Yemen, dinamica di un golpe fallito

Alessandro Lattanzio, 6/12/2017Il leader di Ansarullah, Sayad Abdulmaliq al-Huthi, affermava che il movimento era riuscito a sventare una grave minaccia alla sicurezza del Paese eliminando il complotto ordito dall’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che si era schierato dalla parte degli aggressori dello Yemen. Il leader di Ansarullah affermava che le posizioni di Salah, sostenute da un fronte unito di nemici, avevano sorpreso anche il suo partito. Sayad Huthi affermava che i partigiani di Salah e la coalizione saudita si erano coordinati per occupare Sana. Sayad Huthi, osservando che il popolo e la resistenza dello Yemen erano stati i principali fattori che permisero alle forze yemenite di sventare la cospirazione, dichiarava che Arabia Saudita e suoi alleati Stati Uniti e Regno Unito, “Sono consumati dalla rabbia e gli auguriamo di morirne“, perché qualunque cosa facciano, la nazione yemenita sarà più resistente e vigile, traendo una lezione dal fallimento del complotto di Salah a Sana. La guerra scatenata da Salah era, difatti, la continuazione della guerra lanciata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen, dato il supporto aereo da essi fornito alle milizie di Salah. Infine, invitava tutte le forze politiche dello Yemen a rimanere unite e a formare un fronte unico per difendere l’indipendenza del Paese e sconfiggere il nemico.
Secondo funzionari yemeniti, il golpe di Salah fu programmato ad Abu Dhabi all’inizio dell’anno, in collaborazione con l’Arabia Saudita; “Muhamad bin Salman principe ereditario dell’Arabia Saudita, fu convinto dagli Emirati Arabi Uniti ad abbandonare l’ex-presidente yemenita Abdarabu Mansur Hadi a vantaggio di Salah, allo scopo di por fine alla guerra contro lo Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno perso molti uomini in questa guerra e sembra che con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, Salah, o uno dei suoi figli, potesse concluderla“. Muhamad bin Salman aveva inviato Ahmad al-Asiri, ex-portavoce della coalizione saudita, ad Abu Dhabi a giugno per incontrare il figlio di Salah, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo nello Yemen. Ahmad vive da cinque anni negli Emirati Arabi Uniti. Murad al-Azany, analista politico yemenita e professore all’Università di Sana, dichiarava che il figlio di Salah era la “carta vincente” degli Emirati Arabi Uniti, “Gli Emirati Arabi Uniti hanno tenuto sotto controllo Ahmad nel caso in cui qualcosa accadesse al padre: in quel caso, pensavano di spedirlo immediatamente nello Yemen ad assumerne il ruolo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre avuto piani per lui: è uno strumento, proprio come l’ex-presidente afgano Hamid Karzai fu usato dagli Stati Uniti, e quando sarà il momento, lo useranno per fare ciò che vogliono“.
Secondo il ricercatore iraniano Dr. Muhamad Sadiq al-Husayni, Salah aveva preparato il colpo di Stato contro Ansarullah otto mesi prima, con l’aiuto del principe emiratino Muhamad bin Zayad, del generale Shaul Mofaz, ex-ministro della Difesa israeliano, di Muhamad Dahlan, ex-membro del comitato centrale di Fatah e di Ahmad Ali Abdullah Salah, figlio dell’ex-presidente yemenita. La pianificazione dell’operazione fu avviata ad Abu Dhabi, e successivamente gli incontri si svolsero sull’isola di Socotra, ceduta da Abdurabu Manour Hadi agli Emirati Arabi Uniti. Nell’isola si ebbero nove incontri, con la partecipazione di ufficiali degli Emirati Arabi, schierati nel sud dello Yemen, ed ufficiali israeliani inviati da Shaul Mofaz. Secondo Husayni, 1200 miliziani fedeli ad Ali Abdullah Salah furono addestrati nelle basi militari degli Emirati Arabi Uniti ad Aden, in vista dell’attuazione del colpo di Stato. Furono stanziati fondi per addestrare 6000 uomini di Salah. Il centro operativo di Muhamad bin Zayad passò 289 milioni di dollari da Aden a Sana attraverso i parenti di Ali Abdullah Salah, tra febbraio e giugno 2017. Inoltre, tra agosto e fine ottobre 2017, Salah ricevette altri 100 milioni di dollari. Il colpo di Stato era previsto per il 24 agosto, ma gli Emirati Arabi Uniti e gli israeliani posticiparono l’operazione per due motivi: scarsa preparazione delle forze di Salah ed Ansarullah che aveva scoperto i piani golpisti. Ancora, i golpisti decisero di armare e addestrare 8000 combattenti filo-Salah. La missione fu affidata a 16 capi dello SIIL trasferiti dall’Iraq ad Aden all’inizio del 2017 e a 4 ufficiali israeliani inviati sempre ad Aden. Le armi dei golpisti furono nascoste in 49 nascondigli a Sana, secondo il piano di mobilitazione per armare i seguaci si Salah nel momento in cui il centro operativo avesse deciso di agire, con sorpresa e rapidità, contro Ansarullah nella capitale Sana. Il piano scattò la notte del 3 dicembre, e prevedeva di controllare Sana entro sei ore. Quando la direzione di Ansarullah capì che i negoziati con Salah erano una manovra tattica, gli garantì la via di fuga in cambio della fine del colpo di Stato, avvertendo che in caso contrario avrebbe risolto la situazione militarmente, cosa effettivamente successa tra il 2 e il 3 dicembre 2017. Dopo che la situazione fu risolta a Sana da Ansarullah, Ali Abdullah Salah fu costretto a fuggire dalla capitale. In coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, i cui aerei scortarono il suo convoglio, costituito da 3 veicoli blindati e 8 tecniche. 11 posti di blocco lungo la strada furono bombardati dagli aerei della coalizione saudita aprendo la via di fuga a Salah. Ma a Sayan si ebbe lo scontro con elementi di Ansarullah, quindi qli aerei della coalizione saudita bombardarono la postazione per eliminare Ali Abdullah Salah, scomodo testimone del coordinamento tra Emirati Arabi, sauditi ed israeliani.
Ali Abdullah Salah aveva commesso quattro gravi errori:
– Non ha saputo valutare la reazione di Ansarullah. Da agosto, le milizie dell’ex-presidente avevano ampliato l’influenza nella capitale e l’inattività di Ansarullah fu interpretata da Salah come segno di debolezza, mentre in realtà Ansarullah seguiva tutto ciò accadeva e vi si preparava.
– Le principali tribù yemenite, anche quella di Salah, i Sanhan, non sostenevano il colpo di Stato. Furono infatti sorprese dall’improvviso cambio di posizione dell’ex-presidente, che annunciava la fine dell’alleanza con Ansarullah e l’apertura dei rapporti con l’Arabia Saudita. Gli yemeniti si rifiutarono di allinearsi con gli aggressori, che da tre anni distruggono il loro Paese. Inoltre, solo pochi giorni prima Salah aveva elogiato l’Iran e denunciato l’Arabia Saudita.
– Il partito di Salah, il Congresso del Popolo, non lo seguì su questo piano, ritenendolo un mero tradimento.
– Sauditi ed emirati non mantennero la promessa di un aviosbarco presso Sana per sostenere le milizie di Salah, rapidamente travolte da Ansarullah.
Il Comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) Generale Muhamad Ali Jafari, dichiarava “Abbiamo visto che i nemici intendevano lanciare un colpo di Stato contro i Mujahidin ed Ansarullah, ma questo complotto è stato stroncato sul nascere“. Il ministero degli Interni yemenita confermava che l’ex-presidente Salah era stato eliminato mentre scappava da Sana verso Marib su un veicolo blindato. Salah era accompagnato dal vice Arif Zaqa e dal Segretario generale del Partito del Congresso Popolare Yasir al-Uazi quando la loro auto fu colpita al checkpoint di Qulan al-Tayal. Salah doveva incontrare il cugino Ali Muhsan al-Ahmar, vice di Hadi, che doveva aiutarlo a fuggire negli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, Zayfullah al-Shami, del politburo di Ansarullah, dichiarava che “Ansarullah, che ha già colpito Riyadh e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti due volte, può colpire la capitale di qualsiasi altro Paese membro della coalizione degli aggressori che ha scatenato la guerra contro lo Yemen e l’occupa. Inoltre, abbiamo dato una risposta diretta agli Emirati Arabi Uniti quale principale sostenitore delle milizie di Salah, dove possedeva beni e proprietà e i figli vivono. Salah e gli Emirati Arabi Uniti si erano coordinati, ma si sono infine disonorati e la loro vera natura è stata svelata”. Il presidente-fantoccio Abdurabu Mansur Hadi, difatti, era caduto in disgrazia presso gli Emirati Arabi Uniti, che ora versano miliardi di dollari per sostenere Aydarus al-Zubaydi, capo secessionista del sud e rivale dell’ex-presidente-fantoccio. Le sue forze avrebbero impedito a quelle di Hadi l’accesso alla città di Aden, capitale della coalizione filo-saudita.
Il fondatore di Ansarullah, Sayad Husayn Badradin al-Huthi, creò il movimento negli anni ’90. All’epoca Sayad Husayn era deputato nel parlamento dell’opposizione al governo dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Salah definì Sayad Husayn un cospiratore finanziato dall’Iran e l’accusò di aver suscitato violenze, quindi lanciò la guerra contro il movimento, nel nord dello Yemen, che durò dal 2004 al 2009. Salah era sostenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il movimento Ansarullah aveva carattere civico-sociale, ma quando Sayad Husayn fu assassinato dalle forze di Salah, suo fratello, Sayad Abdalmaliq, ne assunse la guida. Il movimento fu uno dei principali organizzatori delle proteste contro l’ex-presidente Salah nel 2011, e si oppose anche all’elezione di Abdurabu Mansur Hadi, sostenuto dall’occidente e dai sauditi. Salah voleva emendare la costituzione, volendo portare il mandato presidenziale da cinque a sette anni. Salah voleva rimanere in carica fino al 2013, quando il figlio Ahmad avrebbe avuto 40 anni, l’età minima per divenire presidente. Ma si scontrò con Hadi e il suo gruppo. Per 33 anni Salah aveva governato lo Yemen con una complessa rete di alleanze tra gruppi militari, civili e tribali. Dopo aver ceduto il potere al vice Hadi, nel 2012, nell’ambito di un accordo con Stati del Golfo e Stati Uniti, Salah rimase a comandare diverse unità dell’esercito e a presiedere il partito del Congresso Generale del Popolo, che aveva fondato. Il presidente Hadi permise al partito Isla, della fratellanza mussulmana, d’influenzare governo e parlamento. Ma ciò innescò proteste popolari ancora più grandi, guidate da Ansarullah, che il 21 settembre 2014 prese il controllo del governo, senza scontrarsi con le forze di sicurezza. Ansarullah eliminò dalle proprie aree d’influenza la presenza dei taqfiriti e di al-Qaida, suscitando la reazione di Stati Uniti, Regno Unito, Israele e sauditi. Nel maggio 2015, dopo le incursioni aeree saudite su Sana, Salah annunciò l’alleanza con Ansarullah. Nel 2016, il partito di Salah firmò un accordo con Ansarullah, formando il consiglio politico che governa il Paese. Autosufficienza ed autodeterminazione sono i principi base della leadership yemenita di Ansarullah, che in oltre 2 anni di guerra ha anche dimostrato di non essere un “gruppo ribelle”, ma di essere ben organizzato, ben addestrato, politicamente scaltro e con esperienza di governo, soprattutto della regione di Sada. Ansarullah ora ingloba la maggior parte delle Forze Armate dello Yemen, comprese Guardia costiera, Guardia Repubblicana e Aeronautica.E in relazione a ciò, il New York Times affermava che il missile Burqan-2H lanciato dagli yemeniti sull’aeroporto internazionale di Riyadh, aveva colpito il territorio aeroportuale accanto a una delle piste, a un chilometro dal terminal. Quindi, il missile aveva eseguito il programma di volo violando la difesa aerea saudita, costituita da batterie di missili antiaerei Patriot. Aspetto che i funzionari sauditi e statunitensi hanno voluto nascondere. In definitiva, l’Arabia Saudita dimostrava, ancora una volta, incapacità geopolitica e disponibilità a sacrificare gli alleati, a differenza dell’Iran, che non abbandona mai un alleato in difficoltà. Ciò ha permesso alla Repubblica Islamica dell’Iran di avere molti alleati. Difatti, l’episodio di Salah è il terzo grave fallimento in tre mesi dei sauditi. Il primo fu il referendum curdo del 25 settembre, sostenuto da Israele, Stati Uniti ed Arabia Saudita, allo scopo di smembrare l’Iraq, ma si concluse con la schiacciante sconfitta del capo curdo Barzani e dei suoi alleati, sorpresi dalla risposta rapida e decisa di Baghdad che in una sola settimana liberava Qirquq e la sua provincia, occupate dai pishmirga dal 2013. Il secondo fallimento saudita si aveva in Libano, all’inizio di novembre, col caso delle ‘dimissioni’ di Hariri, volte a rovesciare il governo libanese e far esplodere una guerra civile contro Hezbollah.Fonti:
FNA
FNA
Fort Russ
al-Jazeera
Jurij Ljamin
al-Manar
Reseau International
TeleSur

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Yemen, golpe fallito e reazione internazionale

Alessandro Lattanzio, 4/12/2017Il 2 dicembre 2017, il presidente del Comitato rivoluzionario supremo Muhamad Ali al-Huthi invitava le tribù yemenite a prepararsi a coordinarsi con la Sicurezza pubblica per proteggere la capitale Sana. “Fratelli ribelli delle tribù dello Yemen, c’è un complotto tramato contro la capitale Sana, e su voi, che ne avete protetto sicurezza e stabilità la notte del 21 settembre, che contiamo oggi per coordinarsi con la Sicurezza pubblica delle province, se è necessario proteggere la sicurezza nella capitale o in qualsiasi provincia sia pronta a richiederla, a Dio per il nostro Yemen“. Il leader del movimento popolare Ansarullah dello Yemen, Abdulmaliq al-Huthi, aveva criticato la nuova posizione dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che creava caos nella capitale yemenita Sana, definendolo tradimento della nazione. Salah aveva invitato le forze armate e la polizia a rivoltarsi contro Ansarullah, esprimendo l’intenzione “di voltare pagina” nei rapporti con la coalizione saudita che ha invaso lo Yemen. Dal 29 novembre si svolgevano scontri armati, scatenati dalle forze fedeli a Salah (Afash), contro le forze popolari. Le forze di Salah, “provocano caos e disordine contro la sicurezza e la stabilità” del Paese, concludeva il leader di Ansarullah. Salah si dimise dopo la rivolta del 2011, dopo essere stato al potere per 33 anni. Nel 2012 ciò spianò la strada al potere ad Abdurabuh Mansur Hadi. Tuttavia, nel 2014 Hadi si dimise e fuggì in Arabia Saudita. Da allora Ansarullah governa lo Yemen. Salah si alleò con Huthi e l’esercito yemenita per difendere il Paese contro l’aggressione saudita iniziata nel marzo 2015.
Il 3 dicembre, il portavoce di Ansarullah, Muhamad Abdasalam, affermava via twitter: “Ieri hanno festeggiato sui media il rovesciamento della capitale e di cinque province, e di sera le loro forze aeree hanno bombardato Sana, le cinque province ed altre. Perché bombardano le aree che hanno perso! C’era un grave complotto e ci hanno scommesso, ma è fallito facendoli cadere tutti. Grazie e lode a Dio e Dio benedica il popolo yemenita“, concludeva Abdusalam. L’aviazione saudita aveva bombardato le caserme Garban, Istiqbal, 22 Mayu e Tal Rayan, a Sana, l’edificio governativo e il dipartimento di sicurezza di Amaran, compiendo varie incursioni in diverse province, dopo il fallimento del complotto per destabilizzare queste province. Il portavoce di Ansarullah osservava che molti leader del Partito del Congresso Generale Popolare, il partito di Salah, non ne accettavano la nuova posizione, mentre le forze di sicurezza sopprimevano molti tentativi di creare caos. Il portavoce confermava che gli EAU avevano manovrato il tentato golpe appoggiando certi capi del Congresso Generale Popolare. Abdasalam dichiarava che le forze di sicurezza erano pronte a porre fine alla sovversione nella capitale e che la situazione sui fronti non ne veniva influenzata. Nel frattempo, le truppe yemenite respingevano l’attacco saudita nel Najran e bombardavano le posizioni delle truppe dell’alleanza saudita su Jabal Qays, Munaq, Qirs, Abadiya e Qaran, mentre nel governatorato di al-Juf un UAV degli Stati Uniti veniva abbattuto dalle truppe yemenite. A Sana, le forze yemenite liberavano il quartiere Syasi, vicino all’ex-ambasciata saudita, che la coalizione saudita aveva colpito cinque volte la mezzanotte del 2 dicembre. Ad est di Sana, sul fronte di Nahm, le truppe yemenite liberavano il Jabal Salab. A nord di Sana, l’aeroporto veniva bombardato tre volte dall’alleanza saudita, ma restava sotto il controllo delle truppe yemenite.
Sempre il 3 dicembre, il Consiglio Politico Supremo dello Yemen, che dirige gli affari di Stato, dichiarava che la situazione a Sana era tornata alla normalità dopo gli scontri tra le forze fedeli all’ex-presidente Ali Abdullah Salah (forze Afash) e Ansarullah. Il capo del Consiglio Salah Ali al-Samad invitava i partiti e le tribù yemeniti a contrastare qualsiasi atto di aggressione e le “cospirazioni” volte ad istigare tensioni. “I servizi di sicurezza continuano gli sforzi per migliorare sicurezza e stabilità, e tutti coloro che cercano di destabilizzarle saranno trattati con severità. Tutte le figure, le persone sagge e tutti i cittadini devono esercitare la massima responsabilità e disciplina e assumersene la responsabilità nella fase attuale per risparmiare al Paese il flagello di conflitti interni“. Salah aveva avviato colloqui con l’Arabia Saudita per “voltare pagina” se Riyad toglieva il blocco e fermava i bombardamenti sullo Yemen. Il leader di Ansarullah Abdulmaliq al-Huthi descriveva la posizione di Salah come un “tradimento” che favoriva i nemici dello Yemen. Le forze leali a Salah “continuano a portare caos e a disturbare sicurezza e stabilità”, aveva dichiarato descrivendo l’azione dell’ex- presidente come “colpo di Stato” contro l’alleanza yemenita. “Dobbiamo continuare a sostenere i fronti dei combattimenti perché questo complotto è l’ultima carta delle forze d’aggressione, con cui cercano d’imporre l’occupazione del nostro Paese“, osservava Huthi. Ansarullah eliminava decine di posizioni delle milizie golpiste Afash a Sana e provincia, occupando a Sana le caserme Suad e Shiraz della 4.ta Brigata e il 48.mo ospedale; in via Baghdad le milizie Afash venivano eliminate dalla moschea Abu Ubayda. Anche la caserma Amad veniva occupata, liberando il quartiere Nuarah, mentre venivano occupati l’ex-ambasciata saudita e numerosi edifici amministrativi, come gli edifici del Comitato permanente di Hasbah, del Comitato permanente di Hadah, della TV Yemen ad Atan e la moschea al-Salah. Nella provincia di Amaran, le forze di sicurezza, in collaborazione coi Comitati Popolari, liberavano Bani Sarim e Bani Qays. Nella provincia di Ib, la stazione al-Sayani veniva liberata come il dipartimento di polizia nell’est della città di Ib. Nella provincia di Dhamar, l’edificio al-Qumani e l’ingresso nord di Dhamar venivano liberati mentre numerose forze Afash venivano catturate. Anche le stazioni Rasabah, Mabar, Sanban, Hada al-Hurur e Naqil Yaslah venivano riprese. Nella provincia di Haja il capo della milizia Afash, Zidan Dahshush, fuggiva mentre veniva assicurata la linea Haja-Sana. I servizi di sicurezza liberavano i quartieri al-Sabin, Maspahi, al-Qana e via Algeria mentre centinaia di golpisti si arresero nella capitale. Infine, il Ministero degli Interni yemenita dichiarava la morte dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, del suo vice Arif Zaqa e del segretario generale del Partito del Congresso Yasir al-Uazi, mentre fuggivano da Sana verso Marib, dove si trovava il vice del presidente-fantoccio filo-saudita Hadi, Ali Muhsan al-Ahmar. Il presidente del Consiglio politico supremo Salah al-Samad dichiarava che la sedizione era stata repressa grazie al sostegno dei servizi di sicurezza, dell’esercito, dei comitati popolari, dei comitati di mediazione, delle tribù, dei capi del Congresso generale del popolo e della sua base popolare, che avevano deciso di opporsi al golpe di Salah, e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato.
Il 4 dicembre, il Ministero degli Interni annunciava la fine della crisi nella capitale Sana e in tutte le province. Il Ministero degli Interni ringraziava il Consiglio politico supremo, il governo di salvezza, il popolo, le tribù e le forze nazionali dello Yemen per il sostegno ai servizi di sicurezza nel ripristinare sicurezza e stabilità del Paese. Almeno otto civili yemeniti venivano uccisi da un raid aereo saudita nella provincia di Sada. Aerei sauditi bombardavano le aree dell’Aeroporto Internazionale e del Ministero degli Interni di di Sana, per appoggiare il fallito golpe di Salah.Il 4 dicembre, la centrale nucleare di al-Braqa, in costruzione ad ovest di Abu Dhabi, veniva colpita da un missile da crociera Qurus, che aveva volato per 1600 km. La centrale nucleare, che dovrà ospitare 4 reattori, è in costruzione dal luglio 2012. Il leader della rivoluzione yemenita Abdulmaliq Badradin al-Huthi, il 14 settembre 2017 aveva avvertito gli Emirati Arabi Uniti della possibilità di attacchi missilistici in qualsiasi momento, sottolineando che la forza missilistica yemenita aveva testato un missile da crociera capace di raggiungere Abu Dhabi. L’azione era chiaramente la risposta al tentato golpe organizzato da Salah ed Emirati Arabi Uniti.

Fonti:
HispanTV
IFP News
ISW News
RussiaToday
Yemen Press
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Brexit: migrazione e produzione

Peter Lilley, Freenations, 25 novembre 2017Per decenni, a causa della libera circolazione dell’UE e delle migrazioni di massa verso la Gran Bretagna, era più economico assumere lavoratori immigrati che addestrare quelli inglesi, con effetti disastrosi per l’economia. Se il Regno Unito coglie l’opportunità creata dalla Brexit, può aumentare il tasso di crescita a lungo termine. Questa dovrebbe essere la priorità del governo perché i redditi stagnano dalla crisi finanziaria del 2008 e crescevano meno del loro potenziale da molto prima.

Introduzione di Rodney Atkinson
Questo sito ha promosso la filosofia del nazionalismo democratico, col libero scambio e gli investimenti internazionali che rendono superfluo il movimento in massa delle persone, si veda ad esempio: “I mercati rendono superflue le migrazioni di massa” (26 gennaio 2016). La prosperità e la pace internazionale si basano su tali politiche. Ma si affrontano i poteri sovranazionali dell’UE e dell’ONU decisi a controllare gli Stati nazionali e a creare barriere al libero scambio in modo che, invece di capitali e beni e servizi attraversino le frontiere, siano le persone a doversi spostare, abbattendo così l’omogeneità degli Stati nazione e sostituendoli con un corporativismo antidemocratico votato al potere e al profitto delle multinazionali e all’egemonia dei superstati che non rispondono agli elettori. Peter Lilley, ex-segretario di Stato per il commercio nel Regno Unito, mostra come la migrazione di massa sia stata disastrosa per l’economia inglese, con carenze in competenze peggiori oggi che non prima che arrivassero milioni di migranti alienati. Solo che ora abbiamo i massicci problemi aggiuntivi di scuole, servizi sanitari, strade, abitazioni e molto altro sovraccarichi. Mostra come le migliori aziende trasferiscano facilmente competenze ed addestrino i lavoratori inglesi senza affidarsi agli immigrati.

Peter Lilley: I redditi medi possono crescere solo alla velocità produttiva per persona. Solo due cose consentono alle persone di produrre più beni e servizi: migliori competenze e maggiori investimenti pro capite. Tuttavia, abbiamo perseguito una politica, inizialmente volontaria e poi a causa delle norme dell’UE che minano sistematicamente l’incentivo al miglioramento e investono nella riduzione allo stesso tempo del capitale sociale per persona. Questa politica si affida all’immigrazione di massa. Pronunciare tale affermazione è un’eresia. È diventato un atto di fede che l’immigrazione, in particolare specializzata, ci migliori. Tale dottrina ha dominato il dibattito grazie all’alleanza empia tra imprese che vogliono manodopera qualificata a buon mercato, mentre sono riluttanti ad intraprenderne la formazione, e un’intelligentia che segnala come virtù definire i controlli sull’immigrazione razzisti, rafforzata dagli eurofili che difendono la libertà di movimento. In effetti, lasciare che i datori di lavoro importino competenze che i cittadini inglesi potrebbero acquisire mina l’incentivo dei dipendenti a migliorare competenze e i datori di lavoro a formare ed investire, riducendo allo stesso tempo la quota di capitale per persona. Questa non è solo teoria. I datori di lavoro inglesi erano riluttanti a formare personale e a investirvi quanto i concorrenti molto prima della migrazione di massa. Gli inglesi hanno molto meno qualifiche tecniche e professionali rispetto ai principali concorrenti. Ma ciò è peggiorato da quando Blair aprì i confini prima a lavoratori non comunitari, poi a tutti gli europei dell’Est. I tempi di formazione per lavoratore si sono dimezzati tra il 1997 e il 2012. E nei sei anni successivi all’ammissione dell’Est europeo, i finanziamenti aziendali per la formazione sono diminuiti del 15%. Per invertire la tendenza, la nostra politica d’immigrazione deve cambiare priorità. Invece della prima opzione per le imprese di reclutare (a buon mercato) competenze dall’estero e formare i nostri cittadini solo se gli stranieri non sono disponibili, dovremmo invertire tale tendenza. Dovremmo addestrare i cittadini inglesi, se possibile, e solo importare competenze laddove ciò non sia fattibile. Il considerevole prelievo di apprendistato di Sajid Javid può al massimo arginare il declino della formazione finché i datori di lavoro possono importare competenze dall’estero. Ovviamente, non dovremmo impedire qualsiasi immigrazione dall’Europa o altrove. Esistono categorie di competenze che gli inglesi non possono acquisire dal datore di lavoro o dall’università, soprattutto “competenze specifiche aziendali”. Le aziende di successo sviluppano propri processi di produzione, sistemi di contabilità, metodi di marketing e così via. Quando si stabiliscono nel Regno Unito, spesso devono inviare personale per implementarli. Ad esempio, le aziende automobilistiche giapponesi hanno inviato manager e tecnici per introdurre sistemi di fornitura just-in-time, gestione Kaizen e ambienti di qualità. Hanno trasferito le competenze agli staff locali (prima di tornare in Giappone, quindi senza alcuna immigrazione). Successivamente tali competenze si sono diffuse nell’industria inglese. Pertanto, dovremmo consentire trasferimenti intra-aziendali e limitate altre categorie di dipendenti UE e non UE. Naturalmente, i controlli più rigorosi sull’immigrazione volti a incoraggiare l’aumento delle competenze dei lavoratori inglesi e ad aumentare gli investimenti saranno accompagnati dagli squittii di gruppi imprenditoriali che usano vari argomenti.
Primo, dicono che non è economico addestrare i lavoratori inglesi. Quando col comitato Brexit Select visitai Sunderland, fummo accolti dai consigli locali, CBI, IoD, ecc. che affermavano che la loro principale preoccupazione per la Brexit era che non avrebbero più potuto assumere competenze dall’UE. Nissan, il più grande datore di lavoro locale, non era presente, ma ricordo di averne visitato lo stabilimento quando ero ministro del Commercio e dell’Industria e chiedevo se avessero difficoltà a reclutare impiegati qualificati. Erano troppo educati per osservare che si trattava di una domanda stupida; a Sunderland non c’erano operai metalmeccanici qualificati! Ma essendo giapponesi, non gli venne mai in mente di reclutarli all’estero. Formarono il personale locale e ora i 7000 impiegati inglesi della Nissan sono tra i lavoratori metalmeccanici più produttivi al mondo. Se la dottrina di CBI e co. fosse prevalsa, ci sarebbero stati 7000 europei dell’Est in quella fabbrica e i locali starebbero impacchettando hamburger.
Secondo, dicono che ci sono carenze. Blair affermò che avevamo bisogno di più immigrati per occupare 600000 posti vacanti. 4 milioni di immigrati dopo ci sono ancora oltre 700000 posti vacanti! Gli immigrati consumano tutti i beni e i servizi che producono, creando la domanda per la stessa quantità di lavoro che forniscono. Inoltre, la penuria nel mercato libero esiste solo dove la retribuzione avviene al di sotto del livello di compensazione sul mercato. Se limitiamo l’immigrazione laddove vi è carenza di competenze interne, le retribuzioni aumenteranno in qualche modo (vi sono già segnali perché meno lavoratori europei arrivano nel Regno Unito), aumentando gli incentivi a formare, acquisire competenze ed investire: esattamente ciò che è necessario.
Terzo, ci viene detto che gli inglesi si rifiutano di apprendere le competenze che ci servono. La carta del NHS viene invariabilmente usata: “abbiamo bisogno di infermieri e medici stranieri perché pochi inglesi sono disposti a fare questi lavori”. Non è vero. Fino all’anno scorso oltre 30000 candidati inglesi per corsi di infermieristica venivano respinti ogni anno, secondo il Nursing Labour Market Review 2016. Le università possono accettare numeri illimitati per ogni facoltà, dall’arte alla zoologia, tranne infermieristica e medicina dove gli ingressi sono strettamente limitati. Questo perché le borse provenivano dal budget del NHS, ed era più economico reclutare all’estero (comprese le infermiere addestrate coi nostri aiuti esteri) che addestrare più candidati nazionali. Quasi certamente non l’avete mai sentito sui media “liberali” che non sembrano preoccupati dalle migliaia di giovani inglesi a cui viene impedito perseguire la vocazione. I fatti scomodi che minano la tesi dell’immigrazione di massa non vanno trasmessi.
Quarto, le stime dell’impatto economico della migrazione di solito ignorano l’impatto sul capitale sociale per persona. Sia la nostra produttività che la nostra qualità della vita dipendono dalla quantità di capitale investito nelle nostre fabbriche, uffici, strade, ospedali, scuole, case ecc. Secondo i conti nazionali, l’investimento ammonta a 129000 sterline pro capite. Curare 5,1 milioni di emigrati unitisi alla popolazione dal 2000, con un capitale sociale simile costerebbe 660 miliardi di sterline di investimenti che non abbiamo fatto. Da qui la crisi abitativa, le infrastrutture congestionate, gli ospedali affollati e la mancanza di posti a scuola, tutto visibile. Da qui anche l’investimento inadeguato (per la forza lavoro allargata) in impianti, macchinari, software ecc., che si manifesta solo sulle cifre relative la produttività. Non dovremmo biasimarne i migranti, ma chi, per profitto o correttezza politica, ignora le semplici verità economiche e gli ardui fatti economici.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele è responsabile della morte di centinaia di migranti

al-Manar 27 novembre 2017Il regime di Vichy non uccise gli ebrei, si “accontentò” di consegnarli ai loro carnefici tedeschi; Israele non uccide i richiedenti asilo, li manda a morte a centinaia, con la complicità attiva di Ruanda ed Uganda, rivela una lunga indagine del quotidiano Haaretz. Il sistema sviluppato dai leader dei tre Paesi per liberare Israele dai migranti privi di documenti, in particolare quelli che fuggono dalla dittatura in Eritrea, credendo di trovare la salvezza nella “Terra Promessa”, è intelligente. Innanzitutto, Israele ha adottato una legislazione che le consente di mantenere indefinitamente in detenzione i richiedenti asilo arrestati durante i raid di massa, come il sistema di detenzione amministrativa imposto a centinaia di palestinesi in modo permanente. Ma poi c’è il problema di rimandare questi sfortunati non nel loro Paese di origine, ma su una cosiddetta base “volontaria” in un altro Paese ospitante: questo è il contributo di Ruanda ed Uganda. Israele paga così 5000 dollari a questi due Paesi per ogni immigrato espulso “volontariamente”. Per avere il “consenso” di questi ultimi, i servizi contro l’immigrazione clandestina vanno nei centri di detenzione e li ricattano: “O resti a tempo indeterminato in prigione, o vai in Ruanda dove ti verrà rilasciato un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro“. Senza dare per scontato il discorso della polizia, centinaia di africani privi di documenti, rimasti in terra israeliana per anni, accettano la proposta, secondo il giornalista Lior Birger del quotidiano Haaretz. Dopo una lunga inchiesta sui sopravvissuti che l’ha portato per tutta Europa, Birger, in collaborazione con i colleghi Shahar Shoham e Liat Boltzman, ha scoperto che l’arrivo in Rwanda era il più delle volte l’inizio di un lungo calvario, segnato da traffico di carne umana, tortura e spesso morte, tra Libia e acque del Mediterraneo. “Appena arrivati all’aeroporto di Kigali in Ruanda, ai deportati confiscano l’unica documentazione in possesso, il lasciapassare datogli dagli israeliani all’imbarco. Sono rinchiusi in una stanza d’albergo. Quindi vengono informati che devono lasciare rapidamente il Paese. I ruandesi poi li consegnano ai contrabbandieri che li trasferiscono, contro il pagamento di centinaia o addirittura migliaia di dollari, in Uganda, poi nel Sud Sudan, in Sudan e da lì in Libia, da dove cercheranno di guadagnare l’Europa“, scrivono gli autori dell’inchiesta. “In considerazione delle decine di testimonianze che abbiamo raccolto e delle nostre ricerche, stimiamo che diverse centinaia di questi rifugiati siano morti per tortura e maltrattamenti in Libia, o siano annegati nel Mediterraneo”, aggiungono.
La testimonianza di Tesfay (nome di fantasia), espulso da Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per diversi anni come addetto alle pulizie in un hotel nella località turistica di Eilat, incontrava gli autori in una piccola città della Germania nell’estate del 2017: “La nostra barca lasciò la Libia verso le 4 del mattino; due ore dopo, il suo motore si fermò; dei 500 passeggeri, non più di 100 sopravvissero; in 10 eravamo da Israele, e siamo sopravvissuti solo tre. Perché? Non siamo anche noi esseri umani?” Dawit (nome di fantasia) fu trovato dai giornalisti israeliani a Berlino. Anche lui, prima di essere fermato, aveva trascorso 5 anni a Tel Aviv dove lavorava in un ristorante. “Se ne andò ‘volontariamente’ in Ruanda circa due anni fa. Alcuni mesi prima si era recato alla stazione di polizia per il rinnovo del permesso di soggiorno provvisorio e fu immediatamente inviato al centro di detenzione dell’immigrazione di Holot nel deserto del Negev; lì fu messo sotto pressione, lasciandogli la “scelta” tra anni di prigione o partenza per il Ruanda. Dawit cedette e se ne andò con la moglie incinta di due mesi“. In Libia, i contrabbandieri misero Dawit su una barca e la moglie su un’altra che affondò subito, affogando le centinaia di sfortunati a bordo. “I sopravvissuti all’azione del governo israeliano che abbiamo incontrato in Europa sono fortunati, ma c’è il dubbio che un giorno possano curare le conseguenze psicologiche del loro calvario. In Germania, dove finalmente arrivarono Tesfay e Dawit, il 99% degli eritrei ottiene il permesso di soggiorno e nel 2016 l’81% di loro ebbe riconosciuto lo status di rifugiato”. Ma Tesfay e Dawit esortano i compagni ancora in Israele a non accettare, se vengono arrestati, la deportazione “volontaria” in Ruanda, poiché il pericolo è grave.Traduzione di Alessandro Lattanzio

F-22, caccia LGTBQ

Note su Afghanistan, Stealth e Droghe
Dedefensa, 26 novembre 2017Il Pentagono, ripreso in particolare dalla sua cinghia di trasmissione preferita Washington Post, presentava con enfasi, autocompiacimento e in dettaglio un’operazione aerea svolta in Afghanistan contro dei laboratori della droga, che non possono essere descritti come decentemente “clandestini”, producendo droga dai papaveri che “sbocciano” abbondantemente nel Paese. Questo tipo di operazione è stata presentata come inedita, inaugurando il nuovo impegno statunitense nel Paese imposto dai militari al presidente Trump (l’ennesima ondata, con altre truppe, secondo uno schema standard). In un certo senso, l'”era Trump” in questa guerra inizia, dopo aver divorato due presidenze facendone la “guerra” più lunga nella storia degli Stati Uniti (16 anni) e senza alcun termine al momento, a meno di un sussulto di buon senso ai vertici degli Stati Uniti, o quantomeno nella “DC-la-pazza”, tanto per dire… Questa operazione è stata presentata nel modo detto, con grande clamore e ricchezza di dettagli, perché è principalmente un’operazione di marketing per “vendere la guerra”, cioè provare ancora una volta a “vendere” una guerra invendibile quanto interminabile. Ma l’espressione “vendere la guerra” ha diversi significati, diversi “elementi del linguaggio” come dicono i comunicatori, la cui preoccupazione è naturalmente produrre una narrativa dalla migliore rendita possibile, secondo le leggi del mercato. La cosa più comprensiva è che in tale caos d’incultura e indifferenza verso una realtà in ogni modo polverizzata, si ritrovano gli elementi necessari per avere alcune verità fattuali. La prima di esse riguarda l’operazione di marketing stessa, così come le caratteristiche assai peculiari dell’operazione “militare”. Prima di tutto una dimostrazione, come al Paris Air Show ogni due anni, diretta da “DC-la-folle” al coraggioso pubblico statunitense: dimostrare che questa guerra ha una giustificazione, uno scopo, un obiettivo intelligente, che gli statunitensi riescono dove vogliono, che questa guerra “invendibile” ed “interminabile” merita attenzione ed applausi. È passato molto tempo da quando il grado zero del buon senso politico e dell’intelligenza militare è stato superato. Senza paura del gelo, lavora sottozero, e forse l’Afghanistan permetterà di raggiungere lo zero assoluto prima del collasso totale. Sarà quasi la performance che imbalsamerà la postmodernità, dal ritardo notevole nell’inversione che favorisce come fine ultimo dell’entropia. (Ecco, ora conosciamo lo scopo di questa “guerra”). Concentriamoci sui diversi “elementi del linguaggio” summenzionati.

L’F-22, protagonista nei cieli afgani
Il carattere peculiare dell’operazione così presentata (citando Zerohedge e WaPo) è primo l’impiego di tale tipo di aereo, dato che il comandante generale USA in Afghanistan (Nicholson), incontrava la stampa per esaltare il ruolo centrale del caccia furtivo F-22 Raptor quale fulcro dell’operazione. L’F-22 fu “accompagnato” (questo è il termine usato) da B-52 dell’USAF e Super Tucano afgani (aerei controguerriglia), termini strani, come se l’enorme B-52 e il piccolo e leggero Super Tucano avessero scortato l’F-22, il personaggio che dovrebbe essere “invisibile” (tecnologia furtiva), ma immediatamente individuato distinguendone la “scorta”. Ma, si sa, i taliban non hanno difesa aerea, quindi l’F-22 non rischiava nulla, ma perché diavolo in questo momento essere “invisibili”? La domanda non è questa. Ma perché diavolo usare tale aereo prezioso col rischio di perderlo per errore, colpito da un uccello in una presa d’aria, mentre usarlo costa svariate decine di migliaia di dollari all’ora? La domanda non è neanche questa. I riferimenti citati dicono: “Il dipartimento della Difesa ha dichiarato di aver schierato caccia furtivi F-22 Raptor per bombardare impianti di produzione di stupefacenti nel sud dell’Afghanistan, prendendo di mira le fonti del reddito dei taliban. L’operazione aerea è iniziata domenica e proseguita lunedì. Gli F-22 erano accompagnati da bombardieri B-52 e da A-29 Super Tucano afghani per ulteriore supporto nell’espandere la geografia dell’attacco… Nicholson aveva detto che l’F-22, “è stato usato per la sua capacità di usare munizioni di precisione, in questo caso una bomba da 114 kg dal diametro ridotto che causa danni collaterali minimi”, nel momento in cui la morte di civili negli attacchi aerei statunitensi viene pesantemente esaminata. All’inizio del mese, i raid aerei statunitensi nella regione uccisero “almeno 13 civili” durante un bombardamento. “Questo obiettivo era anche un impianto di produzione di narcotici dei taliban a Musa Qala. Quindi, voglio attirare la vostra attenzione, quando guarderete questo attacco, vedrete che all’interno del compound vi sono diverse strutture, e ne distruggiamo solo due, lasciando intatta la terza, per evitare danni collaterali”, affermava Nicholson“.

F-22, caccia LGTBQ
L’inimitabile racconto ci dice che solo l’F-22 può sganciare questa bomba di 114 chili (una piuma) che uccide solo i cattivi contadini-chimici-taliban, destinata a decorare tale aereo inutile quanto calamitosamente costoso e dall’impiego estremamente delicato e frammentario a rischio di guasti fatali, ma dalla virtù sublime: l’F-22 è un caccia umanitario! Uccide solo i malvagi con queste bombe a forma di piuma e straordinariamente precise, quindi tutto ciò che è stato fatto per produrne un pizzico (189 anziché 750) è ampiamente giustificato. (Aggiungiamo l’osservazione tangente che il mancato utilizzo del JSF/F-35 in questa missione appare doverosamente sospetto. Era ideale per dimostrare che l’F-35 esiste e può sganciare bombe. Che vola facendo shhuuuttt ed è umanitario allo stesso tempo… Questa circostanza deve suggerirci che l’F-35 è ancora più delicato del previsto e che non si può coinvolgerlo in un missione di guerra senza correre rischi, evitando di arrischiare un incidente catastrofico, come sanno senza dubbio gli israeliani). Si tratta quindi di continuare a cercare di giustificare la politica di acquisto di sistemi complicati, catastrofici e rovinosi, ma postmoderni. Si tratta quindi di “venderli” all’ideologia dominante, quella dei progressisti nella società, facendolo diventare un caccia umanitario che spara senza uccidere i migranti gentili e futuri per l’Europa. L’F-22 è entrato nel circolo delle virtù e riappare nel dominio sacro LGTBQ.

Dottrina Trump o Counterpopulation Policy
“Sedici anni dopo che l’amministrazione Bush iniziò le operazioni militari in Afghanistan, il presidente Trump lanciava la sua campagna militare usando caccia furtivi ad alta tecnologia per bombardare laboratori della droga nel Paese. L’impegno del Pentagono per la cosiddetta missione per “costruire la nazione” in Medio Oriente si è ora estesa su tre presidenze, diventando così la guerra più longeva nella storia degli Stati Uniti. Da quando gli Stati Uniti occuparono il Paese nei primi anni 2000, la produzione di oppio è esplosa. Il presidente afgano Ashraf Ghani ha affermato che senza la droga la guerra in Afghanistan “sarebbe finita da tempo”. (Secondo Zerohedge). Il 2017 è un anno molto, molto importante in questo senso, intendiamo dal punto di vista della produzione del papavero. Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, erano circa 60000 gli ettari di terra destinati alla produzione del papavero. Nel 2001 ci fu un notevole crollo: 8000 ettari, seguito dal ritorno al livello degli anni ’90. Negli ultimi 5-6 anni, l’aumento è stato esponenziale e nel 2017 si raggiunge il record assoluto di 328000 ettari, secondo un osservatore permanente dell’ONU. Non si può solo dire, come il presidente afgano, che senza la droga la guerra “sarebbe finita da tempo”, ma si potrebbe aggiungere come ipotesi non arrischiata che con la guerra, la droga ha avuto un successo senza precedenti. Il già citato generale Nicholson affermava che questa operazione “rappresenta il primo uso significativo delle nuove autorizzazioni legali concesse dall’amministrazione Trump” alle forze armate per attaccare le entrate dei taliban. Infatti, calcolano gli strateghi, la droga fornisce ai taliban gran parte del reddito, mentre in origine, e soprattutto prima dell’intervento degli Stati Uniti nel 2001, erano contrari a questa coltura che consideravano non conforme al dogma islamico. Con lo sviluppo della guerra, cambiarono atteggiamento e divennero sempre più interessati all’economia della droga, che gli fornisce notevoli finanziamenti. “All’inizio (di questo cambio di politica), chiedevano principalmente tasse agli agricoltori, ma gradualmente il reclutamento di taliban tra i coltivatori di oppio è cresciuto al punto che gli insorti hanno deciso di sospendere le operazioni durante la stagione delle piogge e la raccolta del papavero“. La nuova strategia, una sorta di “dottrina Trump”, implica quindi l’attacco diretto alle coltivazioni di papavero e conseguente traffico di droga. Lo stesso presidente afgano, fedele alle istruzioni, considera tale dottrina vincente e coltiva, invece del papavero, un buon ottimismo sulle prospettive di vittoria. Per quanto riguarda il bilancio, si noterà che i primi attacchi, di domenica e lunedì, hanno provocato la distruzione di 10 laboratori di produzione della droga “clandestini”, mentre le stime delle Nazioni Unite indicano il numero di tali strutture in 400-500; se ne traggano le conclusioni volute.

Il teatro della guerra alla droga?
La domanda sotto forma d’interpretazione alternativa su questo attacco così come sul marketing che lo circonda è sapere se la guerra in Afghanistan continui sulla sua allegra strada sanguinaria e inutile, o si tratta di ciò che viene chiamata “svolta”. Optiamo invece per il secondo termine dell’alternativa, sotto forma d’ipotesi prudente e esplorativa, ovviamente riferendosi principalmente agli attori del caso; senza cui, ovviamente, non avremmo dato tanta importanza a tale evento. L’articolo a cui si fa riferimento qui, ovviamente, dà un ruolo alla lotta alla droga degli Stati Uniti in Afghanistan dal 2001, o piuttosto all’assenza di una seria lotta alla droga in questa guerra, mentre si è d’accordo sul fatto che l’attacco al narcotraffico è l’unico modo per vincere. Iniziamo a capire cosa c’è in ballo con queste citazioni: “Il governo degli Stati Uniti ha perseguito varie strategie antidroga durante i 16 anni di guerra in Afghanistan, ma non ha ostacolato la costante ripresa della coltivazione del papavero da oppio e del traffico di droga dalla caduta dei taliban nel 2001.. questi sforzi degli Stati Uniti non coinvolgono direttamente l’esercito. Nei primi anni post-taliban, il Pentagono si concentrò esclusivamente sul perseguimento degli insorti di al-Qaida e taliban e si astenne esplicitamente dal dirigere in tutto o in parte gli sforzi per limitare il traffico di droga. In alcuni casi, fu a causa dell’alleanza coi signori della guerra o uomini forti regionali coinvolti nella droga. Successivamente, con la ripresa della produzione e commercio della droga, gli Stati Uniti lanciarono diversi ambiziosi programmi per contrastarli. Una fu la campagna di sostituzione delle colture incoraggiando e pagando gli agricoltori per coltivare mandorle, albicocche, verdure e zafferano al posto del papavero. Un’altra pagava i contadini per distruggere i campi di papaveri e finanziare campagne d’intercettazione in cui le forze di sicurezza afgane bruciavano campi coltivati. Questi sforzi furono completamente ostacolati da una combinazione di fattori, tra cui l’enorme appeal dei profitti della droga, la tradizione ormai consolidata della coltivazione del papavero da parte dei piccoli agricoltori, il coinvolgimento di potenti nel commercio, ostilità locale al proibizionismo e robustezza delle piante di papavero che possono prosperare in condizioni difficili”.

La CIA e la “guerra totale”
Ciò che viene trascurato in questa breve panoramica delle cause del non intervento delle forze statunitensi in Afghanistan, ovviamente, non ha nulla a che fare con la quasi essenza dell’evento papavero nel conflitto infinito in Afghanistan. L’attore principale della crisi della droga in Afghanistan è ovviamente, come in tutte le aree in cui la droga viene prodotta in massa, la CIA. Dagli anni ’80 del direttore Bill Casey, vicino a Reagan e temibile finanziere di Wall Street con tutti i possibili collegamenti col crimine organizzato, la droga in Afghanistan è una delle attività molto importanti dei rami operativi della CIA, e anche del processo di privatizzazione e finanziamento dell’agenzia. In un certo senso, è un modello noto che risale alle origini (i predecessori della CIA, poi la CIA stessa che agiva per conto dell’United Fruit in Sud America, o dei petrolieri in Medio Oriente, ecc). È comunque originale nel senso che l’azione della CIA non è più indiretta ma diretta, nella droga, che costituisce dagli anni ’80 in maniera massiccia una delle sue principali risorse finanziarie “clandestine”. Si ritrova già uno schizzo di archetipo in tale tipo d’intervento, di “metodologia” dell’illegalità totale e destrutturante, al di fuori di qualsiasi struttura principale, nazionale o di altro tipo, nell’azione della CIA nel “Triangolo d “Oro” durante la guerra del Vietnam, in cui le droghe da cui provenivano giocarono un ruolo importante nel collasso morale e psicologico delle forze statunitensi. Come si sa, la CIA ha una propria visione della sicurezza nazionale e degli interessi statunitensi. Dagli anni ’80, quindi, c’è l’istituzionalizzazione del metodo con la privatizzazione e il finanziamento che interessano tutte le aree degli Stati Uniti, compresa la sicurezza nazionale, e in particolare della CIA; il tutto operativo in Afghanistan, Messico, Medio Oriente, fino agli ultimi tre anni col petrolio dello SIIL, ecc. (Peter Dale Scott ha studiato approfonditamente e meticolosamente tale aspetto del potere degli Stati Uniti e ciò che ha soprannominato Stato Profondo).Una nuova forma di “guerra totale”
In tali condizioni, è comprensibile che si possa immaginare l’ipotesi che la guerra in Afghanistan si evolva infine in una nuova forma di “guerra totale”. L’intervento militare contro i laboratori clandestini può essere considerato in due modi:
• Una dimostrazione discontinua, per far credere che il Pentagono inizi davvero la guerra alla droga.
• Lanciare una vera guerra alla droga per avere un “pareggio” o, in ogni caso, non richiedere un impegno significativo delle forze armate statunitensi e consentirne il ritiro. Questo alla fine libererebbe le importantissime risorse, finanziarie, materiali e umane, che il Pentagono dedica in tale conflitto infinito.
La prima ipotesi non ci attrae: nessuno chiede all’esercito di giustificare nulla. Al contrario, nelle ultime notizie dalle fonti meglio informate, i generali (Mattis, McMaster, Kelly) sono “in carica” a Washington. Hanno quindi i poteri ma anche le responsabilità dei poteri. Cominciano a misurare non la difficoltà di avere più soldi per il Pentagono (annegano nei miliardi, che sono più inutili e persino controproducenti incoraggiando la negligenza) ma la difficoltà di mantenere operativa la macchina da guerra al mero livello di potenza che tale macchina pretende di avere. Le cause sono numerose e strutturali, budgetarie, gestionali, sociali, corruttive… La macchina, propagandata, ha crepe dappertutto e l’esempio della 7.ma Flotta (Asia-Pacifico) della Marina degli Stati Uniti, a tal proposito, è la più ovvia ed illustrativa: la flotta più lontana dal centro, la flotta della vera proiezione di potenza, non riesce più a controllare la propria potenza. È in tale logica che si può pensare il Pentagono giocarsi l’ultima carta in Afghanistan per liberarsi del conflitto: attaccare il “dominio sacro” della droga per provare almeno ad indebolire i taliban abbastanza da lasciare la situazione nelle mani degli afghani “regolari” (pur mantenendo alcune basi strategiche, ovviamente). Questa è un’iniziativa difficile, poiché molti potenti del denaro, i “signori della guerra”, e in particolare la CIA stessa, vedranno le loro posizioni minacciate e reagiranno direttamente o indirettamente. Non sarà sorprendente vedere la CIA qui menzionata; non è la prima volta che “affronta” il Pentagono, e nel clima attuale, della diluizione del potere nella “DC-la-folle” e la fortissima privatizzazione dell’Agenzia con collegamenti esistenti da decenni con la criminalità organizzata, è ancora più concepibile, ovviamente. Ci fermeremo qui alla descrizione dell’aspetto operativo senza soffermarci su ipotesi sull’esito probabile o improbabile, sulla notevole incertezza che il Pentagono è capace di raggiungere sui suoi scopi. Soprattutto, siamo interessati a osservare quanto i conflitti nati nel contesto della cosiddetta “Guerra al Terrore” aumentano d’intensità senza le necessarie garanzie di legittimità, che non sfociano in grandi conflitti convenzionali classici ma in conflitti multiformi e sempre più caotici. La logica della “guerra ibrida” inaugurata in Siria e Ucraina è sovvertita e spinta, nella forma invertita, nell’interferenza distruttiva al mero livello operativo, coi problemi sociali e sociali che diventano i veri fattori operativi della battaglia. Da questo punto di vista, con l’Afghanistan integra direttamente nell’equazione operativa il fattore droga, siamo in presenza di un vero “modello” degenerato, laddove l’insieme petrolio+SIIL (il petrolio siriano che passava attraverso la Turchia) schiacciato dai russi, fu il primo test operativo. Il modello è così completo, i mezzi così sofisticati nella loro inadeguatezza che si può parlare di “guerra totale” invertita che declina verso un processo di completa degenerazione. Solo le forze convenzionali regolari, di qualsiasi importanza purché supportate da legittimi poteri politici, principi sovrani che si riferiscono ai fattori nazionali direttamente coinvolti, possono imporre la propria legge impedendo di diffondere tale degenerazione patologica del modello del guerriero tardo-postmoderno. I siriani ci riuscirono con l’aiuto degli iraniani e di Hezbollah, e poi con l’aiuto decisivo e strutturante dei russi, nonostante una situazione iniziale catastrofica. Gli americanisti affrontano anche questo aspetto della belligeranza postmoderna, ma a differenza dei russi, perdono. Impegnati arbitrariamente e illegalmente, sono singolarmente privi di legittimità, senza alcun principio sovrano su cui basarsi, ed è difficile vedere come potrebbero avere successo nella loro impresa. Almeno permettono di vedere tutto ciò che tale era tardo-postmoderna può vomitare come produzione invertita, almeno accelerando il processo generale di autodistruzione. Grazie al caccia LGBTQ F-22, promettono che ciò avverrà limitando i danni collaterali.Traduzione di Alessandro Lattanzio