Giappone: Shinzo Abe segna una grande vittoria elettorale

Andrej Akulov, SCF, 26.10.2017Dalla seconda guerra mondiale, il Giappone è noto come Paese orientato al pacifismo, che ha negato la guerra come strumento della politica nazionale. Ciò potrebbe cambiare presto. Il 22 ottobre il Primo ministro giapponese Shinzo Abe segnava una vittoria importante nelle elezioni nazionali. Il suo Partito Democratico Liberale e il Partito Komeito, piccolo partito di coalizione, si sono assicurati almeno 312 seggi nella camera bassa da 465 seggi, superando i 310 seggi della maggioranza dei due terzi. L’esito delle elezioni ne continuerà le politiche perseguite dall’incarico nel 2012; linea dura sulla Corea democratica e stretti legami con Washington, specialmente sulla cooperazione nella Difesa. La vittoria aumenta anche le possibilità del primo ministro di vincere il prossimo turno, a settembre, come leader del Partito Liberale Democratico. Questo potrebbe estenderne la premiership al 2021. Adesso Abe è in procinto di diventare il più longevo primo ministro del Giappone dalla Seconda guerra mondiale. Il successo elettorale dà anche al premier più tempo per l’attuazione dei piani per rivedere la costituzione pacifista del Giappone, prerequisito per aumentare capacità ed opzioni militari del Giappone. “Questa è stata la prima elezione in cui abbiamo fatto della trasformazione costituzionale il pilastro della nostra piattaforma politica”, aveva detto il 23 ottobre. La costituzione rinuncia all’uso della forza nei conflitti internazionali, proibendo atti di belligeranza. Mentre l’articolo 9 vieta tecnicamente il mantenimento di forze armate permanenti, è stato interpretato dai successivi governi giapponesi per permettere le forze di autodifesa, come sono note le forze armate, per scopi esclusivamente difensivi. I cambiamenti storici del 2015 consentono una limitata autodifesa collettiva e di aiutare un alleato attaccato. Qualsiasi cambiamento nella costituzione del Giappone, che non è mai stata modificata, richiede l’approvazione innanzitutto di due terzi del parlamento e poi un referendum pubblico. La coalizione di Abe e del partner ha tale maggioranza. Con la “supermaggioranza” in entrambe le camere, il premier ha mano libera legislativa. La modifica costituzionale sarà ancora una dura battaglia, dato che l’opinione pubblica si oppone all’emendamento. Attualmente, la spesa militare del Giappone ammonta a circa l’1% del PIL. La più alta dal 1945. Alcuni legislatori spingono per aumentarla di un 20%, soprattutto alla luce delle preoccupazioni sull’impegno statunitense nella regione. Uno degli obiettivi della sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti Trump è spingere gli alleati a contribuire maggiormente alla propria difesa. Trump deve visitare il Giappone all’inizio di novembre. Circa 50000 truppe statunitensi sono sul suolo giapponese, tra cui la Settima Flotta, un considerevole contingente dei Marines e il più grande stormo dell’US Air Force. Ogni anno il Giappone spende 2 miliardi di dollari per ospitarli. In futuro, probabilmente sarà possibile introdurre nuove capacità difensive coi sistemi Aegis Ashore o Terminal High Altitude Area, dato che il LDP ha sostenuto ulteriori spese per la difesa a tali scopi.
La coalizione di governo discute la necessità che il Giappone schieri missili superficie-superficie per migliorare la deterrenza nei confronti della Corea democratica, compresa la capacità di neutralizzare i missili balistici nordcoreani sui siti di lancio. Il Giappone ha finora evitato di prendere il controverso e costoso passo di acquisire bombardieri o missili da crociera dal raggio abbastanza ampio da colpire altri Paesi, affidandosi invece agli Stati Uniti per combattere i nemici. Ma la crescente minaccia posta dalla Corea democratica aggiunge peso all’argomento secondo cui il Giappone ha bisogno di una propria capacità di attacco. Sembra che Tokyo cerchi di procurarsi missili da crociera Tomahawk dagli Stati Uniti. I missili sarebbero utilizzati per attaccare lanciamissili e strutture di lancio nordcoreani. I Tomahawk sarebbero probabilmente dispiegati a bordo dei cacciatorpediniere equipaggiati col sistema di lancio verticale Aegis e Mark 41. Significherebbe che il Giappone potrebbe attaccare bersagli situati sul gran parte della massa terrestre. Il Giappone analizza molto attentamente l’acquisto degli Aegis Ashore con capacità di difesa missilistica fissa a terra. Aegis Ashore utilizza lo stesso sistema di lancio verticale Mark 41 (VLS) dei cacciatorpediniere dell’US Navy usati per sparare i BGM-109 Tomahawk. Proprio come i cacciatorpediniere e gli incrociatori statunitensi, che utilizzano il sistema di combattimento Aegis e il suo sistema di Mark 41 VLS, il Giappone potrebbe integrare i Tomahawk nelle proprie strutture Aegis Ashore. Ciò dimostra che la preoccupazione della Russia sulla capacità dei Mk-41 di lanciare missili da crociera in Europa, violando il trattato INF, è giustificata. Se i VLS possono farlo in Giappone, potranno farlo in Romania e Polonia. Dopo l’attacco missilistico, i 42 F-35A Joint Strike Fighters del Giappone potrebbero attaccare per degradare la rete radar e le difese aeree della Corea democratica. Il Giappone potrebbe anche acquistare missili ad alta precisione, come il Joint Air-to-Surface Standoff Missile (JASSM) della Lockheed Martin Corp o il Missile Joint Strike a corto raggio. Il Giappone attualmente prevede di acquistare 3 droni a lunga autonomia RQ-4 dagli Stati Uniti. Ciò consentirebbe all’aviazione delle forze di autodifesa giapponesi di effettuare simultaneamente operazioni di ricerca, tracciamento e valutazione dei danni su tutta la Corea democratica e altrove.
La vittoria elettorale non significa che l’aumento della potenza militare abbia il sostegno pubblico. In questo momento l’opposizione è debole, avendo la maggiore forza d’opposizione, il Partito Democratico, nel caos. L’affluenza del voto è stata del 53,68 per cento, la seconda più bassa dal dopoguerra. La Corea democratica è un pretesto per i piani militari, che altrimenti avrebbero poche possibilità di passare. La posizione dura sulla Corea democratica non è l’unico elemento della politica estera del premier. Gli elettori hanno evidentemente sostenuto la sua politica di confronto con la Cina. La politica sulla Russia è ampiamente sostenuta. Dall’incarico, il premier ha attuato la politica del ravvicinamento con la Russia. Durante la visita ufficiale a Mosca nell’aprile 2013, Russia e Giappone stipularono la dichiarazione congiunta per avviare la cooperazione multilaterale, tra cui la riunione regolare dei ministri degli Esteri e della Difesa per consultazioni nel formato “2+2”. Russia e Giappone si sono riuniti regolarmente. Al vertice di Sochi, nel maggio 2016, Abe annunciò il “nuovo approccio” verso la Russia. Nel settembre 2017, riunitisi al Forum Economico Orientale, i leader discussero la questione delle isole Kurili. Il Presidente Putin incontrerà Shinzo Abe al Vertice Asia-Pacifico (APEC) in Vietnam, nel novembre 2017. Un ulteriore miglioramento delle relazioni Russia-Giappone è cruciale per la politica estera di Shinzo Abe che ha il sostegno degli elettori, rafforzando la posizione del premier prima delle elezioni vinte in modo così spettacolare.Il Giappone indice elezioni parlamentari straordinarie
Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 27.10.2017

Come previsto, le elezioni straordinarie alla Camera bassa del Parlamento, tenutesi in Giappone il 22 ottobre, sono culminate nella vittoria del Partito Democratico Liberale. Dal 23 ottobre, sul totale di 465 seggi parlamentari, il destino di due non è ancora chiaro. Tuttavia, non importa dato il risultato delle elezioni, ossia il LDP che insieme al suo “partner minore” Komeito, ottiene la maggioranza qualificata nella camera bassa del Parlamento giapponese. A sua volta, basandosi sui dati della distribuzione dei seggi nel nuovo parlamento, il Primo ministro Shinzo Abe (che aveva avviato le elezioni straordinarie) ha ragione di parlare della forte fiducia che il popolo giapponese gli ha espresso, sia personalmente che sulla politica estera e interna perseguita dal suo governo. Conseguenza importante del risultato delle elezioni è il forte calo del peso degli scandali che si sono moltiplicati intorno al Gabinetto dei Ministri guidato da Abe, e degli attacchi correlati dell’opposizione. Durante una conferenza stampa sui piani immediati, svoltasi il giorno dopo le elezioni, Abe chiariva che non ha intenzione di “perdere tempo” nell’attuale sessione straordinaria del parlamento per esaminare la sostanza delle accuse rivoltegli dall’opposizione, ma che invece la questione sarà rinviata alla prossima sessione regolare, che avrà inizio il prossimo gennaio. Nei prossimi mesi non vuole “perdere troppo tempo” scontrandosi coi parlamentari dell’opposizione.
Con alcuni importanti dubbi, il Primo Ministro riceve carta bianca nell’attuazione di determinate misure in economia, sicurezza e cambiamenti costituzionali. Tuttavia, giudicando dal discorso post-elettorale, Abe non intende escludere la discussione sui cambiamenti costituzionali con l’opposizione, nonostante l’esistenza della maggioranza necessaria al parlamento. Le dimensioni del successo del primo ministro e del LDP che guida, superano le previsioni più ottimistiche degli esperti alla vigilia delle elezioni. Questo successo è particolarmente significativo nel contesto della partecipazione alle elezioni dei 18enni, ammessi per la prima volta al voto elettorale. L’attuale premier è particolarmente popolare tra i giovani. Tuttavia, alcuni esperti concordano sul fatto che la vittoria del LDP sia associata alle peculiarità del sistema elettorale e generalmente mettono in dubbio l’interpretazione dei risultati delle elezioni passate come espressione di sostegno incondizionato della popolazione alla coalizione al governo. La sconfitta dell’opposizione è dovuta al caos completo in cui si trovava alla vigilia delle elezioni. Il partito della Speranza, particolarmente ottimista, formato un mese prima delle elezioni dalla governatrice di Tokyo Yuriko Koike, ha ottenuto solo 50 seggi classificandosi al terzo posto tra i partiti parlamentari. In retrospettiva, si potrebbe sostenere che questo fosse prevedibile tenendo conto della “natura secondaria” del programma del partito della Speranza rispetto al LDP. Per esempio, Yuriko Koike ha cercato di lanciare il termine “giurisprudenza” nell’arena dei meme politici. Ma tale meme però si riferisce direttamente all’originale “abenomics”, la cui apparizione nel 2013 (dopo il ritorno del LDP al potere alla fine del 2012) non era altro che una sintesi giornalistica del nuovo corso economico proclamato da Abe. Contro lei personalmente e il partito che guida, vi è stato anche il rifiuto di Yuriko Koike di lasciare il posto di governatrice di Tokyo per concentrarsi completamente sulle elezioni, alla cui vigilia si recò (citando qualche scusa dignitosa) a Parigi. A giudicare dai risultati delle elezioni, l’elettore valutò negativamente le sue “previsioni”. Yuriko Koike, “stella” ascesa all’improvviso l’anno scorso (nelle elezioni parlamentari locali e a governatore di Tokyo), dopo solo un anno si ferma. Lo dimostra la sua “delusione” per i risultati del proprio partito nelle elezioni nazionali. Ancora meno ottimista è il destino dell’altro aspirante politico Seiji Maehara. Asceso assai giovane agli inizi del Partito Democratico all’opposizione, il 1° settembre ne diventava il leader, avendo così l’occasione unica per affermarsi al vertice politico del Paese. Tuttavia, già a fine settembre, apparentemente influenzato (ancora esistente al momento) dal “fenomeno Yuriko Koike”, invitò i membri del DP a votare il partito della Speranza nelle imminenti elezioni. Tuttavia, Koike, situata politicamente ancora più a destra di Abe, è accetta solo all’ala destra del Partito Democratico. Di conseguenza, il partito di opposizione principale s’è diviso, ed era improbabile che il nuovo leader potesse salvarsi da tale naufragio. Tuttavia, da una situazione così cattiva può nascere una fenice. Questa è il caso del frammentato centro-sinistra dell’ex-DP, denominato Partito Democratico Costituzionale, che ha ottenuto il secondo posto alle elezioni con 55 seggi. Un altro risultato significativo di queste ultime elezioni. Il centro di gravità dell’opposizione sarà ora il CDP e il suo leader, il 53enne Yukio Edano (che ha avuto diversi posti ministeriali nel governo di centro del 2010-2012), diventerà la nuova “stella in ascesa” che rimarrebbe nel cielo politico giapponese molto più a lungo dell’altra “stella”, Yuriko Koike. Tutto sarà deciso dalle prospettiva del “vento di destra” dominante nella politica estera giapponese. La sua forza e durata sono significativamente (e oggi, forse semplicemente decisamente) dipendenti dallo stato delle relazioni cino-giapponesi. Se la relazione tra le due maggiori potenze asiatiche migliora, la “stella” Yukio Edano inevitabilmente continuerà a salire.
Infine, va osservato che il rafforzamento delle posizioni nazionali dell’attuale primo ministro ha avuto luogo durante la preparazione di diversi importanti eventi in politica estera. Tra i più importanti, la visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Tokyo, il 5 novembre, e la successiva partecipazione di Abe a una serie di forum dell’ASEAN. I principali temi politici dei prossimi colloqui statunitensi-giapponesi e il lavoro dei forum dell’ASEAN includeranno le questioni della penisola coreana e del Mar Cinese Meridionale, così come le relazioni con la Cina. Nel complesso, la valutazione degli esperti giapponesi sull’attuale primo ministro come politico di maggior successo del Paese negli ultimi decenni va riconosciuta corretta. Ciò è confermato dal completo successo del nuovo attacco da samurai intrapreso da Abe nella lotta politica interna. L’attacco è stato condotto in condizioni di elevate incertezze e rischi che hanno accompagnato la decisione delle elezioni parlamentari straordinarie.Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Sul “Corridoio di sviluppo Asia-Africa”

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 4.08.2017

Con i recenti collocazioni e slogan sui diversi progetti economici internazionali, a fine maggio si aggiunse il nuovo “Corridoio di sviluppo dell’Asia-Africa”, AAGR. L’aspetto di questo progetto fu predeterminato dalla dichiarazione congiunta dei primi ministri di Giappone ed India, l’11 novembre 2016, che riassunse la visita di Shinzo Abe a Delhi su invito di Narendra Modi. Il quarto comma del documento afferma, tra l’altro, che “la migliore connettività tra Asia e Africa, realizzando una libera e aperta regione Indo-Pacifica, è vitale per la prosperità dell’intera regione“. A tal fine, si prevedeva di stabilire uno “stretto coordinamento, sia bilaterale che con altri partner”. Sei mesi dopo, alcune considerazioni relative al progetto AAGR furono discusse a margine della riunione annuale (52.ma) della Banca africana di sviluppo, svoltasi a fine maggio (cosa notevole) nella città indiana di Ahmedabad, sulle coste occidentali del Paese. Più di 3000 delegati provenienti dai 54 Paesi africani parteciparono al forum dell’ADB. Uno degli eventi chiave a margine del forum fu l’incontro tra esperti e funzionari tripartiti (giapponesi-indiani-africani), in particolare i ministri delle finanze di India e Giappone, nonché la leadership dell’ADB. Una dichiarazione sul sito della banca afferma che durante questi incontri, funzionari di India e Giappone, nonché imprenditori privati di entrambi i Paesi discussero della cooperazione bilaterale con l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate per lo sviluppo economico dell’Africa. I commenti sull’AAGR sono piuttosto inutili, dato che il progetto sembra non abbia ancora superato l'”accordo di intenti”. Per noi è interessante come nuovo elemento, molto importante, del gioco politico globale in cui le maggiori potenze asiatiche, quali Cina, India e Giappone, abbiano sempre più influenza. Uno degli strumenti utilizzati dagli attori è l’avvio di progetti d’integrazione, con l’apparente scopo politico di attrarre nell’orbita dei propri interessi il massimo numero di “altri” Paesi in Asia, Africa, America Latina e persino Europa.
Su NEO, la motivazione di Cina, India e Giappone nel concentrarsi sui Paesi non solo del proprio continente ma anche dell’Africa, è stata discussa più volte. Inoltre, vi è la tendenza alla formazione del tandem Giappone-India, sempre più coordinato contro la Cina. Ciò fu dimostrato, in particolare, dall’ultima riunione dei premier giapponese ed indiano. Nel gioco geopolitico di oggi, è una delle tendenze più allarmanti. Tuttavia, la sua presenza è indubbia e il peggio che qualsiasi osservatore del Pacifico può fare è ignorare le realtà negative associate a tale tendenza. Tuttavia, non vanno persi di vista i risultati positivi (scarsi), ad esempio nelle relazioni cino-giapponesi. Il confronto con la Cina del tandem giapponese-indiano è indubbiamente uno dei motivi principali del progetto AAGR. Questo fatto è ben chiaro a Pechino, dove l’Africa è da tempo considerata una delle aree principali per la diffusione della propria influenza. Tuttavia, il quotidiano cinese Global Times esprime la speranza che l’AAGR possa diventare un complemento, piuttosto che un concorrente, al progetto della rinascita della “Grande Via della Seta”, in cui l’Africa è considerata importante partner. Ancora una volta, va notato che, per entrambi gli avversari regionali della RPC, l’adesione alla Grande Via della Seta (o l’accordo con il progetto AAGR) potrebbe essere molto vantaggiosa. In particolare, sarebbe molto più facile per l’India realizzare i propri progetti di costruzione di diversi corridoi di trasporto e industriali pronti ad attraversare il Paese da nord a sud e da ovest ad est. India e Giappone, continua il Global Times, troverà molto più facile operare in Africa in collaborazione e non in concorrenza con la Cina, che da tempo è leader negli scambi ed investimenti nel continente. Il volume dei soli beni commerciali sino-africano si avvicina ai 200 miliardi di dollari, tre volte quello dell’India, il secondo maggiore in questo indicatore.
Un recente studio di McKinsey&Company, nota società di consulenza, esamina in dettaglio tutti gli aspetti della politica di sviluppo della Cina sul continente africano. I principali progetti cinesi (già attuati e pianificati), il volume degli investimenti finanziari e altri aspetti della cooperazione tra Cina e Africa, sono davvero impressionanti. Vi sono oltre 10000 aziende cinesi che attualmente operano nel continente, con l’aiuto di cui circa il 30% dei prodotti africani sono fabbricati. L’attività cinese è presente nel 90% delle aziende private africane. Entro il 2025 il volume del commercio bilaterale potrebbe raggiungere i 440 miliardi di dollari. Né India né Giappone possono vantare nulla di simile. Pertanto, l’appello della RPC alla cooperazione, piuttosto che alla concorrenza, in Africa ai primi due dovrebbe sembrare molto attraente. Tuttavia, come è stato notato su NEO più volte, vi sono serie sfide politiche alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa del tandem giapponese-indiano con la Cina. E, come dimostrato recentemente, hanno solo esacerbato le relazioni sino-indiane. È quindi difficile prevedere una risposta positiva alla proposta di Pechino a Tokyo e Nuova Delhi di allineare il progetto AAGR alla Via della Seta.Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda alla Russia come affidabile esportatrice di idrocarburi

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook, 22.06.2017

Come sapete, il Giappone non dispone di risorse naturali sufficienti a garantire la propria sicurezza energetica senza rivolgersi a un attore estero. Allo stesso tempo, un vicino, la Russia, possiede impressionanti riserve idrocarburi e sarebbe tra i maggiori esportatori verso il Giappone. Tuttavia, è difficile descrivere come impressionanti gli scambi tra i due Stati, difatti è l’esatto contrario. Ma sembra che il governo giapponese abbia finalmente affrontato il fatto di non trarre benefici dalla posizione geografica del Giappone, così Tokyo decide d’intensificare i tentativi di proseguire la cooperazione economica con la Russia. Infatti, si parla dell’aumento delle importazioni di idrocarburi dalla Russia da tempo. Non c’è dubbio che il disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che ha portato alla chiusura della maggioranza delle centrali nucleari in Giappone, abbia reso la Russia ancora più attraente come partner commerciale di Tokyo. È vero che il Giappone importa gas naturale liquefatto russo (GNL), partecipando allo sviluppo dei giacimenti Sakhalin-1 e Sakhalin-2 e alla costruzione dell’impianto GNL nell’ambito del progetto Jamal-LNG. Tuttavia, il livello di cooperazione in tale area è lontano dal pieno potenziale. Si ricordi che la quota della Russia nelle importazioni di GNL del Giappone raggiunge appena l’8%. Oggi Tokyo importa la maggior parte di GNL da Australia, Indonesia e Medio Oriente, malgrado i notevoli costi di trasporto. Questa situazione pesa molto sul bilancio del Giappone e non c’è garanzia che possa essere sicuro di ottenere ciò che ha pagato, dato che una lunga navigazione è sempre accompagnata da certi rischi. Inoltre, è praticamente rischioso ricevere risorse d’importanza strategica da un numero limitato di fornitori, in quanto rende pericolosamente dipendenti dai partner. Anche se si mantengono buone relazioni, c’è sempre la possibilità di complicazioni impreviste che possano ostacolare i rifornimenti vitali.
La JFE Holdings giapponese l’ha appreso a caro prezzo, nonostante l’azienda sia la seconda dei produttori di acciaio nazionali. Per mantenere i livelli produttivi, ogni acciaieria ha bisogno di molto combustibile, il più comunemente utilizzato nell’industria siderurgica è il carbone da coke, dato che è economico ed affidabile. Nel 2016, JFE Holdings acquistò complessivamente 60 milioni di tonnellate del minerale, di cui oltre il 70% dall’Australia, tradizionalmente tra i principali esportatori di carbone nel Sud-Est asiatico. Tuttavia, quando un disastro naturale danneggiò la rete ferroviaria australiana nel marzo 2017, ostacolandone le consegne, la JFE Holdings fu costretta a rivolgersi a Canada, Cina e Stati Uniti. Va da sé che dovette comprare grandi quantità di carbone a prezzi svantaggiosi. Dopo questo incidente spiacevole, il Giappone comprese la necessità di espandere il numero di fornitori per ridurne la dipendenza dall’Australia. Nel maggio 2017, JFE Holdings annunciò piani per diversificare le importazioni di carbone da coke. La direzione aziendale dichiarò che tra i candidati futuri c’erano Canada, Mozambico e Russia. Va notato che oggi la Federazione Russa sviluppa nuovi giacimenti di carbone in Estremo Oriente, non lontano dal Giappone. Tuttavia, l’industria siderurgica del Giappone non è l’unica che necessita grandi quantità di carbone. Il disastro nucleare di Fukushima Daiichi ha portato Tokyo a costruire numerosi impianti CHP a carbone. Nei prossimi anni le importazioni di carbone giapponesi dovrebbero aumentare significativamente, e sarebbe redditizio per il Giappone acquistarne dalla Russia. Va ricordato che già nel 2016 si svolsero negoziati tra Tokyo e Mosca sugli investimenti per sviluppare i porti dell’Estremo Oriente della Russia per garantire elevati traffici. Il Giappone vuole importare carbone dalla Jakutija in grandi volumi e quindi ha deciso di firmare numerosi accordi per garantirsi la sicurezza energetica. Tuttavia, l’attuazione di questi piani non va come si vorrebbe. Ad esempio, il gruppo giapponese Tosei, attraverso una controllata, nell’aprile 2016 s’installava del porto di Vladivostok per costruire un complesso per trasbordare carbone da 60 miliardi di rubli. Il progetto doveva essere finanziato dai giapponesi. Inoltre, la costruzione di un terminale, in grado di ricevere 20 milioni di tonnellate di carbone all’anno, era prevista ai primi del 2017, ma non è mai iniziata. L’avvio dei lavori di costruzione fu ritardato di un anno e ora sarà parzialmente operativo nel 2020. Nonostante il ritardo, il progetto sarà probabilmente attuato, dato che l’incidente che ha disgregato i rifornimenti di carbone australiano mostra che il Giappone ha davvero bisogno di diversificare le importazioni.
Nell’aprile 2017, il Presidente Vladimir Putin incontrava il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe, con la presenza del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak. Fu detto che le parti discussero di progetti come la creazione del gasdotto Sakhalin-Hokkaido e di un elettrodotto marittimo da costruire nel prossimo futuro. Subito dopo l’incontro, il Ministro dell’economia, commercio e industria giapponese Hiroshige Seko dichiarò che il Giappone non è soddisfatto della dipendenza da gas e petrolio del Medio Oriente, poiché l’instabilità politica della regione minaccia costantemente la sicurezza energetica del Giappone. Ecco perché il Giappone è veramente interessato ad incrementare le forniture di GNL russo. In conclusione si può notare che, nonostante il lento sviluppo delle relazioni russo-giapponesi nel settore energetico, i due Paesi hanno un grande futuro davanti. Il Giappone ha già iniziato a ricostruire le proprie capacità nucleari, ma la domanda di energia elettrica supera qualsiasi misura che Tokyo ha attuato finora. Ecco perché si può essere convinti che commercio e cooperazione energetica russo-giapponese raggiungeranno un nuovo livello.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Filippine: lo SIIL salva ancora la politica estera statunitense

Tony Cartalucci, LD, 15 giugno 2017

Con motivazione fin troppo familiare, i terroristi che rivendicano l’appartenenza al cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) hanno nuovamente aiutato la politica estera statunitense, questa volta nelle Filippine dove il governo sempre più cerca legami stretti con Pechino a scapito della lunga influenza di Washington. I terroristi hanno condotto un’operazione su larga scala, occupando parte della città filippina di Marawi, dove hanno compiuto varie atrocità e issato le bandiere dello SIIL. Situata sull’isola meridionale di Mindanao, la città è solo leggermente interessata dall’area principale delle operazioni di Abu Sayaf, affiliato ad al-Qaida, nelle vicine isole di Jolo e Basilan. Abu Sayaf e altri affiliati regionali hanno ricevuto gran parte dei finanziamenti e sostegni da uno degli alleati più antichi, l’Arabia Saudita, con cui gli Stati Uniti hanno appena sigillato un accordo sugli armamenti senza precedenti. Ora viene indicato che le forze armate statunitensi aiutano le truppe filippine nel tentativo di riprendere la città, evidenziando come lo SIIL sia il pretesto per giustificare l’influenza di Washington nella nazione, e in particolare dei militari statunitensi nel sud-est asiatico. L’AFP riferiva in un articolo intitolato “Le truppe statunitensi sul campo in una città filippina: militari in una guerra devastante”, che: “Le truppe statunitensi sono sul campo ad aiutare i soldati locali a combattere i terroristi nella città filippina, secondo un portavoce militare filippino, raccontandone in dettaglio il ruolo. Il piccolo numero di soldati statunitensi aiuta a sorvegliare e, sebbene non abbia un ruolo nei combattimenti, è autorizzato ad aprire il fuoco sui terroristi se attaccato, secondo il portavoce brigadiere-generale Restituto Padilla”. AFP aveva anche osservato che: “Il problema delle truppe USA nelle Filippine è estremamente sensibile da quando Rodrigo Duterte è presidente, che cerca di ridurre l’alleanza militare della nazione con gli Stati Uniti a favore della Cina”. Tuttavia, il fatto che i terroristi siano finanziati e sostenuti dall’alleato statunitense dell’Arabia Saudita, e che lo Stato islamico sia certamente una creazione degli interessi di Golfo e Stati Uniti, il loro arrivo improvviso e spettacolare nelle Filippine proprio mentre i legami statunitensi-filippini sono al minimo e vi è l’impulso ad eliminare definitivamente la presenza degli USA dalla nazione, indica che il recente scontro è più che una coincidenza conveniente.

La politica estera statunitense: rompere le finestre di notte, ripararle (a un certo costo) di giorno
La diminuzione della leva geopolitica in Asia-Pacifico ha spinto gli Stati Uniti a cercare una serie di conflitti utili come pretesto per una continua presenza nella regione. Ciò include tensioni nel Mar Cinese Meridionale dove gli Stati Uniti cercano di mettere le nazioni contro la Cina sfidandone le rivendicazioni su territorio e isole. Una di queste nazioni, infatti, sono le Filippine che hanno smascherato l’elaborata faccenda legale statunitense contro le affermazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, favorendo colloqui bilaterali con Pechino direttamente, escludendo gli Stati Uniti, che hanno provocato attivamente conflitti sulla penisola coreana, minacciando il governo nordcoreano di un possibile primo colpo per “decapitarne” la leadership civile e militare. Interferenze e tensioni prevedibili che hanno causato, hanno assicurato la continua presenza militare degli USA in Corea del Sud, nonché anni di contratti militari lucrosi. E mentre l’uso dello SIIL nelle Filippine da parte di Washington è l’ultimo esempio di come il terrorismo sia usato per giustificare la presenza militare degli USA, non è certamente la prima volta. Il terrorismo nel sud della Thailandia fu ripetutamente usato come pretesto da Washington per cercare legami più stretti con Bangkok, legami che Bangkok ha ripetutamente respinto in favore di una più ampia cooperazione militare con Cina, Russia e Europa e della crescita dell’industria nazionale. Oltre l’Asia, gli Stati Uniti hanno utilizzato il terrorismo, compreso lo SIIL in modo specifico, per giustificare la presenza militare ovunque, dalla Libia alla Siria e dall’Iraq all’Afghanistan. In un memorandum dell’agenzia d’intelligence della difesa degli USA (DIA) del 2012 fu rivelato che Stati Uniti ed alleati cercarono di creare un “principato salafita” nella Siria orientale allo scopo specifico d'”isolare” il governo siriano. Il memo 2012 (PDF) indica in particolare che: “Se la situazione si sblocca c’è la possibilità d’istituire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale (Hasaqah e Dayr al-Zur) e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansionismo sciita (Iraq e Iran)”. Il memo DIA spiegava anche chi fossero queste “potenze a sostegno”: “I Paesi di occidente, del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”.
Nonostante le affermazioni di Washington di combattere lo SIIL in Siria, solo con l’intervento militare russo nel 2015, le linee di rifornimento dell’organizzazione terroristica dalla Turchia furono devastate e suoi territori e potenza furono ridotti. L’esistenza dello SIIL viene prolungata dal sostegno continuo dagli alleati più stretti degli USA nella regione, come Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Giordania e Israele. Gli Stati Uniti hanno più volte attaccato direttamente le forze siriane impegnate contro lo SIIL. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno dispiegato l’artiglieria a lungo raggio nel sud della Siria, specificamente per combattere le forze siriane che hanno sopraffatto lo SIIL sul confine siriano-iracheno e minacciano le linee di rifornimento saudita-giordane che alimentano da anni l’organizzazione terroristica in Siria. Considerando questo, l’apparizione “improvvisa” dello SIIL nelle Filippine, giusto per giustificare presenza ed influenza altrimenti ingiustificate e indesiderate di Washington nella nazione, è più di una mera coincidenza: è un altro esempio di come gli Stati Uniti creano crisi per dare “soluzioni” che ne prevedono la continua esistenza da egemone regionale. A differenza di un servizio di riparazione delle finestre che le rompe di notte e le ripara a un certo prezzo di giorno, gli Stati Uniti seminano tensioni, conflitti, omicidi e colpi ponendosi come soluzione con un greve prezzo geopolitico. Per nazioni come le Filippine, rivolgersi a vicini regionali, Cina e Russia, dall’onesto interesse a sconfiggere il terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti che prendono di mira, è l’unico modo per affrontare veramente i problemi immediati della sicurezza e garantirsi pace e prosperità a lungo termine. La presenza degli USA nelle Filippine e il loro ruolo nell’estinguere gli incendi geopolitici che accendono garantiscono solo alle Filippine un’esistenza prolungata e costosa da pedina delle ambizioni degli USA nel Pacifico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giappone: gli attacchi a Shinzo Abe s’intensificano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 08.06.2017La lotta politica interna è un elemento inalienabile in qualsiasi Stato, indipendentemente dal tipo di meme che ne determina la struttura: “democrazia”, “autoritarismo” o “totalitarismo”. In ognuno di essi il “prezzo della questione” al vertice di tali lotte appare nello stesso modo e viene definito dalla parola “potere”. I detentori sono ansiosi di conservarlo e gli avversari, al contrario, cercano di strapparglielo. Sono usati diversi metodi e tra questi uno dei più popolari ed efficaci è il discredito dei leader avversario. Inoltre, nell’era delle “guerre ibride” tale lotta è raramente di natura interna e i sospetti sulla presenza di forze estere sarebbero giustificati. In particolare, recentemente, si sono manifestati sospetti in relazione al discredito del Primo ministro giapponese Shinzo Abe, iniziato nel marzo 2017 dopo che i principali quotidiani giapponesi pubblicarono informazioni su prove di corruzione nell’acquisto di un piccolo terreno (di circa un ettaro) di proprietà privata a un prezzo 6-7 volte inferiore al valore di mercato. In relazione a tale transazione, in primo luogo emerse il nome della coniuge di Shinzo Abe, e poi la possibilità della sua partecipazione fu discussa. Con il coinvolgimento più attivo dei partiti di opposizione, la discussione ha raggiunto il Parlamento, dove furono menzionate le possibili dimissioni anticipate dell’attuale primo ministro. Nella seconda metà di maggio, il nome di Shinzo Abe fu menzionato in altre occasioni non molto piacevoli. In primo luogo, la stampa pubblicava informazioni sull’esistenza di certi documenti del Ministero dell’Istruzione che testimoniano il sostegno del Primo ministro alla candidatura di “un suo amico” alla guida del progetto per istituire un reparto veterinario presso il complesso universitario prefetturale di Okayama. Non fu esclusa la presenza della corruzione nell’esecuzione del progetto. Va notato che tali progetti sono importanti per la formazione di zone economiche speciali nelle varie regioni del Giappone, come aveva detto Shinzo Abe già nel 2013, subito dopo aver assunto la carica di primo ministro. Alla fine del 2015, le attività pertinenti furono formalizzate dal Parlamento con un atto legislativo. La ragione dello scandalo mediatico fu (proprio come due mesi prima) la negazione iniziale dalle “fonti del governo” di un qualsiasi coinvolgimento diretto del Primo ministro nell’attuazione del suddetto progetto. Eppure, alla fine di maggio, l’esistenza di documenti “compromettenti” fu confermata da uno dei “dirigenti” del Ministero dell’Istruzione. Poi apparve una giovane donna che improvvisamente e pubblicamente ricordava che due anni prima era stata abusata sessualmente “dopo cena, con alcol, nel ristorante dell’hotel”. L’ex-direttore generale dell’ufficio di Washington della società giapponese TBS (Tokyo Broadcasting System Television), che si rivelò un altro “amico intimo” di Shinzo Abe, ne fu accusato. Ma questo è, come si dice, il “classico del genere” che mette il “brand” sulla campagna anti-premier. Negli ultimi anni l'”immoralità” è sempre stata presente nei rumorosi scandali su figure nazionali e internazionali (un recente esempio è dato dal vicino del Giappone, la Corea del Sud). Infine, l'”ultima paglia” dell’imbarazzante campagna su Shinzo Abe fu la pubblicazione il 18 maggio di una lettera al Primo ministro del “relatore speciale” del Consiglio dei diritti dell’uomo alle Nazioni Unite per violazioni di “diritti e libertà di espressione dei cittadini”. La ragione di tali violazioni, secondo l’autore della lettera, sarebbe la legge “sulla punizione del crimine organizzato e sul controllo dell’attività criminale”. Questa legge (approvata alla Camera ed attualmente in esame al Senato del parlamento giapponese) è oggetto di proteste da parte del pubblico giapponese, e la lettera del “relatore speciale” è un’occasione per squalificare i parlamentari dei partiti di governo e d’opposizione.
È difficile non commentare le attività dei vari movimenti dei diritti umani e altri gruppi simili, che acquisiscono un carattere sempre più distruttivo (in tutti i sensi) e a quanto pare sono una sinecura lucrativa dei moderni ipocriti. Si può solo speculare sulle cause della maggiore attenzione di “determinate forze” negli ultimi mesi sulla persona dell’attuale Primo ministro del Giappone. Ma la prima cosa che attrae l’attenzione è la coincidenza della campagna per screditare Shinzo Abe con due tendenze (emergenti) interconnesse e cruciali per la situazione nell’Asia-Pacifico. Si tratta della comparsa simultanea dei problemi tra Stati Uniti e Giappone e di lampi sulle relazioni sino-giapponesi. L’ultima prova incoraggiante della seconda tendenza è il risultato della visita in Giappone di Yang Jiechi, figura significativa della politica e dello Stato della Cina popolare. Tuttavia, qualcuno indica chiaramente le nuove tendenze regionali. I potenziali successori di Shinzo Abe alla presidenza del LDP e a Primo ministro, nella politica giapponese sono molto più a destra e, a quanto pare, in grado di risolvere i problemi “improvvisamente sorti”, soddisfacendo gli “insoddisfatti”. In conclusione, non possiamo evitare un problema molto comune, cui una risposta chiara però difficilmente esiste. Questo problema è legato alla natura della risposta della società alla “debolezza” dell’élite al potere. La risposta è condizionata dalle specificità più varie, tra cui la dimensione delle “debolezze”, il livello delle ricorrenze, e così via. Ma forse la cosa principale che il “pubblico oltraggiato” dovrebbe tener conto riguardo la presenza (inevitabile) di problemi interni nel Paese è il “gradimento” estero. Questa è la natura della “politica reale”. Se i successori (i prossimi) detentori degli (infami) “fegati d’oro” ignorano tali postulati, comporterebbe una catastrofe nazionale. A quanto pare, data la necessità di vedere la complessità della realtà, la massima sulle “buone intenzioni che conducono all’inferno” è vera.Vladimir Terekhov, esperto sulle questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora