Russia-Turchia: accordarsi senza fiducia è facile

MK Bhadrakumar Asia Times 13 luglio 20161234572Il pregiudizio contro i turchi come opportunisti ed inaffidabili, anche se esotico, è profondamente radicato nella psiche europea. Già William Shakespeare in Otello usa la parola “Turco” in tal senso. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 9% dei tedeschi ritiene che la Turchia possa essere un “partner affidabile” per l’Europa. Orgoglio e pregiudizio sono duri a morire. Ma Russia e Turchia hanno un diverso “approccio”: la fiducia reciproca è veramente importante nelle relazioni tra Stati con tanti interessi comuni? Dopo tutto, hanno combattuto delle guerre, non crociate contro l’altro. Il famoso sociologo, filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin ha recentemente applicato la cartina di tornasole del pragmatismo sui rapporti tesi della Russia con la Turchia. Dugin ha detto: “C’è un sentimento filo-russo in Turchia, ed è molto serio. La Turchia dipende dalla Russia su turismo, economia, energia e molti problemi dal punto di vista della geopolitica. Pertanto, la Turchia non potrà mai esacerbare drasticamente le relazioni con la Russia, anche se a volte non sono così buone”. Dugin, voce influente a Mosca, ha sottolineato che la Russia ha posizioni con la Turchia in parte coincidenti ma, soprattutto, la Russia non ha piani contro la Turchia, anche se ha piani geopolitici in Siria per fare del Paese una base: “Il nostro obiettivo è la liberazione della Turchia dalle influenze statunitensi e qatar-saudito-islamiste, mentre ci presentiamo semplicemente da polo della politica globale… Ma questo non significa che agiamo contro la Turchia. La Turchia gioca il suo gioco e, pertanto, la ‘difesa’ (della Russia) è in realtà diretta contro la NATO. Essendo la Turchia membro della NATO, questa “difesa” è diretto contro di essa, non contro la Turchia Stato-nazione, ma contro la NATO quale blocco ostile che vuole riconquistare l’egemonia globale”. Dov’è la necessità della “fiducia” in un complicato gioco geopolitico? Probabilmente, anche la Turchia lo sa.

Turchia come ‘buon vicino’
Così, il primo ministro turco Binali Yldirim ha dichiarato che la Turchia intende ricucire i legami con tutti i vicini, anche la Siria, e che la Turchia non ha “alcuna ragione” di combattere contro la Siria. Allo stesso modo, ha detto, i popoli russo e turco sono infelici delle relazioni tese e di conseguenza il suo governo, tenendo conto del “malcontento” popolare, provvede a normalizzare i rapporti con Mosca. Poi però, Yldirim già rientrava sollecitando la NATO a sostenere la Turchia fino in fondo, avvertendo le potenze occidentali: “La sicurezza di Damasco è la sicurezza di Parigi, Londra e Istanbul. La sicurezza di Aleppo è importante quanto quella di Berlino e Washington. La sicurezza di Baghdad è altrettanto importante della sicurezza di New York e Roma”. Tre cose potrebbero spiegare tale cambiamento repentino di Yldirim. Una, le parole fuori contesto del segretario di Stato degli USA John Kerry in volo a Mosca il 14-15 luglio per discutere in dettaglio la possibilità del primo accordo USA-Russia per condividere intelligence e dati per gli attacchi aerei in Siria. Naturalmente, i media statunitensi indicano che i funzionari della sicurezza nazionale di Washington parlano con diverse voci. La CNN dice “il più grande perdente potrebbe essere l’uomo che non c’è (a Mosca): il segretario alla Difesa Ash Carter“, apparentemente scettico nel “fidarsi” dei russi. Ma Yldirim si chiederà, al contrario: cosa succede se c’è un accordo russo-statunitense sulla Siria (e non si può escluderlo)? È inevitabile l’angoscia nella mente turca. Due, Mosca indica la determinazione a compiere operazioni militari in Siria. Sei bombardieri Tu-22M3 basati nel sud della Russia effettuavano massicci attacchi vicino Palmyra. (I bombardieri a lungo raggio avrebbero potuto trasportare un carico di 150 tonnellate di bombe).

L’opzione bombardiere della Russia
Il ritorno dei bombardieri pesanti nei cieli siriani è l’avvertimento che la riapertura dell’offensiva dei bombardamenti russi è sempre un’opzione per Mosca. Nel frattempo, secondo il Washington Post: “Dopo aver osservato le prime settimane di cessate il fuoco, aerei russi si sono uniti alle forze siriane, anche in un’offensiva dello scorso fine settimana contro l’ultima via di rifornimento dei ribelli e civili rintanati nella città settentrionale di Aleppo. Dopo giorni di bombardamento aereo che ha crivellato un’area di poche miglia di larghezza, le forze siriane e le milizie alleate provenienti da Iraq e Iran ed Hezbollah libanese si posizionavano su ciò che è nota come la Strada Castello che arriva in Turchia”. Il punto è che le forze governative siriane hanno ormai praticamente circondato Aleppo e l’ultima via dalla Turchia per rifornire i terroristi è stata chiusa. Dal punto di vista politico-militari, per la Turchia la partita è finita. L’urgenza di Yldirim è comprensibile. Ma la cosa buona è che Mosca non gioca un gioco a somma zero in Siria. Fondamentale per gli interessi vitali della Turchia, la Russia è neutrale verso i curdi siriani. Ora, è estremamente importante per la Turchia lo stallo del progetto “Rojava”, collegare i cantoni nord-orientali curdi di Kobane e Jazira con il cantone nord-occidentale di Ifrin per creare un’enclave autonoma contigua nel nord della Siria al confine della Turchia. La Turchia dovrebbe idealmente controllare la parte occidentale del corridoio Azaz-Jarabulus, ma poi inviare truppe nella Siria del Nord non è un’opzione fin quando la Russia non l’approva. Secondo notizie, la Turchia ha aperto un canale col regime siriano via Algeria riguardo i curdi siriani. In sintesi, la Turchia raggiungerebbe un punto, infine, laddove la riduzione dei suoi obiettivi in Siria è inevitabile, nel duplice obiettivo di sottomettere la crescente ondata di sub-nazionalismo curdo e d’indebolire lo SIIL. È interessante notare che l’intelligence turca ha organizzato un incontro segreto il mese scorso tra i capi dell’opposizione siriana e rappresentanti russi. Inoltre, la Turchia avrebbe sostituito il funzionario responsabile della sua agenzia di spionaggio, responsabile della Siria, un ‘duro’ che disapprovava i rapporti con il regime siriano. Ciò nonostante, intuendo che il cambio delle politiche turche sulla Siria sarà lento, Mosca fa la cosa giusta adottando un approccio pragmatico. Da un lato, la Russia e i suoi alleati creano il fatto compiuto sul terreno, tagliando le vie di rifornimento dei terroristi in Siria, mentre dall’altra parte Mosca getta la zavorra per una distensione con Ankara partecipando agli interessi economici della Turchia (a cui anche élite influenti sono interessate). Il primo gruppo di 189 turisti russi è arrivato nella “Riviera Turca” di Antalya nel fine settimana, accolto con fiori e cocktail. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha chiesto che il traffico turistico in Turchia sia accelerato. Nei restanti mesi prima dell’autunno, la Turchia spera di ricevere un milione di turisti russi creando un 10% di occupazione nelle località del Mediterraneo.

L’incentivo del gasdotto
Anche in questo caso, una serie di incontri a livello ministeriale sono in programma nella cooperazione economica. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha rivelato che una probabile riunione della commissione intergovernativa discuterà il progetto del gasdotto Turkish Stream da 15 miliardi in stallo. L’accordo per la costruzione del gasdotto fu raggiunto nel dicembre 2014 per trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia ogni anno, di cui 16 miliardi per la Turchia e il resto per l’hub del gas sul confine turco-greco. Chiaramente, né Russia né Turchia perdono tempo a gingillarsi, struggendosi se l’altra parte sia “affidabile” o no. Liberate da preoccupazioni ossessive sul grado di “fiducia”, la rispettiva conformità inizia ad aumentare. Una grande spinta alla normalizzazione si avrebbe quando i due presidenti s’incontreranno a breve. E la ricaduta sarebbe positiva per la conclusione in Siria.13716015Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Shanghai Cooperation Organization, dove gli interessi convergono

Andrej Volodin  Strategic Culture Foundation 10/07/ 2016SCOIl vertice di giugno della Shanghai Cooperation Organization a Tashkent è stato caratterizzato da un evento importante: India e Pakistan hanno firmato un protocollo d’impegno a ratificare tutti i trattati della SCO, un atto che apre la via alla piena appartenenza all’organizzazione. La decisione fondamentale d’espandere la Shanghai Cooperation Organization con l’adesione di due grandi Paesi dell’Asia meridionale fu adottata nel 2015 in occasione del vertice SCO a Ufa, e il successivo passo fu preso nella capitale dell’Uzbekistan. Gli analisti ritengono che la nuova configurazione geopolitica della SCO può non solo dare ulteriore impulso alla crescita economica dei Paesi aderenti all’organizzazione, ma anche facilitare la transizione di questo sistema globale dall’attuale stato di turbolenza ad una situazione che evolve verso la stabilità. Una volta che India e Pakistan entreranno nella SCO, l’organizzazione includerà quattro potenze nucleari: Russia, Cina, India e Pakistan. I suoi Stati aderenti hanno una popolazione di circa tre miliardi e mezzo e un PIL combinato stimato a 30 trilioni di dollari. Inoltre, Cina e India sono ancora le economie del mondo moderno in più rapido sviluppo. Questo è il quadro generale. Ma i diplomatici dicono che il diavolo è a piè di pagina. E anche qui, i dettagli sono significativi. L’adesione dell’India alla SCO non è stata rapida. Nuova Delhi ebbe lo status di osservatore nella Shanghai Cooperation Organization nel 2005, al quinto vertice della SCO di Astana. Da allora, l’India con tatto indicò l’interesse a un ruolo più attivo nella SCO, mentre Russia e Kazakistan proseguivano sforzi instancabili per convincere gli altri aderenti all’organizzazione della necessità di una piena partecipazione dell’India alla SCO. Nel 2009, dopo che il necessario “consolidamento verticale” fu completato, fu deciso di lanciare l’“espansione orizzontale” della SCO, e nel 2014 l’organizzazione ebbe il “via libera” all’adesione dei nuovi membri.
Perché è così importante per l’India partecipare alla SCO? Una risposta a questa domanda fu data dall’esperto diplomatico indiano e analista Ashok Sajjanhar: “sicurezza, interessi geopolitici, strategici ed economici dell’India sono strettamente intrecciati con gli sviluppi nella regione. Le sfide sempre presenti e crescenti da terrorismo, radicalismo ed instabilità rappresentano una grave minaccia per la sovranità e l’integrità non solo dell’India, ma anche dei Paesi vicini (nell’Asia centrale)”. L’espansione della SCO includendo gli Stati dell’Asia centrale benedetti dalle ricchezza minerarie permetterà di lavorare nel quadro dell’organizzazione elaborando norme generali che disciplinano il commercio delle risorse che saranno meno sensibili alle fluttuazioni del mercato. Per esempio, una delle maggiori priorità dell’India è ottenere il libero accesso all’Asia centrale, un’idea che è anche d’interesse strategico per le dirigenze degli Stati regionali. L’influenza culturale dell’India vi ha avuto una storia lunga e positiva. Per questa ragione, ai solidi legami degli interessi indiani e russi appare naturale lo sviluppo reso possibile dal Corridoio dei trasporti internazionale nord-sud (ITC), un progetto in cui Russia, India e Iran sono gli attori principali. E Nuova Delhi, sapendo della decisione d’istituire un “corridoio dei trasporti in Pakistan” con il concorso attivo della Cina, accelera gli sforzi per creare l’ITC. Il porto di Chabahar nell’Iran, che il Giappone vorrebbe modernizzare, è giustamente considerato uno dei pilastri dell’ITC. La Terra del Sol Levante è anche interessata alla futura rivoluzione dei trasporti, al centro del quale vi è la diversificazione delle vie dei trasporti in Eurasia. A mio parere, l’espansione della rete terrestre e marittima permetterà d’inquadrare i principi alla base del nuovo equilibrio geo-economico sul continente eurasiatico. E’ del tutto evidente che India, Russia e Cina condividono un interesse strategico comune nel puntellare la stabilità dei sistemi politici esistenti in Asia centrale. Speriamo che il dialogo continuo nel quadro della SCO sui problemi della sicurezza porti a progressi nella lotta al terrorismo in questo angolo del mondo, così come ad evitare ogni sorta di “rivoluzioni colorate”.
Il Pakistan ha le sue aspirazioni, proprio come l’India, e il Paese è anche sulla via della piena adesione alla SCO. Da un lato, come il giornale pakistano The Nation riferisce, la repubblica dimostra la volontà di diversificare la propria politica estera con tattiche con più senso geopolitico ed economico. D’altra parte, un costante dialogo nel quadro della SCO potrebbe creare nuove condizioni favorevoli a normalizzare lo storicamente difficile rapporto pakistano-indiano. Va sottolineato che il Pakistan vede l’adesione contemporanea nella SCO di entrambi gli Stati dell’Asia meridionale come un’opportunità per migliorare i rapporti economici tra Islamabad e Nuova Delhi. E, data la pazienza e la moderazione dell’India, è ragionevole aspettarsi che i legami economici bilaterali tra India e Pakistan finalmente maturino. Sul rapporto tra Nuova Delhi e Islamabad, ciò contribuirà a rendere l’atmosfera meno ideologicizzata e più favorevole all’idea di collaborare per raggiungere specifici risultati reciprocamente vantaggiosi. Il punto di vista di Mosca sui rapporti indo-pakistani rimane immutato da decenni. L’India sa che la Russia è interessata a: 1) mantenere unità e integrità territoriale del Pakistan (uno dei presupposti della stabilità politica interna dell’Afghanistan “post-americano”) e 2) un più forte governo civile nella repubblica islamica, per un futuro privo di ostacoli a sviluppo sociale e politico, vedendo il Paese muovere i primi passi sul lungo sentiero della durevole crescita economica. Il coinvolgimento attivo del Pakistan nella Shanghai Cooperation Organization non è solo un interesse a lungo termine della Russia, ma anche dell’India.sevmorputLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In 48 ore la Turchia passa da vittoria a sconfitta diplomatica ed attacco terroristico

Can Erimtan, NEO, 04/07/2016

Yildirim ed Erdogan

Yildirim ed Erdogan

I primi due giorni della settimana passata hanno visto due sviluppi epocali sul fronte diplomatico turco. Ma poi si assisteva a un attacco terroristico efferato che ha traumatizzato il Paese. Il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), guidato dal primo ministro Binali Yildirim (Sfortunato) e strenuamente sostenuto dal nominalmente neutrale presidente Recep Tayyip Erdogan (alias il Pres), è apparso scioccato dal triplice attacco suicida all’Ataturk d’Istanbul… ma forse tali eventi apparentemente casuali e indipendenti in qualche modo sono interconnessi e collegati?? Il 27 e 28 giugno sono stati le più epocali 48 ore della Turchia. Fin dall’inizio della settimana, le cose sembravano mettersi bene coi media turchi (leggi apparato di propaganda statale) riferire che Israele aveva finalmente deciso di riparare e ripristinare rapporti cordiali con la Turchia, relazioni colpite fin dalla performance “di un minuto” dell’allora premier Erdogan a Davos (30 gennaio 2009) e dal successivo mortale incidente della Mavi Marmara (31 maggio 2010). Poi nel corso della stessa giornata altre notizie indicavano che la Turchia aveva, a sua volta, fatto aperture alla Russia tentando di rattoppare le cose tra Ankara e Mosca, tra Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. A seguito di questi due importanti sviluppi politici, esperti e pubblico erano occupati a rigurgitare i fatti quando il 28 giugno, verso le 22:00, i terroristi colpivano l’importante arteria dei trasporti d’Istanbul, l’aeroporto Ataturk di Yesilkoy, il più grande della nazione e terzo più grande dell’Europa, in funzione dal 1924 e con più di 60 milioni di passeggeri l’anno scorso.

La mossa israeliana
17 Quelle 48 ore cominciavano bene, col quotidiano fermamente pro-AKP Sabah che riportava con orgoglio il titolo che la Turchia aveva costretto Israele a revocare il blocco della Striscia di Gaza. Lo sfortunato premier Binali Yidirim successivamente annunciava al mondo che l'”embargo di Gaza sarà in gran parte tolto“, aggiungendo che “una nave turca portava 10000 tonnellate di aiuti verso il porto israeliano di Ashdod“. Così la Turchia proclamava di aver fatto la sua parte per i palestinesi assediati che vivono nella “più grande prigione a cielo aperto del mondo“, mentre l’embargo israeliano a Gaza è ormai “in gran parte tolto“. Le autorità israeliane, d’altra parte, come formulava il giornalista di Gerusalemme Allison Deger, si permettevano di dissentire indicando che il “blocco alla Striscia di Gaza… rimarrà a pieno regime“. Infatti, Bibi (il più aggressivo premier israeliano Benjamin Netanyahu, immagine riflessa sullo specchio ebraico del Pres turco), l’ha chiarito dicendo che “l’embargo di Gaza è un nostro supremo interesse della sicurezza; non sono pronto a compromessi su ciò“. Tuttavia, per il pubblico turco, gli spin doctor dell’AKP sono più che felici di piegare la verità e dipingere Pres e Sfortunato campioni dei musulmani oppressi in tutto il mondo, in particolare dei palestinesi. L’emittente araba al-Jazeera riportava in dettaglio che l'”accordo vedrà Israele dare un risarcimento di 20 milioni di dollari alle famiglie dei 10 cittadini turchi uccisi dalle forze israeliane che irruppero sulla flottiglia (Mavi Marmara) volta a spezzare l’assedio israeliano a Gaza e fornire aiuti umanitari ai quasi due milioni di palestinesi che vi vivono. Oltre alla compensazione, l’accordo consentirà alla Turchia d’inviare aiuti umanitari, costruire un ospedale di 200 posti letto, edilizia abitativa e un impianto di dissalazione a Gaza, a condizione che i materiali passino dal porto israeliano di Ashdod“. Anche se Sfortunato fa sembrare l’invio di aiuti della Turchia “dal porto israeliano di Ashdod”, quale primo passo verso il sollevamento dell’assedio israeliano di Gaza, la realtà è che la Turchia invia aiuti ai palestinesi coi buoni uffici del carceriere ed occupante, lo Stato d’Israele. Ancora, i legami tra Turchia e Israele saranno ripristinati, portando alla ripresa dei rapporti commerciali e a possibile afflusso di turisti ebrei nel Paese guidato dall’AKP. Tali rapporti commerciali non includeranno le armi, tuttavia, come ha spiegato un funzionario israeliano, parlando sotto anonimato: “l’accordo non permette di ripristinare l’intimità di una volta tra le nostre industrie della difesa e i nostri quadri militari, anche se c’era tale desiderio in Turchia, ma resta dubbio“. Tutto sommato, sembra che l’accordo Turchia-Israele, firmato a Roma, assomigli molto a un esercizio di PR per conto di Pres e Sfortunato, un esercizio di PR che trasmette l’impressione di una netta vittoria turca sull’ingiustizia israeliana, una vittoria che riduce le sofferenze dei musulmani (come in Palestina).

La mossa russa
Il giorno dopo che Feridun Sinirlioglu, sottosegretario al ministero degli Esteri turco, e l’avvocato Dr. Joseph Ciechanover, agente per conto del governo israeliano, avevano avviato i negoziati per l’accordo di Roma, un’altra notizia apparve all’orizzonte della Turchia. L’agenzia Sputnik riferiva che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva fatto un annuncio importante: “Il Presidente Putin ha ricevuto una lettera dal presidente turco Erdogan in cui esprime interesse a risolvere la situazione sull’abbattimento del bombardiere russo“. Peskov diceva che nella lettera il Pres dichiarava che la Turchia “condivide il dolore della morte del pilota del Su-24 abbattuto con la famiglia”, e rivolgendo ad essa “il dolore della Turchia“. Dmitrij Peskov continuava che “nella lettera, il presidente turco dice anche di aver sempre visto la Russia come partner strategico e amica“, e Tayyip Erdogan nella missiva letteralmente diceva che “non abbiamo mai avuto intenzione di abbattere l’aereo della Federazione russa”. In questo caso, il Pres sembra sfoggiare umiltà nei rapporti con l’omologo russo. Piuttosto un’inversione dallo scorso anno, quando letteralmente ingaggiò un duello con Putin. Al momento, alcuna parte si trattenne, sparando colpo su colpo sull’avversario. Ma i tempi sono cambiati in modo chiaro, e dopo aver abbandonato le spacconate sul presidente russo, Erdogan a quanto pare non rifuggire dall’inviare una missiva emotiva a suo nome. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov diceva ai giornalisti a Mosca che il “messaggio di Tayyip Erdogan include rammarico e la parola ‘scusa’“. In precedenza, per la precisione il 26 novembre 2015, per esempio, il presidente turco dichiarò con enfasi alla stampa di “non scusarsi!” Ma ora, va anche assicurando l’omologo russo che Mosca e Ankara sono partner strategici, arrivando a dire che la Turchia pagherà un risarcimento, mentre con la sua missiva impegnava la Turchia a prendere tutte le misure necessarie per “alleviare dolore e gravità dei danni“, inflitti ai parenti del pilota russo Oleg Peshkov ucciso in volo. Dopo esseri lanciato dall’aereo, il pilota fu ucciso da un militante ultranazionalista turco dei Lupi grigi (affiliati all’estrema destra dell’MHP o Partito del Movimento Nazionale), che a quanto pare combatteva al fianco dei terroristi turcomanni (o combattenti per la libertà, se si vuole) che combattono contro il regime di Assad. Il suo nome è Alparslan Çelik e le autorità turche l’hanno arrestato assieme ad altri 16 sospetti il 31 marzo 2016, nel quartiere Karabaglar della città costiera di Izmir. Ma appena prima della dichiarazione di Dmitrij Peskov sulla lettera di Tayyip Erdogan, il quotidiano islamista e chiaramente pro-AKP Yeni Akit riferiva che il presidente aveva preso una decisione provvisoria, liberando sette sospetti vietandogli di lasciare il Paese.

Una questione di tempi: è il gas, stupido
Tamar-Partners-to-Drill-Exploration-Well-Off-Israel Sembra assai sospetto che tali due eventi diplomatici si siano verificarsi allo stesso momento. Entrambi gli eventi sembrano avere molto radicate ramificazioni economiche. Un cinico potrebbe anche dire che il Pres abbia semplicemente inghiottito l’orgoglio per garantirsi il ritorno dei turisti russi nella località costiera mediterranea della Turchia di Antalya. Commercio e turismo della Turchia hanno subito perdite drammatiche negli ultimi mesi: “il numero di turisti russi che visitava il resort (di Antalya) tra il 1 giugno e il 16 giugno è diminuito del 98,5 per cento, e i turisti tedeschi del 45 per cento, rispetto allo stesso periodo nel 2015“. Allo stesso momento, il fattore energia non va dimenticato dato che la Turchia importa quasi il 99% del gas che consuma. L’anno scorso, prima dell’infame abbattimento del Su-24 russo, la Turchia importava circa il 58% del gas naturale dalla Russia (il resto dall’Iran con il 18%, Azerbaigian col 12%, Algeria col 7,7% e Nigeria col 2,4%). E l’accordo con Israele potrebbe anche riguardare il gas. Lo Stato d’Israele potrebbe cercare un potenziale cliente per le esportazioni di gas off-shore. L’aggressione d’Israele alla Striscia di Gaza nel 2014, dal nome quasi poetico di operazione Protezione del confine (8 luglio-26 agosto 2014) fu in minima parte volto ad occupare i pozzi gasiferi “Marine-1 e Marine-2 del giacimento Leviathan al largo di Gaza”. Anais Antreasyan di Ginevra giustamente rilevava sul Journal of Palestine Studies dell’Università della California che l’obiettivo a lungo termine d’Israele è “integrare i giacimenti di gas al largo di Gaza agli adiacenti impianti offshore d’Israele”. Ma, come il giornalista ed accademico sulla sicurezza internazionale Dr. Nafeez Ahmed sottolinea in modo appropriato, il “conflitto israelo-palestinese del 2014 chiaramente non riguardava solo le risorse. Ma in un’epoca di energia costosa, la concorrenza nel dominare i combustibili fossili regionali sempre più influenza le decisioni cruciali che possono scatenare una guerra” e probabilmente la Turchia sarebbe più che un ricettacolo del gas di Gaza, tramite l’infrastruttura dello Stato di Israele, non solo per il consumo interno, ma anche per soddisfare l’ambizione di diventare un hub energetico regionale, e il terreno per preparare tale accorso fu trovato quando il mese scorso la Turchia tolse il veto a qualsiasi attività d’Israele con la NATO, e lo Stato ebraico successivamente poté aprire uffici nella sede di Bruxelles della NATO. Non c’è quindi da stupirsi che Hamas, la forza politica dominante nella Striscia di Gaza, non fosse al corrente dell’accordo Israele-Turchia. Ciò appare particolarmente curioso, quando il 17 giugno il capo di Hamas Qalid Mishal incontrava il Pres ad Istanbul. Il segretario generale dell’Iniziativa nazionale palestinese, Mustafa Barghuti, da parte sua, è apparso incapace di nascondere il disappunto: “Se è vero che l’accordo Turchia-Israele si riferisce ad un futuro accordo sul gas, sarà molto pericoloso e deludente“, aggiungendo che “siamo molto preoccupati da qualsiasi Paese che collabori con Israele nell’esportazione del gas. È una misura redditizia e la vediamo come premio per l’occupante. E’ deludente, soprattutto da un Paese che dice di supportare la Palestina“. Questi sviluppi inebrianti nel trio Turchia, Russia e Israele erano su tutti i discorsi il lunedì e martedì, ma poi improvvisamente alle 10 di sera tali macchinazioni diplomatiche divennero secondarie quando 3 kamikaze non identificati attaccarono il terminal Ataturk d’Istanbul, uccidendo 41 (di cui dieci stranieri) e ferendo più di 200 passeggeri inermi. Era il quarto attentato suicida ad Istanbul nel 2016. Siobhán O’Grady, redattore di Foreign Policy, notava che l'”attacco avveniva solo tre mesi dopo che un gruppo dello Stato islamico aveva lanciato un attacco simile all’aeroporto di Bruxelles, uccidendo 15 persone. Il governo turco già accusava dei terroristi non specificati, ma non ha ancora nominato quale gruppo crede sia responsabile. I due più probabili sospetti sono PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e Stato Islamico, entrambi hanno ripetutamente effettuato attentati in Turchia negli ultimi anni. “Il Pres s’è affrettato ad aggiungere ricordando al pubblico interno, nonché internazionale, che la Turchia “continuerà la lotta contro questi terroristi fino alla fine, instancabilmente e senza paura”. Lo sfortunato premier allora seguiva il capo dichiarando che “l’attacco contro persone innocenti è un vile e pianificato atto terroristico… le prove delle nostre forze di sicurezza puntano all’organizzazione Daish (SIIL) quale autrice di tale attacco terroristico“.

Il triplice attacco suicida: un altro attacco del califfato o qualcosa di più sinistro??
Ma il triplice attacco suicida, perpetrato da persone che arrivarono all’aeroporto sullo stesso taxi, seguiva l’attentato suicida con autobomba all’inizio del mese nel popolare quartiere di Istanbul di Vezneciler, uccidendo 11 persone e ferendone decine di altre. Le autorità subito accusarono il Califfo e i suoi banditi (Stato islamico o SIIL), anche se non fu mai rivendicato da alcun gruppo terroristico. Ma ignorare un atto di terrorismo è insolito per i membri dello Stato Islamico, desiderosi di pubblicizzare ampiamente i loro vili atti su internet e altri social media. Nelle ore seguenti l’attacco suicida, l’emittente pubblica tedesca ARD fece balenare l’idea che il gruppo terroristico TAK (Teyrebazen Azadiya Kurdistan o Falconi per la libertà del Kurdistan) fosse responsabile del crimine. E ciò sembrerebbe sensato infatti, tenendo presente la guerra continua del governo di Ankara contro la popolazione curda nella Turchia del sud-est. In una precedente occasione, feci notare tale gruppo terroristico attivo in Turchia. Ma il Pres e il suo Sfortunato assistente sembrano desiderosi di coinvolgere lo Stato islamico nella guerra al terrore della Turchia, deviando l’attenzione dalla questione curda ed insinuando che la ferma politica del governo faccia tutto tranne che eliminare l’iniziativa dei gruppi terroristici curdi che potrebbero essere presenti in Turchia. Allo stesso tempo, tale ultimo crimine terroristico suscitava una serie di indubbi sviluppi positivi. Per prima cosa, Vladimir Putin telefonava all’omologo turco il 29 giugno, esprimendo le condoglianze e promettendo cooperazione contro ogni minaccia terroristica. La telefonata era la prima in sette mesi, ed entrambi gli uomini hanno parlato per 40 minuti. Invece che Tayyip Erdogan facesse il primo passo verso Mosca, dopo l’ormai famosa lettera, l’attacco all’Ataturk permetteva a Putin di rompere il protocollo e tendere la mano, discutibile vittoria diplomatica secondaria del Pres turco. Ricevette altre telefonate, naturalmente, in particolare da Barack Obama. L’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest dichiarava alla folla giornalistica di Washington DC che “questa mattina, il presidente era al telefono con il presidente della Turchia Erdogan… (assicurando) qualsiasi supporto che i turchi possano ricevere nel condurre le indagini“. Ma poi Fuat Avni twittava già il 23 giugno 2016 che, “se azioni saranno prese porteranno il Paese sull’orlo di una guerra civile. Esplosioni, cospirazioni, distruzioni di veicoli si susseguiranno“. Allo stesso tempo, il corrispondente di Ankara della CNN Türk, Hande Firat, dichiarava che “all’inizio di giugno, una ventina di giorni fa, un’unità d’intelligence (aveva) inviato un avvertimento scritto ai vertici dello stato e a tutte le sue sezioni in relazione ad Istanbul. Tale rapporto comprendeva anche i nomi delle località”. Se l’aeroporto Ataturk era in quella lista resta ignoto però. Le dichiarazioni di Fuat Avni e Hande Firat indicano che gli eventi in quelle 48 ore furono programmati?? Che vittoria e sconfitta diplomatica, in via preliminare sarebbero state compensate da un evento più grave ed immediato che avrebbe distolto l’attenzione da particolari potenzialmente imbarazzanti, che rischiavano di gettare sotto una cattiva luce il Pres e la sua immagine?? O è solo un’altra teoria del complotto che ha che fare con il così popolare, ma anche controverso, Recep Tayyip Erdogan?imageDr. Can Erimtan è uno studioso indipendente residente ad Istanbul, dall’ampio interesse per politica, storia e cultura dei Balcani e del Grande Medio Oriente, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India e Pakistan entrano nel Gruppo di Shanghai nel giorno della Brexit

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 1 luglio 2016

Per il Professor Alfredo Jalife-Rahme, il principale geopolitico dell’America Latina, la coincidenza dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e dell’ingresso di India e Pakistan nella Shanghai Cooperation Organisation sconvolge il mondo. Ora la de-globalizzazione ha inizio.UOesrJYvuhK6zrFCl2wECPVHufd16drpLa caduta del muro di Berlino nel 1989 impose l’unipolarità strategica degli Stati Uniti, e la globalizzazione finanziaria tossica, diffondendo una mostruosa disuguaglianza a livello locale, regionale e globale, assieme a massiccia disoccupazione e austerità asfissiante. La Brexit, mezzo secolo dopo la fase perniciosa della deregolamentazione thatcheriana, e ventisette anni dopo la caduta del muro di Berlino, apre la via a una dolorosa de-globalizzazione [1]; cioè a cambiamenti geostrategici e accentuazione del dinamismo della multipolarità. La Brexit è un mutamento tettonico che avrà profonde conseguenze nel nuovo ordine mondiale che definisco tripolare: Stati Uniti, Russia e Cina. Nel breve e medio termine, la Brexit equivarrà alla caduta del muro di Berlino. A lungo termine, il lungo periodo di Fernand Braudel, sarà l’anti-Waterloo; il rovesciamento dell’ascesa della Gran Bretagna dalla vittoria militare di 201 anni fa nel vecchio Belgio, diventato sede proprio dell’Unione europea in via di dissoluzione. Per l’editorialista del cinese Global Times, “il futuro paesaggio della politica globale probabilmente porterà grandi cambiamenti, simili a quelli rintracciabili nella storia geologica della frantumazione dell’ex-supercontinente Gondwana di 180 milioni di anni fa” [2]. I pezzi sparsi dell’UE si divideranno tra Russia e Stati Uniti, con la Cina sullo sfondo. Nel modo con cui le tre superpotenze raccontano l’evento, emerge forse il nucleo del nuovo ordine globale che nascerà dalla Brexit: gli Stati Uniti dicono che la Russia ha vinto, la Cina assicura che il dollaro ha vinto e l’euro ha perso, mentre la Russia assicura che la Cina ha vinto. Preveggenza, tre giorni prima della Brexit il demoniaco mega-speculatore George Soros, che ha gravemente contribuito allo smantellamento dell’Unione Europea e dell’euro manipolando migranti e capitali mobili, già prevedeva la Russia come potenza globale emergente, vaporizzando l’Unione europea [3]. Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán aveva già sottolineato la responsabilità di Soros quando promosse la crisi migratoria dal Medio Oriente verso l’Europa [4]. Non è un caso che Soros sia già uno dei principali beneficiari dello tsunami finanziario causato dalla Brexit, scommettendo sul crollo del mercato azionario e l’ascesa dell’oro [5]. Ora Soros scommette sulla distruzione della principale banca tedesca/europea, Deutsche Bank, a beneficio dei bankster a Wall Street e City [6].
Il mio articolo dell’anno scorso fu preveggente: “La Gran Bretagna lascia l’Europa per la Cina: un’alleanza per l’olandesizzazione geofinanziaria“, sulla complementarità delle più grandi riserve cinesi in valuta estera con l’esperienza finanziarista della City che costruisce l’impalcatura del nuovo ordine multipolare geofinanziario del XXI secolo [7]. Vicino al mio approccio c’è Thierry Meyssan, direttore di Réseau Voltaire, che aggiunge che la Brexit, sostenuta dalla regina d’Inghilterra, e il riorientamento della Gran Bretagna verso lo yuan cinese, sono pari alla caduta del muro di Berlino ed accelerano il mutamento della geopolitica globale [8]. Nel mio precedente articolo [9], sottolineai la seguente simultaneità geostrategica: lo stesso giorno in cui l’Unione europea comincia ad implodere, il Gruppo di Shanghai (OCS) si riuniva per il sedicesimo vertice a Tashkent (Uzbekistan) dove si ritrovavano lo zar Vladimir Putin e il mandarino Xi per approvare il protocollo di adesione di due Pesi massimi nucleari: India e Pakistan [10]. Questa è la fine di un’era [11]. In realtà vi sono state due spinte geostrategiche dato che, il giorno dopo la Brexit e il vertice del Gruppo di Shanghai a Tashkent, Putin visitava la Cina per approfondire i legami strategici con Xi. E questi due incontri, a Tashkent e a Pechino, sono stati ritratti con angoscia dai media della disinformazione occidentale. Con il suo sarcasmo leggendario, lo zar Putin, sette giorni prima della Brexit, ammise all’incontro finanziario di San Pietroburgo che gli Stati Uniti “sono ancora probabilmente l’unica superpotenza mondiale”, preparandosi “a lavorare con chi erediterà la presidenza di Washington, qualunque sia“, ma senza “accettare che gli detti cosa fare” [12]. Lo stesso giorno della Brexit, le due potenze nucleari del subcontinente indiano venivano ammesse al Gruppo di Shanghai, cioè 110 – 120 testate nucleari dell’India [13] e 110 – 130 testate nucleari del Pakistan [14]. Il Daily Times conclude che l’adesione del Pakistan è molto significativa nella scena geopolitica in subbuglio [15]. Con meno entusiasmo del Pakistan, The Hindu però gioiva al pensiero che India e Pakistan saranno membri a pieno titolo della SCO; si può supporre che la Cina sponsorizza il Pakistan, e la Russia l’India [16].
Ma non tutto è roseo nel Gruppo di Shanghai perché, secondo Yang Jin dell’Accademia delle Scienze Sociali della Cina, “crisi finanziaria globale, calo dei prezzi delle materie prime essenziali (generi di prima necessità) e deterioramento del commercio dovuto alle sanzioni economiche alla Russia hanno avuto effetti negativi sulla stabilità (sic) e l’economia dei membri della SCO“, mentre “le grandi potenze (cioè gli Stati Uniti, e in particolare “il piano Brzezinski”) sono intervenuti in profondità negli affari regionali, spezzando gli interessi comuni dei membri della SCO, rendendo difficile la piena cooperazione“; perché accanto al binomio delle superpotenze Cina e Russia, i quattro Paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) aderenti, sono in competizione su territori, risorse idriche ed etnie [17]. L’adesione di India e Pakistan al Gruppo di Shanghai gli darà una spinta, dopo sedici vertici deludenti? Il problema dell’allargamento della SCO è che deve definire l’obiettivo principale, creando un dilemma: costruire un blocco militare eurasiatico per contrastare la NATO, o integrare null’altro che un mero blocco mercantilista. La riconciliazione tra l’orso russo e il drago cinese, questo è l’evento. Il Quotidiano del Popolo afferma che l’associazione tra Cina e Russia è a una svolta implacabile (sic) [18], mentre Cao Siqi ha detto che Cina e Russia rafforzano la stabilità globale e hanno raggiunto il consenso contro l’egemonia degli Stati Uniti [19]. Su Global Times, un editorialista ritiene che la pressione degli Stati Uniti rafforzi i legami tra Cina e Russia, mentre Washington non può abbattere il drago cinese e l’orso russo nello stesso tempo [ 20 ].
Il vecchio regime è morto, viva la nuova era!

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)62514_0Note
[1] “Hacia la desglobalización“, Alfredo Jalife-Rahme, Jorale/Orfila (2007), ISBN 978-9685863223.
[2] “Shock waves of UK exit’s impact will rearrange the face of global politics and markets”, Anbound, The Global Times, 27 giugno 2016.
[3] “Soros sees Russia emerging as global power as EU fades”, Andy Bruce & Kit Rees, Reuters, 20 giugno 2016.
[4] “Hungarian Prime Minister accuses billionaire investor George Soros of trying to undermine Europe by supporting refugees travelling from the Middle East”, Jennifer Newton, Daily Mail, 30 ottobre 2015.
[5] “Billionaire Soros Was ‘Long’ on Pound Before Vote on Brexit”, Francine Lacqua & Sree Vidya Bhaktavatsalam, Bloomberg, 27 giugno 2016.
[6] “Soros had Deutsche Bank ’short’ bet at time of Brexit fallout”, Arno Schuetze, Reuters, 28 giugno 2016.
[7] “Gran Bretaña abandona a EU por China: alianza geofinanciera con “holandización”“, Alfredo jalife-Rahme, La Jornada, 25 Ottobre 2015.
[8] “Le Brexit redistribue la géopolitique mondiale“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 giugno 2016.
[9] “Brexit: ganó el nacionalismo británico/Perdió la globalización/Derrota de Obama/Triunfo de Putin”, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 26 giugno 2016.
[10] “Ташкентская декларация“, Сеть Вольтер, 24 giugno 2016.
[11] ““Un nuevo significado, un nuevo peso”: La organización que unirá casi a la mitad del planeta“, Russia Today, 24 giugno 2016.
[12] “Presidente ruso Putin dice acepta rol de superpotencia de EEUU, diluye elogios a Trump“, Grigory Dukor, Reuters, 17 giugno 2016.
[13] “Indian nuclear forces, 2015”, Hans M. Kristensen & Robert S. Norris, Bulletin of Atomic Scientists, 1 settembre 2015.
[14] “Pakistani nuclear forces, 2015”, Hans M. Kristensen & Robert S. Norris, Bulletin of Atomic Scientists, 1 settembre 2015.
[15] “Pakistan’s entry at SCO significant in changing geopolitical scenario”, Daily Times, 26 giugno 2016.
[16] “India, Pakistan become full SCO members”, The Hindu, 11 luglio 2015.
[17] “SCO needs to overcome diverse demands”, Yang Jin, Global Times, 26 giugno 2016.
[18] “China, Russia pledge “unswerving” partnership”, People’s Daily, 27 giugno 2016.
[19] “China, Russia to strengthen global stability”, Cao Siqi, Global Times, 27 giugno 2016.
[20] “US pressure spurs closer Sino-Russian ties”, Global Times, 27 giugno 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin in Cina: l’alleanza russo-cinese

I vertici di Putin con la leadership cinese a Pechino e Tashkent consolidano la più potente alleanza nel mondo attuale.
Alexander Mercouris, The Duran 5/7/2016Russia ChinaAnche se ha ricevuto poca attenzione in occidente, la scorsa settimana Putin ha completato la sua 15.ma visita in Cina dove ha avuto intensi colloqui con la leadership cinese guidata dal Presidente Xi Jinping. Ciò è avvenuto subito dopo l’incontro di Putin con Xi Jinping nell’immediatamente precedente vertice della Shanghai Cooperation Organisation a Tashkent. Secondo il Primo ministro cinese Li Keqiang, che Putin aveva anche incontrato a Pechino, Xi Jinping ha incontrato Putin più di qualsiasi altro leader straniero. Da parte russa i colloqui tra Putin e la leadership cinese a Pechino non hanno riguardato solo Putin. L’incontro di Putin con Xi Jinping a Pechino è iniziato come un faccia a faccia tra i due leader e i loro interpreti, poi si è ampliato includendo alti funzionari e ministri dei governi russo e cinese. Mentre non sappiamo i dettagli degli argomenti discussi, Putin e Xi Jinping non ne hanno parlato nelle conferenze stampa, le informazioni che abbiamo suggeriscono che i colloqui sono stati molto dettagliati e ampi: “I documenti firmati includono una dichiarazione tra Russia e Cina sul rafforzamento del diritto internazionale, degli accordi intergovernativi di cooperazione per la realizzazione congiunta di un programma per sviluppare, produrre, commercializzare ed organizzare il servizio post-vendita di un aereo wide-bodied a lungo raggio e sviluppare ulteriori modelli basati sull’aereo, la cooperazione sul programma per costruire un elicottero pesante, cooperazione nella protezione della tecnologia collegata alla cooperazione per esplorare ed utilizzare lo spazio per scopi pacifici, sviluppo ed avvio operativo di sistemi e infrastrutture spaziali a terra, l’appendice all’accordo di cooperazione sulla costruzione di una centrale nucleare sul territorio cinese e un secondo prestito statale cinese alla Russia. Altri accordi riguardano il coordinamento degli sforzi congiunti nei gruppi ed organizzazioni internazionali, cooperazione nel settore forestale, dell’innovazione, della regolamentazione dei mercati mobiliari, delle assicurazioni, cooperazione nella localizzazione della produzione di equipaggiamento rotabile, sulla ferrovia ad alta velocità sul territorio russo, nell’industria del petrolio e del gas, sui media e nello sport. Veniva firmata anche una dichiarazione congiunta tra la Commissione dell’Unione economica eurasiatica e il Ministero del Commercio cinese sull’avvio ufficiale dei negoziati su un accordo di cooperazione commerciale ed economica tra l’Unione economica eurasiatica e la Repubblica Popolare Cinese“. L’ultimo paragrafo chiarisce che i cinesi non solo hanno ricevuto Putin da Presidente della Russia, ma anche da leader de facto dell’Unione economica eurasiatica, un’organizzazione che i media occidentali ignorano e che, per quanto i media occidentali ne siano interessati, potrebbe anche non esistere. I comunicati ufficiali non dicono nulla delle discussioni su difesa e politica estera, ma possiamo assicurare che hanno avuto luogo e che l’intera gamma delle relazioni internazionali: Ucraina, Siria, Corea democratica, Mar Cinese Meridionale, controllo degli armamenti, difesa, ecc., è stata discussa, come i vari progetti per la costruzione di una nuova architettura finanziaria globale indipendente da Stati Uniti e dollaro, che i cinesi in particolare portano avanti. Quasi certamente la ragione per cui i leader russi e cinesi trascurano i media internazionali nelle loro discussioni è perché non vogliono domande sui colloqui su questi argomenti.
enhanced-buzz-13005-1415720722-8 Non conosco cooperazione tra due altre grandi potenze nel mondo di oggi così stretta. Contrariamente a quanto spesso si dice, la cooperazione tra Russia e la Cina oggi a livello politico e strategico-militare è molto più stretta di quanto non lo fosse durante l’alleanza formale negli anni ’50, quando gli incontri tra i leader sovietici e cinesi erano poco frequenti e spesso tesi. Mentre le relazioni economiche e tecnologiche tra i due Paesi sono ancora in ritardo, come i comunicati mostrano, sono però in rapido sviluppo. Ad esempio e contrariamente ad alcune affermazioni dei media, i due Paesi forgiano i progetti dei gasdotti in costruzione. Le pretese dei commentatori liberali russi occidentali e filo-occidentali, che non saranno mai costruite, sono un pio desiderio. Al di là delle discussioni bilaterali vi sono i piani, di cui Putin ha discusso al SPIEF 2016, con cui l’Unione economica eurasiatica e la Cina concluderanno accordi di libero scambio con cui Russia e Cina lavoreranno per riunire l’Unione economica eurasiatica della Russia e il progetto di Via della Seta cinese, nell’ambito del progetto congiunto “Grande Eurasia” in cui, in ultima analisi, coinvolgerebbero anche l’Europa. Tutto questo è solo la punta visibile dell’iceberg delle relazioni russo-cinesi. Come ho detto in precedenza, vi sono di certo decine di accordi segreti tra cinesi e russi di cui non sappiamo nulla: condivisione delle informazioni (tra cui ad esempio intelligence elettronica e dati satellitari), coordinare la politica estera e la cooperazione nella difesa come la condivisione tecnologica. Sappiamo per esempio che russi e cinesi hanno rappresentanti presso il corrispettivo comando centrale, e che di recente hanno svolto a Mosca un’esercitazione di comando congiunto riguardo le operazioni congiunte delle rispettive difese antimissili balistici, qualcosa che gli Stati Uniti non farebbero mai a tale livello con uno qualsiasi dei loro alleati.
Anche se ne sappiamo poco di questi accordi, è possibile fare ipotesi plausibili su alcuni di essi. Nella cooperazione per la tecnologia della difesa, i cinesi per esempio notoriamente si affidano molto alla tecnologia russa per i loro motori a razzo a combustibile liquido, sia per i missili balistici che per il programma spaziale; e in generale sembrano affidarsi molto sulla tecnologia russa anche nella progettazione dei velivoli spaziali. Come spesso accade, le informazioni sul recente vertice di Pechino suggeriscono che russi e cinesi possano anche muovere i primi passi verso la fusione dei rispettivi programmi spaziali. I cinesi sembrano anche dipendere in larga misura dai russi per la tecnologia delle turbine a gas ed anche sui motori per gli aerei militari. In realtà ci sono voci, sempre negate, che i progetti di aerei militari cinesi attingano pesantemente dalla consulenza tecnica russa. I russi da parte loro farebbero sempre più affidamento sui cinesi per i sottocomponenti elettronici di certi sistemi, e vi sono persistenti voci, anche queste sempre negate, che guardino ai cinesi per aiutarli nello sviluppo dei droni aerei. Il coordinamento della politica estera sembra abbastanza chiara, e vi sono accordi con la Russia nel prendere l’iniziativa nel conflitto siriano e con la Cina nel prendere l’iniziativa in qualsiasi questione riguardante la Corea democratica, e i due Paesi sempre sostengono le rispettive posizioni in ogni conflitto. Si tratta di una certezza, e Putin l’ha recentemente confermato. Russi e cinesi inoltre parlano di continuo di tutte le questioni internazionali e si prendono cura di coordinare le posizioni al riguardo, come certamente hanno fatto, per esempio, su questioni come il conflitto ucraino (in cui la Cina ha tranquillamente riconosciuto la Crimea nella Russia), l’accordo nucleare iraniano, il conflitto tra Cina e Stati Uniti sul Mar cinese meridionale (dove la Russia sostiene la Cina) e la richiesta della Cina per l’unificazione con Taiwan (idem).
È importante sottolineare che non conosciamo l’identità degli individui nei governi russo e cinese che ogni giorno guidano questi contatti, anche se ovviamente le ambasciate dei due Paesi nelle rispettive capitali saranno fortemente coinvolte. Tuttavia è sorprendente che i ministri degli Esteri dei due Paesi, Sergej Lavrov e Wang Yi, non sembrino parteciparvi quasi mai, incontrandosi o visitando l’altro Paese, suggerendo che le dirigenze dei due Paesi gli abbiano, del tutto intenzionalmente, assegnato il compito di trattare con Paesi terzi e mai sul rapporto che Russia e Cina forgiano. A quanto pare questo è affrontato su un livello diverso e più alto. L’ipotesi migliore è che, nel caso russo, il funzionario che guida i quotidiani rapporti della Russia con la Cina sia Sergej Ivanov, potente capo dello staff di Putin e capo dell’amministrazione presidenziale russa, che sembra avere frequenti incontri con i funzionari cinesi. In tutti gli elementi essenziali questo è un’estremamente stretta alleanza tra due grandi potenze. A volte si dice che poiché non si basi su un’ideologia, ma esclusivamente sull’interesse, la rende in qualche modo fragile. Il mio punto di vista, al contrario, è che il fatto che l’alleanza si basi esclusivamente sull’interesse e non sull’ideologia, in modo che gli alleati non si facciano illusioni, la rende più profonda e più forte. L’alleanza ha tuttavia una caratteristica speciale, che nel mondo moderno la rende unica, la maggior parte dei Paesi, quando stringe alleanze con altri Paesi la pubblicizzano ampiamente. Al contrario il motivo per cui l’alleanza tra Russia e Cina non è ampiamente riconosciuta per quella che è, sono le misure straordinarie delle grandi potenze per negarne l’esistenza. La ragione di ciò non è difficile capirla. Le alleanze tendono a definire i nemici. L’alleanza russo-cinese è chiaramente contrapposta all’altro grande sistema di alleanze del mondo moderno: quello di Stati Uniti ed alleati. Russi e cinesi però vogliono mantenere, almeno per il momento, la finzione che siano alleati e non nemici o addirittura avversari degli Stati Uniti, ma dei “partner”. Anche se con la crisi in Ucraina e in Mar Mar cinese meridionale tale finzione è più difficile sostenerla, rimane importante per russi e cinesi preservarla in modo che possano dialogare politicamente non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i loro alleati, in particolare Germania e Giappone, così come con istituzioni internazionali come Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, storicamente dominate dagli stati Uniti. Ed è proprio per questo motivo che i sostenitori della linea dura neoconservatori degli Stati Uniti, come il senatore McCain, che vogliono preservare il dominio geostrategico degli Stati Uniti, vogliono al contrario abbattere tutti i pretesti e definire Russia e Cina apertamente e chiaramente nemici degli Stati Uniti. In questo modo sperano di reintrodurre una più stretta disciplina nell’alleanza occidentale e di por fine ad ogni prospettiva in cui gli alleati degli Stati Uniti siano coinvolti nei progetti russi e cinesi come la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture della Cina o i programmi russo-cinesi “Grande Eurasia” e Via della Seta. Sperano in questo modo di ridurre al minimo o addirittura di escludere l’influenza russa e cinese dalle istituzioni internazionali dominate dagli USA come FMI e Banca Mondiale. Naturalmente, definire la Cina nemica degli Stati Uniti va a vantaggio dei protezionisti degli Stati Uniti come Donald Trump, che la sfruttano come scusa per chiudere il mercato degli Stati Uniti alle merci cinesi.
2016062610310488518Al di là delle molto complesse relazioni di Russia e Cina con l’occidente, che per il momento è nel loro interesse mantenere complesse, russi e cinesi devono anche considerare l’effetto che il riconoscimento pubblico della loro alleanza avrebbe su potenze terze come India, Pakistan, Vietnam, Arabia Saudita, Corea del Sud e Iran, che hanno avuto conflitti con la Russia o la Cina. Nascondendo l’alleanza., russi e cinesi possono conservare i rapporti storici con i vecchi amici, nel caso della Russia con India, Corea del Sud e Vietnam, nel caso della Cina con Pakistan, Arabia Saudita ed Iran, che potrebbero altrimenti allarmarsi all’annuncio pubblico che un Paese che avevano sempre dato per amico scontato, ora diventava formalmente alleato di un ex-nemico con cui potrebbero ancora avere rapporti spinosi. Ultimo ma non meno importante, nascondendo la loro alleanza, russi e cinesi ricevono il dividendo aggiuntivo degli influenti analisti e commentatori statunitensi, come l’ex-ambasciatore degli USA in Russia Michael McFaul, che continuano a negarla. Un’alleanza russo-cinese per costoro sarebbe una possibilità troppo orribile da contemplare, e il fatto che russi e cinesi non l’annuncino significa che tali persone possono continuare a negarla, anche se le prove del contrario gli si accumulano intorno. Ciò va benissimo a russi e cinesi, in quanto gli garantisce che tali persone non cerchino di mobilitargli contro l’opinione degli Stati Uniti. Il risultato è che anche se i funzionari russi e cinesi occasionalmente si fanno sfuggire di vedersi quali alleati, come ha fatto Putin l’altro giorno, in generale si cerca di nasconderlo, fingendo che i loro Paesi siano alleati informali, anche se questo è infatti proprio quello che sono. Così al posto di “alleanza” preferiscono usare l’eufemismo “partnership strategica” o sempre più “grande partnership strategica” per descrivere il loro rapporto. Anche per nascondere in parte l’alleanza, russi e cinesi hanno tessuto una complessa rete di organizzazioni nella loro alleanza, come Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e BRICS. Tali organizzazioni consentono a russi e cinesi di creare istituzioni come la Banca BRICS o l’Infrastructure Asian Investment Bank quali iniziative multilaterali non volte contro l’occidente, che sarebbe impossibile se fossero apertamente alleati. Queste organizzazioni consentono inoltre a russi e cinesi di coinvolgere in modo amichevole Paesi come Brasile, India, Iran e Pakistan, trattandoli da partner alla pari, mentre estendono l’influenza della loro alleanza in Africa meridionale o in America Latina, dove non potrebbe altrimenti arrivare. È un tropo comune che il mondo di oggi passi dal mondo unipolare dominato da una superpotenza, gli Stati Uniti, al mondo multipolare, in cui ci sarà un interscambio più complesso tra centri di potere rivali.
Se l’ascesa dell’India è fondamentalmente vera, non credo che i termini unipolare o multipolare descrivano correttamente il mondo attuale. Piuttosto penso che il mondo di oggi sia fondamentalmente bipolare, come durante la guerra fredda, con due grandi alleanze internazionali che si contrappongono proprio come allora. Mentre durante la guerra fredda Stati Uniti ed alleanza occidentale affrontavano URSS ed alleati del Patto di Varsavia, oggi Stati Uniti ed alleanza occidentale affrontano l’alleanza eurasiatica cristallizzatasi attorno a Russia e Cina, comprendente altri Stati dell’Asia centrale già parte dell’URSS e che potrà includere anche l’Iran. Ma il duello tra queste due grandi alleanze, a differenza della guerra fredda, avviene soprattutto nell’ombra e senza la dimensione ideologica che segnò la guerra fredda, ma non significa che sia meno reale. Al contrario, non è solo reale ma avviene sempre, rimodellando il nostro mondo.G20 summit in Anatalya, TurkeyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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