Attacchi sonici all’Avana: specialità della CIA

Wayne Madsen SCF 21.10.2017L’Agenzia Centrale d’Intelligence, ora sotto la direzione di un repubblicano di estrema destra, l’ex-congressista del Kansas Mike Pompeo, insiste sulla storia del governo cubano responsabile dei presunti attacchi con armi soniche ai diplomatici statunitensi all’Avana. La CIA, che ha scritto il libro degli attacchi sotto falsa bandiera in Europa e nel mondo durante la guerra fredda e l’era del terrorismo, non ha avuto problemi a convincere l’amministrazione Trump a ridurre le relazioni diplomatiche con Cuba. Gli Stati Uniti hanno ritirato più di metà del personale diplomatico a Cuba ed espulso 15 diplomatici cubani da Washington. La rottura delle relazioni con Cuba è in linea con le altre azioni di Trump intese a sovvertire tutte le azioni intraprese negli 8 anni di Barack Obama, compresa la normalizzazione delle relazioni con Cuba. Trump ha definito la normalizzazione dei rapporti con l’Avana “accordo completamente unilaterale”. Ironia della sorte, è noto che le imprese di Trump avevano precedentemente violato le sanzioni statunitensi a Cuba per creare hotel e resort di proprietà di Trump sull’isola. L’amministrazione Trump ha affermato di non sapere cosa causi gli attacchi sonici che dichiara aver danneggiato la salute e causato sordità non solo dei diplomatici statunitensi ma anche canadesi all’Avana. Il governo cubano ha anche invitato l’FBI a Cuba per partecipare alle indagini sugli attacchi sonori. L’amministrazione Trump ha rifiutato l’invito dei cubani. Tuttavia, senza prove, i portavoce di Trump accusano il governo cubano per l’interferenza sonora. Trump ha accusato direttamente il governo cubano per gli attacchi sonici nella conferenza stampa alla Casa Bianca del 16 ottobre. Il dipartimento di Stato è stato costretto a contraddire immediatamente Trump con un cablo a tutti i diplomatici statunitensi affermando che il dipartimento “non incolpa il governo di Cuba” degli attacchi. La differenza tra Casa Bianca e dipartimento di Stato su chi sia dietro gli attacchi sonori è tanto forte quanto inquietante. I media aziendali ignorano l’unica fonte possibile degli attacchi sonori, responsabile dell’unico attacco sonoro noto a una missione diplomatica, la CIA. Non solo la CIA è guidata da un sicofante di Trump senza un passato nell’intelligence, ma la CIA incolpa altri Paesi di operazioni svolte dai propri agenti. Nel caso di Cuba, la CIA può contare su una rete di agenti cubano-statunitensi e latino-americani integrati nelle istituzioni governative e commerciali cubane dopo aver viaggiato sull’isola da Paesi terzi come Messico, Nicaragua, Costa Rica, Panama e Venezuela. L’amministrazione Trump inoltre avverte i turisti di evitare Cuba, sostenendo che le armi soniche potrebbero essere rivolte sui loro hotel. Non c’è ragione plausibile per cui Cuba danneggi l’industria turistica, tuttavia vi sono diverse ragioni per cui la CIA guidata da Pompeo, in collusione con la rete cubana di destra del senatore Marco Rubio di Miami, suggerisca che i cubani colpiscano gli hotel con armi soniche. L’intera operazione dell'”arma sonica” sembra un grande attacco sotto falsa bandiera volto a colpire l’economia cubana e bloccare le relazioni tra Washington e L’Avana. Gli attacchi sonici segnalati ai diplomatici canadesi sono ovviamente mirati contro il governo del primo ministro Justin Trudeau. La famiglia Trudeau, tra cui il Primo ministro Pierre Trudeau, padre dell’attuale primo ministro, sono amici stretti del Presidente Raul Castro, fratello del Presidente Fidel Castro. Tutto ciò che potrebbe essere utilizzato per sminuire i legami canadesi-cubani sarebbe attuato dalla CIA sotto la direzione di Pompeo, un cristiano fondamentalista “creazionista” che respinge le conclusioni della scienza moderna, tra cui l’evoluzione e l’età della Terra. Le impronte digitali della CIA sono state trovate su almeno un attacco sonoro contro una missione straniera in America Latina. Nel 1990, dopo che il leader panamense Manuel Noriega cercò rifugio dalle truppe d’invasione statunitensi presso ial Nunzio Apostolico del Vaticano a Panama City; le forze statunitensi, usando metodi da guerra psicologica elaborati dalla CIA, diressero musica heavy metal sulla missione vaticana con grandi altoparlanti sulla strada. L’uso dell’arma sonica, componente del pacchetto Operation Nifty, era volto a scacciare Noriega dalla legazione. Non era solo una violazione dell’extraterritorialità diplomatica della missione vaticana, ma anche della politica del santuario della Chiesa cattolica romana. Noriega alla fine si arrese. Tali attacchi alle ambasciate costituiscono una violazione della Convenzione di Vienna, di cui gli Stati Uniti sono firmatari.
