Via della Seta e Marxismo

Saikat Bhattacharyya, Regional Rapport 20 agosto 2017La Cina non si è mai allontanata dall’approccio marxista ma ha cambiato percorso mentre tempo e condizioni materiali cambiavano. Secondo Xi, poiché le aziende statali faranno investimenti infrastrutturali che spesso comportano perdite, la radice marxista della leadership cinese dev’essere ricordata.
Recentemente all’assemblea dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Presidente Xi Jinping ha chiesto alla Cina di volgersi alle radici marxiste. Molti stranieri pensavano che la Cina di Mao fosse marxista e che con Deng Xiaoping la Cina sia capitalista. Ma non è così che il Partito comunista cinese la vede. Per il PCC, Mao e Deng consideravano la Cina sulle attuali condizioni oggettive. Dato che le condizioni oggettive cambiarono drammaticamente negli anni ’70, Deng seguì un percorso distinto da quello di Mao. Ma Deng non ha mai rinnegato il marxismo. Qui spiegheremo come la visione del PCC sia cambiata in diversi periodi storici e perché Xi Jinping affrontando le nuove condizioni oggettive diverse da quelle con Deng, prenda una strada distinta. Mao, Deng e Xi rappresentano in realtà le reazioni della leadership cinese alle diverse condizioni materiali. Il materialismo storico marxista afferma che le forze di produzione sorgono come crescente conoscenza umana della natura. Di conseguenza, i rapporti di produzione vanno cambiati. I rapporti di produzione implicano il modello di proprietà dei mezzi produttivi come terra, strumenti, macchine e rapporti di classe nel processo produttivo. Mentre le forze produttive si sviluppano, si sviluppano anche i rapporti di produzione. In questo modo l’umanità si muove dal comunismo primitivo alla schiavitù al sistema feudale al capitalismo e infine al comunismo.

Mao
Durante il primo decennio del XX secolo, il capitalismo industriale coloniale affrontò una profonda crisi. L’automazione produceva meno opportunità di lavoro, l’alta centralizzazione del processo produttivo sfruttava le economie di scala creano grandi cartelli e aziende che ingoiavano le piccole aziende, nuovi Paesi industrializzati crescevano sfidando i vecchi Paesi industrializzati. Così c’erano movimenti della classe operaia, la piccola proprietà in crisi e i Paesi industrializzati erano in gara per il controllo delle materie prime, del lavoro a basso costo e delle colonie. Di conseguenza, la guerra mondiale scoppiò e Lenin colse l’occasione della disgrazia sociale e politica per creare l’Unione Sovietica. Lenin osservò gli effetti negativi del processo produttivo motivato dal profitto e quindi l’idea di Marx-Engels che richiedeva la proprietà dello Stato sui mezzi di produzione (cioè terreni, macchinari e fabbriche) e l’allocazione delle risorse da parte dell’autorità della pianificazione piuttosto che dal mercato. Con Stalin, l’Unione Sovietica riuscì ad adottarla. L’assegnazione delle risorse secondo la pianificazione della proprietà statale aiutò l’Unione Sovietica a creare industrie pesanti e un’industria degli armamenti indipendenti. L’Unione Sovietica prevalse anche nell’istruzione e nella salute. La vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista ne fece un modello da seguire mondiale. Quando l’epoca coloniale si concluse dopo la Seconda Guerra Mondiale, colonie e semi-colonie di recente indipendenza seguivano il modello di rapida industrializzazione dei soviet assegnando le risorse con la pianificazione statale. Tutti i Paesi appena indipendenti speravano in una società industrializzata ed autosufficiente. India, Africa, America Latina, anche Asia orientale e occidentale avevano subito variamente la notevole influenza del modello di pianificazione dell’Unione Sovietica. La Cina e molti Paesi dell’Europa orientale ebbero una rivoluzione comunista proprio come nell’Unione Sovietica. Il PCC, seguendo l’andamento del mondo di allora, adottò l’allocazione pianificata delle risorse per mano statale. Infatti, questo fu ritenuto l’unico modo per divenire industrialmente autosufficienti. Anche l’occidente seguiva l’economia keynesiana dove lo Stato creava la domanda poiché le forze del mercato erano considerate insufficienti a creare una domanda che soddisfacesse l’offerta. Quindi, si può dire che il sistema industriale del capitalismo era in crisi e lo Stato si credeva dovesse creare la domanda. In alcuni Paesi industrializzati, lo Stato assegnò lavoro e risorse extra alle industrie pesanti e alle infrastrutture, dato che nel lungo periodo non sarebbero state curate dal mercato.

Deng
Negli anni ’70 l’occidente subì un enorme cambiamento e cominciò ad usare il debito per creare la domanda e cominciò a negare il ruolo dello Stato. Il coinvolgimento dello Stato si diceva fosse spesso inefficiente e disincentivasse a lavorare duramente. Ricorrendo al credito del petrodollaro, gli USA si assicurarono un credito illimitato con cui gonfiò i prezzi dei propri beni, traendo profitto commercializzandoli. Così i capitalisti trovarono profitto nel commercio di beni e la crisi della produzione fu temporaneamente risolta. A poco a poco l’occidente, principalmente gli Stati Uniti, iniziò ad esportare la propria base produttiva nei Paesi del Terzo Mondo per ottenere maggiori profitti usando lavoro a basso costo. Occidente e Stati Uniti cominciarono a trarre vantaggio dal commercio, e Deng capì l’opportunità di ottenere tecnologia e capitale occidentale per industrializzare rapidamente la Cina. Deng colse l’occasione. Molti pensarono che Deng andasse verso il capitalismo. Non capirono che Deng reagiva a una condizione materiale mutata. Il capitalismo passò dalla produzione alla finanza. Il debito per creare la domanda divenne più importante della produzione. I consumatori divennero più importanti dei lavoratori. Questo semplicemente permise al capitalismo di trasformarsi in reazione alla crisi della produzione. E questa trasformazione presentò alla Cina una opportunità storica chiaramente notata da Deng nella sua tesi. La Cina iniziò ad industrializzarsi utilizzando capitale e tecnologia di USA, Europa occidentale e Giappone, mentre gli Stati Uniti continuavano a indebitarsi con la Cina e altri Paesi generando domanda per i prodotti cinesi. Il processo iniziò negli anni ’80, ma dopo la crisi finanziaria globale del 2007-08, questo processo è oggetto di seri dubbi. L’economia cinese è cresciuta più di quella degli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto. L’economia cinese diventa troppo grande per affidarsi al debito creato dalla domanda degli Stati Uniti. Gli USA si sono anche indebitati con molti Paesi e, come il business sul commercio entrava in crisi, si cominciò a mettere in discussione il processo di deindustrializzazione che affiancava la crescita commerciale negli Stati Uniti. Così il capitalismo occidentale ripiombava nella crisi.

Xi
Xi Jinping giunse alla guida della Cina in questa situazione critica. Lui e i suoi compagni hanno capito che il vecchio sistema della globalizzazione non può continuare. Poiché gli Stati Uniti non potranno più generare una domanda sufficiente per i prodotti cinesi, la via alla sovrapproduzione ora riguarda l’economia cinese. Come reagire allora? Un modo è seguire gli Stati Uniti e l’occidente, la Cina può iniziare a sfruttare il debito per gonfiare i prezzi dei beni e trarre profitto dal loro commercio ed esportare la propria base produttiva nei Paesi meno sviluppati del Terzo Mondo come India, Bangladesh o Africa. Un problema importante con questo passo per la Cina è che non dispone dei canali di credito del petrodollaro ed è impossibile per la Cina crearli. Questo semplicemente perché il petrodollaro riflette tre secoli di dominio globale anglo-sassone. La Cina non ha una storia di dominio globale, né v’è interessata. Così, non può mai avere un afflusso illimitato di debito reale, a differenza degli USA. Un’altra carenza in questo passo è che la Cina dovrà affrontare gli stessi problemi di deindustrializzazione e indebitamento che gli USA affrontano oggi. Di conseguenza, sotto la direzione di Xi, la Cina ha risposto con una diversa idea nel contrastare la crisi produttiva. La Cina adotta l’iniziativa della Via della Seta investendo in infrastrutture come porti, ferrovie, strade nel mondo e aiutando le diverse regioni povere a sviluppare e condividere la prosperità della Cina. Anche se ha un enorme surplus commerciale e continua ad accrescere le infrastrutture, i finanziamenti nel mondo non saranno un problema. Ma sul lungo periodo, la non-redditività è spesso considerata un grave problema per l’iniziativa della Via della Seta. Ma sarà davvero un problema per la Cina?

Ricordarsi il discorso di Xi: la radice marxista
La Cina può adottare la Via della Seta mentre Giappone e Germania, dagli enormi surplus commerciali, non possono. Questo perché la Cina può sopportare sul lungo periodo perdite a lungo termine mentre il sistema occidentale no. Ciò perché l’economia cinese dell’appropriazione del valore in eccedenza non è come quella del sistema occidentale, essenzialmente capitalista. Ciò significa capitalizzare l’eccedenza appropriata creata dal lavoro salariato avendo la proprietà dei mezzi di produzione. Ma mentre in occidente l’uso del valore in eccesso è deciso dalla classe capitalista e bancaria privata, in Cina ciò è deciso dalla burocrazia. Quindi la classe burocratica può imporre investimenti a lungo periodo, evitata dalla classe capitalista e bancaria privata. Così, mentre il sistema occidentale è più propenso a seguire il breve termine, il commercio dei beni, la Cina può adottare investimenti reali di lungo periodo, dimostrando che il sistema cinese può affrontare la crisi di produzione senza indebitamento estero e rimanere autosufficiente mantenendo la base industriale intatta. Ciò dimostra anche che la Cina manterrà il potere di assegnare le risorse per mano dello Stato piuttosto che per mano dei capitalisti privati. La recente crisi dei dirigenti di Aubang, Wanda, ecc. lo dimostra chiaramente. La maggior parte del progetto Via della Seta sarà sviluppato da banche e società infrastrutturali statali.

Conclusione
Possiamo quindi concludere che la Cina non si è mai allontanata dall’approccio marxista ma ha cambiato percorso mentre tempo e condizioni materiali sono cambiati. Secondo Xi, poiché le aziende statali faranno quegli investimenti infrastrutturali che spesso comportano perdite, la radice marxista della leadership cinese va ricordata.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La disgregazione dell’impero USA: una lettura

Alessandro Lattanzio, 29/8/2017Il 23 agosto, Washington riduceva di centinaia di milioni di dollari gli aiuti all’Egitto, ricorrendo alla scusa delle condizioni dei diritti umani a Cairo, ma in realtà per punire l’Egitto non solo per essersi rivolto all’aiuto economico-tecnologico e diplomatico di Russia e Cina, ma per aver sostanzialmente distrutto il piano del cosiddetto “Grande Medio Oriente”, concepito dai neocon e attuato dalla sinistra social-imperialista espressa da Obama e dall’europeismo occidentale. Infatti, quando nel 2013 i militari egiziani deposero il regime islamo-atlantista di Muhamad Mursi, i piani per attaccare direttamente l’Asse della Resistenza, ovvero Libano, Siria, Iraq e Iran, andarono in frantumi, essendo l’Egitto, Paese con una popolazione di 90 milioni di abitanti, visto come serbatoio inesauribile di carne da cannone taqfirita al servizio delle mire imperialiste e nocolonialiste della NATO e relative appendici petromonarchiche del Golfo Persico. Il piano d’aggressione all’Eurasia prevedeva la creazione di una piattaforma regionale islamista, in Medio Oriente, in cui radunare le varie forze taqfirite, oscurantiste, retrive e reazionarie, che in cambio dell’ascarismo geopolitico verso l’atlantismo, avrebbero ottenuto il totale dominio delle società mediorientali. Non a caso, l’apparato terroristico-mediatico atlantista (Hollywood, circo mediatico, università e professoroni, ONG e servizi segreti), preparò per anni il terreno ideologico-culturale per celebrare e far accettare in occidente l’ascesa dei regimi oscurantisti e sanguinari promessi dalla fratellanza mussulmana e dalle sue appendici terroristico-stragiste (Gladio-B): al-Qaida, salafismo armato, emirato islamico, sufismo turco-iracheno, ecc.
I militari nasseriani e la borghesia nazionalista egiziani (disprezzati dal ‘trotskismo accademico anglosassone’, null’altro che escrezione radicale del social-imperialismo londinese), compresero i piani malvagi e devastanti delle centrali imperialiste occidentali e dei loro manutengoli islamistico-idrofobici: la distruzione delle società arabe, devastazione della regione e guerra permanente con le potenze eurasiatiche che, esse sole, possono recuperare il Medio Oriente da una situazione di imminente disastro economico-politico che si preannunciava di durata indefinibile. Va ringraziato il governo di al-Sisi, e il ‘golpe’ popolare-patriottico del nasserismo egiziano, se l’immane disastro geopolitico-regionale, che pareva inevitabile con l’avanzata al potere dell’integralismo belluino e ottuso asservito all’imperialismo e affiancato dal sinistrismo occidentale, è stato sventato. Da qui la rabbia delle centrali terroristico-propagandistiche occidentale verso l’Egitto, che punta le sue carte sull’alleanza con la Russia, la Cina e l’Iran; utilizzando di tutto a tale scopo: dallo spionaggio pecoreccio e provocatorio di volenterosi sovversivi occidentali in Egitto, alla disinformazione e propaganda delle centrali mediatiche atlantiste, fino al terrorismo islamo-atlantista alimentato e finanziato dal complesso spionistico occidentale (che comprende i servizi segreti e le loro emanazioni pubbliche, le cosiddette ‘ONG’).
L’ultima fase del rancore occidentale verso Cairo si è avuta con Washington che taglia 96 milioni di dollari di aiuti e ritarda altri 195 milioni di dollari in fondi militari per l’Egitto. Il dipartimento di Stato degli USA dichiarava che la decisione è dovuta alla “mancanza di progressi nei diritti umani e al passaggio di una nuova legge che disciplina il lavoro delle organizzazioni non governative, considerata volta a limitarne le attività e che al-Sisi ratificò a maggio”. Ecco, l’impossibilità di sovvertire l’Egitto scatena le ire dell’imperialismo “democratico” e “filantropofago” di Washington, che ricorre all’unico mezzo di cui dispone, le sanzioni, che nel mondo globalizzato di oggi, dopo la Jugoslavia del 1999 e l’Iraq del 2003, non funzionano più, perché non convincono più nessuno. Sarà difficile, per Washington, che qualche altro Paese metta ai comandi un altro Gorbaciov. Gorbaciov è un personaggio passato alla Storia come simbolo dell’autodistruzione e del tradimento, sostituendo nell’immaginario dei popoli la figura di Vidkun Quisling. Checché ne dicano i suoi corifei, che appestano lo spettro della militanza antimperialista occidentale, Gorbaciov è oramai un mero cadavere ideologico; un killer e traditore non più utile ai suoi padroni, perché riconosciuto appunto tale a livello planetario. Perciò, il suo modus operandi, pur riproposto più volte, fa sempre cilecca, perché riconoscibilissimo negli scopi: l’autodistruzione delle nazioni e dei popoli che l’adottano. E’ bastata una volta per capirlo.
Da qui, l’esigenza dell’occidente di ricorrere a metodi più rozzi e brutali, come il terrorismo settario, sanguinario e ottuso che tanto successo raccolse in Afghanistan (più nell’immaginario del pubblico occidentale, che nella realtà afghana). La filiazione del terrorismo strategico islamo-occidentale è stata prolifica e, in pratica, l’unica arma efficiente dell’imperialismo del XXI secolo. Dalla Jugoslavia nel 1992 a Siria-Iraq nel 2014-2015. Di fatti, ricollegandosi al discorso egiziano, non è un caso che, una volta saltato il regime islamista dell’agente della CIA Muhamad Mursi (cittadino statunitense, avendo lavorato presso la NASA, ente che assume solo cittadini degli USA), pochi mesi dopo comparisse a Mosul e in Iraq lo Stato islamico (emirato islamico). Chiaramente il piano di riserva, nel caso fallisse la trasformazione dell’Egitto in caserma del taqfirismo globale al servizio della NATO e d’Israele. L’appoggio saudita al golpe popolare-patriottico di al-Sisi era dovuto al legittimo timore di Riyadh di finire nel mirino dell’imperialismo statunitense, una volta eliminati l’ostacolo siriano-iraniano e messe in difficoltà Russia e Cina; in quella situazione, cosa avrebbe impedito a Londra e Washington di saltare al collo dei sauditi? E di accaparrarsi le ingenti riserve di petrolio della penisola araba? Il Ministero degli Esteri dell’Egitto, alla punizione inflitta da Washington a Cairo, risponde dichiarando, “L’Egitto considera questo passo un errore di valutazione della natura delle relazioni strategiche che legano i due Paesi da decenni, e ciò può avere ripercussioni negative“. E il 28 agosto, Cairo si dichiarava favorevole a risolvere la crisi siriana attraverso negoziati e a sostenere il processo di pace di Ginevra; il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava, “L’Egitto promuove l’idea che la soluzione militare sia impossibile per riportare la stabilità alla regione. Ciò può accadere solo attraverso dialogo, negoziati, processo politico… Per la Siria, la partecipazione dell’Egitto è legata al sostegno e al consolidamento dell’opposizione nazionale siriana, alla continuazione del dialogo attraverso tutti i canali, incoraggiando tutte le parti, incluso il governo siriano, a tenere colloqui sotto gli auspici delle Nazioni Unite e ad aderire al processo di Ginevra. La Siria va preservata, la sua integrità territoriale è importante, le sue istituzioni vanno mantenute nella responsabilità dei servizi alla popolazione, per ripristinare la Siria a beneficio del popolo, far rientrare i residenti fuoriusciti e combattere le organizzazioni terroristiche”. Il ministro concludeva affermando che gli stessi principi dovranno riguardare la soluzione della crisi in Libia.
