Putin da Monaco a Valdaj

Jacques Sapir, Russeurope, 13 novembre 2016

Il lungo discorso di Putin alla conferenza del Forum Valdai a Krasnaja Poljana, a fine ottobre, riecheggia la famosa dichiarazione alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007. All’epoca si volle vedere in quelle affermazioni non si sa quali echi da guerra fredda. In realtà, il discorso di Putin era concentrato sui principi comuni che le grandi potenze devono rispettare se vogliono cooperare. Ora il Presidente della Russia ha sempre, e in modo molto consistente, difeso la stessa posizione. Ne ha dato ulteriore prova nell’ultimo Forum di Valdaj [1].daa3d39305db41a38b96c65853cf5f8cIl contenuto del discorso di Monaco nel 2007
Il discorso del Presidente Vladimir Putin a Monaco di Baviera di febbraio 2007 fu un momento importante nelle relazioni internazionali. Va ancora analizzato con precisione [2], perché Putin è il leader politico che ha sicuramente impartito le lezioni più consistenti si ciò che accadde tra il 1991 e il 2005, vale a dire l’aborto del “secolo americano”, annunciato dopo il crollo dell’Unione Sovietica [3]. Si deduce l’importanza dei principi per l’organizzazione delle relazioni, secondo l’uguaglianza tra le nazioni. E’ un ritorno alle basi della politica di “Westfalia” che dominò le relazioni internazionali dal XVIII secolo. Questo ritorno si basava sull’osservazione della radicale differenza di valori esistenti in ogni Paese. Senza una base morale ed etica che rimuova la politica dalle relazioni internazionali, esse saranno gestite solo dal principio fondamentale del diritto internazionale, ossia la regola dell’unanimità e del rispetto della sovranità nazionale. Oppure, e questo è ciò che osserva e deplora il presidente russo, gli Stati Uniti tendono a trasformare il loro diritto in quello internazionale alternativo. S’è visto tale processo con le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro le istituzioni finanziarie (in particolare la Société Générale), semplicemente colpevoli di usare il dollaro in operazioni contrarie alle decisioni del governo di Stati Uniti d’America. Va ricordato che si trattava dell’embargo contro Iran e Cuba, e che tali istituzioni finanziarie non erano né statunitensi né coinvolgevano nelle operazioni filiali di quelle statunitensi. Ma oggi, anche in assenza di conseguenze dannose per una società statunitense, la FCPA s’è vista espandere in modo significativo l’applicazione a qualsiasi società ed individuo nel mondo, per via di un tenuo legame col territorio degli Stati Uniti, come una e-mail o una telefonata [4]. Con le sanzioni, gli Stati Uniti ampliano il proprio diritto nazionale a diritto internazionale. È quindi necessario leggere attentamente questo testo, che da una definizione precisa della visione russa delle relazioni internazionali. Due punti importanti emergono nel riconoscimento del fallimento del mondo unipolare e nella condanna del tentativo di sottoporre il diritto internazionale a quello anglo-statunitense: “Credo che il modello unipolare non solo sia inaccettabile per il mondo contemporaneo, ma anche del tutto impossibile. Non solo perché con un unico leader, il mondo contemporaneo (voglio sottolineare: contemporaneo) sarà privo di risorse militari-politiche ed economiche. Ma, e questo è ancora più importante, tale modello è inefficiente perché in alcun caso può essere base morale ed etica della civiltà moderna [5]“. Questo passaggio dimostra che la posizione russa articola due elementi distinti ma collegati. Il primo è il dubbio sulla capacità di un Paese (gli Stati Uniti, chiaramente menzionati) a raccogliere i mezzi per esercitare efficacemente la propria egemonia. È un argomento realistico. Anche la nazione più potente e più ricca da sola non può garantire la stabilità del mondo. Il piano degli Stati Uniti ne supera le forze. Ma c’è un secondo argomento, non meno importante e che si trova nello Stato di diritto. Non c’è un diritto su cui basare l’unipolarità. Nel libro del 2002, Evgenij Primakov non disse altro [6]. Questo non significa che i vari Paesi non possano identificare interessi comuni, o addirittura valori comuni. Il discorso di Putin non è “relativistico”, rileva semplicemente che questi valori (la “base morale ed etica”) non possono essere la base dell’unipolarità perché l’esercizio del potere, politico o economico, può definirsi in termini di valore, ma anche d’interesse. Il secondo punto segue il discorso e si esprime nel seguente paragrafo: “Assistiamo al disprezzo sempre più grave dei principi fondamentali del diritto internazionale. Inoltre, certi standard e, in effetti, quasi tutto il sistema di diritto di un solo Stato, naturalmente gli Stati Uniti, traboccano dai confini nazionali in tutti i campi dell’economia, politica e umanitario, imponendosi sugli altri Stati [7]“. Senza una base morale ed etica per rimuovere la politica dalle relazioni internazionali, vale a dire la contrapposizione amico/nemico, esse possono essere gestite solo dal principio fondamentale del diritto internazionale, ossia dal consenso unanime e dal rispetto della sovranità nazionale [8].
Nel discorso al Forum Valdai 2016, Putin ha ribadito le osservazioni su diritto e prassi degli Stati Uniti. Ma allarga la prospettiva e lo situa apertamente nel quadro strategico, “Se le potenze di oggi trovano un principio o standard a loro favorevole, costringono tutti a rispettarlo. Domani, se quelle stesse norme le ostacolano, saranno pronte a gettarle nella spazzatura, a dichiararle obsolete, e a decidere o a tentare d’imporre nuove regole. Così abbiamo visto la decisione di lanciare attacchi aerei nel centro dell’Europa, contro Belgrado, e poi contro l’Iraq e la Libia. Le operazioni in Afghanistan iniziarono senza la corrispondente decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Con il desiderio di cambiare l’equilibrio strategico in loro favore, questi Paesi hanno spezzato il quadro giuridico internazionale che vieta la diffusione di nuovi sistemi di difesa missilistica” [9]. Passa quindi al problema generale che viene ben identificato (la manipolazione delle norme) richiamandosi a situazioni specifiche. Questo gli permette di tracciare le lamentele della Russia nei confronti dei partner occidentali. Se il contenuto politico è lo stesso, il tono è decisamente cambiato tra il 2007 e il 2016. In realtà, Putin è un sostenitore della globalizzazione, ma realista, sapendo del bisogno di regole stabili, se ci si vuole sviluppare. Dice in un passaggio che, in realtà, anticipava la prima citazione: “Ma alcuni Paesi si considerano vincitori della guerra fredda, non si vedono semplicemente così, ma dicono apertamente di accontentarsi di trasformare l’ordine politico ed economico globale secondo i propri interessi. Nella loro euforia, hanno fondamentalmente abbandonato l’idea del dialogo e della sostanziale parità con gli altri attori della vita internazionale, hanno scelto non di migliorare o creare istituzioni universali, ma cercato invece di diffondere nel mondo le proprie organizzazioni, norme e regole. Hanno scelto la strada della globalizzazione e della sicurezza per i propri interessi, per alcuni ma non per tutti. Ma tale posizione non era accettabile per tutti” [10]. Infatti, Putin implica che, intossicati dal successo o dall’apparenza del successo, alcuni Paesi (e qui essenzialmente gli Stati Uniti) abbandonano il principio della parità, essenziale i principi del diritto internazionale. Questa è l’idea della globalizzazione come progetto politico di certuni, opponendosi alla globalizzazione vantaggiosa per tutti. Se possiamo condividere la considerazione, e si è scritto che la globalizzazione è un progetto politico degli Stati Uniti [11], tuttavia si può avere riserve sulla progettazione di una globalizzazione “vantaggiosa per tutti”. In altre parole, se possiamo condividere la valutazione di Putin sugli sviluppi nel contesto globale, si può anche mettere in dubbio la realtà di tale “globalizzazione per tutti”, che oppone alla situazione attuale. Infatti, se i Paesi estranei agli Stati Uniti hanno beneficiato della globalizzazione, è stato perché non rispettano le regole decise dagli Stati Uniti. Il fatto che i Paesi asiatici dalla maggiore crescita abbiano sistematicamente violato le regole della globalizzazione, decise e codificate da Banca Mondiale e FMI, viene sottolineata da Dani Rodrik [12]. In realtà, un’altra via stava emergendo, ma nel 1944, alla fine della guerra [13], fu cassata dal rifiuto degli Stati Uniti di ratificare il trattato dell’Avana. La Conferenza dell’Avana, tenutasi dal 21 novembre 1947 al 24 marzo 1948 [14], consentì la stesura di un testo che decise regole comuni per tutti i Paesi, secondo la logica della crescita e della lotta alla sottoccupazione. Così la presenza di misure protezionistiche veniva accettata e addirittura consolidata nel testo, promuovendo lo sviluppo delle industrie emergenti [15]. La Carta dell’Avana obbligava i membri a non avere posizioni predatorie autorizzando misure di salvaguardia negli altri Paesi e definendo un processo che portasse a standard di lavoro equi. La regole sul commercio, furono chiaramente determinate dagli obiettivi sociali ed economici interni. L’articolo 13 riconosce il diritto degli Stati membri di utilizzare le sovvenzioni pubbliche nei settori industriali ed agricoli, nonché misure protezionistiche. Di deve tornare a questo episodio, oggi in parte dimenticato, per capire che ci possono essere regole diverse da quelle della concorrenza, deus ex machina del commercio mondiale. Difendere questi principi implica difendere la sovranità degli Stati tanto contro la volontà di predominio di uno di essi, quanto contro quella delle grandi imprese private multinazionali.

Vladimir Putin e la sovranità
Sulla difesa della sovranità delle nazioni, Vladimir Putin vi arriva evocando il ruolo insormontabile delle Nazioni Unite. Dice a questo proposito: “Oggi, le Nazioni Unite continuano a rimanere un’organizzazione unica in termini di rappresentatività e universalità, un luogo unico per un dialogo equo. Le sue regole universali sono necessarie per integrare il maggior numero possibile di Paesi nello sviluppo economico e umanitario, garantendone la responsabilità politica e lavorando a coordinarne le azioni, preservandone sovranità e modelli di sviluppo. Non vi è dubbio che la sovranità sia il concetto centrale di tutto il sistema delle relazioni internazionali. Il suo rispetto e consolidamento contribuiranno a garantire pace e stabilità a livello nazionale e internazionale” [16]. Il riconoscimento del principio di sovranità è infatti un prerequisito per la creazione di un ordine internazionale equilibrato. Aveva anche ribadito, più avanti: “Spero davvero che sarà così, che il mondo diventi davvero più multipolare e che le opinioni di tutte le parti interessate della comunità internazionale siano considerate. Se un Paese è grande o piccolo, dovrebbe universalmente accettare le regole comuni che garantiscono sovranità e interessi del popolo” [17]. Ma questo principio di sovranità entra in contraddizione con la visione dominante della globalizzazione che sembra implicare regole emesse da organismi sovranazionali. L’esistenza di tali norme è infatti in contrasto con il principio di sovranità, che può certamente essere delegato ma che non può mai essere venduto. Pertanto, riferendoci al bilancio piuttosto cupo che Putin traccia della globalizzazione, riteniamo che la consideri avviata su una via sbagliata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ma aveva anche detto nel suo discorso: “le tensioni causate dai cambiamenti nella distribuzione dell’influenza economica e politica continuano a crescere. La diffidenza reciproca crea un fardello che riduce la nostra capacità di trovare risposte efficaci alle reali minacce e sfide che il mondo deve affrontare oggi. In sostanza, tutto il piano della globalizzazione è in crisi, e in Europa, come ben sappiamo, sentiamo voci che dicono ora come il multiculturalismo sia fallito. Penso che questa situazione sia per molti versi il risultato di scelte sbagliate, affrettate e, in una certa misura, di élite troppo sicure in certi Paesi, da un quarto di secolo. All’epoca, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, c’era la possibilità non solo di accelerare il processo della globalizzazione, ma anche di darle una diversa qualità e renderla più armoniosa e sostenibile” [18]. Anche in questo caso, possiamo certamente condividere gran parte dell’asserzione. Ma questa osservazione viene presa senza alcuna analisi della situazione internazionale, in particolare del contesto ideologico. Per dirla in altre parole, manca al discorso di Vladimir Putin una critica dell’ideologia neoliberale in quanto dominata dalle sfere intellettuali ed economiche del mondo occidentale, nel periodo che descrive. Ora Vladimir Putin è pronto o può rompere con l’ideologia neoliberista? Non che sia un dogmatico. Al contrario, Putin ha dato provato molte volte di essere prima di tutto un pragmatico. Non un uomo senza principi, ma un uomo che non lascia che l’ideologia, una rappresentazione della realtà, scarti le necessità pragmatiche della sua posizione. Ma tale pragmatismo l’ha portato a trattare con i sostenitori del neoliberismo, che cercano di aprire l’economia russa ai flussi di capitale. C’è un limite nel riflesso innegabile in Putin che gli impedisce di completare la sua giusta critica della globalizzazione e dell’ideologia delle élite al potere nei Paesi occidentali.

Putin e la crisi delle democrazie occidentali
Poiché, e questo è senza dubbio la vera novità del discorso al Forum Valdai 2016, Vladimir Putin critica una regola fondamentale della politica dei Paesi occidentali, una critica che ad oggi, dopo l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, era preveggente. Cosa dice? Iniziava effettivamente facendo un bilancio sul funzionamento, o più precisamente, sulla disfunzione politica nei Paesi occidentali, “Sì, formalmente i Paesi moderni hanno tutti gli attributi della democrazia: elezioni, libertà di espressione, accesso alle informazioni, libertà di espressione. Ma anche nelle democrazie più avanzate la maggioranza dei cittadini non ha una reale influenza sul processo politico e alcuna influenza diretta ed effettiva sul potere. La gente sente un divario sempre crescente tra gli interessi propri e la visione che l’élite hanno sull’unica strada che ritengono corretta, la traiettoria che l’élite sceglie. Ne consegue che referendum ed elezioni sorprendono sempre più le autorità. Le persone non votano affatto come i media ufficiali e rispettabili consigliano, né come consigliano i grandi partiti. I movimenti pubblici, da tempo considerati troppo di sinistra o di destra, s’impongono al centro della scena mettendo da parte i pesi massimi. In un primo momento questi risultati problematici furono dichiarati subito anomalie o colpi di fortuna. Ma quando sono diventati più frequenti, s’iniziò a dire che la società non comprendeva più i vertice del potere, che non era matura abbastanza per poter valutare il lavoro delle autorità per il bene pubblico. Oppure costoro divenivano isterici parlando di conseguenze della propaganda straniera, di solito russa” [19]. Le descrizioni dei processi politici nei Paesi europei, con la molteplice negazione della democrazia che s’è vista (come nel caso del risultato del referendum sul Trattato costituzionale europeo del 2015) sono impeccabili. Inoltre, l’analisi dei meccanismi dell’autismo delle élite e delle loro frange mediatiche, questo nuovo tradimento dei chierici, è particolarmente vera [20] E’ questo recinto autistico ha impedito alle élite di vedere la Brexit nel Regno Unito o l’elezione di Donald Trump, e dopo il risultato del voto democratico, ha condotto parte di tali élite a cercare di mettere in discussione questi risultati. Oggi siamo in presenza di un nuovo cortocircuito, come scrisse nel 2005 Frédéric Lordon [21]. In quel libro denunciò più volte la chiusura autistica dal 2012, e quindi non sorprende vedere uno dei grandi leader mondiali arrivare alla stessa conclusione. Ma la cosa più interessante è l’analisi che Putin fa delle cause di questa situazione. Questa analisi non è nuova, ma è probabilmente la prima volta che viene espressa da un funzionario del rango di Vladimir Putin. Continua quindi: “Sembra che le élite non vedano l’ampliamento della stratificazione sociale e dell’erosione della classe media, mentre attua ideologie che ritengo distruttive per l’identità culturale e nazionale. E in alcuni casi, in certi Paesi, sovvertono gli interessi nazionali e rinunciano alla sovranità in cambio del favore del sovrano. Ciò pone la questione: chi è in realtà emarginato dalla società? La classe in ascesa dell’oligarchia sovranazionale e la burocrazia, che spesso non viene eletta né controllata dalla società, o la maggioranza dei cittadini, che vogliono cose semplici, stabilità, libero sviluppo del proprio Paese, prospettive di vita per sé e i propri figli, conservazione dell’identità culturale e, infine, sicurezza per sé e i propri cari” [22]. Qui il legame tra erosione della classe media (certamente il concetto di “classe media” è un concetto “morbido”), e più in generale delle classi popolari superiori, oggi vittime dell’instabilità economica e dell’insicurezza sia materiale che economico-culturale, e la volontà delle élite di monetizzare la loro posizione di potere con il “sovrano” internazionale. Questo descrive l’opposizione tra ciò che può essere considerata “élite globalizzata” (essenzialmente della finanza e dei media) e la “sovranità”, descrivendo l’opposizione della plebe ai ceti semiborghesi, di cui già parlai in un libro del 2006 [23]. Scrissi all’epoca, parlando della vittoria del ‘no’ nel referendum del 2005: “Il ‘no’ ha superato il 60% nel Nord industriale, nelle regioni industriali della Loira e del Centro e, infine, nelle regioni industriali indebolite del sud. Se aggiungiamo a queste regioni quelle dove il “no” ha superato il 55%, si traccia la mappa del lavoro della Francia. Al contrario, gli strati sociali connessi ai servizi globalizzati, comunicazione e finanza, hanno votato “sì”. I risultati dei sobborghi centro-occidentali parigini e di Parigi sono chiari a questo proposito. Osiamo quindi avanzare una formula: la vittoria del ‘no’ è quella della plebe contro i bobos (bohemien borghesi)” [24]. E’ questa borghesia, che si dice bohème (da qui la categoria dei “bobos”) non ha che valori oscillanti che, per via delle proprie ideologia e politica, si rivelano profondamente distruttivi. Il tecnocrate finanziario abbraccia sotto i riflettori dei media il sessantottino riciclato. Tra questi sostenitori del “sì” vi erano Pascal Lamy, direttore dell’OMC, dopo essere stato nella Commissione europea un sostenitore della globalizzazione, e Daniel Cohn-Bendit; una differenza che può essere dovuta a un capello (o sua assenza…)
Si constata che il discorso di Vladimir Putin dà un quadro importante e interessante del mondo visto dal Presidente della Russia. Naturalmente, questo testo è importante anche da ciò che non vi troviamo, un’articolata critica del neoliberismo e altro. Ma questo discorso è certamente un’analisi articolata dei mali nei Paesi occidentali e della gran parte del mondo. Questo discorso non è ottimista, ma Putin chiaramente approva la massima che Luigi XIV propose al Gran Delfino: “Attenzione alla speranza: la speranza è una cattiva guida“. Questo discorso coerente, e soprattutto la sua coerenza temporale, sono importanti. Ecco perché non possiamo che invitare tutti coloro che vogliono comprendere il mondo di oggi per trasformarlo, a leggerlo e capirlo.w1dnkpaitvw0zoifamwoap4hzg98mi6nNote
[1] Sputnik e Valdaj Club
[2] Vedasi la dichiarazione del presidente russo alla conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera il 10 febbraio 2007, il testo è stato tradotto su La Lettre Sentinel n° 43, marzo 2007.
[3] Sapir J., Il nuovo XXI secolo, Parigi, Le Seuil, 2009.
[4] Smith CF, e Brittany D. Parling, “L’imperialismo americano: l’esperienza di un praticante con l’applicazione extraterritoriale della FCPA“, University of Chicago Lefale Forum 237, p. 239 (2012); 15 USC && 78dd-1, 78dd-3.
[5] Vedasi La Lettre Sentinel, n° 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.
[6] E. Primakov, Mir Posle 11 Sentjabrja, op. cit., p. 138-151.
[7] La Lettre Sentinel, n° 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.
[8] Sapir J., Il nuovo XXI secolo, Parigi, Le Seuil, 2009.
[9] Traduzione dalla trascrizione inglese: “If the powers that be today find some standard or norm to their advantage, they force everyone else to comply. But if tomorrow these same standards get in their way, they are swift to throw them in the bin, declare them obsolete, and set or try to set new rules. Thus, we saw the decisions to launch airstrikes in the centre of Europe, against Belgrade, and then came Iraq, and then Libya. The operations in Afghanistan also started without the corresponding decision from the United Nations Security Council. In their desire to shift the strategic balance in their favour these countries broke apart the international legal framework that prohibited deployment of new missile defence systema“.
[10] “But some countries that saw themselves as victors in the Cold War, not just saw themselves this way but said it openly, took the course of simply reshaping the global political and economic order to fit their own interests. In their euphoria, they essentially abandoned substantive and equal dialogue with other actors in international life, chose not to improve or create universal institutions, and attempted instead to bring the entire world under the spread of their own organisations, norms and rules. They chose the road of globalisation and security for their own beloved selves, for the select few, and not for all. But far from everyone was ready to agree with this.”
[11] Sapir J., De-globalizzazione, Parigi, Le Seuil, 2011.
[12] D. Rodrik, “Cosa produce il successo economico?“, in R. French-Davis, La crescita economica con equità: Sfide per l’America Latina, Londra, Palgrave Macmillan, 2007. Vedi anche deòlo stesso autore, “Dopo il neoliberalismo, cosa?“, Project Syndicate, 2002.
[13] H.-J. Chang, Cattivi samaritani: Il Mito del libero scambio e la Storia segreta del capitalismo, New York, Random House, 2007.
[14] Graz J. C., L’origine del WTO: la Carta dell’Avana 1941-1950, Droz, Ginevra, 1999, p 367
[15] Avana
[16] “Today it is the United Nations that continues to remain an agency that is unparalleled in representativeness and universality, a unique venue for equitable dialogue. Its universal rules are necessary for including as many countries as possible in economic and humanitarian integration, guaranteeing their political responsibility and working to coordinate their actions while also preserving their sovereignty and development models. We have no doubt that sovereignty is the central notion of the entire system of international relations. Respect for it and its consolidation will help underwrite peace and stability both at the national and international levels“.
[17] “I certainly hope that this will be the case, that the world really will become more multipolar, and that the views of all actors in the international community will be taken into account. No matter whether a country is big or small, there should be universally accepted common rules that guarantee sovereignty and peoples’ interests“.
[18] “The tensions engendered by shifts in distribution of economic and political influence continue to grow. Mutual distrust creates a burden that narrows our possibilities for finding effective responses to the real threats and challenges facing the world today. Essentially, the entire globalisation project is in crisis today and in Europe, as we know well, we hear voices now saying that multiculturalism has failed. I think this situation is in many respects the result of mistaken, hasty and to some extent over-confident choices made by some countries’ elites a quarter-of-a-century ago. Back then, in the late 1980s-early 1990s, there was a chance not just to accelerate the globalisation process but also to give it a different quality and make it more harmonious and sustainable in nature“.
[19] “Yes, formally speaking, modern countries have all the attributes of democracy: Elections, freedom of speech, access to information, freedom of expression. But even in the most advanced democracies the majority of citizens have no real influence on the political process and no direct and real influence on power. People sense an ever-growing gap between their interests and the elite’s vision of the only correct course, a course the elite itself chooses. The result is that referendums and elections increasingly often create surprises for the authorities. People do not at all vote as the official and respectable media outlets advised them to, nor as the mainstream parties advised them to. Public movements that only recently were too far left or too far right are taking centre stage and pushing the political heavyweights aside. At first, these inconvenient results were hastily declared anomaly or chance. But when they became more frequent, people started saying that society does not understand those at the summit of power and has not yet matured sufficiently to be able to assess the authorities’ labour for the public good. Or they sink into hysteria and declare it the result of foreign, usually Russian, propaganda“.
[20] Benda J., Il tradimento dei chierici, rist., Paris, Grasset, coll. “Les Cahiers rouges”, 1990.
[21] F. Lordon, “La processione dei fulminanti” e “Un “cri de douleur” de Serge July, par le Collectif Les mots sont importants”, 1° giugno 2005  (accessibile dal sito Acrimed).
[22] “It seems as if the elites do not see the deepening stratification in society and the erosion of the middle class, while at the same time, they implant ideological ideas that, in my opinion, are destructive to cultural and national identity. And in certain cases, in some countries they subvert national interests and renounce sovereignty in exchange for the favour of the suzerain. This begs the question: who is actually the fringe? The expanding class of the supranational oligarchy and bureaucracy, which is in fact often not elected and not controlled by society, or the majority of citizens, who want simple and plain things – stability, free development of their countries, prospects for their lives and the lives of their children, preserving their cultural identity, and, finally, basic security for themselves and their loved ones.”
[23] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, Paris, Seuil, 2006.
[24] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, op.cit.3a5782d277d9a8532af1955c32d8cf82Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Clinton e Soros lanciano la rivoluzione viola negli USA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 11/11/2016hillary-7591La sconfitta della candidata presidenziale democratica Hillary Rodham Clinton non “passava tranquillamente in quella buona nottata”. La mattina dopo la sorprendente e inaspettata sconfitta per mano del parvenu repubblicano Donald Trump, Clinton e marito, l’ex-presidente Bill Clinton, entravano nella sala da ballo art-deco dell’hotel New Yorker nel cuore di Manhattan in abiti viola. La stampa subito notò il colore e chiese cosa rappresentasse. Il portavoce dei Clinton sostenne che rappresentasse l’incontro tra l’“America blu” dei democratici e l’“America rossa” dei repubblicani, unendosi nel viola. Tale dichiarazione era un mero stratagemma, noto ai cittadini dei Paesi oggetto in passato delle vili operazioni politiche del magnate degli hedge fund George Soros. I Clinton, che hanno ricevuto milioni di dollari in contributi elettorali e donazioni per la Clinton Foundation da Soros, in realtà avviavano la “rivoluzione viola” di Soros negli USA. La rivoluzione viola si opporrà agli sforzi dell’amministrazione Trump per respingere le politiche globaliste dei Clinton e dell’imminente ex-presidente Barack Obama. La rivoluzione viola cercherà inoltre di abbreviare l’amministrazione Trump con manifestazioni di piazza sorosiane e disagi politici. È dubbio che gli assistenti del presidente Trump lo consiglino dall’indagare sul diversivo dei server di posta elettronica privati di Clinton ed altre questioni relative alle attività della Fondazione Clinton, soprattutto quando la nazione deve affrontare tante altre questioni urgenti, tra cui posti di lavoro, immigrazione e assistenza sanitaria. Tuttavia, il presidente Jason Chaffetz dell’House Oversight and Government Reform Committee, ha detto che continuerà le udienze al Congresso, controllato dai repubblicani, su Hillary Clinton, Fondazione Clinton e l’assistente Huma Abedin. Il presidente Trump non deve lasciarsi distrarre da tali tentativi. Chaffetz non è un sostenitore di Trump. Globalisti ed interventisti statunitensi già avanzano il mantra opposto dai tanti “esperti” di sicurezza nazionale e militari di regime alla candidatura di Trump, Trump “deve” chiamarli ad unirsi all’amministrazione, perché non ci sono abbastanza “esperti” nella cerchia dei consulenti di Trump. Gli screditati neo-conservatori alla Casa Bianca di George W. Bush, come il co-cospiratore della guerra in Iraq Stephen Hadley, vengono menzionati come qualcuno a cui Trump dovrebbe chiedere di entrare nel suo Consiglio per la Sicurezza Nazionale o altre posizioni di rilievo. Il segretario di Stato di George HW Bush, James Baker, fiero lealista di Bush, viene anche indicato come membro della squadra alla Casa Bianca di Trump. Non c’è assolutamente alcuna ragione per Trump di chiedere il parere di fossili repubblicani come Baker, Hadley, Rice e Powell, il folle ex-ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite John Bolton, ed altri. Vi sono molti sostenitori di Trump dalla ricca esperienza nella sicurezza estera e nazionale, anche di origine africana, haitiana, ispanica e araba, senza essere neocon, che occuperebbero le posizioni ai vertici e intermedi dell’amministrazione Trump. Trump deve distanziarsi da neocon improvvisi benevolenti, avventurieri, militaristi ed interventisti, impedendogli d’infestarne l’amministrazione. Se Clinton avesse vinto, su un articolo sulla nuova amministrazione si sarebbe letto: “Sulla base del militarismo e dell’avventurismo estero da segretaria di Stato e del due volte presidente, il marito Bill Clinton, il mondo vedrà maggiore aggressività militare statunitense su vari fronti nel mondo. La presidentessa Hillary Clinton non nasconde il desiderio di confrontarsi con la Russia militarmente, diplomaticamente ed economicamente in Medio Oriente, alle porte della Russia in Europa orientale, e anche nella Federazione russa. Clinton ha rispolverato la politica del ‘contenimento’, da tempo screditata, introdotta dal professor George F. Kennan all’indomani della seconda guerra mondiale. L’amministrazione Clinton probabilmente promuoverà i neo-guerrieri freddi più feroci dell’amministrazione Obama, tra cui l’assistente segretaria di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland, favorita personale di Clinton”.
Il Presidente Trump non può permettersi che chi è nella stessa rete di Nuland, Hadley, Bolton ed altri, entri nella sua amministrazione, metastatizzandola come una forma aggressiva di cancro. Costoro non porterebbero avanti la politica di Trump, ma continuerebbero a danneggiare le relazioni degli USA con Russia, Cina, Iran, Cuba e altre nazioni. Non solo Trump avrebbe a che fare con i neocon repubblicani, che cercano di bacarne l’amministrazione, ma anche con il tentativo di Soros d’interrompere la sua presidenza con la rivoluzione viola. Prima che Trump sia nominato 45° presidente degli Stati Uniti, le operazioni politiche finanziate da Soros si attivavano per sabotarlo durante il periodo terminale di Obama e in seguito. La rapidità della rivoluzione viola ricorda la velocità con cui i manifestanti invasero le strade di Kiev, capitale ucraina, nelle due rivoluzioni arancioni sponsorizzate da Soros nel 2004 e, dieci anni dopo, nel 2014. Mentre i Clinton adottavano il viola a New York, manifestazioni di piazza violente, coordinate da Moveon.org e “Black Live Matter” finanziati da Soros, scoppiavano a New York, Los Angeles, Chicago, Oakland, Nashville, Cleveland, Washington, Austin, Seattle, Philadelphia, Richmond, St. Paul, Kansas City, Omaha, San Francisco e altre 200 città degli Stati Uniti. Il gruppo “Pussy Riot” finanziato da Soros pubblicava su YouTube un video anti-Trump dal titolo “Make America Great Again”. Il video è divenuto “virale” su Internet, ed è pieno di atti profani e violenti, ritraendo una distopica presidenza Trump. Seguendo la sceneggiatura dello scribacchio di George Soros, Gene Sharp, il membro delle Pussy Riot Nadya Tolokonnikova invocava gli statunitensi anti-Trump a trasformare la rabbia in arte, musica e arte visiva. L’uso dei graffiti politici è una tattica popolare di Sharp. Le proteste di strada, musica e arte anti-Trump sono la prima fase della rivoluzione viola di Soros negli USA.
Il presidente Trump affronta un duplice attacco dai nemici. Uno guidato dai burocrati neo-con, tra cui l’ex-direttore della National Security Agency e della CIA Michael Hayden, l’ex-segretario alla Sicurezza Nazionale Michael Chertoff, e i fedelissimi della famiglia Bush, cerca di decidere le nomine di Trump alle cariche per sicurezza nazionale, intelligence, politica estera e difesa dell’amministrazione. Tali neo-guerrieri freddi cercano di convincere Trump a mantenere l’aggressività di Obama verso Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba e altri Paesi. Il secondo fronte contro Trump sono i gruppi politici e mediatici finanziati da Soros. Tale seconda linea di attacco attua la guerra di propaganda anti-Trump utilizzando centinaia di giornali, siti web ed emittenti, cercando di minare la fiducia del pubblico verso l’amministrazione Trump fin da subito. Uno degli annunci politici di Trump, poco prima dell’elezione, dichiarava che George Soros, la presidentessa della Federal Reserve Janet Yellen e l’amministratore delegato della Goldman Sachs Lloyd Blankfein, fanno parte di “una struttura di potere globale responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, spogliato il nostro Paese della ricchezza, mettendola nelle tasche di un pugno di grandi aziende ed enti politici”. Soros e i suoi servi avevano immediatamente e ridicolmente attaccato l’annuncio come “antisemita”. Il presidente Trump dovrà stare in guardia contro coloro che la sua campagna ha denunciato e i loro colleghi. Il figlio di Soros, Alexander, ha invitato la figlia di Trump, Ivanka, e il marito Jared Kushner, a sconfessare pubblicamente Trump. Le tattiche di Soros non solo cercano di dividere le nazioni, ma anche le famiglie. Trump deve guardarsi dalle macchinazioni, attuali e future, di George Soros, tra cui la rivoluzione viola.2016-11-10t160706z_1_lynxmpeca9116_rtroptp_3_usa-election-protestsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Grecia: una forte amicizia che né NATO né UE possono rovinare

Peter Korzun, Strategic Culture Foundation 05/11/2016

dt-common-streams-streamserver-clsCon le crescenti tensioni tra la Russia e l’occidente che fanno i titoli, Mosca e Atene continuano a sviluppare le relazioni bilaterali in tutti i campi. Il 1° novembre, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov visitava il Paese amico, membro di NATO e UE, incontrando il Primo ministro Alexis Tsipras, il Presidente Prokopis Pavlopoulos e l’omologo greco Nikolaos Kotzias. Il 2016 è l’anno dello scambio culturale segnato da due date importanti: 185 anni dalla tragica scomparsa di Ioannis Kapodistrias, ministro degli Esteri greco nell’Impero russo e uno dei politici e diplomatici più illustri d’Europa, e i 1000 della presenza dei monaci russi nella penisola greca (nel santuario monastico autonomo ortodosso di Monte Athos). La visita rientrava nel programma speciale per sviluppare l’amicizia tra le due nazioni ortodosse, con circa 170 eventi su cultura, scienza, istruzione, turismo, sport, economia e commercio. Il 190° anniversario della battaglia navale di Navarino, dove la Flotta russa liberò la Grecia dall’impero ottomano, segnerà il prossimo anno. L’agenda include commercio, investimenti e cooperazione energetica, nonché urgenti questioni internazionali. La commissione mista russo-greca sulla cooperazione scientifica e tecnica economica ed industriale, ha avuto la decima sessione ad Atene il 4 novembre 2016. Il flusso turistico dalla Russia alla Grecia è aumentato del 20 per cento nel primo semestre, divenendo un record. Nuove opportunità d’investimento appaiono grazie all’accordo firmato tra aziende d’investimento di Grecia e Russia durante la visita del Presidente Putin ad Atene a maggio. L’accordo include la cooperazione in aree come turismo, ferrovie, porti, energia, cibo, agricoltura, distribuzione al dettaglio, ambiente e salute. Si dà particolare attenzione allo sviluppo dei modi per attrarre investimenti e esportazioni tra Grecia e Russia. Lavrov ha osservato che Mosca e Atene hanno prospettive promettenti nel settore energetico. “Condividiamo l’idea di avere un potenziale significativo nell’industria energetica. E’ probabile che avremo discussioni speciali in vista di un risultato specifico”, aveva detto il capo della diplomazia russa. Atene mantiene stretti legami con Mosca, opponendosi alle sanzioni UE alla Russia. Il giorno dopo la vittoria del partito Syriza di Alexis Tsipras, il Primo Ministro contestò gli appelli ad ulteriori sanzioni contro la Russia ed espresse solidarietà a Mosca e al popolo russo. “Sulle nostre relazioni con la NATO, apprezziamo il disaccordo della Grecia con la politica delle sanzioni e la volontà di proseguire il dialogo sulla crisi ucraina”, aveva dichiarato Lavrov dopo l’incontro con l’omologo greco Nikos Kotzias il 2 novembre.
Il rapporto comprende anche la cooperazione militare. A maggio, il Ministro della Difesa greco Panos Kammenos affermava che la Grecia cercherà di avere la licenza per la fabbricazione dei fucili d’assalto Kalashnikov a Patrasso, appena finito l’embargo commerciale dell’UE contro la Russia. La co-produzione nella fabbrica di Aigio nel Peloponneso nord, sarà una spinta importante per l’industria della Difesa della Grecia. La Grecia è in trattative con Mosca per l’acquisto e la manutenzione dei sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa S-300, che possiede dalla fine degli anni ’90. Alti funzionari della NATO hanno sollevato preoccupazioni sui tentativi della Grecia di stringere un Patto difensivo con Mosca che minerebbe seriamente il fronte unito contro la Russia. Kammenos aveva apertamente sostenuto la posizione della Russia sull’Ucraina. Secondo lui, “La popolazione greca in Crimea è stata attaccata dal governo fascista ucraino e le famiglie greche sono state protette dalle forze russe”. Parlando alla 4.ta conferenza sulla sicurezza internazionale di Mosca ad aprile, il ministro sostenne che le sanzioni dell’UE erano “un disastro per la Russia e l’UE”. Fu simbolico che il fine settimana prima della visita del Lavrov, il cacciatorpediniere russo Smetlivij gettasse l’ancora nel porto principale della Grecia del Pireo, prima di navigare nel Mediterraneo orientale per unirsi alle navi da guerra che appoggiano le forze governative nella guerra in Siria. La nave partecipò ai festeggiamenti dedicati all’anno dello scambio culturale. La Grecia è non è l’unico membro di UE e NATO che sfida apertamente la politica antirussa imposta dagli Stati Uniti. Il Paese fa parte del grande gruppo di membri dell’UE che si oppone alla politica delle sanzioni antirusse e le loro voci sono sempre più forti ultimamente. La Grecia sa che l’Unione europea attraversa tempi duri. “Lo scopo, anche l’esistenza, della nostra Unione è in discussione”, aveva scritto il capo della politica estera dell’UE Federica Mogherini nella prefazione della strategia globale dell’UE su politica estera e di sicurezza, il nuovo documento pubblicato in estate. Unità sarà la parola onnipresente nei documenti ufficiali della NATO, ma ci sono profonde differenze che dividono l’alleanza sui grandi temi. Italia, Francia e Grecia si oppongono alla politica del blocco alla Russia. Secondo il Pew Research Center, solo il 34 per cento degli europei ritiene che Mosca metta in pericolo il continente, puntando a Stato islamico ed instabilità economica quali sfide principali. NATO e UE dovranno presto cambiare politica verso Mosca. Sono cose volubili, i rapporti hanno alti e bassi, ma i valori comuni, la cultura ortodossa, la storia e l’affinità sincera riuniranno sempre Russia e Grecia.bn-gy486_rusgre_j_20150213105247

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La giornalista uccisa per aver scoperto la verità sullo Stato islamico

Eva Bartlett, The Duran 21 ottobre 2016serena-shim-1Anche se tutti gli indizi portano a un gioco sporco, un omicidio, dei servizi segreti turchi, finora il governo degli Stati Uniti non ha né diretto né invocato un’inchiesta sull’incidente d’auto che secondo i funzionari turchi uccise Shim, e tanto meno espressero le condoglianze alla famiglia.
Serena Shim era corrispondente da Kobane, dalla Turchia. Era una dei primi, se non la prima, a riferire sul campo dei “militanti taqfiri che attraversavano il confine con la Turchia“, non solo i terroristi dello SIIL, ma anche del cosiddetto Esercito libero siriano (ELS). La sorella Fatmah Shim dichiarò nel 2015, “li riprese mentre portavano capi del SIIL in Siria dai campi in Turchia, che si suppone siano campi profughi siriani“. Nel gennaio 2013 Serena Shim denunciò il “ruolo centrale della Turchia nell’insurrezione in Siria: riferiva PressTV dalla Turchia“, mostrando le immagini di ciò che si ritenevano essere 300 autocarri “in attesa che i militanti li svuotassero“; le testimonianze incluse spiegavano come la Turchia permettesse ai terroristi stranieri di passare “liberamente” in Siria; parlò dell’invio di armi dalla base aerea degli Stati Uniti di Incirlik in Turchia ai terroristi nei campi profughi in Siria; ed espose la questione dei campi di addestramento terroristici camuffati da campi profughi, e sorvegliati dai militari turchi. Shim disse che l’ONG Organizzazione Mondiale del Cibo, usava i camion per inviare armi ai terroristi in Siria, nell’ultima intervista, il giorno prima di essere uccisa. In particolare, nell’intervista disse esplicitamente che temeva per la vita perché l’intelligence turca l’aveva accusata di essere una spia. Disse a Press TV: “La Turchia è etichettata da Reporter senza frontiere come la più grande prigione per giornalisti, quindi temo ciò che potrebbero fare contro di me… spero che non accada nulla, di ciò che arriva. Penso che m’interrogherebbero, e la mia speranza è che il mio avvocato sua abbastanza bravo da farmi uscire al più presto possibile”. Due giorni dopo, Press TV ne annunciò la morte, affermando: “Serena è stata uccisa in un presunto incidente stradale mentre tornava da un’inchiesta a Suruch nella provincia di Urfa in Turchia. Tornava nell’albergo di Urfa, quando l’auto fu tamponata da un veicolo pesante”. Questa era la versione ufficiale della morte, anche se nelle versioni successive la storia cambiò. In un articolo del mese dopo, Russia Today (RT) parlò con la sorella, che disse: “Ci sono così tante storie. La prima è che la macchina di Serena fu tamponata da un autoveicolo pesante, che proseguì. Non trovarono né l’autoveicolo né il conducente. Due giorni dopo, a sorpresa, trovarono veicolo e conducente, e avevano le immagini dell’autoveicolo pesante che investì l’auto di mia sorella. Ogni giorno uscivano nuove foto con diversi danni all’auto. Serena e mio cugino, che guidava la vettura, furono portati in due ospedali diversi. Fu segnalata già morta sul posto. Poi uscirono altri articoli secondo cui era deceduta in ospedale 30 minuti dopo, per insufficienza cardiaca?!

Blackout politico, blackout mediatico
serenashimQuando il 20 novembre 2014, alla conferenza stampa, il giornalista della RT Gajan Chichakjan chiese per due volte al direttore dell’ufficio stampa Jeff Rathke aggiornamenti sulla morte di Shim, la risposta non sorprese nessuno:
Chichakjan: “era la giornalista Serena Shim, morta in Turchia in circostanze molto sospette. La morte ha sollevato sospetti al dipartimento di Stato?
Rathke: “Beh, credo che ne abbiamo parlato in una riunione diverse settimane fa, dopo che accadde. Non ho nulla da aggiungere a quanto detto dal portavoce al momento, però“.
Chichakjan: “Ma è morta alcuni giorni dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca. Avete chiesto informazioni? Domande? Non c’è davvero nulla di nuovo?
Rathke: “Beh, ho appena detto che non c’è alcun aggiornamento da riferirvi. Ancora una volta, ciò fu sollevato poco dopo la morte. Il portavoce si espresse. Non ho aggiornamenti da riferirvi in questo momento“.
Chichakjan: “Voglio solo tornare su Serena Shim. Ha giustamente detto che il dipartimento di Stato ne ha commentato la morte diverse settimane fa, e dice che non c’è alcun aggiornamento. Perché non ce n’è? Una cittadina degli Stati Uniti muore poco dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca“.
Rathke: “Beh, semplicemente non abbiamo informazioni da riferirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è qualcos’altro. Ne abbiamo parlato, come ho detto, proprio alcune settimane fa, dopo la morte, così non ho niente da dirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è altro che possa dire“.
Naturalmente, né lui né alcun funzionario del governo degli Stati Uniti si fece sentire. L’anno scorso, la madre di Shim, Judy Poe, rispose a un mio messaggio: “Non ho alcun dubbio che mia figlia non sia morta in un incidente stradale. Non aveva un solo graffio né sangue da alcuna parte. Cercai di contattare l’ambasciata degli USA in Turchia con i numeri di cellulare che mi diedero quando stavo per riprendermi mia figlia. Assolutamente alcuna risposta dall’ambasciata statunitense in Turchia, neanche dai cellulari personali“. La sorella di Shim nell’intervista a RT dichiarò, “Non abbiamo avuto alcun aiuto, né condoglianze”. Alcuna organizzazione giornalistica perseguì un’indagine sull’omicidio di Shim, tanto meno se ne lamentò. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) non da risultati quando si cerca il nome Shim sul suo sito web, eppure CPJ ha una lista di giornalisti uccisi in Turchia dal 1992 al febbraio 2016, evidentemente senza il nome di Shim. Lo stesso con una ricerca sul sito di Reporters sans frontières, non da risultati. In un articolo del 19 dicembre 2014 sul Greanville Post, il portavoce del CPJ afferma: “Il Committee to Protect Journalists ha indagato sulla morte di Serena Shim in Turchia e non ha trovato alcuna prova che ne indichi la morte come qualcosa di diverso da un tragico incidente. A meno che la morte sia confermata legata direttamente al lavoro di giornalista, non comparirà sul nostro database. Nel caso in cui nuove prove comparissero, CPJ riesaminerà il caso“. L’articolo osserva, “Dal febbraio 2016, il CPJ non ha cambiato posizione“. La Federazione internazionale dei giornalisti ha una breve sintesi su Shim: “Serena Shim, corrispondente di Press TV in Turchia uccisa in un incidente d’auto sul confine turco-siriano. Tornava da un’indagine a Suruch, distretto rurale della provincia turca di Sanliurfa, quando la sua auto si scontrò con un camion“. Ma senza invocare un’inchiesta e senza dubitare della narrazione ufficiale. In un articolo del 21 novembre 2014 sulla morte di Shim, RT osservò che, “l’Ufficio del rappresentante per la libertà dei media dell’OSCE ha detto a RT che la Turchia svolge indagini“, e citava il rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media Gunnar Vrang dire: “Il rappresentante ha seguito il caso, dalle prime notizie apparse sull’incidente d’auto costato la vita alla giornalista Serena Shim. Secondo le informazioni disponibili, le autorità turche hanno avviato un’indagine sui dettagli dell’incidente d’auto“. Cercando sul sito dell’OSCE il nome di Serena Shim, non spunta nulla. Il 5 febbraio 2016, Judy Poe twittava: “Chiaramente il rappresentante accetta la narrazione turca. Pochi media corporativi hanno esaminato la morte sospetta di Shim, con una sola eccezione sorprendente, Fox News riferì della morte di Shim citando il portavoce del dipartimento di Stato degli USA affermare che il dipartimento “non conduce indagini sui morti all’estero“.” Dato che l’intelligence turca minacciò Shim, secondo la sua testimonianza, e che la Turchia è nota per imprigionare e uccidere giornalisti, l’assenza di preoccupazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è compromettente di per sé.
In netto contrasto con il silenzio sulla morte di Shim, John Kerry almeno per due volte ha pubblicamente lamentato la morte di James Foley, lodandolo come eroico giornalista che s’infiltrava in Siria dalla Turchia lavorando con al-Qaida e altri terroristi, consegnando sincere condoglianze alla famiglia. Senza una traccia d’ironia, nell’agosto 2014 Kerry disse di Foley, e mai di Shim, “Onoriamo il coraggio e preghiamo per la sicurezza di tutti coloro che rischiano la vita per scoprire la verità, dove è più necessario“. Nel settembre 2014, Kerry smentì il portavoce del dipartimento di Stato dicendo: “Quando i terroristi ovunque nel mondo uccidono nostri cittadini, gli Stati Uniti devono rendere conto, non importa quanto tempo ci voglia. E coloro che hanno ucciso James Foley e Steven Sotloff in Siria devono sapere che gli Stati Uniti li ritengono responsabili, non importa quanto tempo ci voglia“. Sul blackout mediatico e politico sulla morte sospetta di Serena Shim, l’ex-collega Afshin Rattansi, ospite di RT a Going Underground, postulò: “Ci furono alcune notizie, ma niente che ci si aspetterebbe da una giovane giornalista coraggiosa. Perché la storia che seguiva era pericolosa perché si trattava di un alleato della NATO come la Turchia, che collaborerebbe con lo SIIL… ed è questa la ragione per cui la storia non fu riferita ampiamente? Non lo sappiamo“. In effetti, non sarebbe la prima volta che il governo degli Stati Uniti non cerchi giustizia per l’omicidio per mano di un alleato di un suo cittadino. L’omicidio di Rachie Corrie del 16 marzo 2013 da parte di un soldato israeliano alla guida di un bulldozer non solo fu testimoniato da numerosi attivisti a Rafah, nella Palestina occupata, ma fu anche ripreso. Non fu smentito che il soldato israeliano vide Corrie, e la travolse per poi invertirla di nuovo, schiacciandola due volte. Eppure, nonostante gli sforzi della famiglia e dei sostenitori, gli Stati Uniti non hanno mai cercato giustizia per questa cittadina statunitense. Judy Poe dice che il motto preferito di Serena era: “Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio“. Shim ha vissuto così. Aveva 29 anni e due figli quando fu uccisa.21

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Orban perde con il 98% dei voti… e non finisce il naufragio della stampa…

Olivier Berruyer, Les Crises 3 ottobre 2016

viktor-orban-540x304Tornando sul referendum in Ungheria. Il Primo ministro Orban ha deciso di giocare un “colpo di Stato politico” ponendo la seguente domanda al popolo: “Vuoi che l’Unione europea decreti il trasferimento forzato di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?“. Perché è questo che vuol fare Bruxelles, in ogni caso, decidendo a maggioranza.
Il referendum ungherese ha le stesse regole del referendum olandese sull’Ucraina:
– è solo consultivo e non vincolante per il governo
– si suppone che sia valido solo se il 50% degli elettori è d’accordo
Si capisce una cosa: abbiamo a che fare con un semplice processo “politico”, il referendum non ha alcun valore se non come “sondaggio”:
– la questione non ha alcun significato: si tratta della regole dell’UE, immateriali in questo caso: il governo non ha quindi alcun margine di manovra, in teoria …
– il referendum è soltanto consultivo
– la percentuale di affluenza è priva di senso se non si vince, in quanto è la posizione del governo! Questo punto è importante solo se la gente vuole imporre la propria volontà al governo, se non è d’accordo! (Se il No vinceva con il 51% di affluenza, il referendum consultivo era valido, e il governo imponeva il No votato; se il No vinceva con il 49% di affluenza il referendum consultivo non era valido, e così… il governo applicava la propria politica, appunto il No…)14542524Preciso di passaggio che trovo tale consultazione abbastanza odiosa perché agita passioni deleterie: il governo è contro l’ingresso di migranti, bene, agisca di conseguenza, ma è inutile eccitare la xenofobia in tali campagne… ricordo anche che era più semplice non destabilizzare la Siria e non alimentare una guerra civile ai nostri confini, tutto si sconta un giorno… Ma comunque, non è questo l’argomento.
L’UE ha risposto come suo solito: “Se dei referendum si svolgono su ogni decisione dei ministri e del Parlamento europeo, lo stato di diritto è in pericolo“, dice allarmato Jean-Claude Juncker, presidente della commissione. Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, da parte sua ha denunciato questo “gioco pericoloso”.
Il risultato:orban-1598,3% di No, ma solo il 40,3% di affluenza
Il voto consultivo non è “abilitato” (sic), ciò non significa nulla, ma va bene. In ogni caso si è votato nel senso voluto da Orban, che quindi ovviamente non cambierà idea! L’opposizione ad Orban ha invocato il boicottaggio, per non superare il 50% e convalidare il referendum (a mio parere una preoccupazione democratica, qualsiasi cosa si pensi del governo). La sinistra era anche divisa, per cambiare:orban-20Per la cronaca, il Parlamento:orban-21Infine, ricordiamo il 60% di astensione, lontano dal 71% di astensione alle europee del 2014! (ma del 40% alle ultime elezioni nazionali)orban-1Grande successo nei nuovi Paesi dell’Est dell’UE… In ogni caso, si può dire che alle sue condizioni, Orban ha l’ampio sostegno pubblico alla propria politica (che si può criticare) e anche se l’affluenza fosse stata maggiore, avrebbe facilmente avuto il 70-80%…
Ma il meglio l’hanno dato i nostri media, senza commenti:orban-4

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orban-22Menzione speciale per LeMonde in ogni caso:orban-18

Il pazzo persiste, è sorprendente che col 98% di NO non dica di colpo che ospiterà i migranti…
E finisco con questa pepita Mondesca:orban-17(Appello del partito di destra, quindi è importante diffonderlo…) dato che la stampa era molto preoccupata, negli ultimi giorni, che il Sì vincesse…orban-19Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora