Il governo di guerra russo

John Helmer, Mosca, 9 aprile 2018Padre Politica, come Madre Natura, aborre il vuoto. E così, anche prima che il Tesoro degli Stati Uniti annunciasse le ultime sanzioni contro individui e compagnie russi per “attività malvagie nel mondo”, il Presidente Vladimir Putin preparava un governo secondo il principio dell’organizzazione dello Stato Maggiore per combattere una guerra su tutti i fronti, senza la possibilità di negoziare con il nemico. L’impatto delle sanzioni statunitensi, insieme alla campagna del governo inglese del caso Skripal, e l’azione sul fronte siriano che s’intensifica, rafforzava ciò che era già deciso al Cremlino. Il nuovo governo sarà un gabinetto di guerra. Nel linguaggio russo, Stavka. Per gli stranieri, il nuovo gabinetto di guerra di Putin assomiglierà allo Stavka creato da Josif Stalin in seguito all’invasione tedesca del 22 giugno 1941. In effetti, lo Stavka era un’improvvisazione nel diciannovesimo secolo del comando russo. Fu la risposta dei comandi militari e di sicurezza, e dei servizi d’intelligence, quando il capo di Stato dimostra di sbagliarsi, vacillare o indecisione nel difendersi dall’aggressione straniera che mira a decapitare la leadership russa, liquidarne la difesa e distruggerne l’economia. Per dettagli, cliccare qui.
Le immagini pubblicate dal Cremlino rivelano che Putin ha deciso, insieme a Ministero della Difesa, Stato Maggiore Generale, capi dei servizi di sicurezza e del complesso militare-industriale russo, di cambiare i primi ministri. Ciò significa ricandidatura del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin. Putin annuncerà il nuovo governo dopo l’inaugurazione ufficiale, prevista ufficialmente il 7 maggio. Sobjanin, che compirà 60 anni a giugno, fu scelto da Putin come suo capo di gabinetto al Cremlino nel 2005-2008. Quando Putin divenne Primo ministro nel maggio 2008, Sobjanin lo seguì divenendo capo dello staff governativo. Divenne sindaco di Mosca sostituendo il candidato presidenziale Jurij Luzhkov, il 21 ottobre 2010. Sobjanin è l’intermediario di Putin con i comandanti militari e della sicurezza russi che considerano capitolardo Medvedev perdendo fiducia nella capacità del Cremlino di resistere all’escalation dell’aggressione anglostatunitense. Invece di Medvedev, avrebbero preferito Sergej Shojgu, Ministro della Difesa, o Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro incaricato del complesso militare-industriale. Entrambi si consideravano candidati presidenziali indipendenti, minacciando con la propria supremazia. Sobjanin è un uomo dello staff, reputa Putin, non di più.
Quando il primo pettegolezzo serio cominciò a circolare lo scorso ottobre sulla promozione, Sobjanin disse a un giornalista di Mosca: “Probabilmente sa molto bene che se ci sono tali voci, significa che è probabile quasi al 100% che non accadrà“. Disse a un altro reporter: “Ho lavorato nell’amministrazione presidenziale e nell’ufficio governativo. Penso che sia un lavoro duro e ingrato. Pertanto, se è possibile, la carica di primo ministro non fa per me. Dico sempre a tutti: mi trovo a mio agio lavorando a Mosca. Credo che questa carica di sindaco sia un lavoro da uomo vero. È possibile implementare progetti interessanti“. C’erano abbastanza doverose definizioni in queste osservazioni da sospendere il pettegolezzo senza ridurne la ragione. L’intensificazione della guerra anglo-statunitense dopo le elezioni presidenziali del 18 marzo ne ha rafforzato la ragione; inoltre si riduceva la resistenza di Putin a sostituire Medvedev. “Sì a un’economia di guerra“, dice un veterano del Ministero delle Finanze della Russia. “È il regime in cui il Paese può rivelare il vero potenziale e diventare creativo. Qui, la pace ha significato ristagno. In un’economia di guerra, le persone contano finché svolgono correttamente i propri compiti. Inoltre, non ci dovrebbero essere fazioni nel governo, quindi dev’essere un gruppo di persone che non cerca di danneggiare il prossimo”. La fonte avvertiva che nella situazione attuale della Russia, l’approccio preferito di Putin è impossibile: “la scelta tra le fazioni non produrrebbe il risultato richiesto“. “In particolare, non dovrebbe esserci un primo ministro. C’è chiaramente una squadra presidenziale, quindi un primo ministro è superfluo. Tutti questi giochi per tenere un premier “tecnico” affidandogli un lavoro inefficiente non sono più necessari. O vinciamo la guerra o la perdiamo. Quando il leader ha un alto supporto, è responsabile di tutto“. La fonte prevede che ci saranno meno posti nel nuovo governo, consolidando le funzioni ed ottimizzandone le operazioni. Il nuovo Ministro dell’Economia, secondo la fonte, potrebbe combinare il portafoglio dell’Industria, promuovendo Denis Manturov, la cui carriera iniziò nell’industria aerospaziale militare russa; è Ministro dell’Industria e del Commercio dal 2012. La fonte dice che i candidati per il Ministero delle Finanze e la Banca centrale “potrebbero essere chiunque. Ad esempio Tatijana Golikova. Questi posti avranno meno importanza in ogni caso“. Golikova dirige l’organismo di controllo della spesa statale, la Camera dei conti, dal 2013; prima fu Ministra della Sanità dal 2007 al 2012. È la moglie del Ministro dell’Industria dell’era Eltsin, Victor Khristenko.
L’approccio allo Stavka è sostenuto da diverse fonti, anche se non lo dicono agli amici non russi, e il nome di Sobjanin non viene menzionato. La riconferma di Medvedev, apparso due mesi fa come probabile risultato del rimpasto del governo di Putin, è ora impossibile. L’approccio allo Stavka significa anche rimozione dal personale attivo e da ruoli di comando di coloro che dipendono dal supporto di Medvedev, avendo contribuito alle sue campagne presidenziali e conservato l’opzione della successione al Cremlino a condizioni da negoziare con Washington, Londra, Bruxelles e Berlino. Tra costoro Igor Shuvalov, Viceprimo Ministro; Arkadij Dvorkovich, Viceprimo Ministro; e Aleksej Kudrin, ex-Ministro delle Finanze e aspirante Primo Ministro. Per la storia di Dvorkovich, cliccare qui. Esclusi dalla riconferma ad alti funzionari sono i ministri con residenze a Londra. Shuvalov è il più noto di loro, con due appartamenti adiacenti a Whitehall Court, che afferma di aver venduto a società offshore che controlla sempre lui. Altri due con residenze a Londra venivano identificati dai media inglesi, e potrebbero ora ritirarsi: Mikhail Abyzov, Ministro per il Governo aperto, e Boris Titov, commissario presidenziale per i diritti degli imprenditori. “Nella guerra che USA e NATO impongono ora alla Russia“, dice un banchiere internazionale, “i diritti degli imprenditori sono obsoleti. Gli statunitensi sono riusciti ad sovvertire venticinque anni di privatizzazioni russe che pensavano di aver reso irreversibili“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il vaso di coccio israeliano tra i vasi di ferro occidentale ed eurasiatico

Alastair Crooke, SCF, 10.04.2018La recente serie di eventi porta Israele a ripiegarsi; o almeno, a una profonda riflessione esistenziale, nel settantesimo anniversario della fondazione. La profondità di questa introspezione piuttosto ansiosa è diventata esplicita nella discussione ospitata da Yediot Ahronoth, il più importante giornale israeliano, tra sei ex-capi del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano. L’irruzione più diretta in questo stato d’animo cupo era la dichiarazione alla Knesset (parlamento) secondo cui la popolazione tra Giordania e mare era esattamente bilanciata, 6,5 milioni per parte, tra israeliani e palestinesi. Certo, l’uguaglianza demografica si sarebbe verificata a un certo punto, lo sapevano tutti. Non è quindi una sorpresa; ma è uno schiaffo della realtà, nondimeno. Queste cifre furono pubblicate dalle IDF e sono quindi difficili da contestare. Questo momento di realtà riduce così la capacità di certi israeliani di persistere col pio desiderio che i palestinesi sia assai di meno. Questa svolta enormemente simbolica è qui, è arrivata. La domanda su quale tipo di Stato sarà Israele non è più teorica. Uno dei sei ex-direttori del Mossad, Pardo, rispondeva alla domanda qual è, secondo lei, la peggiore minaccia alla sicurezza nazionale israeliana?: “La peggiore minaccia, è il fatto che tra il mare e il fiume Giordano c’è un numero quasi identico di ebrei e non ebrei. Il problema centrale dal 1967 ad oggi è che Israele, per l’intera dirigenza politica, non ha deciso che Paese essere. Siamo l’unico Paese al mondo che non ha definito i propri confini. Tutti i governi vi si sono sottratti… Se lo Stato d’Israele non decide ciò che vuole, alla fine ci sarà uno Stato unico tra mare e Giordano. Questa è la fine della visione sionista“. Due altri eventi definivano il dilemma: in primo luogo, il primo ministro israeliano è stato costretto a un’inversione di marcia su un’iniziativa che avrebbe consentito a decine di migliaia di immigrati africani in Israele di essere reinsediati in Europa. La destra del suo governo di coalizione non voleva che Israele diventasse un canale della migrazione economica africana in Europa, costringendolo alla ritrattazione politica. È probabile che i rifugiati siano ora espulsi in Africa. Potrebbe sembrare un evento relativamente insignificante (tranne che per i migranti), ma ha nuovamente messo a fuoco, specialmente tra gli ebrei liberali in Israele e Stati Uniti, la questione di ciò che ora è la base morale dello Stato israeliano: Israele s’è gonfiato con milioni di immigrati dall’URSS (molti dei quali non sono ebrei). Israele ora abbandona la missione dello Stato su “esilio e rifugio”, allargando lo scisma tra gli ebrei statunitensi.
Il terzo evento sconcertante è stata la “marcia del ritorno” degli abitanti di Gaza verso il recinto che separa Gaza da Israele: Israele rispose sparando uccidendo 17 palestinesi: “Immaginate il risultato“, aveva detto a Ben Caspit un ufficiale israeliano, “se avessero spezzato il recinto, anche in un solo punto, marciando verso Israele. Sarebbe finita in un bagno di sangue“. La collisione tra la notizia che i palestinesi sono ora 6,5 milioni, con la nuova inedita tattica della dimostrazione di massa palestinese per i diritti civili con proteste pacifiche, da i brividi alla sicurezza israeliana: quale sarebbe la conseguenza se centomila palestinesi affollassero la recinzione, irrompendo e invadendo città e campagne vicine? Panico, e quindi sparatorie. Ma queste domande esistenziali sorgono mentre sorge la difficile costellazione geostrategica d’Israele. Un esempio, citato dal New Yorker, un ex-funzionario statunitense che partecipò al primo briefing di Jared Kushner presso l’NSC: ““Abbiamo tirato fuori la mappa e valutato la situazione”, aveva detto l’ex-funzionario della difesa. “Esaminando la regione, hanno concluso che la fascia settentrionale del Medio Oriente era persa a favore dell’Iran. In Libano, Hezbollah, agente iraniano, controlla il governo. In Siria, l’Iran ha contribuito a salvare il Presidente Bashar al-Assad dal disastro militare e ora ne rafforza il futuro politico. In Iraq, il governo, nominalmente filo-USA, è influenzato da Teheran. “Abbiamo quel tipo da mettere da parte”, mi disse il funzionario. “Abbiamo pensato, e ora? Le nostre ancore sono Israele e Arabia Saudita”. E il risultato: Kushner, che non ha esperienza del Medio Oriente, si recò a Riyadh per diverse sessioni “tutta la notte” col suo nuovo amico MbS, per discutere le “idee di quest’ultimo su come rifare il Medio Oriente… Ma, Bannon disse al New Yorker, il messaggio che lui e Kushner volevano che Trump trasmettesse ai capi della regione era che lo status quo doveva cambiare, e in più posti, così era meglio. “Gli abbiamo detto, Trump gli ha detto: “Vi sosteniamo, ma vogliamo azione, azione”, disse Bannon. Nessuno sembrava più desideroso di sentire quel messaggio del vice-principe ereditario. “Il giudizio era che dovevamo trovare un agente del cambiamento”, mi disse l’ex-funzionario della difesa. “È qui che arrivò MbS. L’avremmo accolto come agente del cambiamento”. Cosa? Bannon e Kushner dichiaravano di volere cambiare lo status quo del Medio Oriente, ma avendo appena concluso di aver già perso il settentrione e forse anche l’Iraq, a favore dell’Iran, decisero di assegnare il compito a MbS che aveva detto a un incredulo Tony Blinken (nel 2015): ““Mi ha detto che il suo obiettivo era sradicare l’influenza iraniana nello Yemen”, secondo Blinken. Fui colto alla sprovvista, osservò Blinken: scacciare i simpatizzanti dell’Iran dal Paese richiederebbe un bagno di sangue. “Gli dissi che poteva fare molte cose per minimizzare o ridurre l’influenza iraniana. Ma per eliminarla…?”” MbS è colui che può “respingere i persiani”, come sosteneva Steve Bannon? Questo non può essere preso sul serio. Qualcuno ricordò a Kushner le parole di Stalin a Pierre Laval nel 1935: “Il Papa! Quante divisioni ha il Papa di Roma?“. Non c’è da stupirsi che la dirigenza della sicurezza israeliana sia cauta.
Yediot Ahoronot racconta: “Ho chiesto agli ex-direttori del Mossad se loro, guardando Israele nel 70° anniversario, fossero soddisfatti: “Fui il primo direttore del Mossad che non faceva parte della generazione del 1948”, disse Shabtai Shavit. “Sono nato nello Stato, e mi sento molto male per ciò che vi accade. I problemi sono così grandi, profondi, ampli. Non ci sono linee rosse, niente è tabù. Come membri della comunità d’intelligence, la nostra capacità più importante è cercare di prevedere il futuro. Mi chiedo che tipo di Paese lascerò ai miei nipoti, e non riesco a trovare una risposta”.” Shavit si riferiva principalmente alle divisioni interne e alla perdita d’integrità della leadership politica israeliana; ma la situazione geopolitica non è nemmeno favorevole ad Israele. Gli USA, in un modo o nell’altro, si ritirano dal Medio Oriente. Più significativamente, tuttavia, diventa evidente che, col desiderio degli USA di ridurre Cina e Russia. s’innescava una risposta inaspettata. Sembra che Cina e Russia ne abbiano abbastanza del belluismo occidentale. Forse fu la strambata delle “potenze revisioniste” nella dichiarazione sulla postura della difesa nazionale degli Stati Uniti; forse l’escalation della guerra dei dazi; o forse “l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso” è stata l’espulsione dei diplomatici russi coordinata cogli “Skripal” (che sembra aver infuriato la Cina tanto quanto la Russia) ad aver scatenato questa reazione. Qualunque sia la causa, i “guanti sono tolti” a quanto pare. Cina e Russia non intendono più “subire”. Ciò ha importanti implicazioni per il Medio Oriente: Cina e Russia illustrano in modo molto visibile agli USA profondità e forza dell’unità strategica esistente tra esse. L’Iran ne fa parte ed è anche un partner strategico. La Cina infliggerà danni agli Stati Uniti se persistono con la guerra dei dazi (o altra modalità di guerra finanziaria). La Russia, cooperando con la Cina, causerà danni agli Stati Uniti, nel caso in cui ritenga che il loro Stato profondo continui a minacciarla. Neanche Iran o Siria accetteranno di essere ingiustificatamente presi di mira dagli interessi occidentali. Il Presidente Putin l’ha chiarito al primo ministro Netanyahu dopo l’abbattimento dell’F16 israeliano: la Russia ha ora interessi nella regione, e non permetterà ad Israele di “fare casino”. Chi si tirerà indietro da questo “gioco del pollo”? Non è chiaro. Potrebbe invece intensificarsi. Apparentemente, la Cina ha molto da perdere da una guerra dei dazi, ma gli Stati Uniti potrebbero essere più vulnerabili di quanto si pensi. Questa amministrazione ha legato indissolubilmente la credibilità politica dello Stato ai mercati finanziari (in particolare azionario). I mercati azionari sono quindi diventati la via del successo politico degli USA. Ci sono segnali che la Cina sappia che i mercati azionari e del debito statunitensi sono il tallone d’Achille degli USA. Steven Englander di Rafiki Capital Management nota: “Il trade spider si gioca in gran parte sui mercati finanziari, con la reazione sui titoli usati per determinare la saggezza della Cina o la politica degli Stati Uniti. I dazi statunitensi sembrano essere stati scelti per favorire economia e commercio. La risposta della Cina oggi è dettata dal desiderio d’infliggere il più netto danno politico e finanziario al mercato. È difficile credere che un Paese con dazi più alti ed esportazioni negli USA ad alta intensità di manodopera e quasi quattro volte le importazioni dagli USA, possa vincere una guerra commerciale. Tuttavia, ciò potrebbe avverarsi se la politica statunitense sarà più sensibile ai prezzi di azioni e prodotti politicamente sensibili che non alla politica della Cina, coi beni appena sottoposti a dazi. Un voto di fiducia percepito dai mercati finanziari può avere conseguenze sul mondo reale rafforzando i rispettivi processi negoziali: le reazioni positive danno ai politici maggiore margine di manovra nel sospingere le proprie politiche; una svendita sul mercato aumenterà la pressione per arretrare o trovare una soluzione rapida“.
La deterrenza d’Israele ne sarà probabilmente vittima, dato che USA ed asse Cina-Russia si scontrano. Il borbottio belluino di Bannon sul “nostro piano per annientare il califfato fisico dello SIIL in Iraq e in Siria, non attrito e annientamento, e far retrocedere i Persiani”, potrebbe sembrare neo-realista, ma sarebbe anche vuota retorica. L’Iran è un interesse russo, per diversi motivi, gli israeliani sono stati avvertiti e la loro capacità di agire è limitata. E i mercati azionari israeliani, oltre a Wall Street, potrebbero subire anche “danni collaterali” con queste nuove guerre finanziarie, esacerbandone le tensioni interne. Infine, la concatenazione di eventi può far sì che alcuni israeliani riflettano sul perché antagonizzare l’Iran, se Cina e Russia sembrano pronti a emergere come prossimo asse di potenze dell’Eurasia. È in corso un cambiamento strategico. E, dopotutto, Israele fu abbastanza pragmatico da avere relazioni coi nuovi leader rivoluzionari dell’Iran immediatamente dopo il 1979. Israele si fermò ed iniziò a demonizzare l’Iran solo come conseguenza del cambiamento nella politica interna israeliana, e non per una nuova minaccia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA disperano nel colpo di Stato in Russia

Le ultime sanzioni sembrano preoccuparsi tanto di proteggere le posizioni economiche degli Stati Uniti quanto di punire la Russia
Alexander Mercouris The Duran 7 aprile 2018Le ultime sanzioni che il Tesoro USA ha imposto alla Russia sono strane. Le precedenti sanzioni erano collegate a specifici atti reali o presunti russi, ad esempio la morte di Sergej Magnitskij, la crisi in Crimea, la guerra nel Donbas, l’abbattimento di MH17 e la presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Le ultime sanzioni sono diverse in quanto non direttamente collegate ad alcuna azione russa, reale o presunta. Né i sanzionati, ad esempio l’uomo d’affari Oleg Deripaska, accusati di qualcosa. Invece di una qualsiasi accusa specifica alla Russia o agli interessati, ecco come un funzionario del segretario al Tesoro USA Steven Mnuchin giustificava tali sanzioni, “Il governo russo opera a vantaggio sproporzionato di oligarchi ed élite governative. Il governo russo s’impegna in varie attività malvagie nel mondo, tra cui continuare a occupare la Crimea e istigare violenze nell’Ucraina orientale, inviare al regime di Assad materiale e armi mentre bombardano i civili, tentare di sovvertire le democrazie occidentali e attività cybercriminali. Oligarchi ed élite russi, che traggono profitto da questo sistema corrotto, non eviteranno più le conseguenze delle attività destabilizzanti del loro governo”. In altre parole, la Russia è un cattivo Paese corrotto che fa molte cose brutte nel mondo che gli Stati Uniti disapprovano. Chiunque in Russia sia ricco (“un oligarca”) “beneficia di questo sistema corrotto”, e ne è responsabile e rischia di essere sanzionato indipendentemente da qualsiasi cosa faccia, a meno che ciò non cambi. L’implicazione è che se non vogliono essere sanzionati, gli “oligarchi” devono rovesciare il governo russo. Le ultime sanzioni sono quindi un incitamento al colpo di Stato. Dato che tutti gli altri passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso sono falliti, gli uomini d’affari russi (“oligarchi”) ora vengono informati che a meno che non progettino il rovesciamento del governo russo, saranno sanzionati. La prima cosa da dire su tale politica è che vecchia di decenni. Ci fu un periodo, negli anni ’90, in cui un piccolo gruppo di persone stratosfericamente benestanti e corrotte controllava davvero il governo russo. Ad esempio, la maggior parte delle persone che s’incontrarono al Cremlino durante la crisi finanziaria del 1998 per decidere se svalutare o meno il rublo non erano membri del governo o funzionari, e l’incontro in cui si decise di svalutare il rublo non era presieduto da un ministro del governo ma dall’ex-primo ministro ad interim Egor Gajdar, che all’epoca non era né membro del governo né funzionario, ma semplicemente consigliere del presidente Boris Eltsin, che al momento era tutt’altro che lucido. La decisione fu infatti presa dallo stesso piccolo gruppo di individui ricchi e corrotti che in quel momento controllavano davvero il governo russo, incontrandosi in modo informale sotto la presidenza di Gajdar, e non nelle strutture ufficiali. Non è un equivoco chiamare tali individui “oligarchi”. Negli anni ’90 erano esattamente ciò. Il più politicamente potente tra loro, Boris Berezovskij, non era nemmeno un uomo d’affari. Non è così la Russia d’oggi. Una persona come Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio il cui nome appare nelle ultime sanzioni, può avere grande influenza e potere. Tuttavia non controlla il governo russo e non ne ha i mezzi. Devo dire che la prima volta in cui m’imbattei nel suggerimento che gli “oligarchi” venissero mobilitati per rovesciare il Presidente Putin o costringerlo a cambiare politica imponendogli sanzioni fu nel 2014, all’inizio della crisi ucraina. Mentre ricordo che nei media apparivano notizie secondo cui l’agenzia d’intelligence tedesca BND consigliava la cancelliera Merkel che se l’UE imponeva sanzioni alla Russia, gli “oligarchi” avrebbero costretto il Presidente Putin a cambiare rotta o a rovesciarlo per salvare le proprie fortune. Molte sanzioni dopo si potrebbe supporre che tale teoria fosse stata distrutta. Tuttavia la dichiarazione di Steven Mnuchin suggerisce che la fede in essa non muore. Le ultime sanzioni che gli Stati Uniti impongono agli uomini d’affari russi e alle loro compagnie non indebolirà la posizione del Presidente Putin o quella del governo russo, e non influenzerà l’economia russa. Come recentemente sottolineava il giornale semi-ufficiale cinese Global Times, la Russia, a differenza di Paesi come l’Iran, ha una grande economia autosufficiente dalle dimensioni continentali con immense risorse scientifiche, tecnologiche e naturali, rendendola quindi immune alle sanzioni.
Riguardo ai ricchi russi a cui si rivolgono le ultime sanzioni, la ragione per cui molti mantengono i denaro all’estero non è perché controllano il governo russo, ma perché non lo controllano e non se ne fidano. Il risultato è che esportano denaro all’estero, lontano dal loro governo. Ora, ciò che scoprono è che i loro soldi corrono un rischio maggiore di essere presi dal governo degli Stati Uniti che dal loro, come il governo russo gli aveva detto per anni, così di fatto è più al sicuro a casa che non all’estero. In altre parole, le ultime sanzioni e la dichiarazione di Steven Mnuchin non avrebbero potuto favorire di più il governo russo. Agli uomini d’affari russi viene detto che il denaro che hanno esportato può essere sequestrato a prescindere da ciò che fanno a meno non rovesciano il governo russo, cosa che tali affaristi sanno essere oltre la loro portata, quindi essendo impossibile non hanno opzione realistica se vogliono mantenere i soldi al sicuro che riportarli a casa. Sembra che anche prima della dichiarazione di Mnuchin e delle ultime sanzioni fosse ciò che facevano alcuni di loro. Qualche settimana prima, prima della crisi Skripal, un gruppo di uomini d’affari russi a Londra scrisse al Presidente Putin chiedendo il permesso di tornare a casa coi soldi per via delle minacce che subivano; mentre l’ultima vendita di eurobond del governo russo, rivolta in particolare agli uomini d’affari russi, fu ampiamente sottoscritta in quanto si affrettarono ad acquistare le obbligazioni emesse dal proprio governo. Le ultime sanzioni e la dichiarazione di Mnuchin accelereranno il processo. Una politica che rafforza solo Putin, costringendo gli uomini d’affari russi a rimpatriare i soldi in Russia aumentando la dipendenza dal governo russo, sembra del tutto controproducente, e a giudicare da ciò, questa è la politica delle sanzioni degli Stati Uniti. Tuttavia potrebbero esserci più di motivi all’opera. I russi lamentano che uno degli scopi delle sanzioni è bloccare le esportazioni di armi russe, un campo in cui la Russia ha recentemente invaso i mercati statunitensi, come Turchia ed Arabia Saudita, e anche oltre, Paesi come l’Indonesia. Esiste naturalmente una dimensione politica in quanto le vendite di armi tendono a stringere i legami politici e gli Stati Uniti saranno particolarmente diffidenti nei confronti di alleati come Turchia e Arabia Saudita che acquistano armi dalla Russia, per via del pericolo che ciò aumenti l’influenza russa. Tuttavia, i tentativi di bloccare le vendite di armi di un importante concorrente sul mercato internazionale hanno qualcosa di protezionistico, il che non è del tutto sorprendente dati i recenti provvedimenti adottati dall’amministrazione Trump, specialmente verso la Cina, e data l’importanza delle vendite di armi non solo per l’economia statunitense, ma per le singole società statunitensi. Con Cina e Russia che cooperano sempre più nello sviluppo di aeromobili, come un pianificato aereo di linea, e che producono velivoli leggeri e competitivi (Comac C919 e Irkut MS-21), e con la Russia che avanza lo sviluppo della nuova famiglia di motori per aeromobili civili a Perm, che faranno volare questi velivoli, è comprensibile che gli Stati Uniti desiderino sanzionare i produttori di armi russi dato il forte legame tra produzione di armi e industria aeronautica civile. Proprio mentre i dazi statunitensi sulla Cina sembrano intenzionati, almeno in parte, ad ostacolare lo sviluppo dell’industria cinese dell’intelligence artificiale, così le ultime sanzioni ai produttori di armi russi sarebbero volte ad ostacolare lo sviluppo dell’industria aeronautica cinese e russe, specialmente dei motori aeronautici civili in Russia, data la minaccia che queste industrie pongono alla posizione degli Stati Uniti nel mercato internazionale dell’aviazione, che da tempo dominano rappresentando una parte significativa delle loro esportazioni. Se le nascenti industrie aeronautiche di Russia e Cina sono obiettivo delle ultime sanzioni, potrebbero anche spiegare la sanzione ad Oleg Deripaska, amministratore delegato di RUSAL, il conglomerato dell’alluminio russo; l’alluminio è ovviamente materiale chiave utilizzato nella costruzione degli aerei. Va detto tuttavia che ci possono essere molteplici altri motivi per cui Deripaska, uno dei più potenti e duri uomini d’affari russi, sia oggetto di sanzioni. Se le sanzioni diventano davvero uno strumento per proteggere le posizioni degli Stati Uniti in settori chiave come intelligenza artificiale, produzione di armi ed aviazione civile, allora tale sospetto non sorprenderà nessuno. Ciò che va detto è che in questo caso gli Stati Uniti hanno perso l’autobus. Le misure protezionistiche che impongono alla Cina, e le sanzioni che impongono alla Russia, ne avrebbero devastato l’economia due decenni fa. Oramai, come dimostra la resilienza della Russia alle sanzioni, le economie cinese e russa hanno raggiunto un livello di sofisticazione e dimensioni tali da renderle sostanzialmente insensibili alle azioni. Ad esempio, sebbene le esportazioni della Cina abbiano raggiunto il picco del 37% del PIL nel 2006, nel 2016 scesero a meno del 20%. Oggi il principale motore dell’economia cinese è la domanda interna, proprio come il principale motore dell’economia russa, dal 2020, saranno gli investimenti. I due Paesi non saranno influenzati da azioni o sanzioni protezionistiche che gli Stati Uniti adottano. Ciò è tanto più vero in quanto Cina e Russia, in particolare la Cina, continuano a costruire la propria architettura finanziaria internazionale alternativa (ad esempio il cosiddetto “petro-yuan “) per sostenere propri economie e sistemi commerciali in costruzione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Inviato russo alla NATO: state attraversando la “linea rossa”

Negli ultimi cinque anni la NATO ha triplicato la presenza militare ai confini occidentali della Russia, costringendo Mosca a prendere misure di risposta
Frank Sellers, The Duran 5 aprile 2018La NATO crea la “dimensione militare” delle tensioni tra Russia e alcuni vicini occidentali attraverso una presenza che include basi della NATO e persino sistemi di difesa missilistica. Il delegato russo presso la NATO Aleksandr Grushko sottolineava che la situazione della sicurezza è passata dalle rigide preoccupazioni alla svolta armata, definendone le “manovre” ingiustificate in una commissione del Club Valdaj: “La NATO ha superata la linea rossa con l'”ingiustificata” presenza militare alle porte della Russia”, avvertiva l’inviato russo presso la NATO Aleksandr Grushko, aggiungendo che la sicurezza globale non può essere garantita senza la Russia. Le relazioni cogli Stati confinanti della Russia non hanno mai avuto “dimensioni militari” nonostante le relazioni tese con alcuni di essi, come gli Stati baltici, dichiarava Grushko. Ma la situazione ora è cambiata grazie al blocco militare, affermava a un gruppo di discussione del Club Valdaj. “Ora, grazie alla NATO, abbiamo una dimensione militare, è una loro scelta, con cui hanno attraversato la linea rossa“, dichiarava Grushko. Mentre l’occidente cerca d’isolare la Russia e alimenta l’isteria antirussa, la sicurezza internazionale è l’unica cosa che soffre da tale approccio, secondo Grushko. Tutti i tentativi di NATO ed UE di creare “santuari isolati” sono destinati al fallimento, affermava il diplomatico, poiché la creazione di solidi sistemi di sicurezza non può avvenire senza la Russia. “Se non vogliono il dialogo, allora non ce ne sarà. Si dev’essere in due per il tango, come sapete, sarà una scelta consapevole dell’alleanza“, dichiarava Grushko.
Grushko non è solo in queste osservazioni, col Primo Viceministro degli Esteri Vladimir Titov che avvertiva che tale schieramento militare effettivamente peggiora solo la sicurezza dei Paesi della NATO che ospitano beni e forze contro la Russia, affermando “Sono sicuro che le conseguenze negative dei preparativi militari della NATO dovrebbero destare serie preoccupazioni in tutti, poiché peggiorano la situazione della sicurezza in quegli Stati i cui territori vengono utilizzati per schierare forze e risorse della NATO“. Dato che alcuni vicini della Russia desiderano accogliere mezzi, personale e basi NATO, entusiasti di ospitare, si smettono in pericolo covando le minacce che la Russia indicava come tre le proprie principali preoccupazioni militari. “Tali sforzi sono intrapresi dall’alleanza ogni anno nel quadro della politica di “contenimento” del nostro Paese. In Europa attualmente viene costituita una testa di ponte per dispiegare, in caso di necessità, un raggruppamento offensivo“, dichiarava Titov. La Russia ha una certa preveggenza sull'”espansione delle attività navali e aeree dell’alleanza, nuove infrastrutture militari e portata ed intensità delle esercitazioni” che la NATO adotta verso la Russia, dichiarava. Inoltre, gli Stati Uniti, per combattere “l’aggressione russa”, investono oltre 200 milioni di dollari per sviluppare installazioni militari nell’Europa orientale. Titov aggiungeva che “Secondo ulteriori piani per lo sviluppo del sistema di difesa missilistica USA/NATO in Europa, oltre alla struttura già attiva in Romania, una base da difesa missilistica simile sarà avviata a Redzikowo, in Polonia, nel 2018”. Negli ultimi cinque anni, la NATO ha triplicato la presenza militare al confine occidentale della Russia, con truppe pronte al combattimento che passano da 10000 a 40000, costringendo Mosca a prendere misure in risposta. La NATO tiene regolarmente oltre 30 esercitazioni militari accanto la Russia, ogni anno, percependola come nemica.
Nel corso di tale schieramento, gli Stati Uniti si sono deliberatamente liberati dal trattato del 1987 per eliminare i missili a raggio intermedio e corto. Un’iniziativa europea di dissuasione viene creata per “rassicurare” i membri della NATO, con finanziamenti ai militari per oltre 4,5 miliardi di dollari per fondi ad Estonia, Slovacchia, Ungheria, Islanda, Lussemburgo, Lettonia, Romania e Norvegia per modernizzarne l’infrastruttura militare e poter ospitare materiale più avanzato. Tali Paesi dell’Europa orientale, ospitando il dispiegamento militare della NATO, non si rendono più sicuri da una potenziale “aggressione russa” su cui addestrano e dotano le proprie forze armate ed ospitano forze armate straniere ma, piuttosto, diventano obiettivi, e se alcuni percepissero un'”aggressione russa” scatenando la guerra, i luoghi da cui partirebbero gli attacchi saranno in cima alla lista degli obiettivi prioritari dei russi. In che modo ciò rafforzerà la loro sicurezza, soprattutto se si crede che essa si basi su un possibile conflitto con la Russia? Per dirla chiaramente, si comportano come Daffy Duck che annuncia la stagione delle anatre.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mitterrandismo: la resistenza dei vichisti contro gollismo e comunisti

Histoire et Societé, 09 marzo 2018

Segretario Generale del Partito Comunista francese Georges Marchais.

Sono come gli spagnoli, mi ricordo bene di come i comunisti furono emarginati in Spagna e Italia col pieno accordo dei loro capi eurocomunisti che posero le condizioni per la propaganda contro il proprio passato e l’effettiva accettazione del fascismo che avevano combattuto. Ripenso alla campagna contro Georges Marchais quando rifiutò la politica neoliberale di Mitterrand, la ristrutturazione industriale decisa dall’Europa e il piano Davignon. Gli fu detto che sarebbe andato alla STO, ingannato dalla propaganda e per aiutare la famiglia, accettando di lavorare in Germania. Tutto il passato del Partito dei fucilati fu cancellato dai detrattori. Se ripenso a tale campagna è perché non si disse nulla sul passato compromesso di François Mitterrand, sul quale tornerò a breve. Si noti che François Mitterrand coltivò tale ambiguità rimanendo fino alla fine amico di René Bousquet, di cui si può leggere più avanti. Ufficialmente Mitterrand si pregiava di essere stato resistente, ma il suo autore preferito era Chardonne, e la sua personalità continuava a sprofondare nella Francia collaborazionista che aveva avuto difficoltà a mollare. Mentre Marchais fu accusato, e attraverso di lui il Partito Comunista, distrutto dalla denuncia della STO e dello stalinismo, la cui vittoria sul nazismo fu annebbiata dalla leggenda nera dell’equivalenza dei crimini, si glorifica la resistenza di François Mitterrand, la sua ascesa a La Roche de Solutré, inventando una resistenza socialista. Il fatto che François Hollande avesse riportato dei socialisti nel Pantheon e rifiutato lo stesso diritto ai resistenti comunista è solo la continuazione di tale linea. Ciò autorizzò Mitterand a rifiutare i funerali nazionali ad Aragon, il poeta comunista resistente che denunciò il colonialismo mentre lo stesso Mitterrand fu il guardasigilli che fece decapitare Fernard Iveton, comunista algerino.
Ecco alcuni dati sul Mitterrand “resistente”:
Prima della sua amicizia con René Bousquet, vi fu il suo rapporto con Petain. Era petainista? Su questo delicato argomento è già stato compiuto un serio lavoro storico. François Mitterrand ebbe diverse vite: un passato travagliato durante la guerra, una carriera di ministro della Quarta Repubblica, 23 anni di opposizione prima di diventare il primo presidente di sinistra della Quinta Repubblica. A tale vita professionale piena si aggiunse una doppia vita personale e una personalità enigmatica. Il 19 giugno 1942 arrivò a Vichy e trovò lavoro come documentarista nella Legione dei combattenti e volontari della Rivoluzione Nazionale, una specie di partito unico che faceva propaganda petainista. Nei primi mesi del 1942, François Mitterrand ammirava il maresciallo Pétain e collaborò con una rivista di Vichy: “France, revue de l’Etat nouveau“. In una lettera trovata nei suoi archivi, François Mitterrand loda il gruppo paramilitare SOL (Servizio d’Ordine dei Legionari) incaricato di reprimere i nemici del regime. Durante la collaborazione, Mitterrand era a Vichy ed incontrò René Bousquet, segretario generale della polizia. Nel giugno 1942, quest’ultimo negoziò col capo della polizia tedesca i termini della collaborazione della polizia francese nelle retate degli ebrei. Nelle rare occasioni in cui François Mitterrand accettò di parlare di questo periodo, il Presidente della Repubblica si giustificò spiegando che non sapeva ciò che accadeva agli ebrei. Al voto delle leggi del 1941 che esclusero gli ebrei dalla comunità nazionale, Mitterrand era in Germania. Tuttavia, possiamo mettere in discussione questa versione. È difficile credere che Mitterrand non sapesse del destino degli ebrei. Era a Vichy quando gli agenti di polizia francesi arrestarono gli ebrei di Parigi e nella zona meridionale, agli ordini di René Bousquet.
Il doppio gioco di Mitterrand a Vichy; Mitterrand sarebbe stato a Vichy facendo il doppio gioco, si argomenta. Nel giugno 1942, Mitterrand entrò nel servizio stampa del commissariato generale dei prigionieri. In tale organizzazione responsabile dell’invio dei pacchi ai soldati prigionieri in Germania, Mitterand si occupava del bollettino di propaganda. Qui incontrò un gruppo di combattenti della Resistenza infiltratisi nel commissariato. Pertanto, François Mitterrand fece il doppio gioco e partecipò ad azioni illegali, come creare documenti falsi per chi fuggiva dalla Germania. Nel gennaio 1943, Laval dimise Maurice Pinault dal commissariato per collocarvi un suo uomo. Anche i principali collaboratori di Pinault, incluso Mitterrand, si dimisero. Da allora, Mitterrand si allontanò da Vichy e contattò gruppi della Resistenza senza rompere definitivamente con Vichy finché nell’aprile 1943 François Mitterrand fu decorato con la Francisque. Tuttavia, per ottenerla dovette completare un formulario in modo inequivocabile: “Do la mia persona al maresciallo Pétain, dato che ha data la sua alla Francia. M’impegno a servire i suoi discepoli e a rimanere fedele alla sua persona e alla sua opera“. Più tardi, Mitterrand mitigò il significato simbolico di tale affermazione sostenendo che era in Inghilterra quando gli fu consegnata la Francisque. Tranne che firmò il modulo prima di partire. Di conseguenza, nella primavera 1943, Mitterrand esitava ancora tra Resistenza e Vichy.
Il passaggio definitivo alla Resistenza risale alla fine del 1943, quando la vittoria di Stalingrado ebbe luogo il 2 febbraio 1943. Nella notte tra il 15 e il 16 novembre 1943, François Mitterrand volò a Londra per assicurare la legittimità della sua organizzazione nella Resistenza presso i leader della Francia libera. Quindi andò ad Algeri dove fu ricevuto dal Generale De Gaulle. Quest’ultimo gli chiese di accettare lo scioglimento della sua organizzazione nell’unica organizzazione resistente sotto l’autorità di suo nipote. Ma Mitterrand rifiutò. Quando tornò a Parigi nel 1944, Mitterrand era un uomo braccato dalla Gestapo. Cambiò identità decine di volte e sfuggi per un soffio all’arresto. Secondo il parere di chi lo conobbe all’epoca, Mitterrand mostrò vero coraggio fisico. Aveva un autocontrollo distaccato per lui naturale. Mitterrand, che si faceva chiamare “Morlan”, era a capo di un’importante organizzazione resistente nel 1944, comprendente tutti gli amici che conobbe nel 104.mo e nello Stalag. Nel 1944, De Gaulle nominò Mitterrand commissario generale del ministero dei Prigionieri, una sorta di ministro ad interim prima dell’istituzione del governo provvisorio. Dall’inizio dell’insurrezione a Parigi, Mitterrand, armi in mano, occupò l’edificio del commissariato dei rifugiati. Questo è ciò che sappiamo di Mitterrand nella Resistenza. Quel che affascina, ripeto, è che la stampa si scatenò contro Marchais e il Partito Comunista, compresa quella vicina ai socialisti, la stampa cosiddetta di sinistra, ma non sollevò mai la questione di tale passato più o meno ambiguo e da allora si può analizzare l’assalto a gollismo e comunisti da parte di persone originariamente vicine a Vichy. Il modo in cui tale sinistra mitterrandiana si scatenò continuamente contro gollismo e comunismo non finì con Mitterrand. Lo si ritrova in Hollande, nato da un ambiente vicino a Petain per non parlare dei nuovi filosofi che attrassero gli ebrei in tale flusso e alla CIA, come Cohn Bendit… Ma anche tra “intellettuali” come Onfray; uno dei suoi primi bersagli fu Guy Mocquet. L’operazione continua senza sosta oggi accusando Aragon del suo passato “stalinista”, e non solo, Gallimard non ha rinunciato a pubblicare gli opuscoli antisemiti di Celine, ma tutta la letteratura dei collaborazionisti è sugli scaffali.

Francois Mitterrand incontra Philippe Petain il 15 ottobre 1942.

Annnie Lacroix Rice lo rapporta correttamente cogli imprenditori francesi che col Fronte Popolare puntarono su Hitler e che oggi continuano la propria riabilitazione. Questo affare ritornò ideologicamente sui furgoni della sinistra mitterrandiana “anti-totalitaria”, ed oggi col macronismo che può sbarazzarsi di ciò che rimane del PS vicino agli strati popolari e celebrare il prorio Maggio ’68. La domanda è sul ruolo conscio ed inconscio giocato da Mélenchon nell’offensiva contro PCF, i suoi leader e l’Humanité, ed il minimo che si possa dire è che non smette di appoggiare l’operazione. Qui va capito il passo del “riequilibrio” della sinistra con Renè Bousquet:

René Bousquet e Reinhard Heydrich

René Bousquet, 1909-1993, era un alto ufficiale che, come tanti altri ahimè, collaborò con l’occupante nazista. Alla fine della guerra era in Baviera in una villa ad Ober-Allmannshausen. Ottenne così il titolo di “deportato in Germania”. Il colmo! Come scrisse il giornalista Eric Conan “Un ultimo ruolo molto utile per un personaggio che già ne giocò molti altri per cinque anni“… Dall’aprile 1942 alla fine del 1943 fu segretario generale della polizia di Vichy, sotto il sesto governo Laval. Aantisemita viscerale, applicò zelantemente la politica di Petain. Bousquet fu coinvolto in almeno tre grandi crimini. Organizzò la retata al Velodromo d’inverno a Parigi nel luglio 1942. Ricevette una lettera da Karl Oberg, capo delle SS e della polizia nazista in Francia, congratulandosi con lui per l’esemplare condotta della polizia francese. Nell’agosto 1942 fu coinvolto in incursioni nella zona franca. Seguendo la proposta di Laval, i bambini non furono risparmiati! Nonostante le proteste del pastore Marc Boegner, si rifiutò di abbandonare la caccia ai bambini ebrei sfuggiti ai convogli della deportazione e nascosti in chiese e da cittadini. “Li cercheremo. Li prenderemo dove sono. Dobbiamo cercarli“. Alla fine del 1942, Bousquet rifiutò d’inviare 1000 bambini ebrei negli Stati Uniti. Spiegò cinicamente che le famiglie non andavano separate. Nel gennaio 1943 guidò la polizia ausiliaria francese dei nazisti durante la retata di Marsiglia. Secondo un rapporto attribuito a Bousquet: più di 60000 ebrei furono arrestati e consegnati all’occupante per essere deportati ad est o più semplicemente nei campi di sterminio; ciò che le autorità collaborazioniste hanno sempre preteso d’ignorare! Va detto che Salengro, ministro degli Interni del Fronte popolare, non fu davvero acuto ad affidare a Bousquet, nel 1936, la responsabilità del casellario centrale della sicurezza nazionale, che identificava 5 milioni di francesi e due milioni di stranieri considerati sospetti o indesiderabili. Questo casellario fu molto utile ad identificare gli ebrei stranieri nei raid. Il 1° marzo 1943, a Villeurbanne, in seguito all’accordo di Bousquet nell’ambito della repressione delle “azioni antinazionali”, le polizie tedesca e francese di concerto arrestarono 150 combattenti comunisti della Resistenza immediatamente deportati. Allo stesso tempo, Bousquet, che non era pazzo, non più dell’amico Mitterrand, capì che le prime vittorie alleate nell’inverno 1942-1943 avrebbero suonato la campana a morto del Terzo Reich. Decise quindi di concedere qualcosa alla Resistenza e frenare il proprio zelo. Il vecchio maresciallo lo capì e ritenendolo “troppo morbido col terrorismo” ne esigette il licenziamento nell’ottobre del 1943. Bousquet disse a un prefetto amico, “Tornerò a Parigi, è ora che venga arrestato!“. Fu portato in Baviera con la famiglia e il bagaglio nell’auto concessa per “cortesia e amicizia” dal capo delle SS Oberg. Fu “liberato” nell’aprile 1945 dagli statunitensi ed incarcerato a Fresnes dal maggio 1945 al luglio 1948. Alla fine di un breve processo, Bousquet fu prosciolto dall’Alta Corte di Giustizia dall’accusa di “aver attaccato gli interessi della difesa nazionale” Oh bene? Ma si dichiarò “convinta del crimine d’indegnità nazionale” e fu condannato a “cinque anni di degrado nazionale, immediatamente prosciolto per la partecipazione attiva e prolungata alla resistenza contro l’occupante”. Il 23 giugno 1949 fu assolto.
Quindi iniziò una brillante carriera nella stampa e nella Banca d’Indocina. Nel 1957, il Consiglio di Stato restituì il titolo che gli fu tolto e si lanciò in politica, e nel 1974 sostenne finanziariamente il candidato Mitterrand. Nel 1981, dopo la vittoria di Mitterrand, Bousquet fu ricevuto all’Eliseo. Tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi mitterrandiani, tranne per il fatto che le accuse contro Bousquet divennero consistenti. Un’indagine giudiziaria fu condotta e Mitterrand fu accusato di ostacolare le indagini. Nel 1989, l’Associazione dei Figli e Figlie degli Ebrei di Francia di Serge Klarsfeld, la Federazione Nazionale della Resistenza e dei Deportati ed Internati patriottici e la Lega per i diritti umani denunciarono Bousquet di crimini contro l’umanità Alla fine fu accusato nel 1991, con gran sgomento di Mitterrand. L’inchiesta era in corso quando l’8 giugno 1993 fu ucciso con cinque colpi a casa da un certo Christian Didier. Chi ne trasse vantaggio?

René Bousquet osserva Mitterand

Traduzione di Alessandro Lattanzio