Dopo che il Presidente hondurano Manuel Zelaya fu rovesciato da un colpo di Stato voluto dalla segretaria di Stato Hillary Clinton e dalla CIA, il leader dell’Honduran, dall’esilio s’infiltrò nel Paese trasferendosi nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Dopo che la giunta militare honduregna della CIA tolse energia elettrica, acqua e forniture alimentari all’ambasciata, iniziò ad usare armi tipo sonico assai migliorate rispetto quelle utilizzate contro la missione vaticana a Panama City venti anni prima. Zelaya affermò che i mercenari israeliani che lavoravano sotto la direzione della giunta e della CIA puntarono armi ad alta frequenza sull’ambasciata brasiliana. A quanto pare, gli israeliani usarono un sistema di blocco dei cellulari per colpire Zelaya e altri nell’ambasciata. Sul tetto dell’edificio accanto all’ambasciata brasiliana fu trovato un soppressore C-Guard, prodotto dalla NetLine di Tel Aviv. C’erano prove a Tegucigalpa che i dispositivi acustici a lunga distanza (LRAD) fabbricati dall’American Technology Corporation, furono utilizzati contro l’ambasciata brasiliana. Testimoni oculari fuori l’ambasciata brasiliana affermarono che il personale della giunta usò un “dispositivo sonoro ad alta frequenza” sull’ambasciata. Una relazione sui diritti umani successivamente concluse che l’ambasciata fu sottoposta all’uso di sofisticate apparecchiature sonore ed elettromagnetiche che crearono diarrea, vomito, emorragie nasali e problemi gastrointestinali sia nell’ambasciata che nelle aree circostanti. Furono recentemente utilizzate armi soniche da forze di polizia e militari contro i manifestanti al vertice del G-20 del 2009 a Pittsburgh. Più recentemente, le armi acustiche sono state utilizzate contro i dimostranti anti-Dakota Access Pipeline nel North Dakota. Gli archivi della CIA mostrano che l’agenzia è interessata ai dispositivi ad ultrasuoni, tra cui “artiglieria acustica” e “sirene statiche” fino dal 1952. Nel 1999 la NATO introdusse un’arma sonora ad alti decibel nel suo arsenale. L’US Navy attualmente impiega LRAD sull’USS Blue Ridge e si crede che sia anche presente su altre navi della Marina.
Nel 2011, Alan Gross, contractor presso l”Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) della Development Alternatives Inc. di Bethesda, Maryland, fu arrestato a Cuba e successivamente condannato per spionaggio. Gross installava linee Internet per la piccola comunità ebraica di Cuba, cosa che i rabbini della comunità negarono. Quando fu arrestato dalla polizia cubana, da Gross furono trovati dispositivi di telefonia cellulare e satellitare. La questione se altri agenti d’intelligence stranieri, oltre a Gross, abbiano contrabbandato armi sonore mascherate da apparecchiature per telecomunicazioni a Cuba, è estremamente utile per rispondere alla domanda di chi sia dietro gli attacchi sonori alle ambasciate statunitense e canadese all’Avana.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Sankara è ancora vivo?

Decrypt 15 ottobre 2017Se uccidi oggi un Sankara, domani avrai a che fare con mille Sankara”. Trent’anni dopo l’assassinio, il 15 ottobre 1987, al Consiglio dell’intesa, è chiaro che l’ex-presidente del Burkina Faso avesse ragione. Il 30 e 31 ottobre 2014, migliaia di giovani scesero in piazza gridando forte e chiaro l’appartenenza alla generazione di Sankara. Ma se, come lo slogan cittadino risuona ad ogni marcia, “Il nostro numero è forza”, a livello politico non è del tutto corretto. Le politiche basate sui suoi ideali, o che almeno sostengono di essere “sankariste”, sono infatti affette da una malattia apparentemente incurabile. Dall’istituzione del sistema multipartitico nel 1991, i dieci partiti sankaristi che cercano di entrare nella scena politica del Burkina Faso sono sempre più divisi, con una nuova divisione che nasce ad ogni tentativo di ravvicinamento. Dopo l’insurrezione del 2014 che scacciò il presidente Blaise Compaoré dopo ventisette anni di potere, un via gli si aprì comunque. I numerosi giovani scesi in piazza doveva essere la loro forza elettorale per le presidenziali e legislative di fine 2015. Ma l’alternanza passò sotto i loro nasi. In Burkina Faso è sempre questione di mentalità: il numero due della rivoluzione ordinò l’assassinio del numero uno? Quattro giorni dopo l’assassinio, Blaise Compaoré, il cui colpo di Stato lo mise alla testa di un “Fronte popolare”, giustificò il crimine assicurando che fu commesso contro la sua volontà: “Informati in tempo, i rivoluzionari sinceri si ribellarono sconfiggendo la trama in 20 ore ed evitando così una tragedia sanguinosa, un bagaglio di sangue inutile“. Per il fronte popolare, questa operazione dalla “fine inaspettata e improvvisa”, che doveva portare al semplice arresto di Thomas Sankara, era necessaria per salvare la rivoluzione. Secondo loro, “Thom Sank” preparava l’assassinio di Compaore nella riunione prevista lo stesso 15 ottobre alle 8 di sera. Una versione ritenuta inaffidabile dai parenti di Thomas Sankara. “Era così convinto della sua amicizia con Blaise …Non potevamo toglierglielo dalla testa. Il padre di Thomas disse che aveva due figli: Blaise e Thomas, dice Alouna Traoré. I suoi parenti gli dissero che un complotto contro di lui era pronto. Le sue guardie del corpo gli dissero: “Questo gentiluomo, ci brucerà tutti”. Rispose che Blaise non l’avrebbe mai fatto”. Più volte, i suoi collaboratori gli proposero di occuparsi del caso Compaoré. “La mia posizione era non attaccare Blaise, mai sparare per primi, non la condividono. (…) Ma in realtà preparo una risposta istituzionale, non un massacro“, disse pochi giorni prima della morte all’amico Youssouf Diawara, come quest’ultimo racconta nel suo libro “Intervista a Thomas Sankara”. Riorganizzazione e unificazione piuttosto che prendere le armi, Sankara ci credeva. Negli ultimi mesi si ritirò dall’amministrazione del potere per preparare la “risposta istituzionale”. Contava su Compaoré per l’amministrazione, proponendolo primo ministro, ma quest’ultimo rifiutò. Nel 1987, la rivoluzione vacillò. A Ouagadougou, volantini sordidi contro Compaoré e Sankara furono distribuiti alla teppa per mettere l’uno contro l’altro. A tale guerra dei volantini si aggiunse la frattura tra le organizzazioni aderenti al CNR. Da un lato, i sostenitori dell’apertura e dell’unione delle organizzazioni, con Sankara alla testa. Dall’altro gli avversari, sostenitori della “rettifica”, allineati dietro Compaoré. “Tutto questo, per parata. Fu il desiderio di soddisfare ambizioni individuali che uccise Sankara, non una linea politica”, denuncia Basil Guissou, tre volte ministro sotto la rivoluzione. La spiegazione di tale assassinio è chiara: la torta. Più volte disse Sankara al consiglio dei ministri: “Ci sono alcuni che vogliono mangiare, glielo impedisco. Se volete mangiare, dovete prima passare sul mio cadavere. Abbiamo preso il potere per servire il popolo, non per servircene“.
Con la sua leggendaria incorruttibilità, Sankara disturbava i rivoluzionari di circostanza. Ai capi impose austerità e l’esemplarità. Al popolo chiese partecipazione, fisica nelle opere e pecuniaria per finanziarle. Il radicalismo di Sankara affascinava quanto irritava. Così, nell’agosto 1987, riconobbe “la necessità di fermare” la rivoluzione, di “convincere e non imporre”, come racconta il biografo Bruno Jaffré nella nuova raccolta dei discorsi, “Thomas Sankara, Libertà contro Destino”. “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza“, affermò Sankara. La “rettifica” della rivoluzione che, secondo i suoi parenti fu usata come pretesto da Compaoré per giustificare l’opposizione politica di facciata, dietro cui c’erano ambizioni personali motivate dall’irresistibile desiderio di avere il potere. A Youssouf Diawara, Thomas Sankara disse: “Non credo in una soluzione politica con Blaise. Vuole il potere, vuole essere il primo, da sempre“. Lui o il suo entourage? Per alcuni, la svolta di Compaoré contro il fratello in armi va ricercata nella consorte ivoriana. Nel 1985, Blaise sposò Chantal Terrasson de Fougeres, ivoriana vicina a Félix Houphouët-Boigny, allora presidente della Costa d’Avorio, famoso per la vicinanza alla Francia e l’anticomunismo. L’agitazione rivoluzionaria del capitano infastidiva il capo dello Stato, che si descriveva come un “coccodrillo che si nutre di capitani“. “Houphouet non poteva dormire a causa del regime rivoluzionario del vicino, portando idee cattive ai giovani ivoriani“, afferma Fidèle Toé, amico d’infanzia ed ex-ministro del Servizio pubblico di Sankara. Costoro cercavano il collegamento per infiltrarsi nel CNR. Fu Blaise, e cosa meglio di un matrimonio per siglare un’alleanza ad vitam aeternam? Sankara, persuaso che “l’imperialismo sarà sepolto a Ouagadougou“, disturbava all’estero. Durante la visita a Ouagadougou nel novembre 1986, il presidente Francois Mitterrand affermò di “ammirarne le qualità, grandi, ma esagerò, a mio parere, quando andò oltre al dovuto“. Costa d’Avorio e Francia avevano interesse a vederne la caduta. Che ruolo ebbero? Fantasia per certuni, realtà inafferrabile per altri, la questione rimane sospesa. Nel 1987, Sankara capi che la fine vicina era inevitabile. “Mi sento come un ciclista su un crinale e che non può smettere di pedalare, altrimenti cade“, disse. “È l’idealismo che lo rovinò“, dice Alouna Traoré. “Alcuni dissero che era un sognatore, che non aveva i piedi per terra”. Idea condivisa da Fidèle Toé: “Thomas disse di Blaise: “Dormiamo sulla stessa stuoia ma non abbiamo gli stessi sogni”.” Il suo, e quello di milioni di burkinabé, si concluse giovedì 15 ottobre 1987, alle 16.30, al Consiglio d’intesa.

Sankara è ancora vivo?
Non un passo senza il popolo”: fu lo slogan elettorale di Bénéwendé Sankara (nessuna parentela), leader dell’Unione per la rinascita – Partito sankarista (UNIR-PS), il partito più sankarista. Una formula che sintetizza la famosa massima di “Thom Sank”: “Preferiamo un passo col popolo, che mille senza“. Il suo programma di “alternativa sankarista”, basato sull’azione rivoluzionaria di Thomas Sankara, fu già testato nelle elezioni presidenziali precedenti. Ma nel 2010, come nel 2015, l’avvocato non convinse raccogliendo solo il 4,9% e il 2,8% dei voti. Nel maggio 2015, al momento della Convenzione per il rinnovamento sankarista, nove parti tuttavia decisero di nominare Bénéwendé Sankara loro candidato. Ma mentre il ballottaggio si avvicinava, le candidature dei sankaristi si moltiplicarono. In discussione c’era il disaccordo sul posizionamento dei vari candidati nelle elezioni legislative. “I sankaristi hanno i difetti che si trovano nei partiti borghesi, come egoismo e follia“, riconosce Bénéwendé Sankara, che da allora è “passato ad altro” abbandonando ogni prospettiva di unione dei partiti sankaristi. Dalla doppia votazione del 2015, la famiglia sembra più disunita di prima. Il colpo di grazia, che portò all’UNIR-PS varie critiche, fu l’adesione alla maggioranza del Movimento Popolare per il Progresso (MPP). “È loro libertà esserne sconvolti, a condizione che non ne siano fulminati“, dice l’avvocato. “Questa è la politica”. Eppure nel 1999, era proprio la vicinanza col partito al potere, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) di Blaise Compaoré, che denunciò. All’epoca, Sankara non aveva ancora un partito, ma era membro della neonata Convenzione dei partiti sankaristi che riuniva la maggior parte delle formazioni affiliate. Per aver “rifiutato di collaborare col regime di Compaore“, lui e i suoi parenti furono indotti ad andarsene. Nel 2000, il suo partito, l’UNIR, appena creato si scisse, dando vita ad una nuova formazione chiamata Convergenza della speranza. “Il problema dei sankaristi è che le loro ambizioni personali hanno la precedenza sulle idee“, dice Jonas Hien, presidente della Fondazione Thomas Sankara per l’Umanità. “Sankarista purosangue” che “non si è mai unito ad alcun partito sankarista“, Jonas Hien fu in diverse occasioni il mediatore che mise a tacere l’ego per unificare la grande famiglia intorno a idee concrete. Ma ogni volta fu una disillusione. L’ultimo tentativo, il più deludente, fu all’inizio del 2014. “Sapevamo che il regime di Compaore sarebbe caduto a breve. Fu il momento per i partiti sankaristi di dimenticare i rancori ed unirsi. Ma l’insurrezione ci precedette“, deplora. Oggi Jonas Hien è realistico: “I burkinabé sono stanchi. Poiché i sankaristi non si sono mai messi d’accordo, gli elettori non vedono come riusciranno a gestire la situazione se vanno al potere“. Per l’economista Ra-Sablga Seydou Ouedraogo, direttore dell’Istituto indipendente di ricerca Free Afrik, c’è un problema fondamentale: “Richiamarsi al più grande uomo nella storia del nostro Paese richiede contenuti. Dove sono? Questa è la domanda! C’è assenza di contenuti strategici rispetto agli ideali di Thomas Sankara. È paradossale: in Burkina Faso Sankara è ovunque, ma in nessun posto”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e Cina uniscono le forze per l’esplorazione spaziale

Peter Korzun SCF 29.08.2017Cina e Russia hanno intenzione di firmare un accordo storico ad ottobre sull’esplorazione spaziale nel 2018-2022, inviando per la prima volta missioni sulla Luna. L’accordo bilaterale coprirà cinque settori, tra cui esplorazione lunare e cosmica, sviluppo di materiali speciali, collaborazione nei sistemi satellitari, telerilevamento terrestre e ricerca di detriti spaziali. Questo è il primo accordo bilaterale per una partnership di cinque anni. Dovrebbe essere firmato sullo sfondo della gara spaziale che gli Stati Uniti cercano di vincere, per cui i due partner hanno deciso di unire gli sforzi. A febbraio, l’amministrazione Trump chiese alla NASA di esaminare la possibilità di presumere una missione con un vettore pesante da lanciare nel 2018, impostando la prima fase per il ritorno sulla Luna. L’operatore spaziale Glavkosmos lavora con i partner cinesi su esperimenti congiunti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). La Cina era interessata all’acquisto dei potenti motori a razzo RD costruiti da Energomash, mentre Russian Space Systems ha mostrato interesse per la tecnologia elettronica cinese. Il primo modulo della stazione spaziale cinese dovrebbe essere lanciato nel 2018. Il progetto dovrebbe essere completato nel 2022. Secondo i piani, una missione cinese verrà inviata su Marte nel 2020 per farvi sbarcare un veicolo robotizzato per la ricerca scientifica. L’anno scorso, Pechino attivava il più grande radio telescopio al mondo da mezzo chilometro di diametro. Nel 2014, la Cina raggiunse la Russia avendo lanciato lo stesso numero di satelliti, 117 (più 72% nel 2011-14). La Russia 118 (aumentando del 20% nello stesso periodo).
La Cina prevede d’inviare astronauti sulla Luna prima del 2036. A marzo annunciava piani per lanciare una sonda spaziale per riportare i campioni dalla Luna, prima della fine dell’anno, che i media indicavano concorrenziali con le ambizioni del presidente Donald Trump per rivitalizzare l’esplorazione spaziale degli USA. La sonda Chang’e-5 è in fase di prova finale e dovrebbe attendere il lancio, che coinvolgerà nuove sfide per la Cina nella raccolta dei campioni, scendendo sulla Luna e rientrando ad alta velocità nell’atmosfera terrestre, rendendola “una delle missioni spaziali più complicate e difficili della Cina”, secondo Hu Hao, funzionario del Programma di Esplorazione Lunare. Il Presidente Xi Jinping ha chiesto alla Cina di diventare una potenza dell’esplorazione spaziale. “Non molto tempo fa l’amministrazione Trump rivelava l’ambizione di ritornare sulla Luna. Il nostro Paese ha anche annunciato una serie di piani di esplorazione spaziale“, dichiarava il quotidiano ufficiale della scienza e tecnologia. Le sonde lunari cinesi Chang’e 4, Chang’e 5 e Chang’e 6 hanno molto in comune con le russe Luna 26, Luna 27 e Luna 28. Riunire i progetti faciliterà notevolmente il progresso. La Russia ha grande esperienza e tecnologia all’avanguardia da condividere. La Cina ha proprie tecnologie e risorse finanziarie enormi. È difficile esplorare lo spazio da soli, per cui unire gli sforzi è naturale. Entrambi hanno molto da offrire. Negli anni ’90, il progetto della Stazione Spaziale Internazionale era impensabile senza la Russia, così gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali l’accolsero. La Russia collabora con l’occidente nell’esplorazione spaziale negli ultimi 25 anni, ma le sanzioni e il generale deterioramento delle relazioni portano a un’altra direzione. Per Mosca, Pechino è un partner di fiducia. Visitando il forum OBOR di Pechino (14-15 maggio), il Presidente Putin dichiarava: “Collaboriamo con successo nello spazio e ci sono tutte le possibilità che avanzeremo in questa cooperazione. La fornitura dei nostri motori a razzo alla Cina è all’ordine del giorno. Un motore ad alto potenziale è all’ordine del giorno e questo ci offre l’opportunità di implementare l’idea del nostro velivolo a lungo raggio con i partner cinesi. Ci sono tutte le possibilità per farlo”. Russia e Cina collaborano nel formato BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) per creare un sistema unificato di telerilevamento terrestre. Anche Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Vietnam, Iran e altri Paesi sono candidati all’adesione alla ricerca spaziale internazionale.
Non si tratta solo di ricerca spaziale civile. È in corso la corsa agli armamenti spaziali con armi in fase di sviluppo o negli arsenali di Cina, Russia e USA, dotate di jammer satellitari, cannoni laser e a microonde ad alta potenza. I piani statunitensi per l’armamento spaziale e la difesa missilistica globale (BMD) sono ben noti. La Cina ha testato il missile antisatellite DN-3 a fine luglio. Il test fallì ma il programma continua. La Russia ha l’S-500 Prometej, l’arma più efficace del mondo, l’unica in grado di distruggere missili balistici intercontinentali e spaziali, missili ipersonici da crociera e aeroplani che volano ad oltre Mach 5. Russia e Cina collaborano per impedire la militarizzazione dello spazio, ma gli Stati Uniti li hanno sempre ostacolati. Il primo progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio, minaccia od uso della forza contro oggetti spaziali (PPWT) fu ideato dalla Russia e sostenuto dalla Cina nel 2008. Gli Stati Uniti si opposero per preoccupazioni sulla sicurezza dei loro mezzi spaziali, nonostante il trattato affermasse esplicitamente il diritto all’autodifesa. Nel dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione russa “Alcun primo collocamento di armi nello spazio“. Stati Uniti, Georgia e Ucraina furono gli unici Paesi che rifiutarono di sostenere l’iniziativa russa. Per anni, Russia e Cina hanno sostenuto la ratifica di un trattato statunitense vincolante che vietasse le armi spaziali, che i funzionari ed esperti degli Stati Uniti hanno ripetutamente rifiutato come interessato impedimento. Gli Stati Uniti non presentarono alcuna iniziativa propria. Piazzare armi nello spazio per avere la supremazia globale è al vertice dell’agenda dell’amministrazione attuale. Si ritiene generalmente che finora sistemi d’arma non siano presenti nello spazio. Le armi di distruzione di massa sono vietate col Trattato Spaziale del 1967. Ma non vieta la collocazione di armi convenzionali in orbita. Non è stato raggiunto alcun accordo internazionale sulle armi non nucleari nello spazio, a causa dell’obiezione di certi Stati guidati dagli Stati Uniti. Con tutte le piroette in politica estera, il presidente Trump ha una politica spaziale dettagliata e ambiziosa. I sistemi BMD basati a terra, la navetta spaziale X-37B e le piattaforme del Geosynchronous Space Situational Awareness Programme (GSSAP) potrebbero divenire strumenti bellici nello spazio. Il segretario alla Difesa degli USA James Mattis ha chiesto maggiori investimenti nell’esplorazione dello spazio per scopi militari. Riferendosi alle armi antisatellite e antimissile nello spazio, il congressista Doug Lamborn dichiarava: “Alcune questioni tecniche su questi concetti vanno concluse, ma ci sono molte opzioni interessanti”. Il progetto di autorizzazione per la difesa nazionale del bilancio 2018 prevede maggiore enfasi sui sistemi di difesa missilistica e l’intensificazione degli sforzi nell’esplorazione spaziale. La militarizzazione dello spazio interferirà con gli strumenti del controllo degli armamenti esistenti. Può scatenare una cosa agli armamenti devastante. Quest’anno è il 50° anniversario del Trattato Spaziale del 1967. E’ piuttosto simbolico che entrasse in vigore in ottobre, il mese in cui l’accordo d’esplorazione spaziale russo-cinese dovrebbe essere firmato. Sarebbe giusto che le nazioni lancino dei colloqui sulla prevenzione della militarizzazione spaziale. È qui che Russia, Cina e Stati Uniti devono collaborare, mettendo da parte le differenze. Questo sarebbe un contributo cruciale nel prevenire l’erosione del controllo degli armamenti attuale. Nel frattempo, Russia e Cina entrano in una nuova fase della cooperazione reciprocamente vantaggiosa, in ciò che un giorno potrebbe diventare l’azione internazionale spaziale guidata da queste due nazioni che si scambiano alta tecnologia ottenendo risultati tangibili.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul tentativo di assassinare Kim Jong-un

Konstantin Asmolov, NEO, 18.07.2017L’inizio di maggio fu caratterizzato da una serie di dichiarazioni di alto profilo sui media della RPDC riguardo un presunto tentativo di abbattere la leadership del Paese. Il 5 maggio, il Ministero della Sicurezza dello Stato della RPDC fece dichiarazioni ufficiali a tal fine. Poi l’11 maggio, il Viceministro degli Esteri Han Song-ryol osservò che l’ufficio della procura della RPDC “cercherà l’estradizione di tutti i criminali coinvolti, inclusi organizzatori ed istigatori di tale atto di terrorismo di Stato, secondo le leggi vigenti nel Paese“. I criminali citati in questa dichiarazione comprendevano l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e l’ex-capo dei servizi speciali della Repubblica di Corea Lee Byoung-ho. In seguito, il portale nordcoreano Uriminzokkiri pubblicò un video di 23 minuti su YouTube che mostra un uomo ammettere di aver partecipato al tentativo di assassinare Kim Jong-un. Il passaggio nella narrativa ufficiale nordcoreana è abbastanza difficile, ma se escludiamo le minacce sull'”attacco dell’antiterrorismo in stile coreano che mira a cancellare dalla terra i complotti della cospirazione delle organizzazioni d’intelligence di Stati Uniti e Corea del Sud“, certi fatti diventano più comprensibili. Nel giugno 2014 alcuni individui, probabilmente agenti della CIA e dell’intelligence sudcoreana “corruppero l’ideologicamente instabile” cittadino della RPDC Kim Seoung-il, che all’epoca lavorava come boscaiolo nel territorio di Khabarovsk della Federazione Russa, “trasformandolo in un terrorista pieno di livore e vendetta contro la nostra leadership“, fornendogli 20000 dollari e un telefono satellitare. L’incontro fu permesso dal direttore della Coalizione dei cittadini per i diritti umani dei rapiti e rifugi nordcoreani Doe Hi-jun, che riuscì ad avvicinare Kim, aiutandosi con soldi e le altre carinerie. Come spiega Kim nel video, dopo aver conosciuto Doe Hi-jun su Internet, quest’ultimo iniziò a richiamare la sua attenzione sulla crisi dei diritti umani nella RPDC, raccontandogli come la coalizione dei cittadini incoraggiasse i coreani a fuggire dalla RPDC in Cina o un Paese terzo e a portarli in Corea del Sud, oltre a raccogliere opinioni pubbliche sulle violazioni dei diritti umani nella RPDC. Kim non avrebbe creduto a questi rapporti, ma Doe Hi-jun promise d’inviargli un tablet Samsung con cui poter comunicare liberamente con le applicazioni Telegram o Kakaotalk. A metà settembre, quando fu arruolato da Doe Hi-jun, Kim Seoung-il incontrò Sergej Kim, che vive a nord di Khabarovsk e ricevette il tablet con cui si sintonizzò con Radio Free Asia e altri programmi simili. Va notato che Doe Hi-jun esiste e si definisce professore, spesso viaggia in Russia e Uzbekistan in missioni volte a istruire sulla disumanità del regime della Corea democratica. A metà agosto 2015, Kim Seoung-il incontrò tale Khan, che si presentò come capo della missione dell’agenzia nazionale d’intelligence sudcoreana nell’area, per discuter i dettagli dell’attentato. Tale incontro si svolse nel Parco Amurskij di Khabarovsk, con l’intermediazione di un certo commerciante di legno. Khan affermò di collaborare con la CIA e disse che aveva bisogno di informazioni su rifornimenti, cibo, trasporti, ecc. usati dalla dirigenza nordcoreana in modo da poterla avvelenare. Khan suggerì anche che la famiglia di Kim non sarebbe restata impunita se non avesse adempiuto alla missione.
Negli anni successivi, quando Kim era già nella RPDC (viveva nella capitale dal 2016), queste persone lo contattarono (quattro volte nel 2016 e Kim ricevette più di 80 istruzioni), trasferendogli altre somme di denaro o attrezzature necessarie come un telefono satellitare con cui comunicare. Poi, con la partecipazione di Kim, svolsero i lavori preliminari, tra cui una discussione sulle opzioni dell’assassinio e il tipo di sostanza da utilizzare per liquidare il leader del Paese. Altrettanto importanti furono le raccomandazioni sull’assunzione di sostenitori, corruzione di persone che sarebbero state gli esecutori diretti e la creazione di una rete di agenti. Kim dovette trasmettergli informazioni sull’organizzazione e la protezione nelle parate in cui era possibile commettere l’attentato. Fu anche inviato a creare contatti e fornire attrezzature per gli attentati, per cui ricevette altri 100000 dollari. L’attentato doveva avvenire presso il Palazzo del Sole Kumsusan, dove si trovano le tombe di Kim Il-sung e Kim Jong-il. Doveva essere effettuato durante una delle manifestazioni di massa o una sfilata militare. L’arma dell’assassinio sarebbe stata una “sostanza tossica biochimica di natura radioattiva o nano-tecnologica” in grado di uccidere la vittima entro 6-12 mesi dopo esserne venuta a contatto. C’erano diverse opzioni: una sostanza velenosa e un dispositivo per spruzzarlo, avvelenamento con polonio, segnalibri avvelenati nei condizionatori d’aria, in modo che al momento giusto si attivassero con un telecomando per riconoscimento vocale. Tuttavia, il 18 novembre 2016, i congiurati decisero d’irrorare la poltrona del leader della RPDC con un agente velenoso a contatto o radioattivo. A tal fine, Khan disse a Kim di raccogliere ulteriori informazioni sul luogo in cui si svolgono abitualmente le grandi manifestazioni, nonché di quale materiale e spessore fossero sedia e balaustra sul balcone da cui appariva il leader supremo. L’idea d’introdurre mezzi speciali (la cui composizione, secondo Khan, era nota solo agli esperti della CIA) nella RPDC fu prevista all’inizio di maggio. Tuttavia, il 5 marzo 2017, materiali da campo e dispositivi per creare un centro di comunicazione furono intercettati alla dogana di Hsinchu. Kim fu arrestato. Ora afferma di essere stato “ingannato dalla propaganda ostile alla repubblica e che fu coinvolto in un crimine terribile“.
I fotogrammi del video mostrano le istruzioni in fase di trasmissione, così come uno smartphone e un tablet presumibilmente forniti dai servizi speciali sudcoreani e “utilizzati per l’elaborazione ideologica” di Kim Seoung-il, rilevando inoltre che nel telefono fu trovata una corrispondenza tra un funzionario nordcoreano e rappresentanti dei servizi speciali sudcoreani, sebbene il testo non contenga alcun riferimento ai CSE. Soltanto l'”azienda” e il suo “capo” furono citati, da cui il Ministero della Sicurezza dello Stato concluse che si riferisse al capo del servizio segreto sudcoreano Li Byoung-ho, che avrebbe personalmente lodato il terrorista come “quadro di valore per la nazione e il servizio d’intelligence del nostro Paese“. Diversi nomi venivano citati: l’agente sul campo Cho Guy-chol e l’uomo inviato in Cina Xu Guanghai, direttore generale della Qingdao Nazca Trade Co. Ltd., che ebbe il ruolo di centro di comunicazione e approvvigionamento. Secondo il CPAC, nel marzo 2017, Cho e Xu s’incontrarono nel territorio della Repubblica popolare cinese a Dandong con l’aiutante di Kim con la scusa di negoziati commerciali, dandogli 50000 dollari e un nuovo telefono satellitare. A chi ha pregiudizi su una RPDC che falsifica e accusa innocenti, ricordiamo l’incidente della “distruzione di statue di bronzo“. Allora, dichiarazioni che agenti sudcoreani progettassero il bombardamento delle statue di Kim Il-sung usando droni con esplosivi (per creare l’illusione di una resistenza cristiana nel Paese che andava aiutata, “seguendo l’esempio siriano“), furono considerate fantasie dovute all’identificazione di pessimi operatori. Tuttavia, la conferma di tale piano venne da un luogo inaspettato, non fu ideato dall’intelligence sudcoreana, ma dai combattenti dell’organizzazione per la Corea del Nord libera, il cui capo Park Sang-hak si lamentò in un’intervista che il tentativo di lanciare l’operazione dal territorio cinese era fallito. Riguardo al polonio o a qualche altra “sostanza biochimica“, se qualcuno è disposto ad ammettere l’assassinio di Kim Jong-nam usando il classico VX, perché non credere a un tentativo di assassinare l’altro Kim usando mezzi simili? E sulla sedia avvelenata o sul dispositivo che diffonde veleno con un certo suono vocale, vanno ricordati i tentativi della CIA contro Fidel Castro, quando furono usati metodi molto esotici e veleni rari, inclusa una sostanza che avrebbe causato calvizie completa prima della morte. (Il leader cubano doveva essere prima distrutto moralmente, privandolo del suo famoso emblema). Tuttavia, quando il 28 giugno la Corea democratica condannò a morte “in absentia” l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e il capo dell’intelligence sudcoreano Li Byoung-ho, con l’accusa di favoreggiamento di tentato assassinio del leader della RPDC, chiese che venissero estradati “in conformità alle leggi internazionali sul terrorismo di Stato“, l’autore dovette ripetutamente rispondere a domande paranoiche su quando la RPDC avrebbe effettuato un attacco terroristico a Seoul utilizzando le proprie notevoli armi di distruzione di massa. Dopo tutto, dopo la condanna ufficiale di Park Geun-hye, cercheranno certamente di dare il colpo a lungo promesso!
Ma quanto di tutto questo sarebbe vero? Secondo l’autore, sebbene la leadership della Repubblica di Corea non avrebbe avuto nulla a che farci, ci sono organizzazioni dai buoni collegamenti con l’intelligence. È vero che Seul ufficialmente, come ricordiamo, elaborò in modo approfondito la liquidazione di Kim durante un possibile conflitto o attacco preventivo. La Repubblica di Corea presumibilmente dispone di un pool di killer addestrati dall’intelligence USA, e nelle ultime esercitazioni militari, i comandanti dei due Paesi elaborarono operazioni per eliminare la leadership del Nord, compreso il suo leader. È noto anche che le truppe statunitensi hanno recentemente impiegato missili da crociera ad alta precisione AGM-158 JASSM (Joint Air-to-Surface Standoff Missile) dalla base di Gunsan. Questi sistemi presumibilmente ricevono i migliori parametri tattici e tecnici da utilizzare nelle operazioni per distruggere la leadership del nemico. Allo stesso tempo, viene segnalato che le agenzie d’intelligence sudcoreane e statunitensi hanno iniziato a raccogliere attivamente informazioni sui complessi residenziali di Pyongyang che ospitano i vertici militari nordcoreano.
Non si dimentichino le storie fasulle diffuse a giugno dal giapponese Asahi Shimbun su “una fonte ben informata sulla politica della RPDC durante la presidenza Park Geun-hye“. Il giornale affermò che alla fine del 2015, Park Geun-hye firmò un documento che prevedeva varie opzioni per la rimozione di Kim Jong-un dal vertice della RPDC. Come affermato dall’autore anonimo, “furono studiati diversi modi per eliminare Kim, incluso l’assassinio camuffato da incidente d’auto, di treno, in mare e altro“. Tuttavia, a causa della stretta sicurezza che protegge il leader della RPDC e la complessità dell’operazione, ciò fu abbandonato. Le informazioni sull’ordine segreto furono negate dal servizio d’intelligence e dall’amministrazione presidenziale sudcoreana. Alcune idee sul cambio di regime nella Corea democratica potrebbero essere sentite nelle riunioni, “ma non sembra esserci un documento o una politica specifica“. Il 30 giugno, Seul formulò dichiarazioni ufficiali che criticavano i “messaggi infondati che possono distruggere le relazioni inter-coreane“. È più interessante un’altra parte, che coincide con ciò che è noto all’autore da canali ufficiosi. Ciò riguarda l’intelligence, e non certi sciamani, responsabile del fatto che la presidentesse credesse nell’instabilità nella RPDC e in un rapido cambio di regime: “L’intelligence dimostrava chiaramente che Park Geun-hye si fosse fissata sull’instabilità (della Corea democratica) e l’eliminazione di Kim. Perciò iniziarono ad inviarle rapporti che riferivano ciò a cui voleva credere”. Va anche ricordato che l’ex-capo dell’intelligence Won Sei-hun non riuscì nemmeno a sostituire Park Geun-hye a presidente (durante l'”offensiva conservatrice“, fu assolto) e pertanto l’operazione per l’assassinio non sarebbe scontata.Konstantin Asmolov, ricercatore di storia presso il Centro di studi coreani dell’Istituto di studi dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora