Il Pivot giapponese

Per Fritzmorgen Fort Russ 23 maggio 2015E23DFBDC-F98B-437C-825D-74CBB2C566C4_mw1024_n_sIl Giappone accetterà di abbandonare le pretese sulle isole Kurili per firmare un trattato di pace con la Russia? Un paio di anni fa avrei detto con certezza che non era possibile e che i giapponesi avrebbero continuato a pretendere le nostre isole fino all’ultimo. Ricordiamo un po’ di storia. Il Giappone attaccò la Russia nel 1904 in modo brutale e dopo la pace 1905 ricevette la metà meridionale di Sakhalin e qualche altra isola. I giapponesi non festeggiarono per molto: alla fine della seconda guerra mondiale la Russia riprese i suoi territori. Il Giappone prese la perdita di ciò che aveva rubato piuttosto con calma. Durante l’era Krusciov cercarono di raggiungere un accordo di pace accettando la perdita e voltando pagina nelle sue relazioni con la Russia, gli Stati Uniti però posero il veto alla proposta di trattato. Vorrei aggiungere che non dobbiamo costringere il Giappone. Le due isole meridionali, Kunashir e Iturup, sono vitali per noi, visto che sono sul tratto di mare che non congela di Vladivostok. Sulle piccole isole Kurili, che non sono preziose per noi, Krusciov era disposto a rinunciarvi per porre fine al conflitto. Tuttavia, lo status quo andava bene a entrambe le parti. Abbiamo la nostra rotta per Vladivostok libera dal ghiaccio e il controllo delle isole, mentre i giapponesi non erano interessati al trattato di pace, perché capivano che la Russia non ha intenzione di attaccarli. I negoziati tiepidi sul “restituiteci le isole – non vogliamo” poteva continuare per decenni… se non fosse per il fatto che il colosso a stelle e strisce mostra visibilmente delle crepe. La bomba è scoppiata a metà settimana. Il Giappone improvvisamente invita Vladimir Vladimirovich e non solo per chiacchierare ma… per concludere un trattato di pace e risolvere la questione territoriale. La posizione della Russia non è cambiata, non siamo disposti a cedere le isole ai giapponesi in cambio di un trattato di pace, la cui firma non è così importante da fare concessioni territoriali. Quindi possiamo concludere con attenzione che la posizione del Giappone è cambiata. Forse il Giappone ha deciso di firmare il trattato di pace alle condizioni della Russia e, infine, rinunciare alle isole, che furono sotto il suo controllo per un paio di decenni nel 20° secolo. La serietà di ciò che accade può essere giudicata dalla reazione degli Stati Uniti. Poco dopo l’inaspettato annuncio giapponese, un assistente del segretario di Stato degli USA ha riunito i giornalisti per dirgli che il Giappone non dovrebbe trattare con la Russia, perché è colpevole e va punita. Inoltre, George Soros si è svegliato e verbosamente ha detto che la Cina trama per attaccare il Giappone, che sarà protetto dalle orde di occupanti cinesi solo dai coraggiosi US Marines.
cold-war-japan-456x450Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Perché accade tutto questo e perché i giapponesi agiscono come se intendano, senza motivo apparente, essere inaccettabilmente generosi verso la Russia? Ricordiamo ancora una volta la storia, questa volta la Seconda guerra mondiale. Il Giappone combatté coraggiosamente contro gli Stati Uniti sul Pacifico, ma alla fine subì una tremenda sconfitta sottolineata dagli attacchi atomici statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. Va notato che neanche i giapponesi furono proprio morbidi durante la guerra. L’esercito giapponese agì con tale brutalità che eclissò i crimini fascisti più odiosi. Chi è interessato può cercare in rete per esempio “Unità 731” o leggere il romanzo “Giocare a Go“. Il coraggio dei samurai era una spada a doppio taglio: non erano solo indifferenti alla propria sofferenza, ma al dolore altrui. Quindi in ultima analisi, il Giappone attaccò gli Stati Uniti… facendo una mossa temeraria. Riconobbero di esser stati completamente sconfitti e divennero i più fedeli servitori degli Stati Uniti. Hanno soddisfatto tutte le pretese degli Stati Uniti, perdonato i bombardamenti nucleari, rinunciato ad avere forze militari e trovato un posto sicuro nell’ordine mondiale quale colonia preferita degli Stati Uniti, agendo come se non furono Stati Uniti e URSS a combattere il Giappone, ma piuttosto USA e Giappone a combattere l’URSS. Sappiamo che il trucco ha funzionato. Il piccolo Giappone ha fatto un balzo in avanti e la sua economia è diventata la seconda mondiale, passando solo ora al quarto posto per la crescita di Cina e India. Certo, negli ultimi due decenni l’economia del Giappone soffoca sotto la schiacciante cappa coloniale degli Stati Uniti, ma il Giappone sconfitto è riuscito ad ottenere molti più benefici dalla sconfitta di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel lontano 1945. Dobbiamo anche capire che gli Stati Uniti possono subordinare il Giappone con le loro armi nucleari, ma non addomesticarlo. I giapponesi non sono i selvaggi dei fumetti USA felici di baciare la mano del loro padrone bianco. Le élite giapponesi ricordano bene la “democrazia” che gli Stati Uniti gli inflissero prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ora il principale nemico degli Stati Uniti sono Cina e Russia, ma soprattutto Cina. Il Giappone serve da mazza contro la Cina: in altre parole, avviare una guerra con la Cina che permetta agli Stati Uniti di utilizzare la loro potenza nucleare contro la Cina o quanto meno indebolirla seriamente con una grande guerra. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati di ciò che possa accadere al martello, così come non sono preoccupati di ciò che accade a loro altro ascaro, l’Ucraina. Pertanto, secondo una fredda visione giapponese, ora è il momento per sottrarsi al tiranno malato. Lasciatemi dire ancora una volta che non vi è alcuna possibilità di una vera e propria amicizia tra Stati Uniti e Giappone: i giapponesi sanno benissimo che furono sconfitti e vedono gli statunitensi come occupanti. La cooperazione con la Cina è, dal punto di vista del Giappone, più preferibile che continuare come colonia statunitense. Il Giappone ha tecnologia e industria altamente sviluppate. Se i giapponesi forniranno scuse convincenti ai cinesi per lo stupro di Nanchino e altri crimini dell’epoca, se risolvono le dispute territoriali con la Cina, la Repubblica popolare cinese sarà lieta di stabilire una forte partnership con il Giappone. Ma cosa può proteggere il Giappone dalla rabbia degli USA? Ovviamente solo la Russia, che può estendere l’ombrello nucleare, se dovesse sentirne il bisogno. Quindi ora è il momento di una mossa coraggiosa: riconoscere le isole parte della Russia e avvicinare la Russia come partner. La potenziale cooperazione tra Giappone e Russia sembra ancor più promettente della possibile cooperazione tra Giappone e Cina. A parte l’ombrello nucleare, possiamo fornire al Giappone quegli idrocarburi di cui ha così bisogno costruendo un’estensione di Potenza della Siberia in Giappone. L’accesso al gas russo potrebbe permettere al Giappone di ridurre notevolmente i costi di produzione. C’è ancora la questione dell’incredibilmente grande debito nazionale che attualmente trascina l’economia del Giappone verso il basso. Tuttavia, questo problema può essere risolto nello stile giapponese. Basterebbe che il governo dica alla nazione: “Yamato è in pericolo, dobbiamo unirci contro le avversità“, quali default, iperinflazione e annullamento del debito e quindi… l’inevitabile decollo economico.

Chi ha paura del default?
Il default terrorizza chi ha un deficit commerciale. Coloro che acquistano più che vendere. In caso di inadempimento, non hanno nulla con cui coprire la differenza tra importazioni ed esportazioni, il che significa che devono ridurre drasticamente le importazioni, comportando conseguenze economiche catastrofiche. Ma i Paesi con un surplus commerciale, come il Giappone in questo momento, nonostante problemi energetici temporanei, non hanno bisogno di crediti. Il Giappone gode di un continuo afflusso di denaro per la sua attività economica estera. Oggi il Giappone è quasi in bancarotta perché gli Stati Uniti ne risucchiano le finanze costringendoli a comprare i loro titoli di Stato spazzatura. Se il Giappone riesce a liberarsene, presto si arricchirà. Inoltre, in un anno di svalutazione dello yen, il Paese subirebbe l’euforia della svalutazione: il costo di produzione scenderebbe bruscamente e i prodotti giapponesi diverrebbero ancora più competitivi. Se a questo si aggiungesse il gas russo a buon mercato e uno status commerciale che passa da colonia degli Stati Uniti a partner di russi e cinesi, il Giappone potrà ripetere il miracolo economico degli anni ’60. Questo scenario è vantaggioso per Giappone e Russia, non solo per il trattato di pace. Ci sono ragioni più importanti per aiutare il Giappone a liberarsi. Già oggi il Giappone cerca di acquistare petrolio con lo yen, per avere la piena indipendenza che gli consenta di sbarazzarsi dei dollari. La perdita di un’importante colonia e il conseguente restringimento dello spazio del dollaro collocherebbero gli Stati Uniti in una situazione così difficile che i nostri amici statunitensi, e soci, avrebbero molto meno desiderio di fare stupidaggini ai confini della Russia. D’altra parte, il nostro esercito e i nostri idrocarburi diverranno così importanti per l’indifeso Giappone che possiamo contare non solo su una relazione a lungo termine, ma anche sull’aiuto giapponese per espandere la produzione di macchine utensili. Quindi spingiamo il Giappone in quella direzione. Sergej Narishkin ha detto che i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki, “fino ad oggi non hanno avuto un’adeguata valutazione internazionale“.
Così diamo al Giappone un altro motivo per optare per l’indipendenza dagli Stati Uniti, che arroganti ancora pensano di essere l’unica superpotenza del pianeta e non intendono chiedere scusa per nulla. E’ evidente che sarebbe troppo presto cancellare lo Zio Sam, che può essere malato ma è ancora abbastanza forte e intelligente. Ma c’è un motivo in più che permette al Giappone di riuscire nella fuga. Gli Stati Uniti entrano nel ciclo elettorale e le élite statunitensi saranno assorbite dalle imminenti elezioni prestando meno attenzione alle irritanti questioni estere. Le elezioni presidenziali Stati Uniti si terranno nel novembre 2016, quindi il Giappone ha una finestra di opportunità di circa un anno. Se il Giappone crea rapidamente relazioni con Russia e Cina, o almeno una di esse, Washington con ogni probabilità non potrà reagire adeguatamente alla dipartita della prima perla della sua corona imperiale.000_dv862321.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo incubo degli USA: India, Cina e Russia

Svobodnaja Pressa RBTH 15 maggio 2015

La Russia avidamente spera nel riavvicinamento tra India e Cina, dopo la visita di alto profilo del primo ministro indiano Narendra Modi in Cina. Se le tensioni politiche tra India e Cina diminuiscono Russia, India e Cina (RIC) insieme inizieranno ad essere il motore economico e strategico del mondo, preoccupando gli Stati Uniti.modi-xi-759Il primo ministro indiano Narendra Modi s’è recato in Cina il 14 maggio per i negoziati con il Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. Nell’ambito della visita, Modi spera in una svolta nei rapporti con la Cina, finora ostacolata da disputa di confine e rivendicazioni territoriali. A giudicare dagli indicatori indiretti, la visita potrebbe essere la svolta nelle relazioni tra New Delhi e Pechino. Il programma della visita di Modi in Cina sarà tale che il primo ministro indiano sarà ricevuto dai massimi funzionari cinesi. Rompendo il protocollo, il presidente cinese s’è recato nella città natale di Xian, incontrando personalmente Modi non solo per un vertice durato più di 90 minuti, ma anche per un tour informale nei principali siti storici buddisti di Xian. È la prima volta che Xi riceve un leader fuori Pechino. Il gesto è visto come un serio tentativo di ridurre le differenze e “rafforzare la fiducia” tra i due Paesi. Il Presidente Xi risponde al gesto simile di Modi quando visitò l’India nel settembre scorso. Modi aveva ricevuto Xi nella sua nativa Ahmadabad. Il primo ministro indiano era a Pechino per incontrare il premier cinese Li Keqiang. La sua visita si conclude con un viaggio a Shanghai dove la delegazione indiana avrà dei negoziati con i rappresentanti degli ambienti economici cinesi. Per la Russia, il riavvicinamento tra India e Cina è una questione di fondamentale importanza. Per molto tempo, il concetto di triangolo strategico tra Russia, Cina e India è esistito, ma fino a poco prima non appariva particolarmente redditizio. Il RIC, come gruppo, è stato soprattutto un forum economico, senza molto da mostrare in termini strategici. Il conflitto tra Cina e India sui confini è irrisolto e sembra intrattabile. Con questa visita è probabile che alcune questioni saranno risolte e le difficoltà principali nell’integrazione economica dell’Eurasia potrebbero essere risolte. Ciò significa che Mosca dispone di nuove opportunità in Oriente. In questo contesto, la conversazione telefonica tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro indiano, il giorno prima della visita in Cina, è significativa. Secondo il servizio stampa del Cremlino, e un tweet di Modi, il primo ministro indiano ha confermato la partecipazione al prossimo vertice BRICS di luglio e al vertice della Shanghai Cooperation Organization a Ufa. Ha anche discusso con il Presidente su varie questioni russe connesse all’espansione del partenariato strategico e privilegiato russo-indiano. La settimana scorsa, Putin ha ricevuto il presidente cinese Xi a Mosca, dove più di 30 accordi sono stati firmati dai due leader.(FOCUS)CHINA-XI'AN-INDIAN PM-MODI-VISITING (CN)Svobodnaja Pressa (SP): Cosa significa il riavvicinamento tra i due giganti economici asiatici per la Russia?
“L’idea di un triangolo russo, cinese e indiano fu avanzato da Evgenij Primakov, alla fine degli anni ’90”, ha detto Aleksej Maslov, direttore del Centro di ricerca strategica sulla Cina presso l’Università russa dell’Amicizia dei Popoli e a capo del Dipartimento di Studi Orientali presso la Scuola Superiore di Economia. “Ma allora si pensava che la Russia avrebbe giocato un ruolo di primo piano nel ‘triangolo’. Ora è chiaro che la Cina avrà questo ruolo, cambiando l’intera situazione”, ha detto. “Bisogna capire che il rafforzamento del triangolo avverrà secondo il concetto cinese di nuova ‘Grande Via della Seta’. In altre parole, la Cina unirà i Paesi secondo un comune interesse, soprattutto economico”.

SP: In particolare quali progetti potrebbero unire India, Cina e Russia?
“Prima di tutto è il passaggio alle transazioni in valuta comune. È chiaro che tale valuta non apparirà domani, ma nel migliore dei casi tra 5-6 anni. È un progetto molto interessante. Inoltre, i nostri tre Paesi possono introdurre un sistema commerciale preferenziale e creare società miste. Probabilmente possiamo sviluppare rotte ferroviarie e aree commerciali comuni. In sostanza, oggi la Cina crea una nuova realtà politica, ed è Pechino che la controlla. Molto dipende da quanto efficacemente la Cina normalizzerà le relazioni con l’India. Non è facile considerando le rivendicazioni territoriali e il conflitto che causano, apparsi nelle precedenti trattative indiano-cinesi”.

SP: Pensa che Pechino ci riesca?
“Mi aspetto che la visita Modi concluda un accordo che congeli le dispute territoriali. Penso che la Cina adotterà misure economiche per dare all’India credito per sviluppare la propria industria. Devo dire che oggi l’India è un concorrente naturale della Cina per costi di produzione. E’ possibile che la Cina individui alcune imprese in India. Nel prossimo futuro inizieranno i lavori degli investimenti cinesi in strade e ferrovie nel nord dell’India. In sostanza, nel quadro del progetto Grande Via della Seta, Pechino spera di aver il controllo su un vasto territorio, dal Sud-Est asiatico al Caucaso. Questo concetto implica integrazione economica, cooperazione finanziaria e politica, logistica e infrastrutture comuni. Per ora questo concetto comprende i territori della Cina, più i Paesi vicini come le repubbliche dell’Asia centrale e i Paesi del sud-est asiatico. La Russia non l’ha ancora sottoscritto, ma ha detto che è pronta alla cooperazione nel quadro delle due unioni; la Via della Seta e l’Unione economica eurasiatica. (L’India non aderirebbe al progetto di Via della Seta)”.

SP: Si può dire che in questa situazione, sia particolarmente vantaggioso per la Russia volgersi a Est?
“Allo stato attuale, la Russia è il maggiore Paese che sostiene la “politica espansionistica della Cina”, rafforzando le nostre posizioni politiche ed economiche. D’altra parte, una serie di rischi e conflitti possono sorgere in futuro, che potranno essere risolti solo se la Russia potrà coinvolgervi ugualmente occidente e Oriente”, ha detto Maslov. “Tra Pechino e New Delhi c’è una disputa territoriale, derivante dalla (prima) guerra di confine sino-indiana nel 1962, che si concluse con la sconfitta dell’India”, osserva Andrej Ostrovskij, vicedirettore dell’Istituto di Studi Estremo Orientali, e membro dell’Associazione europea dei sinologi. “Come risultato, l’India ora occupa una parte del territorio cinese, nello Stato di Arunachal Pradesh, e la Cina una parte del territorio indiano, l’altopiano di Aksai Chin. Fino a quando tali dispute territoriali non saranno risolte, avere normali relazioni tra i due Paesi sarà piuttosto difficile. Tuttavia, questi problemi possono essere risolti a poco a poco, attraverso i negoziati. Prendiamo ad esempio le relazioni Russia-Cina. Nel 1964, quando Mao Zedong per la prima volta sollevò la questione del destino di 1,5 milioni di chilometri quadrati che la Russia zarista aveva preso alla Cina, il problema era ben lungi dall’essere risolto. Tuttavia nel 2004, 40 anni dopo, fu effettuata la demarcazione definitiva del confine russo-cinese. Data la buona volontà di entrambe le parti, i Paesi poterono perfettamente risolvere le questioni di confine. Non appena Cina e India risolveranno le loro dispute territoriali, tutte le altre questioni politiche saranno immediatamente risolte. Va detto che la soluzione del problema di confine è attesa da tempo, mentre i legami economici tra India e Cina si sviluppano molto rapidamente. Il volume del commercio estero India-Cina è paragonabile al volume degli scambi della Russia con la Cina, circa 100 miliardi di dollari. La cosa importante è che i problemi tra India e Cina saranno affrontati non solo nel formato BRICS ma anche nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO), in cui la Russia ha un ruolo importante. Come sappiamo, Nuova Delhi ha presentato domanda di adesione alla SCO ed è del tutto possibile che durante il vertice SCO a Ufa, a luglio, sarà approvata la richiesta dell’India”.

SP: Che cosa costituiscono gli interessi economici comuni di India e Cina?
“Di particolare interesse sono i mercati di entrambi i Paesi, che sono enormi. Infatti, quasi tutta la produzione in surplus di cui la Cina è capace può essere venduta all’India, e viceversa. Inoltre, ci sono anche prodotti e servizi esclusivi dell’India o della Cina. In India sono prima di tutto i servizi di informazione e software, mentre la Cina spera di costruirvi una rete ferroviaria ad alta velocità”.

SP: Qual è il posto della Russia in queste due economie?
“Il nostro posto nell’economia cinese emerge dai 32 accordi firmati dal Presidente Xi durante la visita di maggio a Mosca. Secondo questi accordi, la Cina investirà nel nostro programma di sviluppo delle infrastrutture. Oltre alla ferrovia ad alta velocità da Mosca a Pechino, che sarà costruita nel 2023, abbiamo progetti infrastrutturali comuni in Asia, come ad esempio la costruzione della linea ferroviaria Kyzyl-Kuragino e il porto in Estremo Oriente. Inoltre la Cina fornisce alla Russia credito. Noi invece forniremo gas alla Cina per la via occidentale, così come 100 velivoli Sukhoj Superjet. L’India anche è interessata al gas russo. Il Paese è enorme e non dispone di risorse energetiche sufficienti. Sì, esistono problemi nell’organizzare la fornitura di gas, per esempio per il terreno difficile. Tuttavia, come i cinesi dimostrano con la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità per il Tibet, ciò non è insormontabile”, ha detto Ostrovskij.new-railway_0909Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran vuole un “fronte di resistenza all’espansionismo degli USA”

Philippe Grasset, Dedefensa, 17 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
ob_238316_carte-iran-chine-russieLe notizie si collegano quando si tratta delle relazioni internazionali e strategiche che l’Iran vuole sviluppare dopo il pre-accordo sul nucleare di Losanna. Gli iraniani, come i russi con l’S-300 (14 aprile 2015), non aspettano l’accordo definitivo il prossimo giugno, se l’accordo sarà effettivamente firmato. (La valutazione generale è che la leadership iraniana sia sempre più profondamente scettica che a fine giugno l’accordo nucleare possa superare l’opposizione al Congresso degli Stati Uniti. Questo spiega, ovviamente, il corso illustrato da questi aggiornamenti). Il 16 aprile 2015, RT riferisce che il Ministro della Difesa iraniano Dehqan ha parlato a un simposio a Mosca su un accordo di difesa possibile tra Iran, Cina, India e Russia, concepito per contrastare la rete missilistica della NATO, costruita ufficialmente e grottescamente contro i missili balistici iraniani, soprattutto quelli nucleari mai esistiti e che l’accordo di Losanna è destinato ad impedire. Nel frattempo, la NATO ha detto che più che mai continuerà a costruire la rete BMDE, quindi i russi concludono ciò che gli sembrava evidente dal 2005 e cioè che la rete BMDE è diretta contro di loro. Dopo la dichiarazione al simposio, Dehqan ha incontrato il Ministro della Difesa russo Shojgu, facendo una dichiarazione che propone un incontro trilaterale Iran-Cina-Russia sulla questione della cooperazione generale per la sicurezza.
L’Iran ha annunciato la disponibilità a cooperare con Russia, Cina e India sulla questione dello scudo missilistico della NATO e minacce correlate, ha detto il capo del ministero della Difesa a Mosca. “Mi piacerebbe sostenere l’idea di sviluppare la cooperazione multiforme nella Difesa tra Cina, Iran, India e Russia per contrastare l’espansione verso est della NATO e l’installazione dello scudo antimissile in Europa”, ha detto Hossein Dehghan in una conferenza sulla sicurezza internazionale a Mosca. Poco dopo Dehghan è stato citato da RIA Novosti dire che Russia, Cina e Iran potrebbero avere colloqui tri-partito sulla difesa. “Abbiamo discusso alcuni aspetti della sicurezza regionale. E’ stata proposta una riunione trilaterale di Russia, Iran e Cina”, ha detto Dehghan dopo l’incontro con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. Nonostante l’accordo sul programma nucleare di Teheran, gli Stati Uniti continuano con le loro installazioni della difesa antimissile in Europa. Sono dispiegati per la presunta minaccia percepita dell'”Iran nucleare”. Un pretesto che Mosca definisce “favola”. “La minaccia ai Paesi della NATO posta dalla proliferazione dei missili balistici, continua ad aumentare… il quadro sull’accordo del programma nucleare iraniano) non cambia questo fatto”, ha detto la portavoce della NATO Oana Lungescu a Sputnik”.
Abbiamo già visto il problema, o il problema che l’inversione del pre-accordo di Losanna pone sulla consistenza della retorica che giustifica lo sviluppo del BMDE (4 aprile 2015). Abbiamo visto la decisione russa di ripristinare il contratto con l’Iran sui missili S-300, con possibili conseguenze diplomatiche (14 aprile 2015). La proposta di Dehqan rientra nel quadro di queste due questioni. Si osservi che Dehqan passa da una proposta quadripartita (con l’India) a una tripartita (senza India); ciò non significa che l’India non sia interessata alla questione o abbia già rifiutato di prenderla in considerazione, ma che continua l’atteggiamento prudente sul problema, aderendo o meno a tali negoziati secondo le proprie analisi e la piega di questi negoziati se portano a conclusioni. Ciò che è notevole, naturalmente, è che il pre-accordo di Losanna libera l’Iran, ma anche altri partner potenziali (Russia compresa), alcuni dei quali del blocco BAO, essendo tutti neutrali o contrari (più probabile) al blocco BAO. “Il ritorno dell’Iran alla comunità internazionale“, cioè sotto la guida del blocco BAO, voluto dagli Stati Uniti, appare uno strano successo, trattandosi esattamente dell’opposto: l’Iran si volge, sulla questione essenziale e strategica della sicurezza militare, a una “comunità internazionale” opposta, se non antagonista, al blocco BAO. Da parte sua, inoltre, il blocco BAO, con la sovrana arroganza di far scattare sugli attenti l’Iran, di cui d’altronde i capi degli Stati membri (del blocco), in particolare gli Stati Uniti, sono terrorizzati dalla prospettiva del ritorno troppo veloce di questo Paese assolutamente sospetto e composto da barbari incivili in quanto non occidentali e non affrettandosi con l’Iran accontentandosi di alcuni contratti commerciali più o meno legittimi, viene completamente superato da russi e iraniani e pertanto dai Paesi a loro collegati. Peggio ancora, le varie iniziative sono già continuazioni (russi e iraniani già si attivando sul contratto degli S-300, che potrebbe portare a cose molto diverse rispetto a quelle inizialmente previste), che sviluppano il quadro fondamentale della sicurezza incentrandosi sul rifiuto del grande progetto strategico che è la rete del BMDE statunitense, divenuto della NATO per pura prossimità. In questo caso, non solo il blocco BAO accelera, ma si trova in posizione d’antagonismo con l’Iran, cioè in una situazione potenzialmente peggiore di quella che l’opponeva all’Iran sul nucleare. Qui il blocco BAO è completamente bloccato dal proprio racconto grottesco ispirato al Sistema, la cui cinghia di trasmissione del CMI (complesso militare-industriale) ha imposto lo sviluppo del BMDE. Tale sistema sarebbe volto a contrastare quei missili nucleari iraniani inesistenti (anche tramite il futuro accordo, se firmato); ma la NATO, come s’intende dalle varie dichiarazioni, conferma la dimostrazione che non vede alcun motivo per cambiare la politica di sviluppo del BMDE, perché in perfetta armonia con la stupidità dei casi e dell’argomento. Così afferma che non nulla è cambiato e tutto continua come prima. I russi possono affermare che la rete BMDE è volta contro di loro, e gli iraniani che la rete BMDE dimostra che il blocco BAO non disarma contro di loro. Per cui il risultato dell’avventura, a questo punto dell’accordo preliminare sul nucleare militare iraniano, eliminato in teoria, è avvicinare russi e iraniani (con i cinesi non lontano e in agguato) a una posizione comune sulla sicurezza anti-blocco BAO. Allora, possiamo e dobbiamo aggiungere una dichiarazione del ministro della Difesa iraniano. La proposta dell’incontro su questa alleanza provenga dall’Iran viene rafforzata per unicità e significato dalla presentazione fatta sul sito del gruppo iraniano PressTV. Non si tratta del BMDE che va contrastato, ma dell’atteggiamento generale, di un “fronte” da creare, un “fronte di resistenza contro l’espansionismo degli USA”. La retorica s’inasprisce… (PressTV 17 aprile 2015). “Il ministro della Difesa iraniano ha chiesto l’istituzione di un fronte unito contro l’espansionismo di Stati Uniti e alleati, descrivendolo come obbligatorio. Il Generale di Brigata Hossein Dehqani ha salutato la Russia che non si fida degli Stati Uniti, dicendo che Teheran e Mosca dovrebbero adottare politiche volte a sventare le minacce alla sicurezza che affrontano. “Sosteniamo la corretta comprensione strategica della Russia secondo cui il governo degli Stati Uniti non è amico o partner affidabile”, ha detto Dehqan in un incontro con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. Dehqan, che si trovava nella capitale russa per partecipare alla quarta Conferenza sulla Sicurezza Internazionale di Mosca, ha anche salutato la posizione di Mosca che apprezza la necessità di creare un nuovo ordine mondiale. Il ministro della difesa russo, da parte sua, ha sollecitato l’espansione dei legami tra Teheran e Mosca, dicendo che le relazioni costruttive tra le due parti possono svolgere un ruolo importante nel garantire la stabilità regionale e globale”.
… Infatti, è strano ritorno dell’Iran nella “comunità internazionale” e sono bizzarre le previsioni di coloro che annunciavano che l’Iran non aspettasse che il consenso all’accordo del blocco BAO per correre tra le sue braccia. Mentre il Ministro Dehqan è per definizione un duro del governo iraniano, è pur sempre un ministro, quindi con il mandato di parlare a nome del governo. Ciò che dice non è altro che una dichiarazione di aperta resistenza alle azioni statunitensi in Europa e forse nel mondo. Il ritorno dell’Iran nella “comunità internazionale” avviene con irresistibile ritmo antiamericanista e antisistema.00-s-k-shoigu-russian-minister-of-defence-21-01-15Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: AIIB minaccia strategica per l’egemonia globale del dollaro USA (AUDIO)

Teheran (IRIB) 14 aprile 2015CBKXQViUQAAHfA- Alessandro Lattanzio, saggista, analista delle questioni politiche internazionali e redattore della rivista Eurasia é stato intervistato dalla nostra Redazione sull’AIIB, l’Asian Infrastructure Investment Bank e la forza economica e politica della Cina negli equilibri internazionali.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista cliccate qui.

AIIB, Banca BRICS e mondo emergente

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora5421346c05a0d_itj8fxenb1v0La Germania ne è uno dei membri fondatori, come la Francia, Lussemburgo e anche la Gran Bretagna. La Russia di Putin e l’India sono anche tra i fondatori. Per la sorpresa di molti, quindi del Fondo monetario internazionale (FMI), ente finora pilastro del sistema del dollaro. Parliamo dell’Asian Infrastructure Investment Bank o AIIB della Cina. La questione è se l’AIIB sia sulla via d’impiantare il seme di un nuovo ordine monetario che potrebbe sostituire l’influenza distruttiva del dollaro? O sarà infettato dai cavalli di Troia come Regno Unito e FMI? La risposta potrebbe modellare l’architettura di un nuovo mondo in cui il dollaro e le sue strutture del debito non detteranno al mondo le politiche economiche. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava la creazione di una nuova banca internazionale per finanziare grandi progetti infrastrutturali in Asia. La spinta principale della Cina era finanziare la ferrovia ad alta velocità della Nuova Via della Seta eurasiatica, anche progetti infrastrutturali marittimi e il rifiuto degli Stati Uniti di accettare la grande riforma del voto nel FMI, che darebbe alla Cina ed altre nazioni economiche emergenti, più vce. Pechino annunciava che avvierà con 50 miliardi dollari la nuova banca. Al momento, Washington e la maggior parte del resto del mondo ignoravano la banca, mentre l’amministrazione Obama attaccava l’AIIB per possibile scarsa trasparenza o scarsa preoccupazione per rischi ambientali o violazioni di brevetto, e cioè che l’AIIB sia una minaccia strategica all’egemonia globale del dollaro USA.

Il tiro ben assestato di Washington ai propri piedi
L’amministrazione Obama si è ferocemente opposta quando Regno Unito, Australia, Giappone e altri grandi alleati degli Stati Uniti espressero interesse ad aderire all’AIIB, ed ora si sono sparati ai piedi. Oggi, al 31 marzo più di 40 nazioni hanno aderito alla nuova banca della Cina da Soci Fondatori. La banca potrebbe rivaleggiare con FMI, Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo quale creditore a lungo termine capace di attrarre capitali per investimenti in grandi infrastrutture in Eurasia e forse altrove. Queste tre banche pubbliche nacquero con il trattato di Bretton Woods, negli Stati Uniti, nel dopoguerra, e tutte sono controllate strettamente da Washington a vantaggio del dollaro e dei suoi interessi. Ora la Cina non agisce furtivamente alle spalle dei cari amici di Washington. Nel 2010 Cina, Brasile e altri Paesi in via di rapido sviluppo si accordarono sulla riforma del Fondo monetario internazionale, raddoppiando i fondi a disposizione del FMI in cambio di un maggior peso di Paesi come Cina, Russia, India, Brasile ed altre economie neanche esistenti nel 1944 per dimensione economica relativa. La proposta ebbe il 77% dei voti di tutti i Paesi membri del FMI. La riforma del 2010 sul diritto di voto del FMI prevedeva che la Cina divenisse il terzo maggiore Paese membro del FMI, e che quattro economie emergenti: Brasile, Cina, India e Russia, fossero tra i 10 maggiori azionisti del Fondo. In base alle norme attuali, Washington detiene opportunamente il diritto di veto pari al 16,75%. Gli stretti alleati geopolitici degli statunitensi, Giappone con il 6,23%, Regno Unito e Francia ciascuno con il 4,29% e Germania con il 5,81%, assicurerebbero che la politica del FMI in ogni campo sia “amichevole” agli interessi nazionali statunitensi.
Cina, Russia, India, Brasile e altre economie in rapida emersione trovano manifestamente assurdo che i diritti di voto di oggi, al consiglio esecutivo del FMI, diano alla Francia, con un PIL di 3000 miliardi di dollari, di gran lunga più voti alla Cina con un PIL di oltre tre volte, 10 trilioni di dollari, o dia al Belgio (1,86%), con un PIL di 500 miliardi di dollari, una quota di voto maggiore del Brasile (1,72%), dal PIL quattro volte maggiore di 2200 miliardi di dollari. Secondo gli statuti del FMI, i diritti di voto di un Paese membro dovrebbero essere proporzionali al PIL relativo tra i 147 Paesi membri del FMI. Quando Washington elaborò lo statuto del FMI nel 1944, decise comodamente che nessuna decisione importante del FMI entrasse in vigore a meno che non ricevesse l’85% dei voti dei membri. Washington agisce da pit bull del vecchio statuto in cui gli USA hanno diritto di veto. Il Congresso degli Stati Uniti si rifiuta di far passare le riforme del FMI e di superare l’impasse. Un modo di spingere la Cina e gli altri Paesi in rapida crescita dei BRICS a cercare oltre FMI e Banca mondiale e costruire una nuova architettura. L’AIIB oggi appare rapidamente al centro della nuova architettura globale emergente. Piuttosto che cercare d’influenzare il nuovo AIIB dall’interno, Washington ha scelto una tattica che gli è costata un’enorme ed umiliante sconfitta geopolitica, e che probabilmente escluderà le società statunitensi da lucrosi contratti di costruzione. La politica estera di Obama, come di George W. Bush, è gestita da un branco di neo-con incapaci di una risposta flessibile. Per loro tutto ciò che la Cina fa è “cattivo” e deve essere contrastato con tutti i mezzi dagli USA. La Cina per questa gente di Washington è l’emergente potenza militare sfidante globale, così Obama impone la strategia militare del “Pivot in Asia” per circondare e assaltare Pechino. L’influenza economica e finanziaria della Cina minaccia il sistema del dollaro tanto che deve opporvisi. I BRICS rischiano di sottrarre dal controllo di Washington gli Stati vassalli, quindi gli Stati dei BRICS devono subire “una lezione”, mentre Washington ha recentemente tentato, con la consueta rivoluzione colorata, di organizzare proteste dell’opposizione contro la presidentessa pro-BRICS Dilma Rousseff, nella speranza d’installarvi un liberista filo-USA. Il problema per Washington è che niente di tutto ciò funziona come una volta. E Washington vede i suoi “alleati” più vicini abbandonarla per aderire all’AIIB della Cina. Viene in mente la dichiarazione del primo ministro inglese Lord Palmerston, “l’Inghilterra non ha amici, ma solo interessi“.

La nuova architettura emergente
001ec949c22b15317d4a06 Non solo Russia, Brasile e India,sono tra i fondatori dell’AIIB, quattro dei cinque Paesi BRICS, ma anche Australia, Nuova Zelanda, Indonesia, Pakistan, Filippine, Vietnam, Paesi che l’amministrazione Obama cerca di fare aderire militarmente al Pivot in Asia contro la Cina, hanno deciso di aderire alla nuova banca della Cina. Anche Taiwan ha chiesto di aderirvi come Taipei. E un altro colpo devastante per l’immagine di Washington e, forse, per il futuro del suo dominio nel FMI e Banca mondiale, è il fatto che cinque delle sette maggiori potenze industriali occidentali: Italia, Francia, Germania, Regno Unito e anche in Giappone, probabilmente vi aderiranno. In tutto oltre quaranta nazioni hanno chiesto di diventarne membri fondatori. “Il denaro parla e nessuno cammina”, come diceva il folle jingle radiofonico trasmesso negli anni ’60 in dal DJ rock Charlie Greer sulla popolare stazione radio WABC Top 40 di New York, per pubblicizzare il negozio di abbigliamento Dennison. La Cina ha i soldi, e nessuno, tranne gli Stati Uniti, sembra tenersene lontano. La corsa per aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank della Cina da parte di tutti i maggiori Paesi dell’UE realizza l’idea che Asia ed Eurasia creeranno o distruggeranno il futuro economico del pianeta. Le economie di Stati Uniti e Canada soffocano sotto debiti inesigibili, infrastrutture marcescenti e arrugginite città fantasma industriali come Detroit o Pittsburgh. Gli USA non sono più il magnete commerciale che attrae tutti gli altri. Il Paese è devastato e i dati economici del governo sono una raccolta di menzogne: il suo vero tasso di disoccupazione è al 23,2%, a livelli da Grande Depressione, secondo le statistiche oscurate dal governo di John Williams.
La Cina è nella posizione cruciale di fondare una nuova banca per finanziare grandi infrastrutture transnazionali come la ferrovia ad alta velocità trans-eurasiatica della Nuova Via della Seta a cui la Russia si collega. Emergeranno grandi richieste per la costruzione di infrastrutture per l’energia elettrica ed autostrade in tutta l’Eurasia e l’Asia. Infrastrutture economiche sono allo studio per collegare la Corea del Sud alla grande economia cinese attraverso la Corea democratica. Il gap infrastrutturale in Asia ed Eurasia è sufficiente per stimolare la crescita industriale globale per decenni. L’Asian Development Bank (ADB) stima che l’Asia avrà bisogno di 8000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua ed igiene. Ora gli investimenti privati nelle infrastrutture arrivano a soli 13 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte per progetti a basso rischio. L’aiuto pubblico allo sviluppo aggiunge altri 11 miliardi di dollari l’anno. Ciò significa un deficit superiore a 700 miliardi di dollari l’anno. Rifiutando di aderirvi e cercando di fermare l’AIIB, Washington in effetti contrasta gli investimenti regionali asiatici che espanderanno il commercio, sostenendo lo sviluppo dei mercati finanziari e la stabilità macroeconomica, migliorando le condizioni sociali, ambientali e sanitarie. Invece Washington ha da offrire solo la sciocca Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio favorevole agli USA per consentire a Monsanto e altre aziende statunitensi d’ignorare le leggi nazionali asiatiche nel perseguimento del profitto. Il fatto stesso che l’AIIB abbia raccolto tale supporto in tutto il mondo dimostra l’impotenza delle istituzioni di Bretton Woods, Banca Mondiale, FMI e Banca asiatica di sviluppo, dominate dagli USA.

E la nuova Banca dei BRICS
L’Asian Infrastructure Investment Bank non è l’unica nuova iniziativa delle economie emergenti del mondo. Al summit dei BRICS a Fortaleza, in Brasile, nel 2014, i cinque capi di Stato dichiararono senza mezzi termini, “siamo delusi e seriamente interessati dall’attuale mancata attuazione delle riforme del Fondo Monetario Internazionale del 2010, incidendo negativamente su legittimità, credibilità ed efficacia del FMI“. Collettivamente, i BRICS rappresentano 16000 miliardi dollari di PIL e il 40% della popolazione mondiale, nulla da poter alla leggera trascurare come gruppo di repubbliche delle banane, come certi politici a Washington evidentemente ancora pensano. Non fanno visite oculistiche dal 1944 a quanto pare. La Nuova Banca di Sviluppo, come viene formalmente chiamata, o informalmente Banca di sviluppo dei BRICS, avrà sede a Shanghai, centro finanziario mondiale in rapida espansione in Cina. Si aprirà al business con 100 miliardi di dollari di riserva liquida in dollari, per difendersi da eventuali guerre valutarie come quelle che Washington e Wall Street lanciarono nel 1997 per distruggere le economie delle tigri asiatiche, allora nel boom guidato da Corea del Sud, Malaysia e Indonesia. La nuova banca avrà anche un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, a cui ogni Paese BRICS contribuisce con 10 miliardi, con l’opzione per arrivare a 100 miliardi per finanziare i progetti infrastrutturali dei BRICS. La Carta della NBS specifica che l’adesione sarà aperta a tutti gli Stati delle Nazioni Unite. Tuttavia, e ciò è fondamentale, il capitale sociale dei cinque fondatori dei BRICS non dovrà mai scendere al di sotto del 55 per cento, e un membro non-fondatore non potrà mai andare oltre il 7 per cento. In breve, la banca BRICS sarà gestita dai governi che condividono profonda insoddisfazione verso le istituzioni di Bretton Woods controllate da Washington. La combinazione delle due nuove banche infrastrutturali rappresenta la maggiore minaccia al sistema del dollaro statunitense e al suo controllo dei flussi finanziari mondiali dal 1944. Questa minaccia guida l’agenda estera allo sbando di Washington. Pace e cooperazione sono molto più utili per risolvere le questioni tra nazioni civili.

600x458F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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