Italia, crisi in arrivo

Jacques Sapir, Russeurope 8 luglio 2016Germany ItalyLa situazione delle banche italiane è ormai critica. La questione della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate, coinvolgendo direttamente le regole dell’Unione bancaria in vigore dal 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza le disfunzioni sempre più gravi della zona euro. La quota dei prestiti denominati “non performing” nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto il 18%, secondo uno studio del FMI [1]. A parte la Grecia, dove il tasso era oltre il 34%, il tasso più alto nella zona euro, il Portogallo segue tale tendenza, ma a un livello di molto inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è “solo” il 12%. In sintesi, si stima che il volume totale sia di 360-400 miliardi di euro, con 70-100 miliardi da coprire da parte dello Stato o con altri meccanismi.

A-01-Bad-loans-1-500x315Quota di crediti “non performing” nei bilanci delle banche

Va notato che il movimento dei “crediti inesigibili” può essere correlato a diverse cause. In Irlanda e in Spagna è stata la speculazione immobiliare a causarlo. Niente come nel caso dell’Italia, e questo è ciò che rende la progressione dei debiti inesigibili ben più grave. Tali problemi sono i prestiti delle banche regionali a piccole e medie imprese. In realtà, è la stagnazione economica degli ultimi anni causa dell’attuale crisi bancaria in Italia. L’evoluzione dei dati macroeconomici dell’economia italiana mostra l’estensione della crisi, in particolare dimostra che la sua causa è chiaramente l’introduzione dell’euro. Se calcoliamo l’evoluzione dell’economia italiana dal 1990, tenendo conto del decennio precedente l’introduzione dell’euro, le modifiche sono molto marcate e importanti.

A-01-Italie-500x306Evoluzione di PIL, investimenti e risparmio in Italia dal 1990
Fonte: dati del FMI, Dati del rapporto economico mondiale, aprile 2016

Roma-incontro-al-vertice-fra-Angela-Merkel-e-Matteo-RenziLa crescita del PIL, relativamente forte nel decennio 1990-2000, è disastrosa negli anni successivi all’introduzione dell’euro. L’Italia inoltre è tornata al PIL precedente la crisi del 2007. In effetti, il PIL del 2015 è il 116% di quello del 1990, ma era il 127% nel 2007. Se l’Italia avesse continuato a crescere al ritmo degli anni 1993 – 1999, nel 2015 avrebbe avuto un indice da 2015; cioè l’euro è costato il 34% del PIL nel 2015. Il PIL pro capite, dimensione in linea con l’evoluzione della ricchezza della popolazione, assumendo che la distribuzione interna della ricchezza resta invariata, ha un indice solo del 108% rispetto al 1990. In altre parole, in 25 anni, la crescita pro capite è stata di solo l’8%. Ma l’evoluzione degli investimenti (pubblici e privati) è ancora più preoccupante. Il forte calo degli investimenti nei primi anni ’90, crollo necessario per ridimensionare il deficit di bilancio, fu successivamente corretto, e gli investimenti salirono all’indice del 125% nel 2007. Ma da allora è calato a un indice dell’87%. In altre parole, l’Italia investe il 13% in meno nel 2015 di quanto investiva nel 1990. Non c’è quindi da stupirsi se la produttività del lavoro sia in declino in questo Paese, e che la qualità delle infrastrutture pubbliche, nazionali o locali, si degrada assai rapidamente. Tale situazione di crisi economica generale quindi è riflessa nei bilanci delle banche dalla crescita dei “crediti inesigibili”. Ma qui c’è il problema delle regole imposte dall’Unione bancaria. Questa chiede che le banche siano ricapitalizzate dai loro azionisti e risparmiatori. Ma gli azionisti sono i nuclei familiari che hanno acquistato i titoli di debito delle banche. Ora, queste famiglie hanno acquistato tali titoli in una situazione in cui il rischio fallimento veniva superato dalla possibilità di un “bail-out” (salvataggio) dallo Stato italiano. Le famiglie sono in gran parte pensionati e persone modeste, ora intrappolati dalle nuove regole dell’Unione bancaria che impongono un “bail-in”, cioè riporre la maggior parte del rischio bancario su azionariato e clienti. Una prima ricapitalizzazione delle banche, nel novembre 2015, ha provocato la spoliazione parziale dei risparmiatori.
Il governo italiano, indebolito dai risultati delle elezioni comunali del giugno 2016, che hanno visto il successo del M5S a Roma e Torino, non ha intenzione di causare una gravissima crisi sociale il prossimo anno. Pertanto, vuole imporre alle autorità europee il “bail-out”, cioè la socializzazione delle perdite. Ma ciò è rifiutato dalla Germania, rifiuto non solo dettato da considerazioni di natura finanziaria, ma soprattutto perché significherebbe il fallimento dell’Unione bancaria, dopo meno di un anno dall’entrata in vigore. Nella prova di forza che contrappone il governo italiano e il governo tedesco ci saranno solo perdenti. Se la Germania impone la sua idea, l’impatto sociale della crisi bancaria metterà l’Italia a ferro e fuoco, causando il crollo dei partiti tradizionali (PD e Forza Italia), sempre più coinvolti in casi di collusione e corruzione coi direttori di banca. Se il governo italiano ignora l’opposizione tedesca e decide di optare per un “bail-out”, la somma richiesta (almeno 70 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL) si tradurrà in un forte aumento del deficit di bilancio e ridurrà a zero la credibilità delle istituzioni della zona euro.

A-01-pPub-Italie-500x302Stato delle finanze pubbliche in Italia
Souce: Stesso Tabella 2.

La crisi bancaria italiana certamente occuperà gran parte dell’estate e dell’autunno. Tuttavia, si sia consapevoli che tale crisi si snoderà mentre la situazione della Deutsche Bank in Germania è molto preoccupante, e che le entrate del bilancio in Grecia crollano, in particolare con la caduta media del 20% delle entrate dall’IVA per via dello “sciopero fiscale” che avanza in quel Paese. Tutto sarà pagato, un giorno o l’altro. Dopo aver rifiutato il principio di solidarietà nella zona euro, la Germania ha imposto la sua visione delle regole; ma oggi si rende conto che tale punto di vista è insostenibile per i Paesi dell’Europa meridionale, incuneandosi tra il perseguimento di una politica suicida che non funziona e il riconoscimento degli errori passati. Ciò che rende più grave il problema è che il peso dell’Italia è assai maggiore di quello della Grecia. Tutti capiscono che l’uscita dell’Italia dall’euro certificherà la morte della moneta unica. La crisi greca del 2015 fu l’antipasto estivo; la crisi italiana è la crisi della zona euro.Italian Prime Minister Renzi gestures to German Chancellor Merkel during a news conference at the Chancellery in Berlin[1] Dati FMI sugli indicatori di solidità finanziaria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’europeismo

Jacques Sapir, Russeurope 30 giugno 2016brexitLa “Brexit” getta una luce particolarmente cruda sulla strategia del “federalismo furtivo” adottata dai capi dell’UE col Trattato di Maastricht e la conseguente ideologia europeista alla base di tale strategia. In realtà tale strategia, e il suo strumento privilegiato, l’Euro, hanno provocato la reazione degli elettori inglesi, esortandoli non a lasciare l'”Europa”, come alcuni sostengono, ma una particolare istituzione, l’Unione Europea. La scelta degli elettori inglesi è stata in gran parte spiegata [1]. Il fatto che figure del governo inglese, come il ministro della Giustizia Michael Gove, abbiano chiesto un voto per l’uscita europea, è significativo. La Brexit mette in discussione quello che oggi è la spina dorsale della politica qualificata europeista, quella di François Hollande e di Angela Merkel. L’impatto va ben oltre l’uscita di un Paese dall’UE, la Gran Bretagna, la cui adesione all’UE era in realtà molto esigua. La crisi della strategia europeista è una svolta. Solo sbarazzandosi dell’aporia europeista si può davvero pensare a una costruzione europea.

I fondamenti ideologici del federalismo furtivo
In primo luogo è necessario capire il cosiddetto processo del “federalismo furtivo” adottato dal Trattato di Maastricht e che s’incarna nell’euro. Tale strategia si basa sul rifiuto delle Nazioni, rifiuto collegato alla diffidenza o vero e proprio odio per le Nazioni. Pertanto aderiscono a tale approccio liberal-conservatori, chi pensa che la nazione moderna implichi la democrazia e chi resta fedele a una profonda sfiducia verso chi ha un pensiero conservatore, gli ex di “sinistra” (Cohn Bendit ne è un esempio) che odiano la Nazione in quanto cumulo di mediazione radicata nella storia percepita d’ostacolo alla loro visione millenarista ed apocalittica del “fine” della storia [2], e i socialdemocratici che cercano di trasporre in uno Stato superiore la poca incidenza delle loro politiche che gli impedisce di aver successo nel quadro nazionale. Tali diverse versioni della nazione si articolano in modi specifici a seconda della cultura politica di ogni Paese. In Francia c’è la combinazione delle dimissioni di gran parte della classe politica nel 1940 con il trauma delle guerre coloniali. In Germania c’è il peso della colpa collettiva del nazismo, aggravato dal trauma della divisione in due nel 1945-1990, che spiega l’avanzata dell’europeismo nell’élite. La Germania, Paese oggettivamente dominante dell’UE, non si permette di pensare alla propria sovranità e non può vivere che contrabbandandola secondo la formula della sovranità “europea”. Non si possono capire altrimenti gli errori politici commessi nei confronti della Grecia sulla questione dei rifugiati, errori che perseguitano oggi Angela Merkel. In Italia c’è ancora la combinazione tra l’episodio mussoliniano e gli “anni di piombo” che ha convinto gran parte della classe politica che l’Unione europea sia l’unica soluzione per la nazione italiana. E si possono moltiplicare gli esempi includendo Paesi che non si amano i(Spagna, Portogallo) o che sanno di essere irrimediabilmente divisi (Belgio). Ma questo è ovviamente un progetto politico nato dall’odio di sé che non può avere futuro. Questa è la prima falla dell’europeismo e del federalismo furtivo che, generati da una visione essenzialmente negativa, non hanno un futuro promettente.

Il ruolo politico dell’euro
R600x__renzi_brexit Questo progetto è essenzialmente incarnato dall’euro. Il crollo politico dell’accettazione dell’idea di moneta unica, mentre le condizioni necessarie per il successo non c’erano per nulla, e sarebbe stato molto più logico attenersi a una moneta comune, una moneta che coprisse senza sostituire quelle nazionali, si spiega con ragioni politiche e psicologiche imperiose [3]. Anche in questo caso diversi da Paese a Paese, ma tutti convergenti nell’idea che una volta creata la moneta unica, i Paesi della zona euro non avrebbero avuto altra scelta se non il federalismo. Ciò che fu però trascurato nel processo era che il federalismo non è un obiettivo unificante. Ci possono essere varie forme di federalismo. E l’assenza di una discussione pubblica, di un dibattito in contraddittorio, sulla strategia che impone furtività e occultamento impediva di poter scegliere tra le diverse forme di federalismo. Così la Germania progetta il federalismo come sistema che gli dà voce nella politica degli altri Paesi, ma senza pagarne il costo economico. Un federalismo squallido. La Francia vede nelle strutture federali la continuazione della propria costruzione dello Stato, intendendo imporre un federalismo che dia vita a un nuovo Stato-nazione, ignorando però proprio la specificità della storia, e il fatto che nazione e popolo furono costruiti in parallelo (e con più interazioni) per quasi 8 secoli. Da questo punto di vista, solo la storia della Gran Bretagna è pienamente comparabile. L’idea implicita era creare così ciò che l’impero napoleonico non poté con la forza. Tale idea è basata sulle illusioni dell’universalismo francese che confonde valori con principi. E’ tale enorme errore che ha spinto i funzionari francesi di destra e sinistra in un vicolo cieco. Ciò che deriva dall’opzione federalista è sia un concetto politico, che sarebbe il “sovrano”, che una questione economica, quella dei trasferimenti. Si sa, avendolo detto in molte occasioni, che tali trasferimenti costerebbero circa il 10% (dall’8% al 12% secondo gli studi) del PIL tedesco per il “bilancio federale” [4]. Non sorprende quindi che i tedeschi non li volessero perché, in realtà, non possono. Il rifiuto della Germania di rivedere le regole per consentire all’Italia di affrontare la crisi bancaria, mostra tutti i limiti del concetto di solidarietà, essenziale in una federazione. Ma se tale solidarietà non c’è, come convincere la popolazione a fondersi democraticamente in un grande insieme? E qui troviamo la questione politica del sovrano [5]. Il “federalismo” è condannato o a non esistere o ad assumere la forma di federalismo meschino di voce asimmetrica della Germania nella politica degli altri Paesi. Questa è la conclusione di Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro [6], di cui una traduzione francese uscirà questa estate. Se mettiamo fine all’euro o volgiamo verso un federalismo che né i tedeschi né gli olandesi vogliono, l’euro sarà la morte dell’UE, ma anche, e questo è grave, dell’idea di cooperazione in Europa.

La responsabilità degli europeisti
Già ora il danno dall’euro è grave. Progettato per riunire l’Europa, l’euro in realtà ha fatto l’opposto: dopo un decennio senza crescita, l’unità è stata sostituita da dissenso e l’espansione dal rischio di uscirsene. La stagnazione dell’economia europea e le oscure prospettive attuali sono il risultato diretto dei difetti fondamentali insiti nel progetto dell’euro, un’integrazione economica tale da prevalere sull’integrazione politica, con una struttura che promuove attivamente le divergenze piuttosto che le convergenze. Ma più importanti sono le conseguenze politiche [7]. L’Unione europea (e non solo la zona euro) è impegnata in un processo politico dove la democrazia viene gradualmente tolta alla gente. Il Trattato “Merkozy” o TSCG, votato dalla Francia nel settembre 2012, è esemplare in tal senso. E la rivolta democratica in Gran Bretagna può essere letta come reazione a tale meschino federalismo, che gradualmente s’istituisce grazie alla volontà del governo tedesco e alla passività del governo francese. Oggi è chiaro che dobbiamo liquidare l’europeismo e i suoi strumenti, se non vogliamo ritrovarci in pochi anni o addirittura mesi in una situazione di conflitto tra nazioni che, troppo a lungo negate, non troverebbero più spazio in cui è possibile un compromesso tra interessi diversi. È pertanto opportuno dire quale sia la responsabilità storica dei pro-europeisti, della loro ideologia in odio delle Nazioni, e del loro strumento, l’euro. Nella crisi che affrontiamo oggi, in cui l’uscita dall’Europa del Regno Unito è solo un aspetto, e la crisi del sistema bancario italiano un altro, la responsabilità degli europeisti e di tutti coloro che li hanno lasciati fare, è centrale; fondamentale. La rottura con l’ideologia europeista è dunque un atto di sicurezza. Di per sé insufficiente. Rifiutare tale ideologia, voltare le spalle al federalismo furtivo, riconoscere la nazione in cui vive e si nutre la democrazia, non produrrà una soluzione immediata. Ma renderà possibile la ricerca di una soluzione, sia in Francia che in Europa. È certamente una condizione insufficiente ma assolutamente necessaria. Questa soluzione è già stata sollevata con l’idea della Comunità delle nazioni europee. Sarà sicuramente specificata e può essere modificata, ma almeno è in questa direzione che dobbiamo andare.brexit-2Note
[1] Sapir J., Brexit (e champagne)
[2] Cfr L’odio della sinistra per la sovranità
[3] Sapir J. Dovremmo lasciare l’euro?, Le Seuil, Paris 2012.
[4] Sapir J., Macron e il fantasma del federalismo nella zona euro e Federalismo?
[5] Sapir J., Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon 2016.
[6] Stiglitz, J., L’Euro – Come una moneta minaccia il futuro dell’Europa, Penguin, Londra, maggio 2016
[7] Bloomberg

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che accadrà all’Europa dopo il trionfo della ‘Brexit’?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).brexit-editor-696x435Dopo il trionfo della ‘Brexit’ nel referendum tenutosi il 23 giugno, l’economia mondiale è entrata in una grave turbolenza: miliardi di dollari sono scomparsi nelle principali borse in poche ore, tanto che i rischi dell’esplosione di una nuova crisi bancaria in Europa sono aumentati. Secondo Ariel Noyola, il rapido collasso del progetto d’integrazione europea sembra piuttosto improbabile perché, anche se in molti Paesi è già stato richiesto il referendum per lasciare l’Unione Europea, la maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale fa anche parte dell’eurozona e finora, fatta eccezione per i partiti politici di estrema destra, non ci sono forze politiche disposte ad abbandonare la moneta comune.

Anche se i principali sondaggisti hanno pubblicizzato per diverse settimane che gli inglesi erano convinti della permanenza nell’Unione europea, la posizione a favore dell’uscita del Regno Unito (chiamata ‘Brexit’) infine è prevalsa nel referendum tenutosi il 23 giugno con un margine di quasi quattro punti: 51,9 per cento a favore e 48,1 per cento contro. Sorprendentemente, il primo ministro David Cameron ha in seguito annunciato le dimissioni; il commercio di sterline ha registrato i dati peggiori dal 1985 e i principali mercati azionari sono crollati. Sia nella regione Asia-Pacifico che in Europa i mercati azionari sono scesi tra il 6 e il 10 per cento. In breve, l’imminente uscita del Regno Unito dell’Unione europea ha aperto una nuova fase di grande incertezza in un momento di estrema vulnerabilità per l’economia mondiale.

La crisi finanziaria mondiale
Ai primi di giugno, la Banca Mondiale ha abbassato di nuovo la previsione di crescita dell’economia globale nel 2015 a 2,9-2,4 per cento; il Fondo monetario internazionale (FMI) da parte sua, ha recentemente avvertito che il nazionalismo economico può minare la libera circolazione dei flussi commerciali e d’investimento tra i Paesi, mentre la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) controlla molto da vicino i rischi alla base di una nuova ‘guerra valutaria’. La cooperazione monetaria internazionale vive una delle peggiori sfide e così, con il rischio che i mercati del credito si restringano di volta in volta, Mario Draghi della Banca centrale europea (BCE) e Mark Carney della Banca d’Inghilterra, sono venuti alla ribalta per chiarire che avrebbero risparmiato risorse per garantire la stabilità finanziaria. In giornata, soprattutto dopo i primi segni che la ‘Brexit’ aveva trionfato alle urne, la BCE è intervenuta con violenza nel mercato del debito sovrano per evitare un’escalation dei premi di rischio sulle obbligazioni delle economie periferiche: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, ecc. Nel frattempo, la Banca d’Inghilterra aveva già preparato una potente batteria di 250 miliardi di sterline per difendere il tasso di cambio contro gli attacchi degli speculatori. La Federal Reserve System (FED) da parte sua, sotto il comando di Janet Yellen, ha lanciato una serie di linee di credito (‘scambio’) per fornire liquidità aggiuntiva alle altre banche centrali del Gruppo dei 7 (formato da Germania, Canada, il Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito), se la volatilità dei mercati finanziari andasse fuori controllo. Ma i piani d’emergenza delle autorità monetarie erano insufficienti. I mercati azionari globali hanno registrato perdite per oltre 2 miliardi di dollari in 24 ore. Va inoltre notato che il crollo della sterlina ha precipitato la massiccia fuga di capitali dal portafoglio della London Stock Exchange, che subito si rifugiavano a Wall Street. Di fronte alle turbolenze finanziarie, gli investitori azionari cercano maggiore sicurezza nei fondi in dollari e metalli preziosi che servono da riserva di valore, come oro e argento, per esempio. Tuttavia, i massicci acquisti di dollari non hanno fatto altro che approfondire la debacle dei prezzi di altre materie prime (‘commodities’), già molto bassi rispetto agli anni precedenti il 2009. Per esempio, i prezzi del petrolio di riferimento internazionale, West Texas Intermediate (WTI) e Brent, che salivano ad aprile e maggio, sono scesi di nuovo. I prezzi del petrolio sono ora sotto i 50 dollari al barile, una situazione che aggrava la deflazione (prezzi in calo) e che, in combinazione con il trend della bassa crescita del prodotto interno lordo (PIL) e col crollo dei vantaggi finanziari, aumenta esponenzialmente il rischio di una nuova crisi bancaria in Europa.

La ‘Brexit’ non significa necessariamente la fine dell’integrazione europea
Il voto per la ‘Brexit’ ha rivelato l’enorme rifiuto dell’integrazione europea. La politica economica nel Regno Unito ha sostanzialmente seguito lo stesso modello degli altri Paesi dell’Europa continentale: liberalizzazione indiscriminata degli scambi di beni e servizi, deregolamentazione finanziaria e politica del lavoro che ha paralizzato l’aumento salariale, con l’obiettivo di eliminare i benefici sociali dei lavoratori. E’ chiaro che il sogno di un’Europa democratica, sociale e solidale sia proprio tale, una fantasia. Lo ‘Stato sociale’ costruito dopo la seconda guerra mondiale è oggi in gran parte smantellato. La qualità di una democrazia non può essere valutata esclusivamente da un referendum e dal rispetto dei risultati del governo. Democrazia significa, prima di tutto, partecipazione diretta alle decisioni importanti che riguardano la società, sia nell’economia che nella vita politica. Ed è qui che la costruzione dell’Unione europea ha grossi difetti: il disegno del piano d’integrazione è diventata questione riservata alle élite economiche. Le grandi aziende sono i principali beneficiari della realizzazione di un ‘mercato comune’, insistendo nell’approvare al più presto possibile l’Accordo transatlantico commerciale e degli investimenti (TTIP, nell’acronimo in inglese) promosso dal governo Stati Uniti, e promuovendo l’offensiva dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (NATO). E’ vero che l’Europa ha urgente bisogno di una riprogettazione istituzionale, senza dubbio. Infatti, dopo il trionfo della ‘Brexit’ in molti Paesi si è proposto il referendum per lasciare l’Unione europea; tuttavia si tenga conto che la maggior parte dei Paesi europei continentali fa anche parte dell’eurozona, e così non era per il Regno Unito che ha sempre rifiutato di adottare la moneta comune. E finora le forze progressiste in Europa non hanno proposto di abbandonare l’euro. Ricordiamo ad esempio il caso della Grecia nel 2015: con un governo di sinistra, la troika (composta da Banca centrale europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale) ha respinto tutte le proposte del programma economico di Syriza. Anche se il governo greco indisse un referendum per rifiutare le condizioni inique del terzo programma di salvataggio, l’austerità fiscale alla fine s’è imposta di nuovo. Il Primo ministro Alexis Tsipras è sempre riluttante a far lasciare l’eurozona alla Grecia (la cosiddetta ‘Grexit’), essendo finora impossibile avviare una politica economica alternativa e allo stesso tempo andare incontro le richieste della troika. A mio avviso, il grande dramma che vive l’Europa in questo momento è che i sostenitori dell’abbandono dell’euro e quindi dell’Unione Europea, sono i leader dei partiti politici dell’estrema destra che usano la retorica xenofoba per distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi e, diciamo chiaramente, non hanno alcuna intenzione di far rinascere l’Europa…1032098984Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Brexit: l’Europa cade nel baratro

Intervista al noto geopolitico russo Aleksandr Dugin – Katehon, 25/06/201658085– La prima domanda è “il futuro”?
Dugin (D): Il ritiro del Regno Unito dall’Unione europea è un evento d’importanza colossale. L’intera architettura del mondo cambia perché non si tratta solo di un Paese europeo, ma di uno dei poli della civiltà europea. E se il Regno Unito si dice fuori dall’Europa, fuori dall’UE, significa che il valore dell’UE cambia. La cosa più importante è che nessuno permetterà un’Europa senza la Gran Bretagna. Si può dire che sia la fine dello spazio di civiltà.

– Si tratta della rinascita dello sciovinismo inglese o solo dei vari problemi apparsi negli ultimi tempi?
D: Il Regno Unito non ha né le risorse, né la voglia, né la possibilità di giocare un vero ruolo importante. Il centro della civiltà occidentale è passato negli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale. Quello che si vide in Europa negli anni ’70-’80, quando iniziò il processo di unificazione europea, non era la volontà europea ma della civiltà atlantica incentrata negli Stati Uniti. Gli statunitensi decisero di porre l’Unione europea sotto controllo ed oggi, infatti, la respingono. E il Regno Unito è il polo più filo-statunitense nell’UE. Se il Regno Unito non sarà più nell’UE, non sarà necessaria l’Unione europea continentale franco-tedesca.

– E’ l’appello della Gran Bretagna a Unione europea e USA a voler seguire tali regole?
D: Le regole del mondo globale non possono essere violate da alcuno Stato sovrano, in particolare dal Regno Unito che non è più una grande potenza. In realtà, il controllo mondiale appartiene solo agli Stati Uniti. Il Regno Unito non sarà soddisfatto di certe cose, si tratta di atti propri, di un diritto sovrano. Ma se l’élite globale ha reso possibile la Brexit, significa che domani potrebbe vedere Francia, Germania o Italia ritirarsi dall’UE… Non credo che sia possibile tornare agli Stati nazionali, come l’Europa del sistema di Westfalia. Si parla di qualcos’altro. Nessuno consentirà che l’Europa torni nelle stesse condizioni precedenti l’avvio del processo d’integrazione. Penso che vedremo ulteriori processi molto inquietanti in Europa, una vera e propria guerra civile. Se gli inglesi sono fuori dall’UE, non lo sono dalla crisi politica migratoria che continuerà ad aggredire, e neanche dai valori ultraliberali. A mio parere, gli inglesi non hanno subito molto l’Europa. Sì, non gli piacciono certe cose. In effetti, l’Unione europea senza Regno Unito è un’Unione europea diversa. Se dovesse restare senza di essa, se cominciasse a volgersi verso i veri interessi europei continentali, avrebbe una possibilità. Ma semplicemente ciò non accadrà.

– E’ d’accordo che l’Italia, per esempio, non sia pronta a tali eventi?
D: Se lo si chiedesse oggi agli italiani, naturalmente, se ne andrebbero. E sappiamo che Lega Nord e Movimento Cinque Stelle lo chiedono. Va affrontata la verità: l’Unione europea va a pezzi; è la fine della Torre di Babele basata su geopolitica atlantica e sistema di valori liberali. Va notato quando si dovesse tenere un referendum. Se si dà alla gente troppo potere, voterà ciò che vuole. Così gli inglesi hanno potuto tenere questo referendum e andarsene. Se ora i cittadini europei avessero tale opportunità e italiani, tedeschi, francesi votassero per il ritiro dall’Unione europea, credo che avverrebbe il giorno dopo.

– A proposito del referendum in Scozia di due anni fa, si votò contro l’uscita dal Regno Unito, e la sua leadership fa capire chiaramente che un nuovo referendum per l’indipendenza non è lontano. È possibile?
D: Gli scozzesi hanno una certa ansia verso gli inglesi. Hanno subito molto il razzismo inglese, così come gli altri celti, gli irlandesi, che attualmente parlano di unificazione. Non ci sarà il ritorno al nazionalismo inglese. Gli scozzesi sono a favore dell’Europa come difesa contro gli inglesi, che infastidirono il mondo con la loro politica imperiale. La Gran Bretagna non solo lascia l’Unione europea, ma scompare dalla storia. Ma il Regno Unito, il destino di Cameron, il destino della Scozia e dell’Irlanda unita non sono la cosa più importante. Vediamo la fine dell’Europa, qualcosa che Spengler e i nostri slavofili predissero. L’Europa cade nel baratro per via della propria ideologia ultra-liberista e penso che la via morbida per uscire da tale situazione, sciogliere l’Unione europea, non funzionerà.

– La gente vede crollare tutto ma ancora biasima la Russia: ancora una volta vediamo chi ne sia responsabile.
D: E’ una vera sorpresa, ma hanno ragione, mentre c’è la Brexit a Tashkent si crea il centro alternativo della civiltà multipolare, la SCO. Si tratta di più della metà del mondo, della stragrande maggioranza della popolazione e delle potenze nucleari. India e Pakistan aderiscono alla SCO e l’Iran ha parzialmente accettato di farne parte. Cosa accade oggi: Brexit e SCO, che diventa una forza importante, sono spostamenti del centro di civiltà; il centro dell’ordine mondiale è totalmente nell’altra metà del mondo. È il passaggio da occidente al mondo eurasiatico. Infatti è la nostra celebrazione. I fondatori dell’Eurasiatismo dissero: “L’occidente e il resto”. La Brexit è il crollo dell’occidente e una vittoria per l’umanità che si oppone all’occidente e cerca la sua strada. E il fiore all’occhiello del genere umano è la SCO, la Russia, l’attuale libera sovrana multipolare Russia guidata da Putin e da chi è nel club eurasiatico. La gente comune comprende correttamente tutto. Non possono spiegarlo ma credo che ci sia qualche profonda asimmetria tra le élite politiche e gli interessi dei popoli nel mondo. Le élite impongono il loro ordine del giorno e i popoli vogliono qualcosa di completamente diverso. Il popolo intuitivamente capisce che oggi il Regno Unito s’è liberato dal diktat dell’Unione Europea, di Bruxelles, e domani altri Paesi europei seguiranno la sua strada, e non è lontano il giorno in cui i popoli seguiranno il proprio destino.

– C’è un proverbio: non c’è ‘Unione europea senza Gran Bretagna, come non c’è NATO senza la Germania. Vero?
D: La Germania è un caso molto più complesso, ha meno libertà democratiche e vi è maggiore influenza politica statunitense. E se il Regno Unito è alleato volontario degli Stati Uniti, la Germania fu costretta a diventarlo, quindi è pericoloso parlare del suo ritiro dall’UE. Tuttavia, ora vi sono diversi politici molto popolari e che lo saranno ancor più. Si tratta di Alternativa per la Germania, e Frauke Petry. leader del partito, si è rallegrata elogiando gli inglesi che hanno dato l’esempio. La NATO è la prossima. Alcuni lasceranno l’UE, altri la NATO, mentre l’occidente ha perso l’immagine di se stesso.

– E’ la fine?
D: Ora il ciclo dell’UE declina, iniziando a tramontare. Ciò non vuol dire che lo è già. Le persone che riconoscono la tendenza non sono per nulla calmate dalla rassicurazione che non accade niente di brutto, che si può ancora sistemare. Ma chi comprende la tendenza sa ciò che accade e ci ragiona sopra. Per gli analisti che leggono su scala globale, l’Unione europea è finita, in modo irreversibile. Gli inglesi non rivoteranno e il punto di non ritorno della decadenza dell’Europa è superato.

– Cosa aspettarsi?
D: Gli europei devono prepararsi a rivoluzioni colorate e disintegrazione dell’Unione europea. Dobbiamo essere pronti a difendere ripresa e rafforzamento del nostro polo alternativo globale. Non sarà facile. Deve essere chiaro che l’occidente è una bestia agonizzante, un drago ferito che può dare colpi di coda. Così ora dobbiamo essere calmi, sicuri e decisi a raggiungere il nostro obiettivo. Questa è una battaglia vinta, ma non è la guerra vinta. Dobbiamo seguire la strada per costruire un mondo multipolare e difendere i nostri interessi approfittando degli eventi.Britain Reacts To The EU Referendum ResultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vera “catastrofe” della Brexit: i 400 più ricchi del mondo perdono 127 miliardi di dollari

Zerohedge 25 giugno 2016

Con tutto l’allarmismo e le minacce sull’imminente apocalisse finanziaria che sarebbe stata la vittoria della Brexit, assieme alle terribili previsioni da gente come George Soros, Banca d’Inghilterra, David Cameron (che ha anche invocato la guerra) e perfino Jacob Rothschild, qualcosa di “inaspettato” è successo ieri, la borsa del Regno Unito ha avuto la migliore prestazione sul mercato europeo dall’esito della Brexit.20160624_EU1_0Questo risultato era proprio quello atteso tre giorni prima, per motivi che scrivemmo in “Soros sbaglia“, dove dicemmo “in un mondo in cui le banche centrali corrono a svalutare le valute con tutti i mezzi necessari, solo per avere un vantaggio competitivo modesto nelle guerre commerciali globali, il crollo della sterlina inglese è esattamente ciò che la Banca d’Inghilterra dovrebbe volere, se questo significa avviare l’economia del Regno Unito“. Venerdì scorso, il mercato l’ha apprezzato pure, rivelando che il grande perdente della Brexit non era il Regno Unito, ma l’Europa. Non solo, come abbiamo notato ieri in “Chi sono i maggiori perdenti della Brexit?“, ci sono perdenti ancora più grandi dell’UE: i più ricchi in Gran Bretagna ed Europa.20160624_britbillions_0I 15 cittadini più ricchi della Gran Bretagna hanno perso 5,5 miliardi di dollari di fortune collettive, dopo che il Paese ha votato l’abbandono dell’Unione europea. L’uomo più ricco della Gran Bretagna, Gerald Grosvenor, ha accusato il colpo perdendo 1 miliardo di dollari, secondo l’indice Bloomberg dei miliardari, seguito dal proprietario della Topshop Philip Green, dal barone terriero Charles Cadogan e da Bruno Schroder, azionista di maggioranza della Money Manager Schroders Plc. Non solo in Gran Bretagna: come Bloomberg aggiungeva, le 400 persone più ricche del mondo hanno perso 127,4 miliardi di dollari mentre i mercati azionari globali annaspavano alla notizia che gli elettori inglesi decidevano di lasciare l’Unione europea. I miliardari hanno perso il 3,2 per cento del loro patrimonio netto totale, portando la somma combinata a 3,9 trilioni di dollari, secondo l’indice Bloomberg dei miliardari. La perdita peggiore la subiva la persona più ricca d’Europa, Amancio Ortega, che ha perso più di 6 miliardi di dollari, mentre gli altri nove hanno perso oltre 1 miliardo di dollari, come Bill Gates, Jeff Bezos e Gerald Cavendish Grosvenor, la persona più ricca del Regno Unito. Ironia della sorte, si scopre che quando George Soros minacciava “La Brexit vi renderà tutti poveri, fate attenzione” ciò che intendeva veramente era “che mi renderà più povero”. Sì George, la gente conosceva il motivo per cui votare come ha votato.eu puzzleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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