Delusioni trotzkiste: ossessionati da Stalin, vedono ovunque rivoluzioni tradite

Diana Johnstone, Consortium News, 4 maggio 2018Il problema di certi trotzkisti è che sempre “supportano” le rivoluzioni altrui, secondo Diana Johnstone. La loro ossessione per la rivoluzione permanente alla fine da un alibi alla guerra permanente.
Incontrato per la prima volta dei trotzkisti nel Minnesota mezzo secolo fa, nel movimento contro la guerra del Vietnam. Ne apprezzai l’abilità nell’organizzare dimostrazioni contro la guerra e il coraggio nel definirsi “comunisti” negli Stati Uniti d’America, una professione di fede che non gli permise le carriere riuscite delle controparti intellettuali in Francia. Così iniziai il mio attivismo politico con simpatia per il movimento. A quei tempi erano in netto contrasto con l’imperialismo USA, ma questo cambiò. La prima cosa che s’impara sul trotskismo è che è diviso in tendenze rivali. Alcuni rimangono coerenti critici della guerra imperialista, in particolare chi scrive per il World Socialist Web Site (WSWS). Altri, tuttavia, hanno tradotto lo slogan trotskista della “rivoluzione permanente” (trasformare la rivoluzione borghese in operaia) nella speranza che ogni rivolta di minoranze nel mondo sia segno della tanto attesa rivoluzione mondiale, specialmente quelle che hanno l’approvazione dei media mainstream. Più che deplorare l’intervento USA, rimproverano Washington di non intervenire subito a nome della presunta rivoluzione. Un articolo dell’International Socialist Review (numero 108, 1 marzo 2018) intitolato “Rivoluzione e controrivoluzione in Siria” indica in modo profondo come il trotskismo si rovini, tanto da meritare una critica. Poiché l’autore, Tony McKenna, scrive bene e con evidente convinzione, questo è un forte esempio della mentalità trotskista. McKenna inizia con una appassionata denuncia del regime di Bashar al-Assad che, dice, risponde a un gruppo di bambini che semplicemente scrissero dei graffiti su un muro “picchiandoli, bruciandoli, strappandogli le unghie”. La fonte di tale macabra informazione non viene data. Non ci furono testimoni oculari di tale sadismo, e il cui estremismo molto somiglia molto a propaganda di guerra; ai tedeschi che mutilavano bambini belgi nella Prima guerra mondiale.

Il problema delle fonti
Si solleva il problema delle fonti. Ci sono molte fonti che accusano il regime di Assad, su cui McKenna parla liberamente, indicando che non scrive su osservazioni personale, non più di quanto faccia io. Chiaramente, è fortemente disposto a credere nel peggio e persino a ricamarci in qualche modo. Accetta e sviluppa con certezza la teoria secondo cui Assad ha rovinato la buona rivoluzione liberando i prigionieri islamisti che continuavano ad avvelenarla col loro estremismo. L’idea che Assad abbia infettato la ribellione col fanatismo islamista è nella migliore delle ipotesi basate non sui fatti ma le intenzioni, invisibili. Ma ciò viene presentato come prova inconfutabile della perversa malvagità di Assad. Tale interpretazione degli eventi viene combaciata perfettamente con l’attuale dottrina occidentale sulla Siria, tanto che è impossibile distinguerli. In entrambe le versioni, l’occidente non è altro che uno spettatore passivo, mentre Assad gode del sostegno di Iran e Russia. “Molto è stato fatto col supporto imperiale occidentale ai ribelli nei primi anni della rivoluzione. Questo è stato, in effetti, un perno ideologico prima degli interventi militari iraniani e poi russi prendendo le parti del governo di Assad. Tali interventi furono inquadrati nello spirito della retorica anticoloniale in cui Iran e Russia pretesero di aiutare uno Stato assediato, in balia del rapace imperialismo occidentale che cercava di frantumare il Paese secondo l’appetito del governo degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale“, secondo McKenna. Chi è la “causa ideologica?” Non certo della Russia, certamente, la cui linea nelle prime fasi dell’intervento non era denunciare l’imperialismo occidentale, ma appellarsi all’occidente e specialmente agli Stati Uniti per aderire alla lotta all’estremismo islamista. Né Russia né Iran “inquadrarono l’intervento nella retorica anticoloniale“, ma come lotta all’estremismo islamista dalle radici wahhabite.

Alleanza organica USA-Israele
In realtà, un'”inquadratura” molto più pertinente dell’intervento occidentale, tabù nel mainstream e persino a Mosca, è che il sostegno occidentale ai ribelli armati in Siria proveniva da Israele per distruggere i nemici regionali. Le nazioni del Medio Oriente attaccate dall’occidente, Iraq, Libia e Siria, sembrano essere o furono le ultime roccaforti del nazionalismo arabo laico a sostegno dei diritti palestinesi. Ci sono alcune ipotesi alternative alle motivazioni occidentali: oleodotti, atavismo imperialista, desiderio di suscitare l’estremismo islamista per indebolire la Russia (la mossa Brzezinski), ma nulla è coerente come l’alleanza organica tra Israele e Stati Uniti, e i loro aiutanti della NATO. È notevole il fatto che nel lungo articolo (circa 12 mila parole) sulla guerra in Siria, McKenna menzioni Israele solo una volta (a parte una nota in calce che cita fonti israeliane). E tale citazione paragone israeliani e palestinesi a vittime della propaganda di Assad: il governo siriano “ha usato i mass media per calunniare i manifestanti, per presentare la rivoluzione come caos orchestrato da sovversivi interessi internazionali (israeliani e palestinesi ne erano implicati nel ruolo do infiltrati stranieri)”. Alcun’altra menzione d’Israele, che occupa il territorio siriano (le alture del Golan) e bombarda la Siria ogni volta che vuole. Solo una, innocua menzione d’Israele. Ma tale articolo del trotskista menziona Stalin, stalinisti e stalinismo non meno di ventidue volte. E che dire dell’Arabia Saudita, l’alleato d’Israele nel distruggere la Siria e indebolire l’Iran? Due menzioni, che implicitamente negato questo fatto notorio. L’unica menzione negativa accusa l’impresa familiare saudita per aver investito miliardi nell’economia siriana nella fase neoliberale. Ma lungi dall’accusare l’Arabia Saudita del sostegno ai gruppi islamisti, McKenna ritrae la Casa dei Saud come vittima dell’ostilità dello SIIL. Chiaramente, tale è l’illusione trotskista da vedere la rivoluzione russa ovunque, per sempre repressa da un nuovo Stalin. Assad è paragonato a Stalin più volte.

Più parole su Stalin che la Siria
Questo articolo trotskista parla più contro Stalin che della Siria. Tale ossessione non porta all chiara comprensione degli eventi, che non sono la rivoluzione russa. E anche su tale copione, qualcosa non va. I trotskisti continuano a desiderare una nuova rivoluzione, proprio come la rivoluzione bolscevica. Sì, ma la rivoluzione bolscevica portò allo stalinismo. Non gli dice nulla? Non è del tutto possibile che la tanto desiderata “rivoluzione” possa risultare altrettanto grave in Siria, se non peggio (i jihadisti conquistano il Paese)? Nella storia, rivolte, insurrezioni, rivolte accadono continuamente e di solito finiscono con la repressione. La rivoluzione è rara. È più un mito che una realtà, soprattutto perché certi trotzkisti tendono a immaginarla col popolo che avvia un unico grande sciopero generale, scacciando gli oppressori dal potere e istituendo la democrazia popolare. È mai successo? Per talti trotzkisti, ciò appare il modo naturale con cui le cose dovrebbero accadere, impedito solo dai cattivi che lo rovinano per cattiveria. Oggi, le rivoluzioni riuscite sono state nei Paesi del Terzo Mondo, dove la liberazione nazionale dalle potenze occidentali fu un potente motore emotivo. Le rivoluzioni riuscite hanno un programma che unifica popolo e leader personificando le aspirazioni della popolazione. Socialismo o comunismo erano soprattutto un grido di battaglia che significava indipendenza e “modernizzazione”, in effetti ciò che la rivoluzione bolscevica si rivelò. Se la rivoluzione bolscevica diventò stalinista, forse fu anche perché un forte leader repressivo era l’unico modo per salvarla dai nemici interni ed esterni. Non ci sono prove che, se avesse sconfitto Stalin, Trotskij sarebbe stato più tenero di cuore. Paesi profondamente divisi ideologicamente ed etnicamente, come la Siria, non sono suscettibili a “modernizzazione” senza un forte governo. McKenna riconosce che all’inizio il regime di Assad ha in qualche modo riscattò la sua natura repressiva con la modernizzazione e le riforme sociali. Questa modernizzazione fu beneficiata da aiuti e commercio russi, persi quando l’Unione Sovietica crollò. Sì, c’era il blocco sovietico che nonostante l’incapacità di attuare la rivoluzione mondiale come sosteneva Trotskij, sostenne lo sviluppo dei nuovi Paesi indipendenti.

Niente scuse per Bashar
Se il padre di Bashar, Hafiz al-Assad, avesse avuto una legittimità rivoluzionaria agli occhi di McKenna, non ci sono scuse per Bashar. “Nel contesto del neoliberalismo globale, in cui tutti i governi attuarono forme pronunciate di deregolamentazione e sovrintesero allo smantellamento delle industrie statali da parte del capitale privato, il governo di Assad rispose alle crescenti contraddizioni nell’economia siriana dimostrandosi capace di marciare al ritmo degli investimenti esteri e dimostrando la volontà di tagliare i sussidi a lavoratori e agricoltori“. Il neoliberismo impoverisce le campagne, creando una situazione che giustifica la “rivoluzione”. Questo è piuttosto sorprendente, se ci si pensa. Senza il blocco sovietico, praticamente il mondo intero fi costretto a conformarsi alle politiche neoliberali anti-sociali. Inclusa la Siria. Questo rende Bashar al-Assad molto più cattivo di ogni altro leader conforme alla globalizzazione guidata dagli Stati Uniti? McKenna conclude citando Louis Proyect: “Se ci schieriamo dalla parte sbagliata delle barricate nella lotta tra i poveri rurali e oligarchi in Siria, come possiamo dare leadership alla lotta di classe negli Stati Uniti, Gran Bretagna o altro Paese capitalista avanzato?” Si potrebbe capire. Non dovrebbe tale rivoluzionario marxista dire: “Se non possiamo sconfiggere gli oligarchi in occidente, responsabili del neoliberismo imposto al resto del mondo, come possiamo dare una leadership alla lotta di classe in Siria?” Il problema con tali trotzkisti è che sempre “supportano” le rivoluzioni più o meno immaginarie altrui. Dicono sempre agli altri cosa devono fare. Loro sanno tutto. Il risultato pratico di tale verbosità è semplicemente allineare tale trotskismo all’imperialismo degli Stati Uniti. L’ossessione per la rivoluzione permanente fornisce un alibi ideologico alla guerra permanente. Per il bene della pace e del progresso nel mondo, Stati Uniti e i loro involontari sostenitori trotskisti dovrebbero tornarsene a casa a farsi gli affari loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Ungheria: i falsi amici di Viktor Orbán

Modeste Schwartz, Visegrad Post 20/03/2018In connessione col piccolo “terremoto” del 25 febbraio, in un recente editoriale ho affermato che i problemi di “comunicazione” (attualmente oggetto di accesi dibattiti nel FIDESZ e tra i suoi sostenitori) rivelano le realtà sociologiche sottostanti più difficile per i partecipanti identificare e nominano, in particolare “il fatto che FIDESZ, dopo 8 anni di politica esemplare ed efficace al servizio della classe media ungherese (praticamente l’unica in Europa a non essere stata sacrificata dal potere dominante), è sempre più preso tra due categorie strutturalmente ostili: una vecchia e una nuova: il lumpenproletariato per il quale è vero che non ha fatto molto e una “classe creativa” per la quale ha fatto di tutto, ed è ancora probabile lo tradisca”. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea rivedere questa domanda scavando un po’ più a fondo coll’analisi. Iniziamo presentando le due “classi ribelli” che potrebbero, se non l’8 aprile, almeno nel prossimo futuro, indebolire la costruzione apparentemente incrollabile dell’Ungheria di FIDESZ.
La più nota delle due classi, e la più spesso demonizzata da certi media filo-FIDESZ, è la sottoclasse, la cui esistenza massiccia indica il fallimento principale dell’esperimento del FIDESZ: aver fallito nel strappare l’Ungheria dalla morsa del colonialismo economico tedesco, che chiede a una società ungherese impoverita di perpetuare i margini di competitività con cui uccide le economie dell’Europa meridionale. Tale critica ai vertici del FIDESZ è estremamente rara in Ungheria, dove anche chi a sinistra mantiene una parvenza di decenza intellettuale (come il filosofo Gáspár Miklós Tamás) ha la tendenza ricorrente a non saper valutare, ignorando del tutto la geopolitica e non andando mai oltre la critica dei risultati, chiedendo politiche di assistenza sociale che nessuno mai specifico come possano o debbano essere finanziate. Ovviamente, in un Paese dal carico fiscale basso (rispetto a Francia o Scandinavia), e bassa tassazione parzialmente giustificata dalle esigenze dello sviluppo del paese, il FIDESZ non può continuare ad investire pesantemente nelle infrastrutture, mantenere un’ambiziosa politica di sostegno familiare (mutatis mutandis, probabilmente la più ambiziosa in Europa) e soddisfare i tani bisogni di un lumpen-proletariato massiccio e improduttivo. Ma tutti evitano accuratamente di chiedere perché tale sottoproletariato sia così improduttivo. Questo, tuttavia, non è un mistero: sottopagato nell’indotto industriale tedesco, il lavoratore ungherese attivo non può consumare abbastanza per generare sufficienti posti di lavoro secondari; la ristrutturazione del suo bagno sarà fatta “in nero” da lavoratori precari, attori dell’economia informale. Non solo tale precariato, che vive in villaggi e baraccopoli dove nessun migrante ha mai vagato, si preoccupa poco della minaccia d’invasione dei migranti (minaccia autentica, però, nel prossimo futuro), ma soprattutto, la debolezza economica spesso lo rende incapace di godere dei reali benefici delle politiche populiste del FIDESZ: senza auto, difficilmente si gode le scintillanti nuove autostrade che Orbán ha ampliato nel Paese, od usufruisce dei mutui per la casa garantiti dallo Stato, offerti dal FIDESZ alle famiglie, purchè siano ammissibili ai prestiti bancari. Per costoro gli unici effetti tangibili della “rivoluzione nazionale” del 2010 sono state le tasse sui salari minimi e la tassa unica sul reddito (due mutandoni neo-liberali che ingombrano il bagaglio del FIDESZ dalla fase reaganiana degli anni ’90, anche se la loro inefficienza economica è dimostrata da tempo). Il che significa che, invece di prendersela col lumpenproletariato, la destra ungherese farebbe meglio a stupirsi e congratularsi per la pazienza molto patriottica con cui aspetta il turno al tornello della “Nuova Ungheria”, perché parte di questa classe (come hanno notato recentemente con ammirazione i giornalisti comunisti) continua a sostenere il governo Orbán col voto o l’astensione, un processo facilitato, ovviamente, dalla quasi-inesistenza di una sinistra socialista in Ungheria (il MSZP è “socialista” solo di nome). La domanda è: quanto può durare questa pazienza?
L’altro gruppo sociale, sul quale sentiamo meno commenti e in particolare, commenti meno vistosi, merita, a mio avviso, un esame più rigoroso e un giudizio più severo. Si tratta di un nuovo strato sociale di giovani provinciali (quindi in genere figli di elettori del FIDESZ) trasferitisi a Budapest e la cui ascesa sociale lo si deve al FIDESZ e alla sua politica di sostegno alla classe media, ma che sono comunque pronti a sparargli alle spalle per ragioni “culturali”. Questo gruppo, a metà strada tra bobo francese e “classe creativa” moscovita, è il grosso di movimenti come LMP o Momentum (vedi la mia precedente analisi). È sociologicamente caratterizzata da un’elevata mobilità internazionale (che consenta ai suoi membri di fuggire dal Paese una volta che il capriccio elettorale l’ha rigettato nelle maglie del FMI) e dal pesante consumo culturale, il che lo rende altamente permeabile ai messaggi ideologici sulla scena culturale di Budapest (al 90% formata dalla sinistra postmoderna anti-FIDESZ). Attraverso tale cumulo di ostilità dai propri figli, FIDESZ effettivamente sconta la codardia che da tempo caratterizza i suoi rapporti col mondo della cultura: un mondo (come altrove in Europa) che sopravvive principalmente coi sussidi statali, e il cui maggior piacere è denigrare lo Stato, i suoi rappresentanti (“politici corrotti”) e la loro base elettorale (gli “stupidi zoticoni” dell’Ungheria provinciale che vota FIDESZ). Questo curioso masochismo dell’apparato statale nei rapporti con la quinta colonna culturale di Bruxelles può essere spiegato dalla sociologia (urbana e borghese) dei dirigenti del FIDESZ, il cui disprezzo di classe, come ho già sottolineato, sfugge grazie al genio politico di V. Orbán. È interessante notare che le lamentele sull’eccessiva semplificazione dei messaggi (specialmente anti-migrazione) nella campagna del FIDESZ provengono solitamente da membri di tale gruppo che, a mio avviso, non è il gruppo preso di mira da tali campagne (mi sorprenderebbe se Árpád Habony abbia molte illusioni sul potenziale elettorale del FIDESZ in questo settore della società). Di conseguenza, ci si potrebbe chiedere in quale misura abbia senso tenere conto di tali critiche, che in genere sono piuttosto un pretesto per la vera ragione del voto anti-FIDESZ: menzionare i poster giganti su Soros e migranti, come “strumenti” di indottrinamento”, è un alibi facile, compatibile con l’ideologia anti-totalitaria (in realtà: anti-popolare) della nuova sinistra ungherese (ma anche del FIDESZ degli anni ’90); senza dubbio le persone citate sono in gran parte sincere e credono (come spesso accade) ai propri alibi. Ma la vera causa profonda della loro “dissidenza” è la necessità per la gioventù in ascesa di adattarsi alla cultura delle vecchie élites urbane di Budapest (quasi completamente anti-FIDESZ da sempre), e alla freddezza della cultura globale occidentale apparentemente apolitica, ma in realtà appesantita dai gadget del globalismo sinistro, dalla moda hipster alla metrosessualizzazione della vita sociale al no-borderismo sottomesso di tali giovani cosmopoliti, ai quali FIDESZ ha anche la generosità suicida di offrire borse di studio “all’estero” (che significa: in occidente).
Se FIDESZ vuole sopravvivere, non solo alle elezioni dell’8 aprile ma, in particolare, a quelle del 2022, cioè compensare le perdite elettorali inevitabilmente causate dall’erosione del potere, è giunto il momento di mapparne la crescita potenziale senza idee preconcette. Sul versante della “classe creativa”, questo potenziale è zero: non solo perché l’Ungheria gli ha già dato tutto, ma anche e soprattutto perché, ritardati a modo loro, questi “scenari di Budapest” nel 2018 considerano ancora il tipo occidentale di pseudo-alternanza quale modello di ogni democrazia. Sarebbe inutile che FIDESZ legalizzi il matrimonio omosessuale, rimuova Dio dalla costituzione o abbatta la recinzione installata sul confine serbo: vorrebbe comunque che Orbán se ne vada. Il margine di crescita si trova quindi nella sottoclasse che il FIDESZ, prigioniero della retorica anticomunista da trent’anni, continua ad ignorare largamente, considerandola una riserva del MSZP, anche se la sua attuale maggioranza di due terzi, matematicamente (con Jobbik al secondo posto), non ci sarebbe mai stata senza le numerose defezioni dalla “sinistra” (più esattamente: dal MSZP, che ha tradito la base proletaria, come il PS francese, il PASOK greco, ecc.). Da questo punto di vista, per riassumere la situazione con un certo cinismo, è una asituazione: se FIDESZ vuole continuare a ignorare più o meno questa classe, per rimanere al potere deve imperativamente renderla (demograficamente, elettoralmente) trascurabile, cioè cercare di estrarre da esso milioni di cittadini con la mobilità in ascesa, cioè con l’accesso a posti di lavoro retribuiti. Se non può, allora deve smettere di trascurarla. Va da sé che il FIDESZ, nella sua fobia di destra per l’assistenza pubblica, troverebbe la prima soluzione più logica, ma la sua attuazione affronterebbe una forte inerzia culturale (debolezza dei riflessi imprenditoriali) e varie barriere strutturali, la maggior parte delle quali collegate all’adesione all’UE, che l’Ungheria attualmente non prevede di lasciare, sperando invece di diventare il centro dell’enclave di Visegrad (estendendo il V4 ai Balcani) con una certa sovranità di fatto. Un vicolo cieco? Non necessariamente. Se l’Ungheria non ha né il desiderio né i mezzi per intraprendere politiche di welfare di tipo occidentale, può ancora esplorare modi alternativi. Essendo esportatore agricolo netto che rifiuta gli OGM, l’Ungheria, ripristinando (attraverso la distribuzione di terreni non alienabili, aiuti agli insediamenti, ecc.) i ricchi piccoli contadini che ha perso al momento della meccanizzazione, potrebbe diventare campione regionale del cibo di qualità, mentre consente a molti cittadini uno standard di vita (e anche di più: una qualità della vita) che sarebbe considerato invidiabile nella regione. In ogni caso, la disoccupazione è in calo, e continuerà a farlo se non altro per ragioni demografiche: anche se la politica familiare del FIDESZ mettesse fine al femminismo ungherese, ci vorrebbero due decenni per avere un impatto significativo sul mercato del lavoro; nel frattempo, la percentuale dei lavoratori nella popolazione totale può solo diminuire. Di conseguenza, il problema dell’occupazione è destinato a rimanere in secondo piano, lasciando i riflettori sul problema dei salari, e qui non va dimenticato che in Ungheria, come nell’Europa post-comunista, il rapporto busta paga/profitto aziendale è molto più favorevole al capitale che non in Europa occidentale. In altre parole: la necessità di recuperare le infrastrutture dopo il decadimento economico degli anni ’80 e la deindustrializzazione degli anni ’90 non può essere evocate per sempre, ora che lo stato delle attrezzature del Paese e delle sue aziende è diventato paragonabile a quello di certi Paesi dell’Europa meridionale . La leggendaria “transizione” dovrà finire prima o poi. E i capi ungheresi dovranno quindi imparare che i dipendenti vanno pagati. Il FIDESZ è oggi quasi esattamente nella situazione del gollismo in Francia alla fine degli anni ’60: patriottico, popolare, consapevole di essere preso di mira dalla destabilizzazione organizzata dall’estero, ma troppo fiducioso verso la propria base borghese (una parte della quale è in attesa della prima occasione per tradirla) ed incapace di una congiunzione sociale e nazionale, anche se lo stato di abbandono della sinistra ungherese sembra richiedere l’adozione di una mossa del genere (un’opportunità che Charles de Gaulle, in contrasto con l’ancora potente PCF degli anni ’60, non ebbe mai). Perfettamente realizzabile e presente sin dall’inizio nei programmi, le idee di solidarietà nazionale e aiuto reciproco cristiano sono lente a prendere forma nell’azione del governo. Nel frattempo, i discendenti degli artefici del maggio 68 (e persino alcuni dinosauri che non hanno mai smesso di fare del male da allora, come Daniel Cohn-Bendit) spargono i semi di un movimento analogo nella gioventù ungherese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Orbán: “dobbiamo combattere contro una rete internazionale organizzata”

Visegrad PostIn occasione della Giornata Nazionale e tre settimane prima delle elezioni, Viktor Orbán dimostrava la propria popolarità e determinazione a lottare contro “una rete internazionale organizzata”. Il 15 marzo, l’Ungheria celebra la rivoluzione per l’indipendenza del 1848-1849. Questo è un giorno eminentemente politico per gli ungheresi, e tradizionalmente ogni partito organizza un evento coi propri sostenitori. I vari partiti di opposizione hanno raccolto circa un migliaio di partecipanti. Ma l’evento del giorno era innegabilmente la “marcia della pace”. Il Fidesz, partito di Viktor Orbán, organizzò tra il 2012 e il 2014 queste “marce della pace” per dimostrare la propria popolarità ed ineguagliata capacità di radunare le folle. La prima marcia mirava a dimostrare all’Unione europea il sostegno che Viktor Orbán gode in Ungheria, mentre negoziava sulla nuova costituzione. Ma dal 2014 non fu organizzata alcuna marcia per la pace. E quest’anno è stato un record: circa 500000 persone, nonostante la pioggia, hanno marciato a Budapest per esprimere il sostegno a Viktor Orbán. La vera dimostrazione di forza per indecisi, opposizione ed estero, la marcia dei sostenitori di Viktor Orbán riunitisi al richiamo del polemista e presentatore televisivo Zsolt Bayer, si concluse presso il parlamento dove il Primo Ministro ungherese tenne il suo discorso, il 15 marzo. Prima dell’inizio della marcia, Zsolt Bayer, personaggio storico di Fidesz e della televisione ungherese, affermò che i partecipanti sono coloro che sanno ancora cosa significa “Dio, Nazione e Patria, chi sa cos’è la famiglia e cosa i bambini rappresentano, e riconosce i due generi, donna e uomo“.
Ecco i punti salienti del discorso di Viktor Orbán del 15 marzo 2018:
All’apertura del discorso, Viktor Orbán salutava i partecipanti, in particolare le centinaia di polacchi presenti, ricordando i forti e antichi legami che uniscono Polonia e Ungheria. Per il Primo Ministro ungherese, la forza di ogni Paese è una garanzia per l’altra. E in questo senso, “la marcia della pace di quest’anno non è stata solo una questione nazionale, è stata anche un sostegno alla Polonia”. “Nelle prossime elezioni che si terranno tra tre settimane, non si tratta di votare per i prossimi quattro anni […] il problema è il futuro del Paese“. Per Viktor Orbán, i suoi sostenitori sono gli eredi dei combattenti per la libertà del 1848-49. Ricordando che per trent’anni i suoi sostenitori, unitisi dietro di lui, hanno combattuto numerose e importanti lotte, Viktor Orbán annunciava che “la battaglia principale deve ancora venire“, perché “alcuni vogliono toglierci il nostro Paese“. “Vogliono che nel giro di pochi decenni, di nostra spontanea volontà, abbandoniamo il nostro Paese ad altri, estranei di altre parti del mondo che non parlano la nostra lingua, non rispettano la nostra cultura, le nostre leggi e i nostri modi di vita. Chi vuole sostituire il nostro popolo col proprio. Vogliono in futuro che non siano noi e i nostri discendenti a vivere qui, ma altri. E non c’è esagerazione nelle mie parole“, aveva detto il Primo Ministro ungherese, spiegando la situazione nell’Europa occidentale e presentandola come controesempio. “Chi non ferma l’immigrazione ai propri confini sparirà“. Secondo Viktor Orbán, “alcune forze esterne e potenze internazionali cercano d’imporci questo“. E le elezioni dell’8 aprile sono a suo parere una buona opportunità per queste forze di far valere i loro obiettivi. “Quindi non vogliamo solo vincere un’elezione, ma il nostro futuro“. “L’Europa, e al suo interno, l’Ungheria, è arrivata a un punto critico: mai le forze patriottiche e internazionaliste si sono contrapposte così“. Per l’uomo forte di Budapest, l’opposizione è tra i milioni di patrioti e democratici e le élite globaliste antidemocratiche. “Dobbiamo confrontarci col passaggio di persone che minaccia il nostro modo di vivere. (…) Non sono i piccoli deboli partiti di opposizione che dobbiamo combattere, ma una rete internazionale organizzata come un vero impero. Media supportati da consorzi stranieri e oligarchi locali, attivisti ed agitatori pagati, ONG finanziate da speculatori internazionali, ciò che George Soros rappresenta e incarna. È questo mondo che dobbiamo combattere per preservare il nostro“.
Con retorica marziale, Viktor Orbán considerava l’opposizione nell’insieme un obiettivo alleato di George Soros e dei suoi interessi. “L’Europa è invasa. Se non facciamo nulla, decine e decine di milioni di persone da Africa e Medio Oriente verranno in Europa“. Rifiutando la passività dell’Europa occidentale, Viktor Orbán l’avvertiva contro la futura demografia africana. “Bruxelles non difende l’Europa“, aveva detto insistendo sulla disponibilità di Bruxelles a sostenere tale immigrazione. “Dopo le elezioni, cercheremo un risarcimento. Moralmente, politicamente e legalmente“. Per l’opposizione, questa frase sembrava una minaccia. “Come i nostri antenati hanno giustamente detto, un popolo codardo non ha nazione. […] Abbiamo sempre combattuto e alla fine abbiamo sempre vinto. Abbiamo rimandato a casa il Sultano e i suoi giannizzeri, abbiamo espulso l’imperatore asburgico e i suoi soldati, i sovietici e i loro compagni, e ora stiamo per espellere George Soros e le sue reti. Gli chiediamo di tornarsene negli USA e badare a loro!” Tornando al tema dell’immigrazione, Viktor Orbán spiegava che basta un solo errore: “se la diga crolla e l’acqua scorre“, diceva, “la conquista culturale diverrà irreversibile“. In conclusione, il Primo Ministro ungherese rivolse un appello ai giovani sull’importanza di avere una patria. “Caro giovane ungherese, la Patria ha bisogno di te, vieni ed unisciti a noi nella nostra lotta in modo che quando avrai bisogno della patria ne avrai ancora una“.
Il discorso si concluse con la recitazione, non il canto, dell’inno nazionale, una preghiera, e l’invito a combattere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Autodistruzione dell’Unione europea

Robin Mathews AHTribune 13 marzo 2018Non avverrà rapidamente… e il collasso non sarà con un lampo accecante. Ma la crescente insoddisfazione tra le popolazioni europee crescerà. Travisata da personaggi come Mario Draghi, capo della Banca centrale europea ed ex-dipendente di Goldman Sachs, e Jean-Claude Junker, presidente della Commissione europea, così come da quasi tutti i media… l’insoddisfazione crescerà… aumenterà e rafforzerà il collasso…. L’Unione europea è nata con una menzogna e, a causa dei mali subiti dai cittadini europei, non potrà continuare. Vestita dalla Grande Idea sulla liberazione dalle guerre in un continente ricco di lingue, culture e confini nazionali, l’esperimento è di fatto immerso nell’avidità dei banchieri internazionali, dell’imperialismo USA, delle competizioni locali europee e da un seguito decadente ed inflessibile di aziende private così “progressiste” che tornerebbero agli schiavi se solo potessero imporlo… Il Parlamento europeo è in sostanza una finzione vacua. Il potere europeo si trova a Washington, Berlino, nella NATO, nella Commissione europea di nominati e in varie organizzazioni europee, aziende e capitalisti. Alcuna di tali forze è “illuminata”. Neanche nell’assente stampa europea, per lo più di loro proprietà.

Come è successo?
La storia della formazione dell’Unione europea è più lunga di quanto si pensi. Dopo la Prima guerra mondiale un piccolo gruppo di pensatori e politici presentò l’idea dell’Europa Unita. Erano una piccola minoranza, ma fecero ciò che potevano per mantenere viva l’idea: incontrare, pubblicare, fare campagne. Una voce significativa dell’epoca, Aristide Briand, undici volte primo ministro della Francia, propose (senza successo) l’unione economica dell’Europa nel 1929, sperando di evitare ciò che accadde dopo la morte nel 1932. E così arrivò Adolf Hitler e nel 1939 Blitzkrieg e unificazione militare dell’Europa. Alcuni vecchi fautori dell’unità pensavano che l’Europa di Hitler potesse divenire un’unione democratica. Furono accusati di “collaborazionismo” con la brutalità nazista… e perseguitati per le loro ingenue speranze. E poi l’Europa fu liberata dal flagello nazista. Ancora più intensamente emerse il grido che qualcosa andava fatto per porre fine alla brutalità delle guerre europee. Il grido di “Europa Unità” si sollevò di nuovo. Dall’altra parte dell’Atlantico durante la Seconda guerra mondiale (1944) numerose nazioni (44) s’incontrarono a Bretton Woods, nel New Hampshire, negli Stati Uniti, per elaborare nuove forme di commercio, finanza internazionale, giustizia, lavoro… (La creazione della forza militare a guida statunitense NATO, e l’esclusione della Russia vennero poco dopo). Tutta l’Europa (eccetto la Germania), Stati Uniti e Regno Unito (negli incontri del 1944) si misero al lavoro per attuare un futuro planetario, un futuro difatti forgiato e controllato dagli Stati Uniti. Ne seguì la famosa diatriba tra l’inglese John Maynard Keynes e il rappresentante statunitense Harry Dexter White che, solo per via del puro potere post-bellico degli Stati Uniti incolumi, vinse creando il sistema finanziario e commerciale globale dominato dagli Stati Uniti… con infinite implicazioni per l'”Unione Europea”. Quando la guerra del 1939-1945 terminò, gli Stati Uniti scoprirono che il Piano Marshall (per salvare l’Europa) presentava possibilità illimitate di profitto (e controllo). E tali idee indicarono agli Stati Uniti creazione (e controllo) della NATO e i principali passi nella costruzione dell’Unione europea, un’entità che ora è così (inutilmente) complicata che il Parlamento europeo è un fatuo club per dibattiti. Non senza avere importanza centrale (ma raramente menzionata), la burocrazia dell’UE propose e scrisse la Costituzione d’Europa. Tre lunghi volumi (forse la Costituzione più lunga mai scritta, del 2004-5), che i suoi autori non erano ansiosi che gli europei studiassero. I governi al potere iniziarono ad attuarli. Ma alcuni di essi, come Francia e Paesi Bassi, richiesero il referendum popolare per approvarla. Gli attivisti francesi ne ebbero delle copie, le lessero… e passarono all’offensiva rivelandone il contenuto e bloccando il passaggio del documento “illiberale”. Il risultato nel 2005 fu che Francia e Paesi Bassi rifiutarono la cosiddetta Costituzione. Era morta e sepolta. Non andava rifiutata dai cittadini europei, e la burocrazia dell’UE creò il trattato (la struttura dei trattati che vincola i Paesi europei è ora chiamata “Costituzione nascente dell’UE”), presentato a Lisbona nel 2007, dove fu approvato dai governi; e il Trattato di Lisbona (contenente parte della Costituzione respinta) entrò in vigore nel 2009.
Arrivando ad oggi, ci troviamo di fronte al gioco di prestigio della Francia passata all’improvviso al nuovo partito “En Marche” con Emmanuel Macron suo presidente. Mentre il partito socialista crollava per tradimento… seguendo i dettami della Commissione europea reazionaria, i capitalisti francesi si affrettavano a salutare il salvatore dagli occhi blu (“Emmanuel” significa “Dio è con noi”). Evitando gli attacchi diretti ai lavoratori che caratterizzarono il governo di Francois Hollande, Macron è per il momento saldamente in carica. L’avversaria Marine Le Pen, misinterpretata dai commentatori (in parte perché mette seriamente in dubbio la struttura dell’UE), lotta per mantenere la presenza, avendo dato dimostrazione credibile nelle elezioni che hanno messo Macron al potere. Le sconvolgenti elezioni in Italia hanno messo in rotta il cosiddetto partito di centro-sinistra di Matteo Renzi (un duplicato del governo “socialista” di Francois Hollande). In entrambi i casi i governi erano anti-operai, repressivi verso la gente comune, inutili sulla disoccupazione e di fatto nelle mani della Commissione europea di Jean-Claude Junker (e attraverso essa dell’Europa delle aziende con le sue connessioni statunitensi). Le elezioni italiane, che hanno dato ai Cinque Stelle (mettendo radicalmente in discussione le politiche dell’UE) la maggioranza dei voti… e incrementato il potere degli elementi di destra, hanno creato un disordine perfettamente comprensibile. Il fallimento dei partiti di “governo” (accettati dai media) nel mantenere le posizioni ha provocato le urla sull’ascesa al potere dei partiti “di estrema destra”, “populisti”; ciò significa nient’altro che il legittimo voto di protesta ha funzionato. (Dopotutto, i partiti populisti sono sostenuti dalla popolazione piuttosto che dalle aziende e dai contribuenti più ricchi!). E quando governi reazionari come i governi “di sinistra” di Francia e Italia incontrano un’opposizione, come chiamarla? La stampa fallita europea sceglie di chiamarla “estrema destra”!
Nel mondo occidentale (ad eccezione della Gran Bretagna) i cosiddetti partiti “di sinistra” non controllano più la società, Canada escluso. In Italia (e in Europa) genitori colpiti, giovani disoccupati e lavoratori sempre più insultati cercano una soluzione al governo dell’Unione europea centrato sulle azeinde. Se si vuole pensare al fallimento gigantesco dell’Unione europea, basta guardare la Grecia. Maledetta da una corruzione non maggiore di quella degli Stati Uniti, assistette alla falsificazione dell’economia equilibrata ad opera di Goldman Sachs di New York, rimanendo col disperato bisogno di aiuto comunitario per ricostruire economia e legittimità politica; la Grecia è stata fatta a pezzi, dissanguata, disonorata, divorata e svenduta da una “troika” senza coscienza di nominati dell’UE agli avvoltoi europei e stranieri, affinché i sei milioni di cittadini più utili della popolazione greca lascino il Paese. (C”è davvero il coraggio di parlare di Comunità europea?)
L’Italia è il terzo maggior membro della “Comunità europea”. La lotta nei prossimi mesi per formare un governo degli italiani (invece che di altri nel mondo dalla ricchezza putrida e dagli intenti criminali) testerà l’unità dell’Unione europea e ne cambierà radicalmente la struttura di potere… o annuncerà la morte di tale incubo del tutto tragicamente sbagliato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mitterrandismo: la resistenza dei vichisti contro gollismo e comunisti

Histoire et Societé, 09 marzo 2018

Segretario Generale del Partito Comunista francese Georges Marchais.

Sono come gli spagnoli, mi ricordo bene di come i comunisti furono emarginati in Spagna e Italia col pieno accordo dei loro capi eurocomunisti che posero le condizioni per la propaganda contro il proprio passato e l’effettiva accettazione del fascismo che avevano combattuto. Ripenso alla campagna contro Georges Marchais quando rifiutò la politica neoliberale di Mitterrand, la ristrutturazione industriale decisa dall’Europa e il piano Davignon. Gli fu detto che sarebbe andato alla STO, ingannato dalla propaganda e per aiutare la famiglia, accettando di lavorare in Germania. Tutto il passato del Partito dei fucilati fu cancellato dai detrattori. Se ripenso a tale campagna è perché non si disse nulla sul passato compromesso di François Mitterrand, sul quale tornerò a breve. Si noti che François Mitterrand coltivò tale ambiguità rimanendo fino alla fine amico di René Bousquet, di cui si può leggere più avanti. Ufficialmente Mitterrand si pregiava di essere stato resistente, ma il suo autore preferito era Chardonne, e la sua personalità continuava a sprofondare nella Francia collaborazionista che aveva avuto difficoltà a mollare. Mentre Marchais fu accusato, e attraverso di lui il Partito Comunista, distrutto dalla denuncia della STO e dello stalinismo, la cui vittoria sul nazismo fu annebbiata dalla leggenda nera dell’equivalenza dei crimini, si glorifica la resistenza di François Mitterrand, la sua ascesa a La Roche de Solutré, inventando una resistenza socialista. Il fatto che François Hollande avesse riportato dei socialisti nel Pantheon e rifiutato lo stesso diritto ai resistenti comunista è solo la continuazione di tale linea. Ciò autorizzò Mitterand a rifiutare i funerali nazionali ad Aragon, il poeta comunista resistente che denunciò il colonialismo mentre lo stesso Mitterrand fu il guardasigilli che fece decapitare Fernard Iveton, comunista algerino.
Ecco alcuni dati sul Mitterrand “resistente”:
Prima della sua amicizia con René Bousquet, vi fu il suo rapporto con Petain. Era petainista? Su questo delicato argomento è già stato compiuto un serio lavoro storico. François Mitterrand ebbe diverse vite: un passato travagliato durante la guerra, una carriera di ministro della Quarta Repubblica, 23 anni di opposizione prima di diventare il primo presidente di sinistra della Quinta Repubblica. A tale vita professionale piena si aggiunse una doppia vita personale e una personalità enigmatica. Il 19 giugno 1942 arrivò a Vichy e trovò lavoro come documentarista nella Legione dei combattenti e volontari della Rivoluzione Nazionale, una specie di partito unico che faceva propaganda petainista. Nei primi mesi del 1942, François Mitterrand ammirava il maresciallo Pétain e collaborò con una rivista di Vichy: “France, revue de l’Etat nouveau“. In una lettera trovata nei suoi archivi, François Mitterrand loda il gruppo paramilitare SOL (Servizio d’Ordine dei Legionari) incaricato di reprimere i nemici del regime. Durante la collaborazione, Mitterrand era a Vichy ed incontrò René Bousquet, segretario generale della polizia. Nel giugno 1942, quest’ultimo negoziò col capo della polizia tedesca i termini della collaborazione della polizia francese nelle retate degli ebrei. Nelle rare occasioni in cui François Mitterrand accettò di parlare di questo periodo, il Presidente della Repubblica si giustificò spiegando che non sapeva ciò che accadeva agli ebrei. Al voto delle leggi del 1941 che esclusero gli ebrei dalla comunità nazionale, Mitterrand era in Germania. Tuttavia, possiamo mettere in discussione questa versione. È difficile credere che Mitterrand non sapesse del destino degli ebrei. Era a Vichy quando gli agenti di polizia francesi arrestarono gli ebrei di Parigi e nella zona meridionale, agli ordini di René Bousquet.
Il doppio gioco di Mitterrand a Vichy; Mitterrand sarebbe stato a Vichy facendo il doppio gioco, si argomenta. Nel giugno 1942, Mitterrand entrò nel servizio stampa del commissariato generale dei prigionieri. In tale organizzazione responsabile dell’invio dei pacchi ai soldati prigionieri in Germania, Mitterand si occupava del bollettino di propaganda. Qui incontrò un gruppo di combattenti della Resistenza infiltratisi nel commissariato. Pertanto, François Mitterrand fece il doppio gioco e partecipò ad azioni illegali, come creare documenti falsi per chi fuggiva dalla Germania. Nel gennaio 1943, Laval dimise Maurice Pinault dal commissariato per collocarvi un suo uomo. Anche i principali collaboratori di Pinault, incluso Mitterrand, si dimisero. Da allora, Mitterrand si allontanò da Vichy e contattò gruppi della Resistenza senza rompere definitivamente con Vichy finché nell’aprile 1943 François Mitterrand fu decorato con la Francisque. Tuttavia, per ottenerla dovette completare un formulario in modo inequivocabile: “Do la mia persona al maresciallo Pétain, dato che ha data la sua alla Francia. M’impegno a servire i suoi discepoli e a rimanere fedele alla sua persona e alla sua opera“. Più tardi, Mitterrand mitigò il significato simbolico di tale affermazione sostenendo che era in Inghilterra quando gli fu consegnata la Francisque. Tranne che firmò il modulo prima di partire. Di conseguenza, nella primavera 1943, Mitterrand esitava ancora tra Resistenza e Vichy.
Il passaggio definitivo alla Resistenza risale alla fine del 1943, quando la vittoria di Stalingrado ebbe luogo il 2 febbraio 1943. Nella notte tra il 15 e il 16 novembre 1943, François Mitterrand volò a Londra per assicurare la legittimità della sua organizzazione nella Resistenza presso i leader della Francia libera. Quindi andò ad Algeri dove fu ricevuto dal Generale De Gaulle. Quest’ultimo gli chiese di accettare lo scioglimento della sua organizzazione nell’unica organizzazione resistente sotto l’autorità di suo nipote. Ma Mitterrand rifiutò. Quando tornò a Parigi nel 1944, Mitterrand era un uomo braccato dalla Gestapo. Cambiò identità decine di volte e sfuggi per un soffio all’arresto. Secondo il parere di chi lo conobbe all’epoca, Mitterrand mostrò vero coraggio fisico. Aveva un autocontrollo distaccato per lui naturale. Mitterrand, che si faceva chiamare “Morlan”, era a capo di un’importante organizzazione resistente nel 1944, comprendente tutti gli amici che conobbe nel 104.mo e nello Stalag. Nel 1944, De Gaulle nominò Mitterrand commissario generale del ministero dei Prigionieri, una sorta di ministro ad interim prima dell’istituzione del governo provvisorio. Dall’inizio dell’insurrezione a Parigi, Mitterrand, armi in mano, occupò l’edificio del commissariato dei rifugiati. Questo è ciò che sappiamo di Mitterrand nella Resistenza. Quel che affascina, ripeto, è che la stampa si scatenò contro Marchais e il Partito Comunista, compresa quella vicina ai socialisti, la stampa cosiddetta di sinistra, ma non sollevò mai la questione di tale passato più o meno ambiguo e da allora si può analizzare l’assalto a gollismo e comunisti da parte di persone originariamente vicine a Vichy. Il modo in cui tale sinistra mitterrandiana si scatenò continuamente contro gollismo e comunismo non finì con Mitterrand. Lo si ritrova in Hollande, nato da un ambiente vicino a Petain per non parlare dei nuovi filosofi che attrassero gli ebrei in tale flusso e alla CIA, come Cohn Bendit… Ma anche tra “intellettuali” come Onfray; uno dei suoi primi bersagli fu Guy Mocquet. L’operazione continua senza sosta oggi accusando Aragon del suo passato “stalinista”, e non solo, Gallimard non ha rinunciato a pubblicare gli opuscoli antisemiti di Celine, ma tutta la letteratura dei collaborazionisti è sugli scaffali.

Francois Mitterrand incontra Philippe Petain il 15 ottobre 1942.

Annnie Lacroix Rice lo rapporta correttamente cogli imprenditori francesi che col Fronte Popolare puntarono su Hitler e che oggi continuano la propria riabilitazione. Questo affare ritornò ideologicamente sui furgoni della sinistra mitterrandiana “anti-totalitaria”, ed oggi col macronismo che può sbarazzarsi di ciò che rimane del PS vicino agli strati popolari e celebrare il prorio Maggio ’68. La domanda è sul ruolo conscio ed inconscio giocato da Mélenchon nell’offensiva contro PCF, i suoi leader e l’Humanité, ed il minimo che si possa dire è che non smette di appoggiare l’operazione. Qui va capito il passo del “riequilibrio” della sinistra con Renè Bousquet:

René Bousquet e Reinhard Heydrich

René Bousquet, 1909-1993, era un alto ufficiale che, come tanti altri ahimè, collaborò con l’occupante nazista. Alla fine della guerra era in Baviera in una villa ad Ober-Allmannshausen. Ottenne così il titolo di “deportato in Germania”. Il colmo! Come scrisse il giornalista Eric Conan “Un ultimo ruolo molto utile per un personaggio che già ne giocò molti altri per cinque anni“… Dall’aprile 1942 alla fine del 1943 fu segretario generale della polizia di Vichy, sotto il sesto governo Laval. Aantisemita viscerale, applicò zelantemente la politica di Petain. Bousquet fu coinvolto in almeno tre grandi crimini. Organizzò la retata al Velodromo d’inverno a Parigi nel luglio 1942. Ricevette una lettera da Karl Oberg, capo delle SS e della polizia nazista in Francia, congratulandosi con lui per l’esemplare condotta della polizia francese. Nell’agosto 1942 fu coinvolto in incursioni nella zona franca. Seguendo la proposta di Laval, i bambini non furono risparmiati! Nonostante le proteste del pastore Marc Boegner, si rifiutò di abbandonare la caccia ai bambini ebrei sfuggiti ai convogli della deportazione e nascosti in chiese e da cittadini. “Li cercheremo. Li prenderemo dove sono. Dobbiamo cercarli“. Alla fine del 1942, Bousquet rifiutò d’inviare 1000 bambini ebrei negli Stati Uniti. Spiegò cinicamente che le famiglie non andavano separate. Nel gennaio 1943 guidò la polizia ausiliaria francese dei nazisti durante la retata di Marsiglia. Secondo un rapporto attribuito a Bousquet: più di 60000 ebrei furono arrestati e consegnati all’occupante per essere deportati ad est o più semplicemente nei campi di sterminio; ciò che le autorità collaborazioniste hanno sempre preteso d’ignorare! Va detto che Salengro, ministro degli Interni del Fronte popolare, non fu davvero acuto ad affidare a Bousquet, nel 1936, la responsabilità del casellario centrale della sicurezza nazionale, che identificava 5 milioni di francesi e due milioni di stranieri considerati sospetti o indesiderabili. Questo casellario fu molto utile ad identificare gli ebrei stranieri nei raid. Il 1° marzo 1943, a Villeurbanne, in seguito all’accordo di Bousquet nell’ambito della repressione delle “azioni antinazionali”, le polizie tedesca e francese di concerto arrestarono 150 combattenti comunisti della Resistenza immediatamente deportati. Allo stesso tempo, Bousquet, che non era pazzo, non più dell’amico Mitterrand, capì che le prime vittorie alleate nell’inverno 1942-1943 avrebbero suonato la campana a morto del Terzo Reich. Decise quindi di concedere qualcosa alla Resistenza e frenare il proprio zelo. Il vecchio maresciallo lo capì e ritenendolo “troppo morbido col terrorismo” ne esigette il licenziamento nell’ottobre del 1943. Bousquet disse a un prefetto amico, “Tornerò a Parigi, è ora che venga arrestato!“. Fu portato in Baviera con la famiglia e il bagaglio nell’auto concessa per “cortesia e amicizia” dal capo delle SS Oberg. Fu “liberato” nell’aprile 1945 dagli statunitensi ed incarcerato a Fresnes dal maggio 1945 al luglio 1948. Alla fine di un breve processo, Bousquet fu prosciolto dall’Alta Corte di Giustizia dall’accusa di “aver attaccato gli interessi della difesa nazionale” Oh bene? Ma si dichiarò “convinta del crimine d’indegnità nazionale” e fu condannato a “cinque anni di degrado nazionale, immediatamente prosciolto per la partecipazione attiva e prolungata alla resistenza contro l’occupante”. Il 23 giugno 1949 fu assolto.
Quindi iniziò una brillante carriera nella stampa e nella Banca d’Indocina. Nel 1957, il Consiglio di Stato restituì il titolo che gli fu tolto e si lanciò in politica, e nel 1974 sostenne finanziariamente il candidato Mitterrand. Nel 1981, dopo la vittoria di Mitterrand, Bousquet fu ricevuto all’Eliseo. Tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi mitterrandiani, tranne per il fatto che le accuse contro Bousquet divennero consistenti. Un’indagine giudiziaria fu condotta e Mitterrand fu accusato di ostacolare le indagini. Nel 1989, l’Associazione dei Figli e Figlie degli Ebrei di Francia di Serge Klarsfeld, la Federazione Nazionale della Resistenza e dei Deportati ed Internati patriottici e la Lega per i diritti umani denunciarono Bousquet di crimini contro l’umanità Alla fine fu accusato nel 1991, con gran sgomento di Mitterrand. L’inchiesta era in corso quando l’8 giugno 1993 fu ucciso con cinque colpi a casa da un certo Christian Didier. Chi ne trasse vantaggio?

René Bousquet osserva Mitterand

Traduzione di Alessandro Lattanzio