Ma gli Stati Uniti non entrano in conflitto solo con l’Egitto; l’ambasciatrice del Pakistan alle Nazioni Unite, Maleeha Lodhi, dichiarava che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approcciarsi verso l’Asia meridionale, “Negli ultimi anni, in Pakistan abbiamo capito che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approccio verso l’Asia meridionale e, di conseguenza, abbiamo perso qualcosa nei rapporti“. Lodhi affermava anche che gli Stati Uniti devono perseguire la “pace negoziata in Afghanistan“, dopo 16 anni di guerra che hanno dimostrato che perpetuare il conflitto non è un’opzione futura, “Dobbiamo trovare una pace negoziata in Afghanistan, con il consenso delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. So che gli Stati Uniti hanno dichiarato il proprio sostegno a questo obiettivo, in passato, ma questo non potrebbe bastare; essi devono agire per raggiungere e realizzare questo obiettivo“. Infine, il Pakistan decide di rivedere i rapporti con gli Stati Uniti dopo l’annuncio del presidente Trump di eliminare gli aiuti militari al Pakistan perché, “Washington è stufa di Islamabad“. Il dipartimento della Difesa degli USA aveva già bloccato ogni sostegno a Islamabad tramite il Fondo di sostegno della coalizione, che finanziava le operazioni antiterrorismo del Pakistan, mentre il segretario alla Difesa Mattis affermava di non poter provare che il Pakistan combatta a sufficienza il terrorismo. Infine, Trump accusava il Pakistan di custodire gli “agenti del caos” concedendo santuari ai taliban e ai gruppi islamisti, facendo prolungare la guerra in Afghanistan. “Il Pakistan ha anche dato riparo alle stesse organizzazioni che cercano ogni giorno di uccidere la nostra gente. Gli versiamo miliardi e miliardi di dollari, mentre ospitano i terroristi che combattiamo. Ma ciò dovrà cambiare e cambierà immediatamente. Nessun partenariato può sopravvivere a un Paese che ospita terroristi che attaccano membri e funzionari degli Stati Uniti“, dichiarava Trump. Il governo pakistano rispose dicendo che sono gli Stati Uniti a non voler eliminare i santuari del terrorismo in Afghanistan. L’amministrazione Trump in sostanza afferma che i taliban sono sostenuti dalle agenzie militari e d’intelligence del Pakistan, prospettando l’idea che gli Stati Uniti designino il Pakistan quale Stato sponsor del terrorismo; un modo per giustificare l’incapacità dell’US Army di sconfiggere i taliban e di por fine al conflitto in Afghanistan.
Il Pakistan, davanti alle mosse di Washington, si prepara a vietare le visite del personale diplomatico statunitense senza una preventiva autorizzazione ed approvazione dal governo di Islambad. Infatti, il Pakistan rinviava la visita dell’assistente del segretario di Stato Tillerson, e decideva di rivedere la politica verso gli Stati Uniti. Rex Tillerson aveva minacciato i pakistani, “Abbiamo una certa leva in termini di aiuti e sul loro status di partner non-NATO; tutto questo può essere messo in discussione“. Sebbene ufficialmente il Pakistan beneficiasse di aiuti e tecnologie militari statunitensi, quest’anno gli Stati Uniti rifiutavano 350 milioni di dollari in finanziamenti militari, col pretesto che il Pakistan non farebbe abbastanza per combattere il terrorismo. Tillerson dichiarava che “Il presidente è stato chiaro nel dire che attaccheremo i terroristi ovunque siano. Abbiamo messo persone ad osservare chi offre rifugio ai terroristi, e gli avvertiamo che affronteremo chi fornisce un santuario e gli chiederemo di smetterla“. Per risposta, il Ministro degli Esteri del Pakistan, Khawaja Muhammad Asif, il 28 agosto si recava in Cina, dopo aver annunciato la cancellazione della prevista visita negli Stati Uniti.
In realtà, anche qui gli Stati Uniti sono allarmati dall’approccio del Pakistan verso Cina e Russia sulla questione della stabilizzazione dell’Afghanistan, “il Pakistan si è rivolto alla Russia negli ultimi mesi e le chiede di essere la principale forza stabilizzatrice per una possibile pacificazione dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti ne sono allarmati, ed anche se i rapporti Pakistan-Russia erano storicamente tesi, si sono rilassati. I pakistani hanno ora deciso che la Russia, e non gli Stati Uniti, sono la migliore speranza di avere un attore internazionale che porti al tavolo delle trattative e possibilmente riunisca un governo di unità nazionale in Afghanistan, unico modo per far finire questa guerra. Il Pentagono non vuole por fine alla guerra. È soddisfatto dello stallo. È una vacca da mungere per il Pentagono e i contraenti degli USA. Washington non vuole che la Russia s’intrometta in Afghanistan“. Non va dimenticato, infine, che il Pakistan ha appena aderito all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, guidata da Cina e Russia, un colpo devastante per gli interessi statunitensi in Asia.
Infine, neanche i curdi danno soddisfazione a Washington; secondo il notiziario al-Hadath, un grande convoglio militare dell’Esercito arabo siriano e della Polizia Militare russa arrivava a Tal Rifat, città a nord di Aleppo, su richiesta delle Forze Democratiche siriane (SDF), per impedire che le forze turche avanzino nella regione, dato che Ankara aveva inviato rinforzi presso la vicina Azaz.Fonti:
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
The Duran
PressTV
FARS

Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Ambiente

Grandangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media
Luca Baldelli
Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1400000000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico–borghese con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista–leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità “vera” non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti.
In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i “signori della guerra”, i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1200000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89000000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico–economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88760000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di “cellule” in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26000000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7200000 operai; 12500000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la “teoria della tre rappresentatività” la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo statunitense tradottosi in semimonopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico–mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso antisocialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico–scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? E’ il PCC in grado di marcare le opportune e anzi soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista statunitense, a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100000 del 2001 ai 300000 del 2011, coprendo tutte le 210000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3500000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e “profonda” della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili.
L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e… le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema, è qui il nocciolo della questione, come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vogliono un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco–compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni “contagio” degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla “virtuosità” da parte di un’America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone.
Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc..). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2% rispetto al 2014; gli USA vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un + 30,8% rispetto al 2014, mentre gli USA vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+8,6% rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287000000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
La disinformazione ci presenta il “milione di morti ogni anno per inquinamento” in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli USA (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1000000, quello degli USA, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente ) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40000, 26000 e 21000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli USA, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del “taroccamento” (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) nel 2012 registrava 84400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli USA, i ricercatori del celeberrimo storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1000000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto “correggerli”. Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli USA, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico–critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di “regolatore naturale” anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di “protezione”, nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52400000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. Nessun mezzo di comunicazione “di grido” ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2000000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco–città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di “liberismo” imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40000000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3000000 di t di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato “Lago dell’Ovest”, esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli USA), hanno accresciuto massicciamente le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30000 dollari più che negli USA (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli USA è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli USA sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli USA, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6049435000 t annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5010170000 t annue. Il Rapporto 2013 “Trends in Global CO2 Emissions”, redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli USA, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni procapite di CO2 siano, negli USA, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica “green economy”, nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli USA hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14,5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli USA buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli USA oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.
Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un “paradiso terrestre” che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Mao Tse Tung: “Opere complete” in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali
Opere di Deng Xiaoping
Jiang Zemin, “Selected Works”, Foreign Languages Press, Pechino 2013
David L. Shambaugh: “China’s Communist Party” (University of California Press, 2008)
Yiuchung Wong: “From Deng Xiaoping to Jiang Zemin” (University Press of America, 2005)
Lance L.P. Gore: “The Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution” (Routledge, 2011). Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico.
Xinhua
Limes, n° 1/2017: “Cina–USA, la sfida”.
Rapporto OMS su emissioni inquinanti e situazione generale dell’inquinamento planetario
Lifegate
Profilo del colosso energetico cinese SUNGROW
Greenstyle
Greenbiz
LaStampa
Qualenergia
Sulle nuove disposizioni legislative per l’ambiente
Crisi Globale

Perché la Russia è il nemico n°1 di USA e occidente?

Vladimir Gujanichic,  Fort Russ 5 agosto 2017Quante volte negli ultimi mesi o addirittura anni abbiamo sentito il segretario generale della NATO, Obama o i generali statunitensi affermare che “la Russia è il nemico peggiore” degli Stati Uniti o addirittura dell’ordine occidentale? L’isteria sulla “minaccia russa” è stata forgiata nei media ad alto livello. Ancora più spesso non si risponde sul perché la Russia sia tale minaccia per gli Stati Uniti. Tutto sembra iniziare nel 2011 quando gli Stati Uniti iniziarono ad accelerare con la loro “primavera” o “rivoluzioni colorato” nel mondo arabo. Ma mentre la “primavera araba” è stata “coperta” dai media, passò inosservato che gli Stati Uniti si volsero verso diversi governi “sleali” alla politica statunitense in America Latina e altre parti del mondo. Nel punto nevralgico, la Siria, la Russia affronta Stati Uniti ed alleati regionali. Il Presidente di Cuba Fidel Castro dichiarò apertamente, molto prima della scomparsa, che “la Russia ha salvato il mondo dalla ricolonizzazione“. Un punto altrettanto importante si trova anche nel lungo discorso di Zbigniew Brzezinski del 1979 sulle minacce che affrontavano gli Stati Uniti e come dovevano riformulare la politica estera. Brzezinski osservò che una rivoluzione colpì la Terra nel XX secolo: “Dal 1900 al 1950, la popolazione mondiale crebbe da 900 a 2,5 miliardi… a seguito di questo cambiamento politico, il numero di Stati e nazioni triplicò a più di 180, nella vita di ognuno di noi in questa stanza, questa è la più grande rivoluzione politica nella storia dell’uomo… A causa della moderna tecnologia delle comunicazioni, questi miliardi sono consapevoli delle nuove idee e delle ingiustizie del mondo. “Dopo la seconda guerra mondiale, va ricordato che il principale campo di lotta fu contro le potenze coloniali che cercavano di preservare il loro sistema. In quel periodo, i sovietici, guidati dall’ideologia marxista-leninista, sostennero tutti i Paesi che volevano essere indipendenti dai tutori coloniali”.
La difesa aerea più la sovranità è comunque una formula più pericolosa del comunismo. “Povero sarà quel Paese che non può difendere il popolo dagli attacchi aerei“, dichiarò Giorgij Zhukov. Queste parole dimenticate del Maresciallo Zhukov sono la chiave per comprendere la situazione attuale e la lotta per l’indipendenza. Come vediamo, lo schema delle azioni e dell’interventismo statunitense è abbastanza facile da capire. Sanzioni, ingiustizie e lotte politiche o nazionaliste creano in ogni società una massa critica che sarà sostenuta dall’interventismo statunitense, dopo di che gli Stati Uniti raggiungono i propri obiettivi. Tuttavia, l’elemento chiave e cruciale è la supremazia dell’aria. Senza la supremazia aerea, l’arma principale del processo di ricolonizzazione statunitense, gli Stati Uniti non possono intervenire in nessun Paese che abbia anche sono solo un esercito mediocre. Ma senza una corretta difesa aerea, non importa quanto grande sia l’esercito o la popolarità del partito politico o del presidente che si oppone agli Stati Uniti, questo regime è destinato a cadere. Dato che gli USA puntano a dominare il mondo e la Russia esporta i migliori sistemi di difesa aerea nei punti caldi del mondo (Algeria, Siria, Iran, Venezuela), va posta la domanda: chi è l’aggressore? Chi attacca chi e cosa? Il capitalismo occidentale non può esistere senza l’imperialismo. Se all’elezione di Eltsin vedemmo l’abbandono degli alleati del blocco socialista nel mondo, con Putin vediamo l’opposto, sostenere i partner dell’ex-URSS, non solo i sopravvissuti, ma anche nuovi, di cui il Venezuela è il miglior esempio.
Ci sono diverse teorie sulla politica estera di Putin. La prima è che sia formulata solo sulla guerra per le risorse energetiche che costituiscono la base dell’economia russa. La seconda è che alcune élite occulte dell’era sovietica perseguono sempre gli stessi obiettivi, ma con la copertura della formula statale attuale. Infine, c’è la prospettiva che la Russia semplicemente difenda la sua posizione di Stato sovrano. Non importa quale di tali teorie sia veritiera, ciò che è evidente è che la Russia affronta gli Stati Uniti nel mondo. La guerra in Medio Oriente è perduta per gli Stati Uniti e il danno che subiscono nella politica regionale e mondiale è devastante. Il Venezuela sarà probabilmente il prossimo punto di confronto tra USA e Russia. Ora è chiaro che Russia e Cina sostengono Maduro nella lotta per la via socialista del Paese rimanendo al potere. La Russia dispiegò moderne difese aeree con il Presidente Hugo Chavez e ora vediamo che la Russia aiuta Maduro esportando 60mila tonnellate di grano al mese, oltre a un considerevole supporto logistico. È chiaro che la Russia non affronta semplicemente gli Stati Uniti in ciò che si potrebbe definire semplice difesa di posizione, ma entra apertamente in ciò che verrebbe chiamato “cortile” degli Stati Uniti, il famoso bacino della “Dottrina Monroe”. Il risultato è chiaro: sanzioni, sanzioni e altre sanzioni e l’affossarsi delle relazioni Russia-USA. Se consideriamo questo da una prospettiva strategica, vediamo che la Russia raggira la politica statunitense, sovvertendo le conquiste della primavera araba, infiltrando l’UE con progetti energetici dopo aver annullato la grande pipeline del Medio Oriente. La Russia modella nuovi rapporti con la Turchia e supporta Duterte nel cambiarne la politica estera di 180 gradi. Gli Stati Uniti abbozzano. Se confrontiamo la politica estera russa con quella sovietica, notiamo che anche se la Russia è molto più debole dell’Unione Sovietica per risorse, è più pericolosa per gli Stati Uniti. Non solo ciò che potremmo chiamare neo-colonie, ma anche i loro alleati, cambiano lato, non avendo interesse a rimanere nella sfera d’influenza degli Stati Uniti e non essendo così facile per gli Stati Uniti intervenire militarmente nel mondo “democratico”. Il senatore McCain ha espressamente affermato che la Russia è più pericolosa dello SIIL per gli Stati Uniti. Tale affermazione è umoristica per qualsiasi analista, perché possiamo vedere alcuni modelli nelle operazioni dello SIIL: quando Maliqi cambiò lato, l’Iraq fu invaso dallo SIIL; quando Duterte cambiò lato, le Filippine venivano invase dallo SIIL, ecc. È chiaro chi gestisce lo strumento denominato SIIL. Tuttavia, tali operazioni speciali non impediscono a questi Paesi di sottrarsi dalla sfera degli Stati Uniti cercando rapporti con altri Paesi, principalmente Russia e Cina. Nel complesso, la ribellione dietro le “mura” degli Stati Uniti va paragonata alla ribellione nel Patto di Varsavia, ma questa volta sostenuta dalla Russia. I prossimi punti di scontro, oltre al Venezuela, sono probabilmente Penisola coreana e Balcani. Nonostante vagonate di minacce, gli Stati Uniti non hanno ancora attaccato la Corea democratica, come non lo fecero con la Siria, quindi se gli USA perdono un altro confronto con Russia e Cina, il dominio mondiale statunitense sarà in pericolo. Il dispiegamento di moderni sistemi antiaerei russi nei punti cruciali nel mondo infligge più danni alla politica statunitense che non le ideologie radicali antimperialiste. Gli Stati Uniti possono mantenere il potere solo con la forza bruta. Come si vede nella situazione attuale, gli Stati Uniti perdono ulteriori confronti strategici con la Russia, mentre le nuove sanzioni rallentano soltanto la fine del dominio statunitense, ma non possono impedirlo.
Non importa quale sia la teoria accurata sulla formulazione della politica estera russa, è chiaro che la Russia difende il suo status sostenendo la stessa avanzata come l’ex-Unione Sovietica, ma in forma diversa e su una piattaforma culturale e politica molto più ampia. Gli Stati Uniti possono opporsi a questo processo solo con la mera forza, mentre se non intervengono si ritroveranno in una situazione peggiore dell’attuale. D’altra parte, l’intervento porterebbe a una riduzione ancora più drastica della scarsa reputazione che gli è rimasta, con conseguenze imprevedibili.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora