19 settembre 2016: si prepara un attentato false flag a Barcellona?

El Robot Pescador, 19 settembre 2016La questione è grave: si prepara un attacco sotto falsa bandiera nella città di Barcellona? Sappiamo che a molte persone, specialmente i nostri lettori spagnoli, la domanda del titolo potrebbe sembrare assurda. Forse molti sono spaventati o addirittura oltraggiati. Pertanto, voglio chiarire fin dall’inizio, ciò che mostriamo in questo articolo è solo speculazione. Ripetiamo: SPECULAZIONE. L’unica cosa che intendiamo seguire è, come abbiamo già fatto, immaginare o concepire possibili scenari ipotetici futuri, ragionando sulle possibilità di tali ipotetici scenari e decidere chi possano favorire e perché. Pertanto, chiediamo ai nostri lettori di mettere da parte i loro pregiudizi ideologici e leggere l’articolo nel modo più freddo e distante possibile. A questo punto, le persone più aperte alle teorie della cospirazione (e quindi alla storia reale e non quella manipolata) sono consapevoli che molti degli attentati terroristici visti negli ultimi anni, soprattutto nel mondo occidentale, in realtà nascondono operazioni sotto falsa bandiera utili a certe agende nascoste. Dopo ogni attentato islamico, la reazione (apparentemente logica e giustificabile) delle autorità è aumentare controlli e vigilanza sulla popolazione andando verso la creazione di un vero Stato di polizia. Inoltre, ogni attentato serve a giustificare, nei Paesi colpiti e alleati, l’intervento militare in aree come Medio Oriente o Africa. È pertanto prevedibile che non passi troppo tempo per vedere un nuovo attentato dello Stato islamico negli Stati Uniti e in Europa. La posizione di tale eventuale attentato ipotetico, sotto falsa bandiera, non sarebbe casuale, ma osserverebbe una serie di interessi cercando di conseguire diversi obiettivi simultaneamente (ciò che comunemente chiamiamo “prendere due piccioni con una fava”). Ebbene, se fosse così, se ci fosse un attentato sotto falsa bandiera in occidente con cui aumentare il controllo sulla popolazione e giustificare nuovi interventi militari, e se tale evento cercasse di trarre una serie di vantaggi per vari attori interessati, allora dobbiamo avvertire che vi sono abbastanza indicazioni per pensare che possa avvenire in Spagna e, più in particolare a Barcellona. Su cosa ci basiamo per pensarlo?L’idea viene inoculata nell’immaginario pubblico
La base della manipolazione
Per settimane l’idea che un attentato in Spagna, e in particolare a Barcellona, riceveva segnalazioni continue; lo scopo era porre le basi per una certa narrazione ufficiale nel caso in cui l’attentato infine avvenisse. Per cominciare, lo Stato islamico ha esplicitamente minacciato la Spagna, con l’idea di “riconquistare al-Andalus”. A questo va aggiunto che lo Stato islamico ha iniziato a pubblicare video in spagnolo, esprimendo l’intenzione di svolgere attività sul territorio spagnolo, in Spagna e America Latina. Ma se c’è una città che sembra adatta all’obiettivo dei terroristi, è Barcellona, perché al momento è una città turistica di prim’ordine, attirando centinaia di migliaia di turisti ogni anno da tutto il mondo. Pertanto, un attentato a Barcellona avrebbe un impatto particolare sulla mentalità collettiva occidentale. Come affermato in un articolo di El Periodico: “Barcellona è diventata negli ultimi anni una città nota in tutto il mondo. Sia per la sua attrazione come meta turistica sia per l’impatto dei media di Barça, la capitale catalana icona mondiale. E agli occhi dei jihadisti, ne fa un obiettivo prioritario, in quanto cercano di colpire siti dal grande impatto internazionale“.

La base reale
Diciamo che la Catalogna, di cui Barcellona è la capitale, ospita quello che è considerato uno dei nuclei più importanti dei centri jihadisti e di radicalizzazione islamica d’Europa, in gran parte grazie alla notevole immigrazione musulmana.
Infatti, negli ultimi mesi, le notizie su questo fatto sono sempre più continue sui media.
Così, la popolazione ha già considerato plausibile la possibilità di un attentato in città.
– In primo luogo, perché lo Stato islamico mira alla Spagna.
– In secondo luogo, perché la Catalogna e soprattutto Barcellona e dintorni sono centri di grande attività islamica.
Pertanto, le basi dell’argomento sono solide per “giustificare” un possibile attentato terroristico, presenti da mesi nella fantasia popolare (anche se tutto questo nasce da una realtà plausibile).

Gli inquietanti precedenti
Ma a tale base va aggiunta una successione di “notiziole” avutesi nelle ultime settimane, fornite periodicamente alla popolazione, forse per prepararla a livello semi-inconscio a qualunque possibile attentato terroristico in qualsiasi momento. Qui offriamo alcuni esempi…
– Video dello Stato islamico presenta la Sagrada Familia quale obiettivo jihadista.
La Vanguardia (08/08/2016)
Lo Stato islamico mira alla Sagrada Familia
La basilica di Barcellona appare in un video dello SIIL in Libia insieme ad altri monumenti europei. Lo Stato islamico ha identificato come suo obiettivo la Sacra Famiglia di Barcellona. Uno dei produttori in Libia del gruppo terroristico ha diffuso un’immagine in cui sono mescolati alcuni simboli del mondo occidentale suscettibili di attacchi dell’organizzazione jihadista“.

– Strano malinteso nel porto di Barcellona
La Vanguardia (13/09/2016)
L’allarme per la possibilità che Barcellona viva l’imminenza di un attentato jihadista durava praticamente due ore finché la questione, descritta dal comando antiterrorismo come “caso di irresponsabilità e comportamento completamente fuori luogo”, fu chiarita dopo l’intervento armato della Guardia Civile e dei Mossos d’Esquadra. È successo il 6 luglio quando un ragazzo pakistano di 12 anni accompagnato da quattro adulti agitava una pistola facendo il segno della vittoria davanti alle navi ormeggiate nel bacino del porto di Barcellona, mentre i compagni fotografavano la scena soddisfatti. Aveva anche indicato degli elicotteri da turismo che atterravano sul molo facendo il gesto di sparare. Gli adulti avevano registrato la scena. Poi si è scoperto che l’arma ne simulava una reale, ma fin quando la cosa non fu verificata, un settore del porto di Barcellona visse diversi minuti di tensione”.

– Jihadista arrestato a Manresa (vicino a Barcellona)
El Periodico (14-9-2016):
Arrestato a Manresa un pericoloso attivista jihadista. L’arrestato, di nazionalità marocchina, ha sviluppato su Internet un'”attività intensa” di propaganda per lo Stato islamico“.
Come si vede, sono piccole notizie emerse dai media e che, anche se ci sembrano di routine e quasi irrilevanti, agiscono come goccia malese, penetrando nella mente degli spettatori e seminando la possibilità di accettare un attacco terroristico, in modo che, in caso succeda, la prima cosa che la popolazione pensi sia “era previsto”. Tale tecnica dell'”influenza della mente” fu applicata per mesi su altri possibili attentati. Ad esempio, un’altra idea inoculata nella mente della popolazione occidentale e che si evolve lungo linee simili, è un possibile attacco terroristico con componenti nucleari, come una “bomba sporca”. (Non colleghiamo le due cose, chiariamo). Per molti mesi l’idea è apparsa sui media, anche nella narrativa (tv, film), accompagnata da un continuo flusso di notiziole che parlavano di “furto di materiale radioattivo” in varie parti del mondo. Così, anche la mente della popolazione viene assuefatta alla possibilità di un attentato nucleare. Allo stesso modo, la mente della popolazione viene assuefatta a un possibile attentato jihadista in Spagna e più in particolare in Catalogna. Ma poiché questo è un articolo fondamentalmente cospirazionista e speculativo, proponiamo l’ipotesi di un “attentato sotto falso bandiera” a Barcellona, cioè che dietro la facciata islamica ci siano altri interessi effettivamente nascosti, ed è giunto il momento di chiederci: chi potrebbe essere interessato ad un attentato di questo tipo e perché?

Chi sarebbero i beneficiari di un attentato islamista a Barcellona?
Certamente, la risposta a questa domanda è agghiacciante: sarebbero molti a beneficiarne. A questo punto i lettori spagnoli e forse la maggior parte dei latinoamericani saprà dell’esistenza del movimento secessionista della Catalogna, che spinge a separarsi dalla Spagna e a raggiungere quello che chiamano pomposamente “Indipendenza della Catalogna”, (una fallacia piuttosto visibile, perché l’indipendenza nel mondo d’oggi non esiste più). Ebbene, in questo articolo non intendiamo entrare nel tumulto delle fanatiche lotte nazionaliste che porterebbero a discutere dell’indipendenza della Catalogna. È una vera questione avvelenata, in cui entrano in gioco sentimenti d’identità di ogni tipo e in cui la capacità di ragionare viene rapidamente oscurata da ogni tipo di pregiudizi e dal lavaggio del cervello a cui tutti sono esposti fin da piccoli. La questione dell’indipendenza della Catalogna dimostra anche di essere terreno fertile per la mafia e i politici corrotti che ne approfittano, anche se con beneficio a breve termine, pertanto non vi entreremo. Ma al di là delle inclinazioni che i lettori possono avere sull’unità della Spagna o sulle “derive separatiste”, ciò che possiamo concludere, in modo freddo e distaccato, è che il movimento secessionista catalano appare serio e sta entrando in una fase decisiva pericolosa, che teoricamente (se lo si creda o meno) culminerà con un’eventuale indipendenza entro soli 18 mesi (tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018). Pertanto, c’è un problema crescente e pressante che svela gli interessi di diversi attori. E tali attori devono compiere una certa mossa urgente per deragliare il treno separatista catalano, prima che si verifichi una collisione dalle gravi conseguenze, danneggiando molti e vari interessi. E proprio qui entra in gioco la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera orchestrato a Barcellona.Possibili beneficiari di un attentato islamista a Barcellona
Il governo spagnolo
Ovviamente, il primo grande beneficiario di un attentato dello Stato islamico a Barcellona sarebbe lo Stato spagnolo, perché probabilmente darebbe un colpo definitivo al processo per la sovranità catalana. Per cominciare, perché un attentato terroristico islamista a Barcellona consentirebbe al governo spagnolo di dimostrare alla popolazione catalana che “la Catalogna è troppo debole e piccola per farvi fronte senza il sostegno dello Stato spagnolo. Ecco il mondo di oggi“. E in caso di attentato, i nazionalisti catalani non potrebbero denunciare “il governo spagnolo incapace di proteggerli”, citando una possibile “incompetenza” dell’esecutivo centrale, poiché Paesi dotati di servizi segreti molto più efficienti, come la Francia, sono stati vittime di attacchi terroristici. Infatti, l’attentato islamista a Barcellona permetterebbe al governo spagnolo di vendere esattamente l’argomento opposto coi suoi potenti media: che il governo catalano avrebbe agito con incompetenza senza sapere proteggere la popolazione, avendo le competenze sulla sicurezza trasferite alla propria polizia autonoma, la Mossos d’Esquadra. Questi medesimi media sarebbero usati per vendere l’idea che la polizia autonoma catalana non collabora adeguatamente con i servizi di sicurezza spagnoli, sostenendo che nasconde informazioni a causa della “deriva separatista” che vive la Catalogna e dei suoi tentativi di staccarsi dalla Spagna. Infatti, questa idea è già stata presentata sui media (nell’esempio seguente ne indichiamo uno vicino all’orbita socialista), pronta ad essere utilizzata come argomento futuro…
El Periodico (16-11-2015):
L’assenza totale di collaborazione tra la Mossos d’Esquadra, la polizia dispiegata sul terreno, e il Corpo Nazionale di Polizia (CNP) e la Guardia Civile si traduce in una grave carenza di sicurezza. Il rapporto tra le forze di polizia, influenzato dalla situazione politica, è terribile e in questo caso c’è una guerra piuttosto aperta“.
Inoltre, un attentato islamista perpetrato in Catalogna da presunti islamisti permetterebbe anche al governo spagnolo di criticare i meccanismi d’integrazione sociale del governo autonomo catalano e soprattutto il suo modello educativo, in quanto potrebbe concentrarvisi accusandolo di “non dedicare risorse per evitare la radicalizzazione degli studenti di origine musulmana”. Pertanto, tutto questo contribuirebbe a vendere alla popolazione catalana (e a tutti gli spagnoli) la necessità di recuperare il potere dell’esecutivo centrale, con il pretesto di essere “più efficaci nel far fronte a minacce estere“. Inoltre, permetterebbe al governo spagnolo di avviare un’efficace campagna di riduzione drastica di tutte le competenze per le autonomie, in particolare sui temi legati alla sicurezza e all’istruzione. Questa strategia volentieri cederà tutti i poteri allo Stato (a partire dalla monarchia) e ai principali partiti politici (PP, PSOE e Cittadini). Ma i grandi vantaggi per il governo spagnolo non finiscono qui. Un attentato terroristico islamico su suolo catalano consentirebbe al governo centrale di schierare le forze di sicurezza in Catalogna (Polizia, Guardia Civile e persino esercito), sostenendo che la polizia autonoma non è in grado di affrontare da sola la minaccia terroristica. Qualcosa che forse molti elementi del governo vorrebbero fare e non osano, per gli effetti controproducenti che avrebbe. In tal caso, i nazionalisti catalani potrebbero difficilmente criticare tale dispiegamento, che sarebbe visto come “protezione necessaria contro la minaccia terroristica, dopo il brutale colpo subito”. A tale manovra si potrebbe aggiungere una campagna mediatica nazionale, di sostegno e solidarietà verso la comunità catalana, che servirebbe a rafforzare i legami a livello emotivo e nazionale e a dimostrare “l’amore della Spagna per la Catalogna“. Inoltre, dopo una campagna di tale natura, i separatisti catalani che avrebbero il coraggio di continuare a difendere l’indipendenza catalana in modo radicale ed esplicito, potrebbero essere presentati come “insensibili ingrati che difendono interessi fanatici e spuri“. Come si vede, il movimento secessionista catalano sarebbe gravemente danneggiato e almeno verrebbe fermato per alcuni anni, anche se è molto probabile che ne esca morto e sepolto.

Rajoy e il PP
Come si vede, il governo spagnolo trarrebbe molti vantaggi da un attentato islamista a Barcellona. Ma chi avrebbe più vantaggio sarebbe l’attuale governo, del partito popolare e del suo presidente Mariano Rajoy. Per mesi, la Spagna è stata sottoposta a crescente instabilità politica, per l’incapacità di raggiungere accordi tra i diversi partiti nel formare un governo, fino al punto che il Paese è sull’orlo di una terza elezione. Tuttavia, un grave attentato terroristico metterebbe tra spada e muro le forze politiche che si oppongono alla formazione di un governo del Partito popolare, il partito più votato in tutte le elezioni. All’improvviso, la corruzione che circonda il PP sparirebbe a fronte della “minaccia terroristica” e “la necessità di affrontare la creazione urgente di un governo stabile“. Tutto ciò aiuterebbe il Partito Socialista (PSOE) ad accettare Rajoy nel formare un governo, forse con il PSOE (e ovviamente i Cittadini, il pseudopartito creato per sostenere il duopolio) e forse formando un governo di concentrazione. In questo modo, PP e Rajoy manterrebbero il potere e il PSOE avrebbe la scusa necessaria per giustificare la resa al PP, richiesta con impazienza dai suoi componenti più vecchi (noti come i Baroni). Insomma, l’intera dirigenza politica spagnola, al servizio totale delle élite economiche del Paese, ne gioverebbe da tutto questo.

Certe aziende catalane
A parte il governo e i politici spagnoli, va anche sottolineato che il deragliamento del processo d’indipendenza catalano favorirebbe gli interessi delle élite commerciali e finanziarie catalane che hanno già mostrato in pubblico il rifiuto dell’autonomia catalana, per l’instabilità che implicherebbe la creazione di un nuovo Stato e la perdita, più che possibile, di una parte del mercato spagnolo che comporterebbe. Indubbiamente, queste élite catalane sarebbero felici di partecipare a qualsiasi piano che sconvolga il processo d’indipendenza. Quindi, come si vede, a livello spagnolo vi sono molti attori che trarrebbero vantaggi chiari e diretti da un attentato islamista a Barcellona, usandolo per concludere il processo d’indipendenza catalano. A tale proposito, vorremmo sottolineare le dichiarazioni controverse del ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo, che dichiarò letteralmente che: “Da una crisi si esce superando un attacco terroristico, ma la dissoluzione della Spagna è irreversibile“. Tali affermazioni potrebbero essere considerate quasi una confessione del governo spagnolo che valuta la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera, come ipotizza questo articolo… Ma qui la questione fondamentale che dobbiamo porci è: potrebbe la Spagna organizzare (o permettere) da sola un attentato sotto falsa bandiera di questo tipo? La risposta è probabilmente no. Pertanto, ci vorrebbero alleati che lo permettano condividendo interessi con il governo spagnolo. E la verità è che questi alleati esistono e sono molto potenti…Francia
Senza dubbio, uno dei principali interessati a un attentato islamista a Barcellona, sarebbe la Repubblica francese.

Motivi politici
In sostanza, la Francia sarebbe interessata a far deragliare il processo d’indipendenza catalano per un motivo: il processo supera i confini e comincia ad avere ripercussioni (ancora deboli, ma crescenti) negli ex-territori catalani che fanno parte della Francia; conosciuti come “Catalogna del Nord” e la cui capitale è Perpignan. Anche se il movimento catalano in Francia è ancora molto debole, una cosa si è distinta negli ultimi anni, non ha smesso di crescere e, per uno Stato centralista come quello francese, risulta essere una cattiva notizia. Senza essere indipendente, la Catalogna ha già raggiunto tale influenza regionale, e si prevede che tale influenza aumenterà esponenzialmente nel caso in cui la Catalogna avesse il proprio Stato. A questo aggiungiamo l’eventuale effetto contagio che avrebbe un’autonomia indipendente della Catalogna in altre regioni francesi con attivisti secessionisti, come il movimento d’indipendenza corso o bretone incipiente (e quasi aneddotico) e il movimento ancora più aneddotico alsaziano. Perciò, la Francia è interessata ad “uccidere il mostro” prima che diventi troppo grande. Pertanto, possiamo concludere che la Francia collaborerebbe strettamente e volentieri con lo Stato spagnolo in qualsiasi manovra che spenga il secessionismo catalano. E non dimentichiamo che la Francia ha una sicurezza di livello mondiale e i servizi segreti che potrebbero essere cruciali per lo sviluppo di tali operazioni. A tutto questo, la necessità di giustificare e rafforzare l’attuale politica di sicurezza del governo francese, che ha posto le basi per lo Stato di polizia, con un attentato come questo in un Paese limitrofe, vedrebbe la sua politica completamente giustificata. E tutto ciò proprio quando la risposta al governo sulle piazze cresce.

Motivi economici
A questo interesse politico da parte della Francia, potremmo anche aggiungere un interesse di natura economica. L’influenza crescente di Barcellona nell’Europa meridionale, rafforzata diventando attrazione turistica, e la possibilità che, in caso d’indipendenza, diventi un potente centro logistico per i prodotti dall’Asia per l’Europa, potrebbe indebolire economicamente il sud della Francia, che improvvisamente vedrebbe crescere vicino un possibile centro di concorrenza commerciale. Pertanto, qualunque manovra contribuisca ad indebolire tale centro, sarà sempre all’ordine del giorno della Francia. Aggiungiamoci il turismo in Francia gravemente colpito dagli ultimi attentati terroristici nel suo territorio e che parte di quel turismo è finito in Spagna e Barcellona. Un attentato a Barcellona contribuirebbe ad indebolire questa tendenza e a riassorbire forse parte di quel turismo perduto (altri Paesi limitrofi come l’Italia potrebbero essere interessati a danneggiare il turismo spagnolo o almeno catalano, per assorbirne una parte). Se si ritiene che l’instabilità di un Paese non avvantaggi la concorrenza diretta, si pensi a ciò che è successo quando il terrorismo o l’instabilità politica hanno afflitto Paesi come Tunisia, Egitto, Francia e Turchia: beneficiari diretti sono stati quei Paesi “più stabili” concorrenti, come è accaduto in Spagna, che ha assorbito gran parte di quel turismo. Ebbene, finora abbiamo visto i vantaggi concreti che potrebbero avere alcuni attori da un attentato islamista a Barcellona. Ma forse Francia e Spagna non potrebbero eseguire un’operazione di questo genere senza avere il tacito consenso di “poteri superiori” che ne condividano gli interessi. E la domanda è: ci sono poteri superiori agli Stati spagnolo e francese che potrebbero beneficiare di tale manovra? La risposta è sì.Unione europea
Uno dei grandi interessati a un possibile attentato islamista sarebbe l’Unione europea. Questo principalmente per due motivi:
1 – L’Unione europea ha bisogno di un nuovo impulso per imporre restrizioni e controlli alle popolazioni, nel bel mezzo della crisi migratoria e dei crescenti conflitti interni che provoca, a cui vanno aggiunti problemi economici crescenti che potrebbero manifestarsi con tutta la loro crudezza da un momento all’altro.
2 – L’UE è interessata ad evitare rapidamente il processo d’indipendenza catalano.
Pochi potranno sostenere che l’Unione europea non sia in un momento critico, di estrema debolezza; Infatti, possiamo caratterizzarla come un gigante vacillante che ha solo bisogno di un colpo per cadere. Anche Angela Merkel l’ha chiarito al vertice UE di Bratislava: “L’UE è in una situazione critica“.
Gli effetti del Brexit e della crisi migratoria, moltiplicati dagli effetti della crisi economica, hanno portato l’Unione sull’orlo del precipizio. Ed è proprio per questa ragione che la destabilizzazione che potrebbe provocare un movimento secessionista come quello catalano, colpendo uno Stato membro dell’importanza della Spagna, potrebbe rappresentare la fine del progetto europeo. Ricordiamo che il processo secessionista catalano sta per entrare nella fase di ebollizione politica. Ma forse l’effetto peggiore sarebbe il contagio che avrebbe su altre regioni con impulsi a livello continentale, come Corsica in Francia, Sardegna, Sicilia e Padania in Italia, Fiandre in Belgio, Paesi Baschi in Spagna, o il noto caso della Scozia (in un Paese come il Regno Unito, che non è ancora separato dall’UE). Quindi, tutto ciò che paralizzi una di queste sacche di destabilizzazione avrà l’approvazione del vertice europeo. E il processo di sovranità catalana è forse uno dei momenti più attivi, ora. Inoltre, un nuovo attentato terroristico rafforzerà l’attuale politica di controllo della polizia che vediamo nei Paesi dell’Unione europea come Francia, Germania, Belgio e servirebbe come scusa per promuovere alcuni progetti attualmente intrapresi nell’UE, come la creazione di una forza militare europea unificata.

USA-NATO
Altri attori che potrebbero indirettamente essere interessati a un attentato terroristico di questa natura sarebbero Stati Uniti e NATO. Gli Stati Uniti sono il motore principale della “guerra al terrorismo” nel mondo, pretesto per rafforzarne la politica interventista. In questo caso, si può dire che sarebbe utile a Clinton o Trump che, dopo l’ultimo attentato a Manhattan, incitano ad “agire più duramente”.
Inoltre, un attentato sul territorio spagnolo creerebbe il pretesto ideale per gli Stati Uniti per rafforzare ulteriormente la presenza militare in Spagna e nell’Europa meridionale, giustificandola per garantire la sicurezza di un alleato, ora “sotto la lente d’ingrandimento dell’islamismo radicale“. Indubbiamente il governo spagnolo, sempre servile, accetterà volentieri ogni richiesta statunitense, e ancor più se questo scambio esplicito di favori includesse un sostegno esplicito, forte e inequivocabile degli Stati Uniti alla Spagna contro il movimento di sovranità catalana. Finora, questo supporto non ha avuto un carattere giuridico maggiore. Un attentato in Spagna consentirebbe agli Stati Uniti di avere anche il pretesto di rafforzare la presenza nel Nord Africa, citando la “lotta al terrorismo”.

Russia
Anche la Russia potrebbe vedere un tale attentato “con condiscendenza”, o almeno acquiescenza sufficiente a “chiudere un occhio” e non scoprire nulla. Dopo tutto, la Russia ha intrapreso una politica ininterrottamente interventista in Medio Oriente, intesa a sostituire gli Stati Uniti come gendarme della regione, sempre col pretesto di combattere il terrorismo islamico dello SIIL. Un attentato da parte dello Stato islamico, ovunque si verifichi, è solo un vantaggio per Putin, che vede rafforzato e giustificato l’intervento nella guerra siriana agli occhi delle popolazioni occidentali, presentando gli Stati Uniti causa diretta del terrorismo e accusandoli di sostenerlo indirettamente nella guerra siriana. Ma la Russia è anche interessata a qualsiasi movimento che interrompa i processi separatisti, in quanto potrebbe soffrire dello “stesso male” se la NATO s’infiltrasse in alcune delle sue repubbliche convincendo le popolazioni ad avviare processi separatisti colpendo la Federazione Russa. La Russia è solo interessata a difendere i processi separatisti pro-russi che colpiscono i Paesi circostanti e il cui obiettivo è aderire alla Federazione russa, così come i casi delle repubbliche di Donetsk e Lugansk (prima o poi aderiranno alla Russia) e soprattutto la Crimea. Perché in fondo non sono movimenti separatisti, ma “unionisti” con la Russia. Tuttavia, qualsiasi altro tipo di movimento secessionista è probabilmente visto male dalla Russia…Elite globaliste
E infine, nonostante ciò che molti credono, le élite globaliste che sostengono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale, non sono affatto interessate a promuovere un processo pro-indipendenza come quello catalano e pertanto vedranno con favore un attentato islamista in una città come Barcellona, che metterebbe fine a questo processo. Almeno questo è ciò che possiamo dedurre se ci pensiamo un po’, ed ora spiegheremo perché lo pensiamo. Certamente, nella maggior parte dei circoli cospirazionisti, passa l’argomento opposto, secondo cui le élite globaliste sarebbero interessate a frammentare la Spagna, argomentazione diffusa principalmente da personaggi (piuttosto strani e oscuri) come Daniel Estulin. La teoria che le forze globaliste vogliano frammentare la Spagna si basa sull’argomento che la strategia globalista consente d’indebolire il potere degli Stati nazionali, perché è il passo indispensabile per instaurare organismi sovranazionali che alla fine portino alla creazione di un unico governo mondiale, sotto il controllo diretto di queste élite. Ed è vero, siamo d’accordo: le élite globaliste lavorano attivamente per indebolire e, in ultima analisi, distruggere i vecchi Stati nazionali, con l’obiettivo di attuare un governo mondiale. Ma per farlo, le élite utilizzano due strategie diverse e praticamente opposte per indebolire gli Stati-nazione: uno è frammentarli e l’altra integrarli in un’unità più grande che sciolga il potere di questi Stati. Le élite globaliste hanno fondamentalmente usato la strategia della frammentazione contro gli Stati che non possono controllare direttamente. Gli esempi più chiari degli ultimi anni sono Iraq, Libia, Siria e Jugoslavia. In tutti questi casi, la frammentazione interna è stata promossa con l’obiettivo di ottenere microstati molto più deboli e facilmente controllati dalle forze elitiarie. Ma non è il caso della Spagna, che rientra esattamente nella strategia opposta.
Le élite globaliste non hanno bisogno d’indebolire il potere dello Stato nazione della Spagna, perché in effetti esso è già totalmente indebolito: è uno Stato servile e completamente controllato dalle autorità dell’Unione europea, il piano globalista per eccellenza. Il governo spagnolo, infatti, rispetta rigorosamente gli ordini che le élite globaliste dettano, con fede ed “esemplare” sottomissione. Pertanto, e per logica pura, le élite globaliste non sono interessate a frammentare la Spagna, ma al contrario: mantenerla unita sotto un governo che già pienamente controllano. E lo stesso può essere applicato ad altri Paesi nell’Unione europea. È facile capirlo: immaginate di avere una mandria di pecore perfettamente controllate, con il suo pastore e il cane. Cosa è più facile? Continuare a controllare questa mandria di 47 pecore obbedienti, o dividere e controllare separatamente due branchi, uno con 40 pecore e uno con 7 pecore. (1) Infatti, vale la pena leggere l’articolo della giornalista Cristina Martin Jimenez, esperta del Bilderberg Club…
Il Bilderberg utilizzerà il “caso” catalano per imporre una Spagna federale
La giornalista Cristina Martín Jiménez ha analizzato ciò che attende la Catalogna se la regione avanza nel processo d’indipendenza, e i piani del potente Bilderberg Club per creare una Spagna federale in cui “il potere privato sostituisca i governi”. “L’Unione europea non tollera una Catalogna indipendente”. Le parole dell’ex-segretario generale della NATO e membro del Bilderberg Javier Solana furono rivelate dalla giornalista Cristina Martín Jiménez, esperta del club elitario. Come spiegato in un articolo pubblicato da The Objective, i membri dell’organizzazione sono “contro la secessione” e tale posizione si manifesta da tempo. Già nel 1991, l’allora presidente della Generalitat de Catalunya, Jordi Pujol, esaltò con il suo discorso nazionalista una visione politica “maledetta” dai Bilderberg. “È difficile riprogrammare le persone istruite al nazionalismo. È molto difficile convincerle a rinunciare alla sovranità a favore di un’istituzione sovranazionale”, ribadiva, sempre e ancora, il PR dell’entità, principe Bernardo d’Olanda. Bilderberg ritiene, secondo Martin, che “i nazionalismi siano pericolosi”. Pericolosi per chi? Su proposta di Solana: “L’Europa può e deve essere una sorta di laboratorio di ciò che potrebbe essere un governo mondiale”. Per questo motivo, quando l’allora presidente della Generalitat catalana Artur Mas, ebbe nel luglio 2015 un importante appuntamento coi Bilderberg, segnò, secondo la giornalista, il suo futuro. “Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale hanno abbattuto presidenti molto più convincenti con golpe dai sorrisi machiavellici”, affermava, e con maggiore forza aggiungeva: “È riuscito a far arrabbiare dei demoni”. (Va notato che l’articolo fu pubblicato nel settembre 2015 e solo due mesi dopo la riunione di Artur Mas con i Bilderberg, Mas fu costretto a dimettersi da presidente della Generalitat, per mano dell'”anticapitalista” CUP… curioso, no?) Secondo la giornalista, Solana ebbe “l’ordine di dire a Mas che l’Unione europea non tollererà tra i suoi ranghi l’insurrezione di una Catalogna indipendente”, e “l’avvertì di espulsione dalla NATO ipso facto”. Tuttavia, Bilderberg, che riunisce i più importanti magnati del mondo, è specializzato nella manipolazione. E, secondo l’articolo, “agisce in segreto” mentre avanza verso il suo ultimo fine: “Costruire una Spagna su misura dell’élite globale e non spagnola, catalana, castigliana o basca”. Tale intenzione ricorda l’approccio di David Rockefeller (fondatore di Bilderberg e Commissione Trilaterale) che a metà degli anni ’90 dichiarò: “Qualcosa deve sostituire i governi e il potere privato mi sembra l’entità più appropriata a ciò”. Secondo questa analisi, “la strategia dei Bilderberg è utilizzare il caso catalano per costringere la creazione di una Spagna federale”, seguita da un “aggiornamento della Costituzione” “negoziato dietro le quinte” e definita dai “proprietari di denaro, industrie, leggi e parlamenti”.”
Come si vede, in ogni caso, le élite utilizzerebbero il processo di sovranità catalana per istituire una riforma federale in Spagna, nell’UE. (1) E per questo avrebbero bisogno di due movimenti simultanei e apparentemente contrari: bloccare il potere centralizzante del governo spagnolo e, dall’altro, castrare il movimento d’indipendenza catalano. Perciò, un attentato islamista a Barcellona sarebbe il punto di partenza ideale per raggiungere entrambi gli obiettivi contemporaneamente. Innanzitutto, fermerebbe il processo di sovranità, o almeno lo ritarderebbe per anni, come già indicato, rendendolo impossibile. I capi indipendentisti avrebbero bisogno di un pretesto per paralizzare il processo secessionista presso le masse indipendentiste ed avviare un altro percorso, e l’attentato sarebbe un motivo abbastanza potente. (2) Ma, come abbiamo detto, il governo centrale spagnolo coglierebbe l’opportunità di ricentrare il potere, causando forti tensioni politiche tra indipendentisti e unionisti che “dovrebbero essere risolte in qualche modo“, e la soluzione sarebbe la federalizzazione della Spagna in cui “tutti vincerebbero e perderebbero contemporaneamente“:
– Gli indipendentisti catalani avrebbero concessioni parziali, anche se non avrebbero l’indipendenza.
– Mentre il governo spagnolo de-centralizzerebbe parte del potere, in cambio di una Spagna non ancora smembrata definitivamente.
E questa soluzione sarebbe imposta dalle stesse istanze che già dominano il Paese a piacimento, seguendo le dinamiche tipiche del problema-reazione-soluzione. Il problema già esiste (l’indipendenza), la reazione avverrà con l’attentato a Barcellona e la soluzione sarà il risultato ultimo imposto dall’estero. Come si vede, l’opzione per un attentato sotto falsa bandiera islamista a Barcellona non è tanto distante quanto sembrerebbe a prima vista: vi sono molti attori potenti che ne otterrebbero chiari vantaggi. Certo, questo attentato sotto falsa bandiera potrebbe anche essere attuato in altre parti della Spagna, anche se, come vedremo, beneficerebbe il grosso degli interessi a Barcellona. Ci auguriamo che i lettori comprendano il senso di questo articolo. Non diciamo che questo attentato avverrà, né immediatamente, né nel futuro. Abbiamo semplicemente presentato un’ipotesi: “la possibilità di un falso attentato islamista a Barcellona”, analizzando chi potrebbe beneficiarne e perché; è tutto ciò che abbiamo fatto, alla luce delle crescenti indicazioni che sembrano puntare in questa direzione. Spero che questo umile articolo possa contribuire ad evitare che tale ipotesi diventi mai realtà…

Artur Mas

1) Pertanto, il fatto che le forze globaliste controllino i principali leader del movimento d’indipendenza catalano, partendo dalla cupola del partito neoliberista catalano, la vecchia Convergenza e i susseguenti personaggi vicini agli ambienti gesuitici del Vaticano, come Oriol Junqueras, non significa che finalmente favoriranno i loro “piccoli” interessi. Semplicemente, in questo processo controllano entrambi i lati, come di solito fanno, e finalmente favoriranno chi si adatta meglio. E lo stesso si può dire d’Israele, Paese che ha indirettamente agenti coinvolti nel processo di sovranità catalana; forse il più noto e prominente sui media è quel personaggio oscuro chiamato Pilar Rahola, un’agente sionista al servizio di Israele e Stati Uniti, recentemente attivamente coinvolta nella promozione di Mauricio Macri in Argentina, al servizio degli Stati Uniti. Tutti sono controllati dalle élite globaliste “se nel caso”, ma ciò non significa che siano interessate, anzi molto meno, a raggiungerne gli obiettivi.
2) Prendiamo in considerazione centinaia di migliaia di catalani che si dichiarano chiaramente indipendenti e non sembrano accettare altro che l’indipendenza. Pertanto, affinché i politici indipendentisti giustifichino la cessazione del processo secessionista, hanno bisogno di “qualcosa” che giustifichi la frenata, qualche evento o fatto abbastanza forte e sconvolgente da non far sentire le “masse secessioniste mobilitate” sentirsi truffate e a non farle ribellae. Questo è uno dei “grandi pericoli” di tale processo sovrano scioccante: che le masse si sentano ingannate e si ribellino non solo ai governanti catalani, ma anche spagnoli, in quanto ciò potrebbe portare alla creazione di una base antipolitica e antiautoritaria in una regione che già ebbe le sue “flirtate pericolose” con l’anarchismo durante la guerra civile spagnola, attraverso CNT e FAI.

Pilar Rahola

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

WikiLeaks rivela gli obiettivi statunitensi del cambio di regime a Caracas

Sputnik 03.08.2017WikiLeaks ha pubblicato un estratto di un cablo del 1988 tra il dipartimento di Stato USA e la sua ambasciata a Caracas: “Obiettivi, scopi e gestione delle risorse degli Stati Uniti in Venezuela“, evidenziando il valore delle riserve petrolifere del Venezuela per i governanti statunitensi. Il cablo chiarisce che l’obiettivo principale delle relazioni USA-Venezuela è assicurare che quest’ultimo continui a fornire una “quota significativa” delle importazioni di petrolio e abbia una posizione “moderata e responsabile” sui prezzi all’OPEC.
La notizia del 2 agosto arrivava il giorno dopo che il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson avvertiva del “cambio di regime” in Venezuela. “Valutiamo tutte le opzioni politiche su ciò che possiamo fare per un cambiamento delle condizioni in cui Maduro decida di non avere un futuro e se ne vada, o per poter restituire i processi governativi alla loro Costituzione“, dichiarava Tillerson, ex-amministratore delegato del gigante petrolifero ExxonMobile. Le osservazioni di Tillerson a sua volta seguono simili dichiarazioni a luglio del direttore della CIA Mike Pompeo che riconosceva che gli Stati Uniti lavorano al cambio del governo eletto del Venezuela. “Sono stato a Città del Messico e Bogotà una settimana prima di parlarne, cercando di aiutarli a capire cosa potessero fare per avere il risultato migliore per la loro parte del mondo e la nostra parte del mondo. Sempre attenti quando parliamo di America meridionale e centrale e CIA, ma basta dire che speriamo molto che ci sia una transizione in Venezuela e poter fare del nostro meglio per capire la dinamica in modo da poterla comunicare al nostro dipartimento di Stato e ad altri“, aveva detto. L’affermazione di Pompeo scatenava la recisa risposta di Caracas, con Maduro che rimproverava Stati Uniti, Colombia e Messico. “Pompeo ha detto che CIA e governo degli Stati Uniti collaborano con i governi messicano e colombiano per rovesciare il governo ed intervenire in Venezuela. Chiedo ai governi di Messico e Colombia di chiarire tali dichiarazioni ed agirò politicamente e diplomaticamente di conseguenza davanti tale sfacciataggine“, dichiarava.
Il governo del Venezuela affronta le gravi sfide delle carenze alimentari e dell’inflazione scatenati dalla guerra economica prolungata dagli Stati Uniti contro il Paese, ulteriormente esacerbate dalle nuove sanzioni statunitensi. Anche il 2 agosto, il parlamento venezuelano guidato dall’opposizione approvava all’unanimità l’autorizzazione all’Ufficio del Procuratore generale ad avviare un’inchiesta su possibili frodi elettorali nelle elezioni per l’Assemblea Costituente. Antonio Mugica, amministratore delegato di Smartmatic, che fornisce sistemi di voto elettronici, dichiarava che i risultati delle elezioni sono stati manipolati e l’effettiva partecipazione potrebbe variare di almeno un milione.
La rivelazione di WikiLeaks non è la prima rilasciata con documenti interni statunitensi sul Venezuela. Nel luglio 2016, una serie di email mostrava che, da segretaria di Stato, Hillary Clinton promosse la sovversione contro il Paese dell’America Latina, nonostante appelli pubblici all’amicizia, e chiese all’allora assistente del segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, Arturo Valenzuela, come “frenare” Chavez, suggerendo di aggiungere altri partner regionali per sabotarne la leadership. Inoltre, un cablo del 2006 dell’ex-ambasciatore in Venezuela, William Brownfield descrisse un piano completo per infiltrare e destabilizzare il governo dell’ex-Presidente Hugo Chavez. Il documento descrive in dettaglio i cinque obiettivi dell’ambasciata in Venezuela nel 2004:
“Penetrare la base politica di Chavez”
“Dividere il Chavismo”
“Proteggere le attività vitali degli Stati Uniti”
“Isolare Chavez a livello internazionale”
Il memo inoltre chiariva il ruolo fondamentale nella destabilizzare svolto dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dall’Ufficio delle Iniziative di Transizione. Complessivamente, USAID ha speso oltre un milione di dollari per organizzare 3000 forum che cercavano di conciliare sostenitori di Chavez ed opposizione politica, nella speranza di allontanarli da Chavez. Nonostante le ambizioni evidenti degli Stati Uniti, i loro sforzi affrontano dei problemi, dopotutto il Venezuela ha sostenitori regionali. Il governo cubano denunciava un'”operazione internazionale ben programmata” contro il Paese, “diretta da Washington” e volta a “silenziare la voce del popolo venezuelano“. Un portavoce dichiarava che la campagna degli Stati Uniti cerca d’ignorare la volontà dei venezuelani ed “imporre la resa tramite attacchi e sanzioni economiche“. Non è solo in Venezuela che gli Stati Uniti sono accusati di destabilizzare il governo eletto. Il Presidente Evo Morales, citando le informazioni dei cablo di WikiLeaks, affermava che il governo degli Stati Uniti diede almeno 4 milioni di dollari ai gruppi separatisti antigovernativi dal 2006 al 2009. Morales, del Movimento per il socialismo, ha perseguito la riforma terriera e la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, politiche che invariabilmente provocano l’ira degli Stati Uniti nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Venezuela e l’alleanza con Russia e Cina

Mision VerdadVenezuela Infos, 2 agosto 2017Nulla di ciò che accade in geopolitica è estraneo al Venezuela. La lotta per i territori, l’influenza e le risorse tra potenze petrolifere, statali o private, mantiene il nostro Paese al centro della scena in questo emisfero, con gli Stati Uniti all’offensiva nel sostenere l’opposizione venezuelana nel desiderio di rovesciare il chavismo.

ExxonMobil dietro i piani del colpo di Stato
Gli ultimi tre mesi di violenze si sono registrati nell’ambito della lotta di grandi società energetiche private per arraffare petrolio e risorse naturali nel territorio venezuelano. Tra esse, Exxon-Mobil si è affermata investendo il massimo sul “cambio di regime” nel Paese. Due dei politici più bellicosi col Venezuela sono i senatori statunitensi Marco Rubio e Ed Royce, finanziati da Exxon, come il presidente Donald Trump che riceve sostegno finanziario e politico della stessa società. I senatori, nel frattempo, hanno reso le sanzioni una chiave del loro ordine del giorno legislativo, oltre che per fornire sostegno politico e diplomatico al colpo di Stato perseguito dall’opposizione venezuelana, con la quale si sono incontrati in diverse occasioni. Exxon-Mobil, allo stesso modo, attua pressioni per far approvare al Senato (tramite agenti come Marco Rubio, Ileana Ros e Bob Menéndez), evidenziando il ruolo del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il finanziamento dei gruppi di opposizione venezuelani (con il pretesto delle ONG e della “società civile”) per circa 5,5 milioni di dollari e altri fondi, con l’obiettivo di generare violenze in Venezuela. Mentre si spingono, allo stesso tempo, “le organizzazioni regionali impegnate nello sviluppo delle riforme in Venezuela, in particolare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS)”, ad estendere il sostegno all’Iniziativa della sicurezza energetica nei Caraibi, per danneggiare l’alleanza politica e petrolifera del Venezuela coi Paesi dei Caraibi. L’attuale segretario di Stato, capo della politica estera degli Stati Uniti, è l’ex- direttore esecutivo di ExxonMobil Rex Tillerson. Gli interessi della società e l’atteggiamento apertamente favorevole al colpo di Stato in Venezuela della diplomazia “gringa”, adottano maggiore “bellicosità” con Tillerson alla testa.

Le minacce di Marco Rubio
Gli Stati Uniti hanno cercato d’imporre l’assedio internazionale al Venezuela in diverse aree per raggiungere l’obiettivo di abbattere il chavismo. Per contribuire all’accerchiamento politico e diplomatico attraverso l’OAS, sotto la supervisione del governo degli Stati Uniti e con Luis Almagro in testa, fu decisivo l’annuncio e l’attuazione di sanzioni economiche e finanziarie da parte di Senato e dipartimento del Tesoro. Tuttavia l’accerchiamento internazionale non si materializzò. Le alleanze del Venezuela nei Caraibi e con altri Paesi al di fuori dell’emisfero, anche importanti come Russia e Cina, al momento mitigano gli effetti del molteplice assedio. Perciò ci si aspetta un attacco diretto al cuore economico del Venezuela: l’industria petrolifera, la compagnia statale PDVSA. Il 4 giugno, l’agenzia Reuters fece filtrare che la Casa Bianca pensava al divieto d’importazione del petrolio venezuelano dagli Stati Uniti, rafforzando l’assedio imposto per fare pressione sul governo bolivariano e soprattutto sulla popolazione venezuelana nel contesto attuale di blocchi stradali e interventi. Nella mattinata dell’11 luglio, il senatore Marco Rubio (Exxon) confermò la possibilità di vedere gli Stati Uniti applicare nuove e “gravi sanzioni” contro il Venezuela se le richieste statunitensi non venivano accettate completamente. La possibilità che le “sanzioni severe” fossero applicate contro l’industria del petrolio venezuelano era plausibile con Rubio portavoce di tali misure.

Manovre “gringas” contro il Venezuela
A marzo il capo del Comando Sud Kurt Tidd aveva detto al Senato degli Stati Uniti che Russia, Cina e Iran “vedono spazio economico, politico e della sicurezza in America Latina come opportunità per raggiungere obiettivi a lungo termine e promuovere i loro interessi, incompatibili con i nostri o con quelli dei nostri partner“. Gli Stati Uniti vedono questi Paesi minacciarne gli interessi in America Latina, e quindi l’obiettivo delle sanzioni contro PDVSA sarebbe intimidire e spaventare le imprese (in particolare in Russia e Cina) in modo che non investano in Venezuela, rafforzandone il blocco finanziario. Così otto giudici, tra cui il presidente della Corte Suprema di Giustizia, sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per via delle disposizioni 155 e 156 poi rimosse. Il 156, tra l’altro, delegava al ramo esecutivo la costituzione di joint venture in caso di mancato rispetto dell’Assemblea nazionale incaricata, in origine, di tali responsabilità.

La compagnia nazionale petrolifera (PDVSA) nel mirino
In risposta a queste azioni degli Stati Uniti, la PDVSA annunciava il 9 giugno l’installazione del Segretariato dell’Alta Commissione Congiunta Cina-Venezuela, per la “firma di vari accordi per la creazione di una società mista volta a consolidare l’operazione di avvio della raffineria di Nanhai, nella parte meridionale del Paese asiatico”. E la nota continuava: “L’accordo tra Petróleos de Venezuela SA (PDVSA) e National Oil Corporation of China (CNPC) prevede l’inizio delle operazioni della raffineria entro la fine del 2020 per una capacità di quasi 400000 barili al giorno, principalmente greggio venezuelano Merey 16. Inoltre, si raffineranno 120 mila barili di greggio leggero da Iran, Paesi arabi e nazioni confinanti con la Cina“. Inoltre, il 30 giugno, PDVSA annunciava l’inaugurazione della base operativa Perforosven, una nuova joint venture tra Russia e Venezuela nel comune di San José de Guanipa, nello Stato di Anzoátegui, nel blocco Ayacucho Faja Petrolifera dell’Orinoco Hugo Chávez. Il presidente di PDVSA Eulogio Del Pino affermava che “l’alleanza strategica crea 108 nuovi posti di lavoro con un investimento di 16 milioni di dollari su 4 pozzi che produrranno a breve e medio termine 800mila barili di greggio, nel quadro di Motor Hidrocarburos“. Così Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa, stipulava 6 accordi nazionali con il Venezuela, di cui 3 presso la Faja. Tale manovra, che espande la cooperazione sull’energia e quindi politica tra Russia e Venezuela, è una risposta alla strategia del blocco e del golpe della Exxon Mobil contro il Venezuela. I russi, che sono i maggiori esportatori di petrolio al mondo e i terzi per riserve, rifiutano ogni tipo di “interferenza distruttiva” negli affari interni del Paese.

Geopolitica in movimento
La politica di nazionalizzazione della Faja Petrolifera dell’Orinoco del Presidente Hugo Chávez, rende impossibile ad Exxon-Mobil soddisfare le condizioni per rimanere nella zona, e dover lasciare il Paese. La tabella seguente mostra la composizione delle joint venture, tranne l’ultimo e terzo progetto avviato da Rosneft e PDVSA.La cessazione delle attività in Venezuela (2007) causò, secondo il cosiddetto “costo casuale”, una perdita di circa 200mila barili al giorno, cioè, al prezzo medio di 100 dollari al barile, si può calcolare che la compagnia petrolifera statunitense abbia perso, in 10 anni, 73 miliardi di utile netto. A causa di perdite economiche, mancanza di riserve, diminuzione dell’influenza nella regione guidata dal Venezuela, la maggiore cooperazione energetica e politica con Russia e Cina che protegge il Paese, ciò canalizza ExxonMobil verso le violenze e il golpismo attraverso il finanziamento e l’estorsione politica. La guerra in Venezuela, quindi, non può essere spiegata solo dallo scontro di forze locali ma dalla lotta geopolitica il cui fulcro sono i conflitti sulle risorse energetiche. Le minacce di Marco Rubio e i veri poteri dietro di lui indicano la pressione disposta ad esercitare per evitare che l’alleanza con Russia e Cina si espanda.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le 10 vittorie del Presidente Maduro

Ignacio Ramonet, Gennaio 2017, Direttore dell’edizione spagnola di Le Monde Diplomatique – Histoire et SocietéNel 2016, per le autorità di Caracas la situazione era molto complicata. Per tre ragioni principali: 1) L’opposizione neoliberale aveva vinto le elezioni parlamentari nel dicembre 2015 e controllava l’Assemblea Nazionale. 2) Il prezzo del petrolio, principale risorsa del Venezuela, era sceso al minimo per un lungo periodo. 3) Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva firmato un decreto in cui il Venezuela veniva presentato come “minaccia non convenzionale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti” (1). In altre parole, la rivoluzione bolivariana sembrava essere sulla difensiva su tre settori chiave: politica, economia e geopolitica, mentre la controrivoluzione, sia interna che estera, aveva finalmente il potere in Venezuela. Tutto ciò in un contesto di guerra mediatica contro Caracas, iniziata con l’avvento al potere di Hugo Chavez nel 1999, intensificatasi dall’aprile 2013, raggiungendo nuovi livelli di violenza dall’elezione di Maduro. L’atmosfera aggressiva dei media si traduce in disinformazione insidiosa sul Venezuela facendo vacillate molti amici della rivoluzione bolivariana. In questa epoca di “post-verità”, mentire, frodare e ingannare spudoratamente non viene sanzionato da eventuali conseguenze negative per credibilità ed immagine. Tutto serve in questa “epoca di relativismo post-fattuale”. Anche i fatti e i dati più oggettivi non sono considerati. Non si accetta l’argomento, evidente nel caso del Venezuela, della cospirazione. Il nuovo discorso dei media dominanti denuncia in anticipo e ridicolizza il “presunto complottismo” includendo una ‘narrazione banale’ che non può che essere respinta con disprezzo. Nel 2016, tutto sembrava così difficile per il presidente del Venezuela. Al punto che l’avversario, il duro neoliberista Henry Ramos Allup, ebbro per la maggioranza parlamentare, poté dire al primo discorso nel gennaio 2016 da Presidente dell’Assemblea Nazionale, che avrebbe abbattuto Maduro “in non più di sei mesi”. Ispirato forse dal golpe istituzionale contro Dilma Roussef in Brasile, scommise sulla vittoria al referendum per le dimissioni del presidente. Le cose erano così quando il Presidente Maduro sorprese tutti con una serie magistrale di mosse scacchistiche che nessuno previde, perfettamente legali per la Costituzione. Rinnovò, in quanto consentitogli, i membri del Tribunale Supremo della Giustizia (TSJ), l’ente massimo della magistratura, dove la “Sala Costituzionale” ha l’ultima parola sull’interpretazione della Costituzione.
Accecata dalla superbia, l’opposizione commise due gravi errori: decise d’ignorare gli avvertimenti del TSJ, accettando tre deputati dello Stato di Amazonia la cui elezione nel dicembre 2015 fu sospesa per irregolarità. Dato l’affronto, il TSJ poté dichiarare la presenza di questi tre deputati “non regolarmente eletti” privava di poteri decisionali l’assemblea. Il TSJ infatti decise che l’Assemblea disobbediva allo Stato e che quindi, “tutte le decisioni saranno considerato nulle”. A causa dei propri errori, non solo l’Assemblea Nazionale non riuscì a legiferare o a controllare il governo ma, come riconosciuto da prestigiosi specialisti in diritto costituzionale, essa si annientò sprecando forze e difatti autodissolvendosi (2). Fu la prima grande vittoria Nicolas Maduro nel 2016. Ossessionata dal desiderio di rovesciare il presidente, l’opposizione decise anche d’ignorare le legge (sezione 72 della Costituzione), in questo caso, i passi dettati dal regolamento, quando volle lanciare nel 2016 il referendum per la rimozione del presidente (3). Un altro fallimento clamoroso, e un’altra vittoria di Nicolas Maduro. Anche così, nel marzo-aprile 2016 tutto era enormemente complicato. Alle manovre delle forze ostili alla rivoluzione bolivariana si aggiunse una siccità eccezionale, la seconda peggiore dal 1950, accompagnata da temperature estreme a causa di El Niño. In Venezuela, il 70% dell’energia elettrica è fornita dalle dighe, la centrale idroelettrica principale è quella di Guri, il cui livello si abbassò per la siccità. La controrivoluzione cercò di approfittare della situazione per sabotare il potere, cercando di creare il caos energetico, disordini sociali e proteste. Il pericolo fu particolarmente grave, al problema elettrico, a causa della persistente siccità, si aggiunse la mancanza di acqua potabile. Il Presidente Maduro però ancora una volta agì rapidamente adottando misure drastiche: decise di sostituire milioni di lampadine ad incandescenza con altre dal minor consumo; ordinò di sostituire i vecchi condizionatori d’aria con quelli nuovi, che consumano di meno; decretò la mezza giornata nella pubblica amministrazione e un piano speciale per limitare il consumo elettrico ed idrico. Riuscì con questi passi audaci ad evitare una grave crisi energetica (4), ottenendo una delle vittorie più popolari del 2016.

Cambio di paradigma
Un altro problema importante, forse il più grave, che affrontò il governo, in parte a causa della guerra economica contro la rivoluzione bolivariana, era il rifornimento di cibo. Ricordate che prima del 1999 il 65% dei venezuelani viveva in povertà. Su dieci venezuelani, solo tre mangiavano regolarmente carne, pollo, caffè, latte… Negli ultimi sedici anni, il consumo di cibo è esploso, crescendo dell’80% grazie alla massiccia partecipazione sociale alla rivoluzione. Questo cambiamento strutturale si spiega da sé, perché la produzione alimentare interna, molto più importante di quanto si dice (5), risultò essere insufficiente. La domanda aumentò in maniera massiccia, la speculazione si scatenò. Di fronte a forniture strutturalmente limitate, i prezzi salirono precipitosamente, facendo letteralmente esplodere il mercato nero. Molti compravano prodotti sovvenzionati dal governo per venderli a prezzi molto più alti (il “bachaqueo”). Alcuni addirittura li “esportavano” nei Paesi vicini (Colombia, Brasile) dove li vendevano per due o tre volte il prezzo sovvenzionato, privando così di questi prodotti i più umili, e il Paese dei dollari, diventati più rari con il crollo dei prezzi del petrolio. Tale scandalo non poteva durare. Ancora una volta, il Presidente Maduro decise di agire con fermezza. Inizialmente, cosa molto importante, cambiò la filosofia dell’assistenza sociale, corresse un grave errore commesso in Venezuela da anni. Decise che lo Stato invece di sovvenzionare i prodotti, sovvenzionasse le persone, in modo che i poveri, chi ne avesse veramente bisogno, fossero gli unici ad accedere ai prodotti sovvenzionati. Per tutti gli altri, i prodotti si vendono a prezzo di mercato. Questo evitò la speculazione e il “bachaqueo” (6). Il secondo passo decisivo fu l’annuncio del presidente che tutto doveva essere fatto per cambiare il carattere economico del Paese, in modo da passare da un “modello di rendita” a uno “produttivo”. Definì allo scopo “cinque motori” (7) per rilanciare l’attività economica sia privata che pubblica dell’economia comunitaria. Queste due decisioni fondamentali si concretizzarono con i CLAP (Comitati locali di offerta e produzione), una nuova forma di organizzazione popolare. I rappresentanti delle comunità organizzate fornivano, a un prezzo regolato, pacchetti di prodotti alimentari. Molti di nuova produzione nazionale. I CLAP dovrebbero, nel 2017, rifornire circa quattro milioni di famiglie povere. Possiamo vedere qui un’altra grande vittoria del Presidente Maduro.

Investimenti sociali
Una un’altra vittoria, non meno importante, nel difficile 2016, fu il record degli investimenti sociali, che raggiunse il 71,4% del bilancio del Paese. Un record mondiale. Nessun altro Paese al mondo spende quasi tre quarti del bilancio per gli investimenti sociali. Per quanto riguarda la salute, ad esempio, il numero di ospedali aumentò di 3,5 dal 1999. Gli investimenti nel nuovo modello umano di salute pubblica aumentò di dieci volte. La Misión Barrio Adentro (“missione al cuore dei quartieri”), mira a curare i malati nelle aree urbane più umili, con quasi 800 milioni di visite e salvando la vita a un milione e mezzo di persone. Otto Stati ne furono coperti al 100% nel 2016, mentre l’obiettivo era di sei. Un’altra vittoria sociale fondamentale, non menzionata dai media, sono le pensioni. Prima della rivoluzione, solo il 19% dei pensionati riceveva una pensione, gli altri rimanevano in condizioni di povertà o a carico delle famiglie. Nel 2016, la percentuale di pensionati che riceveva la pensione, anche se non avevano versato contribuiti nel corso della vita lavorativa, raggiunse il 90%. Un record in Sud America. Un’altra vittoria nello stesso ordine, e che i grandi media evitano anche solo di citare, fu ottenuta dalla Missione Alloggio, responsabile della costruzione di alloggi sociali a prezzi regolati per le famiglie povere. Nel 2016 costruì 359000 abitazioni; in confronto, un Paese sviluppato come la Francia ha costruito nel 2015 109000 alloggi sociali. Vanno aggiunte 335000 unità riabilitate dalla Mision Barrio Nuevo Tricolor, elogiata dal famoso architetto Frank Gehry, autore tra l’altro del Museo Guggenheim di Bilbao e del Museo Louis Vuitton di Parigi. Al punto che chiese di parteciparvi. Quasi 700000 gli alloggi sociali costruiti o ristrutturati nel 2016. Un numero unico al mondo. Fin dall’inizio del mandato nel 2013, il Presidente Maduro ha consegnato case a quasi un milione e mezzo di famiglie a basso reddito. Un record mondiale ignorato da tutti i media ostili alla Rivoluzione Bolivariana. E molti dei suoi amici a volte dimenticano di menzionare.

Collegamenti internazionali
Ricordiamo, infine, alcune brillanti vittorie geopolitiche. Hanno impedito, ad esempio, all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), dominata da Washington, di condannare Caracas come voluto dal suo segretario generale Luis Almagro, che invocava la “Carta democratica” contro il Venezuela. O il successo del XVII vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) del settembre 2016 nel Centro Congressuale Hugo Chavez sull’isola Margarita, alla presenza di molti capi di Stato e di governo, rappresentanti di 120 Paesi che espressero solidarietà al Venezuela. Infine, si ricordi il ruolo importante del Presidente Maduro, con numerosi viaggi internazionali, in questo contesto, e l’inaspettato successo dell’accordo tra Paesi OPEC e non OPEC per la riduzione concertata delle esportazioni di petrolio. Accordo firmato a fine novembre 2016, frenando il calo del prezzo del petrolio, a 24 dollari a gennaio, saliti oltre i 45 nel dicembre 2015.Note
1. Si veda Ignacio Ramonet, “Il Venezuela candente“, Le Monde diplomatique en español, gennaio 2016.
2. Vedasi BBC Mundo, 24 ottobre 2016
3. “L’articolo 72 della Costituzione del Venezuela afferma che il referendum revocatorio può avvenire dopo la prima metà del mandato presidenziale. Nel caso del mandato di Maduro, iniziato il 10 gennaio 2013 e che finirà il 10 gennaio 2019, il medio termine è 10 gennaio 2016. La confusione sulla data di convocazione del referendum può avvenire a causa del fatto che Hugo Chavez morì il 5 marzo 2013, prima di essere sostituito da Maduro. Ma secondo l’articolo 231 della Costituzione, il periodo presidenziale iniziò il 10 gennaio 2013 e non il 19 aprile. Vedasi la dichiarazione di Tibisay Lucena, Presidente del Consejo Nacional Electoral (CNE) il 9 agosto 2016.
4. Con l’arrivo graduale delle piogge a fine maggio, il livello della diga di Guri risalì e il presidente decretò, il 4 luglio, la fine del razionamento della luce.
5. Dal 1999, il governo bolivariano ha investito come nessun altro nell’agricoltura, con la priorità di aumentare la produzione locale. Il Venezuela è autosufficiente in patate, peperoni, pomodori, cipolle, aglio, sedano, yuca, auyama, lattuga, cavolo, coriandolo, limone, melone, quayaba, banane e altri. L’80% del riso è di origine nazionale. L’85% del formaggio e delle salsicce. Per quanto riguarda le importazioni di pollo e manzo sono solo il 24%. Sono il 15% per carote, lenticchie e ceci.
6. Vedasi Pasqualina Curcio Curcio, “La Mano visibile del Mercato. Guerra economica in Venezuela”, Nosotros Mismos Editorial, Caracas, 2016.
7. I 15 motori sono 1. Cibo. 2 Farmaci. 3 Industria. 4 Esportazioni. 5 Comunità economica, sociale e socialista. 6 Idrocarburi. 7 Petrolchimico. 8 Prodotti minerari. 9 Turismo nazionale ed internazionale. 10 Costruzioni. 11 Prodotti forestali. 12 Industria militare. 13 Telecomunicazioni e Informatica. 14 Banche pubbliche e private. 15 Industria di base.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cambio di regime in Venezuela: la verità la si trova seguendo i soldi

Tony Cartalucci, LD, 31 luglio 2017La crisi attuale del Venezuela non è guidata dall’ideologia politica. Non è una battaglia tra socialismo e capitalismo o dittatura e democrazia, è lo scontro tra due centri di potere politico dagli interessi opposti e che collidono geopoliticamente. La nazione del Venezuela è attualmente sotto il controllo dei venezuelani che traggono sostegno, ricchezza e potere dal Venezuela, dal suo popolo e dalle sue risorse naturali. Questo ordine politico riceve anche aiuto e sostegno dai partner economici e militari del Venezuela sia nella regione che nel mondo. L’opposizione all’attuale ordine politico, che cerca di sopprimere, rappresenta gli interessi stranieri e più in particolare di Stati Uniti ed alleati europei.

L’opposizione è pro-Washington, non “pro-democrazia”
Già nel 2002, il cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti dell’allora presidente Hugo Chavez, tentò di rovesciare violentemente l’ordine politico del Venezuela e sostituirlo con uno obbediente a Washington. I leader attuali dell’opposizione non furono coinvolti solo nel golpe fallito nel 2002, da allora molti ricevono sostegno politico e finanziario dal governo degli Stati Uniti, tra cui i fondatori del partito di opposizione Primero Justicia come Leopoldo Lopez, Julio Borges e Henrique Capriles Radonski. Quest’ultimo prevale sui media occidentali di recente. I documenti del dipartimento di Stato statunitense rivelano che esso, insieme agli agenti finanziati dagli Stati Uniti che spacciano da organizzazioni non governative (ONG), supportano l’opposizione nel Venezuela. Ciò comprende un rapporto intitolato “Status dei casi Capriles e Sumate”, riferendosi a Henrique Capriles Radonski e al Sumate, finanziati dalla National Endowment for Democracy (NED) con la scusa del monitoraggio elettorale. Attualmente, il sito della NED presenta un vasto elenco di attività in Venezuela, usando la leva dei diritti umani per vantaggi politici, manipolazione elettorale, creazione di facciate dell’opposizione e l’espansione del relativo supporto. Mentre ogni attività è etichettata benevolmente, è chiaro che alcuna di esse è imparziale come i documenti del dipartimento di Stato rivelano; sono attività appositamente a vantaggio dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti.

L’aperta cospirazione di Wall Street e Washington
Dopo la morte di Chavez nel 2013, gli interessi speciali statunitensi hanno apertamente cospirato per infrangere l’ordine politico che costruì. Il think tank American Enterprise Institute (AEI) ha creato una lista di obiettivi della politica estera statunitense che cerca di raggiungere in Venezuela. Essa comprende:
L’allontanamento di narcos ai vertici del governo
Il rispetto della successione costituzionale
L’adozione delle riforme elettorali significative per garantire un equo ambiente elettorale e un voto trasparente nelle prossime elezioni presidenziali e
Lo smantellamento delle reti iraniane e di Hezbollah in Venezuela
In realtà, AEI vuole smantellare gli ostacoli che hanno impedito agli Stati Uniti e agli interessi corporativo-finanziari che li dirigono, d’installare un regime cliente ed estrarne le ricchezze, oltre a smantellare l’indipendenza geopolitica e l’influenza raggiunta da Chavez in Venezuela, in America Latino e oltre. Il think tank continua: “Ora è il momento per i diplomatici statunitensi di avviare un dialogo silenzioso con le potenze regionali chiave per spiegare l’alto costo del regime criminale di Chávez, compreso l’impatto della complicità chavista coi narcotrafficanti che seminano confusione in Colombia, America Centrale e Messico. Forse potremo convincere i leader regionali a dimostrare solidarietà ai democratici venezuelani che vogliono ripristinare uno Stato di diritto e ricostruire un’economia che può essere motore della crescita del Sud America”. Per “democratici venezuelani”, AEI intende agenti creati, finanziati e diretti da Washington, tra cui Primero Justicia e la mafia e i paramilitari che comanda. Ultimamente, un altro pensatoio di Wall Street-Washington, l’istituto Brookings, pubblicava nel documento intitolato “Venezuela: un via fuori dalla crisi”, un piano in cinque punti per l’escalation della crisi in Venezuela:
1. Gli Stati Uniti potrebbero ampliare l’aiuto a Paesi finora dipendenti dal petrolio venezuelano, per ridurre il sostegno regionale e la dipendenza dal governo Maduro.
2. Gli Stati Uniti potrebbero aumentare l’assistenza monetaria alle organizzazioni della società civile credibili e a organizzazioni non governative per fornire cibo e medicinali ai venezuelani. In questo modo gli Stati Uniti dovrebbero chiarire che la pressione internazionale mira a sostenere la democrazia, non a punire il popolo venezuelano.
3. Gli Stati Uniti potrebbero sostenere gli sforzi dell’opposizione in Venezuela per costruire un “muro” che separi i moderati del governo dai duri, incoraggiando i primi ad accettare una transizione verso la democrazia riducendogli il costo dell’uscita dal governo .
4. Gli Stati Uniti potrebbero coordinare istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale (FMI) sugli incentivi finanziari per tenere elezioni libere e giuste nel 2018 e unire l’opposizione per competervi. Tale coordinamento comporterebbe anche sviluppo e pubblicizzazione di un piano credibile per riavviare l’economia del Venezuela.
5. Come ultima risorsa, gli Stati Uniti potrebbero considerare l’aumento dei costi economici del governo con sanzioni estese volte a limitare i profitti venezuelani dalle esportazioni di petrolio e bloccare ulteriori finanziamenti. Tale politica è rischiosa, dato che il governo di Maduro potrebbe riversare la responsabilità della crisi economica sugli Stati Uniti e dovrebbe essere accompagnata da sforzi ben pubblicizzati nel fornire aiuti umanitari tramite una società civile e organizzazioni non governative credibili.
Mentre i media occidentali tentano d’inquadrare la crisi del Venezuela parlando di “socialismo” e “dittatura”, è chiaro, leggendo i documenti occidentali, che è invece dovuto all’attacco sistematico alla stabilità sociopolitica e alla vitalità economica del Venezuela. Il Venezuela non è la prima nazione del Sud America che gli Stati Uniti cercano di rovesciare minandone l’economia. Negli archivi online della CIA nella sezione intitolata “Attività della CIA in Cile”, viene ammesso che negli anni ’70 tattiche simili furono utilizzate per minare e rovesciare il governo del Cile. Si precisa specificamente: “Secondo la relazione del Comitato Church, il 15 settembre 1970, il presidente Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, nella riunione con il direttore della CIA Richard Helms e il procuratore generale John Mitchell, ordinarono alla CIA d’impedire ad Allende di prendere il potere. Non erano “preoccupati dai rischi”, secondo le note di Helms. Oltre all’azione politica, Nixon e Kissinger, secondo le note di Helms, ordinarono i passi per “sabotare l’economia”. Talti atteggiamenti da guerra fredda persisterono sotto Pinochet. Dopo che andò al potere, i politici sembravano riluttanti a criticarne le violazioni dei diritti umani, assumendo che i diplomatici statunitensi sollecitassero maggiore attenzione sul problema. L’aiuto e le vendite militari statunitensi aumentarono significativamente negli anni dei peggiori abusi dei diritti umani. Secondo un memorandum già rilasciato, Kissinger nel giugno 1976 indicò a Pinochet che il governo statunitense era favorevole al suo regime, anche se raccomandò alcuni progressi nei diritti umani per migliorare l’immagine del Cile al Congresso statunitense”. Considerando l’ampia lista di interventi, guerre ed occupazioni degli USA attualmente nel mondo e il modo con cui ciascuno viene presentato al pubblico, con ideologie e preoccupazioni umanitarie utilizzate per manipolare la percezione del pubblico, e considerando l’opposizione del Venezuela destinataria ben documentata dell’aiuto degli Stati Uniti, è chiaro che un altro intervento è in corso in Sud America.

Unipolare contro Multipolare
In un mondo che volge al multipolarismo e al decentramento a tutti i livelli, il crollo del Venezuela e una vittoria di Washington annullerebbero un passo verso un maggior equilibrio del potere geopolitico in America latina e nel mondo. Da nazione petrolifera, il controllo statunitense sulla sua popolazione e sulle risorse naturali permetterebbe ulteriormente a Stati Uniti ed alleati di manipolare i prezzi dell’energia per raggiungere gli obiettivi futuri, in particolare circondare, isolare e smantellare gli altri centri di potere politico dipendenti dalla produzione di petrolio per la prosperità economica. Non c’è bisogno di essere un fan del “socialismo” per capire che l’esito finale del collasso del Venezuela sarà l’ulteriore concentrazione di potere nelle mani di Washington e Wall Street. Tale potere, a prescindere da qualsiasi ideologia superficialmente usata, sarà sempre abusato. Indipendentemente dalla presunta forma di governo che una nazione può prendere, finché si tratta di un passo contro la globalizzazione unipolare, è un passo nella giusta direzione. La crisi del Venezuela non è su socialismo contro capitalismo o dittatura contro democrazia, ma egemonia contro sovranità nazionale, potere unipolare centralizzato e mondo sempre più multipolare. Un Venezuela sovrano e indipendente permette di perseguire il proprio destino, con cui il popolo cercherà naturalmente di decentralizzare e distribuire il potere. Mentre il governo attuale non può fornire le condizioni ideali per realizzarlo, le condizioni nel regime-cliente statunitense, come in Libia, Afghanistan o Iraq devastati dagli USA, sarebbero significativamente meno ideali.
Per gli analisti geopolitici, allontanarsi da punti di discussione ideologici ed esaminare gli effettivi governo ed opposizione, coi loro interessi, associazioni e finanziamenti, nonché motivazioni, rivela una narrazione molto più semplice e coerente, che un analista può discernere con una comprensione che resisterà al controllo e al tempo. Chi si ritrova nell’ideologia sinistra/destra rischia di essere tradito dalla disperazione del governo e dalla vera natura di un’opposizione che non è certamente “capitalista” o “pro-democrazia”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora