativizzando la dichiarazione di Rashid Ghanushi che condanna l’attentato “con cui volevano minare la giovane democrazia tunisina“! Anche il Qatar è stato il primo Paese a condannare l’attentato! Peggio, due anni fa l’islamista “moderato” Sabar Qashnawi posava con l’islamista “molto moderato” Abdalfatah Muru, che recentemente ha visitato il Gran Mufti della NATO e supremo imam del jihadismo transnazionale Yusif Qaradawi, padre spirituale del precedente e attuale emiro del Qatar. Casualmente la pagina facebook di Sabar Qashnawi è scomparsa poche ore dopo l’attentato. Non poteva averla disattivata lui dato che era già morto e identificato dalla polizia. Quindi è evidente che gli attivisti di al-Nahda hanno rimosso la compromettere pagina facebook. Purtroppo per loro, gli scienziati informatici di Tunisie Secret hanno avuto il tempo di registrarne informazioni e immagini contenute, tra cui quelle sul pranzo di Sabar Qashnawi con Abdalfatah Muru, pubblicate qui.

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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